Šāpur I, l’uomo che umiliò Roma

Se si chiedesse di elencare i nomi dei grandi nemici di Roma, difficilmente, dopo quelli di Annibale, Giugurta, Mitridate, Vercingetorige, Cleopatra e Arminio, si menzionerebbe anche quello di Šāpur I. Eppure, quest’ultimo fu forse il più grande vincitore dei Romani. La storia antica e la cultura moderna hanno trasmesso e reso familiare re, generali e capi tribali che combatterono e tennero in scacco Roma, ma si trattò comunque di avversari a cui gli stessi Romani avevano potuto rendere l’onore delle armi: infatti, alla fin fine, erano stati tutti inequivocabilmente sconfitti.

Al contrario, la personalità e il carattere di re Šāpur restano come avvolti nella nebbia. La storiografia di III-IV secolo o di poco successiva non sembra aver avuto alcuna intenzione di soffermarsi su una disfatta che non rimase circoscritta a un unico evento bellico. L’intero lungo regno di Šāpur I, durato circa fra il 240 e il 273, rappresentò effettivamente la totale sconfitta dell’Impero romano sotto ogni punto di vista, militare, politico e diplomatico. Insomma, mentre per più di un trentennio il sovrano sassanide mantenne saldamente un potere assoluto e accentratore, in Occidente l’autorità fu esercitata ufficialmente da ben dieci Augusti, senza contare tutti gli usurpatori! E basta questo a dare la misura di quale fra le due compagini godesse di maggiore stabilità politica interna e fosse in grado di portare avanti progetti a lunga scadenza. Il dominio sassanide, dopo Šāpur, sarebbe durato più di quattro secoli, segnando l’ultimo periodo di grande potenza e fioritura della civiltà iranica.

Šāpur a cavallo seguito dai figli Hormizd e Bahram e altri dignitari. Rilievo, roccia calcarea, c. 245. Naqš-e Rajab (Pārs).

Il rivolgimento politico che aveva condotto all’ascesa dei Sassanidi e alla caduta degli Arsacidi, negli anni 223-226, sembra essere stato inteso dagli osservatori romani come uno dei soliti colpi di mano e cambi di vertice del Regno dei Parti. In realtà, si trattò di un evento di vastissima eco geopolitica, che le fonti occidentali sembrano non aver capito affatto. Anche questo fraintendimento è un significativo segno della decadenza dell’Impero romano: nessuna realtà politica, aggressiva o meno, può permettersi il lusso di ignorare i propri avversari, dichiarati o potenziali.

Se piuttosto scarne sono le testimonianze greche e latine sul conto di Šāpur I, le notizie persiane che lo riguardano si fanno decisamente più consistenti e numerose. La fonte principale sul suo regno è la straordinaria iscrizione trilingue (medio-persiano, partico e greco) che Šāpur volle apposta sulle pareti del cosiddetto Kaʿba-ye Zardošt (“Cubo di Zoroastro”); l’epigrafe fu rinvenuta in una serie di campagne di scavo nel 1936-39, a Naqš-e Rostam, nel cuore dell’Impero persiano, presso le tombe dei grandi sovrani achemenidi. Cogliendo l’importanza autocelebrativa del documento Michail Rostovzeff lo ribattezzò Res Gestae Divi Saporis.

Ahurā Mazdā consegna il diadema della regalità ad Ardašir I. Rilievo, roccia calcarea, 226-241. Naqš-e Rajab (Pārs), Necropoli monumentale.

Da questa e da altre fonti iraniche, dunque, si apprende che Šāpur fu un sovrano illuminato, saggio, colto, curioso e aperto alle culture e alle tradizioni straniere. Egli era figlio di Ardašir I e di una «nobildonna Myrōd». Il rilievo di Firuzābād dedicato alla battaglia di Hormozdgan (28 maggio 224) raffigura Šāpur al fianco di suo padre contro re Artabano IV di Partia. Una volta instaurato il dominio sassanide, ritenendolo il più idoneo a regnare tra i suoi figli, nel 240 Ardašir investì Šāpur come suo legittimo successore di fronte all’assemblea dei notabili. La scena dell’investitura compare sui rilievi di Naqš-e Rajab e di Firuzābād, nei quali Šāpur è raffigurato a cavallo nell’atto di ricevere la corona direttamente dalle mani di suo padre.

Dopo un breve periodo di condivisione del regno, Ardašir lasciò tutto il potere al figlio e si ritirò a vita privata. La loro sinarchia è attestata da diverse fonti: un passo dal Codex Manichaicus Coloniensis (V sec.), in cui si riferisce che nel ventiquattresimo anno di Mani, cioè nel 240, Ardašir «sottomise la città di Hatra e il re Šāpur, suo figlio, gli pose sul capo il grande diadema»; una lettera al Senato dell’imperatore Gordiano III, in cui informava di aver allontanato la minaccia «dei re persiani (reges Persarum)» dalla Antiochia di Syria (SHA Gord. 27, 5); ma anche le tarde emissioni monetali di Ardašir, che sul retto lo ritraggono affrontato al giovane principe con la didascalia: «Il divino Šāpur, re dell’Iran, il cui seme proviene dagli dèi»; un coevo rilievo rupestre a Salmās, in Azerbaigian, rappresenta i due sovrani a cavallo con la medesima corona.

Shapur I. Artwork by A. McBribe.

Il tratto più caratteristico ed evidente del nuovo re fu la decisione con cui una volta rimasto solo sul trono proseguì i progetti di suo padre. Gli scrittori orientali offrono un’idea piuttosto vaga delle guerre che Šāpur condusse contro l’Impero romano, facendo riferimento a un’unica campagna che si concluse con la cattura di Valeriano (260). L’iscrizione e i rilievi rupestri di Naqš-e Rostam concordano con le fonti romane sul fatto che le campagne furono in realtà tre. La prima (242-244) avvenne dopo la conquista di Hatra. Il resoconto di Giulio Capitolino nella biografia ufficiale di Gordiano III (SHA Gord. 23, 4; 26, 3-24, 3), integrato da alcuni autori successivi, riferisce che nel 242 l’imperatore mosse contro i Persiani con «una grande armata e moltissimo oro» e svernò ad Antiochia. Di qui combatté e vinse in diversi scontri, scacciò le truppe di Šāpur dalla provincia di Syria, dalle roccaforti di Carrhae e Nisibis e lo sbaragliò a Resaina (od. Ra’s al-‘Ain), costringendolo a restituire tutte le città occupate. Il giovane Gordiano informava il Senato: «Siamo penetrati fino a Nisibis, arriveremo anche a Ctesifonte!». Ma ciò non avvenne. Le fonti romane (Chron. min. 1, 147; Aur. Vict. Caes. 27, 8; Fest. 22; Eutrop. 9, 2; Hier. Chron. 217; Amm. Marc. XXIII 5, 7-8, 17; SHA Gord. 29,1-31,3; [Aur. Vict.] Epit. Caes. 27, 2; Oros. VII 19, 5; Zos. I 18, 2-19, 1; Zon. 12, 18) riportano che il nuovo prefetto del pretorio, Filippo Arabo, ordì alcune trame, al punto da scatenare una rivolta militare e costringere al ritiro dalla campagna. Sulla via del ritorno Gordiano morì, ma le testimonianze sono piuttosto confuse: alcune affermano che il giovane imperatore venne eliminato da Filippo, altre che egli rimase ucciso in Partia; altre ancora che Gordiano fu assassinato in territorio nemico, altre che, disarcionato in battaglia e rottosi un femore, sarebbe morto a causa della ferita. Zosimo (Zos. I 19, 1) riporta che Filippo «stipulò con Šāpur un patto di amicizia sancito da giuramenti», mettendo fine alla guerra e cedendo al nemico l’Armenia e la Mesopotamia.

Dal 1940 è possibile confrontare quanto riferito dalle fonti imperiali con la versione persiana, offerta dallo stesso Šāpur nelle sue Res Gestae: «Proprio quando ci siamo stabiliti sul trono, l’imperatore Gordiano arruolò in tutto l’Impero Romano un esercito tra Goti e Germani e, invasa l’Āsōristān (Assiria), marciò contro l’Ērānšahr e contro di noi. Ai confini dell’Assiria, a Misiḵē, vi fu una grande battaglia campale. E il Cesare Gordiano rimase ucciso, e noi sbaragliammo l’armata romana. Allora i Romani acclamarono Filippo imperatore. Quindi, il Cesare Filippo venne da noi per trattare i termini della pace, dandoci 500.000 denarii per riscattare la vita dei prigionieri, e divenne così  nostro tributario» (RGDS rr. 6-10).

Šāpur a cavallo sopra il corpo esanime di Gordiano III, mentre riceve la sottomissione di Filippo Arabo. Rilievo, pietra calcarea, c. 244. Dārābgerd (od. Kandaq Dahia).

Gli studiosi moderni hanno dimostrato che il resoconto di Šāpur, sebbene viziato, è superiore alla versione romana, che non spiega perché l’imperatore, dopo aver messo in rotta le armate di Šāpur vicino a Nisibis e aver raggiunto le porte di Ctesifonte, avrebbero preferito concludere una «pace vergognosissima». Kettenhofen (1982, 35-36) afferma che «Con ogni probabilità l’orgoglio imperiale romano abbia fatto ricadere su Filippo la responsabilità della sconfitta, per cui Gordiano III fu il primo imperatore romano a perdere la vita in battaglia in territorio nemico. Diversamente, il senso di superiorità dei Sassanidi fu immortalato in diversi rilievi rupestri di Šāpur I, e la vittoria di Misiḵē fu celebrata da un vanaglorioso sovrano come l’unico evento militare nel corso di questa prima campagna». Dopo aver tolto la possibilità ai Romani di nuocere e aver arricchito il tesoro regio esigendo un onerosissimo riscatto, Šāpur estese il protettorato persiano sull’intera Armenia, commemorando il suo trionfo in numerosi rilievi rupestri nel Pārs: tra questi il più famoso è senz’altro quello di Dārābgerd, che mostra il corpo del giovane Gordiano III calpestato dal cavallo del re e questi in atto di ricevere la sottomissione di un altro imperatore (Filippo?). Nonostante l’evidente insuccesso, è curioso che Filippo abbia celebrato la campagna orientale fregiandosi dei titoli di Persicus Maximus e Parthicus Maximus e facendo passare il trattato concluso con il nemico come una pax fundata cum Persis.

Mentre le fonti occidentali sulla seconda campagna di Šāpur (252-256) sono scarse, contraddittorie e ostili, il testo delle sue Res Gestae è piuttosto coerente: «E il Cesare mentì ancora e fece male all’Armenia» (r. 10). Questo esordio potrebbe riferirsi a una rinnovata ingerenza romana nella questione armena e al possibile rifiuto di corrispondere tributi ai Persiani. Verso il 252 Šāpur lanciò una nuova offensiva contro le province orientali dell’Impero romano e occupò numerose città della Mesopotamia, compresa Nisibis (Eutrop. 9, 8; Zos. I 39, 1). Quindi, attaccò la Cappadocia e la Syria, sconfiggendo le forze romane nella battaglia di Barbalissos (od. Qalʿat al-Bālis), sulla riva sinistra dell’Eufrate, ed espugnando la stessa Antiochia (Amm. Marc. XX 11, 11; XXIII 5, 3; SHA Trig. Tyr. 2; Malal. Chron. 12; Orac. Sibyl. XIII 125-130; Liban. XV 16; XXIV 38; LX 2-3). L’iscrizione di Naqš-e Rostam, invece, riferisce: «E annientammo una forza di 60.000 armati a Barbalissos, devastammo la Syria e i suoi dintorni, distruggemmo e depredammo. In questa sola spedizione noi strappammo al controllo dei Romani le seguenti città e fortezze: Anatha e i suoi sobborghi, […] Birtha, Sura, Barbalissos, Hierapolis, Beroea, Chalcis, Apamea, Rhephania, Zeugma, Ourima, Gindaros, Armenaza, Seleucia, Antiochia, Cyrrhus, Alexandretta, Nicopolis, Sinzara, Chamath, Ariste, Dichor, Doliche, Dura Europos, Circesium, Germanicia, Batnae, Chanar, e in Cappadocia, Satala, Domana, Artangil, Souisa, e Phreata per un totale di 37 città con i loro sobborghi».

Dura Europos (od. Salhiyah, Siria, Deir el-Zor). Mura collassate nell’assedio del 256.

Le testimonianze pervenute riferiscono che negli anni 253-256 Šāpur aveva condotto diverse offensive con l’obiettivo di colpire soprattutto Antiochia, metropoli particolarmente ricca e prestigiosa. Durante la prima fase della seconda campagna il sovrano sassanide aveva dovuto affrontare dei torbidi in Armenia: re Cosroe II, volendo vendicare la morte del parente, re Artabano IV, aveva invaso l’Assiria, minacciando i confini settentrionali dell’Ērānšahr. Fatto assassinare con un tradimento l’avversario e occupato il regno caucasico, Šāpur installò suo figlio Hormizd-Ardašir come “Grande re degli Armeni”; inoltre, assoggettò la Georgia, riducendola a satrapia e ponendola sotto il governatorato di un funzionario di alto rango, il bidaxš. Avuta ragione sulle armate romane a Barbalissos, Šāpur poté condurre una vasta offensiva contro le province romane, saccheggiando, devastando e deportando numerosi prigionieri.

Ripetute scaramucce fra le forze persiane e quelle romane rinnovarono le ostilità nel 260. Le Res Gestae Divi Saporis riferiscono così della terza campagna di Šāpur contro l’Impero: «Durante la terza invasione, noi marciammo contro Edessa e Carrhae e le ponemmo sotto assedio, tanto da costringere il Cesare Valeriano a condurre il suo esercito contro di noi. Egli era alla testa di una forza di 70.000 armati provenienti dalle province di Germania, Raetia, Noricum, Dacia, Pannonia, Moesia, Thracia, Bithynia, Asia, Pamphilia, Isauria, Lycaonia, Galatia, Lycia, Cilicia, Cappadocia, Phrygia, Syria, Phoenicia, Iudaea, Arabia, Mauretania, Lydia e Mesopotamia» (rr. 19-23).

P. Licinio Valeriano. Antoniniano, Antiochia, c. 253-255. AR 3,80 g. Recto: Imp(erator) C(aesar) P. Lic(inius) Valerianus Aug(ustus). Busto radiato, drappeggiato e corazzato dell’imperatore, voltato a destra.

Zosimo (Zos. I 36) riferisce che Valeriano, com’ebbe appreso dell’offensiva persiana, «si recò di persona da Antiochia sino in Cappadocia e, colpite soltanto le città durante il suo passaggio, tornò indietro. Ma quando la peste si abbatté sull’esercito, falcidiandone la maggior parte, Šāpur con un’incursione sottomise tutto l’Oriente. Valeriano, per debolezza e mollezza di vita, non se la sentì di porre rimedio a una situazione che si era fatta tanto grave e, volendo mettere fine alla guerra con donativi in denaro, inviò un’ambasceria a Šāpur, che la rimandò indietro senza aver concluso nulla, e chiese di incontrarsi con l’imperatore per discutere ciò che riteneva necessario». A questo punto, le fonti romane divergono su quanto accadde a Valeriano: mentre Eutropio (9, 7), Festo (23) e Aurelio Vittore (Caes. 32, 5), concordemente, narrano che l’imperatore fu catturato dai soldati nemici dopo essere stato vinto in una grande battaglia campale, Zosimo riferisce che Valeriano, recandosi all’incontro richiesto dal sovrano sassanide, fu fatto prigioniero a tradimento: «Valeriano, accettate le richieste senza nemmeno riflettere, mentre si recava presso Šāpur con decisione avventata, insieme a pochi uomini, improvvisamente cadde prigioniero dei nemici. Catturato, morì tra i Persiani, disonorando assai gravemente il nome romano presso i posteri».

L’iscrizione di Šāpur, invece, riferisce chiaramente che «ci fu una grande battaglia a metà strada tra Carrhae ed Edessa fra noi e il Cesare Valeriano e noi lo catturammo, facendolo prigioniero con le nostre mani, insieme ad altri generali dell’armata romana, al prefetto del pretorio, alcuni senatori e ufficiali. Tutti costoro caddero nelle nostre mani e li deportammo in Pārs» (rr. 24-26).

La cattura dell’imperatore e dei suoi lasciò l’Oriente romano alla mercé del re persiano: «Noi allora bruciammo, devastammo e saccheggiammo la Syria, la Cilicia e la Cappadocia», sottraendo al controllo nemico ben trentasei città e fortezze (rr. 26-34). Come ha osservato l’ufficiale e storico militare britannico sir Percy Sykes (1921, I 401): «Few if any events in history have produced a greater morale effect than the capture of a Roman Emperor by the monarch of a young dynasty. The impression of the time must have been overwhelming, and the news must have resounded like a thunderclap throughout Europe and Asia». Con ogni probabilità gli autori di parte imperiale preferirono attribuire «la più grande umiliazione dei Romani» alla diffusione di una pestilenza e al tradimento degli alleati, affermando che l’«anziano imperatore» fosse stato ingannato da Šāpur durante i negoziati per un armistizio piuttosto che confermare l’onta della cattura di Valeriano in battaglia.

Shapur and the Surrender of Valerian. Artwork by A. McBribe.

Šāpur volle celebrare il successo delle sue imprese con iscrizioni, come quella a Naqš-e Rostam, e numerosi rilievi rupestri. A Bišāpur uno di questi monumenti propone una scena assai simile a quella di Dārābgerd: il re vincitore è raffigurato a cavallo in atto di ricevere da Ahurā Mazdā la corona, simbolo della regalità, mentre sotto il suo destriero giace esangue Gordiano e prostrato dinanzi a lui compare l’imperatore Filippo. Un altro grande rilievo di Bišāpur ripropone lo stesso tema, ma al posto di Filippo accanto al re si mostra Valeriano, tenuto saldamente per un polso dal vincitore. Infine, un cammeo in sardonice, conservato al Cabinet des Medailles di Parigi, raffigura Šāpūr e Valeriano che si affrontano a cavallo: l’imperatore romano avanza al galoppo contro il nemico con la spada sguainata, mentre il sovrano sassanide si limita ad afferrare il polso dell’avversario, bloccandolo saldamente. A ogni modo, tutte le rappresentazioni persiane dell’evento da una parte celebrano la supremazia di Šāpūr, dall’altra, però, raffigurano il prigioniero completamente integrato nel suo ruolo di Cesare, smentendo così quelle fonti, soprattutto di parte cristiana, che volevano fosse stato maltrattato e, infine, barbaramente ucciso ([Aur. Vict.] Epit. Caes. XXXII, 5-6; Oros. VII 3-4; Lactan. mort. pers. 5).

Il trionfo di Šāpur accrebbe indubbiamente il prestigio dell’Impero sasanide, confermando pienamente la sua posizione di rivale della compagine romana. Le sue incursioni privarono il nemico di risorse, mentre rimpinguavano e arricchivano il proprio tesoro. I numerosi prigionieri deportati, tra militari e civili, per lo più artigiani e operai qualificati, contribuirono a rivitalizzare i centri urbani dell’Impero persiano. Ciò è dichiarato dallo stesso sovrano nelle sue Res Gestae: «E insieme al bottino abbiamo portato via degli uomini dall’Impero romano, cioè degli Anērān; abbiamo insediato costoro nel nostro regno in Pārs, Parthia, Ḵuzestān e Āsōristān, suddividendoli satrapia per satrapia» (rr. 35-36). Pare che l’integrazione di tanti elementi stranieri sotto il proprio regno abbia indotto Šāpur a riformulare il proprio titolo reale in Šāhān Šāh ī Ērān ud Anērān (“Re dei re degli Iranici e dei non-iranici”). D’altra parte, molti di quei prigionieri erano cristiani e, non sottoposti a persecuzioni, riuscirono a prosperare e a fare proseliti nel Ḵuzestān e in altre satrapie orientali, costruendo persino chiese, monasteri e vescovati. I nuovi sudditi, inoltre, diffusero il greco e il siriaco e portarono con sé diverse conoscenze scientifiche, soprattutto opere astronomiche, poi tradotte anche in pahlavi, la lingua parlata dai Sassanidi.

Il lungo regno di Šāpur fu un periodo senza precedenti di rinnovamento urbano: la località di Misiḵē (Ērāq) fu rifondata con il nome di Pērōz-Šāpūr (“Vittoria di Šāpūr”) e divenne uno dei più importanti centri militari (anbār) dell’Impero persiano; Abaršahr in Khorāsān divenne Nišāpur (“Šāpūr è l’eccelso”); così l’antica Susa fu ribattezzata Hormazd-Ardašir in onore del principe reale. Il sovrano fondò la città di Gondêšâpur, in Ḵuzestān, sul sito di un antico abitato noto come Bēṯ Lapaṭ, servendosi di manodopera antiochena. Altri prigionieri dall’Impero romano furono impiegati per la fondazione di Bišāpur, in Fārs, la cui pianta e i cui edifici tradiscono le origini dei suoi costruttori. In una grotta fra i Monti Zagros a 6 km a sud di questa metropoli fu scolpita in pietra calcarea una statua colossale di Šāpūr, alta 6, 7 m.

Šāpūr I. Statua colossale, stalagmite, calcare, III secolo. Kazerun (Pārs), Grotta di Šāpūr.jpg

La grandiosità dei monumenti con le loro scene di vittoria, i simboli del potere e della regalità, di popoli sottomessi dovette colpire i nuovi sudditi di Šāpūr. Eppure, è difficile provare a immaginare l’impressione di questi prigionieri di fronte a scene assolutamente simili a quelle a cui erano già abituati in patria – anche se, naturalmente, di segno opposto. Ancora più forte dovette essere verosimilmente l’impatto sui sudditi persiani e orientali, che si trovavano di nuovo ad assaporare dopo tanti secoli, vittorie degne dei grandi e mitici sovrani del passato. Non è infatti un caso che Šāpūr avesse scelto per illustrare le sue imprese anche luoghi come Naqš-e Rostam, che ospitavano i sepolcri degli antichi dinasti achemenidi. Nonostante l’evidente salto cronologico, le differenze etniche e culturali, i Sassanidi si sentivano i degni eredi del grande Impero persiano e, come tali, celebrarono le loro vittorie sui Romani.

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