Il fuoco e il diluvio (Ps.-Apollod. I 7)

di APOLLODORO, Biblioteca, a cura di M. CAVALLI, Milano 2011, pp. 20-23.

Il brano che segue contiene due tra i più significativi miti classici, fondendoli assieme: il racconto di Prometeo e la vicenda di Deucalione e Pirra. Si tratta di due episodi legati al mito della creazione che sta alla base della maggior parte dele forme di culto religioso, dall’antichità sino ai nostri giorni. Unita al mito di Prometeo, che è storia di ribellione e successiva punizione, di tradimento e di creazione, la saga di Deucalione e Pirra dà forma a una conclusione “rigenerativa” e positiva, perché annuncia un riscatto o addirittura una rinascita vera e propria dell’umanità.

Constantin Hansen, Prometeo modella l’uomo dall’argilla. Olio su tela, 1845.

[7, 1] Προμηθεὺς δὲ ἐξ ὕδατος καὶ γῆς ἀνθρώπους πλάσας ἔδωκεν αὐτοῖς καὶ πῦρ, λάθρᾳ Διὸς ἐν νάρθηκι κρύψας. ὡς δὲ ᾔσθετο Ζεύς, ἐπέταξεν Ἡφαίστῳ τῷ Καυκάσῳ ὄρει τὸ σῶμα αὐτοῦ προσηλῶσαι· τοῦτο δὲ Σκυθικὸν ὄρος ἐστίν. ἐν δὴ τούτῳ προσηλωθεὶς Προμηθεὺς πολλῶν ἐτῶν ἀριθμὸν ἐδέδετο· καθ᾽ ἑκάστην δὲ ἡμέραν ἀετὸς ἐφιπτάμενος αὐτῷ τοὺς λοβοὺς ἐνέμετο τοῦ ἥπατος αὐξανομένου διὰ νυκτός. καὶ Προμηθεὺς μὲν πυρὸς κλαπέντος δίκην ἔτινε ταύτην, μέχρις Ἡρακλῆς αὐτὸν ὕστερον ἔλυσεν, ὡς ἐν τοῖς καθ᾽ Ἡρακλέα δηλώσομεν.

[2] Προμηθέως δὲ παῖς Δευκαλίων ἐγένετο. οὗτος βασιλεύων τῶν περὶ τὴν Φθίαν τόπων γαμεῖ Πύρραν τὴν Ἐπιμηθέως καὶ Πανδώρας, ἣν ἔπλασαν θεοὶ πρώτην γυναῖκα. ἐπεὶ δὲ ἀφανίσαι Ζεὺς τὸ χαλκοῦν ἠθέλησε γένος, ὑποθεμένου Προμηθέως Δευκαλίων τεκτηνάμενος λάρνακα, καὶ τὰ ἐπιτήδεια ἐνθέμενος, εἰς ταύτην μετὰ Πύρρας εἰσέβη. Ζεὺς δὲ πολὺν ὑετὸν ἀπ᾽ οὐρανοῦ χέας τὰ πλεῖστα μέρη τῆς Ἑλλάδος κατέκλυσεν, ὥστε διαφθαρῆναι πάντας ἀνθρώπους, ὀλίγων χωρὶς οἳ συνέφυγον εἰς τὰ πλησίον ὑψηλὰ ὄρη. τότε δὲ καὶ τὰ κατὰ Θεσσαλίαν ὄρη διέστη, καὶ τὰ ἐκτὸς Ἰσθμοῦ καὶ Πελοποννήσου συνεχέθη πάντα. Δευκαλίων δὲ ἐν τῇ λάρνακι διὰ τῆς θαλάσσης φερόμενος ἐφ᾽ ἡμέρας ἐννέα καὶ νύκτας τὰς ἴσας τῷ Παρνασῷ προσίσχει, κἀκεῖ τῶν ὄμβρων παῦλαν λαβόντων ἐκβὰς θύει Διὶ φυξίῳ. Ζεὺς δὲ πέμψας Ἑρμῆν πρὸς αὐτὸν ἐπέτρεψεν αἱρεῖσθαι ὅ τι βούλεται· ὁ δὲ αἱρεῖται ἀνθρώπους αὐτῷ γενέσθαι. καὶ Διὸς εἰπόντος ὑπὲρ κεφαλῆς ἔβαλλεν αἴρων λίθους, καὶ οὓς μὲν ἔβαλε Δευκαλίων, ἄνδρες ἐγένοντο, οὓς δὲ Πύρρα, γυναῖκες. ὅθεν καὶ λαοὶ μεταφορικῶς ὠνομάσθησαν ἀπὸ τοῦ λᾶας ὁ λίθος.

γίνονται δὲ ἐκ Πύρρας Δευκαλίωνι παῖδες Ἕλλην μὲν πρῶτος, ὃν ἐκ Διὸς γεγεννῆσθαι ἔνιοι λέγουσι, δεύτερος δὲ Ἀμφικτύων ὁ μετὰ Κραναὸν βασιλεύσας τῆς Ἀττικῆς, θυγάτηρ δὲ Πρωτογένεια, ἐξ ἧς καὶ Διὸς Ἀέθλιος. [3] Ἕλληνος δὲ καὶ νύμφης Ὀρσηίδος Δῶρος Ξοῦθος Αἴολος. αὐτὸς μὲν οὖν ἀφ᾽ αὑτοῦ τοὺς καλουμένους Γραικοὺς προσηγόρευσεν Ἕλληνας, τοῖς δὲ παισὶν ἐμέρισε τὴν χώραν· καὶ Ξοῦθος μὲν λαβὼν τὴν Πελοπόννησον ἐκ Κρεούσης τῆς Ἐρεχθέως Ἀχαιὸν ἐγέννησε καὶ Ἴωνα, ἀφ᾽ ὧν Ἀχαιοὶ καὶ Ἴωνες καλοῦνται, Δῶρος δὲ τὴν πέραν χώραν Πελοποννήσου λαβὼν τοὺς κατοίκους ἀφ᾽ ἑαυτοῦ Δωριεῖς ἐκάλεσεν, Αἴολος δὲ βασιλεύων τῶν περὶ τὴν Θεσσαλίαν τόπων τοὺς ἐνοικοῦντας Αἰολεῖς προσηγόρευσε, καὶ γήμας Ἐναρέτην τὴν Δηιμάχου παῖδας μὲν ἐγέννησεν ἑπτά, Κρηθέα Σίσυφον Ἀθάμαντα Σαλμωνέα Δηιόνα Μάγνητα Περιήρην, θυγατέρας δὲ πέντε, Κανάκην Ἀλκυόνην Πεισιδίκην Καλύκην Περιμήδην.

Περιμήδης μὲν οὖν καὶ Ἀχελῴου Ἱπποδάμας καὶ Ὀρέστης, Πεισιδίκης δὲ καὶ Μυρμιδόνος Ἄντιφος καὶ Ἄκτωρ.

Pittore Branca. Scena di Prometeo incatenato. Pittura vascolare su un calyx-krater apulo a figure rosse, 350-325 a.C. ca. Antikensammlung Berlin.

Prometeo impastò acqua e terra, e creò gli uomini[1]. A essi poi donò il fuoco, sottraendolo di nascosto a Zeus dentro una canna cava[2]. Quando Zeus se ne accorse, ordinò a Efesto di inchiodare il corpo di Prometeo sul monte Caucaso, che sorge nella Scizia. Infiniti anni Prometeo restò così incatenato: e ogni giorno un’aquila si avventava su di lui e gli divorava il fegato, che poi di notte ricresceva. Così Prometeo scontava la pena di aver rubato il fuoco, fino al giorno in cui Eracle lo liberò – ma di questo parleremo nei capitoli dedicati alle imprese dell’eroe.

[2] Prometeo aveva un figlio, Deucalione, re del territorio di Ftia, e sposo di Pirra, figlia a sua volta di Epimeteo e Pandora, la prima donna[3]. Quando Zeus decise di far scomparire la stirpe umana del bronzo, Deucalione, su consiglio di Prometeo, costruì un’arca, vi imbarcò tutto il necessario, poi vi salì insieme a Pirra[4]. Zeus riversò dal cielo una pioggia infinita, e sommerse quasi tutta la terra di Grecia: tutti gli uomini vennero distrutti, tranne quei pochi che erano fuggiti sulle cime più alte dei monti vicini. Le montagne della Tessaglia restarono isolate, e tutte le regioni fuori dall’Istmo e dal Peloponneso vennero sommerse dalle acque. L’arca di Deucalione navigò in balia del mare per nove giorni e nove notti, e alla fine si fermò sul monte Parnaso: quando la pioggia cessò, Deucalione uscì e offrì un sacrificio a Zeus protettore dei fuggiaschi. Allora il dio inviò Ermes, con l’ambasciata che qualunque cosa avesse voluto gli sarebbe stata concessa: e Deucalione chiese di poter avere degli uomini. Zeus diede il suo assenso, e Deucalione cominciò a raccogliere dei sassi e a gettarseli dietro le spalle: così, le pietre tirate da Deucalione divennero uomini, e quelle tirate da Pirra divennero donne. È da allora che i popoli hanno preso per metafora il loro nome (laòs) da quello che indica la pietra (làas)[5].

Deucalione e Pirra ebbero alcuni figli. Il primo fu Elleno, che però alcuni sostengono fosse figlio di Zeus. Poi nacque Anfizione, che dopo Cranao ebbe il regno dell’Attica; e terza fu Protogenia, che ebbe da Zeus il figlio Etlio. [3] Insieme alla ninfa Orseide, Elleno generò i figli Doro, Xuto ed Eolo. Elleno stesso diede il suo nome ai popoli che prima si chiamavano Greci, [6]e divise tutto il territorio fra i suoi figli. Xuto ricevette il Peloponneso, e da Creusa, la figlia di Eretteo, ebbe i figli Acheo e Ione, che diedero il loro nome agli Achei e agli Ioni. Doro, invece, ricevette tutta la regione di fronte al Peloponneso, i cui abitanti vennero chiamati Dori dal suo nome. Eolo poi regnò sul territorio intorno alla Tessaglia, e chiamò Eoli i suoi sudditi: sua sposa fu Enarete, figlia di Deimaco, che gli diede sette figli – Creteo, Sisifo, Atamante, Salmoneo, Deione, Magnete, Periere – e cinque figlie – Canace, Alcione, Pisidice, Calice e Perimede.

Perimede ebbe i figli Ippodamante e Oreste da Acheloo; Pisidice ebbe Anfito e Attore da Mirmidone.

Paul Merwart, Deucalione solleva la sposa. Olio su tela, 1880.

***

Note:

[1] La tradizione secondo la quale Prometeo fu il creatore degli uomini non sembra essere antichissima. La prima testimonianza in tal senso è quella di Ovidio (Metamorfosi I 82 ss.); né Esiodo né Eschilo, le due principali fonti sulla figura di Prometeo, sembrano prospettare una sua opera di creazione dell’umanità, ma semplicemente quella di benefattore e di apportatore di civiltà (Esiodo, peraltro, è abbastanza generico nell’attribuire la creazione dell’uomo agli “dèi immortali” del periodo di Crono, ai vv. 109-111 delle Opere e i giorni). Sempre Esiodo (Teogonia 521 ss.) racconta di come Prometeo volle ingannare Zeus a favore degli uomini, tentando di assegnare loro le parti migliori di un bue offerto in sacrificio, a svantaggio degli dèi: ma Zeus se ne accorse, e per ritorsione tolse agli uomini il possesso del fuoco. Ma la storia continua (Esiodo, Opere e i giorni 47 ss.); Prometeo riesce a rubare il fuoco a Zeus e a ridarlo agli uomini, e Zeus allora attua una nuova crudele vendetta, creando Pandora, la prima donna: «Agli uomini, come pena per il fuoco, io darò un male di cui tutti saranno felici, e faranno festa al loro stesso male» (vv. 57-58). Già in Esiodo, quindi, Prometeo appare come una fiera figura di dio anomalo, che sceglie di mettersi in contrasto con i suoi simili per aiutare la debole razza dei mortali; e questa impostazione risulta ancor più evidente nel Prometeo incatenato di Eschilo, dove il figlio di Giapeto dichiara tutti i benefici che la sua audace indipendenza da Zeus ha saputo apportare all’umanità: come l’agricoltura, la medicina, la divinazione, la scrittura, il calcolo matematico e astronomico.

[2] Cfr. per esempio Esiodo, Opere e i giorni 50 ss. ed Eschilo, Prometeo incatenato 107 ss.

[3] Per Pandora, cfr. Esiodo, Opere e i giorni 42 ss. Esiodo racconta di come, per curiosità, Pandora sollevò il coperchio del vaso in cui erano contenuti tutti i mali: che subito saltarono fuori e si diffusero nel mondo.

[4] Un’ampia trattazione del diluvio di Deucalione è assente nelle fonti più antiche: solo Pindaro (Olimpiche 9, 41 ss.) vi allude con una certa precisione, ma si tratta comunque di pochi versi da cui non si evince l’intera vicenda. Il racconto poetico principale è quello di Ovidio (Metamorfosi I, 177-415), di intensa bellezza, rispetto al quale la narrazione di Apollodoro risulta mancare di alcuni nodi essenziali per la vicenda. Da Ovidio, per esempio, sappiamo il motivo che indusse Zeus a decidere lo sterminio dell’umanità: l’empietà degli uomini, e soprattutto quella di Licaone, che non esitò a uccidere uno straniero, per servirlo a Zeus sulla tavola imbandita, e mettere così alla prova la sua divinità. Sempre Ovidio specifica l’origine del lancio delle pietre da parte di Deucalione e Pirra, che in Apollodoro manca di spiegazione. Scampati al diluvio, i due sposi chiedono aiuto a Themis, la dea profetica che aveva il suo oracolo sul monte Parnaso, e questa risponde loro – con un oscuro responso – di gettarsi dietro le spalle le ossa della grande madre. Deucalione risolve l’enigma, capisce che la grande madre è la terra e le sue ossa sono le pietre, e agisce di conseguenza, dando vita alla nuova stirpe umana. Plutarco (Quali animali sono più ingegnosi 968f) aggiunge il particolare della colomba inviata da Deucalione a esplorare le terre riemerse, proprio come nella storia di Noè. Il racconto del diluvio universale sembra, infatti, presentare caratteri comuni alle diverse civiltà, ed è probabilmente da ricollegare a tradizioni di origine babilonese, forse in relazione al grande diluvio che si verificò in Mesopotamia nel III millennio a.C.: anche il poema babilonese di Gilgamesh, infatti, tramanda la storia di Parnapishtim, che si salvò in un’arca dal diluvio provocato dalla dea Ishtar.

[5] Al medesimo gioco etimologico – ma con un significato etico più ampio – allude anche Ovidio, nel commentare l’origine dell’umanità da quelle pietre di Deucalione e Pirra: Inde genus durum sumus experiensque laborum / et documenta damus qua simus origine nati (Metamorfosi I 414-415).

[6][6] Secondo il Marmor Parium, il passaggio del nome da Greci a Elleni avvenne nel 1521 a.C. Questa famosa lastra di marmo, scoperta nel 1627 a Paro e portata in Inghilterra da Thomas Arundel, contiene in novantatré righe la successione dei principali eventi della storia greca da Cecrope fino all’arconte Diogneto (264 a.C.), comprendendo quindi circa 1318 anni, calcolati non in base alle olimpiadi, ma secondo i re e gli arconti attici; sono presenti però alcuni evidenti errori di datazione.

Pseudo-Apollodoro

di M. CAVALLI, L’autore, l’epoca, il testo della Biblioteca, in APOLLODORO, Biblioteca, Milano 2011, XIII-XVIII.

L’identità dell’autore della Biblioteca resta enigmatica. Il nome Apollodoro ricorre per la prima volta nell’opera di Fozio, il patriarca-scrittore del IX secolo d.C., che riunì riassunti ed estratti di 279 opere da lui lette nella raccolta intitolata anch’essa Biblioteca, o Myriobiblos. Sia Fozio che le note dei copisti sui suoi manoscritti identificano dunque l’autore della Biblioteca in Apollodoro il Grammatico; gli scoliasti, poi, riportano anche la sua appartenenza geografica, ateniese: e l’unico scrittore di questo nome a noi noto è, appunto, il grammatico ateniese Apollodoro, attivo ad Alessandria e poi a Pergamo intorno alla metà del II secolo a.C., del quale purtroppo nulla ci è stato tramandato. Sappiamo, però, che tra le sue opere esistevano quattro libri di Cronache in versi, dedicati alla sistemazione cronologica di tutto il periodo compreso fra la guerra di Troia (datata al 1184/3 a.C.) e il 120/19 a.C.; e soprattutto l’importante trattato Sugli dèi in ventiquattro libri, ampia compilazione mitologica, che tentava di dare ordine a tutta la materia tradizionale del mito nelle sue connessioni con il culto, le feste, la poesia, il pensiero filosofico stesso. Ma l’identificazione dell’autore della Biblioteca con il grammatico ateniese risulta impossibile, già sulla scorta dei pochi frammenti di Apollodoro in nostro possesso e delle allusioni alla natura delle sue opere e del suo pensiero presenti in altri autori. Il trattato Sugli dèi, infatti, si fondava su una forte impronta razionalistica, con la quale Apollodoro intendeva svincolarsi dal leggendario, per risolvere, invece, scientificamente i problemi inerenti alla divinità e al mito, soprattutto attraverso l’uso dell’indagine etimologica: e il principale assunto della sua opera consisteva nell’identificazione delle divinità con forze naturali oppure con famosi personaggi dell’antichità, morti da tempo e ritenuti dèi.

Vincenzo Foppa, Fanciullo che legge Cicerone. Affresco, 1464, dal Banco Mediceo di Milano. London, Wallace Collection.

Proprio il razionalismo di Apollodoro ha indotto a considerare impossibile la tradizionale attribuzione della Biblioteca: già nel 1873 C. Robert, nella sua dissertazione De Apollodori Bibliotheca, negava che un’opera così ingenua e anonima, lontana da ogni tentativo critico sul materiale del mito e qualsiasi volontà di elaborazione formale e stilistica, si potesse ascrivere al rigoroso e scettico grammatico ateniese, alcuni frammenti del cui lavoro, inoltre, rivelano particolari mitici in decisa contraddizione con passi presenti nella Biblioteca. Ma c’è di più. Nella Biblioteca compare un riferimento a Castore, autore di studi storici, contemporaneo di Cicerone: e questo dato sposta la composizione dell’opera almeno alla metà del I secolo a.C., periodo che resta fisso dunque, per la Biblioteca, almeno quale terminus post quem, e nega definitivamente la sua attribuzione ad Apollodoro di Atene. Il problema dell’individuazione del suo autore – che viene comunque chiamato, per comodità, Apollodoro o pseudo-Apollodoro – è reso ancor più arduo non solo dalla totale assenza all’interno dell’opera di riferimenti cronologici o di allusioni a fatti storici e contemporanei, ma anche dall’assoluto silenzio sull’esistenza di Roma e delle leggende relative alla sua fondazione. Così, per esempio, pur raccontando ampiamente lo stanziamento degli eroi reduci da Troia in diverse aree del Mediterraneo, come pure la fuga di Enea con il vecchio padre Anchise sulle spalle, niente Apollodoro riporta sull’arrivo dell’eroe nel Lazio e sulle vicende che stanno alla base della tradizione romana. Poteva Apollodoro non conoscere l’esistenza di Roma? È difficile crederlo, a meno di non ipotizzare che scrivesse in un luogo e in un’epoca in cui la fama di Roma ancora non si fosse diffusa: forse, dunque, in un remoto paese ai confini del mondo greco, e certo non dopo Augusto. Oppure, come suggeriscono alcuni critici, si dovrebbe piuttosto pensare a un silenzio deliberato a Roma e alle sue leggende, per qualche motivo – ideologico? politico? didattico? – che a noi rimane assolutamente oscuro. In ogni caso, una datazione della Biblioteca intorno alla metà del I secolo a.C. (l’unica che potrebbe in certo modo giustificare il silenzio su Roma) presenta nuove difficoltà, dato che l’opera non viene mai menzionata da alcun autore precedente a Fozio (IX secolo d.C.), e che lo stile e alcune abitudini verbali del suo autore sembrano semmai collocarla tra il I e il III secolo d.C. Ma più probabilmente l’assenza dei riferimenti a Roma nella Biblioteca trova spiegazione nella natura stessa dell’opera, lavoro di compilazione mitografica non originale, e basato più sulla semplice trascrizione e riduzione di originali precedenti, che non sulla loro rielaborazione critica. In questo modo – ipotizzando cioè per la Biblioteca una fonte mitografica antecedente le fortune di Roma imperiale (quindi, senz’altro anteriore al I secolo a.C.), che non citasse dunque il mondo romano perché d’importanza ancora provinciale – il silenzio su Roma trova giustificazione nella volontà di seguire pedissequamente il modello, senza intervenire sulla sua traccia con innovazioni determinate da condizioni storiche e culturali diverse.

Pittore Duride. Scuola di scrittura su tavoletta con stilo. Dettaglio dal lato B di una kylix attica a figure rosse, inizi V sec. Berlin, Staatliche Museen.

L’identità e l’epoca dello pseudo-Apollodoro restano, in ogni caso, impossibili da determinare: per quanto alcuni critici siano concordi, per ragioni stilistiche, nel collocare la sua opera intorno al I-II secolo d.C., gli unici dati certi in nostro possesso lasciano aperto tutto l’enorme periodo tra la metà del I secolo a.C. e gli inizi del IX secolo d.C. Il nome stesso “Apollodoro”, presente sia in Fozio che nei manoscritti della Biblioteca, si presta a differenti possibilità di interpretazione. Forse un errore o un falso dei copisti; forse un inganno dell’autore, nel tentativo di far vivere anche la sua modesta opera nella gloria dell’insigne grammatico ateniese; o forse, invece, semplicemente un caso di omonimia, data la natura piuttosto comune del nome “Apollodoro”. Più difficile risulta interpretare questa tradizionale attribuzione come volontà di indicare, nel testo della Biblioteca a noi pervenuto, il riassunto o la riduzione di un originale di Apollodoro: fra i titoli del grammatico ateniese tramandati da più fonti come sicuramente autentici, infatti, questo non compare; ed è impossibile, del resto, che la Biblioteca costituisca una riduzione del trattato Sugli dèi, la cui natura filologico-grammaticale sembra decisamente altra rispetto alla struttura solo compilativa dell’opera apocrifa. Ma certo le ricerche mitologiche di Apollodoro – e quindi soprattutto il Perì theòn – costituirono una delle principali fonti per la successiva trattatistica mitografica: ed è appunto nell’ambito di tale genere, sviluppatosi in diversi filoni dai rigorosi studi storici, letterari ed etimologici degli eruditi alessandrini, che va collocata la Biblioteca, unico esempio di una certa ampiezza e complessità, peraltro, che sia giunto fino a noi. Isolata è, infatti, la struttura sistematica di questa raccolta, che attua il tentativo di esaurire tutta la materia mitologica greca, collegando in una stretta sequenzialità genealogica e cronologica i racconti relativi alle diverse aree geografiche e alle diverse tradizioni.

Processione con immagini di divinità. Rilievo, marmo, III sec. d.C. Roma, S. Lorenzo fuori le Mura.

Più comune, invece, il tipo di raccolta monotematica, che si organizza cioè nella volontà di riunire in una collezione miti separati, ma del medesimo argomento. Sotto il nome di Eratostene – ma si tratta certamente di un riassunto d’epoca posteriore al III secolo a.C. – sono stati tramandati i Catasterismi (“Trasformazioni in stelle”), opera che raccoglie le più importanti leggende collegate con l’origine delle costellazioni; di Antonino Liberale, attivo fra il II e il III secolo d.C., ci sono giunte, invece, le Metamorfosi, collezione sui miti relativi alla trasformazione di esseri umani in animali e piante, che ricalca probabilmente la perduta raccolta di Nicandro, l’autore del II secolo a.C. che costituisce la principale fonte delle Metamorfosi di Ovidio. Risale poi al I secolo a.C. l’unica opera superstite di Partenio di Nicea, I patimenti d’amore, che riunisce trentasei storie d’amore a conclusione tragica, e che costituì una sorta di repertorio mitologico-erotico per l’elegia amorosa romana. In lingua latina possediamo poi altre due importanti opere, le Favole e l’Astronomia poetica, giunte a noi sotto il nome di Igino, ma certamente non ascrivibili al bibliotecario della Biblioteca di Apollo al Palatino, attivo sotto Augusto: raccolte lacunose e spesso maldestre, esse sembrano semmai da collocare in epoca antoniniana, e la loro rilevanza deriva soprattutto dall’averci tramandato leggende altrimenti sconosciute, tra le quali gli argomenti delle opere perdute dei tragici.

Elemento comune a questi esempi di compilazione mitografica posteriori al III secolo è la natura libresca del materiale mitico raccolto, che deriva, come si è detto, da ricerche e opere di autori precedenti, e non da un lavoro “sul campo” che riporti le diverse tradizioni orali. È Apollodoro stesso a dichiarare le sue fonti: Omero, Esiodo, i tragici e Apollonio Rodio sono le autorità letterarie che sorreggono l’intera struttura della Biblioteca, e proprio dal confronto tra le opere e l’utilizzo fattone da Apollodoro emerge con evidenza la fedeltà e la serietà che impronta tale rielaborazione. Si può dunque presumere che vengano riportate con altrettanto rigore anche le testimonianze tratte da autori per noi ormai perduti, e di cui la Biblioteca costituisce una delle poche fonti; e, in generale, l’assenza di una posizione critica autonoma di Apollodoro, che lo porta ad accettare anche interpretazioni e tradizioni mitologiche contrastanti senza mai impostare una loro conciliazione, sembra garantire l’autenticità e la concretezza dei suoi riferimenti agli autori precedenti. Fra questi, Ferecide di Atene è certamente il più importante, e alla sua autorità Apollodoro si affida con devota costanza: nativo di Lero, ma vissuto ad Atene nella prima metà del V secolo a.C., scrisse un ampio trattato in dieci libri in cui le tradizioni epiche e mitologiche venivano organizzate probabilmente secondo un criterio cronologico e genealogico simile a quello della Biblioteca. Anche Acusilao di Argo, attivo in epoca immediatamente anteriore alle guerre persiane e autore di una Cosmogonia e di un trattato in tre libri dal titolo Genealogie, viene citato con notevole frequenza da Apollodoro, che ci offre in questo modo la possibilità di conoscere alcuni fondamenti della più antica mitografia, per noi totalmente perduta. Ma numerosi altri autori – poeti o eruditi –, di cui nulla possediamo, vengono ripresi da Apollodoro; i più significativi sono il cosiddetto “autore della Tebaide”, poema epico del Ciclo; Pisandro di Rodi, poeta epico attivo probabilmente a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C., autore di un famoso poema dedicato a Eracle; Paniassi, della prima metà del V secolo a.C., zio di Erodoto, autore di un poema in quattordici libri dedicato a Eracle, e di una composizione in versi elegiaci dedicata agli avvenimenti della migrazione ionica; Erodoro, storico attivo intorno al 500 a.C., autore di due importanti raccolte di leggende su Eracle e sugli Argonauti; Asclepiade di Tragilo, allievo di Isocrate e attivo nel tardo IV secolo a.C., autore di una raccolta intitolata Tragodoumena, cioè “Cose rappresentate nelle tragedie”, in cui gli argomenti tragici venivano integrati da varianti della stessa leggenda.

Ganimede con berretto frigio. Testa, marmo, copia di età severiana da originale greco di IV sec. a.C. Roma, Domus Augustana.

A differenza delle altre raccolte mitografiche pervenute, dunque, la Biblioteca si organizza non sulla giustapposizione di leggende tra loro slegate, ma in un progetto complesso di raccordi genealogici e cronologici, che ha l’ambizione di esaurire e di dipanare l’intera tradizione greca dalle origini del mondo fino al ritorno degli eroi dopo la guerra di Troia. Robert Wagner ha individuato con estremo rigore il piano di lavoro di Apollodoro, premettendo alla sua edizione della Biblioteca un ampio sommario della materia, diviso in sedici capitoli che corrispondono agli itinerari mitici seguiti dall’autore: Teogonia; la famiglia di Deucalione; la famiglia di Inaco; la famiglia di Agenore (Europa); la famiglia di Agenore (Cadmo); la famiglia di Pelasgo; la famiglia di Atlante; la famiglia di Asopo; i re di Atene; Teseo; la famiglia di Pelope; precedenti della guerra di Troia; materia dell’Iliade; avvenimenti della guerra di Troia non trattati da Omero; i “ritorni” degli eroi; le peregrinazioni di Odisseo. Ma il testo della Biblioteca a noi pervenuto non è integrale. Tutti i manoscritti esistenti si interrompono nel corso delle avventure di Teseo, segno evidente del loro essere tutti copia di un unico manoscritto più antico, forse rovinato dal tempo o comunque già mancante di un’ampia parte dell’opera. Nel 1885, però, Robert Wagner scoprì nella Biblioteca Vaticana di Roma un manoscritto della fine del XIV secolo contenente un’epitome della Biblioteca, redatta quando l’opera poteva essere letta ancora integralmente, e che riportava quindi anche il riassunto della parte per noi perduta. Due anni dopo, nel Monastero di Mar Sabba a Gerusalemme vennero scoperti i frammenti di una seconda epitome della Biblioteca, contenuti nel cosiddetto Codex Sabbaiticus, e il cui testo si discosta in taluni punti da quello dell’epitome Vaticana. A giudizio di Wagner quest’ultima potrebbe essere opera del commentatore bizantino Giovanni Tzetze (XII secolo), che nei suoi lavori impiegò ampiamente citazioni tratte dalla Biblioteca, le quali spesso si accordano con il testo dell’epitome Vaticana e discordano invece da quello della Sabbaitica: e, del resto, il manoscritto contenente l’epitome Vaticana racchiude anche parte del commento di Tzetze a Licofrone.

A Robert Wagner si deve la magistrale edizione della Biblioteca pubblicata a Leipzig nel 1894 (edizione Teubner), più volte ristampata, che contiene anche il testo delle due epitomi, Vaticana e Sabbaitica. […]

Il ratto di Europa

di R. GRAVES, Greek Myths (= I miti greci, trad. it. E. Morpurgo, ed. U. Albini, Milano 1963, pp. 174 sgg., con note dello stesso autore); fonti antiche: Erodoto, Storie I 2, 2; Apollodoro, Biblioteca III 1, 1; P. Ovidio Nasone, Metamorfosi II 833-875.

 

Europa sul Toro salutata dalle sue compagne prima di giungere a Creta. Affresco, 20-25 d.C. ca., dalla Casa di Giasone (Pompei). Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

 

Agenore[1], figlio di Libia e di Posidone e gemello di Belo, lasciò l’Egitto per stabilirsi nella terra di Canaan, dove sposò Telfassa, altrimenti detta Argiope, la quale gli generò Cadmo, Fenice, Cilice, Taso, Fineo e una sola figlia, Europa[2]. Zeus, innamoratosi di Europa, incaricò Hermes di spingere il bestiame di Agenore fino alla riva del mare presso Tiro, dove Europa e le sue compagne usavano passeggiare. Zeus stesso si confuse nella mandria, sotto le spoglie di un toro bianco come la neve, con una robusta giogaia e due piccole corna, simili a gemme, tra le quali correva un’unica striscia nera. Europa fu colpita dalla sua bellezza e, poiché il toro si rivelò mansueto come un agnello, cominciò a giocare con lui ponendogli dei fiori in bocca e appendendo ghirlande alle sue corna; infine gli balzò sulla groppa e si lasciò condurre al piccolo trotto fino alla riva del mare. All’improvviso il toro si lanciò nelle onde e cominciò a nuotare, ed Europa sgomenta, volgendo il capo, fissava la riva sempre più lontana: con la mano destra stringeva il corno del toro, con la sinistra un canestro colmo di fiori[3]. Giunto su una spiaggia cretese, nei pressi di Gortina, Zeus si trasformò in aquila[4] e violentò Europa in un boschetto di salici[5] accanto a una fonte; o come altri dicono, sotto un platano sempre verde. Europa generò al dio tre figli: Minosse, Radamante e Sarpedone. Agenore mandò i suoi figli in cerca della sorella[6], con l’ordine severissimo di non tornare senza di lei. Subito essi alzarono le vele, ma non sapendo dove si fosse diretto il toro, salparono in tre diverse direzioni. Fenice andò a occidente, verso la Libia, fino al luogo dove sorge ora Cartagine; e colà diede il suo nome ai Punici; ma dopo la morte di Agenore ritornò a Canaan, che da allora fu chiamata Fenicia in suo onore, e divenne padre di Adone e di Alfesibea. Cilice si recò nella terra degli Ipachiani, che da lui prese il nome di Cilicia; e Fineo si recò nella penisola di Tinia, che separa il Mar di Marmara dal Mar Nero, dove più tardi fu tormentato dalle Arpie. Taso e i suoi compagni, direttisi prima a Olimpia […] poi colonizzarono l’isola di Taso e sfruttarono le sue ricche miniere d’oro. Tutto ciò accadde cinque generazioni prima che nascesse in Grecia Eracle, figlio di Anfitrione […].

(in R. Graves)

 

Rembrandt van Rijn, Il rapimento di Europa. Olio su tela, 1632. J. Paul Getty Museum.

 

μετὰ δὲ ταῦτα Ἑλλήνων τινάς (οὐ γὰρ ἔχουσι τοὔνομα ἀπηγήσασθαι) [Πέρσαι] φασὶ τῆς Φοινίκης ἐς Τύρον προσσχόντας ἁρπάσαι τοῦ βασιλέος τὴν θυγατέρα Εὐρώπην. εἴησαν δ᾽ ἄν οὗτοι Κρῆτες.

[I Persiani] dicono pure che in seguito alcuni Greci, di cui non sono in grado di riferire il nome, approdati a Tiro in Fenicia rapirono la figlia del re, Europa – e questi potrebbero essere stati Cretesi.

Hdt., I 2, 2 (trad. it. Augusta Izzo D’Accinni)

 

Europa sul toro. Metopa, calcare policromo, VI secolo a.C., dal Tempio C di Selinunte. Museo Archeolgico Regionale di Palermo.

ὡς γὰρ ἡμῖν λέλεκται, δύο Λιβύη ἐγέννησε παῖδας ἐκ Ποσειδῶνος, Βῆλον καὶ Ἀγήνορα. Βῆλος μὲν οὖν βασιλεύων Αἰγυπτίων τοὺς προειρημένους ἐγέννησεν, Ἀγήνωρ δὲ παραγενόμενος εἰς τὴν Φοινίκην γαμεῖ Τηλέφασσαν καὶ τεκνοῖ θυγατέρα μὲν Εὐρώπην, παῖδας δὲ Κάδμον καὶ Φοίνικα καὶ Κίλικα. τινὲς δὲ Εὐρώπην οὐκ Ἀγήνορος ἀλλὰ Φοίνικος λέγουσι. ταύτης Ζεὺς ἐρασθείς, †ῥόδου ἀποπλέων, ταῦρος χειροήθης γενόμενος, ἐπιβιβασθεῖσαν διὰ τῆς θαλάσσης ἐκόμισεν εἰς Κρήτην. ἡ δέ, ἐκεῖ συνευνασθέντος αὐτῇ Διός, ἐγέννησε Μίνωα Σαρπηδόνα Ῥαδάμανθυν· καθ᾽ Ὅμηρον δὲ Σαρπηδὼν ἐκ Διὸς καὶ Λαοδαμείας τῆς Βελλεροφόντου. ἀφανοῦς δὲ Εὐρώπης γενομένης ὁ πατὴρ αὐτῆς Ἀγήνωρ ἐπὶ ζήτησιν ἐξέπεμψε τοὺς παῖδας, εἰπὼν μὴ πρότερον ἀναστρέφειν πρὶν ἂν ἐξεύρωσιν Εὐρώπην. συνεξῆλθε δὲ ἐπὶ τὴν ζήτησιν αὐτῆς Τηλέφασσα ἡ μήτηρ καὶ Θάσος ὁ Ποσειδῶνος, ὡς δὲ Φερεκύδης φησὶ Κίλικος. ὡς δὲ πᾶσαν ποιούμενοι ζήτησιν εὑρεῖν ἦσαν Εὐρώπην ἀδύνατοι, τὴν εἰς οἶκον ἀνακομιδὴν ἀπογνόντες ἄλλος ἀλλαχοῦ κατῴκησαν, Φοῖνιξ μὲν ἐν Φοινίκῃ, Κίλιξ δὲ Φοινίκης πλησίον, καὶ πᾶσαν τὴν ὑφ᾽ ἑαυτοῦ κειμένην χώραν ποταμῷ σύνεγγυς Πυράμῳ Κιλικίαν ἐκάλεσε· Κάδμος δὲ καὶ Τηλέφασσα ἐν Θρᾴκῃ κατῴκησαν. ὁμοίως δὲ καὶ Θάσος ἐν Θρᾴκῃ κτίσας πόλιν Θάσον κατῴκησεν.

Come abbiamo detto, Libia ebbe da Posidone due figli, Belo e Agenore. Belo regnò sull’Egitto ed ebbe i figli che abbiamo già nominato; Agenore invece andò in Fenicia, sposò Telefassa, ebbe una figlia femmina, Europa, e tre maschi, Cadmo, Fenice e Cilice. Alcuni dicono che Europa non fosse figlia di Agenore, ma di Fenice. Zeus s’innamorò di lei, si trasformò in toro, fece montare la ragazza sulla sua groppa e la portò sul mare fino a Creta, dove si unirono in amore. Europa partorì Minosse, Sarpedone e Radamanto; ma Omero afferma che Sarpedone nacque da Zeus e Laodamia, figlia di Bellerofonte. Dopo la scomparsa di Europa, il padre Agenore inviò i figli alla sua ricerca, dicendo di non tornare a casa prima di averla trovata. Anche la madre Telefassa partì alla sua ricerca, e anche Taso, figlio di Posidone o forse, secondo Ferecide, di Cilice. Cercarono dappertutto, ma non riuscirono a trovarla; tornare a casa non potevano, e così rimasero a vivere ognuno in una terra diversa. Fenice si stabilì in Fenicia; Cilice si fermò in una regione confinante con la Fenicia, e dal suo nome chiamò Cilicia tutto il territorio bagnato dal fiume Piramo; Cadmo e Telefassa, invece, si stabilirono in Tracia. Anche Taso si fermò in Tracia, colonizzò l’isola di Taso e vi fondò una città.

Apollod., Bibl. III 1, 1 (trad. it. Marina Cavalli)

 

Pittore Asteas. Europa in groppa al Toro attorniata dalle creature marine (dettaglio). Pittura vascolare su calyx-krater campano a figure rosse, 350-40 ac ca., da S. Agata dei Goti. Museo Archeologico di Paestum.

Has ubi uerborum poenas mentisque profanae

Cepit Atlantiades, dictas a Pallade terras

Linquit et ingreditur iactatis aethera pennis.

Seuocat hunc genitor. Nec causam fassus amoris

«Fide minister – ait – iussorum, nate, meorum,

Pelle moram solitoque celer delabere cursu,

Quaeque tuam matrem tellus a parte sinistra

Suspicit (indigenae Sidonida nomine dicunt),

Hanc pete, quodque procul montano gramine pasci

Armentum regale uides, ad litora uerte».

Dixit, et expulsi iamdudum monte iuuenci

Litora iussa petunt, ubi magni filia regis

Ludere uirginibus Tyriis comitata solebat.

Non bene conueniunt nec in una sede morantur

Maiestas et amor: sceptri grauitate relicta

Ille pater rectorque deum, cui dextra trisulcis

Ignibus armata est, qui nutu concutit orbem,

Induitur faciem tauri mixtusque iuuencis

Mugit et in teneris formosus obambulat herbis.

Quippe color niuis est, quam nec uestigia duri

Calcauere pedis nec soluit aquaticus auster.

Colla toris exstant, armis palearia pendent,

Cornua parua quidem, sed quae contendere possis

Facta manu, puraque magis perlucida gemma.

Nullae in fronte minae, nec formidabile lumen;

Pacem uultus habet. Miratur Agenore nata,

Quod tam formosus, quod proelia nulla minetur.

Sed quamuis mitem metuit contingere primo:

Mox adit et flores ad candida porrigit ora.

Gaudet amans et, dum ueniat sperata uoluptas,

Oscula dat manibus; uix iam, uix cetera differt.

Et nunc adludit uiridique exsultat in herba,

Nunc latus in fuluis niueum deponit harenis;

Paulatimque metu dempto modo pectora praebet

Virginea plaudenda manu, modo cornua sertis

Impedienda nouis. Ausa est quoque regia uirgo

Nescia quem premeret, tergo considere tauri,

Cum deus a terra siccoque a litore sensim

Falsa pedum primis uestigia ponit in undis:

Inde abit ulterius mediique per aequora ponti

Fert praedam. Pauet haec litusque ablata relictum

Respicit, et dextra cornum tenet, altera dorso

Imposita est; tremulae sinuantur flamine uestes.

 

Quando punì così le parole di una mente scellerata

il nipote di Atlante, lascia le terre che han nome

da Pallade e con un batter d’ali si libra nell’etere.

Lo convoca a sé il padre senza rivelargli che lo muove amore,

e gli dice: «Figlio mio, fedele messaggero dei miei ordini,

lascia ogni indugio e scendi giù con la tua solita rapidità,

e va verso quella terra, che i nativi chiamano Sidone,

dalla quale in alto a sinistra si contempla tua madre;

va laggiù, e scorgerai un armento del re che pascola

lontano sulle pendici di un monte erboso: spingilo verso la spiaggia».

Disse ciò, e immediatamente i giovenchi cacciati dal monte

si dirigono, come ordinato, al lido, dove la figlia di quel re potente,

accompagnata dalle ragazze di Tiro, è solita giocare.

Non vanno d’accordo né possono star insieme

la maestà e l’amore: deposta la solennità dello scettro,

colui ch’è padre e re degli dèi, la cui destra è armata

dalle folgori trilingui, che con un cenno scuote il mondo,

si riveste dell’aspetto di un toro e, mescolatosi alle giovenche,

muggisce, aggirandosi aitante sulla tenera erba.

È candido come neve, che l’impronta di un passo pesante

non calpesta o che l’Austro piovoso non riduce in poltiglia;

sul collo risaltano i muscoli, dalle spalle pende la giogaia,

ha corna piccole, ma tali che potresti ritenerle

fatte a mano e più trasparenti di una gemma pura;

nulla di minaccioso sulla fronte, né di spietato nello sguardo:

ha un’aria mansueta. La figlia di Agenore si stupisce

che sia tanto ben fatto, e che non minacci aggressività,

eppure in un primo momento ha paura di sfiorarlo:

ma poi gli si accosta e porge dei fiori al candido muso.

Gode l’innamorato e, in attesa del piacere sperato,

le bacia le mani; a stento ormai, a stento rimanda il resto;

ora si sfrena gioioso e salta sull’erba verde,

ora stende il candido fianco sulla rena dorata

e dopo averle allontanato a poco a poco la paura, le offre il petto

perché l’accarezzi con la sua mano ingenua; ora le porge le corna

perché le inghirlandi con nuove corone. E la vergine regale osa

persino adagiarsi sul suo dorso, ignara di chi sia colui che sta cavalcando:

allora il dio pian piano dalla terra asciutta della spiaggia,

comincia a imprimere le sue false orme nelle prime onde,

poi vi si inoltra e in mezzo al mare si porta via

la sua preda. Questa terrorizzata si volge indietro a guardar il lido

ormai abbandonato; con la destra s’aggrappa a un corno, con l’altra

s’appoggia al dorso; fremendo nel vento le ondeggiano intorno le vesti.

Ov., Met. II 833-875

Sarcofago minoico raffigurante il sacrificio di un toro (particolare), da Hagia Triada (Creta). Periodo Neopalaziale (1600-1450 a.C.). Museo Archeologico di Herakleion.

 

***

[1] Agenore è l’eroe fenicio Chnas, che appare nella Genesi come Canaan; molte usanze cananee pare rivelino un’origine est-africana e può darsi che i Cananei giungessero nel Basso Egitto dall’Uganda.

[2] Europa significa «dalla larga faccia», ed è sinonimo di luna piena; fu un appellativo della dea-Luna Demetra a Lebadia e di Astarte a Sidone.

[3] La leggenda del ratto di Europa, che si riferisce ad un’antica invasione ellenica di Creta, fu tratta dall’iconografia pre-ellenica in cui la sacerdotessa della Luna appariva trionfante in groppa al toro solare, sua vittima. Pare che la cerimonia fosse compresa nel rito della fertilità, durante il quale la ghirlanda primaverile di Europa veniva portata in processione (Athen., p. 678 a-b).

[4] Zeus che si trasforma in aquila per violentare Europa ricorda la sua metamorfosi in cuculo per sedurre Era, poiché, secondo Esichio, Era aveva l’appellativo di Europia.

[5] Il salice presiede al quinto mese dell’anno sacro ed è associato con le pratiche di stregoneria e con i riti di fertilità in tutta Europa, specialmente a Calendimaggio, che cade in quel mese.

[6] La diaspora dei figli di Agenore ricorda forse la fuga delle tribù cananee verso occidente, che si verificò all’inizio del II millennio a.C. in seguito alle invasioni ariane e semitiche. La leggenda dei figli di Inaco, inviati alla ricerca di Io, la vacca lunare, influenzò probabilmente la leggenda dei figli di Agenore inviati alla ricerca di Europa.