Caligola, un mostro di invidia e gelosia (Suet. Calig. 34-35)

I capitoli che seguono sono parte della sezione negativa della biografia, quella in cui Caligola si manifesta come un monstrum. Ma pur nell’esagerazione propria del genere letterario, appaiono qui le tendenze all’autocrazia perseguita dal principe, nel rifiuto del passato di Roma e in maniacali atteggiamenti che rivelano anche i segni di un progressivo squilibrio psichico.

C. Giulio Cesare Caligola. Testa, marmo con tracce di policromia, c. 37-41. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

[34.1] Nec minore liuore ac malignitate quam superbia saeuitiaque paene aduersus omnis aeui hominum genus grassatus est. statuas uirorum inlustrium ab Augusto ex Capitolina area propter angustias in campum Martium conlatas ita subuertit atque disiecit ut restitui saluis titulis non potuerint, uetuitque posthac uiuentium cuiquam usquam statuam aut imaginem nisi consulto et auctore se poni. [2] cogitauit etiam de Homeri carminibus abolendis, cur enim sibi non licere dicens, quod Platoni licuisset, qui eum e ciuitate quam constituebat eiecerit? sed et Vergili[i] ac Titi Liui scripta et imagines paulum afuit quin ex omnibus bibliothecis amoueret, quorum alterum ut nullius ingenii minimaeque doctrinae, alterum ut uerbosum in historia neglegentemque carpebat. de iuris quoque consultis, quasi scientiae eorum omnem usum aboliturus, saepe iactauit se mehercule effecturum ne quid respondere possint praeter eum.

[35.1] Vetera familiarum insignia nobilissimo cuique ademit, Torquato torquem, Cincinnato crinem, Cn. Pompeio stirpis antiquae Magni cognomen. Ptolemaeum, de quo ret‹t›uli, et arcessitum e regno et exceptum honorifice, non alia de causa repente percussit, quam quod edente se munus ingressum spectacula conuertisse hominum oculos fulgore purpureae abollae animaduertit. [2] pulchros et comatos, quotiens sibi occurrerent, occipitio raso deturpabat. erat Aesius Proculus patre primipilari, ob egregiam corporis amplitudinem et speciem Colosseros dictus; hunc spectaculis detractum repente et in harenam deductum Thr‹a›eci et mox hoplomacho comparauit bisque uictorem constringi sine mora iussit et pannis obsitum uicatim circumduci ac mulieribus ostendi, deinde iugulari. [3] nullus denique tam abiectae condicionis tamque extremae sortis fuit, cuius non commodis obtrectaret. Nemorensi regi, quod multos iam annos poteretur sacerdotio, ualidiorem aduersarium subornauit. cum quodam die muneris essedario Porio post prosperam pugnam seruum suum manumittenti studiosius plausum esset, ita proripuit se spectaculis, ut calcata lacinia togae praeceps per gradus iret, indignabundus et clamitans dominum gentium populum ex re leuissima plus honoris gladiatori tribuentem quam consecratis principibus aut praesenti sibi.

[34.1] E con gelosia e malignità non inferiori alla superbia e alla crudeltà egli infierì quasi contro il genere umano di ogni tempo[1]. Fece abbattere e spezzare le statue delle personalità illustri che Augusto aveva trasferito dalla piazza del Campidoglio, ormai angusta, in Campo Marzio, e la distruzione fu tale che non si poterono più restaurare con le loro iscrizioni intere. Vietò anche che si erigessero statue a persone viventi se non con la sua approvazione o per sua iniziativa[2]. [2] Meditò persino di distruggere i poemi di Omero e ripeteva: «Perché non dovrei comportarmi come Platone, che l’ha messo al bando dalla sua Repubblica[3]. Poco mancò che non facesse togliere da tutte le pubbliche biblioteche le opere e i ritratti di Virgilio e di Tito Livio, rimproverando al primo di essere privo d’ingegno e poco esperto nell’arte, e al secondo di essere uno storico verboso e sciatto. Anche riguardo ai giureconsulti ebbe la pretesa di rendere del tutto inutile la loro scienza e ripeteva spesso: «Perbacco, farò in modo che non possano più dare alcuna consulenza legale all’infuori di quelle che voglio io!».

[35.1] Tolse ai membri delle più nobili famiglie le loro antiche attribuzioni onorifiche: la collana a un Torquato, i riccioli a un Cincinnato, il diritto di chiamarsi Magnus a un Gneo Pompeo, discendente dell’antico casato. Quanto a quel Tolemeo di cui ho parlato prima[4], dopo averlo convocato dal suo regno e averlo accolto con onore, Caligola lo colpì a morte improvvisamente solo perché, in occasione di uno spettacolo gladiatorio organizzato dallo stesso imperatore, si accorse che quello, entrato nell’anfiteatro, aveva attirato gli sguardi del pubblico con lo splendore del suo mantello di porpora[5].  Ogni volto che incontrava qualcuno con una bella capigliatura, gli faceva radere la testa per imbruttirlo[6]. [2] Viveva allora un certo Esio Proculo, figlio di un centurione primipilo, il quale, per la sua bellezza e per la prestanza della sua persona era soprannominato “Colossero”. Durante uno spettacolo del circo, Caligola lo fece arrestare improvvisamente tra gli spettatori e buttare nell’arena a combattere contro un Trace. In seguito, comparso un gladiatore in armatura completa, lo fece combattere di nuovo; e, poiché risultò vincitore tutt’e due le volte, diede ordine che fosse subito legato e, ricoperto di cenci, condotto di rione in rione e mostrato alle donne, quindi sgozzato. [3] Infine, non c’era nessuno di condizione tanto abietta e meschina, che egli non cercasse di nuocergli. Contro il “re del bosco”, poiché esercitava la funzione sacerdotale ormai da molti anni, spinse un avversario più vigoroso[7]. In una giornata di spettacoli, poiché Porio, un gladiatore che combatteva dal carro, era stato clamorosamente applaudito per avere, dopo la vittoria, affrancato un suo servo[8], Caligola si precipitò tra gli spettatori con tanta foga che, inciampando nella toga, cadde in mezzo alla gradinata, indignandosi e strepitando che il popolo, signore delle genti, attribuiva più onore a un gladiatore per una ragione così futile che agli imperatori divinizzati e a lui stesso che era presente.

Scene dal combattimento fra un retiarius (Kalendio) e un secutor (Astyanax). Mosaico, IV secolo. Madrid, Museo Arqueológico Nacional.

Fino al XIX secolo la critica riteneva verosimile la presentazione di Caligola come imperatore “folle” data da Svetonio. In seguito, la discussione si è fatta più articolata e ha dovuto tener conto del fatto che il biografo, oltre ai documenti imperiali cui aveva accesso diretto e alle notizie riferite oralmente (che quasi sempre segnala come dubbie), ha attinto anche a storici precedenti, spesso accettandone l’autorità. Tra le fonti di informazioni sui fatti del I secolo c’è una storia cominciata da Aufidio Basso (di età tiberiana) e continuata da Plinio il Vecchio (non è chiaro quale delle due coprisse il breve periodo di Caligola). Altri candidati sono Servilio Noniano (vissuto anch’egli sotto Tiberio), Cluvio Rufo (che fu console ai tempi di Caligola e scrisse su avvenimenti contemporanei) e Fabio Rustico (insieme al precedente una delle fonti delle Historiae tacitiane), ma Svetonio non offre particolari ragguagli sulla provenienza delle notizie riferite. È sicuro però che l’aperto conflitto tra Caligola e il Senato romano a causa degli atteggiamenti assolutistici dell’imperatore – che si ispirava al modello orientale-ellenistico delle monarchie divinizzate – diede origine a una tradizione storiografica generalmente polemica e ostile nei suoi confronti. Si può comunque considerare il punto di vista di Svetonio su Caligola come rappresentativo della sua classe e della sua epoca: quello che l’autore vuole mettere in evidenza è principalmente il carattere del princeps, la sua superbia e la sua crudeltà, che rendevano inaccettabile il suo modo di esercitare il potere. La Vita Caligulae è suddivisa in rubriche positive e negative come le altre biografie svetoniane, ma qui le seconde sono nettamente prevalenti e ben distinte nel testo dallo stesso autore: Hactenus quasi de principe, reliqua ut de monstro narranda sunt («Fin qui ho parlato di un principe, ora devo parlare, per così dire, di un mostro», Calig. 22, 1).

Nel brano riportato le azioni criminose di Caligola sono dettate dalla gelosia (livor). L’imperatore pretendeva in ogni circostanza gli onori più alti e una considerazione che lo mettesse al di sopra di tutti; pertanto, aveva paura di tutte le occasioni di confronto con persone (vive o morte) che da qualsiasi punto di vista potessero apparirgli superiori e traduceva questo risentimento in atti di cancellazione della memoria, umiliazione e addirittura messa a morte di presunti rivali. Gli esempi riferiti da Svetonio sono ordinati in una progressione che parte dai crimini perpetrati contro le cose (le statue degli uomini illustri del passato; le opere degli auctores, Omero, Virgilio e Livio) o il libero esercizio della professione (i provvedimenti contro i giureconsulti) e arriva a quelli contro le persone fisiche, colpite nella loro immagine (i nobili romani, i giovani di particolare bellezza) o private crudelmente della vita (Tolemeo, Esio Proculo, il rex Nemorensis). La narrazione è organizzata in una climax che culmina nella caduta di Caligola, geloso degli applausi a Porio, dalle gradinate: quasi un contrappasso per il princeps che pretendeva per sé lo sguardo riverente del pubblico.

Il brano esemplifica bene due caratteristiche abbastanza rappresentative dello stile svetoniano: la narrazione rapida e concisa, che mira all’essenziale tralasciando ogni ricercatezza letteraria, e il vigore espressivo, che non rifugge da un lessico a volte anche crudo. I misfatti della gelosia di Caligola sono raccontati semplicemente (quasi “elencati” uno dopo l’altro), mentre spesso le scelte lessicali (per esempio, l’uso di verbi generalmente adoperati con una connotazione negativa che si riflette sul soggetto dell’azione) contribuiscono a suggerire l’idea che il princeps, che voleva essere trattato come un dio, assomigliasse piuttosto a un brigante da strada o a un violento pretenzioso e perverso: grassatus est… iactauit (34); deturpabat… iugulari… obtrectaret… subornauit… clamitans (35).

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[1] La superbia e la saevitia di Caligola sono state illustrate dal biografo, rispettivamente, in Calig. 22 e 27-33; la gelosia e la malevolenza del princeps prendevano di mira tanto i vivi quanto i morti.

[2] D’altronde, gli imperatori esercitarono il controllo sulle immagini in quanto veicoli di significati anche politici e propagandistici.

[3] Nello Stato ideale di Platone (Resp. 377-393) non c’era posto per i poeti narrativi come Omero; il principe, insomma, si arrogava gli stessi diritti del filosofo ateniese nel rifondare lo Stato.

[4] Cfr. Suet. Calig. 26, 1. Tolemeo era cugino dell’imperatore per parte di madre.

[5] Ancora un episodio di gelosia e paura da parte dell’imperatore. L’assassinio di Tolemeo si colloca nel 40, quando il principe era ancora molto scosso e diffidente per l’attentato dell’anno precedente.

[6] Il giovane imperatore soffriva di calvizie e ciò lo rendeva particolarmente suscettibile su questo particolare della bellezza maschile.

[7] Nemorensis rex era detto il sacerdote del santuario di Diana situato in un bosco sacro (nemus) ad Ariccia sui Colli Albani: era un servus fugitivus – l’esempio serve infatti a illustrare l’intento persecutorio dell’imperatore nei confronti dei disgraziati – che prendeva il posto del predecessore in carica uccidendolo e aspettava di essere ucciso a sua volta dal nuovo aspirante.

[8] Verosimilmente il proprio auriga.

Gaio Svetonio Tranquillo

Nella prima età imperiale si avvertì l’esigenza di rinnovare i modelli storiografici tradizionali. Grande fortuna sembra avere avuto il genere biografico, il cui rappresentante principale fu senza dubbio Gaio Svetonio Tranquillo, passato alla storia per le sue biografie degli imperatori romani da Ottaviano fino a Domiziano: ricche di particolari scandalistici, aneddoti piccanti e segreti sulla vita di corte, queste opere dovevano mostrare il “vero” volto dei Caesares.

La cosiddetta «Ara degli scribi». Altare decorato a rilievi, marmo, c. 20-50, dalla Vigna Casali, presso Porta S. Sebastiano. Roma, Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano.

La vita di Svetonio si ricostruisce dalle scarse indicazioni autobiografiche che fornisce lo stesso scrittore e da altre notizie ricavabili dall’epistolario di Plinio il Giovane, dall’Historia Augusta e da un’iscrizione, che ne illustra la carriera, scoperta alla metà del XX secolo. Di Gaio Svetonio Tranquillo non sono noti esattamente né l’anno di nascita né quello di morte: si può soltanto supporre che egli sia nato poco dopo il 70 da una famiglia di rango equestre di modesta condizione, ma alcunché di certo si sa neppure sul luogo di nascita. Da quanto l’autore stesso riferisce, si apprende che suo padre, Svetonio Laeto, fu tribunus angusticlavius della legio XIII Gemina, al servizio di Otone nella prima battaglia di Bedriacum contro Vitellio (Suet. Otho 10, 1). Nonostante le origini familiari, Tranquillo non solo studiò grammatica e letteratura, ma fu avviato anche a una formazione giuridica e retorica, tanto da diventare retore (Suet. Gram. 4, 9). All’epoca di Traiano, egli iniziò a dedicarsi a studi eruditi, grazie all’amicizia e alla protezione di Plinio il Giovane, che accompagnò in Bithynia (Plin. Ep. I 18; III 8; 24; V 10; X 94) e con i buoni uffici del quale ottenne dall’imperatore anche lo ius trium liberorum (X 95). L’iscrizione onorifica di Hippo Regius (AE 1953, 75), in Africa Proconsularis, riferisce che, ammesso a corte, Svetonio Tranquillo fu investito da Traiano dell’incarico di preposto alla cura delle biblioteche (a studiis a bibliothecis) e conseguì la dignità vitalizia di flamen e di pontifex Volcani. La stesso documento tramanda che lo scrittore, in seguito, sotto Adriano, fu addetto all’archivio imperiale e alla corrispondenza del principe (ab epistulis), un incarico che sarebbe stato determinante per le sue ricerche. La sua brillante carriera burocratica, tuttavia, si interruppe bruscamente nel 122, quando cadde in disgrazia insieme a Setticio Claro, prefetto del pretorio e suo protettore, dopo la morte di Plinio. Elio Sparziano, biografo di Adriano, racconta che allora l’imperatore Septicio Claro praefecto praetorii et Suetonio Tranquillo epistularum magistro multisque aliis, quo‹d› apud Sabinam uxorem ‹i›n[i]us[s]u eius familiarius se tunc egerant, quam reverentia domus aulicae postulabat, successores dedit (SHA I 11, 3, «depose dai loro incarichi Setticio Claro, prefetto del pretorio, e Svetonio Tranquillo, segretario, e molti altri, perché, a quei tempi, senza il suo permesso, con sua moglie Sabina essi si erano comportati familiarmente più di quanto la serietà della corte di un principe lo ammettesse»). Caduto ormai in disgrazia, dopo la destituzione e l’allontanamento dalla domus Augusti si perdono le tracce di Svetonio e non si sa quanto tempo dopo sia scomparso.

Di una copiosa produzione di opere erudite, in greco e in latino, si ha notizia, più che dai miseri frammenti, soprattutto dal lessico di X secolo della Suda (Τράγκυλλος 4, p. 581 Adler), che ne elenca diversi titoli, lasciando intendere che gli argomenti affrontati fossero davvero molto vari: dai costumi romani al calendario, dai segni diacritici dei filologi alle cortigiane famose, dai difetti fisici agli scritti politici di Cicerone, ecc. Il Pratum de rebus variis sarebbe stata un’opera di carattere enciclopedico, suddivisa in diverse sezioni in base alle materie trattate; secondo alcuni interpreti, il titolo designerebbe invece l’intera produzione antiquaria ed erudita dello scrittore, strutturata sul modello e sulle nozioni delle Antiquitates e del De gente populi Romani di Marco Terenzio Varrone Reatino, del De significatu verborum di Verrio Flacco e del Dubius sermo di Plinio.

Librarius. Rilievo funerario, c. II-III secolo, da Virunum (Noricum).

Il titolo di De viris illustribus era riferito a una raccolta di biografie di letterati, catalogata per generi (poesia, retorica, storia, filosofia, grammatica). Di essa ne resta un’unica sezione, De grammaticis et rhetoribus, mutila nella parte finale: ai grammatici (cioè filologi, studiosi di testi letterari e maestri) sono dedicati i primi ventiquattro capitoli (da Cratete di Mallo, che introdusse lo studio della grammatica a Roma, a Valerio Probo), ai retori sono riservati solo i restanti sei capitoli superstiti.  Delle altre sezioni si ha unicamente materiale sparso, pervenuto per tradizione indiretta: dal De poetis, soprattutto, derivano – non si sa se e quanto rielaborate dagli autori che le compilarono, come Donato e Girolamo – le Vitae di certi poeti, come Terenzio, Virgilio, Orazio e Lucano.

Il De vita Caesarum, una raccolta di dodici biografie degli imperatori, da Giulio Cesare a Domiziano, in otto libri, resta invece completo, fatta eccezione per i capitoli introduttivi della prima biografia e la dedica dell’opera a Setticio Claro, come riferisce Giovanni Lidio nel suo De magistratibus (Lydus Mag. 2, 6, Τράγκυλλος τοίνυν τοὺς τῶν Καισάρων βίους ἐν γράμμασιν ἀποτείνων Σεπτικίῳ…). Il manoscritto più antico delle Vite svetoniane, su cui si basano tutte le edizioni critiche moderne, è il Cod. lat. 6115 della Bibliothèque Nationale de France, realizzato a Tour tra VIII e IX secolo. Gli studiosi ritengono che esso, come tutte le altre copie manoscritte successive, discenda dall’esemplare che il monastero di San Bonifacio a Fulda nell’anno 884 inviò a Servato Lupo, abate di Ferrières (Ep. 91, 4): l’opera era già mutila delle sue parti.

Berlin, Staatsbibliothek. Ms. lat. fol. 28 (c. 1477). C. Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum, f. 73v. Pagina iniziale della biografia di Tiberio.

Quello biografico era un genere letterario di tradizione greca che, nel mondo romano, era stato coltivato e collaudato soprattutto da Varrone e da Cornelio Nepote. Più o meno negli stessi anni, infatti, Varrone (che fu autore anche di biografie di poeti, perdute) nelle Imagines e Nepote nel De viris illustribus avevano tracciato i profili di personaggi famosi del passato, distinti per categorie (statisti, comandanti militari, artisti, scrittori, ecc.), sulla base dello stesso schema che avrebbe ispirato il De viris illustribus svetoniano. Brevi informazioni sulle origini e il luogo di nascita, sulla formazione ricevuta e sull’insegnamento esercitato, sugli interessi principali e le opere composte, sui tratti del carattere, spesso illustrati mediante aneddoti o particolari curiosi della vita privata): questo, grosso modo, era il modello su cui sono stati impostati i succinti ritratti di grammatici e retori delineati da Svetonio. D’altra parte, una struttura non dissimile – tranne, naturalmente, le diverse attività svolte – sembra essere alla base anche dell’altra opera biografica svetoniana, il De vita Caesarum. Le Vite iniziano infatti con notizie relative a famiglia, luogo, data e circostanze della nascita del principe, per seguire poi, in uno sviluppo cronologico che ne accompagna l’adolescenza, l’avvento al potere. Dopo di che l’ordinamento cronologico si interrompe per lasciare spazio a una descrizione sincronica dei vari aspetti della personalità dell’imperatore suddivisi per singole rubriche, a loro volta attraversate da partizioni ulteriori. Il ritorno alla scansione temporale, con il resoconto della morte e delle onoranze funebri tributate al principe, segna la conclusione delle singole vite.

L’aspetto più rilevante nell’organizzazione del materiale biografico è quindi la rinuncia a una disposizione cronologica che accompagni lo sviluppo della personalità analizzata: è lo stesso Svetonio, in un passo della Vita Augusti (9, 1), a rendere conto di tale criterio espositivo, che procede non per tempora ma per species, secondo una serie cioè di categorie, di rubriche, che trattano separatamente i vari aspetti della personalità del princeps. Anziché, quindi, illustrare le vicende nella complessità degli elementi che possono darne conto, e seguendo un percorso lineare e unitario, l’autore ha preferito comporre per frammenti episodici, privilegiando un’analisi incentrata sul personaggio e sulla sua vita privata, sul suo carattere, e inquadrando in apposite rubriche le sue virtutes e i suoi vitia, con l’ovvia conseguenza di orientare il giudizio in senso decisamente moralistico.

Scriba. Rilievo su lapide tombale, marmo, c. III secolo da Flavia Solva (Noricum).

Alla tesi che attribuiva alla familiarità dell’erudito Svetonio con l’indirizzo biografico peripatetico-alessandrino il carattere astorico e frammentario delle biografie imperiali, si è venuta sostituendo in tempi più recenti una valutazione diversa, più attenta alle ragioni intrinseche delle scelte dello scrittore. Anzitutto, nell’adozione del genere biografico si ravvisa la prova della consapevolezza che tale è la forma storiografica più idonea a dar conto del nuovo volto che il potere ha assunto – quella individualistica, personale, del principato – e che la biografia dei singoli imperatori è la più adatta a fungere da criterio di periodizzazione per la storia dell’Impero. Nella rinuncia alla modalità annalistica (cioè alla narrazione degli eventi anno per anno), che la mentalità senatoria aveva ancorato al regolare succedersi delle magistrature tradizionali, si vede quindi la realistica presa di coscienza che quelle magistrature, pur se formalmente ancora vigenti, erano ormai una parvenza fittizia e che solo la durata del principato di ogni singolo Caesar poteva segnare il succedersi di un periodo all’altro.

Al tempo stesso, prevaleva ormai la tendenza a ravvisare tratti specificamente romani proprio laddove prima si supponeva più forte l’influenza dell’eredità ellenistica: la tradizione degli elogia e delle laudationes funebres, che elencavano le res gestae civili e militari di una personalità in vista, le benemerenze e gli onori del defunto, sembra rivelare la sua influenza sul modo in cui Svetonio ha selezionato e disposto il materiale raccolto. Le res gestae di Augusto, con la rassegna delle cariche e delle dignità conferite al principe, dei provvedimenti assunti per la res publica, dei donativi fatti ai soldati e delle elargizioni al popolo, dei monumenti eretti, insomma delle svariate benemerenze acquisite, danno un esempio significativo della spinta che tale tradizione, eminentemente latina, poteva esercitare sull’esposizione per species scelta dall’autore per le sue Vite.

Scriba. Rilievo, pietra calcarea, II-III secolo. Paris, Musée du Louvre.

E nella tendenza, tanto deplorata come deteriore gusto del pettegolezzo, a insistere sulla vita privata degli imperatori descrivendone eccessi e intemperanze, sui particolari futili o scandalistici, che ha alimentato la fortuna dell’opera – letta come un vero e proprio manuale di perversioni! –, si è ormai inclini a vedere anche la manifestazione di una volontà obiettiva e demistificante, dell’intenzione di fornire un ritratto integrale del personaggio, illustrandone tutti gli aspetti della vita sia pubblica sia privata, senza atteggiamenti encomiastici e senza rinunciare alla messe di notizie concrete che gli archivi imperiali potevano mettere a disposizione.

Ne risulta un tipo di “storiografia minore” (rispetto, per esempio, a quella tacitiana, rispondente ai canoni della cultura storiografica aristocratica e senatoria), che attinge alle fonti più varie (dai documenti archivistici alla tradizione orale, dalla libellistica satirica alla storiografia precedente – Cluvio Rufo, Plinio il Vecchio, ecc. – , soprattutto quella di tradizione anticesarea) e che delinea anche, in qualche modo, i tratti del suo destinatario, da identificare nell’ordine equestre al quale lo stesso Svetonio apparteneva e che costituisce il punto di vista attraverso cui le singole vicende sono osservate e valutate. Un pubblico di funzionari e burocrati che avrà apprezzato il senso di concretezza della pagina svetoniana, la registrazione – con scrupoloso spirito cancellieresco – del particolare curioso, la divulgazione del documento inedito, l’esposizione del materiale piana e ordinata per rubriche ben distinte.

A questo tipo di gusto letterario sarà piaciuto, di Svetonio, anche il linguaggio sobrio e asciutto, alieno dalle ricercatezze arcaizzanti e dai preziosismi moderni, aperto ai modi colloquiali, ma senza rinunciare al decoro: una scrittura agile e spedita, la cui vivacità narrativa è il pregio che maggiormente compensa i limiti più vistosi di quest’opera, primo fra tutti la superficialità dell’analisi storica e psicologica. La forma biografica sviluppata da Svetonio, in seguito, divenne il modello per altri autori, come gli Scriptores Historiae Augustae, Mario Massimo (c. 160-230), e persino Eginardo (c. 775-840), che compose la Vita Karoli Magni. Senza assurgere al livello della grande storiografia, il De vita Caesarum costituisce tuttavia un documento eccezionalmente ricco di notizie e informazioni per la ricostruzione storica del primo periodo imperiale.

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Plotino di Licopoli

I. La vita, l’opera, la scuola

Da Alessandria a Roma. | Della vita di Plotino (Πλωτῖνος) si sa quasi esclusivamente quello che riferisce il suo discepolo Porfirio nella Vita Plotini. Infatti, non solo Plotino non parlò mai di sé nella sua opera, ma non volle parlarne nemmeno con gli amici più intimi. Scrive Porfirio (Plot. 1):

Πλωτῖνος ὁ καθ’ ἡμᾶς γεγονὼς φιλόσοφος ἐῴκει μὲν αἰσχυνομένῳ ὅτι ἐν σώματι εἴη. Ἀπὸ δὲ τῆς τοιαύτης διαθέσεως οὔτε περὶ τοῦ γένους αὐτοῦ διηγεῖσθαι ἠνείχετο οὔτε περὶ τῶν γονέων οὔτε περὶ τῆς πατρίδος. Ζωγράφου δὲ ἀνασχέσθαι ἢ πλάστου τοσοῦτον ἀπηξίου ὥστε καὶ λέγειν πρὸς Ἀμέλιον δεόμενον εἰκόνα αὐτοῦ γενέσθαι ἐπιτρέψαι· οὐ γὰρ ἀρκεῖ φέρειν ὃ ἡ φύσις εἴδωλον ἡμῖν περιτέθεικεν, ἀλλὰ καὶ εἰδώλου εἴδωλον συγχωρεῖν αὐτὸν ἀξιοῦν πολυχρονιώτερον καταλιπεῖν ὡς δή τι τῶν ἀξιοθεάτων ἔργων;

«Plotino, il filosofo dell’età nostra, aveva l’aspetto di uno che si vergogna di essere in un corpo. In virtù di tale disposizione d’animo, egli aveva ritegno a parlare della sua nascita, dei suoi genitori, del suo luogo di provenienza. Sdegnava a tal punto il mettersi a disposizione di un pittore o di uno scultore che ad Amelio, il quale voleva convincerlo a che gli si facesse il ritratto, rispose: “Non basta, dunque, trascinare questo simulacro di cui la natura ci ha voluto rivestire; ma voi pretendete addirittura che io consenta a lasciare una più durevole immagine di tal simulacro, come se fosse davvero qualcosa che valga la pena di vedere?”».

Stando alla Suda (π 1811 Adler), Plotino nacque a Licopoli, presso il Delta del Nilo (od. Sajin al-Kum?), verso il 205, il tredicesimo anno di principato di Settimio Severo. Nel 232, all’età di ventott’anni, Plotino iniziò a dedicarsi interamente alla filosofia, entrando a far parte del circolo di Ammonio Sacca ad Alessandria, presso il quale rimase fino al 243. Mentre frequentava la scuola di Ammonio, Plotino si era convinto della necessità di un contatto diretto con la sapienza orientale, che, probabilmente, considerava il completamento di quanto avesse appreso dal maestro.

La spedizione contro i Sassanidi di Gordiano III nel 243 sembrò, dunque, offrirgli l’occasione propizia di confrontarsi con Gimnosofisti e Magi; così, Plotino lasciò Alessandra per seguire l’imperatore (Porph. Plot. 3). Si rivelò tuttavia un’esperienza drammatica, che non gli poté dare alcuno dei frutti sperati: il giovane imperatore fu ucciso in Mesopotamia e il filosofo riparò ad Antiochia, riuscendo solo a stento a salvarsi. Di qui egli non poté o non volle far ritorno in Egitto (probabilmente Ammonio era scomparso) e decise di recarsi a Roma, dove giunse ancora nel 244, quando M. Giulio Filippo era ormai asceso alla porpora. Allora Plotino aveva ormai raggiunto i quarant’anni e si sentiva, perciò, maturo per aprire nella capitale dell’Impero una scuola tutta sua.

Per circa un decennio (244-253) il filosofo tenne lezioni, rifacendosi alle conversazioni di Ammonio e al suo metodo, lasciando largo spazio alla discussione e alla diretta ricerca di coloro che lo frequentavano, ma senza comporre nessuno scritto. Si trattava di mantenere fede al vecchio patto stretto con due suoi condiscepoli, Erennio e Origene, sebbene più tardi avesse scoperto che essi lo avevano tradito. Solo dal 254 Plotino ruppe gli indugi e si mise a scrivere pure lui. Quando Porfirio giunse a Roma nel 263, Plotino aveva già composto ben ventun trattati. Ne scrisse altri ventiquattro fra il 264 e il 268, e i restanti nove dopo il 268.

Porfirio, ammesso nella scuola, ricevette dal maestro l’incarico di emendare e riordinare i vari scritti (Porph. Plot. 3-8; 24-25). Siccome questi testi erano stati redatti senza un ordine preciso, Porfirio decise di seguire il modello adottato da Andronico di Rodi nella pubblicazione delle opere di Aristotele, cioè di radunare insieme i libri che trattavano tematiche molto vicine. In più, Porfirio si lasciò guidare dalla convinzione del significato metafisico del numero e, combinando con la «perfezione del numero sei» l’«enneade», cioè il numero nove, divise i cinquantaquattro trattati plotiniani in sei gruppi di nove ciascuno e raggruppò gli argomenti affini, graduandoli, a seconda della difficoltà. Nacquero così quelle Enneadi, che contengono uno dei più alti messaggi filosofici dell’antichità.

La pubblicazione di Porfirio del corpus plotiniano avvenne tra il 300 e il 305. Nulla, invece, è rimasto dell’edizione che approntò il discepolo Eustochio né dei Cento libri di scolii agli scritti del maestro, raccolti da Amelio.

Profondamente amato e stimato da tutti, anche per la dirittura della sua vita, per la sua aspirazione a costituire una società di «saggi» seguaci della vita platonica, Plotino non solo ebbe molti scolari, uomini e donne, ma a lui ci si rivolse quale consigliere, tutore, amministratore di beni. Il maestro godette dell’immensa stima degli imperatori Gallieno e Salonina: a tal proposito, Porfirio riferisce che il filosofo, avvalendosi dell’amicizia e dell’affetto degli Augusti, progettava di far sorgere in Campania una città di filosofi, che avrebbe avuto il nome di Πλατωνόπολις (Porph. Plot. 12). Plotino scomparve nel 270, all’età di 66 anni, a causa di un male (non ben identificabile) che gli procurò piaghe nelle mani e sui piedi e gli arrochì notevolmente la voce. Negli ultimi tempi, a causa di questa malattia, egli aveva abbandonato la scuola e gli amici, ritirandosi nella tenuta di un vecchio conoscente in Campania, dove spirò in solitudine.

Un oratore che parla in un’aula di tribunale o un predicatore cristiano (?). Rilievo, marmo, IV sec. d.C. dal tempio di Ercole. Ostia, Museo Archeologico.

Caratteristiche e finalità della scuola plotiniana. | La scuola di Plotino non assomigliava probabilmente a nessuna delle precedenti. L’autorità e il prestigio che il filosofo si era acquistati presso l’aristocrazia furono tali che molti «al pensiero della morte imminente» gli affidavano i figli e le figlie da educare e i loro beni da conservare e amministrare, come «a un custode sacro e divino», sicché la casa in cui abitava (che apparteneva a una certa Gemina, di cui era ospite) brulicava di ragazzi, ragazze e vedove (Porph. Plot. 9). Da lui si recavano anche uomini politici al fine di comporre vertenze e liti e a lui si affidavano tutti come arbitro infallibile. Quanto al suo progetto di una città i cui abitanti avrebbero dovuto osservare «le leggi di Platone» (νόμοις… τοῖς Πλάτωνος), sebbene Gallieno e l’imperatrice Salonina avessero preso in seria considerazione la sua attuazione, fallì a causa delle trame dei cortigiani.

Le lezioni di Plotino erano frequentati da vari tipi di uditori. Alcuni erano occasionali e saltuari, attratti semplicemente dalla fama del maestro e, quindi, dalla curiosità. C’erano poi quelli che frequentavano con certa costanza, e fra questi comparivano numerosi senatori romani e nobili di origine orientale. Infine, c’erano i veri e propri «seguaci». È da notare che anche un certo numero di donne – come riferisce il biografo – prendeva parte alle lezioni. Agli scritti del maestro, invece, solo pochi avevano diritto di accesso, e solo dopo aver dimostrato di possedere precisi requisiti intellettuali e morali (Porph. Plot. 1-12).

Platone aveva fondato la sua Accademia per poter formare nella filosofia gli uomini che avrebbero dovuto rinnovare la πολιτεία; Aristotele aveva istituito il Peripato per organizzare in modo sistematico tutta la ricerca e tutto il sapere; Pirrone, Epicuro e altri avevano creato le loro scuole per cercare di dare alle persone l’ἀταραξία, la pace e la tranquillità dell’anima. La scuola di Plotino si prefiggeva un ulteriore fine: voleva insegnare agli aderenti a sciogliersi dalla vita di quaggiù per riunirsi al divino e poterlo contemplare fino al culmine di una trascendente unione estatica. Lo scopo della nuova istituzione era, dunque, religioso e mistico: quello stesso fine che stava alla base del progetto di Platonopoli.

Plotino. Busto (attribuito), marmo, c. 250-300, dalle Terme del Filosofo. Ostia, Museo Archeologico.

II. Ripresa e conclusione della «seconda navigazione»

Lo sviluppo delle istanze medioplatoniche e neopitagoriche. | Il moderno lettore delle Enneadi può avere spesso l’impressione che molte tesi non vengano dimostrate o che, perlomeno, non vengano convenientemente giustificate. Ma chi si soffermasse a questa impressione e valutasse non adeguatamente fondata la speculazione plotiniana, cadrebbe in un grave errore di prospettiva e ne pregiudicherebbe in modo irreparabile la comprensione. Occorre tener presente, infatti, che, nel secolo immediatamente precedente, il medioplatonismo e il neopitagorismo avevano raggiunto la loro ἀκμή. Questi movimenti avevano messo definitivamente in crisi il materialismo dei grandi sistemi ellenistici, avevano recuperato gli esiti della platonica «seconda navigazione» e avevano addirittura tentato di integrarli e di rielaborarli, tenendo conto soprattutto degli apporti di Aristotele, senza trascurare le istanze precedenti. Plotino, insomma, trovò alcune verità filosofiche già guadagnate e giustificate dai suoi predecessori.

Tra l’altro, già in antico si era notata certa somiglianza fra alcune tesi di Numenio e alcune parallele tesi di Plotino; anzi, questa somiglianza apparve tanto forte che ad Atene si accusò Plotino addirittura di plagio! Uno dei discepoli, Amelio, si sentì in dovere di difendere il maestro e di confutare pubblicamente con uno scritto questa accusa (Porph. Plot. 17). Se quest’accusa è infondata, è comunque innegabile l’esistenza di tangenze tra i due pensatori. Plotino, in sostanza, riprese le istanze sostenute dai medioplatonici e dai neopitagorici, ma le sviluppò e le portò a maturazione con una profondità, una lucidità e un’audacia senza paragoni, tali da eclissare i suoi immediati predecessori.

III. Il sistema di Plotino nei suoi fondamenti e nella sua struttura

La prima ipostasi: l’uno. | È impossibile intendere l’originalità e la novità di Plotino, se non si comprende la riforma che egli apportò alla metafisica platonica e aristotelica, la quale aveva condotto a risultati che, per più di un aspetto, erano stati rivoluzionari. È ben vero che in Platone si possono rintracciare spunti plotiniani ante litteram e che nella successiva storia del platonismo e del neopitagorismo questi spunti siano lievitati in modo considerevole. Eppure, Plotino andò ben oltre con una vera e propria rifondazione della metafisica classica.

Il principio ultimo del reale per Aristotele era costituito dall’essenza (οὐσία) e dall’intelligenza del Motore immobile (νοῦς). Invece, per Plotino il principio era ancora ulteriore: l’uno (τὸ ἕν). Questo si situa al di là dell’essere e oltre l’intelligenza, è trascendente. L’uno, dunque, per Plotino è il fondamento e il principio assoluto di tutte le cose: ogni realtà, più precisamente, è tale solo in virtù della sua unità. Se l’unità di una cosa si spezza, quella cosa cessa di esistere. La sussistenza di un elemento dipende, dunque, dalla sua unità: se si toglie questa, si toglie l’essere della cosa.

Una volta stabilito che l’essere degli enti dipende dalla loro unità, da che cosa deriva questa loro unità? Secondo Plotino, tutti gli elementi fisici ricevono unità dall’anima, la quale è appunto attività creatrice e coordinatrice di tutte le cose sensibili; perciò, è fondamento della loro unità. Ma allora l’anima stessa è unità o piuttosto l’anima imprime unità, ma non coincide con essa, e deriva essa stessa la propria unità da qualcos’altro? La risposta di Plotino è chiarissima: esistono gradi differenti di unità. In tal senso, l’anima detiene un grado di unità superiore a quello dei corpi, ma non è essa stessa unità. Dunque, l’anima introduce nel mondo fisico l’unità, però, a sua volta, la riceve da ciò che sta al di sopra, vale a dire dall’intelligenza (νοῦς) e dall’essere (οὐσία).

Eppure, sia l’intelligenza sia l’essere, per quanto godano di un grado superiore all’anima, non sono l’uno, perché implicano molteplicità: dualità di pensante e pensato e molteplicità di idee, cioè la totalità delle realtà intellegibili. La radice dell’unità, dunque, è qualcosa che trascende lo stesso νοῦς, qualcosa di assolutamente scevro di qualsivoglia pluralità, è l’uno in sé (Plot. Enn. VI 9, 1-12).

Infinitudine, trascendenza, ineffabilità. | Caratteristica fondamentale dell’uno è l’infinitudine. Da questa occorre partire per comprendere le differenze fra la metafisica di Plotino e quella classica. L’infinitudine era stata attribuita al principio (ἀρχή) solo da alcuni antichi filosofi della natura e in dimensione fisica. In Platone e in Aristotele era prevalsa l’idea che l’infinito (ἀπείρων) comportasse imperfezione (che fosse, cioè, sinonimo di indeterminato, incompiuto), mentre il finito (in quanto determinato, compiuto) era stato associato con il perfetto. Platone aveva inteso il principio primo come limite (πέρας), mentre il principio materiale come l’illimitato e l’infinito (ἀπείρων). Aristotele, poi, aveva dichiarato impossibile l’esistenza dell’infinito in atto, concependolo come puramente potenziale e circoscrivendolo alla categoria della quantità; inoltre, aveva affermato che il perfetto implica sempre un fine e il fine un limite.

E, dunque, che cosa significa l’infinito nella dimensione dell’immateriale? L’infinito plotiniano non è spaziale né quantitativo, ma, come in certa misura già in Filone di Alessandria, è inteso come illimitata, inesauribile, immateriale potenza produttrice. In tal senso, evidentemente, il concetto di potenza (δύναμις) assume non già il significato di potenzialità, poiché questo significato aristotelico era strutturalmente legato alla materia e al corporeo, ma di attività, come in Filone. Dunque, la potenza coincide con la forza attiva (ἐνέργεια), con l’atto puro, l’atto metafisico primo e supremo. Intendere l’uno come infinita potenza significa, dunque, concepirlo come infinita spirituale energia creatrice (Plot. Enn. V 5, 10-12; VI 9, 6).

Le rivoluzionarie conseguenze che il concetto positivo di infinito immateriale comportò nell’ambito della «seconda navigazione» furono le seguenti. L’uno non poteva essere inteso come idea (ἰδέα) platonica, perché forma ed essenza in Platone implicavano la finitudine, il limite, né tantomeno come sostanza immobile, eterna e separata, in senso aristotelico, perché anche questa essenza, ovvero il νοῦς, era concepita parimenti finita e determinata. Di conseguenza, siccome l’essere, com’era stato inteso e da Platone e da Aristotele, era l’essere dell’εἶδος e dell’οὐσία e, perciò, finito, si comprende per quale ragione Plotino sentisse la necessità di porre l’uno «al di sopra dell’essere e del pensiero» e di ribadire questa tesi nel corso di tutte le sue Enneadi. Era questa una nuova concezione di trascendenza, che, nell’ambito della grecità, non aveva se non assai vaghi precedenti, mentre aveva un chiaro antesignano in Filone Alessandrino. Il principio supremo per Plotino non solo trascendeva il mondo fisico, ma anche ogni forma di finitudine, compresa quelle poste da Platone e da Aristotele all’intelligibile e all’intelligenza. Si comprende, insomma, come all’uno Plotino tendesse ad attribuire determinazioni prevalentemente negative e a dichiararlo perfino «ineffabile» (Plot. Enn. V 3, 13).

Anubis. Mosaico (dettaglio), fine II-inizi III sec. da una domus urbana di Ariminium. Rimini, Museo della Città.

Le caratterizzazioni positive dell’uno. |Con il termine «uno» (τὸ ἕν) Plotino designava il principio supremo, senza però indicare un particolare uno, cioè una determinata unità, ma l’uno-in-sé, la causa e la ragione d’essere di tutte le altre cose, l’assolutamente semplice che è ragion d’essere del complesso e del molteplice. Anche queste precisazioni, comunque, possono trarre in inganno, giacché la semplicità dell’uno non è povertà, ma è infinita potenza, quindi infinita ricchezza: l’uno è potenza di tutte le cose, nel senso che tutte le porta all’essere e nell’essere le mantiene (Plot. Enn. III 9, 1; V 5, 13; VI 9, 6).

L’altra categoria che Plotino usa di frequente per riferirsi al principio assoluto è «bene» (ἀγαθόν). Anche in questo caso, non si tratta di un particolare bene, ma del bene-in-sé, ovvero non di qualcosa che ha il bene, ma che è il bene stesso, il bene assolutamente trascendente (Plot. Enn. II 9, 1; V 5, 13; VI 9, 6).

Sulla base di quanto si è fin qui detto, è ora possibile chiarire meglio il senso delle affermazioni secondo cui l’uno è al di sopra dell’essere, del pensiero e della vita. Plotino, evidentemente, non voleva dire che il principio primo fosse il non-essere, il non-pensiero o qualcosa che fosse privo di vita. Al contrario, egli intendeva significare che, come principio infinito da cui derivano l’essere, il pensiero e la vita, l’uno è alcunché di superiore a questi suoi prodotti. E, in effetti, Plotino usa questi termini quando si riferisce all’uno accompagnandolo con «per così dire», cioè in senso analogico, o addirittura parla di «super-pensiero», di «super-essere», di «super-vita» (Plot. Enn. VI 8, 14-16).

L’uno come attività auto-produttrice. |L’uno è la ragion d’essere di tutto ciò che a esso segue ed è tale proprio per il suo essere quello che è. Ma Plotino non si accontentava di una spiegazione a questo livello; egli pose una domanda ancora più radicale, toccando così i limiti estremi delle possibilità della metafisica: perché l’uno è ed è quello che è? Questo interrogativo, posto in altri termini, equivale alla seguente: perché esiste l’assoluto e perché l’assoluto è così com’è?

Innanzitutto, bisogna escludere che esso sia per caso o per accidente, perché possono esistere in siffatto modo solo le cose del mondo sensibile, soggette al divenire. In secondo luogo, esso può esistere per una libera scelta, del tipo di quella che presuppone l’esistenza di contrari sui quali deve operare, perché esso è al di là di tutto questo. Inoltre, non si può dire che esso esista di necessità, perché la necessità è a esso posteriore, anzi è proprio esso la legge e la necessità delle altre cose. E, ancora, non si può nemmeno parlare, nei confronti dell’assoluto, di un essere, di un’essenza e di una determinata natura e spiegare la sua attività in funzione della sua natura medesima, perché esso trascende ogni cosa e la sua attività è tale solo in senso analogico. Operari sequitur esse, avrebbero detto i filosofi medievali. Plotino per caratterizzare il suo assoluto avrebbe affermato il contrario: esse sequitur operari; o meglio, essere e operare, nell’assoluto, coincidono: il primo principio si auto-pone, crea sé stesso, è attività auto-produttrice. In esso la volontà corrisponde al suo atto e, quindi, al suo stesso essere: è volontà di essere ciò che è, è libertà totale e assoluta; vuole essere ciò che è, perché è quanto di più alto possa esistere, è valore supremo e supremo positivo (Plot. Enn. VI 8, 7).

Fëdor Bronnikov, I Pitagorici celebrano il sorgere del Sole. Olio su tela, 1899. Mosca, Tretyakov Gallery.

La processione di tutte le cose dall’uno. | Allora, perché e come dall’uno sono derivate tutte le altre cose? Perché l’uno, pago di sé stesso, non è rimasto in sé stesso? È questa, in fondo, la domanda metafisica di assai ardua soluzione. Anche il tentativo plotiniano di rispondere a questo problema rappresenta uno dei vertici della metafisica antica. Si tratta di una risposta originalissima, un unicum nella storia del pensiero occidentale.

Nel rispondere al quesito, Plotino si avvale, a più riprese, di immagini splendide, divenute giustamente famose. La più celebre è certamente quella della luce (Plot. Enn. IV 3, 17): la derivazione delle cose dall’uno è rappresentata come l’irraggiarsi della luce da una fonte luminosa in forma di cerchi successivi via via digradanti in intensità, mentre la fonte della luce permane in sé senza mai spegnersi. Il primo cerchio luminoso prodotto è l’intelligenza, la seconda ipostasi (ὑπόστασις); il cerchio successivo è l’anima, la terza ipostasi. Il cerchio che viene dopo segna il momento dello spegnersi della luce e simboleggia la materia, che abbisogna di un irraggiamento esterno, essendo ormai tenebra.

Plotino riprende questa immagine della luce (Plot. Enn. IV 1, 6) intrecciandola con altre: il fuoco che emana calore, la sostanza odorosa che emana profumo, il vivente che, giunto a maturità, genera. Altre due celebri immagini sono quella della sorgente inesauribile che genera i fiumi e quella dell’albero da frutto (Plot. Enn. III 8, 10). Infine, non meno interessante è l’immagine dei cerchi concentrici: l’uno è come il centro, la seconda ipostasi è come un cerchio immobile, mentre l’anima è come un cerchio mobile (Plot. Enn. IV 4, 10).

Queste immagini sono state spesso prese troppo alla lettera e alcuni interpreti si sono addirittura fermati a esse, fraintendendo così i concetti che esse dovrebbero chiarire. È sulla base di queste immagini che taluni hanno parlato di «emanazionismo», di «panteismo» e di «monismo». In realtà, le cose sono assai più complesse di quanto queste formule non lascino supporre. La plotiniana «processione dall’uno» era ben altra faccenda.

Da tutte le immagini usate dal filosofo si ricava che il principio rimane fisso e, restando, genera, nel senso che il suo generare non lo impoverisce, non lo condiziona. Ciò che è generato è inferiore al generante e non serve al generante; il generato ha bisogno del generante, non viceversa (Plot. Enn. V 3, 12).

Ora, data la sua infinita perfezione e la sua trascendente potenza, l’uno generante non è forse «necessitato» a creare? Può la fonte di luce non emanare luce, la fonte d’acqua non zampillare acqua, l’oggetto profumato non diffondere profumo? È proprio su questo punto che le immagini traggono in inganno, rivelando solo un aspetto del pensiero plotiniano e velando l’altro, che è proprio quello più nuovo. Plotino distingueva due tipi differenti di attività dell’uno e delle altre ipostasi: da una parte, l’attività dell’ente, dall’altra quella che deriva dall’ente. La prima è immanente all’ente, per così dire, mentre la seconda esce dall’ente e si dirige all’esterno. In altri termini, l’attività dell’ente coincide con la singola realtà, mentre l’attività che deriva dall’ente si dirige ad altro. Applicando questa distinzione all’uno, si dovrà parlare di un’attività dell’uno e di un’attività che deriva dall’uno: l’attività dell’uno è quella che lo fa essere, lo mantiene e lo fa rimanere; invece, l’attività che deriva dall’uno è quella che fa sì che dall’uno derivi o meglio proceda un’altra realtà. È chiaro che l’attività dall’uno dipenda strutturalmente dalla stessa attività dell’uno (Plot. Enn. V 4, 2).

La seconda ipostasi: l’intelligenza. | La generazione delle ipostasi implica un’ulteriore attività, che non è meno essenziale delle altre: senza di essa, infatti, le ipostasi stesse non potrebbero sussistere. Si tratta dell’attività del «rivolgersi» al principio da cui ciascuna deriva per «guardarlo» e «contemplarlo». E questa attività non è affatto espressa nelle immagini sopra ricordate. Di conseguenza, essa è stata misconosciuta (e talora del tutto ignorata) dagli interpreti, mentre essa rappresenta uno dei cardini attorno a cui ruota tutta la metafisica plotiniana. In particolare, per quanto riguarda la seconda ipostasi (νοῦς), è da rilevare che la potenza originaria non genera altro che qualcosa di indeterminato o informe; ciò può determinarsi e divenire forma soltanto «rivolgendosi» all’uno, guardandolo e contemplandolo.

Questo prodotto indeterminato e informe dell’uno è detto da Plotino «alterità» intelligibile, o «materia intelligibile», cioè pensiero indefinito, che può determinarsi appunto rivolgendosi all’uno. Tuttavia, anche questo «rivolgersi» all’uno non è ancora intelligenza, ma la causa che la fa essere. Plotino distingueva fra il «rivolgersi» della potenza all’uno, il quale la feconda e la informa, e il «riflettere» di questa potenza su sé stessa già fecondata. Questi due momenti, distinguibili solo logicamente e non cronologicamente, spiegano le due facce dell’intelligenza: nel primo momento nasce la sostanza (il contenuto del pensiero), nel secondo nasce il pensiero vero e proprio. Questa duplicità dei momenti giustifica altresì la nascita del molteplice (Plot. Enn. II 4-5; V 2, 1). Inoltre, la nascita della seconda ipostasi è il formarsi del molteplice: l’intelligenza, infatti, non pensa l’uno, ma pensa se medesima riempita e fecondata dall’uno; il molteplice sorge solamente all’interno della seconda ipostasi (Plot. Enn. VI 7, 16).

Oratore. Statua, marmo, II-III sec. da Eracleopoli Magna (Medio Egitto). Cairo, Egyptian Museum

Essere, pensiero, vita. | Se per Plotino l’uno è «potenza di tutte le cose» e l’intelligenza è, a sua volta, «tutte le cose» (V 4, 2), l’intelligenza è, anzitutto, inscindibile unione di essere e pensiero, è l’essere puro di Platone, quell’essere che è pienamente e non può non essere, ed è, a un tempo, il pensiero di pensiero di cui parlava Aristotele. In secondo luogo, l’intelligenza è anche vita, è «il vivente perfetto», il «vivente in sé», «vita infinita», non necessariamente legato alla dimensione fisica, ma è spirituale, immateriale e fuori dalla temporalità (Plot. Enn. VI 6, 7-8).

L’intelligenza come «cosmo intelligibile». |Nel nuovo contesto della dottrina ipostatica dell’intelligenza, Plotino riprende un’espressione coniata da Filone, per cui il platonico Iperuranio diveniva «cosmo intelligibile». Cogliendo dall’Alessandrino una serie di spunti e sulla base della propria inedita concezione dell’intelligenza come strutturale unità di essere e pensiero, Plotino procedette alla più audace riforma della dottrina delle idee proposta dalla speculazione antica.

La modifica principale consistette nella trasformazione dell’idea da mero «intelligibile» a intelligenza, o meglio in qualcosa che fosse contemporaneamente intelligibile e intelligenza, sostanza pensante in cui pensante e pensato coincidessero. Le idee diventavano forze o potenze intelligenti, vive: insomma, «spiriti» (Plot. Enn. IV 8, 3).

Connessa a questa era l’ulteriore modifica della concezione del rapporto sussistente fra le idee, fra ciascuna idea e la totalità delle idee, e viceversa. Plotino, superando Platone, giunse ad affermare che ciascuna idea fosse in certo senso tutte le altre. Inoltre, nella misura in cui l’intelligenza rinserra in sé tutte le cose, esistono idee di tutte le cose, e non solo delle specie, ma anche di tutte le possibili differenze in cui può presentarsi la specie. Così, per esempio, non esiste un’unica idea di uomo, ma tante idee di uomo quante sono le differenti conformazioni degli uomini, quante sono le differenze tra un individuo e l’altro.

In Plotino si incontra, altresì, la dottrina dei numeri ideali, ma in parte approfondita e chiarita: i numeri ideali (da distinguere nettamente da quelli matematici!) derivano tutti dallo stesso uno. La diade sorge dall’uno medesimo ed è illimitata e può ricevere limite dall’uno stesso. I numeri ideali derivano dalla delimitazione della diade da parte dell’uno. Tali numeri sono la forza che divide l’essere e fa nascere la molteplicità delle cose (Plot. Enn. V 1, 5; VI 6, 9-15).

Tutto quanto sopra è stato detto spiega la ragione per cui Plotino, con espressione filoniana, abbia descritto con νοῦς il «cosmo intelligibile», mondo dell’ordine e dell’armonia spirituale, mondo della bellezza. Secondo Plotino, la bellezza, in generale, coincide con la forma: una cosa è bella per quanto possiede di forma. L’intelligenza, che è il mondo delle forme e delle idee, vale a dire il sistema perfettamente ordinato delle forme nella loro totalità è la suprema e assoluta bellezza (Plot. Enn. I 6; V 8).

Scena nilotica. Affresco, ante 79, dal Tempio di Iside (Pompei). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

La terza ipostasi: l’anima. | L’intelligenza è potenza inesauribile e infinita e, in quanto tale, «trabocca» e genera un’altra realtà, gerarchicamente inferiore: l’anima (ψυχή). Per spiegare la processione (ἀπόρροια) dell’anima dall’intelligenza, Plotino si rifaceva agli stessi schemi di cui si era servito per chiarire la processione dell’intelligenza dall’uno. Dunque, analogamente, egli distinse tra un’attività dell’intelligenza, che rivolge a sé stessa, e un’attività dall’intelligenza, rivolta all’esterno; la seconda attività deriva dalla prima e, anzi, è conseguenza della prima, in quanto è proprio in grazia del proprio rivolgersi a sé medesima che l’intelligenza produce qualcos’altro (Plot. Enn. V 3, 7; VI 2, 22).

Il risultato di tale attività, comunque, non è ancora anima: occorre, come si è visto per l’intelligenza nei confronti dell’uno, che anche il prodotto dell’attività che procede dall’intelligenza si rivolga a guardare e a contemplare l’intelligenza medesima. L’anima, infatti, come prodotto dell’attività dell’intelligenza, è nei confronti di questa come la materia rispetto alla forma o come l’indeterminato rispetto alla determinazione formale (Plot. Enn. II 4, 3; V 1, 3-6). Rivolgendosi all’intelligenza e contemplandola, l’anima, appunto, «attraverso l’intelligenza» stessa vede il bene, cioè l’uno; entra in possesso del bene medesimo. In ultima analisi, sta proprio in questo aggancio all’uno, tramite l’intelligenza, il fondamento supremo della realtà dell’anima per Plotino (Plot. Enn. VI 7, 31).

L’anima nel sistema plotiniano. | La caratteristica essenziale dell’intelligenza consiste nel pensare, donde la sua dualità – il pensiero è sempre pensiero dell’essere – e la sua molteplicità – l’essere è una molteplicità di idee. L’uno, sosteneva Plotino, se vuole pensare deve farsi intelligenza, dato che l’uno come tale non può pensare. Ora, anche l’anima pensa, almeno nella misura in cui guarda e contempla il principio che l’ha generata, l’intelletto; ma la sua essenza consiste non nel pensare – altrimenti, non si distinguerebbe dall’intelligenza –, ma nel produrre e nel dar vita a tutte le altre cose che sono, quelle sensibili, nell’ordinarle e nel governarle (Plot. Enn. IV 8, 3; V 6, 2).

Ora, è da notare che questo «guardare» dell’anima alle cose che sono dopo di lei, questo «ordinare», «reggere», «comandare», coincidono con il suo produrre, generare e far vivere queste stesse cose. L’anima è principio creatore di tutte le cose. L’anima è, di conseguenza, non solo principio di movimento, ma essa stessa è movimento come vita (V 2, 1).

In conclusione, si può dire che, come l’uno deve diventare intelletto per pensare, così deve farsi anima per generare tutte le cose del mondo visibile. L’anima, dunque, costituisce il momento estremo nel processo di espansione dell’infinita potenza dell’uno, l’ipostasi cosmogonica che coincide con il momento in cui l’incorporeo genera il corporeo, manifestandosi nella dimensione del sensibile. Non bisogna dimenticare che le ipostasi successive all’uno, da un lato, in un certo senso sono l’uno stesso, nella misura in cui questo è la fonte e la potenza di tutto e, dall’altro, non sono l’uno, ma differenziazioni della potenza dell’uno, in cui il nuovo che sorge non distrugge l’antico, ma deriva proprio dal permanere dell’antico.

Scena di sposalizio. Rilievo, marmo, c. 280, dal cosiddetto Sarcofago dell’Annona, da una camera sepolcrale di via Latina. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme

La posizione intermedia dell’anima. | Plotino assegna all’anima una «posizione intermedia» e la considera «l’ultima dea» (Plot. Enn. IV 8, 5), l’estrema realtà intelligibile, che confina con il sensibile ed è la causa stessa che genera il sensibile. L’anima possiede «due volti» (IV 6, 3), orientati nell’una e nell’altra direzione, ma ciò esclude che essa abbia una natura mista di incorporeo e corporeo. L’anima si trova in posizione intermedia e ha due facce, perché nel generare il corporeo, pur continuando a essere e a permanere incorporea, le «accade» di aver a che fare con il corporeo da essa stessa prodotto, condividendone alcune caratteristiche, ma non nel modo in cui tali tratti sono propri del corporeo stesso.

Non essendo a priori divisa, l’anima «diventa divisibile nei corpi», non nella maniera in cui sono divisi questi, ma «senza deflettere dall’unità del suo essere» (Plot. Enn. IV 1, 1-2). La divisibilità dell’anima non significa la sua frantumazione in parti staccate successiva l’una dall’altra come avviene per i corpi, ma l’entrare intera in tutte le parti del corpo diviso, dato che essa non ha grandezza. L’anima è, dunque, divisa-e-indivisa, una-e-molteplice, in quanto è principio che produce, regge e governa il mondo sensibile: con la sua unità molteplice e divisa essa elargisce la vita a tutte le cose, con la sua unità indivisibile le riunisce e le controlla; è tutta dappertutto e dappertutto identica.

La pluralità dell’anima. | La questione dell’unità e della molteplicità proprie dell’anima, per la verità, risulta ancora più complessa se la si guarda da un’altra angolatura. Plotino, infatti, parlava di una molteplicità dell’anima non solo in senso orizzontale, ma anche in senso verticale, gerarchico. Malgrado l’ampiezza del linguaggio delle Enneadi su questo argomento, che talvolta rasenta l’equivoco, sembra che la gerarchia delle anime cui Plotino fa riferimento sia la seguente. In primo luogo, esiste un’anima suprema, universale, ossia nella sua interezza e purezza, ipostasi del mondo intelligibile; in secondo luogo, c’è un’anima del tutto, quella del mondo sensibile, che pone, regge e governa l’universo medesimo (anima mundi); infine, ci sono le anime particolari, che non creano, ma animano e reggono i diversi singoli corpi: ciascuna di esse scende nel proprio corpo, con il quale ha un rapporto più stretto che non l’anima dell’universo. Dall’anima suprema, perciò, derivano tutte le altre. L’anima del tutto e quelle individuali sono della stessa natura di quella e si differenziano per la maggiore o minore vicinanza con i corpi (Plot. Enn. IV 3, 5-6; VI 4, 4).

Uomini togati, forse senatori (dettaglio). Rilievo, marmo, 235, dal Sarcofago di Acilia. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

IV. La processione del sensibile dall’intelligibile, il significato e il valore del cosmo fisico

La processione della materia. | Elemento caratteristico del mondo fisico è la materia sensibile. Anche nel mondo incorporeo esiste una materia, ma è puramente intellegibile. Quest’ultima detiene i caratteri propri dell’intellegibile medesimo: la semplicità, l’immutabilità e l’eternità. Diversamente, quella sensibile rivela tratti opposti. Secondo Plotino, caratteristica di ogni tipo di materia è l’essere indefinita, indeterminata, illimitata, ma quella sensibile è un’immagine di quella intellegibile e, in quanto copia si allontana dall’essere dell’originale, consegnandosi al negativo e al male.

La materia sensibile deriva dalla sua causa come possibilità ultima, cioè come estrema tappa di quel processo in cui l’impulso a creare e la forza produttiva si indeboliscono fino a esaurirsi completamente. La materia sensibile, anzi, diventa esaurimento totale e, quindi, privazione estrema della potenza dell’uno, dell’uno stesso e, in definitiva, del bene. Si noti che per Plotino il male non è inteso come forza negativa opposta alla positiva, ma come mancanza e privazione del positivo (Plot. Enn. I 8, 7; III 4, 15). Se la materia intellegibile è puro essere, quella sensibile deve necessariamente distinguersi come «non-essere»: beninteso, non si tratta del nulla, ma di ciò che è «diverso dall’essere» (I 8, 3). La materia fisica non è nulla di ciò che è proprio del mondo dell’essere, dell’intelligenza e dell’anima e, in genere, dell’intellegibile (Plot. Enn. III 4, 16; 6, 7).

Plotino cerca di determinare le ragioni di questa mancanza di ogni spessore ontologico proprio della materia. Essa è prodotta dall’anima, non dall’anima suprema, ma dal lembo estremo dell’anima universale, in cui la contemplazione si affievolisce, nella misura in cui l’anima si volge più a sé che all’intelligenza (Plot. Enn. III 9, 2; IV 3, 9).

Infine, Plotino cerca di approfondire ulteriormente la ragione della differente natura della materia rispetto alle realtà che la precedono puntando ancora una volta sul tipico concetto di contemplazione. L’anima superiore contempla e da questa contemplazione scaturisce la forza creatrice dell’anima cosmica. Questa forza creatrice è una contemplazione illanguidita, digradante quanto a intensità, tanto che «in quel digradare va quasi svanendo» (Plot. Enn. III 8, 5). E così la materia, prodotto di quest’attività che è languida contemplazione, non ha più la forza di volgersi verso chi l’ha generata e di contemplare a sua volta, tanto che tocca alla stessa anima sorreggerla, e quindi ordinarla, informarla, tenerla, in qualche modo, appesa all’essere. E così nasce, appunto, il cosmo sensibile.

Il disegno razionale del mondo. | Il mondo sensibile è costituito, nella sua totalità così come nelle sue parti, di materia e forma, ma a differenza della materia intellegibile, che è forza o potenza che perennemente cerca la sua forma, la possiede e in essa si attua, la materia sensibile non è positiva capacità di ricevere la forma, ma solo inerte possibilità di rifletterla, senza esserne a fondo veramente informata e vivificata. Insomma, la materia sensibile è tale da essere incapace di costruire una vera unità con la forma. La forma penetra nella materia solo «in modo menzognero», come un oggetto che si rifletta nello specchio (Plot. Enn. I 8, 14; III 6, 13).

Per creare il mondo fisico l’anima pone dapprima la materia, che è come l’estremità del cerchio di luce che si spegne e diviene oscurità; successivamente le dà forma, quasi squarciandone l’oscurità e recuperandola alla luce (Plot. Enn. IV 3, 9). Plotino, dunque, perviene alla conclusione che nell’universo sensibile non solo la forma ha un netto predominio, ma, al limite, il cosmo si risolve quasi per intero nella forma.

Defunto fra Osiride e Anubis. Dipinto su sudario di una mummia, fine II-inizi III secolo, dall’Oasi del Fayyum. Mosca, Museo Pushkin.

Genesi della temporalità. | Il passaggio dal mondo intellegibile a quello sensibile comporta anche il transito dall’essere al divenire, dall’eternità alla temporalità. Quest’ultima, a detta di Plotino, coincide con l’attività stessa con cui l’anima crea il mondo fisico, cioè con quell’attività che produce qualcosa che è altro dall’intelligenza e dall’essere, che sono invece nella dimensione dell’eterno. L’eternità, per Plotino, è vita senza mutamento, che è presente tutta intera simultaneamente.

Ebbene, l’anima, per una sorta di «temerarietà» e «desiderio di appartenere a sé stessa» (V 1, 1) o per «desiderio di trasferire in un diverso la visione di lassù» (III 7, 11), non paga di vedere il tutto simultaneamente, esce dall’unità, avanza e si distende, per così dire, in un prolungamento e in una serie di atti che si succedono l’un l’altro, e crea così un mondo sensibile che è, sì, fatta a immagine dell’intellegibile, ma che fatalmente volge e pone in successione di prima e di poi ciò che colà, invece, era tutto insieme e simultaneo. Così facendo, l’anima temporalizza sé stessa e, di conseguenza, il suo prodotto. Il mondo è strutturalmente nel tempo, così come è nell’anima e per l’anima.

Ne deriva che la vita dell’anima è la vita nella dimensione della temporalità a differenza di quella dell’intelligenza che è nell’eternità: la vita come temporalità è vita che scorre in momenti successivi, che crea scorrendoli, è rivolta sempre a momenti ulteriori ed è carica dei momenti trascorsi. Plotino, insomma, ripropone amplificandola la definizione platonica di tempo come «immagine dell’eterno».

V. Origini, natura e destino dell’uomo

L’uomo prima della sua discesa nel mondo sensibile. | Nella concezione di Plotino, l’umanità non nasce al momento in cui sorge il mondo corporeo, ma preesiste a esso sia pure in altra condizione, cioè come pura anima. Il filosofo afferma in tutta chiarezza che prima della nascita «noi eravamo lassù», nel mondo dell’essere e dell’intelligenza, «eravamo altri uomini» e anzi «dèi» (Plot. Enn. IV 4, 14), partecipi della vita spirituale del tutto, senza le scissioni e le lacerazioni che sono proprie della vita terrena. Anzi, Plotino precisa (IV 8, 4), addirittura, che le anime dei singoli erano in origine associate all’anima universale nel governo del mondo, come re accanto al signore supremo. Ma perché le anime degli uomini discendono nei corpi?

Si tratta dell’antico problema che aveva travagliato Platone e al quale egli non aveva saputo dare una soluzione conclusiva, oscillando fra opposte tesi: quella di una necessità ontologica e quella di una «colpa». Plotino riprende queste opposte posizioni e cerca di conciliarle, sulla base delle acquisizioni della sua riflessione metafisica.

Innanzitutto, occorre premettere che la ragione principale della discesa delle anime particolari nei corpi degli individui vada ricercata nella stessa legge che regola la processione (ἀπόρροια) di tutte le cose dall’uno. Secondo tale legge, dunque, l’anima mundi deve esplicare tutte le sue possibilità, producendo non solo l’universo in generale, ma anche, attraverso le anime particolari, tutti i viventi particolari, fra i quali anche gli uomini. Tutto ciò deve accadere, affinché l’infinita potenza dell’uno possa raggiungere la sua massima espressione, garantendo la perfezione del tutto. Insomma, come l’anima universale non può permanere come puro pensiero, altrimenti non si differenzierebbe dall’intelletto, così le anime particolari non possono permanere come intelligenze peculiari, ma devono assumere, per distinguersi dalla suprema intelligenza, la funzione che è loro propria, che consiste nell’ordinare, reggere e governare le cose sensibili.

È evidente che, così essendo, la discesa dell’anima nei corpi non è volontaria, in quanto non dipende da una scelta né da una liberazione dell’anima stessa, ma non può nemmeno costituire una colpa. Anzi, Plotino ammette addirittura che, se l’anima riesce a fuggire rapidamente dal corpo, non solo non riceve danno dall’aver assunto un corpo, ma un arricchimento, sia per aver contribuito all’attuazione delle potenzialità dell’universo sia per aver sofferto l’esperienza stessa del male, che le fa acquistare più chiara coscienza del bene e le permette di esplicare tutte le sue virtù.

Ritratto di filosofo (forse Plotino). Testa, marmo, c. 260, dalle Terme del Filosofo. Ostia, Museo Archeologico.

L’uomo e i rapporti fra anima e corpo. | Plotino porta alle sue estreme conseguenze anche l’equazione di uomo e anima, identità stabilita per la prima volta da Socrate e ontologicamente sviluppata da Platone. Nulla vieta, sostiene il Licopolitano, che si chiami «io» anche l’insieme di anima e di corpo, ma resta pur sempre che «l’uomo vero» è solo l’anima, anzi «l’anima separata» e «separabile» (Plot. Enn. I 1, 10). In verità, in più parti delle Enneadi, si afferma che in ogni essere umano esistano tre uomini e non semplicemente l’uomo interiore e l’uomo empirico. Questa tesi, che di primo acchito più stupire, diventa molto meno paradossale, non solo se misurata con i parametri dell’ontologia plotiniana, ma altresì se ricollegata alla tradizione medioplatonica, dalla quale lo stesso neostoico Marco Aurelio aveva tratto la sua triplice distinzione dell’individuo in νοῦς, ψυχή e σῶμα. È questa, sostanzialmente, la tripartizione da cui Plotino prende le mosse, trasformandola secondo i moduli della sua ontologia e dandole, per così dire, un inusitato spessore metafisico, in grazia della teoria della processione.

Questa tripartizione è riproposta anche in termini di «anima», nel senso che i «tre uomini» possono essere considerati come tre anime o meglio «tre potenze» dell’anima, dato che il «primo uomo» non è se non l’anima considerata nella sua tangenza con l’intelligenza; il «secondo uomo» è l’anima (o pensiero discorsivo), che è a mezzo fra l’intelligibile e il sensibile; il «terzo uomo» è l’anima che vivifica il corpo terreno (Plot. Enn. II 9, 2; IV 7, 6). Per Plotino, l’uomo è comprensibile solo nella dinamica di queste tre parti ed è un’anima che si serve del corpo. Tuttavia, da un lato, il corpo non è che una «caduta dell’anima» in ciò che è inferiore e l’anima è ragione governante il corpo, e in quanto tale mantiene su di esso una sua superiorità e un legame stretto con l’assoluto (Plot. Enn. IV 8, 8).

L’attività e le funzioni dell’anima. | Le attività elementari della vita vegetale e animale sono garantite dall’anima mundi: a questa, infatti, spetta la generazione del mondo, mentre le anime singole si occupano di produrre, vivificare e reggere ogni corpo. Come tutte le attività che sembrano appartenere ai corpi in generale sono, in realtà, proprie dell’anima che le produce, così tutte le attività che sembrerebbero appartenere al corpo particolare sono la diretta regia dell’anima che lo governa, cioè proprie e peculiari di quest’anima medesima. A tutti i livelli, l’anima è concepita come impassibile e capace solo di agire, perché l’incorporeo non può subire affezioni, in alcun modo, dal corporeo. Ma, allora, come si spiega la sensazione?

La risposta di Plotino è ingegnosa e distingue nettamente due tipi di sensazione: una esteriore, che non è altro se non l’affezione e l’impronta che i corpi producono sui corpi (in funzione della συμπάθεια che lega tutte le cose dell’universo fra loro e con il tutto), e la percezione sensitiva vera e propria, che è, invece, un atto conoscitivo dell’anima, che fattivamente coglie l’affezione. Dunque, quando si sente, il corpo umano patisce un’affezione da parte di un altro corpo; invece, l’anima entra in azione, non solo nel senso che «non le sfugge» (III 4, 2) l’affezione corporea, ma nel senso che essa «giudica» queste affezioni (III 6, 1). Anzi, per Plotino, nell’impressione sensoriale che si produce nel corpo umano, l’anima vede l’orma di forme intellegibili e, dunque, la stessa sensazione è, per l’anima, una forma di contemplazione dell’intelligibile nel sensibile.

Plotino attribuisce all’anima anche le facoltà dell’immaginazione e della memoria. Non il corpo di per sé né il corpo considerato in unione con l’anima sono capaci di ricordo, ma solo l’anima: il corpo è, al contrario, un impaccio e uno ostacolo al ricordare e, quindi, causa di oblio. Memoria e ricordo hanno però un rapporto strutturale con la temporalità, con il venir prima e dopo; l’anima, nella misura in cui entra in contatto con il corporeo, ha anche rapporto con la temporalità. Invece, tutto ciò che permane nell’identità e nell’eguaglianza dell’eterno non ha memoria, perché partecipa della simultanea presenza della totalità (Plot. Enn. IV 3, 26).

Diversa strutturalmente dalla memoria è la reminiscenza (ἀνάμνησις), la quale consiste in un conservare nell’anima ciò che all’anima stessa è in qualche modo connaturato, in quanto le deriva dal suo strutturale contatto con le realtà supreme. L’anima superiore è, infatti, agganciata eternamente all’intelletto: di conseguenza, nell’aldilà l’anima tende a lasciare cadere i ricordi legati al corporeo e al temporale, mentre nell’al-di-qua la reminiscenza delle cose supreme non può mai interamente oscurarsi (Plot. Enn. IV 3, 25-27). La più alta attività conoscitiva dell’anima consiste nel pensiero che coglie le idee e l’intelligenza; al di sopra di questa, però, l’anima possiede anche la capacità meta-razionale di cogliere lo stesso uno e con esso «unificarsi».

Allo stesso modo, sentimenti, passioni e volizioni e tutto ciò che a essi è legato vengono interpretati da Plotino come attività psichiche. Infatti, per il filosofo, è il corpo che patisce, mentre l’anima, propriamente, resta immune da affezione e agisce sul corpo, accorgendosi della passione del corpo e interessandosene di conseguenza.

La libertà dell’uomo. | L’attività più alta dell’anima consiste nella libertà. Da questo punto di vista, Plotino riprende le tradizionali dottrine platoniche e, come tutti i suoi predecessori, non riesce a liberarsi interamente dalle ipoteche dell’intellettualismo socratico. Ciononostante, sembra che egli abbia compiuto alcuni progressi, in virtù della sua nuova concezione dell’assoluto. L’uno, principio imprincipiato, è infatti essenzialmente libertà, volizione e causa di sé. Esso vuole e pone sé stesso, perché è bene. Pertanto, nell’assoluto la libertà coincide con la volontà del bene e nel voler essere bene.

Se così è, anche la libertà dell’uomo andrà cercata in questa stessa direzione. La libertà dell’intelligenza consiste nel porsi sulla scia del bene (IV 8, 4); analogamente, la libertà dell’anima consiste nel porre la propria forza operante sulle orme dell’intelletto e nell’agire di conseguenza, secondo quei modi che la portano a unirsi all’intelligenza, all’uno e al bene stessi. La libertà, dunque, secondo Plotino, non può consistere nell’attività pratica, cioè nell’agire esteriore, ma nella virtù e soprattutto nelle virtù più alte, nella contemplazione e nell’estasi. La libertà e la volontà sovrana, insomma, consistono nell’immateriale: l’anima è libera nella misura in cui, tramite l’intelligenza, tende al bene (Plot. Enn. VI 8, 6-7).

Scena di offerta delle primizie. Affresco, fine II sec. dalla Tomba di Padiosir Petosiris‎, dal Qārat el-Muzawwaqa, Oasi di Dakhla (Egitto).

Le vie del ritorno all’assoluto. | Plotino ridimensiona la dottrina delle virtù. Quelle «civili», che erano state la base dell’etica classica, sono per il filosofo egiziano semplicemente un punto di partenza, non un punto d’arrivo: giustizia, saggezza, fortezza e temperanza, intese in senso «politico», sono solo capaci di assegnare limiti e misure ai desideri e di eliminare false opinioni; sono dunque solo un’orma del bene supremo. Queste virtù sono una condizione per diventare simili al dio, ma l’assimilazione al dio è qualcosa di superiore: appunto, superiori alle virtù «civili» sono quelle intese come «purificazioni». Infatti, mentre le virtù politiche si limitano a moderare le passioni, le virtù come purificazioni liberano l’individuo dalle passioni medesime, consentendo all’anima di unirsi a ciò che le è affine, l’intelligenza (Plot. Enn. I 2, 1-3).

Quando l’anima ha raggiunto l’intelligenza e la contempla, allora, in questa contemplazione e imitazione, le virtù si trasfigurano. A questo punto, le virtù sono il modo di vivere dell’anima, che, distaccatasi dalle cose sensibili e rientrata totalmente in sé, vive in purezza la vita stessa degli dèi, assimilandosi all’intelligenza (Plot. Enn. I 2, 7).

Per Plotino, le virtù non sono le uniche vie che portano a unirsi al divino: rifacendosi a Platone, egli valorizza anche l’erotica e la dialettica, che sono, sia pure a diverso titolo e in differente misura, modi diversi con i quali l’anima si distacca, si libera e si purifica dal corporeo e si avvicina all’assoluto. L’erotica plotiniana, come quella platonica, è strettamente connessa alla bellezza, che è fondamentalmente la forma a tutti i livelli. Anche la bellezza sensibile è forma, il tralucere della forma intellegibile nel sensibile. Nella misura in cui ciò che è bello è forma, è connaturale all’anima ed è, quindi, capace di far rientrare l’anima in sé e di riportarla al ricordo delle sue divine origini. E la «trafittura» che prova l’amante nel vedere il bello, non è altro che metafisico ricordo delle proprie origini trascendenti (Plot. Enn. I 6, 4; III 5).

La riunificazione all’uno. | Le vie del ritorno all’uno sono, sostanzialmente, un ripercorrere a ritroso la metafisica processione dall’uno e, siccome le successive ipostasi derivano da esso per una sorta di differenziazione e di alterità ontologica (alle quali nell’uomo si aggiungono anche alterità morali), è evidente che il ricongiungimento all’uno dovrà consistere proprio nell’eliminazione di ogni difformità in una sorta di semplificazione (Plot. Enn. VI 9, 11). Questo è possibile perché l’alterità non è nell’ipostasi dell’uno, ma in quelle che seguono all’uno, soprattutto nell’umano. Così, immune da qualsiasi diversità, l’uno è presente sempre negli uomini, ma gli uomini sono presenti all’uno soltanto quando eliminano la propria alterità.

Spogliarsi di quest’ultima significa per la persona rientrare in sé stessa, nella propria anima, distaccandosi dal corpo e da tutto ciò che a esso inerisce, ma anche dalla stessa parte affettiva dell’anima e di tutto ciò che le è connesso. L’anima stessa deve, inoltre, eliminare la parola, il discorso e la ragione discorsiva, tutto ciò che in qualsivoglia modo la possa dividere dall’uno, perfino la conoscenza riflessa del proprio essere (Plot. Enn. III 6, 5; VI 9, 7). La frase che riassume in maniera icastica questo processo di purificazione totale dell’anima è: Ἄφελε πάντα («Spogliati di tutto», Plot. Enn. V 3, 17). Si tratta, indubbiamente, della concezione più radicale che si riscontra nella storia del pensiero antico. Spogliarsi di tutto non significa affatto impoverire o annullare sé stessi, ma, al contrario, vuol dire accrescersi, riempiendosi di divino e di infinito.

Il filosofo in cattedra. Rilievo, marmo, c. 260-280, dal cosiddetto Sarcofago di Plotino. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

L’estasi. | La tangenza con l’uno è detta ἔκστασις, che non può essere una forma di scienza né di conoscenza intellettuale e razionale. Consiste piuttosto nel contemplare in stretto contatto (senza riflessa distinzione tra soggetto e oggetto) il contemplato, in una compresenza, se non in un’unificazione totale con esso. Anche a tal riguardo, non pochi interpreti sono caduti in errore e hanno confuso l’estasi con uno stato di incoscienza o con alcunché di irrazionale. In verità, Plotino concepiva questo elemento come uno stato di iper-coscienza, come qualcosa di iper-razionale. Nell’estasi l’anima vede sé stessa divinizzata, riempita dell’uno e, nell’ordine del possibile, pienamente assimilata a esso. Dunque, il contemplare estatico dell’anima è un partecipare alla sussistenza dell’uno con tutte le caratteristiche che di esso sono peculiari: ossia l’essere al di sopra dell’essere, del pensiero, della ragione e della coscienza (Plot. Enn. VI 9, 11).

Che la dottrina dell’estasi sia stata divulgata in Alessandria soprattutto da Filone è indubitabile, così com’è altrettanto certo che Plotino ne abbia più volte fatta esperienza diretta. Tuttavia, è da rilevare che, mentre Filone concepiva biblicamente l’estasi come grazia, ovvero come «dono gratuito» di Dio, Plotino la reinserisce in una prospettiva collegata alle categorie greche: il dio non fa dono di sé ai mortali, ma questi possono salire a lui e a lui unirsi per loro forza naturale.

L’asse portante del pensiero plotiniano consiste nell’idea di «contemplazione creatrice», che è l’esatto opposto di quell’emanazionismo di cui qualche interprete ha parlato. Iniziando l’ottavo trattato della III Enneade, in cui il maestro illustra proprio il concetto di contemplazione (θεωρία), che rivoluziona tutti gli schemi più consolidati, Plotino utilizza un tono scherzoso per attutire l’impatto della nuova dottrina con il lettore: tutto è contemplazione (Plot. Enn. III 8, 1). Ma subito il tono ritorna serio: Plotino dimostra i due punti estremi della dottrina, concernenti, rispettivamente, la natura e l’attività pratica. Che l’intelligenza contempli l’uno e l’anima l’intelligenza e, attraverso l’intelligenza, l’uno medesimo, non poteva sembrare paradossale, data la struttura delle ipostasi. Piuttosto, potevano risultare estranee alla contemplazione la natura e la prassi: anche loro, secondo la dottrina plotiniana, sono contemplazione e prodotto della contemplazione (III 8, 3).

È evidente che, come la natura contempla e crea in quanto è anima, così anche nelle anime particolari contemplazione e azione dovranno essere strutturalmente interconnesse. Non solo la prassi dipende dalla contemplazione, risultando tanto più ricca quanto più ricca è la contemplazione, ma essa tende pure a ritornare alla contemplazione. La prassi, perfino nel suo più basso grado, anche senza saperlo, tende a una contemplazione (Plot. Enn. III 8, 6).

Dunque, la vera forza creatrice, asserisce Plotino, non è l’azione (πρᾶξις), ma la contemplazione (θεωρία): portando alle estreme conseguenze la concezione platonica, in Plotino la contemplazione diviene un concetto metafisico generale. La spirituale attività del «vedere» si trasforma in creare. Perciò, l’uno è una sorta di auto-contemplazione; l’intelligenza è contemplazione dell’uno e di sé riempita dell’uno; l’anima è contemplazione dell’intelligenza e di sé ripiena di intelligenza; la natura, estremo lembo dell’anima, è contemplazione di sé; la stessa zione non è che un più debole grado di contemplazione. La contemplazione è silenzio: tutta la realtà è dunque contemplazione e silenzio.

In questo senso, il «ritorno» all’uno mediante l’estasi diviene non altro che il ritorno mediante la contemplazione dell’uno. Estasi ricorre una sola volta nelle Enneadi. Il significato più appropriato sarebbe «semplificazione», che, come si è visto, consiste nell’eliminazione dell’alterità, separazione da tutto ciò che è terreno e molteplice, contemplazione in cui soggetto contemplante e contemplato si fondono: Καὶ οὗτος θεῶν καὶ ἀνθρώπων θείων καὶ εὐδαιμόνων βίος, ἀπαλλαγὴ τῶν ἄλλων τῶν τῇδε, βίος ἀνήδονος τῶν τῇδε, φυγὴ μόνου πρὸς μόνον («Ecco la vita degli dèi e degli uomini divini e beati: separazione dalle restanti cose di quaggiù, vita cui non aggrada più cosa terrena, fuga da solo a solo», Plot. Enn. VI 9, 11).

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Gordiano III, un principe troppo giovane

La crisi economica del III secolo non investì allo stesso modo tutte le regioni dell’Impero romano. A soffrirne maggiormente furono le province occidentali e in particolar modo le aree di confine, più esposte agli attacchi dei razziatori alamanni, franchi e burgundi. Spesso i coloni abbandonavano le proprie terre per trovare rifugio in città o all’interno delle fortezze e, di conseguenza, diminuivano drasticamente le eccedenze alimentari da importare a Roma. Nonostante i ripetuti tentativi da parte del governo centrale di creare nuovi insediamenti agricoli e di incentivare il reperimento di manodopera anche fra i prigionieri di guerra, vastissimi territori e non solo nelle zone di frontiera furono definitivamente abbandonati.

Due leoni sbranano un cinghiale. Mosaico, III sec. da Thysdrus (od. El-Jem).

Questo stato di cose non tardò a far sentire forti ripercussioni, con esiti ancor più drastici, anche nei comparti dell’artigianato e del commercio. Se, infatti, i contadini erano facilmente rimpiazzabili, trovare un buon fabbro o un esperto scalpellino divenne sempre più difficile. Nelle Galliae e nelle regioni lungo i grandi fiumi di confine a poco a poco scomparvero le secolari tradizioni artigianali e pare che i commerci abbiano subito un improvviso arresto: nessuno si arrischiava a percorrere grandi distanze se non in ambito strettamente locale.

La situazione si fece tanto seria che i funzionari imperiali per sopperire agli equipaggiamenti militari dovettero improvvisare dal nulla fabricae tessili e d’armi, obbligando talvolta con la forza gli artigiani locali a collaborare.

Diversamente, le province orientali e quelle africane, meno esposte agli attacchi delle popolazioni esterne, riuscirono a conservare ancora per un po’ un certo grado di prosperità. Ciononostante, nel 237, il terzo anno di principato di Massimino il Trace, proprio in Africa proconsularis si verificò un’importante sollevazione. Il procurator fisci inviato in quella provincia, un uomo rapace e di pochi scrupoli, conscio del fatto che il sistema delle confische avrebbe rimpinguato enormemente le casse imperiali, impose un’onerosa ammenda ad alcuni giovani esponenti dell’aristocrazia locale, privandoli di gran parte del loro patrimonio. Il provvedimento innescò una violenta reazione: nei tre giorni di dilazione concessi dal funzionario, i fautori della rivolta misero in piedi un piccolo esercito di servi e contadini, armati di scuri e bastoni, e, approfittando di un’udienza ufficiale, gli insorti eliminarono fisicamente il procuratore e occuparono Thysdrus (od. El-Jem), considerata la «capitale dell’olio» nel commercio mediterraneo (SHA Max. 14, 1).

M. Antonio Gordiano I Semproniano Africano. Sesterzio, Roma 238. Æ 18, 47 g. Recto: Imp(erator) Caes(ar) M. Ant(onius) Gordianus Afr(icanus) Aug(ustus). Busto laureato, drappeggiato e corazzato dell’imperatore, voltato a destra.

Come atto supremo della loro sollevazione i giovani ribelli acclamarono Augustus il loro governatore, Marco Antonio Sempronio Gordiano. Questi, che aveva da poco oltrepassato gli ottant’anni e si trovava al culmine di una brillante carriera politica, fu scosso dall’improvvisa ascesa alla porpora imperiale. Accettato l’incarico dopo un’iniziale riluttanza, come suo primo atto ufficiale Gordiano elevò il proprio figlio al suo stesso rango (SHA Gord. 5-9; Hdn. VII 5).

Il biografo Giulio Capitolino informa che i due neo-imperatori inviarono a Roma una legatio cum litteris per informare il Senato sui recenti sviluppi in Africa e sulle loro intenzioni di governo: la generosità, l’umanità e la limitata pressione fiscale furono opposte alla durezza di Massimino (SHA Gord. 9, 7). La risposta della plebe urbana alla diffusione della notizia fu immediata: l’uccisione dei fautori del Trace da parte della cittadinanza e il subito riconoscimento dei due Gordiani come veri imperatori Senatus consulto lascerebbero sospettare l’ipotesi di un complotto ben orchestrato, o comunque che nell’Urbe alcuni esponenti dell’aristocrazia abbiano seguito con particolare sollecitudine gli eventi africani.

Senonché, appena tre settimane dopo l’avvento dei due Gordiani, il governatore della Numidia, un certo Capelliano, forse per motivi personali fedele a Massimino, avanzò con le sue truppe e un contingente di Mauri contro Cartagine, sede provvisoria dei nuovi Augusti. Il giovane Gordiano morì in combattimento, mentre suo padre, alla notizia della caduta dell’amato figlio, si tolse la vita (Hdn. VII 9, 11; SHA Max. 19, 20, Gord. 15-16; Zon. 12, 17; ILS 8499).

M. Antonio Gordiano I Semproniano Africano. Denario, Roma 238. AR. 3,4 g. Obverso: Romae aeternae. Personificazione dell’Urbe, voltata a sinistra, assisa con scudo, elmo, lancia e palladio.

Nel marzo del 238 i senatori, preoccupati del vuoto di potere e soprattutto delle possibili reazioni delle forze armate, presso le quali da tempo serpeggiava un certo malcontento, e di Massimino, ormai dichiarato decaduto e hostis publicus, in maniera del tutto insospettata e con grande decisione assunsero la direzione del governo, attraverso la commissione speciale dei XXviri rei publicae curandae (Hdn. VII 7, 2-7; SHA Max. 15, 2; Gord. 9-11; Aur. Vict. Caes. 26; ILS 1186).

Il venerando consesso, riunito nel tempio di Giove Capitolino, dopo un confronto concitato, espresse i suoi candidati all’imperium nelle persone di Pupieno Massimo e Calvino Balbino, attribuendo loro i medesimi poteri e concedendo la stessa titolatura. Le fonti antiche e soprattutto l’Historia Augusta li presentano assai differenti fra loro per indole e attitudine: Balbino vantava nobili natali, era uno stimatissimo oratore e un consolare che con liberalità e rettitudine aveva governato diverse province; Pupieno, invece, era di estrazione sociale più bassa, un rude militare che si era guadagnato il rispetto e gli onori della nobiltà sui campi di battaglia contro Sarmati e Germani; di lui la plebe urbana apprezzava soprattutto la semplicità dei modi, che non aveva mai abbandonato nemmeno dopo aver raggiunto il rango senatorio. Insomma, si trattava di due uomini diversissimi, ma complementari, nei quali il Senato riconosceva l’importanza di coniugare la mitezza nella giurisdizione civile a una maggiore decisione nel potere militare.

Nel momento stesso in cui la Curia conferiva in Campidoglio la porpora ai due patres, una sedizione popolare turbò la cerimonia, costringendo a cooptare insieme a Pupieno e Balbino il tredicenne Gordiano, nipote dei due Africani, nominandolo Caesar (Hdn. VII 10; AE 1951, 48).

M. Antonio Gordiano III Pio. Busto, marmo, c. 238-242. Berlin, Altes Museum.

Raggiunto dalle notizie degli eventi, Massimino, che non si era mai degnato di visitare Roma, si mise alla testa del suo esercito e marciò alla volta della capitale. Rimase, tuttavia, invischiato nell’assedio di Aquileia, dove trovò la morte per mano dei suoi stessi soldati della legio II Parthica (Hdn. VII 8; 12, 8; VIII 1-5; SHA Max. 21-23; Balb. 11, 2; Zos. 1, 15). La morte del comune nemico, però, non sortì effetti benefici, ma peggiorò la situazione, aumentando i contrasti tra i due imperatori eletti dal Senato e seminando il malcontento nella guardia, i cui membri temevano di restare esclusi dai giochi. Così, assassinati i due contendenti, i pretoriani acclamarono imperatore Gordiano III (SHA Gord. 22, 5; Hdn. VIII 8).

L’ascesa al trono di Gordiano III fu salutata come l’inizio di una nuova era di pace, giustizia e stabilità, soprattutto dalle classi agiate, sia italiche sia provinciali, per le quali l’eliminazione di Massimino il Trace rappresentava la migliore garanzia di un ritorno alla normalità. Alle spalle del giovanissimo imperatore ci fu una folta schiera di eminenti personalità politiche, tra le quali spiccava l’energico praefectus praetorio (dal 241) C. Furio Sabinio Aquila Timesiteo: a suggellare l’intesa politica e i comuni intenti, Gordiano ne prese in sposa la figlia, Furia Sabina Tranquillina (CIL XIII 1807 = ILS 1330; SHA Gord. 23, 5; 6; 24, 2; 25, 1). Ma la tanto sospirata pace ebbe brevissima durata; all’orizzonte si profilavano oscure e minacciose nubi: sul fronte danubiano facevano la loro ricomparsa Daci, Carpi e Goti, mentre a Oriente i Sassanidi, guidati da Šāpūr I, premevano lungo la linea di confine, mettendo in serie crisi la stabilità dell’Impero.

Contro le popolazioni che premevano sulla frontiera danubiana Gordiano poté valersi del governatore della Moesia inferior, Tullio Menofilo, che con le armi e con la diplomazia riuscì a scacciare Carpi e Goti dalle province balcaniche (FGH IV, pp. 186-187).

M. Antonio Gordiano III Pio. Busto corazzato, marmo, c. 242, da Gabii. Paris, Musée du Louvre.

Ancora nel 241 l’imperatore, consigliato dal suocero, apprestò un’armata per avviare una campagna militare sul fronte orientale: a Roma fu solennemente riaperto il tempio di Giano, a indicare l’inizio delle ostilità (SHA Gord. 23, 6-7). L’anno seguente fu ripresa la Syria e, oltrepassato l’Eufrate, fu riconquistata Carrhae e liberata la provincia di Mesopotamia dai Persiani (SHA Gord. 26, 4-6; 27, 2-8). La spedizione si stava rivelando un vero successo e il giovane imperatore stava pianificando un’offensiva diretta al cuore del territorio nemico, quando Timesiteo, sulla via per Ctesifonte, cadde malato e morì in circostanze non chiare (SHA Gord. 28, 1).

Il vertice del praetorium passò a un suo stretto collaboratore Marco Giulio Filippo, originario della provincia d’Arabia. La campagna militare non subì battute d’arresto, ma proseguì secondo i piani prestabiliti: l’obiettivo ora era la conquista di Ctesifonte, ma l’esercito romano venne sbaragliato nella battaglia di Mesiche (od. Falluja, Iraq), dove trovò la morte lo stesso Gordiano III. Secondo certe fonti, l’imperatore sarebbe stato assassinato dallo stesso Filippo, che, non appena acclamato dalle truppe come successore, si sarebbe preoccupato di stipulare un frettoloso trattato di pace con i nemici (SHA Gord. 29; [Aur. Vict.] Epit. Caes. 27).

Sembra tuttavia più attendibile la versione che vuole Gordiano III morto in battaglia: la fine iniqua e poco dignitosa sarebbe una leggenda costruita a posteriori per screditare Filippo. Un dato certo è piuttosto lo sfruttamento da parte del nuovo Augustus della memoria del predecessore: infatti, responsabile o meno della sua scomparsa, Filippo fu molto attento a onorarne in modo consono la memoria, lasciandone intatte le immagini e impedendone la damnatio memoriae. Non solo: Filippo acconsentì che Gordiano ricevesse la massima onorificenza per un imperatore defunto, l’apoteosi.

Gordiano III (dettaglio). Rilievo, marmo, c. 238, dal Sarcofago di Acilia. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

Quanto ai soldati, essi celebrarono il loro giovane condottiero innalzandogli un cenotafio nel luogo stesso in cui cadde. Il testo dell’iscrizione è tramandato dalle fonti, ma sembra che sia stato inventato di sana pianta, ma non per questo meno arguto. Vi sarebbe infatti stato scritto: Divo Gordiano victori Persarum, victori Gothorum, victori Sarmatarum, depulsori Romanarum seditionum, victori Germanorum, sed non victori Philipporum («Al divo Gordiano, vincitore dei Persiani, dei Goti, dei Sarmati, di ogni sedizione romana, dei Germani, ma non dei Filippi», SHA Gord. 34, 2; cfr. Amm. Marc. XXIII 5, 7).

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La vita di Flavio Giuseppe e il racconto della guerra giudaica

di G. VITUCCI (ed.), Flavio Giuseppe. La guerra giudaica, I, libri I-III, Milano 1974, ix-xxiv.

Giuseppe (più tardi, quando ebbe la cittadinanza romana, Flavio Giuseppe) appartenne a quella generazione di Giudei cui, mentre si appressavano al «mezzo del cammino», toccò di vedere la distruzione di Gerusalemme e la rovina del tempio. A Gerusalemme egli era nato fra il 13 settembre del 37 e il 17 marzo del 38[1]: troppo tardi per rendersi conto dell’ansia disperata di cui la città fu preda intorno al 40, quando da Roma arrivò l’ordine di collocare nel tempio, e farne oggetto di culto, un’immagine di Caligola. Superata, dall’avvento di Claudio, la grave tensione, la vita era ripresa nella più o meno generale rassegnazione agli incomodi del dominio romano, e Giuseppe poté intraprendere gli studi in un’atmosfera meno agitata. Più tardi, rievocando nell’ultima pagina dell’Archeologia quei suoi studi e tutta la sua formazione spirituale, egli distinse tra lo studio della grammatica e della lingua greca (della quale tuttavia confessava di non aver raggiunto una pronuncia perfetta: la sua lingua materna era l’aramaico) e quella che chiamava la παιδεία ἐπιχώριος, παιδεία propriamente giudaica: una παιδεία, aggiungeva, nella quale, per ammissione dei suoi connazionali, andava innanzi a ogni altro. In ogni modo, la preparazione di Giuseppe fu adeguata al suo elevato rango sociale; la sua era infatti una delle famiglie più cospicue, appartenente per parte di padre all’alta nobiltà sacerdotale[2], mentre per parte di madre egli si gloriava di discendere dalla famiglia reale degli Asmonei[3]. In questa preparazione, lo studio della Legge aveva una parte di primo piano, e non v’è ragione di non prestargli fede quando egli aggiunge di aver fatto, grazie alla sua non comune memoria e intelligenza, tali progressi, che al tempo in cui era solo un giovinetto di quattordici anni alcuni sommi sacerdoti e altre personalità di primo piano si recarono da lui a consultarlo[4].

Flavio Giuseppe. Busto (presunto ritratto), marmo, I sec. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek

Il quindicesimo anno di vita fu speso in una diretta sperimentazione delle regole teorico-pratiche seguite dalle tre sette che allora tenevano il campo, i Farisei, i Sadducei e gli Esseni, con l’intenzione di prepararsi a una scelta. Dai rapidi accenni della Vita (2, 10) si ricava l’impressione che si sia trattato di una frequentazione cursoria, con una permanenza meno breve presso gli Esseni, cui Giuseppe sembra alludere quando narra di essersi sottoposto a un duro tirocinio, passando attraverso una serie di prove molto severe. Assai più lunga fu invece l’esperienza ascetica vissuta nei tre anni successivi, quando si ritirò nel deserto a far vita di penitenza; il fatto che Giuseppe ricorda anche il nome del maestro che gli fu allora di guida lascia pensare che per lui si trattò di un impegno superiore al normale, e di un’adesione spirituale che i posteriori contatti con il mondo greco-romano non avrebbero potuto cancellare. Comunque, quand’egli fece ritorno in città, fu alla setta dei Farisei che andò la sua preferenza piuttosto che a quella dei Sadducei, verso cui era in genere orientata l’aristocrazia delle grandi famiglie sacerdotali[5], e il giovane Giuseppe continuò a esercitare il suo ingegno nel lavoro di interpretazione della Legge e il suo zelo nel praticarne i precetti.

Una prova di zelo esemplare il giovane la diede nel 64, quando intraprese un viaggio a Roma per perorare la causa di alcuni sacerdoti deferiti qualche anno prima al tribunale imperiale dal procuratore M. Antonio Felice, quello di cui Tacito ricorderà con frase efficacissima che tiranneggiò i sudditi come solo un individuo di estrazione servile poteva fare[6]. Nel ricordare l’episodio, Giuseppe (Vit. 13 ss.) si limita a osservare che le imputazioni erano di scarsa rilevanza, mentre sembra assai probabile che negli indiziati il funzionario romano avesse fiutato degli esponenti del movimento di resistenza, astenendosi peraltro, per una qualche ragione prudenziale, dall’applicare direttamente i suoi poteri coercitivi. Il viaggio di Giuseppe, anche se si svolse in condizioni più fortunose del solito per un drammatico naufragio in mare aperto, si concluse felicemente. Egli sbarcò a Pozzuoli, ove poté assicurarsi l’appoggio di un attore di origine giudaica, un tale Alituro, che era nelle grazie di Nerone sia, possiamo pensare, per il suo talento artistico, sia (e questo lo dice Giuseppe) perché godeva delle simpatie di Poppea, e l’imperatrice non solo assicurò il proscioglimento degli imputati, ma colmò anche di doni Giuseppe[7].

Un dottore della Legge e un fariseo.

Quando questi fece ritorno a Gerusalemme (nell’autunno del 65, a quel che sembra) trovò che la situazione creata dai gruppi di resistenza antiromana si avviava a grandi passi verso la rottura.

La tensione, cominciata oltre cent’anni prima ai tempi della presa di Gerusalemme e della profanazione del tempio da parte di Pompeo, era cresciuta di pari passo con l’ingerenza dei Romani nelle cose di Giudea, provocata sia dal protrarsi della lotta fra il sommo sacerdote Ircano II e suo fratello Aristobulo (cui più tardi subentrò il figlio Antigono), sia delle ripercussioni che in terra d’Oriente ebbero le vicende della guerra fra cesariani e pompeiani. Contro tale ingerenza, che nel 47, per volere di Cesare, aveva portato ad affiancare (di fatto, a sovrapporre) ai tradizionali poteri del sommo sacerdote quelli di un «viceré» con la nomina dell’idumeo Antipatro a ἐπίτροπος[8], era sorto in Galilea un movimento nazionalistico di resistenza con a capo Ezechia, capostipite di una famiglia di patrioti. Ma poco dopo, nello stesso anno 47, la sua banda venne battuta da un corpo di spedizione agli ordini di uno dei figli di Antipatro, Erode, il quale non si fece scrupolo di passarlo per le armi. Accennando a questo episodio (BJ I 204), Giuseppe chiama Ezechia ἀρχιλῃστής (“capo-brigante”) e λῃσταί i suoi uomini, con una nomenclatura che rifletteva il punto di vista dei Romani, per i quali erano latrones i provinciali che cercavano di opporsi con le armi in pugno al loro dominio. Ma da un punto di vista diverso, e non meno valido salvo che rispecchiava il pensiero dei vinti, ben altro che un delinquente comune era stato Ezechia, e per la sua morte i Sadducei avevano sollecitato il sommo sacerdote Ircano II a istruire un regolare processo. Insabbiato questo processo per l’intervento di Sesto Giulio Cesare, un procugino del dittatore che teneva allora il comando delle forze romane in Syria, l’impresa contro Ezechia era diventata il punto di partenza di una fortunata ascesa che avrebbe fatto di Erode, sotto la protezione di Marco Antonio e poi di Augusto, uno dei maggiori potenti del suo tempo. Era perciò naturale che i nazionalisti accomunassero Erode nel loro odio contro i Romani[9]; e fu da questi spiriti di intransigente difesa dei valori del Giudaismo che prese allora avvio il movimento di resistenza degli Zeloti, di cui divenne poi animatore Giuda, figlio di Ezechia, l’alfiere della rivolta scoppiata nel 6 d.C., quando la Giudea cessò di essere un protettorato e venne direttamente assoggettata al dominio romano. Ispirato inizialmente al dovere dell’ubbidienza verso il solo Jahvé (e, dunque, non verso l’«usurpatore» Erode né, tantomeno, verso i Romani), il movimento zelotico si era poi arricchito di motivi di carattere economico-sociale. Infatti, all’acquiescenza, in linea di massima predominante presso i ceti più elevati, che dalla pax Romana si vedevano propiziato il godimento di antichi privilegi, si era contrapposta l’azione degli attivisti a sostegno delle masse più umili, ansiose di novità e, magari, di un rivolgimento totale da realizzare con una lotta concepita in termini di guerra di religione[10].

Fenicia, Celesiria, Decapoli e Giudea sotto la dinastia degli Erodiadi. Karl von Spruner (1865.

Allorché nel 66 la situazione, dopo aver subito un continuo deterioramento, diventò insostenibile per l’azione provocatoria del governatore Gessio Floro, e a Gerusalemme presero a serpeggiare le fiamme della rivolta, fu Menahem, figlio di Giuda e nipote di Ezechia, quello che assunse e per qualche tempo tenne il comando delle operazioni. Il massacro della guarnigione romana aveva reso ormai inevitabile una spedizione punitiva delle truppe di stanza nella vicina provincia di Syria; ma queste forze, quando già sembrava che stessero per impadronirsi di Gerusalemme, vennero travolte assieme al legato Cestio Gallo in un’inaspettata quanto umiliante disfatta. La guerra voluta dagli estremisti, rappresentati oltre che dagli Zeloti anche dai cosiddetti “sicari”, era ormai alle porte, e coinvolse assieme agli altri il nostro storico.

Giuseppe dovette avervi fin da principio una parte di primo piano, anche se molti importanti particolari della sua azione restano in ombra. Ciò dipende anche dalle discrepanze fra il racconto che egli ne fece nel Bellum Iudaicum e quello dato nella Vita oltre vent’anni più tardi. A ogni modo, è soltanto nella Vita (17 ss.) che Giuseppe dà qualche cenno sulla posizione da lui assunta di fronte al problema della guerra, dal momento del suo ritorno da Roma fino allo scoppio delle ostilità: una posizione che lo vide allineato con i maggiorenti dei Farisei in una cauta (perché molto pericolosa) polemica contro le mene dei bellicisti, nel vano sforzo di richiamare costoro a una più realistica valutazione dei pericoli verso cui spingevano il Paese. Ma poi l’inopinato disastro della spedizione punitiva di Cestio Gallo sopraggiunse a rendere incontenibile l’esaltazione dei fautori della guerra; questi presero il sopravvento e nel Sinedrio, anche se con scarso entusiasmo, si deliberarono i provvedimenti richiesti dallo stato di guerra, in vista dell’immancabile ritorno offensivo dei Romani. A Giuseppe, ignoriamo per quali particolari considerazioni, ma certo in grazia della prudenza cui appariva ispirato il suo atteggiamento, venne subito affidato un incarico di rilievo; nel racconto di BJ II 568 quello di assumere il comando delle operazioni difensive nel settore della Galilea, mentre, secondo quanto narra in Vita 29, egli fu chiamato a far parte di una commissione di tre sacerdoti inviati in Galilea per dar ordine ai patrioti di deporre le armi e uniformarsi alla linea di cauto attendismo deciso a Gerusalemme. Nelle due notizie si è creduto di poter cogliere una grande divergenza, tanto da considerare come abusiva l’azione di comando esercitata in seguito da Giuseppe nella Galilea[11].

Truppe romane sopraffatte da un’imboscata dei ribelli giudei. Illustrazione di P. Dennis.

Ma questa teoria si rivela poco convincente; infatti, da quanto viene riferito nella Vita pare debba ricavarsi non la natura dell’incarico affidato a Giuseppe, ma il primo compito assegnatogli nell’esercizio delle sue attribuzioni, premessa indispensabile all’addestramento degli uomini e all’apprestamento delle opere difensive. Tale esercizio, che in partenza poteva fare affidamento sul sentimento patriottico della popolazione, rimasta per lo più sorda ai richiami dell’ellenizzazione[12], nei primi tempi venne reso assai arduo dallo scoppio di gravi episodi di insubordinazione: se si considera che a darcene notizia è lo stesso Giuseppe, e con lunga e dettagliata esposizione, è difficile dubitare della gravità della situazione che gli si trovò a fronteggiare. Nel suo racconto, se solo a prezzo di molti stenti e pericoli gli riuscì di affermare la sua autorità nei centri principali della regione, come Sepphoris, Tiberiade e Tarichee, ciò avvenne per le mene di Giovanni di Giscala, un esponente della resistenza locale che gli diede molto filo da torcere, fino a cercare di provocare la sua destituzione[13].

È un racconto, questo di Giuseppe, che appare attendibile anche in vari particolari, ma che sorvola, naturalmente, sul punto più importante: l’arrivo da Gerusalemme di un comandante superiore (a un certo momento rimasto solo per la partenza degli altri due colleghi con cui era arrivato, cfr. Vit. 77) non fu visto di buon occhio dai patrioti di Galilea, anche perché essi non tardarono a constatare che si trattava di un uomo non senza riserve verso gli ideali della resistenza, e che non credeva nella vittoria finale[14]. Era un difetto per niente trascurabile, capace anzi di neutralizzare i pregi di un comandante, anche il più accorto e valente di tutti quale Giuseppe si vantava di essere (cfr. BJ III 144); ed è notevole, per concludere su questo punto, rilevare che il comitato dei Settanta, da lui istituito come organo consultivo di governo, gli serviva in realtà per tenere in pugno come ostaggi i notabili del Paese[15].

In simili condizioni, non dovevano essere gran cosa gli apparecchi difensivi che Giuseppe era riuscito a realizzare in Galilea, il settore che per ragioni geografiche era esposto a ricevere per primo l’urto dei Romani. In BJ II 572 ss. egli dà l’elenco delle città che furono fortificate[16], e il numero degli uomini da lui arruolati e istruiti secondo gli ordinamenti e la tattica romana per renderli, appunto, capaci di misurarsi con i Romani; si sarebbe trattato di 100.000 uomini (BJ II 576), che poco dopo (II 583) diventano 60.000 fanti e 350 cavalieri, oltre 400.500 mercenari e una guardia del corpo di 600 uomini. A parte la discrepanza delle cifre (che potrebbe spiegarsi distinguendo fra un totale e una parte già pronta per l’impiego), e anche a non voler considerare ugualmente esagerata quella più bassa, si trattava di una forza raccogliticcia provvista in linea di massima soltanto di armamento leggero, e quindi non in grado di affrontare in una battaglia campale la fanteria pesante nemica[17]. Nelle più ottimistiche prospettive non poteva esserci altra speranza se non quella che la potenza d’urto del nemico si esaurisse nel passare dall’assedio dell’una a quello dell’altra fra le più importanti città fortificate, ma era una speranza che non teneva nel debito conto le comparativamente enormi capacità logistiche dell’esercito avversario. Affidato da Nerone a un capo sperimentato e prudente come Tito Flavio Vespasiano, quest’esercito aveva il suo nerbo in tre legioni e, con il consueto contorno di truppe ausiliarie, era più vicino ai 60.000 che ai 50.000 uomini[18].

Processione trionfale con l’esibizione delle spoglie del tempio di Gerusalemme. Pannello interno, rilievo, marmo, c. 81 dall’Arco di Tito a Roma.

Coadiuvato dal figlio Tito, che faceva parte del suo stato maggiore come comandante di una delle legioni, Vespasiano nell’inverno del 66/7 portò a termine la raccolta delle forze concentrandole a Tolemaide, e di lì si addentrò verso l’interno puntando sul grosso centro di Sepphoris, i cui abitanti, impressionati dalla bufera, si erano affrettati a far atto di sottomissione ai Romani, aprendo le porte a un grosso presidio. L’inizio delle operazioni non poteva essere più infausto per Giuseppe; abbandonato dalla maggior parte degli uomini che aveva raccolto a Garis, non lontano da Sepphoris, e che si erano dispersi in fuga, egli si ritirò verso l’interno portandosi a Tiberiade[19], donde inviò a Gerusalemme un rapporto che si chiudeva con la richiesta di inviargli immediatamente rinforzi o, altrimenti, di intavolare trattative di pace. Poi, saputo che il nemico si apprestava a investire l’importante centro di Iotapata, accorse ad assumervi il comando della difesa, e fece appena in tempo a entrare nella città prima che Vespasiano la stringesse d’assedio. Quest’assedio durò circa un mese e mezzo[20] e si concluse con l’espugnazione, nonostante le ingegnose trovate di Giuseppe, che si sofferma a riferirle con grande compiacimento (BJ III 141-339). Mentre la città veniva messa a ferro e fuoco, cominciarono le ricerche per catturare Giuseppe, che assieme a una quarantina di notabili si era rifugiato in una profonda cisterna. Scoperto il nascondiglio, egli si mostrò incline a consegnarsi al nemico, ma la sua arrendevolezza suscitò l’ira degli altri che, decisi a non farsi prendere vivi, gli imposero di scegliere se morire di propria mano o per mano dei compagni. Con un abile espediente, che ancora una volta Giuseppe si compiace di raccontare per filo e per segno con un’abbondanza di particolari a volte romanzeschi (BJ III 340-391), egli riuscì a liberarsi dell’incomoda compagnia e a consegnarsi nelle mani dei Romani.

L’assedio di Iotapata (67 d.C.). Illustrazione di A. Hook.

Sarebbe impossibile, ma soprattutto inutile, controllare la sua veridicità a proposito di arrendersi, perché quelle circostanze corrisposero a una verità psicologica assai più importante di quella che fu la verità storica, in questo caso per noi trascurabile. Vista la piega che fin dal principio avevano preso le operazioni, Giuseppe si era più che mai confermato nella convinzione che quella guerra conduceva alla rovina della patria, e che per salvare il salvabile si doveva cercare di trattare col nemico. A muovere il primo passo in questa direzione egli si era poi sentito prescelto dal dio d’Israele quando alla sua virtù profetica aveva concesso l’ispirazione di predire a Vespasiano il dominio dell’Impero: «Tu, o Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e tuo figlio. Fammi ora legare ancora più forte e custodiscimi per te stesso; perché tu, Cesare, non sei soltanto il mio padrone, ma il padrone anche della terra e del mare e di tutto il genere umano»[21].

T. Flavio Vespasiano. Busto, marmo greco, 70-80 d.C. Firenze, Galleria degli Uffizi.

Solo per portare tale messaggio, secondo l’incarico ricevuto dal dio, Giuseppe non aveva osservato l’eroica usanza, già in onore al tempo della riscossa maccabaica (2 Mac. 14, 41 ss.), di darsi la morte per non cadere nelle mani del nemico. Bisognava, inoltre, liberare il campo dalla dannosa «ambiguità» di una profezia che parlava del prossimo avvento di un re che dall’Oriente avrebbe esteso il suo dominio sul mondo intero: ciò era stato interpretato «da molti sapienti giudaici» (BJ VI 312) come allusivo all’avvento di un messia, mentre ora Giuseppe sapeva, e doveva far sapere, che la predizione riguardava invece l’ascesa al trono di Vespasiano. Che in realtà corresse una simile profezia è indubitato[22], così come altrettanto sicuro sembra che essa fosse nata in ambiente zelotico sotto l’influenza di antiche aspettazioni escatologiche. Pertanto, a ispirare la profezia era stata certamente la speranza nell’avvento di un uomo che da Israele avrebbe allargato il suo regno messianico su tutto il mondo, sì che l’interpretazione giusta era quella datane dai «sapienti giudaici», a torto contraddetti da Giuseppe con la sua speciosa interpretazione dell’attesto avvento messianico in chiave di un adventus Augusti. Ciò non vuol dire, assolutamente, che il giudeo-ellenizzato Giuseppe abbia distorto con spregiudicata disinvoltura il significato di un testo ritenuto ispirato: l’impressione è che egli sentisse di parlare in piena coscienza, sinceramente convinto che nei disegni divini a Vespasiano era serbato il dominio sull’Impero universale di Roma, sì che per i Giudei il meglio era cessare al più presto di trattarlo ostilmente. Questa convinzione (che, ripeto, sembra da ritenere autentica) dovette essergli di qualche conforto per la nuova vita che ora si apriva dinanzi a lui.

Avveratasi, di lì a un paio d’anni, la sua profezia con l’acclamazione a imperatore di Vespasiano (1 luglio 69), il nuovo «padrone della terra e del mare e di tutto il genere umano» si ricordò con simpatia del giovane sacerdote giudeo che si trascinava dietro in catene dal tempo della presa di Iotapata, e nell’euforia dell’ora ordinò che fosse liberato dalla schiavitù (in cui quello era caduto come prigioniero di guerra[23]). In tal modo, anche per le simpatie personali che seppe destare in Tito, Giuseppe diventò fautore, e poi anche cordiale collaboratore, di un nemico che, al termine di una durissima guerra, avrebbe distrutto Gerusalemme. Per molti aspetti il suo caso richiamava quello di Polibio, che oltre due secoli prima, persuasosi della superiorità politica della Repubblica romana, aveva scritto per chiarire a sé e ai suoi connazionali greci i motivi che ne giustificavano l’egemonia sui Paesi del mondo mediterraneo. Ma a Giuseppe era toccato non di teorizzare le ragioni del primato di un popolo straniero, ma di vivere nell’accampamento dello straniero che assediava Gerusalemme, di prestare la sua opera come interprete e strumento di propaganda, insomma di comportarsi in modo da essere bollato come traditore da chiunque non condividesse le sue riserve sull’opportunità della guerra scatenata dalla resistenza antiromana[24].

Per uno come lui, pur dopo l’acquisto della cittadinanza romana, restava aperto alle suggestioni dell’orgoglio nazionale[25], la taccia del rinnegato dové sempre essere un gran peso sul cuore; ciò appare, del resto, anche dal fatto che egli non si lasciò sfuggire nessuna occasione per difendersene, ritorcendo sui rivoluzionari l’accusa di aver essi, con la loro follia bellicista, tradito la causa della patria fino a provocarne la distruzione. Dopo aver seguito l’esercito romano nel 67 durante l’occupazione del resto della Galilea, nel 68 durante la sottomissione della Perea, dell’Idumea e della Giudea (finché Vespasiano fu raggiunto dalla notizia della morte di Nerone, che causò una lunga stasi della guerra fino alla sua elezione imperiale), dopo aver assistito alla ripresa delle operazioni sotto il comando di Tito fino all’espugnazione di Gerusalemme (settembre 70), Giuseppe vide nella serie ininterrotta dei rovesci patiti dai Giudei la conferma della sua convinzione che il dio era passato dalla parte dei Romani. Nella propaganda dei bellicisti l’incitamento alla resistenza si accompagnava alla promessa di un intervento del divino alleato che già tante volte aveva salvato Israele: Giuseppe replicava che tale intervento era certo, ma questa volta per colpire l’empietà degli uomini della resistenza, i quali per realizzare il loro intento non si erano astenuti dalle più orribili atrocità, calpestando ogni legge umana e divina (BJ V 400 ss.). Così, secondo lui, l’ingiustizia aveva preso a trionfare in Israele (in contrasto con la giustizia dei Romani, che si erano invece sempre limitati a non esigere che il tributo) costringendo il dio ad abbandonare l’alleanza col suo popolo per divenire σύμμαχος dei Romani, da lui scelti a strumento delle sue vendette e, perciò, protetti e premiati (BJ V 409-410). Questo era ritenuto da Giuseppe il vero tradimento che, privando Gerusalemme dell’aiuto divino, l’aveva condannata alla distruzione. Lui, se mai, aveva cercato di mitigare la furia vendicatrice dei vincitori, ricorrendo ogni volta che si poteva alla clemenza di Tito, specialmente nei giorni terribili che seguirono la caduta della città.

T. Flavio Vespasiano (jr.). Statua, marmo bianco, 79 d.C. dalla basilica di Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

L’odio e il disprezzo verso il «rinnegato» dovettero placarsi, ma non estinguersi, dopo che egli si fu ritirato a Roma; a rinverdire la memoria contribuivano l’invidia per le terre donategli in Iudaea da Tito e poi anche da Vespasiano, l’ospitalità da questi offertagli a Roma nella casa che abitavano prima di trasferirsi nei palazzi imperiali, l’assegnazione di una pensione annua (Vit. 442-443). Più volte venne addirittura fatto oggetto di calunniose denunce (BJ VII 437 ss.; Vit. 424-425), peraltro rimaste sempre senza alcun effetto. Libero dal peso di ogni preoccupazione materiale, circondato dall’affetto di tre figli e dalla moglie[26], Giuseppe poté attendere alla composizione di una storia della guerra giudaica, cui sembra già avesse in qualche modo pensato nel corso dell’assedio di Gerusalemme, quando aveva preso una serie di appunti, come egli stesso ricorderà più tardi[27]. Per prima cosa scrisse un’opera in aramaico, destinata ai Giudei della diaspora mesopotamica, cui in sostanza si allude con l’ampollosa espressione «ai Parti, ai Babilonesi, agli Arabi, ai Giudei d’oltre Eufrate e agli Adiabeni» di BJ I 6. Questi primi passi dell’attività storiografica di Giuseppe furono certamente seguiti con compiacimento dai suoi imperiali patroni, ai cui occhi l’opera si presentava, fra l’altro, come un ammonimento per quelle genti a non voler mai più covare o favorire propositi di ribellione antiromana[28]. Quando poi Giuseppe approntò una «traduzione» in greco (Ἑλλάδι γλώσσῃ μεταβαλών) della sua opera, sì che questa potesse andare nelle mani di una più larga cerchia di lettori in tutto l’Impero, l’interesse dei Flavi per il suo lavoro crebbe enormemente (anche se resta solo una congettura che fossero loro a ispirarlo). Quella di Giuseppe poteva diventare, come in effetti diventò, la storia ufficiale della gloriosa impresa che aveva portato in primo piano Vespasiano per la scalata al trono dei Cesari, e non per niente all’atto della pubblicazione essa portava l’imprimatur di Tito[29].

Naturalmente, si trattava di una «traduzione» solo per modo di dire: bastava il cambiamento (toto coelo) del pubblico cui l’opera era diretta per imporre una serie di ritocchi, a partire da quelli di carattere formale apportati dai collaboratori greci, alla cui opera Giuseppe dovette far ricorso non essendo in grado di scrivere in greco[30]. Certamente non poche dovettero essere le pagine ritoccate, soppresse o aggiunte: fra queste ultime, per esempio, tutte quelle relative alla minuta informazione geo-topografica sui Paesi che erano stati teatro della guerra e, in particolare, la descrizione della città e del tempio di Gerusalemme (V 136-247), nonché quella del trionfo di Vespasiano e di Tito (BJ VII 123 ss.)[31]. Anche a non voler mettere in discussione (per mancanza di elementi concreti) se nello scrivere l’opera in lingua aramaica Giuseppe avesse già avvertito l’opportunità di inquadrare la storia della guerra rifacendosi alla presa di Gerusalemme da parte di Antioco Epifane, è assai probabile che gli antefatti della guerra scoppiata nel 66 vi fossero trattati con maggiore concisione rispetto alla «traduzione» destinata poi al pubblico greco-romano[32].

Lawrence Alma-Tadema, Il trionfo di Tito. Olio su tela, 1885.

Dopo la pubblicazione del Bellum Iudaicum in greco, che ebbe luogo fra il 75 e il 79[33], Giuseppe poté continuare la sua attività storiografica sotto la protezione di Tito (che proprio negli anni fra il 75 e il 79 aveva convissuto a Roma more uxorio con la principessa giudaica Berenice, sorella di Agrippa II) e poi di Domiziano, che ai precedenti benefici aggiunse quello dell’esenzione fiscale per le proprietà fondiarie in Giudea (Vit. 428-429). Difficile invece, se non impossibile, farsi un’idea anche approssimativa del vantaggio che nell’ambiente di corte Giuseppe poté trarre da un suo eventuale accostarsi ai circoli giudeo-cristiani, di cui furono esponenti Flavio Clemente (cos. 95) e sua moglie Flavia Domitilla[34]. Sta di fatto che nel 93-94 egli riuscì a pubblicare una grossa opera di storia patria, la Ἰουδαϊκὴ ἀρχαιολογία («Storia antica dei Giudei», latinamente Antiquitates Iudaicae, dalle origini allo scoppio della guerra del 66), incoraggiato e sostenuto anche da un influente amico, che egli chiama Epafrodito e che sembra da identificare col noto liberto di Nerone[35]. Allo stesso Epafrodito furono poi dedicati anche la Vita, redatta dopo il 100 in polemica con Giusto di Tiberiade[36], che della guerra giudaica aveva pubblicato una storia in cui cercava di compromettere agli occhi dei Romani la figura di Giuseppe[37], e il contra Apionem, l’ultima delle sue opere, scritta in difesa del Giudaismo contro le denigratorie e calunniose invenzioni propalate soprattutto dai Greci col loro sprezzante spirito di superiorità. Nella chiusa delle Antiquitates Giuseppe dichiara di voler preparare un’edizione abbreviata della storia della guerra giudaica con un’appendice di aggiornamento nella parte finale[38]. Tale progetto non risulta sia mai stato realizzato, e perciò qualcuno ha avanzato la congettura, poco convincente, che qui lo storico si riferisse al suo proposito di scrivere la Vita, che fu pubblicata in appendice alla seconda edizione delle Antiquitates[39]. Certo è, invece, che non fu Giuseppe l’autore del cosiddetto “quarto libro dei Maccabei”, a torto attribuitogli, fra gli altri, da Eusebio (Hist. Eccl. III 10). La morte dovette coglierlo in uno dei primi anni del II secolo.

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[1] Il 18 marzo del 38 segnò l’inizio del secondo anno di principato di Gaio Caligola, mentre Giuseppe (Vit. 5) afferma di esser nato nel primo anno. Il termine iniziale, il 13 settembre del 37, si ricava da AJ XX 267, dove Giuseppe dichiara di aver compiuto i 56 anni nel corso del tredicesimo anno di principato di Domiziano, che andò dal 13 settembre 93 al 12 settembre 94.

[2] Cfr. BJ III 352; Ap. I 54; in Vit. 2 si specifica che il casato di Giuseppe rientrava nella prima delle ventiquattro «famiglie» sacerdotali.

[3] Di questa discendenza egli si vanta in Vit. 2, dove Giuseppe è in polemica con qualcuno che gli rinfacciava – quelli erano i tempi – l’oscurità dei natali. Pertanto, non è escluso che egli abbia esagerato in senso opposto, e sarei più incline a condividere le riserve di Hölscher 1916, 1935, che le giustificazioni di Radin 1929.

[4] Vit. 9, un racconto che richiama quello di Luc. 2, 41 ss. Tali progressi possono spiegare, per converso, alcune deficienze “culturali” che ai nostri occhi destano un certo stupore. Così, p. es., la pretesa (cfr. BJ IV 5) che gli abitanti di Gamala (da “cammello”, in ebraico gamal, in aramaico gamla) sbagliassero a chiamare con quel nome la loro città, che avrebbe dovuto chiamarsi piuttosto Kamala (alla greca! da κάμηλος), o l’affermazione che Melchisedek coniò il nome di Gerusalemme, aggiungendo a quello precedente di Salem l’epiteto (greco!) di ἱερόν (cfr. BJ VI 438). Solo più tardi, nel contra Apionem, polemizzando con uno scrittore antisemita, il quale faceva derivare il nome della città da un Ἱερόσυλα, un nome che avrebbe conservato il ricordo delle spoliazioni di templi perpetrate dai suoi fondatori, Giuseppe capirà l’assurdo di una simile etimologia, osservando che quello scrittore (I 319) οὐ συνῆκεν, ὅτι ἱεροσυλεῖν οὐ κατὰ τὴν αὐτὴν φωνὴν Ἰουδαῖοι τοῖς Ἕλλησιν ὀνομάζομεν («non considerò che noi Giudei non usiamo lo stesso vocabolo dei Greci per dire “spogliare i templi”»).

[5] Col che non deve considerarsi in contrasto l’atteggiamento critico che Giuseppe assume nei confronti dei Farisei in BJ I 67; 110-111; e AJ XIII 41.

[6] Tac. Hist. V 9, 3: ius regium servili ingenio exercuit («esercitò un’autorità di re con animo servile»).

[7] Sulla θεοσέβεια di Poppea, cfr. Smallwood 1959. È strano (o, almeno, a noi non può non sembrar strano) che in questo non troppo succinto racconto del viaggio a Roma siano rimasti senza eco il grande incendio che distrusse interi quartieri dell’Urbe e la successiva persecuzione anticristiana, due grossi fatti che accaddero appunto nell’anno 64. Che Giuseppe non ne abbia ricavato un’indimenticabile impressione pare da escludere; pertanto, egli avrà deliberatamente sorvolato su di essi per non deviare dal filo del racconto.

[8] Così in BJ I 199; cfr. 209; ἐπιμελητής, in AJ XIV 127.

[9] E con loro due anche il sommo sacerdote Ircano II, il «sacerdote empio» esecrato assieme ai Romani e all’«uomo di menzogna» (Erode) nel Commentario di Habacuc, uno dei testi più importanti fra quelli conservati dai manoscritti del Mar Morto. Cfr. BJ I 270.

[10] Cfr. BJ II 118; IV 161.

[11] Così Laqueur 1920.

[12] Cfr. Oepke 1941.

[13] BJ II 626-631; Vit. 189-332.

[14] Meno attendibile mi sembra su questo punto particolare la rappresentazione di Ricciotti (I, 39-40), che tratteggia la figura di Giuseppe come quella di un arrivista divorato dall’ambizione di diventare «una specie di monarca della regione, atteggiandosi a patriota insurrezionista». L’intento di Giuseppe fu in realtà quello di assicurarsi il controllo sulle varie componenti della resistenza locale, ed egli cercò di riuscirvi in ogni modo, anche vietando a Giovanni di Giscala di attingere dai magazzini dei viveri, come si legge in Vit. 72. Se qui Giuseppe scrisse che egli lo fece con l’intenzione di conservare il grano per i Romani (con ciò stesso inavvertitamente attribuendosi la figura del traditore), la cosa si spiega pensando che egli compose la propria autobiografia proprio per controbattere le accuse di attività antiromane rivoltegli da Giusto di Tiberiade, e di qui l’invenzione della poca gloriosa benemerenza. Sulla preferenza da accordare, in genere, al racconto della Vita rispetto a quello del Bellum Iudaicum, cfr. Gelzer 1952.

[15] Vit. 79 τοὺς δ’ ἐν τέλει τῶν Γαλιλαίων ὅσον ἑβδομήκοντα πάντας βουλόμενος ἐν προφάσει φιλίας καθάπερ ὅμηρα τῆς πίστεως ἔχειν φίλους τε καὶ συνεκδήμους ἐποιησάμην («I maggiorenti dei Galilei, complessivamente in numero di settanta, volendo con l’apparenza dell’amicizia tenermeli come ostaggi della fedeltà della religione, li feci miei amici e compagni nei miei spostamenti»).

[16] Un elenco non molto diverso da quello di Vit. 187 ss.

[17] Cfr. l’andamento dello scontro dinanzi a Iotapata di cui si parla in BJ III 113.

[18] Vd. BJ III 69.

[19] Cfr. BJ III 129 ss.; Vit. 395-412.

[20] Cfr. BJ III 142.

[21] BJ III 402. Che la profezia dell’impero fosse fatta a Vespasiano proprio da Giuseppe risulta confermato dal cenno di Svetonio (Vesp. 5, 9). La tradizione rabbinica, ostile al «rinnegato» Giuseppe, cercò poi di privarlo di un tal vanto e attribuì la profezia al rabbino Johann ben Zakkai.

[22] Ne parlano anche Tacito (Hist. I 10, 3; II 1, 2; V 13, 2), Svetonio (Vesp. 4, 9 ss.) e Cassio Dione (LXVI 1, 4).

[23] Come appare dal racconto di BJ IV 622 ss., dové allora trattarsi probabilmente di una manumissio inter amicos, la quale non era compresa tra le forme solenni di liberazione (manumissio) e pertanto non conferiva al servo, assieme allo status libertatis, anche il ius civitatis (sulla manumissio inter amicos, cfr. Albanese 1964, 7 ss.). A ogni modo, secondo il posteriore racconto di Vit. 423, fu solamente al suo arrivo a Roma al seguito di Tito, dopo la presa di Gerusalemme, che Vespasiano concesse a Giuseppe la cittadinanza romana, e Giuseppe da quel momento come civis Romanus si chiamò Flavio Giuseppe, assumendo il nomen dell’ex padrone.

[24] Cfr. BJ III 431 ss.

[25] Un orgoglio che nel Bellum Iudaicum si manifesta in varie occasioni, p. es., nel sottolineare la gravità della sconfitta inflitta dai Giudei all’esercito di Cestio Gallo (II 555); vd. anche I 1, e III 43. Più tardi fu lo stesso orgoglio patriottico a ispirargli la composizione delle Antiquitates Iudaicae e a spingerlo a controbattere nel contra Apionem le calunnie dell’antisemitismo dell’epoca.

[26] Fu questa la quarta e ultima moglie di Giuseppe, una nobile e virtuosa giudea cretese (Vit. 427), che egli sposò a Roma e da cui ebbe due figli, Giusto, nato nel settimo anno di Vespasiano (1 luglio 75-30 giugno 76), e Agrippa, di due anni più piccolo. Precedentemente, Giuseppe era stato unito con una donna alessandrina, ripudiata per dissapori coniugali dopo la nascita del figlio Ircano (Vit. 415), una giudea fatta prigioniera a Cesarea, che Vespasiano gli aveva data in moglie dopo la profezia dell’Impero (Vit. 414), e una giudea che egli aveva lasciato a casa quando si era recato ad assumere il comando delle operazioni in Galilea e che era rimasta assediata in Gerusalemme (BJ V 419).

[27] Ap. I 49 ἐν ᾧ χρόνῳ γενομένην τῶν πραττομένων οὐκ ἔστιν ὃ τὴν ἐμὴν γνῶσιν διέφυγεν· καὶ γὰρ τὰ κατὰ τὸ στρατόπεδον τὸ Ῥωμαίων ὁρῶν ἐπιμελῶς ἀνέγραφον καὶ τὰ παρὰ τῶν αὐτομόλων ἀπαγγελλόμενα μόνος αὐτὸς συνίειν («In quel tempo non vi fu un avvenimento di cui non venissi a conoscenza; infatti, prendevo diligentemente nota di ciò che vedevo nell’accampamento romano ed ero il solo in grado di comprendere quanto riferivano i disertori»).

[28] Di quest’ammonizione la più chiara formulazione sarà poi quella di BJ III 108, ove Giuseppe, al termine di un ampio excursus sull’eccellenza dell’organizzazione militare romana, conclude: «Su tutto ciò mi sono dilungato non tanto con l’intenzione di magnificare i Romani, quanto di consolare quelli che ne furono assoggettati e di dissuadere coloro che pensassero di ribellarsi». Questi non meglio precisati, ipotetici ribelli non possono essere se non i «connazionali dell’Adiabene», nominati nel discorso messo in bocca a re Agrippa II (BJ II 388) per distogliere i Giudei dai loro propositi di guerra.

[29] Cfr. Vit. 363 ὁ μὲν γὰρ αὐτοκράτωρ Τίτος ἐκ μόνων αὐτῶν ἐβουλήθη τὴν γνῶσιν τοῖς ἀνθρώποις παραδοῦναι τῶν πράξεων, ὥστε χαράξας τῇ ἑαυτοῦ χειρὶ τὰ βιβλία δημοσιῶσαι προσέταξεν («A tal punto, infatti, l’imperatore Tito era desideroso che soltanto attraverso quei libri il mondo fosse informato di quei fatti, che vi appose il suo visto e diede ordini per la loro pubblicazione»).

[30] Ap. I 50 χρησάμενός τισι πρὸς τὴν Ἑλληνίδα φωνὴν συνεργοῖς («avvalendomi di alcuni collaboratori per la lingua greca»). Che questi collaboratori si limitassero a un semplice lavoro di rifinitura è stato sostenuto da Shutt 1961, 33, in base ad argomenti ricavati da un esame stilistico, ma vd. le giuste riserve di Schreckenberg 1963. Ugualmente da sottoporre a cautela le troppo fidenti conclusioni cui Thackeray 1929, 100 ss., pervenne circa la personalità di alcuni di questi collaboratori; cfr. Petersen 1958, 260 n. 1.

[31] Poiché a I 29, nel sommario che Giuseppe dà della sua opera, il trionfo viene presentato come punto finale di essa, Eisler 1929, 252, ha congetturato che tutta la parte successiva del libro VII fosse stata composta in un secondo momento. In una prima stesura, approntata per essere offerta nel 71 in occasione del trionfo, l’opera sarebbe stata finita proprio con l’accenno alla pompa trionfale. Sembra però credibile che la Guerra potesse venir composta in così poco tempo, anche perché Giuseppe aveva bisogno dei collaboratori per la lingua greca, mentre nel sommario la menzione del trionfo per indicare la fine dell’opera può spiegarsi pensando che ivi uscisse dalla scena la figura del protagonista, Tito.

[32] Così Niese 1896, 201. Petersen 1958, 268 ss., spiega appunto come effetto di queste aggiunte la maggior mole dei libri I-II rispetto agli altri.

[33] Il terminus post quem non è la morte di Vespasiano, 23 maggio 79, cui l’opera fu offerta in omaggio (Vit. 361; Ap. I 51); il terminus ante quem non si ricava dalla menzione in BJ VII 158 ss., come di un’opera portata a compimento, del tempio della Pace, che fu dedicato nel 75 (DCass. LXVI 15, 1). Quest’ultimo dei due termini vale evidentemente per la pubblicazione dell’opera, non per la sua composizione, come invece pare intendere Hölscher 1916, 1940, e 1942.

[34] Vd. BJ IV 321; cfr. AJ XX 199; cfr. Mazzarino 1966, II 2, 101 ss.

[35] Cfr. PIR² III 80, n. 69.

[36] Cfr. FGrHist. 734. Poco convincente il tentativo di Frankfort 1961 per alzare la data di composizione dell’autobiografia al periodo tra il 93-94 e il settembre del 96.

[37] Sì che la Vita, più che una biografia, come vorrebbe il titolo, risulta essere per la massima parte una particolareggiata esposizione dell’attività di Giuseppe come comandante della difesa della Galilea nei sei mesi circa che precedettero l’assedio di Iotapata e la sua cattura.

[38] AJ XX 267 Ἐπὶ τούτοις δὲ καταπαύσω τὴν ἀρχαιολογίαν βιβλίοις μὲν εἴκοσι περιειλημμένην, ἓξ δὲ μυριάσι στίχων, κἂν τὸ θεῖον ἐπιτρέπῃ κατὰ περιδρομὴν ὑπομνήσω πάλιν τοῦ τε πολέμου καὶ τῶν συμβεβηκότων ἡμῖν μέχρι τῆς νῦν ἐνεστώσης ἡμέρας, ἥτις ἐστὶν τρισκαιδεκάτου μὲν ἔτους τῆς Δομετιανοῦ Καίσαρος ἀρχῆς, ἐμοὶ δ’ ἀπὸ γενέσεως πεντηκοστοῦ τε καὶ ἕκτου («Con questo terminerò la mia “archeologia”, che è compresa in venti libri con sessantamila righe. Se il dio me lo concederà, tornerò di nuovo a scrivere una storia abbreviata della guerra e di ciò che ci è accaduto fino a oggi, vale a dire fino al tredicesimo anno di Domiziano e al cinquantaseiesimo della mia vita»).

[39] Petersen 1958, ma vd. Feldmann 1965, 530-531. Di una seconda edizione della Vita, e non di una seconda edizione delle Antiquitates, preferiva parlare Motzo 1924, 214 ss.