La formazione dell’architetto (Vitr. I 1-3; 11-13; cfr. L.B. Alberti, De re aed. praef. 1-5)

in PIAZZI F., GIORDANO RAMPIONI A., Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 2. Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 558-563.

[1] Architecti est scientia pluribus disciplinis et uariis eruditionibus ornata[1], cuius iudicio probantur omnia quae ab ceteris artibus perficiuntur. opera ea nascitur ex fabrica et ratiocinatione[2]. fabrica est continuata ac trita usus meditatio[3], quae manibus perficit[ur] e materia cuiuscumque generis opus [est] ad propositum deformationis[4]. ratiocinatio autem est, quae res fabricatas sollertiae ac rationis proportione demonstrare atque explicare potest[5]. [2] itaque architecti, qui sine litteris[6] contenderant, ut manibus essent exercitati, non potuerunt efficere, ut haberent pro laboribus auctoritatem[7]; qui autem ratiocinationibus et litteris solis confisi fuerunt, umbram non rem persecuti uidentur[8]. ac qui utrumque perdidicerunt, uti omnibus armis ornati citius cum auctoritate, quod fuit propositum, sunt adsecuti. [3] cum in omnibus enim rebus, tum maxime etiam in architectura haec duo insunt, quod significatur et quod significat[9]. significatur proposita res, de qua dicitur; hanc autem significat demonstratio rationibus doctrinarum explicata. quare uidetur utraque parte exercitatus esse debere, qui se architectum profiteatur. itaque eum etiam ingeniosum oportet esse et ad disciplinam docilem; neque enim ingenium sine disciplina aut disciplina sine ingenio perfectum artificem potest efficere. et ut litteratus sit, peritus graphidos[10], eruditus geometria, historias complures nouerit, philosophos diligenter audierit, musicam scierit, medicinae non sit ignarus, responsa iurisconsultorum nouerit, astrologiam caelique rationes cognitas habeat.

 

[1] Quella dell’architetto è una scienza che si accompagna a parecchie discipline e a diverse conoscenze, dal cui giudizio si approvano tutte le opere, che sono realizzate da altre arti. Tale attività nasce dall’attività pratica e dalla teoria. La pratica è un’ininterrotta e consueta abitudine all’esercizio, per cui con le mani si realizzano quelle cose in qualunque tipo di materiale sia necessario alla creazione di una forma artistica. Mentre la teoria è ciò che può dimostrare e spiegare in rapporto alla perizia e al progetto la costruzione. [2] Pertanto, gli architetti, che, senza preparazione culturale, si erano sforzati di raggiungere un’adeguata abilità manuale, non poterono conseguire un’autorità proporzionata alle proprie fatiche. Eppure, quelli che hanno confidato soltanto nei ragionamenti e nella preparazione culturale, sembrano aver cercato l’ombra, non la realtà. Ma coloro che le appresero entrambe (la teoria e la pratica), come armati di tutto punto, più rapidamente conseguirono il loro proposito con autorità. [3] Sia, infatti, in ogni ambito, sia soprattutto anche in architettura vi sono questi due aspetti: il significato e il significante. Il significato è il progetto di cui si parla, mentre il significante è la sua spiegazione espressa secondo ragione e scienza. Perciò, sembra opportuno che colui che voglia condurre la professione di architetto sia esercitato in entrambi i campi. Quindi, è opportuno che egli sia intelligente e ben disposto all’esperienza pratica. Né infatti l’ingegno senza apprendimento né l’apprendimento senza ingegno possono formare un artista. E affinché sia ben acculturato, esperto di disegno e preparato in geometria, conosca parecchi fatti storici, sia stato attento discepolo di filosofi, conosca la musica, non sia digiuno di medicina, abbia cognizione di diritto e abbia ben note le leggi dei fenomeni celesti.

Frontespizio de I dieci libri dell’architettura di M. Vitruvio, Tradotti & commentati da Mons. Daniel Barbaro eletto Patriarca d’Aquileia, da lui riueduti & ampliati; & hora in piu commoda forma ridotti, appresso Francesco de’Franceschi Senese et Giovanni Chrieger Alemano compagni, Venezia 1567 [link].

Il problema posto da Vitruvio non è certo nuovo, anzi risale al mondo greco dove già all’epoca dei Sofisti si discuteva se nella creazione poetica valesse maggiormente la natura e, quindi, l’ingenium, oppure l’ars, cioè lo studium. Ebbene, Vitruvio afferma che sono necessarie entrambe le componenti, come pochi anni prima aveva sostenuto Orazio a proposito dell’attività poetica, nell’Epistula ad Pisones il poeta dichiarava: ego nec studium sine diuite uena nec rude quid prosit uideo ingenium, ribadendo che ispirazione e tecnica devono per forza convivere.

 

[11] Cum ergo tanta haec disciplina sit, condecorata et abundans eruditionibus uariis ac pluribus[11], non puto posse ‹se› iuste repente profiteri architectos[12], nisi qui ab aetate puerili his gradibus disciplinarum scandendo scientia plerarumque litterarum et artium nutriti[13] peruenerint ad summum templum architecturae[14]. [12] at fortasse mirum uidebitur inperitis, hominis posse naturam tantum numerum doctrinarum perdiscere et memoria continere. cum autem animadverterint omnes disciplinas inter se coniunctionem rerum et communicationem habere, fieri posse faciliter credent; encyclios[15] enim disciplina uti corpus unum ex his membris est composita[16]. itaque qui a teneris aetatibus eruditionibus uariis instruuntur, omnibus litteris agnoscunt easdem notas communicationemque omnium disciplinarum[17], et ea re facilius omnia cognoscunt. ideoque de veteribus architectis Pytheos[18], qui Prieni aedem Mineruae nobiliter est architectatus, ait in suis commentariis architectum omnibus artibus et doctrinis plus oportere posse facere, quam qui singulas res suis industriis et exercitationibus ad summam claritatem perduxerunt. [13] id autem re non expeditur. non enim debet nec potest esse architectus grammaticus, uti fuerat Aristarchus[19], sed non agrammatus, nec musicus ut Aristoxenus[20], sed non amusos, nec pictor ut Apelles[21], sed graphidos non inperitus, nec plastes quemadmodum Myron[22] seu Polyclitus[23], sed rationis plasticae non ignarus, nec denuo medicus ut Hippocrates[24], sed non aniatrologetus, nec in ceteris doctrinis singulariter excellens, sed in îs non inperitus. non enim in tantis rerum uarietatibus elegantias singulares quisquam consequi potest, quod earum ratiocinationes cognoscere et percipere uix cadit in potestatem[25].

 

Rappresentazione della costruzione di una volta sulle arcate del Pont du Gard (in J.-P. Adam, La construction romaine [2011], p. 191, fig. 420).

[11] Dal momento che, dunque, questa disciplina è così vasta, abbondantemente ornata e ricca di molteplici e numerose conoscenze, ritengo che possano qualificarsi a buon diritto come architetti soltanto coloro che, salendo per gradi nell’apprendimento di queste discipline fin dalla fanciullezza, nutriti dalla conoscenza della maggior parte delle lettere e delle arti, siano pervenuti al tempio supremo dell’architettura. [12] Ma forse potrà sembrare stupefacente a coloro che non se ne intendono che la natura umana possa apprendere compiutamente e memorizzare una quantità così ampia di saperi. Quando, però, costoro si saranno resi conto che tutte le discipline hanno tra loro un rapporto assai stretto nei contenuti e connessioni reciproche, si convinceranno che possa facilmente realizzarsi: infatti, la cultura generale, come un solo corpo, è costituita da queste membra. E così coloro che sono istruiti fin dalla più tenera infanzia in vari campi del sapere, sanno riconoscere in tutti i settori della cultura le medesime caratteristiche e il legame che unisce tutte le discipline, e grazie a ciò apprendono più facilmente ogni cosa. E perciò tra gli architetti del passato Pitio, che progettò con grande maestria la costruzione del tempio di Minerva a Priene, nei suoi Commentarii afferma che l’architetto deve essere in grado di contribuire a tutte le arti e scienze rispetto a coloro i quali con la propria ingegnosità e l’esercizio fecero avanzare i singoli campi fino al massimo splendore. [13] Questo, però, non trova riscontro nella realtà. Infatti, non si può pretendere che l’architetto sia un grammatico del livello di Aristarco, ma neppure illetterato, né un musicologo come Aristosseno, ma neppure digiuno di musica, né un pittore come Apelle, ma neppure incompetente nel disegno, né uno scultore come Mirone o Policleto, ma neppure inesperto di arte plastica, né ancora un medico come Ippocrate, ma neppure analfabeta in fatto di medicina, né eccellere in tutte le altre scienze singolarmente considerate, ma neppure essere digiuno in esse. Infatti, in una così grande varietà di specializzazioni nessuno potrebbe conseguire per ognuna di esse risultati eccellenti, dal momento che è appena possibile coglierne e assimilarne i fondamenti teorici.

Disegno di un capitello corinzio proveniente dal Campo Vaccino (Roma), da Jacques-François Blondel, Cours d'architecture ou Traité de la décoration, distribution & construction des bâtiments, Paris 1773.
Disegno di un capitello corinzio proveniente dal Campo Vaccino (Roma), da Jacques-François Blondel, Cours d’architecture ou Traité de la décoration, distribution & construction des bâtiments, Paris 1773.

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Note al testo latino:

[1] In realtà, il participio ornata suggerisce un’idea di bellezza che nobilita il concetto di scientia: una traduzione più moderna e svelta potrebbe essere: “La scienza dell’architetto è interdisciplinare e arricchita da varie cognizioni”. Già dalla prima asserzione dell’autore si può constatare un atteggiamento tipico del mondo antico: il rifiuto del tecnicismo a vantaggio di una visione più ampia, complessa e completa del sapere. Disciplina ed eruditio sono due sinonimi: disciplina deriva da discere e designa sia l’attività dell’imparare sia l’oggetto dell’istruzione (dottrina, scienza, cultura); eruditio deriva da erudire e indica sia l’atto dell’insegnare sia l’oggetto di insegnamento (dottrina, scienza, cognizione).

[2] Fabrica e ratiocinatio sono due concetti in netta opposizione, indicanti due aspetti essenziali della disciplina.

[3] La parola meditatio è qui usata nel senso di “abituale esercizio preparatorio”.

[4] Anche materia e deformatio sono due termini fra loro in opposizione: chiaramente i concetti di “materia” e “forma” hanno origine dal pensiero platonico-aristotelico. Occorre inoltre tenere presente che deformatio, da deformare “foggiare, dipingere, disegnare”, significa “disegno, schizzo”. Propositum indica il progetto che veniva proposto, poi discusso e, infine, approvato.

[5] Da notare l’altissima frequenza di lessemi in –tio. I derivati in –tio sono deverbali, indicanti azioni (la loro frequenza è funzionale al pragmatismo nell’ambito scientifico-tecnico) normalmente di significato astratto, con evoluzione panromanza.

[6] Nel mondo antico la preparazione umanistica era fondamentale: i tecnici, quali potevano essere gli artisti in genere o anche i medici, non avevano lo stesso prestigio sociale di altre categorie professionali, proprio perché privi di litterae.

[7] Vitruvio informa in un altro luogo della sua opera di aver lavorato per le legioni di Cesare in qualità di magister fabrum nella realizzazione di macchine da guerra, ma il suo nome, come quello di tanti altri tecnici, non è certo menzionato nei commentarii del generale, in quanto i suoi incarichi non avevano alcun prestigio.

[8] Vitruvio dichiara apertamente che la teoria, da sola, per sé considerata, non può essere efficace: egli propone un nuovo approccio alle cose, un nuovo modello di sapere, un nuovo umanesimo tecnico-scientifico.

[9] Non è semplice l’interpretazione e la traduzione di questi due concetti: si può pensare sia all’oggetto e al metodo (secondo l’interpretazione di E. Romano), sia all’esame obiettivo delle forme di un’opera e allo studio delle specifiche funzioni dell’opera medesima (nella traduzione di E. Diletti).

[10] Graphidos è il genitivo del termine greco graphis, che indica lo strumento per disegnare, cioè la “matita”; ma qui indica il disegno stesso, per metonimia. Questa parola compare, eccettuati gli scrittori come Vitruvio e Plinio il Vecchio, soltanto in Plauto, in Gellio e in Apuleio.

[11] Lo stile qui utilizzato da Vitruvio è particolarmente enfatico; si ribadisce sostanzialmente il concetto già espresso nel primo paragrafo, con leggere varianti, ma soprattutto con l’aggiunta di un participio, condecorata, il cui valore è evidentemente connotativo.

[12] Nella prosa classica il verbo profiteri dovrebbe essere accompagnato dal complemento predicativo se.

[13] L’autore ribadisce il concetto, già espresso, che l’architetto debba ricevere una preparazione poliedrica.

[14] L’architettura è metaforicamente paragonata a un tempio, una vetta cui si arriva dopo un lungo studio.

[15] L’aggettivo encyclios in greco significa il complesso di quanto riguarda l’educazione, la formazione morale dell’individuo o anche il completo corso degli studi. Sarebbe improprio tradurre con l’aggettivo moderno, “enciclopedico”, poiché il concetto di sapere universale collegato alla parola “enciclopedia” è estraneo al mondo classico. Tuttavia, appare evidente che Vitruvio intende allargare il più possibile il campo conoscitivo dell’architettura: ancora una volta la lingua deve ricorrere al prestito del greco.

[16] Dopo una serie di sostantivi astratti Vitruvio usa un’immagine molto concreta per chiarire il concetto espresso.

[17] Il principio qui sostenuto da Vitruvio, quello della interdisciplinarietà delle scienze e dell’unità del sapere, è decisamente moderno.

[18] Pitio, famoso architetto fiorito intorno alla metà del IV secolo a.C., è considerato il primo e più illustre rappresentante dello stile tardo ionico in Asia Minore, al suo nome è legata la costruzione del Mausoleo di Alicarnasso, una delle sette meraviglie del mondo antico. A Vitruvio interessa qui citarlo come primo assertore della necessità di una cultura di ampio respiro per l’architetto.

[19] Aristarco di Samotracia (217-145 a.C. c.), noto grammatico, direttore della celebre Biblioteca di Alessandria e grande studioso di Omero.

[20] Aristosseno, discepolo di Aristotele, scrittore molto facondo, esperto di musica, scrisse gli Harmonica stoichéia, tre libri in cui presentava problemi di teoria musicale.

[21] Apelle, pittore del IV secolo a.C., molto apprezzato da Alessandro Magno. Probabilmente fu il maestro più seguito in epoca ellenistica.

[22] Mirone, celebre scultore della Beozia, vissuto nel V secolo a.C. La sua scultura più nota, che si conosce bene attraverso le copie che sono pervenute, è il Discobolo.

[23] Policleto di Sicione, poco più giovane di Mirone, ha legato il suo nome a statue celeberrime come il Doriforo e il Diadumeno. È il teorizzatore del canone proporzionale della statuaria.

[24] Ippocrate di Cos (460-377 a.C. c.), famosissimo medico, autore probabile del cosiddetto Corpsu Hippocraticum.

[25] Vitruvio afferma che non è così semplice per l’architetto dotarsi di una vasta cultura. Tuttavia, la linea di tendenza proposta dallo scrittore va in questa direzione, che, come abbiamo già osservato, rispondere a una esigenza particolarmente sentita nel mondo classico.

***

Il celebre architetto e umanista Leon Battista Alberti, nel suo De re aedificatoria, composto tra il 1443 e il 1452, non solo ripropone esattamente in dieci libri la struttura del testo di Vitruvio, ma fa sue anche le tesi che vi sono esposte. Promossa da Lorenzo il Magnifico e curata da Angelo Poliziano, la prima edizione a stampa del De re aedificatoria fu pubblicata a Firenze nel 1485. Si riporta, di seguito, la prefazione dell’opera, dove è evidente l’influsso di Vitruvio.

 

G. Benaglia, Ritratto di Leon Battista Alberti (1404-1472). Incisione, 1804, da Della pittura e della statua, ed. Società Tipografica de’ Classici Italiani (Milano).

 

[1] Multas et uarias artesque, ad uitam bene beateque agendam faciant, summa industria et diligentia conquisitas nobis maiores nostri tradidere. quae omnes et si ferant prae se quasi certatim huc tendere, ut plurimum generi hominum prosint, tamen habere innatum atque insitum eas intellegimus quippiam, quo singulae singulos praeceteris diuersosque polliceri fructus uideantur. Namque artes quidem alias necessitate sectamur; alias probamus utilitate; alias uero quod tantum circa res cognitis gratissimas uersentur in pretio sunt. quales autem haec sint artes non est ut prosequar, impromptu enim sunt; uerum si repetas ex omni maximarum artium numero nullam penitus inuenies quae non spretis reliquis suos quosdam et proprios fines petat et contempletur. aut si tandem comperias ullam, quae huiusmodi sit ut ea carere nullo pacto possis, tum et de se utlitatem uoluptati dignitateque coniunctam praestet, meo iudicio ab earum numero excludendam esse, non duces architecturam; namque ea quidem – siquidem rem diligentius pensitaris – et publice et priuatim commodissima et uehementer gratissima generi hominum est dignitateque inter primas non postrema.

[2] Sed, antequam ultra progrediar, explicandum mihi censeo, quemnam haberi uelim architectum. non enim tignarium adducam fabrum, quem tu summis caeterarum disciplinarum uiris compares: fabri enim manus architecto pro strumento est. architectum ego hunc fore constituam qui certa admirabilique ratione et uia, tum mente animoque diffinire, tum et opere absoluere didicerit quaecumque ex ponderum motu corporumque compactione et coaugmentatione dignissimis hominum usibus bellissime commodentur. quae ut possit comprehensione et cognitione opus est rerum optimarum […]. [3] Fuere qui dicerent aquam aut ignem praebuisse principia quibus effectum sit ut hominum coetus celebrarentur; nobis uero tecti parietisque utilitatem atque necessitatem spectantibus ad homines conciliandos atque una continendos maiorem in modum ualuisse nimirum persuadebitur. sed ne architecto quidem ea re solum debemus quod tuta optataque diffugia contra solis ardores, brumam pruinasque dederit (tam et si ipsum id haud quamque minimum beneficium est), quam quod multa inuenerit, priuatim et publice, procul dubio longe utilia et ad uitae usum iterum atque iterum accommodatissima.

[4] Quot familias honestissimas et nostra et aliae orbis urbes, temporum iniuria labefactatas, funditus amisisset, ni eos patrii lares, quasi in maiorum suorum gremio receptos, confouissent! Daedalum sua probarunt tempora uel maxime quod apud Selinuntios antrum aedificarit, ex quo, repens, lenisque uapor ita efflaret ac colligeretur, ut sudores grauissimos eliceret corporaque curaret summa cum uoluptate. quid alii quam multa istius modi excogitarunt quae ad bonam ualetudinem faciant: gestationes, natationes, thermas et huiusmodi. aut quid referam uehicula, pistrinas, horria et minuta haec, quae tamen in uita degenda plurimum momenti habent. quid aquarum copias ex intimis, reconditisque productas, usibusque tam uariis tamque expeditis expositas; quid trophea, delubra, fana, templa et eiusmodi, quae ad cultum religionis fructumque posteritatis adinuenit. quid demum quod abscissis rupibus, perfossis montibus, completis uallibus, coercitis lacu marique, expurgata palude, coedificatis nauibus, directis fluminibus, espeditis hostiis, constitutis pontibus portuque, non solum temporariis hominum commodis prouidit, uerum et aditus ad omnes orbis prouincias patefecit. ex quo effectum est ut fruges, aromata, gemmas rerumque peritias et cognitiones et quaecumque ad salutem et uitae commodum conferant homines hominibus mutuis officiis communicarint. [5] Adde his tormenta, machinas, arces et quae ad patriam libertatem, rem decusque ciuitatis, tuendam, augendamque, ad propagandum stabiliendumque imperium ualeant. equidem sic arbitror quos quot a uertere hominum memoria urbes obsidione sub aliorum imperium uenerint, si rogentur a quo debellatae subactaeque sint, non negaturas ab architecto.

 

 

[1] Molte e svariate arti, che contribuiscono a render felice la vita, furono dai nostri antenati indagate con grande accuratezza e impegno, e tramandate a noi. E benché tutte quasi a gara dimostrino di perseguire lo stesso fine, di giovare quanto più possibile all’umanità, non di meno risulta esservi in ciascuna di esse una caratteristica intrinseca e naturale, tale da indicare come propria una finalità particolare e diversa dalle altre. Talune arti, infatti, sono coltivate per la loro necessità; altre si raccomandano per i vantaggi che presentano; altre ancora si apprezzano soltanto perché riguardano argomenti piacevoli a conoscersi. Non occorre specificare di quali arti si tratti, perché sono note; ma se si tengono presenti le più importanti, non se ne troverà una sola che non si rivolga a certi suoi particolari scopi, escludendone tutti gli altri. O se pure qualcuna se ne trovasse, tale da non potersene in alcun modo far senza, e tale, al tempo stesso, da conciliare la convenienza pratica con la gradevolezza e il decoro, a mio giudizio in questa categoria è da includere l’architettura; giacché essa – se si medita attentamente in proposito – è quanto mai vantaggiosa alla comunità come al privato, particolarmente gradita all’uomo in genere e certamente tra le prime per importanza. [2] Ma, prima di procedere oltre, credo utile chiarire che cosa, secondo me, si debba intendere per architetto. Giacché non prenderò certo in considerazione un carpentiere, per paragonarlo ai più qualificati esponenti delle altre discipline: il lavoro del carpentiere infatti non è che strumentale rispetto a quello dell’architetto. Architetto chiamerò colui che con metodo sicuro e perfetto sappia progettare razionalmente e realizzare praticamente, attraverso lo spostamento dei pesi e mediante la riunione e la congiunzione dei corpi, opere che nel modo migliore si adattino ai più importanti bisogni dell’uomo. A tale fine gli è necessaria la padronanza delle più alte discipline. […] [3] È stato affermato da alcuni che furono l’acqua o il fuoco le cause originarie onde gli uomini si riunirono in comunità; ma noi, considerando quanto un tetto e delle pareti siano convenienti, anzi indispensabili, ci convinceremo che queste ultime cause ebbero indubbiamente maggiore efficacia a riunire e mantenere insieme degli esseri umani. All’architetto tuttavia dobbiamo riconoscenza non soltanto perché ci fornisce un accogliente e gradito riparo dagli ardori del sole e dal gelo dell’inverno (benché ciò costituisca non piccolo merito), ma anzitutto per i suoi innumerevoli ritrovati che riescono di indubbia utilità, sia privata che pubblica, e tali da rispondere ai bisogni della vita in frequenti occasioni. [4] Quante casate nobilissime, decadute per l’ingiuria del tempo, sarebbero scomparse dalla nostra città e da tante altre in tutto il mondo, se il focolare domestico non ne avesse mantenuti riuniti i superstiti, quasi accolti in grembo agli antenati! Dedalo fu altamente lodato dai contemporanei per aver costruito a Selinunte una grotta dove sgorgando si raccoglieva un vapore tiepido e sottile, che faceva sudare in modo gradevolissimo, sottoponendo i corpi a una piacevole cura. Molte opere del genere, utili alla salute, furono escogitate da altri: viali da passeggio, piscine, terme e simili. Si possono pure menzionare i mezzi di trasporto, i forni, gli orologi e altri minori ritrovati, che pure hanno grande importanza nella vita d’ogni giorno. E ancora, i mezzi per condurre in superficie le acque sotterranee, adibite ad usi tanto diversi e indispensabili; così pure i monumenti commemorativi, i santuari, i templi, i luoghi sacri in genere, creati dall’architetto a scopi religiosi o ad uso dei posteri. Infine, mediante il taglio delle rupi, il traforo delle montagne, il livellamento delle valli, il contenimento delle acque marine e lacustri, lo svuotamento delle paludi, la costruzione delle navi, la rettificazione del corso dei fiumi, lo scavo di sbocchi alle acque, la costruzione di ponti e di porti, egli non solo risolse problemi di opportunità temporanea, bensì aprì la strada verso ogni regione della terra. In tal modo i diversi popoli poterono scambievolmente rendersi partecipi di tutto quanto giovasse al miglioramento della salute e del tenore di vita: prodotti agricoli, profumi, pietre preziose, esperienze e nozioni. [5] Si aggiungano le armi da lancio, gli ordigni bellici, le fortezze, e tutti gli strumenti utili a conservare e a rafforzare la libertà della patria, patrimonio e vanto della comunità, e a estenderne e consolidarne i domini. È anzi mia opinione che, se si indaga da chi siano state sconfitte e costrette alla resa, fin dai tempi più antichi, tutte le città che in seguito ad assedio pervennero in mano del nemico, si vedrà che ciò si dovette all’opera dell’architetto.

Giorgio Vasari, Frontespizio del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti. Disegno a stampa, 1550.

 

Il sapere dell’architetto

Quando nel prologo del De re aedificatoria Leon Battista Alberti definisce l’attività dell’architetto come progettazione razionale e realizzazione pratica, e ne sottolinea la differenza rispetto al lavoro manuale del carpentiere, del faber tignarius, fa suo un pensiero espresso nel De architectura, e tanto più questa ripresa di formulazioni vitruviane appare significativa in quanto il rapporto di Alberti nei confronti del suo autorevole precedente classico è tutt’altro che di incondizionata ammirazione e di passiva acquiescenza a un’autorità. Ma pur con i limiti di disorganicità e di imprecisione scientifica che vengono imputati al suo ritratto, in questi anni intorno alla metà del Quattrocento, in cui si determina una svolta decisiva all’interno del dibattito sull’architettura, Vitruvio rappresentava soprattutto, per Alberti come per Brunelleschi, per Ghiberti, che ne parafrasa interi capitoli, come per Filarete, che dal suo trattato ricava interamente il programma di una formazione culturale enciclopedica, il primo assertore del carattere intellettuale dell’attività dell’architetto. L’abilità delle maestranze (i fabri) e il gusto dei committenti privati hanno certamente un peso ai fini del risultato complessivo, ma il merito principale della realizzazione spetta all’architetto, il quale si differenzia dal manovale, come da qualsiasi altro incompetente, per la sua capacità progettante, che gli permette di avere chiara in mente l’immagine dell’opera prima che questa sia compiuta […].

Stele votiva all’architetto Lucceius Peculiaris (CIL X 3821 = ILS 3662). Rilievo, calcare, seconda metà del II sec. d.C. da Capua. Capua, Museo Archeologico Provinciale.

 

Con l’affermazione della differenza tra fabri e architecti Vitruvio si qualifica a sua volta come l’erede di una tradizione di pensiero che, sviluppando spunti già contenuti in Platone e in Aristotele, i quali erano giunti a formulare la differenza fra ἀρχιτέκτονες («architetti») e χειροτέχναι («operai»), fra il lato architettonico-direttivo e quello esecutivo-pratico distinguibili in ogni attività tecnica, doveva aver trovato particolare diffusione nell’ambito della riflessione sulle τέχναι («arti») nella cultura ellenistico-romana. Continuatore di una esperienza ellenistica e anticipatore di una concezione umanistica della professione dell’architetto, Vitruvio si colloca all’incrocio fra tradizioni culturali-secolari e l’esigenza moderna di una autonomia della sfera intellettuale: questa rivendicazione è alla base dell’intero capitolo (De arch. 1, 1) dedicato alla formazione culturale dell’architetto. Fin dall’inizio troviamo una esplicita dichiarazione di appartenenza ad un ambito intellettuale e non meramente tecnico, poiché la prima definizione professionale dell’architetto si identifica con quella del suo sapere: architecti est scientia pluribus disciplinis et uariis eruditionibus ornata, cuius iudicio probantur omnia quae ab ceteris artibus perficiuntur opera (De arch. I 1, 1). Il sapere dell’architetto risulta dagli apporti di numerosi ambiti disciplinari e poggia su una preparazione di base che spazia in vari campi; questa poliedricità della sua cultura gli fornisce una capacità di iudicium, una chiave per la comprensione e la valutazione dei risultati prodotti dalle altre tecniche, e attribuisce al suo sapere una maggiore completezza rispetto agli altri saperi tecnici, e, quindi, all’architettura un primato sulle altre tecniche (ceterae artes). Credo che il testo stesso suggerisca questa interpretazione del passo, nel senso di una affermazione della superiorità di una tecnica sulle altre, piuttosto che di una scienza sulle tecniche. Vedere nella definizione vitruviana dell’architettura l’affermazione di una episteme che si contrapponga alle varie τέχναι sarebbe una forzatura del testo e nello stesso tempo un’eccessiva semplificazione del complesso concetto di τέχνη nella cultura ellenistica: almeno a partire dal Peripato era venuta meno l’opposizione fra una episteme come conoscenza pura e una τέχνη come attività produttiva, a favore di una concezione di quest’ultima come forma specialistica di sapere che, semmai, va conciliata con una filosofia superiore, che non è più contemplazione teoretica, ma è etica, τέχνη essa stessa del vivere. Nella centralità che l’architettura, come sapere specialistico, assume in Vitruvio rispetto alle altre tecniche, e quindi alle altre forme specializzate di sapere, mi sembra […] di cogliere l’eco di uno schema di pensiero tipico della riflessione ellenistica sulle τέχναι: mi riferisco alla tendenza, da parte dei teorici di ogni scienza o τέχνη, che affonda le sue radici nel policentrismo culturale del Peripato, ma che avrà tanta diffusione in ambito ellenistico-romano da diventare un topos non solo filosofico ma anche letterario, a considerare la propria scienza o arte, ciascun sapere parziale (nel senso aristotelico di κατὰ μέρος «parte per parte»), come sapere totale che racchiude tutta la cultura, compreso il sapere filosofico.

(E. Romano, La capanna e il tempio. Vitruvio o dell’architettura, Palermo 1987, pp. 45-50)

Un pensiero su “La formazione dell’architetto (Vitr. I 1-3; 11-13; cfr. L.B. Alberti, De re aed. praef. 1-5)

Annotazioni e osservazioni dei lettori

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