La 𝐺𝑒𝑟𝑚𝑎𝑛𝑖𝑎 di Tacito e il razzismo nazista

da L. CANFORA, R. RONCALI, Autori e testi della letteratura latina, Bari 1993, 753-756.

Nel capitolo 2, 1 della Germania, Tacito avanza l’ipotesi (crediderim…) che i Germani siano autoctoni poiché, sulla base dei numerosi miti di fondazione nati nella civiltà greca (come il viaggio di Enea, per esempio), è convinto che le migrazioni di popoli possano essere avvenute in passato solo via mare; non può quindi credere che qualche popolazione, proveniente dall’Asia, dall’Africa o dall’Italia, abbia solcato le acque dell’Oceano per giungere alle coste settentrionali della Germania; il territorio infatti è troppo povero di risorse e inospitale quanto al clima. In definitiva, solo chi vi è nato può vivere in un posto simile. È piuttosto chiaro, quindi, che secondo Tacito l’autoctonia dei Germani rappresenta la conseguenza di una condizione di svantaggio, che porta gli stessi Germani a essere collocati ai limiti dell’ecumene. Da questo isolamento, sulla base di intuizioni empiriche, lo storico latino ricava che la diversità dei tratti somatici dei Germani rispetto agli altri popoli sia dovuta all’isolamento (cap. 4).

Soprattutto in relazione a questo particolare riferito da Tacito, a partire dal XVI secolo nella trattatistica tedesca cominciò a svilupparsi una serie di teorie che esaltavano la purezza della razza germanica. Tali teorie sono state ricostruite con rigore dallo storico Luciano Canfora, che ha preso in esame gli scritti sull’argomento. Un momento cruciale, a suo giudizio, si è verificato quando il poeta tedesco Friedrich Gottlieb Klopstock (1724-1803) trasferì «alla lingua l’elogio di autoctonia che Tacito riferisce alle genti germaniche». Da allora ha avuto sempre più successo in area germanica il mito secondo il quale i moderni tedeschi fossero discendenti di un popolo originario e incontaminato, a differenza dei popoli slavi e mediterranei, frutto di incroci.

Alla fine dell’Ottocento fu poi fondata la “Associazione pantedesca”, che, con il fine di salvaguardare il sentimento nazionalistico, promosse una campagna per portare la Germania a svolgere un ruolo di primo piano tra le potenze coloniali, nella convinzione che la superiorità della razza germanica garantisse alla nazione tedesca il diritto di dominare sugli altri popoli. La “Associazione pantedesca” successivamente abbracciò le tesi del nazismo. Il sostegno ideologico alle teorie razziste fu fornito soprattutto da I fondamenti del XIX secolo, un’opera di Houston Stewart Chamberlain (1855-1927), inglese naturalizzato tedesco, convinto assertore della superiorità della razza ariana. Secondo Canfora, però, Chamberlain prese in attento esame la Germania e in particolare una delle frasi più importanti del cap. 4, ma secondo una forma filologicamente scorretta: egli infatti leggeva Unde habitus quoque corporum, quamquam in tanto numero hominum, idem omnibus, mentre il testo corretto prevede tamquam al posto di quamquam. La differenza, sul piano del significato, è notevole, perché nel primo caso la proposizione concessiva («sebbene in un numero tanto imponente di persone») sembra dimostrare la convinzione di Tacito che la razza germanica abbia una sorta di straordinaria predisposizione a mantenere intatte le caratteristiche somatiche, mentre nel secondo caso («per quanto possibile in un numero tanto imponente di persone»), Tacito appare consapevole del fatto che la somiglianza fisica degli individui rientri in parametri ragionevolmente simili a quanto può accadere per qualunque popolazione si trovi isolata da flussi migratori.

Nel seguente passo, Canfora chiarisce come sia assolutamente lontano dal mondo ideologico di Tacito, e più in generale di un intellettuale romano antico, l’ipotesi di una pretesa superiorità delle razze che potessero vantare un’autoctonia. Il mito di fondazione di Roma, infatti, evidenziava proprio che all’origine dell’Urbe ci fosse una serie di fusioni tra genti diverse; quanto riferito dallo storico sulla presunta purezza dei Germani dipende piuttosto da tòpoi letterari, che sono stati messi in evidenza da più attenti filologi.

«C’è da dire che l’immediato contesto poteva spingere in direzione di interpretazioni “sovreccitate” in senso razzistico (chi si esalta di fronte a una così perfetta identità fisica ha in fondo un ideale da allevamento di animali). Parole come nullis aliarum gentium conubiis infectos sono inequivocabili: l’aggettivo infecti, posto in opposizione al successivo sinceram, non può che intendersi nel senso che i Germani non sono “macchiati” da contatti o mescolanze con altre stirpi. Del resto, sul tema dei conubia in relazione alla “purezza” razziale Tacito ritorna alla fine dell’opuscolo, per osservare che i Bastarni conubiis mixtis foedantur (46, 1) […].

Il modo in cui Tacito si esprime non deve trarre in inganno. Il mondo romano è, in quanto mondo della “mescolanza” […], il più lontano dal culto di questi miti razziali. La stessa, mitica, origine “troiana” spingeva in tal senso. […] E Tacito scrive quando uno spagnolo è diventato princeps, mentre qualche decennio più tardi sarà sul trono un africano, Settimio Severo. Il meccanismo di cooptazione delle élite provinciali e di allargamento progressivo della cittadinanza opera in direzione diametralmente opposta a quella della difesa di una propria presunta sinceritas etnica (e infatti l’improvvisazione, durante il fascismo, di una “difesa della razza” italica, proclamata seduta istante “ariana” e insignita del blasone di una “arianità” di diretta derivazione romana, fu risibile – tra l’altro – proprio per l’inesistenza di una omogenea “stirpe romana” di partenza»). Ciò non esclude, su un piano culturale, il manifestarsi in determinati momenti di pretese di superiorità verso questo o quell’altro popolo; contraddette per lo più dalla prassi. È il caso, per fare un solo esempio, dell’atteggiamento verso i Greci: nonostante tutta la retorica antigreca (Graeculi, ecc.), l’ellenizzazione è stato il fenomeno che ha investito in modo decisivo la civiltà romana per un’intera epoca tra II secolo avanti e II secolo dopo Cristo.

In ogni caso, è necessario distinguere tra mentalità razzistica ed interesse etnografico. L’attenzione che Tacito rivolge ai Britanni (Agricola), ai Germani (in questo opuscolo), agli Ebrei (Storie V 2-10) è sostanzialmente fraintesa quando, com’è accaduto alla Germania, se n’è voluto fare un remoto pilastro del moderno pangermanesimo.

Una analisi non inficiata da pregiudizi porta agevolmente a constatare che le stesse caratteristiche (presunte) di autoctonia, purezza e autosomiglianza, che Tacito preferiva ai Germani, ricorrono, in riferimento ad altri popoli, in fonti di molto precedenti: fonti che – è stato osservato – potrebbero essere alla base dell’etnografia tacitiana ben più che la diretta esperienza dell’autore. Capitoli dell’opuscolo tacitiano, quali il 2 e il 4, assunti tradizionalmente come “tavole della legge” del razzismo germanico, perdevano molto del loro presunto carattere profetico se analizzati dal punto di vista della loro derivazione antiquaria e letteraria. Analisi in base alla quale elementi etnico-culturali originariamente riguardanti altri popoli avevano finito per essere attribuiti ai Germani. È merito di Eduard Norden di aver proceduto a siffatta analisi, nel volume della protostoria germanica in Tacito (Die germanische Urgeschichte in Tacitus Germania, Berlin 1929, ma elaborato nel quinquennio precedente). Almeno in due punti – nota il Norden – il cap. 4 trova rispondenza letterale in una fonte greca, nell’opuscolo ippocratico Sulle arie, le acque, i luoghi: a) Propriam et tantum sui similem gentem trova rispondenza al cap. 19 dell’opuscolo: “Parliamo ora del clima e dell’aspetto degli Sciti. Questa stirpe è molto diversa dagli altri uomini, e, come gli Egizi, è similmente unica a se stessa […]”; b) Laboris atque operum non eadem patientia corrisponde alla formula con cui, nel cap. 15, Ippocrate descrive la non grande patientia laboris degli abitanti della regione attraversata dal Fasi (il fiume del Caucaso presso cui Senofonte ambiva fondare una colonia). Norden rifugge dall’indicare una diretta filiazione che conduca direttamente dallo scienziato del V secolo a.C. a Tacito. Nota invece, opportunamente, che già nell’opuscolo ippocrateo l’etnografia degli Sciti è costruita con elementi ripresi dalla descrizione di altri popoli (gli Egizi, per esempio). Si tratta dunque – è questa la sua ipotesi – di “motivi itineranti”, che attraverso il gran fiume della tradizione erudito-etnografica (Norden parla opportunamente di “correnti tradizionali”) hanno fissato gli stereotipi antropologici delle principali nationes».

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