Le 𝑂𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑒𝑠 di Catone, la prima opera storica in latino

cfr. G.B. Cᴏɴᴛᴇ, E. Pɪᴀɴᴇᴢᴢᴏʟᴀ, 𝐿𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑎. 1. 𝐿’𝑒𝑡𝑎̀ 𝑎𝑟𝑐𝑎𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑟𝑒𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎𝑛𝑎, Milano 2010, 139-140; F. Pɪᴀᴢᴢɪ, A. Gɪᴏʀᴅᴀɴᴏ Rᴀᴍᴘɪᴏɴɪ, 𝑀𝑢𝑙𝑡𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑒𝑞𝑢𝑜𝑟𝑎. 𝐿𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎, 𝑎𝑛𝑡𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑒 𝑎𝑢𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑖𝑛𝑔𝑢𝑎 𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑎. 1. 𝐷𝑎𝑙𝑙’𝑒𝑡𝑎̀ 𝑎𝑟𝑐𝑎𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑙𝑙’𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝐶𝑒𝑠𝑎𝑟𝑒, Bologna 2004, 283-285.

 

La prima grande opera storica romana è scritta da un protagonista importante della Repubblica, Catone il Censore, tradizionalmente noto per il rigido conservatorismo etico e per la fiera opposizione alla politica degli Scipiones. Dopo i primi tentativi compiuti dalla storiografia senatoria, di tradizione annalistica ma in lingua greca, le Origines di Catone ritornano, polemicamente, al latino degli annales pontificum, le registrazioni ufficiali, affidate alla casta religiosa, dei fatti memorabili per la civitas romana. L’opera del Censore, dunque, supera sia le ricostruzioni dei poeti, sia le annotazioni annalistiche, sia le narrazioni di Fabio Pittore e Cincio Alimento. Costoro, in particolare, avevano scelto di adottare il greco, allora lingua “internazionale”, con l’intento di propagandare l’emergente potenza romana in Oriente e procurarle le simpatie dei regni ellenistici. Ma ciò non era più necessario da quando, concluse le guerre contro Antioco III di Siria, i Romani erano ormai padroni del Mediterraneo.

Delle Origines rimane il riassunto che ne fa Cornelio Nepote nella Vita di Catone e un centinaio di frammenti. Secondo Nepote, Catone avrebbe intrapreso la scrittura dell’opera dopo i sessant’anni (senex historias scribere instituit), quindi dopo il 174, ed è probabile che attendesse alla composizione dell’ultimo libro poco prima della morte; infatti, Cicerone, nel dialogo Cato maior de senectute che si immagina ambientato nel 150, fa dire all’anziano senatore: Septimus mihi liber Originum est in manibus (Cato 38). Secondo Nepote, l’opera abbracciava in sette libri il periodo dalle origini di Roma (libro I) e delle altre città italiche (II-III) alle guerre puniche (IV-V), fino alla praetura di Sulpicio Galba, vincitore dei Lusitani nel 151 (VI-VII). Il maggiore spazio è accordato agli avvenimenti più recenti e contemporanei all’autore ed è posto in rilievo, dall’homo novus e sabino Catone, il contributo alla potenza di Roma dato dalle città italiche, per la prima volta considerate importanti come l’Urbe.

Ritratto virile di patrizio romano. Busto, marmo, fine I sec. a.C. ca. Firenze, P.zzo Medici-Riccardi.

Le Origines, che dovevano essere intese anche a diffondere i principi dell’azione politica dell’autore, erano dunque la prima opera storica in latino: Catone vi ostentava derisione e disprezzo per l’annalistica romana in greco; la sua ironia, lungi dall’essere frutto di un ottuso provincialismo, era sintomatica di una nuova epoca: ormai vincitrice incontrastata, divenuta prima potenza del Mediterraneo, Roma poteva orgogliosamente reclamare l’uso della propria lingua, anche di fronte alle nazioni straniere.

La prima storiografia romana era stata elaborata da uomini politici appartenenti all’élite senatoria, ma mai di primo piano. Il caso di Catone, invece, era quello di un personaggio politico tra i più eminenti, che decideva di dedicarsi anche alla composizione di opere storiche; un caso, appunto, destinato a rimanere isolato nella cultura latina. Con Catone, quindi, alla nascente storiografia latina viene conferito soprattutto un vigoroso impegno politico: nelle Origines avevano largo spazio le preoccupazioni dello statista per la dilagante corruzione dei costumi e la rievocazione delle battaglie che lui stessi aveva condotto in nome della saldezza della res publica, contro l’emergere di singoli personaggi di prestigio e del culto sfrontato delle personalità. Catone non si limitava a lasciar filtrare nell’opera echi delle proprie polemiche, ma vi riportava addirittura alcune delle sue orazioni tenute in Senato. Inoltre, privilegiava la storia contemporanea, alla quale dedicava tre libri su sette – una quota notevole di un’opera che pretendeva di rifarsi molto indietro, alle origini stesse della Città. Senza contare che la trattazione si faceva più dettagliata ma mano che ci si avvicinava all’epoca dell’estensore: gli ultimi due libri abbracciavano, appunto, meno di un cinquantennio di eventi della politica contemporanea.

A ogni modo, le Origines esprimevano in modo particolare la categoria antropologica squisitamente romana della superiorità del passato, confermata anche dall’opposizione lessicale maiores/minores che designava gli antenati e gli epigoni. In tale struttura mentale è appunto implicita la convinzione che, per conoscere un popolo, sia necessario risalire alle sue “origini”, ovvero che nel passato stia ogni spiegazione del presente e che le regole per comportarsi di conseguenza vadano cercate nella tradizione.

Anche per opporsi al nascente culto carismatico delle grandi personalità che emergevano sulla scena politica, Catone elaborò una concezione originale della storia di Roma, che insisteva soprattutto sulla lenta formazione della res publica e delle sue istituzioni attraverso i secoli e le generazioni; la creazione dello Stato era vista come l’opera collettiva del populus Romanus stretto intorno alla classe dirigente senatoria; allo stesso modo anche le vittorie militari erano presentate come il risultato di un anonimo sforzo corale. Mentre la storiografia aristocratica doveva contenere spunti celebrativi, nominando le gestae dei singoli generali, che appartenevano perlopiù alle gentes, Catone non faceva i nomi dei condottieri romani e neppure di quelli stranieri: neppure lo stesso Annibale era nominato, ma designato con il titolo generico di dictator Carthaginensium. Era, insomma, una concezione diametralmente opposta a quella prosopografica cara ai filelleni, che giudicavano la storia come prodotto delle azioni di grandi personalità. Talora, per opposizione, Catone sceglieva di portare in luce le azioni, e forse anche i nomi, di personaggi oscurissimi: soldati semplici o ufficiali di truppa, che però rappresentavano la virtù collettiva dello Stato romano.

Soldato romano con clipeus e hastae. Rilievo su base di colonna, marmo, I sec. d.C. da Mogontiacum. Mainz, Landesmuseum.

Un chiaro intento dell’opera, dunque, era quello di dimostrare la pari dignità, se non la superiorità, dei comandanti romani rispetto a quelli greci. In un passo riportato integralmente da Aulo Gellio, un tribuno militare che consente con il sacrificio della propria vita di salvare il grosso dell’esercito era paragonato a Leonida alle Termopili: Leonides Laco, qui simile apud Thermopylas fecit, propter eius uirtutes omnis Graecia gloriam atque gratiam praecipuam claritudinis inclitissimae decorauere monumentis: signis, statuis, elogiis, historiis aliisque rebus gratissimum id eius factum habuere; at tribuno militum parua laus pro factis relicta, qui idem fecerat atque rem seruauerat («La Grecia tutta onorò per il suo valore lo spartano Leonida, che alle Termopili compì un atto simile, con busti, statue, epigrafi elogiative, opere storiografiche e menzioni di altro genere; invece, al tribuno militare che pure aveva compiuto un’identica impresa e aveva salvato la situazione, è stata assegnata una lode modesta in rapporto all’atto compiuto», Noct. Att. III 7).

Per altri versi, le Origines mostravano una notevole apertura di orizzonti: Catone si interessava vivamente alla storia delle popolazioni italiche, altrimenti negletta dalla storiografia ufficiale, e metteva in rilievo il loro contributo alla grandezza del dominio romano e alla costruzione di modello di vita basato su rigore e austerità di costumi. Inoltre, l’autore dimostrava interesse per i popoli stranieri e per le loro usanze e soprattutto, per certi costumi delle popolazioni africane e iberiche, i particolari che forniva dovevano risalire a una personale osservazione diretta, perché Catone era stato a contatto con quei popoli durante la sua esperienza militare. Tale interesse etnografico lo avvicina in parte ad alcuni storici greci, come Eforo e Timeo: Pleraque Gallia duas res industriosissime persequitur, rem militarem et argute loqui («Nella maggior parte della Gallia, due sono le attività che riscuotono il massimo interesse: l’arte militare e il parlar bene», fr. 34 Peter); Dotes filiabus suis non dant («Non danno dote alle loro figlie», fr. 94 Peter). In particolare, il secondo frammento attesterebbe una sensibilità antropologica più interessata alle differenze che alle somiglianze, già influenzata dalla letteratura paradossografica greca dei mirabilia, cioè delle stranezze, dell’inusitato, dei comportamenti incomprensibili all’orizzonte culturale dell’autore e perciò affascinanti. Un altro frammento allude al carattere mendace dei Liguri, un altro ai maiali allevati dai Galli, così grossi da non riuscire più a muoversi. Il primo dei frammenti che segue descrive il metodo singolare per trasportare l’acqua seguito dai Libui, gente gallica dell’Italia alpina; il secondo parla di miniere inesauribili e di un vento insostenibile:

 

Libui, qui aquatum ut lignatum uidentur ire, securim atque lorum ferunt, gelum crassum excidunt, eum loro conligatum auferunt.

 

Pare che i Libui vadano a prender l’acqua come si fa con la legna: portano sul posto una scure e una corda, tagliano un blocco di ghiaccio e se lo portano via legato alla corda (fr. 33 Peter).

 

Sed in his regionibus ferrareae, argentifodinae pulcherrimae, mons ex sale mero magnus: quantum demas, tantum adcrescit. Ventus Cercius, cum loquare, buccam implet, armatum hominem plaustrum oneratum percellit.

 

Ma in queste regioni vi sono miniere di ferro e d’argento eccezionali, c’è un gran monte di sale puro: tanto ne estrai, altrettanto ne ricresce. Il vento Cercio, mentre parli, ti riempie la bocca ed è in grado di travolgere un uomo con tanto di corazza e un carro a pieno carico (fr. 93 Peter).

 

Sempre dalla storiografia greca dipendono l’uso di inserire intere orazioni nel corpo della narrazione, come l’Oratio pro Rhodiensibus, pronunciata nel 167 per impedire la guerra contro Rodi, e l’interesse per le ktíseis, le “fondazioni di città” (di qui forse anche il titolo Origines). A questo proposito, si è ipotizzato che i primi tre libri dell’opera catoniana fossero un adattamento nella letteratura latina delle storie di fondazione; anche Fabio Pittore, all’inizio della sua opera, aveva posto una ktísis dell’Urbe. Si è pensato, allora, che le fonti di Catone riguardassero fondazioni di città italiche e che un modello possibile fosse Timeo di Tauromenio. In effetti, si riscontrano nei frammenti delle Origines punti di contatto con le leggende di fondazione: nel fr. I 18 Chass. Servio descrive, riferendosi all’autorità di Catone, un rito di fondazione secondo il modello etrusco. La procedura, nota anche da altre fonti, prevedeva che si aggiogassero all’aratro un toro e una vacca, che si tracciasse un solco in corrispondenza del tracciato delle future mura, sollevando l’aratro in corrispondenza delle porte. Il frammento citato da Servio senza riferimento a un libro preciso delle Origines è di solito attribuito alla fondazione di Roma. In ogni caso, il passo testimonia l’attenzione dell’autore per la descrizione degli adempimenti religiosi legati a tali procedure.

Rito di fondazione della città. Rilievo, calcare locale. Aquileia, Museo Archeologico Nazionale.

Lo stile della prosa storica di Catone è ben diverso dal fluido latino di Cicerone e degli storici successivi. La specificità della prosa catoniana si misura non solo nella presenza di arcaismi lessicali e morfologici, ma soprattutto a livello sintattico, nella netta prevalenza della paratassi, cioè nella giustapposizione di proposizioni coordinate, laddove la prosa classica – ciceroniana – avrebbe poi preferito la rigorosa struttura ipotattica del periodo, che rende espliciti i rapporti logici (di prima-dopo, di causa-effetto, di premessa-conseguenza, ecc.) tra le sue parti. Con il Censore la prosa latina non aveva ancora trovato la propria misura “classica”, come dimostrano certi anacoluti e asimmetrie nella costruzione del periodo, la ripetizione di parole a breve distanza, la densità dei pronomi (soprattutto is, ille). Si tratta, insomma, di caratteristiche tipiche della prosa tecnica: brevità, gravità arcaica, paratassi, parallelismi, anafore, allitterazioni, neologismi, ecc.). Tuttavia, lo stile è più elaborato, più attento ai dettami di quella retorica greca alla quale – come Catone consiglia di fare al figlio – non bisogna conformarsi ciecamente, ma conviene pur sempre darci un’occhiata: Eorum litteras inspicere, non perdiscere («Buttare un occhio sulla loro letteratura, non impararla fino in fondo», fr. 1 Jordan). Di qui l’uso di tutti quegli espedienti retorici tipici (sillogismo, exempla ficta, artifici argomentativi, ecc.) che avrebbero indotto Sallustio a proclamare Catone Romani generis dissertissimus e a farne un modello da imitare.

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Bibliografia

Asᴛɪɴ A.E., Cato the Censor, Oxford 1978.

Cʜᴀssɪɢɴᴇᴛ M. (ed.), Caton, Les Origines (Fragments), Paris 1986 [lesbelleslettres.com].

Dᴇʟʟᴀ Cᴏʀᴛᴇ F., Catone censore: la vita e la fortuna, Firenze 1969².

Mᴀʀᴍᴏʀᴀʟᴇ E.V., Cato maior, Bari 1949.

Pᴇᴛᴇʀ H. (ed.), Historicorum romanorum reliquiae. Iteratis curis disposuit recensuit praefatus est, Lipsiae 1914² [archive.org].

 

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