Il ratto di Europa

di R. GRAVES, Greek Myths (= I miti greci, trad. it. E. Morpurgo, ed. U. Albini, Milano 1963, pp. 174 sgg., con note dello stesso autore); fonti antiche: Erodoto, Storie I 2, 2; Apollodoro, Biblioteca III 1, 1; P. Ovidio Nasone, Metamorfosi II 833-875.

 

Europa sul Toro salutata dalle sue compagne prima di giungere a Creta. Affresco, 20-25 d.C. ca., dalla Casa di Giasone (Pompei). Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

 

Agenore[1], figlio di Libia e di Posidone e gemello di Belo, lasciò l’Egitto per stabilirsi nella terra di Canaan, dove sposò Telfassa, altrimenti detta Argiope, la quale gli generò Cadmo, Fenice, Cilice, Taso, Fineo e una sola figlia, Europa[2]. Zeus, innamoratosi di Europa, incaricò Hermes di spingere il bestiame di Agenore fino alla riva del mare presso Tiro, dove Europa e le sue compagne usavano passeggiare. Zeus stesso si confuse nella mandria, sotto le spoglie di un toro bianco come la neve, con una robusta giogaia e due piccole corna, simili a gemme, tra le quali correva un’unica striscia nera. Europa fu colpita dalla sua bellezza e, poiché il toro si rivelò mansueto come un agnello, cominciò a giocare con lui ponendogli dei fiori in bocca e appendendo ghirlande alle sue corna; infine gli balzò sulla groppa e si lasciò condurre al piccolo trotto fino alla riva del mare. All’improvviso il toro si lanciò nelle onde e cominciò a nuotare, ed Europa sgomenta, volgendo il capo, fissava la riva sempre più lontana: con la mano destra stringeva il corno del toro, con la sinistra un canestro colmo di fiori[3]. Giunto su una spiaggia cretese, nei pressi di Gortina, Zeus si trasformò in aquila[4] e violentò Europa in un boschetto di salici[5] accanto a una fonte; o come altri dicono, sotto un platano sempre verde. Europa generò al dio tre figli: Minosse, Radamante e Sarpedone. Agenore mandò i suoi figli in cerca della sorella[6], con l’ordine severissimo di non tornare senza di lei. Subito essi alzarono le vele, ma non sapendo dove si fosse diretto il toro, salparono in tre diverse direzioni. Fenice andò a occidente, verso la Libia, fino al luogo dove sorge ora Cartagine; e colà diede il suo nome ai Punici; ma dopo la morte di Agenore ritornò a Canaan, che da allora fu chiamata Fenicia in suo onore, e divenne padre di Adone e di Alfesibea. Cilice si recò nella terra degli Ipachiani, che da lui prese il nome di Cilicia; e Fineo si recò nella penisola di Tinia, che separa il Mar di Marmara dal Mar Nero, dove più tardi fu tormentato dalle Arpie. Taso e i suoi compagni, direttisi prima a Olimpia […] poi colonizzarono l’isola di Taso e sfruttarono le sue ricche miniere d’oro. Tutto ciò accadde cinque generazioni prima che nascesse in Grecia Eracle, figlio di Anfitrione […].

(in R. Graves)

 

Rembrandt van Rijn, Il rapimento di Europa. Olio su tela, 1632. J. Paul Getty Museum.

 

μετὰ δὲ ταῦτα Ἑλλήνων τινάς (οὐ γὰρ ἔχουσι τοὔνομα ἀπηγήσασθαι) [Πέρσαι] φασὶ τῆς Φοινίκης ἐς Τύρον προσσχόντας ἁρπάσαι τοῦ βασιλέος τὴν θυγατέρα Εὐρώπην. εἴησαν δ᾽ ἄν οὗτοι Κρῆτες.

[I Persiani] dicono pure che in seguito alcuni Greci, di cui non sono in grado di riferire il nome, approdati a Tiro in Fenicia rapirono la figlia del re, Europa – e questi potrebbero essere stati Cretesi.

Hdt., I 2, 2 (trad. it. Augusta Izzo D’Accinni)

 

Europa sul toro. Metopa, calcare policromo, VI secolo a.C., dal Tempio C di Selinunte. Museo Archeolgico Regionale di Palermo.

ὡς γὰρ ἡμῖν λέλεκται, δύο Λιβύη ἐγέννησε παῖδας ἐκ Ποσειδῶνος, Βῆλον καὶ Ἀγήνορα. Βῆλος μὲν οὖν βασιλεύων Αἰγυπτίων τοὺς προειρημένους ἐγέννησεν, Ἀγήνωρ δὲ παραγενόμενος εἰς τὴν Φοινίκην γαμεῖ Τηλέφασσαν καὶ τεκνοῖ θυγατέρα μὲν Εὐρώπην, παῖδας δὲ Κάδμον καὶ Φοίνικα καὶ Κίλικα. τινὲς δὲ Εὐρώπην οὐκ Ἀγήνορος ἀλλὰ Φοίνικος λέγουσι. ταύτης Ζεὺς ἐρασθείς, †ῥόδου ἀποπλέων, ταῦρος χειροήθης γενόμενος, ἐπιβιβασθεῖσαν διὰ τῆς θαλάσσης ἐκόμισεν εἰς Κρήτην. ἡ δέ, ἐκεῖ συνευνασθέντος αὐτῇ Διός, ἐγέννησε Μίνωα Σαρπηδόνα Ῥαδάμανθυν· καθ᾽ Ὅμηρον δὲ Σαρπηδὼν ἐκ Διὸς καὶ Λαοδαμείας τῆς Βελλεροφόντου. ἀφανοῦς δὲ Εὐρώπης γενομένης ὁ πατὴρ αὐτῆς Ἀγήνωρ ἐπὶ ζήτησιν ἐξέπεμψε τοὺς παῖδας, εἰπὼν μὴ πρότερον ἀναστρέφειν πρὶν ἂν ἐξεύρωσιν Εὐρώπην. συνεξῆλθε δὲ ἐπὶ τὴν ζήτησιν αὐτῆς Τηλέφασσα ἡ μήτηρ καὶ Θάσος ὁ Ποσειδῶνος, ὡς δὲ Φερεκύδης φησὶ Κίλικος. ὡς δὲ πᾶσαν ποιούμενοι ζήτησιν εὑρεῖν ἦσαν Εὐρώπην ἀδύνατοι, τὴν εἰς οἶκον ἀνακομιδὴν ἀπογνόντες ἄλλος ἀλλαχοῦ κατῴκησαν, Φοῖνιξ μὲν ἐν Φοινίκῃ, Κίλιξ δὲ Φοινίκης πλησίον, καὶ πᾶσαν τὴν ὑφ᾽ ἑαυτοῦ κειμένην χώραν ποταμῷ σύνεγγυς Πυράμῳ Κιλικίαν ἐκάλεσε· Κάδμος δὲ καὶ Τηλέφασσα ἐν Θρᾴκῃ κατῴκησαν. ὁμοίως δὲ καὶ Θάσος ἐν Θρᾴκῃ κτίσας πόλιν Θάσον κατῴκησεν.

Come abbiamo detto, Libia ebbe da Posidone due figli, Belo e Agenore. Belo regnò sull’Egitto ed ebbe i figli che abbiamo già nominato; Agenore invece andò in Fenicia, sposò Telefassa, ebbe una figlia femmina, Europa, e tre maschi, Cadmo, Fenice e Cilice. Alcuni dicono che Europa non fosse figlia di Agenore, ma di Fenice. Zeus s’innamorò di lei, si trasformò in toro, fece montare la ragazza sulla sua groppa e la portò sul mare fino a Creta, dove si unirono in amore. Europa partorì Minosse, Sarpedone e Radamanto; ma Omero afferma che Sarpedone nacque da Zeus e Laodamia, figlia di Bellerofonte. Dopo la scomparsa di Europa, il padre Agenore inviò i figli alla sua ricerca, dicendo di non tornare a casa prima di averla trovata. Anche la madre Telefassa partì alla sua ricerca, e anche Taso, figlio di Posidone o forse, secondo Ferecide, di Cilice. Cercarono dappertutto, ma non riuscirono a trovarla; tornare a casa non potevano, e così rimasero a vivere ognuno in una terra diversa. Fenice si stabilì in Fenicia; Cilice si fermò in una regione confinante con la Fenicia, e dal suo nome chiamò Cilicia tutto il territorio bagnato dal fiume Piramo; Cadmo e Telefassa, invece, si stabilirono in Tracia. Anche Taso si fermò in Tracia, colonizzò l’isola di Taso e vi fondò una città.

Apollod., Bibl. III 1, 1 (trad. it. Marina Cavalli)

 

Pittore Asteas. Europa in groppa al Toro attorniata dalle creature marine (dettaglio). Pittura vascolare su calyx-krater campano a figure rosse, 350-40 ac ca., da S. Agata dei Goti. Museo Archeologico di Paestum.

Has ubi uerborum poenas mentisque profanae

Cepit Atlantiades, dictas a Pallade terras

Linquit et ingreditur iactatis aethera pennis.

Seuocat hunc genitor. Nec causam fassus amoris

«Fide minister – ait – iussorum, nate, meorum,

Pelle moram solitoque celer delabere cursu,

Quaeque tuam matrem tellus a parte sinistra

Suspicit (indigenae Sidonida nomine dicunt),

Hanc pete, quodque procul montano gramine pasci

Armentum regale uides, ad litora uerte».

Dixit, et expulsi iamdudum monte iuuenci

Litora iussa petunt, ubi magni filia regis

Ludere uirginibus Tyriis comitata solebat.

Non bene conueniunt nec in una sede morantur

Maiestas et amor: sceptri grauitate relicta

Ille pater rectorque deum, cui dextra trisulcis

Ignibus armata est, qui nutu concutit orbem,

Induitur faciem tauri mixtusque iuuencis

Mugit et in teneris formosus obambulat herbis.

Quippe color niuis est, quam nec uestigia duri

Calcauere pedis nec soluit aquaticus auster.

Colla toris exstant, armis palearia pendent,

Cornua parua quidem, sed quae contendere possis

Facta manu, puraque magis perlucida gemma.

Nullae in fronte minae, nec formidabile lumen;

Pacem uultus habet. Miratur Agenore nata,

Quod tam formosus, quod proelia nulla minetur.

Sed quamuis mitem metuit contingere primo:

Mox adit et flores ad candida porrigit ora.

Gaudet amans et, dum ueniat sperata uoluptas,

Oscula dat manibus; uix iam, uix cetera differt.

Et nunc adludit uiridique exsultat in herba,

Nunc latus in fuluis niueum deponit harenis;

Paulatimque metu dempto modo pectora praebet

Virginea plaudenda manu, modo cornua sertis

Impedienda nouis. Ausa est quoque regia uirgo

Nescia quem premeret, tergo considere tauri,

Cum deus a terra siccoque a litore sensim

Falsa pedum primis uestigia ponit in undis:

Inde abit ulterius mediique per aequora ponti

Fert praedam. Pauet haec litusque ablata relictum

Respicit, et dextra cornum tenet, altera dorso

Imposita est; tremulae sinuantur flamine uestes.

 

Quando punì così le parole di una mente scellerata

il nipote di Atlante, lascia le terre che han nome

da Pallade e con un batter d’ali si libra nell’etere.

Lo convoca a sé il padre senza rivelargli che lo muove amore,

e gli dice: «Figlio mio, fedele messaggero dei miei ordini,

lascia ogni indugio e scendi giù con la tua solita rapidità,

e va verso quella terra, che i nativi chiamano Sidone,

dalla quale in alto a sinistra si contempla tua madre;

va laggiù, e scorgerai un armento del re che pascola

lontano sulle pendici di un monte erboso: spingilo verso la spiaggia».

Disse ciò, e immediatamente i giovenchi cacciati dal monte

si dirigono, come ordinato, al lido, dove la figlia di quel re potente,

accompagnata dalle ragazze di Tiro, è solita giocare.

Non vanno d’accordo né possono star insieme

la maestà e l’amore: deposta la solennità dello scettro,

colui ch’è padre e re degli dèi, la cui destra è armata

dalle folgori trilingui, che con un cenno scuote il mondo,

si riveste dell’aspetto di un toro e, mescolatosi alle giovenche,

muggisce, aggirandosi aitante sulla tenera erba.

È candido come neve, che l’impronta di un passo pesante

non calpesta o che l’Austro piovoso non riduce in poltiglia;

sul collo risaltano i muscoli, dalle spalle pende la giogaia,

ha corna piccole, ma tali che potresti ritenerle

fatte a mano e più trasparenti di una gemma pura;

nulla di minaccioso sulla fronte, né di spietato nello sguardo:

ha un’aria mansueta. La figlia di Agenore si stupisce

che sia tanto ben fatto, e che non minacci aggressività,

eppure in un primo momento ha paura di sfiorarlo:

ma poi gli si accosta e porge dei fiori al candido muso.

Gode l’innamorato e, in attesa del piacere sperato,

le bacia le mani; a stento ormai, a stento rimanda il resto;

ora si sfrena gioioso e salta sull’erba verde,

ora stende il candido fianco sulla rena dorata

e dopo averle allontanato a poco a poco la paura, le offre il petto

perché l’accarezzi con la sua mano ingenua; ora le porge le corna

perché le inghirlandi con nuove corone. E la vergine regale osa

persino adagiarsi sul suo dorso, ignara di chi sia colui che sta cavalcando:

allora il dio pian piano dalla terra asciutta della spiaggia,

comincia a imprimere le sue false orme nelle prime onde,

poi vi si inoltra e in mezzo al mare si porta via

la sua preda. Questa terrorizzata si volge indietro a guardar il lido

ormai abbandonato; con la destra s’aggrappa a un corno, con l’altra

s’appoggia al dorso; fremendo nel vento le ondeggiano intorno le vesti.

Ov., Met. II 833-875

Sarcofago minoico raffigurante il sacrificio di un toro (particolare), da Hagia Triada (Creta). Periodo Neopalaziale (1600-1450 a.C.). Museo Archeologico di Herakleion.

 

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[1] Agenore è l’eroe fenicio Chnas, che appare nella Genesi come Canaan; molte usanze cananee pare rivelino un’origine est-africana e può darsi che i Cananei giungessero nel Basso Egitto dall’Uganda.

[2] Europa significa «dalla larga faccia», ed è sinonimo di luna piena; fu un appellativo della dea-Luna Demetra a Lebadia e di Astarte a Sidone.

[3] La leggenda del ratto di Europa, che si riferisce ad un’antica invasione ellenica di Creta, fu tratta dall’iconografia pre-ellenica in cui la sacerdotessa della Luna appariva trionfante in groppa al toro solare, sua vittima. Pare che la cerimonia fosse compresa nel rito della fertilità, durante il quale la ghirlanda primaverile di Europa veniva portata in processione (Athen., p. 678 a-b).

[4] Zeus che si trasforma in aquila per violentare Europa ricorda la sua metamorfosi in cuculo per sedurre Era, poiché, secondo Esichio, Era aveva l’appellativo di Europia.

[5] Il salice presiede al quinto mese dell’anno sacro ed è associato con le pratiche di stregoneria e con i riti di fertilità in tutta Europa, specialmente a Calendimaggio, che cade in quel mese.

[6] La diaspora dei figli di Agenore ricorda forse la fuga delle tribù cananee verso occidente, che si verificò all’inizio del II millennio a.C. in seguito alle invasioni ariane e semitiche. La leggenda dei figli di Inaco, inviati alla ricerca di Io, la vacca lunare, influenzò probabilmente la leggenda dei figli di Agenore inviati alla ricerca di Europa.

Libertà religiosa e di culto (Latt. de mort. pers. XLVIII)

di Lattanzio, Come muoiono i persecutori (De mortibus persecutorum), introduzione, traduzione e note a cura di M. Spinelli, Roma 2005, pp. 123-127; testo latino dal sito di The Latin Library.

 

[1] Licinius vero accepta exercitus parte ac distributa traiecit exercitum in Bithyniam paucis post pugnam diebus et Nicomediam ingressus gratiam deo, cuius auxilio vicerat, retulit ac die Iduum Iuniarum Constantino atque ipso ter consulibus de resituenda ecclesia huius modi litteras ad praesidem datas proponi iussit:

[2] «Cum feliciter tam ego [quam] Constantinus Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid <est> divinitatis in sede caelesti nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere. [3] Itaque hoc consilium salubri ac recticissima ratione ineundum esse credidimus, ut nulli omnino facultatem abnegendam putaremus, qui vel observationi Christianorum vel ei religioni mentem suam dederet quam ipse sibi aptissimam esse sentiret, ut possit nobis summa divinitas, cuius religioni liberis mentibus obsequimur, in omnibus solitum favorem suum benivolentiamque praestare. [4] Quare scire dicationem tuam convenit placuisse nobis, ut amotis omnibus omnino condicionibus quae prius scriptis ad officium tuum datis super Christianorum nomine <continebantur, et quae prorsus sinistra et a nostra clementia aliena esse> videbantur, <ea removeantur. Et> nunc libere ac simpliciter unus quisque eorum, qui eandem observandae religionis Christianorum gerunt voluntatem citram ullam inquietudinem ac molestiam sui id ipsum observare contendant. [5] Quae sollicitudini tuae plenissime significanda esse credidimus, quo scires nos liberam atque absolutam colendae religionis suae facultatem isdem Christianis dedisse. [6] Quod cum isdem a nobis indultum esse pervideas, intellegit dicatio tua etiam aliis religionis suae vel observantiae potestatem similiter apertam et liberam pro quiete temporis nostri <esse> concessam, ut in colendo quod quisque delegerit, habeat liberam facultatem. <Quod a nobis factum est ut neque cuiquam> honori neque cuiquam religioni <detractum> aliquid a nobis <videatur>. [7] Atque hoc insuper in persona Christianorum statuendum esse censuimus, quod, si eadem loca, ad quae antea convenire consuerant, de quibus etiam datis ad officium tuum litteris certa antehac forma fuerat comprehensa, priore tempore aliqui vel a fisco nostro vel ab alio quocumque videntur esse mercati, eadem Christianis sine pecunia et sine ulla pretii petitione, postposita omni frustratione atque ambiguitate restituant; [8] qui etiam dono fuerunt consecuti, eadem similiter isdem Christianis quantocius reddant; etiam vel hi qui emerunt vel qui dono fuerunt consecuti, si petiverint de nostra benivolentia aliquid, vicarium postulent, quo et ipsis per nostram clementiam consulatur. Quae omnia corpori Christianorum protinus per intercessionem tuam ac sine mora tradi oportebit. [9] Et quoniam idem Christiani non [in] ea loca tantum ad quae convenire consuerunt, sed alia etiam habuisse noscuntur ad ius corporis eorum id est ecclesiarum, non hominum singulorum, pertinentia, ea omnia lege quam superius comprehendimus, citra ullam prorsus ambiguitatem vel controversiam isdem Christianis id est corpori et conventiculis eorum reddi iubebis, supra dicta scilicet ratione servata, ut ii qui eadem sine pretio sicut diximus restituant, indemnitatem de nostra benivolentia sperent. [10] In quibus omnibus supra dicto corpori Christianorum intercessionem tuam efficacissimam exhibere debebis, ut praeceptum nostrum quantocius compleatur, quo etiam in hoc per clementiam nostram quieti publicae consulatur. [11] Hactenus fiet, ut, sicut superius comprehensum est, divinus iuxta nos favor, quem in tantis sumus rebus experti, per omne tempus prospere successibus nostris cum beatitudine publica perseveret. [12] Ut autem huius sanctionis <et> benivolentiae nostrae forma ad omnium possit pervenire notitiam, prolata programmate tuo haec scripta et ubique proponere et ad omnium scientiam te perferre conveniet, ut huius nostrae benivolentiae [nostrae] sanctio latere non possit».

[13] His litteris propositis etiam verbo hortatus est, ut conventicula <in> statum pristinum redderentur. Sic ab eversa ecclesia usque ad restitutam fuerunt anni decem, menses plus minus quattuor.

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Costantino. Testa colossale, bronzo, IV sec. d.C. Roma, Museo del P. zzo dei Conservatori.

[1] Licinio da parte sua ricevette in resa una parte dell’esercito [di Massimino], la distribuì [fra le proprie truppe] e pochi giorni dopo la battaglia trasferì l’armata in Bitinia. Entrato in Nicomedia rese grazie a Dio, cui doveva la vittoria, e il 13 giugno – console per la terza volta insieme a Costantino – ordinò di rendere pubblica una lettera inviata al governatore sulla reintegrazione della Chiesa[1]. Eccone il testo:

[2] «Io, Costantino Augusto, come pure io, Licinio Augusto, ci siamo riuniti felicemente in Milano per trattare di tutte le questioni che riguardano il bene e la sicurezza pubblici. E fra tutti gli altri provvedimenti da varare a vantaggio della maggioranza delle persone abbiamo ritenuto doveroso regolare prima di tutto quelli relativi al rispetto della divinità, concedendo sia ai Cristiani sia a tutti la libera possibilità di seguire la religione che ognuno si è scelta; in questo modo tutto quello che c’è di divino nella sfera celeste potrà riconciliarsi e cooperare con noi e con tutti quelli che dipendono dalla nostra autorità. [3] Perciò abbiamo creduto, con spirito salutare e rettissimo, di dover prendere questa decisione: non si dovrà [più] negare questa libertà assolutamente a nessuno che abbia aderito in coscienza alla religione dei Cristiani, o a quella che abbia ritenuto la più adatta a sé; così la suprema divinità, al culto della quale ci inchiniamo [pure noi] con animo libero, potrà accordarci in tutte le circostanze il suo continuo favore e la sua benevolenza[2].

[4] Pertanto, conviene che la Vostra Eccellenza sappia che abbiamo deciso di annullare senza eccezione tutte le restrizioni già notificate per iscritto a codesto ufficio e aventi per oggetto il nome dei Cristiani, e di abrogare altresì le disposizioni che possano apparire contrarie ed estranee alla Nostra Clemenza, permettendo [da] ora [in avanti] – a chiunque voglia osservare la religione dei Cristiani – di farlo senz’altro con assoluta libertà, senza essere disturbato e molestato[3]. [5] Abbiamo creduto di dover comunicare per esteso alla tua sollecitudine queste decisioni, perché tu sappia che noi abbiamo concesso ai suddetti Cristiani la facoltà libera e incondizionata di praticare la loro religione[4]. [6] Vedendo quello che abbiamo concesso ai [Cristiani] stessi, la Tua Eccellenza comprende che una possibilità ugualmente libera e incondizionata di professare la propria religione è stata riconosciuta pure agli altri, come esige la nostra era di pace, sicché ognuno abbia il pieno diritto di prestare il culto che si è scelto. E questo lo abbiamo deciso perché deve risultare chiaro che da parte nostra non si è voluta arrecare la minima violazione a nessun culto e a nessuna religione[5].

[7] Inoltre, per quanto riguarda i Cristiani, abbiamo ritenuto di dover fissare anche un’altra disposizione. I luoghi dove essi avevano in precedenza l’abitudine di riunirsi, e che nelle lettere inviate in passato alla tua amministrazione erano descritti in modo dettagliato, dovranno essere restituiti senza pagamento e senza nessuna richiesta d’indennizzo, evitando ogni frode e ogni equivoco, da parte di quelli che risultano averli acquistati in epoca precedente dal patrimonio statale o da chiunque altro. [8] Anche quelli che abbiano ricevuto in dono [tali proprietà] devono restituirle al più presto ai Cristiani; e se gli acquirenti o chi ha ricevuto donazioni richiederanno qualcosa alla Nostra Benevolenza si rivolgano al vicario, perché dia loro soddisfazione in nome della Nostra Clemenza. È tuo compito inderogabile che tutti questi beni vengano restituiti senza esitazione alla comunità dei Cristiani[6].

[9] E poiché gli stessi Cristiani si sa che possedevano non solo i luoghi per le loro abituali riunioni ma anche altri, appartenenti di diritto alla loro comunità, cioè alle chiese e non a singole persone, ordinerai di restituirli tutti ai Cristiani, ossia alla loro comunità e alle loro chiese, secondo la procedura sopraesposta, senza nessun equivoco o contestazione. Vale solo la riserva enunciata prima: chi restituirà questi beni gratuitamente, come abbiamo detto, potrà contare su un risarcimento dalla Nostra Benevolenza. [10] In tutti questi adempimenti sarà tuo dovere assicurare alla suddetta comunità dei Cristiani il tuo sostegno più fattivo, in modo che il Nostro Ordine venga eseguito al più presto, e in questa faccenda grazie alla Nostra Clemenza sia tutelata la tranquillità pubblica. [11] Solo a queste condizioni si ripeterà quel che si è visto prima: cioè il favore divino da noi sperimentato in circostanze così importanti continuerà a propiziare in ogni occasione i nostri successi, per la prosperità di tutti. [12] Ma per fare in modo che tutti possano essere informati del contenuto di questa nostra generosa ordinanza conviene che tu promulghi le suddette disposizioni con un tuo editto[7], affiggendolo ovunque e facendolo conoscere a tutti: così queste nostre decisioni, suggerite dalla Nostra Benevolenza, non potranno rimanere ignorate».

[13] Alla pubblicazione di questa lettera [Licinio] accompagnò le sue esortazioni verbali, perché le comunità [cristiane] fossero riportate alla loro condizione precedente[8]. Così, dalla distruzione della Chiesa alla sua restaurazione erano trascorsi dieci anni e circa quattro mesi.[9]

 

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Due Augusti. Bassorilievo, porfido, inizi IV sec. d.C. Roma, Musei Vaticani.

 

Note:

[1] Costantino e Licinio si erano incontrati a Milano ai primi del 313. In quell’occasione avevano concertato e redatto insieme ai loro collaboratori ed esperti il documento che stiamo per leggere (noto come “editto di Milano”), volto a legittimare e risarcire la Chiesa cristiana e i suoi adepti, perseguitati durante l’ultimo decennio. Dopo la messa a punto del provvedimento i due imperatori molto probabilmente lo avevano inviato al governatore di Bitinia, dove la persecuzione era divampata ed era stata particolarmente dura, e anche alle autorità delle altre province. Ora, entrato vincitore e imperatore a Nicomedia, Licinio si affretta a rendere pubblico il testo del documento (13 giugno 313). In realtà, come si vede non si tratta però di un edictum sul tipo di quello di Galerio, bensì di una circolare (litteras) inviata per l’esecuzione alle autorità competenti, e quindi a queste già nota nei contenuti. Tale natura tecnico-giuridica del provvedimento si confermerà a più riprese durante la lettura del testo. Infine si noti per inciso che pure il cosiddetto “editto di Milano” finisce per diventare in un certo qual modo un “secondo editto di Nicomedia”, in quanto pubblicato come si è appena visto (in questo caso non da Costantino ma da Licinio) nel capoluogo di Bitinia almeno tre mesi dopo la sua redazione e prima emanazione in Occidente.

[2] Questa preoccupazione nutrita dall’autorità civile romana di poter contare sul consenso e sulle preghiere dei Cristiani, e quindi sul sostegno del loro Dio per il benessere dell’imperatore e dello Stato, era già presente nell’analoga disposizione promulgata da Galerio.

[3] Come si vede, la prima parte dell’editto (o, meglio, del mandatum) di Costantino-Licinio ha un carattere negativo, contenendo il ritiro e l’abrogazione di tutti i divieti, le censure e le misure restrittive nei confronti dei Cristiani, decise o adottate o inasprite durante i periodi di persecuzione.

[4] È il passo più esplicito, nuovo e storicamente importante di tutto il decreto: ai Cristiani è riconosciuto d’ora in avanti il diritto di abbracciare e professare liberamente e senza restrizioni il proprio credo religioso. Il Cristianesimo diventa ufficialmente, de iure – non solo de facto come in passato, nei periodi precedenti in cui non c’erano state persecuzioni anti-cristiane – religio licita, culto ammesso e rispettato dallo Stato.

[5] Tolleranza, libertà e diritti riconosciuti al Cristianesimo vanno estesi a ogni altra religione coltivata e praticata all’interno della società romana. Pure questa posizione – più che a una logica squisitamente moderna di libertà, uguaglianza e omogeneità di condizione e trattamento di fronte alla legge – si deve all’interesse da parte dello Stato e dell’autorità di assicurarsi il favore e il sostegno di divinità e potenze onorate da tutte le religioni.

[6] Dopo l’annullamento della legislazione anti-cristiana e il riconoscimento della liceità del Cristianesimo, il provvedimento prevede e ordina un risarcimento morale e concreto a beneficio dei Cristiani già perseguitati, attraverso il totale ripristino e la restituzione piena e gratuita (salvo eventuale rimborso – se richiesto – concesso dalla pubblica autorità, non dai Cristiani) di sedi, beni e proprietà sottratti loro illegalmente e con violenza durante le persecuzioni.

[7] Programmate tuo. Si è tradotto «con un tuo editto», ma evidentemente in questo caso non si tratta di un “editto” come quello galeriano di Nicomedia, cioè di un decreto governativo emanato direttamente dalla suprema autorità. Programma (parola greca che significa «proclama», «avviso pubblico», «editto» e simili) è l’atto esecutivo spettante all’autorità amministrativa e periferica – i governatori delle province o funzionari di pari livello – chiamata a rendere pubbliche e divulgare le decisioni politico-governative dell’imperatore, eventualmente chiarendole, interpretandole e corredandole di disposizioni pratiche, aggiuntive o esecutive, ove necessario e, naturalmente, in assoluta coerenza con la lettera e lo spirito della legge imperiale.

[8] Cioè alla situazione anteriore al 23 febbraio del 303, inizio della persecuzione dioclezianea, oltre dieci anni prima. Le “esortazioni verbali” dell’imperatore alle autorità e ai funzionari responsabili mostrano che la volontà politica di finirla con le persecuzioni e di ridare libertà ai Cristiani era forte e assoluta, e Licinio in questo caso era – al momento – in totale accordo con Costantino. Ma di lì a qualche mese la fine di questa intesa e la nuova guerra fra i due colleghi indurrà Licinio a riprendere per qualche tempo in Oriente le azioni contro i Cristiani: sarà la prima recrudescenza persecutoria dopo l’editto di Milano e prima dei provvedimenti anti-cristiani di Giuliano l’Apostata, una cinquantina d’anni più tardi.

[9] Dal 23 febbraio del 303 al 13 giugno 313, quando l’ultimo persecutore e rivale degli imperatori filo-cristiani, Massimino Daia, era stato sconfitto e messo in fuga da Licinio, per cui si era aperta la via all’applicazione anche in Oriente dei provvedimenti di tolleranza già decisi e fissati da Costantino e Licinio a Milano pochi mesi prima.