Valerio Flacco, un raffinato rielaboratore

di CONTE G.B., PIANEZZOLA E., Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 3. L’età imperiale, Milano 2010, 303-304; cfr. PIAZZI F., GIORDANO RAMPIONI A., Multa per aequoraLetteratura, antologia e autori della lingua latina, Vol. 3, L’alto e il basso Impero, Bologna 2004, 242-243.

Valerio Flacco, probabilmente il più misterioso e difficile tra i poeti epici di età flavia, fu un autore di notevole raffinatezza culturale. Il suo poema incompiuto, gli Argonautica, rivelano una grande elaborazione letteraria, capace di tenere insieme un articolato incrocio di modelli e strutture poetiche, la cui raffinata complessità rende particolarmente spiacevole il vuoto di notizie su questo autore.

Biagio d’Antonio, Sposalizio di Giasone e Medea. Tempera su tavola, 1487. Paris, Musée des Arts Décoratifs.

Vita e opere

Quasi nulla si conosce, dunque, della vita di Valerio Flacco (il cui nome completo era C. Valerius Flaccus Setinus Balbus), attivo come scrittore nel ventennio fra il 70 e il 90 d.C. e del quale Quintiliano nel 95 lamentava la scomparsa recente (multum in Valerio Flacco nuper amisimusInst. X 1, 90), forse poco prima del 92. Si sa, però, che era di condizione sociale elevata, dato che, come informa Flacco stesso, rivestì la carica sacerdotale di quindecimvir sacris faciundis. L’opera di Valerio Flacco sono gli Argonautica, poema epico di cui restano (verosimilmente per incompiutezza piuttosto che per gusti della tradizione manoscritta) sette libri e una parte dell’ottavo (ma il progetto originario doveva prevederne dodici, in ossequio al modello virgiliano). L’opera di Flacco rappresentava una decisiva reazione alla Pharsalia di Lucano. Si tratta di una serie di vicende che corrisponde all’incirca a tre quarti del racconto sviluppato dal poeta Apollonio Rodio (III sec. a.C.) nei quattro libri del suo poema omonimo: un’opera che a Roma aveva già ispirato Varrone Atacino, mentre la versione tragica di Euripide era stata ripresa da Ovidio, Seneca e Lucano. Valerio Flacco narra i motivi della spedizione di Giasone in cerca del vello d’oro (libro I), il viaggio avventuroso e contrastato a bordo della nave Argo fino alla Colchide (libri II-V), gli intrighi e le lotte alla corte di re Eeta e l’amore tra Giasone e Medea, la conquista del vello d’oro e il principio del travagliato ritorno (libri VI-VIII).

Frisso ed Elle. Affresco, 50 a.C. ca. dall’Insula Occidentale VI (Pompei). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Gli Argonautica e i loro modelli

Valerio Flacco, pur ispirandosi da vicino al modello di Apollonio Rodio, mira a una riscrittura in gran parte autonoma del tema argonautico e non si limita a una “romanizzazione” come quella (rimasta celebre) attuata da Varrone Atacino nel I secolo a.C. Vi sono abbreviamenti, aggiunte, modifiche importanti nella psicologia dei personaggi, nel modo di concepire l’intervento divino, nel ritmo del racconto. Variazioni e innovazioni, però, si innestano spesso su di un contesto che – sia sul piano degli schemi narrativi sia su quello dell’espressione – risulta in varia misura debitore nei confronti di Apollonio. Rispetto dunque alla trama svolta dal poeta greco, qui viene dilatata nei libri V e VI la sezione, inesistente nel modello, relativa alla contesa tra Eeta e suo fratello Perse. La struttura del poema risulta così suddivisa in una parte odisseica di avventure per mare e in una parte iliadica di guerre e prove eroiche, come l’Eneide che consta di due esadi. La prima parte, inoltre, ricca di suggestioni esotiche, riflette l’interesse per la geografia e l’etnografia attestato in questo periodo anche dall’opera di Mela e di Plinio il Vecchio. Al modello epico tradizionale si conforma l’intero poema di Valerio Flacco sia per il tema mitologico sia per l’onnipresenza dell’apparato divino e la visione provvidenzialistica, sia ancora per la prospettiva moralistica ed edificante. L’attualità dell’antico mito, inoltre, è giustificata nel proemio dal parallelo – escogitato dall’autore con adulatoria amplificazione – tra la navigazione verso la Colchide e la spedizione navale in Britannia condotta da Vespasiano sotto il principato di Claudio: allo stesso modo, anche Virgilio aveva paragonato le imprese in Oriente di Ottaviano con la spedizione argonautica (Egl. IV 34-35)

Nei punti in cui Valerio Flacco segue da vicino il testo greco (fino a misurarsi talora in piccoli saggi di traduzione artistica) la sua rielaborazione appare guidata dalla ricerca dell’effetto: accentuazione del pathos e drammatizzazione, concentrazione del modello e conseguente gusto per la brevità dell’espressione (resa audace e allusiva fin quasi all’oscurità). Sono questi i procedimenti più frequentemente impiegati per ottenere un maggiore coinvolgimento emotivo del lettore. La formazione stessa del testo di Apollonio – imitatore di Omero e imitato, a sua volta, da Virgilio – si colloca al centro di una rete di rapporti che tengono insieme una vasta tradizione epica. Il poeta flavio – nella sua consapevole, “manieristica” posizione di epigono – si trova portato a un’operazione di continua scomposizione e ricomposizione dei propri modelli: egli sa recuperare al suo testo i necessari antecedenti di Omero e di Apollonio, ma, al contempo, non può non integrare il testo con materiali che derivano dall’opera di Virgilio. Così, per esempio, nella rappresentazione di Medea, la figura di maggior rilievo del poema: ora tenera fanciulla e come tale descritta secondo il modello omerico dell’incontro di Odisseo e Nausicaa, ora maga terribile e capace di ogni nefandezza, come nel modello rodio (nullum mente nefas, nullos horrorescere uisus, VI 453), ora donna innamorata che l’autore, con ricorso all’espediente narrativo omerico della τειχοσκοπία («vista dalle mura»), rappresenta mentre contempla rapita le imprese di Giasone. Nella caratterizzazione della donna, ambigua e contraddittoria, convergono, inoltre, tratti patetici della Didone virgiliana, spunti elegiaci (la cura o «malattia d’amore», l’innamorata che veglia mentre tutti dormono), aspetti comuni alle pitture terribili e stupefacenti del Seneca tragico e di Lucano (nella descrizione sinistra di Medea esperta di arti magiche: opibus magicis et uirginitate tremendam, VI 449). Valerio Flacco, dunque, si è ispirato ad Apollonio, “contaminandolo” però con altre sue fonti.

In questa complessa operazione l’autore mostra una viva consapevolezza che la letteratura consiste anche nella sedimentazione di un linguaggio dalla storia plurisecolare che, nella sua stratificazione, ha finito con il costituirsi in un’organica tradizione poetica. Egli non può tuttavia esimersi dal trarre opportuni suggerimenti anche da altri rappresentanti della letteratura augustea, in particolare da Ovidio, e i già menzionati “moderni” Seneca tragico e Lucano. Sicché questa poesia riflessa ed elaborata (che si qualifica anche per un certo virtuosismo manieristico evidente nella rielaborazione delle varie suggestioni) rischia a volte di disperdersi sotto le spinte, non sempre armonizzate, di una troppo vasta molteplicità di modelli.

Giasone nella reggia di Pelia. Affresco, ante 79 d.C. dal triclinium della Casa di Giasone (o dell’amor fatale, IX 5, 18), Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Lo stile e la tecnica narrativa

Il fondamentale influsso di Virgilio spinge Valerio a una poetica “reazionaria”: il tema è mitologico, l’apparato divino onnipresente, l’impostazione morale del racconto edificante – si è detto. Mentre Apollonio aveva fatto di Giasone un eroe problematico e chiaroscurale – di fatto, quasi un antieroe – Valerio riporta il suo protagonista a uno status di elevatezza epica, lo romanizza e lo assimila ad Enea, di cui possiede la virtus bellica, la pietas e la fama. Il fato provvidenziale di stampo virgiliano, con il suo portaparola Giove, controlla tutto lo sviluppo degli eventi. La narrazione di Valerio Flacco esaspera la propensione virgiliana allo stile soggettivo, a rendere cioè situazioni e avvenimenti attraverso il punto di vista e le sensazioni dei vari personaggi. Questa tendenza, com’è ovvio, comporta una continua psicologizzazione del racconto: se in Virgilio le sensazioni dei personaggi acquisivano talora rilievo maggiore rispetto agli stessi avvenimenti, in Valerio l’importanza assunta è tale da sopprimere persino la descrizione di particolari o la narrazione di eventi, spesso necessari alla comprensione del testo. È naturale che l’espansione del modello di Apollonio sia dunque orientata soprattutto verso il patetico, ricercato con ostinazione in tutte le potenziali occasioni e applicato a ogni tipo di personaggio, senza attenzione alle incongruenze che tale procedimento può generare nei vari caratteri.

Per quanto riguarda gli aspetti più strutturali della composizione, Valerio, pur rivelandosi elegante e raffinato nel particolare, nel dettaglio descrittivo, nella notazione psicologica, nel quadro isolato, tuttavia fallisce spesso nella creazione di strutture narrative articolate. Difetti di chiarezza e di linearità, e ancor più la mancata specificazione delle coordinate spazio-temporali dell’azione, danno l’impressione di un modo di comporre per blocchi isolati, un modo che presta più attenzione all’evidenza e all’effetto della singola scena che non alla perspicuità e alla coerenza dell’insieme. Nel suo complesso, ne risulta un testo narrativo assai difficile, spesso oscuro, che si caratterizza come estremamente dotto anche per quanto riguarda la sua destinazione (il pubblico che viene presupposto come lettore ideale). Il lettore in qualche caso non trova, nel testo di Valerio, nemmeno tutte le informazioni essenziali per la comprensione della vicenda, ma, per capire situazioni e linea narrativa, deve già essere a conoscenza degli avvenimenti; il più delle volte è comunque necessario che abbia presente l’immediato testo di riferimento, ovvero Apollonio. Gli Argonautica, insomma, si configurano come un’opera che, per realizzare una poetica ardua e sofisticata, presuppone nel suo destinatario un’ampia competenza letteraria.

Annotazioni e osservazioni dei lettori

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