Un particolare invito a cena (Catull. Carm. XIII)

di CONTE G.B. – PIANEZZOLA E., Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 1. L’età arcaica e repubblicana, Milano 2010, pp. 629-631.

Questo breve carme ha la funzione di scherzoso biglietto di invito a cena per Fabullo: l’amico sarà il benvenuto alla tavola del poeta, a patto che provveda lui stesso a portare (e, chiaramente, a pagare) le vivande, la flautista, il vino e tutto il necessario. Ma ne varrà la pena, perché in cambio otterrà un profumo raffinatissimo e seducente. La composizione, di tono leggero e affettuoso, è un bell’esempio del clima di rapporti amicali che doveva improntare la vita della cerchia catulliana. Le note dominanti sono quelle di un sincero legame d’affetto e di una profonda civiltà e raffinatezza di modi.

METRO: endecasillabi faleci

 

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me

paucis, si tibi di fauent, diebus[1],

si tecum attuleris bonam atque magnam

cenam, non sine  candida  puella

5   et uino et sale et omnibus cachinnis[2].

haec si, inquam, attuleris, uenuste noster

cenabis bene; nam tui Catulli

plenus sacculus est aranearum[3].

sed contra accipies meros amores

10 seu quid suauius elegantiusue est[4]:

nam unguentum dabo, quod meae puellae

donarunt Veneres Cupidinesque[5],

quod tu cum olfacies, deos rogabis

totum ut te faciant, Fabulle, nasum[6].

 

Scena di banchetto. Mosaico, V sec. d.C. da Aquileia. Musée de le Château de Boudry

 

Ti inviterò a cena da me, mio Fabullo,

uno di questi giorni, se gli dèi lo concederanno,

e se porterai con te una buona e abbondante

cena, insieme a una bella ragazza

5   e vino e arguzia e ogni sorta di scherzo.

Ripeto: se porterai queste cose, bello mio,

cenerai bene; infatti, la borsa del tuo

Catullo è piena di ragnatele.

Ma in cambio riceverai una vera delizia,

10 o ciò che vi è di più elegante e raffinato:

infatti, ti darò un unguento, che alla mia ragazza

hanno donato le Veneri e gli Amorini,

il quale, se lo annuserai, pregherai gli dèi,

perché, Fabullo, ti facciano diventare tutto naso!

 

 

Invito in due tempi. | L’invito rivolto a Fabullo si articola in due sezioni: la prima è incentrata sul motivo della cena (cenabis, cenam, cenabis, vv. 1, 4, 7, in posizione di rilievo a inizio verso) e incorniciata dalla formula d’invito (vv. 1-2; 6-7); la seconda sviluppa invece il motivo del delizioso profumo, unica ricompensa per Fabullo, se accetterà la proposta. Al centro, la prima sezione si chiude con un verso sulla povertà del poeta (v. 8), che funge da cerniera fra le due parti.

 

Dal piatto vuoto… | Al v. 1 la formula standard dell’invito a cena, Cenabis… apud me, presenta un’aggiunta significativa: l’avverbio bene ne precisa insolitamente il senso, non semplicemente «Ti invito a cena da me», ma «Ti invito a farti una lauta cena a casa mia». Subito dopo, la specificazione temporale paucis… diebus è lasciata troppo nel vago per non suscitare sospetto: non è ortodosso formulare un invito senza indicare con precisione la data dell’appuntamento. Anche l’inciso si tibi di fauent introduce un dettaglio stonato nel contesto di un invito a cena, trovandosi di norma riferito a situazioni che comportano un rischio concreto. Al v. 3 ecco finalmente svelato il perché di questo invito non convenzionale: dipende da Fabullo procurare tutto il necessario per la cena (Cenabis… si attuleris, cioè: cenerai solo se porterai da mangiare!). I vv. 6-7 ripetono l’invito (inquam: «te lo ripeto») con la collocazione invertita dei termini: cenabis bene al v. 7 è ripetuto nella stessa sede metrica in cui compare al v. 1, si… attuleris è ripetuto al v. 6 dal v. 3.

 

… al delizioso profumo. | Al v. 9 Sed contra segna con un forte stacco l’inizio di un nuovo movimento: e infatti il seguente accipies («riceverai») rovescia il doppio attuleris («porterai») della prima parte del carme. La qualità del profumo è celebrata in tre coppie di versi: la prima (vv. 9-10) di introduzione e attesa (ancora non si sa quale raffinatezza Fabullo debba aspettarsi in cambio dei suoi preparativi), la seconda (vv. 11-12) svela la natura del dono, la terza (vv. 13-14) anticipa con una giocosa iperbole l’effetto del profumo sul fortunato ospite.

Scena conviviale. Affresco, ante 79 d.C., da Pompei. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

 

Uno scherzo tra amici. | L’ironia giocosa del carme rispecchia il clima dei rapporti amicali all’interno della cerchia neoterica. Il legame di affettuosa amicizia e familiarità tra Catullo e il suo destinatario è sottolineato dall’aggettivo possessivo mi Fabulle (v. 1; vedi anche noster, v. 6), cui corrisponde tui Catulli (v. 7). Il vocativo uenuste noster (v. 6) garantisce che Fabullo non solo non si offenderà, ma saprà anche apprezzare la richiesta scherzosa del poeta proprio perché possiede «eleganza e spirito», la uenustas che caratterizza tanto la poesia neoterica quanto i suoi stessi destinatari ed estimatori; e, del resto, il profumo offerto dall’anfitrione è quanto di più suaue ed elegans (v. 10) si possa trovare (la distribuzione durante il banchetto di unguenti profumati, spesso assai preziosi, era un uso di origine greca che aveva rapidamente preso piede anche nella società elegante e alla moda dell’Urbe).

 

Per cena non solo cibo. | Per la cena non bastano vivande abbondanti e di buona qualità (v. 3). La litote non sine (= cum) candida puella (v. 4) sottolinea la presenza della ragazza, probabilmente una flautista, come un elemento indispensabile alla riuscita della serata. La lista di quanto Fabullo dovrà procurare si chiude al v. 5 con un accumulo di tre membri coordinati per polisindeto in crescendo: l’ultimo degli elementi del catalogo, un po’ inatteso dopo la concretezza degli altri ingredienti (ma già sal può avere senso traslato), conferma il carattere scherzoso dell’invito e promette altrettanto buonumore e giochi garbati durante la cena.

 

Catullo povero per scherzo. | L’ironia investe anche il tema della povertà (vv. 7-8). Catullo scherza anche altrove sulle proprie condizioni economiche non floride (in particolare, sugli scarsi proventi ricavati dal viaggio in Bitinia): si tratta di un atteggiamento amicale e letterario, vista la famiglia facoltosa da cui il poeta proveniva e che non gli avrà certo fatto mancare i mezzi per vivere agiatamente. L’immagine delle ragnatele è della lingua della commedia e quasi proverbiale.

 

L’invito a cena: un motivo di successo. | Il carme breve di invito a cena per un amico o patrono è un genere di composizione piuttosto diffuso nell’antichità; ne sono tratti ricorrenti la povertà dell’anfitrione e l’impossibilità di allestire un banchetto raffinato; il suo sincero affetto per l’invitato; il clima disteso e affettuoso del convito, che compensa l’assenza di sfarzo. Tutti questi elementi compaiono già in uno dei primi esempi del genere, un epigramma del poeta e filosofo epicureo Filodemo, del I secolo a.C. (Anthologia Palatina 11, 44): la povertà e la semplicità della cena saranno compensate dalla gradevolezza dei discorsi conviviali, mentre all’illustre convitato, Pisone, è richiesto di arricchire la festa con doni. Orazio rielaborerà più volte questi temi: nell’epistola 1, 5 il poeta si rivolge all’amico Torquato, invitandolo a una cenetta con stoviglie semplici e piatti a base di verdure, ma dove sarà possibile, fra amici cari e fidati, conversare in tutta tranquillità; nell’ode 1, 20, invece, Orazio invita Mecenate a bere un vinello sabino non troppo pregiato, in contrasto con i vini costosi cui il patrono è abituato.

Rispetto alla tradizione, Catullo rincara lo scherzo: non si tratta qui di una cena modesta allestita con gli esigui mezzi del poeta, ma l’intera serata dipende da quello che Fabullo vorrà procurare.

 

L’amico, la puella e la cerchia. | Fabullo compare in altri tre carmina (12, 28, 47) sempre insieme all’amico Veranio, con cui aveva partecipato a un soggiorno in Hispania e poi aveva fatto (probabilmente) parte del seguito di L. Calpurnio Pisone Cesonino, proconsul in Macedonia dal 57 al 55 a.C. È stato supposto che il componimento si collochi dopo il ritorno di Fabullo dalla Hispania e che implichi scherzosamente l’accumulo di ricchezze in quell’occasione, in contrasto con la falsa povertà ostentata da Catullo.

La puella che ha procurato il profumo è senz’altro Lesbia: un fatto che testimonia come tra la sfera delle amicizie e quella dell’amore non vi fosse per Catullo una netta separazione. Anzi, almeno nei periodi di serenità, sembra che la donna abbia frequentato la cerchia neoterica, prendendo parte alle sue attività.

 

***

 

Note:

[1] vv. 1-2. Cenabis diebus. Cenabis apud me è formula standard dell’invito («Ti inviterò a cena da me»; il futuro ha valore iussivo). paucis… diebus: «nel giro di qualche giorno; uno di questi giorni». si… fauent: «se gli dèi lo concederanno»; equivale al nostro: «a Dio piacendo»; il presente in luogo del futuro nella proposizione condizionale è di uso colloquiale.

[2] vv. 3-5. si cachinnis. bonam… cenam: bonam indica la qualità, magnam la quantità delle vivande della cena. non sine candida puella: «insieme a (lett.: non senza) una bella ragazza»; candida significa «bella» in quanto l’incarnato pallido e i capelli biondi, per la loro rarità, erano ritenuti dai Romani segno di distinzione e di bellezza. sale: sal è probabilmente nel senso traslato di «arguzia, gusto per la battuta» (più comunemente al plurale sales), con funzione di transizione dal concreto (il vino) all’astratto (le risate).

[3] vv. 6-8. haec aranearum. haec: neutro plurale, tira le somme del catalogo sviluppato nei versi precedenti. inquam: «ti dico, ti ripeto», espressione di tono colloquiale. uenuste noster: «mio caro», o più giocosamente, «bello mio». sacculus: diminutivo di saccus, «borsa», ne sottolinea le dimensioni esigue e quindi le misere condizioni economiche del poeta.

[4] vv. 9-10. sed est. «Ma in cambio riceverai una vera delizia, o ciò che vi è di più raffinato ed elegante»; meros amores («una vera delizia») è un’espressione colloquiale e un po’ manierata per indicare in questo caso l’unguentum.

[5] vv. 11-12. nam Cupidinesque. nam unguentum: la sinalefe nel primo piede dell’endecasillabo (tra nam e ung-, che costituiscono così metricamente una sola sillaba) è fenomeno piuttosto raro (in Catullo, si ritrova solo nel c. 55, vv. 4-5). Veneres Cupidinesque: è quasi una formula della poesia catulliana e indica le divinità che presiedono alla bellezza e alla seduzione. donarunt = donauerunt.

[6] vv. 13-14. quod nasum. totum è concordato con te: «te tutto quanto, tutto intero».

5 pensieri su “Un particolare invito a cena (Catull. Carm. XIII)

  1. “La puella che ha procurato il profumo è senz’altro Lesbia … prendendo parte alle (sue) attività.”
    Ma quanti saremo? Tu con una ragazza, io con … un unguento, vale a dire un odore, un profumo di donna seducente! Ma è presente quella donna che può essere o Lesbia o un’altra? Seducente davvero se il profumo di donna (presente!) ti fa crescere, ti fa crescere, ti fa crescere … il naso.
    Recitandolo ci si ferma un attimo davanti alla parola chiave aspettando un’altra.

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