Marco Aurelio

Marco Antonino, in omni vita philosophanti viro et qui sanctitate vitae omnibus principibus antecellit, pater Annius Verus, qui in praetura decessit (SHA IV 1, 1 «Marco Antonino, il filosofo, superiore a tutti per principi di santità di vita, nacque da Annio Vero, che morì mentre reggeva la pretura»). Così, nella Historia Augusta, si apre la biografia composta da Giulio Capitolino e dedicata a Marco Aurelio. In poche righe sono messe in evidenza le caratteristiche principali della personalità dell’uomo: l’interesse per la filosofia, la sanctitas vitae, l’appartenenza a una famiglia importante dell’epoca.

M. Aurelio Antonino. Busto, marmo, 161-180 d.C. ca. Roma, Musei Capitolini, Museo di P.zzo Nuovo.

Il giovane fu notato dall’imperatore Adriano, che lo impose come figlio adottivo al suo diretto successore, Antonino Pio, sperando che riuscisse ad arrivare all’impero. Antonino, fedele alle volontà di Adriano, seguì da vicino la carriera politica del ragazzo e lo considerò sempre come suo erede. Di conseguenza, l’ascesa di Marco fu rapida e senza particolari difficoltà: nel 139 a diciott’anni divenne Caesar, a diciannove consul e a venticinque ricevette la tribunicia potestas e l’imperium pro consule. Il principato di Antonino Pio non fu breve come ci si aspettava e Marco ebbe tutto il tempo per completare la propria formazione: quando giunse ai vertici dello Stato, infatti, egli aveva già quarant’anni e una personalità ben definita. I suoi principali interessi erano andati verso le dottrine stoiche e ai loro principi rimase fedele anche negli anni di governo, pur sapendo far fronte alle necessità amministrative dell’Impero e, soprattutto, agli impegni militari. Se gli anni di Antonino Pio erano stati relativamente tranquilli, non lo furono quelli che dovette affrontare Marco Aurelio, che si trovò a fronteggiare una nuova crisi diplomatica con il Regno dei Parti, gli sconfinamenti di Quadi e Marcomanni al di qua del Danubio e la ribellione di Avidio Cassio, suo legatus pro praetore per l’Oriente.

Nelle difficoltà della politica Marco cercò per tutta la vita di tenersi vicino i familiari: il fratello adottivo Lucio Vero, la moglie Faustina e suo figlio Commodo. Personaggi che solo nella tradizione letteraria sono presentati in una luce non del tutto positiva: Lucio Vero è spesso additato come un violento, un amante sfrenato del lusso e un pessimo generale, benché la campagna contro i Parti si fosse conclusa egregiamente. Faustina, invece, è accusata esplicitamente di essere un’adultera e di condurre una vita non in sintonia con quella del marito. In merito, nella Historia Augusta è ricordata una considerazione amara che sarebbe stata pronunciata dallo stesso imperatore, quando gli fu consigliato di ripudiare la Faustina: Si uxorem dimittimus, reddamus et dotem (SHA IV 19, 9 «Se rimando la sposa, devo pure restituire la dote»). E la dote era l’impero concessogli dal suocero e padre adottivo.

M. Aurelio Antonino. Busto giovanile barbato, marmo, metà II sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Anche Lucio Vero, associato al governo con un gesto senza precedenti, fu difeso a oltranza da Marco. Contrasti tra i due, o almeno una concezione diversa dell’esercizio del potere, non mancarono certamente, ma l’imperatore volle rispettare fino in fondo le volontà dei suoi predecessori.

In apertura della sua opera Τὰ εἰς ἑαυτόν (A sé stesso), scritta in greco negli ultimi dieci anni della sua vita, Marco ricorda alcuni familiari: il nonno, da cui tentò di apprendere la gentilezza; il padre naturale, che gli dette «la vita, il pudore e costumi virili»; la madre, dalla quale cercò di prendere la religiosità, la liberalità, la frugalità. Un elenco di influenze assai lungo è riconosciuto al padre adottivo, Antonino, che gli insegnò la mitezza, la fermezza nelle decisioni, l’indifferenza verso gli onori, l’amore per il lavoro, la capacità di saper ascoltare e di apprezzare i consigli giusti e di saper distinguere i casi dove fosse necessaria «la severità oppure l’indulgenza», la consapevolezza della necessità di bastare a sé stessi, una giusta cura del corpo. Ma da Antonino aveva ricevuto pure insegnamenti minori: non imporre agli amici di mangiare insieme, non andare ai bagni fuori orario, non indossare vesti di tessitura o di colori appariscenti.

Marco ricorda anche il proprio debito nei confronti di alcuni maestri e intellettuali del suo tempo: il filosofo e pittore Diogneta, dal quale apprese l’avversione a perseguire cose stupide e vuote e la diffidenza per le chiacchiere dei fattucchieri e dei ciarlatani; il filosofo Rustico, al quale dové l’incontro con Epitteto e l’abitudine a leggere con attenzione; Apollonio, per «il tono libero del carattere» e la virtù di non affidarsi al caso; il retore Frontone, che gli mostrò come «in genere, i cosiddetti patrizi, questa gente famosa, sono indubbiamente persone di ben scarsa considerazione»; Massimo, per il dominio di sé stessi e il senso di fiducia in ogni difficoltà della vita. L’omaggio conclusivo è rivolto agli dèi, che Marco ringrazia per avergli dato un fisico capace di sopportare le avversità dell’esistenza e di avergli fatto incontrare le persone che aveva incontrato.

M. Aurelio Antonino mostra la sua clementia verso i popoli sconfitti. Bassorilievo, marmo fine II sec. d.C. dall’Arco di M. Aurelio. Roma, Musei Capitolini.

L’interesse di queste pagine delle sue “memorie” va ben oltre la curiosità di conoscere le persone vicine a Marco. Esse offrono un’idea piuttosto esaustiva dei valori dell’imperatore e di come egli avrebbe voluto essere: un uomo di potere al servizio della comunità, senza illusioni sugli uomini ma al contempo impegnato a loro favore. Consapevole della propria fortuna, ma anche delle proprie responsabilità, religioso, parco nelle abitudini, moderato nell’esercizio delle sue prerogative di principe, ma allo stesso tempo risoluto nelle decisioni prese. Rispettoso della memoria di chi lo aveva beneficiato e del valore della continuità del comando. Colto, ma anche consapevole della vacuità di una cultura fine a sé stessa e perciò sempre pronto all’azione. Esempio di virtù per le persone che aveva al fianco e finanche per le classi dirigenti dello sterminato impero di Roma.

Marco Aurelio riuscì davvero a essere tutto ciò? Ai suoi contemporanei parve di sì, giudicando almeno dalle fonti letterarie ed epigrafiche a nostra disposizione. In esse, egli viene descritto come voleva essere e apparire: un filosofo, un uomo giusto in grado di reggere l’imperium e che, per la consapevolezza del proprio ruolo e per il senso di responsabilità verso cittadini e sudditi, sapeva trasformarsi in generale e affrontare prove impegnative e, se necessario, estreme.

La stessa sua scomparsa fu letta in quest’ottica: l’imperatore morì probabilmente dopo aver contratto la peste nel marzo del 180, in un accampamento militare di Vindobona (od. Vienna), fra le sue truppe, impegnate a fronteggiare l’avanzata delle tribù germaniche.

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