Un invito agli dèi (PIND. Dith. fr. 75 Maehler = fr. 63 Bowra [apud DION. Comp. 22])

In questo Ditirambo per gli Ateniesi, trasmesso da Dionigi da Alicarnasso nel De compositione verborum, che lo considera quale esempio di «armonia aspra» (αὐστηρά ἁρμονία), Pindaro presenta il coro nell’atto di invitare gli dèi olimpici ad assistere all’esecuzione del canto «nella sacra Atene», «nell’ombelico della città odoroso di incenso e pieno di persone, nella famosa agorà, riccamente adorna di opere d’arte». Rispetto all’opera di Bacchilide, dove il ditirambo mostra un andamento esclusivamente narrativo, in Pindaro sono frequenti i richiami alla festa e al suo contesto religioso, al ruolo che il poeta e il coro assumono al suo interno, talora anche al luogo in cui l’esecuzione si svolge.

 

Δεῦτ’ ἐν χορὸν Ὀλύμπιοι

ἐπί τε κλυτὰν πέμπετε χάριν θεοί,

πολύβατον οἵ τ’ ἄστεος ὀμφαλὸν θυόεντα

ἐν ταῖς ἱεραῖς Ἀθάναις

οἰχνεῖτε πανδαίδαλόν τ’ εὐκλέ’ ἀγοράν,

ἰοδέτων λαχεῖν στεφάνων τᾶν τ’ ἐαριδρόπων ἀοιδᾶν·

Διόθεν τέ με σὺν ἀγλαΐᾳ

ἴδετε πορευθέντ’ ἀοιδᾶν δεύτερον

ἐπὶ τὸν κισσοδόταν θεόν,

τὸν Βρόμιον ἐριβόαν τε βροτοὶ καλέομεν,

γόνον ὑπάτων νίν τε πατέρων μέλπομεν

γυναικῶν τε Καδμεϊᾶν Σεμέλαν.

Ἐναργέα τελέων σάματ’ οὐ λανθάνει,

φοινικοεάνων ὁπότ’ οἰχθέντος Ὡρᾶν θαλάμου

εὔοδμον ἐπάγῃσιν ἔαρ φυτὰ νεκτάρεα·

τότε βάλλεται, τότ’ ἐπ’ ἄμβροτον χέρσον ἐραταὶ

ἴων φόβαι ῥόδα τε κόμαισι μίγνυνται

ἀχεῖ τ’ ὀμφαὶ μελέων σὺν αὐλοῖς

ἀχεῖ τε Σεμέλαν ἑλικάμπυκα χοροί.

 

Pittore anonimo. Coro di giovani con maschere dinanzi ad altare con immagine di Dioniso. Pittura vascolare da un cratere a colonnette attico a figure rosse, 480 a.C. Basel, Antikenmuseum und Sammlung Ludwig.

 

Suvvia, o dèi Olimpi,

al mio coro rivolgete una nobile grazia, o dèi,

che venite all’ombelico della città odoroso di incenso e pieno di persone,

nella sacra Atene,

nella famosa agorà, riccamente adorna di opere d’arte,

e abbiate in sorte corone di viole e di canti mietuti a primavera;

guardate spinto da Zeus con esuberanza di canti

per la seconda volta al dio cinto d’edera,

il Bramio, che noi mortali chiamiamo anche Eriboa.

Cantiamo la stirpe di padri supremi

e tra le donne la Cadmea Semele.

Non sfuggono all’indovino segni evidenti,

quando, schiusosi il talamo delle Ore dai pepli di porpora,

germogli di nettare conducono primavera odorosa;

allora sono gettate, sulla terra immortale, amabili

ciocche di viole e rose si intrecciano alle chiome,

echeggiano voci di canti con flauti

ed echeggiano cori a Semele cinta di diadema.

 

 

 

Bibliografia:

LAVECCHIA S., Pindari Dithyramborum Fragmenta, Roma-Pisa 2000.

ZIMMERMANN B., Dithyrambos: Geschichte einer Gattung, Göttingen 1992 [= rist. Berlin 2008].

 

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