Lucrezia (Liv. I 57-58)

in R.S. Conway – C.F. Walters (ed.), Titi Livi Ab urbe condita, tomus I, Libri I-V (testo latino); Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. I (libri I-II), con un saggio di R. Syme, intr. e note di C. Moreschini, Milano 2013, pp. 360-363 (trad. it.).

Storia e leggenda, pubblico e privato si intrecciano nella tragedia familiare che accende la scintilla della rivoluzione antimonarchica e provoca l’instaurarsi di un nuovo regime. I fatti sono noti: nel corso di un banchetto i giovani maggiorenti romani si misero a discutere sulle virtù delle proprie donne e tra loro Lucio Tarquinio Collatino, legato per parentela alla famiglia regnante e sprovveduto compagno di gozzoviglia del primogenito del re, si vantò della bellezza e dell’onestà della moglie Lucrezia. Sesto Tarquinio si mostrò scettico e così Collatino lo invitò a casa propria per mostrargli la sposa; il giovane principe s’invaghì della donna e qualche giorno dopo fece ritorno alla casa di Collatino, approfittò dell’assenza di questi, minacciò e fece violenza a Lucrezia.

Lucas Cranach il Vecchio, Lucrezia (1538), Bamberg, Staatsgalerie Neue Residenz
Lucas Cranach il Vecchio, Lucrezia (1538), Bamberg, Staatsgalerie Neue Residenz.

La donna chiamò a raccolta marito, parenti e amici, raccontò quanto aveva subito e, non reggendo alla vergogna, si tolse la vita. A questo punto, tra gli astati, mentre Collatino e Spurio Lucrezio si disperavano per il dolore sul cadavere della donna, Lucio Giunio Bruto – liberator ille populi Romani – , che fino ad allora aveva simulato un ritardo mentale (lat. brutus, “stupido”), gettò la maschera e incitò l’animo degli altri a sobillare la rivolta contro la tirannide dei Tarquini. La vicenda di Lucrezia, assurta a modello di virtù femminile per eccellenza, è accostata a buon diritto a tutte le altre storie di eroi nobili e coraggiosi che costellano il racconto liviano (I 57-58).

[LVII] Ardeam Rutuli habebant, gens, ut in ea regione atque in ea aetate, diuitiis praepollens; eaque ipsa causa belli fuit, quod rex Romanus cum ipse ditari, exhaustus magnificentia publicorum operum, tum praeda delenire popularium animos studebat, praeter aliam superbiam regno infestos etiam quod si in fabrorum ministeriis ac seruili tam diu habitos opere ab rege indignabantur. Temptata res est, si primo impetu Ardea capi posset: ubi id parum processit, obsidione munitionibusque coepi premi hostes. In his statiuis, ut fit longo magis quam acri bello, satis liberi commeatus erant, primoribus tamen magis quam militibus; regii quidem iuuenes interdum otium conuiuiis comissationibusque inter se terebant. Forte potantibus his apud Sex. Tarquinium, ubi et Conlatinus cenabat Tarquinius, Egeri filius, incidit de uxoribus mentio. Suam quisque laudare miris modis; inde certamine accenso Conlatinus negat uerbis opus esse; paucis id quidem horis posse sciri quantum ceteris praestet Lucretia sua. “Quin, si uigor iuuentae inest, conscendimus equos inuisimusque praesentes nostrarum ingenia? Id cuique spectatissimum sit quod necopinato uiri aduentu occurrerit oculis”. Incaluerant uino; “Age sane” omnes; citatis equis auolant Romam. Quo cum primis se intendentibus tenebris peruenissent, pergunt inde Collatiam, ubi Lucretiam haudquaquam ut regias nurus, quas in conuiuio luxuque cum aequalibus uiderant tempus terentes sed nocte sera deditam lanae inter lucubrantes ancillas in medio aedium sedentem inueniunt. Muliebris certaminis laus penes Lucretiam fuit. Adueniens uir Tarquiniique excepti benigne; uictor maritus comiter inuitat regios iuuenes. Ibi Sex. Tarquinium mala libido Lucretiae per uim stuprandae capit; cum forma tum spectata castitas incitat. Et tum quidem ab nocturno iuuenali ludo in castra redeunt.

[57] I Rutuli possedevano Ardea, città molto fiorente e ricca per quei tempi e per quelle contrade; e proprio questa era stata la causa della guerra, che il re di Roma, consumato il patrimonio nelle spese per le grandiose opere pubbliche, cercava sia di rinsanguare le proprie sostanza sia di placare con largizioni di bottino gli animi del popolo, avverso alla monarchia, oltre che per l’arroganza tirannica di Tarquinio, anche perché irritato di essere stato impiegato così a lungo dal re in mestieri da operaio e in lavori servili. I Romani tentarono di prendere Ardea subito d’assalto, ma, essendo fallito il tentativo, cominciarono a stringere i nemici d’assedio innalzando opere di fortificazione. In questa vita castrense, come suolo avvenire durante i conflitti più lunghi che aspri, venivano facilmente concesse delle licenze agli ufficiali più che ai soldati semplici, e i giovani figli del re spesso passavano il tempo in banchetti e gozzoviglie. Una volta, mentre stavano bevendo nella tenda di Sesto Tarquinio, e partecipava al banchetto anche Collatino, figlio di Egerio, il discorso cadde sulle mogli, e ciascuno celebrava la propria con le lodi maggiori. Essendosi accesa la discussione, Collatino disse che le parole erano vane: in poche ore potevano rendersi conto di quanto la sua Lucrezia fosse superiore alle altre. “Siamo giovani e vigorosi: perché non montiamo a cavallo e non andiamo a constatare coi nostri occhi le virtù delle nostre spose? La miglior prova per tutti sarà lo spettacolo che ci offriamo, mentre non si aspettano il ritorno del marito”. Riscaldati dal vino, tutti esclamano: “Dai, andiamo!” e, spronati i cavalli, volano a Roma. Giunti qua al calare delle tenebre, si dirigono successivamente a Collazia, dove trovano Lucrezia non passare il tempo in banchetti e divertimenti con le amiche – come avevano visto fare alle nuore del re – ma a notte inoltrata tutta intenta a filare la lana, seduta in mezzo alla casa, tra le ancelle veglianti al lume di una lucerna. La palma di quella gara muliebre toccò a Lucrezia. Ella accolse benevolmente lo sposo tornato a casa e i Tarquini, e Collatino vincitore invitò cortesemente i figli del re a trattenersi. Qui Sesto Tarquinio fu colto dalla brama di far violenza a Lucrezia: lo eccitavano la bellezza e la provata pudicizia. Ma per allora, dopo quel notturno svago giovanile, tornarono all’accampamento.

Ritratto di matrona. Affresco, 300 d.C. c. Trier, Rheinisches Landesmuseum
Ritratto di matrona. Affresco, 300 d.C. c. Trier, Rheinisches Landesmuseum.

[LVIII] Paucis interiectis diebus Sex. Tarquinius inscio Conlatino cum comite uno Collatiam uenit. Ubi exceptus benigne ab ignaris consilii cum post cenam in hospitale cubiculum deductus esset, amore ardens, postquam satis tuta circa sopitique omnes uidebantur, stricto gladio ad dormientem Lucretiam uenit sinistraque manu mulieris pectore oppresso “tace, Lucretia” inquit; “Sex. Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris uocem”. Cum pauida ex somno mulier nullam opem, prope mortem imminentem uideret, tum Tarquinius fateri amorem, orare, miscere precibus minas, uersare in omnes partes muliebrem animum. Ubi obstinatam uidebat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus: cum mortua iugulatum seruum nudum positurum ait, ut in sordido adulterio necata dicatur. Quo terrore cum uicisset obstinatam pudicitiam uelut uictrix libido, profectusque inde Tarquinius ferox expugnato decore muliebri esset, Lucretia maesta tanto malo nuntium Romam euntem ad patrem Ardeamque ad uirum mittit: ut cum singulis fidelibus amicis ueniant; ita facto maturatoque opus esse; rem atrocem incidisse. Sp. Lucretius cum P. Ualerio Uolesi filio, Conlatinus cum L. Iunio Bruto uenit, cum quo forte Romam rediens ab nuntio uxoris erat conuentus. Lucretiam sedentem maestam in cubiculo inueniunt. Aduentu suorum lacrimae obortae, quaerentique uiro “Satin salue?” – “Minime” inquit; “quid enim salui est mulieri amissa pudicitia? Uestigia uiri alieni, Conlatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum uiolatum, animus insons; mors testis erit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius qui hostis pro hospite priore nocte ui armatus mihi sibique, si uos uiri estis, pestiferum hinc abstulit gaudium”. Dant ordine omnes fidem; consolatur aegram animi auertendo noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium afuerit culpam abesse. “Uos” inquit “uideritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato absoluo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo uiuet”. Cultrum, quem sub ueste abditum habebat, eum in corde defigit, prolapsaque in uolnus moribunda cecidit. Conclamat uir paterque.

[58] Alcuni giorni dopo, Sesto Tarquinio, all’insaputa di Collatino, si recò a Collazia con un solo uomo di scorta. Quivi accolto benevolmente da quelli di casa, ignari del suo proposito, dopo la cena fu condotto nella stanza degli ospiti; quando, acceso dal desiderio, gli parve che tutto fosse tranquillo all’intorno e la casa fosse immersa nel sonno, impugnata la spada entrò nella stanza in cui dormiva Lucrezia e, con la sinistra ferma sul petto della donna, disse: “Taci, Lucrezia! Sono Sesto Tarquinio e ho in mano una spada: se urli, sei morta!”. Mentre la donna, sorpresa nel sonno e terrorizzata, non scorse aiuto da nessuna parte, ma solo la morte starle sul capo, Tarquinio le dichiarò il proprio amore, la supplicò, unì le minacce alle preghiere, con ogni mezzo tentò l’animo della donna. Quando la vide ostinata non piegarsi neppure davanti alla minaccia di morte, aggiunse alla paura il disonore: disse che avrebbe posto vicino al suo cadavere un servo nudo sgozzato, perché la credessero uccisa in vergognoso adulterio. Vinta con questa minaccia l’ostinata pudicizia, la libidine fu in apparenza vincitrice, e Tarquinio se ne partì fiero di aver espugnato l’onore di una donna; frattanto Lucrezia, dolente per tanta sventura, mandò un messaggero a Roma presso il padre e ad Ardea dal marito, pregandoli di venire con l’amico più fidato: ciò era necessario e urgente, perché era capitata un’orribile sciagura. Spurio Lucrezio andò accompagnato da Publio Valerio, figlio di Voleso, e Collatino da Lucio Giunio Bruto, con il quale per caso si trovava mentre, recandosi a Roma, s’era imbattuto nel messaggero della moglie. Trovarono Lucrezia seduta, mesta, nella sua stanza. All’arrivo dei suoi cari le spuntarono le lacrime, e alla domanda del marito: “Va tutto bene?”; “Per niente”, rispose, “qual bene infatti rimane a una donna quando sia perduto l’onore? Nel tuo letto, Collatino, vi sono le impronte di un altro uomo; però, solo il corpo è stato violato, l’animo è innocente: la morte ne sarà la prova. Ma datemi la mano e la parola che l’adultero non sarà impunito. È stato Sesto Tarquinio, che, da ospite divenuto nemico, la scorsa notte con violenza e in armi ha colto qui un piacere esiziale per me ma anche per lui, se voi siete uomini!”. Tutti, uno dopo l’altro, dànno la propria parola e cercano di consolare l’afflitta riversando ogni colpa da lei costretta sull’autore del misfatto: solo l’anima può peccare, non il corpo, e la colpa manca dove sia mancata la volontà. “A voi”, sentenziò, “spetterà il giudicare qual pena a colui sia dovuta; quanto a me, anche se mi assolverò dalla colpa, non mi sottrarrò alla pena: nessuna donna in futuro vivrà disonorata, seguendo l’esempio di Lucrezia”. S’infisse nel cuore un coltello che teneva nascosto sotto la veste e, abbattutasi morente sulla ferita, cadde al suolo. Lo sposo e il padre levarono alte grida.

Tiziano Vercellio, Tarquinio e Lucrezia. Olio su tela, 1570. Bordeaux, Musée des Beaux-Arts
Tiziano Vercellio, Tarquinio e Lucrezia. Olio su tela, 1570. Bordeaux, Musée des Beaux-Arts.

Tutto l’episodio di Lucrezia, la virtuosa moglie di Collatino violentata da Sesto Tarquinio e che vede nella morte l’unica possibilità di riscatto dell’onore perduto, è costruito con una scansione drammatica di scene che può far pensare a una vera e propria rappresentazione teatrale. Si potrebbe, dunque, immaginare un “primo atto” ambientato nell’accampamento dei Romani, durante l’assedio di Ardea, roccaforte dei Rutuli. I figli di re Tarquinio “il Superbo” trascorrono i loro momenti di riposo, gozzovigliando e bevendo con i loro compagni d’arme. Un giorno, durante uno di questi banchetti, cui partecipa anche Collatino, un parente dei principi e signore di Collazia, in Sabina; i giovani iniziano a discutere sulle mogli, tessendo ciascuno le lodi della propria. Su proposta di Collatino, decidono quindi di recarsi nelle proprie case, per constatare con i propri occhi come le mogli si comportano in loro assenza. Si recano prima in casa dei figli del re, dove trovano le donne etrusche intente a banchettare e a far festa con le loro compagne. Quindi, giungono a Collazia, in casa di Collatino, dove Lucrezia, sua moglie, a notte fonda è impegnata a filare la lana, assistita dalle ancelle, a lume di lucerna. La lontananza dello sposo non l’ha indotta a far baldoria: la vittoria della virtù femminile tocca dunque a lei. Ma l’innocente tono domestico della scena si incrina: alla vista di tanta onestà e bellezza, il principe Sesto Tarquinio è preso dall’ardente desiderio di possedere Lucrezia. Il “secondo atto” vede il giovane Tarquinio non rinunciare al piacere di sedurre la donna e così ritorna a visitarla di notte, ma questa volta da solo. Accolto con ospitalità dall’ignara Lucrezia e dai suoi servi, egli è invitato a trascorrere la notte nella stanza degli ospiti. A notte il clima della casa è tutto pace e silenzio (tuta circa sopitique omnes uidebantur): Sesto si introduce armato di spada nella stanza da letto della padrona di casa e la costringe con la violenza a concedersi a lui. Anche il tono del racconto si fa mosso, spezzato, le parole del giovane sono concitate. Lucrezia è terrorizzata (pauida), ma non grida, non piange né implora. Tarquinio riesce a vincerne l’obstinata pudicitia con un’orrenda minaccia: se Lucrezia non smetterà di opporsi, la ucciderà e metterà vicino al suo corpo quello di un servo nudo sgozzato, perché tutti credano che sia stata uccisa in conseguenza di uno squallido adulterio. Dopo la scena della violenza patita, un nuovo clima drammatico e un “terzo atto”: Lucrezia, disperata, manda a chiamare il marito Collatino e il padre Spurio Lucrezio. Gli uomini, allarmati, accorrono accompagnati rispettivamente da Bruto e da Valerio. Giunti a Collazia, trovano la donna seduta nelle sue stanze maesta; essi le domandano di informarli sull’accaduto e Lucrezia racconta loro della rem atrocem compiuta da Sesto Tarquinio. Poi, nonostante il marito e il padre tentino di consolarla e di rassicurarla sulla sua completa innocenza, Lucrezia impugna un coltello e si trafigge il petto per espiare la pena del proprio adulterio involontario. Anche in questo caso, la narrazione e le parole di Lucrezia, prive di autocommiserazione, si succedono rapide e sferzanti.

Artemisia Gentileschi, Lucrezia. Olio su tela, 1620-21 c.
Artemisia Gentileschi, Lucrezia. Olio su tela, 1620-21 c.

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