Farsalo, 9 agosto 48 a.C.

di S. Sheppard, Farsalo, Cesare contro Pompeo, in Roma e Grecia. Le battaglie, gli eserciti, i grandi condottieri, n. 3, RBA Italia, Milano 2010, pp. 54-82.

Piani contrapposti

Peter Dennis, Cesare e l'alto comando
Cesare attorniato dai suoi ufficiali, pianifica la battaglia. Illustrazione di Peter Dennis

Ogni giorno, dopo l’arrivo di Pompeo sulla pianura di Farsalo, Cesare schierava il suo esercito e si offriva allo scontro aperto. Ogni volta, però, era ostacolato dai limiti dell’antico modo di combattere: oltre che per un’imboscata (come Roma sperimentò a sue spese nel 217 a.C. sul lago Trasimeno) o per un caso (come sperimentò a suo vantaggio nel 197 a.C. a Cinocefale), una battaglia poteva cominciare solo quando entrambi i contendenti erano convinti di essere in vantaggio sul nemico. Anche Pompeo schierava il suo esercito, ma non avanzava mai oltre il fianco delle colline che circondavano il lato nord della pianura. Non volendo cedere il vantaggio di una posizione più elevata, Pompeo rinunciava ogni volta a dare battaglia.

Cesare aveva previsto la risposta di Pompeo ed era pronto a stare al suo gioco, spostando le truppe ogni giorno un po’ più vicino all’accampamento di Pompeo, in modo da sollevare il morale dei suoi uomini. Poi, una volta palesata la sua strategia, Cesare levò il campo e cominciò a marciare verso nord-est, in direzione di Scotussa. Era convinto che i suoi veterani potessero affrontare la marcia molto meglio dell’esercito di Pompeo, «che non era abituato a duri sforzi», e sperava di poterlo attirare in battaglia alle sue condizioni lungo il cammino.

La mattina del 9 agosto (7 giugno secondo il calendario attuale), le truppe di Cesare smontarono le tende e si disposero in colonna davanti all’entrata dell’accampamento, pronte a iniziare la marcia. In un primo momento non diedero importanza al fatto che Pompeo facesse uscire l’esercito dal suo campo dislocandolo come al solito ai piedi delle colline. Gli osservatori fecero però notare a Cesare che questa volta c’era qualcosa di diverso: Pompeo stava muovendo l’esercito dal fianco delle colline verso la pianura, facendolo precedere a sud-est in senso antiorario, sul terreno tra le alture e il fiume.

Era quello che Cesare stava aspettando. Disse seccamente ai suoi ufficiali: «Non avremo mai un’occasione migliore». Fece arrestare la marcia e dispiegò una bandiera purpurea, il segnale della battaglia. L’accampamento scoppiò in un’attività frenetica, come un alveare; gli uomini si affannarono a disfarsi dei loro carichi e si prepararono a combattere.

Cesare era così preso dal non farsi sfuggire il momento favorevole che ordinò di spianare i terrapieni, riempiendo i fossati con detriti in modo che le coorti potessero uscire già in formazione. Lasciò nell’accampamento duemila uomini di guardia, scelti tra i più anziani, e guidò le sue legioni verso la pianura. Influenzato dallo stato d’animo del loro comandante e gustando la prospettiva di vendicare la disfatta di Durazzo, il morale delle truppe era alto. Cesare passò a cavallo tra i suoi soldati e osservò che uno dei centurioni della X legione che si era riarruolato, Gaio Crastino, stava incitando gli uomini della sua coorte. Quando Cesare lo chiamò per nome, Crastino gli fece il saluto militare e, secondo Plutarco, gridò a voce alta: «Combatteremo nobilmente, o Cesare! E oggi farò in modo che tu mi ringrazierai, sia che io viva, sia che muoia!».

Perché Pompeo aveva deciso di combattere? Gli storici, sia antichi che moderni, hanno avanzato diverse ipotesi: Pompeo era ansioso di non perdere la fiducia che i suoi uomini avevano acquisito forzando il blocco di Cesare a Durazzo; con l’avanzare della stagione e il grano ormai quasi maturo, le tattiche fabiane non avrebbero avuto un grosso impatto sulle capacità di approvvigionamento di Cesare; la prospettiva di permettere a Cesare di rimanere in Oriente liberamente e indefinitamente era un insulto all’autorità di Pompeo fra i re della regione e una minaccia al suo prestigio a Roma.

Nessuno di questi fattori aveva però maggior peso dei risultati positivi che Pompeo stava assaporando dalla strategia da lui adottata di mantenere Cesare isolato e in marcia. Considerando le risorse a sua disposizione, comparate con le qualità belliche del suo avversario, una guerra di logoramento era senz’altro l’opzione migliore. Come ci riferisce Appiano, Pompeo «pensava che fosse rischioso puntare tutto su un singolo scontro contro uomini disperati e ben addestrati e contro la famosa buona fortuna di Cesare».

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).
Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Il problema che aveva assillato Pompeo, sin dallo scoppio della guerra, era che, mentre tutti erano d’accordo sull’assoluta maestria di Cesare nella conduzione dei suoi affari privati, lui, stando ai principi secondo i quali combatteva, non poteva essere altro che il primo tra i pari. La Repubblica, di cui era stato nominato difensore, era molto interessata ai risultati che poteva ottenere e i suoi rappresentanti – senatori, funzionari e aspiranti tali – non gli davano tregua. Uniti solo dall’odio per Cesare, il loro unico contributo allo sforzo bellico era quello di provocare e criticare il campione che avevano eletto. Troppo ansiosi di farla finita con la prepotenza di Cesare e di tornare a Roma per iniziare un’epurazione politica (e finanziaria) dei suoi sostenitori, spronarono Pompeo, dopo Durazzo, a cercare lo scontro finale. Il fatto che Cesare fosse pronto a dar loro battaglia tutte le mattine sin da quando erano arrivati sulla piana di Farsalo, non faceva che infiammare ancora di più i loro animi. Sebbene Pompeo li ammonisse che Cesare era costretto ad agire in quel modo perché i suoi approvvigionamenti cominciavano a scarseggiare e che quindi, proprio per questo, la cosa migliore sarebbe stata non far niente, loro lo accusarono di voler temporeggiare solo per prolungare la sua straordinaria autorità su di loro. Pompeo, il campione della Repubblica, si sentì ridicolizzato sul suo stesso campo: lo chiamavano il re dei re, l’Agamennone, dato che anche lui aveva avuto in battaglia dei re sotto il suo comando.

Che Pompeo stesso offrendo a Cesare lo scontro campale che voleva, non per volontà propria, è ricordato anche dall’esortazione, non certo entusiastica, fatta da Pompeo la mattina della battaglia e riportata da Appiano: «Io voglio ancora abbattere Cesare, ma siete stati voi a volere questo confronto!» disse ai suoi uomini. «Avanzate dunque, come state chiedendo da tempo!».

Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. Recto. VARRO PRO Q. Testa di Numa Pompilio laureata.
Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. RectoVarro pro q(uaestori). Testa laureata di Numa Pompilio.

Che Pompeo avesse forti timori sulla qualità delle forze al suo comando, è evidenziato chiaramente dalle disposizioni tattiche che rivelò al consiglio di guerra convocato alla vigilia della battaglia. Con stupore dei suoi subordinati, sostenne che l’esercito di Cesare poteva essere sconfitto prima ancora che le linee di combattimento entrassero in contatto. Si trattava solo di disporre la superiore cavalleria repubblicana aggirando Cesare sul fianco e attaccandolo da dietro. La fanteria sarebbe servita da incudine e la cavalleria da martello gigante; l’esercito di Cesare sarebbe rimasto schiacciato tra le due forze. In questo piano magistrale era implicito, anche se non dichiarato, che le legioni repubblicane avrebbero dovuto sopportare lunghe prove di forza contro i loro avversari, cosa che Pompeo aveva insistentemente cercato di evitare.

Labieno approvò entusiasticamente il piano d’attacco proposto da Pompeo, in buona parte perché, come capo della cavalleria repubblicana, il merito della sconfitta di Cesare sarebbe stato in buona parte suo. Assicurò al consiglio che l’esercito di Cesare era solo la brutta copia di quello che aveva conquistato la Gallia e giurò che sarebbe tornato vincitore dal campo di battaglia. Pompeo elogiò il suo zelo e fece lo stesso giuramento, seguito dalla maggior parte dei suoi. Nonostante i dubbi del comandante, il consiglio si separò con il morale molto alto e con grandi speranze.

Eserciti contrapposti

Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.
Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.

Quando la mattina del 9 agosto, Pompeo uscì allo scoperto, lasciò sette coorti di legionari e traci e altri ausiliari alleati a custodire l’accampamento e i forti limitrofi. Lasciò il campo con le rimanenti 11 legioni, o 110 coorti, 47.000 uomini in totale, con la classica formazione a triplex acies divisa verticalmente al comando di tre subordinati. Sulle ali e al centro stazionavano quelle legioni su cui Pompeo riponeva maggiore fiducia. Afranio comandava l’ala destra, che includeva la legione cilicia e le coorti che era riuscito a salvare in Spagna. Il centro era occupato da Scipione con le legioni siriane, veterane della debacle di Carre. L’ala sinistra, sotto Enobarbo, includeva due legioni, ribattezzate I e III, che Cesare aveva consegnato al Senato per la campagna di Partia prima dello scoppio della guerra civile. Le reclute riempivano gli spazi tra queste unità esperte. Per precauzione, Pompeo aveva disseminato tra le sue fila circa duemila evocati, veterani di campagne precedenti arruolati di nuovo, con l’idea di stabilizzarle e, se possibile, incoraggiarle. Pompeo si posizionò dietro l’ala sinistra per supervisionare lo svolgimento della battaglia.

Per tenergli testa, Cesare dispose una formazione identica a quella di Pompeo, anche se con meno uomini. Collocò le sue nove legioni – ottanta coorti, circa 22.000 uomini – in triplex acies, disposte anch’esse verticalmente e al comando di tre subordinati. Nell’ala sinistra, cioè il fianco che si appoggiava sul fiume, collocò la legione IX insieme alla VIII, legione notevolmente ridotta dopo Durazzo, per, secondo le parole dello stesso Cesare, «fare di due una sola legione». Quest’ala era sotto il comando di Antonio. Calvino, invece, comandava il centro, riprendendo la sua disputa con Scipione. L’ala destra era il fianco dove la migliore legione di Cesare, la X, occupava il posto d’onore; questa era agli ordini di Silla, anche se Cesare stesso monitorava le operazioni, situato dietro di essa, opposto al suo rivale.

Le coorti di Pompeo comprendevano circa 420 uomini ciascuna, con un fronte di 42 uomini. Siccome ogni legionario romano occupava uno spazio di 1,8 metri, ogni coorte ne occupava 75. Secondo lo schieramento standard in una legione in triplex acies, con quattro coorti nella prima linea, tre nella seconda e altre tre nella terza, le 11 legioni di Pompeo – 110 coorti – avrebbero avuto un fronte di 44 coorti (4 × 11) e avrebbero occupato uno spazio di 3,3 chilometri (44 × 75).

Non sappiamo quanto in profondità fosse schierata la cavalleria di Pompeo e non possiamo quindi precisare la lunghezza esatta della sua linea di battaglia, però deve essere astata almeno di 4 chilometri, orientata a sud-est, tra gli attuali villaggi di Krini, ai piedi delle colline, e Bitsiler, sul fiume.

Per affrontare lo scontro, Cesare fu costretto a restringere le proprie fila. Le sue coorti erano composte da appena 275 uomini, poco più della metà del normale (480), e la profondità dello spiegamento era di circa sei linee. Se avesse confidato maggiormente nelle sue legioni, Pompeo avrebbe potuto aspettare l’occasione di sferrare l’attacco in un terreno più aperto, dove, oltre a dare alla propria cavalleria maggior spazio di manovra, sarebbe stato nella posizione di distendere e allungare le linee della sua fanteria, obbligando Cesare a compensare, estendendo a sua volta le proprie linee, forse al punto di rottura. Considerando la superiorità qualitativa degli uomini di Cesare, Pompeo avrebbe potuto trarre vantaggio dallo spazio ristretto che il campo di Farsalo gli offriva: il fiume lo proteggeva sul fianco destro, e la profondità considerevole delle sue legioni gli avrebbe permesso di assorbire l’effetto sorpresa dell’attacco di Cesare, dando tempo alla cavalleria di assolvere il compito assegnatole, di circondare cioè l’esercito cesariano e di colpire la sua retroguardia.

Non c’è ragione di mettere in dubbio l’affermazione di Appiano: «Mai prima di allora un così gran numero di forze militari italiche si era scontrato su un unico campo di battaglia». Grazie però al caratteristico sciovinismo romano, è difficile risalire al numero totale di uomini coinvolti. Come fa notare Appiano, le autorità romane che fornivano le cifre più plausibili sulle truppe coinvolte «non diedero l’elenco delle forze alleate, né riportarono i loro nomi in quanto, trattandosi di stranieri, il loro contributo alla battaglia era insignificante, solo un supporto alle forze in campo».

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall'Egitto.
Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall’Egitto.

Qualsiasi fossero le cifre, avrebbero solo incrementato lo svantaggio di Cesare. Dal momento che, nel corso della campagna, aveva potuto racimolare al massimo poche migliaia di fanti leggeri greci dalla Dolopia, dall’Acarnania e dall’Etolia, Pompeo aveva a sua disposizione tutte le popolazioni poliglotte orientali: spartani e altri peloponnesiaci, beoti, ateniesi e macedoni dalla Grecia; traci, bitinici, frigi e ioni; lidi, panfilici, pisidi e paflagoni; cilici, siriani, fenici, giudei, arabi, ciprioti, frombolieri di Creta e molti altri isolani. Molte di queste unità nazionali sottostavano ai loro despoti, i quali scelsero di mostrare la loro fedeltà a Pompeo, recandosi di persona sul campo di battaglia. erano presenti Deiotaro, tetrarca della Galazia orientale, e Ariarate, re di Cappadocia, come pure due distinti contingenti armeni, uno proveniente dalla zona al di qua dell’Eufrate, guidato da Taxiles, e l’altro dalla zona al di là del fiume, sotto la guida di Megabate che faceva le veci del re Artavaside.

Appiano descrive gli alleati schierati «come per una parata». Sebbene dovessero essere uno spettacolo favoloso, scintillanti al sole del mattino con i loro innumerevoli stendardi e bandiere, la loro utilità era alquanto limitata.

Sempre secondo Appiano, Pompeo disseminò i migliori contingenti alleati – i macedoni, i peloponnesiaci, i beoti e gli ateniesi – a coprire gli spazi rimasti vuoti tra le coorti, «in quanto era convinto della loro tranquillità e disciplina». Molti degli alleati, però, erano dislocati deliberatamente in una zona sicura. Appiano poneva l’accento sulla scarsa considerazione che Cesare aveva di loro; ai suoi uomini li descriveva come soldati sempre pronti a fuggire e a farsi catturare come schiavi: «In breve – diceva Cesare – non c’è bisogno che combattiate contro di loro […] Vi chiedo di impegnarvi solo contro le truppe italiche, anche se gli alleati si attaccano alle vostre calcagna e vi vengono dietro come una muta di cani».

La vera disparità tra i due eserciti era evidente soprattutto nella cavalleria. È improbabile che cittadini romani combattessero a cavallo, né per uno schieramento, né per l’altro. L’intera cavalleria di Cesare consisteva di circa mille galli e germani, reclutati lontano dalla loro patria. Pompeo aveva invece a disposizione 6700 cavalieri, tra cui 600 galati, 500 traci, 200 macedoni, 500 galli e germani da Alessandria, 500 dalla Cappadocia, 200 siriani, per lo più arcieri, e 800 dallo stesso casato di Pompeo; i rimanenti erano dardani, bessi, tessali e uomini provenienti da altre nazioni.

Artavaside II di Armenia. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. Recto: Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.
Artavaside II di Armenia. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. Recto: Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.

Sul fianco destro Pompeo stazionò i fanti leggeri della Cappadocia e 600 cavalieri greci del Ponto, in modo che, una volta iniziata la battaglia, non ci fossero sorprese dalle lontane sponde dell’Enipeo. La maggior parte delle truppe di lanciatori alleate e della cavalleria si concentrava sul fianco destro della linea repubblicana, opposta alla cavalleria cesariana.

Adottando questa strategia tattica, Pompeo rinunciava alla possibilità di circondare contemporaneamente, con la cavalleria, i due fianchi dell’esercito cesariano, così come aveva fatto Annibale contro le legioni di Roma a Canne nel 216 a.C. Forse pensava che il fiume fosse già sufficiente a immobilizzare il fianco sinistro di Cesare. In ogni caso, l’esito della battaglia dipendeva ora dalla capacità della cavalleria repubblicana di sopraffare la controparte cesariana e di riversarsi contro il fianco destro e la retroguardia di Cesare, prima che le linee di Pompeo cedessero alla pressione delle legioni cesariane. Pompeo aveva buoni motivi per essere fiducioso: nell’imminente prova di resistenza, la forza di attacco della sua cavalleria, che già aveva un vantaggio numerico di 6 a 1 rispetto a quella di Cesare, sarebbe stata rafforzata da distaccamenti di arcieri e frombolieri.

Cesare dovette essersi reso conto delle intenzioni di Pompeo, vedendo la sua cavalleria concentrarsi sul fianco sinistro. Cosciente della propria inferiorità numerica, aveva fatto considerevoli passi in avanti per rinforzare l’evidente vulnerabilità della propria cavalleria. Cesare aveva fatto prove di operazioni di armi combinante, scegliendo cioè tra le truppe di prima linea gli uomini più giovani e adatti, equipaggiandoli e riqualificandoli per combattere come fanteria leggera, o antesignani, inframezzati con la cavalleria. Questa iniziativa, che aveva avuto un certo successo sulle schermaglie prima della battaglia, poteva far guadagnare del tempo a Cesare. Rinforzare la cavalleria in questo modo, però, avrebbe solo ritardato la sua sconfitta finale, inevitabile, data la superiorità delle forze di Pompeo.

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.
Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

Per risolvere questo problema, Cesare distaccò sei coorti, circa duemila uomini, dalla terza linea delle sue legioni e formò con esse una quarta linea sulla destra, disposta però in obliquo rispetto al resto dell’esercito, in modo da essere nascosta dietro la cavalleria, ma comunque pronta a entrare in azione non appena la cavalleria di Pompeo avesse invaso quel settore.

È possibile che Cesare sia stato influenzato dalla saggezza del generale greco Senofonte, che molto tempo prima aveva scritto nel suo Manuale del comandante di cavalleria che, siccome gli uomini a cavallo erano in una posizione più alta rispetto a quelli a pieni, era possibile nascondere la fanteria dietro la cavalleria, e se poi improvvisamente la fanteria «fosse uscita allo scoperto per affrontare il nemico […], avrebbe potuto costituire un fattore importante per una vittoria decisiva». In ogni caso, Cesare s’incaricò di far sì che questi uomini capissero l’importanza del ruolo affidato loro in un momento preciso della battaglia. Plutarco racconta che Cesare li esortava a non lanciare da lontano i loro pila, ma a «scagliarli verso l’alto, verso gli occhi e il viso del nemico; dicendo loro che quei bei giovani ballerini non avrebbero sopportato il luccichio dell’acciaio davanti ai loro occhi, ma sarebbero fuggiti per salvare le loro belle facce». Siccome la rivalità tra gli eserciti è una tradizione millenaria, Cesare può aver usato tale linguaggio, sicuro di toccare una corda sensibile dei suoi veterani incalliti e di far loro comprendere la sua idea.

La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.
La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.

Il punto di forza del giavellotto consisteva, oltre che nel suo potere di penetrazione, nel fatto di deformarsi dopo essersi conficcato nello scudo del nemico. Questo fattore, così significativo nell’ostacolare l’avanzata della fanteria avversaria, non aveva la stessa efficacia sulla cavalleria; i cavalieri potevano infatti ricevere i giavellotti sui loro scudi e continuare ad avanzare verso i legionari, ora privi della loro principale arma di difesa. Cesare sapeva inoltre che la cavalleria di Pompeo non avrebbe avuto l’impeto di passare attraverso un muro di scudi che avanzano improvvisamente verso di lei, spalla a spalla, pieno di punte di pila. Prima che la cavalleria abbia la capacità di perforare la fanteria in uno scenario simile, bisogna aspettare molti secoli, con l’invenzione delle staffe e la nascita di una nuova era bellica.

Le ultime istruzioni di Cesare ai suoi ufficiali della terza e quarta linea consistettero nel ricordare loro di non intervenire, fin quando lui non avesse dato loro il segnale con la bandiera.

Con i loro eserciti schierati, Cesare e Pompeo, entrambi a cavallo e ben visibili con i loro paludamenta, i mantelli rossi dei comandanti in capo, presero posizione ciascuno dietro le sue linee. Avendo entrambe le parti già pronunciato le rispettive parole d’ordine – per Cesare Venus venetrix (Venere, portatrice di vittoria), per Pompeo Hercules invictus (Ercole l’invincibile) – il tempo dei preparativi era scaduto ed era arrivato il momento della verità.

Il fragore delle armi

Ironicamente, dato l’ardore con cui entrambe le parti aveva desiderato lo scontro, ci fu un momento d’incertezza quando i due eserciti si ritrovarono uno di fronte all’altro nella pianura. Dione parla di un silenzio penetrante e di un senso di soggezione: «Non vennero subito alle armi. Provenienti dallo stesso paese e dalla stessa terra, con armi identiche e formazioni militari simili, nessuno dei due schieramenti se la sentiva di iniziare la battaglia».

Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.
Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.

Passarono i minuti e le truppe italiche aspettarono in silenzio nelle loro rispettive posizioni. Fu solo quando Pompeo vide che, a causa del ritardo, i suoi contingenti alleati cominciavano a disperdersi, e temette che ci potesse essere un collasso generale prima dell’inizio dello scontro, dette il segnale di attaccare. La cavalleria repubblicana iniziò a caricare lungo il fianco sinistro e in un istante la pianura tremò sotto il peso di 6000 cavalli al galoppo. Subito la cavalleria di Cesare rispose unendosi al fragore, mentre le prime due linee della fanteria cominciarono il loro macchinoso avvicinamento alle legioni pompeiane. Dione segnala che «quando le truppe alleate si lanciarono nella battaglia, gli altri si unirono a loro». La poca disciplina delle fila repubblicane, però, era un presagio di ciò che sarebbe successo in seguito.

Prima che le linee di Cesare si spingessero troppo in avanti, si percepì che qualcosa di molto particolare stava accadendo sul campo di battaglia. sfidando le tradizioni militari delle centurie romane, le legioni di Pompeo non si erano mosse di un passo dalle loro postazioni. Era una prova ulteriore della mancanza di fiducia nelle qualità belliche degli uomini sotto il suo comando. Piuttosto che rischiare un avanzamento, con il pericolo che le reclute potessero perdere il contatto con i veterani, facendo così aprire dei varchi nelle linee, che avrebbero consentito l’ingresso delle truppe cesariane, Pompeo aveva ordinato alle sue linee di rimanere ferme e di assorbire l’urto dell’assalto di Cesare direttamente dalla loro posizione iniziale.

Cesare criticò severamente tale decisione che, asserì, negò alle legioni repubblicane «l’innato eccitamento e l’ardore dell’animo che si accendono con il desiderio di combattere», e che arrivano al culmine dell’impeto della carica con le grida e lo squillare delle trombe: «Questo dovrebbe essere incoraggiato e non represso da un generale degno di tale nome».

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.
Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.

Pompeo, comunque, deve aver calcolato che, tutto sommato, era più importante quello che avrebbe guadagnato dal mantenere ferme le sue linee al momento dello scontro tra le due parti, di quello che avrebbe potuto perdere se i suoi uomini non avessero avuto un afflusso di adrenalina al momento dello slancio in avanti. Oltre a questo, poteva aver considerato due cose: prima di tutto, portare l’esercito di Cesare all’interno del suo avrebbe ridotto la distanza e quindi l’arco di tempo necessario alla cavalleria per circondare la retroguardia di Cesare; in questo modo i cesariani sarebbero finiti nella tana del lupo. Secondariamente, dovendo coprire a passo di carica l’intera distanza tra i due schieramenti, invece di scontrarsi col nemico a metà strada, le legioni di Cesare, una volta di fronte ai loro avversari, sarebbero state ormai affaticate e disorganizzate e avrebbero perso parte del mordente iniziale.

Contro un esercito inferiore, questo atteggiamento difensivo di Pompeo, che Cesare non aveva previsto, avrebbe potuto avere successo. In quel momento le legioni di Cesare si mostrarono degne del loro comandante. Quando fu evidente che l’esercito di Pompeo non intendeva muoversi, le coorti di Cesare si arrestarono spontaneamente a metà del percorso, ripresero fiato e ricompattarono le loro linee prima di proseguire. Alla distanza giusta, lanciarono i loro pila, sguainarono le spade e si avventarono con impeto sul nemico.

Cesare dovette sentirsi gratificato per tale dimostrazione di disciplina che gli anni trascorsi sotto il suo comando avevano inculcato nei suoi uomini. «Non che i pompeiani non fossero all’altezza del loro compito», fu costretto ad ammettere. Ricevettero la pioggia di pila sui loro scudi, in silenzio nelle loro fila, e ne lanciarono altrettanti prima dell’impatto con le legioni di Cesare. Ora era Pompeo a sentirsi gratificato; i suoi uomini avevano mantenuto le posizioni e, ancora più importante, la loro calma. Conservando la coesione, diedero il meglio di loro stessi combattendo corpo a corpo; Dione ricorda come questi combattimenti risultavano particolarmente crudi per la naturalezza fratricida della guerra civile: ci si poteva scontrare con un antico vicino, un amico o anche un familiare, «molti mandarono messaggi a casa attraverso il loro assassino». A Cesare era stato negato il rapido sfondamento che lui aveva previsto e che Pompeo più di tutto aveva temuto.

A questo punto, comunque, è da sottolineare come solo due delle tre linee di Cesare fossero impegnate in battaglia. Cesare stava infatti risparmiando la terza linea per due ragioni principali: primo, perché questa sarebbe stata utilizzata al momento opportuno per l’assalto finale; secondo, perché usando tutte e tre le linee contemporaneamente, la linea di riserva sarebbe rimasta isolata in mezzo al campo e la cavalleria repubblicana avrebbe potuto evitarla, portandosi ai fianchi e dietro le legioni impegnate in battaglia.

D’altra parte, sebbene le fonti non dicano niente in proposito, alla luce degli avvenimenti che seguirono, sembra verosimile che Pompeo abbia ordinato a tutte e tre le sue linee di stringersi immediatamente non appena fossero entrate in contatto col nemico. Senza dubbio quest’ordine ottenne l’effetto desiderato di sostenere le fila repubblicane, ma lasciò Pompeo senza coorti di riserva da utilizzare in caso di necessità contingenti.

Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó' Brógáin.
Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó’ Brógáin.

Con l’incudine (la fanteria) che tratteneva bene l’urto, l’attenzione di Pompeo deve essersi spostata velocemente ai progressi del suo martello, cioè la cavalleria sul fianco sinistro. A prima vista, tutto stava andando secondo i piani. La cavalleria di Cesare, numericamente inferiore, anche tenendo conto delle truppe leggere che si muovevano tra le zampe dei cavalli nemici, non avrebbero sopportato la pressione. Non c’è dubbio che sarebbe stata sopraffatta; il problema era se Cesare le avrebbe permesso di essere superata sistematicamente o se avrebbe dato istruzioni di interrompere deliberatamente il combattimento al momento critico, in modo da conservare la cavalleria come forza bellica vitale. Cesare stesso fa notare che «non potendo resistere all’attacco, la nostra cavalleria non conservò la posizione ma arretrò un poco»: nel resto del suo resoconto della battaglia non menziona più i suoi cavalieri.

Era necessario sacrificare interamente l’arma di cavalleria per portare a termine i propri obiettivi? Se così fosse, perché preoccuparsi di rinforzarla con truppe leggere specializzate? Plutarco ci dà la conferma che ci serve per concludere che quella ritirata fu premeditata; egli racconta che Cesare «diede il segnale e la sua cavalleria arretrò un poco, dando via libera a quelle sei coorti sussidiarie che erano state disposte in fondo, come riserva per coprire il fianco».

Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.
Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.

Si stava avvicinando il momento critico della battaglia. La cavalleria repubblicana, che godeva di libertà nella vasta pianura, iniziò a dividersi in squadroni individuali per circondare le linee di Cesare sul fianco destro, ora aperto. Non si sa se questa suddivisione fosse contenuta in un piano stabilito da Pompeo, se fu un’idea di Labieno eseguita man mano che si presentavano nuovi obiettivi, o semplicemente se le unità nazionali, mai pienamente integrate in una struttura di comando coesiva, iniziarono a decidere personalmente dove e quando attaccare. In qualunque caso, la già manifesta minaccia alla posizione di Cesare fu esacerbata dallo spettro degli arcieri e dai frombolieri che seguivano la poderosa cavalleria repubblicana. In pochi secondi sarebbero stati una posizione tale da poter scagliare una pioggia di frecce sull’ala destra della X legione di Cesare. Non ci sono dubbi che fu Pompeo stesso a scegliere quell’ala per concentrare il suo attacco sul fianco: il fante romano utilizzava il braccio per impugnare la spada e gli uomini della X legione non avrebbero potuto utilizzare al meglio i loro scudi per difendersi.

Fu in quel momento che la cavalleria pompeiana, perso il suo impulso iniziale, diventò più vulnerabile. Si era frammentata in numerose unità e, galoppando su e giù, si preparava al grande accerchiamento delle linee nemiche. A quel punto Cesare ordinò di alzare il vexillum come segnale di attacco per la sua quarta linea di riserva.

Per far sì che questa mossa audace avesse l’effetto voluto, la sorpresa doveva essere assoluta. La quarta linea di Cesare, quando sarebbe iniziata la carica, non poteva quindi trovarsi a più di 100 metri dal fianco della cavalleria di Pompeo; era l’unico modo per far sì che la fanteria pesante si scagliasse contro la cavalleria. Il bello è che non furono scoperti e presi in considerazione dalle forze d’assalto repubblicane fino a quando non uscirono dal fianco di Cesare. Le fonti storiche parlano di legionari della quarta linea che, all’inizio dell’attacco, improvvisamente «balzarono in piedi», il che significa che fino ad allora erano rimasti inginocchiati e con gli stendardi abbassati; in uno spazio aperto questo non sarebbe però bastato a nasconderli. Si può solo desumere che la cavalleria di Cesare angolò la sua linea di ritirata in modo tale da nascondere l’avanzata  della quarta linea per alcuni preziosi istanti, sufficienti però a permettere loro di riversarsi sul nemico, concentrato sul suo obiettivo: le retroguardie della triplex acies di Cesare.

La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.
La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.

La quarta linea di Cesare effettuò la carica più decisiva che la fanteria abbia mai eseguito contro la cavalleria. Questa totale inversione dei principi del combattimento deve aver pietrificato i cavalieri repubblicani; quando si riebbero dallo shock era ormai troppo tardi; i legionari piombarono su di loro come un’onda, infastidendo i cavalli con urla di guerra e conficcando i loro pila nei volti dei cavalieri, come erano stati addestrati a fare.

Se avesse avuto un comandante ispirato, la cavalleria repubblicana avrebbe fatto il necessario per risolvere un imprevisto del genere: avrebbe cioè usato la sua maggiore velocità per ricompattarsi e attaccare la fanteria cesariana, preferibilmente sui fianchi e sulla retroguardia. Ma in totale assenza di un comandante del genere, la cavalleria optò per sfruttare la sua maggiore velocità con un unico scopo: salvarsi la pelle. Cesare racconta che nemmeno uno di loro si fermò per combattere. È improbabile che i suoi uomini arrivassero a impegnare più delle prime due file di cavalieri; questi fecero gruppo e iniziarono a correre, trascinandosi gli altri come una valanga. Fuggirono verso la sicurezza delle colline che delimitavano a nord la pianura e molti di loro non si fermarono finché non raggiunsero le falde della collina 325, il punto più alto alla destra di Cesare.

Il martello di Pompeo era stato eliminato dalla battaglia. La colpa può essere attribuita a Labieno, il quale, deciso a concentrare la potenza dell’impatto dei suoi cavalieri, li aveva ammassati in un’unica grande orda e li aveva lanciati da un fronte stretto verso il nemico, invece di mantenere squadroni distinti, con giusti intervalli tra loro, in modo da permettere un’effettiva risposta delle linee successive in un attacco contro le linee frontali. Di fatto il loro fallimento fu talmente precipitoso che probabilmente causò danni collaterali agli arcieri e frombolieri che li seguivano. Lucano dovette basarsi su testimonianze antiche quando scrisse della cavalleria che «dopo aver fatto dietrofront tirando le briglie, caricò a capofitto le sue stesse truppe».

Questo sconvolgimento delle linee, per non parlare del panico crescente che deve averli colti dopo aver assistito alla totale sconfitta della cavalleria e aver realizzato di essere ora isolati ed esposti all’ira di Cesare, rese facili prede gli arcieri e i frombolieri. Questo non spiega però, come diceva Cesare, perché furono massacrati dai legionari della quarta linea; per definizione, le truppe leggere di lanciatori potevano facilmente evitare il combattimento ravvicinato contro la fanteria pesante, specialmente coloro che avevano già completato la carica eroica in campo aperto contro la cavalleria. Si può desumere che qui riapparisse in scena la cavalleria cesariana, in quanto si trattava di una missione fatta apposta per loro.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l'assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.
La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l’assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

Dal momento in cui la sua cavalleria scomparve dalla sua vista, mentre stava aggirando il fianco di Cesare, Pompeo poté solo fare congetture su quanto stava accadendo, basandosi sulle nubi di polvere sollevate dietro le linee cesariane. Dovette però rendersi subito conto della terribile realtà, quando vide i suoi arcieri e frombolieri sparpagliarsi per la pianura nel vano tentativo di fuggire dal pericolo di essere inseguiti ed eliminati uno a uno dalla cavalleria di Cesare. Fu allora che la quarta linea di Cesare emerse dalla nebbia della battaglia, si diresse contro l’ala sinistra di Pompeo, ora del tutto scoperta, e piombò sul fianco delle legioni I e III.

Con le sue truppe impegnate contro l’assalto frontale di Cesare e i suoi alleati che probabilmente si stavano già defilando, Pompeo non aveva più riserve per contrastare questa nuova minaccia. Cesare, che aveva riservato la sua terza linea proprio per trarre vantaggio da questo momento, ordinò alle sue fresche coorti di entrare in battaglia.

Le legioni di Pompeo avevano già iniziato a vacillare quando, con rumori e notizie che arrivavano alle orecchie dei suoi soldati, furono coscienti della minaccia che gravava sopra la loro ala sinistra: a causa di questa ulteriore pressione, iniziarono a cedere.

Non fu un collasso repentino; anche nel fianco sinistro sfaldato, i legionari si ritirarono gradualmente, ancora bloccati nella battaglia. Gli alleati fuggirono a gambe levate, senza opporre nessuna resistenza, in cerca della sicurezza momentanea dell’accampamento. Una volta lì, si misero a saccheggiare le tende dei propri compagni, «come se fossero state quelle del nemico», racconta Appiano, portando via tutto il possibile.

A questo punto le restanti legioni di Pompeo, testimoni del cambiamento della fortuna repubblicana in questa parte del campo di battaglia, iniziarono gradualmente a ritirarsi. All’inizio mantennero la formazione e si difesero il più possibile, anche se, soggetti all’assalto incessante di un nemico infuocato dalla prospettiva di ottenere una vittoria totale, decisero di fuggire.

Il loro comandante aveva già abbandonato il campo di battaglia. si era ritirato nell’accampamento, come dice Plutarco, «distratto e assente, come se non fosse Pompeo Magno». Si fermò solo per ordinare alle coorti di guardia di mantenere le posizioni, poi si ritirò nella sua tenda, completamente alienato dalla realtà. La sconfitta, un’esperienza nuova per lui, lo aveva travolto.

C. Giulio Cesare. Busto, marmo, I sec. d.C., da Pantelleria. Museum of Natural Science of Houston
C. Giulio Cesare. Busto, marmo, I sec. d.C., da Pantelleria. Houston, Museum of Natural Science.

Il suo rivale, invece, conosceva l’importanza di sfruttare pienamente una vittoria. Molti degli uomini di Cesare erano feriti e coloro che non lo erano, essendo fuggiti sotto il sole di mezzogiorno ed esausti dopo le attività della mattina, non desideravano nient’altro che acqua e ombra. Cesare, però, passeggiando freneticamente tra di loro, li incoraggiava a un ultimo sforzo, dicendo loro che se avessero permesso al nemico di ristabilirsi, sarebbero stati i vincitori di un giorno, ma se avessero conquistato l’accampamento repubblicano, avrebbero potuto decidere le sorti della campagna in un colpo solo.

Cesare in persona condusse i suoi uomini contro le fortificazioni di Pompeo, difese strenuamente dalle coorti lì stazionate e ancora con maggiore tenacia dai traci e da altre truppe ausiliarie che combattevano con loro. Queste forze repubblicane, decise a resistere, furono spazzate via dalla palizzata da una pioggia di frecce e gli uomini di Cesare poterono quindi forzare le porte; una volta dentro, ebbe inizio il massacro.

A quel punto Pompeo tornò in sé, esclamando, secondo Plutarco: «Che? Nell’accampamento?». Indossando la tenuta di un soldato semplice al posto del suo paludamentum, abbandonò l’accampamento per una via sicura in sella a un cavallo e, insieme ai suoi colleghi di alto rango, si diresse verso Larissa, che raggiunse prima del calar della notte.

Quando Cesare entrò nell’accampamento nemico, si stupì dell’opulenza che trovò: pergolati artificiali, tende adornate con piante verdi, altre con edera e mirto, con tende e tappeti ricamati e una gran quantità di posate d’argento. «È facile dedurre, vedendo la ricerca di piaceri non necessari, che l’altra fazione non aveva dubbi su come finire la giornata» notò sarcasticamente. Può forse aver riflettuto un attimo sulla gradevole ironia di trovare del mirto lì, nel rifugio del suo nemico, il mirto sacro alla dea Venere, da cui discendeva la sua famiglia.

Gli avvenimenti del giorno appena trascorso richiedevano ancora la sua attenzione. L’esercito di Pompeo era in fuga; prima che calasse la notte doveva essere sotto il suo controllo. Prova ulteriore del rispetto di cui godeva tra i suoi uomini fu che riuscì a riunirli ancora una volta e a mandarli all’inseguimento; il soldato romano viveva di bottino e i tesori dell’accampamento di Pompeo offrivano opportunità senza precedenti.

C. Giulio Cesare. Africa sett., Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. Recto: Testa di Venere diademata, verso destra.
C. Giulio Cesare. Africa sett., Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. Recto: Testa di Venere diademata, verso destra.

Mentre le legioni di Cesare entravano nell’accampamento, i superstiti dell’esercito repubblicano, circa 20.000 uomini, ne uscirono a frotte, rifugiandosi sulle vicine alture di Kaloyiros. Quando Cesare fece circondare queste colline con un fossato e un terrapieno, gli uomini di Pompeo, consci del fatto che non avrebbero potuto sopportare un assedio senza poter accedere all’acqua, si ritirarono verso nord lungo il crinale adiacente. Stettero attenti a procedere sul terreno accidentato, dato che ora la cavalleria di Cesare si era accampata lungo la pianura. Il loro trofeo del giorno fu Enobarbo, il quale, crollato per sfinimento, fu circondato e ucciso.

La fuga tra le colline diede ai repubblicani protezione contro la minaccia imminente, ma rallentò la loro marcia e ciò diede a Cesare l’opportunità di sorpassarli. Dopo aver ordinato che il resto dell’esercito rimanesse nell’accampamento di Pompeo, Cesare uscì con quattro legioni verso nord-est, raggiunse la via principale per Larissa e tagliò così la strada ai fuggitivi repubblicani.

Quando i repubblicani si avvicinarono all’ultima altura del terreno collinare, prima che si aprisse alla pianura tessalica, devono aver visto alla loro destra le truppe cesariane, schierate in formazione da combattimento lungo la via che correva parallela alla loro linea di marcia. Affrettando il passo, si sarebbero inerpicati fino alla cima della collina; c’era una pianura, che si estendeva dalla base della collina (dove oggi c’è il villaggio di Kiparissos) fino a perdita d’occhio, e la strada per la salvezza era molto vicina. In fondo alla valle, però, c’erano molti legionari di Cesare. Non c’era via di scampo.

Anche se stava calando la notte e i suoi uomini erano stati portati al limite della resistenza umana, Cesare ordinò loro di costruire un fossato e un terrapieno lungo la base orientale della collina, negando ai repubblicani l’accesso a un piccolo ruscello che scorreva da sud a nord parallelo alla strada.

Intrappolati senz’acqua, alcuni senatori e altri dignitari abbandonarono le fila repubblicane e si allontanarono furtivamente approfittando dell’oscurità. Quella stessa notte iniziarono i negoziati tra Cesare e il suo nemico demoralizzato che, abbandonato dai suoi capi, era comandato da tribuni e centurioni. Dopo aver affidato le loro vite alla sua clementia, la mattina seguente il resto dell’esercito di Pompeo scese fino alla pianura e gettò le armi ai piedi di Cesare; nove aquilae e altre 180 unità standard erano incluse nei trofei di guerra. Quello stesso giorno, Silla accettò la resa delle guarnigioni repubblicane periferiche. Le legioni sconfitte furono incorporate nell’esercito cesariano; tali erano le fortune della guerra civile.

La vittoria di Cesare fu totale, ma il bilancio finale della battaglia varia a seconda degli autori. Cesare parla di 15.000 repubblicani morti e di 24.000 prigionieri, rispetto a una perdita tra i suoi di trenta centurioni e duecento soldati. Mentre la suddetta cifra di prigionieri può essere precisa, secondo Gaio Asinio Pollione, uno degli ufficiali subordinati di Cesare in battaglia, furono 6000 i repubblicani morti sul campo e le perdite di Cesare ammontarono a 1200 legionari. Questa disparità può derivare dal numero di morti tra i contingenti alleati di Pompeo dato che, come ricorda Appiano, «gli alleati non si contarono perché erano molti e per la poca considerazione di cui godevano». Quel che restava della mitica orda di Pompeo era stato disperso ai quattro venti. Anche se tra le vittime di Cesare ci furono dieci senatori e una quarantina di membri dell’ordine equestre, e se Cesare accettò la resa di alcuni nemici di alto rango, come Varrone e Marco Bruto, molti altri riuscirono a scappare, inclusi Pompeo, Scipione, Afranio, Petreio e Labieno. I rimanenti leader degli optimates fuggirono in direzione opposta a quella del loro comandante, non a est verso Larissa, ma a ovest verso Durazzo, che Catone difendeva ancora con quindici coorti. Da lì s’imbarcarono per l’Africa, dove ancora perdurava la causa repubblicana. Il mare però si rivoltò contro di loro. Una fonte riporta che, quando Cicerone e gli altri passeggeri altolocati salparono da Durazzo con le galee, videro tutte le loro navi da carico in fiamme, incendiate dai loro soldati che non intendevano partire con loro.

Adam Hook, Gaio Crastino guida gli uomini della X legione di Cesare a Farsalo, 48 a.C.
Il centurione primipilio Gaio Crastino, al comando della X legione cade eroicamente in battaglia. Illustrazione di Adam Hook.

Uno dei fedeli servitori di Cesare, il centurione Crastino, non prese parte alla spartizione del bottino. Uomo di parola, aveva combattuto in prima fila contro le legioni di Pompeo. Predicando con l’esempio, lottando lui per primo, morì quando gli conficcarono una spada in bocca con talmente tanta violenza che gli trapassò il cranio e uscì dal collo. Secondo Appiano, Cesare si sentì «molto in debito con Crastino», al punto che fece costruire una tomba per dare sepoltura al suo leale servitore. Se fu davvero così, fu un onore unico, poiché il resto delle vittime furono bruciate nel campo di battaglia, in una pira tanto grande quanto impersonale.

La falange: tattiche e armamento degli opliti greci

di A. Frediani, Le grandi battaglie dell’Antica Grecia, Roma 2005, 37-59.

Risulta difficile individuare il momento in cui gli atti di eroismo individuale e i duelli «a singolar tenzone» iniziarono ad essere visti non più come l’obiettivo primario di un’azione militare sul campo di battaglia, bensì come ciò che lo comprometteva, ovvero la potenza scaturita da un assalto compatto e coeso di ampie unità tattiche. Il poeta spartano Tirteo afferma che ai suoi tempi, nel VII secolo a.C., si era compiuto il processo in base al quale ogni guerriero era tenuto a combattere spalla a spalla con il proprio commilitone e ad evitare qualunque gesto, per quanto valoroso, che potesse compromettere la coesione della formazione. Ed è a questo concetto che dobbiamo legare l’inizio dell’arte occidentale della guerra, con tutte le sue implicazioni etiche, politiche e sociali. L’invenzione, d’altronde, fu così devastante da suscitare l’interesse dei governi dell’intero bacino mediterraneo, che diedero allora avvio alla pratica, assai diffusa nei secoli successivi, di valersi di guerrieri greci come mercenari: «uomini di bronzo che provenivano dal mare», ad esempio, prestarono servizio sotto il faraone Psammetico I, nel corso del suo lungo regno, nella seconda metà del VII secolo a.C.

Doveva essersi trattato di un processo piuttosto lungo. Non bastava, infatti, che un clan agrario prima, una città-stato (pólis) poi, orientassero la loro tattica sul campo di battaglia verso azioni più coordinate tra uomini e tra unità, imbrigliando l’aggressività di guerrieri solitamente portati a partire all’attacco da soli o a piccoli gruppi; era anche necessario concepire delle formazioni che obbligassero i combattenti a contare l’uno sull’altro, ed equipaggiarli con armi diverse da quelle di cui avevano fruito fino ad allora, più maneggevoli e compatte. Possiamo asserire, pertanto, che la tattica precedette le nuove tecnologie, piuttosto che il contrario, e che le nuove armi resero più efficace e portarono a un maggior grado di evoluzione un consolidato modo di combattere. Probabilmente nel corso dell’VIII secolo a.C., dunque, fu istituzionalizzata la pratica di schierare le truppe in file; grazie ad essa, ciascun armato poteva prendere prontamente il posto di chi lo precedeva quando questi cadeva, o creare dei ranghi serrati con l’avanzamento negli interstizi tra i commilitoni schierati nella fila precedente, per imprimere una potente forza d’impatto nel momento dell’attacco e contenere qualsiasi spinta in difesa. Per ottenere la coesione auspicata, ci volevano uno scudo più maneggevole e nello stesso tempo sufficientemente grande da coprire il lato scoperto dell’uomo al proprio fianco sinistro, e una lancia con cui affondare i colpi al momento dell’impatto stesso, in luogo del leggero giavellotto da lanciare prima del cozzare degli schieramenti.

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi»: due falangi oplitiche che si affrontano (particolare). Pittura vascolare tardo-corinzia a figure nere e policrome, 630 a.C. ca., da Veio. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Nasceva così l’«oplita» (ὁπλίτης), ovvero l’«uomo corazzato» anche grazie alla collaborazione dei suoi commilitoni, tutti componenti di una formazione che doveva agire sempre all’unisono e combattere come una singola unità: la «falange» (φάλαγξ), ovvero, nel significato attribuitole dai Greci antichi, la «formazione da battaglia», anche se noi moderni tendiamo a riferirla solo alle formazioni di fanteria pesante. L’invenzione avrebbe profondamente influenzato l’arte della guerra nei secoli a venire, se si eccettua l’evoluzione manipolare e coortale delle legioni romane e l’avanzamento in ordine sparso delle orde barbariche all’alba del Medioevo: secoli e secoli dopo l’epoca della Grecia classica, i picchieri delle armate europee dal XIII ad almeno il XVII secolo avrebbero seguito i canoni adottati dagli antichi opliti.

Non doveva esistere nulla di più solido, compatto e omogeneo della falange; ciascun combattente era consapevole dell’enorme danno che avrebbe provocato un suo cedimento nel muro di scudi che era tenuto a mantenere in battaglia con i propri commilitoni. Senofonte paragonava l’allestimento di una linea della falange alla costruzione di una casa nella quale i materiali più solidi, come la pietra e le tegole, sono per le fondazioni e il tetto, mentre mattoni di fango e travi sono puri riempitivi da porre nel mezzo. Allo stesso modo, nella falange, gli uomini migliori dovevano essere posti in prima e in ultima linea, per mantenere la coesione della formazione, e ciascuno avrebbe dovuto scegliersi l’uomo che gli stava dietro, per sentirsi più sicuro al momento dello scontro.

È lecito ritenere che siano stati gli Spartani a inventare la falange, anche se l’unico vero tratto che distingueva gli opliti lacedemoni da quelli delle altre póleis rimase il loro distintivo mantello rosso (τρίβων), che si avvolgevano completamente intorno al corpo, sia d’estate sia d’inverno, senza mai lavarlo, ma che d’altronde non usavano in battaglia: le fonti tramandano che fosse stato Licurgo a stabilire per i Lacedemoni indumenti rossi, perché essi non tolleravano la minima somiglianza con l’abbigliamento femminile.

Siamo portati a pensare che siano stati gli Spartani a inventare la falange anche perché all’epoca in cui ne abbiamo una descrizione accurata, ai tempi di Senofonte, agli inizi del IV secolo a.C., la loro è di gran lunga più evoluta, nei singoli reparti come nei comandanti subalterni, di qualsiasi altra pólis, e della stessa Atene; inoltre, è plausibile aspettarsi da una società guerriera come quella spartana innovazioni di carattere militare di portata rivoluzionaria; infine, la falange appare come la logica trasposizione, sul campo di battaglia, di quello stretto cameratismo che veniva inculcato negli Spartiati e della loro società di «eguali» (ὅμοιοι).

L’unità della falange spartana era l’ἐνωμοτία, originariamente composta da ventitré opliti, disposti in tre file da otto elementi, e due ufficiali: l’ἐνωμοτάρχης, che si posizionava davanti alla prima linea, e l’οὐραγός, che occupava uno dei posti dell’ultima fila e aveva la responsabilità del mantenimento della coesione della formazione; quest’ultimo, era l’unico ufficiale che non si posizionasse davanti alla prima linea o in testa alla fila di destra. Due ἐνωμοτίαι formavano una πεντηκοστή, ciascuna comandata da un πεντηκόνταρχος, e quattro l’unità principale della falange, il λόχος, che quindi, nei tempi più antichi, era costituito da un centinaio di uomini (al comando di un λοχαγός).

Tutte le póleis, almeno fino all’epoca delle Guerre persiane, avevano adottato uno standard di profondità basato su otto linee. Tuttavia il λόχος descritto da Senofonte a proposito della falange spartana al termine della Guerra del Peloponneso, è di centoquarantaquattro elementi, stante la tendenza ad aumentare la profondità delle file di ciascuna ἐνωμοτία, formata da trentasei opliti disposti su tre file da dodici di profondità, oppure su sei file da sei di profondità. A Sparta, ai tempi di Senofonte quattro λόχοι formavano una «divisione», ovvero una μόρα, sei delle quali, comandate ciascuno da un πολέμαρχος, costituivano l’intero esercito lacedemone; in tempi anteriori, la denominazione di λόχος poteva essere attribuita anche ad unità più consistenti, anche perché la parola μόρα in Erodoto è del tutto assente.

Falange oplitica. Illustrazione di K. Kopinski.

Mόρα era anche la denominazione dell’unità di cavalleria aggregata alla «divisione», che non doveva annoverare più di sessanta elementi, e che iniziò a comparire nell’armata spartana solo nel corso della Guerra del Peloponneso, precisamente nel 424 a.C.; la comandava un ἱππαρμοστής. In seguito passò a cento effettivi, divisi in due οὐλαμοί da cinquanta cavalieri ciascuno, che si piazzavano ai fianchi degli opliti, in dieci file da cinque elementi ciascuna, denominate πεμπάς (guidate dai rispettivi πεμπάδαρχοι).

L’élite della falange spartana era costituita dagli hippeís che, a dispetto del nome, non erano però «cavalieri». Si trattava, infatti, di trecento opliti aggregati alla prima μόρα e solitamente disposti all’ala destra, che costituivano anche la guardia del corpo reale. Erano prescelti ogni anno, tra gli Spartiati nel fiore degli anni, da tre ἱππαγρέται nominati a tal fine dagli efori, ciascuno dei quali aveva la responsabilità di selezionarne cento.

I movimenti di una falange erano estremamente complessi, ed era necessario un severo addestramento perché tutto filasse liscio e la compattezza, presupposto essenziale della formazione, fosse mantenuta costante nelle varie fasi che portavano dall’ordine di marcia a quello di battaglia. Certamente, gli Spartiati erano avvantaggiati dall’abitudine a concetti e movimenti con i quali erano cresciuti fin da bambini, ma questi straordinari soldati combattevano fianco a fianco con i perieci e con quanti, col tempo, fu necessario integrare nei ranghi dell’esercito per compensare la carenza di effettivi. Va ricordato, infatti, che ai tempi di Senofonte l’intero esercito spartano vantava solo quattromila effettivi – meno della metà rispetto a tre secoli prima – con un fabbisogno di circa cento nuove immissioni l’anno, stante la conclusione del quarantennale servizio di ciascun combattente e le perdite per cause varie.

Le reclute, richiamate per classi annuali, venivano collocate in un’apposita ἐνωμοτία, i cui vecchi componenti erano distribuiti nelle altre unità, a parte gli ufficiali che, invece, rimanevano a comandare i nuovi venuti; questi ultimi erano posizionati, nello schieramento, all’estrema sinistra della μόρα, nella collocazione meno prestigiosa.

Le reclute che componevano un’ἐνωμοτία erano addestrate a marciare in un’unica fila. Quando la tromba suonava l’ordine di schierarsi, il comandante, in testa alla fila, manteneva i suoi uomini fino al dodicesimo nella stessa posizione, mentre i seguenti dodici, guidati dal tredicesimo, si ponevano al fianco sinistro dei primi e i successivi, a loro volta, al fianco sinistro dei secondi. Tra le file, disposte così in ordine aperto, veniva lasciato sufficiente spazio, almeno due passi, per la successiva disposizione a ranghi serrati – oppure, prima di una battaglia, per il ripiegamento della fanteria leggera –, nella quale le seconde metà di ciascuna fila passavano al fianco della rispettiva prima metà, formando un blocco di sei per sei elementi, con un passo di distanza tra un oplita e il commilitone al suo fianco.

Oplita. Statuetta, bronzo, ultimo quarto del VI sec. a.C. ca. da una cista (?) presso il tempio di Zeus a Dodona (Epiro). Berlin, Antikensammlung.

La vera difficoltà, per il leader di ciascun plotoncino, era quello del corretto e uniforme conteggio dei passi, e l’attenzione che doveva porre nel disporsi alla stessa altezza dell’ἐνωμοτάρχης. Quando nella manovra erano coinvolti i quattro λόχοι di una μόρα, ogni successiva unità passava sul fianco sinistro di quella che la precedeva nell’ordine di marcia, formando una falange con una fronte e una profondità di dodici opliti. Volendo, si potevano ottenere ranghi serrati, se si erano mantenuti i due passi tra una fila e l’altra, costituendo così una falange con una fronte da ventiquattro e una profondità di sei. In caso di ritirata, era l’οὐραγός a prendere l’iniziativa e a condurre la marcia indietro.

Su scala ancora più ampia, relativamente a un’intera μόρα, la trasformazione di un ordine di marcia in una falange non era affare da poco: ogni divisione in ordine aperto aveva una fronte di quarantotto opliti, ciascuno dei quali in testa a una fila di dodici elementi. Il λοχαγός doveva quindi calcolare uno spostamento generale a sinistra, per affiancare il λόχος che lo precedeva, di settanta passi, che sommati ai ventiquattro della prima unità davano una fronte totale di novantaquattro passi, entro i quali si potevano anche serrare i ranghi.

Una volta schierata al completo la falange, era prevista, anche se scarsamente applicata, la manovra avvolgente da parte delle ali. Al suono della tromba, i due fianchi, il destro e il sinistro, marciavano verso l’esterno in colonna, fino a un determinato punto, in cui riprendevano a marciare in avanti, assecondati dal centro: farraginoso – a dir poco – tanto da spingere i grandi teorici della guerra del IV secolo, da Epaminonda a Filippo II, a escogitare altri sistemi per aggirare il nemico.

Tutti questi concetti, comunque, trovavano un’applicazione pratica al momento dell’entrata in guerra di una pólis. A Sparta erano gli efori, in tale circostanza, ad annunciare le classi annuali richiamate alle armi. Una volta radunata l’armata, il re traeva auspici con un sacrificio e, se questi erano favorevoli, un tedoforo prendeva il fuoco dall’altare sul quale era stata celebrata la cerimonia e lo portava fino ai confini della Laconia. L’esercito lo seguiva fin lì, quando il sovrano si fermava per celebrare un nuovo sacrificio e, in caso di esito favorevole, l’armata poteva avanzare, sempre accompagnata dal fuoco che non doveva spegnersi, mai.

Ciascun combattente si faceva accompagnare da un ilota, perciò la razione di cibo – fiocchi d’avena e orzo, principalmente; ma anche formaggio, cipolle e carne salata – che era tenuto a portarsi dietro doveva comprendere anche la quantità prevista per quest’ultimo, per un massimo di venti giorni, nel caso in cui la durata del conflitto fosse stimata superiore alle due settimane; si diceva che lo zaino dell’oplita puzzasse di cipolla. Il cibo e le razioni erano uguali per tutti, dal re al soldato semplice, e pare che in un’occasione il sovrano, vistosi offrire da un alleato un ricco menù in onore dell’armata spartana, abbia fatto dare tutto agli iloti.

Pittore Cleimaco. Combattimento di opliti sotto le mura di Tebe (dettaglio). Pittura vascolare da una hydria attica a figure nere, 560-550 a.C. c. Paris, Musée du Louvre.

Anche l’oplita ateniese si faceva accompagnare da un attendente, spesso un schiavo – chiamato σκηνοφόρος, «portatore di bagagli» – oppure da un parente più giovane cui far fare esperienza; questi marciava accanto al soldato, per spostarsi nelle retrovie in vista della battaglia, e quando il pericolo non era imminente, gli portava lo scudo, oltre a tutto il resto. Durante la marcia, l’aiutante portava sulle spalle il letto arrotolato – una sorta di sacco a pelo, detto στρώματα –, quando questo non era attaccato allo scudo dell’oplita.

La dieta del soldato ateniese era leggermente diversa da quella dello Spartiata, e consisteva in sale, talvolta aromatizzato con del timo, cipolle, pesce salato avvolto in foglie di fico, il tutto conservato in un paniere di vimini (γύλιος); egli disponeva anche di uno spiedo di ferro per cucinare la carne fresca che avrebbe acquistato nel corso della campagna, dal 462 a.C. con la paga corrisposta dalla pólis.

Tornando agli Spartani: l’occorrente per dormire veniva portato legato allo scudo, insieme ai vari cambi di vestiario; ma nulla, nell’equipaggiamento, riguardava il riparo per la notte, che consisteva in bivacchi in estate e capanne improvvisate con quanto si trovava sul posto nella stagione meno calda. Nei convogli di bagagli, la cui composizione e il numero erano anch’essi regolati dagli efori, i carri trasportavano pale e picconi, e gli animali da soma asce e falcetti, materiali usati dalla fanteria leggera per aprire la strada al convoglio; in generale, le salmerie erano costituite anche dagli strumenti utilizzati dai non combattenti come i medici, i fabbri e i carpentieri richiamati dagli efori.

Il primo giorno, la marcia procedeva lentamente, perché fosse consentito a chi avesse dimenticato qualcosa a casa di tornare a prenderla. La marcia, scandita dal corno e non dalla tromba, era preceduta dagli σκιρῖται, i montanari della Laconia settentrionale armati alla leggera, che costituivano lo schermo avanzato della colonna in cammino; con il tempo, vennero affiancati nei loro compiti dalla cavalleria di cui, durante le Guerre persiane, i Greci erano ancora molto carenti.

Solitamente, in campo aperto l’esercito spartano procedeva in quadrato, con il lato anteriore e quello posteriore schierati a falange, quelli laterali in colonna, e le salmerie, la fanteria leggera e i non combattenti nel mezzo. Nelle strettoie, dove era lecito temere qualche imboscata, la fanteria si divideva in due colonne che procedevano parallele, divise dalle salmerie, o con i λόχοι disposti su quattro file e perfino meno. In linea di massima, ogni móra teneva a portata di mano il rispettivo convoglio, per aver tutto a disposizione al momento della sosta.

I Greci non conoscevano nulla di simile alle zelanti regole romane sulla costruzione di un campo fortificato. Anche in situazioni di pericolo, era estremamente improbabile che costruissero un accampamento con palizzata e fossato, come erano tenuti a fare ogni sera i legionari di ogni epoca. L’unica precauzione era costituita dall’appostamento degli σκιρῖται e poi dei cavalieri in siti sopraelevati, da cui costoro potevano avvistare e prevenire i movimenti del nemico. Gli Spartani, piuttosto, ponevano molta più attenzione alla custodia delle armi per la notte, cui facevano una custodia serrata per scongiurare qualsiasi tentativo di impadronirsene da parte degli iloti.

Pittore C. Guerriero in ginocchio. Pittura vascolare da una kylix attica a figure nere (interno), 560 a.C. ca. München, Staatliche Antikensammlungen.

Per certi aspetti, erano più severe le restrizioni tra settori dell’esercito che tra il perimetro dell’accampamento e il territorio circostante; ogni μόρα era tenuta a occupare uno spazio determinato, dal quale i suoi compagni non potevano uscire nemmeno in occasione dei consueti esercizi ginnici cui si dedicavano ogni giorno prima di colazione e prima di cena. Il centro del campo era comunque occupato dal padiglione del re, attorniato dal suo stato maggiore e dai suoi attendenti, tre spartiati incaricati di vegliare su di lui, e poi i medici, gli indovini, i πολέμαρχοι, due Πυθόι, con il compito di andare a consultare l’oracolo di Delfi in particolari circostanze, i suonatori di flauto incaricati della “colonna sonora” durante le cerimonie sacrificali (e del ritmo di marcia in battaglia), gli araldi per comunicare gli ordini ai subalterni, e con ogni probabilità la guardia del corpo dei Trecento.

In un’epoca in cui l’arte ossidionale era ancora ad uno stato molto primitivo, le città costituivano un baluardo insormontabile per qualsiasi esercito e la più efficace delle difese per coloro che si vedevano invadere il proprio territorio. Nella migliore delle ipotesi, pur disponendo di un qualche ariete, ancora privo di copertura e di sofisticati mezzi di bilanciamento introdotti dagli ingegneri di Filippo II e Alessandro Magno, di scale d’assalto e della possibilità di porre un blocco alla cinta muraria, gli eserciti poliadi non erano in grado di prolungare la campagna per il tempo necessario ad attendere la caduta del caposaldo. I cittadini, tutti artigiani o agricoltori, non potevano far altro che tornare alle proprie attività dopo un limitato periodo di tempo, né la pólis era in grado di assumersi l’onere di compensarli per la perdita dei loro raccolti o per il prolungato arresto delle loro attività. Per questo motivo, si tendeva a votare stanziamenti per campagne brevi e gli strateghi si ponevano obiettivi a breve termine. Tutt’altro discorso per gli Spartani, che disponevano di un vero e proprio “esercito di Stato”, i cui componenti erano stati messi in condizione di non far altro che la guerra. Ma anch’essi necessitavano di attendenti, servitori e personale ausiliario la cui prolungata assenza dalla madrepatria avrebbe inciso in qualche modo sull’economia della pólis.

Lo scopo di una campagna militare, pertanto, era d’indurre quanto prima il nemico alla battaglia campale decisiva, e la strategia più diffusa per riuscirvi, nel caso frequente in cui questi si asserragliava all’interno delle proprie roccaforti, consisteva nella devastazione sistematica quanto più possibilmente capillare di tutte le sue fonti di approvvigionamento (in primis, le campagne). Non a caso, si preferiva avviare le ostilità nella stagione del raccolto, quando le messi erano ancora nei campi, per provocare i danni maggiori; sotto quest’aspetto, durante la Guerra del Peloponneso, Sparta era avvantaggiata nei confronti di Atene, poiché trovandosi più a sud il suo grano maturava prima, permettendo ai suoi uomini di raccoglierlo e poi di invadere l’Attica prima che gli Ateniesi raccogliessero il proprio. Ma spesso anche questa si rivelava una strategia a lungo termine, perché non era affatto detto che i nemici si lasciassero indurre a scendere in campo aperto per fermare lo scempio, ed era necessario fare terra bruciata per anni, prima che gli avversari considerassero la loro economia talmente danneggiata da non aver nulla da perdere ad affrontare gli invasori, o a chiedere la pace.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una 𝑝ℎ𝑖𝑎́𝑙𝑒̄ in atto di libare. Da una 𝑙𝑒̄́𝑘𝑦𝑡ℎ𝑜𝑠 attica a figure rosse, 480-460 a.C. ca. Palermo, Museo Archeologico Regionale.

Ogni mattina il sovrano spartano, in guerra, compiva un sacrificio, alla presenza dei suoi subalterni, dei comandanti dei contingenti stranieri e dei responsabili delle salmerie. Proprio in vista di uno scontro, si sviluppava un’accurata e complessa ritualità, dalla quale nessun comandante in capo osava prescindere. L’oggetto del sacrificio era solitamente una capra, che il re immolava dopo essersi cinto il capo con una ghirlanda (parimenti facevano tutti gli astanti). Se gli auspici erano dunque favorevoli – e talvolta si faceva in modo che lo fossero – , gli opliti facevano il primo di due pasti giornalieri, detto ἄριστον, che si consumava a metà mattinata accompagnato da copioso vino, per favorire un moderato stato di ebbrezza; quindi, senza togliersi la ghirlanda, i guerrieri prendevano posto nella falange in attesa di ordini, poggiando lo scudo lungo le ginocchia e la parte posteriore della lancia a terra. La sera precedente avevano lucidato i loro scudi e pettinato i loro lunghi capelli, usanza dalla quale non prescindevano quando mettevano a rischio la propria vita: Licurgo, il semi-leggendario legislatore, riteneva infatti che i capelli lunghi rendessero più gradevole un bell’uomo e più terrificante uno brutto!

Quindi, i comandanti subalterni che avevano partecipato al consiglio di guerra – πολέμαρχοι e λοχαγοί – si avvicinavano ai ranghi schierati e prendevano posizione, passando gli ordini definitivi ai propri subordinati, che a loro volta li trasmettevano agli ἐνωμοτάρχοι; in breve, tutti i soldati, passandosi la parola, ne erano informati. Una volta schierati anche gli ufficiali, arrivava al re, che trasmetteva la parola d’ordine alla prima linea i cui componenti la ripetevano a quanti li seguivano, fino a che essa non ritornava al sovrano dopo essere stata ripetuta da tutti due volte, sia la domanda che la risposta. L’artificio era essenziale per poter distinguere i compagni nella confusa mischia che sarebbe nata di lì a poco, tra opliti appartenenti a eserciti nemici ma spesso equipaggiati allo stesso modo, ragion per cui la parola d’ordine veniva stabilita e comunicata solo pochi minuti prima della battaglia.

A quel punto, supportato dai flautisti (αὐληταί), il re intonava il peana di guerra (παιάν) e subito dopo si dava fiato alle trombe, il cui suono dava inizio all’avanzata della falange, senza che il suono dei flauti e il canto del re, progressivamente accompagnato dal resto dell’armata, si interrompessero. Probabilmente gli Spartiati erano i soli, tra i Greci, in grado di mantenere la compattezza della falange in fase di avanzata; le fonti riportano che erano sufficienti un leggero avvallamento, un modesto corso d’acqua, un’altura appena abbozzata – ma anche una marcata differenza d’età tra i combattenti, che si rifletteva sul loro ritmo di corsa –, perché la formazione perdesse in coesione e le linee divenissero dei segmenti ondulati e frammentati. In alcuni casi, addirittura, la falange si dissolveva prima di arrivare a contatto con il nemico, e lo scontro non aveva luogo.

La musica si fermava solo quando l’armata giungeva a ridosso del nemico, per lasciar posto alle esortazioni degli ufficiali, cui gli stessi soldati rispondevano incoraggiandoli a condurli con ardimento. Un nuovo segnale di tromba, dato a meno di duecento metri di distanza dall’esercito nemico, dava inizio all’assalto vero e proprio (ἐπίδρομος), durante il quale gli ufficiali continuavano a incitare i propri commilitoni con frasi del tipo: «Chi seguirà? Chi si dimostrerà coraggioso? Chi sarà il primo ad abbattere il nemico?», che i soldati ripetevano fino a quando non giungevano a contatto con gli avversari. Gli opliti procedevano ora di corsa – al ritmo di otto chilometri l’ora – dopo aver posizionato lo scudo, fino ad allora portato di fianco, in modo da coprire la maggior parte del corpo, e la lancia in posizione d’attacco, che non si sa se fosse sopra o sotto la spalla, poiché le raffigurazioni la rappresentano in entrambi i modi.

Statua di guerriero troiano (o Priamo). Marmo, 485-480 a.C. ca. dal frontone ovest del Tempio di Aphaia (Egina). München, Glyptothek.

In linea di massima, un generale cercava di far scattare l’attacco prima degli avversari, per valersi dell’abbrivio, ma doveva prestare attenzione a non farlo partire troppo presto, per non far stancare i propri uomini, che avevano bisogno di tutte le loro energie per il corpo a corpo. Il momento dell’impatto tra le due schiere era sancito dal rombo assordante degli scudi che cozzavano l’un contro l’altro e, subito dopo, dalle urla degli opliti delle file successive, che incitavano i commilitoni impegnati nello scontro e cercavano di fare la loro parte, spingendoli contro il muro avversario per scompaginarne la coesione, o sostituendo i caduti. La saldezza degli uomini schierati nelle linee posteriori era fondamentale per mantenere la coesione della falange e la pressione sullo schieramento nemico.

Non meno decisiva era la volontà di ciascun oplita di prevalere sull’avversario diretto e su quelli vicini, per assicurarsi la sopravvivenza di chi combatteva immediatamente al suo fianco e che, spesso, era un suo vicino parente: ad Atene e in molte altre póleis greche i λόχοι, infatti, erano costituiti su base distrettuale, e vi prestavano servizio più membri di una stessa famiglia. Infine, altro fattore in grado di influenzare il risultato era la tendenza di ciascun oplita a cercare la protezione dello scudo del compagno sulla destra, con il conseguente spostamento dell’intero schieramento verso quella direzione e una forza d’impatto generale che poteva risultare meno efficace.

Tra un oplita e l’altro si svolgeva un combattimento quasi di scherma con le lance, nel quale ciascuno dei contendenti affondava la propria arma nel tentativo di colpire l’avversario sopra e sotto lo scudo, in particolar modo alla gola, all’inguine e alle cosce. Accadeva però spesso che la lancia si spezzasse, costringendo il soldato a proseguire con la spada.

Pittore di Atena. Guerriero con lancia e scudo sotto una pioggia di frecce. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure bianche. 475-425 a.C. ca. Paris, Cabinet des médailles.

Lo scontro conservava una certa staticità fino a quando in uno dei due schieramenti si aprivano dei varchi, dovuti ai caduti e a quanti non erano in grado di conservare lo scudo al braccio. Era come se qualche mattone venisse sottratto a un muro, provocandone la caduta: i nemici si affrettavano a penetrare in quei buchi e diventava molto più facile, per loro, infliggere colpi mortali agli avversari.

Non è detto che la battagli finisse con la rotta degli sconfitti e l’inseguimento da parte dei vincitori. I comandanti potevano anche sancire la conclusione dello scontro facendo squillare le trombe per la ritirata quando si rendevano conto che la propria compagine stava prevalendo, né si curavano di darsi all’inseguimento dei nemici, poiché la carenza di effettivi di cavalleria, d’altronde, l’avrebbe reso inefficace. In linea di massima, se lo sconfitto mandava un araldo a negoziare una tregua per portare via i morti dal campo di battaglia, ciò implicava l’ammissione della sconfitta.

Prima della rimozione dei caduti, tuttavia, i vincitori si sentivano in diritto di spogliare i cadaveri dei nemici, cui sottraevano le armature, oltre agli eventuali effetti personali che si portavano addosso. L’intero bottino veniva diviso tra i soldati, salvo un decimo che era dedicato alle divinità cui il comandante aveva consacrato l’eventuale vittoria, oppure affidato a dei banditori che lo mettevano all’asta perché la pólis vittoriosa ne percepisse il ricavato. Le armi andavano a costituire un trofeo (τροφεῖον) eretto sul punto in cui lo scontro era stato decisivo.

L’ὁπλίτης greco aveva fama di fante pesante per eccellenza sebbene, ad esempio in Beozia, dove si praticava un vero e proprio culto del corpo attraverso la ginnastica costante, fosse molto diffusa l’abitudine di combattere pressoché nudi; il paradosso era che i Beoti adottavano degli stivaletti, in contrasto con gran parte degli opliti delle altre regioni, che avevano l’abitudine di combattere a piedi nudi.

In effetti fra i Greci, sempre attenti a non rendere il combattimento troppo impacciato, non si dotavano di un equipaggiamento particolarmente “pesante”, accettando il rischio che le proprie armi di difesa fossero trapassate, a vantaggio di una maggiore mobilità e fluidità delle manovre. Si trattava di una panoplia piuttosto costosa, che si preferiva trasmettere di padre in figlio, anche perché il suo acquisto corrispondeva alla paga mensile di un artigiano, e solo alla fine del periodo classico lo Stato avrebbe tolto ai cittadini l’onere di provvedervi. In ogni caso, pare che ancora agli inizi della Guerra del Peloponneso non ci fosse una piena uniformità di equipaggiamento nell’ambito di una stessa pólis, e che solo a partire dalla fine del medesimo conflitto il concetto si sia esteso fino a prevedere delle vere e proprie “uniformi”.

Scudo votivo. Bronzo, 700 a.C. ca. da Delfi. Museo Archeologico di Delfi.

Lo scudo (ἀσπίς) doveva essere maneggevole e allo stesso tempo coprire la maggior parte possibile del corpo. Quello che si utilizzò nel corso dell’età classica era frutto di una secolare evoluzione, inaugurata ancora in età micenea da un’arma “a forma di otto” con le rientranze mediane tagliate in dentro; prese la sua forma definitiva nel corso dell’VIII secolo a.C., con il modello argivo detto ὅπλον (da cui derivò il nome di chi lo portava). Si trattava di uno scudo più convesso dei precedenti e con la novità che il bordo era rinforzato per conferire all’attrezzo una rigidità sufficiente a impedirgli di curvarsi sotto i colpi subiti in battaglia. Rotondo e molto ampio, tanto da coprire il corpo del combattente dal mento al ginocchio – ma anche la parte scoperta del commilitone sulla sinistra –, aveva un diametro di un metro o poco meno e pesava poco più di sette/otto chilogrammi, il che vuol dire che era piuttosto sottile, tanto da essere sufficiente contro gli affondi di lance e spade, ma di scarsa efficacia contro giavellotti e frecce.

Lo scudo, trasportato dall’attendente dell’oplita fino a pochi istanti prima dello scontro, era saldamente ancorato al braccio dell’oplita mediante un bracciale di bronzo (πόρπαξ) saldato all’interno mediante due piastre; il soldato vi passava l’avanbraccio attraverso e poi afferrava con la mano una cordicella che correva lungo l’intera circonferenza del bordo, ancorata allo scudo mediante rovelli disposti con cadenza regolare e ricoperti sul lato esterno dal rivestimento. Il πόρπαξ era talmente decisivo ai fini dell’utilizzo dello scudo che l’oplita spartano – in particolare –, al termine di una campagna, lo staccava e lo conservava altrove, per evitare che gli iloti utilizzassero l’arma in caso di ribellione.

La base era di legno, probabilmente di noce, e solo in Età classica si trovò il modo di rivestirla di una sottile lamina di bronzo pressato – in alternativa alla pelle di bue, che continuò comunque a essere usata –, che nel periodo arcaico era limitato ai bordi e all’umbone centrale (quest’ultimo, poi, scomparso in epoca classica). Anche con il rivestimento in metallo, comunque, gli emblemi continuarono a essere dipinti, con colori convenzionali che nelle pitture sui vasi corrispondono al rosso su sfondo nero. A seguito dei primi contatti bellici con i Persiani, comparve anche una sorta di “grembiule” in cuoio che pendeva lungo il bordo inferiore, come ulteriore difesa contro i proietti dei tiratori nemici.

Le pitture sui vasi consentono l’individuazione di alcuni motivi costanti raffigurati sugli scudi, che dovevano rappresentare l’unico modo per distinguere un oplita dall’altro, poiché il viso era interamente celato dall’elmo. Gli Argivi erano famosi per i propri scudi bianchi, di cui parla anche Eschilo, forse con l’aggiunta di un’idra. In generale, si trattava in gran parte di motivi geometrici, di oggetti e di animali, anche se, con il tempo, vennero introdotti specifici simboli per contrassegnare l’appartenenza a una pólis, come la lámbda per Sparta o la clava per Tebe.

Oplita con elmo crestato (o Leonida). Statua, marmo locale, V secolo a.C. ca. Sparta, Museo Archeologico.

Anche l’elmo non era particolarmente rigido, e non sempre resistente al fendente di una spada; in compenso, la sua flessibilità consentiva di metterlo e toglierlo con una certa facilità, o di tenerlo sollevato all’altezza della fronte.

Oltretutto, mancava delle cinghie per fissarlo al mento, e l’oplita correva il rischio di perderlo, durante i movimenti convulsi che era costretto a compiere durante uno scontro. Il tipo più diffuso era quello detto “corinzio”, evolutosi a partire dall’VIII secolo attraverso forme sempre più sofisticate, ma mantenendo sempre la sua caratteristica di coprire tutto il viso tranne gli occhi, il naso e la bocca. Il suo vero problema era che copriva le orecchie, impedendo a chi lo indossava di recepire bene gli ordini del proprio comandante, tanto che si tendeva a tenerlo sollevato fino agli attimi precedenti lo scontro; nel corso del V secolo, pertanto, venne modificato e si sviluppò in almeno tre nuovi modelli: uno, detto “calcidico”, con le aperture per le orecchie, e con paragnatidi fissi o rimovibili, un altro, quello “attico”, con paragnatidi rimovibili e senza guardianaso, e infine un terzo, detto “tracico”, col bordo rialzato a protezione di occhi e orecchie, paragnatidi molto lunghi fino a chiudersi sulla bocca e una leggera cresta sulla sommità.

Parallelamente si sviluppò e si diffuse anche il tipo “beotico”, molto più aperto, derivante dal copricapo di feltro che, secondo Demostene, i contingenti di Platea indossavano ancora durante la prima invasione persiana. Tutto ciò che il soldato aveva sul viso, oltre alla calotta, era un’ampia visiera che aggettava su tutta la circonferenza dell’elmo, risultando più pronunciata sulla fronte.

L’interno degli elmi era rivestito di stoffa, ma qualcuno usava indossare sotto l’elmo un copricapo di tessuto, per attutire l’impatto dei colpi ricevuti. La cresta di cavallo che troneggiava sulla sommità svolgeva la precisa funzione di far apparire più alto e imponente l’oplita anche se, nel corso del tempo, con una maggiore definizione dei gradi e delle rispettive uniformi, divenne piuttosto un segno del rango. Il guerriero la conservava separata dall’elmo, in una scatola, perché i colori non si sciupassero, e l’attaccava al copricapo mediante due distinti sistemi, ovvero una o più forcelle disposte lungo la sommità, oppure un perno leggermente incurvato alla sommità, che staccava notevolmente la cresta dall’elmo.

Come i centurioni romani, gli ufficiali spartani solevano portare la cresta trasversale, mentre si ha notizia di creste multiple o di elmi piumati con piume di ostrica per ταξίαρχοι e στρατηγοί. Un altre segno distintivo era il βακτήριον, il «bastone», che poteva essere completamente dritto o ricurvo a un’estremità, che si usava porre sotto l’ascella sinistra per appoggiarvi il peso del corpo.

In Età arcaica la corazza degli opliti più importanti sembrava una sorta di campana, con delle piastre di bronzo a forma di anello orizzontale la cui struttura si allargava in vita. Questo ingombrante modello, che possiamo figurarci indosso agli eroi omerici, si affinò col tempo fino a divenire, in Età classica, la cosiddetta corazza “anatomica”, modellata secondo le forme del busto e chiusa in vita, dalla quale pendevano strisce di cuoio indurito, dette pterugi, disposte in due strati, il secondo dei quali andava a coprire gli intervalli lasciati dal primo. Fondamentalmente si trattava di due piastre di bronzo modellato, tenute insieme da tre cerniere per lato, una su ciascuna spalla e due lungo i fianchi, di cui si usava aprire e chiudere quelle sul lato destro, per fissarle inserendovi degli spilli. In alcuni modelli si usava anche assicurare la coesione dei due pezzi con delle cinghie sotto l’ascella, che si dipartivano da due anelli posti a ridosso della giunzione.

Ma era diffuso anche un altro tipo di corazza, detta “composita”, perché il bronzo era rivestito da lino o cuoio per prevenirne l’ossidazione; altre erano costruite soltanto da più strati sovrapposti di cuoio indurito o di lino pressato (λινοθώραξ); in quest’ultimo caso, preferito per la sua maggiore flessibilità, leggerezza e soprattutto per i suoi bassi costi, si raggiungeva uno spessore di mezzo centimetro. La giunzione era posta solitamente sul fianco sinistro. Un altro pezzo a forma di “U” si dipartiva dal centro della schiena per coprire le spalle, con le due estremità fissate sul petto.

Va da sé che qualsiasi corazza poggiava su un qualche indumento di stoffa, che fino alla metà del V secolo a.C. fu il caratteristico χιτών. Solitamente di lino o di lana, esso era costituito da un rettangolo di stoffa che rivestiva sia gli uomini sia le donne, e che si usava avvolgere e drappeggiare intorno al corpo, ripiegandolo lungo il bordo superiore affinché il risvolto arrivasse alla vita, che veniva stretta da una cintura. In seguito, questo capo d’abbigliamento fu affiancato e pressoché sostituito dall’ἐξωμίς, una tunica corta di lino senza maniche e stretta alla vita da una cintura, ricavata dall’unione di due rettangoli di stoffa cuciti insieme a mo’ di cilindro, lungo i quali venivano lasciate delle aperture per le braccia e il collo.

L’elenco delle armi difensive si conclude con i gambali (o schinieri), introdotti a partire dal VII secolo a.C., che grazie alla naturale elasticità del bronzo si stringevano intorno al polpaccio adattandosi alla sua muscolatura, senza bisogno di stringhe per tenerli fermi. Inizialmente coprivano la gamba dalla caviglia fin sotto il ginocchio, ma col tempo anche quest’ultimo, che in battaglia si dimostrava assai vulnerabile. In certi periodi, si usava metterci sotto qualcosa, forse delle “calze”, per evitare lo sfregamento del bronzo sulla pelle.

Pittore di Altamura. Efebo in armi, pronto per la guerra. Pittura vascolare da un calyx-krater attico a figure rosse, 470-460 a.C. ca. Baltimore, Walters Art Museum.

Tra le armi offensive la lancia (δόρυ), rivestiva, e di gran lunga, un ruolo più importante della spada. I Greci la preferivano con un fusto di frassino, un legno che offriva il giusto bilanciamento tra le esigenze di resistenza e di leggerezza, e che si poteva trovare in abbondanza nelle frequenti zone montane della penisola ellenica, sebbene alcune póleis preferissero importarlo da altri paesi più a nord. Pare fosse lunga poco meno di due metri e mezzo, sebbene le esigenze artistiche dei vasi la raffigurassero più corta, e pesasse circa un chilogrammo.

La lavorazione era piuttosto complessa. Si prendevano dei ciocchi di legno e si dividevano in lunghezza con mazzuoli e cunei di legno. Una volta stagionati, i pezzi venivano ulteriormente tagliati per eliminare tutte le parti “deboli”, e il lavoro proseguiva fino a quando non rimaneva un’asta grezza per circa due pollici di diametro. Un piccolo coltello ricurvo, detto (ξυήλη), in mano a un δορυξόος («raschiatore di lance»), si assumeva il compito di dare una forma a quel palo, che grazie al lavoro finale di una raspa diveniva perfettamente tondo e liscio.

Poi, l’attrezzo passava in mano ad altri artigiani, che lo dotavano delle parti in metallo – in ferro ma anche in bronzo – , valendosi della resina ma, in alcuni casi, anche di anelli di ferro, per le giunzioni. All’estremità più affilata veniva posta la punta vera e propria, a forma di “foglia”, a quella più grossa il puntale posteriore, detto στύραξ («uccisore di lucertole»), perché si usava soprattutto per conficcare l’attrezzo nel terreno durante il riposo dell’oplita. Lo stadio finale della lavorazione dell’arma consisteva nell’avvolgere un quadrato di stoffa al centro dell’asta, e poi cucirlo, per consentire al guerriero una salda presa.

Quanto alle spade, di bronzo, ve ne erano di diversi tipi, che l’oplita usava tenere in un fodero appeso a tracolla, di legno rivestito di cuoio. La più diffusa, della ξύφος, aveva un’elsa cruciforme e una lama dritta, a doppio taglio e a forma di “foglia” più larga verso l’impugnatura, per una lunghezza della lama di circa settantacinque centimetri. Ma a partire dal VI secolo a.C. si diffusero anche spade di probabile influenza orientale, a un taglio, l’una a mo’ di scimitarra, con il dorso dritto o appena concavo, e l’altra a forma di sciabola ricurva, denominate rispettivamente κοπίς e μάχαιρα, lunghe circa sessanta/sessantacinque centimetri, con l’elsa spesso a forma di uccello o comunque a testa di animale, e con un’accentuata uncinatura per la protezione delle nocche.

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Al servizio del Re dei Re

di A. FREDIANI, Le grandi battaglie dell’antica Grecia. Dalle guerre persiane alla conquista macedone, da Maratona a Cheronea, i più significativi scontri terrestri e navali di un impero mancato, Roma 2005, pp. 54-82.

I Greci hanno avuto un altro grande nemico, oltre che loro stessi, nell’età arcaica dell’Ellade, in Asia, e segnatamente in Iran, c’erano alcune tribù nomadi di Parsumaš che si barcamenavano, senza grandi risultati, per rimanere fuori dalla sfera di controllo dell’Impero assiro. Tutte le loro tribù finirono conquistate nel corso del IX secolo a.C. dal re assiro Salmanassar II, mentre nel secolo seguente una parte di esse finì sotto i Medi.
Per sfuggire alla morsa, alcuni gruppi di Parsumaš emigrarono verso il lago d’Aral o alla volta del Meridione, dove presero accordi con il Regno dell’Elam e, come avrebbero fatto i popoli barbari con l’Impero romano oltre un millennio dopo, fornirono la loro temibile cavalleria in cambio di terre entro cui stanziarsi. Scelsero la valle del Choaspes, l’attuale Karkheh, dove uno dei loro capi, Achemene, in breve tempo si ricavò un piccolo regno, con capitale Pasargade.

Mappa dell’Impero persiano achemenide (500 a.C. ca.).

L’espansione del modesto dominio proseguì per gran parte del VII secolo a.C., durante il quale perfino una parte dell’Elam finì sotto il controllo dei Parsumaš, divisi in più regni gravitanti nella zona dell’Aršan, prima che gli Assiri di Assurbanipal ne frenassero le ambizioni annettendo l’Elam. Il resto della regione se la prese Ciassare, il fondatore dell’Impero dei Medi e il responsabile della scomparsa di quello assiro.
Con l’avvento al trono di Ciro II, detto il Grande, nato nel 580 a.C., i Persiani – a questo punto della vicenda possiamo chiamarli così – erano pronti per un salto di qualità che li avrebbe portati, in pochi decenni, a costituire un impero più grande di quelli che si erano spartiti l’Asia nei secoli precedenti. Alla metà del VI secolo Ciro sconfisse il re Astiage e, in un triennio, si impadronì dell’intera Media, per poi rivolgere le proprie attenzioni alla Lidia di Creso, che a quel tempo inglobava nei propri domini le città costiere di matrice greca nell’Asia Minore. Il re divenuto famoso per la propria ricchezza dovette subire prima la sconfitta in battaglia, poi l’assedio e la caduta della sua capitale, Sardi, prima di trascorrere il resto della propria esistenza come consigliere del conquistatore (anche se qualcuno afferma che morì sul rogo).

Bassorilievo di Ciro II il Grande.

Di fronte alla minacciosa ascesa di Ciro, che con la caduta della Lidia si era impossessato dell’intera Asia Minore, si formò una coalizione anti-persiana, di cui entrò a far parte perfino Sparta, che il re non aveva mai neanche sentito nominare. Il membro più a portata di mano, il regno di Babilonia, non fu però in grado di opporre alcuna resistenza all’invasione del nuovo astro asiatico, che si impossessò anche dei contigui territori siriaci. La sua morte in battaglia nel 528 a.C. contro gli Sciti del nord-est – anche se Senofonte afferma che morì nel proprio letto – gli impedì di procedere anche all’annessione dell’Egitto; ma era stato in grado di costituire un impero nell’arco di soli dodici anni.
Ci pensò il figlio Cambise, che fece in tempo ad annettere il paese dei faraoni prima di morire, sette anni dopo la sua ascesa al trono, secondo una delle tante versioni trafitto dalla sua stessa spada fuoriuscita dal fodero rotto, mentre montava a cavallo. Il suo contributo, tuttavia, aveva permesso all’Impero persiano di portare a quattro i regni di grande rilievo nella storia dell’Antichità inglobati dai Persiani (Babilonia, Lidia, Media ed Egitto), legittimando l’aspirazione dei sovrani persiani a chiamarsi «Re dei re» o «Grande Re»: il loro Impero si estendeva ormai dall’Indo all’Egeo, e al Nilo inferiore, ed era necessario che il successore di Cambise rallentasse il ritmo delle conquiste per dare un’organizzazione a quella spaventosa estensione territoriale.

Bassorilievo raffigurante due soldati persiani. Palazzo di Apadana, Persepoli.

Il titanico compito se lo assunse Dario I, il figlio del satrapo di Ircania e Partia, un altro che si fece soprannominare “il Grande”; questi pervenne sul trono in forza della sua decisione più che per legittimità dinastica, dopo un paio di guerre intestine durante le quali, secondo le cronache, uccise un usurpatore che si proclamava figlio di Ciro, combatté diciannove battaglie e sconfisse nove re ribelli. Dario completò la conquista delle estremi propaggini orientali dell’Impero, annettendo i territori oltre l’Indo e le tribù dei Saka nell’Asia centrale, entrambe regioni che gli offrirono ampie possibilità di ingaggiare mercenari per il suo esercito; poi si concentrò a conferire una solida struttura amministrativa al regno. Lo divise in venti distretti con a capo i rispettivi satrapi (xšaθrapāvā, letteralmente «protettori del regno»), governatori provenienti dalle famiglie di più alto lignaggio, soprattutto persiane, nominati dal re pressoché a vita, con funzioni sia civili sia militari, e i cui territori erano tenuti a pagare un tributo e a fornire una leva per il servizio in guerra.
Con questa divisione in governatorati dotati di ampia autonomia, Dario prendeva atto del carattere prettamente feudale della società che governava: una società tripartita in azata, i “nobili”, bandaka, i “sudditi”, e mariaka, ovvero gli “schiavi”. Tutti, a parte questi ultimi, erano obbligati a compiere il servizio militare e a rimanere a disposizione dell’armata nazionale persiana anche dopo il congedo, perlomeno fino al cinquantesimo anno di età. I Persiani, ma anche i Medi, monopolizzavano i quadri ufficiali a tutti i livelli, perfino nei contingenti non iranici.

Dario, re dei Persiani, concede udienza a un dignitario (in atto di proskýnesis). Rilievo, granito, inizi V sec. a.C. dalla Scalinata settentrionale di Apadana. Tehran, Museo Nazionale.

Un bambino non incontrava il padre fino all’età di cinque anni – fino ad allora veniva allevato in un gineceo – a partire dai quali, e fino ai venti, era addestrato a cavalcare e a tirare con l’arco; dopodiché, entrava a far parte di compagnie da 50 uomini al comando di un giovane esponente della nobiltà.
Il sistema di inquadramento degli effettivi era rigidamente decimale, almeno sulla carta. Le divisioni, dette baivarabam, erano di 10.000 uomini, al comando di un baivarapatiš; i reggimenti, detti hazarabam, di mille effettivi, al comando di un hazarapatiš e suddivisi in unità da 100, definite sabatam, a loro volte suddivise in reparti da dieci, i dathabam. I comandanti delle successive unità disponevano di due vice ciascuno, che guidava la metà del reparto. Il baivarabam più celebre era quello personale del re, gli Amrtaka, ovvero gli “Immortali“, cosiddetti, secondo Erodoto, perché si trattava di un corpo mantenuto invariabilmente con gli effettivi al completo.
Erano gli arcieri il punto di forza delle armate persiane: nugoli di frecce tirate con maestria e perizia per mezzo dei magnifici archi compositi di derivazione scitica, ricavati dall’accostamento di due pezzi ondulati di legno o corno, uniti al centro, scompaginavano le falangi avversarie prima che la cavalleria caricasse. Gli sparabara, come venivano chiamati i componenti delle unità di fanteria dotate di arco, agivano al riparo di grossi scudi – gli spara, appunto, costituiti da cuoio indurito, nel quale erano innestate cannucce di vimini poste verticalmente quando era ancora flessibile –, sostenuti da un altro combattente, e si schieravano in fila, nell’ordine di nove ogni dathapatiš.

Gli sparabara persiani in azione, secondo la ricostruzione grafica di G. Rava.

Nel loro equipaggiamento, oltre all’arco, naturalmente, risaltava il caratteristico gorytós, una sorta di rinforzo lungo la coscia sinistra, quella portata in avanti per il caricamento, mentre i portatori di scudo disponevano di una scimitarra. In progresso di tempo, gli stessi arcieri vennero dotati di un piccolo scudo di legno o di cuoio con bordo di metallo, detto taka, più o meno della grandezza di un pélta, ma con il bordo superiore tagliato a mezzaluna, allo scopo di difendersi nel corpo a corpo una volta che l’avanzata della falange era riuscita a penetrare la cortina di spara. Il loro abbigliamento consisteva in una corta tunica stretta alla vita da una fascia annodata, pantaloni, e un cappello quasi “a bombetta” senza bordi.
Ve n’erano tuttavia anche montati, di arcieri, secondo la tradizione iranica: indossavano solo una tunica e delle brache imbottite. L’arco, peraltro, era appannaggio anche dei portastendardo, che si contraddistinguevano per una pelle di lupo posta sulla testa e sulle spalle, una tunica estremamente intarsiata per renderli distinguibili, una corta gonna e dei pantaloni aderenti e stretti alle caviglie.

Arcieri erano anche, ai tempi di Dario il Grande, gli stessi Immortali, così come vengono raffigurati nei fregi residui dei palazzi imperiali, nei quali notiamo, tra le altre cose, la barba e i capelli accuratamente lavorati a trecce, costume diffuso fra i Persiani. Si rileva nelle figure una fascia arrotolata di color giallo, avvolta intorno alla fronte, tempie e nuca, lasciando scoperta la sommità del capo; ma è probabile che in guerra i guerrieri usassero il classico copricapo iranico, un modello con lunghi lembi laterali piuttosto diffuso tra i popoli asiatici, e in particolare tra i contingenti di arcieri nonché tra i cavalieri, denominato tiara, o kyribasia; pare che si ricavasse tagliando su misura la pelle di qualche piccolo animale, e spuntandone le gambe; i risvolti potevano essere utilizzati a mo’ di sciarpa durante le marce per difendersi dal vento e dalla polvere, o in combattimento come protezione. Un’ampia tunica di colore cremisi, blu, giallo o bianco nascondevano un corsaletto a scaglie metalliche.

Bassorilievo di due Immortali reali, dal Palazzo di Dario I, a Susa. Paris, Musée du Louvre.

L’altra arma che vediamo raffigurata è la lancia, di cui erano dotati tutti i corpi d’élite persiani (lo stesso Dario era stato un lanciere reale di Cambise), contraddistinta da un pomo argentato – dorato per gli ufficiali – nella parte opposta alla punta. L’arma secondaria era costituita da una corta daga contrassegnata da un’elsa decorata con due teste di leone divergenti.
Possiamo affermare, con ragionevole sicurezza, che l’esercito persiano fu il primo della Storia ad adottare una certa uniformità nelle divise, dai più alti gradi ai corpi speciali, alla truppa; pare anzi che gli stessi satrapi provvedessero ad equipaggiare i soldati alle loro dipendenze, e quelli che dimostravano maggior gusto e solerzia venivano premiati dal Gran Re in persona il quale, dal canto suo, conservava in magazzini centralizzati tutto ciò che distribuiva ai corpi speciali. Le figure degli Immortali indossano ampie toghe intarsiate con i simboli e i colori dei rispettivi reggimenti, lunghe fino alla caviglia, lasciano intravedere dei pantaloni e delle scarpe chiuse gialle, collane e braccialetti dorati.
Probabilmente il reggimento d’élite degli Immortali, costituito dai lancieri reali, procedeva e seguiva il carro del sovrano durante la marcia, poggiando la lancia sulla spalla destra con la punta rivolta verso il basso, e costituiva la sua guardia del corpo in ogni occasione. Sul mezzo possiamo figurarci il Gran Re vestito di una corta tunica intarsiata, di pantaloni, scarpe, un copricapo cilindrico di color giallo e con uno scettro dorato con pomello. Accanto a lui, si trovava il suo gran ciambellano, un eunuco che curava il cerimoniale e gli affari di corte.
I lancieri reali erano reclutati tra la nobiltà, mentre gli altri reggimenti degli Immortali pescavano anche altrove, sebbene sempre tra Persiani e Medi; probabilmente, erano gli unici autorizzati a vestire indumenti con i colori del sovrano. Il tipico lanciere reale raffigurato nei rilevi di Persepoli, sulla tomba di Artaserse III, indossa una lunga tunica di porpora con una banda bianca al centro, e dei pantaloni dello stesso colore. Il copricapo, cilindrico, è blu, e dispone del caratteristico scudo ovale denominato dagli archeologi “dypilon” – dal sito di Atene nel quale vennero rintracciati vasi sui quale era raffigurato – , con due cerchi ritagliati lateralmente; probabilmente, l’attrezzo era rivestito di pelle seccata di gazzella.
Anche i satrapi avevano un reggimento a loro disposizione come guardia del corpo, denominato arštibara, al comando di un hazarapatiš, cui veniva affidata la sicurezza della satrapia, di concerto con le truppe mercenarie. Le roccaforti erano sotto il comando dei didapatiš, che dipendevano invece direttamente dal re, il quale si garantiva in questo modo una divisione dei poteri militari che limitava la concentrazione degli stessi nelle mani di un governatore.

Corpi della fanteria persiana (da sinistra a destra: un thanvabara, uno sparabara, un arštibara e un takabara). Illustrazione di R. Scollins.

Sulla fanteria persiana, alla quale veniva data scarsa rilevanza, in generale non si sa molto. Possiamo basarci principalmente su un frammento di un vaso attico conservato al Louvre, nel quale vediamo raffigurato un soldato con uno scudo a mezzaluna crescente, decisamente più grande del pélta, e un’ascia. il copricapo sembra di cuoio o di pelle ed evidenzia un accentuato paraorecchie, mentre una corta tunica senza maniche ricopre un camiciotto a maniche lunghe e sovrasta i pantaloni. In progresso di tempo le influenze greche si fecero sentire, soprattutto nello scudo, che divenne sempre più simile all’hóplon, e nella lancia, che accentuò la sua lunghezza. Per quanto riguarda gli ufficiali, possiamo dire che avevano un turbante in testa e che erano dotati, almeno loro, di una corazza di lino trapuntato, con tunica stretta in vita da una fascia annodata, e pantaloni.
Tuttavia, tra le leve del grande impero se ne vedevano di tutti i colori. I Persiani utilizzarono per le loro invasioni della Grecia anche gli Etiopi della Nubia, principalmente come marinai insieme ai Saka dell’Amu Darya, sebbene, dopo la disfatta di Salamina, li abbiano smobilitati per impiegarli come fanteria leggera sul fronte terrestre. Nei vasi greci li vediamo raffigurati con ciò che sembra una corazza di tessuto inspessito da più strati, forse lino, senza maniche, sotto la quale compare una casacca a maniche lunghe; dal bordo inferiore dell’armatura pendono pterugi, cui seguono i pantaloni, ma il tratto distintivo è un mantello che tengono avvolto lungo il braccio a mo’ di scudo. Di Nubiani, ve n’erano però di armati più alla leggera, vestiti di sola pelle di leopardo, con un lungo arco di legno di palma e frecce di canna battuta, con corta lancia di corno di antilope e una clava; in battaglia, solevano dipingersi metà del corpo in rosso vermiglio e passare del gesso sull’altra.

Pittore di Trittolemo. Combattimento fra un oplita e un persiano. Pittura vascolare da una kylix attica a figure rosse, V sec. a.C. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Non meno caratteristici erano i combattenti dell’Asia Minore, provenienti da Frigia e Paflagonia, vestiti solo di una corta tunica a canottiera, di stivaletti di cuoio e di un copricapo in vimini rinforzato da scaglie di metallo; il loro equipaggiamento consisteva in uno scudo simile al pélta per forma e dimensioni, una lancia e un paio di giavellotti.
In progresso di tempo, e con il costante deterioramento del sistema di leva interno dell’Impero, l’aliquota dei contingenti mercenari andò aumentando. I re attinsero sia all’interno delle stesse satrapie – come in quelle caucasiche o, più a est, in Ircania e in Battriana – , sia in quei territori ancora liberi ritenuti istituzionalmente una fucina di combattenti di professione. Tali erano, per esempio, la stessa Grecia oppure, in estremo oriente, le regioni del Punjab e del Sind. Molti territori, invece, venivano tenuti in uno stato di blanda soggezione, senza procedere a un’annessione vera e propria, proprio per poterne ricavare contingenti mercenari, come tra i Curdi, i Pisidi, i Misii; in tal modo si evitava l’uniformità con l’esercito nazionale, poiché costoro risultavano più efficaci combattendo con il loro armamento tradizionale.

Combattimento fra Greci e Persiani. Bassorilievo, marmo, fine V secolo a.C. Dal fregio meridionale del Tempio di Atena Nike.

I Greci vedevano questi soldati come peltasti, perché la maggior parte di essi si difendeva con il taka, tanto da essere definiti takabara, “portatori di scudi”, oltre a disporre di una lancia; privi di armatura, essi indossavano un camiciotto, una tunica intarsiata fin sopra il ginocchio e priva di maniche, una calzamaglia e la tiara. Tuttavia i loro compiti erano molto più vicini a quelli di una vera e propria fanteria di linea, e le loro armi più robuste e pesanti. Tra costoro si distinguevano i Licii, menzionati da Erodoto e raffigurati in un rilievo trovato a Konya, armati tutt’altro che alla leggera, con una corazza anatomica dotata di pterugi in vita e spallacci, un elmo con paranaso, paraorecchie e paranuca, alla cui sommità spiccava una cresta rigida, e gambali; il loro peculiare armamento si caratterizzava per uno scudo perfettamente rotondo, più ampio del pélta, per un falcetto in luogo della spada, e per una lancia a due punte, che si potrebbe definire un “bidente”.
Nel complesso, i fanti persiani non valevano granché, e nel IV secolo a.C. si preferì sempre più spesso ingaggiare opliti greci; Ificrate, distintosi per la prima volta in battaglia a soli 18 anni mentre militava nella flotta persiana a Cnido, fu uno dei maggiori comandanti mercenari utilizzati dai Persiani. Ma con il crollo delle sorti spartane dopo Leuttra ci fu un riflusso di combattenti peloponnesiaci, e i Persiani optarono per la creazione di una vera e propria fanteria pesante autoctona; pertanto, equipaggiarono e addestrarono alle tecniche oplitiche 120.000 asiatici, i quali andarono a costituire il corpo dei cardaci che, in verità, non diede gran prova di efficacia durante le guerre macedoni.
Le sempre più frequenti rivolte che contrassegnarono gli ultimi decenni di vita dell’Impero persiano, comunque, resero costante la domanda di soldati da parte dei ricchi satrapi, disposti a spendere grandi cifre per sostenere le proprie ambizioni; dall’altra parte dell’Egeo, d’altronde, le confederazioni che ruotavano intorno alle principali città-stato non sapevano come pagare i loro epílektoi, ovvero le loro truppe permanenti. Per la legge della domanda e dell’offerta, i Greci furono ben lieti, nei pur rari periodi di pace, di prestare i loro contingenti permanenti, costituiti per lo più da peltasti, ai governatori persiani, affinché fossero loro a retribuirli e a tenerli in allenamento.
La cavalleria mercenaria proveniva dalle estreme regioni orientali dell’Impero, tra quei nomadi sciti celebri per la loro efficacia sia come cavalieri leggeri che corazzati. Tra la cavalleria priva di armatura, Erodoto ci segnala i Sagartiani, che combattevano con il lazo, una daga e un’ascia da battaglia, indossavano una corta tunica con i lembi sovrapposti sul davanti e tenuti fermi da una cintura in vita.
Refrattari al dominio persiano, ma fior di combattenti quando erano ingaggiati come mercenari, erano i cavalieri sciti provenienti dalle steppe del Mar Nero. La loro abilità nell’uso dell’arco era leggendaria, anche se nel loro armamento troviamo giavellotti, spade anch’esse piuttosto lunghe, accette. Per quanto concerne l’equipaggiamento difensivo, gli Sciti potevano avere lo scudo o meno, l’elmo o un copricapo di cuoio o di pelle di animale, un’armatura a scaglie o una casacca di cuoio. Nelle raffigurazioni compaiono anche i soli pantaloni con un’armatura a scaglie. Particolarmente temibili erano i Saka dell’Asia orientale, provenienti dall’Indostan settentrionale. Si trattava di cavalieri corazzati in modo assai accentuato, con un’armatura a piastre di metallo sia per l’uomo che per l’animale; bracciali di acciaio ricoprivano il lato esterno dell’avambraccio del combattente, le cui gambe era difese da schinieri divisi in due parti, stinco e coscia, unite insieme sul ginocchio da lacci di cuoio. Il cavaliere utilizzava la lancia per la carica, ma disponeva anche di spada, nonché di arco che, insieme alle frecce, conservava nel classico gorytós.

Cavalleria leggera persiana del IV secolo a.C. Illustrazione di J. Shumate.

Ciascun proprietario terriero al quale il Gran Re aveva affidato i vasti territori che non facevano parte delle circoscrizioni delle città, manteneva una riserva di cavalieri, che metteva a disposizione del sovrano in caso di guerra; gli animali facevano parte dei tributi che i vari territori dell’Impero versavano annualmente al sovrano. Abbiamo una raffigurazione di un nobile anatolico a cavallo, in un dipinto murale in Turchia, vicino Elmali, che mostra una tunica porporata e dei pantaloni, oltre alla tiara e a una lancia. Il cavallo si distingue per un ciuffo ottenuto stringendo la parte sommitale della criniera con un nastrino, alle volte con l’aggiunta di capelli umani. Compare anche una parvenza di sella corazzata, a copertura parziale della coscia.
Non meno di quella mercenaria, anche la cavalleria nazionale persiana costituiva una forza di ragguardevole efficacia. Almeno inizialmente, veniva utilizzata non per lo sfondamento, ma per il tiro da lontano. All’inizio del V secolo a.C. i cavalieri persiani disponevano di un paio di giavellotti e semmai di un arco, di una kopís o di un’ascia. il capo era avvolto in una tiara, il torace da un corsaletto trapuntato rosso sopra una corta tunica marrone e bianca a maniche lunghe, che terminava all’inguine, sopra i pantaloni. La sella era di ottone e i finimenti del cavallo di cuoio, mentre la coda e la criniera erano tenuti insieme da un nastro rosso. col tempo, tuttavia, quella persiana andò sempre più caratterizzandosi come cavalleria pesante, soprattutto nel corso delle endemiche lotte civili del V secolo a.C.; al termine di tale evoluzione, un cavaliere corazzato annoverava nel proprio armamento una lancia, una daga, una mazza, un corsaletto di lino trapuntato forse con borchie di metallo lungo le spalle, forse uno scudo sovente a mezzaluna lavorata, e un arco con almeno 30 frecce nella faretra. Un rilievo rinvenuto in Turchia mostra perfino una protezione per il collo, una sorta di collare rigido, ed esistono anche raffigurazioni su monete di braccia e gambe rivestite di scaglie di ferro. Si conoscono anche selle corazzate, con un pezzo di armatura che partiva dalla sella e proteggeva la gamba, dal bacino al piede. Il capo era ricoperto da un elmo, di cui sono stati ritrovati esemplari in forma conica con sommità appuntita, da una calotta con una cresta in stile greco sulla sommità, o dalla tiara; la cresta era costituita da crine di cavallo disposto a spazzola e da una coda lungo la nuca.

Cavaliere corazzato persiano, epoca achemenide. Illustrazione di J. Burn.

Tra i reparti di cavalleria d’élite, si distinguevano i «congiunti del Re», gli , esponenti della nobiltà che non avevano una vera e propria parentela col sovrano, ma costituivano l’entourage reale e rappresentavano gli amici personali del monarca. Erano pertanto gli unici ad avere il privilegio di scambiare baci con quest’ultimo e di far parte della tavolata del sovrano durante i suoi pasti; a sua volta, il Re testimoniava il suo attaccamento ai propri congiunti onorifici colmandoli di regali, a cominciare dal loro equipaggiamento: una tunica di porpora (kantuš), collana e bracciali, un cavallo dell’allevamento reale, una sella dorata e una daga dorata, detta akinaka, lunga pressappoco quaranta centimetri.
I cavalieri corazzati che costituivano la guardia del corpo di Ciro il Giovane, al cui servizio si pose Senofonte, erano equipaggiati secondo uno stile che tradiva evidenti influenze greche. Due pettorali di lino rivestiti con scaglie di bronzo, sul dorso e sul petto, erano tenuti insieme dagli spallacci e terminavano alla vita con gli pterugi; l’avambraccio sinistro, privo di scudo, era avvolto in una protezione di cuoio. L’elmo aveva solo i paragnatidi, oltre alla calotta, ma alla sommità si dipartiva un piumacchio con crine di cavallo. Le gambe erano protette da gambali a scaglie di bronzo, che le rivestivano fino all’inguine, mentre il piede non disponeva di alcuna protezione se non di una calzatura in cuoio. Le armi offensive consistevano in due giavellotti, detti pálta, e in una kopís. Anche il cavallo disponeva di almeno una piastra metallica appesa al collo e d una sul muso, e la stessa sella era corazzata con dischi di bronzo. Attaccavano solitamente in colonna, con una forza di penetrazione straordinaria, e si possono prefigurare davvero come i primi esempi di cavalleria catafratta, quei “carri armati” dell’Antichità che tanto avrebbero messo in difficoltà i Romani al tempo dei Persiani Sassanidi.

La «green card» dell’imperatore

di R.A. Staccioli, in Archeo. Attualità nel passato. Mensile, anno XXII, n° 11, nov. 2006, pp. 106-109.

 

Fante ausiliario batavo (I sec. d.C.). Illustrazione di A. Gagelmann.

 

Nell’antica Roma, ci volevano venticinque e più anni di «onorato servizio» perché, al momento del congedo, un «provinciale» (o peregrinus, cioè «forestiero»), arruolatosi volontariamente nell’esercito, durante l’impero, ottenesse la «cittadinanza», diventando civis Romanus. Almeno fino agli inizi del III secolo della nostra era: esattamente, fino al 212 d.C., quando Caracalla, con un suo editto, fece diventare «cittadini» tutti gli abitanti liberi dell’impero.

Straordinario documento di quell’uso sono i cosiddetti «diplomi militari», ritrovati numerosi nelle località che furono sedi, spesso secolari, di presidi e di forti lungo i confini del mondo romano: al Vallo di Adriano, in Scozia; lungo il Reno e il Danubio, in Germania, Austria, Ungheria, e nei Balcani; nel Vicino Oriente, in Egitto e in Africa settentrionale.
Ma andiamo con ordine. La procedura del congedo comportava in linea di massima – anche se non necessariamente – due momenti distinti. In un primo tempo, il comandante di una determinata unità di stanza in una qualsiasi provincia, a chi ne avesse fatto richiesta – e lo meritasse, non solo per averne maturato i tempi – rilasciava un attestato di buona condotta. Più esattamente, un «certificato di congedo onorevole» (tabula honestæ missionis).
Che non era scritto su un «foglio» di fragile papiro e nemmeno di più consistente, ma pur sempre caduca pergamena, bensì inciso su una ben più robusta e duratura «tavoletta» di bronzo. Il testo era simile a quello riportato, a titolo d’esempio, nel volume di Yann Le Bohec, L’esercito romano (NIS, Roma, 1993):

 

ILS 9060 = AE 1906, 22 = AE 1906, +171 = AE 1907, +90; Egitto, Al-Fayyum, 122 d.C. ca.

M(arco) Acilio Aviola et Pansa co(n)s(ulibus) | pridie nonas Ianuarias | T(itus) Haterius Nepos, praef(ectus) Aeg(ypti) | L(ucio) Valerio Nostro equiti | alae Vocontiorum turma | Gaviana emerito| honestam| missionem dedit. || [L(ucio) V]alerio s(upra) s(cripto) e(merito) h(onestam) m(issionem) | prid(ie) non(as).

«Sotto il consolato di Marco Acilio Aviola e di Marco Pansa, il giorno prima delle None di Gennaio, Tito Haterio Nepote, prefetto dell’Egitto, ha accordato un onorevole congedo a Lucio Valerio Nostro, cavaliere dell’ala dei Voconzi, dello squadrone di Gavio, che ha completato il suo servizio // Al suddetto Lucio Valerio, meritevole di congedo onorevole, il giorno prima delle None».

 

In un secondo tempo, poteva essere rilasciato – ma stavolta dalle autorità «centrali» e in nome dell’imperatore – il vero e proprio diploma, che, con il suo nome, derivato dal greco, allude a qualcosa di «doppio». In effetti esso consisteva in una coppia di laminette di bronzo, tenute insieme da uno o due lacci passanti attraverso fori appositamente predisposti, e chiuse a libretto. Un medesimo testo era inciso di seguito, orizzontalmente, sulle due facce interne, e quindi nascoste, di entrambe le tavolette e, in caratteri minuti sulla faccia esterna, e quindi visibile, di una delle due, in modo che l’interessato potesse averlo sempre a disposizione. Sulla faccia esterna dell’altra laminetta, invece, erano riportati i nomi dei sette testimoni che, come prescritto dalla procedura romana, avevano assistito alla «chiusura» delle laminette e all’imposizione dei sigilli, da parte dell’ufficiale incaricato delle operazioni, contro ogni possibile alterazione del testo. In caso di contestazione o controversie legali, il diploma era pronto per essere portato dinanzi a un giudice o a un funzionario abilitato, il quale, rotti i sigilli, poteva accertarsi dell’esatto tenore del documento.

Il testo dei «diplomi» era, grosso modo, sempre lo stesso, redatto secondo una forma stereotipa, adattata caso per caso, che comprendeva una decina di elementi. Nell’ordine si succedevano il nome dell’imperatore che elargiva la concessione, l’elenco delle unità militari interessate al provvedimento (che era sempre collettivo), la provincia di guarnigione e il comandante del relativo esercito, la menzione dei meriti e il genere di privilegi concessi, la data, i nomi dei beneficiari, il luogo d’affissione del decreto (che era atto pubblico).
Ma ecco un esempio di diploma (RMD 1, 6 = Chiron 1977, 291 = AE 1977, 722; Moesia Superior, Kostolac, 96 d.C. ca.), come riportato nel volume già citato:

 

Imp(erator) Caesar divi Vespasiani f(ilius) Domitianus | Augustus Germanicus pontifex maximus | tribunic(ia) potestat(e) XV imp(erator) XXII co(n)s(ul) XVII | censor perpetuus p(ater) p(atriae) | equitibus et peditibus qui militant in ala | praetoria et cohortibus decem I Lusitano|rum et I Cretum et I Montanorum et I Cili|cum et I Flavia Hispanorum milliaria | et II Flavia Commagenorum et IIII Rae|torum et V Hispanorum et VI Thracum | et VII Breucorum civium Romanorum | quae sunt in Moesia superiore sub Cn(aeo) Aemilio Cicatricula Pompeio Longino | qui quina et vicena plurave stipendia | meruerunt item dimissis honesta mis|sione emeritis stipendiis quorum | nomina subscripta sunt ipsis liberis pos|terisque eorum civitatem dedit et conubi|um cum uxoribus quas tunc habuissent cum est civitas iis data aut si caelibes es|sent cum iis quas postea duxissent dumta|xat singuli singulas; a(nte) d(iem) III Idus Iulias | T(ito) Prifernio Paeto Q(uinto) Fabio Postumino co(n)s(ulibus) | cohort(is) VI Thracum cui prae(e)st | Claudius Alpinus | pediti | Dolenti Sublusi f(ilio) Besso | et Valenti f(ilio) eius | descriptum et recognitum ex tabula | aenea quae fixa est Romae in muro | post templum divi Aug(usti) ad Minervam || Q(uinti) Aemili Soterichi | C(ai) Iuli Vitalis | Q(uinti) Pompei Homeri | P(ubli) Atimi Amerimni | P(ubli) Corneli Alexandri | L(uci) Pulli Trophimi | Q(uinti) Carrinati Quadrati.

«L’Imperatore Cesare Domiziano Augusto Germanico, figlio del Divo Vespasiano, pontefice massimo, avente potestà tribunizia per la quindicesima volta, essendo stato acclamato imperator per la ventiduesima volta ed essendo console per la diciassettesima volta, censore perpetuo e padre della patria, ai cavalieri e ai fanti che prestano servizio nell’ala praetoria e nelle dieci cohortesI Lusitanorum, I Cretum, I Montanorum, I Cilicum, I Flavia Hispanorum milliaria, II Flavia Commagenorum, III Raetorum, V Hispanorum, VI Thracum, VII Breucorum – dei cittadini romani, che si trovano in Moesia Superior[1] sotto il comando di Gneo Emilio Cicatricola Pompeo Longino e che hanno militato per venticinque anni[2] o più, come pure a quelli che hanno avuto un congedo onorevole dopo il servizio e i cui nomi sono scritti di seguito, a loro, ai loro figli e ai loro discendenti [l’imperatore] ha concesso la cittadinanza e il diritto di matrimonio con le spose che dovessero avere nel momento in cui la cittadinanza è stata loro attribuita o, per quelli che fossero celibi, con le spose che prenderanno in seguito, a condizione che ciascuno non sposi che una donna. Emesso il quarto giorno prima delle Idi di Luglio, sotto il consolato di Tito Prifernio Peto e di Quinto Fabio Postumino (= 12 luglio 96 d.C.). A Dolente Besso, figlio di Sublusio, fante della cohors VI Thracum, comandata da Claudio Alpino, e al figlio Valente; trascritto e riconosciuto conforme alla tavola di bronzo che è stata affissa a Roma, sulla parete dietro il Tempio del Divo Augusto, presso la statua di Minerva, // da Quinto Emilio Soterichio, Gaio Giulio Vitale, Quinto Pompeo Omero, Publio Atimo Amerinno, Publio Cornelio Alessandro, Lucio Pullo Trofimo e Quinto Carrinato Quadrato».

 

La frase finale è di particolare interesse, giacché c’informa che il diploma era la copia – o meglio, l’«estratto» – un documento originale esposto a Roma in un luogo pubblico: dapprima sul Campidoglio, «sulla base della statua del pretore Quinto Marcio Re, dietro il Tempio di Giove Ottimo Massimo», oppure «sul basamento dell’Altare della gens Iulia»; poi, a partire dall’anno 90, in muro post templum divi Augusti ad Minerva, come nel caso che s’è appena visto: un luogo, quest’ultimo, ai piedi del Campidoglio, più o meno corrispondente all’odierna piazza della Consolazione. Ciò significa che tutto faceva capo a Roma. Cioè che a Roma dovevano giungere, da ogni angolo dell’impero, tutte le informazioni relative ai congedi, a cominciare dagli elenchi dei soldati. Che a Roma, una volta redatto e «pubblicato» il documento ufficiale, venivano preparate anche le «copie» personalizzate. Infine, che da Roma quelle «copie» erano inviate a destinazione fino agli estremi confini dell’impero (dove infatti i diplomi – oltre un centinaio – sono stati ritrovati) per essere consegnate agli interessati, appositamente convocati.
È appena il caso di sottolineare come, per adempiere con rapida e perfetta esecuzione a tutte queste incombenze, fosse necessaria una burocrazia, centrale e periferica, estremamente ben organizzata ed efficiente (e un altrettanto organizzato ed efficiente servizio postale di corrieri a cavallo). Tutto questo dovette ripetersi per migliaia e migliaia di volte, nell’arco di almeno due secoli, visto ch’è stato calcolato come nel pieno periodo imperiale i congedati fossero ogni anno attorno ai quindicimila.

Diploma militare per L. Funisolano Vettoniano (CIL XVI 30). Tabula, bronzo, fine I sec. d.C. da Bad Deutsch-Altenburg (Carnuntum).

 

Quanto a questi, si trattava di uomini maturi ed esperti, ultraquarantenni, orgogliosi del loro passato, fiduciosi nell’avvenire, che, lasciando il servizio militare, potevano rientrare nella loro terra d’origine o andarsene da qualche altra parte (come quel marinaio della flotta del Tirreno che da Capo Miseno si trasferì nella non lontana Pompei, visto che in una di quella città fu ritrovato, nel 1874, un «decreto di congedo» emanato il 5 aprile dell’anno 71: pochi anni prima dell’eruzione!).
Ma più spesso succedeva che essi rimanessero nel luogo dove avevano lungamente militato, mettendovi casa con la famiglia che, non di rado, in quello stesso luogo, con una donna del posto, s’erano già formata e dove, magari, insieme agli altri benefici, avevano ricevuto un appezzamento di terreno, al posto della prevista «liquidazione» in denaro. Diventati così proprietari fondiari – e coltivatori diretti – i congedati incrementavano la popolazione di quei «borghi» che in genere si formavano nei pressi dei forti delle grandi unità militari alle quali i congedati stessi rimanevano in qualche modo legati, non solo sentimentalmente, ma anche concretamente – e proficuamente – con prestazioni, forniture e servizi di vario genere. Fino a che quegli stessi «borghi», anche grazie a loro, non finivano col trasformarsi in centri abitati di rilievo, molti dei quali sono stati all’origine di città tuttora esistenti, in Germania, in Inghilterra, in Spagna: da Bonn a Chester a Léon.
Non si può concludere senza osservare come la pratica del congedo – così strutturata e caratterizzata – abbia dato un contributo notevole alla romanizzazione (e all’urbanizzazione) di tante regioni periferiche dell’impero, specie in Occidente.
E come l’esercito sia stato lungamente, per il mondo romano, una sorta di «macchina di produzione di cittadini»: quasi una «riserva», inesauribile, alla quale attingere con tranquilla regolarità. E non senza garanzie di … buona riuscita.

 

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[1] Nei Balcani, tra le odierne Serbia e Bulgaria.

[2] Lett.: che hanno meritato di ricevere venticinque anni, o più, di stipendio.