Lโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š di Lucio Cornelio Scipione Barbato (๐ผ๐ฟ๐ฟ๐‘…๐‘ƒ 309)

Nel corso dellโ€™etร  repubblicana, a Roma, lโ€™epigrafia si prestรฒ a usi molto diversificati anche nella sfera del privato. Come รจ facile immaginare, il maggior numero di documenti iscritti su pietra proviene dallโ€™ambito funerario: allโ€™iscrizione era affidata la funzione di conservare, comunicare e tramandare ai vivi e ai posteri la ๐‘š๐‘’๐‘š๐‘œ๐‘Ÿ๐‘–๐‘Ž di chi non cโ€™era piรน. La gamma delle epigrafi funebri รจ quanto mai varia per scopo e tipologia: da essenziali didascalie recanti semplicemente il ๐‘ก๐‘–๐‘ก๐‘ข๐‘™๐‘ข๐‘  (il nome proprio e il patronimico) del defunto a testi piรน o meno complessi, nei quali alla sequenza onomastica si aggiunge una dedica espressa nella forma dellโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š. รˆ questo il caso dellโ€™iscrizione apposta sul sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato (๐ผ๐ฟ๐ฟ๐‘…๐‘ƒ 309)[1].

Dalla prima metร  del III secolo, la prestigiosa casata dei ๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘– ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’๐‘  ebbe il proprio mausoleo appena fuori ๐‘ƒ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ก๐‘Ž ๐ถ๐‘Ž๐‘๐‘’๐‘›๐‘Ž, lungo la ๐‘ฃ๐‘–๐‘Ž ๐ด๐‘๐‘๐‘–๐‘Ž, secondo una consuetudine che cominciava proprio allora a consolidarsi in seno allโ€™๐‘’ฬ๐‘™๐‘–๐‘ก๐‘’ gentilizia romana. Accortamente, a questo proposito, Cicerone si domandava: ๐ด๐‘› ๐‘ก๐‘ข ๐‘’๐‘”๐‘Ÿ๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘ข๐‘  ๐‘๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ก๐‘Ž ๐ถ๐‘Ž๐‘๐‘’๐‘›๐‘Ž, ๐‘๐‘ข๐‘š ๐ถ๐‘Ž๐‘™๐‘Ž๐‘ก๐‘–๐‘›๐‘–, ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘ข๐‘š, ๐‘†๐‘’๐‘Ÿ๐‘ข๐‘–๐‘™๐‘–๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ข๐‘š, ๐‘€๐‘’๐‘ก๐‘’๐‘™๐‘™๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ข๐‘š ๐‘ ๐‘’๐‘๐‘ข๐‘™๐‘๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘ข๐‘–๐‘‘๐‘’๐‘ , ๐‘š๐‘–๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘œ๐‘  ๐‘๐‘ข๐‘ก๐‘Ž๐‘  ๐‘–๐‘™๐‘™๐‘œ๐‘ ? (Cษชแด„. ๐‘‡๐‘ข๐‘ ๐‘. I 7, 13, ยซMa tu, quando esci da Porta Capena e vedi i sepolcri di Calatino, degli Scipioni, dei Servili e dei Metelli, li diresti dei poveracci?ยป). In effetti, la felice posizione e collocazione di questi sepolcreti appena fuori dagli accessi principali dellโ€™Urbe, lungo gli assi viari piรน importanti, consentiva ai membri delle ๐‘”๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘’๐‘  di celebrare la gloria degli avi ed esaltare la propria autorappresentazione.

Il testo di ๐ผ๐ฟ๐ฟ๐‘…๐‘ƒ 309 si configura come un vero e proprio ๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š e costituisce a tutti gli effetti la piรน antica attestazione nota di un ๐‘๐‘ข๐‘Ÿ๐‘ ๐‘ข๐‘  โ„Ž๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ข๐‘š:

[๐ฟ(๐‘ข๐‘๐‘–๐‘œ๐‘ )] ๐ถฬฒ๐‘œฬฒ๐‘Ÿฬฒ๐‘›ฬฒ๐‘’ฬฒ๐‘™ฬฒ๐‘–ฬฒ๐‘œ(๐‘ ) ๐ถ๐‘›(๐‘Ž๐‘’๐‘–) ๐‘“(๐‘–๐‘™๐‘–๐‘œ๐‘ ) ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ.

ใ€š——ใ€›

ใ€š—ใ€›๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘ข๐‘  ๐ฟ๐‘ข๐‘๐‘–๐‘ข๐‘  ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ ๐ต๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘ข๐‘  ๐บ๐‘›๐‘Ž๐‘–๐‘ข๐‘œ๐‘‘ ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘Ÿ๐‘’

๐‘๐‘Ÿ๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘Ž๐‘ก๐‘ข๐‘  ๐‘“๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ก๐‘–๐‘  ๐‘ข๐‘–๐‘Ÿ ๐‘ ๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘’๐‘›๐‘ ๐‘ž๐‘ข๐‘’ โ€“ ๐‘ž๐‘ข๐‘œ๐‘–๐‘ข๐‘  ๐‘“๐‘œ๐‘Ÿ๐‘š๐‘Ž ๐‘ข๐‘–๐‘Ÿ๐‘ก๐‘ข๐‘ก๐‘’๐‘– ๐‘๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘–๐‘ ๐‘ข๐‘š๐‘Ž

๐‘“๐‘ข๐‘–๐‘ก โ€“ ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘ ๐‘œ๐‘™, ๐‘๐‘’๐‘›๐‘ ๐‘œ๐‘Ÿ, ๐‘Ž๐‘–๐‘‘๐‘–๐‘™๐‘–๐‘ , ๐‘ž๐‘ข๐‘’๐‘– ๐‘“๐‘ข๐‘–๐‘ก ๐‘Ž๐‘๐‘ข๐‘‘ ๐‘ข๐‘œ๐‘  โ€“ ๐‘‡๐‘Ž๐‘ข๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ ๐‘–๐‘Ž ๐ถ๐‘–๐‘ ๐‘Ž๐‘ข๐‘›๐‘Ž

๐‘†๐‘Ž๐‘š๐‘›๐‘–๐‘œ ๐‘๐‘’๐‘๐‘–๐‘ก โ€“ ๐‘ ๐‘ข๐‘๐‘–๐‘”๐‘–๐‘ก ๐‘œ๐‘š๐‘›๐‘’ ๐ฟ๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘Ž๐‘š โ€“ ๐‘œ๐‘๐‘ ๐‘–๐‘‘๐‘’๐‘ ๐‘ž๐‘ข๐‘’ ๐‘Ž๐‘๐‘‘๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘–๐‘ก.

Come annotรฒ Adriano La Regina (1968, 173), il sarcofago di Scipione Barbato ha suscitato piรน di una volta lโ€™attenzione dellโ€™indagine storico-filologica per la complessitร  e lโ€™importanza dei problemi che esso pone. E, come talvolta avviene anche per i monumenti entrati nel patrimonio delle piรน comuni conoscenze e divenuti capisaldi della ricostruzione storica, si puรฒ dire che sotto certi aspetti lo studio del documento sia stato tuttโ€™altro che completo e definitivo.

Sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato con iscrizione (๐ผ๐ฟ๐ฟ๐‘…๐‘ƒ 309). Nenfro, III sec. a.C. Mausoleo degli Scipioni sulla ๐‘ฃ๐‘–๐‘Ž ๐ด๐‘๐‘๐‘–๐‘Ž.

Con la locuzione ๐‘๐‘ข๐‘Ÿ๐‘ ๐‘ข๐‘  โ„Ž๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ข๐‘š i Romani intendevano quella successione gerarchia, progressiva e sequenziale che caratterizzava la โ€œcarriera politicaโ€ del cittadino libero durante lโ€™etร  repubblicana (in particolare, nellโ€™ultima fase di questโ€™epoca), mentre al tempo in cui visse il personaggio commemorato dallโ€™iscrizione evidentemente non esisteva ancora una ben definita e sistematica successione delle magistrature. Tra lโ€™altro, va ricordato, lโ€™unica vera magistratura (๐‘š๐‘Ž๐‘”๐‘–๐‘ ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ก๐‘ข๐‘ ) era il consolato; le altre cariche โ€œordinarieโ€, difatti, che di volta in volta erano create per le piรน svariate ragioni di contingenza e di necessitร , erano ritenute โ€œsatellitiโ€. In altre parole, queste magistrature erano istituite per supplire le funzioni dei ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘ ๐‘ข๐‘™๐‘’๐‘ , qualora questi ultimi si fossero trovati impegnati in lunghe campagne militari allโ€™estero o per accontentare i ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘Ÿ๐‘–๐‘๐‘–๐‘– piรน intransigenti ogniqualvolta che i plebei ottenessero lโ€™accesso alle cariche piรน prestigiose.

Uno dei primi problemi sollevati da ๐ผ๐ฟ๐ฟ๐‘…๐‘ƒ 309 riguarda lโ€™etimologia di ๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š, di cui gli studiosi hanno dato diverse interpretazioni. Theodor Mommsen e Georg Gรถtz, alla fine del XIX secolo, avevano supposto che il termine andasse posto in relazione con il verbo ๐‘’ฬ„๐‘™๐‘–ฬ†๐‘”๐‘’ฬ†๐‘Ÿ๐‘’ (โ€œscegliereโ€, โ€œselezionareโ€), intendendo quindi lโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š come la โ€œselezioneโ€, โ€œcernitaโ€, negli archivi privati delle grandi famiglie romane, di memorie e tradizioni sul conto dei loro membri piรน cospicui. Secondo altri studiosi, invece, lโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š andrebbe concepito come forma di autorappresentazione veicolata dal ๐‘๐‘™๐‘Ž๐‘› verso lโ€™esterno e, pertanto, ricondotta al campo semantico di ๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘ž๐‘ข๐‘–๐‘ข๐‘š e ๐‘™๐‘œ๐‘ž๐‘ข๐‘–. Joseph M. Stowasser รจ stato il primo ad accostare il lat. ๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š al gr. ฮตแฝฮปฮฟฮณฮฏฮฑ (dal verbo ฮตแฝฮปฮฟฮณฮตแฟ–ฮฝ, โ€œparlare bene di [qualcuno]โ€) e, sulla scorta di Ernst R. Curtius e Christian Hรผlsen โ€“ allievi del Mommsen โ€“, estese questa considerazione al genere elegiaco, il cui schema metrico si caratterizza per lโ€™avvicendamento di distici di esametri e pentametri. Per avallare la loro tesi, proprio Curtius e Hรผlsen, presero in considerazione un passo di Aulo Gellio, il quale, a sua volta, cita un estratto dalle ๐‘‚๐‘Ÿ๐‘–๐‘”๐‘–๐‘›๐‘’๐‘  di Marco Porcio Catone Censore, in cui si narra lโ€™episodio del valoroso tribuno Quinto Cecidio: nel corso della prima guerra punica, in Sicilia, Cecidio suggerรฌ al proprio comandante di affidargli un gruppo di quattrocento uomini con il quale si sarebbe attestato in una stretta gola per tenervi impegnato il nemico e consentire al console di prenderlo alle spalle con il resto dellโ€™esercito. Il piano, di per sรฉ, fu un vero successo: la mossa escogitata dal tribuno militare fu una trappola mortale per i Cartaginesi; ma, nel corso del combattimento, lo stesso Cecidio e tutti i suoi perirono (Gแด‡สŸสŸ. ๐‘๐‘œ๐‘๐‘ก. ๐ด๐‘ก๐‘ก. III 7, 19). Il generale di Cecidio era ๐ด. ๐ด๐‘ก๐‘–๐‘™๐‘–๐‘ข๐‘  ๐ด. ๐‘“. ๐ถ. ๐‘›. ๐ถ๐‘Ž๐‘™๐‘Ž๐‘ก๐‘–๐‘›๐‘ข๐‘ , console del 258, che Cicerone menziona spesso come uomo dalle virtรน esemplari e del quale, ai suoi tempi, era ancora possibile vedere il sepolcro, identificato dagli studiosi moderni con la cosiddetta โ€œTomba Arietiโ€ presso la ๐‘ƒ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ก๐‘Ž ๐ธ๐‘ ๐‘ž๐‘ข๐‘–๐‘™๐‘–๐‘›๐‘Ž di Roma. Lโ€™Arpinate, fra lโ€™altro, riporta testualmente il distico elegiaco che doveva campeggiare sul sarcofago del personaggio: ๐ป๐‘ข๐‘›๐‘ ๐‘ข๐‘›๐‘ข๐‘š ๐‘๐‘™๐‘ข๐‘Ÿ๐‘–๐‘š๐‘Ž๐‘’ ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘ ๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘ข๐‘›๐‘ก ๐‘”๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘’๐‘  / ๐‘๐‘œ๐‘๐‘ข๐‘™๐‘– ๐‘๐‘Ÿ๐‘–๐‘š๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘–๐‘ข๐‘š ๐‘“๐‘ข๐‘–๐‘ ๐‘ ๐‘’ ๐‘ข๐‘–๐‘Ÿ๐‘ข๐‘š (Cษชแด„. ๐‘†๐‘’๐‘›. 61, ยซLa maggior parte delle ๐‘”๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘’๐‘  conviene (nel dire) / che costui fu lโ€™uomo piรน importante di (tutto) il popoloยป).

Il frammento catoniano, secondo i due filologi tedeschi, istituirebbe un evidente confronto con lโ€™๐‘’๐‘ฅ๐‘’๐‘š๐‘๐‘™๐‘ข๐‘š ben noto di re Leonida e i suoi trecento spartiati alle Termopili, celebrati dal poeta Simonide di Ceo (Sษชแดแดษด. F 531 Page). Gellio racconta che al tribuno e ai suoi soldati furono dedicati dei ๐‘š๐‘œ๐‘›๐‘ข๐‘š๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘Ž โ€“ un nome collettivo con cui i Romani designavano ๐‘ ๐‘–๐‘”๐‘›๐‘Ž, ๐‘ ๐‘ก๐‘Ž๐‘ก๐‘ข๐‘Ž๐‘’, ๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘Ž, โ„Ž๐‘–๐‘ ๐‘ก๐‘œ๐‘Ÿ๐‘–๐‘Ž๐‘’, ecc.).

Tra gli anni Sessanta e Settanta del XX secolo gli studiosi hanno sostenuto lโ€™ipotesi per la quale gli ๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘Ž fossero strettamente collegati con la pratica delle ๐‘™๐‘Ž๐‘ข๐‘‘๐‘Ž๐‘ก๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’๐‘  ๐‘“๐‘ข๐‘›๐‘’๐‘๐‘Ÿ๐‘’๐‘ , come si desume dalla descrizione piuttosto dettagliata riportata da Polibio (PแดสŸสส™. VI 53):

แฝฯ„ฮฑฮฝ ฮณแฝฐฯ ฮผฮตฯ„ฮฑฮปฮปฮฌฮพแฟƒ ฯ„ฮนฯ‚ ฯ€ฮฑฯ’ ฮฑแฝฯ„ฮฟแฟ–ฯ‚ ฯ„แฟถฮฝ แผฯ€ฮนฯ†ฮฑฮฝแฟถฮฝ แผ€ฮฝฮดฯแฟถฮฝ, ฯƒฯ…ฮฝฯ„ฮตฮปฮฟฯ…ฮผฮญฮฝฮทฯ‚ ฯ„แฟ†ฯ‚ แผฮบฯ†ฮฟฯแพถฯ‚ ฮบฮฟฮผฮฏฮถฮตฯ„ฮฑฮน ฮผฮตฯ„แฝฐ ฯ„ฮฟแฟฆ ฮปฮฟฮนฯ€ฮฟแฟฆ ฮบฯŒฯƒฮผฮฟฯ… ฯ€ฯแฝธฯ‚ ฯ„ฮฟแฝบฯ‚ ฮบฮฑฮปฮฟฯ…ฮผฮญฮฝฮฟฯ…ฯ‚ แผฮผฮฒฯŒฮปฮฟฯ…ฯ‚ ฮตแผฐฯ‚ ฯ„แฝดฮฝ แผ€ฮณฮฟฯแฝฐฮฝ ฯ€ฮฟฯ„แฝฒ ฮผแฝฒฮฝ แผ‘ฯƒฯ„แฝผฯ‚ แผฮฝฮฑฯฮณฮฎฯ‚, ฯƒฯ€ฮฑฮฝฮฏฯ‰ฯ‚ ฮดแฝฒ ฮบฮฑฯ„ฮฑฮบฮตฮบฮปฮนฮผฮญฮฝฮฟฯ‚. ฯ€ฮญฯฮนฮพ ฮดแฝฒ ฯ€ฮฑฮฝฯ„แฝธฯ‚ ฯ„ฮฟแฟฆ ฮดฮฎฮผฮฟฯ… ฯƒฯ„ฮฌฮฝฯ„ฮฟฯ‚, แผ€ฮฝฮฑฮฒแฝฐฯ‚ แผฯ€แฝถ ฯ„ฮฟแฝบฯ‚ แผฮผฮฒฯŒฮปฮฟฯ…ฯ‚, แผ‚ฮฝ ฮผแฝฒฮฝ ฯ…แผฑแฝธฯ‚ แผฮฝ แผกฮปฮนฮบฮฏแพณ ฮบฮฑฯ„ฮฑฮปฮตฮฏฯ€ฮทฯ„ฮฑฮน ฮบฮฑแฝถ ฯ„ฯฯ‡แฟƒ ฯ€ฮฑฯฯŽฮฝ, ฮฟแฝ—ฯ„ฮฟฯ‚, ฮตแผฐ ฮดแฝฒ ฮผฮฎ, ฯ„แฟถฮฝ แผ„ฮปฮปฯ‰ฮฝ ฮตแผด ฯ„ฮนฯ‚ แผ€ฯ€แฝธ ฮณฮญฮฝฮฟฯ…ฯ‚ แฝ‘ฯ€ฮฌฯฯ‡ฮตฮน, ฮปฮญฮณฮตฮน ฯ€ฮตฯแฝถ ฯ„ฮฟแฟฆ ฯ„ฮตฯ„ฮตฮปฮตฯ…ฯ„ฮทฮบฯŒฯ„ฮฟฯ‚ ฯ„แฝฐฯ‚ แผ€ฯฮตฯ„แฝฐฯ‚ ฮบฮฑแฝถ ฯ„แฝฐฯ‚ แผฯ€ฮนฯ„ฮตฯ„ฮตฯ…ฮณฮผฮญฮฝฮฑฯ‚ แผฮฝ ฯ„แฟท ฮถแฟ†ฮฝ ฯ€ฯฮฌฮพฮตฮนฯ‚. ฮดฮน’ แฝงฮฝ ฯƒฯ…ฮผฮฒฮฑฮฏฮฝฮตฮน ฯ„ฮฟแฝบฯ‚ ฯ€ฮฟฮปฮปฮฟแฝบฯ‚ แผ€ฮฝฮฑฮผฮนฮผฮฝฮทฯƒฮบฮฟฮผฮญฮฝฮฟฯ…ฯ‚ ฮบฮฑแฝถ ฮปฮฑฮผฮฒฮฌฮฝฮฟฮฝฯ„ฮฑฯ‚ แฝ‘ฯ€แฝธ ฯ„แฝดฮฝ แฝ„ฯˆฮนฮฝ ฯ„แฝฐ ฮณฮตฮณฮฟฮฝฯŒฯ„ฮฑ, ฮผแฝด ฮผฯŒฮฝฮฟฮฝ ฯ„ฮฟแฝบฯ‚ ฮบฮตฮบฮฟฮนฮฝฯ‰ฮฝฮทฮบฯŒฯ„ฮฑฯ‚ ฯ„แฟถฮฝ แผ”ฯฮณฯ‰ฮฝ, แผ€ฮปฮปแฝฐ ฮบฮฑแฝถ ฯ„ฮฟแฝบฯ‚ แผฮบฯ„ฯŒฯ‚, แผฯ€แฝถ ฯ„ฮฟฯƒฮฟแฟฆฯ„ฮฟฮฝ ฮณฮฏฮฝฮตฯƒฮธฮฑฮน ฯƒฯ…ฮผฯ€ฮฑฮธฮตแฟ–ฯ‚ แฝฅฯƒฯ„ฮต ฮผแฝด ฯ„แฟถฮฝ ฮบฮทฮดฮตฯ…ฯŒฮฝฯ„ฯ‰ฮฝ แผดฮดฮนฮฟฮฝ, แผ€ฮปฮปแฝฐ ฮบฮฟฮนฮฝแฝธฮฝ ฯ„ฮฟแฟฆ ฮดฮฎฮผฮฟฯ… ฯ†ฮฑฮฏฮฝฮตฯƒฮธฮฑฮน ฯ„แฝธ ฯƒฯฮผฯ€ฯ„ฯ‰ฮผฮฑ.

Quando fra loro muore un personaggio in vista, durante la celebrazione delle esequie, egli viene trasportato, con tutti gli onori, presso i cosiddetti ๐‘…๐‘œ๐‘ ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘Ž, nel Foro, a volte in posizione eretta, in modo da essere ben visibile, raramente adagiato. Mentre tutto il popolo gli sta attorno, un figlio โ€“ se il morto ne ha lasciato uno in etร  adulta e se questi si trova presente โ€“, o altrimenti, se cโ€™รจ, un altro membro della famiglia, sale sulla tribuna e parla delle virtรน del defunto e dei successi da lui conseguiti in vita. Lโ€™effetto di ciรฒ รจ che la folla, ricordando e richiamando alla mente lโ€™accaduto โ€“ non solo coloro che hanno preso parte ai fatti, ma anche gli estranei โ€“, sia tanto commossa che non sembra trattarsi di una disgrazia privata, limitata alle persone in lutto, ma comune a tutto il popolo.

Scena di compianto funebre. Dettaglio di un rilievo su sarcofago, marmo, I sec. Paris, Musรฉe National du Moyen Age

Il cerimoniale romano, insomma, prevedeva che il membro piรน importante del ๐‘๐‘™๐‘Ž๐‘› gentilizio prendesse la parola e tenesse unโ€™orazione pubblica per โ€œelogiareโ€ il ๐‘‘๐‘’ ๐‘๐‘ข๐‘–๐‘ข๐‘ . Nella ๐‘™๐‘Ž๐‘ข๐‘‘๐‘Ž๐‘ก๐‘–๐‘œ, in maniera abbastanza schematica, lโ€™oratore ripercorreva tutta lโ€™esistenza del congiunto scomparso, celebrandone il carattere, le virtรน etiche, le competenze civiche e militari, passando in rassegna le sue azioni e commemorandone il ruolo svolto per la comunitร . In altre parole, si esaltava la ๐‘›๐‘œ๐‘๐‘–๐‘™๐‘–๐‘ก๐‘Ž๐‘  del personaggio, cioรจ la sua capacitร  di farsi notare in pubblico, in relazione allโ€™utilitร  che lโ€™intero corpo civico ne aveva tratto. Polibio, da straniero, nota acutamente come fra i Quiriti imperasse una sorta di โ€œfame di potereโ€, da intendersi non come la frenesia di accaparrarsi un posto di comando sopra e a scapito degli altri, bensรฌ come la volontร  di rivestire a tutti i costi delle cariche pubbliche, pur di nobilitare se stessi, illustrare la propria casata e giovare alla โ€œcosa pubblicaโ€. รˆ risaputo che nella societร  romana lโ€™individuo fosse subordinato alla collettivitร . Esemplare, a questo proposito, fu Quinto Fabio Massimo โ€œil Temporeggiatoreโ€: costui, a seguito della disfatta cannense (216), sโ€™impegnรฒ personalmente, dando fondo al proprio patrimonio, per riscattare i concittadini caduti prigionieri nelle mani di Annibale. A conti fatti, Fabio Massimo non domandรฒ nulla come risarcimento al Senato, nรฉ alle famiglie dei riscattati, ma ne ottenne lโ€™infinita gratitudine, aumentando a dismisura la propria fama. Nella societร  romana, dunque, gli individui agivano per ottenere la miglior forma di glorificazione (la ๐‘›๐‘œ๐‘๐‘–๐‘™๐‘–๐‘ก๐‘Ž๐‘ ), nel solco di una comunitร  piรน funzionale di quanto non lo fosse la loro stessa persona. Di qui, perciรฒ, lโ€™uso di far redigere iscrizioni, la costruzione di monumenti ed edifici pubblici, i cerimoniali funebri, lo ๐‘–๐‘ข๐‘  ๐‘–๐‘š๐‘Ž๐‘”๐‘–๐‘›๐‘ข๐‘š, ecc.

Il sarcofago di Scipione Barbato รจ costituito da una cassa di peperino, una roccia magmatica molto comune sui Colli Albani, lunga circa 1,42 m, lโ€™unica nel mausoleo ad avere unโ€™elaborata decorazione architettonica. Il sepolcro, infatti, fu concepito come un vero e proprio altare dalla struttura sensibilmente rastremata, modanata alla base e ornata nella sua sezione superiore con un fregio dorico (con tanto di triglifi e metope, riempite da rosoni a rilievo diversi lโ€™uno dallโ€™altro). Il coperchio presenta un bordo scolpito secondo lo schema ionico di una ฯƒฮนฮผฮฌ e un ฮณฮตแฟ–ฯƒฮฟฮฝ con dentellatura, su cui poggiano due ๐‘๐‘ข๐‘™๐‘ฃ๐‘–๐‘›๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘–ฬ†๐‘Ž (โ€œcusciniโ€).

Piรน volte รจ stato sottolineato dagli esperti che la collocazione del mausoleo sullโ€™๐ด๐‘๐‘๐‘–๐‘Ž โ€“ fatta costruire da Appio Claudio Cieco nel 312 โ€“ fosse in stretta connessione alla famiglia di Scipione Barbato, in quanto principale promotrice dellโ€™espansionismo romano verso la ๐‘€๐‘Ž๐‘”๐‘›๐‘Ž ๐บ๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘’๐‘๐‘–๐‘Ž. Con ogni probabilitร , i ๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘– intrattenevano rapporti con le comunitร  grecaniche del Meridione giร  dalla fine del IV secolo, comunitร  presso le quali โ€“ come รจ noto โ€“ erano diffuse le dottrine pitagoriche. A questo proposito, Plinio il Vecchio spiegava che nellโ€™area del ๐ถ๐‘œ๐‘š๐‘–๐‘ก๐‘–๐‘ข๐‘š, nel Foro romano, ๐‘๐‘’๐‘™๐‘™๐‘œ ๐‘†๐‘Ž๐‘š๐‘›๐‘–๐‘ก๐‘–๐‘๐‘–, era stata posta, fra le altre, anche una statua che raffigurava nientemeno che lo stesso Pitagora (PสŸษชษด. ๐‘๐‘Ž๐‘ก. โ„Ž๐‘–๐‘ ๐‘ก. XXXIV 12, 26). Da Plutarco (PสŸแดœแด›. ๐‘๐‘ข๐‘š. 8, 18) si apprende lโ€™esistenza di una tradizione presso gli ๐ด๐‘’๐‘š๐‘–๐‘™๐‘–๐‘– ๐‘€๐‘Ž๐‘š๐‘’๐‘Ÿ๐‘๐‘–๐‘›๐‘–, in base alla quale vantavano legami di parentela con il filosofo; pare che alcuni esponenti di questo ๐‘๐‘™๐‘Ž๐‘› fossero stati stretti collaboratori degli ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’๐‘  come veicolo di diffusione nellโ€™Urbe delle dottrine politico-sociali provenienti dalle realtร  suditaliche.

Mausoleo dei ๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘– ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’๐‘ , III-II secolo a.C. sulla ๐‘ฃ๐‘–๐‘Ž ๐ด๐‘๐‘๐‘–๐‘Ž.

Bisogna dunque pensare che la societร  romana, agli inizi del III secolo, fosse particolarmente raffinata e acculturata: gli esponenti delle ๐‘”๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘’๐‘  erano in stretto contatto con le cittร  magnogreche, dalle quali apprendevano lingua, costumi, stili e altri spunti per la definizione delle virtรน politiche: se si tiene conto di ciรฒ, allora appare piรน chiaro il motivo per cui Scipione Barbato nellโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š sia ricordato come ๐‘“๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ก๐‘–๐‘  ๐‘ข๐‘–๐‘Ÿ ๐‘ ๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘’๐‘›๐‘ ๐‘ž๐‘ข๐‘’, formula che sembra trovare perfetta aderenza al greco ฮบฮฑฮปแฝธฯ‚ ฮบฮฑแฝถ แผ€ฮณฮฑฮธฯŒฯ‚ (โ€œbello e buonoโ€). Va inoltre ricordato come i Romani spesso discettassero sulla vera natura del concetto di ๐‘ ๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘Ž, ovvero la capacitร  empirica di prevedere gli effetti delle proprie e delle altrui azioni, che la persona apprendeva con il tempo e lโ€™esperienza. Insomma, dati questi elementi, รจ chiaro che quella romana, tra IV e III secolo, fu tuttโ€™altro che una societร  monolitica, grezza e chiusa (come spesso si รจ voluto rappresentarla) e la cultura ellenica vi svolse, indubbiamente, un ruolo fondamentale nel processo di acculturazione e di formazione.

Gioacchino De Angelis Dโ€™Ossat (1936), per primo, si occupรฒ di studiare i materiali repertati nel mausoleo degli ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’๐‘  e i sarcofagi in ispecie. Reinhard Herbig (1952, 124) ipotizzรฒ che la pietra utilizzata per la loro realizzazione fosse nenfro, una tipologia di tufo grigio molto diffusa nellโ€™Alto Lazio.

Quanto alla sequenza onomastica che Attilio Degrassi riportรฒ alla r. 1 di ๐ผ๐ฟ๐ฟ๐‘…๐‘ƒ 309 (1957, 178) โ€“ [๐ฟ(๐‘ข๐‘๐‘–๐‘œ๐‘ )] ๐ถฬฒ๐‘œฬฒ๐‘Ÿฬฒ๐‘›ฬฒ๐‘’ฬฒ๐‘™ฬฒ๐‘–ฬฒ๐‘œ(๐‘ ) ๐ถ๐‘›(๐‘Ž๐‘’๐‘–) ๐‘“(๐‘–๐‘™๐‘–๐‘œ๐‘ ) ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ โ€“ corrisponde al testo che doveva comparire sul ๐‘๐‘ข๐‘™๐‘ฃ๐‘–๐‘›๐‘Ž๐‘Ÿ del coperchio come ๐‘ก๐‘–๐‘ก๐‘ข๐‘™๐‘ข๐‘  ๐‘๐‘–๐‘๐‘ก๐‘ข๐‘ , cioรจ realizzato con rubricatura, ma non inciso. La sequenza, composta da ๐‘๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘’๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’๐‘›, ๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’๐‘›, ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘Ÿ๐‘œ๐‘›๐‘–๐‘š๐‘–๐‘๐‘ข๐‘ , ๐‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’๐‘›, secondo lโ€™uso arcaico, presentava unโ€™uscita in -๐‘œ๐‘  (non ancora โ€œoscurataโ€) del ๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’๐‘› ๐‘”๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘™๐‘–๐‘๐‘–๐‘ข๐‘š. Christian Hรผlsen (๐ถ๐ผ๐ฟ VI 31587) osservรฒ che, quando i testi delle iscrizioni del mausoleo furono pubblicati da Ennio Q. Visconti nel 1785 e riprodotti da Giovanni Battista Piranesi, mostravano la sequenza onomastica โ€œnormalizzataโ€ in ๐ฟ. ๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘ข๐‘  ๐ถ๐‘›. ๐‘“. ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ. I testi furono poi ricopiati fedelmente nelle schede di Gaetano Marini (1742-1815), Prefetto dellโ€™Archivio Pontificio e Primo Custode della Biblioteca Apostolica Vaticana. Secondo Raffaele Garrucci (1877), Piranesi non aveva riprodotto il testo del sarcofago nella maniera piรน fedele: le lettere ๐‘™ ed ๐‘› dellโ€™iscrizione sul manufatto appaiono, in realtร , incise secondo lโ€™uso arcaico, cioรจ con unโ€™inclinazione destrorsa. Nella sezione successiva, Garrucci leggeva le lettere ๐‘’ ๐‘  ๐‘ก, mentre Hรผlsen (che anche lui volle osservare di persona il sarcofago) riteneva che al di sopra del termine ๐‘“๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ก๐‘–๐‘ , nella parte di testo mancante, si potessero intravedere, leggermente abrase, ๐‘’ ๐‘  ๐‘œ, che riconduceva a un ipotetico (๐‘)๐‘’(๐‘›)๐‘ ๐‘œ(๐‘Ÿ). La tesi che va per la maggiore sulla base di questi saggi รจ che quelle lettere fossero i resti di un originario ๐‘ก๐‘–๐‘ก๐‘ข๐‘™๐‘ข๐‘  ๐‘๐‘–๐‘๐‘ก๐‘ข๐‘ , sostituito in seguito da una prima forma di epigrafe, riportante una sintesi degli โ„Ž๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘Ÿ๐‘’๐‘  rivestiti dal defunto, successivamente erasa e rifatta in posizione piรน bassa.

A una prima lettura, il testo epigrafico mette in luce alcuni caratteri formali piuttosto curiosi, a partire dalla sequenza onomastica: mentre sul coperchio gli elementi del nome, benchรฉ in un latino arcaico, erano collocati in successione canonica, nella parte di testo riportata sulla cassa il gentilizio precede il ๐‘๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘’๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’๐‘› โ€“ tra lโ€™altro, non abbreviato; tutti i nominativi di II declinazione presentano la vocale tematica giร  oscurata in -๐‘ข๐‘ . Nella sequenza compare anche il ๐‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’๐‘›: va precisato che tra il IV e il III secolo lโ€™onomastica latina era piuttosto fluida; difatti, almeno sui documenti ufficiali, gli esponenti del patriziato non facevano apporre anche il ๐‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’๐‘› (โ€œsoprannomeโ€). Per esempio, presso la ๐‘”๐‘’๐‘›๐‘  ๐น๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘Ž, solo i discendenti del ๐ถ๐‘ข๐‘›๐‘๐‘ก๐‘Ž๐‘ก๐‘œ๐‘Ÿ (โ€œTemporeggiatoreโ€) portavano il soprannome di ๐‘€๐‘Ž๐‘ฅ๐‘–๐‘š๐‘ข๐‘ . I ๐‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘–๐‘›๐‘Ž entrarono stabilmente nellโ€™uso pubblico nel momento in cui le ramificazioni di uno stesso ๐‘๐‘™๐‘Ž๐‘› erano tali che i legami di sangue non erano piรน facilmente rilevabili. Perciรฒ non doveva essere inconsueto che fra i ๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘– vi fosse un ramo degli ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’๐‘  ๐ต๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘– o ๐ต๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘– soltanto. La questione รจ ulteriormente complicata dal modo in cui le fonti letterarie trattano lโ€™onomastica dei grandi personaggi del passato: solo a partire dal III secolo, i ๐‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘–๐‘›๐‘Ž patrizi cominciarono a differenziarsi. I piรน antichi erano โ€œsoprannomiโ€ derivanti da caratteristiche fisiche o particolari virtรน morali, o ancora da indicazioni toponomastiche. In questโ€™ultimo caso, i membri di alcune famiglie legavano a sรฉ il nome di un luogo, spesso quello di nascita: per esempio, i ๐‘€๐‘Ž๐‘›๐‘™๐‘–๐‘– e i ๐‘„๐‘ข๐‘–๐‘›๐‘๐‘ก๐‘–๐‘– erano detti ๐ถ๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘ก๐‘œ๐‘™๐‘–๐‘›๐‘–, per il fatto che i loro avi avessero abitato il Campidoglio. Ancora, i ๐‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘–๐‘›๐‘Ž spesso derivavano da difetti fisici o comportamentali, e portarli non era considerato motivo di disonore o vergogna. Con lโ€™andare del tempo, tuttavia, i Romani persero cognizione del motivo per cui i loro avi avessero lasciato in ereditร  certi โ€œsoprannomiโ€, spesso bizzarri; pertanto, spesso cercavano di darsene ragione costruendo racconti eziologici fantasiosi:

๐‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘–๐‘›๐‘Ž ๐‘’๐‘ก๐‘–๐‘Ž๐‘š ๐‘๐‘Ÿ๐‘–๐‘š๐‘Ž ๐‘–๐‘›๐‘‘๐‘’: ๐‘ƒ๐‘–๐‘™๐‘ข๐‘š๐‘›๐‘–, ๐‘ž๐‘ข๐‘– ๐‘๐‘–๐‘™๐‘ข๐‘š ๐‘๐‘–๐‘ ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘–๐‘›๐‘–๐‘  ๐‘–๐‘›๐‘ข๐‘’๐‘›๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ก, ๐‘ƒ๐‘–๐‘ ๐‘œ๐‘›๐‘–๐‘  ๐‘Ž ๐‘๐‘–๐‘ ๐‘’๐‘›๐‘‘๐‘œ, ๐‘–๐‘Ž๐‘š ๐น๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ข๐‘š, ๐ฟ๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘ข๐‘™๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ข๐‘š, ๐ถ๐‘–๐‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘œ๐‘›๐‘ข๐‘š, ๐‘ข๐‘ก ๐‘ž๐‘ข๐‘–๐‘ ๐‘ž๐‘ข๐‘’ ๐‘Ž๐‘™๐‘–๐‘ž๐‘ข๐‘œ๐‘‘ ๐‘œ๐‘๐‘ก๐‘–๐‘š๐‘’ ๐‘”๐‘’๐‘›๐‘ข๐‘  ๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘’๐‘Ÿ๐‘’๐‘กโ€ฆ

Connessi allโ€™agricoltura sono anche i ๐‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘–๐‘›๐‘Ž piรน antichi: Pilumno, perchรฉ aveva inventato il pestello per i mulini, Pisone dal verbo ๐‘๐‘–๐‘ ๐‘’ฬ†๐‘Ÿ๐‘’ (โ€œmacinareโ€), e poi i ๐น๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘–, i ๐ฟ๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘ข๐‘™๐‘–, i ๐ถ๐‘–๐‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘œ๐‘›๐‘’๐‘ , a seconda del legume che erano piรน abili a seminare (โ€ฆ).

Queste curiose etimologie, riportate da Plinio il Vecchio (PสŸษชษด. ๐‘๐‘Ž๐‘ก. โ„Ž๐‘–๐‘ ๐‘ก. XVIII 3, 10), mettono il nome dei ๐น๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘– in collegamento con ๐‘“๐‘Ž๐‘๐‘Ž (โ€œfavaโ€), quello dei ๐ฟ๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘ข๐‘™๐‘– con ๐‘™๐‘’๐‘›๐‘  (โ€œlenticchiaโ€), e quello dei ๐ถ๐‘–๐‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘œ๐‘›๐‘’๐‘  con ๐‘๐‘–๐‘๐‘’๐‘Ÿ (โ€œceceโ€).

Tornando a ๐ผ๐ฟ๐ฟ๐‘…๐‘ƒ 309, al testo normalizzato con i nominativi uscenti in -๐‘ข๐‘  fa da contraltare la formula ๐บ๐‘›๐‘Ž๐‘–๐‘ข๐‘œ๐‘‘ ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘Ÿ๐‘’ / ๐‘๐‘Ÿ๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘Ž๐‘ก๐‘ข๐‘ , dove il primo elemento riprende lโ€™arcaica desinenza dellโ€™ablativo singolare della II declinazione (-๐‘œ๐‘‘), contiene il dittongo aperto -๐‘Ž๐‘–- di chiara influenza ellenica e conserva la confusione grafica tra ๐บ e ๐ถ. Si suppone che il prenome ๐บ๐‘›๐‘Ž๐‘’๐‘ข๐‘  (โ€œGneoโ€) abbia origini etrusche: lโ€™epigrafia funebre di area tirrenica risalente al IV secolo, difatti, attesta il nome ๐ถ๐‘›๐‘’๐‘ข๐‘’. Gli studiosi sospettano una probabile manipolata artificiositร  del testo iscritto sul sarcofago di Barbato e alcuni sono convinti che queste โ€œpatineโ€ arcaizzanti, pseudo-greche siano palesemente volute e manierate.

Lโ€™espressione ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘Ÿ๐‘’ / ๐‘๐‘Ÿ๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘Ž๐‘ก๐‘ข๐‘ , poi, appartiene a quel codice linguistico con cui, dal III secolo in poi, gli aristocratici romani tendevano a farsi rappresentare. A tal proposito, Matteo Massaro (2008, 52) ha osservato che lโ€™inversione fra il ๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’๐‘› ๐‘”๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘™๐‘–๐‘๐‘–๐‘ข๐‘š e il ๐‘๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘’๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’๐‘› e fra il ๐‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’๐‘› e il ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘Ÿ๐‘œ๐‘›๐‘–๐‘š๐‘–๐‘๐‘ข๐‘  potrebbe aver avuto ragioni metriche, oltre che chiare funzioni propagandistiche. Non รจ un caso, infatti, che nel registro โ€œburlescoโ€ della commedia plautina questo codice autorappresentativo fosse spesso motteggiato: non rare, infatti, sono le scene in cui buffoni, fanfaroni e altri personaggi di dubbia origine si vantino di essere dei ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘๐‘Ÿ๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘Ž๐‘ก๐‘–.

Stando allโ€™espressione ๐‘ ๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘’๐‘›๐‘ ๐‘ž๐‘ข๐‘’, Scipione Barbato doveva essere dotato di quella virtรน che i Greci chiamavano ฯ†ฯฯŒฮฝฮทฯƒฮนฯ‚, che si potrebbe tradurre come โ€œaccortezza politicaโ€, diversa dalla ฯƒฯ‰ฯ†ฯฮฟฯƒฯฮฝฮท, che indica la โ€œmoderazioneโ€ e la โ€œtemperanzaโ€, e dalla ฯƒฮฟฯ†ฮฏฮฑ, ossia la โ€œsaggezza che deriva dalla dottrinaโ€ (corrispondente alla latina ๐‘ ๐‘๐‘–๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘Ž). Coraggio, audacia e prontezza dโ€™azione derivavano allโ€™uomo romano dalla preparazione e dalla saggezza, cioรจ dal formazione e dallโ€™esperienza (chi era preparato, sapeva prendere decisioni previdenti e non avventate). I Romani, insomma, esaltavano nella ๐‘ ๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘Ž della persona non solo lโ€™avvedutezza, ma anche la capacitร  di โ€œagire beneโ€ (cfr. Pesando 1990; Pignatelli 2001).

Il sintagma successivo ๐‘ž๐‘ข๐‘œ๐‘–๐‘ข๐‘  ๐‘“๐‘œ๐‘Ÿ๐‘š๐‘Ž ๐‘ข๐‘–๐‘Ÿ๐‘ก๐‘ข๐‘ก๐‘’๐‘– ๐‘๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘–๐‘ ๐‘ข๐‘š๐‘Ž / ๐‘“๐‘ข๐‘–๐‘ก si puรฒ ben avvicinare allโ€™ideale greco arcaico della ฮบฮฑฮปฮฟฮบฮฑฮณฮฑฮธฮฏฮฑ, la massima perfezione umana, lโ€™unione nella stessa persona della โ€œbellezzaโ€ e della โ€œbontร โ€ morale. Di conseguenza, nellโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š di Scipione Barbato sembra esserci un tentativo di appropriazione di tale principio straniero e di renderlo โ€œromanoโ€. Sul piano morfologico, si nota che ๐‘ž๐‘ข๐‘œ๐‘–๐‘ข๐‘  sia la forma antica di ๐‘๐‘ข๐‘–๐‘ข๐‘ , il dativo ๐‘ข๐‘–๐‘Ÿ๐‘ก๐‘ข๐‘ก๐‘’๐‘– presenta lโ€™originale desinenza con dittongo aperto dei nomi della III declinazione e ๐‘๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘–๐‘ ๐‘ข๐‘š๐‘Ž, che sta per il classico ๐‘๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘–๐‘ ๐‘ ๐‘–๐‘š๐‘Ž, indica al superlativo assoluto la totale identificazione tra le virtรน morali e spirituali e la bellezza fisica del defunto. Massaro (2008) ha ipotizzato che ๐‘“๐‘œ๐‘Ÿ๐‘š๐‘Ž fosse un esplicito riferimento a un ritratto dello stesso Barbato che, anticamente, doveva essere posto sopra il sarcofago, secondo un uso ravvisabile presso gli Etruschi.

Di seguito, inizia quella parte di testo che sicuramente richiama elementi piรน arcaizzanti e piรน propriamente quiritari. Innanzitutto, si indicano le cariche pubbliche che il ๐‘‘๐‘’ ๐‘๐‘ข๐‘–๐‘ข๐‘  rivestรฌ in vita: ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘ ๐‘œ๐‘™, ๐‘๐‘’๐‘›๐‘ ๐‘œ๐‘Ÿ, ๐‘Ž๐‘–๐‘‘๐‘–๐‘™๐‘–๐‘ . Allโ€™epoca di Scipione Barbato (fine IV โ€“ inizi III secolo), comโ€™รจ noto, non esisteva ancora un ๐‘๐‘ข๐‘Ÿ๐‘ ๐‘ข๐‘  โ„Ž๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ข๐‘š e lโ€™unica vera e propria magistratura era il consolato. Ma nel corso dei decenni, la rapida estensione dellโ€™egemonia dellโ€™Urbe sullโ€™Italia centro-meridionale e i primi conflitti con le genti esterne, nonchรฉ lโ€™ingresso nella ๐‘Ÿ๐‘’๐‘  ๐‘๐‘ข๐‘๐‘™๐‘–๐‘๐‘Ž di nuovi elementi, se non interi gruppi gentilizi, comportarono il proliferare di nuovi โ„Ž๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘Ÿ๐‘’๐‘  oltre il consolato, che assunsero, a poco a poco, la dignitร  magistratuale. Lโ€™iscrizione sul sarcofago, dunque, mostra la successione delle cariche ricoperte da quella che normalmente era considerata la piรน importante: il nome ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘ ๐‘œ๐‘™ presenta unโ€™uscita priva di oscuramento (รจ molto probabile che, allโ€™epoca, si pronunciasse in questo modo). Tuttavia, siccome lโ€™epigrafia latina, in genere, mostra lโ€™abbreviazione in ๐‘๐‘œ๐‘  o lโ€™estensione in ๐‘๐‘œ๐‘ ๐‘œ๐‘™, il fatto che in questo caso il termine sia riportato per intero lascia pensare che si tratti di un falso arcaismo. Del secondo titolo, ๐‘๐‘’๐‘›๐‘ ๐‘œ๐‘Ÿ, giร  si รจ detto, ricordando che lโ€™editore Hรผlsen aveva ravvisato sulla cassa del sarcofago le tenui tracce di una rubricatura; ulteriore spia di arcaismo affettato รจ lโ€™incisione della parola per intero. Infine, la terza carica, ๐‘Ž๐‘–๐‘‘๐‘–๐‘™๐‘–๐‘ , presenta lโ€™originario dittongo in ๐‘Ž๐‘–. Ora, dato che allโ€™epoca di Barbato non esisteva una determinata successione delle cariche pubbliche, รจ probabile che egli le avesse esercitate una di seguito allโ€™altra come riferito dallโ€™iscrizione; ma รจ anche vero che lโ€™epigrafe non determina per forza un ordine crescente o decrescente, perciรฒ si potrebbe ipotizzare che quegli โ„Ž๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘Ÿ๐‘’๐‘  siano stati disposti nellโ€™ordine giudicato piรน opportuno: il consolato, con cui il defunto illustrรฒ se stesso e la propria famiglia, compiendo imprese degne di memoria; la censura, che misurava il prestigio e il carisma della persona; lโ€™edilitร , che dava prova dellโ€™impegno dellโ€™uomo verso la ๐‘๐‘–๐‘ฃ๐‘–๐‘ก๐‘Ž๐‘ .

Il cosiddetto ยซTogato Barberiniยป. Statua, marmo, fine I secolo a.C. con testa non pertinente. Roma, Musei Capitolini

Fu solo con la ๐‘™๐‘’๐‘ฅ ๐‘‰๐‘–๐‘™๐‘™๐‘–๐‘Ž ๐‘Ž๐‘›๐‘›๐‘Ž๐‘™๐‘–๐‘ , un plebiscito fatto approvare nel 180 dallโ€™omonimo tribuno della plebe, Lucio Villio, che si stabilรฌ ๐‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘ก๐‘ข๐‘  ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘‘๐‘œ ๐‘š๐‘Ž๐‘”๐‘–๐‘ ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ก๐‘ข๐‘ข๐‘š, disciplinando la carriera politica dei cittadini. Il provvedimento imponeva unโ€™etร  minima per lโ€™accesso alle diverse magistrature e lโ€™osservanza di un intervallo obbligatorio minimo di due anni tra un mandato e lโ€™altro. Con questa legge la ๐‘ž๐‘ข๐‘Ž๐‘’๐‘ ๐‘ก๐‘ข๐‘Ÿ๐‘Ž divenne una carica elettiva a tutti gli effetti, con il prerequisito di aver prestato almeno dieci anni di servizio militare (๐‘‘๐‘’๐‘๐‘’๐‘š ๐‘ ๐‘ก๐‘–๐‘๐‘’๐‘›๐‘‘๐‘–๐‘Ž). A 37 anni si poteva essere eletti ๐‘Ž๐‘’๐‘‘๐‘–๐‘™๐‘’๐‘ , a 40 ๐‘๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘’๐‘ก๐‘œ๐‘Ÿ๐‘’๐‘  e a 43 ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘ ๐‘ข๐‘™๐‘’๐‘ . La funzione del dispositivo era quella di assicurare un regolare avvicendamento al potere dei cittadini, evitando che gli individui piรน spregiudicati, da semplici ๐‘๐‘Ÿ๐‘–๐‘ฃ๐‘Ž๐‘ก๐‘–, ottenessero un ๐‘–๐‘š๐‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘–๐‘ข๐‘š ๐‘๐‘Ÿ๐‘œ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘ ๐‘ข๐‘™๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘’, arruolassero eserciti in proprio e gestissero i propri affari, pur compiendo missioni per il bene della ๐‘Ÿ๐‘’๐‘  ๐‘๐‘ข๐‘๐‘™๐‘–๐‘๐‘Ž.

La formula ๐‘ž๐‘ข๐‘’๐‘– ๐‘“๐‘ข๐‘–๐‘ก ๐‘Ž๐‘๐‘ข๐‘‘ ๐‘ข๐‘œ๐‘  รจ un esempio di enfasi pleonastica, che si ritrova pressochรฉ identica anche nellโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š del figlio di Barbato (๐ถ๐ผ๐ฟ VI 1287), lโ€™omonimo Lucio Cornelio Scipione, console nel 259, il cui sepolcro era posto nello stesso mausoleo. รˆ molto probabile che il pleonasmo doveva sottolineare lโ€™unicitร  e lโ€™eccezionalitร  del defunto rispetto al corpo civico, nonchรฉ il suo vanto di essere stato egli stesso un ๐‘๐‘–๐‘ฃ๐‘–๐‘  ๐‘…๐‘œ๐‘š๐‘Ž๐‘›๐‘ข๐‘ .

Nelle ultime due righe dellโ€™iscrizione si indicano sinteticamente i principali successi conseguiti da Barbato, evidentemente durante il consolato. Con ogni probabilitร , questa porzione di testo non doveva far parte dellโ€™originaria redazione in rubricatura, nรฉ nella prima versione incisa. Adriano La Regina (1968) notรฒ che lโ€™epitaffio altro non era che la trascrizione di alcuni passi piรน significativi della ๐‘™๐‘Ž๐‘ข๐‘‘๐‘Ž๐‘ก๐‘–๐‘œ ๐‘“๐‘ข๐‘›๐‘’๐‘๐‘Ÿ๐‘–๐‘ , recitata alle esequie. Sulla stessa linea, Fausto Zevi (1969-70, 69) dimostrรฒ che lโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š fu, in realtร , il risultato di una sintesi estremamente elaborata ed efficacissima โ€“ al punto da sembrare evocativa โ€“ di quegli elementi che il discorso funebre dovette affrontare piรน diffusamente.

Le questioni piรน complesse sorsero quando gli interpreti moderni tentarono di vagliare, alla luce delle notizie pervenute da altra fonte, la veridicitร  delle ๐‘”๐‘’๐‘ ๐‘ก๐‘Ž๐‘’ di Barbato, console nel 298. Le discrepanze apparvero effettivamente inconciliabili e le diverse soluzioni proposte convennero, in linea di massima, nel riporre meno fiducia nella testimonianza piรน antica e diretta che nelle rielaborazioni dellโ€™annalistica. Alcuni studiosi avrebbero aggirato il problema con unโ€™imputazione di โ€œfalso ideologicoโ€ nei confronti della stessa ๐‘”๐‘’๐‘›๐‘  ๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘Ž, che avrebbe esaltato nel suo avo meriti inesistenti. Filippo Coarelli (1999) evidenziรฒ che le incongruenze tra ๐ผ๐ฟ๐ฟ๐‘…๐‘ƒ 309 e due passi liviani (Lษชแด . X 41, 9-14) sarebbero piรน apparenti che reali, sospettando che, in realtร , lโ€™autore dellโ€™iscrizione intendesse celebrare le imprese di Barbato in qualitร  di ๐‘™๐‘’๐‘”๐‘Ž๐‘ก๐‘ข๐‘  nel 293. Tito Livio segue una tradizione che colloca la missione di Scipione Barbato in ๐ธ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘ข๐‘Ÿ๐‘–๐‘Ž e quella del collega Gneo Fulvio Massimo Centumalo nel ๐‘†๐‘Ž๐‘š๐‘›๐‘–๐‘ข๐‘š, mentre lโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š non accenna minimamente agli Etruschi, anzi, attribuisce la conquista del ๐‘†๐‘Ž๐‘š๐‘›๐‘–๐‘ข๐‘š espressamente allo stesso Scipione (๐‘†๐‘Ž๐‘š๐‘›๐‘–๐‘œ ๐‘๐‘’๐‘๐‘–๐‘ก). La fonte liviana, dunque, ignora completamente le presunte operazioni militari di Barbato contro i Sanniti e i Lucani, concordando piuttosto con i ๐‘“๐‘Ž๐‘ ๐‘ก๐‘– ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘–๐‘ข๐‘š๐‘โ„Ž๐‘Ž๐‘™๐‘’๐‘ , che in corrispondenza con lโ€™anno 298 (= 456 ๐‘Ž.๐‘ˆ.๐‘.) accredita la vittoria ๐‘‘๐‘’ ๐‘†๐‘Ž๐‘š๐‘›๐‘–๐‘ก๐‘–๐‘๐‘ข๐‘  ๐ธ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘ข๐‘ ๐‘๐‘’๐‘–๐‘ ๐‘ž๐‘ข๐‘’ a Centumalo. Inoltre, Livio racconta che la campagna assegnata a Scipione incontrรฒ non poche difficoltร , essendo i nemici particolarmente agguerriti e militarmente preparati.

Ricostruzione del sepolcro di L. Cornelio Scipione Barbato, da J.E. Sandys, ๐ด ๐ถ๐‘œ๐‘š๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘–๐‘œ๐‘› ๐‘ก๐‘œ ๐ฟ๐‘Ž๐‘ก๐‘–๐‘› ๐‘†๐‘ก๐‘ข๐‘‘๐‘–๐‘’๐‘ , Cambridge 1913

Secondo Mommsen, nel 298, il Senato avrebbe decretato che entrambi i consoli si occupassero della guerra contro i Sanniti: Centumalo avrebbe sconfitto i nemici a ๐ต๐‘œ๐‘ข๐‘–๐‘Ž๐‘›๐‘ข๐‘š e ad ๐ด๐‘ข๐‘“๐‘–๐‘‘๐‘’๐‘›๐‘Ž, mentre Barbato avrebbe assediato ed espugnato gli ๐‘œ๐‘๐‘๐‘–๐‘‘๐‘Ž indicati dal suo ๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š, cioรจ ๐‘‡๐‘Ž๐‘ข๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ ๐‘–๐‘Ž e ๐ถ๐‘–๐‘ ๐‘Ž๐‘ข๐‘›๐‘Ž. In questo modo, il filologo tedesco tentรฒ di far collimare tutte le informazioni con le indicazioni dei ๐‘“๐‘Ž๐‘ ๐‘ก๐‘– ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘–๐‘ข๐‘š๐‘โ„Ž๐‘Ž๐‘™๐‘’๐‘ : dopo aver sconfitto i Sanniti, Centumalo si sarebbe rivolto a nord per combattere gli Etruschi, mentre Barbato si sarebbe rivolto a sud, sottomettendo lโ€™intera Lucania (๐‘ ๐‘ข๐‘๐‘–๐‘”๐‘–๐‘ก ๐‘œ๐‘š๐‘›๐‘’ ๐ฟ๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘Ž๐‘š), dalla quale avrebbe riportato ostaggi (๐‘œ๐‘๐‘ ๐‘–๐‘‘๐‘’๐‘ ๐‘ž๐‘ข๐‘’ ๐‘Ž๐‘๐‘‘๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘–๐‘ก). Infine, soltanto al collega sarebbe stato concesso il trionfo sulle popolazioni nemiche, perchรฉ Scipione Barbato avrebbe combattuto contro i Lucani, i quali, benchรฉ ribelli, erano pur sempre ๐‘“๐‘œ๐‘’๐‘‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ก๐‘–. Insomma, con buona pace di Livio e delle sue fonti, tendenti spesso a far confusione, secondo Mommsen, i documenti epigrafici offrirebbero un quadro tutto sommato coerente. La sua ricostruzione per un poโ€™ ha retto.

Tuttavia, il primo a porsi dei dubbi fu proprio La Regina, secondo il quale non esisterebbero elementi sicuri per suffragare lโ€™ipotesi che i Lucani, nel 298, si fossero ribellati a Roma: Scipione Barbato non conquistรฒ la Lucania, dato che i suoi abitanti, indotti dalla pressione dei Sanniti sulle frontiere settentrionali, chiesero e ottennero un patto dโ€™alleanza con i Romani e, come voleva la consuetudine, inviarono degli ostaggi. In quegli anni lโ€™Urbe stava gestendo due fronti di guerra, a nord contro gli Etruschi a sud contro i Sanniti; in queste condizioni, lโ€™apertura di un terzo fronte, tra lโ€™altro nei confronti di una popolazione prima di allora non coinvolta direttamente nelle politiche di espansione romana e che, tuttโ€™al piรน, avrebbe avuto ogni ragione per schierarsi contro i Sanniti, sarebbe stata assolutamente controproducente. In ogni caso, secondo La Regina, ogni interpretazione addotta poggerebbe sulla presunzione di un elemento non dimostrato, e cioรจ che la ๐ฟ๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘Ž(๐‘š) dellโ€™iscrizione sia identificata effettivamente con lโ€™omonima regione dellโ€™Italia meridionale. In epoca antica, perรฒ, con quel nome non si indicava un unico territorio: secondo La Regina, nella fattispecie, si sarebbe trattato di una piccola comunitร  sabellica attestata lungo la valle del Sangro, nellโ€™odierno Abruzzo meridionale, e il toponimo ๐ฟ๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘Ž(๐‘š) andrebbe identificato con lโ€™attuale Castel di Sangro (AQ). La tesi di La Regina รจ supportata dallโ€™evidenza che il nome ๐ฟ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘–๐‘Ž, che indica la regione storica, non si trova mai con sdoppiamenti o dittonghi nelle attestazioni note. Detta interpretazione supera le riserve espresse da Ugo Scamuzzi (1957; 1959), il quale non era convinto che ๐ฟ๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘Ž(๐‘š) si potesse ritenere esterna allo spazio della Lucania storica, ritenendo invece valida la ricostruzione di Mommsen.

La tesi di La Regina, dunque, collocherebbe piรน correttamente le operazioni militari condotte da Barbato in un settore del ๐‘†๐‘Ž๐‘š๐‘›๐‘–๐‘ข๐‘š piรน a settentrione rispetto a quelle compiute da Centumalo tra ๐ต๐‘œ๐‘ข๐‘–๐‘Ž๐‘›๐‘ข๐‘š e ๐ด๐‘ข๐‘“๐‘–๐‘‘๐‘’๐‘›๐‘Ž. Dโ€™altronde, addirittura Sesto Giulio Frontino (Fส€แดษดแด›ษชษด. ๐‘†๐‘ก๐‘Ÿ. I 6, 1) era a conoscenza di una marcia di Scipione Barbato ยซnel territorio dei Lucaniยป (๐‘–๐‘› ๐ฟ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘œ๐‘ ). Anche Claudio Ferone (2005), seguendo La Regina, sostenne che il toponimo ๐ฟ๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘Ž(๐‘š) non si riferisse alla Lucania storica, bensรฌ a un territorio dellโ€™area irpina.

Il problema, a questo punto, sta nel capire che cosa sia accaduto alla tradizione liviana e per quale motivo a Scipione Barbato sia stato attribuito il fronte etrusco, fermo restando che tutti gli studiosi fin qui passati in rassegna concordino sul fatto che ๐‘‡๐‘Ž๐‘ข๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ ๐‘–๐‘Ž sorgesse presso lโ€™od. Circello (BN). Domenico Silvestri (1978) tentรฒ di far ordine sulle indicazioni di ๐‘‡๐‘Ž๐‘ข๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ ๐‘–๐‘Ž ๐ถ๐‘–๐‘ ๐‘Ž๐‘ข๐‘›๐‘Ž / ๐‘†๐‘Ž๐‘š๐‘›๐‘–๐‘œ, ma contestรฒ lโ€™idea di una toponomastica urbana: in tal senso, ๐‘‡๐‘Ž๐‘ข๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ ๐‘–๐‘Ž deriverebbe dallโ€™etnonimo ๐‘‡๐‘Ž๐‘ข๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ ๐‘–๐‘–, antica popolazione di origine campana, e ๐ถ๐‘–๐‘ ๐‘Ž๐‘ข๐‘›๐‘Ž sarebbe un aggettivo derivato da *๐‘๐‘–๐‘ ๐‘ ๐‘Ž๐‘๐‘’๐‘›๐‘œ๐‘ , riconducibile al nome arcaico del Sannio, ๐‘†๐‘Ž๐‘๐‘’๐‘›๐‘–๐‘œ๐‘›. Le ultime due righe dellโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š, insomma, pongono enfasi sulle imprese militari del defunto in quella regione, esaltandone le vittorie.

Il collegamento che Livio istituisce tra Scipione Barbato e lโ€™Etruria fu analizzato da Santo Mazzarino (1966, 288-290), il quale giunse alla conclusione che tra le due opposte versioni โ€“ quella familiare dei ๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘– e quella annalistica di Livio โ€“ la piรน genuina fosse la prima. A partire da una supposta falsificazione di una sconfitta subita dai Romani a ๐ถ๐‘Ž๐‘š๐‘’๐‘Ÿ๐‘–๐‘›๐‘ข๐‘š nel 295 per mano dei Galli (Lษชแด . X 25, 11; 26, 9), Mazzarino sosteneva che agli eventi del 298 si fosse sovrapposta e confusa una versione โ€œufficialeโ€ distorta. Questa manipolazione era imputata dallo studioso allโ€™annalista Fabio Pittore: costui, membro della ๐‘”๐‘’๐‘›๐‘  ๐น๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘Ž, non avrebbe avuto alcuno scrupolo a sostituire il reale protagonista di quella vergognosa sconfitta, Quinto Fabio Rulliano, uomo il cui prestigio proprio in quel periodo era giunto alle stelle. Malgrado il tentativo propagandistico di assicurare la fama al ๐‘๐‘™๐‘Ž๐‘› di appartenenza, Polibio rivela che quella sconfitta avvenne a causa dellโ€™avventatezza del comandante romano (PแดสŸสส™. II 19, 5-6). Pittore, dunque, sostituรฌ a Rulliano nientemeno che Scipione Barbato, il quale si sarebbe per cosรฌ dire โ€œrifattoโ€ con una magra vittoria sui Volterrani.

Diversamente, Ernst Meyer (1972, 971-973) pensรฒ che la cronaca degli eventi del 298, in realtร , dipendessero sempre da un atteggiamento arbitrario: dโ€™altronde, in antico, vittorie, sconfitte e altre azioni militari di qualsiasi tipo non venivano mai attribuite ai singoli consoli, ma ai Romani collettivamente. Secondo lo studioso, perciรฒ, questi fatti โ€œanonimiโ€ furono assegnati con discrezionalitร  dagli annalisti seriori ai due consoli in carica โ€“ come in un caso del 294, in cui sono riportati accadimenti analoghi a quelli del 298.

Il ritorno dei guerrieri sanniti dalla battaglia. Affresco, IV secolo a.C. ca. dalla Tomba di Nola. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Sul piano morfologico-lessicale, gli elementi degni di nota nelle ultime due righe dellโ€™iscrizione analizzata sono la voce ๐‘†๐‘Ž๐‘š๐‘›๐‘–๐‘œ, che per Mommsen era un ablativo, mentre Friedrich Leo (1896, 11) lo interpretรฒ come una forma arcaizzante di accusativo singolare di II declinazione, e il verbo ๐‘Ž๐‘๐‘‘๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘–๐‘ก, per cui Edward Wรถlfflin (1890, 122) pensรฒ che il lapicida avesse inserito tra le lettere -๐‘- e -๐‘–- una -๐‘ -, congetturando che il testo andasse emendato in ๐‘Ž๐‘๐‘‘๐‘œ๐‘ข๐‘(๐‘ )๐‘–๐‘ก e normalizzato in ๐‘Ž๐‘๐‘‘๐‘ข๐‘ฅ๐‘–๐‘ก; il solito Hรผlsen (๐ถ๐ผ๐ฟ VI 31588) corresse questa interpretazione, affermando che i due segni semicircolari che Wรถlfflin aveva individuato come le anse di una ๐‘  fossero, in realtร , due piccoli fori. Quanto agli ๐‘œ๐‘๐‘ ๐‘–๐‘‘๐‘’๐‘ , a detta di Denis รlvarez-Pรฉrez Sostoa (2010), i Lucani avrebbero effettivamente consegnato degli ostaggi ai Romani nel 298, non come popolo vinto, bensรฌ come garanzia per ottenerne protezione e siglare con loro un ๐‘“๐‘œ๐‘’๐‘‘๐‘ข๐‘ . Siccome perรฒ nellโ€™epigrafe compare lโ€™espressione ๐‘ ๐‘ข๐‘๐‘–๐‘”๐‘–๐‘ก ๐‘œ๐‘š๐‘›๐‘’ ๐ฟ๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘Ž๐‘š, รจ altresรฌ probabile che Roma abbia tentato di alleggerire la pressione della Federazione sannitica, sottomettendone una piccola area (๐ฟ๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘Ž) e conducendo da essa degli ostaggi.

Per quanto riguarda, invece, la cronologia del sarcofago di Scipione Barbato, Wรถlfflin fu il primo degli studiosi a decontestualizzare la redazione dellโ€™epigrafe dal periodo in cui il defunto visse, sganciandone quindi lโ€™elaborazione e la realizzazione dagli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa, presumibilmente ๐‘๐‘œ๐‘ ๐‘ก 270. In sostanza, il filologo tedesco propose di collocarne la redazione addirittura verso la fine del III secolo. Fu proprio Wรถlfflin, tra lโ€™altro, a supporre la successione di tre fasi dโ€™intervento sullโ€™epigrafe: la messa in evidenza della sequenza onomastica sia rubricata sia incisa; la raschiatura dellโ€™identitร  del defunto dalla cassa per riportarla sullโ€™opercolo e la composizione di una sorta di carme con le diverse indicazioni sul conto del morto; infine, la scalpellatura totale del testo per rifarne un altro. Wรถlfflin, dunque, ipotizzรฒ una cronologia molto bassa, che andava dallโ€™etร  dellโ€™apogeo degli ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’๐‘ , dopo la guerra annibalica, fino alla fine del II secolo. Questa ricostruzione riscosse largo consenso presso gli esperti, tanto da essere ripresa, tra gli altri, da Heinz Kรคhler (1958), Vincenzo Saladino (1970) e Wilhelm Hornbostel (1973).

Il primo a muovere delle obiezioni a questa tesi fu Filippo Coarelli (1973, 43-44), il quale si disse fermamente convinto che il sarcofago e lโ€™iscrizione fossero contestuali alla prima metร  del III secolo, cioรจ fra la scomparsa di Barbato e il consolato del figlio (259/8). Eppure, lโ€™esasperata individuazione, anche nellโ€™๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š del giovane, di un ๐‘๐‘Ÿ๐‘–๐‘š๐‘ข๐‘  allโ€™interno della cittadinanza romana ha indotto quanti difendono la cronologia bassa a privilegiare la ricostruzione di Wรถlfflin, sulla scorta della quasi mitizzazione che le fonti tramandano su Scipione Africano. I dubbi sulla cronologia bassa furono ripresi da Wachter (1987), che esaminรฒ punto per punto grafia, fonologia, lessico e stile dellโ€™epigrafe, riconducendo il testo e il manufatto agli anni 270-250 circa. Questa รจ nella maggior parte dei casi lโ€™ipotesi accolta in tempi piรน recenti (Radke 1991; Kruschwitz 1998, 281).

Ora, in un caso come questo, tutti i caratteri intrinseci hanno creato maggiori difficoltร  interpretative non tanto nellโ€™analisi del documento epigrafico, quanto piuttosto nella sua contestualizzazione. Di conseguenza, le informazioni alle quali si deve fare riferimento non devono piรน essere soltanto quelle che lโ€™iscrizione soltanto offre, ma devono diventare quelle attraverso le quali, indipendentemente dal testo, รจ possibile ricostruire le vicende del personaggio ricordato. Lโ€™epoca in cui visse Lucio Cornelio Scipione Barbato era un tempo in cui la classe dirigente romana si presentava ormai come compagine fortemente ellenizzata in tutti i suoi codici espressivi, dalle categorie morali e di pensiero con cui interpretare il mondo e le forme e i modi dellโ€™autorappresentazione e del gruppo sociale dโ€™appartenenza e della propria individualitร . รˆ perciรฒ molto importante riuscire a ricostruire lโ€™ambito entro cui collocare il documento, per poi scoprire la coerenza tra le informazioni offerte dal reperto e i dati provenienti dallโ€™ambito in questione.

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Bibliografia:

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C. Fแด‡ส€แดษดแด‡, ๐‘†๐‘ข๐‘๐‘–๐‘”๐‘–๐‘ก ๐‘œ๐‘š๐‘›๐‘’ ๐ฟ๐‘œ๐‘ข๐‘๐‘Ž๐‘›๐‘Ž๐‘š: ๐‘Ž ๐‘๐‘Ÿ๐‘œ๐‘๐‘œ๐‘ ๐‘–๐‘ก๐‘œ ๐‘‘๐‘’๐‘™๐‘™’๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’ ๐ต๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘œ (๐ถ๐ผ๐ฟ ๐ผยฒ 6, 7 = ๐ผ๐ฟ๐ฟ๐‘…๐‘ƒ 309), Klio 87 (2005), 116-122.

R. Gแด€ส€ส€แดœแด„แด„ษช, ๐‘†๐‘ฆ๐‘™๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘’ ๐‘–๐‘›๐‘ ๐‘๐‘Ÿ๐‘–๐‘๐‘ก๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘ข๐‘š ๐‘™๐‘Ž๐‘ก๐‘–๐‘›๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘ข๐‘š ๐‘Ž๐‘’๐‘ฃ๐‘– ๐‘Ÿ๐‘œ๐‘š๐‘Ž๐‘›๐‘Ž๐‘’ ๐‘…๐‘’๐‘– ๐‘๐‘ข๐‘๐‘™๐‘–๐‘๐‘Ž๐‘’ ๐‘ข๐‘ ๐‘ž๐‘ข๐‘’ ๐‘Ž๐‘‘ ๐ถ. ๐ผ๐‘ข๐‘™๐‘–๐‘ข๐‘š ๐ถ๐‘Ž๐‘’๐‘ ๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘’๐‘š ๐‘๐‘™๐‘’๐‘›๐‘–๐‘ ๐‘ ๐‘–๐‘š๐‘Ž, Torino 1877.

R. Hแด‡ส€ส™ษชษข, ๐ท๐‘–๐‘’ ๐‘—๐‘ขฬˆ๐‘›๐‘”๐‘’๐‘Ÿ๐‘’๐‘ก๐‘Ÿ๐‘ข๐‘ ๐‘˜๐‘–๐‘ ๐‘โ„Ž๐‘’๐‘› ๐‘†๐‘ก๐‘’๐‘–๐‘›๐‘ ๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘˜๐‘œ๐‘โ„Ž๐‘Ž๐‘”๐‘’, Berlin 1952.

P. Kส€แดœsแด„สœแดกษชแด›แดข, ๐ท๐‘–๐‘’ ๐ท๐‘Ž๐‘ก๐‘–๐‘’๐‘Ÿ๐‘ข๐‘›๐‘” ๐‘‘๐‘’๐‘Ÿ ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’๐‘›๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘’๐‘› ๐ถ๐ฟ๐ธ 6 ๐‘ข๐‘›๐‘‘ 7, ZPE 112 (1998), 273-285.

A. Lแด€ Rแด‡ษขษชษดแด€, ๐ฟ’๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’ ๐ต๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘œ, DialA 2 (1968), 173-190.

F. Lแด‡แด, ๐ด๐‘›๐‘Ž๐‘™๐‘’๐‘๐‘ก๐‘Ž ๐‘๐‘™๐‘Ž๐‘ข๐‘ก๐‘–๐‘›๐‘Ž. ๐ท๐‘’ ๐‘“๐‘–๐‘”๐‘ข๐‘Ÿ๐‘–๐‘  ๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘š๐‘œ๐‘›๐‘–๐‘ , I, Gรถttingen 1896.

M. Mแด€ssแด€ส€แด, ๐‘„๐‘ข๐‘’๐‘ ๐‘ก๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘– ๐‘‘๐‘– ๐‘’๐‘๐‘–๐‘”๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘“๐‘–๐‘Ž ๐‘ ๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘–๐‘๐‘Ž, Epigraphica 70 (2008), 31-90.

S. Mแด€แดขแดขแด€ส€ษชษดแด, ๐ผ๐‘™ ๐‘๐‘’๐‘›๐‘ ๐‘–๐‘’๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘ ๐‘ก๐‘œ๐‘Ÿ๐‘–๐‘๐‘œ ๐‘๐‘™๐‘Ž๐‘ ๐‘ ๐‘–๐‘๐‘œ, II 1, Bari 1966.

E. Mแด‡สแด‡ส€, ๐ท๐‘–๐‘’ ๐‘Ÿ๐‘œฬˆ๐‘š๐‘–๐‘ ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐ด๐‘›๐‘›๐‘Ž๐‘™๐‘–๐‘ ๐‘ก๐‘–๐‘˜ ๐‘–๐‘š ๐ฟ๐‘–๐‘โ„Ž๐‘ก๐‘’ ๐‘‘๐‘’๐‘Ÿ ๐‘ˆ๐‘Ÿ๐‘˜๐‘ข๐‘›๐‘‘๐‘’๐‘›, in ๐ด๐‘๐‘…๐‘Š I.2 (1972), 970-986.

F. Pแด‡sแด€ษดแด…แด, ๐ฟ๐‘ข๐‘๐‘–๐‘œ ๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘œ ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’ ๐ต๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘œ, ๐‘“๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ก๐‘–๐‘  ๐‘ฃ๐‘–๐‘Ÿ ๐‘ ๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘’๐‘›๐‘ ๐‘ž๐‘ข๐‘’, BdA 1-2 (1990), 23-28.

A. Pษชษขษดแด€แด›แด‡สŸสŸษช, ๐ผ๐‘™ ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘๐‘’๐‘ก๐‘ก๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘†๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘Ž ๐‘Ž ๐‘…๐‘œ๐‘š๐‘Ž ๐‘“๐‘Ÿ๐‘Ž ๐ผ๐ผ๐ผ ๐‘’ ๐ผ๐ผ ๐‘ ๐‘’๐‘. ๐‘Ž.๐ถ., in M. Pแด€ษดษช (ed.), ๐ธ๐‘๐‘–๐‘”๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘“๐‘–๐‘Ž ๐‘’ ๐‘ก๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ÿ๐‘–๐‘ก๐‘œ๐‘Ÿ๐‘–๐‘œ. ๐‘ƒ๐‘œ๐‘™๐‘–๐‘ก๐‘–๐‘๐‘Ž ๐‘’ ๐‘ ๐‘œ๐‘๐‘–๐‘’๐‘ก๐‘Žฬ€. ๐‘‡๐‘’๐‘š๐‘– ๐‘‘๐‘– ๐‘Ž๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘โ„Ž๐‘–๐‘ก๐‘Žฬ€ ๐‘Ÿ๐‘œ๐‘š๐‘Ž๐‘›๐‘’, Bari 2001, 271-286.

G. Rแด€แด…แด‹แด‡, ๐ต๐‘’๐‘œ๐‘๐‘Ž๐‘โ„Ž๐‘ก๐‘ข๐‘›๐‘”๐‘’๐‘› ๐‘ง๐‘ข๐‘š ๐ธ๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘š ๐‘Ž๐‘ข๐‘“ ๐ฟ. ๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘ข๐‘  ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ ๐ต๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘ข๐‘ , RhM 134 (1991), 69-79.

D. SษชสŸแด แด‡sแด›ส€ษช, ๐‘‡๐‘Ž๐‘ข๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ ๐‘–๐‘Ž, ๐ถ๐‘–๐‘ ๐‘Ž๐‘ข๐‘›๐‘Ž ๐‘’ ๐‘–๐‘™ ๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’ ๐‘Ž๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘๐‘œ ๐‘‘๐‘’๐‘™ ๐‘†๐‘Ž๐‘›๐‘›๐‘–๐‘œ, PP 33 (1978), 167-180.

U. Sแด„แด€แดแดœแดขแดขษช, ๐ฟ’๐‘–๐‘๐‘œ๐‘”๐‘’๐‘œ ๐‘‘๐‘’๐‘”๐‘™๐‘– ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘– ๐‘–๐‘› ๐‘…๐‘œ๐‘š๐‘Ž. ๐ผ๐‘™ ๐‘ ๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘œ๐‘“๐‘Ž๐‘”๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐ฟ๐‘ข๐‘๐‘–๐‘œ ๐ถ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘–๐‘œ ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’ ๐ต๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘œ, RSC 5 (1957), 248-268.

U. Sแด„แด€แดแดœแดขแดขษช, ๐ถ๐‘–๐‘ ๐‘Ž๐‘ข๐‘›๐‘Ž, ๐‘™๐‘œ๐‘๐‘Ž๐‘™๐‘–๐‘ก๐‘Žฬ€ ๐‘–๐‘”๐‘›๐‘œ๐‘ก๐‘Ž ๐‘‘’๐ผ๐‘ก๐‘Ž๐‘™๐‘–๐‘Ž, RSC 7 (1959), 181-182.

R. Wแด€แด„สœแด›แด‡ส€, ๐ด๐‘™๐‘ก๐‘™๐‘Ž๐‘ก๐‘’๐‘–๐‘›๐‘–๐‘ ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐ผ๐‘›๐‘ ๐‘โ„Ž๐‘Ÿ๐‘–๐‘“๐‘ก๐‘’๐‘›: ๐‘ ๐‘๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘โ„Ž๐‘™๐‘–๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘ข๐‘›๐‘‘ ๐‘’๐‘๐‘–๐‘”๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘โ„Ž๐‘–๐‘ ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘ˆ๐‘›๐‘ก๐‘’๐‘Ÿ๐‘ ๐‘ข๐‘โ„Ž๐‘ข๐‘›๐‘”๐‘’๐‘› ๐‘ง๐‘ข ๐‘‘๐‘’๐‘› ๐ท๐‘œ๐‘˜๐‘ข๐‘š๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘’๐‘› ๐‘๐‘–๐‘  ๐‘’๐‘ก๐‘ค๐‘Ž 150 ๐‘ฃ. ๐ถโ„Ž๐‘Ÿ., Bern 1987.

E. WแดฬˆสŸ๊œฐ๊œฐสŸษชษด, ๐ท๐‘’ ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘ข๐‘š ๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘–๐‘ , RPh 14 (1890), 113-122.

F. Zแด‡แด ษช, ๐ถ๐‘œ๐‘›๐‘ ๐‘–๐‘‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ง๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘– ๐‘ ๐‘ข๐‘™๐‘™’๐‘’๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘†๐‘๐‘–๐‘๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’ ๐ต๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘œ, SM 15 (1969-1970), 63-74.


[1] ๐ผ๐ฟ๐ฟ๐‘…๐‘ƒ 309 = ๐ถ๐ผ๐ฟ Iยฒ 373 = ๐ถ๐ผ๐ฟ Iยฒ 2, 4, 859 = ๐ถ๐ผ๐ฟ VI 1284 = ๐ผ๐ฟ๐‘† I 1 = ๐ด๐ธ 1991, 72; 1997, 129; 2001, 205; 2005, 196; 2008, 168.

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