Introduzione all’etica stoica di C. Natali

di NATALI C., Prefazione a ARIO DIDIMO – DIOGENE LAERZIO, Etica stoica, introd. J. ANNAS, Roma-Bari 1999, pp. IX-XIX.

 

 

Tra le etiche antiche, la filosofia morale degli Stoici è la meno nota a un pubblico di non specialisti, e anche agli studiosi di filosofia morale; essa è solo l’oggetto di studi eruditi. Nelle discussioni di etica teorica odierne non si trova alcun Neostoicismo che si affianchi al Neoaristotelismo, o alle ricorrenti rivalutazioni del pensiero di Platone e di quello di Epicuro. Eppure, la problematica da cui nacque la riflessione stoica è tuttora viva e ancora ci si interroga sul senso della Storia e del destino, sul problema delle passioni, sulla questione della responsabilità morale[1].

A nostro parere, è un bene che non vi sia nessuno che voglia riproporre la morale degli Stoici, tale e quale, come soluzione dei problemi etici contemporanei. Il richiamo al pensiero antico, negli autori migliori e fin dal tempo di Nietzsche, ha il compito di rimettere in questione i presupposti inconsapevoli delle correnti etiche contemporanee, e non quello di riproporre soluzioni antiche per discussioni recenti, secondo una obsoleta forma di classicismo. Tale richiamo quindi è un esercizio teorico indispensabile per chi crede nell’utilità delle discussioni teoriche, e può giustificare la lettura di testi così lontani da noi.

Tuttavia, un’immagine abbastanza diffusa dell’etica stoica fa sì che la riflessione di questi pensatori sia considerata meno interessante di altre, proprio perché meno lontana di altre dalle etiche dell’età moderna. L’etica stoica rischia di essere vista come una forma ancora arcaica di Kantismo, inferiore alla sua lontana erede, inficiata e resa ridicola da assurdi eccessi, come la teoria del saggio, uomo impassibile, dotato di tutte le perfezioni e insieme rarissimo come l’Araba Fenice. È stato detto infatti che «i concetti kantiani fondamentali […] erano già prefigurati nella Stoa»[2]. In realtà, questo è solo un aspetto della riflessione morale degli Stoici, che è di ben maggiore complessità e importanza. Basti pensare a questioni come il rapporto tra livello spirituale e livello fisico nel campo dell’azione e del comportamento umano, il rapporto uomo-natura, i problemi del determinismo etico.

Antistene. Busto, marmo, copia romana da originale greco. Roma, Museo Pio-Clementino.

 

La difficoltà di tenere conto del contributo stoico nelle discussioni etiche odierne dipende anche dallo stato in cui ci sono pervenute le dottrine dei pensatori di questa scuola. Dopo avere dominato la scena filosofica per molti secoli durante l’Ellenismo e la prima età imperiale, lo Stoicismo cominciò a decadere con il sorgere del Neoplatonismo, che impose una sua immagine dell’importanza relativa delle diverse scuole filosofiche antiche. La prevalenza di Platone e Aristotele sugli altri pensatori, sia precedenti sia successivi, fu stabilita definitivamente allora. La stessa scelta dei testi filosofici da leggere, copiare e trasmettere nel tempo dipese dalle preferenze di questa scuola: a noi sono pervenuti, principalmente, i testi filosofici che le scuole neoplatoniche consideravano importanti.

Ciò ha condannato i libri originali degli Stoici a un rapido oblio. Di quelli più antichi oggi abbiamo, come scritti completi, solo un Inno a Zeus composto da Cleante. Ci resta, inoltre, una serie di citazioni, più o meno letterali, delle loro dottrine, tramandate da autori antichi di altre tendenze filosofiche, spesso indifferenti, ma spesso anche ostili come Plutarco o Alessandro di Afrodisia. Una conoscenza più diretta ci è possibile solo per quanto riguarda le opere degli Stoici più tardi come Seneca ed Epitteto; ma si tratta di autori i cui interessi sono differenti da quelli dei fondatori della scuola, e meno interessanti per la conoscenza dei fondamenti teoretici dell’etica.

Come i Presocratici, anche gli Stoici, quindi, vanno studiati sulla base dei “frammenti”, cioè delle citazioni delle loro dottrine fatte da altri. Questi frammenti sono stati riuniti all’inizio del Novecento da Arnim, in una raccolta tuttora in uso, anche se oggi criticata da molti[3], poiché mescola testimonianze di epoche diverse sui singoli argomenti, rendendo così difficile una ricostruzione chiara della dottrina. Per una breve e chiara introduzione all’etica stoica un lettore non esperto deve rivolgersi al III libro del De finibus di Cicerone, o addirittura alle moderne storie della filosofia.

Può essere quindi utile presentare in traduzione italiana completa[4] due scritti antichi dedicati a una presentazione, schematica ma completa, dell’etica stoica, in modo da dare un’immagine più chiara di questa dottrina. Si tratta di due brevi esposizioni generali che ci sono state tramandate da autori abbastanza tardi: Diogene Laerzio, autore di una Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi (probabilmente vissuto nel III sec. d.C.) e Giovanni Stobeo, un erudito che mise insieme in un’ampia antologia brani dei più vari poeti e prosatori greci allo scopo di fornire al figlio Settimio, poco amante dello studio, un mezzo facile per formarsi una cultura classica (vissuto nel V sec. d.C.).

Negli ultimi decenni questa letteratura, che i moderni definiscono “dossografica”, cioè finalizzata a riunire, e a mettere a confronto, le più svariate opinioni filosofiche sullo steso argomento, è stata studiata approfonditamente, e con ottimi risultati[5]. Nonostante che su certi punti gli esperti discordino, alcune caratteristiche tipiche di questo genere letterario sembrano ormai acclarate, e quindi è possibile fare qualche affermazione ragionevolmente sicura sulle panoramiche dell’etica stoica che qui presentiamo.

In primo luogo, pare certo che né Diogene né Stobeo hanno compilato direttamente queste panoramiche, ma le hanno riprese dalla letteratura più antica. In genere, si pensa che queste due dossografie etiche risalgano al I sec. a.C. e riassumano la visione del pensiero stoico che si aveva nell’età di Augusto[6]; ma non manca chi ritiene che in esse si trovi la traccia diretta del pensiero degli Stoici più antichi, specie di Crisippo[7]. Diogene Laerzio e Stobeo le avrebbero solo copiate e trasmesse sino a noi con scarsi interventi personali, come vedremo tra poco.

Il nome dell’autore della dossografia etica che si trova in Stobeo non è citato direttamente, ma la somiglianza con altri brani dossografici di cui l’autore è noto ha portato gli studiosi ad attribuire lo scritto a un certo Ario Didimo. Per questo, mentre la dossografia che si trova in Diogene Laerzio viene citata da noi con il nome dell’erudito che ce l’ha trasmessa, quella che si trova in Stobeo viene citata con il nome del suo presunto autore.

Da molto tempo questo Ario Didimo è stato identificato con il filosofo di corte Ario, amico e consigliere di Augusto; e quest’ultimo con uno Stoico di nome Ario, ricordato da Diogene Laerzio in una lista di Stoici importanti. Hahm riassume, in breve, l’ipotesi più diffusa tra gli studiosi con queste parole: «L’argomento migliore per affermare l’identità [tra i due Arii…] è basato sulla semplicità delle ipotesi. Noi conosciamo un Ario del I sec. a.C. che fu filosofo e amico di Augusto, conosciamo un Ario che scrisse opere di dossografia filosofica, conosciamo uno Stoico di nome Ario. O assumiamo che siano la stessa persona, o assumiamo che vi furono tre differenti filosofi con lo stesso nome e vissero più o meno nella stessa epoca, ma non abbiamo alcuna indicazione che vi sia stato più di un filosofo di nome Ario»[8]. Tale identificazione è stata criticata di recente, ma le obiezioni avanzate non sono state giudicate sufficienti a rimettere in dubbio l’opinione corrente[9]. La questione di chi sia l’autore di questo scritto è importante soprattutto perché permette di stabilire la data della sua composizione, e la tendenza filosofica del suo compilatore. Ma ciò apre un problema, su cui torneremo più avanti. Stobeo avrebbe copiato il testo di Ario Didimo, o alla lettera, o, forse, abbreviandolo un po’.

Salvator Rosa, Disputa tra filosofi o L’Accademia di Platone.

 

La dossografia etica di Diogene Laerzio, invece, è probabile che non derivi, come la precedente, da una sola fonte. A quanto pare, Diogene Laerzio, nel compilare le varie sezioni della sua opera, usava basarsi di volta in volta e per ogni filosofo su una fonte principale, da cui traeva lo schema generale e la parte più importante di ogni sua sezione; a essa aggiungeva notizie tratte da altre fonti[10]. È stata fatta l’ipotesi che la fonte principale della sezione sull’etica stoica sia «uno scritto nato nello stesso ambiente intellettuale di Apollonio di Tiro (I sec. a.C.)»[11], ma di ciò non v’è certezza. Se l’identificazione fosse giusta, anche questa dossografia sarebbe opera di uno Stoico.

Queste due dossografie sono state studiate approfonditamente, sia nei rapporti che hanno l’una con l’altra sia in relazione con altre sezioni dossografiche che si trovano in Diogene Laerzio e in Stobeo. I risultati dei due esami sono parzialmente divergenti: molti di coloro che hanno messo a confronto le due dossografie etiche hanno trovato che esse presentano molte somiglianze stringenti, e hanno sostenuto che probabilmente entrambe derivano da una stessa fonte[12]. Invece, coloro che hanno studiato le due dossografie mettendole in relazione con i brani simili, o comunque collegati a esse, in Diogene Laerzio e in Stobeo, hanno sottolineato il fatto che i due brani dossografici mostrano un’ispirazione differente. Le due indicazioni però non sono del tutto incompatibili tra loro: il derivare da una stessa fonte può coesistere con orientamenti teorici diversi, al punto che due autori possono usare le stesse informazioni in diverso modo e con intenti divergenti.

In generale, si può dire che il tono delle due dossografie non è critico, ma nemmeno eccessivamente elogiativo: non abbiamo qui né una confutazione né un panegirico del pensiero stoico, ma una presentazione dal tono distaccato, imparziale. L’autore non dice: «Noi Stoici pensiamo che…», ma «Il pensiero degli Stoici è…». Per questo alcuni hanno dubitato che gli autori delle due dossografie siano davvero degli Stoici; infatti, sostengono, degli Stoici avrebbero difeso più accanitamente il proprio pensiero[13]. Per contro, altri hanno notato che la stessa caratteristica è tipica anche di altri scritti antichi di storia della filosofia, come la storia della scuola accademica e di quella stoica scritte da Filodemo di Gadara[14], e hanno sostenuto che dal tono degli scritti non si può dedurre la posizione dei loro autori. A parere di chi scrive, però, la frase che conclude la dossografia di Ario Didimo comunica un certo distacco da parte dell’autore verso le dottrine che ha riassunto: «Di tutte queste dottrine paradossali Crisippo ha trattato in molti altri libri […]. Avendo io già esposto a sufficienza quanto mi ero prefisso di esporre nei punti essenziali delle dottrine etiche secondo la scuola dei filosofi stoici, termino qui questo scritto» (A.D. 12, cfr. pp. 78-79).

Entrambe le dossografie seguono un loro schema espositivo, che è diverso nei due casi. Il saggio di Julia Annas qui tradotto analizza brevemente, ma con precisione, i rapporti tra le due presentazioni.

Dal punto di vista teorico, le due dossografie mostrano che i loro compilatori avevano una propria concezione che ha determinato, almeno in parte, l’ordinamento del materiale e la scelta dei temi da approfondire in modo particolare.

Per quanto riguarda la dossografia di Diogene Laerzio, una delle preoccupazioni che la regge è quella di stabilire i rapporti tra Cinismo e Stoicismo. Ciò si vede dal confronto con le parti corrispondenti del libro VI sull’etica cinica: i rapporti tra le due scuole non sono negati, anche se la superiorità dello Stoicismo è nettamente affermata. Un’altra preoccupazione di questa dossografia pare essere quella di delimitare chiaramente i confini tra lo Stoicismo ortodosso e il pensiero di eretici come Aristone di Chio. Diogene Laerzio cita molti nomi di pensatori stoici, ma le differenze teoriche tra i membri della scuola non sono molto sottolineate, e il rapporto tra il fondatore della scuola e i suoi discepoli è descritto come una collaborazione per una ricerca comune: i discepoli si sarebbero solo sforzati di rendere più chiaro ed esplicito il pensiero del maestro.

Theodoor Galle, Il filosofo Cleante. Incisione dall’edizione di J. Moretus della L. Annaei Senecae philosophi Opera, quae exstant omnia, a Iusto Lipsio emendata, et scholijs illustrata (Amberes 1605).

Ario Didimo segue uno schema molto chiaro: egli parte dalla distinzione di tre tipi di realtà (beni, mali, indifferenti) e di tre specie di azioni (buone, cattive, neutre); tale distinzione regge tutta l’esposizione successiva. Anche qui possibili contrasti tra i membri della scuola sono passati sotto silenzio, anzi solo in due casi si citano opinioni differenti dei vari Stoici sullo stesso argomento. Anche in Ario Didimo le modifiche che i successori apportano alle tesi del fondatore della scuola sono presentate come dei chiarimenti ulteriori del suo pensiero, e non come dei contrasti. Didimo pare tendere in tutta la sua opera alla ricerca dei punti di concordanza teorica tra i vari autori e le varie scuole, non a costruire contraddizioni (diaphonai); questo elemento sarà invece caratteristico delle dossografie degli Scettici. Questa dossografia tende a dare al lettore le basi teoriche su cui fondare le proprie scelte pratiche, attraverso l’indicazione di quali siano i veri beni e di come ci si debba comportare in relazione agli indifferenti.

Ciò porta a chiederci più in generale quale sia stato il fine per il quale furono composte queste rassegne di opinioni. Gli studiosi, modernizzando un po’, paragonano gli scritti dossografici in genere ai profili moderni di storia della filosofia, come quello di Ueberweg, o ai dizionari di citazioni. E, in effetti, è molto probabile che queste opere possano aver avuto un uso interno alle scuole, come facili repertori di citazioni in cui trovare il pensiero dei filosofi più vari sugli argomenti oggetto di qualche disputa.

Ma di fronte alle dossografie critiche, e quando si leggono affermazioni come quella che troviamo in Ario Didimo: «Non è infatti disposto al filosofare quello che ascolta volentieri e serba a memoria le cose dette dai filosofi, ma quello che è ben disposto ad applicare alle sue opere le prescrizioni della filosofia, e a vivere secondo queste» (A.D. 11k, cfr. p. 70), sorge naturale la domanda se l’uso interno alla scuola possa essere stato il solo cui gli autori di questi scritti hanno inteso sopperire, o se piuttosto queste dossografie non avessero anche uno scopo pratico. A nostro parere, esse lo avevano e servivano al discepolo fedele di qualche maestro stoico come promemoria delle dottrine principali della scuola, promemoria da tenere a mente nei momenti della vita in cui si trovava ad affrontare delle scelte pratiche. Attraverso le loro distinzioni esse potevano rivelarsi utili come una guida per effettuare le scelte concrete e, una volta compiuta tale scelta, potevano renderla più salda giustificandola, e mostrando il fondamento teorico razionale che ne stava alla base.

Il lavoro critico e la discussione intorno a questi testi fervono tuttora[15], ma noi abbiamo pensato fosse abbastanza utile, per le ragioni esposte all’inizio, mettere a disposizione del lettore interessato a temi di storia del pensiero antico, e alla discussione etica sia antica che contemporanea, una versione completa delle due dossografie. Rimane, certo, molto lavoro da fare: testi così stringati, sintetici e – non di rado – oscuri trarrebbero molto giovamento dall’essere accompagnati da un commentario continuo, che ne illustri i molteplici riferimenti, le analogie e le differenze con le dottrine delle altre scuole, le critiche implicite ed esplicite a esse. Il saggio di Julia Annas, a dire il vero, già da solo è un’ottima guida al lettore che voglia addentrarsi in questi difficili scritti; ma noi speriamo che anche questo strumento di lavoro possa essere stimolo a ricerche future[16].

 

Padova-Venezia, maggio 1998

***

Note:

[1] M. Vegetti, L’etica degli antichi, Laterza, Roma-Bari 1989, p. 298.

[2] M. Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, trad. it. La nuova Italia, Firenze 1967, II, pp. 414-415; sul confronto tra lo Stoicismo e il Kantismo vedi ora gli atti di un convegno: S. Engstrom – J. Whitney (a cura di), Aristotle, Kant and the Stoics. Rethinking Happiness and Duty, Cambridge University Press, Cambridge 1996.

[3] H. von Arnim, Stoicorum veterum fragmenta, Teubner, Leipzig 1903-1924, 4 voll., più volte ristampato. Il lettore italiano ha a disposizione delle traduzioni basate sulla raccolta di Arnim (R. Anastasi, I frammenti degli Stoici antichi: III, Crisippo… I frammenti morali, Cedam, Padova 1962; M. Isnardi Parente, Stoici antichi, Utet, Torino 1989, 2 voll.), ma la stessa ampiezza della collezione, l’intento di pura ricostruzione storica e i criteri di ordinamento interno rendono difficile l’uso di questi testi. Attualmente la migliore raccolta di frammenti dei filosofi ellenistici, con testo critico e commento, è quella di A.A. Long – D.N. Sedley, The Hellenistic Philosophers, Cambridge University Press, Cambridge 1987, 2 voll.; sarebbe molto utile averne una versione italiana.

[4] Lo scritto di Diogene Laerzio era già reperibile nella sua completezza nella traduzione di M. Gigante; invece lo scritto attribuito ad Ario Didimo non era mai stato tradotto interamente in italiano, ma, essendo servito da fonte per la raccolta di frammenti di Arnim, parti di esso si ritrovano nelle traduzioni di Anastasi e di Isnardi Parente, citate nella nota precedente. Abbiamo aggiunto le sigle A.D. e D.L. alle citazioni dei passi rispettivamente di Ario Didimo e di Diogene Laerzio.

[5] Per una panoramica generale degli studi sulla dossografia filosofica antica nella nostra lingua si può vedere G. Cambiano (a cura di), Storiografia e dossografia nella filosofia antica, Tirrenia, Torino 1984; la rivista «Elenchos» ha dedicato due numeri monografici al metodo storiografico di Diogene Laerzio (7, 1986, fasc. 1-2) e di Sesto Empirico (13, 1992, fasc. 1-2). In tutti e tre i casi si tratta degli atti di convegni. Specificamente dedicato alle raccolte di opinioni in campo etico è l’ampio studio di M. Giusta, I dossografi di etica, 2 voll., Giappichelli, Torino 1964-1967. Il termine “dossografia” e quelli a esso collegati non si trovano nella lingua greca antica, ma sono stati creati dalla filologia ottocentesca. Per lungo tempo ha avuto un certo significato negativo, dato che indicava l’opera di chi raccoglie notizie sulle opinioni dei filosofi senza avere una sua prospettiva teoretica, e a tale modo di procedere veniva opposta la storiografia “filosofica”, più approfondita, di Aristotele e di Hegel. Oggi il termine è usato in modo puramente descrittivo.

[6] Su queste due dossografie etiche vi sono molti studi recenti e importanti: oltre all’opera di Giusta, già citata, per Diogene Laerzio si vedano gli articoli di M. Gigante, Biografia e dossografia in Diogene Laerzio; di J. Mansfeld, Diogenes Laertius on Stoic Philosophy, entrambi in «Elenchos» 7 (1986), pp. 7-102 e 295-382, nonché il saggio di D.E. Hahm, Diogenes Laertius VII: On the Stoics, in W. Haase – H. Temporini (a cura di), Aufstieg und Niedergang der Römischen Welt, T. II, Bd. 36.6, W. De Gruyter, Berlin-New York 1994, pp. 4076-4441. Su Ario Didimo si può vedere il volume a cura di W.W. Fortenbaugh, On Stoic and Peripatetic Ethics: the Work of Arius Didymus, Transaction Press, New Brunswick (N.J.)-London 1983, contenente gli atti di un convegno su questo autore (soprattutto i saggi di Hahm e Long); inoltre D.E. Hahm, The Ethical Doxography of Arius Didymus, in W. Haase-H. Temporini (a cura di), Aufstieg und Niedergang cit., T. II, Bd. 36.4, W. De Gruyter, Berlin-New York 1990, pp. 2935-3243.

[7] Questa opinione è già in Arnim, SVF cit., I, p. XLI; è stata ripresa da Hahm, The Ethical Doxography cit., p. 3030, e corrisponde a quanto dice l’epilogo del testo: «Fin qui le cose che dicono. Di tutte queste dottrine paradossali Crisippo ha trattato in molti altri libri, in Sulle dottrine, nello Schizzo del discorso e in molti altri scritti su argomenti particolari» (A.D. 12, cfr. pp. 78-79).

[8] Hahm, The Ethical Doxography cit., p. 3046.

[9] Cfr. T. Göransson, Albinus, Alcinoos, Arius Didymus, Göteborg University Press, Göteborg 1995, pp. 203-218; un equilibrato giudizio in J. Mansfeld, Aëtiana. The Method and Intellectual Context of a Doxographer. I: The Sources, Brill, Leiden 1997: l’intervento di Göransson ci ricorda quanto ipotetica sia l’identificazione, ma la semplicità dell’ipotesi che considera una sola persona i tre Arii mantiene la sua forza persuasiva (p. 241).

[10] Sulle procedure tecniche e, in generale, sul modo di lavorare di Diogene Laerzio, cfr. J.B. Mejer, Diogenes Laertius and His Hellenistic Background, Steiner, Wiesbaden 1978; Gigante, Biografia e dossografia cit., pp. 20-21; Hahm, Diogenes Laertius VII cit., pp. 4079-4082.

[11] Hahm, The Ethical Doxography cit., pp. 4058-4060. Apollonio di Tiro è citato da Strabone come un filosofo vissuto poco prima di lui (XIV 2, 24). Scrisse su Zenone, sui suoi discepoli immediati, e forse anche un’opera sulle donne filosofe (Fozio, Bibliotheca, Cod. 61).

[12] Secondo Arnim, SVF cit., I, p. XL, ciò vale solo per la prima parte dei due scritti. Vale per tutta l’opera, secondo molti altri. Un’ampia analisi delle corrispondenze tra le due dossografie è in Giusta, I dossografi cit., I, pp. 41-48 (si vedano nell’Indice analitico dell’opera i passi indicati a p. 456 sotto la voce «Ario Didimo. Concordanze con Diogene Laerzio»). Dello stesso parere sono Hahm e la Annas nel saggio che segue.

[13] Cfr. ad es. Göransson, Albinus, Alcinoos, Arius Didymus cit., p. 218.

[14] Gigante, Biografia e dossografia cit., p. 28.

[15] Dell’ampio studio di Mansfeld su Aezio (cit. alla n. 9) è stato finora pubblicato solo un volume, e altri tre sono in preparazione.

[16] Moltissimo materiale, sia di analisi che di riferimenti bibliografici, per un lavoro di questo genere si trova già raccolto nei due volumi di Giusta, sopra citati.

 

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