Cleopatra, simbolo di “libido” orientale e di “virtus” romana (Hor. Carm. I 37)

di F. PIAZZI, A. GIORDANO RAMPIONI, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 2. Augusto e la prima Età imperiale, Bologna 2004, pp. 224-227; cfr. G.B. CONTE, E. PIANEZZOLA, Lezioni di letteratura latina (corso integrato). 2. L’età augustea, Milano 2010, pp. 246-249.

Giuseppe Amisani, Cleopatra lussuriosa. Olio su tela, 1900.

L’ode fu composta nell’agosto del 30 a.C., dopo l’annunzio della presa d’Alessandria e del suicidio di Cleopatra, seguito a quello d’Antonio. L’attacco impetuoso del carmen riprende l’incipit dell’ode alcaica in morte del tiranno (fr. 332 L.P.: «Ora bisogna ubriacarsi e che ognuno beva a forza, poiché Mirsilo è morto») e risponde alla domanda dell’epodo IX (Quando repositum Caecubum… bibam?), scritto l’anno prima per la vittoria di Azio: una vittoria che non consentiva festeggiamenti, perché lasciava l’Oriente in mano ad Antonio. L’ansia dei Romani, accresciuta da una libellistica oracolare che adombrava la fine dell’imperium e la riscossa dell’Oriente, si dissolse all’annuncio della morte della regina, portato a Roma da M. Tullio Cicerone, il figlio dell’Arpinate.

Al modello alcaico, poi, si aggiunge quello pindarico, alto e solenne, come il più adatto all’intento di celebrare l’eroe che libera l’umanità da un fatale monstrum. Di qui il tono magniloquente, la connessione logica resa «ardua» (anche se non oscura) dalla sintassi densa di subordinate, dall’accumulo di periodi ampi arditamente agganciati mediante un dimostrativo, un participio, un relativo. Di qui le contorsioni di un’eloquenza di largo respiro, la tendenza alla megaloprépeia (la magnificenza), «il male più funesto della lirica civile di Orazio», secondo Antonio La Penna.

Sebbene questa sintassi poetica, complicata ulteriormente dal gioco degli enjambements, non agevoli il riconoscimento della struttura, Elisa Romano individua una tripartizione del contenuto secondo le tematiche: l’ebbrezza (vv. 1-12), la follia (vv. 12-21) e il coraggio (vv. 21-32). Ottaviano è al centro dell’ode tra due blocchi dedicati alla regina, che dall’uno all’altro muta da femmina corrotta e folle (immagine conforme al cliché della propaganda augustea) a donna fiera e coraggiosa.

Malgrado la centralità di Ottaviano, l’ode non è un panegirico del princeps. Vera protagonista è la regina, nella cui caratterizzazione confluiscono «il modello catoniano del suicidio stoico… il tema, archilocheo e oraziano, della virile accettazione della sorte… l’atteggiamento tipicamente romano del rispetto dei vinti» (Romano).

Certo, l’intento encomiastico obbligò Orazio all’interpretazione “ufficiale” degli eventi, quella conforme alla propaganda, che vedeva nella battaglia lo scontro fra un Oriente corrotto e autocratico e un Occidente libero e romano, tacendo la realtà della guerra civile. L’intonazione epico-celebrativa imponeva al poeta una velocizzazione degli eventi che esaltava la virtus dell’eroe con scarso rispetto della realtà storica. Tuttavia, nella seconda parte del componimento la propaganda tace, anzi, semmai è rovesciata: «La nobile e fiera figura della regina, che vultu sereno va incontro alla morte, sovrasta su tutto e su tutti e cancella il vittorioso protagonista. Una personalità più forte ha preso il sopravvento e funge, per così dire, da correttivo allo zelo encomiastico della prima parte» (V. Cremona). Il cambiamento di genere grammaticale (fatale monstrum: quae…) sottolinea il trapasso fulmineo: da simbolo del furor e della libido orientali a simbolo del pati fortia e della vitus romana.

Rispetto a Virgilio che ritrae la sposa egizia di Antonio (nefas!) in pavida fuga (inter caedes pallentem morte futura, Aen. VII 675 ss.), rispetto a Properzio che con compiaciuta misoginia immagina «qual splendido trionfo sarebbe stato quello in cui una sola donna fosse trascinata per le vie attraverso le quali era stato condotto l’africano Giugurta» (IV 6), Orazio rivela autonomia di giudizio e assenza di cortigianeria. Egli è disposto a riconoscere nobiltà e grandezza tragica alla regina avversaria di Roma, sulla scia di Sallustio, autore di ritratti di nemici di Roma romanticamente, come Cleopatra, «ricchi di vizi e di virtù» (si pensi al ritratto di Giugurta o a quello di Catilina).

Pieter Paul Rubens, Cleopatra. Olio su tela, 1615 c.

 

Nunc est bibendum, nunc pede libero

pulsanda tellus; nunc Saliaribus

ornare puluinar deorum

tempus erat dapibus, sodales[1].

5   antehac nefas depromere Caecubum

cellis auitis, dum Capitolio

regina dementis ruinas,

funus et imperio parabat[2]

contaminato cum grege turpium

10 morbo uirorum quidlibet inpotens

sperare fortunaque dulci

ebria[3]. sed minuit furorem

uix una sospes nauis ab ignibus

mentemque lymphatam Mareotico

15     redegit in ueros timores

Caesar ab Italia uolantem

remis adurgens, accipiter uelut

mollis columbas aut leporem citus

uenator in campis niualis

20          Haemoniae, daret ut catenis

fatale monstrum[4]. Quae generosius

perire quaerens nec muliebriter

expauit ensem nec latentis

classe cita reparauit oras[5].

25 ausa et iacentem uisere regiam

uoltu sereno, fortis et asperas

tractare serpentes, ut atrum

corpore conbiberet uenenum,

deliberata morte ferocior[6]:

30 saeuis Liburnis scilicet inuidens

priuata deduci superbo,

non humilis mulier, triumpho[7].

 

Guido Reni, Il suicidio di Cleopatra. Olio su tavola, 1625. Potsdam, Bildergalerie

 

Ora bisogna bere, ora bisogna battere

la terra con danze sfrenate, ora sarebbe il momento

di ornare i letti degli dèi con vivande

degne dei Salii, o amici.

Prima d’ora non era lecito portar fuori

il Cecubo dalle avite cantine, finché una folle

regina tramava rovine al Campidoglio

e disgrazia all’impero

con il suo gregge infetto d’uomini turpi

per la loro menomazione, sfrenata tanto

da sperare qualsiasi cosa e ubriacata

dalla dolcezza della fortuna. Ma le spense la folle

esaltazione quell’unica nave a stento scampata alle fiamme

e la mente di lei resa furiosa dal Mareotico

Cesare ricondusse a ben più reali

timori, incalzandola a forza di remi nel suo volo

di fuga dall’Italia, come lo sparviero incalza

le tenere colombe o il rapido cacciatore

la lepre sui campi della nevosa

Emonia, per mettere in catene

il prodigio fatale. Ma lei, desiderando

morire in modo più nobile, non temette

come una donna la spada né riparò

con la rapida flotta in lidi remoti,

avendo anche il coraggio di guardare la reggia prostrata

con viso sereno, forte anche nel maneggiare

gli squamosi serpenti, per sorbire con il suo corpo

il nero veleno, più fiera per aver deciso di morire:

naturalmente rifiutando alle crudeli navi liburniche

di essere portata via come una donna qualunque,

lei donna non umile, per il superbo trionfo.

 

Cleopatra VII. Busto, calcare, I sec. a.C. Greco-Roman Museum of Alexandria.

Lo stile di quest’ode, alto e solenne, risente del modello di un’eloquenza pindarica, aspra nella sintassi e forte nella scelta delle immagini, volutamente difficile nell’articolazione del discorso e nella connessione dei pensieri, uno stile nettamente diverso dalla tersa scrittura più caratteristica della lirica di Orazio e che rivela l’intenzione di cercare una maniera espressiva “sublime”.

Nella strofe iniziale, la triplice anafora di nunc esprime l’entusiasmo con cui si deve dar vita alle celebrazioni per la vittoria, ma anche quasi scandisce il ritmo di quella danza a cui Orazio invita i suoi amici (all’effetto contribuisce anche il nesso allitterante pede… pulsanda). Ai vv. 6 ss. l’espressione della follia di Cleopatra è affidata all’efficace enallage dementis ruinas (v. 7) e alla coppia di epiteti impotens ed ebria: il primo è audacemente costruito con l’infinito sperare (un grecismo sintattico), mentre il secondo origina un’immagine metaforica, alla cui densità concorre anche l’aggettivo dulci, riferito a fortuna: Cleopatra assapora il dolce sapore della Fortuna benevola e finisce per ubriacarsene.

Morte di Cleopatra. Affresco, ante 79 d.C. da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Ma è soprattutto nella seconda parte dell’ode che queste caratteristiche di stile emergono. Dal v. 12 alla fine corre un unico periodo, di articolazione sintattica estremamente contorta, suddiviso in numerosi cola asimmetrici; le frasi quasi si accalcano le une sulle altre, con una serie di ardue transizioni logiche e grammaticali e ripetuti cambi di soggetto (prima la nauis, vv. 12-13, poi Caesar, vv. 14-21; infine, dal v. 21, Cleopatra: ma il relativo femminile Quae è concordato solo ad sensum con monstrum, e non ha un vero antecedente grammaticale se non, al v. 7, regina). La continua espansione del senso e della sintassi al di là dei confini del verso e della strofe, mediante il ripetuto ricorso all’enjambement, è un’altra evidente caratteristica di questi versi (per esempio, Caesar, ab Italia uolantem / remis adurgens, vv. 16-17; daret ut catenis / fatale monstrum, vv. 20-21). Sul piano sintattico, domina una costruzione generalmente nominale ed ellittica (come nelle similitudini dei vv. 17-20), basata sulla duttilità sintattica dei participi (le frasi principali abbondano: uolantem… adurgens, vv. 16-17; perire quaerens, v. 22; ausa… uisere, v. 25; inuidens… deduci, vv. 30-31) e degli aggettivi (si noti al v. 26 la costruzione di fortis con l’infinito, altro grecismo sintattico). Anche gli effetti di suono e le allitterazioni contribuiscono a questo stile drammatico (expauit ensem, v. 23; classe cita, v. 24; corpore conbiberet, v. 28).

Emblematici della ricercatezza stilistica del componimento sono i tre versi conclusivi. Le ragioni soggettive del suicidio di Cleopatra sono espresse nell’immagine del «rifiuto» (inuidens, v. 30) da lei opposto alle navi di Ottaviano, che si stagliano temibili sullo sfondo, quasi ad amplificare il coraggio della regina, sola contro tutti. La struttura chiastica e a cornice superbo, non humilis mulier, triumpho (vv. 31-32) rende bene l’orgogliosa e indomita fierezza della donna, anche ridotta a priuata, che si oppone alla celebrazione del superbo trionfo romano; triumpho, che è proprio l’ultima parole dell’ode, ritorna all’occasione che a essa ha dato origine, il trionfo di Ottaviano, che, in fin dei conti, è stato descritto solo di scorcio e dal punto di vista della sconfitta, come evento al futuro che ella cerca di scongiurare con il suicidio.

Cleopatra VII. Testa, marmo, 40-30 a.C. c. dalla Via Appia. Berlin, Altes Museum

In questo carmen Orazio finisce per mettere in secondo piano l’intento celebrativo della vittoria di Ottaviano, per concentrare la propria attenzione sulla nemica sconfitta, la cui figura campeggia al centro del componimento. Come si è visto, il poeta rievoca qui le ultime vicende della vita della regina, dalla disfatta di Azio, nel 31 a.C., fino al suicidio avvenuto l’anno seguente in Egitto, per evitare di cadere in mano a Ottaviano ed essere costretta a sfilare al suo trionfo (e, infatti, nella grande celebrazione per la vittoria aziaca, nel 29 a.C., il princeps dovette accontentarsi di esibire un’effige della regina, avvolta da serpenti).

Nel dare alla narrazione di questi eventi un colorito epico e drammatico, Orazio commette tuttavia alcune imprecisioni storiche, esagerando sia la portata della sconfitta aziaca (egli parla di uix una sospes nauis, v. 13, mentre è noto da altre fonti che più di sessanta navi della flotta di Antonio furono tratte in salvo), sia la rapidità della fuga di Cleopatra e dell’inseguimento di Ottaviano (in realtà, passò più di un anno dalla battaglia navale prima che il princeps giungesse in Egitto, inducendo la regina a darsi la morte).

Il ritratto oraziano del fatale monstrum Cleopatra presenta quasi tutti quei tratti negativi che una tradizione ostile aveva attribuito alla regina tolemaica: il suo folle piano di portare rovina a Roma e al suo imperium (vv. 6-8); la depravazione della sua corte, popolata da turpi eunuchi (vv. 9-10); persino le accuse di ubriachezza (cui Orazio allude nell’immagine metaforica nei vv. 12 e 14), alle quali Antonio era stato costretto a rispondere con un libello De ebrietate sua. Ma nel corso del carmen Cleopatra subisce una decisa trasformazione: da nemico accecato dalla follia di una guerra disperata e votata al disastro la regina acquisisce, nel momento della sconfitta, la piena dignità di una donna rimasta titanicamente sola a fronteggiare gli avversari. Ecco che nella rappresentazione della sua morte generosa e non muliebris, del suo comportamento fortis e ferox anche nell’estremo gesto, del suo contegno fino in fondo non humilis, si insinua una nota di sincera ammirazione, che fa della Cleopatra oraziana un vero e proprio eroe tragico.

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[1] vv. 1-4. Nuncbibendum: «Ora bisogna bere», forma perifrastica passiva impersonale. Nuncnuncnunc: la triplice anafora (contrapposta ad antehac del v. 5) scandisce il ritmo della danza. pede libero pulsanda tellus: «ora bisogna battere la terra con danza libera», cioè sfrenata; infatti, liberus allude tanto alla velocità del movimento quanto alla libertà ora salva; pulsanda tellus è forma perifrastica personale (sott. est); l’allitterazione pedepulsanda è fonosimbolica. Saliaribusdapibus: «con cibi degni dei Salii» o, intendendo come dativo di scopo, «per il banchetto dei Salii». I Salii erano i sacerdoti di Marte (il cui nome derivava dal verbo salio, «ballare»), custodi degli ancilia (i mitici scudi caduti dal cielo, garanti della potestas Romae) e celebri per i lauti banchetti. ornare pulvinar deorum: «ornare i letti degli dèi», il poeta qui allude al lectisternium, un banchetto rituale durante il quale venivano presentate delle offerte alle immagini delle divinità, posate su cuscini («portar fuori le statue degli dèi, collocarle a due a due in letti triclinari davanti a mense cariche di vivande. Il che si faceva nei grandi avvenimenti, buoni o cattivi, per ringraziare o scongiurare», G. Pascoli). Eppure, ciò non significa che Orazio stia qui pensando a una cerimonia pubblica presieduta dai Salii, ma a una festa privata che cerchi di uguagliarne la sontuosità. tempus erat: l’imperfetto è inteso comunemente come una formula attenuata per «sarebbe il momento»; altri considerano l’espressione una parentesi esclamativa, del tipo: «(era tempo!)», cioè «(era ora!)» o «(finalmente!)». sodales: «o amici», intercalare usuale nella poesia simposiale (cfr. Epist. XIII 3: rapiamus, amici, occasionem de die).

[2] vv. 5-8. Antehacauitis: «Prima d’ora non era lecito portar fuori dalle cantine il Cecubo»; Antehac è scandito come un bisillabo, per sinizesi della sequenza –ehac (pronunciata come una sillaba sola). Il Cecubo era un vino pregiato del Lazio meridionale. Al primo annuncio della vittoria di Azio, Orazio aveva scritto (Epod. IX 1 ss.): «Quando berrò on te nella tua alta casa, lieto per Cesare vittorioso… o Mecenate beato, il Cecubo serbato per i pranzi festosi…?». C’è chi ha visto nel carattere italico di questo vino un elemento di contrapposizione all’esotico vino mereotico di Cleopatra (v. 13). dum Capitolioparabat: «finché una folle regina tramava rovine al Campidoglio e disgrazia (funus et = et funus, anastrofe) all’impero». La regina è ovviamente Cleopatra, mai nominata esplicitamente; il titolo – inviso ai Romani – è accostato a Capitolio, simbolo della potenza della res publica, per enfatizzare il contrasto fra Occidente e Oriente; e questo, anche in sintonia con la propaganda di Ottaviano, che interpretava la guerra civile come un conflitto contro lo straniero e diffondeva la voce che Antonio, vincitore, avrebbe donato Roma a Cleopatra. dementis (-es) riferito per enallage a ruinas, connota in realtà Cleopatra: l’insulto è tipico dell’invettiva politica, come pure il successivo funus, spesso usato da Cicerone per indicare una sciagura per lo Stato.

[3] vv. 9-12. contaminato ebria: «con il suo gregge infetto di uomini turpi per la loro menomazione (morbo)». Ma morbo può anche dipendere da contaminato: l’espressione si riferisce agli eunuchi, comunemente impiegati nelle corti orientali e, in particolare, presso quella tolemaica. Il quadro di depravazione come il successivo accenno all’ebbrezza della regina riflettono la propaganda di Ottaviano. Ovviamente virorum, riferito a evirati, è ironico. quidlibetebria: «sfrenata nelle sue aspirazioni, e inebriata dalla fortuna favorevole»; impotens è costruito con l’infinito sperare (che regge a sua volta l’oggetto quidlibet, lett.: «sfrenata nello sperare qualsiasi cosa»): questa brachilogia è un grecismo sintattico ardito, ma in tutta l’ode prevale la costruzione nominale imperniata su aggettivi e participi. Fortunadulci (v. 11) è ablativo in dipendenza da ebria, che prelude a lymphatam Mareotico (v. 14), con climax ascendente dall’ebbrezza traslata a quella reale.

[4] vv. 12-21. Sedignibus: «ma le spense la folle esaltazione quell’unica nave a stento (vix) scampata alla fiamme». mentemqueCaesar: «e la mente di lei resa furiosa dal Mareotico Cesare ricondusse a giustificati timori». La regina è invasata per effetto del vino al pari delle baccanti (cfr. Catul. 64, 254: lymphata mente… bacchantes…). Lymphatus rende il gr. Nimpholeptos, che significa «delirante» (per la visione di una ninfa che causa la follia). Mareotico è il vino di Mareia, una località a sud di Alessandria. Allitterazione e assonanza di m sottolineano nel v. 14 l’accusa di ebbrezza che la propaganda contro Antonio (peraltro autore di un De ebrietate) estendeva a Cleopatra. Della regina tolemaica Properzio scrive che «ha la lingua sepolta dalle continue bevute» (Eleg. IV 11) e un epigramma dell’Anthologia Palatina inciso su un’ametista con la figura di Methe («Ebbrezza») recita: «… sono sacro possesso di Cleopatra». ab Italiaadurgens: «incalzandola a forza di remi nel suo volo di fuga dall’Italia». Ab Italia sottointende un’aggressione al cuore dell’imperium, che certo non rientrava nei piani di Antonio. Volantem rende sarcasticamente non già la rapidità della conquista, ma la velocità della fuga, mentre l’iperbole remis adsurgens (dove remis è metonimia per nauibus) mira alla resa epica dell’inseguimento. In realtà, trascorse un anno tra la vittoria di Azio e l’arrivo di Ottaviano in Egitto, ma l’intento panegiristico condensa i fatti sopprimendo i vuoti temporali. accipiter uelutHaemoniae: «come lo sparviero incalza le tenere colombe o il rapido cacciatore la lepre sui campi della nevosa Emonia» (cioè della Tessaglia, detta Emonia dall’eroe eponimo Emone). L’immagine del rapace e delle colombe, omerica (Il. XXII 139, con Achille-nibbio che insegue Ettore-colomba) e virgiliana (Aen. XI 721), concorre al tono epico. Anche l’altro quadro del cacciatore, che pur deriva da un epigramma di Callimaco già imitato in Sat. I 2, 105-106 (Leporem uenator ut alta / in neue seccetur…), non è estraneo all’epica, dove abbondano le similitudini venatorie. daretmonstrum: «per mettere in catene quel mostro mandato dal destino». Ma fatale indica anche ciò che è «letale» e «rovinoso»; inoltre, implica l’irresponsabilità della regina, che diviene simbolo delle forze ostili a Roma. Il sottinteso «imperiale» è l’identificazione di Ottaviano con gli eroi civilizzatori e liberatori del mito, i quali (Eracle, ma anche l’Epicuro di Lucrezio) incatenano il mostro. In quest’ottica panegiristica monstrum, peraltro comune nelle invettive, conserva il valore etimologico (da moneo) di «avvertimento, monito, segno».

[5] vv. 21-24. Quae: = at illa, concordato ad sensum con regina. generosius: «più nobilmente», che in catene. muliebriter: «come una donna». Anche Velleio Patercolo (II 87, 2) dice che Cleopatra era «priva di donnesca paura». ensem: per alcuni è la «spada» di Ottaviano, per altri quella del legato Proculeio secondo il racconto di Plutarco (Ant. 79, 2). Secondo Giorgio Pasquali, ensem è metonimia per «battaglia». nec latentis (-es)oras: «né sulla veloce flotta raggiunse coste remote». Forse si allude al progetto di una fuga con le navi verso il Mar Rosso, impedito dall’opposizione degli Arabi di Petra (Plut. Ant. 69). Reparo, dall’originario valore mercantesco di «avere qualcosa in cambio di qualcos’altro», passa a indicare lo scambio o il trasferimento di sede.

[6] vv. 25-29. ausaregiam: «avendo anche il coraggio di guardare la reggia prostrata». et ha valore di etiam oppure è correlativo di et del verso seguente. iacentem dice, piuttosto che l’abbattimento del palazzo, l’umiliazione della regina. viso insiste sull’intenzionalità dell’atto («guardare, fissare»). uultu sereno, ablativo di modo, in posizione enfatica, rende l’impassibilità stoica di Cleopatra di fronte alla sventura. fortis et (et fortis)serpentes: «forte anche nel maneggiare gli squamosi serpenti». C’è chi intende asperas nel senso tattile di «ruvidi, scagliosi». Cleopatra si sarebbe uccisa facendosi mordere da un aspide recatole in mezzo a fiori (Cass. Dio LI 14, 1) o in un cestello di fichi coperti di foglie (Plut. Ant. 86). A questo morso da cui «la morte prese subitana e atra» (Dante, Pd VI 78) Cleopatra deve la propria consacrazione a eroina tragica, ispiratrice di letterati e artisti di ogni tempo. Si noti il fonosimbolismo dell’assonanza s (fortis… asperas… serpentes). ut atrum uenenum: «per assorbire con il (suo) corpo il mortale veleno». atrum è il colore della morte. L’allitterazione (corpore… conbiberet) enfatizza l’ostinata volontà di morire della regina. deliberataferocior: «più fiera per aver deciso di morire». deliberata è di stile più elevato, più confacente al rango di regina rispetto al sinonimo decreta.

[7] vv. 30-32. saeuis… triumpho: «naturalmente rifiutando alle crudeli navi liburniche di essere portata via come una donna qualunque (priuata), lei donna non umile, per il superbo trionfo». Ma c’è chi intende saeuis Liburnis come ablativo strumentale retto da deduci, e superbo… triumpho come dativo di scopo. Liburnis: navi leggere dei Liburni, un popolo illirico dedito alla pirateria, usate da Ottaviano ad Azio contro le pesanti triremi di Antonio. superbotriumpho: l’opposizione non humilis mulier, litote intensiva incorniciata dall’iperbato, traduce ironicamente l’incompatibilità per una regina di essere trascinata nel superbo trionfo del vincitore.

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Per la video-lettura di C. Rolle, si vd. YouTube.

Le fonti numismatiche

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 106-115.

 

L’importanza delle monete come fonte storica riguarda non solo il campo economico, ma anche quello politico. Ciò è particolarmente vero per le monete antiche, nelle quali si teneva conto di altri elementi e scopi oltre a quello puramente economico di garantire con un marchio ufficiale il valore del mezzo di scambio. La monetazione dell’impero romano, con la sua grande abbondanza e varietà di emissioni, è un chiaro esempio di questa duplice quantità di testimonianza. Dalle monete antiche ricaviamo dunque, oltre che l’informazione tecnica e artistica connessa col lato formale di questo tipo di monumento (sistemi di fusione o di coniazione; metalli e leghe; qualità artistica dell’esecuzione; ritrattistica ecc.) una testimonianza economico-finanziaria, ed una politica.

 

Tesoretto di Bredon Hill. Radiati, argento, 244-282 d.C. ca. da Bredon Hill (Worcestershire). Worcester City Art Gallery & Museum.

 

Vedendo nella moneta il mezzo di scambio, lo storico trarrà da essa tutto quanto è possibile sapere in tale campo economico-finanziario: qualità e modalità di emissione, vari piedi monetari e rapporti fra essi, diffusione in estensione geografica e in volume delle varie monete ecc. E si potranno notare da questo punto di vista, limitandoci alla monetazione romana, il ritardo dei Romani nell’accogliere la moneta; lo strano dualismo monetario del IV-III sec. a.C., con le rozze monete di bronzo fuse (l’as del peso di 273 gr.), a Roma, accanto alla monetazione argentea emessa da Capua per conto di Roma; l’adeguamento alla monetazione greca (denarius = drachma); la monetazione aurea cominciata pure in Campania su piccola scala e rimasta sempre secondaria sotto la repubblica; le successive modificazioni nelle unità e nelle leghe; la varietà di emissioni provinciali specialmente in Oriente; la pluralità delle zecche; l’inflazione del III secolo; la restaurazione costantiniana col solidus d’oro, e molti altri fenomeni; mentre i depositi di monete trovati nei più lontani paesi, anche fuori del territorio dell’antico impero, testimoniano della diffusione del commercio e dell’autorità sui mercati della moneta romana.

 

S.P.Q.R., Asse, Roma, 225-217 a.C. ca. Æ 228, 05 gr. Recto: Testa di Giano barbata.

La testimonianza politica comincia col fatto stesso che la coniazione è espressione di sovranità o almeno di autonomia. Solo un’autorità statale può decretare che si batta moneta; se l’autorità è monarchica, oltre che preferire l’oro per una coniazione, in certo senso, di prestigio, di monete largamente diffuse e accettate (ad es. i darici persiani e i filippici macedoni), pone la propria effigie sul recto della moneta; così fecero i sovrani ellenistici e a Roma, per primo, Cesare dittatore. Durante la guerra sociale del 90-89 a.C. gli alleati italici ribellatisi a Roma manifestarono la loro indipendenza e sovranità anche con larghe emissioni di monete. Gli stessi magistrati romani investiti di comando militare, specialmente a partire dall’epoca di Silla, si ritennero autorizzati in virtù del loro imperium a battere moneta per le necessità dell’esercito, specialmente d’oro: abbiamo così emissioni di Silla, di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano ecc., documenti diretti di storia politica, d’inestimabile valore. Da questa monetazione militare dei generali, derivò la moneta imperiale; infatti durante l’impero l’imperatore coniò l’oro e l’argento, e il senato coniò il bronzo, mentre i governatori delle province senatorie continuarono pure a battere moneta: sempre, naturalmente, con l’effigie dell’imperatore. Le emissioni erano frequenti, e sulle monete figurava la titolatura imperiale, compresi i consolari, le salutazioni imperatorie e le tribuniciae potestates (nella zecca di Alessandria anche gli anni secondo il calendario egiziano), mentre sul verso figuravano simboli e leggende connessi con fatti storici o provvedimenti presi: indizi preziosi per la storia e per la cronologia, anche se bisogna fare attenzione al motivo propagandistico largamente sfruttato nelle monete (un’analogia si potrebbe trovare con i moderni francobolli).

 

M. Nonio Sufena. Denario, Roma, 57 a.C. AR 3, 75 gr. Verso: Roma su spolia opima, incoronata da Vittoria (Pr.[L] – VP.F; Sex. Noni, in exergo).
Q. Cecilio Metello Pio. Denario, Italia settentrionale, 81 a.C. AR 3, 54 gr. Verso: Brocca e lituo con leggenda imper(atori) iscritti in una corona d’alloro

 

La moneta antica era in realtà un formidabile mezzo di propaganda. Già nel periodo repubblicano i magistrati addetti alla zecca ponevano sulle monete, col proprio nome, figurazioni tratte dalle tradizioni della propria famiglia. Per l’impero basterebbe scorrere un elenco di leggende, per trovare nelle personificazioni divine di concetti astratti e nelle espressioni simboleggianti una realtà vera o da imporre come vera le tracce di una pertinace linea propagandistica. Spigolando, a titolo di esempio, dalle emissioni di Caro, Carino e Numeriano raccolte in appendice al libro di P. Meloni su questi imperatori (Cagliari 1948, p. 202 sgg.) troviamo: ABVNDANTIA AVG., AEQVITAS AVG., CLEMENTIA TEMPORVM, FELICITAS PVBLICA, FORTVNA REDVX, INDVLGENTIA AVG., PAX AETERNA, PIETAS AVG., PROVIDENTIA AVG., PVDICITIA AVG., SAECVLI FELICITAS, SALVS PVBLICA, SECVRITAS PVBLICA, VNDIQVE VICTORES, VICTORIA AVG., VIRTVS AVG. ecc., cioè un litaniare di proclamazioni di felicità, probabilmente «felicità per decreto» (cfr. l’episodio di Plut. Caes. 59, 6).

 

M. Aurelio Caro. Antoniniano, Ticinum, 282-283 d.C. AR 4, 25 gr. Verso: Virtus stante verso destra, con lancia e scudo; in leggenda: Virtu-s Aug(usti).
M. Aurelio Carino. Antoniniano, Roma 283-285 d.C. AR-Æ 3, 59 gr. Verso: Fides stante verso sinistra con due labari; in leggenda: Fides militum; in exergo, la sigla KAE.

 

 

Tuttavia queste leggende, anche se amplificate, sono certamente occasionate da fatti che noi possiamo ritenere come più o meno acquisiti alla storia a seconda dell’esistenza o meno, per essi, di fonti parallele. Quando leggiamo su una moneta la leggenda CONCORDIA EXERCITVVM attorno al simbolo di due mani che s’intrecciano, possiamo pensare a malumori rientrati di gruppi di legioni; la leggenda di una moneta di Nerva FISCI IVDAICI CALVMNIA SVBLATA allude alla abolizione da parte di Nerva di un’odiosa imposta sugli Ebrei stabilita da Domiziano, e conferma quello che sappiamo d’altra parte sulla larghezza d’idee e di propositi del vecchio imperatore; e le cure dello stesso per gli Italici sono confermate da un’altra leggenda, VEHICVLATIONE ITALIAE REMISSA, alludente all’esenzione concessa a coloro che abitavano lungo le grandi vie consolari dell’obbligo di fornire il necessario al cursus publicus, cioè al servizio dei corrieri di stato; rifornimento che venne assunto direttamente dall’amministrazione statale.

 

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 96 d.C. AR 3, 28 gr. Verso: Coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria issata sulla prora di una nave. L’immagine è iscritta in una leggenda, che recita: Concordia exercituum.

 

M. Cocceio Nerva. Sesterzio, Roma 96 d.C. Æ 27, 19 gr. Verso: La palma, simbolo della Provincia di Syria-Palaestina; intorno corre la leggenda Fisci Iudaici – calumnia sublata; nel campo sinistro S(enatus) e in quello destro C(onsulto).

 

Vi sono poi monete esplicitamente commemorative, i cosiddetti medaglioni, come quelli coniati da Antonino Pio per il IX centenario della fondazione di Roma: vere monete aventi corso normale, come multiple di tipi correnti; talvolta, sempre per speciali motivi propagandistici, alcuni imperatori ritennero di «restaurare» monete dei loro predecessori. Fra i pezzi di propaganda rientrerebbero, secondo la spiegazione di Andreas Alföldi (Die Kontorniaten, Budapest 1943), anche i cosiddetti contorniati, monete con un bordo e varie figurazioni, apparse nella seconda metà del IV sec. e al principio del V, ma non come mezzi di scambio. Essi sarebbero gettoni per spettacoli, che l’aristocrazia ancora pagana di Roma (siamo ai tempi di Simmaco e della contesa per l’ara della Vittoria nella curia) distribuiva come mezzo di propaganda, per richiamare con le raffigurazioni delle divinità e dei personaggi della storia di Roma, al culto della vecchia religione e delle antiche glorie. Si danno anche altre spiegazioni (S. Mazzarino, in «Enc. Arte Class.», II, 1959, pp. 784-791).

 

Antonino Pio. Aureo, Roma, 147 d.C. AV 7, 13 gr. Verso: Enea in fuga con Anchise sulle spalle, tenendo il piccolo Ascanio per mano. Intorno, la leggenda: Tr(ibunicia) Pot(estas) – Co(n)s(ul) III.

 

Del resto le monete sono preziose per la storia della religione, specialmente come la più sicura fonte ufficiale per i culti sanzionati dallo Stato. Le monete imperiali diffusero la conoscenza delle personificazioni caratteristiche della mentalità religiosa romana, quali la Fides, l’Aequitas, la Spes, l’Honos e la Virtus (personificazioni di cui si meravigliava il greco Plutarco, Quaest. Rom. 13), e viceversa ci danno testimonianza dell’atteggiamento degli imperatori di fronte ai culti non romani, specialmente orientali, dal culto isiaco che appare sulle monete di Vespasiano, il quale appunto in Egitto aveva avuto la prima acclamazione imperatoria, a quello del Sol Invictus di Aureliano, e alla apparizione del monogramma di Cristo sulle monete di Costantino. Si tratta insomma di una documentazione che ha in tutto il suo complesso il carattere dell’ufficialità, e a ragione la critica storica più recente rivolte ad essa particolare attenzione. Vedasi ciò che dice H. Mattingly, uno dei maggiori specialisti, in Cambridge Ancient History (CAH), XII, 1939, pp. 713-720.

T. Flavio Vespasiano. Diobolo, Alessandria, 74-75 d.C. Æ 11, 40 gr. Verso: Busto drappeggiato di Iside, voltato a destra, con basileion sulla testa.

 

L. Domizio Aureliano. Antoniniano, Serdica, inizi 274 d.C. Æ-AR 3, 31 gr. Verso: Sol, radiato, stante, verso sinistra; regge nella mano sinistra un globo e la destra è alzata sopra un prigioniero ai suoi piedi; in leggenda: Oriens Aug(usti).

 

Anche per le monete, come per i papiri, non esiste un corpus. Ne fu iniziato uno dietro suggerimento del Mommsen (Corpus nummorum) e sotto il patronato dell’Accademia di Prussia, ma esso si limitò a raccogliere le monete del Nord della Grecia (Die antiken Münzen Nord-Griechenlands, 1898-1935, a cura di Pick, Regling, Münzer, Strack, Gaebler ; nel 1965 si è aggiunto il volume delle monete di Perinto a cura di E. Schönert), e quelle della Misia (Die antiken Münzen Mysien, 1913, a cura di Fritze). Praticamente fermo, questo corpus è sostituito dal 1931 dalla Sylloge nummorum Graecorum iniziata dalla British Academy, e pubblicata con volumi per singole collezioni. Del resto suppliscono alla mancanza di grandi corpora i cataloghi dei musei, in primo luogo del British Museum di Londra, e per le monete romane in particolare non mancano in verità opere eccellenti, sia per classificazione che per commento. Anzitutto conserva ancora valore la grande trattazione di J. Eckhel, Doctrina numorum veterum (8 volumi, Vienna 1792-98; un 9° vol. postumo nel 1826), con la quale comincia la moderna scienza numismatica; per la moneta romana in particolare v’è la trattazione di T. Mommsen, Geschichte der römischen Münzwesens, Berlin 1860, con la traduzione francese (ampliata, e quindi la sola da adoperare) in 4 volumi di Blacas e de Witte (Paris 1865-75, Histoire de la monnaie romaine). Per le monete repubblicane le raccolte fondamentali sono: E. Babelon, Description historique et chronologique des monnaies de la République romaine (2 volumi, Paris 1885-86, con Nachträge, cioè aggiunte, di Bahrfeldt del 1897 e 1900), e il catalogo del British Museum, cioè H.A. Grüber, Coins of the Roman Republic in the British Museum (3 voll., Londra 1909); più recente M.H. Crawford, Roman Republican Coinage (RRC), Cambridge 1975, seguito ad opera dello stesso autore dall’importante trattato Coinage and Money under the Roman Republic. Italy and the Mediterranean Economy, London 1985. Per le monete imperiali: H. Cohen, Description historique des monnaies frappés sous l’empire romain (8 volumi, 2a ed., Paris 1884-1892, riprodotta anastaticamente a Lipsia nel 1930 e a Graz fra il 1955 e il 1957); inoltre il catalogo del British Museum: H. Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum (6 voll., da Augusto a Balbino e Pupieno, 1923-1930-1936-1940-1950-1962) e, fondamentale anche per il suo carattere di sistematicità e completezza, la grande opera di Mattingly – Sydenham – Sutherland – Carson, The Roman Imperial Coinage (RIC), ora completa nei suoi dieci volumi: I (1923 rist. 1984), da Augusto a Vitellio; II (1926), da Vespasiano ad Adriano; III (1930), da Antonino a Commodo; IV 1 (1936), IV 2 (1938), da Pertinace a Pupieno; IV 3 (1949), da Gordiano III a Uranius Antoninus (uno dei numerosi usurpatori, verso il 248); V 1 (1927), V 2 (1933), da Valeriano a Diocleziano; VI (1967), da Diocleziano alla morte di Massimino; VII (1966), Costantino e Licinio; VIII (1981), la famiglia di Costantino (337-364); IX (1951), da Valentiniano I a Teodosio I; X (1994) da Arcadio e Onorio al 491. È stata pure iniziata a cura del British Museum e della Bibliothèque Nationale di Parigi una serie dedicata alla monetazione provinciale, Roman Provincial Coinage (RPC), di cui è uscita la prima parte in due volumi: A. Burnett – M. Amandry – P.P. Ripollès, RPC, I. From the Death of Caesar to the Death of Vitellius (44 B.C. – A.D. 69), London-Paris 1992. In Italia è stato iniziato nel 1972 a Firenze da A. Banti – L. Simonetti un Corpus Nummorum Romanorum, di cui sono usciti alcuni volumi riguardanti la monetazione repubblicana del I sec. a.C. (in ordine alfabetico delle gentes dei monetales) e la monetazione triumvirale e augustea.

Accanto a queste raccolte complete, anche per le monete vi sono delle scelte, ove sono raccolti i tipi più significativi per la storia. Tra queste: G.F. Hill, Historical Roman Coins (Londra 1909), e H. Mattingly, Roman Coins from the Earliest Times to the Fall of the Roman Empire (Londra 1927, 2a ed. 1960).

Per l’orientamento generale ci si rivolgerà ai trattati, ove sono studiati con particolare accentuazione o l’aspetto propriamente numismatico, o l’artistico, o il metrologico, o lo storico di questa categoria di materiale archeologico: tali E. Babelon, nella prima parte del I volume (Théorie et doctrine) del suo Traité des monnais grecques et romaines (4 voll., Paris 1901-1932); Head., Historia numorum (2a ed., Oxford 1911), un indispensabile repertorio di monete storiche; il nostro A. Segré, Metrologia e circolazione monetaria degli antichi (Bologna 1928), che considera soprattutto il fenomeno monetario in sé riprendendo il classico Essai sur l’organisation politique et économique de la monnaie dans l’antiquité di F. Lenormant (Paris 1863, rist. anast. Amsterdam 1970); inoltre, con carattere più pratico, Hill., A Handbook of Greek and Roman Coins (Londra 1899); gli ancora utili «Manuali Hoepli» di F. Gnecchi, Monete romane, Milano 1935 (rist. anast. 1977) e il più generale di S. Ambrosoli – F. Gnecchi, Manuale elementare di numismatica, 6a ed. Milano 1922 (rist. anast. 1975); L. Breglia, Numismatica antica. Storia e metodologia, Milano, Feltrinelli, 1964; K. Christ, Antike Numismatik. Einführung und Bibliographie, Darmstadt 1967; Ph. Grierson, Numismatics, Oxford 1975 (trad. it. di N. De Domenico, Roma 1984, nelle «Guide», 15); la sintesi di M.H. Crawford, La moneta in Grecia e a Roma, Universale Laterza 615, Bari 1982. M. Grant, Roman Imperial Money, London 1954, è importante per le deduzioni storiche circa l’impero romano. Sul particolare carattere della testimonianza storica delle monete, si vedano Th. Reinach, L’histoire par les monnaies (Paris 1902), una raccolta di saggi di numismatica applicata alla storia; L. Breglia, Possibilità e limiti del contributo numismatico alla ricerca storica, in «Annali Ist. Ital. Numism.», IV, 1957, pp. 219-223; G.G. Belloni, Significati storico-politici delle figurazioni e delle scritte delle monete da Augusto a Traiano, in ANRW, II 1, 1974, pp. 997-1144 ed ivi (II, 12, 3, 1985, pp. 89-115), del medesimo, Monete romane (repubblica e impero) in quanto opera d’artigianato e arte. Osservazioni o impostazione di problemi. L’aggiornamento è tenuto dalle riviste: la francese Revue numismatique, lo Zeitschrift für Numismatik di Berlino, la nostra Rivista Italiana di Numismatica, Milano 1888 sgg., l’inglese Numismatic Chronicle ecc.

Infine non è da dimenticare la metrologia, la scienza delle misure, che ha molti punti di contatto con la numismatica. Il manuale classico è sempre quello di F. Hultsch, Griechische und römische Metrologie, 2a ed., Berlin 1882 (rist. anast. Graz 1971).

 

 

Esempio di contributo della testimonianza numismatica alla soluzione di un problema storico

 

Soprattutto le questioni cronologiche possono essere illuminate e talora risolte dalla testimonianza delle monete.

Nell’anno 73 Domiziano ebbe da Domizia Longina un figlio. Tutto fa pensare che il piccolo non superasse l’infanzia, ma si vorrebbe determinare l’epoca della sua morte, fissando almeno un terminus ante quem. Il termine più alto di fonte letteraria è l’anno 88 (Martial. IV 3, 8). Le monete ci permettono di innalzarlo ancora.

Vediamo, dal Catalogo del Museo Britannico (Coins of the Roman Empire in the British Museum, II, 1930, a cura di H. Mattingly), le leggende di alcune monete di Domizia:

  • 311 nr. 62 (tav. 61, 6), Aureo:

r.: DOMITIA AVGVSTA IMP(eratoris) DOMIT(iani)

v.: DIVVS CAESAR IMP(eratoris) DOMITIANI F(ilius)

  • 311 nr. 63 (tav. 61, 7), Denario:

r: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda

  • 413 nr. 501 (tav. 82, 3), Sesterzio:

r.: DOMITIAE AVG(ustae) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESAR(is) MATRI S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 502, altro Sesterzio:

r.: Stessa leggenda

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 503 (tav. 82, 4), Dupondio:

r.: DOMITIA AVG(usta) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 414, Asse:

r.: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda.

 

Domizia Longina. Sesterzio, Roma 82 d.C. Æ 26, 85 gr. Verso: L’Augusta Domizia è raffigurata al centro, assisa in trono, con lo scettro nella sinistra; tiene la destra levata ad indicare un fanciullo dinanzi a lei, a sinistra; la leggenda: Divi Caesar(is) Mater.

 

Domizia Longina. Denario, Roma 82-83 d.C. AR 3, 51 gr. Verso: Un bambino seduto su globo, volto a sinistra, con braccia aperte e sette stelle intorno; la leggenda: Divus Caesar imp(eratoris) Domitiani f(ilius).

 

È posto l’accento sul fatto che Domizia è la madre del piccolo Cesare divinizzato (quindi morto). Come madre del piccolo dio Domizia stessa appare in foggia divina, con gli attributi di Cerere, della Concordia Augusta, della Pietas Augusta. Ma a noi importa specialmente che queste monete siano databili. Purtroppo non lo sono con assoluta precisione, perché manca per Domiziano l’indicazione della tribunicia potestas o del consolato o delle salutazioni imperatorie. Ma sono databili con precisione relativa, sì da permettere di fissare il terminus ante quem cercato. In nessuna di queste monete appare l’epiteto Germanicus che Domiziano assunse alla fine dell’83 o al più tardi ai primi dell’84, dopo la spedizione contro i Catti. Le monete sono perciò da collocare cronologicamente fra il 14 settembre 81 (dies imperii di Domiziano, che diede subito a Domizia il titolo di Augusta, cfr. Atti degli Arvali, CIL VI 2060) e la fine dell’83 o i primi dell’84. Ne consegue che il piccolo Cesare morì prima della fine dell’83 o dei primi dell’84, al massimo decenne. Del resto dove egli è rappresentato sulle monete, appare come piccolo bambino (Coins, II, tav. 61, nrr. 6 e 7; tav. 82, nr. 3). Altro non è dato di stabilire con precisione. Si può continuare con la congettura. Si danno due possibilità: o che egli fosse morto prima dell’accesso al trono di Domiziano, e che Domiziano nel suo sentimento di rivincita nei confronti della posizione di secondo piano nella quale era stato tenuto dal padre e dal fratello, e di revisione polemica dei loro principi di governo, appena giunto al trono esaltasse tutto quanto si riferiva alla sua propria famiglia, specialmente in vista dell’idea monarchico-divina da lui vagheggiata; oppure può darsi che il piccolo fosse morto nel corso di questi poco più che due anni: lo farebbe pensare anche la relativa unicità di emissione. Più tardi non abbiamo più infatti monete di Domizia (che sopravvisse per oltre quarant’anni a Domiziano): esse sono tutte concentrate in questo periodo, ed hanno tutte più o meno relazione con quella maternità divina, sì da far pensare ad un’occasione particolare. È vero che noi non siamo sicuri di conoscere tutta la monetazione (è il limite caratteristico delle testimonianze di questo genere, valevole anche per le iscrizioni), ma pare difficile che non si sia conservato almeno un pezzo di altro periodo, se ci fosse stato. Se così è, cioè se il piccolo Cesare morì dopo l’accesso al trono del padre, anche la successione di Domiziano, che taluno suppose difficile e contrastata, dovrebbe essere confermata nella sua spontaneità e naturalezza, del resto già nota, perché Domiziano che aveva un figlio, mentre Tito era morto senza prole maschile, rappresentava oltre a tutto la speranza di continuazione dinastica.

Atti degli Arvali (CIL VI 2060). Tabula, marmo, 81 d.C. ca. dal Lucus deae Diae, La Magliana. Roma, Museo Nazionale Romano.

Titiro e Melibeo: il destino di due pastori

di A. Romano, Virgilio tra poesia e ideologia (tesi di dottorato), Napoli 2008-2011, pp. 28-41.

 

codex vaticanus lat. 3867 – vergilius romanus, f. 1r (400 ca.). eclog., i 1, vv. 1-5. titiro e melibeo.
Città del Vaticano, BAV. Codex Vaticanus lat. 3867 (o Vergilius Romanus) del V sec., f. 1r. L’Ecloga, I 1, vv. 1-5, con la miniatura che ritrae Titiro e Melibeo.

 

È un paesaggio malinconico immerso in un clima di profonda tristezza a fare da sfondo al dialogo dei due protagonisti della prima ecloga virgiliana, e, come nella migliore tradizione della poesia pastorale[1], assistiamo, almeno in questo caso, ad un dialogo tra due pastori; nel paragrafo precedente si è fatto riferimento a come a volte sia assolutamente facile l’identificazione dei personaggi virgiliani con persone storicamente esistite, e nel caso delle Bucoliche è facile intravedere lo stesso Virgilio parlare per bocca di alcuni pastori come Titiro nella I ecloga e Menalca nella IX[2]. Due sezioni con caratteristiche assai diverse sono riconoscibili all’interno dell’ecloga, la prima comprendente i versi 1-45 e la seconda i versi 46-82, e, se nella prima parte troviamo un vero e proprio dialogo tra i due pastori basato sulla curiosità di Melibeo di sapere chi o che cosa abbia consentito a Titiro di restare nei suoi possedimenti, e sulle risposte evasive di quest’ultimo, nella seconda parte troviamo due lunghi monologhi di Melibeo intervallati dall’unico intervento di Titiro (vv. 59-63) che però non è sufficiente ad interrompere le riflessioni dell’amico, che riprende (v. 64) a parlare completamente ignorando le parole del pastore “felice”; saranno le parole di Titiro a chiudere il canto (vv. 79-82), ma il suo invito rivolto all’amico esule[3] resterà senza risposta. Melibeo ha chiuso il suo canto al v. 78 e non può più rispondere all’amico poiché i due non appartengono più allo stesso mondo, ciò che Titiro offre all’amico, un’ultima notte nel mondo bucolico, non può essere accettato da Melibeo, il suo destino è quello di andare, e dopo le dolorose riflessioni sulla triste sorte degli esuli si congeda da un mondo che per lui non esiste più.

Melibeo non rappresenta solo se stesso ma parla a nome di un intero gruppo sociale, cioè coloro che sono stati depauperati dei loro beni e che a malincuore lasciano le proprie terre. Non a caso il pastore, nel suo canto, parla sempre al plurale[4], sin dalla prima strofe:

 

Tytyre, tu patulae recubans sub tegmine fagi

silvestrem tenui Musam meditaris avena;

nos patriae finis et dulcia linquimus arva,

nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra

formosam resonare doces Amaryllida silvas. 5

 

Un deus[5], si affretta a rispondere Titiro, in modo evasivo, con la sua intercessione gli ha permesso di conservare i propri beni, ma circa l’identità del personaggio, che Melibeo si mostra interessato a conoscere, Titiro non concede troppe informazioni e si limita a riferire che il deus risiede a Roma e che per la sua intercessione si è guadagnato eterna riconoscenza da parte del pastore; Titiro farà nuovamente riferimento a questo suo benefattore ai vv. 40-45:

 

Quid facerem? Neque servitio me exire licebat, 40

nec tam praesentis alibi cognoscere divos.

Hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quotannis

bis senos cui nostra dies altaria fumant;

hic mihi responsum primum dedit ille petenti:

«Pascite ut ante boves, pueri; summittite tauros». 45

 

L’identificazione con Ottaviano del misterioso personaggio che ha aiutato Titiro è accettata, si potrebbe dire senza troppe riserve, da tutti i commentatori[6], e ha alimentato nel corso dei secoli diverse polemiche in merito ai motivi che avessero spinto il poeta ad inserire nell’ ecloga che apre l’intera raccolta un omaggio ad

Ottaviano; coloro che vedono nel poeta, e già prima si è fatto riferimento all’esistenza di diverse scuole esegetiche, una sorta di spirito cortigiano, una sorta di servilismo culturale piegato ai dettami della propaganda, trovano in questo esempio e in molti altri luoghi virgiliani conferma delle loro teorie; tuttavia è necessaria una precisazione poiché in alcuni casi, come questo della prima ecloga, il riferimento ad Ottaviano appare chiaro, ed anche altrove, sia nelle Georgiche sia nell’Eneide, seppur con una incidenza minore di quella che molti studiosi sembrano riscontrare, appaiono riferimenti chiari ad Ottaviano/Augusto o a personaggi storicamente esistiti e vicini al poeta per età, formazione o “professione”, se così si può definire il dedicarsi alla poesia, ma il problema maggiore non si riscontra nell’esegesi di questi luoghi bensì di quelli nei quali si ravviserebbero “allusioni” a personaggi e/o avvenimenti, poiché in questo caso i criteri interpretativi scelti dagli studiosi si diversificano assumendo spesso caratteristiche attribuibili più al gusto personale e all’opinione maturata sul poeta in virtù di ciò che quest’ultimo avrebbe o non avrebbe voluto dire, che non piuttosto su ciò che il testo davvero dice. Con questo non si vuole assolutamente affermare che la critica virgiliana nel corso dei secoli non abbia raggiunto risultati assai rilevanti, poiché è ovvio che gli attuali studi virgiliani si nutrono anche di ciò che la critica ha espresso in passato, ma soltanto che Virgilio ha attirato, spesso più di altri poeti, a tal punto l’attenzione dei critici, e a tal punto i suoi scritti sono stati “rifunzionalizzati” in epoche storiche a noi più vicine, che capita spesso di imbattersi in interpretazioni che sono vicine all’esegeta ma lontane dal poeta.

F. della Corte[7] fornisce significativamente un ventaglio delle interpretazioni, più o meno fantasiose, cui sono stati sottoposti i personaggi virgiliani: “c’è chi arriva a vedere in Titiro, che acquista la libertas, il simbolo della Gallia Transpadana che rivendica il diritto di cittadinanza; c’è chi scorge nella libertas o la liberazione epicurea dalla passioni o la nuova ispirazione poetica che la Roma di Ottaviano suscita in Virgilio”[8], e lo studioso ammette di essere poco propenso ad accettare interpretazioni eccessivamente allegoriche del testo poiché Virgilio stesso si era formato in un periodo nel quale autori come Cicerone e Lucrezio sconsigliavano l’utilizzo di questa figura retorica, e si dice sostenitore di un’interpretazione tipologica che vede nei pastori delle Bucoliche, negli allevatori delle Georgiche e nei guerrieri dell’Eneide personaggi immersi nella storia che vivono una vita reale e immersa nella cultura romana[9].

 

Firenze, Biblioteca Riccardiana. Ms. Ricc. 492 (XV sec.), f. 1r. La miniatura ritrae Titiro, Melibeo e altri pastori.
Firenze, Biblioteca Riccardiana. Ms. Ricc. 492 (XV sec.), f. 1r. La miniatura ritrae Titiro, Melibeo e altri pastori.

A. La Penna[10] aveva già insistito sulla necessità di distinguere l’allegoria dal simbolo, e lo stesso fa il della Corte[11], entrambi propendendo per un criterio interpretativo che consenta all’esegeta una certa libertà e non gli imponga di applicare sempre, quindi alle tre opere e a tutti i personaggi, uno stesso criterio di lettura con la conseguenza di sottrarre qualcosa alla creatività del poeta. Gli esegeti, nell’occuparsi della prima ecloga, opportunamente posta dal poeta come ouverture dell’intera raccolta, si sono soffermati, come già è stato detto, sui riferimenti più o meno velati ad Ottaviano e, a questo proposito, M. Gigante[12] ritiene che la presenza dei personaggi politici dell’età augustea all’interno dell’opera del Mantovano fu sicuramente di grande importanza, ma spiega che “Virgilio è poeta pudico e l’autobiografismo è discreto, lieve: solo stolti lettori, antichi e moderni, hanno potuto parlare di adulazione e di encomio: Virgilio fa un rendimento di grazie che però non ha nulla di ufficiale e non è neppure individuale […]; il ruolo di Melibeo è stato molto sommariamente e brutalmente definito di protesta e contraddizione del rendimento di grazie di Titiro, e alcuni critici, trovando difficile conciliare i due atteggiamenti nello stesso Virgilio, hanno esaltato come brillante e fascinosa la parte di Melibeo e cortigianesca e eulogetica la parte di Titiro. Virgilio si sarebbe sdoppiato e sarebbe riuscito solo nel ruolo di Melibeo che non fu propriamente suo. Frutto di un esasperato psicologismo e di una razionalizzazione del dato poetico, tale critica, specialmente francese, non è riuscita a decifrare il messaggio del poeta: la voce del poeta è in tutta l’ecloga, non in una parte di essa soltanto”. Il pensiero dello studioso può in realtà essere esteso a tutta la raccolta e in generale a tutta l’opera del poeta senza pensare che egli si identificasse principalmente in alcuni personaggi e senza dover sempre tentare di identificare i protagonisti dei suoi componimenti con personaggi del mondo politico a lui contemporaneo, o meglio evitando che queste identificazioni siano finalizzate a letture del testo assolutamente faziose.

La quarta ecloga è probabilmente la più conosciuta dell’intera raccolta, ed è quella che maggiormente nel corso dei secoli ha subìto, è il caso di dirlo, a causa delle innegabili difficoltà esegetiche di alcuni luoghi, le interpretazioni più “fantasiose”, ed in particolar modo si fa riferimento ai versi 4-10:

 

Ultima Cymaei venit iam carminis aetas,

magnus ab integro saeclorum nascitur ordo; 5

iam redit et Virgo redeunt Saturnia regna,

iam nova progenies caelo demittitur alto.

Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum

desinet ac toto surget gens aurea mundo,

casta fave Lucina; tuus iam regnat Apollo. 10

 

Samuel Palmer, Eclogue IV: Thy Very Cradle Quickens. Disegno a matita, 1876.
Samuel Palmer, Eclogue IV: Thy Very Cradle Quickens. Disegno a matita, 1876.

 

Pochi decenni dopo la morte del poeta l’identità del puer destinato a ripristinare una nuova età dell’oro risultava sconosciuta, ed era materia di indagine già per i commentatori antichi, sino ad arrivare a Lattanzio[13] il quale testimonia la diffusione sempre crescente, e a lungo accreditata, dell’interpretazione messianica dell’ecloga, attenuatasi, ma mai definitivamente scomparsa, soltanto con l’Umanesimo; esula dal discorso che si sta svolgendo un ulteriore tentativo di identificazione del pargolo in questione, anche perché è molto più importante, ai fini della nostra tematica, comprendere ciò che egli rappresenta, cioè una rinascita globale, un’età dell’oro la cui realizzazione ancora non si è concretizzata e del cui avvento si è ancora in attesa; il puer rappresenta la speranza di una nuova epoca, e probabilmente scoprire l’identità dello stesso non aggiungerebbe niente al significato del testo, poiché Virgilio potrebbe aver preso spunto dalla nascita di un qualsiasi fanciullo, ovviamente nell’ambito dell’allora gruppo politico regnante, per auspicare la venuta di tempi migliori.

L’unico dato certo in nostro possesso riguardante la IV ecloga è la data di composizione, il 40 a. C., ai tempi del consolato di Pollione, dedicatario del componimento, dopo la pace di Brindisi stipulata tra Ottaviano ed Antonio, avvenimento che giustificherebbe il clima di serenità ma soprattutto di speranzoso ottimismo che avvolge l’intero componimento e che interpreta egregiamente le aspettative nutrite non solo dal poeta ma dall’intera comunità di una distensione del clima politico da anni vessato da lotte intestine.

La dedica ad Asinio Pollione ha determinato l’identificazione del misterioso puer con il figlio del console stesso, tesi sostenuta da molti studiosi antichi e moderni tra cui A. La Penna, il quale ipotizza, seppur con qualche riserva, che il fanciullo in questione potesse essere un figlio di Pollione[14], ma il Clausen nel suo Commento alle Bucoliche, a differenza degli altri studiosi, ritiene che i lettori antichi non potevano certo nutrire dubbi sull’identità del bimbo e che il luogo fosse divenuto di incerta interpretazione solo a causa di un’errata comprensione di quanto scritto dal poeta[15].

È opinione di chi scrive, come già accennato, che l’accanimento esegetico su questo singolare luogo non debba essere considerato terapeutico, se così si può dire, per una retta comprensione del testo, anzi forse non sarebbe errato prendere maggiormente in considerazione l’ipotesi secondo la quale lo stesso poeta volesse creare un’aura di mistero intorno al puer, e forse egli stesso non aveva intenzione di attribuire al fanciullo un’identità definita[16]; infatti, benché la lettura simbolista applicata in modo eccessivo al testo abbia spesso portato a travisamenti, è lecito pensare che in alcuni casi non sia completamente da rifiutare, quindi a prescindere da chi fosse il puer, e forse sarebbe più opportuno soffermarsi sul senso globale dell’ecloga, sull’esigenza di rinascita e sui Saturnia regna (vv. 24-25), che prefigurano la Saturnia tellus del II libro delle Georgiche (v. 173), testimonianza della stretta interconnessione tra le opere virgiliane, e di come nel poeta ci fosse una sentita e realistica partecipazione al desiderio, comunemente sentito, di un generale miglioramento della condizione politica e sociale.

Nella quarta ecloga, è opinione comunemente diffusa ed accettata, è forte il desiderio di palingenesi universale; il poeta esprime quel desiderio di rinnovamento fortemente sentito da tutti e marca con i suoi versi l’inizio di una nuova era, una nuova fase della storia di Roma che trova il suo principio nella battaglia di Azio, e a questo proposito in tempi recenti una giovane studiosa, L. Passavanti[17], ha sostenuto che “in età augustea il realizzarsi della palingenesi si traduce nell’encomio del principe, nell’esaltazione e, almeno in parte, nel ‘mascheramento’ dell’effettiva realtà politica e sociale contemporanea”, affermazioni che soltanto in parte possono essere condivise e soprattutto solo parzialmente possono essere applicate a Virgilio, poiché il poeta realizza le sue opere proprio in modo tale da non dover mai formulare davvero, sino in fondo, un encomio di Ottaviano e del princeps. Nelle Bucoliche riscontriamo un clima ancora cupo e di incertezze: basti pensare all’ecloga che il poeta ha scelto per aprire la raccolta, nella quale il riferimento ad Ottaviano, lungi dall’essere “encomiastico”, si traduce essenzialmente in un atteggiamento di personale riconoscenza, e dove non c’è esaltazione dei meriti di Ottaviano né servilismo nelle parole del poeta ma solo gratitudine, sottolineata dalle parole stesse di Titiro, il quale afferma che il benefattore in questione sarà per lui sempre un deus (cf. ecl. 1, 7), ma non dice che il suo giovane benefattore debba essere equiparato a divinità.

giorgione, concerto pastorale. olio su tela, 1509. paris, musée du louvre
Giorgione, Concerto pastorale. Olio su tela, 1509. Paris, Musée du Louvre.

 

Il poeta anzi si fa interprete di un sentimento assolutamente intimo e privato preferendo delegare al personaggio di Melibeo l’espressione di sentimenti corali. In questo senso si può davvero dire che la voce del poeta è presente in tutti i personaggi che agiscono nei suoi componimenti, mentre risulta più difficile accettare l’idea che egli preferisca parlare soltanto attraverso alcuni di essi. Il clima di attesa e di speranza trova conferma nella IV ecloga e poi anche nella IX e nella X che chiude la raccolta; addirittura si ravvisa anche nella VI, famosa per la recusatio con la quale il poeta si giustifica (vv. 3-9) per la sua reticenza a cantare le battaglie e le vittorie di Ottaviano, non è ancora giunto il momento.

È come se il poeta attendesse, nell’intera raccolta, il realizzarsi di un evento che per il momento è solo in preparazione; di qui anche il senso della palingenesi che domina nella IV ecloga e che, come dicevamo, non ha valore encomiastico. Ovviamente le speranze non saranno disilluse; sono le Georgiche l’opera virgiliana nella quale tutte le aspettative e le speranze trovano finalmente realizzazione, l’opera che gli studiosi di tutti i secoli hanno sempre considerato “perfetta” e che, incastrata tra l’esordio arcadico e l’affascinante e “misteriosa” Eneide, non sempre è stata valutata in modo appropriato; con questo non si vuol certo dire che non siano stati tributati all’opera i dovuti meriti e prestate le dovute attenzioni, tutt’altro: le tre opere hanno sempre attirato le attenzioni degli studiosi di ogni tempo, ma, come si avrà modo di dire nelle sezioni del presente lavoro dedicate alle Georgiche, se di encomio si può parlare a proposito della poesia virgiliana sarebbe forse più corretto parlarne a proposito delle Georgiche (basti pensare alle laudes Italiae contenute nel II libro), e non piuttosto relativamente all’Eneide, poiché alla poesia epica Virgilio è approdato lentamente e solo nella fase finale della sua vita. Il poema epico ha richiesto al poeta un lungo periodo di preparazione, ma ciò non comporta necessariamente l’obbligo di pensare che tutta l’opera del poeta tenda alla sola Eneide. Quando il poeta finalmente “cedette”, come si sente spesso dire, alle pressanti richieste di Ottaviano e si accinse a scrivere la sua opera più famosa, la sua non fu una sottomissione al volere del futuro princeps, perché anche in quel caso egli non realizzò l’opera che Ottaviano avrebbe voluto, bensì quella che più si addiceva alle sue caratteristiche poetiche e meglio rispondeva alle sue esigenze interiori, tralasciando la menzione della storia attuale e preferendo parlare della fondazione di Roma e del mito di Enea.

Per questo motivo è lecito supporre che il poeta abbia sempre operato, sin dalle prime opere, in un clima di libertà artistica che gli consentiva di scegliere, di volta in volta, la materia del suo canto.

 

Il ritratto di Virgilio. Mosaico, I-II sec. d.C. Trier, Landesmuseum.
Il ritratto di Virgilio. Mosaico, I-II sec. d.C. Trier, Landesmuseum.

 

I riferimenti all’intera opera di Virgilio, inseriti all’interno della trattazione riservata alle Bucoliche, hanno lo scopo di chiarire il modo in cui l’intera produzione del poeta è stata spesso interpretata, e a questo proposito di seguito si cita ciò che scrive A. La Penna[18] in riferimento alla IV ecloga: “essa dà espressione a speranze di palingenesi molto diffuse nell’impero, specialmente fra i popoli orientali, che da tempo subivano il dominio rapace di Roma; nelle sofferenze delle guerre civili le attese e le speranze della nuova era miracolosa di pace si erano fatte più vive. La connessione dell’ecloga 4, attraverso un oracolo sibillino, con profezie messianiche orientali (anche se è difficile precisare quali) si può ritenere sicura; in questo senso anche l’interpretazione cristiana contiene qualche cosa di vero. In massima parte quelle profezie vedevano la palingenesi come una liberazione dell’impero romano. Naturalmente nell’ecloga 4 la palingenesi si opera dentro e sotto l’impero. Tuttavia neppure l’ecloga 4 è poesia «romana»: Roma e l’impero non vi hanno nessuna importanza centrale, la palingenesi vi ha un significato umano e religioso, ma non particolarmente romano”. La Penna ritiene che le speranze di palingenesi[19] presenti nell’ecloga sono di matrice chiaramente orientale e nascono dal desiderio di pace diffusosi a causa dei lunghi anni di guerre civili, e questo è facilmente comprensibile, ma riesce più difficile credere che nell’interpretazione cristiana ci sia qualcosa di vero, e questo per ovvi motivi ideologici. Quando lo studioso afferma che l’ecloga IV non è poesia romana, perché in essa la palingenesi ha un significato umano e religioso e non meramente politico, appare difficile collegare questa affermazione ai versi del poeta perché tutta la poesia virgiliana è poesia romana, calata cioè nella realtà degli anni nei quali si assiste all’affermazione del potere di Ottaviano, e nessuna opera virgiliana è “romana” nel senso in cui intende lo studioso, poiché Virgilio non ha mai scritto nulla che avesse lo scopo esclusivo di esaltare Ottaviano e il Principato, ed è in questo senso che ammettere una qualsiasi lettura messianica[20] dei testi potrebbe risultare fuorviante, dal momento che ciò che il poeta mette al centro dell’opera è proprio la romanità tout court.

 

***

Note:

 

[1] La bibliografia riguardante i rapporti tra Teocrito è Virgilio è a dir poco sterminata, poiché nel corso dei secoli si è tentato di capire in che modo il modello greco avesse influenzato il poeta romano nell’approcciarsi ad un medesimo genere letterario che per necessità di cose doveva essere adattato alla sensibilità culturale di un pubblico certamente diverso da quello al quale si rivolgeva il poeta siracusano. A questo proposito pare opportuno, tra i tanti studi pubblicati, far riferimento a quanto scrive B. SNELL, L’Arcadia: scoperta di un paesaggio spirituale, in La cultura greca e le origini del pensiero europeo, trad. it., Torino 1963, pp. 387-418: “La poesia di Virgilio è dunque vicina all’arte classica perché i suoi componimenti non sono appunto semplici imitazioni di idilli ellenistici, ma vere e proprie opere d’arte compiute formalmente. A sua volta questo fatto dimostra che l’arte virgiliana si avvia già a diventare qualcosa di indipendente, di non legato ad alcuna circostanza determinata: insomma a un fatto di pura letteratura. La poesia, come componimento in sé perfetto, diviene per la prima volta un “oggetto di bellezza”. A Virgilio dunque interessa rappresentare nelle Egloghe le situazioni comuni della vita quotidiana, senza però realismo, bensì con una sistematica idealizzazione, e presentandole avviluppate, e quindi profondamente trasformate, dal suo sentimento”. La citazione, abbastanza estesa, di alcuni luoghi del testo di Snell sono essenziali perché anche in seguito si farà riferimento a ciò che lo studioso scrive per quanto riguarda il simbolismo e l’allegoria della poesia virgiliana, fornendoci un’autorevole testimonianza di una lunga e diffusa tradizione esegetica virgiliana; per il momento ci si limita a far notare che la distinzione tra i due poeti, calati in una diversa temperie culturale, è ben tracciata dallo studioso, per quanto alcune definizioni applicate al poeta latino, visto come emblema del classicismo, sono frutto dell’epoca in cui il filologo visse e come tali devono essere recepite con la dovuta cautela.

[2] W. CLAUSEN, A Commentary on Vergil Eclogues, Oxford 1994, p. 32, ipotizza, però, che sia più giusto identificare Virgilio nei personaggi vinti e sconfitti: “ Virgil’s sympathies are usually engaged on the side of defeca and loss; and here, in a poem praising Octavian, it is rather the dispossessed Meliboeus than the complacent Tityrus who more nearly represents Virgil”, una notazione sicuramente interessante quella del commentatore che però può essere accettata solo parzialmente poiché il “soggettivismo virgiliano”, quella fusione di empathy e sympathy (cf. B. OTIS, Virgil. A study in civilized Poetry, Oxford 1963, e l’ottima recensione al volume di Otis pubblicata da A. LA PENNA, Sul cosiddetto stile soggettivo e sul cosiddetto simbolismo di Virgilio, “DArch”, I, 1967, 220-244) gli consentirebbe un’immedesimazione in personaggi tra loro dissimili e con destini differenti, senza dover ipotizzare che il poeta si schierasse, obbligatoriamente, per una tipologia umana anziché per un’altra; inoltre il confronto con la IX ecloga ci permette di identificare, con maggiore tranquillità, il Titiro della prima riuscendo ad accontentare, si potrebbe dire, anche il Clausen, poiché nella I ecloga il poeta si immedesima in un personaggio “fortunato” nella IX in uno sconfitto, riuscendo a dare credibilità letteraria ad entrambi.

[3] buc. 1, 79-82: “Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem/ fronde super viridi: sunt nobis mitia poma,/castaneae molle set pressi copia lactis,/ et iam summa procul villa rum culmina fumant/ maioresque cadunt altis de monti bus umbras”.

[4] Della stessa opinione F. DELLA CORTE, Le Bucoliche di Virgilio, Genova 1985, p. 22, il quale ritiene che il plurale adottato da Melibeo non abbia valore enfatico ma sia un vero e proprio plurale determinato dall’esigenza di rappresentare più persone accomunate da una sorte comune. Importante il confronto anche con le ultime parole pronunciate da Melibeo poiché prima di congedarsi definitivamente il sentimento corale di cui si era fatto portatore lascia il posto ad una riflessione assolutamente personale, il senso di abbandono e di sconfitta condiviso con altri pastori si trasforma nella disperazione di un uomo nel suo sentito addio alla vita pastorale, e il fatto che il personaggio parli adesso soltanto per se stesso è sottolineato dal fatto che addirittura svolge una sorta di monologo pronunciando il suo stesso nome (vv.73-78): Insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vitis!/ Ite meae quondam felix pecus, ite capellae./ Non ego vos posta viridi proiectus in antro/ dumosa pendere procul de rupe videbo;/ carmina nulla canam; non me pascente,capellae,/ fiorente cytisum et salice carpetis amaras.

[5] Il termine è ripetuto enfaticamente due volte ai vv. 6-7; al v. 7 troviamo un ulteriore riferimento al deus (cf. illius) e poi ancora al v. 9 (ille); il poeta utilizza il termine dues senza alcuna accezione religiosa, né per riferirsi alla divinizzazione di Ottaviano, ma per esaltare il potere di quest’ultimo che per le sue prerogative può essere paragonato ad un dio.

[6] Di questa opinione sono il Clausen, nel suo già citato commento, ma già F. ARNALDI, Virgilio, Bucoliche, Milano-Messina 1966³ e successive ristampe; interessante ciò che F. DELLA CORTE, op. cit., p. 23, scrive a proposito dell’utilizzo del termine da parte di Virgilio sottolineando che ai tempi in cui il poeta scriveva le Bucoliche Ottaviano non era ancora stato deificato, ma la riflessione del commentatore, storicamente fondata, può essere modificata tenendo conto del fatto che nel 42 a.C era stato divinizzato il defunto Cesare e Ottaviano, in quanto suo erede, diventava figlio del Divus, non a caso a v. 42 si parla di uno iuvenis.

[7] F. DELLA CORTE, Genesi e palingenesi dell’allegoria virgiliana, «Maia» 36, 1984, pp. 111-122.

[8] Ibid. p. 112.

[9] Ibid. p. 121: “con l’interpretazione figurale o tipologica arriviamo a cogliere quale sia la funzione non tanto del personaggio, quanto dell’azione compiuta dal personaggio […] tale concezione non impedisce la concretezza delle immagini, né la presa di coscienza del mondo oggettivo; ma al tempo stesso consente di dare un carattere di astrazione fantastica al mondo poetico.

[10] A. LA PENNA, Sul cosiddetto…, cit., pp. 229 ss.

[11] Il della Corte nell’articolo citato più volte relativo all’allegoria virgiliana parla del “meccanicismo” tipico dell’allegoria e della “fluidità interpretativa” che caratterizza il simbolismo.

[12] M. GIGANTE, “Lettura della prima Bucolica”, in Lecturae Vergilianae, vol. I, Le Bucoliche, a cura di M. GIGANTE, Napoli 1981, pp. 31 ss.

[13] LACT. Inst. VII 24.

[14] A. LA PENNA, Bucoliche (introduzione), Milano 1978 (e successive ristampe), pp. XLIX ss.

[15] W. CLAUSEN, A Commentary on Vergil Eclogues, Oxford 1994, p. 121-122: “They [i lettori antichi] knew well enough who was meant, the expected son of Antony and Octavia and heir to Antony’s greatness – the son that never was; a daughter was born instead. Antony claimed descent from Hercules as proudly as Julius Caesar (and Octavian, his adepte son) claimed descent from Venus; thus the boy would have been descended on his father’s side from Hercules, on his mother’s from Venus, a symbol incarnate of unity and peace. Like the deified Hercules (Virgil implies) he will be exalted to heaven and there see gods mingling with heroes”.

[16] Di questa stessa opinione è anche G. PASCUCCI, “Lettura della quarta bucolica”, in Lect. Verg., vol. I, cit., p. 177, il quale sostiene che già i lettori antichi non potevano essere certi dell’identità del puer, e che lo stesso Virgilio forse non aveva in mente un bimbo “vero”: “Chi sia il puer, noi non sappiamo, né sapevano gli antichi, stando alla molteciplità e contradditorietà delle designazioni proposte, può darsi che Virgilio stesso non fosse disposto a rivelarne il segreto – ogni poesia contiene un fondo d’inviolabile mistero – o che anche non avesse in mente alcun bambino determinato”; sostenitore della medesima teoria è anche W. KRAUS, Vergils vierte Ekloge, ANRW 2, 31, 1, 1980, pp. 604 ss.

[17] L. PASSAVANTI, Laudes Italiae, l’idealizzazione dell’Italia nella letteratura latina di età augustea, Trento 2009, p. 20.

[18] A. LA PENNA, Bucoliche (introduzione), cit., p.L.

[19] Si legga a questo proposito anche ciò che scrive R. SYME, La rivoluzione romana, trad. it. Torino 1962, pp. 205-13.

[20] Si veda al riguardo L. NICASTRI, Per un’iniziazione… cit., pp. 392-403, dove lo studioso opta per un’interpretazione pre-cristiana.

«Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia!» (19 agosto 14 d.C.)

C. Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum, II – Augustus 99-100.

 

Supremo die identidem exquirens, an iam de se tumultus foris esset, petito speculo capillum sibi comi ac malas labantes corrigi praecepit et admissos amicos percontatus, ecquid iis uideretur minimum uitae commode transegisse, adiecit et clausulam:

«ἐπεὶ δὲ πάνυ καλῶς πέπαισται, δότε κρότον

καὶ πάντες ἡμᾶς μετὰ χαρᾶς προπέμψατε».

omnibus deinde dimissis, dum aduenientes ab urbe de Drusi filia aegra interrogat, repente in osculis Liuiae et in hac uoce defecit: «Liuia, nostri coniugii memor uiue, ac uale!». sortitus exitum facilem et qualem semper optauerat. nam fere quotiens audisset cito ac nullo cruciatu defunctum quempiam, sibi et suis εὐθανασίαν similem – hoc enim et uerbo uti solebat – precabatur. unum omnino ante efflatam animam signum alienatae mentis ostendit, quod subito pauefactus a quadraginta se iuuenibus abripi questus est. id quoque magis praesagium quam mentis deminutio fuit, siquidem totidem milites praetoriani extulerunt eum in publicum.

obiit in cubiculo eodem, quo pater Octauius, duobus Sextis, Pompeio et Appuleio, cons. XIIII. Kal. Septemb. hora diei nona, septuagesimo et sexto aetatis anno, diebus V et XXX minus.

corpus decuriones municipiorum et coloniarum a Nola Bouillas usque deportarunt noctibus propter anni tempus, cum interdiu in basilica cuiusque oppidi uel in aedium sacrarum maxima reponeretur. a Bouillis equester ordo suscepit urbique intulit atque in uestibulo domus conlocauit. senatus et in funere ornando et in memoria honoranda eo studio certatim progressus est, ut inter alia complura censuerint quidam, funus triumphali porta ducendum, praecedente Victoria quae est in curia, canentibus neniam principum liberis utriusque sexus; alii, exequiarum die ponendos anulos aureos ferreosque sumendos; nonnulli, ossa legenda per sacerdotes summorum collegiorum. fuit et qui suaderet, appellationem mensis Augusti in Septembrem transferendam, quod hoc genitus Augustus, illo defunctus esset; alius, ut omne tempus a primo die natali ad exitum eius saeculum Augustum appellaretur et ita in fastos referretur. uerum adhibito honoribus modo bifariam laudatus est: pro aede Diui Iuli a Tiberio et pro rostris ueteribus a Druso Tiberi filio, ac senatorum umeris delatus in Campum crematusque. nec defuit uir praetorius, qui se effigiem cremati euntem in caelum uidisse iuraret. reliquias legerunt primores equestris ordinis tunicati et discincti pedibusque nudis ac Mausoleo condiderunt. id opus inter Flaminiam uiam ripamque Tiberis sexto suo consulatu extruxerat circumiectasque siluas et ambulationes in usum populi iam tum publicarat.

Ottaviano Augusto.Busto (detto “Augusto Bevilacqua”), marmo, I sec. München Glyptothec.

 

Nell’ultimo giorno della sua vita, domandando di tanto in tanto se ci fosse già agitazione per la città a causa delle sue condizioni, chiese uno specchio, si fece sistemare i capelli e aggiustare le guance cadenti e, chiamati i suoi amici, domandò se sembrasse loro che avesse recitato bene fino in fondo la farsa della vita, e aggiunse la clausola tradizionale: «Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia!». Poi li congedò tutti quanti e mentre chiedeva notizie a chi era venuto da Roma sulla figlia di Druso malata, improvvisamente spirò tra i baci di Livia, dicendo: «Livia, fin che vivi ricordati che siamo stati sposati. Allora addio!». Ebbe così una morte dolce, quale si era sempre augurato. Infatti, quasi sempre quando gli si annunciava che qualcuno era morto rapidamente e senza soffrire, pregava agli dèi per sé e per i suoi una simile “eutanasia” (proprio questo era infatti il termine di cui era solito servirsi). Prima di esalare l’ultimo respiro mostrò un unico segno di delirio mentale, quando colto da un improvviso sudore, si lamentò di essere trascinato via da quaranta giovani. Ma anche questo fu piuttosto un presagio che l’effetto del delirio, perché, infatti, proprio quaranta soldati pretoriani lo portarono fuori per esporlo in pubblico.

Morì nella stessa stanza in cui si spense suo padre Ottavio, sotto il consolato dei due Sesti, Pompeo e Appuleio, quattordici giorni prima delle Calende di Settembre (19 agosto), alla nona ora del giorno (alle tre del pomeriggio), all’età di settantasei anni meno trentacinque giorni.

I decurioni dei municipi e delle colonie trasportarono il suo corpo da Nola a Boville durante la notte a causa della temperatura della stagione: di giorno lo si deponeva nella basilica di ogni città o nel tempio più grande. A Boville lo prese in carico l’ordine equestre che lo portarono a Roma e lo ricomposero nel vestibolo della sua dimora. I membri del Senato sia nel disporre il funerale sia nell’onorare la sua memoria gareggiarono in zelo a tal punto che, tra le molte altre proposte, sentenziarono che il corteo funebre dovesse passare per la Porta Trionfale, preceduto dalla statua di Vittoria, che si trova nella Curia, al canto di nenie funebri intonate dai figli di ambo i sessi dei cittadini più eminenti; altri proposero che il giorno delle esequie si riponessero gli anelli d’oro e si indossassero quelli di ferro; altri ancora che le sue ossa dovessero essere raccolte dai sacerdoti dei collegi superiori. Ci fu perfino chi sostenne che si dovesse trasferire l’appellativo del mese di “Augusto” anche al mese di Settembre, perché in questo Augusto era nato e in quello era morto.

Un altro propose che tutto il periodo compreso tra il giorno della sua nascita e quello della sua morte si chiamasse “Secolo di Augusto” e registrato sotto questo nome nei Fasti. Posto un freno a queste onoranze, due volte fu pronunciato per lui l’elogio funebre: da Tiberio davanti al tempio del Divo Giulio, e da Druso, il figlio di Tiberio, sulla tribuna dei Rostri antichi, e, infine, i senatori lo portarono a spalla fino al Campo di Marte dove fu cremato. Non mancò naturalmente il vecchio ex-pretore che giurò di aver visto salire in cielo proprio il fantasma del defunto cremato. I membri più importanti dell’ordine equestre, in tunica, senza cintura e a piedi nudi deposero i suoi resti nel Mausoleo: lo aveva fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere sotto il suo sesto consolato e fin da allora aveva aperto al pubblico i boschetti e le passeggiate da cui era circondato.

L’atteggiamento dei cristiani verso il potere e l’Impero prima di Costantino

di M. Rizzi, relazione al convegno internazionale di studio Costantino il Grande. Alle radici dell’Europa, 19 aprile 2012 (in Zenit.org).

Le complesse motivazioni che hanno condotto Costantino alla scelta di legittimare prima, e sostenere poi il Cristianesimo sono state oggetto di molteplici studi […]. Il mio contributo si propone, più limitatamente, di indagare l’evoluzione dell’atteggiamento dei gruppi cristiani nei confronti del potere politico – e specificamente verso quello di Roma – nell’arco di tempo che va dalla metà del primo secolo sino alla svolta costantiniana, per verificare se anche ciò abbia in qualche modo potuto concorrere ad essa.

Anticipando le conclusioni di quanto cercherò di mostrare, si può affermare che accanto ad una linea di pensiero che mantiene a lungo il carattere di generica riflessione sul potere nelle sue varie manifestazioni e sugli obblighi dei cristiani verso di esso, si è progressivamente venuta elaborando, specie in Occidente, una più puntuale riflessione sui caratteri e le funzioni proprie dell’Impero romano; una dinamica che risulta tanto più significativa perché sviluppatasi in parallelo allo strutturarsi dell’organizzazione ecclesiastica nella forma del mono-episcopato cittadino e, nella pars occidentis dell’Impero, della sua gravitazione su Roma.

Vespasiano. Denario, Roma 69-70 d.C. Recto: Personificazione della Giudea in catene a destra di un trofeo; Iudaea (in exergo).
Vespasiano. Denario, Roma 69-70 d.C. Recto: Personificazione della Giudea in catene a destra di un trofeo; Iudaea (in exergo).

Al cuore della prima fase della riflessione cristiana sul potere, sta un problema molto concreto e sentito nel contesto giudaico prima, e poi più generalmente nella sensibilità delle popolazioni orientali sottomesse a Roma, ovvero quello della tassazione.

Nella formulazione paolina del tredicesimo capitolo della Lettera ai Romani («rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse, le tasse; a chi il timore, il timore; a chi l’onore, l’onore»), che nel corso dei secoli ha rappresentato il testo chiave di ogni teologia politica cristiana, sono nitidamente individuate le due forme di tassazione proprie del sistema fiscale romano: l’imposta capitaria sulle persone e i patrimoni (phóros/tributum), inteso quale segno di sottomissione al potere del vincitore, e quella indiretta sulle attività e le transazioni economiche (télos/vectigal); accanto ad esse, viene distinta l’obbedienza dovuta a chi esercitava il potere giudiziario, su delega dell’autorità superiore, per giudicare e reprimere il crimine (phóbos/timor), dalla sottomissione riservata al detentore del potere politico in quanto tale (timḗ/honor).

Così, pur indirizzate ai cristiani di Roma dove risultavano immediatamente tangibili, le parole di Paolo conservavano il loro pieno significato anche in altri contesti geografici e sociali, in accordo con le forme dell’articolazione gerarchica e personale con cui tali poteri venivano concretamente esperiti dai primi cristiani che li identificavano nel locale esattore delle tasse o nei soldati preposti all’ordine pubblico piuttosto che in altre figure intermedie.

Paolo di Tarso. Affresco, fine III-inizi IV sec. d.C. Roma, Catacombe dei SS. Marcellino e Pietro
Paolo di Tarso. Affresco, fine III-inizi IV sec. d.C. Roma, Catacombe dei SS. Marcellino e Pietro.

La riflessione di Paolo, pur ancora nell’orizzonte di un’escatologia imminente, si sforza così di dettare una serie di indicazioni valide per il tempo di sospensione che da quello separa ancora il presente; per contestualizzarle in dettaglio, sappiamo ad esempio da Tacito che in quel torno di anni la popolazione di Roma era in subbuglio per il peso del carico fiscale, cosa che indusse Nerone ad una parziale modifica del sistema daziario.

Le affermazioni paoline avevano dunque con ogni probabilità una portata del tutto contingente, senza essere state pensate dallo stesso Paolo come un precetto assoluto – come peraltro l’esegesi antica tenne fermo a lungo, risultando in ciò assai più avveduta di molta esegesi “scientifica” moderna; erano tuttavia destinate a caricarsi di una portata ben più ampia, come detto.

Scrivendo qualche decennio più tardi, l’autore della prima lettera di Pietro riprende letteralmente parecchie delle idee paoline sul rapporto di subordinazione dei cristiani nei confronti dell’autorità, sforzandosi però di collocarle in termini più efficaci dal punto di vista politico-amministrativo, distinguendo il basileús dai «governatori inviati da lui», e senza menzionare direttamente le tasse.

Il timore (phóbos) questa volta viene riservato a Dio, mentre si ribadisce come l’onore (timḗ) vada tributato al basileús; fattore unificante (lo ritroviamo anche nella prima lettera di Timoteo) dell’atteggiamento dei cristiani verso il potere diviene la preghiera in favore dei governanti, che viene presentata come una manifestazione libera e spontanea di lealismo, andando a sostituire su di un piano spirituale il tributo materiale e imposto della tassazione – ovviamente a livello di enunciati prescrittivi, perché dopo le parole fatte apporre da Pilato sulla croce di Gesù secondo il vangelo di Luca, aperte rivolte fiscali sono sempre rimaste tendenzialmente estranee alla prassi cristiana dei primi secoli.

Nerva. Sesterzio, Roma 97 d.C. Æ 25 gr. R – FISCIIVDAICICALVMNIASVBLATA. SC divise da una palma.
Nerva. Sesterzio, Roma 97 d.C. Æ 25 gr. Recto: legenda – fisci Iudaici calumnia sublata / s(enatus) c(onsultu). Una palma.

Questa linea di pensiero, che imposta l’atteggiamento cristiano verso il potere attorno all’idea della sottomissione e del lealismo testimoniati dalla preghiera, si snoda senza soluzione di continuità dalla fine del I secolo sino alla metà del III, a partire dalla lettera di Clemente Romano ai Corinzi, che ribadisce il dovere della preghiera per i regnanti, passando per Giustino, che unitamente alla riaffermazione della fedeltà fiscale dei cristiani cerca di depotenziare ogni implicazione politica del concetto di «regno di Dio» dichiarandone la natura esclusivamente spirituale e ultraterrena, sino a Origene, che ne rappresenta il momento speculativamente e teologicamente più avanzato e avvertito.

Questi, nel contesto del dibattito che travagliava le chiese sull’atteggiamento da assumere nei periodi di persecuzione, non esita ad affermare sulle orme di Paolo il dovere dei cristiani di restare sottomessi pure ad un sovrano ingiusto e persecutore, che comunque dovrà rendere conto di sé a Dio nel momento del giudizio; del resto, per Origene, il potere politico viene esercitato nell’ambito di quella dimensione terrena che il cristiano è chiamato a trascendere per attingere già in questa vita alla vera realtà spirituale.

Se, nella prospettiva cristiana, l’esercizio dell’autorità secolare acquisiva in questo modo un proprio statuto autonomo di legittimità, legato all’idea di legge naturale universalmente conoscibile che deve ispirarne l’azione, una tale posizione scontava due gravi limitazioni agli occhi dei detentori del potere imperiale: anzitutto una certa indeterminatezza storico-politica, per cui qualsiasi autorità risultava di fatto fungibile da parte dei cristiani, senza che una eventuale incorporazione del loro Dio nel pantheon romano ne garantisse appieno la fedeltà, dato il carattere universalistico e non etnico-territoriale della loro religione, diffusasi anche al di fuori dei confini dell’Impero (e in questo senso è significativo il protettorato che Costantino proclamerà nei confronti del cristiani residenti al di fuori dei suoi diretti dominii all’indomani dell’accesso al potere anche nella pars orientis dell’Impero).

Soprattutto, a distanza di settant’anni da quando Celso, a nome di Marco Aurelio, aveva sollecitato i cristiani ad assumere un ruolo più attivo nella difesa militare e nella gestione politica dell’Impero (specie delle concrete vicende dell’autogoverno cittadino), la risposta di Origene non andava al di là di reiterate proclamazioni di lealismo e promesse di preghiere, nonostante l’estensione universale della cittadinanza avvenuta con la Constitutio Antoniniana e lo stesso avvicinamento delle élites cristiane al potere imperiale nel periodo della ben disposta dinastia severiana.

Sarà solo con l’editto di Serdica del 311, che l’autorità romana, nella persona di Galerio, accetterà controvoglia le preghiere dei cristiani, inserendole, sia pure con difficoltà, nel tradizionale schema teologico- politico romano della pax deorum: «Poiché vedemmo che essi non tributavano la dovuta venerazione agli dèi celesti e che neppure onoravano il Dio dei cristiani (…) in conformità a quanto da noi disposto, i cristiani sono tenuti a pregare il loro Dio per la salvezza nostra, della res publica e di loro stessi, affinché in ogni modo la res publica si confermi integra ed essi possano vivere sereni nelle loro case».

M. Aurelio Numeriano. Antoniniano, Lugdunum 284 d.C. AR-Æ 3, 41 gr. Obverso: Statua della Pace, stante verso sinistra, reggente un ramo d’olivo nella destra e uno scettro, posto di traverso nella sinistra; legenda: Pax Aug(usti); B, punzonata a sinistra della figura.

Che per di più tra i cristiani dei primi secoli l’ermeneutica delle parole di Paolo non fosse solo quella che sfociava nel lealismo e nelle preghiere per i sovrani, bensì fossero possibili sulla loro base anche atteggiamenti che agli occhi delle autorità romane dovevano risultare quanto meno ambigui, è testimoniato dal breve resoconto degli atti dei martiri scilitani, risalenti al 180; il loro portavoce, Sperato, ha con sé proprio le lettere di Paolo «un uomo giusto» e per definire la sua posizione afferma di non aver commesso furto, bensì di aver pagato la tassa (teloneum) ogni volta che ha acquistato qualcosa, perché «conosco il mio signore (dominum), re dei re (rex regum) e imperatore (imperator) di tutte le genti», anche se «non conosco l’Impero (imperium) di questo mondo».

Dal canto suo, Donata, una sua compagna, non esita a proclamare «onore a Cesare come Cesare, ma timore a Dio (honorem Caesari quasi Caesari; timor autem Deo)»; la precisione della terminologia politica e amministrativa utilizzata mostra come il pagamento a Cesare delle tasse sulle transazioni non comporti nessuna ammissione di appartenenza o sottomissione che travalichi il semplice svolgimento ordinato della vita quotidiana: l’assenza di ogni menzione del tributum, la tassa capitaria, è altrettanto eloquente del rifiuto esplicito di riconoscere l’Impero e l’imperatore di questo mondo, in quanto tale e non come semplice Cesare. E il timore, come nel caso della prima lettera di Pietro, è riferito piuttosto a Dio, sommo giudice, che ha insegnato ai cristiani a non rubare, a non dire falsa testimonianza e a non uccidere.

Proprio nel drammatico contesto dell’ondata persecutoria accesasi intorno all’ultimo quarto del secondo secolo, di cui gli atti dei martiri scilitani sono testimonianza, la riflessione cristiana inizia a interrogarsi sulle condizioni e le caratteristiche specifiche del potere incarnato da Roma e dai Romani, avviandosi a superare la genericità delle indicazioni di matrice paolina sin lì dominanti.

Nel celebre frammento della sua apologia, trasmessoci da Eusebio di Cesarea, Melitone vescovo di Sardi sviluppa tre idee, di differente provenienza e destinate ad avere altrettanto diversa fortuna negli autori e nei decenni immediatamente successivi. La più celebre è legata al cosiddetto “sincronismo augusteo”, ovvero alla presunta coincidenza cronologica tra la fondazione dell’Impero da parte di Augusto e la diffusione al suo interno del Cristianesimo.

Nonostante la storiografia più recente, soprattutto di area anglosassone, abbia voluto vedere un antecedente esplicito di questa posizione nell’opera lucana, sino a spostare molto in avanti – addirittura in epoca adrianea – la redazione degli Atti degli Apostoli per farla coincidere con un periodo di relativa tranquillità per la nuova religione, è solo con Melitone che una simile affermazione viene formulata con nettezza.

Tuttavia, Melitone risulta meno ingenuo di quanto in genere gli storici siano disposti a concedergli. Infatti, egli si mostra ben cosciente della genesi sostanzialmente allotria del cristianesimo rispetto all’orizzonte propriamente romano, affermando che esso si è diffuso anzitutto tra i barbari, intendendo con ciò tutta l’area mediorientale piuttosto che il solo ambito giudaico, e riconoscendo altresì come per la sua propagazione si sia giovato del periodo di pace e stabilità garantite dall’Impero sino a Nerone e Domiziano, i quali furono non solo persecutori dei cristiani, ma pure causa di guerra civile o di sollevazioni senatorie che misero a repentaglio quella medesima pace e stabilità.

È questa la seconda idea teologico-politica melitoniana, ovvero l’associazione tra persecuzione, crisi dell’Impero, morte infamante dei persecutori, che si tradurrà di lì a poco nel tópos storico-letterario De mortibus persecutorum, e manterrà inalterata la sua fortuna anche in epoca costantiniana. Centrale per il superamento dell’originaria estraneità cristiana a Roma e alla sua cultura è però il terzo fattore, ovvero la presentazione del Cristianesimo come “filosofia”, sulle orme di una tradizione che si era avviata Aristide e si prolunga nella seconda generazione degli apologisti cristiani.

Questa identificazione era stata resa possibile dalla svolta ellenizzante di Adriano, che aveva definitivamente legittimato la presenza e il ruolo sociale della filosofia, fin lì considerata a Roma e nella cultura latina un prodotto d’importazione. Non è un caso che Melitone menzioni proprio Adriano, unitamente ad Antonino Pio, in chiara opposizione a Nerone e Domiziano, che furono protagonisti non solo delle persecuzioni religiose, ma anche di una dura repressione anti-filosofica.

Omelia attribuita a Melitone di Sardi. Retro del P.Mich. 5552, con parti del Libro di Enoch. IV secolo d.C. dall’Egitto. University of Michigan, Ann Arbor Library.

In questo modo Melitone, pur riconoscendo l’origine non romana e “barbarica” del Cristianesimo, lo associava ad una pratica culturale ed esistenziale che inizialmente era stata vista come altrettanto estranea e sospetta, ma che ora risultava pienamente integrata nella cultura imperiale, tanto più sotto un imperatore “filosofo” quale Marco Aurelio diceva – o millantava – di essere.

In termini meno enfatici, la medesima sottolineatura del ruolo positivo svolto dalla condizione di sottomissione dell’ecumene all’impero romano emerge anche da una cursoria osservazione di Ireneo di Lione, che, forse riecheggiando l’encomio di Roma di Elio Aristide, afferma che «il mondo è in pace grazie ai Romani, così che noi possiamo viaggiare senza paura, per terra e per mare, ovunque vogliamo» e – implicitamente – proprio grazie a ciò diffondere il vangelo, come era accaduto nel suo caso, che lo aveva visto muovere dall’Asia a Roma, alle Gallie.

Più rilevante e più celebre è la successiva inserzione, operata da Ireneo, del dominio di Roma nello schema apocalittico dei quattro regni universali del libro di Daniele, a sua volta rielaborazione biblica dell’originaria idea ellenistica della traslatio imperii.

Non ci è purtroppo giunto il trattato di Melitone sull’Apocalisse di Giovanni e il diavolo, che avrebbe consentito di vedere come il vescovo di Sardi maneggiasse un testo, anzi con ogni probabilità il testo, che era alla base delle frenesie escatologiche dei vari movimenti cristiani che preoccupavano tanto le autorità romane, quanto le stesse gerarchie ecclesiastiche che proprio allora si stavano consolidando intorno alle idee di episcopato monarchico e di successione apostolica.

In Ireneo è evidente il tentativo di disinnescare la portata eversiva della pulsione millenaristica che il generico rimando alla prescrizione paolina di sottomissione non sembrava più in grado di contenere, attraverso l’elaborazione di un poderoso affresco escatologico in cui la cronologia si dilata in avanti e il ruolo di Roma risulta quanto meno ambivalente: la stessa identificazione della cifra della bestia apocalittica con Lateinos rappresenta solo una tra le molte possibilità presentate da Ireneo, mentre l’accenno alla provenienza dell’Anticristo escatologico dalla tribù di Dan, che Ippolito sviluppò in una direzione coerentemente antigiudaica, sembra orientare verso oriente – e non verso Roma – lo sguardo di chi attende con la persecuzione finale anche il definitivo instaurarsi del regno di Dio su questa terra.

Le posizioni di Ireneo vennero rielaborate immediatamente a ridosso dell’inizio del III secolo da Ippolito nel suo sistematico commento al Libro di Daniele, con un approccio particolarmente attento alle implicazioni politologiche del testo e alle concrete dinamiche storico-politiche del potere romano contemporaneo. Il sincronismo augusteo viene riproposto da Ippolito in una chiave meno ingenua e più sottile di quella di Melitone; il culmine del potere romano non rappresenta solo la condizione che favorisce la diffusione del cristianesimo, ma costituisce al tempo stesso una contraffazione di matrice diabolica del vero universalismo cristiano: il primo censimento venne realizzato da Augusto perché gli uomini di questo mondo, censiti da un re terreno, venissero chiamati romani, mentre i sudditi del re celeste venissero chiamati cristiani.

La riflessione di Ippolito analizza acutamente la struttura del contemporaneo potere romano, laddove individua nella concessione della cittadinanza lo strumento con cui vengono cooptati «i più nobili da tutte le nazioni» in vista dell’approntamento dell’esercito. Agli occhi di Ippolito, nella volontà di sottomettere tutte le altre popolazioni l’impero romano risulta del tutto in linea con i tre precedenti, con la sola decisiva differenza che, mentre questi fondavano il loro potere militare su un esercito monoetnico, la leva romana era estesa a tutte le popolazioni, e al suo termine era appunto possibile ottenere la cittadinanza; proprio questa modalità era stata lodata da Elio Aristide nel già ricordato Encomio di Roma come segno di governo illuminato, capace di associare a sé i migliori tra i non-romani.

Bassorilievo da un sarcofago romano paleocristiano. Frammento con raffigurazione di Daniele nella fossa dei leoni. Calcare, IV secolo d.C. Museo Arqueológico y Etnológico de Córdoba.

Il massiccio ricorso ad una siffatta forma di reclutamento – ancora una volta – si era avviato con Marco Aurelio e proprio su questo punto aveva richiamato l’attenzione anche Celso; con Settimio Severo si era acuito così un problema che, in aggiunta a quello della tassazione, doveva essere dibattuto nelle comunità cristiane, specie nel periodo dei conflitti civili a cavallo tra II e III secolo.

In quanto espressione della medesima libido dominandi, l’Impero romano non risulta né migliore né peggiore di quelli che l’hanno preceduto, solo più militarmente più potente e perciò più efficace ed esteso; proprio per questo, dopo l’inevitabile dissoluzione di esso, l’ultimo dominio universale, massimamente contraffattorio del regnum Dei, l’impero dell’Anticristo, ne riassumerà le specifiche fattezze, a partire dall’esaltazione della propria forza militare. Così, partendo dal grado di orgoglio e di autoesaltazione che li connota è possibile distinguere tra re sottomessi a Dio e re destinati ad essere smascherati dal giudizio di Dio; tesi questa che richiama in modo indiretto e più problematico l’ingenua teoria sulla morte dei persecutori avanzata da Melitone.

Soprattutto, Ippolito combina accuratamente il sincronismo augusteo con la cronologia biblica esamillenaria della storia universale, prospettando con precisione una scansione che rimanda da lì a oltre trecento anni il compiersi dei tempi, la conseguente frantumazione dell’impero romano in una poliarchia, l’apparizione finale dell’Anticristo tra gli Ebrei; Ippolito rispondeva con tutta probabilità ad analoghi computi che ritenevano invece ben più imminente la fine, come, a detta di Eusebio, avrebbe fatto un certo Giuda, sempre sotto Severo.

Le fila delle riflessioni ippolitee che intrecciano cronologia biblica, cronologia romana, cronologia cristiana potranno essere poi tirate in una direzione marcatamente filo-romana da Giulio Africano prima e soprattutto da Eusebio poi; ma questo potrà accadere solo dopo la svolta “universalistica” della Constitutio Antoniniana e l’atteggiamento filo-cristiano di Alessandro Severo.

In Ippolito, invece, permane ancora un atteggiamento che si potrebbe definire esterno, se non estraneo, rispetto all’Impero, considerato un dato storico di fatto dalla prospettiva di un esponente di una popolazione sottomessa e probabilmente coinvolta nei conflitti civili a cavallo tra II e III secolo, la cui strumentazione concettuale risulta innervata da una acuta combinazione di concetti politologici ellenistici (la translatio imperii, l’originale ri-declinazione dell’opposizione tra monarchia e democrazia nei termini dell’opposizione tra un solo potere romano e i molti poteri che deriveranno dal suo crollo), osservazioni storiche pragmatiche (il ruolo centrale degli eserciti nell’acquisizione e nel mantenimento del potere, la politica romana di concessione della cittadinanza) e presupposti biblico-teologici (la cronologia universale dalla creazione all’éschaton).

Arco di Alessandro Severo
a Thugga/Dougga (od. Téboursouk, Tunisia).

In quegli stessi anni, nell’Africa romana, Tertulliano recepisce le sollecitazioni provenienti dall’oriente cristiano, ma ne inserisce le tensioni escatologiche e politiche in un quadro significativamente modificato, tale da avviare la costruzione di un’escatologia politica propriamente occidentale. Sin dall’Apologeticum, infatti, Tertulliano lega l’ormai tradizionale tema della preghiera pro imperatoribus, apertamente ricondotto all’insegnamento della prima lettera di Timoteo, alla funzione esercitata da essi e più in generale dall’impero romano nell’allontanamento della fine dei tempi, considerata più o meno imminente, ma senza che egli si addentri in computi cronologici più specifici quali quelli elaborati da Ippolito e dagli altri cronografi cristiani.

Sono tre gli aspetti degni di nota della nuova prospettiva inaugurata da Tertulliano. Anzitutto, l’abbandono di ogni riferimento alla teoria ellenistico-danielica della translatio imperii, che vedeva nel potere romano un epigono dei precedenti, senza alcun tratto ideologicamente o qualitativamente distintivo; nemmeno troppo implicitamente, Tertulliano lascia invece trasparire una sorta di adesione condizionata al mito della aeternitas di Roma, laddove afferma che i cristiani, non volendo sperimentare le acerbitates horrendae comportate dalla fine dei tempi coincidente con il commeatus Romani imperii, pregano per il suo differimento e con ciò stesso contribuiscono alla diuturnitas Romana.

Sarcofago dei due fratelli con scene bibliche. Particolare – Marmo, 325-30 d.C. ca., dal cimitero di Lucina. Città del Vaticano, Museo Pio Cristiano.

In secondo luogo, l’oggetto delle preghiere e dell’interesse teologico-politico di Tertulliano non risulta più limitato alle sole persone degli imperatori o dei loro rappresentanti, come era stato sino ad allora, bensì si allarga alla condizione complessiva del sistema di dominio romano, lo status Romanus; sempre più, nelle opere successive, esso viene ad assumere un ruolo di «trattenimento» della fine modellato a contrario sulla funzione assegnata nella seconda Lettera ai Tessalonicesi alla misteriosa figura del katéchon, che fino ad allora aveva avuto un significato puramente negativo, di ciò o colui che impediva la parousía di Cristo.

Indubbiamente, persiste anche in Tertulliano una certa dose di ambivalenza, se non di ambiguità, dato che, in ogni caso, l’aeternitas di Roma non trascende la dimensione del saeculum presente; ma viene meno – ed è la terza novità introdotta da Tertulliano – quell’estraneità radicale affermata ad esempio negli Acta martyrum Scillitanorum, sostituita da un atteggiamento di piena condivisione della situazione politica comune, nei suoi aspetti tanto positivi, quanto soprattutto negativi: «Quando l’Impero è scosso (concutitur), sono scossi anche i suoi membri, ed anche noi, sia pure estranei alle turbe, in qualche modo ne siamo coinvolti». Questa prima inserzione dei cristiani nell’orizzonte politico dell’Impero segna una significativa divaricazione rispetto al più o meno contemporaneo commento ippoliteo a Daniele e apre la strada ad una sempre più marcata romanizzazione dell’escatologia occidentale.

Così, il vescovo pannonico Vittorino di Petovio supera lo schema ermeneutico orientale che vedeva nelle profezie vetero e neotestamentarie esclusivamente il preannuncio di eventi escatologici a venire, per individuarvi invece puntuali riferimenti ad eventi storici intermedi, tra cui la successione degli imperatori adombrati, a suo dire, dall’Apocalisse di Giovanni; si tratta di una linea cronografica già presente in autori come Clemente Alessandrino, dove assumeva però una valenza de-escatologizzante, mentre Vittorino la lega, con un complesso procedimento esegetico, all’identificazione del persecutore dei tempi finali con il Nero redivivus proveniente dall’oriente.

La minacciosa rappresentazione di un re devastatore ex Oriente affonda le radici addirittura nell’epoca preclassica, ma venne particolarmente diffusa dagli oracoli sibillini e ancora in epoca imperiale dalle cosiddette profezie di Istaspe, la cui lettura era stata proibita dalle autorità romane – o almeno così ci dice Giustino.

Nel quadro della tradizionale opposizione tra occidente e oriente, la visione escatologica di Vittorino assegna all’Impero uno statuto peculiare: il nemico finale, tanto dei cristiani, quanto dei romani, è un ex imperatore persecutore, anzi il persecutore per antonomasia, ma proprio dall’Impero nella sua forma attuale partirà la resistenza nei suoi confronti. In questo modo, l’intera vicenda cristiana si colloca a pieno titolo entro quella romana, come testimonierà di lì a poco Commodiano con i suoi tentativi di raccordare strettamente la cronologia apocalittica alle vicende dell’Impero susseguenti all’invasione persiana del 259/60, giungendo addirittura a duplicare la figura dell’Anticristo per meglio riuscire nel proprio intento.

Scrivendo proprio alla corte occidentale di Costantino e a lui dedicandolo il settimo e ultimo libro delle Divinae institutiones, Lattanzio opera sul piano teorico il definitivo abbandono di ogni idea di estraneità cristiana all’Impero. In questo senso, la sua vicenda risulta oltremodo significativa. Proveniente dall’Africa cristiana, la sua piena adesione al cristianesimo avvenne però in Asia minore, dove l’aveva chiamato Diocleziano e dove presumibilmente dovette conoscere le tradizioni cronografiche ed escatologiche di matrice ippolitea, e più in generale il Cristianesimo d’impronta orientale, che sembrano caratterizzare ancora la sua presentazione dei tempi finali. Tuttavia, le ultime parole del suo scritto ne scandiscono l’epitaffio e aprono ad un orizzonte totalmente rinnovato:

«Quando tuttavia debba compiersi tutto ciò, lo insegnano coloro che hanno scritto riguardo ai tempi, ricavando dai sacri testi e da diverse storie il numero di anni passati dall’inizio del mondo. Benché questi varino e le loro somme complessive risultino un po’ diverse, non sembra che l’attesa sia superiore a duecento anni. La cosa in sé mostra che la rovina e il crollo del mondo saranno tra breve, tranne che non si deve temere nulla di ciò fino a che la città di Roma è sana e salva.

Quando invero quel capo del mondo sarà caduto e comincerà ad esserci la violenza che le sibille prevedono, chi potrà dubitare che per gli uomini e per il mondo sia venuta ormai la fine? Quella è la città che tiene tutto ancora in piedi e noi dobbiamo implorare e adorare il Dio del cielo, posto che i suoi disegni e i suoi decreti possano essere differiti, che non venga più presto di quanto pensiamo quel tiranno abominevole, che ordisca un tale crimine e strappi via quella luce, alla cui rovina il mondo stesso cadrà».

Sarcofago «di Giona». Particolare – Giona e la balena. Marmo, 280-300 d.C. ca. dalla Necropoli vaticana. Museo Pio Cristiano.

Difficile dire se questa celebrazione di Roma e della sua funzione katechontica da parte cristiana preceda o segua, sia causa (anche solo minima) o effetto della svolta di Costantino all’indomani di ponte Milvio. Certo è che simili accenti non erano mai risuonati sino ad allora nella pars orientis dell’Impero e solo con Eusebio si assisterà lì alla definitiva liquidazione di ogni cronologia apocalittica, qui ancora in qualche misura solo sospesa.

È però lo stesso Eusebio a indicare nella biografia di Costantino la motivazione ideologica che lo avrebbe spinto a calare su Roma e a innalzarvi il labaro dopo la vittoria su Massenzio: «Considerava l’intero assetto del mondo come un grande corpo e si rese conto che il capo del tutto, la città che regnava sul potere dei romani era oppressa da una schiavitù tirannica (…); dichiarò quindi che la vita gli sarebbe stata invivibile se avesse abbandonato la città regale così vessata».

Una simile immagine organica per caratterizzare la res publica non costituisce di per sé una novità, rimontando addirittura a Platone, e lo stesso si può dire della retorica anti-tirannica qui utilizzata. Tuttavia, Eusebio colloca proprio a ridosso di questa decisione l’avvicinamento di Costantino al Cristianesimo che culminerà nella celebre visione di ponte Milvio, almeno a detta del biografo, che sottolinea altresì come sempre a seguito di quella circostanza Costantino iniziasse la lettura dei testi sacri e la frequentazione di sacerdoti e vescovi.

Accenni indubbiamente labili per stabilire una diretta connessione tra la «conversione» di Costantino e il suo incontro con un Cristianesimo più disponibile a una possibile composizione con Roma di quello che Costantino aveva potuto invece conoscere nella sua permanenza in oriente e con un episcopato come quello gallico meno litigioso, perché probabilmente meno numeroso e intellettualmente sofisticato del suo corrispettivo orientale (o africano).

Certo è però che tra gli atti successivi alla battaglia di Ponte Milvio compaiono una cospicua donazione economica ai vescovi delle province africane e la convocazione, a Roma e di fronte al suo vescovo, di un sinodo destinato a risolvere i problemi di giurisdizione ecclesiastica insorti proprio in Africa a seguito della questione donatista; Costantino impone altresì la presenza di tre vescovi provenienti dalle Gallie, Reticio di Autun, Materno di Colonia e Marino di Arles e, dopo il fallimento di quel primo tentativo di pacificazione, provvede immediatamente a indirne un secondo proprio in quest’ultima città, per chiudere il conflitto «anche se tardi» e ristabilire la necessaria concordia. Va rilevato come nella seconda lettera di convocazione Costantino non manchi di sottolineare il ruolo svolto dal vescovo di Roma nell’incontro precedente.

Quantomeno il gesto di munificenza imperiale potrebbe apparire del tutto in continuità con l’analogo sostegno offerto da Aureliano ai sacerdoti del templum Solis poco più di una generazione prima; ma un punto decisivo li differenzia, ovvero il reciproco rispecchiamento, inconcepibile nel culto solare e nei suoi officianti, tra imperatore e vescovi nell’esercizio dell’autorità. Sulla scia delle cosiddette lettere pastorali, l’immagine del governo di questi ultimi sulle chiese veniva per lo più associata dai cristiani a quella del pater familias che sovrintende alla gestione del complesso della domus.

Ma nella Didascalia apostolorum, redatta in Siria nel corso del III secolo, la funzione episcopale viene assolutizzata con modalità che rappresentano un unicum nella letteratura disciplinare cristiana; rivolgendosi ai fedeli, l’autore li invita infatti ad amare il vescovo come un padre, temerlo come un re, onorarlo come Dio. Se dopo la svolta costantiniana, Eusebio di Cesarea costruirà l’ideologia dell’imperatore cristiano e Costantino una nuova Roma in oriente, l’immagine del vescovo-imperatore verrà traslata in occidente da un anonimo traduttore, probabilmente di ascendenza ariana, intorno alla metà del IV secolo.

Bisognerà attendere Agostino e la sua De civitate Dei perché si sciolga, almeno in Occidente, il nodo così venutosi a stringere tra il Cristianesimo e Roma, mentre l’Impero secolare di quest’ultima viene derubricato a semplice tappa, forse neppure la più importante, di un disegno provvidenziale e di una storia umana destinati entrambi a proseguire ben oltre il suo tramonto.