I processi nell’antica Roma

I processi, allora come oggi, potevano essere di natura civile o penale. Nel primo caso si trattava di controversie che coinvolgevano cittadini privati, perciò rientravano nella categoria degli iudicia privata, e la riparazione per un torto inflitto (delictum) consisteva in una sanzione pecuniaria (multa). Nei processi penali, invece, erano presi in esame reati (crimina) che colpivano l’interesse pubblico – afferivano, quindi, agli iudicia publica – e le pene previste potevano essere anche molto severe.

Le istruttorie si svolgevano in genere nel Foro (in caso di maltempo, all’interno delle aule delle basilicae). La giustizia a Roma era amministrata dai praetores: il praetor urbanus presiedeva le cause riguardanti i cittadini romani, mentre il praetor peregrinus le contese tra Romani e forestieri. Nelle province l’amministrazione dei processi penali era affidata agli stessi promagistrati, coadiuvati da un consilium formato da cittadini romani; nella cause civili, il governatore, non gestiva direttamente le udienze, ma aveva facoltà di nominare di volta in volta, a suo arbitrio, i giudici della controversia.

A Roma per il processo penale furono istituiti, probabilmente a partire dal II secolo a.C., dei tribunali permanenti (detti quaestiones perpetuae), presieduti da senatori (o da esponenti dell’ordine equestre), istruttorie che avevano ciascuna un diverso ambito di pertinenza. Tra i principali capi d’accusa, o almeno tra i più frequenti, si possono citare: crimen maiestatis (lesa maestà nei confronti del popolo romano); crimen perduellionis (alto tradimento); ambitus (brogli elettorali); peculatus (sottrazione indebita di denaro pubblico); crimen de falso (frode o falsificazione); parricidium (uccisione del padre, di un parente, di un pari); pecuniae repetundae (lett. “denaro che dev’essere reclamato” da alleati e sudditi di Roma, dopo che è stato sottratto abusivamente e con estorsione dal promagistrato di una provincia); sacrilegium (furto sacrilego a danno di un tempio o di un culto); crimen de sicariis et veneficis (omicidio e avvelenamento); crimen de vi publica et privata (violenza pubblica o privata); crimen iniuriarum (reato di diffamazione); crimen de civitate (appropriazione illecita del diritto di cittadinanza).

M. Tullio Cicerone (presunto ritratto). Statua (dettaglio del busto), marmo bianco, I sec. d.C. Oxford, Ashmolean Museum.

Nel sistema giuridico repubblicano non esistevano magistrati professionisti, né giudici o avvocati, né pubblici ministeri; non esisteva neppure il procedimento d’ufficio, con cui oggi l’autorità giudiziaria è in alcuni casi tenuta a perseguire il colpevole per il semplice fatto di aver ricevuto notizia del crimine. La presidenza delle quaestiones perpetuae era, appunto, affidata a un praetor, vale a dire un uomo politico, eletto dal popolo nei comitia e investito della iurisdictio necessaria ad amministrare la giustizia. Parimenti, le giurie erano formate solo da “giudici popolari”.

Le fasi preliminari di un processo (iniure) iniziavano con una querela di parte e lo stesso querelante (actor), che nei processi penali rappresentava l’interesse pubblico, sosteneva direttamente l’accusa. Per procedere contro un cittadino l’accusatore presentava un’istanza (postulatio) al magistrato; questi effettuava tutti gli accertamenti del caso, verificando l’onorabilità del postulante, ascoltava le due parti in causa e decideva di respingere la denuncia oppure di procedere. In quest’ultimo caso, aveva luogo la formale presentazione dell’accusa, solitamente sottoscritta anche da amici e collaboratori dell’accusatore: da quel momento, egli assumeva la funzione di “pubblico ministero”, con poteri d’indagine ai fini del giudizio.

Se più persone muovevano la medesima accusa contro il medesimo imputato, si ricorreva alla divinatio: il magistrato doveva “indovinare”, ascoltando le argomentazioni dei potenziali accusatori, chi avesse i requisiti (affidabilità, onestà, competenza) per svolgere al meglio il delicato ruolo di actor. Con l’accettazione dell’accusa da parte del magistrato, si iscriveva il nome dell’accusato nel ruolo dei giudicabili, precisando il procedimento (actio) da effettuare.

Scena di lettura del testamento davanti al magistrato. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. da un sarcofago.

Si stabiliva la data del dibattimento (il vero e proprio iudicium), garantendo a chi sosteneva l’accusa un periodo utile per svolgere le necessarie indagini. Nella causa contro Gaio Verre, nel 70 a.C., per esempio, Cicerone chiese e ottenne 110 giorni per recarsi in Sicilia per le sue indagini. La legge forniva all’actor l’autorità per imporre a chiunque l’esibizione di documenti, effettuare perquisizioni domiciliari, assicurarsi la comparsa dei testimoni. D’altra parte, l’accusatore era tenuto a svolgere con serietà il suo incarico: un’accusa falsa o infondata era considerata un’offesa all’amministrazione giudiziaria; la pena era l’impressione a fuoco di una C (= calumniator) sulla fronte. Inoltre, lo scarso zelo dell’accusatore nell’esplicazione delle proprie incombenze era punibile con la perdita della civica onorabilità (infamia).

Quanto all’imputato, rendeva manifesta la propria condizione di reus portando fino alla fine dell’istruttoria un abito dimesso (se non vestendo addirittura a lutto); inoltre, subiva alcune limitazioni ai diritti civili: non poteva candidarsi per alcuna carica politica né poteva in alcun processo assumere il ruolo di accusatore. Prima dello svolgimento del processo, alla presenza delle parti in causa, si procedeva alla costituzione della giuria mediante sorteggio, dando facoltà all’accusa e alla difesa di respingere le persone che non fossero di loro gradimento.

Nel giorno fissato per lo svolgimento del processo, accusatore e accusato erano chiamati (citati) a intervenire nella sede del giudizio. Aveva quindi inizio il dibattimento, con l’actor che pronunciava un discorso d’accusa che non doveva essere interrotto (oratio perpetua), cui potevano seguire le orazioni di altri cittadini che si erano uniti all’actor al momento della formalizzazione dell’accusa, in qualità di subscriptores. Veniva poi la replica del reus o, più spesso, dei suoi difensori. Queste figure erano distinte in tre categorie: i patroni, cioè quanti supportavano l’imputato con le arringhe in suo favore, contando sul proprio prestigio personale, sulla competenza giuridica e sull’abilità oratoria; gli advocati, personaggi particolarmente influenti, che, pur senza prendere direttamente la parola, comparivano in tribunale a fianco dell’accusato allo scopo di condizionare i giudici con la propria autorevole e tacita presenza; i laudatores, cioè coloro ai quali spettavano brevi discorsi in elogio dell’imputato, a prescindere dall’argomento del processo. Ciò era ammesso, perché nel mondo romano non si giudicava un reus solo sulla scorta dei capi d’accusa, ma si formulava nei suoi confronti un giudizio complessivo; di conseguenza, il fatto di aver precedentemente agito per il bene dello Stato, di godere di buona fama e di poter esibire amicizie importanti (gli advocati) poteva esercitare una notevole influenza sulla giuria e, naturalmente, sul verdetto stesso (anche in presenza di crimini manifesti!).

Un oratore che parla in un’aula di tribunale o un predicatore cristiano (?). Rilievo, marmo, IV sec. d.C. dal tempio di Ercole. Ostia, Museo Archeologico.

I discorsi di accusa e di difesa potevano protrarsi per diverse ore, entro un tempo fissato in precedenza dal presidente del tribunale. Eccezionalmente, per abbreviare i tempi, l’actor aveva facoltà di rinunciare all’oratio perpetua, per passare direttamente all’interrogatorio (excussio) dei testimoni, costringendo in questo modo anche l’avversario a passare direttamente alla fase successiva.

Dopo le orationes dell’accusa e della difesa iniziava l’altercatio, un dibattito con brevi domande e risposte per chiarire singoli punti. Si passava, quindi, all’esame delle prove (probatio). Accusa e difesa sostenevano i rispettivi assunti, affidandosi soprattutto alle presunzioni logiche (argumenta), che emergevano da fatti accertati e acclarati, e alle dichiarazioni dei testes, i quali, vincolati da giuramento, erano interrogati dalle due parti.

Erano considerati meno probanti, ma comunque utili, anche i documenti scritti, che talvolta però potevano essere sospettati di alterazioni, e le dichiarazioni che non si riferivano direttamente all’oggetto del processo, ma che riguardavano comunque la moralità dell’accusato. Ovviamente, era fondamentale l’autorevolezza comprovata di chi si spendeva a favore dell’imputato e l’attendibilità dei testimoni era strettamente legata alla loro condizione sociale: spettava ai giudici valutare caso per caso il peso da attribuire alle testimonianze di stranieri, donne e impuberi. Concluso il dibattimento, la corte passava a emettere la sentenza (sententia): ciascun giurato inseriva in un’urna una tabula cerata recante la lettera A (= absolvo) o la lettera C (= condemno) 𝐶, oppure ancora la sigla NL (= non liquet), «non risulta chiaro» (per cui si indicava la necessità di un supplemento d’indagine). Alla fine, il presidente del tribunale, ordinato lo spoglio dei voti, dichiarava l’esito dello scrutinio: la sententia si limitava all’affermazione della colpevolezza o dell’innocenza dell’accusato, mentre la poena era determinata in misura fissa dalla legge e non poteva essere modificata dai giudici in relazione alla gravità del reato commesso. Per certi illeciti (come il peculato o la concussione), alla causa principale seguiva un giudizio accessorio per fissare l’entità del risarcimento dovuto dal condannato.

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