L’avaro (Plaut. Aulul. 713-730)

di M. BETTINI (ed.), Togata gens. Lettertura e cultura di Roma antica. 1. Dalle origini all’età di Augusto, Milano 2012, pp. 83-85.

Siamo verso la fine dell’Aulularia e ci troviamo di fronte a una delle scene più divertenti e geniali che Plauto abbia mai scritto. Il vecchio e avarissimo Euclione, che per tutta la commedia ha cercato ossessivamente di proteggere la sua pentola d’oro, è stato tradito dall’ansia di nasconderla e, proprio spostandola da un nascondiglio all’altro, si è fatto scoprire dallo schiavo del giovane Liconide, che gli ha così soffiato il tesoro. Euclione non trova più la pentola e si precipita disperato sulla scena, piangendo e gridando come se gli avessero tolto una persona amata. Il giovane Liconide crede invece che il vecchio si disperi perché ha scoperto che sua figlia ha partorito un bambino concepito con Liconide stesso.

 

EVCLIO Perii ínterii occidi[1]. quó curram? quo nón curram? tene, téne. quem? quis?[2]

nesció, nil video, caécus eo atque equidém quo eam aut ubi sim aút qui sim

nequeó cum animo certum ínvestigare. óbsecro vos ego[3], mi aúxilio,                         715

oro óbtestor[4], sitís et hominem demónstretis[5], quis eam ábstulerit[6].

quid est? quíd ridetis? nóvi omnes, scio fúres esse hic cómplures[7],

qui véstitu et creta óccultant sese átque sedent quasi sínt frugi[8].

quid aís tu? tibi credére certum est, nam essé bonum ex voltu cógnosco[9].

hem, némo habet horum? occídisti[10]. dic ígitur, quis habet? néscis?                           720

heu mé miserum, miseré[11] perii,

male pérditus, pessime ornatus eo:

tantúm gemiti et mali maéstitiaeque[12]

hic diés[13] mi optulít, famem et paúperiem.

perditíssimus ego sum omnium ín terra;

nam quid mi ópust vita, qui tántum auri

perdidí, quod concustódivi[14]

sedúlo? egomet me défraudavi

animúmque meum geniúmque meum[15];                                                                   725

nunc eó alii laetíficantur

meo málo et damno. pati néqueo.

 

LYCONIDES Quínam homo hic ante aédis nostras éiulans conquéritur maerens?

átque hic quidem Euclio ést, ut opinor. óppido ego interií: palamst res,

scit peperisse iam, ut ego opinor, filiam suam[16]. nunc mi incertumst

abeam an maneam, an adeam an fugiam[17]. quid agam édepol nescio.                        730

 

Euclione  Sono perduto! Sono morto! Sono assassinato! Dove correre? Dove non correre? Fermalo, fermalo! Fermare chi? Chi lo fermerà? Non so, non vedo nulla, cammino alla cieca. Dove vado? Dove sono? Chi sono? Non riesco a stabilirlo con l’esattezza. (al pubblico) Vi scongiuro, vi prego, vi supplico, aiutatemi voi: indicatemi l’uomo che me l’ha rubata. Che c’è? perché ridete? Vi conosco tutti: so che qua ci sono parecchi ladri, che si nascondono sotto una toga imbiancata a gesso, e se ne stanno seduti, come fossero dei galantuomini… (a uno spettatore) Che ne dici tu? Voglio crederti: lo capisco dalla faccia, che sei una brava persona… Eh? Non ce l’ha nessuno di costoro? Mi hai ucciso! Dimmi, dunque, chi l’ha? Non lo sai? Ah, povero, povero me! Sono morto! Sono completamente rovinato, sono conciato malissimo: troppe lacrime, troppe sventure, troppo dolore mi ha portato questo giorno; e fame, e miseria!… Sono il più sventurato tra gli esseri della terra. Che bisogno ho di vivere, ora che ho perduto tutto quell’oro che avevo custodito con tanta cura! Mi sono imposto sacrifici, privazioni; ed ora altri godono della mia sventura e della mia rovina. Non ho la forza di sopportarlo.

Liconide  (in disparte, uscendo dalla casa di Megadoro) Chi si sta lamentando? Chi piange e geme davanti a casa nostra? Ma è Euclione, mi pare. Sono completamente perduto; s’è scoperto tutto. Senza dubbio sa già che sua figlia ha partorito. Ora non so che fare. Devo andarmene o rimanere? Affrontarlo o evitarlo? Per Polluce! Non so che fare!

Maschera comica. Mosaico, II sec. d.C. dalla Villa di Centocelle (Roma). Berlin, Altes Museum.

La figura di Euclione, già messa in ridicolo per l’esagerazione nel premunirsi contro il furto della sua preziosa pentola e nel parossismo dei suoi sentimenti, più forti per l’oro che non per la figlia, viene qui ancor più dilatata in senso comico per il fatto che Plauto assegna al vecchio avaro una scena di disperazione che non avrebbe sfigurato in bocca a un eroe o a un’eroina della tragedia che piangesse sul cadavere di un fratello o di una persona amata. La divertente nevrosi del vecchio è poi sottolineata ancor di più dall’uso sapiente della rottura dell’illusione scenica: Euclione infrange la barriera immaginaria che divide la rappresentazione dal pubblico e comincia a prendersela con gli spettatori, cercando vanamente tra loro qualcuno che abbia la faccia da ladro e che quindi possa avergli sottratto la pentola.

L’arrivo di Liconide innesta nella scena un altro artificio comico di sicuro effetto, che si vedrà, però, nel dialogo fra i due: l’equivoco. Il giovane, udendo i lamenti disperati del vecchio, crede che egli abbia scoperto la sua tresca con la figlia e che sia venuto a sapere del parto clandestino: Liconide decide perciò di affrontarlo e di riconoscere le proprie responsabilità. Nel dialogo, però, i due si riferiscono a qualcosa di femminile indicato con pronomi dimostrativi come illa, senza nominare mai apertamente né la pentola né la figlia; perciò continuano a discutere riferendosi l’uno, Euclione, al furto della pentola, l’altro allo stupro della ragazza, senza accorgersi di parlare di cose diverse, in un crescendo di equivoci assolutamente irresistibile per il pubblico.

 

***

Note:

[1] Perii ínterii occidi : si tratta di un tipico tricòlon plautino, di tipo asindetico e sinonimico, formato dalla sequenza di tre verbi al perfetto, di intensità semantica crescente, che martellano il tema-guida del canticum: Euclione senza l’oro è morto.

[2] quó … quis? : Si osservi la ripetizione delle parole curram, tene e quis: l’iterazione lessicale è un mezzo efficace per esprimere l’emotività e la concitazione, ed è spesso adoperato nella lingua d’uso di tutti i tempi.

[3] óbsecro vos ego : l’attore si rivolge direttamente al pubblico chiedendo aiuto: la stretta unione dei pronomi personali vos ego sottolinea l’idea della collaborazione auspicata.

[4] oro óbtestor : l’inciso serve a sottolineare ancor di più lo stato di angoscia – comica, non patetica – in cui versa Euclione.

[5] sitís… demónstretis : congiuntivi esortativi.

[6] hominem… ábstulerit : secondo un tratto tipico della lingua parlata, il soggetto della interrogativa (homo) è anticipato nella principale. Si noti poi come la pentola d’oro venga detta semplicemente eam: Euclione, infatti, pensa sempre a «quella», tanto che non serve neppure nominarla

[7] scio fúres esse hic cómplures : battuta di sicuro effetto teatrale, ieri come oggi. Il sospetto che tra i personaggi più in vista ci siano in realtà dei ladri è diffuso in tutti i tempi, e alle parole di Euclione gli spettatori dovevano reagire ammiccando e pensando agli scandali del giorno.

[8] qui… frugi : il verso contiene alcuni riferimenti al costume romano del tempo. La toga perfettamente bianca e nuova era segno di ricchezza: i poveri che volevano comunque apparire ben vestiti dovevano arrangiarsi in tintoria, dove la creta veniva usata come sbiancante. Inoltre, i ricchi avevano assicurati posti a sedere su panche di legno vicino alla scena, mentre i poveri con le loro tuniche brune si accalcavano in piedi più lontano. Tutto il verso ha un tono colloquiale: si noti il modo di dire frugi esse, con l’indeclinabile frugi che esprime una metafora agricola tipica della lingua romana arcaica (l’uomo onesto è colui che porta buona «messe»).

[9] bonum ex voltu cógnosco : dobbiamo immaginare che qui l’attore scegliesse accuratamente tra il pubblico una faccia losca. Il dialogo con uno spettatore è da sempre un numero di sicuro effetto nel repertorio degli attori brillanti nell’improvvisazione.

[10] occídisti : come sempre nella lingua d’uso, l’espressione linguistica mira al risparmio: vengono sottintesi sia il soggetto (tu), sia l’oggetto (me).

[11] heu mé miserum, miseré : l’esclamazione patetica heu e la triplice allitterazione me miserum, misere aprono in tono solenne la seconda sezione, che è quasi un lamento funebre di stile perfettamente tragico.

[12] mali maéstitiaeque : l’allitterazione plautina insiste spesso più volte sui medesimi fonemi. Qui ritroviamo un’altra allitterazione in m-, in quello che appare come un accumulo sinonimico di sapore tragico.

[13] hic diés : espressione più solenne di un banale hodie, anch’esso indizio di parodia tragica.

[14] concustódivi : esempio di creatività linguistica tipicamente plautina. Il verbo concustodivi è attestato solo qui in Plauto: è derivato dal verbo custodio per mezzo del prefisso intensivo con-, che ben esprime l cura ossessiva con cui veniva compiuta l’azione.

[15] animúmque meum geniúmque meum : il dicòlon polisindetico con -que…-que è uno stilema epico-tragico di derivazione omerica. Anche i sostantivi animus e genius sono magniloquenti: animus era la sede del pensiero e genius la divinità tutelare dell’uomo romano.

[16] scit… suam : l’intervento di Liconide serve a preparare un altro tipico ingrediente del comico plautino, il qui pro quo. Liconide, infatti, aveva violentato nove mesi prima la figlia di Euclione, e dunque crede che il vecchio si disperi per il parto. Tutto il dialogo successivo tra Liconide ed Euclione sarà basato su questo equivoco.

[17] abeam… fugiam : i dubbi di Liconide sono espressi magnificamente dal parallelismo dei quattro verbi, uniti dalla figura fonica dell’omeoptoto in -am, e intrecciati dalla figura di pensiero del chiasmo «andare-restare-restare-andare».

L’apologo di Menenio Agrippa Lanato (Liv. II 32, 8-12)

di F. PIAZZI, A. GIORDANO RAMPIONI, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 2. Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 450-451. Per la trad. cfr. Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. I (libri I-II) a c. di C. Moreschini.

 

Secondo la tradizione, agli inizi del V secolo a.C. la plebe romana era in fermento perché tormentata dalla servitù per debiti (nexum): chi era in condizioni economiche disagiate era costretto a debiti che spesso, non potendo essere ripagati, portavano alla perdita della libertà personale. Nel 494 le agitazioni sfociarono in aperta rivolta, con la famosa secessio plebis sul Monte Sacro, significativa del rifiuto di partecipare alla vita civica e ai conseguenti doveri militari. Il Senato, dopo diversi tentativi di conciliazione andati a vuoto, inviò presso i ribelli una deputazione di dieci illustri cittadini, fra i quali il consolare Menenio Agrippa, caro alla plebe. L’apologo dell’autorevole personaggio, attraverso le colorite immagini metaforiche dell’indispensabile concordia fra tutte le parti del corpo umano, convinse i rivoltosi a trattare.

B. Barloccini, La secessio plebis al Mons Sacer (494-93 a.C.). Incisione, 1849.

 

Placuit[1] igitur oratorem ad plebem mitti Menenium Agrippam[2], facundum uirum et quod inde[3] oriundus erat plebi carum. Is intromissus in castra prisco illo dicendi et horrido modo nihil aliud[4] quam[5] hoc narrasse[6] fertur: tempore quo in homine non ut nunc[7] omnia[8] in unum consententia[9], sed singulis membris suum cuique consilium, suus sermo[10] fuerit, indignatas reliquas partes sua cura, suo labore ac ministerio[11] uentri omnia quaeri, uentrem in medio quietum nihil aliud quam datis uoluptatibus frui; conspirasse inde ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes quae acciperent conficerent[12]. Hac ira, dum uentrem fame domare uellent[13], ipsa una[14] membra totumque corpus ad extremam tabem uenisse. inde apparuisse uentris quoque haud segne ministerium esse, nec magis ali quam alere eum, reddentem[15] in omnes corporis partes hunc quo uiuimus uigemusque, diuisum pariter in uenas maturum[16] confecto cibo sanguinem. Comparando hinc[17] quam intestina corporis seditio similis esset irae plebis in patres, flexisse[18] mentes hominum.

 

 

Fu deciso di mandare alla plebe come oratore Menenio Agrippa, uomo facondo e, poiché da essa proveniva, caro alla plebe. Egli, introdotto nell’accampamento, con quel modo di parlare primitivo e disadorno, non raccontò, a quanto si tramanda, altro che questo: nel tempo in cui nell’uomo non tutte le parti del corpo erano armoniosamente concordi verso un unico fine, come ora, ma ogni membro aveva un suo particolare modo di pensare, un suo particolare modo di esprimersi, si indignarono le altre parti che tutto ciò ch’esse si procuravano con la loro attività, con la loro fatica, con la loro funzione andasse a vantaggio del ventre, mentre questo, standosene tranquillo nel mezzo, ad altro non pensava che a godersi i piaceri che gli venivano largiti; giurarono, dunque, insieme che le mani non portassero più il cibo alla bocca, che la bocca rifiutasse quello che le veniva offerto, che i denti non masticassero quello che ricevevano. Per questa ostilità, mentre si proponevano di domare il ventre con la fame, tutte le membra insieme e tutto il corpo si ridussero a un estremo esaurimento. Risultò quindi evidente che anche l’opera del ventre non era inutile e che non era nutrito più di quanto non nutrisse restituendo a tutte le parti del corpo, equamente distribuito per le vene, questo sangue cui dobbiamo la vita e le forze e che si forma con la digestione del cibo. Si dice che, così paragonando la ribellione interna del corpo all’iroso furore della plebe contro i patrizi, egli piegò gli animi di quella gente.

 

***

Note:

[1] Placuit: è termine tecnico per indicare le decisioni del Senato.

[2] oratorem … Agrippam: Dionigi di Alicarnasso, scrittore greco vissuto nel I sec. a.C., autore di un’opera storica, intitolata Archaeologia Romana, in 20 libri, dei quali sono pervenuti solo i primi undici e frammenti degli altri, colui che aveva giustamente visto nel mos maiorum, nell’amore di libertà dei cittadini, nella consapevolezza dei loro diritti e nell’accettazione dei doveri, la superiorità dell’Impero romano, ha lasciato della secessio plebis un ampio e particolareggiato racconto. Egli narra che furono mandate ai plebei due ambascerie, ma che, essendo state minacciosamente respinte, si diede incarico a M. Valerio, T. Larcio e Menenio Agrippa e ad altri sette legati di parlamentare con i dissidenti. Valerio invitò la plebe a tornare in città, Bruto tenne un discorso assai commuovente, esponendo le richieste della plebe, e Agrippa persuase la folla alla riconciliazione. Freddo, monotono, scolorito il racconto di Dionigi, che si dilunga nell’esposizione dei più minuti particolari di fatti leggendari; ben più vivo ed illuminato quello di Livio, che li accenna appena, lasciando loro tutta la vaghezza e il sapere della tradizione.

[3] inde: cioè ex ea, dalla plebe. Però, un ramo della gens Menenia doveva essere stato ammesso già da tempo in Senato.

[4] nihil aliud: sottinteso egisse.

[5] quam: negli autori classici di solito dopo la locuzione nihil aliud si trova nisi e solo eccezionalmente quam.

[6] narrasse (= narravisse): da questo infinito dipende il discorso indiretto che segue.

[7] ut nunc: propos. incidentale, fuori dell’oratio obliqua, perché osservazione dello scrittore.

[8] omnia: cioè membra.

[9] non… consententia: non tutte le parti del corpo erano armoniosamente concordi verso un unico fine.

[10] suum cuique consilium, suus sermo: traduci: «un suo modo di pensare e di discorrere».

[11] labore ac ministerio: traduci: «con faticosi servizi».

[12] conficerent: «masticassero».

[13] dum … vellent: cong. obliquo, ma anche perché nella prop. alla circostanza di tempo è congiunta l’idea di intenzione e non manca una sfumatura avversativa.

[14] una: avv. «tutte insieme».

[15] reddentem: part. con valore causale.

[16] maturum: il sangue acquista vigore proprio attraverso l’assimilazione del cibo.

[17] Comparando hinc: «Quindi, con il paragone».

[18] flexisse: l’infin. è retto da fertur.

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La carriera smagliante di M. Porcio Catone (Nep. 24, 1-2)

di Cornelio Nepote, De viris illustribus, 24, 1-2. Cfr. commento di E. GIAZZI, G. BOCCHI (eds.), Dentro e fuori i confini di Roma. I vires illustres di Cornelio Nepote, Milano 2007, pp. 15-17; cfr. traduzione da Cornelio Nepote, Vite dei massimi condottieri, a cura di E. NARDUCCI, C. VITALI, Milano 2010, pp. 326-329.

Come in tante altre sue biografie, anche all’inizio di quella di Catone, Cornelio Nepote traccia un breve profilo del personaggio, presentandone il luogo di nascita, i primi passi nella vita pubblica e poi la smagliante carriera. Dopo una giovinezza passata nel podere paterno in Sabina, Catone, com’era consuetudine per i Romani che si avviavano a ricoprire cariche pubbliche, cominciò a frequentare il foro, dove riscosse fin da subito grande popolarità. Egli svolse poi il servizio militare nel corso della Seconda guerra punica, partecipando nel 207 a.C. alla sanguinosa battaglia del Metauro, in cui trovò la morte Asdrubale, fratello di Annibale. Intraprese, quindi, la carriera politica vera e propria, della quale bruciò le tappe: seguendo la successione delle magistrature stabilite dal cursus honorum, Catone fu questore nel 204 a.C., edile plebeo nel 199, pretore nel 198 e, infine, console nel 195.

Personaggio togato. Illustrazione di A. McBride.

M. Cato, ortus municipio Tusculo, adulescentulus, priusquam honoribus operam daret, uersatus est in Sabinis, quod ibi heredium a patre relictum habebat. inde hortatu L. Valerii Flacci, quem in consulatu censuraque habuit collegam, ut M. Perpenna censorius narrare solitus est, Romam demigrauit in foroque esse coepit. primum stipendium meruit annorum decem septemque. Q. Fabio M. Claudio consulibus tribunus militum in Sicilia fuit. inde ut rediit, castra secutus est C. Claudii Neronis, magnique opera eius existimata est in proelio apud Senam, quo cecidit Hasdrubal, frater Hannibalis. quaestor obtigit P. Africano consuli, cum quo non pro sortis necessitudine uixit: namque ab eo perpetua dissensit uita. aedilis plebi factus est cum C. Heluio. praetor prouinciam obtinuit Sardiniam, ex qua quaestor superiore tempore ex Africa decedens Q. Ennium poetam deduxerat, quod non minoris aestimamus quam quemlibet amplissimum Sardiniensem triumphum.

Consulatum gessit cum L. Valerio Flacco, sorte prouinciam nactus Hispaniam citeriorem, exque ea triumphum deportauit. ibi cum diutius moraretur, P. Scipio Africanus consul iterum, cuius in priori consulatu quaestor fuerat, uoluit eum de prouincia depellere et ipse ei succedere, neque hoc per senatum efficere potuit, cum quidem Scipio principatum in ciuitate obtineret, quod tum non potentia, sed iure res publica administrabatur. qua ex re iratus senatui ‹consulatu› peracto priuatus in urbe mansit. at Cato, censor cum eodem Flacco factus, seuere praefuit ei potestati. nam et in complures nobiles animaduertit et multas res nouas in edictum addidit, qua re luxuria reprimeretur, quae iam tum incipiebat pullulare. circiter annos octoginta, usque ad extremam aetatem ab adulescentia, rei publicae causa suscipere inimicitias non destitit. a multis tentatus non modo nullum detrimentum existimationis fecit, sed, quoad uixit, uirtutum laude creuit.

Marco Catone, nato nella cittadina di Tusculum[1], durante la giovinezza, prima di darsi alla vita pubblica, visse tra i Sabini[2], perché vi aveva un piccolo fondo lasciatogli in eredità dal padre. Di là – come soleva narrare Marco Perpenna[3], l’ex censore – si trasferì a Roma e, su esortazione di Lucio Valerio Flacco, che gli fu poi collega nel consolato e nella censura[4], cominciò a frequentare il Foro. A diciassette anni guadagnò la prima paga da soldato. Sotto il consolato di Quinto Fabio Verrucoso e di Marco Claudio Marcello fu tribuno militare in Sicilia[5]. Ebbene, quando ne ritornò, militò agli ordini di Gaio Claudio Nerone, e la sua partecipazione alla battaglia di Sena[6] in cui cadde il fratello di Annibale, Asdrubale, fu considerata di gran peso. La sorte lo designò come questore del console Publio Cornelio Scipione Africano[7], con il quale, però, non ebbe la dimestichezza che quel sorteggio avrebbe voluto; anzi, fu in contrasto con lui per tutta la vita[8]. Fu creato edile della plebe insieme a Gaio Elvio[9]; in qualità di pretore[10], ottenne la provincia di Sardegna, dalla quale, in precedenza, e cioè tornando dalla questura dell’Africa, aveva condotto a Roma il poeta Quinto Ennio[11]: cosa che non considero meno di qualsivoglia magnifico trionfo sui Sardi.

Esercitò il consolato insieme a Lucio Valerio Flacco, gli toccò in sorte la provincia della Hispania citerior, e da questa riportò un trionfo. Siccome, però, vi si trattenne alquanto a lungo, Publio Scipione Africano, nel suo secondo consolato[12] – nel primo Catone era stato suo questore –, volle farlo espellere dalla provincia per prenderne il posto, ma non riuscì ad ottenerlo dal Senato, benché fosse il cittadino più influente; allora, infatti, lo Stato si reggeva non tanto con il credito individuale quanto con l’esercizio del diritto. Ciò lo offese a tal punto che, scaduto il periodo del consolato, si ritirò a vita privata. Quanto a Catone, creato censore insieme allo stesso Flacco, esercitò il suo incarico con assoluto rigore: colpì con note di biasimo parecchi cittadini in vista e aggiunse alle leggi suntuarie molte nuove prescrizioni per porre freno al lusso che allora cominciava a dilagare. Per circa ottant’anni, e cioè dall’adolescenza fino agli ultimi giorni, Catone non rinunciò mai a tirarsi addosso odio e inimicizie per il bene dello Stato. Citato spesso in giudizio, non solo non subì alcuna diminuzione di stima, ma, anzi, finché visse, andò sempre crescendo nella fama della sua virtù.

***

Note:

[1] Cittadina del Lazio, sui colli albani, corrispondente all’odierna Frascati. Il municipium (da munus capio “assumo i [miei] doveri”, s’intende di cittadino romano) era una città che, una volta conquistata, entrava a far parte della cittadinanza romana; i municipia potevano scegliere se adottare il diritto romano o mantenere le proprie leggi; i loro abitanti, tuttavia, avevano i diritti e i doveri della Romana civitas.

[2] I Sabini erano un’antica popolazione laziale di lingua osca imparentata con i Sanniti.

[3] Il nome di questo personaggio tradisce la sua origine etrusca, come rivela il suffisso ­-enna. Morì nel 49 a.C.

[4] Lucio Valerio Flacco fu console con Catone nel 195 a.C. e con lui ottenne la censura nel 184 a.C., condividendone la lotta contro la corruzione dilagante per la salvaguardia del mos maiorum.

[5] Nel 214 a.C., anno in cui Claudio Marcello mise sotto assedio Siracusa, riuscendo a conquistarla soltanto due anni dopo. Durante il saccheggio della città rimase ucciso il famoso Archimede. Fu nel corso di questa campagna che Catone, in età straordinariamente giovane, fu nominato tribuno militare.

[6] L’odierna Senigallia. La battaglia, più nota come battaglia del Metauro, è del 207 a.C. I comandanti romani erano Claudio Nerone e il collega Marco Livio Salinatore.

[7] Nel 204. I quaestores avevano il compito di amministrare le truppe e durante le campagne militari erano affiancati ai comandanti dell’esercito tramite sorteggio.

[8] Catone non ebbe con Scipione Africano il rapporto sereno che quel sorteggio avrebbe dovuto invece favorire. Il biografo, qui, mette in rilievo con chiarezza il totale disaccordo tra i due che si manifestò soprattutto nel loro modo diametralmente opposto di intendere il rapporto tra Roma e il mondo ellenistico.

[9] Nel 199.

[10] Nel 198.

[11] In occasione di una tappa in Sardegna, durante il suo ritorno dall’Africa, nel 204 a.C. Catone aveva portato con sé a Roma il poeta Ennio, che militava nell’isola fra le truppe ausiliare. Uno dei massimi esponenti della letteratura latina arcaica, autore di numerose opere, fra cui tragedie, ma ricordato soprattutto per gli Annales, poema epico in esametri in cui veniva narrata la storia di Roma, Quinto Ennio (239-169) era nato a Rudiae, in Puglia e conosceva ben tre lingue: l’osco, il greco e il latino.

[12] Nel 194.

Una madre apprensiva (Apoll. III 90-110)

da Apollonio Rodio, Argonautica III 90-110 (testo greco ed. G.W. Mooney, London 1912); commento da adattamento di I. BIONDI, Storia e antologia della letteratura greca, 3. L’ellenismo e la tarda grecità, Firenze 2004, pp. 292-295.

Per realizzare il suo piano affinché Giasone conquisti il vello d’oro con l’aiuto di Medea, che costerà agli inconsapevoli protagonisti angosce e sofferenze, e tutta presa dal desiderio di vendicarsi di Pelia, Hera coinvolge Atena e Afrodite. Proprio quest’ultima collabora con la moglie di Zeus con la sorridente fatuità di una bella donna, compiaciuta di vedere una potente rivale, già sconfitta al tempo del giudizio di Paride, costretta a umiliarsi una seconda volta, per chiederle aiuto. Hera, pertanto, richiede l’intervento di Eros, e ciò offre ad Apollonio Rodio lo spunto per una sorridente scenetta. Non appena Afrodite sente pronunciare il nome del figlio, eccola recitare la parte della madre apprensiva, incapace di farsi obbedire da un bambino capriccioso e dispettoso, con il quale non servono più né lusinghe né rimproveri; quell’impudente è giunto perfino a mancarle di rispetto, minacciandola! Tuttavia, dietro l’apparente frivolezza delle parole della dea – rappresentata come una signora dell’alta società che a salotto si sfoga con le proprie amiche – si nasconde un tema molto più alto e drammatico: quello dell’incontrollabilità dell’amore, alla cui potenza non può resistere nessuno, nemmeno il padre degli dèi. Una così terribile forza sta per essere scatenata per soddisfare il puntiglio di una dea e la vanità di un’altra.

 

ὧς ἄρ᾽ ἔφη· Κύπρις δὲ μετ᾽ ἀμφοτέρῃσιν ἔειπεν·                          90

‘Ἥρη, Ἀθηναίη τε, πίθοιτό κεν ὔμμι μάλιστα,

ἢ ἐμοί. ὑμείων γὰρ ἀναιδήτῳ περ ἐόντι

τυτθή γ᾽ αἰδὼς ἔσσετ᾽ ἐν ὄμμασιν· αὐτὰρ ἐμεῖο

οὐκ ὄθεται, μάλα δ᾽ αἰὲν ἐριδμαίνων ἀθερίζει.

καὶ δή οἱ μενέηνα, περισχομένη κακότητι,                                     95

αὐτοῖσιν τόξοισι δυσηχέας ἆξαι ὀιστοὺς

ἀμφαδίην. τοῖον γὰρ ἐπηπείλησε χαλεφθείς,

εἰ μὴ τηλόθι χεῖρας, ἕως ἔτι θυμὸν ἐρύκει,

ἕξω ἐμάς, μετέπειτά γ᾽ ἀτεμβοίμην ἑοῖ αὐτῇ.’

ὧς φάτο· μείδησαν δὲ θεαί, καὶ ἐσέδρακον ἄντην                 100

ἀλλήλαις. ἡ δ᾽ αὖτις ἀκηχεμένη προσέειπεν·

‘ἄλλοις ἄλγεα τἀμὰ γέλως πέλει· οὐδέ τί με χρὴ

μυθεῖσθαι πάντεσσιν· ἅλις εἰδυῖα καὶ αὐτή.

νῦν δ᾽ ἐπεὶ ὔμμι φίλον τόδε δὴ πέλει ἀμφοτέρῃσιν,

πειρήσω, καί μιν μειλίξομαι, οὐδ᾽ ἀπιθήσει.’                               105

ὧς φάτο· τὴν δ᾽ Ἥρη ῥαδινῆς ἐπεμάσσατο χειρός,

ἦκα δὲ μειδιόωσα παραβλήδην προσέειπεν·

‘οὕτω νῦν, Κυθέρεια, τόδε χρέος, ὡς ἀγορεύεις,

ἔρξον ἄφαρ· καὶ μή τι χαλέπτεο, μηδ᾽ ἐρίδαινε

χωομένη σῷ παιδί· μεταλλήξει γὰρ ὀπίσσω.’                          110

 

 

Pittore anonimo. Afrodite punisce Eros colpendolo col sandalo (particolare). Pittura vascolare da un lebete nuziale apulo a figure rosse, 360 a.C. ca. Taranto, MArTA.

 

Così disse; e Cipride rispose a entrambe:

«Hera, Atena, mio figlio darebbe ascolto piuttosto a voi due,

che a me: infatti, per quanto sia un impudente, avrà pure

negli occhi un briciolo di riguardo per voi; ma di me

non se ne avvede e, provocandomi sempre, non mi rispetta.

Ho perfino pensato, piena di rabbia per la sua cattiveria,

di fargli a pezzi in faccia le sue maledette frecce e l’arco.

Mi ha scagliato tali minacce, tutto incollerito! Se non tenevo

le mani lontane, mentre ancora controllava la furia,

poi avrei dovuto prendermela con me stessa!».

Così parlò; e le dee sorrisero, scambiandosi una complice

occhiata l’una con l’altra. Ed ella, di nuovo, imbronciata, riprese:

«I miei dolori sono per gli altri motivo di riso, e non bisogna

che io li racconti a tutti; è sufficiente che li sappia io.

Ora, poiché questa cosa vi è cara ad entrambe,

proverò ad addolcirlo, e non mi disobbedirà!».

Così disse; ed Hera le prese la mano delicata

e, sorridendo dolcemente, la rassicurò:

«Citerea, questa azione che dici, compila subito;

e non adirarti, non metterti a litigare, sdegnata,

con tuo figlio: infatti, prima o poi, vedrai che cambierà!».

 

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Bibliografia:

M. CAMPBELL (ed.), A Commentary on Apollonius Rhodius Argonautica III 1-471, Leiden-New York-Köln 1994.

P.G. LENNOX, Apollonius, Argonautica 3, 1 ff. and Homer, Hermes 108 (1980), 45-73.

T.D. PAPANGHELIS, A. RENGAKOS (eds.), A Companion to Apollonius Rhodius, Leiden-Boston-Köln 2001.

M.-L.B. PENDERGRAFT, Eros Ludens: Apollonius’ Argonautica 3, 132-41, MD 25 (1991), 95-102.

G. ZANKER, The Love Theme in Apollonius Rhodius’ Argonautica, WS 92 (1979), 52-75.

 

Servire lo Stato (Sall. Bell. Cat. 3)

di F. PIAZZI, A. GIORDANO RAMPIONI, Multa per aequora.  Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 1 – Dall’età arcaica all’età di Cesare, Bologna 2004, pp. 353-354.

 

Fare politica attiva è il miglior modo di servire lo Stato. Ma anche scrivere le gesta altrui può dare fama. Sallustio ricorda che si dedicò alla politica attiva ancora giovanissimo, ma in quel mondo corrotto anche lui fu facile preda dell’ambizione.

 

3. Sed[1] in magna copia rerum[2] aliud alii natura iter ostendit. pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est[3]; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere[4], multi[5] [2] ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et auctorem rerum, tamen in primis arduom videtur res gestas scribere[6]: primum quod facta dictis exaequanda sunt; dehinc quia plerique quae delicta reprehenderis malevolentia et invidia dicta putant[7], ubi de magna virtute atque gloria bonorum memores, quae sibi quisque facilia factu putat, aequo animo accipit[8], supra ea[9] veluti ficta pro falsis ducit.

[3] Sed ego adulescentulus initio sicuti plerique studio ad rem publicam latus sum, ibique mihi multa advorsa fuere[10]. nam pro pudore, pro abstinentia, pro virtute audacia largitio avaritia[11] vigebant. [4] quae tametsi animus aspernabatur insolens malarum artium, tamen inter tanta vitia imbecilla aetas ambitione corrupta tenebatur[12]; ac me, [5] quom ab reliquorum malis moribus dissentirem[13], nihilo minus honoris cupido eadem quae ceteros[14] fama atque invidia vexabat.

 

Uomo togato. Statua, marmo, 100-250 d.C. ca. 

 

Nella molteplicità del reale, la natura addita a chi una strada a chi un’altra. È bello servire la patria con le opere, ma non è senza pregio servirla con l’eloquenza; si può diventare famosi in pace e in guerra e sono tenuti in considerazione sia quelli che compirono imprese sia quelli che le narrarono. Quantunque diversa rinomanza consegua chi opera e chi scrive, a me, invero, il compito dello storico sembra il più arduo: prima di tutto, deve trovare espressioni adeguate ai fatti; in secondo luogo, se condanna i misfatti, l’accuseranno di malanimo e di invidia; se elogia le virtù egregie e porta alle stelle la gloria dei meritevoli, ascolteranno con pazienza le azioni che ritengono alla loro portata, ma quelle maggiori di sé le prenderanno per invenzioni e fandonie.

Quando ero giovane, come molti, la passione politica mi spinse alla vita pubblica, ma molte cose mi andarono di traverso. Tra i politici, infatti, non trovai senso dell’onore, ma impudenza[15], non probità, ma corruzione, non rettitudine, ma invidia; e, sebbene l’animo mio, inesperto del male, rifuggisse da quelle pratiche riprovevoli, pure l’età acerba fu travolta dall’ambizione e rimasi invischiato in quell’ambiente corrotto. Mi tenevo lontano dal malcostume imperante, ma la smania di salire mi esponeva come gli altri alla maldicenza e al malanimo.

(tr. it. L. Storoni Mazzolani)

 

***

Note:

[1] Sed: «Or dunque». L’avversativa è molto frequente all’inizio di capitolo, soprattutto quando segna la transizione da un concetto generale a una situazione particolare.

[2] in magna copia rerum: «nel vasto campo delle cose umane».

[3] pulchrum… absurdum: nota il chiasmo (pulchrum corrisponde a haud absurdum, bene facere a bene dicere). La litote haud absurdum esprime la cautela dell’autore che si sente intorno un pubblico restio a riconoscere il valore della storiografia e, in genere, della letteratura non oratoria; qui conviene conservare la figura nella traduzione: «anche non è disdicevole…».

[4] et qui fecere et qui… scripsere: da notare il polisindeto; fecere: «agirono».

[5] multi: è predicativo, cioè «in molti».

[6] tametsi…tamen: «sebbene non ugual gloria insegua chi scrive e chi compie imprese, (tuttavia)…». Il tamen è ridondante e si tralascia nella traduzione. in primis: rafforza arduom formando una specie di superlativo.

[7] quia plerique… putant: costr. quia plerique putant dicta (esse) malevolentia et invidia quae delicta reprehenderis: «perché, nel rimproverare i misfatti, i più riterranno che le tue parole siano state dette per malevolenza e invidia». Reprehenderis, come il successivo memores, è congiuntivo eventuale con «tu» generico: «è un segno del dialogo moralistico sallustiano la presenza dell’ideale interlocutore» (C. De Meo).

[8] quae… accipit: «ciò che (lui stesso) crede di poter agevolmente operare, ognuno l’accetta senza dar peso (aequo animo)». La vanità induce gli uomini a ritenere attendibili le imprese di cui essi stessi sarebbero capaci, parto di fantasia quelle al di sopra delle loro possibilità.

[9] supra ea: brachilogico per quae supra ea sunt.

[10] Sed ego… multa advorsa fuere: s’innesta qui il motivo autobiografico. Sallustio propone l’identificazione della propria esperienza con quella affine narrata da Platone nella settima epistola (324b): «Da giovane, e sono molti anni, provai un’esperienza comune a molti, fermamente deciso a una cosa: appena in grado di disporre della mia volontà, dedicarmi subito alla vita politica… La costituzione allora vigente era avversata con la violenza, tanto che il potere passò in mano a gente nuova. Certo, erano illusioni quelle che allora sorsero in me, ma la mia giovane età ne dà ragione. Osservando tutti questi fatti e altri, gravi non meno, provai un senso di profonda indignazione. Lungi dalle sciagure che imperversarono in quegli anni, cercai allora di salire a più alta visione» (trad. Turolla). studio… latus sum: «fui trascinato da ambizione alla vita pubblica». multa advorsa: «molte delusioni», «molte amarezze».

[11] pro pudore… avaritia: l’anafora di pro e la contrapposizione, in progressione asindetica, delle virtù (pudor, «ritegno», abstinentia, «integrità», virtus, «merito») ai vizi (audacia, «impudenza», largitio, «corruzione», avaritia, «cupidigia»), senza che si possa ragionevolmente trovare una corrispondenza tra questi e quelle, concorrono alla brevità dell’espressione sallustiana, tesa a dipingere il quadro della decadenza morale.

[12] tametsi… tamen: per la medesima correlazione ridondante, vedi sopra. insolentia malarum artium: «non avvezzo alle male arti». imbecilla aetas: «la mia debole età», cioè la giovinezza inesperta.

[13] quom (= cum) ha valore concessivo.

[14] quae ceteros: sott. vexabat.

[15] I termini che Sallustio contrappone sono pudor-audacia; abstinentia-largitio; virtus-avaritia: i primi rispecchiano l’etica severa della classe dirigente romana, quei principi austeri che, quando si conobbe il pensiero greco, si trovarono a coincidere con l’etica stoica. Pudor è “dignità”, “senso d’onore” e si contrappone ad audacia, un connotato politico deteriore (Cic. Verr. I 1, 36, 2, improbitate et audacia, II 3, 140, 16, ob singularem improbitatem atque audaciam, II 3, 152, 2, improbitas, audacia, ecc. Vedi Ch. Wirszbuski, Audaces, a Study in Political Phraseology, JRS 51 [1961], pp. 12-22). Abstinentia è “incorruttibilità” (at enim praetorem, Sophocle, decet non solum manus sed etiam oculos abstinentes habere, Cic. off. I 144, 9). Virtus è il complesso delle virtù del Cittadino in pace e in guerra (H.W. Litchfield, National exempla virtutis in Roman Literature, HSCPh 25 [1914], pp. 1-71). Sul vocabolario politico dell’età repubblicana, v. J. Hellegouarc’h, Le vocabulaire Latin des relations et des partis politiques sous la République, Paris 1961; U. Paanänen, Sallust’s political-social Terminology, Helsinki 1972.