Il problema della successione ad Alessandro e le prime guerre fra i Diadochi

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1. Concezioni statali a confronto nelle lotte dei Diadochi

L’ampia portata delle conquiste di Alessandro, la preesistente organizzazione di quei vastissimi territori, l’assenza di un erede che fosse all’altezza del sovrano scomparso o nell’età giusta da succedergli, condizionarono fortemente gli eventi successivi alla sua morte, che vanno sotto il nome di guerre dei Diadochi (da διάδοχοι, successori) e degli Epigoni (da ἐπίγονοι, discendenti) e occupano complessivamente un quarantennio (dal 323 fino alla battaglia di Curupedio, 281 a.C.). Il primo “ventennio” (323-301) fu il periodo di maggiore tensione, quando tutto fu messo in discussione, il potere centrale sulle regioni conquistate, come la stessa egemonia macedone sulla Grecia. Con la battaglia di Ipso (301), cioè con la sconfitta e la morte di Antigono Monoftalmo, l’assetto complessivo, che comportò una netta distinzione tra Egitto, Asia ed Europa macedone, poté dirsi ormai consolidato.

Nel 323 si era posto anzitutto il problema della forma del potere centrale, che aveva ricevuto una soluzione complessa: a Cratero (assente da Babilonia, perché in marcia con i veterani verso la Macedonia) era stato affidato il ruolo di προστάτης τῆς βασιλείας di Arrideo: in pratica, la monarchia era sottoposta a una sorta di procuratela (se non una tutela vera e propria). E al trono erano destinati Filippo Arrideo, fratellastro di Alessandro il Grande, e il nascituro figlio di quest’ultimo e di Rossane, se di sesso maschile.

L’intera problematica del rapporto fra le diverse funzioni dei successori di Alessandro può ricevere notevole chiarimento da paralleli antichi (persino micenei) e moderni, di duplicità di posizioni dominanti: quella del “capo dello Stato”, colui che incarna la sovranità, e quella del “primo ministro”: quindi quella di chi “regna” e quella di chi “governa”, di chi cioè detiene il potere operativo. Il governare poi, in entità statali arcaiche, coincide spesso di fatto con l’esercizio del potere militare: nella civiltà micenea, il ϝάναξ (signore) e il lawaghétas (il capo dei lawoí, degli “armati”), in quella macedone il βασιλεύς (re, o chi lo rappresenta) e il χιλίαρχος, che è il capo dei ‘mille’ (una nozione che sembra qui valere specialmente per gli armati). I due livelli del sommo potere si ritrovano in realtà di epoche diversissime e molto distanti.

A un gradino teoricamente più basso del βασιλεύς (o del προστάτης) si collocava – e già qui entrava in gioco l’influenza amministrativa persiana – il χιλίαρχος (gran visir o “primo ministro”) Perdicca, che però aveva così sotto di sé i territori asiatici. E infatti già allora si profilava una dicotomia nettissima tra parte originaria (europea) e parte acquisita (asiatica e libica) dell’impero macedone, visto che ad Antipatro restò affidata la funzione di stratego d’Europa.

Cavalleria macedone. Illustrazione di Johnny Shumate.

Senza l’esistenza formale ed effettiva della regalità macedone, era del resto poco giustificato l’esercizio di un dominio unitario di tutti i territori conquistati. Il dramma della successione ad Alessandro fu tutto qui. Già quando il conquistatore era in vita, si era posto per lui il problema di affidare l’amministrazione dei singoli distretti a governatori, forse già allora indicati come σατράπαι (satrapi). Perlopiù si era trattato di Macedoni o di Greci, ma non erano mancati casi di utilizzazione di Persiani (o d’altri orientali) “collaborazionisti”. Con la morte di Alessandro il principio della ripartizione territoriale si estese, ma si applicò anche in maniera complicata, andando molto al di là delle stesse suddivisioni tradizionali, rese plausibili dalla geografia come dalla storia: salvo per l’Egitto, di cui Tolemeo ebbe l’acume politico di garantirsi il controllo, che mai più (caso unico fra tutti i Diadochi) avrebbe perso.

Per il resto, fu la nascita di una geografia politica bizzarra e velleitaria: a Eumene, un greco di Cardia, capo della cancelleria regia (ἀρχιγραμματεύς, segretario generale), andarono i territori ancora da soggiogare di Paflagonia e Cappadocia; ad Antigono, la Panfilia, la Licia e la Frigia maggiore (nell’Asia minore meridionale e occidentale); a Leonnato fu data la Frigia ellespontica; a Lisimaco toccò la Tracia, benché formalmente sotto l’autorità dello stratego d’Europa, Antipatro[1].

La confusa serie di eventi può essere ricostruita secondo la logica degli sviluppi necessariamente conseguenti a queste premesse e raccordata intorno a periodi distinguibili almeno in parte fra loro.

Negli anni 323-321 le personalità dominanti e più attive nei due grandi tronconi dell’impero macedone furono Antipatro in Europa e Perdicca in Asia. Com’è chiaro, quest’ultimo aveva un nemico alle spalle, verso Occidente, in Antigono (che fuggì in Europa), e uno al di là del territorio asiatico da lui stesso controllato, in Egitto. In un’astratta logica territoriale, era proprio verso l’Egitto che Perdicca avrebbe dovuto rivolgere (e di fatto così fece) il suo sforzo di conquista, tanto più che in Asia minore poteva contare dell’appoggio di Eumene. L’inimicizia di gran parte della dirigenza macedone era tuttavia ‘assicurata’ a Perdicca dai suoi progetti di sposare Cleopatra, la sorella di Alessandro Magno (già vedova di Alessandro il Molosso, morto circa il 331 in Italia) e di porsi perciò come erede legittimo della dinastia degli Argeadi (con la naturale conseguenza dell’ostilità di Antipatro). Perdicca cadde vittima di un attentato, nel 321 a.C., alle porte dell’Egitto, a Pelusio[2].

 

Filippo III Arrideo. Tetradramma, Lampsaco 323-317 a.C. ca. Ar. 4,21 g. Recto: testa di Eracle voltata a destra con leontea.

 

2. I Greci e la morte di Alessandro: la Guerra lamiaca

Intanto la vocazione europea di Antipatro (che appare solo superficialmente smentita dal suo intervento nella guerra d’Asia contro Eumene, insieme con Cratero, e dagli accordi di Triparadiso nel 321) era quasi paradossalmente confermata dallo scoppio in Grecia della “Guerra lamiaca”, detta così dal nome della roccaforte tessalica presso il Golfo Maliaco (Làmia), dove Antipatro fu per qualche tempo, dal tardo 323, bloccato dai Greci insorti. Protagonisti della ribellione furono gli Ateniesi, in particolare l’oratore Iperide e lo stratego Leostene: quest’ultimo arruolò un esercito di mercenari raccolti in quella che ormai era diventata una piazza di particolare importanza di questo genere di “manodopera”, Tenaro, promontorio e città della Laconia[3]. La Lega ellenica di Corinto si sciolse; alla rivolta presero parte anche gli Etoli; fu allora che Demostene, in esilio a seguito dell’affare di Arpalo, poté rientrare in patria. La battaglia navale di Amorgo (nelle Sporadi), nell’estate del 322, segnò la vittoria del macedone Clito sulla flotta ateniese; poco dopo, Antipatro, raggiunto dai soccorsi di Cratero, sconfiggeva per terra gli Ateniesi a Crannone, in Tessaglia. Gravissime le conseguenze interne per la città: nel 322, per la terza volta nella sua storia, dopo gli eventi della Guerra del Peloponneso, la democrazia ateniese subiva il contraccolpo di un radicale cambiamento di regime, che diveniva di tipo timocratico, cioè basato sul censo, che era definito nella misura minima di una proprietà di 20 mine. Ne seguì la condanna a morte e l’esecuzione di Iperide, mentre Demostene, rifugiatosi nel santuario di Poseidone sull’isola di Calauria (sita di fronte alla città peloponnesiaca di Trezene, che era stata sempre in uno stretto rapporto con Atene), si tolse la vita, quando era ormai braccato dagli zelanti emissari di Antipatro (322)[4]. L’anno successivo raccordò momentaneamente fra loro le vicende d’Europa e d’Asia: Antigono era sbarcato già nel 322 a Efeso, recuperando quel suolo asiatico che, per la parte occidentale, era passato piuttosto sotto il controllo di Eumene; nella primavera del 321 Cratero e Antipatro varcarono l’Ellesponto e, mentre Antipatro avanzava verso la Cilicia, Cratero si fece incontro a Eumene (in una località asiatica di non facile determinazione), ma fu sconfitto, soprattutto per merito della soverchiante cavalleria avversaria, e trovò la morte sul campo[5].

 

Monumento funerario con statua di oplita. Tomba di Aristonaute, figlio di Archenaute, dal demo di Alae. Opera in stile Skopas. Marmo pario, IV secolo a.C. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

 

3. Antigono protagonista

La scomparsa dei due grandi rappresentanti del potere regale (Cratero e Perdicca) impose un riassetto dell’impero, che fu attuato nel convegno di Triparadiso (in Siria, forse nel 321): questa volta ἐπιμελητής dei re (non “del regno” di Arrideo) fu nominato Antipatro, che si ritirò in Europa con Filippo Arrideo, Euridice e Alessandro IV, figlio di Alessandro il Grande e di Rossane. Contro Eumene, il vecchio fautore di Perdicca (e dell’idea di un impero unitario centrato sui dominii dell’Asia), fu emessa una sentenza di morte, di cui doveva essere esecutore Antigono, che ormai si poneva come l’erede del progetto di impero asiatico di Perdicca (senza però ancora avere formalmente rinunciato a un ancor più ambizioso disegno unitario). Già Triparadiso prefigurò la grande tripartizione ellenistica (Europa macedone, Asia ed Egitto), pur includendo, per la parte più vasta e complessa – cioè l’Asia – tutte le incognite possibili degli sviluppi delle posizioni individuali.

Gli accordi del 321 provvidero in effetti a una nuova ripartizione delle satrapie, in generale, e già con essa minarono ulteriormente il principio dell’unità dell’impero. D’altra parte, e questo ne rappresentò l’aspetto più significativo, quanto fu deciso mise in luce una notevole chiaroveggenza in Antipatro, in quanto riflettevano il suo tentativo di scongiurare un conflitto che poi si sarebbe rivelato, per un ventennio, centrale, anzi come il filo conduttore della dinamica dei conflitti fra i Diadochi: quello che avrebbe opposto il figlio Cassandro, da un lato, e Antigono e Demetrio, dall’altro; un contrasto di personalità, ma anche di principi politici e di concezioni statali differenti. A scopo di conciliazione, Antipatro metteva Cassandro accanto, e subordinato, ad Antigono (stratego dell’Asia), come comandante della cavalleria; ma presto avrebbe dovuto richiamarlo in Macedonia per l’impossibilità di accordo fra i due. D’altro canto, Antipatro tentava di rinsaldare i rapporti matrimoniali tra la figlia Fila, vedova di Cratero, e Demetrio, figlio di Antigono e assai più giovane della consorte. All’interno e anche entro i limiti della prospettiva storica aperta dai Macedoni, Antipatro rappresentò un caso di saggezza politica, volta a conservare, se non un’unità formale dell’impero, che diveniva ogni giorno più teorica, almeno l’armonia fra le diverse parti in causa. I fatti successivi non assecondarono le intenzioni del vecchio macedone, che nondimeno occorre ben considerare.

Le decisioni assunte da Antipatro prima della morte (319) furono soluzioni interlocutorie, in cui alla preliminare intenzione legittimistica si mescolava il riconoscimento di fatto della ricostituita dicotomia tra Europa ed Asia: il vecchio generale, morendo, non lasciò al figlio Cassandro le sue stesse posizioni di potere, ma nominava “reggente del regno” il veterano Poliperconte, conferendogli però allo stesso tempo la carica su cui egli stesso aveva per anni fondato il proprio effettivo potere, cioè quella di “stratego d’Europa”; Cassandro era solo χιλίαρχος[6].

Scena di giuramento militare. Illustrazione di Peter Dennis.

Gli accordi di Triparadiso avevano anche messo in gioco personalità destinate a un grande futuro, come Seleuco, che ottenne la satrapia di Babilonia; altri invece, come Arrideo, satrapo della Frigia ellespontica, o Clito, satrapo di Lidia, apparvero come personaggi di rilievo solo per qualche anno.

Dopo la scomparsa di Antipatro si creò contro Poliperconte una naturale coalizione tra i quattro personaggi più importanti del momento: Antigono (stratego dell’Asia dal 321); Tolemeo, rimasto saggiamente satrapo dell’Egitto, rifiutando offerte maggiori, nei territori extraeuropei conquistati; Cassandro (rientrato già nel 321 in Macedonia con il padre); e ora, o forse qualche tempo più tardi, Lisimaco, saldamente insediato in Tracia. Antigono in Asia si rivelò il più intraprendente: sconfisse in Pisidia il fratello di Perdicca, Alceta, che venne assassinato poi dai suoi nella primavera del 319, e costrinse Eumene a richiudersi nella fortezza di Nora, ai confini tra Cappadocia e Licaonia.

In Europa, morto Antipatro e tenuto a bada Cassandro, fu dominante Poliperconte, che già aveva partecipato alla spedizione di Alessandro come comandante di alcune falangi. In Asia, Antigono, accantonata per il momento la resa dei conti con Eumene, procedette all’eliminazione degli ostacoli minori, attaccando la Frigia di Arrideo e la Lidia di Clito; così egli s’impadronì di Efeso e di una cospicua somma di denaro (600 talenti) destinata al tesoro macedone e proveniente dalla Cilicia. Ormai, però, la rottura fra i due principali protagonisti (Poliperconte e Antigono) era consumata: Cassandro abbandonò la Macedonia per raggiungere l’Asia[7].

 

Cavaliere macedone (dettaglio). Marmo, IV sec. a.C., dal cosiddetto Sarcofago di Alessandro. İstanbul Arkeoloji Müzeleri.

 

4. La politica dei generali macedoni in Europa

Ormai Poliperconte entrò sempre di più nel suo ruolo di “governatore dell’Europa”, anche se per conto della dinastia argeade; solo, capovolse le linee della politica verso i Greci, mettendo in luce una delle due anime che caratterizzavano l’atteggiamento macedone verso i regimi interni delle città elleniche. Egli emise così nel 318 un celebre decreto, con cui si restaurarono i regimi già vigenti sotto Filippo II, si richiamarono gli esuli, si ritirarono le guarnigioni macedoni, si restituì Samo ad Atene: un programma dunque di libertà e di autonomia, che di fatto proprio per Atene significò il ritorno della democrazia. L’invio in Attica del figlio Alessandro completò l’iniziativa di Poliperconte verso le istituzioni e verso la città, dove, nell’aprile dello stesso anno, fu rovesciato il governo oligarchico e giustiziato il gruppo di uomini che lo rappresentavano, Focione in testa[8].

Ma nello stesso 318 cominciarono i rovesci per Poliperconte e per questa tiepida primavera democratica. Clito, che si appoggiava al reggente, fu sconfitto in autunno da Antigono in una battaglia navale sul Bosforo; ad Atene Cassandro, istallatosi al Pireo, impose il governo di Demetrio del Falero, un peripatetico allievo di Teofrasto e collaboratore di Focione, che aveva però fatto in tempo a mettersi in salvo, rifugiandosi da lui. Fu restaurata ancora una volta la costituzione timocratica, tuttavia con abbassamento del censo minimo a 10 mine; primo stratego fu nominato proprio Demetrio, che governò come ἐπιμελητής τῆς πόλεως (curatore della città) per dieci anni; una guarnigione macedone rimase a Munichia (dalla primavera del 317)[9].

Cassandro dunque poté rientrare in forze in Macedonia e affrontare Poliperconte, a cui non restò che abbandonare il campo portandosi dietro Alessandro IV e Rossane, a causa delle numerose defezioni in favore del figlio di Antipatro. Fu allora che nacque l’alleanza formale tra Cassandro ed Euridice: la donna sostituì di fatto il marito, Filippo Arrideo, debole di mente, nell’esercizio del potere politico. In Grecia si schierarono per Cassandro le regioni centro-orientali, dalla Tessaglia alla Locride, alla Beozia e all’Eubea. Gli Etoli e la maggior parte dei Peloponnesiaci tennero invece la parte a Poliperconte. E mentre Cassandro fu impegnato nell’assedio di Tegea in Arcadia, avvenne il rientro di Olimpiade dall’Epiro in Macedonia, dietro sollecitazione di Poliperconte: Euridice la affronta al confine fra i due regni, ma le truppe macedoni l’abbandonano per passare dalla parte della prestigiosa madre di Alessandro Magno; costei allora prese tutte le sue vendette, facendo uccidere Filippo III ed Euridice, il fratello di Cassandro Nicanore e un altro centinaio di antichi nemici (estate-autunno del 317).

Soldato macedone con lancia e berretto (καυσία). Affresco, IV sec. a.C. dalla tomba di Agios Athanasios, Thessaloniki. Thessaloniki, Museo Archeologico.

Alla notizia di questi avvenimenti Cassandro lasciò l’assedio di Tegea per la Macedonia; Olimpiade si chiuse a Pidna insieme ad Alessandro IV e Rossane, ma nella primavera del 316 (?) fu costretta a capitolare, anche a seguito di numerose defezioni. Le condizioni della resa le garantivano salva la vita, ma non fu possibile per Cassandro resistere alla richiesta dei parenti delle vittime dell’ira sanguinaria della regina, di sottoporla a un processo di fronte al tribunale del popolo macedone; ne seguì la condanna a morte.

L’orgogliosa sovrana non accettò di fuggire ad Atene su una nave che Cassandro sembra averle offerto; Alessandro IV fu comunque trasferito ad Anfipoli sotto la custodia di Cassandro[10]. Questi, dal canto suo, fondò nel 316 una città da lui stesso denominata Cassandrea sul sito di Potidea (distrutta da Filippo II nel 356) e, forse nello stesso anno, presso l’antica Terme, Tessalonica (dal nome della figlia di Nicesipoli di Fere e di Filippo II). Certamente, nello stesso 316 egli richiamò in vita Tebe tra il giubilo di tanti Greci: una politica dunque, verso costoro, cauta sul piano dei regimi politici interni, ma aperta e sensibile sul terreno dell’insopprimibile esigenza ellenica di tenere in vita o rivitalizzare, a seconda dei casi, le πολεῖς e le loro tradizioni[11].

In Asia continuava intanto il confronto tra Antigono e i suoi nemici (e concorrenti) vecchi e nuovi. Eumene, che Poliperconte aveva nominato “stratego d’Asia” in opposizione al Monoftalmo, rotto ormai il blocco di Nora, aveva raggiunto la Fenicia e di lì la Siria. In Mesopotamia si era formata un’alleanza tra Seleuco, satrapo di Babilonia, e Pitone, già satrapo della Media, divenuto governatore delle “satrapie superiori”. Quando Eumene raggiunse la Mesopotamia, chiese invano a Seleuco e a Pitone il riconoscimento della sua autorità sull’Asia, ma ottenne di poter varcare il Tigri. Antigono gli era alle calcagna: l’inseguimento si estese dalla Mesopotamia alla Susiana, alla Paratacene, dove si verificarono vari scontri fra i due eserciti, fino alla Gabiene, dove Eumene subì un’ultima sconfitta, a cui seguirono – come al solito – la defezione delle truppe, che passarono tutte al vincitore, e la condanna a morte per alto tradimento e l’esecuzione del vinto e dei suoi più stretti collaboratori (316). Ma neanche a coloro che avevano tenuto la parte a Eumene andò tanto bene: il Monoftalmo represse un tentativo di ribellione di Pitone, che fu giustiziato, depose Peucesta dalla carica di satrapo di Persia (in cui l’aveva posto già Alessandro Magno) e mosse verso Babilonia per chiedere a Seleuco i rendiconti della sua amministrazione come satrapo della regione; quest’intenzione provocò la fuga di Seleuco, che presto raggiunse Tolemeo in Egitto[12].

Il secondo periodo delle lotte dei Diadochi (321-316) fu dunque caratterizzato da una progressiva assunzione del ruolo di erede di Alessandro in Europa da parte di Cassandro e di erede in Asia da parte di Antigono; erano rimasti sullo sfondo residui progetti legittimistici, di cui erano stati protagonisti Eumene, Poliperconte e Olimpiade. Il realismo della politica della spartizione era già presente nell’azione di diversi personaggi, ma non era riuscito a conseguire subito tutti i suoi risultati. Contro le ambizioni imperiali di Antigono si sarebbe determinata, come già era capitato con le posizioni legittimistiche di Poliperconte, una coalizione di quei sostenitori del principio particolaristico che ormai, dopo i drammatici eventi del 316, sarebbero usciti allo scoperto: Tolemeo, Lisimaco e lo stesso Cassandro.

 

Soldati macedoni. Affresco, IV sec. a.C. dalla tomba di Agios Athanasios, Thessaloniki. Thessaloniki, Museo Archeologico.

 

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Note

[1] Si vd. anche Diod. XVIII 3; Iust. XIII.

[2] Diod. XVIII 16, 22 ss.; 25; 29; 33-36; Arr. FGrHist 156 F 11; Iust. XIII 6 e 8; Plut. Eum. 8.

[3] Diod. XVII 111, 1-3; XVIII 8-18; 24 ss.; Arr. loc. cit.; Hyp. 6; Iust. XIII 5; Plut. Phoc. 23 ss.; Demosth. 27 ss.; Paus. I 25, 5. Sulle fonti di Diodoro, si vd. in part. E. Lepore, Leostene e le origini della guerra lamiaca, PP 10 (1955), 161-.

[4] Plut. Demetr. 10-11; De Alex. 338; Phoc. 26 ss.; Cam. 19; Demosth. 27 ss.; Diod. XVIII 15, 9; 16-18.

[5] Arr. loc. cit.; Diod. XVIII 29-32; Plut. Eum. 5-8; Iust. XIII 8, ecc.

[6] Fondamentali, per il periodo, Diod. XVIII 37-50; Arr. loc. cit.; Plut. Eum. 8-11.

[7] Diod. XVIII 51-54.

[8] Id. XVIII 55-67; Plut. Phoc. 31-38; Nep. Phoc. 2-4. Evidente l’importanza del tema ateniese nelle fonti di Diodoro.

[9] Fonti principali: Diod. XVIII 74; XX 45; Plut. Phoc. 35; 38; IG II/III2 1201; Dem1. De eloc. 5, 289.

[10] Iust. XIV 5, 5-8; 6, 1; Diod. XIX 11; 35; Paus. I 11, 3-4; VIII 7, 7.

[11] Iust. XIV 6; Diod. XIX 35 sg.; 49-55; Paus. V 23, 3; IX 7; SIG3 337 (sulla ricostruzione di Tebe).

[12] Diod. XIX 14-56; Plut. Eum. 13; App. Syr. 53, le fonti principali per queste vicende, in cui spicca quella di Seleuco.

 

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Sitografia (documentari)

Kings and Generals, Alexander’s Successors: First War of the Diadochi 322–320 BC [YouTube].

Id., Diadochi Wars: Battles of Paraitakene and Gabiene 317–316 BC [YouTube].

La spedizione di Serse e Mardonio contro la Grecia

di D. MUSTI, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 287-293; bibl. pp. 318-319.

Nel 485 Dario era stato colto dalla morte nel corso dei preparativi per una nuova spedizione punitiva, che doveva essere ormai rivolta contro la Grecia interna, e fare tesoro delle deficienze messe in luce dalla spedizione del 490. Serse ne ereditava il disegno: si trattava in primo luogo di far valere la specifica qualità militare di una grande potenza territoriale come l’impero persiano, doveva perciò essere una grande spedizione di terra, affiancata e sostenuta dalla flotta. Nell’autunno del 481 le truppe di terra sono raccolte in Asia Minore, e vi tengono i quartieri d’inverno; nel giugno del 480 Serse fa loro varcare l’Ellesponto su due ponti di barche e, procedendo lungo la costa, raggiunge Terme in Macedonia.

Da parte greca, nello stesso lasso di tempo, si era tenuto un congresso all’Istmo degli Stati greci decisi a resistere ai Persiani. Si proclamò una pace generale fra i Greci; si richiamarono in patria gli esuli politici (così, tra l’altro, Aristide rientrò ad Atene): gli inviati di Serse, che chiedevano sottomissione ai Greci, riservando la punizione agli Ateniesi e agli stessi Spartani, furono rimandati indietro (e a Sparta addirittura messi a morte). Tuttavia, nel Peloponneso il re poteva contare sulla solidarietà della nemica di Sparta, Argo; Corcira promise un aiuto navale, che inviò solo con ritardo; Gelone di Siracusa rifiutò di associarsi alla resistenza greca, senza il conferimento di una posizione di comando almeno parziale, che i Greci tuttavia gli negarono[1].

La storia della spedizione di Serse, dal versante greco, è innanzitutto nella sequenza delle diverse linee di difesa successivamente adottate. Prima ancora del passaggio dell’Ellesponto da parte persiana, Peloponnesiaci, Ateniesi e Beoti sperimentarono lo sbarramento dei passi dell’Olimpo alla valle di Tempe, ma verificarono l’impossibilità della difesa e l’aggirabilità dell’Olimpo. La rinuncia a quel primo sbarramento comportava l’arretramento alla prossima strozzatura della strada verso la Grecia centro-meridionale, ma perciò anche l’abbandono della Tessaglia; ai Tessali, fra cui primeggiavano i signori di Larissa (i nobili Alevadi), non restò che sottomettersi al re persiano, con cui resero definitive le intese già per tempo avviate segretamente.

Le Termopile costituivano uno stretto varco tra il mare (che certo doveva essere presidiato da una flotta greca) e le pendici dell’Eta, i cui passaggi potevano permettere un aggiramento della posizione sulla sinistra, solo se mal sorvegliati. A difendere il passo furono inviati 4000 opliti peloponnesiaci al comando di Leonida, cui si congiunsero le forze dei popoli della Grecia centrale, Focesi, Locresi e Beoti; la flotta greca si attestò presso il tempio di Artemide sulla costa settentrionale dell’Eubea. Intanto la flotta persiana, mentre Serse giungeva (fine luglio del 480) alle Termopile, muoveva da Terme, per raggiungere dal mare la medesima posizione: al capo Sepia un’improvvisa e violenta tempesta provocò l’affondamento di molte navi. Qualche giorno dopo le navi persiane potevano ancorarsi ad Afete, proprio di fronte all’Artemisio; in due scontri, un discreto numero di navi nemiche finirono nelle mani dei Greci; l’attacco successivo, da parte persiana, si scontrò con una durissima resistenza e si concluse con gravi perdite.

Le Termopile e il passo (o sentiero) Anopaia (Anopea) (da P.W. Wallace, «AJA» 84, 1980, p. 18).

Molto più fortunata fu invece l’avanzata dei barbari per via di terra; essi tentarono l’aggiramento del passo sulla sinistra e vi riuscirono grazie alla negligente difesa da parte focese di un sentiero, una via (la famigerata Anopea), la cui presenza era stata del resto segnalata ai barbari da un disertore greco. Fra i Greci che erano a difesa del passo si diffuse il panico; la fuga fu generale: i 300 opliti spartani, lì presenti al comando del re Leonida, sacrificarono la loro vita «per obbedire agli ordini della città»; con loro si sacrificarono 700 Tespiesi, ma in totale perirono circa 4000 Greci. Ormai per la flotta la posizione dell’Artemisio diventava indifendibile, e ne seguiva l’abbandono dell’Eubea e il rientro dei diversi contingenti navali greci.

Allo sfondamento della posizione delle Termopile faceva seguito il dileguarsi dei Focesi, e la resa dei Beoti e dei Locresi Opunzi; è incerto se Delfi, che prima dell’arrivo persiano aveva tenuto un atteggiamento di prudenza e di sostanziale cedimento nei confronti delle richieste del re, sia stata saccheggiata[2]. È certo invece, e illuminante ai fini dell’intero problema della qualità della coscienza nazionale greca, che la spedizione persiana mette in luce diversità di comportamenti nell’àmbito del mondo greco e il formarsi di una solidarietà forte piuttosto fra i Greci delle regioni meridionali della penisola, che sono anche quelle in cui la forma cittadina ha avuto maggiore sviluppo. È insomma vero che si forma una solidarietà nazionale greca, ma è anche vero (ed è un dato fermo nel tempo) che questa solidarietà nazionale è assai lontana dall’identificarsi con l’intera area della grecità culturale e politica, ha invece l’asse portante in Atene e, per il momento, in Sparta: una situazione, questa, che prelude all’altra, in cui Atene diventerà la punta avanzata di tale coscienza, senza che vi si accompagnino reali progetti di unificazione politica della Grecia intera[3].

Ad Atene viene presa la decisione di abbandonare la città, di trasferire donne, bambini e suppellettili o animali a Salamina, ad Egina e soprattutto a Trezene, nel Peloponneso, una decisione di cui ci conserva una formulazione, rielaborata in età più tarda, una recente scoperta epigrafica (1959), il “decreto di Temistocle”, rinvenuto appunto a Trezene. Torna utile a Temistocle un oracolo che consiglia di affidarsi alla difesa di uno xylinon teichos, un «muro di legno», che egli interpreta come metaforica allusione alle navi[4]. Atene è abbandonata (circa agosto 480) alle devastazioni dei Persiani.

La flotta greca si concentra a Salamina, al comando dello spartano Euribiade; quella nemica, dalle acque dell’Eubea, raggiunge il Falero. Ateniesi, Egineti e Megaresi ottengono che i Greci affrontino i Persiani nel canale tra Salamina e l’Attica, e non all’altezza dell’Istmo, che avrebbe garantito la sicurezza del solo Peloponneso. Una sera di settembre del 480 la flotta persiana, che contava contingenti fenici e ionici, forza il canale, mentre truppe persiane sbarcano a terra, nell’Attica, e nell’isoletta di Psittalia (H. Gheorghios? O Lipsokoutala?), sita nel canale. Lo scontro avvenne al mattino, sotto gli occhi del re, che aveva fatto installare il suo trono sulla costa ateniese: agilità, capacità di manovra, esperienza dei luoghi giocarono a favore della flotta greca, che riuscì a sospingere quella persiana verso la costa attica, producendo in essa gravissime perdite; un corpo di opliti ateniesi, che si trovava a Salamina, sbarcava ora a Psittalia, facendo strage della guarnigione persiana.

La battaglia di Salamina (da N.G.L. Hammond, «JHS» 76, 1956, p. 33).

La tradizione ateniese presenta la battaglia di Salamina come una vittoria decisiva; non tutti gli storici moderni sono dello stesso parere. Per Beloch, la perdita di qualche centinaio di navi, all’Artemisio prima e a Salamina poi, poco avrebbe tolto per sé ai grandiosi successi ottenuti da Serse con la sua spedizione[5]. Questa considerazione è vera solo in parte: nella guerra di mare, certamente, la sconfitta subita a Salamina era di rilevantissime dimensioni e l’umiliazione per i Persiani cocente. Ma è anche vero che l’impero persiano era una potenza territoriale, la sua forza militare nazionale quella di terra e, non avendo subito per terra una qualunque sconfitta da parte greca, Serse poteva pensare di avere da giocare ancora la sua migliore carta e di dover ancora sperimentare la fortuna delle armi sul terreno più favorevole e congeniali ai Persiani. Prova ne è il fatto che la flotta rientra in Asia pochi giorni dopo la battaglia, mentre l’esercito è ricondotto dal re negli accampamenti invernali in Tessaglia, quindi affidato al comando di Mardonio, in previsione di un nuovo attacco, questa volta per via di terra, contro i Greci: Serse stesso si trasferisce a Sardi, in attesa degli eventi. I Greci, dal canto loro, recuperano posizioni nelle Cicladi e in Tracia; ma solo all’anno successivo (479) è riservata la ripresa dello scontro militare diretto. Mardonio, dopo aver invano sollecitato gli Ateniesi alla resa, anche servendosi degli equivoci uffici del re di Macedonia (Alessandro I), invade la Beozia e poi devasta nuovamente Atene (giugno 479), mentre la città è evacuata per la seconda volta.

Le forze peloponnesiache si riuniscono intanto all’Istmo, al comando dei reggenti Eurianatte e Pausania; un’avanguardia riesce a mettere Megara in salvo dalla minaccia dei Persiani che, passando per Decelea, si ritirano in Beozia, sulla sinistra (cioè a nord) del fiume Asopo, poco oltre le pendici settentrionali del monte Citerone; alle sue pendici vengono invece ad attestarsi i circa 50.000 Greci raccolti ormai a Megara, e procedenti vero la Beozia (12.000 opliti dal Peloponneso, 8000 da Atene, Megara e Platea e, per il resto, truppe leggere), contro un nemico di forze doppie. La dinamica della battaglia di Platea presenta due fasi ben distinte. Dapprima le forze si fronteggiano; più in alto sono i Greci, i quali poi, senza rinunciare alla posizione dominante, eseguono una manovra di accostamento al nemico, trasferendosi sui colli che delimitano verso sud la valle dell’Asopo, e occupando così lo spazio che va da Platea fino ad una altura che si erge al di sopra della fonte Gargafia. In una seconda fase, Pausania fa arretrare il suo centro e trasferisce l’ala destra allo sbocco di un passo del Citerone (Dryoskephalai), lasciando gli Ateniesi all’altezza di Platea; nel corso di questa manovra si sviluppa l’attacco persiano contro uno schieramento ormai disarticolato. Pausania riesce però a tener fronte all’attacco, fino alla ricostruzione di un solido fronte, costituito col sopraggiungere di Corinzi e di altri, e nel contrattacco travolge i Persiani, soprattutto dopo che lo stesso Mardonio è caduto sul campo. Nelle mani dei Greci finisce ora l’accampamento persiano, ma il luogotenente di Mardonio, Artabazo, riesce a portare in salvo circa 40.000 soldati sopravvissuti allo scontro[6].

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[1] Erodoto, VII 1 sgg.; sull’episodio della richiesta di aiuto a Gelone, 153-171 (e per la sua interpretazione, per il rapporto Sicilia-Sparta, v. quanto scrivo in «Kokalos» 30-31, 1984-85, pp. 343-345). Sulle forze persiane d’invasione, cfr. VII 184 sgg., 228, e anche 60, 87 (ca. 2.640.000 armati e altrettanti inservienti, secondo i calcoli erodotei, largamente congetturali e da ridurre drasticamente).

[2] Sulla spedizione di Serse, della διάβασις dell’Ellesponto fino alle Termopile, Erodoto, VII 54-239.

[3] In favore dell’idea del formarsi di una coscienza nazionale greca nel corso e per effetto delle guerre persiane, alquanto sfumato il giudizio di Beloch, GG2 II 1, pp. 65 e 75 sg.

[4] Sul “decreto di Temistocle” da Trezene, cfr. W.H. Jameson, in «Hesperia» 29, 1960, pp. 198-223; Id., ibid., 32, 1963, pp. 385 sgg.; L. Moretti, in «RFIC» 92, 1964, pp. 117-124; L. Braccesi, Il problema del decreto di Temistocle, Bologna 1968; M. Sordi e altri autori, in «RSA» 1, 1971, pp. 197-217. La flotta greca conta 310 navi per Eschilo, 370 per Erodoto.

[5] Dalla battaglia dell’Artemisio fino alla battaglia di Salamina e alla ritirata di Serse, Erodoto, VIII 1-120 (sull’Artemisio già VII 175-177; 183; 192-196); Eschilo, Persiani 290-510. Beloch, GG2 II 1, p. 51, considera di poco conto le perdite persiane, solo perché le navi erano fornite «da sudditi»; ma proprio in esse risiedeva la forza di attacco per mare dell’impero achemenide! Per Erodoto, VII 89-99, le triremi persiane erano 1207, le altre navi dei barbari 3000.

[6] Erodoto, VIII 121-144; IX 1-85, dall’indomani di Salamina fino alla battaglia di Platea. Sotto Mardonio combattono anche (va ricordato) Beoti, Locresi, Tessali, Macedoni e Focesi medizzanti.

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Temi collegati: Ph. Gauthier, Le parallèle Himère-Salamine au Ve et au IVe siècle av. J.Ch., «REA» 1966, pp. 5 sgg.; K. Meister, Das persisch-karthagische Bündnis von 481 v. Chr., «Historia» 19, 1970, pp. 607 sgg. (contro la storicità dei tentativi di alleanza persiano-cartaginese, affermati da Eforo, Diodoro, Giustino).

Termopile, Artemisio, Salamina: Y. Béquignon, La vallée du Spercheios, des origines au IVe siècle, Paris 1937 ; P.A. Brunt, The Hellenic League against Persia, «Historia» 2, 1953, pp. 125 sgg. ; A. Daskalakis, Problèmes historiques autour de la battaille des Thermopyles, Paris 1962 ; J.F. Lazenby, The Strategy of the Greeks in the Opening Campaign of the Persian War, «Hermes» 92, 1964, pp. 264 sgg. (ferma rivalutazione del ruolo dell’Artemisio); A.R. Burn, Thermopylai Revisited; and Some Topographical Notes on Marathon and Plataiai, in Festschr. F. Schachermeyr, Berlin 1977, pp. 89 sgg.; P.W. Wallace, The Anopaia Path at Thermopylai, «AJA» 84, 1980, pp. 15 sgg.; Id., Aphetai and the Battle of Artemision, in Studies Dow, Durham, N.C. 1984, pp. 305 sgg.

Sul “decreto di Temistocle”, altra bibliografia, oltre quella indicata nelle note di testo: N. Robertson, False Documents at Athens. Fifth Century History and Fourth Century Publicists, «Historical Reflections» 2, 1976, pp. 3 sgg.; M.M. Henderson, The Decree of Themistocles, «AClass» 20, 1977, pp. 85 sgg.; F.J. Frost, Troizen and the Persian War. Some New Data, «AJA» 82, 1978, pp. 105 sgg.; H.B. Mattingly, The Themistokles Decree from Troizen: Transmission and Status, in Classical Contributions. Studies in hon. of M.F. McGregor, Locust Valley, N.Y. 1981, pp. 79 sgg.; per l’autenticità: N.G.L. Hammond, The Narrative of Herodotus VII and the Decree of Themistocles at Troezen, «JHS» 102, 1982, pp. 75 sgg.

Salamina: N.G.L. Hammond, The Battle of Salamis, «JHS» 76, 1965, pp. 32 sgg.; A. Masaracchia, «Helikon» 9-10, 1969-70, pp. 68 sgg.; sull’identificazione di Psyttaleia: E. Bayer, «Historia» 18, 1969, p. 640 (Lipsokoutala); P.W. Wallace, «AJA» 73, 1969, pp. 293 sgg. (idem); sullo svolgimento della battaglia in part.: G. Roux, Eschyle, Hérodote, Diodore, Plutarque racontent la bataille de Salamine, «BCH» 98, 1974, pp. 51 sgg.; J. Delorme, Deux notes sur la bataille de Salamine, ibid. 102, 1978, pp. 87 sgg. (la linea dei Greci non si contrappone a quella persiana longitudinalmente, tra l’isola e l’Attica, ma trasversalmente, tra Kynosoura = Kap Varvári, e Keratópyrgos).

Battaglie di Platea, Micale, e altri eventi: E. Kirsten, Athener und Spartaner in der Schlacht bei Plataiai, «RhM» 86, 1937, pp. 50 sgg.; sul “giuramento di Platea”, cfr. P. Siewert, Der Eid von Plataiai, München 1972 (per l’autenticità); L. Prandi, Un falso documento del IV sec. a.C. Il giuramento di Platea, «RIL» 112, 1978, pp. 39 sgg.; W.K. Pritchett, Plataiai, «AJPh» 100, 1979, pp. 145 sgg.; P.W. Wallace, The Final Battle at Plataiai, in Studies pres. to E. Vanderpool, Princeton, N.J. 1982, pp. 183 sgg.; L. Boffo, Gli Ioni a Micale, «RIL» 111, 1977, pp. 83 sgg.; E. Luppino Manes, Il decreto ateniese di atimia contro Artemio di Zeleia, prosseno degli Ateniesi, «RSA» 12, 1982, pp. 241 sgg.; L. Prandi, Platea. Momenti e problemi della storia di una polis, Padova 1988.

Salamina – 23 settembre 480 a.C.

di P. DE SOUZA, The Greek and Persian Wars 499-386 BC, Osprey Pub. 2002, pp. 58-66.

Sul mare i Greci avevano acquisito sicurezza, visti i loro successi e la loro buona sorte, ma il terzo giorno le cose cambiarono. I nemici erano di nuovo riusciti a circondarli e nel successivo scontro entrambe le parti subirono numerose perdite, che i Greci non si potevano permettere.
Dopo aver ricevuto la cattiva notizia delle Termopili, la flotta greca si diresse verso l’isola di Salamina, al largo di Atene. Erano stati gli stessi abitanti di Atene a sollecitare la flotta. La popolazione della città doveva essere evacuata a Trezene, nel Peloponneso orientale, e nelle isole di Salamina ed Egina, per metterla in salvo dai Persiani. La decisione di abbandonare Atene e l’Attica ai Persiani ed evacuare la popolazione via mare fu coraggiosa e venne votata dall’Assemblea cittadina (ekklēsía), e rappresenta un autentico esempio del funzionamento della democrazia ateniese. L’opinione della maggioranza prevalse dopo un lungo dibattito, condotto sotto la minaccia dell’invasione persiana.

Equipaggio di trireme greca, V sec. a.C. Illustrazione di A. Hook.

Mentre i Persiani avanzavano nel Nord della Grecia, gli Ateniesi mandarono una delegazione all’Oracolo di Delfi per chiedere un consiglio divino. Quando si consultava l’Oracolo, la normale procedura prevedeva che la sacerdotessa di Apollo, chiamata Pizia, proferisse le parole del dio – di solito una serie di frasi incomprensibili – rivolgendosi ai suoi sacerdoti, che dovevano poi interpretarle per i consultanti. Ma in questa occasione, gli inviati avevano fatto appena in tempo a prendere posto nella camera sacra della Pizia che le gridò rivolta direttamente a loro:

«Sciagurati! Perché vi sedete? Lasciate le vostre case e la vostra cittadella rocciosa e scappate ai confini della terra!».

Quest’ordine fu seguito da terribili avvertimenti sull’imminente rovina non solo di Atene, ma di molte altre città nelle mani dei Persiani. Anche se vi furono colti di sorpresa da questo sfogo, i due inviati ateniesi dovevano concludere la loro missione: quindi ascoltarono il consiglio di uno dei principali funzionari delfici e fecero un’altra più umile supplica per avere il consiglio di Apollo.
Il loro secondo tentativo ottenne una risposta più incoraggiante. Come al solito, l’Oracolo fu proferito agli Ateniesi in forma poetica:

«Non è nei poteri di Pallade Atena placare Zeus Olimpio,
anche se ve lo supplica con molte parole e sagace astuzia,
ma vi darò una seconda risposta, inflessibile come acciaio:
quando saranno tutte le terre di Cecrope e boschi segreti
del Citerone, divino, conquistate, allora
Zeus celeste concederà ai figli di Tritone un ligneo muro,
unico inespugnabile baluardo,
che sarà salvezza per voi e i vostri figli.
Non aspettate l’arrivo della cavalleria e della fanteria
dal continente, ma ritiratevi, volgetegli le spalle.
Li affronterete un’altra volta. Ah, divina Salamina!
Tu distruggerai i frutti delle donne,
quando Demetra si sparge o quando si raccoglie!».

Come spesso accadeva quando le póleis ricevevano un responso dall’Oracolo di Delfi, ad Atene si aprì un dibattito sul significato di queste parole. I riferimenti ad Atena incapace di placare Zeus, alla conquista delle terre dentro i confini di Cecrope (uno dei mitici re di Atene) e ai boschi del monte Citerone (al confine della Beozia) indicavano che l’intera Attica sarebbe stata invasa dai Persiani. Secondo qualcuno, il riferimento al muro di legno che sarebbe rimasto intatto significava che era necessario difendere una zona, che logicamente doveva essere l’Acropoli, con una palizzata di legno, ma Temistocle e i suoi sostenitori propendevano per un’altra interpretazione. Essi sottolineavano l’accenno a Salamina, un’isola del golfo Saronico a ovest di Atene, e a un esercito in arrivo dal continente, interpretando l’oracolo come un ordine di abbandonare il territorio invaso dell’Attica e ritirarsi a Salamina. Nella loro ipotesi il muro di legno era una metafora e si riferiva agli scafi della nuova flotta da guerra ateniese. Il riferimento a Demetra, dea delle messi, indicava addirittura il periodo dell’anno in cui sarebbe avvenuta la vittoria promessa. Alla fine prevalse la loro interpretazione, e l’Assemblea ordinò con un decreto di evacuare la città e allestire una flotta.

Temistocle di Atene. Busto, marmo. Museo Archeologico di Ostia.

Una versione rivista del decreto fu conservata a Trezene. Da lì è preso il seguente frammento:

«La boulḗ e l’ekklēsía hanno deciso. Temistocle di Neocle, del demo di Freari propose: si affidi la città di Atena, patrona della città, e a tutti gli altri dèi perché la proteggano e tengano lontani i barbari. Tutti gli Ateniesi e gli stranieri che risiedono in città mettano in salvo i figli e le donne a Trezene… i vecchi e i beni mobili, poi, li portino al sicuro a Salamina… tutti gli altri, Ateniesi e stranieri nel vigore degli anni, si imbarchino nella flotta e combattano i barbari in difesa della loro libertà e di quella degli altri Greci…».

Il decreto fu approvato nell’estate del 480 a.C., prima della battaglia di Salamina. Gli Ateniesi avevano deciso di resistere ai Persiani, riponendo fiducia nella cooperazione degli altri Greci. Un decreto precedente aveva richiamato tutti i cittadini ateniesi che erano stati ostracizzati, tra cui molti avversari politici di Temistocle, a cui venne ordinato di recarsi a Salamina.
Alla fine poche persone rimasero in città, in particolare i tesorieri dei templi e le sacerdotesse dei culti dell’Acropoli, che non potevano essere completamente abbandonati al nemico. Alcuni degli Ateniesi più poveri erano ancora convinti che un vero muro di legno avrebbe fermato i barbari e si barricarono all’interno dell’Acropoli dietro una palizzata di legno. I Persiani occuparono l’attica all’inizio del settembre dello stesso anno e saccheggiarono Atene. Presero posizione sulla collina dell’Areopago, di fronte all’ingresso dell’Acropoli e scagliarono frecce incendiarie all’interno della palizzata. Alcuni Ateniesi discendenti dalla famiglia di Pisistrato, che erano dalla parte dei Persiani, cercarono di convincere i difensori alla resa, ma alla fine i Persiani dovettero prendere d’assalto la cittadella. Uccisero tutti quelli che erano rimasti e saccheggiarono e dettero alle fiamme i templi.
Inoltre, Serse spedì un parte della sua armata a Focea, per devastare le campagne e depredare la città. I Focesi scapparono verso ovest, seguiti anche da molti cittadini di Delfi, ma il santuario di Apollo scampò al saccheggio. Il resoconto di Erodoto narra che quanto scrive a proposito gli fu riferito dai sacerdoti del tempio: mentre un distaccamento dell’esercito del Grande Re si stava avvicinando, i sacerdoti rimasti chiesero al dio che cosa dovessero fare ed egli rispose che li avrebbe protetti; quando i soldati persiani s’incamminarono sullo stretto pendio dei monti in direzione del tempio, ci fu un tremendo tuono e due fulmini colpirono una parete rocciosa sopra le loro teste; caddero due enormi macigni che uccisero alcuni, mettendo gli altri in fuga. Una spiegazione alternativa è che Serse era ben disposto nei confronti dei sacerdoti delfici, che avevano fatto del loro meglio per convincere i Greci dell’inutilità di resistergli, e quindi avrebbe deciso di non mettere al sacco il santuario. Nelle satrapie dell’Impero non era insolito riservare un trattamento di riguardo ai principali centri religiosi.

I soldati di Serse. Illustrazione di S. Chew.

Le flotte si preparano alla battaglia.

Dopo aver coperto l’evacuazione degli Ateniesi a Salamina, la flotta greca restò in attesa in una baia della costa orientale dell’isola, mentre i comandanti discutevano se ritirarsi nell’Istmo di Corinto, dove c’erano maggiori possibilità di difesa. Molti stati del Peloponneso avevano già deciso che su quella stretta striscia di terra sarebbe stato più facile resistere all’avanzata persiana. Quando la notizia della sconfitta delle Termopili li raggiunse, gli Spartani e gli altri abitanti del Peloponneso, che avevano appena finito di celebrare le festività delle Carnee, si riunirono immediatamente nell’Istmo e cominciarono a costruire un muro fortificato nel suo punto più stretto.
Quando i Persiani entrarono in Attica, i comandanti della flotta cominciarono a discutere sul da farsi. Dopo un giorno di litigi inconcludenti, si interruppero per la notte. Il giorno seguente la flotta persiana arrivò e si posizionò nelle acque oltre la baia del Falero, a est di Salamina. Le navi erano state decimate dalle tempeste e dalla battaglia ma se ne erano aggiunte altre perché alcuni Greci erano stati costretti a combattere dalla loro parte, quindi la forza complessiva probabilmente superava le 700 navi. La lega delle póleis, che avevano solo poco più di 300 navi, non si mossero, ma continuarono le loro discussioni fino a quando non vennero interrotti dalla notizia che i barbari avevano preso l’Acropoli. Inoltre, un grosso contingente dell’esercito persiano cominciò ad avanzare verso l’Istmo di Corinto. Queste manovre convinsero la maggior parte dei comandanti ad abbandonare Salamina prima che la flotta persiana li circondasse. Temistocle e gli Ateniesi supplicarono Euribiade, lo spartano che era ancora a capo della flotta, ma egli era convinto che l’opzione dell’Istmo fosse la migliore. Ordinò ai trierarchi di prepararsi alla partenza con il favore dell’oscurità. Ma nel corso della notte Euribiade cambiò idea e il mattino seguente la flotta greca era tutta ancora a Salamina, pronta ad affrontare il nemico. […]
Le due flotte erano a conoscenza delle rispettive posizioni, anche se nessuna delle due poteva vedere direttamente i propri avversari ed entrambe avrebbero potuto condurre molte manovre senza essere scoperte. I comandanti dovevano ottenere delle informazioni sul nemico per decidere la mossa successiva. Per i Persiani la cosa più importante da sapere era se i Greci sarebbero stati fermi a Salamina, o se invece si sarebbero ritirati verso ovest attraverso lo stretto di Megara. In parte avrebbero potuto prevederlo, osservando la posizione dei nemici dalla terraferma di fronte all’isola, sebbene una piccola isola (oggi chiamata Agios Georgios) li impedisse la visuale completa; pertanto, era naturale che i Greci avrebbero potuto allontanarsi durante la notte. Per quanto riguarda i Greci, la questione era capire se ci fosse una via di fuga praticabile. L’esercito nemico stava muovendo lungo la costa della baia di Eleusi e presto avrebbe occupato la zona immediatamente a nord di Salamina, nei pressi dello stretto di Megara. Se un’unità della flotta persiana avesse navigato a sud dell’isola e avesse attraversato lo stretto da ovest, mentre la flotta principale rimaneva a est, avrebbero completamente tagliato fuori i Greci dal resto del Peloponneso. Una simile manovra era già stata tentata dai comandanti persiani quando i Greci avevano fatto base all’Artemision. Se non fosse stato per la tempesta sarebbero riusciti a intrappolarli in quell’occasione.
Erodoto narra che fu esattamente ciò che fecero i Persiani: Temistocle li spinse all’iniziativa, inviando a Serse stesso un servo fidato, di nome Sicino, con un messaggio segreto, che annunciava l’imminente partenza dei Greci e gli consigliava di non perdere l’ultima occasione di attaccarli prima che fuggissero. Il messaggio riferiva che, se avesse attaccato, il Re li avrebbe colti impreparati e disuniti e avrebbe ottenuto facilmente la vittoria. Ma è vero che Temistocle mandò un messaggio al nemico e che i Persiani lo abbiano preso sul serio? Un motivo per dubitare di questo aneddoto è che in seguito lo stesso ammiraglio venne esiliato dagli Ateniesi e chiese asilo ai Persiani stessi. È probabile che i suoi avversari politici abbiano inventato l’episodio del messaggio per rovinarne la reputazione. Comunque siano andate le cose, non si sa se il messaggio avrebbe cambiato il corso degli eventi. Quello che è certo è che quella sera i Persiani cominciarono a schierare le navi in posizione da battaglia, ma è ancora tutto da chiarire se lo abbiano fatto dopo aver ricevuto il fantomatico messaggio o perché il sovrano avesse deciso indipendentemente di prendere l’iniziativa proprio quella notte. Serse ordinò che una squadra composta da duecento navi egiziane si dirigesse verso la costa orientale di Salamina per bloccare la strada che portava all’Istmo passando per l’angusto stretto di Megara. Un’altra squadriglia venne inviata con l’ordine di presidiare gli ingressi meridionale e orientale all’isola, mentre il resto della flotta si spinse nello stretto tra Salamina stessa e la terraferma, verso la flotta greca. Una piccola forza d’élite della fanteria persiana era intanto sbarcata nella piccola isola di Psitallia per occuparla in previsione del fatto che durante il combattimento alcune navi vi si sarebbero potute arenare. Le navi persiane avrebbero impiegato parecchio tempo a spostarsi dal Falero all’imbocco dello stretto, nonostante cominciassero a muoversi al crepuscolo; verso la mezzanotte alcune di esse dovevano ancora prendere posizione. Molti comandanti non conoscevano le acque intorno all’isola e Erodoto aggiunge che queste manovre che venivano eseguite «in silenzio», affinché i Greci non se ne accorgessero. È ragionevole supporre che i Persiani sperassero di stanare il nemico dagli stretti canali attorno alla costa orientale dell’isola nelle acque più aperte della baia di Eleusi. Non si aspettavano che i Greci potessero tentare di sconfiggere la grande potenza navale di Serse, ma credevano che sarebbero scappati verso ovest per cercare di aprirsi la strada oltre il più piccolo distaccamento egizio. I comandanti persiani posizionarono le loro navi in mare sul far dell’alba, a prescindere dal messaggio di Temistocle, perché la trappola doveva scattare prima che scendesse l’oscurità e i Greci potessero scappare più facilmente. Quindi, non è detto che sia stato il messaggio di Sicino a spingere Serse ad agire. I Persiani avrebbero seguito il piano prestabilito anche senza quel messaggio, perché né gli osservatori sulla terraferma, né le navi da esplorazione sul mare potevano vedere i Greci, qualora avessero deciso di scappare nascosti dall’oscurità, o persino al crepuscolo. Bloccando l’unica via di fuga possibile al calar della notte, i barbari avrebbero evitato la fuga dei nemici.
I Greci ricevettero due rapporti delle manovre dei Persiani: il primo lo fece l’equipaggio di un’altra nave greca proveniente dall’isola di Tinos che aveva abbandonato i Persiani per passare dall’altra parte; essi rivelarono il piano persiano a Euribiade e ai suoi comandanti, ma l’attendibilità dell’informazione fu posta in dubbio; più tardi, quella sera stessa, Aristide, uno degli Ateniesi richiamati dall’esilio, tornò da un giro di ricognizione con la notizia che i Persiani stavano circondando la postazione greca e non era più possibile ritirarsi verso l’Istmo senza combattere. Temistocle continuava a sottolineare la necessità di affrontare la flotta persiana, affermando che era meglio condurre la battaglia sugli stretti nella parte orientale di Salamina che nella baia di Eleusi o nelle acque più aperte intorno all’Istmo. La situazione cambiò quando Temistocle e i suoi concittadini minacciarono di abbandonare completamente il resto dei Greci e di andarsene in Italia con le loro famiglie. Le navi ateniesi costituivano il contingente maggiore della flotta greca lì radunata, e di conseguenza la loro presenza in uno scontro navale era più che essenziale. In queste circostanze non c’è da meravigliarsi che Euribiade cambiasse idea e guidasse la flotta greca in battaglia. ogni speranza di sgattaiolare via nascosti dall’oscurità era stata vanificata dal dispiegamento delle navi persiane. L’unica possibilità rimasta era uscire allo scoperto e dar battaglia, con la speranza che combattendo in acque relativamente strette la flotta nemica non sarebbe stata in grado di sfruttare la propria superiorità numerica.

Ricostruzione grafica di una tipica trireme ateniese (da A. Frediani, 2005, pp. 70-71).

La battaglia.

Ansioso di assistere a una schiacciante vittoria, Serse si era fatto costruire un punto d’osservazione dal quale poteva guardare la battaglia. Si trovava di fronte alla città di Salamina, con una buona vista su Psitallia, l’isola su cui durante la notte erano scese le sue truppe d’élite. Ma invece di assistere al trionfo definitivo della sua flotta sui Greci, egli vide svolgersi davanti ai propri occhi una tremenda disfatta navale.
I vari contingenti della flotta persiana divisi per etnia erano allineati su diverse file, poste l’una dietro all’altra lungo lo stretto canale. I Fenici erano posizionati sull’ala destra, vicino al punto in cui si trovava Serse, mentre gli Ioni erano a sinistra, più vicini a Salamina. Man mano che avanzavano all’interno del canale, le navi persiane cominciarono a premere le une sulle altre a causa della ristrettezza degli spazi e non riuscirono più a mantenere la formazione. Gli equipaggi non avevano riposato durante la notte ed erano spossati. A peggiorare la situazione, il mare cominciò ad agitarsi, rendendo ancor più difficile l’avanzata dei vascelli. Temistocle, che conosceva bene le condizioni del mare locali, aveva previsto l’arrivo delle onde e aveva convinto gli altri comandanti greci ad aspettare che le navi avversarie rompessero le fila prima di attaccarle. Questo spiegherebbe l’apparente ritirata greca che, secondo Erodoto, precedette il primo scontro, e che può essere interpretata come il passaggio da una formazione passiva ad una più attiva.
Le navi ateniesi ed eginetiche si posizionarono sulle due ali e guidarono la carica per sfondare le linee nemiche, speronando le singole navi che cercavano di fare manovra. Ai Persiani sembrò che le navi greche si stessero girando dall’altra parte e ovviamente pensarono che intendessero ritirarsi.
Eschilo, nella tragedia I Persiani, parla di un segnale di tromba rivolto alla flotta greca, che poteva essere stato predisposto per avvisare i capitani del momento giusto per farsi avanti ed attaccare. Segnali di questo tipo erano stati utilizzati per coordinare le azioni della flotta greca all’Artemision. Sembra dunque che entrambe le parti avessero in una certa misura stabilito in anticipo lo svolgimento della battaglia. Ma, come in tutti gli scontri, una volta cominciata l’azione, era impossibile attenersi a un piano specifico, anche se ce n’era uno, e spettava ai comandanti delle singole navi prendere decisioni al momento. Di fronte all’attacco greco, la prima decisione di molti comandanti delle prime linee della flotta persiana fu quella di girarsi, aumentando ancor di più la confusione, perché si scontrarono con le linee successive.
I trierarchi greci approfittarono di quel caos e spronarono i propri equipaggi – più freschi e riposati – a incalzare i nemici, con un grande successo.
Nel suo resoconto della battaglia, Erodoto si concentra soprattutto su una serie di aneddoti delle imprese di vari individui o gruppi. Questi aneddoti, come molte delle storie riportate nella sua opera, sono versioni degli eventi raccontati da gruppi o individui particolari e quindi sono spesso parziali e non danno il quadro completo della battaglia.
Erodoto, VIII 94, 1: «Gli Ateniesi racconto che Adimanto, comandante corinzio, subito, al primo inizio, non appena le flotte presero contatto fra loro, sbigottito e oltremodo spaventato, issate le vele si diede alla fuga e i Corinzi, al veder ritirarsi la nave ammiraglia, fecero altrettanto». È probabile però che questa ritirata verso nord, che Erodoto presenta come un atto di codardia, sia stata in realtà una manovra deliberata per affrontare l’unità egizia e impedirle di attaccare i Greci alle spalle. Infatti, lo storico stesso prosegue: «Tuttavia, i Corinzi, essi almeno, non accettano questa versione dei fatti; anzi, ritengono di essersi distinti fra i primi durante il combattimento, e a loro favore c’è anche la testimonianza del resto della Grecia».
Uno degli aneddoti più coloriti riguarda Artemisia, regina di Alicarnasso, la città natale di Erodoto, che era sotto il dominio persiano. Ella si trovava al comando della propria nave in prima linea; quando una trireme ateniese si avventò sulla su di essa, ella cercò la fuga, ma il passaggio era bloccato dalle altre navi; «si decise in una mossa tattica che, quando l’ebbe compiuta, fu coronata da successo: poiché, incalzata dalla nave ateniese, si slanciò d’impeto sulla trireme licia, guidata da Damasitimo, re di Calinda […]. Non appena l’ebbe speronata e affondata, favorita dalla fortuna, ne ricavò due vantaggi: infatti, il comandante attico, come la vide dar di sprone contro una nave persiana, pensando che la nave di Artemisia […] avesse disertato dal Grande Re, cambiata direzione, si mise a inseguire delle altre […]; oltre a ciò, la fortuna volle che, pur avendo combinato un danno, si guadagnasse per questo stesso fatto la massima stima da parte di Serse. Si racconta, infatti, che il re – che stava osservando la battaglia – notò quella nave che ne speronava un’altra e fu allora che uno dei presenti esclamò: “Vedi, maestà, con quale valore combatte Artemisia, la quale ha da poco affondato una nave avversaria?”; egli chiese se quell’impresa era proprio della regina e gli fu risposto di sì, perché riconoscevano distintamente l’insegna sulla nave e credevano che quella affondata appartenesse ai nemici. In effetti, tra le altre fortune che, come s’è detto, le toccarono, le andò bene anche questo: che dell’equipaggio di quella nave di Calinda, nessuno si salvò e nessuno poté, di conseguenza, accusarla. Si vuole che Serse, a quanto gli riferirono, abbia esclamato: “Al mio servizio gli uomini sono diventati donne, e le donne uomini!” […]» (Erodoto, VIII 87-88).
Un’altra storia riguarda i soldati persiani sull’isola di Psitallia. Essi dovevano presidiare l’isola in previsione che il grosso della flotta greca sarebbe stato condotto lontano, verso nord-ovest. Invece, si trovarono isolati rispetto alle loro navi ed esposti agli attacchi dalla vicina costa di Salamina. Aristide, che dopo essere tornato dall’esilio era stato nominato stratego, comandava alcune piccole unità e guidò un gruppo di opliti attici sull’isola. Le truppe persiane d’élite vennero massacrate sotto gli occhi del Re. Tra loro si trovavano anche suoi tre nipoti. Lungo le coste di Salamina vennero catturati o uccisi altri Persiani mentre cercavano un approdo di fortuna dalle navi che stavano naufragando.
Alcune delle navi fenicie, che si trovavano più vicine alla posizione del Re, incontrarono meno problemi e riuscirono ad avanzare verso i Greci e a entrare in battaglia prima degli Ioni che si trovavano sull’altra ala. I loro avversari diretti erano gli Ateniesi, che li sbaragliarono e costrinsero molti membri degli equipaggi fenici a sbarcare, proprio nel punto in cui Serse stava osservano la battaglia. i Fenici si presentarono dal Re e cercarono di giustificare il proprio fallimento accusando gli Ioni di tradimento e di aver precipitato la flotta nel caos. Sfortunatamente per loro, mentre si trovavano al cospetto del sovrano, una delle navi ionie, proveniente da Samotracia, speronò una nave ateniese e venne a sua volta speronata da una eginetica. I marinai della nave ionica assaltarono immediatamente quella nemica, e se ne impossessarono, dimostrando a Serse la loro fedeltà e il loro valore. Il Re era così furioso per l’andamento della battaglia che ordinò che i Fenici fossero decapitati.
Verso sera la flotta persiana si ritirò caoticamente verso la baia del Falero, dopo aver perso più di duecento navi e senza essere riuscita a cacciare i Greci da Salamina. I Greci persero solo una quarantina di vascelli e riuscirono a rispedire il nemico alla base. Molti interpretarono questa come una vittoria inaspettata come un atto di potere divino, un segno che l’oracolo delfico annunciato agli Ateniesi un anno prima si era avverato. Presto cominciarono a circolare delle storie di apparizioni divine durante la battaglia, di un misterioso lampo di luce proveniente dal santuario di Demetra a Eleusi e del suono di un coro celestiale che cantava inni. Queste storie sostenevano anche che Serse avesse immediatamente abbandonato il suo esercito e fosse scappato in Asia.
[…]

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Fonti e bibliografia:

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Brosius M., I Persiani. L’impero mondiale del Medio Oriente (a cura di E. Rovida), Genova 2009.
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Erodoto, Le Storie, VIII 59-100, 1 (ed. L. Valla), Milano 1956.
Eschilo, I Persiani (a cura di E. Mandruzzato), Roma 2004.
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Lazenby J.F., The Defence of Greece 490-479 BC, Warminster 1993.
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Podlecki A.J., The Life of Themistocles, Montreal-London 1975.
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