Il suicidio di Seneca (Tac. 𝐴𝑛𝑛. XV 62-64)

da A. BALESTRA et alii, In partes tres. 3. L’età imperiale, Bologna 2016, 23-24.

Nel 66 Nerone inviò i suoi pretoriani da Seneca per comunicargli che per lui era stata decisa la morte, in quanto sospettato di aver preso parte alla congiura di Pisone contro il princeps. Di fronte a tale intimazione Seneca decise di darsi volontariamente la morte, imitando il gesto di Catone Uticense, da lui numerose volte ricordato nelle sue opere. Il suicidio rappresentava per il filosofo il gesto estremo di libertà: l’accettazione della morte – nella razionale consapevolezza, caratteristica dello Stoicismo, che dopo di essa non esistesse probabilmente nulla – costituiva l’adesione al corso degli eventi (il fato) fino alle estreme conseguenze e coincideva, nell’ottica stoica, con la virtù; in questo senso, compiuto il suo disegno di vita, il filosofo lasciava come eredità ai posteri, come esempio di onestà intellettuale, l’immagine della propria vita e soprattutto di come essa si fosse onorevolmente conclusa. Tacito racconta la fine del filosofo nel XV libro degli Annales: il suicidio, portato a compimento senza disperazione, vicino alle persone che gli erano care (dato che Seneca aveva ricevuto l’intimazione mentre era a cena con la moglie Paolina e alcuni amici) ricorda la morte di Socrate, avvenuta nel carcere di Atene, dove il filosofo, dopo aver assunto la cicuta, si spense senza mai interrompere la conversazione con i discepoli che lo circondavano, come narra Platone nel Fedone.

Pieter Paul Rubens, La morte di Seneca. Olio su tela, 1614.

 

[62] Ille interritus poscit testamenti tabulas; ac denegante centurione conuersus ad amicos, quando meritis eorum referre gratiam prohiberetur, quod unum iam et tamen pulcherrimum habeat, imaginem uitae suae relinquere testatur, cuius si memores essent, bonarum artium famam fructum constantis amicitiae laturos. Simul lacrimas eorum modo sermone, modo intentior in modum coercentis ad firmitudinem reuocat, rogitans ubi praecepta sapientiae, ubi tot per annos meditata ratio aduersum imminentia? Cui enim ignaram fuisse saeuitiam Neronis? Neque aliud superesse post matrem fratremque interfectos quam ut educatoris praeceptorisque necem adiceret.

[63] Ubi haec atque talia uelut in commune disseruit, complectitur uxorem et paululum aduersus praesentem fortitudinem mollitus rogat oratque temperaret dolori neu aeternum susciperet, sed in contemplatione uitae per uirtutem actae desiderium mariti solaciis honestis toleraret. Illa contra sibi quoque destinatam mortem adseuerat manumque percussoris exposcit. Tum Seneca gloriae eius non aduersus, simul amore, ne sibi unice dilectam ad iniurias relinqueret, “Vitae”, inquit “delenimenta monstraueram tibi, tu mortis decus mauis: non inuidebo exemplo. Sit huius tam fortis exitus constantia penes utrosque par, claritudinis plus in tuo fine”. Post quae eodem ictu brachia ferro exsoluunt. Seneca, quoniam senile corpus et parco uictu tenuatum lenta effugia sanguini praebebat, crurum quoque et poplitum uenas abrumpit; saeuisque cruciatibus defessus, ne dolore suo animum uxoris infringeret atque ipse uisendo eius tormenta ad impatientiam delaberetur, suadet in aliud cubiculum abscedere. Et nouissimo quoque momento suppeditante eloquentia aduocatis scriptoribus pleraque tradidit, quae in uulgus edita eius uerbis inuertere supersedeo.

[64] At Nero nullo in Paulinam proprio odio, ac ne glisceret inuidia crudelitatis, ‹iubet› inhiberi mortem. Hortantibus militibus serui libertique obligant brachia, premunt sanguinem, incertum an ignarae. Nam ut est uulgus ad deteriora promptum, non defuere qui crederent, donec implacabilem Neronem timuerit, fama‹m› sociatae cum marito mortis petiuisse, deinde oblata mitiore spe blandimentis uitae euictam; cui addidit paucos postea annos, laudabili in maritum memoria et ore ac membris in eum pallorem albentibus ut ostentui esset multum uitalis spiritus egestum. Seneca interim, durante tractu et lentitudine mortis, Statium Annaeum, diu sibi amicitiae fide et arte medicinae probatum, orat prouisum pridem uenenum quo damnati publico Atheniensium iudicio extinguerentur promeret; adlatumque hausit frustra, frigidus iam artus et cluso corpore aduersum uim ueneni. Postremo stagnum calidae aquae introiit, respergens proximos seruorum addita uoce libare se liquorem illum Ioui liberatori. Exim balneo inlatus et uapore eius exanimatus sine ullo funeris sollemni crematur. Ita codicillis praescripserat, cum etiam tum praediues et praepotens supremis suis consuleret.

Noël Sylvestre, La morte di Seneca. Olio su tela, 1875. Béziers, Musée des Beaux-Arts.

[62] Lui, senza mostrare timore, chiese le tavolette su cui redigere il proprio testamento; ma, dato che il centurione lo impediva, rivoltosi agli amici, visto che gli veniva impedito di ringraziarli per i loro meriti, affermò di lasciar loro in eredità l’unico e più bel bene di cui era in possesso, l’immagine della sua vita. Se si fossero ricordati di quella, da un’amicizia tanto salda avrebbero ricavato la fama di virtù. Allo stesso tempo, frenò le loro lacrime ora con parole, ora con maggiore severità, al modo di chi richiama al dovere della fermezza, chiedendo insistentemente dove fossero finiti gli insegnamenti della saggezza, dove la forza della ragione nell’imminenza delle sciagure, argomento su cui per anni si era riflettuto. A chi, del resto, era ignota la ferocia di Nerone? Dopo aver fatto fuori la madre e il fratello, non gli rimaneva nient’altro che aggiungere l’assassinio del suo precettore e maestro.

[63] Dopo aver riflettuto in mezzo a tutti di tali questioni, abbracciò la moglie, e, un poco inteneritosi nonostante la viva forza d’animo, la pregò ripetutamente di moderare il dolore, per non mantenerlo troppo a lungo, e di sopportare il rimpianto per il marito cercando un’onorevole consolazione nel ricordo di una vita trascorsa sulla via della virtù. Quella, invece, disse con serietà che la morte era destinata anche a lei e invocò la mano dell’assassino. Allora Seneca, non contrario al suo onorevole gesto, e anche per amore, per non lasciare l’unica donna da lui amata esposta alle offese, disse: «Ti avevo mostrato come consolare la vita, tu invece preferisci la bellezza della morte: non mi opporrò a un gesto esemplare. Sia pure pari, per te e per me, la fermezza di fronte a una morte tanto crudele, nella tua fine c’è tuttavia maggiore nobiltà». E dopo queste parole con il medesimo gesto recisero con un pugnale le vene dei polsi. Seneca, dato che il suo fisico anziano e provato dal digiuno versava sangue lentamente, recise anche le vene delle gambe e dei polpacci; e spossato per i lancinanti dolori, per non fiaccare il coraggio della moglie con la vista della propria sofferenza e per non cedere lui stesso per l’incapacità di sopportare la vista di lei, la convinse a ritirarsi in un’altra camera. Quindi, dato che la parola non venne meno fino all’ultimo istante, fatti chiamare degli scrivani, dettò molti pensieri, che tralascio di parafrasare, in quanto resi pubblici con le sue parole originali.

[64] Ma Nerone, non avendo alcun motivo particolare di odio nei confronti di Paolina, perché l’odio nei confronti della sua crudeltà non aumentasse troppo, fece recapitare l’ordine che la morte di lei fosse impedita. Al comando dei centurioni i servi e i liberti fasciarono i suoi polsi, fermandone l’emorragia: non è dato sapere se lei se ne rendesse conto. Infatti, com’è abitudine del popolo romano a dar credito alla voce peggiore, non mancarono quelli che si dissero sicuri che Paolina, fin a quando aveva creduto che l’ira di Nerone fosse implacabile, aveva cercato la gloria morendo insieme al marito; successivamente, apertosi uno spiraglio di speranza, era stata vinta dalla lusinga della vita. Ma a lui sopravvisse ancora per pochi anni, nell’onorevole ricordo dello sposo e con il volto e le membra di un tale pallore da rendere palese che molto dello spirito vitale era andato disperso. Seneca, intanto, poiché si prolungava lentamente l’agonia, pregava Stazio Anneo, da lungo tempo suo amico sincero e medico di rinomata competenza, di somministrargli del veleno, già preparato in precedenza, con cui si facevano morire i condannati secondo le sentenze del popolo ateniese; ma, una volta fornitogli, lo assunse inutilmente, dato che ormai gli arti erano irrigiditi e il fisico era insensibile alla forza del veleno. Infine, si immerse in una vasca d’acqua calda, con cui spruzzò leggermente i servi che stavano vicini, aggiungendo che offriva quell’acqua come libagione a Giove Liberatore. Quindi, fu trasferito in una stanza da bagno assai riscaldata e rimase esanime a causa del vapore; poi fu cremato senza alcuna cerimonia funebre. Così aveva lasciato scritto in alcuni documenti, quando, al culmine della ricchezza e del potere, dava disposizioni sulle proprie esequie.

(trad. it. di A. Balestra)

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