Il problema della successione ad Alessandro e le prime guerre fra i Diadochi

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1. Concezioni statali a confronto nelle lotte dei Diadochi

L’ampia portata delle conquiste di Alessandro, la preesistente organizzazione di quei vastissimi territori, l’assenza di un erede che fosse all’altezza del sovrano scomparso o nell’età giusta da succedergli, condizionarono fortemente gli eventi successivi alla sua morte, che vanno sotto il nome di guerre dei Diadochi (da διάδοχοι, successori) e degli Epigoni (da ἐπίγονοι, discendenti) e occupano complessivamente un quarantennio (dal 323 fino alla battaglia di Curupedio, 281 a.C.). Il primo “ventennio” (323-301) fu il periodo di maggiore tensione, quando tutto fu messo in discussione, il potere centrale sulle regioni conquistate, come la stessa egemonia macedone sulla Grecia. Con la battaglia di Ipso (301), cioè con la sconfitta e la morte di Antigono Monoftalmo, l’assetto complessivo, che comportò una netta distinzione tra Egitto, Asia ed Europa macedone, poté dirsi ormai consolidato.

Nel 323 si era posto anzitutto il problema della forma del potere centrale, che aveva ricevuto una soluzione complessa: a Cratero (assente da Babilonia, perché in marcia con i veterani verso la Macedonia) era stato affidato il ruolo di προστάτης τῆς βασιλείας di Arrideo: in pratica, la monarchia era sottoposta a una sorta di procuratela (se non una tutela vera e propria). E al trono erano destinati Filippo Arrideo, fratellastro di Alessandro il Grande, e il nascituro figlio di quest’ultimo e di Rossane, se di sesso maschile.

L’intera problematica del rapporto fra le diverse funzioni dei successori di Alessandro può ricevere notevole chiarimento da paralleli antichi (persino micenei) e moderni, di duplicità di posizioni dominanti: quella del “capo dello Stato”, colui che incarna la sovranità, e quella del “primo ministro”: quindi quella di chi “regna” e quella di chi “governa”, di chi cioè detiene il potere operativo. Il governare poi, in entità statali arcaiche, coincide spesso di fatto con l’esercizio del potere militare: nella civiltà micenea, il ϝάναξ (signore) e il lawaghétas (il capo dei lawoí, degli “armati”), in quella macedone il βασιλεύς (re, o chi lo rappresenta) e il χιλίαρχος, che è il capo dei ‘mille’ (una nozione che sembra qui valere specialmente per gli armati). I due livelli del sommo potere si ritrovano in realtà di epoche diversissime e molto distanti.

A un gradino teoricamente più basso del βασιλεύς (o del προστάτης) si collocava – e già qui entrava in gioco l’influenza amministrativa persiana – il χιλίαρχος (gran visir o “primo ministro”) Perdicca, che però aveva così sotto di sé i territori asiatici. E infatti già allora si profilava una dicotomia nettissima tra parte originaria (europea) e parte acquisita (asiatica e libica) dell’impero macedone, visto che ad Antipatro restò affidata la funzione di stratego d’Europa.

Cavalleria macedone. Illustrazione di Johnny Shumate.

Senza l’esistenza formale ed effettiva della regalità macedone, era del resto poco giustificato l’esercizio di un dominio unitario di tutti i territori conquistati. Il dramma della successione ad Alessandro fu tutto qui. Già quando il conquistatore era in vita, si era posto per lui il problema di affidare l’amministrazione dei singoli distretti a governatori, forse già allora indicati come σατράπαι (satrapi). Perlopiù si era trattato di Macedoni o di Greci, ma non erano mancati casi di utilizzazione di Persiani (o d’altri orientali) “collaborazionisti”. Con la morte di Alessandro il principio della ripartizione territoriale si estese, ma si applicò anche in maniera complicata, andando molto al di là delle stesse suddivisioni tradizionali, rese plausibili dalla geografia come dalla storia: salvo per l’Egitto, di cui Tolemeo ebbe l’acume politico di garantirsi il controllo, che mai più (caso unico fra tutti i Diadochi) avrebbe perso.

Per il resto, fu la nascita di una geografia politica bizzarra e velleitaria: a Eumene, un greco di Cardia, capo della cancelleria regia (ἀρχιγραμματεύς, segretario generale), andarono i territori ancora da soggiogare di Paflagonia e Cappadocia; ad Antigono, la Panfilia, la Licia e la Frigia maggiore (nell’Asia minore meridionale e occidentale); a Leonnato fu data la Frigia ellespontica; a Lisimaco toccò la Tracia, benché formalmente sotto l’autorità dello stratego d’Europa, Antipatro[1].

La confusa serie di eventi può essere ricostruita secondo la logica degli sviluppi necessariamente conseguenti a queste premesse e raccordata intorno a periodi distinguibili almeno in parte fra loro.

Negli anni 323-321 le personalità dominanti e più attive nei due grandi tronconi dell’impero macedone furono Antipatro in Europa e Perdicca in Asia. Com’è chiaro, quest’ultimo aveva un nemico alle spalle, verso Occidente, in Antigono (che fuggì in Europa), e uno al di là del territorio asiatico da lui stesso controllato, in Egitto. In un’astratta logica territoriale, era proprio verso l’Egitto che Perdicca avrebbe dovuto rivolgere (e di fatto così fece) il suo sforzo di conquista, tanto più che in Asia minore poteva contare dell’appoggio di Eumene. L’inimicizia di gran parte della dirigenza macedone era tuttavia ‘assicurata’ a Perdicca dai suoi progetti di sposare Cleopatra, la sorella di Alessandro Magno (già vedova di Alessandro il Molosso, morto circa il 331 in Italia) e di porsi perciò come erede legittimo della dinastia degli Argeadi (con la naturale conseguenza dell’ostilità di Antipatro). Perdicca cadde vittima di un attentato, nel 321 a.C., alle porte dell’Egitto, a Pelusio[2].

 

Filippo III Arrideo. Tetradramma, Lampsaco 323-317 a.C. ca. Ar. 4,21 g. Recto: testa di Eracle voltata a destra con leontea.

 

2. I Greci e la morte di Alessandro: la Guerra lamiaca

Intanto la vocazione europea di Antipatro (che appare solo superficialmente smentita dal suo intervento nella guerra d’Asia contro Eumene, insieme con Cratero, e dagli accordi di Triparadiso nel 321) era quasi paradossalmente confermata dallo scoppio in Grecia della “Guerra lamiaca”, detta così dal nome della roccaforte tessalica presso il Golfo Maliaco (Làmia), dove Antipatro fu per qualche tempo, dal tardo 323, bloccato dai Greci insorti. Protagonisti della ribellione furono gli Ateniesi, in particolare l’oratore Iperide e lo stratego Leostene: quest’ultimo arruolò un esercito di mercenari raccolti in quella che ormai era diventata una piazza di particolare importanza di questo genere di “manodopera”, Tenaro, promontorio e città della Laconia[3]. La Lega ellenica di Corinto si sciolse; alla rivolta presero parte anche gli Etoli; fu allora che Demostene, in esilio a seguito dell’affare di Arpalo, poté rientrare in patria. La battaglia navale di Amorgo (nelle Sporadi), nell’estate del 322, segnò la vittoria del macedone Clito sulla flotta ateniese; poco dopo, Antipatro, raggiunto dai soccorsi di Cratero, sconfiggeva per terra gli Ateniesi a Crannone, in Tessaglia. Gravissime le conseguenze interne per la città: nel 322, per la terza volta nella sua storia, dopo gli eventi della Guerra del Peloponneso, la democrazia ateniese subiva il contraccolpo di un radicale cambiamento di regime, che diveniva di tipo timocratico, cioè basato sul censo, che era definito nella misura minima di una proprietà di 20 mine. Ne seguì la condanna a morte e l’esecuzione di Iperide, mentre Demostene, rifugiatosi nel santuario di Poseidone sull’isola di Calauria (sita di fronte alla città peloponnesiaca di Trezene, che era stata sempre in uno stretto rapporto con Atene), si tolse la vita, quando era ormai braccato dagli zelanti emissari di Antipatro (322)[4]. L’anno successivo raccordò momentaneamente fra loro le vicende d’Europa e d’Asia: Antigono era sbarcato già nel 322 a Efeso, recuperando quel suolo asiatico che, per la parte occidentale, era passato piuttosto sotto il controllo di Eumene; nella primavera del 321 Cratero e Antipatro varcarono l’Ellesponto e, mentre Antipatro avanzava verso la Cilicia, Cratero si fece incontro a Eumene (in una località asiatica di non facile determinazione), ma fu sconfitto, soprattutto per merito della soverchiante cavalleria avversaria, e trovò la morte sul campo[5].

 

Monumento funerario con statua di oplita. Tomba di Aristonaute, figlio di Archenaute, dal demo di Alae. Opera in stile Skopas. Marmo pario, IV secolo a.C. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

 

3. Antigono protagonista

La scomparsa dei due grandi rappresentanti del potere regale (Cratero e Perdicca) impose un riassetto dell’impero, che fu attuato nel convegno di Triparadiso (in Siria, forse nel 321): questa volta ἐπιμελητής dei re (non “del regno” di Arrideo) fu nominato Antipatro, che si ritirò in Europa con Filippo Arrideo, Euridice e Alessandro IV, figlio di Alessandro il Grande e di Rossane. Contro Eumene, il vecchio fautore di Perdicca (e dell’idea di un impero unitario centrato sui dominii dell’Asia), fu emessa una sentenza di morte, di cui doveva essere esecutore Antigono, che ormai si poneva come l’erede del progetto di impero asiatico di Perdicca (senza però ancora avere formalmente rinunciato a un ancor più ambizioso disegno unitario). Già Triparadiso prefigurò la grande tripartizione ellenistica (Europa macedone, Asia ed Egitto), pur includendo, per la parte più vasta e complessa – cioè l’Asia – tutte le incognite possibili degli sviluppi delle posizioni individuali.

Gli accordi del 321 provvidero in effetti a una nuova ripartizione delle satrapie, in generale, e già con essa minarono ulteriormente il principio dell’unità dell’impero. D’altra parte, e questo ne rappresentò l’aspetto più significativo, quanto fu deciso mise in luce una notevole chiaroveggenza in Antipatro, in quanto riflettevano il suo tentativo di scongiurare un conflitto che poi si sarebbe rivelato, per un ventennio, centrale, anzi come il filo conduttore della dinamica dei conflitti fra i Diadochi: quello che avrebbe opposto il figlio Cassandro, da un lato, e Antigono e Demetrio, dall’altro; un contrasto di personalità, ma anche di principi politici e di concezioni statali differenti. A scopo di conciliazione, Antipatro metteva Cassandro accanto, e subordinato, ad Antigono (stratego dell’Asia), come comandante della cavalleria; ma presto avrebbe dovuto richiamarlo in Macedonia per l’impossibilità di accordo fra i due. D’altro canto, Antipatro tentava di rinsaldare i rapporti matrimoniali tra la figlia Fila, vedova di Cratero, e Demetrio, figlio di Antigono e assai più giovane della consorte. All’interno e anche entro i limiti della prospettiva storica aperta dai Macedoni, Antipatro rappresentò un caso di saggezza politica, volta a conservare, se non un’unità formale dell’impero, che diveniva ogni giorno più teorica, almeno l’armonia fra le diverse parti in causa. I fatti successivi non assecondarono le intenzioni del vecchio macedone, che nondimeno occorre ben considerare.

Le decisioni assunte da Antipatro prima della morte (319) furono soluzioni interlocutorie, in cui alla preliminare intenzione legittimistica si mescolava il riconoscimento di fatto della ricostituita dicotomia tra Europa ed Asia: il vecchio generale, morendo, non lasciò al figlio Cassandro le sue stesse posizioni di potere, ma nominava “reggente del regno” il veterano Poliperconte, conferendogli però allo stesso tempo la carica su cui egli stesso aveva per anni fondato il proprio effettivo potere, cioè quella di “stratego d’Europa”; Cassandro era solo χιλίαρχος[6].

Scena di giuramento militare. Illustrazione di Peter Dennis.

Gli accordi di Triparadiso avevano anche messo in gioco personalità destinate a un grande futuro, come Seleuco, che ottenne la satrapia di Babilonia; altri invece, come Arrideo, satrapo della Frigia ellespontica, o Clito, satrapo di Lidia, apparvero come personaggi di rilievo solo per qualche anno.

Dopo la scomparsa di Antipatro si creò contro Poliperconte una naturale coalizione tra i quattro personaggi più importanti del momento: Antigono (stratego dell’Asia dal 321); Tolemeo, rimasto saggiamente satrapo dell’Egitto, rifiutando offerte maggiori, nei territori extraeuropei conquistati; Cassandro (rientrato già nel 321 in Macedonia con il padre); e ora, o forse qualche tempo più tardi, Lisimaco, saldamente insediato in Tracia. Antigono in Asia si rivelò il più intraprendente: sconfisse in Pisidia il fratello di Perdicca, Alceta, che venne assassinato poi dai suoi nella primavera del 319, e costrinse Eumene a richiudersi nella fortezza di Nora, ai confini tra Cappadocia e Licaonia.

In Europa, morto Antipatro e tenuto a bada Cassandro, fu dominante Poliperconte, che già aveva partecipato alla spedizione di Alessandro come comandante di alcune falangi. In Asia, Antigono, accantonata per il momento la resa dei conti con Eumene, procedette all’eliminazione degli ostacoli minori, attaccando la Frigia di Arrideo e la Lidia di Clito; così egli s’impadronì di Efeso e di una cospicua somma di denaro (600 talenti) destinata al tesoro macedone e proveniente dalla Cilicia. Ormai, però, la rottura fra i due principali protagonisti (Poliperconte e Antigono) era consumata: Cassandro abbandonò la Macedonia per raggiungere l’Asia[7].

 

Cavaliere macedone (dettaglio). Marmo, IV sec. a.C., dal cosiddetto Sarcofago di Alessandro. İstanbul Arkeoloji Müzeleri.

 

4. La politica dei generali macedoni in Europa

Ormai Poliperconte entrò sempre di più nel suo ruolo di “governatore dell’Europa”, anche se per conto della dinastia argeade; solo, capovolse le linee della politica verso i Greci, mettendo in luce una delle due anime che caratterizzavano l’atteggiamento macedone verso i regimi interni delle città elleniche. Egli emise così nel 318 un celebre decreto, con cui si restaurarono i regimi già vigenti sotto Filippo II, si richiamarono gli esuli, si ritirarono le guarnigioni macedoni, si restituì Samo ad Atene: un programma dunque di libertà e di autonomia, che di fatto proprio per Atene significò il ritorno della democrazia. L’invio in Attica del figlio Alessandro completò l’iniziativa di Poliperconte verso le istituzioni e verso la città, dove, nell’aprile dello stesso anno, fu rovesciato il governo oligarchico e giustiziato il gruppo di uomini che lo rappresentavano, Focione in testa[8].

Ma nello stesso 318 cominciarono i rovesci per Poliperconte e per questa tiepida primavera democratica. Clito, che si appoggiava al reggente, fu sconfitto in autunno da Antigono in una battaglia navale sul Bosforo; ad Atene Cassandro, istallatosi al Pireo, impose il governo di Demetrio del Falero, un peripatetico allievo di Teofrasto e collaboratore di Focione, che aveva però fatto in tempo a mettersi in salvo, rifugiandosi da lui. Fu restaurata ancora una volta la costituzione timocratica, tuttavia con abbassamento del censo minimo a 10 mine; primo stratego fu nominato proprio Demetrio, che governò come ἐπιμελητής τῆς πόλεως (curatore della città) per dieci anni; una guarnigione macedone rimase a Munichia (dalla primavera del 317)[9].

Cassandro dunque poté rientrare in forze in Macedonia e affrontare Poliperconte, a cui non restò che abbandonare il campo portandosi dietro Alessandro IV e Rossane, a causa delle numerose defezioni in favore del figlio di Antipatro. Fu allora che nacque l’alleanza formale tra Cassandro ed Euridice: la donna sostituì di fatto il marito, Filippo Arrideo, debole di mente, nell’esercizio del potere politico. In Grecia si schierarono per Cassandro le regioni centro-orientali, dalla Tessaglia alla Locride, alla Beozia e all’Eubea. Gli Etoli e la maggior parte dei Peloponnesiaci tennero invece la parte a Poliperconte. E mentre Cassandro fu impegnato nell’assedio di Tegea in Arcadia, avvenne il rientro di Olimpiade dall’Epiro in Macedonia, dietro sollecitazione di Poliperconte: Euridice la affronta al confine fra i due regni, ma le truppe macedoni l’abbandonano per passare dalla parte della prestigiosa madre di Alessandro Magno; costei allora prese tutte le sue vendette, facendo uccidere Filippo III ed Euridice, il fratello di Cassandro Nicanore e un altro centinaio di antichi nemici (estate-autunno del 317).

Soldato macedone con lancia e berretto (καυσία). Affresco, IV sec. a.C. dalla tomba di Agios Athanasios, Thessaloniki. Thessaloniki, Museo Archeologico.

Alla notizia di questi avvenimenti Cassandro lasciò l’assedio di Tegea per la Macedonia; Olimpiade si chiuse a Pidna insieme ad Alessandro IV e Rossane, ma nella primavera del 316 (?) fu costretta a capitolare, anche a seguito di numerose defezioni. Le condizioni della resa le garantivano salva la vita, ma non fu possibile per Cassandro resistere alla richiesta dei parenti delle vittime dell’ira sanguinaria della regina, di sottoporla a un processo di fronte al tribunale del popolo macedone; ne seguì la condanna a morte.

L’orgogliosa sovrana non accettò di fuggire ad Atene su una nave che Cassandro sembra averle offerto; Alessandro IV fu comunque trasferito ad Anfipoli sotto la custodia di Cassandro[10]. Questi, dal canto suo, fondò nel 316 una città da lui stesso denominata Cassandrea sul sito di Potidea (distrutta da Filippo II nel 356) e, forse nello stesso anno, presso l’antica Terme, Tessalonica (dal nome della figlia di Nicesipoli di Fere e di Filippo II). Certamente, nello stesso 316 egli richiamò in vita Tebe tra il giubilo di tanti Greci: una politica dunque, verso costoro, cauta sul piano dei regimi politici interni, ma aperta e sensibile sul terreno dell’insopprimibile esigenza ellenica di tenere in vita o rivitalizzare, a seconda dei casi, le πολεῖς e le loro tradizioni[11].

In Asia continuava intanto il confronto tra Antigono e i suoi nemici (e concorrenti) vecchi e nuovi. Eumene, che Poliperconte aveva nominato “stratego d’Asia” in opposizione al Monoftalmo, rotto ormai il blocco di Nora, aveva raggiunto la Fenicia e di lì la Siria. In Mesopotamia si era formata un’alleanza tra Seleuco, satrapo di Babilonia, e Pitone, già satrapo della Media, divenuto governatore delle “satrapie superiori”. Quando Eumene raggiunse la Mesopotamia, chiese invano a Seleuco e a Pitone il riconoscimento della sua autorità sull’Asia, ma ottenne di poter varcare il Tigri. Antigono gli era alle calcagna: l’inseguimento si estese dalla Mesopotamia alla Susiana, alla Paratacene, dove si verificarono vari scontri fra i due eserciti, fino alla Gabiene, dove Eumene subì un’ultima sconfitta, a cui seguirono – come al solito – la defezione delle truppe, che passarono tutte al vincitore, e la condanna a morte per alto tradimento e l’esecuzione del vinto e dei suoi più stretti collaboratori (316). Ma neanche a coloro che avevano tenuto la parte a Eumene andò tanto bene: il Monoftalmo represse un tentativo di ribellione di Pitone, che fu giustiziato, depose Peucesta dalla carica di satrapo di Persia (in cui l’aveva posto già Alessandro Magno) e mosse verso Babilonia per chiedere a Seleuco i rendiconti della sua amministrazione come satrapo della regione; quest’intenzione provocò la fuga di Seleuco, che presto raggiunse Tolemeo in Egitto[12].

Il secondo periodo delle lotte dei Diadochi (321-316) fu dunque caratterizzato da una progressiva assunzione del ruolo di erede di Alessandro in Europa da parte di Cassandro e di erede in Asia da parte di Antigono; erano rimasti sullo sfondo residui progetti legittimistici, di cui erano stati protagonisti Eumene, Poliperconte e Olimpiade. Il realismo della politica della spartizione era già presente nell’azione di diversi personaggi, ma non era riuscito a conseguire subito tutti i suoi risultati. Contro le ambizioni imperiali di Antigono si sarebbe determinata, come già era capitato con le posizioni legittimistiche di Poliperconte, una coalizione di quei sostenitori del principio particolaristico che ormai, dopo i drammatici eventi del 316, sarebbero usciti allo scoperto: Tolemeo, Lisimaco e lo stesso Cassandro.

 

Soldati macedoni. Affresco, IV sec. a.C. dalla tomba di Agios Athanasios, Thessaloniki. Thessaloniki, Museo Archeologico.

 

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Note

[1] Si vd. anche Diod. XVIII 3; Iust. XIII.

[2] Diod. XVIII 16, 22 ss.; 25; 29; 33-36; Arr. FGrHist 156 F 11; Iust. XIII 6 e 8; Plut. Eum. 8.

[3] Diod. XVII 111, 1-3; XVIII 8-18; 24 ss.; Arr. loc. cit.; Hyp. 6; Iust. XIII 5; Plut. Phoc. 23 ss.; Demosth. 27 ss.; Paus. I 25, 5. Sulle fonti di Diodoro, si vd. in part. E. Lepore, Leostene e le origini della guerra lamiaca, PP 10 (1955), 161-.

[4] Plut. Demetr. 10-11; De Alex. 338; Phoc. 26 ss.; Cam. 19; Demosth. 27 ss.; Diod. XVIII 15, 9; 16-18.

[5] Arr. loc. cit.; Diod. XVIII 29-32; Plut. Eum. 5-8; Iust. XIII 8, ecc.

[6] Fondamentali, per il periodo, Diod. XVIII 37-50; Arr. loc. cit.; Plut. Eum. 8-11.

[7] Diod. XVIII 51-54.

[8] Id. XVIII 55-67; Plut. Phoc. 31-38; Nep. Phoc. 2-4. Evidente l’importanza del tema ateniese nelle fonti di Diodoro.

[9] Fonti principali: Diod. XVIII 74; XX 45; Plut. Phoc. 35; 38; IG II/III2 1201; Dem1. De eloc. 5, 289.

[10] Iust. XIV 5, 5-8; 6, 1; Diod. XIX 11; 35; Paus. I 11, 3-4; VIII 7, 7.

[11] Iust. XIV 6; Diod. XIX 35 sg.; 49-55; Paus. V 23, 3; IX 7; SIG3 337 (sulla ricostruzione di Tebe).

[12] Diod. XIX 14-56; Plut. Eum. 13; App. Syr. 53, le fonti principali per queste vicende, in cui spicca quella di Seleuco.

 

***

Sitografia (documentari)

Kings and Generals, Alexander’s Successors: First War of the Diadochi 322–320 BC [YouTube].

Id., Diadochi Wars: Battles of Paraitakene and Gabiene 317–316 BC [YouTube].

Le prodezze di Alessandro nella battaglia sul Granico, 334 a.C. (Plut. Alex. 16)

Plutarco. Vite Parallele, a cura di D. MAGNINO, Milano, BUR, 2007, pp. 68-73.

Alessandro varca il Granico (ill. di P. Connolly).

 

[16, 1] Ἐν δὲ τούτῳ τῶν Δαρείου στρατηγῶν μεγάλην δύναμιν ἡθροικότων καὶ παρατεταγμένων ἐπὶ τῇ διαβάσει τοῦ Γρανικοῦ, μάχεσθαι μὲν ἴσως ἀναγκαῖον ἦν, ὥσπερ ἐν πύλαις τῆς Ἀσίας, περὶ τῆς εἰσόδου καὶ ἀρχῆς· [2] τοῦ δὲ ποταμοῦ τὸ βάθος καὶ τὴν ἀνωμαλίαν καὶ τραχύτητα τῶν πέραν ὄχθων, πρὸς οὓς ἔδει γίνεσθαι τὴν ἀπόβασιν μετὰ μάχης, τῶν πλείστων δεδιότων, ἐνίων δὲ καὶ τὸ περὶ τὸν μῆνα νενομισμένον οἰομένων δεῖν φυλάξασθαι (Δαισίου γὰρ οὐκ εἰώθεισαν οἱ βασιλεῖς τῶν Μακεδόνων ἐξάγειν τὴν στρατιάν), τοῦτο μὲν ἐπηνωρθώσατο, [3] κελεύσας δεύτερον Ἀρτεμίσιον ἄγειν· τοῦ δὲ Παρμενίωνος, ὡς ὀψὲ τῆς ὥρας οὔσης, οὐκ ἐῶντος ἀποκινδυνεύειν, εἰπὼν αἰσχύνεσθαι τὸν Ἑλλήσποντον, εἰ φοβήσεται τὸν Γρανικὸν διαβεβηκὼς ἐκεῖνον, ἐμβάλλει τῷ ῥεύματι σὺν [4] ἴλαις ἱππέων τρισκαίδεκα· καὶ πρὸς ἐναντία βέλη καὶ τόπους ἀπορρῶγας ὅπλοις καταπεφραγμένους καὶ ἵπποις ἐλαύνων, καὶ διὰ ῥεύματος παραφέροντος καὶ περικλύζοντος, ἔδοξε μανικῶς καὶ πρὸς ἀπόνοιαν μᾶλλον ἢ γνώμῃ [5] στρατηγεῖν. οὐ μὴν ἀλλ’ ἐμφὺς τῇ διαβάσει καὶ κρατήσας τῶν τόπων χαλεπῶς καὶ μόλις, ὑγρῶν καὶ περισφαλῶν γενομένων διὰ τὸν πηλόν, εὐθὺς ἠναγκάζετο φύρδην μάχεσθαι καὶ κατ’ ἄνδρα συμπλέκεσθαι τοῖς ἐπιφερομένοις, [6] πρὶν εἰς τάξιν τινὰ καταστῆναι τοὺς διαβαίνοντας. ἐνέκειντο γὰρ κραυγῇ, καὶ τοὺς ἵππους παραβάλλοντες τοῖς ἵπποις ἐχρῶντο δόρασι καὶ ξίφεσι τῶν δοράτων συντριβέντων.

[7] ὠσαμένων δὲ πολλῶν ἐπ’ αὐτὸν (ἦν δὲ τῇ πέλτῃ καὶ τοῦ κράνους τῇ χαίτῃ διαπρεπής, ἧς ἑκατέρωθεν εἱστήκει πτερὸν λευκότητι καὶ μεγέθει θαυμαστόν), ἀκοντισθεὶς μὲν ὑπὸ τὴν ὑποπτυχίδα τοῦ θώρακος οὐκ ἐτρώθη, [8] Ῥοισάκου δὲ καὶ Σπιθριδάτου τῶν στρατηγῶν προσφερομένων ἅμα, τὸν μὲν ἐκκλίνας, Ῥοισάκῃ δὲ προεμβαλὼν τεθωρακισμένῳ τὸ δόρυ καὶ κατακλάσας, οὕτως [9] ἐπὶ τὸ ἐγχειρίδιον ὥρμησε. συμπεπτωκότων δ’ αὐτῶν, ὁ Σπιθριδάτης ὑποστήσας ἐκ πλαγίων τὸν ἵππον καὶ μετὰ [10] σπουδῆς συνεξαναστάς, κοπίδι βαρβαρικῇ κατήνεγκε, καὶ τὸν μὲν λόφον ἀπέρραξε μετὰ θατέρου πτεροῦ, τὸ δὲ κράνος πρὸς τὴν πληγὴν ἀκριβῶς καὶ μόλις ἀντέσχεν, ὥστε τῶν πρώτων ψαῦσαι τριχῶν τὴν πτέρυγα τῆς κοπίδος.

[11] ἑτέραν δὲ τὸν Σπιθριδάτην πάλιν ἐπαιρόμενον ἔφθασε Κλεῖτος ὁ μέλας τῷ ξυστῷ διελάσας μέσον· ὁμοῦ δὲ καὶ Ῥοισάκης ἔπεσεν, ὑπ’ Ἀλεξάνδρου ξίφει [12] πληγείς. ἐν τούτῳ δὲ κινδύνου καὶ ἀγῶνος οὔσης τῆς ἱππομαχίας, ἥ τε φάλαγξ διέβαινε τῶν Μακεδόνων, καὶ [13] συνῆγον αἱ πεζαὶ δυνάμεις. οὐ μὴν ὑπέστησαν εὐρώστως οὐδὲ πολὺν χρόνον, ἀλλ’ ἔφυγον τραπόμενοι πλὴν τῶν μισθοφόρων Ἑλλήνων· οὗτοι δὲ πρός τινι λόφῳ [14] συστάντες, ᾔτουν τὰ πιστὰ τὸν Ἀλέξανδρον. ὁ δὲ θυμῷ μᾶλλον ἢ λογισμῷ πρῶτος ἐμβαλών, τόν θ’ ἵππον ἀποβάλλει ξίφει πληγέντα διὰ τῶν πλευρῶν (ἦν δ’ ἕτερος, οὐχ ὁ Βουκεφάλας), καὶ τοὺς πλείστους τῶν ἀποθανόντων καὶ τραυματισθέντων ἐκεῖ συνέβη κινδυνεῦσαι καὶ πεσεῖν, πρὸς ἀνθρώπους ἀπεγνωκότας καὶ μαχίμους συμπλεκομένους.

[15] λέγονται δὲ πεζοὶ μὲν δισμύριοι τῶν βαρβάρων, ἱππεῖς δὲ δισχίλιοι πεντακόσιοι πεσεῖν. τῶν δὲ περὶ τὸν Ἀλέξανδρον Ἀριστόβουλός φησι (FGrH. 139 F 5) τέσσαρας καὶ τριάκοντα νεκροὺς γενέσθαι τοὺς πάντας, ὧν ἐννέα [16] πεζοὺς εἶναι. τούτων μὲν οὖν ἐκέλευσεν εἰκόνας ἀνασταθῆναι [17] χαλκᾶς, ἃς Λύσιππος εἰργάσατο. κοινούμενος δὲ τὴν νίκην τοῖς Ἕλλησιν, ἰδίᾳ μὲν τοῖς Ἀθηναίοις ἔπεμψε τῶν αἰχμαλώτων τριακοσίας ἀσπίδας, κοινῇ δὲ τοῖς ἄλλοις λαφύροις ἐκέλευσεν ἐπιγράψαι φιλοτιμοτάτην [18] ἐπιγραφήν· Ἀλέξανδρος [ὁ] Φιλίππου καὶ οἱ Ἕλληνες πλὴν Λακεδαιμονίων ἀπὸ τῶν βαρβάρων τῶν τὴν Ἀσίαν [19] κατοικούντων. ἐκπώματα δὲ καὶ πορφύρας καὶ ὅσα τοιαῦτα τῶν Περσικῶν ἔλαβε, πάντα τῇ μητρὶ πλὴν ὀλίγων ἔπεμψεν.

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Alessandro nella zuffa contro i Persiani (ill. di R. Hook).

 

Intanto i generali di Dario avevano raccolto un grande esercito e lo avevano schierato al passaggio del fiume Granico: si era alle porte dell’Asia ed era quindi necessario lo scontro per potere entrare e affermare la supremazia. Ma la maggior parte degli ufficiali macedoni temevano per la profondità del fiume, l’irregolarità e l’asprezza della riva contrapposta, cui bisognava di necessità giungere combattendo, e alcuni che erano d’avviso che si dovesse rispettare quanto era nella tradizione per quel mese (infatti, nel mese di Daisio i re macedoni non erano soliti portare l’esercito fuori dalla patria); Alessandro ovviò a questa difficoltà ordinando di chiamare quel mese il secondo Artemisio, e quando poi Parmenione non volle che si attaccasse perché ormai era tardi, egli si buttò nella corrente con tredici squadroni di cavalieri, affermando che veniva disonorato l’Ellesponto se ora egli, dopo averlo attraversato, avesse avuto paura del Granico.

Davvero parve che egli agisse come un pazzo guidato da sconsideratezza più che da razionalità nel muovere contro i dardi avversari verso luoghi scoscesi, presidiati da fanti e cavalieri, in mezzo a una corrente che lo trascinava via sommergendolo. Persistette tuttavia nella volontà di attraversare e raggiunse a stento e con fatica quei luoghi che erano zeppi d’acqua e sdrucciolevoli per il fango; ma subito fu costretto a un confuso corpo a corpo con gli avversari prima di poter disporre i suoi, che attraversavano il fiume, in un certo ordine. I nemici, infatti, gli si buttavano addosso gridando e, accostando i cavalli ai cavalli, ricorrevano alle lance, e quando queste si fossero spezzate alle spade. Molti puntavano dritto su di lui (lo si riconosceva per lo scudo e il pennacchio dell’elmo ai lati del quale stava una penna di straordinaria grandezza e candore); raggiunto da un giavellotto al lembo inferiore della corazza, non fu però ferito, e quando Resace e Spitridate, comandanti persiani, gli si avventarono contro contemporaneamente, evitò uno dei due e, buttatosi su Resace, che era vestito di corazza, su di essa infranse la lancia e passò poi al pugnale. I due caddero a terra avvinghiati e Spitridate, di lato, con il cavallo ritto sulle zampe posteriori, egli steso ritto sul cavallo, menò giù un fendente con la scure barbarica: spezzò il cimiero con una delle penne, mentre l’elmo a stento resistette al colpo, tanto che il filo dell’ascia sfiorò i primi capelli. Mentre Spitridate levava l’arma per un secondo colpo, Clito il Nero lo prevenne e lo trapassò da parte a parte con la lancia. Nello stesso tempo cadde anche Resace, colpito dalla spada di Alessandro. Mentre la cavalleria era impegnata in questo violento scontro, la falange dei Macedoni attraversò il fiume e le fanterie vennero alle mani. I nemici, tuttavia, non resistettero a lungo né vigorosamente, ma disordinatamente fuggirono, eccetto i mercenari greci che si raccolsero su un colle e chiesero ad Alessandro di garantire loro la vita. Ma egli, procedendo per impulso più che con razionalità, caricò contro di loro e perse il cavallo trafitto da un colpo di spada al fianco (non era Bucefalo, ma un altro cavallo); e la maggior parte dei Macedoni, che caddero o furono feriti, proprio lì incontrò il proprio destino, perché lì venne a contatto con uomini che sapevano combattere e avevano perso le loro speranze.

Si dice che tra i barbari siano morti ventimila fanti e duemilacinquecento cavalieri; dei soldati di Alessandro, Aristobulo riferisce che ne caddero complessivamente trentaquattro, dei quali nove fanti, e per essi Alessandro ordinò che si erigessero statue di bronzo, realizzate da Lisippo. Volendo rendere partecipi della vittoria gli Elleni, mandò agli Ateniesi in particolare trecento scudi tolti ai prigionieri e, in generale, sul resto del bottino ordinò che si incidesse questa orgogliosissima epigrafe: «Alessandro, figlio di Filippo, e i Greci (tranne gli Spartani) le conquistarono ai barbari che abitano l’Asia». Alla madre, eccettuati pochi pezzi, mandò i vasi e la porpora e quanto di prezioso aveva sottratto ai Persiani.

La spedizione di Serse e Mardonio contro la Grecia

di D. MUSTI, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 287-293; bibl. pp. 318-319.

Nel 485 Dario era stato colto dalla morte nel corso dei preparativi per una nuova spedizione punitiva, che doveva essere ormai rivolta contro la Grecia interna, e fare tesoro delle deficienze messe in luce dalla spedizione del 490. Serse ne ereditava il disegno: si trattava in primo luogo di far valere la specifica qualità militare di una grande potenza territoriale come l’impero persiano, doveva perciò essere una grande spedizione di terra, affiancata e sostenuta dalla flotta. Nell’autunno del 481 le truppe di terra sono raccolte in Asia Minore, e vi tengono i quartieri d’inverno; nel giugno del 480 Serse fa loro varcare l’Ellesponto su due ponti di barche e, procedendo lungo la costa, raggiunge Terme in Macedonia.

Da parte greca, nello stesso lasso di tempo, si era tenuto un congresso all’Istmo degli Stati greci decisi a resistere ai Persiani. Si proclamò una pace generale fra i Greci; si richiamarono in patria gli esuli politici (così, tra l’altro, Aristide rientrò ad Atene): gli inviati di Serse, che chiedevano sottomissione ai Greci, riservando la punizione agli Ateniesi e agli stessi Spartani, furono rimandati indietro (e a Sparta addirittura messi a morte). Tuttavia, nel Peloponneso il re poteva contare sulla solidarietà della nemica di Sparta, Argo; Corcira promise un aiuto navale, che inviò solo con ritardo; Gelone di Siracusa rifiutò di associarsi alla resistenza greca, senza il conferimento di una posizione di comando almeno parziale, che i Greci tuttavia gli negarono[1].

La storia della spedizione di Serse, dal versante greco, è innanzitutto nella sequenza delle diverse linee di difesa successivamente adottate. Prima ancora del passaggio dell’Ellesponto da parte persiana, Peloponnesiaci, Ateniesi e Beoti sperimentarono lo sbarramento dei passi dell’Olimpo alla valle di Tempe, ma verificarono l’impossibilità della difesa e l’aggirabilità dell’Olimpo. La rinuncia a quel primo sbarramento comportava l’arretramento alla prossima strozzatura della strada verso la Grecia centro-meridionale, ma perciò anche l’abbandono della Tessaglia; ai Tessali, fra cui primeggiavano i signori di Larissa (i nobili Alevadi), non restò che sottomettersi al re persiano, con cui resero definitive le intese già per tempo avviate segretamente.

Le Termopile costituivano uno stretto varco tra il mare (che certo doveva essere presidiato da una flotta greca) e le pendici dell’Eta, i cui passaggi potevano permettere un aggiramento della posizione sulla sinistra, solo se mal sorvegliati. A difendere il passo furono inviati 4000 opliti peloponnesiaci al comando di Leonida, cui si congiunsero le forze dei popoli della Grecia centrale, Focesi, Locresi e Beoti; la flotta greca si attestò presso il tempio di Artemide sulla costa settentrionale dell’Eubea. Intanto la flotta persiana, mentre Serse giungeva (fine luglio del 480) alle Termopile, muoveva da Terme, per raggiungere dal mare la medesima posizione: al capo Sepia un’improvvisa e violenta tempesta provocò l’affondamento di molte navi. Qualche giorno dopo le navi persiane potevano ancorarsi ad Afete, proprio di fronte all’Artemisio; in due scontri, un discreto numero di navi nemiche finirono nelle mani dei Greci; l’attacco successivo, da parte persiana, si scontrò con una durissima resistenza e si concluse con gravi perdite.

Le Termopile e il passo (o sentiero) Anopaia (Anopea) (da P.W. Wallace, «AJA» 84, 1980, p. 18).

Molto più fortunata fu invece l’avanzata dei barbari per via di terra; essi tentarono l’aggiramento del passo sulla sinistra e vi riuscirono grazie alla negligente difesa da parte focese di un sentiero, una via (la famigerata Anopea), la cui presenza era stata del resto segnalata ai barbari da un disertore greco. Fra i Greci che erano a difesa del passo si diffuse il panico; la fuga fu generale: i 300 opliti spartani, lì presenti al comando del re Leonida, sacrificarono la loro vita «per obbedire agli ordini della città»; con loro si sacrificarono 700 Tespiesi, ma in totale perirono circa 4000 Greci. Ormai per la flotta la posizione dell’Artemisio diventava indifendibile, e ne seguiva l’abbandono dell’Eubea e il rientro dei diversi contingenti navali greci.

Allo sfondamento della posizione delle Termopile faceva seguito il dileguarsi dei Focesi, e la resa dei Beoti e dei Locresi Opunzi; è incerto se Delfi, che prima dell’arrivo persiano aveva tenuto un atteggiamento di prudenza e di sostanziale cedimento nei confronti delle richieste del re, sia stata saccheggiata[2]. È certo invece, e illuminante ai fini dell’intero problema della qualità della coscienza nazionale greca, che la spedizione persiana mette in luce diversità di comportamenti nell’àmbito del mondo greco e il formarsi di una solidarietà forte piuttosto fra i Greci delle regioni meridionali della penisola, che sono anche quelle in cui la forma cittadina ha avuto maggiore sviluppo. È insomma vero che si forma una solidarietà nazionale greca, ma è anche vero (ed è un dato fermo nel tempo) che questa solidarietà nazionale è assai lontana dall’identificarsi con l’intera area della grecità culturale e politica, ha invece l’asse portante in Atene e, per il momento, in Sparta: una situazione, questa, che prelude all’altra, in cui Atene diventerà la punta avanzata di tale coscienza, senza che vi si accompagnino reali progetti di unificazione politica della Grecia intera[3].

Ad Atene viene presa la decisione di abbandonare la città, di trasferire donne, bambini e suppellettili o animali a Salamina, ad Egina e soprattutto a Trezene, nel Peloponneso, una decisione di cui ci conserva una formulazione, rielaborata in età più tarda, una recente scoperta epigrafica (1959), il “decreto di Temistocle”, rinvenuto appunto a Trezene. Torna utile a Temistocle un oracolo che consiglia di affidarsi alla difesa di uno xylinon teichos, un «muro di legno», che egli interpreta come metaforica allusione alle navi[4]. Atene è abbandonata (circa agosto 480) alle devastazioni dei Persiani.

La flotta greca si concentra a Salamina, al comando dello spartano Euribiade; quella nemica, dalle acque dell’Eubea, raggiunge il Falero. Ateniesi, Egineti e Megaresi ottengono che i Greci affrontino i Persiani nel canale tra Salamina e l’Attica, e non all’altezza dell’Istmo, che avrebbe garantito la sicurezza del solo Peloponneso. Una sera di settembre del 480 la flotta persiana, che contava contingenti fenici e ionici, forza il canale, mentre truppe persiane sbarcano a terra, nell’Attica, e nell’isoletta di Psittalia (H. Gheorghios? O Lipsokoutala?), sita nel canale. Lo scontro avvenne al mattino, sotto gli occhi del re, che aveva fatto installare il suo trono sulla costa ateniese: agilità, capacità di manovra, esperienza dei luoghi giocarono a favore della flotta greca, che riuscì a sospingere quella persiana verso la costa attica, producendo in essa gravissime perdite; un corpo di opliti ateniesi, che si trovava a Salamina, sbarcava ora a Psittalia, facendo strage della guarnigione persiana.

La battaglia di Salamina (da N.G.L. Hammond, «JHS» 76, 1956, p. 33).

La tradizione ateniese presenta la battaglia di Salamina come una vittoria decisiva; non tutti gli storici moderni sono dello stesso parere. Per Beloch, la perdita di qualche centinaio di navi, all’Artemisio prima e a Salamina poi, poco avrebbe tolto per sé ai grandiosi successi ottenuti da Serse con la sua spedizione[5]. Questa considerazione è vera solo in parte: nella guerra di mare, certamente, la sconfitta subita a Salamina era di rilevantissime dimensioni e l’umiliazione per i Persiani cocente. Ma è anche vero che l’impero persiano era una potenza territoriale, la sua forza militare nazionale quella di terra e, non avendo subito per terra una qualunque sconfitta da parte greca, Serse poteva pensare di avere da giocare ancora la sua migliore carta e di dover ancora sperimentare la fortuna delle armi sul terreno più favorevole e congeniali ai Persiani. Prova ne è il fatto che la flotta rientra in Asia pochi giorni dopo la battaglia, mentre l’esercito è ricondotto dal re negli accampamenti invernali in Tessaglia, quindi affidato al comando di Mardonio, in previsione di un nuovo attacco, questa volta per via di terra, contro i Greci: Serse stesso si trasferisce a Sardi, in attesa degli eventi. I Greci, dal canto loro, recuperano posizioni nelle Cicladi e in Tracia; ma solo all’anno successivo (479) è riservata la ripresa dello scontro militare diretto. Mardonio, dopo aver invano sollecitato gli Ateniesi alla resa, anche servendosi degli equivoci uffici del re di Macedonia (Alessandro I), invade la Beozia e poi devasta nuovamente Atene (giugno 479), mentre la città è evacuata per la seconda volta.

Le forze peloponnesiache si riuniscono intanto all’Istmo, al comando dei reggenti Eurianatte e Pausania; un’avanguardia riesce a mettere Megara in salvo dalla minaccia dei Persiani che, passando per Decelea, si ritirano in Beozia, sulla sinistra (cioè a nord) del fiume Asopo, poco oltre le pendici settentrionali del monte Citerone; alle sue pendici vengono invece ad attestarsi i circa 50.000 Greci raccolti ormai a Megara, e procedenti vero la Beozia (12.000 opliti dal Peloponneso, 8000 da Atene, Megara e Platea e, per il resto, truppe leggere), contro un nemico di forze doppie. La dinamica della battaglia di Platea presenta due fasi ben distinte. Dapprima le forze si fronteggiano; più in alto sono i Greci, i quali poi, senza rinunciare alla posizione dominante, eseguono una manovra di accostamento al nemico, trasferendosi sui colli che delimitano verso sud la valle dell’Asopo, e occupando così lo spazio che va da Platea fino ad una altura che si erge al di sopra della fonte Gargafia. In una seconda fase, Pausania fa arretrare il suo centro e trasferisce l’ala destra allo sbocco di un passo del Citerone (Dryoskephalai), lasciando gli Ateniesi all’altezza di Platea; nel corso di questa manovra si sviluppa l’attacco persiano contro uno schieramento ormai disarticolato. Pausania riesce però a tener fronte all’attacco, fino alla ricostruzione di un solido fronte, costituito col sopraggiungere di Corinzi e di altri, e nel contrattacco travolge i Persiani, soprattutto dopo che lo stesso Mardonio è caduto sul campo. Nelle mani dei Greci finisce ora l’accampamento persiano, ma il luogotenente di Mardonio, Artabazo, riesce a portare in salvo circa 40.000 soldati sopravvissuti allo scontro[6].

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[1] Erodoto, VII 1 sgg.; sull’episodio della richiesta di aiuto a Gelone, 153-171 (e per la sua interpretazione, per il rapporto Sicilia-Sparta, v. quanto scrivo in «Kokalos» 30-31, 1984-85, pp. 343-345). Sulle forze persiane d’invasione, cfr. VII 184 sgg., 228, e anche 60, 87 (ca. 2.640.000 armati e altrettanti inservienti, secondo i calcoli erodotei, largamente congetturali e da ridurre drasticamente).

[2] Sulla spedizione di Serse, della διάβασις dell’Ellesponto fino alle Termopile, Erodoto, VII 54-239.

[3] In favore dell’idea del formarsi di una coscienza nazionale greca nel corso e per effetto delle guerre persiane, alquanto sfumato il giudizio di Beloch, GG2 II 1, pp. 65 e 75 sg.

[4] Sul “decreto di Temistocle” da Trezene, cfr. W.H. Jameson, in «Hesperia» 29, 1960, pp. 198-223; Id., ibid., 32, 1963, pp. 385 sgg.; L. Moretti, in «RFIC» 92, 1964, pp. 117-124; L. Braccesi, Il problema del decreto di Temistocle, Bologna 1968; M. Sordi e altri autori, in «RSA» 1, 1971, pp. 197-217. La flotta greca conta 310 navi per Eschilo, 370 per Erodoto.

[5] Dalla battaglia dell’Artemisio fino alla battaglia di Salamina e alla ritirata di Serse, Erodoto, VIII 1-120 (sull’Artemisio già VII 175-177; 183; 192-196); Eschilo, Persiani 290-510. Beloch, GG2 II 1, p. 51, considera di poco conto le perdite persiane, solo perché le navi erano fornite «da sudditi»; ma proprio in esse risiedeva la forza di attacco per mare dell’impero achemenide! Per Erodoto, VII 89-99, le triremi persiane erano 1207, le altre navi dei barbari 3000.

[6] Erodoto, VIII 121-144; IX 1-85, dall’indomani di Salamina fino alla battaglia di Platea. Sotto Mardonio combattono anche (va ricordato) Beoti, Locresi, Tessali, Macedoni e Focesi medizzanti.

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Bibliografia:

La spedizione di Serse e Mardonio: H. Delbrück, Die Perserkriege und die Burgunderkriege, Berlin 1887; G. Giannelli, La spedizione di Serse da Terme a Salamina, Milano 1924; C. Hignett, Xerxes’ Invasion of Greece, Oxford 1963; T. Cuyler Young, 480-479 B.C. A Persian Perspective, «IA» 15, 1980, pp. 123 sgg.

Sugli schieramenti greci (pro e contro la Persia): J. Wolski, «Historia» 22, 1973, pp. 3 sg. (sul significato di medismós): J. Holladay, Medism in Athens, 508-480 B.C., «G&R» 25, 1978, pp. 174 sgg.; D. Gillis, Collaboration with the Persians, Wiesbaden 1979; D.E. Graf, Medism: the Origin and Significance of the Term, «JHS» 104, 1984, pp. 15 sgg. (sulla continuità del nome Medi dai primi Achemenidi fino a Dario, quando si va affermando l’idea del dominio e il nome dei Persiani).

Temi collegati: Ph. Gauthier, Le parallèle Himère-Salamine au Ve et au IVe siècle av. J.Ch., «REA» 1966, pp. 5 sgg.; K. Meister, Das persisch-karthagische Bündnis von 481 v. Chr., «Historia» 19, 1970, pp. 607 sgg. (contro la storicità dei tentativi di alleanza persiano-cartaginese, affermati da Eforo, Diodoro, Giustino).

Termopile, Artemisio, Salamina: Y. Béquignon, La vallée du Spercheios, des origines au IVe siècle, Paris 1937 ; P.A. Brunt, The Hellenic League against Persia, «Historia» 2, 1953, pp. 125 sgg. ; A. Daskalakis, Problèmes historiques autour de la battaille des Thermopyles, Paris 1962 ; J.F. Lazenby, The Strategy of the Greeks in the Opening Campaign of the Persian War, «Hermes» 92, 1964, pp. 264 sgg. (ferma rivalutazione del ruolo dell’Artemisio); A.R. Burn, Thermopylai Revisited; and Some Topographical Notes on Marathon and Plataiai, in Festschr. F. Schachermeyr, Berlin 1977, pp. 89 sgg.; P.W. Wallace, The Anopaia Path at Thermopylai, «AJA» 84, 1980, pp. 15 sgg.; Id., Aphetai and the Battle of Artemision, in Studies Dow, Durham, N.C. 1984, pp. 305 sgg.

Sul “decreto di Temistocle”, altra bibliografia, oltre quella indicata nelle note di testo: N. Robertson, False Documents at Athens. Fifth Century History and Fourth Century Publicists, «Historical Reflections» 2, 1976, pp. 3 sgg.; M.M. Henderson, The Decree of Themistocles, «AClass» 20, 1977, pp. 85 sgg.; F.J. Frost, Troizen and the Persian War. Some New Data, «AJA» 82, 1978, pp. 105 sgg.; H.B. Mattingly, The Themistokles Decree from Troizen: Transmission and Status, in Classical Contributions. Studies in hon. of M.F. McGregor, Locust Valley, N.Y. 1981, pp. 79 sgg.; per l’autenticità: N.G.L. Hammond, The Narrative of Herodotus VII and the Decree of Themistocles at Troezen, «JHS» 102, 1982, pp. 75 sgg.

Salamina: N.G.L. Hammond, The Battle of Salamis, «JHS» 76, 1965, pp. 32 sgg.; A. Masaracchia, «Helikon» 9-10, 1969-70, pp. 68 sgg.; sull’identificazione di Psyttaleia: E. Bayer, «Historia» 18, 1969, p. 640 (Lipsokoutala); P.W. Wallace, «AJA» 73, 1969, pp. 293 sgg. (idem); sullo svolgimento della battaglia in part.: G. Roux, Eschyle, Hérodote, Diodore, Plutarque racontent la bataille de Salamine, «BCH» 98, 1974, pp. 51 sgg.; J. Delorme, Deux notes sur la bataille de Salamine, ibid. 102, 1978, pp. 87 sgg. (la linea dei Greci non si contrappone a quella persiana longitudinalmente, tra l’isola e l’Attica, ma trasversalmente, tra Kynosoura = Kap Varvári, e Keratópyrgos).

Battaglie di Platea, Micale, e altri eventi: E. Kirsten, Athener und Spartaner in der Schlacht bei Plataiai, «RhM» 86, 1937, pp. 50 sgg.; sul “giuramento di Platea”, cfr. P. Siewert, Der Eid von Plataiai, München 1972 (per l’autenticità); L. Prandi, Un falso documento del IV sec. a.C. Il giuramento di Platea, «RIL» 112, 1978, pp. 39 sgg.; W.K. Pritchett, Plataiai, «AJPh» 100, 1979, pp. 145 sgg.; P.W. Wallace, The Final Battle at Plataiai, in Studies pres. to E. Vanderpool, Princeton, N.J. 1982, pp. 183 sgg.; L. Boffo, Gli Ioni a Micale, «RIL» 111, 1977, pp. 83 sgg.; E. Luppino Manes, Il decreto ateniese di atimia contro Artemio di Zeleia, prosseno degli Ateniesi, «RSA» 12, 1982, pp. 241 sgg.; L. Prandi, Platea. Momenti e problemi della storia di una polis, Padova 1988.

La battaglia di Tapso (6 aprile 46 a.C.)

da Plutarco, Vita di Cesare, 52-53 in D. Magnino, A. La Penna (eds.), Plutarco. Vite parallele: Alessandro – Cesare, testo greco a fronte, Milano, BUR, 2007, pp. 422-427.

 

La battaglia di Tapso. Illustrazione di Igor Dzis.

 

52. τῶν δὲ περὶ Κάτωνα καὶ Σκηπίωνα μετὰ τὴν ἐν Φαρσάλῳ μάχην εἰς Λιβύην φυγόντων κἀκεῖ, τοῦ βασιλέως Ἰόβα βοηθοῦντος αὐτοῖς, ἠθροικότων δυνάμεις ἀξιολόγους, ἔγνω στρατεύειν ὁ Καῖσαρ ἐπ᾽ αὐτούς· καὶ περὶ τροπὰς χειμερινὰς διαβὰς εἰς Σικελίαν, καὶ βουλόμενος εὐθὺς ἀποκόψαι Τῶν περὶ αὐτὸν ἡγεμόνων ἅπασαν ἐλπίδα μελλήσεως καὶ διατριβῆς, ἐπὶ τοῦ κλύσματος ἔπηξε τὴν ἑαυτοῦ σκηνήν καὶ γενομένου πνεύματος ἐμβὰς ἀνήχθη μετὰ τρισχιλίων πεζῶν καὶ ἱππέων ὀλίγων, ἀποβιβάσας δὲ τούτους λαθών ἀνήχθη πάλιν, ὑπὲρ τῆς μείζονος ὀρρωδῶν δυνάμεως· καὶ κατὰ θάλατταν οὖσιν ἤδη προστυχών κατήγαγεν ἅπαντας εἰς τὸ στρατόπεδον. πυνθανόμενος δὲ χρησμῷ τινι παλαιῷ θαρρεῖν τοὺς πολεμίους, ὡς προσῆκον ἀεὶ τῷ Σκηπιώνων γένει κρατεῖν ἐν Λιβύῃ, χαλεπὸν εἰπεῖν εἴτε φλαυρίζων ἐν παιδιᾷ τινι τὸν Σκηπίωνα στρατηγοῦντα Τῶν πολεμίων, εἴτε καὶ σπουδῇ τὸν οἰωνὸν οἰκειούμενος, ἦν γὰρ καὶ παρ᾽ αὐτῷ τις ἄνθρωπος ἄλλως μὲν εὐκαταφρόνητος καὶ παρημελημένος, οἰκίας δὲ τῆς ‘ Ἀφρικανῶν Σκηπίων ἐκαλεῖτο Σαλλουστίων, τοῦτον ἐν ταῖς μάχαις προέταττεν ὥσπερ ἡγεμόνα τῆς στρατιᾶς, ἀναγκαζόμενος πολλάκις ἐξάπτεσθαι Τῶν πολεμίων καὶ φιλομαχεῖν. ἦν γὰρ οὔτε σῖτος τοῖς ἀνδράσιν ἄφθονος οὔτε ὑποζυγίοις χιλός, ἀλλὰ βρύοις ἠναγκάζοντο θαλαττίοις, ἀποπλυθείσης τῆς ἁλμυρίδος, ὀλίγην ἄγρωστιν ὥσπερ ἥδυσμα παραμιγνύντες ἐπάγειν τοὺς ἵππους, οἱ γὰρ Νομάδες ἐπιφαινόμενοι πολλοὶ καὶ ταχεῖς ἑκάστοτε κατεῖχον τὴν χώραν καί ποτε Τῶν Καίσαρος ἱππέων σχολὴν ἀγόντων ἔτυχε γὰρ αὐτοῖς ἀνὴρ Λίβυς ἐπιδεικνύμενος ὄρχησιν ἅμα καὶ μοναυλῶν θαύματος ἀξίως, οἱ δὲ τερπόμενοι καθῆντο τοῖς παισὶ τοὺς ἵππους ἐπιτρέψαντες, ἐξαίφνης περιελθόντες ἐμβάλλουσιν οἱ πολέμιοι, καὶ τοὺς μὲν αὐτοῦ κτείνουσι, τοῖς δὲ εἰς τὸ στρατόπεδον προτροπάδην ἐλαυνομένοις συνεισέπεσον. εἰ δὲ μὴ Καῖσαρ αὐτός, ἅμα δὲ Καίσαρι Πολλίων Ἀσίννιος βοηθοῦντες ἐκ τοῦ χάρακος ἔσχον τὴν φυγήν, διεπέπρακτ᾽ ἂν ὁ πόλεμος, ἔστι δ᾽ ὅτε καὶ καθ᾽ ἑτέραν μάχην ἐπλεονέκτησαν οἱ πολέμιοι συμπλοκῆς γενομένης, ἐν ᾗ Καῖσαρ τὸν ἀετοφόρον φεύγοντα λέγεται κατασχὼν ἐκ τοῦ αὐχένος ἀναστρέψαι καὶ εἰπεῖν “ἐνταῦθα εἰσιν οἱ πολέμιοι”.

 

Elefante africano. Mosaico, II-III sec. d.C. Tunisi, Musée nationale du Bardo.

 

53. τούτοις μέντοι τοῖς προτερήμασιν ἐπήρθη Σκηπίων μάχῃ κριθῆναι καὶ καταλιπὼν χωρὶς μὲν Ἀφράνιον, χωρὶς δὲ Ἰόβαν δι᾽ ὀλίγου στρατοπεδεύοντας, αὐτὸς ἐτείχιζεν ὑπὲρ λίμνης ἔρυμα τῷ στρατοπέδῳ περὶ πόλιν Θάψον, ὡς εἴη πᾶσιν ἐπὶ τὴν μάχην ὁρμητήριον καὶ καταφυγή. πονουμένῳ δὲ αὐτῷ περὶ ταῦτα Καῖσαρ ὑλώδεις τόπους καὶ προσβολὰς ἀφράστους ἔχοντας ἀμηχάνῳ τάχει διελθὼν τοὺς μὲν ἐκυκλοῦτο, τοῖς δὲ προσέβαλλε κατὰ στόμα, τρεψάμενος δὲ τούτους ἐχρῆτο τῷ καιρῷ καὶ τῇ ῥύμῃ τῆς τύχης, ὑφ᾽ ἧς αὐτοβοεὶ μὲν ᾕρει τὸ Ἀφρανίου στρατόπεδον, αὐτοβοεὶ δὲ φεύγοντος Ἰόβα διεπόρθει τὸ τῶν Νομάδων ἡμέρας δὲ μιᾶς μέρει μικρῷ τριῶν στρατοπέδων ἐγκρατὴς γεγονὼς καὶ πεντακισμυρίους τῶν πολεμίων ἀνῃρηκώς οὐδὲ πεντήκοντα τῶν ἰδίων ἀπέβαλεν. οἱ μὲν ταῦτα περὶ τῆς μάχης ἐκείνης ἀναγγέλλουσιν· οἱ δὲ οὔ φασιν αὐτὸν ἐν τῷ ἔργῳ γενέσθαι, συντάττοντος δὲ τὴν στρατιὰν καὶ διακοσμοῦντος ἅψασθαι τὸ σύνηθες νόσημα· τὸν δὲ εὐθὺς αἰσθόμενον ἀρχομένου, πρὶν ἐκταράττεσθαι καὶ καταλαμβάνεσθαι παντάπασιν ὑπὸ τοῦ πάθους τὴν αἴσθησιν ἤδη σειομένην, εἴς τινα, τῶν πλησίον πύργων κομισθῆναι καὶ διαγαγεῖν ἐν ἡσυχίᾳ, τῶν δὲ πεφευγότων ἐκ τῆς μάχης ὑπατικῶν καὶ στρατηγικῶν ἀνδρῶν οἱ μὲν ἑαυτοὺς διέφθειραν ἁλισκόμενοι, συχνοὺς δὲ Καῖσαρ ἔκτεινεν ἁλόντας.

 

Q. Cecilio Metello Pio Scipione. Africa sett., 47-46 a.C. Denario, Ar. 3,75 gr. Recto: Scipio Imp(erator). Elefante africano.

 

52. Catone e Scipione[1] dopo la battaglia di Farsalo erano fuggiti con i loro seguaci in Africa, e lì con l’aiuto del re Giuba[2] avevano radunato forze consistenti; Cesare decise di muovere contro di loro e venuto in Sicilia verso il solstizio d’inverno, volendo subito troncare le speranze di rinvio o di indugio che i suoi ufficiali nutrivano, mise le sue tende proprio in riva al mare: quando si levò il vento si imbarcò con tremila fanti e pochi cavalieri. Fatti sbarcare questi, di nuovo si mise per mare, segretamente, temendo per il grosso dell’esercito che incontrò in navigazione e che portò con il resto al campo. Qui venne a sapere che i nemici fidavano in un antico oracolo secondo il quale sempre la schiatta degli Scipioni avrebbe prevalso in Africa: ed è difficile dire se volesse farsi gioco di Scipione, comandante avversario, oppure volesse sul serio conciliarsi il vaticinio, ma siccome aveva nel suo esercito uno della casata di Scipione (per altro un uomo oscuro e diseredato), di nome Scipione Salvitto[3], lo pose sempre nelle battaglie in prima fila come comandante dell’esercito, dato che spesso era costretto a venire a contatto con i nemici e combattere. Non c’era infatti cibo sufficiente per tutti gli uomini, né foraggio per gli animali; essi erano costretti a nutrire i cavalli con piante marine, dopo averne deterso la salsedine, mescolandovi poca erba per dare un po’ di sapore. I Numidi infatti presidiavano quella regione sbucando ogni volta celermente e in gran numero; una volta, mentre i cavalieri di Cesare erano a riposo e, affidati i cavalli ai garzoni, sedevano divertendosi (un Africano faceva per loro una dimostrazione di danza e intanto suonava il flauto in modo mirabile), all’improvviso i nemici li circondano, e gli si buttano addosso, e alcuni li uccidono all’istante, altri ne inseguono mentre fuggono verso il campo in rotta. E se lo stesso Cesare, e con lui Asinio Pollione, accorsi in aiuto dal vallo non avessero frenato la fuga, la guerra si sarebbe conclusa in quel momento. Anche un’altra volta si venne alle mani e i nemici ebbero il sopravvento: in quel caso si dice che Cesare, preso per il collo l’aquilifero che fuggiva, lo fece voltare e gli disse: “Là sono i nemici!”.

 

Giuba I, re di Numdia. Testa, marmo, II sec. d.C. da Cherchell. Paris, Musée du Louvre.

 

53. Scipione fu indotto da questi successi a venire a battaglia decisiva; e lasciati da un lato Afranio e dall’altro Giuba, accampati a breve distanza, si diede a fortificare un luogo per il campo al di là del lago, vicino alla città di Tapso, perché fosse il punto di partenza per la battaglia e il luogo di rifugio per tutti. E mentre egli era affaccendato in tutto ciò, Cesare, superati con incredibile velocità i luoghi selvosi che presentavano impensate uscite, circondò una parte dei nemici, altri ne assalì frontalmente. Dopo aver volto in fuga questi, sfruttò la favorevole opportunità che la sorte gli offriva, e così al primo assalto conquistò il campo di Afranio e ugualmente al primo impeto saccheggiò quello dei Numidi, mentre Giuba si diede alla fuga: così, in una piccola parte di un sol giorno, divenne padrone di tre accampamenti, tolse di mezzo cinquantamila nemici e dei suoi non ne perse nemmeno cinquanta. Così riferiscono alcune fonti su questa battaglia; ma altre dicono che Cesare non prese parte all’assalto, perché mentre schierava in ordine l’esercito fu colto da un attacco epilettico; egli si accorse di quanto gli stava succedendo prima di uscir di sé e di essere totalmente sopraffatto dal male, e quando ormai le sue facoltà vacillavano si fece portare in una delle torri vicine e se ne stette lì tranquillo. Tra gli ex-consoli e gli ex-pretori scampati alla battaglia alcuni si uccisero al momento della cattura, parecchi ne fece uccidere Cesare dopo che furono fatti prigionieri.

Prigionieri nordafricani. Mosaico, II-III sec. d.C. Musée archaéologique de Tipaza.

 

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Note:

[1] Q. Cecilio Metello Scipione, suocero di Pompeo, comandava a Farsalo il centro dell’esercito pompeiano. Morirà suicida in Africa dopo la battaglia di Munda, avendo guidato quella guerra come generale supremo.

[2] Giuba I, figlio di Iempsale II, re di Numidia e Getulia, fu sempre ostile a Cesare; famoso per la sua arroganza e crudeltà, nella campagna d’Africa del 46 si uccise in Zama dopo la battaglia di Tapso, prima di essere raggiunto da Cesare vittorioso.

[3] Non si sa nulla di costui; c’è questione anche per quel che riguarda il nome.

La battaglia di Tanagra (457 a.C.)

A. Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Roma 2005, pp. 170-173.

 

[…] In un biennio erano successe tante cose, tutte piuttosto lesive del prestigio di Sparta. Viceversa, il prestigio di Atene era salito alle stelle: la capitale attica aveva dimostrato di poter agire brillantemente su ben tre fronti, infliggendo uno schiaffo all’Impero persiano, tenendo sotto scacco Egina e trovando perfino il modo di aiutare un alleato in difficoltà. Pericle aveva infine dato corso al sogno di Temistocle di unire Atene al suo porto del Pireo: i sette chilometri che intercorrevano tra la città e la costa erano pertanto divenuti, sulla scorta di quanto era stato fatto a Megara, un enorme cantiere, nel quale era stata inaugurata la costruzione di due file di mura, l’una, più settentrionale, che univa Atene al porto, l’altra, più a sud, dalla città alla baia di Falero; il tutto, a costituire una fortezza triangolare, inespugnabile da terra e rifornibile dal mare.

Oplita spartano. Illustrazione di P. Connolly.
Oplita spartano. Illustrazione di P. Connolly.

Però, in quell’epoca ebbe anche finalmente termine il decennale assedio al Monte Itome – sebbene i Lacedemoni dovessero accettare di lasciar liberi gli iloti rivoltosi –, e ciò mise finalmente Sparta in condizione di progettare avventure militari più a settentrione. Il primo atto degli efori che, in quel momento, erano i veri detentori del potere, fu di cercare alleati in Beozia, per contrastare l’alleanza tra Ateniesi e Tessali; ma la dissoluzione della Lega beotica, seguita all’invasione persiana, durante la quale Tebe aveva compromesso il proprio prestigio, risultando uno dei più attivi sostenitori di Serse, costrinse gli Spartani a impegnarsi militarmente per ricostruire, prima di ogni altro passo, l’autorità dei Tebani.

L’occasione venne loro offerta da una richiesta di aiuto dalla Doride, alla quale gli Spartani fecero seguire una spedizione con forze ben più consistenti di quelle necessarie a schiacciare l’aggressione dell’alleato, ovvero la Focide. Il nuovo reggente, Nicomede, trasferì per mare oltre il Golfo di Corinto 1.500 opliti spartani e 10.000 peloponnesiaci, e fu uno scherzo non solo sconfiggere i Focesi, ma anche occuparne le sedi.

Non abbiamo modo di sapere se l’incarico del reggente prevedesse anche la prosecuzione della guerra contro Atene; di certo, le mura erano in corso di costruzione e la città era ancora vulnerabile, e inoltre, per tornare nel Peloponneso via terra c’era da attraversare i passi della Megaride, presidiati dalle truppe ateniesi; via mare, poi, le navi di Atene avevano posto un blocco nelle acque del Golfo di Corinto. In ogni caso, poiché le póleis greche non riuscivano mai a essere compatte neanche al loro interno, gli oppositori dei programmi di Pericle invitarono il generale lacedemone a sferrare un attacco alla città, per far cadere il partito democratico e arrestare la dispendiosa costruzione delle mura.

A quel punto, l’invasione dell’Attica da parte degli Spartani sembrava davvero essere la tappa successiva più probabile dell’esercito di Nicomede, sia che questi ne avesse avuto o meno l’intenzione fin dall’inizio della campagna.

Pericle pensò bene di prevenirla, predisponendo una controffensiva in Beozia con un contingente di 13.000 opliti – non si sa bene trovati dove, se gli assedi di Egina e di Menfi erano ancora in corso –, 1.000 argivi e la cavalleria tessala.

L’urto tra i due eserciti avvenne nel maggio o nel giugno del 457 a.C. a Tanagra, in Beozia sull’Asopo, in prossimità del confine con l’Attica. Nulla si sa sullo svolgimento dello scontro, sul quale entrambe le fonti, Tucidide e Diodoro Siculo, sono estremamente laconiche, se non che fu molto cruento e che, forse, vi partecipò anche Pericle, distinguendosi in un ruolo subalterno. Dovette trattarsi della classica battaglia tra opliti, dal corso assai prevedibile, ancor più tipica per via della defezione della cavalleria tessala, che a scontro iniziato abbandonò gli Ateniesi e lasciò il campo alla sola fanteria.

E come ogni scontro oplitico, fu l’oscurità a determinare la fine delle ostilità, con un’appendice che non è chiaro se sia avvenuta contestualmente alle ultime fasi della battaglia, o durante le prime ore della notte. Secondo Diodoro, infatti, i Tessali che avevano defezionato si imbatterono in un convoglio di rifornimenti destinato agli Ateniesi, e lo assalirono approfittando del fatto che la scorta era inconsapevole del loro tradimento; gli Ateniesi gli andarono incontro fiduciosi, solo per essere trucidati uno a uno, sebbene qualcuno riuscisse a salvarsi e ad avvertire i commilitoni al campo. Sul luogo dell’imboscata sopraggiunsero allora altre truppe ateniesi, e poi anche spartane, che si affrontarono in perfetta formazione a falange replicando, in pratica, lo scontro di poco prima, fino a quando non si vide più a un palmo dal naso.

Sebbene Diodoro, l’unica fonte che si dilunghi un po’ sul combattimento di Tanagra, asserisca che il suo esito fu dubbio, tutte le altre fonti minori, da Plutarco a Giustino, da Platone a Cornelio Nepote, attribuiscono la vittoria agli Spartani, che d’altronde non trovarono più alcuna opposizione lungo i passi della Megaride. Il fatto che, dopo la vittoria, Nicomede non abbia neanche provato a minacciare direttamente Atene, e abbia proseguito alla volta dell’Istmo limitandosi a devastare il territorio di Megara, indica tutto sommato chiaramente che i Lacedemoni non avevano intrapreso la campagna per scontrarsi con gli Ateniesi – perlomeno non allora –, sebbene possa darsi che le perdite fossero state tali da sconsigliare il reggente dall’assumersi ulteriori rischi. Né, d’altronde, gli Ateniesi erano in condizione di opporsi alla ritirata spartana.

Però, furono in condizione di vanificare gli effetti della spedizione spartana in Beozia subito dopo. La ricostruzione della Lega beotica era cosa effimera, poiché il sostegno che i Lacedemoni fornivano a Tebe era controbilanciato dalla tendenza anti-federativa e democratica di tutti gli altri centri, cui Atene aveva tutto l’interesse a fornire il proprio appoggio. Ad appena due mesi dalla sconfitta di Tanagra, Mironide condusse nuovamente un esercito attico in Beozia, e colse una netta vittoria sui Tebani a Enofita; l’impresa permise ad Atene di diventare la forza egemone anche di quella regione, nella quale Tebe si ritrovò, da leader della Lega, isolato avamposto settentrionale degli Spartani e nulla più.

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Bibliografia:

J. Van Antwerp Fine, The Ancient Greeks: A Critical History, Cambridge-London 1983, p. 354.