P. Terenzio Afro

di G.B. CONTE, in Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’Impero romano, Milano 2011, pp. 76-84 = ID., E. PIANEZZOLA, Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 1. L’età arcaica e repubblicana, Milano 2010, pp. 145-157.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 2r. Il ritratto di Terenzio sul frontespizio.
  1. Un commediografo moderno, per un nuovo contesto culturale

 

Terenzio è stato, insieme a Plauto, il commediografo più significativo della letteratura latina. Se è vero che, all’epoca, le commedie del Sarsinate riscossero un consenso di pubblico ben più ampio, va tenuto presente che il teatro terenziano fu espressione degli ideali coltivati dalle nuove élite intellettuali di Roma e che proprio Terenzio, molto più di Plauto, è indispensabile per comprendere la letteratura latina del II secolo a.C. e i suoi sviluppi successivi.

Le pur controverse notizie biografiche antiche, infatti, inseriscono Terenzio al centro di quella che gli storici moderni usano chiamare l’«età degli Scipioni». Il suo debutto teatrale si colloca due anni dopo la battaglia di Pidna (168 a.C.), che segnò la definitiva vittoria sui Macedoni e che costituì un momento cruciale nell’affermazione di Roma in Oriente e nell’evoluzione dei suoi rapporti con la cultura ellenistica. Di qui in avanti, per circa vent’anni, si ebbe un lungo periodo di pace, in cui l’Urbe consolidò la propria posizione di potenza imperiale.

Ricostruzione a disegno della colonna, con fregio e statua, eretta a Delfi nel 167 a.C. da L. Emilio Paolo a seguito della sua vittoria su Perseo di Macedonia a Pidna. Copertina di H. Kähler, 1965.

La data di Pidna, il 168, è uno spartiacque anche da un secondo punto di vista: il trionfo di Lucio Emilio Paolo, che trascinava dietro al suo carro i tesori della corte macedone, fu quasi un simbolo dell’appropriazione di un mondo. In seguito alla vittoria furono deportati a Roma mille ostaggi achei, tra cui intellettuali, come lo storico Polibio: l’uomo che nella sua opera, per la prima volta da parte greca, svilupperà un matura riflessione sulle cause del successo di Roma come potenza egemone. L’appropriazione del mondo greco si sviluppò, dunque, su più livelli distinti: modificazioni nel gusto e nella mentalità, crescita dei consumi di lusso e dei consumi d’arte, interessi per nuovi modelli etici e ideologici (quest’ultimo aspetto prese forza attraverso nuovi modi di relazioni culturali). Un grande clan aristocratico romano, la gens Cornelia Scipiones, diventò un centro di elaborazione di cultura grecizzante, non più passivamente importata o mediata a un livello popolare, ma ricondotta alla più alta dignità teorica. In questo senso fu significativa la presenza presso gli Scipioni del grande filosofo stoico Panezio di Rodi, come dello stesso Polibio; mentre andava diffondendosi, con l’insegnamento di Cratete di Mallo (attivo nell’Urbe dal 168), un nuovo tipo di eloquenza e di dottrina retorica.

Il nuovo indirizzo culturale e ideologico, che trovava il suo centro di propagazione nel circolo degli Scipioni, portò proprio con Terenzio a innovazioni importanti anche nella poesia scenica.

  1. Una biografia incerta e romanzata

Della biografia di Terenzio poco può essere stabilito con certezza. Originario di Cartagine, come attesta anche il suo cognomen (Afer, «Africano»), il poeta sarebbe nato intorno al 185/4 a.C.; tuttavia, il fatto che quest’ultimo sia attestato come l’anno della scomparsa di Plauto rende la notizia sospetta – era usuale nelle biografie antiche sincronizzare le date di nascita e di morte di autori che venivano, in qualche modo, a “succedersi” nell’eccellenza in un determinato genere letterario), e oggi appare più probabile una data di circa dieci anni anteriore. Anche l’aneddoto secondo cui Terenzio avrebbe letto il suo primo lavoro – l’Andria – al grande commediografo Cecilio Stazio, ricevendone incoraggiamento, potrebbe essere costruito apposta per collegare due diverse generazioni letterarie. In ogni caso, a pochi anni dalla conclusione della Seconda guerra punica, il poeta sarebbe giunto a Roma come schiavo di un certo senatore Terenzio Lucano, anche se non è chiaro in quale precisa occasione.

Tutte le fonti antiche sottolineano gli stretti rapporti di Terenzio con Scipione Emiliano e Lelio, che furono sicuramente suoi protettori. E il poeta stesso, in alcune commedie, accenna al sostegno ricevuto da illustri amici (Heautontimorùmenos, v. 23 ss.; Adelphoe, v. 15 ss.). Su questi rapporti correvano all’epoca voci denigratorie di vario tipo, secondo cui i veri autori delle opere terenziane sarebbero stati gli stessi Scipione e Lelio (questo tipo di illazione ha paralleli, com’è noto, anche nella biografia di Shakespeare). È chiaro che queste dicerie vadano inquadrate nel clima della rovente polemica letteraria e politica che caratterizzava quegli anni.

Terenzio sarebbe morto nel 159, o comunque ben prima della Terza guerra punica, nel corso di un viaggio in Grecia intrapreso per scopi culturali. Il dato, se autentico, è interessante, perché questo tipo di viaggio sarebbe ben presto divenuto caratteristico nella formazione dei Romani colti (un episodio del genere è riferito, per esempio, anche a proposito della scomparsa di Virgilio). I dettagli sulle circostanze della morte (Terenzio sarebbe annegato) sono poco credibili e fanno pensare a un voluto accostamento con la morte per annegamento attestata anche per il grande commediografo greco Menandro, suo riconosciuto ispiratore.

Il riferimento principale alla biografia terenziana è la Vita Terentii, contenuta nel De viris illustribus di Svetonio (composta intorno al 100 d.C. e tramandata come introduzione al commento a Terenzio di Elio Donato, del IV secolo d.C.). Svetonio utilizzava ampiamente eruditi di età repubblicana, ma la qualità delle sue informazioni è controversa, dato che molti particolari della vita erano oggetto – fin dai tempi stessi di Terenzio – di voci contrastanti e di polemiche. Il commento di Donato è una delle migliori opere del genere giunte fino ad oggi, e trasmette buone informazioni su questioni di tecnica teatrale e di messa in scena delle commedie.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 3r. Maschere.
  1. Le sei commedie superstiti

Di Terenzio restano sei commedie tramandate per intero, la cui estensione ammonta complessivamente a circa 6.000 versi. La cronologia è attestata con sufficiente precisione dalle didascalie anteposte alle singole opere nei manoscritti medievali, nelle quali è confluita gran parte del lavoro filologico e delle ricerche erudite dei grammatici tardoantichi.

I modelli greci utilizzati da Terenzio, e dichiarati nei prologhi, appartengono tutti alla tradizione della Commedia Nuova greca: Menandro, Difilo e il meno celebre Apollodoro di Caristo (commediografo greco del III sec. a.C.). Gli intrecci terenziani non si discostano dunque da quelli caratteristici del modello ellenico e della palliata tradizionale romana: giovani innamorati, genitori che li contrastano, schiavi indaffarati a soddisfare i desideri dei loro padroncini e, quasi sempre, alla fine, il riconoscimento che risolve la situazione.

Di seguito si offre un breve riassunto della trama di ciascuna delle sei commedie superstiti:

Andria | Modello greco è l’omonima commedia di Menandro, contaminata con la Perinthia dello stesso autore. La ragazza di Andro, da cui il titolo dell’opera, è Glicerio, abbandonata nella fanciullezza e allevata da una cortigiana. Di lei si innamora Pànfilo, già fidanzato con Filùmena, figlia di Cremète. Quest’ultimo, informato della relazione adulterina del genero, va su tutte le furie e manda a monte le nozze del giovane con Filùmena, nonostante i tentativi del padre di Pànfilo di salvare il matrimonio, già da tempo combinato. La situazione si complica per i tentativi piuttosto goffi di Davo, servo del giovane, di aiutare il padroncino. L’intreccio si scioglie con l’agnizione finale: si scopre, infatti, che anche Glicerio è figlia di Cremète, il quale, senza difficoltà, la concede in sposa a Pànfilo al posto di Filùmena.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 10v. Andr. III vv. 459-480. Scena con Lesbia, Glicerio, Miside, Panfilo, Davo e Simone.

Hècyra | Commedia dalla sorte particolarmente travagliata, rielabora un testo dallo stesso titolo (che significa «La suocera») di Apollodoro di Caristo, contaminato con gli Epitrèpontes («L’arbitrato») di Menandro. La trama ruota attorno al personaggio di Sòstrata, madre di Pànfilo e suocera di Filùmena. Sòstrata è un personaggio completamente diverso dalla figura stereotipata della madre gelosa del figlio e ostile alla nuora; anzi, si adopera ad appianare le gravi incomprensioni fra i due promessi sposi. Si scopre, infatti, che Filùmena, prima del matrimonio, è stata messa incinta da uno sconosciuto durante un festino notturno; Pànfilo vorrebbe abbandonarla, ma, alla fine, risulterà che è stato lo stesso giovane a mettere incinta la fidanzata. Conquistato dall’indole dolce e remissiva della moglie, Pànfilo si riconcilia con lei, rinunciando all’amore per la cortigiana Bacchide, la quale si adopra anch’essa per favorire la riconciliazione fra gli sposi.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 68v. Sostrata.

Heautontimorùmenos | Il titolo greco (Terenzio rielabora un’omonima commedia di Menandro) significa «Il punitore di se stesso». Protagonista è il vecchio Menedèmo, che per punirsi di aver spinto suo figlio Clinia ad arruolarsi in Asia, ostacolandone le nozze con una ragazza di umili origini, si è autocondannato a lavorare duramente la terra con le proprie mani fino al ritorno del giovane. Quando questi rientra in patria, il vecchio lo accoglie con un affetto più intenso e maturo; e, dopo una serie di imbrogli e di equivoci, Clinia riesce anche a sposare la ragazza che da tempo amava – nel frattempo, costei si è rivelata essere figlia di Cremète, amico di Menedèmo.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 46v. Dialogo fra Menedèmo e Cremete.

Eunuchus | Rielaborazione di una commedia omonima menandrea, commista di alcune situazioni tratte dal Kòlax («L’adulatore») dello stesso autore greco. L’etera Taide, concubina del soldato Trasone, è, in realtà, innamorata del giovane Fedria. Trasone riporta alla compagna Pànfila, una ragazzina che le era cresciuta accanto come una sorella e successivamente era stata venduta come serva. Il fratello di Fedria, Cherea, innamoratosi di Pànfila, si traveste da eunuco per farsi consegnare in custodia la ragazza. Trasone, geloso di Fedria, vorrebbe riprendere con la forza Pànfila a Taide, ma è costretto a lasciar perdere. Il falso eunuco viene smascherato, ma si scopre che Pànfila era una cittadina ateniese e Cherea può sposarla; Taide, invece, decide di tenersi Fedria come amico del cuore.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 30v. Cherea vestito da eunuco.

Phormio | Modello è l’Epidikazòmenos («Il pretendente») di Apollonio di Caristo. Il parassita Formione, attraverso svariate peripezie, riesce ad aiutare due cugini, Fedria e Antifone, a sposare le ragazze di cui sono rispettivamente innamorati. Anche qui funziona il meccanismo dell’agnizione, perché, verso la fine del dramma, si scopre che Fanio, amata da Antifone, finora creduta orfana, è, in realtà, la figlia illegittima di Cremète, padre di Fedria e zio dello stesso Antifone.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 81r. Dialogo tra Formione e Geta.

Adelphoe | Rielabora la commedia menandrea dallo stesso titolo («I fratelli»), traendo tuttavia una scena dai Synapothnèskontes («Coloro che muoiono insieme») di Difilo. Si mette a confronto due diversi sistemi di educazione: Demea ha allevato con grande rigore il figlio Ctesifone, mentre ha concesso in adozione l’altro figlio, Eschino, al fratello Micione, che lo ha educato nella più grande libertà. Demea considera Eschino uno scapestrato corrotto dal lassismo del fratello, e la sua opinione si rinsalda quando si viene a sapere che il ragazzo ha rapito una fanciulla. Ma, in realtà, Eschino ha commesso il rapimento per conto del fratello, che Demea considera irreprensibile. Dopo varie vicissitudini, tutto si appiana: la commedia, però, ha un finale di difficile interpretazione, dove Demea sembra formulare, quasi con dispetto, più che con sincera convinzione, il proposito di adottare i metodi permissivi – facili, ma pericolosi – del fratello e di mostrarsi, d’ora in poi, condiscendente con tutti.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 52r. Ad. I vv. 49-80; 81-89. Dialogo fra Demea e Micione.
  1. Il declino del teatro popolare e la nascita di un teatro d’élite

La novità del teatro terenziano non si fonda solo su un profondo ripensamento della tecnica teatrale rispetto ai modelli della tradizione, ma – come si è anticipato – si fa portavoce delle istanze culturali provenienti da settori importanti delle élite politiche romane del II secolo, particolarmente influenzate dalla cultura greca e decise a diffondere i propri ideali attraverso un rinnovamento in campo letterario e artistico, anche a prezzo di deludere le aspettative del grande pubblico.

Con Plauto, infatti, il genere comico era stato un ineguagliabile momento di intrattenimento popolare. Poco importa, da questo punto di vista, quanto fosse profondamente raffinata l’arte plautina, con la sua imprevedibile fantasia ritmica e verbale. Di fatto, le commedie di Plauto riuscivano ad avere successo presso il grande pubblico quanto nessun’altra forma di comunicazione letteraria del tempo. Sicuramente Plauto divertiva e appassionava anche chi non fosse per nulla sensibile alle problematiche culturali degli originali menandrei. Sul piano dei contenuti, infatti, il suo teatro non sottoponeva il pubblico a sforzi di apprendimento e di meditazione: tutto era assorbito e bruciato dal fuoco di fila delle invenzioni comiche. Le trame offrivano gli spettatori un convenzionale canovaccio di riferimento, senza che si scavasse troppo nella psicologia dei personaggi in azione.

Anche il teatro di Terenzio accettò l’inquadramento convenzionale e ripetitivo di queste trame, senza produrre alcuno sforzo di originalità. Ma, a differenza di Plauto, l’interesse non era nel gioco verbale da cui scaturiva l’effetto comico; ora l’attenzione era tutta rivolta ai significati, cioè alla sostanza umana messa in gioco dagli intrecci della commedia stessa. Nella sua opera Terenzio si propose quindi il difficile compito di servirsi di un genere tradizionale e fondamentalmente popolare per comunicare sensibilità e interessi nuovi, maturati nell’ambito ristretto di una élite, sociale e culturale insieme. Le gravi difficoltà da lui incontrate nel rapporto con il pubblico (e con alcuni colleghi teatranti) si possono ricondurre a questa tensione innovativa.

Tra le commedie rimaste, una in particolare, l’Hècyra, ebbe una sorte esemplarmente infelice presso il pubblico romano: alla prima rappresentazione, nel 165, gli spettatori le preferirono un’esibizione di funamboli, nonostante la bravura di Ambivio Turpione, l’attore e impresario teatrale di tutte le commedie terenziane); alla seconda, nel 160, tutti se ne andarono, quando – nel bel mezzo della rappresentazione – si sparse la voce che contemporaneamente stava cominciando uno spettacolo di gladiatori; solo alla terza (ancora nel 160) lo spettacolo poté arrivare a conclusione.

Attore con maschera comica. Mosaico, ante 79 d.C. dalla Villa di Cicerone, Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Un teatro di individui, non di maschere | Le vicende delle commedie terenziane sono sintomatiche del declino del teatro popolare latino – che, nell’epoca successiva, sarebbe andato rapidamente accelerando – e del progressivo divaricarsi dei gusti del pubblico di massa e dell’élite colta, nutrita di raffinata cultura greca. In effetti, il teatro di Terenzio mette in scena gli ideali di rinnovamento culturale dell’aristocrazia scipionica; all’autore interessa soprattutto l’approfondimento psicologico dei personaggi e per questo rinuncia all’esuberanza comico-fantastica, che tanto aveva contribuito al successo del teatro plautino. Ma è bene intendersi: spesso Terenzio, più che alla rappresentazione psicologica dell’individuo, sembra interessato a quella di tipi umani: il giovane innamorato, la ragazza a lui teneramente devota, il padre tradizionalista e preoccupato per la felicità del figlio, la prostituta capace di buoni sentimenti e di genuino altruismo.

Per questo motivo alcuni critici moderni, non senza una certa forzatura, hanno potuto accostare il teatro terenziano ai Caratteri di Teofrasto (IV sec. a.C.). Tuttavia, benché tipizzati, anche se non dotati di forte personalità individuale, i personaggi di Terenzio sono spesso anticonvenzionali: la suocera per niente bisbetica, ma anzi pensosa della felicità della nuora, o la prostituta moralmente migliore di tanta gente “perbene” sono i caratteri largamente innovativi rispetto alle aspettative del pubblico. L’approfondimento psicologico comportava una notevole riduzione della comicità, che avrà senz’altro contribuito allo scarso successo dell’autore presso il pubblico di massa: attraverso la rappresentazione di una suocera arcigna e brontolona, o di una cortigiana avida, strappare qualche risata sarebbe sicuramente risultato più facile.

L’humanitas | La palliata latina era sempre stata, per sua natura, ancorata alle situazioni familiari: suoi tipi fissi erano il giovane innamorato e scapestrato e il vecchio padre ingannato. In Terenzio, invece, questi rapporti diventarono veramente autentici legami umani, sentiti con maggiore serietà problematica.

Questo approfondimento rifletteva insieme la sincera adesione al modello di Menandro e la circolazione di ideali “umanistici” di origine ellenica nelle cerchie più evolute della Roma contemporanea. Così si spiega l’introduzione di un concetto chiave come quello di humanitas – influenzato dal greco φιλανθρωπία – che trova la sua espressione più significativa in una famosa battuta dell’Heautontimorùmenos, homo sum: humani nihil a me alienum puto (che è diventata un po’ l’emblema dell’ideale classico dell’humanitas). Questa elaborazione concettuale, ovviamente, non rappresenta un’isolata invenzione di Terenzio, ma è in piena sintonia con la cultura dell’età scipionica. In questo concetto («riconoscere e rispettare l’uomo in ogni uomo», come è formulato da Alfonso Traina) confluiscono vari filoni del pensiero greco, ma tipicamente romana è la sintesi costruttiva e “ottimistica” dell’ideale umanistico, ispirato da pragmatismo attivo.

La consapevole rinuncia alla vis comica | L’elemento che a Giulio Cesare appariva come il difetto principale dell’arte di Terenzio era l’assenza di vis («slancio», «energia») della sua virtus comica. Tale mancanza dipendeva, tuttavia, da una scelta consapevole del poeta e non da una sua presunta incapacità di scrivere commedie improntate al gusto della palliata tradizionale.

Non è certamente casuale che la commedia terenziana di maggior successo presso i suoi contemporanei – l’Eunuchus – sia pure quella in cui meno si affacciassero questi temi psicologici e umanistici. Si trattava, infatti, del più riuscito tentativo da parte dell’autore in direzione della comicità plautina: il dramma mette in scena un romanzesco travestimento (un giovane si finge eunuco per avere in consegna l’amata) e un burlesco personaggio (plautineggiante) del «soldato fanfarone». In ogni caso, la notevole qualità di questo testo dimostra in Terenzio anche delle attitudini puramente comiche e drammaturgiche, che spesso la critica moderna è stata portata a sottovalutare.

Muse e maschere teatrali (dettaglio). Bassorilievo su sarcofago, 200 d.C. ca. Berlin, Altes Museum.
  1. La poetica e il rapporto con i modelli

Sebbene la sua fortuna «scolastica» abbia condizionato la sua immagine letteraria, sarebbe sbagliato pensare a Terenzio come a una sorta di predicatore o di autore educativo, in quanto il suo interesse per i contenuti morali e culturali non andava mai a discapito della tecnica drammaturgica. Al contrario, egli è stato uno dei letterati latini più professionali, più consapevoli degli aspetti tecnici del proprio mestiere. Le sue preferenze per la Commedia Nuova e, in particolare, per Menandro mostrano bene la coesistenza di questi due aspetti: il poeta ateniese gli offriva sia un modello culturale – collegato all’interesse di Terenzio per valori come l’humanitas – sia un modello letterario, vale a dire un raffinato esempio di stile e di tecnica drammatica. Proprio lavorando a fondo sui modelli ellenici, Terenzio trovò modo di esprimere sia la propria impostazione ideale sia la propria vocazione letteraria.

Il rispetto dell’illusione scenica e la rinuncia al metateatro | Le commedie di Menandro erano state – come si è visto – un modello importante anche per Plauto, ma questi non era stato particolarmente aderente a quell’esempio: la verosimiglianza, il cardine della poetica menandrea, non fu per Plauto un valore assoluto. Nella palliata plautina, infatti, il gioco scenico finiva facilmente per diventare fine a se stesso, mettendo in crisi l’aderenza alla realtà dell’intreccio drammatico: è ciò che è stato definito “metateatro” plautino.

Terenzio curò, invece, molto di più la coerenza e l’impermeabilità dell’illusione scenica: lo sviluppo dell’azione non prevedeva mai esiti “metateatrali”. Venivano anche rigorosamente eliminate quelle battute dei personaggi che non avessero diretta motivazione interna allo svolgimento drammatico, ma che si rivolgevano liberamente al pubblico (interrompendo l’illusione scenica e rivelando così, come un commento esterno all’azione, quale fosse il meccanismo drammatico che regolava e costruiva l’invenzione comica). In pratica, la palliata di Terenzio non apriva al suo interno nessuno spazio di autocoscienza. Questi momenti di riflessione venivano tutti concentrati nello spazio del prologo.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 35v. Prologo dell’Heautontimorumenos.

La nuova funzione del prologo | Nella Commedia Nuova il prologo era generalmente concepito come uno spazio espositivo, in cui l’autore dava informazioni preliminari necessarie alla comprensione della trama (non erano illustrati solo gli antefatti dell’azione, ma si anticipava anche una parte dello sviluppo e si accennava allo scioglimento finale: la scena di agnizione o simili colpi di scena). Questo metteva il pubblico in una posizione “panoramica”, più attenta allo sviluppo dell’azione e capace di apprezzare gli effetti di ironia via via impliciti nella situazione scenica (equivoci, errori di prospettiva, ecc.).

L’importanza data al prologo come istituzione letteraria è la principale innovazione tecnica di Terenzio rispetto al teatro plautino. Il poeta rinunciava a usare i prologhi in funzione informativa, anche a costo di qualche oscurità nello svolgimento dell’intreccio, e li adoperava, invece, per esprimere personali prese di posizione in rapporto alla commedia di volta in volta messa in scena: chiariva il rapporto con i modelli greci utilizzati e rispondeva a critiche dei suoi avversari su questioni di poetica. È evidente che questo nuovo tipo di prologo presupponeva un pubblico più colto rispetto a quello delle commedie plautine, un pubblico più attento a problemi di gusto e di tecnica, e senz’altro anche più ristretto e selezionato.

Questo uso dei prologhi rendeva Terenzio avvicinabile a figure come Ennio, Accio e Lucilio, che nella loro pratica letteraria davano sempre più spazio a momenti di riflessione critica e poetica, avvicinandosi così all’ideale alessandrino del «poeta-filologo». Non a caso, Terenzio tendeva a sottolineare il suo distacco dalla “vecchia” generazione di commediografi, che comprendeva i poeti raccolti intorno ai grandi nomi di Plauto e di Cecilio Stazio. Il principale avversario, che Terenzio citava indirettamente nei suoi prologhi, era noto da altre fonti come un poeta comico minore, Luscio di Lanuvio.

Menandro. Busto, copia romana da originale di Cefisodoto il Giovane e Timarco di Prassitele (IV sec. a.C.). Moskow Hermitage.

La contaminatio | Nel prologo dell’Andria Terenzio ribatte all’accusa di contaminare fabulas (v. 16), cioè, a quanto pare, di “rovinare” i suoi modelli greci creando inopportune mescolanze, ibridi di testi diversi (da qui gli studiosi moderni hanno adottato il termine «contaminazione» per indicare, in genere, la tecnica di incrociare modelli letterari diversi in un unico testo). Il poeta sottolinea che anche i tanto venerati Nevio, Plauto, Ennio non fecero diversamente con i loro modelli greci. Così, per esempio, la prima scena dell’Andria è tratta da un’altra commedia di Menandro, la Perinthia, dove tuttavia, a quanto si apprende da Donato, Terenzio avrebbe sostituito a un dialogo tra marito e moglie un dialogo tra padrone e servo. Ben si comprende, dunque, come la contaminatio non fosse un processo di trasposizione meccanica.

A quale idea dell’azione drammatica sia funzionale la contaminatio è spiegato nel prologo dell’Heautontimorùmenos, dove Terenzio contrappone un tipo di commedia «statica» (stataria) a una commedia piena di effetti e con azione assai movimentata (motoria è chiamata nel commento di Donato). Quello che viene rifiutato è, in sostanza, la farsa popolare di tipo plautino, con le sue scene animate da inseguimenti e litigi e i suoi personaggi caricaturali: «Perché non tocchi sempre far la parte del servo che corre, del vecchio arrabbiato, / del vorace scroccone, del sicofante sfrontato, / dell’avido lenone a me che sono anziano» (vv. 37 ss.). È chiaro che Terenzio opponeva a questo stile sanguigno un ideale di arte più riflessiva, più attenta alle sfumature, più verosimile: insomma, un’arte tale da fondare l’azione drammatica sul dialogo, non sul movimento scenico e sul clamore.

Le affermazioni programmatiche di Terenzio sull’uso dei modelli greci (adattamenti, contaminazioni, ecc.) sono per i moderni difficili da riscontrare nella pratica, perché dei suoi originali – per esempio, i testi di Menandro da lui citati come fonte nei prologhi – non sono pervenuti che scarsi e casuali frammenti. Il problema dell’originalità è perciò difficile da analizzare in modo definitivo. Ciò che si riesce a distinguere è che Terenzio si attenne piuttosto fedelmente alle linee degli intrecci menandrei, senza tuttavia mai rinunciare ad approfondire gli interessi che più lo toccavano. Ciò riporta ai contenuti della sua arte, che riguardano i caratteri e i problemi di un’umanità “borghese”.

  1. Lo stile e la lingua: una rivoluzione sottovoce

Nel nuovo contesto dell’età degli Scipioni e nell’ottica di una personale e originale rielaborazione dei modelli greci, è comprensibile che lo stile espressivo di Terenzio (proprio perché l’autore stesso non intese metterlo in primo piano) fosse, in genere, l’aspetto più trascurato dalla critica e dai lettori. La prima superficiale impressione è quella di una piatta uniformità, soprattutto per chi mette a confronto la lingua terenziana con l’indiavolata “officina verbale” di Plauto.

Tuttavia, una considerazione più attenta dello stile può dire molto sulla poetica e sulle intenzioni di Terenzio. I suoi personaggi non si abbandonano a tirate imprevedibili, dense di immagini e di giochi ritmico-verbali, dove si rimescolano parodie letterarie, doppi sensi, metafore e allusioni di ogni tipo; l’impressione è più vicina a quella di una conversazione quotidiana. L’elemento che più distingue Terenzio nel quadro della commedia latina (e del teatro latino, in genere, si potrebbe dire) è la sua costante e controllata preoccupazione per il verosimile (un concetto che aveva preso sempre più importanza nella letteratura e nell’estetica greca di età ellenistica).

Guardando il linguaggio adottato dal poeta alla luce di Plauto, sembra che la materia linguistica sia stata selezionata, perfino addirittura censurata. Acquistano spazio, invece – ed è sintomatico –, le parole astratte, quelle che rendono possibile e interessante l’analisi psicologica dei caratteri. In sei commedie, tutte incentrate su intrighi d’amore, la parola «bacio» (come ha osservato Alfonso Traina) non compare più di due volte in tutto. In Terenzio gli innamorati non si baciano, di regola; e si parla poco, in genere, di corpi, di mangiare, di bere, e naturalmente di sesso; i personaggi non usano scambiarsi crude parole di insulto, né quelle della lingua quotidiana, né quelle reinventate dalla creatività poetica (come accadeva, invece, in Aristofane e in Plauto). Le figure socialmente più basse della palliata – il servo, l’etera, il parassita – sono presenti anche qui, ma non portano in scena la loro particolare carica linguistica.

La restrizione, o la censura, del linguaggio serve, come si è visto, ad assicurare il predominio di certi contenuti. Eppure, ci si può chiedere che effetto facesse questo tipo di linguaggio sul pubblico romano del tempo. È chiaro che, in un certo senso, lo stile medio e pacato di Terenzio fosse più quotidiano di quello plautino, ma ciò non significa assolutamente che Terenzio, per essere verosimile, riproducesse realisticamente la parlata colloquiale dell’epoca. Egli si adeguava, sì, a una lingua in qualche modo reale e realmente parlata, ma si trattava nondimeno di un lessico settoriale, utilizzato dalle classi urbane di buona educazione e cultura. L’effetto doveva essere piuttosto idealizzato rispetto ai gusti del pubblico romano. Il più celebre e citato giudizio critico su Terenzio, dovuto alla penna di Cesare, insisteva appunto su questa tendenza idealizzante del suo stile, definito puri sermonis amator.

La restrizione, o selezione, del lessico aveva, quindi, il suo corrispettivo nella forte riduzione della varietà metrica rispetto a Plauto e ai suoi numeri innumeri: sono, perciò, scarse le parti propriamente liriche, mentre molto contenuta è l’estensione dei cantica (parti cantate o declamate con l’accompagnamento musicale) in rapporto ai diverbia (parti recitative).

Fattucchiera e due donne. Mosaico, ante 79 d.C. Pompei, Villa di Cicerone. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.
  1. La fortuna di Terenzio

Non tutte le commedie di Terenzio – si è detto – ebbero successo di fronte all’impaziente pubblico del tempo: sono note, infatti, le vicende della difficile rappresentazione dell’Hècyra. Volcacio Sedigito, poeta del II secolo più volte ricordato per la sua graduatoria poetica (“canone”), poneva Terenzio soltanto al sesto posto, non solo dopo Cecilio Stazio, Plauto e Nevio, ma pure dopo due commediografi minori, Licinio Imbrice e Atilio, che seguirono probabilmente le orme di Plauto.

Eppure, Terenzio continuò a tenere la scena anche dopo la sua scomparsa ed ebbe sempre il favore dei critici più dotti e sensibili, che apprezzarono soprattutto la purezza del suo linguaggio (la lingua urbana dei ceti colti, si è detto), nonché la raffinatezza dello stile. Cicerone, nell’epigramma esametrico riportato nella Vita Terenti, attribuisce al poeta un linguaggio scelto (lecto sermone) insieme a una certa urbanità (come loquens) e a una spiccata dolcezza del dire (omnia dulcia dicens). Cesare, negli esametri più volte citati, che gli sono attribuiti nella stesa Vita svetoniana, pone Terenzio tra i comici sommi e lo definisce, come si è visto, «innamorato della purezza di linguaggio», ma lo giudicò «un Menandro dimezzato» (dimidius Menander), per mancanza di vis comica.

Moderazione dei sentimenti, valori etici apprezzati anche dai cristiani (soprattutto da S. Agostino), purezza di lingua che faceva di Terenzio un modello di stile: queste furono le cause che introdussero ben presto le commedie del poeta nella scuola. E con la scuola vennero i commenti, come quello, più volte ricordato, di Elio Donato.

Nel X secolo Rosvita, monaca del monastero tedesco di Gandersheim, compose sei commedie in prosa rimata modellate sulle commedie terenziane: intrecci di storie edificanti con il cristiano lieto fine del trionfo della virtù.

Il Medioevo, come l’Antichità, dedicò commenti a Terenzio. Dante citava dei versi terenziani, forse mediati da Cicerone. Il Rinascimento rinnovò l’interesse per il suo teatro attraverso volgarizzamenti e adattamenti poetici: perdute sono le traduzioni di alcune commedie fatte dall’Ariosto per il teatro degli Estensi, mentre si conserva la traduzione dell’Andria fornita dal Machiavelli.

Molière fu grande ammiratore e imitatore di Terenzio. E dal Seicento in poi furono molte le traduzioni delle commedie terenziane nelle varie lingue europee.

Una così eccezionale fortuna, dovuta principalmente – come si è visto – ai contenuti «educativi» del suo teatro, ha portato forse la critica moderna a sottolineare troppo in Terenzio una sorta di impegno etico-sociale; rimane comunque indispensabile valutare questa esperienza artistica nel concreto quadro della cultura romana di «età scipionica» e anche, per quanto possibile, in rapporto alla letteratura drammaturgica greca che gli servì da ispirazione.

  1. Bibliografia

Edizioni critiche di R. Kauer, W.M. Lindsay, Oxford 1926 (ed. riveduta, 1958), e di J. Marouxeau, Paris 19674 (I vol.), 19643 (II), 19663 (III), quest’ultima con versione francese; di J. Barsby, Cambridge (Ma.), London 2001, 2 voll., con versione inglese. Tra i vari commenti moderni alle singole commedie il più recente è quello dell’Eunuchus, a cura di J. Barsby, Cambridge 1999. Si ricordano anche Hècyra, a cura di S. Ireland, Warminister 1990; Adelphoe, a cura di R.M. Martin, Cambridge 1976 e A.S. Gratwick, Warminister 1987.

Introduzioni generali: G. Norwood, The Art of Terence, Oxford 1923; H. Haffter, Terenzio e la sua personalità artistica, trad. e aggiornamenti a cura di D. Nardo, Roma 1969; B.A. Taladoire, Térence. Un théâtre de la jeunesse, Paris 1972; W.G. Forehand, Terence, Boston 1985 ; S.M. Goldberg, Understanding Terence, Princeton 1986; R.L. Hunter, The New Comedy of Greece and Rome, Cambridge 1985. Sullo stile vd. soprattutto: A Traina, Vortit barbare. Le traduzioni poetiche da Livio Andronico a Cicerone, Roma 1974(2), p. 167 ss.; Id., Forma e suono: da Plauto a Pascoli, Roma 1977, p. 181 ss. Una bibliografia generale è quella di G. Cupaiolo, Bibliografia terenziana (1470-1983), Napoli 1985.

L’importante commento di Elio Donato è stato edito da P. Wessner, Leipzig 1902-08. Vd., in proposito, L. Holz, Donat et la tradition de l’enseignement grammatical, Paris 1981, pp. 15-36.

Studi sulla fortuna: H. Hagendahl, Latin Fathers and the Classics, Göteborg 1958; G.E. Duckworth, The Nature of Roman Comedy. A Study in Popular Entertainment, Princeton 1952, pp. 396-433; M. Barchiesi, Un tema classico e medievale: Gnatone e Taide, Padova 1963 (su Terenzio nel Medioevo e in Dante).

Per le traduzioni ricordiamo: A. Ronconi, Terenzio, Le Commedie, Firenze 1960; O. Bianco, Terenzio, Commedie, Torino 1993 (rist. 2004); F. Bertini – V. Faggi, Le Commedie, Milano 2006; L. Piazzi, Adelphoe, Heautontimorumenos, Milano 2006; L. Pepe, Andria, Hecyra, Milano 2006. Singole commedie: A. Petrucci, Gli Adelphoe, Roma 19923, e D. Del Corno, I fratelli, Milano 200215; G. Zanetto, Andria, Milano 20012, e M.R. Posani, Andria, Bologna 1990; G. Zanetto, Eunuco, Milano 1999; M. Cavalli, La suocera, Milano 19944; G. Gazzola, Il punitore di se stesso, con intr. di D. Del Corno, Milano 20018; G. Zanetto, Formione, Milano 1991.

Ulteriori studi: C.R. Dodwell, The Vatican Terence and its Model, in Anglo-Saxon Gestures and the Roman Stage, Cambridge 2000, pp. 1-21; C.R. Morey, The Vatican Terence, CPh 26 (1931), pp. 374-385.

  1. Sitografia

Il testo originale delle sei commedie di Terenzio si può leggere nel sito The Latin Library, e, corredato di concordanze, lista delle parole, indici di frequenza, in IntraText. Nel progetto Perseus, il testo delle commedie latine è unito alla traduzione inglese con vocabolario e note al testo. Una traduzione italiana delle commedie si può leggere nel Progetto Ovidio.

La battaglia di Tapso (6 aprile 46 a.C.)

da Plutarco, Vita di Cesare, 52-53 in D. Magnino, A. La Penna (eds.), Plutarco. Vite parallele: Alessandro – Cesare, testo greco a fronte, Milano, BUR, 2007, pp. 422-427.

 

La battaglia di Tapso. Illustrazione di Igor Dzis.

 

52. τῶν δὲ περὶ Κάτωνα καὶ Σκηπίωνα μετὰ τὴν ἐν Φαρσάλῳ μάχην εἰς Λιβύην φυγόντων κἀκεῖ, τοῦ βασιλέως Ἰόβα βοηθοῦντος αὐτοῖς, ἠθροικότων δυνάμεις ἀξιολόγους, ἔγνω στρατεύειν ὁ Καῖσαρ ἐπ᾽ αὐτούς· καὶ περὶ τροπὰς χειμερινὰς διαβὰς εἰς Σικελίαν, καὶ βουλόμενος εὐθὺς ἀποκόψαι Τῶν περὶ αὐτὸν ἡγεμόνων ἅπασαν ἐλπίδα μελλήσεως καὶ διατριβῆς, ἐπὶ τοῦ κλύσματος ἔπηξε τὴν ἑαυτοῦ σκηνήν καὶ γενομένου πνεύματος ἐμβὰς ἀνήχθη μετὰ τρισχιλίων πεζῶν καὶ ἱππέων ὀλίγων, ἀποβιβάσας δὲ τούτους λαθών ἀνήχθη πάλιν, ὑπὲρ τῆς μείζονος ὀρρωδῶν δυνάμεως· καὶ κατὰ θάλατταν οὖσιν ἤδη προστυχών κατήγαγεν ἅπαντας εἰς τὸ στρατόπεδον. πυνθανόμενος δὲ χρησμῷ τινι παλαιῷ θαρρεῖν τοὺς πολεμίους, ὡς προσῆκον ἀεὶ τῷ Σκηπιώνων γένει κρατεῖν ἐν Λιβύῃ, χαλεπὸν εἰπεῖν εἴτε φλαυρίζων ἐν παιδιᾷ τινι τὸν Σκηπίωνα στρατηγοῦντα Τῶν πολεμίων, εἴτε καὶ σπουδῇ τὸν οἰωνὸν οἰκειούμενος, ἦν γὰρ καὶ παρ᾽ αὐτῷ τις ἄνθρωπος ἄλλως μὲν εὐκαταφρόνητος καὶ παρημελημένος, οἰκίας δὲ τῆς ‘ Ἀφρικανῶν Σκηπίων ἐκαλεῖτο Σαλλουστίων, τοῦτον ἐν ταῖς μάχαις προέταττεν ὥσπερ ἡγεμόνα τῆς στρατιᾶς, ἀναγκαζόμενος πολλάκις ἐξάπτεσθαι Τῶν πολεμίων καὶ φιλομαχεῖν. ἦν γὰρ οὔτε σῖτος τοῖς ἀνδράσιν ἄφθονος οὔτε ὑποζυγίοις χιλός, ἀλλὰ βρύοις ἠναγκάζοντο θαλαττίοις, ἀποπλυθείσης τῆς ἁλμυρίδος, ὀλίγην ἄγρωστιν ὥσπερ ἥδυσμα παραμιγνύντες ἐπάγειν τοὺς ἵππους, οἱ γὰρ Νομάδες ἐπιφαινόμενοι πολλοὶ καὶ ταχεῖς ἑκάστοτε κατεῖχον τὴν χώραν καί ποτε Τῶν Καίσαρος ἱππέων σχολὴν ἀγόντων ἔτυχε γὰρ αὐτοῖς ἀνὴρ Λίβυς ἐπιδεικνύμενος ὄρχησιν ἅμα καὶ μοναυλῶν θαύματος ἀξίως, οἱ δὲ τερπόμενοι καθῆντο τοῖς παισὶ τοὺς ἵππους ἐπιτρέψαντες, ἐξαίφνης περιελθόντες ἐμβάλλουσιν οἱ πολέμιοι, καὶ τοὺς μὲν αὐτοῦ κτείνουσι, τοῖς δὲ εἰς τὸ στρατόπεδον προτροπάδην ἐλαυνομένοις συνεισέπεσον. εἰ δὲ μὴ Καῖσαρ αὐτός, ἅμα δὲ Καίσαρι Πολλίων Ἀσίννιος βοηθοῦντες ἐκ τοῦ χάρακος ἔσχον τὴν φυγήν, διεπέπρακτ᾽ ἂν ὁ πόλεμος, ἔστι δ᾽ ὅτε καὶ καθ᾽ ἑτέραν μάχην ἐπλεονέκτησαν οἱ πολέμιοι συμπλοκῆς γενομένης, ἐν ᾗ Καῖσαρ τὸν ἀετοφόρον φεύγοντα λέγεται κατασχὼν ἐκ τοῦ αὐχένος ἀναστρέψαι καὶ εἰπεῖν “ἐνταῦθα εἰσιν οἱ πολέμιοι”.

 

Elefante africano. Mosaico, II-III sec. d.C. Tunisi, Musée nationale du Bardo.

 

53. τούτοις μέντοι τοῖς προτερήμασιν ἐπήρθη Σκηπίων μάχῃ κριθῆναι καὶ καταλιπὼν χωρὶς μὲν Ἀφράνιον, χωρὶς δὲ Ἰόβαν δι᾽ ὀλίγου στρατοπεδεύοντας, αὐτὸς ἐτείχιζεν ὑπὲρ λίμνης ἔρυμα τῷ στρατοπέδῳ περὶ πόλιν Θάψον, ὡς εἴη πᾶσιν ἐπὶ τὴν μάχην ὁρμητήριον καὶ καταφυγή. πονουμένῳ δὲ αὐτῷ περὶ ταῦτα Καῖσαρ ὑλώδεις τόπους καὶ προσβολὰς ἀφράστους ἔχοντας ἀμηχάνῳ τάχει διελθὼν τοὺς μὲν ἐκυκλοῦτο, τοῖς δὲ προσέβαλλε κατὰ στόμα, τρεψάμενος δὲ τούτους ἐχρῆτο τῷ καιρῷ καὶ τῇ ῥύμῃ τῆς τύχης, ὑφ᾽ ἧς αὐτοβοεὶ μὲν ᾕρει τὸ Ἀφρανίου στρατόπεδον, αὐτοβοεὶ δὲ φεύγοντος Ἰόβα διεπόρθει τὸ τῶν Νομάδων ἡμέρας δὲ μιᾶς μέρει μικρῷ τριῶν στρατοπέδων ἐγκρατὴς γεγονὼς καὶ πεντακισμυρίους τῶν πολεμίων ἀνῃρηκώς οὐδὲ πεντήκοντα τῶν ἰδίων ἀπέβαλεν. οἱ μὲν ταῦτα περὶ τῆς μάχης ἐκείνης ἀναγγέλλουσιν· οἱ δὲ οὔ φασιν αὐτὸν ἐν τῷ ἔργῳ γενέσθαι, συντάττοντος δὲ τὴν στρατιὰν καὶ διακοσμοῦντος ἅψασθαι τὸ σύνηθες νόσημα· τὸν δὲ εὐθὺς αἰσθόμενον ἀρχομένου, πρὶν ἐκταράττεσθαι καὶ καταλαμβάνεσθαι παντάπασιν ὑπὸ τοῦ πάθους τὴν αἴσθησιν ἤδη σειομένην, εἴς τινα, τῶν πλησίον πύργων κομισθῆναι καὶ διαγαγεῖν ἐν ἡσυχίᾳ, τῶν δὲ πεφευγότων ἐκ τῆς μάχης ὑπατικῶν καὶ στρατηγικῶν ἀνδρῶν οἱ μὲν ἑαυτοὺς διέφθειραν ἁλισκόμενοι, συχνοὺς δὲ Καῖσαρ ἔκτεινεν ἁλόντας.

 

Q. Cecilio Metello Pio Scipione. Africa sett., 47-46 a.C. Denario, Ar. 3,75 gr. Recto: Scipio Imp(erator). Elefante africano.

 

52. Catone e Scipione[1] dopo la battaglia di Farsalo erano fuggiti con i loro seguaci in Africa, e lì con l’aiuto del re Giuba[2] avevano radunato forze consistenti; Cesare decise di muovere contro di loro e venuto in Sicilia verso il solstizio d’inverno, volendo subito troncare le speranze di rinvio o di indugio che i suoi ufficiali nutrivano, mise le sue tende proprio in riva al mare: quando si levò il vento si imbarcò con tremila fanti e pochi cavalieri. Fatti sbarcare questi, di nuovo si mise per mare, segretamente, temendo per il grosso dell’esercito che incontrò in navigazione e che portò con il resto al campo. Qui venne a sapere che i nemici fidavano in un antico oracolo secondo il quale sempre la schiatta degli Scipioni avrebbe prevalso in Africa: ed è difficile dire se volesse farsi gioco di Scipione, comandante avversario, oppure volesse sul serio conciliarsi il vaticinio, ma siccome aveva nel suo esercito uno della casata di Scipione (per altro un uomo oscuro e diseredato), di nome Scipione Salvitto[3], lo pose sempre nelle battaglie in prima fila come comandante dell’esercito, dato che spesso era costretto a venire a contatto con i nemici e combattere. Non c’era infatti cibo sufficiente per tutti gli uomini, né foraggio per gli animali; essi erano costretti a nutrire i cavalli con piante marine, dopo averne deterso la salsedine, mescolandovi poca erba per dare un po’ di sapore. I Numidi infatti presidiavano quella regione sbucando ogni volta celermente e in gran numero; una volta, mentre i cavalieri di Cesare erano a riposo e, affidati i cavalli ai garzoni, sedevano divertendosi (un Africano faceva per loro una dimostrazione di danza e intanto suonava il flauto in modo mirabile), all’improvviso i nemici li circondano, e gli si buttano addosso, e alcuni li uccidono all’istante, altri ne inseguono mentre fuggono verso il campo in rotta. E se lo stesso Cesare, e con lui Asinio Pollione, accorsi in aiuto dal vallo non avessero frenato la fuga, la guerra si sarebbe conclusa in quel momento. Anche un’altra volta si venne alle mani e i nemici ebbero il sopravvento: in quel caso si dice che Cesare, preso per il collo l’aquilifero che fuggiva, lo fece voltare e gli disse: “Là sono i nemici!”.

 

Giuba I, re di Numdia. Testa, marmo, II sec. d.C. da Cherchell. Paris, Musée du Louvre.

 

53. Scipione fu indotto da questi successi a venire a battaglia decisiva; e lasciati da un lato Afranio e dall’altro Giuba, accampati a breve distanza, si diede a fortificare un luogo per il campo al di là del lago, vicino alla città di Tapso, perché fosse il punto di partenza per la battaglia e il luogo di rifugio per tutti. E mentre egli era affaccendato in tutto ciò, Cesare, superati con incredibile velocità i luoghi selvosi che presentavano impensate uscite, circondò una parte dei nemici, altri ne assalì frontalmente. Dopo aver volto in fuga questi, sfruttò la favorevole opportunità che la sorte gli offriva, e così al primo assalto conquistò il campo di Afranio e ugualmente al primo impeto saccheggiò quello dei Numidi, mentre Giuba si diede alla fuga: così, in una piccola parte di un sol giorno, divenne padrone di tre accampamenti, tolse di mezzo cinquantamila nemici e dei suoi non ne perse nemmeno cinquanta. Così riferiscono alcune fonti su questa battaglia; ma altre dicono che Cesare non prese parte all’assalto, perché mentre schierava in ordine l’esercito fu colto da un attacco epilettico; egli si accorse di quanto gli stava succedendo prima di uscir di sé e di essere totalmente sopraffatto dal male, e quando ormai le sue facoltà vacillavano si fece portare in una delle torri vicine e se ne stette lì tranquillo. Tra gli ex-consoli e gli ex-pretori scampati alla battaglia alcuni si uccisero al momento della cattura, parecchi ne fece uccidere Cesare dopo che furono fatti prigionieri.

Prigionieri nordafricani. Mosaico, II-III sec. d.C. Musée archaéologique de Tipaza.

 

***

Note:

[1] Q. Cecilio Metello Scipione, suocero di Pompeo, comandava a Farsalo il centro dell’esercito pompeiano. Morirà suicida in Africa dopo la battaglia di Munda, avendo guidato quella guerra come generale supremo.

[2] Giuba I, figlio di Iempsale II, re di Numidia e Getulia, fu sempre ostile a Cesare; famoso per la sua arroganza e crudeltà, nella campagna d’Africa del 46 si uccise in Zama dopo la battaglia di Tapso, prima di essere raggiunto da Cesare vittorioso.

[3] Non si sa nulla di costui; c’è questione anche per quel che riguarda il nome.

La battaglia di Zela – 2 agosto 47 a.C. (fonti)

 

Plut. Caes. 50 [Plutarco, Vite parallele: Cesare, intr. A. La Penna, tr. D. Magnino, Milano 2009(2), 434-435 (con note)]

 

κἀκεῖθεν ἐπιὼν τὴν Ἀσίαν ἐπυνθάνετο Δομίτιον μὲν ὑπὸ Φαρνάκου τοῦ Μιθριδάτου παιδὸς ἡττημένον ἐκ Πόντου πεφευγέναι σὺν ὀλίγοις, Φαρνάκην δὲ τῇ νίκῃ χρώμενον ἀπλήστως καὶ Βιθυνίαν ἔχοντα καὶ Καππαδοκίαν Ἀρμενίας ἐφίεσθαι τῆς μικρᾶς καλουμένης, καὶ πάντας ἀνιστάναι τοὺς ταύτῃ βασιλεῖς καὶ τετράρχας. [2] εὐθὺς οὖν ἐπὶ τὸν ἄνδρα τρισὶν ἤλαυνε τάγμασι, καὶ περὶ πόλιν Ζῆλαν μάχην μεγάλην συνάψας αὐτὸν μὲν ἐξέβαλε τοῦ Πόντου φεύγοντα, τὴν δὲ στρατιὰν ἄρδην ἀνεῖλε· [3] καὶ τῆς μάχης ταύτης τὴν ὀξύτητα καὶ τὸ τάχος ἀναγγέλλων εἰς Ῥώμην πρός τινα τῶν φίλων Ἀμάντιον ἔγραψε τρεῖς λέξεις· “ἦλθον, εἶδον, ἐνίκησα.” [4] Ῥωμαϊστὶ δὲ αἱ λέξεις εἰς ὅμοιον ἀπολήγουσαι σχῆμα ῥήματος οὐκ ἀπίθανον τὴν βραχυλογίαν ἔχουσιν.

 

Di lì passato in Asia, Cesare venne a sapere che Domizio, sconfitto da Farnace, figlio di Mitridate[1], era fuggito dal Ponto con pochi compagni, mentre Farnace, che già occupava la Bitinia e la Cappadocia, sfruttando la vittoria senza alcun senso della misura, aspirava alla cosiddetta Armenia Minore e ne sobillava tutti i re e tetrarchi. [2] Subito marciò contro di lui con tre legioni e, dopo una gran battaglia presso Zela[2], lo fece fuggire dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. [3] Nell’annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Mazio tre sole parole: “Venni, vidi, vinsi!”. [4] In latino queste parole, che terminano allo stesso modo, rappresentano un modello di concisione[3].

 

 

[1] Domizio fu sconfitto a Nicopolis nel dicembre del 48 da Farnace, figlio di Mitridate; rimasto neutrale nella guerra tra Cesare e Pompeo ritenne opportuno, dopo la battaglia di Farsalo, recuperare le terre che erano state sottratte al padre da Pompeo, e così invase Cappadocia e piccola Armenia. Domizio gli intimò di lasciare le terre occupate, e quando egli non lasciò l’Armenia gli venne contro; ma fu sconfitto.

[2] Città sul Ponto Polemoniaco ove si combatté la battaglia il 2 agosto del 47.

[3] Svetonio ci dice che il motto fu poi portato nel trionfo che Cesare celebrò per quella vittoria.

 

Farnace II. Statere, Panticapaeum 55-54 a.C. Au. 8, 10 gr. Recto: Busto diademato di Farnace, voltato a destra, con chioma fluente.

 

Suet. Caes. 35; 37 (passim) [Svetonio, Vite dei Cesari, intr. S. Lanciotti, tr. F. Dessù, Milano 2016(20), 80-83].

 

[35] […] Ab Alexandria in Syriam et inde Pontum transiit, urgentibus de Pharnace nuntiis, quem Mithridatis Magni filium ac tunc occasione temporum bellantem iamque multiplici successu praeferocem, intra quintum quam adfuerat diem, quattuor quibus in conspectum uenit horis, una profligauit acie […].

 

[35] […] Da Alessandria passò in Siria, e quindi nel Ponto, richiamatovi dalle inquietanti notizie su Farnace, figlio di Mitridate il Grande, che aveva colto il momento opportuno per iniziare le ostilità e si era imbaldanzito per i molteplici successi: quattro giorni dopo il suo arrivo, lo distrusse in una sola battaglia durata meno di quattro ore […].

 

[37] […] Pontico triumpho inter pompae fercula trium uerborum praetulit titulum, “ueni, uidi, uici”, non acta belli significantem sicut ceteris, sed celeriter confecti notam.

[37] […] Per il trionfo sul Ponto, in mezzo alle ricchezze portate in mostra, fece esporre su un cartello con sopra scritto: “Venni, vidi, vinsi”, sottolineando così la fulmineità della campagna, invece di dettagliarne le diverse azioni come per le altre.

 

Cesare in battaglia. Illustrazione di G. Rava.

 

App. Mith. 120 [Appiano, Le guerre di Mitridate, a cura di A. Mastrocinque, Milano 1999, 164-167 (con note)]

 

Φαρνάκης δ᾽ ἐπολιόρκει Φαναγορέας καὶ τὰ περίοικα τοῦ Βοσπόρου, μέχρι τῶν Φαναγορέων διὰ λιμὸν ἐς μάχην προελθόντων ἐκράτει τῇ μάχῃ, καὶ βλάψας οὐδέν, ἀλλὰ φίλους ποιησάμενος καὶ λαβὼν ὅμηρα, ἀνεχώρει. μετ᾽ οὐ πολὺ δὲ καὶ Σινώπην εἷλε καὶ Ἀμισὸν ἐνθυμιζόμενος καὶ Καλουίνῳ στρατηγοῦντι ἐπολέμησεν, ᾧ χρόνῳ Πομπήιος καὶ Καῖσαρ ἐς ἀλλήλους ᾖσαν, ἕως αὐτὸν Ἄσανδρος ἐχθρὸς ἴδιος, Ῥωμαίων οὐ σχολαζόντων, ἐξήλασε τῆς Ἀσίας. ἐπολέμησε δὲ καὶ αὐτῷ Καίσαρι καθελόντι Πομπήιον, ἐπανιόντι ἀπ᾽ Αἰγύπτου, περὶ τὸ Σκότιον ὄρος, ἔνθα ὁ πατὴρ αὐτοῦ Ῥωμαίων τῶν ἀμφὶ Τριάριον ἐκεκρατήκει: καὶ ἡττηθεὶς ἔφευγε σὺν χιλίοις ἱππεῦσιν ἐς Σινώπην. Καίσαρος δ᾽ αὐτὸν ὑπ᾽ ἀσχολίας οὐ διώξαντος, ἀλλ᾽ ἐπιπέμψαντος αὐτῷ Δομίτιον, παραδοὺς τὴν Σινώπην Δομιτίῳ ὑπόσπονδος ἀφείθη μετὰ τῶν ἱππέων. καὶ τοὺς ἵππους ἔκτεινε πολλὰ δυσχεραινόντων τῶν ἱππέων, ναυσὶ δ᾽ ἐπιβὰς ἐς τὸν Πόντον ἔφυγε, καὶ Σκυθῶν τινας καὶ Σαυροματῶν συναγαγὼν Θεοδοσίαν καὶ Παντικάπαιον κατέλαβεν. ἐπιθεμένου δ᾽ αὖθις αὐτῷ κατὰ τὸ ἔχθος Ἀσάνδρου, οἱ μὲν ἱππεῖς ἀπορίᾳ τε ἵππων καὶ ἀμαθίᾳ πεζομαχίας ἐνικῶντο, αὐτὸς δὲ ὁ Φαρνάκης μόνος ἠγωνίζετο καλῶς, μέχρι κατατρωθεὶς ἀπέθανε, πεντηκοντούτης ὢν καὶ βασιλεύσας Βοσπόρου πεντεκαίδεκα ἔτεσιν.

 

Farnace assediava Fanagoria e gli abitanti vicini del Bosforo, fino a quando i Fanagorei furono costretti dalla fame a uscire e dare battaglia; egli li vinse, ma non volle far loro del male, bensì li rese suoi amici, prese ostaggi e si allontanò. Poco tempo dopo si impadronì pure di Sinope e contava di prendere anche Amiso; fece guerra con il generale Calvino[1], all’epoca in cui Pompeo e Cesare muovevano l’uno contro l’altro; infine Asandro[2], suo nemico personale, lo cacciò dall’Asia, mentre i Romani erano ancora impegnati. Combatté poi anche con lo stesso Cesare, che aveva eliminato Pompeo e ritornava dall’Egitto, presso il monte Scotios, dove suo padre aveva avuto la meglio sui Romani condotti da Triario[3]. Qui fu sconfitto e fuggì con mille cavalieri verso Sinope. Cesare era troppo impegnato per inseguirlo, ma inviò contro di lui Domizio. Farnace consegnò a Domizio la città di Sinope, e in base a un accordo fu lasciato andare insieme ai suoi cavalieri. Fece uccidere i cavalli, tra il generale dispiacere dei cavalieri, si imbarcò sulle navi e fuggì verso il Ponto, dove radunò alcuni Sciti e Sarmati, con cui prese Teodosia e Panticapeo. Asandro, per inimicizia, lo attaccò nuovamente e i cavalieri di Farnace furono vinti perché non avevano cavalli e non sapevano combattere a piedi. Il solo Farnace combatté con valore finché non fu trafitto e morì, all’età di cinquant’anni, dopo aver regnato sul Bosforo per quindici anni[4].

 

 

[1] In realtà il suo nome era Cneo Domizio Calvino, che era stato incaricato da Cesare di amministrare la Siria e le province limitrofe; cercando di bloccare l’avanzata di Farnace, che aveva riconquistato l’Armenia Minore e la Cappadocia, egli fu sconfitto presso Nicopoli: Cesare, Bellum Alexandrinum 34-41; Cassio Dione, XLII, 46.

[2] Asandro era genero di Farnace, il quale gli aveva affidato il regno del Bosforo nel momento in cui egli aveva intrapreso la riconquista dei territori che un tempo erano appartenuti a Mitridate, ma poi si ribellò a Farnace nella speranza di vedersi attribuire il regno dai Romani: Cassio Dione, XLII, 46, 4.

[3] Cfr. cap. 89; la medesima notazione si trova in Cesare, Bellum Alexandrinum 72-73 e in Cassio Dione, XLII, 48, 2, il quale afferma che Cesare innalzò un trofeo accanto a quello eretto da Mitridate dopo la sua vittoria su Triario. Sulla campagna di Cesare contro Farnace, nel 47 a.C., resa famosa dal messaggio inviato a Roma: “veni, vidi, vici”, dopo la vittoria presso Zela, cfr. Cesare, Bellum Alexandrinum 45-78; Cassio Dione, XLII, 47; Plutarco, Caesar 50.

[4] Il ribelle Asandro, dopo avere ucciso Farnace (cfr. Cassio Dione, XLII, 47, 5), non riuscì a farsi assegnare il regno bosforano da Cesare, che gli preferì Mitridate di Pergamo, rampollo della corte mitridatica che si era dimostrato fedelissimo a Cesare nella guerra alessandrina contro Pompeo e i Pompeiani; tuttavia Mitridate di Pergamo non riuscì a prendere possesso del suo regno, perché fu ucciso da Asandro, che regnò sul Bosforo in quanto marito di Dynamis, figlia di Farnace: Cesare, Bellum Alexandrinum 78; Cassio Dione, XLII, 48.

 

Stele funeraria di Staphilos, da Panticapaeum.

 

Cass. Dio XLII, 45-48 [Cassio Dione, Storia romana, volume secondo (libri XXXIX-XLIII), a cura di G. Norcio, Milano 2016(3), 406-411]

 

[45] καὶ αὐτὸν ἐπὶ πλεῖον ἂν ἐν τῇ Αἰγύπτῳ κατέσχεν, ἢ καὶ ἐς τὴν Ῥώμην εὐθὺς αὐτῷ συναπῆρεν, | εἰ μήπερ ὁ Φαρνάκης καὶ ἐκεῖθεν πάνυ ἄκοντα τὸν Καίσαρα ἐξήγαγε καὶ ἐς τὴν Ἰταλίαν [2] ἐπειχθῆναι ἐκώλυσεν. οὗτος γὰρ παῖς μὲν τοῦ Μιθριδάτου ἦν καὶ τοῦ Βοσπόρου τοῦ Κιμμερίου ἦρχεν, ὥσπερ εἴρηται, ἐπιθυμήσας δὲ πᾶσαν τὴν πατρῴαν βασιλείαν ἀνακτήσασθαι ἐπανέστη κατ᾽ αὐτὴν τήν τε τοῦ Καίσαρος καὶ τὴν τοῦ Πομπηίου στάσιν, καὶ οἷα τῶν Ῥωμαίων τότε μὲν πρὸς ἀλλήλους ἀσχόλων γενομένων, αὖθις δὲ ἐν τῇ [3] Αἰγύπτῳ κατασχεθέντων, τήν τε Κολχίδα ἀκονιτὶ προσηγάγετο καὶ τὴν Ἀρμενίαν ἀπόντος τοῦ Δηιοτάρου πᾶσαν, τῆς τε Καππαδοκίας καὶ τῶν τοῦ Πόντου πόλεών τινας, αἳ τῷ τῆς Βιθυνίας νομῷ [46] προσετετάχατο, κατεστρέψατο. πράσσοντος δὲ αὐτοῦ ταῦτα ὁ Καῖσαρ αὐτὸς μὲν οὐκ ἐκινήθη (οὔτε γὰρ ἡ Αἴγυπτός πω καθειστήκει, καὶ ἐλπίδος τι εἶχε δι᾽ ἑτέρων αὐτὸν χειρώσεσθαἰ), Γναῖον δὲ Δομίτιον Καλουῖνον ἔπεμψε, τήν τε Ἀσίαν οἱ καὶ …… στρατόπεδα προστάξας. [2] καὶ ὃς τὸν Δηιόταρον καὶ τὸν Ἀριοβαρζάνην προσλαβὼν ἤλασεν εὐθὺς ἐπὶ τὸν Φαρνάκην ἐν τῇ Νικοπόλει ὄντα (καὶ γὰρ ταύτην προκατειλήφεἰ), καὶ καταφρονήσας, ἐπειδὴ ἐκεῖνος τὴν παρουσίαν αὐτοῦ φοβηθεὶς ἀνοχὴν ἐπὶ πρεσβεύσει ἑτοίμως ἔσχε ποιήσασθαι, οὔτε ἐσπείσατο αὐτῷ καὶ [3] συμβαλὼν ἡττήθη. καὶ ὁ μὲν ἐκ τούτου ἐς τὴν Ἀσίαν, ἐπειδὴ μήτε ἀξιόμαχός οἱ ἦν καὶ ὁ χειμὼν προσῄει, ἀνεχώρησεν· Φαρνάκης δὲ μεγάλα δὴ φρονῶν τά τε ἄλλα τὰ ἐν τῷ Πόντῳ προσκατεκτήσατο, καὶ Ἀμισὸν καίπερ ἐπὶ πλεῖον ἀντισχοῦσαν εἷλέ τε καὶ διήρπασε, τούς τε ἡβῶντας ἐν αὐτῇ πάντας ἀπέκτεινε, καὶ ἐς τὴν Βιθυνίαν τήν τε Ἀσίαν ἐπὶ ταῖς αὐταῖς τῷ πατρὶ ἐλπίσιν ἠπείγετο. [4] κἀν τούτῳ μαθὼν τὸν Ἄσανδρον, ὃν ἐπίτροπον τοῦ Βοσπόρου κατελελοίπει, νενεοχμωκότα, οὐκέτι περαιτέρω προεχώρησεν· ἐκεῖνος γάρ, ἐπειδὴ τάχιστα πόρρω τε ὁ Φαρνάκης ἀπ᾽ αὐτοῦ προϊὼν ἠγγέλθη, καὶ ἐδόκει, εἰ καὶ τὰ μάλιστα ἔν γε τῷ παρόντι ἀνθοῖ, ἀλλ᾽ οὔτι γε καὶ ἔπειτα καλῶς ἀπαλλάξειν, ἐπανέστη αὐτῷ ὡς καὶ τοῖς Ῥωμαίοις τι χαριούμενος τήν τε δυναστείαν τοῦ Βοσπόρου παρ᾽ αὐτῶν ληψόμενος. [47] τοῦτ᾽ οὖν ὁ Φαρνάκης ἀκούσας ὥρμησεν ἐπ᾽ αὐτὸν μάτην· τὸν γὰρ Καίσαρα ἐν τῇ ὁδῷ εἶναι καὶ ἐς τὴν Ἀρμενίαν ἐπείγεσθαι πυθόμενος ἀνέστρεψε, κἀνταῦθα αὐτῷ περὶ Ζέλαν συνέτυχεν. ὁ γὰρ Καῖσαρ τοῦ τε Πτολεμαίου τελευτήσαντος καὶ τοῦ Δομιτίου νικηθέντος οὔτε εὐπρεπῆ οὔτε λυσιτελῆ οἱ τὴν ἐν τῇ Αἰγύπτῳ διατριβὴν ἐνόμισεν εἶναι, ἀλλὰ ἀφωρμήθη, καὶ τάχει πολλῷ χρησάμενος ἐς τὴν Ἀρμενίαν ἀφίκετο. [2] ἐκπλαγεὶς οὖν ὁ βάρβαρος, καὶ πολὺ μᾶλλον τὴν ὁρμὴν ἢ τὸν στρατὸν αὐτοῦ καταδείσας, προσέπεμψεν αὐτῷ πρὶν πλησιάσαι πολλάκις προκηρυκευόμενος, εἴ πως τὸ παρὸν ἐφ᾽ ὁτῳδὴ συνθέμενος ἐκφύγοι. [3] προΐσχετο δὲ ἄλλα τε καὶ ἐν τοῖς μάλιστα ὅτι οὐ συνήρατο τῷ Πομπηίῳ· καὶ ἤλπιζεν ὑπάξεσθαί τε αὐτὸν ἐς σπονδὰς ἅτε καὶ ἐς τὴν Ἰταλίαν τήν τε Ἀφρικὴν ἐπειγόμενον, καὶ ἀπελθόντος αὐτοῦ ῥᾳδίως αὖθις πολεμήσειν. [4] ὑποπτεύσας οὖν τοῦτο ὁ Καῖσαρ τοὺς μὲν πρώτους καὶ τοὺς δευτέρους πρέσβεις ἐφιλοφρονήσατο, ὅπως ὅτι μάλιστα ἀπροσδοκήτῳ οἱ τῇ τῆς εἰρήνης ἐλπίδι προσπέσῃ, τῶν δὲ τρίτων ἐλθόντων τά τε ἄλλα ἐπεκάλεσεν αὐτῷ καὶ ὅτι τὸν Πομπήιον τὸν εὐεργέτην ἐγκατέλιπεν. [5] καὶ οὐκ ἀνεβάλετο, ἀλλ᾽ εὐθὺς αὐθημερόν, ὥσπερ εἶχεν ἐκ τῆς ὁδοῦ, συνέμιξε, καί τινα χρόνον ὑπό τε τῆς ἵππου καὶ ὑπὸ τῶν δρεπανηφόρων ἐκταραχθεὶς ἔπειτα τοῖς ὁπλίταις ἐκράτησε. καὶ ἐκεῖνον μὲν ἐκφυγόντα ἐπὶ τὴν θάλασσαν, καὶ ἐς τὸν Βόσπορον μετὰ τοῦτο ἐσβιαζόμενον, ὁ Ἄσανδρος εἶρξέ τε καὶ [48] ἀπέκτεινε· Καῖσαρ δὲ ἐπὶ τῇ νίκῃ, καίπερ οὐ πάνυ διαπρεπεῖ γενομένῃ, πολὺ καὶ ὅσον ἐπ᾽ οὐδεμιᾷ ἄλλῃ ἐφρόνησεν, ὅτι ἔν τε τῇ αὐτῇ ἡμέρᾳ καὶ ἐν τῇ αὐτῇ ὥρᾳ καὶ ἦλθε πρὸς τὸν πολέμιον καὶ εἶδεν αὐτὸν καὶ ἐνίκησε. [2] καὶ τά τε λάφυρα πάντα, καίτοι πλεῖστα γενόμενα, τοῖς στρατιώταις ἐδωρήσατο, καὶ τρόπαιον, ἐπειδήπερ ὁ Μιθριδάτης ἀπὸ τοῦ Τριαρίου ἐνταῦθά που ἐγηγέρκει, ἀντανέστησε· καθελεῖν μὲν γὰρ τὸ τοῦ βαρβάρου οὐκ ἐτόλμησεν ὡς καὶ τοῖς ἐμπολεμίοις θεοῖς ἱερωμένον, τῇ δὲ δὴ τοῦ ἰδίου παραστάσει καὶ ἐκεῖνο συνεσκίασε καὶ τρόπον τινὰ καὶ κατέστρεψε. [3] καὶ μετὰ τοῦτο τὴν χώραν ὅσην τῶν τε Ῥωμαίων καὶ τῶν ἐνόρκων σφίσιν ἀποτετμημένος ὁ Φαρνάκης ἦν ἐκομίσατο, καὶ αὐτὴν πᾶσαν ὡς ἑκάστοις τοῖς ἀπολέσασιν ἔδωκε, πλὴν μέρους τινὸς τῆς Ἀρμενίας, ὃ τῷ Ἀριοβαρζάνει ἐχαρίσατο. [4] τούς τε Ἀμισηνοὺς ἐλευθερίᾳ ἠμείψατο, καὶ τῷ Μιθριδάτῃ τῷ Περγαμηνῷ τετραρχίαν τε ἐν Γαλατίᾳ καὶ βασιλείας ὄνομα ἔδωκε, πρός τε τὸν Ἄσανδρον πολεμῆσαι ἐπέτρεψεν, ὅπως καὶ τὸν Βόσπορον κρατήσας αὐτοῦ λάβῃ, ὅτι πονηρὸς ἐς τὸν φίλον ἐγένετο.

 

 

[45] E [Cleopatra] l’avrebbe trattenuto in Egitto più a lungo, o sarebbe partita immediatamente per Roma insieme a lui [= Cesare], se Farnace non l’avesse strappato di là contro voglia e non gli avesse impedito di venire in Italia. [2] Costui era figlio di Mitridate e governava, come ho già detto, sul Bosforo Cimmerio. Desideroso di recuperare tutto il dominio paterno, prese le armi proprio durante la contesa tra Cesare e Pompeo. Mentre i Romani erano dapprima fortemente impegnati in una guerra fratricida e poi trattenuti in Egitto, [3] conquistò facilmente la Colchide, e durante l’assenza di Deiotaro tutta l’Armenia e alcune città della Cappadocia e del Ponto, che facevano parte della provincia di Bitinia. [46] Mentre Farnace faceva tali conquiste, Cesare non si mosse dall’Egitto, perché il paese non era ancora tranquillo, e d’altra parte sperava di poter vincere Farnace per mezzo dei suoi luogotenenti. Gli mandò contro Gneo Domizio Calvino, affidandogli il comando dell’Asia e di …… legioni. [2] Calvino unì a sé gli eserciti di Deiotaro e di Ariobarzane e marciò subito contro Farnace, che si trovava nella città di Nicopoli, da lui già conquistata. Farnace, atterrito dall’arrivo di Calvino, gli mandò messi, dichiarandosi pronto a intavolare trattative di pace; ma Calvino, credendosi superiore in forze, non accettò e lo assalì. [3] Sconfitto, si ritirò in Asia, perché non si riteneva capace di fronteggiarlo e anche perché l’inverno era vicino. Intanto Farnace, inorgoglito, conquistò le altre regioni del Ponto e anche la città di Amiso, benché resistesse a lungo. Dopo la conquista, saccheggiò la città, uccise tutti gli uomini atti alle armi che in essa si trovavano, e si affrettò verso la Bitinia e l’Asia, animato dalle stesse speranze che aveva avuto suo padre. [4] Avendo saputo che Asandro, a cui aveva affidato il governo del Bosforo, macchinava novità, non avanzò oltre: Asandro, infatti, appena fu informato che Farnace era partito per un luogo lontano da lui, pensando che un eventuale successo di questo re non sarebbe stato duraturo, insorse, convinto di fare cosa gradita ai Romani e che avrebbe ricevuto da loro il governo del Bosforo. [47] Saputo ciò, Farnace marciò contro Asandro, ma la spedizione fu inutile: informato che Cesare era in marcia e che si affrettava verso l’Armenia, tornò indietro e lo incontrò presso Zela. Dopo la morte di Tolemeo e la sconfitta di Domizio, Cesare aveva capito che non era né lodevole né utile per lui un ulteriore soggiorno in Egitto: perciò era partito, e con una veloce marcia era giunto in Armenia. [2] Il barbaro fu spaventato e, temendo molto più la sua rapidità che il suo esercito, gli inviò parecchi messaggi prima che si avvicinasse, desiderando intavolare trattative di pace allo scopo di evitare in un modo o nell’altro il presente pericolo. [3] Gli disse varie cose, e gli ricordò soprattutto che non aveva aiutato Pompeo. Sperava di persuaderlo a fare la pace, convinto che Cesare aveva fretta di tornare in Africa e in Italia: dopo la sua partenza, egli avrebbe facilmente ripreso la guerra. [4] Cesare, che aveva sospettato proprio questo, accolse benevolmente la prima e la seconda ambasceria, per poter assalire Farnace mentre era lontanissimo dal pensare a un attacco a causa delle trattative di pace in corso. Ma quando giunse la terza ambasceria, mosse veri rimproveri a Farnace, tra cui il non aver aiutato Pompeo, che lo aveva beneficato. Così non perse tempo e subito, lo stesso giorno in cui era arrivato, proprio appena giunse, lo attaccò. [5] Per un momento ebbe qualche difficoltà a causa della cavalleria e dei carri falcati del nemico; ma poi con la sua fanteria armata pesantemente ebbe la meglio. Farnace fuggì verso il mare e poi tentò di entrare nel Bosforo; ma Asandro lo bloccò e lo uccise. [48] Cesare fu assai orgoglioso di questa vittoria, più di ogni altra, quantunque non fosse stata molto brillante, perché nello stesso giorno e nella stessa ora in cui era venuto in contatto col nemico l’aveva visto e sconfitto. Di tutte le spoglie, benché fossero di grandissimo valore, fece dono ai soldati, [2] e poiché Mitridate aveva un giorno eretto qui un trofeo per la vittoria su Triario, fece innalzare accanto ad esso un altro trofeo. Non osò distruggere quello del barbaro, perché era stato consacrato agli dèi della guerra; però, mettendogli vicino il proprio, annullava l’importanza del trofeo nemico e in un certo modo lo distruggeva. [3] Riconquistati i territori di Roma e degli alleati, che erano stati occupati da Farnace, li distribuì tutti ai singoli sovrani che li avevano perduti, eccettuata una piccola parte dell’Armenia, di cui fece dono ad Ariobarzane. [4] Agli abitanti di Amiso concesse la libertà; a Mitridate, detto il Pergameno, diede la tetrarchia in Galazia e il titolo di re, e gli permise di fare la guerra contro Asandro, affinché, dopo aver vinto costui che aveva tradito l’amico, potesse ottenere la signoria sul Bosforo.

 

 

 

Bibliografia di approfondimento:

 

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Le fonti numismatiche

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 106-115.

 

L’importanza delle monete come fonte storica riguarda non solo il campo economico, ma anche quello politico. Ciò è particolarmente vero per le monete antiche, nelle quali si teneva conto di altri elementi e scopi oltre a quello puramente economico di garantire con un marchio ufficiale il valore del mezzo di scambio. La monetazione dell’impero romano, con la sua grande abbondanza e varietà di emissioni, è un chiaro esempio di questa duplice quantità di testimonianza. Dalle monete antiche ricaviamo dunque, oltre che l’informazione tecnica e artistica connessa col lato formale di questo tipo di monumento (sistemi di fusione o di coniazione; metalli e leghe; qualità artistica dell’esecuzione; ritrattistica ecc.) una testimonianza economico-finanziaria, ed una politica.

 

Tesoretto di Bredon Hill. Radiati, argento, 244-282 d.C. ca. da Bredon Hill (Worcestershire). Worcester City Art Gallery & Museum.

 

Vedendo nella moneta il mezzo di scambio, lo storico trarrà da essa tutto quanto è possibile sapere in tale campo economico-finanziario: qualità e modalità di emissione, vari piedi monetari e rapporti fra essi, diffusione in estensione geografica e in volume delle varie monete ecc. E si potranno notare da questo punto di vista, limitandoci alla monetazione romana, il ritardo dei Romani nell’accogliere la moneta; lo strano dualismo monetario del IV-III sec. a.C., con le rozze monete di bronzo fuse (l’as del peso di 273 gr.), a Roma, accanto alla monetazione argentea emessa da Capua per conto di Roma; l’adeguamento alla monetazione greca (denarius = drachma); la monetazione aurea cominciata pure in Campania su piccola scala e rimasta sempre secondaria sotto la repubblica; le successive modificazioni nelle unità e nelle leghe; la varietà di emissioni provinciali specialmente in Oriente; la pluralità delle zecche; l’inflazione del III secolo; la restaurazione costantiniana col solidus d’oro, e molti altri fenomeni; mentre i depositi di monete trovati nei più lontani paesi, anche fuori del territorio dell’antico impero, testimoniano della diffusione del commercio e dell’autorità sui mercati della moneta romana.

 

S.P.Q.R., Asse, Roma, 225-217 a.C. ca. Æ 228, 05 gr. Recto: Testa di Giano barbata.

La testimonianza politica comincia col fatto stesso che la coniazione è espressione di sovranità o almeno di autonomia. Solo un’autorità statale può decretare che si batta moneta; se l’autorità è monarchica, oltre che preferire l’oro per una coniazione, in certo senso, di prestigio, di monete largamente diffuse e accettate (ad es. i darici persiani e i filippici macedoni), pone la propria effigie sul recto della moneta; così fecero i sovrani ellenistici e a Roma, per primo, Cesare dittatore. Durante la guerra sociale del 90-89 a.C. gli alleati italici ribellatisi a Roma manifestarono la loro indipendenza e sovranità anche con larghe emissioni di monete. Gli stessi magistrati romani investiti di comando militare, specialmente a partire dall’epoca di Silla, si ritennero autorizzati in virtù del loro imperium a battere moneta per le necessità dell’esercito, specialmente d’oro: abbiamo così emissioni di Silla, di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano ecc., documenti diretti di storia politica, d’inestimabile valore. Da questa monetazione militare dei generali, derivò la moneta imperiale; infatti durante l’impero l’imperatore coniò l’oro e l’argento, e il senato coniò il bronzo, mentre i governatori delle province senatorie continuarono pure a battere moneta: sempre, naturalmente, con l’effigie dell’imperatore. Le emissioni erano frequenti, e sulle monete figurava la titolatura imperiale, compresi i consolari, le salutazioni imperatorie e le tribuniciae potestates (nella zecca di Alessandria anche gli anni secondo il calendario egiziano), mentre sul verso figuravano simboli e leggende connessi con fatti storici o provvedimenti presi: indizi preziosi per la storia e per la cronologia, anche se bisogna fare attenzione al motivo propagandistico largamente sfruttato nelle monete (un’analogia si potrebbe trovare con i moderni francobolli).

 

M. Nonio Sufena. Denario, Roma, 57 a.C. AR 3, 75 gr. Verso: Roma su spolia opima, incoronata da Vittoria (Pr.[L] – VP.F; Sex. Noni, in exergo).
Q. Cecilio Metello Pio. Denario, Italia settentrionale, 81 a.C. AR 3, 54 gr. Verso: Brocca e lituo con leggenda imper(atori) iscritti in una corona d’alloro

 

La moneta antica era in realtà un formidabile mezzo di propaganda. Già nel periodo repubblicano i magistrati addetti alla zecca ponevano sulle monete, col proprio nome, figurazioni tratte dalle tradizioni della propria famiglia. Per l’impero basterebbe scorrere un elenco di leggende, per trovare nelle personificazioni divine di concetti astratti e nelle espressioni simboleggianti una realtà vera o da imporre come vera le tracce di una pertinace linea propagandistica. Spigolando, a titolo di esempio, dalle emissioni di Caro, Carino e Numeriano raccolte in appendice al libro di P. Meloni su questi imperatori (Cagliari 1948, p. 202 sgg.) troviamo: ABVNDANTIA AVG., AEQVITAS AVG., CLEMENTIA TEMPORVM, FELICITAS PVBLICA, FORTVNA REDVX, INDVLGENTIA AVG., PAX AETERNA, PIETAS AVG., PROVIDENTIA AVG., PVDICITIA AVG., SAECVLI FELICITAS, SALVS PVBLICA, SECVRITAS PVBLICA, VNDIQVE VICTORES, VICTORIA AVG., VIRTVS AVG. ecc., cioè un litaniare di proclamazioni di felicità, probabilmente «felicità per decreto» (cfr. l’episodio di Plut. Caes. 59, 6).

 

M. Aurelio Caro. Antoniniano, Ticinum, 282-283 d.C. AR 4, 25 gr. Verso: Virtus stante verso destra, con lancia e scudo; in leggenda: Virtu-s Aug(usti).
M. Aurelio Carino. Antoniniano, Roma 283-285 d.C. AR-Æ 3, 59 gr. Verso: Fides stante verso sinistra con due labari; in leggenda: Fides militum; in exergo, la sigla KAE.

 

 

Tuttavia queste leggende, anche se amplificate, sono certamente occasionate da fatti che noi possiamo ritenere come più o meno acquisiti alla storia a seconda dell’esistenza o meno, per essi, di fonti parallele. Quando leggiamo su una moneta la leggenda CONCORDIA EXERCITVVM attorno al simbolo di due mani che s’intrecciano, possiamo pensare a malumori rientrati di gruppi di legioni; la leggenda di una moneta di Nerva FISCI IVDAICI CALVMNIA SVBLATA allude alla abolizione da parte di Nerva di un’odiosa imposta sugli Ebrei stabilita da Domiziano, e conferma quello che sappiamo d’altra parte sulla larghezza d’idee e di propositi del vecchio imperatore; e le cure dello stesso per gli Italici sono confermate da un’altra leggenda, VEHICVLATIONE ITALIAE REMISSA, alludente all’esenzione concessa a coloro che abitavano lungo le grandi vie consolari dell’obbligo di fornire il necessario al cursus publicus, cioè al servizio dei corrieri di stato; rifornimento che venne assunto direttamente dall’amministrazione statale.

 

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 96 d.C. AR 3, 28 gr. Verso: Coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria issata sulla prora di una nave. L’immagine è iscritta in una leggenda, che recita: Concordia exercituum.

 

M. Cocceio Nerva. Sesterzio, Roma 96 d.C. Æ 27, 19 gr. Verso: La palma, simbolo della Provincia di Syria-Palaestina; intorno corre la leggenda Fisci Iudaici – calumnia sublata; nel campo sinistro S(enatus) e in quello destro C(onsulto).

 

Vi sono poi monete esplicitamente commemorative, i cosiddetti medaglioni, come quelli coniati da Antonino Pio per il IX centenario della fondazione di Roma: vere monete aventi corso normale, come multiple di tipi correnti; talvolta, sempre per speciali motivi propagandistici, alcuni imperatori ritennero di «restaurare» monete dei loro predecessori. Fra i pezzi di propaganda rientrerebbero, secondo la spiegazione di Andreas Alföldi (Die Kontorniaten, Budapest 1943), anche i cosiddetti contorniati, monete con un bordo e varie figurazioni, apparse nella seconda metà del IV sec. e al principio del V, ma non come mezzi di scambio. Essi sarebbero gettoni per spettacoli, che l’aristocrazia ancora pagana di Roma (siamo ai tempi di Simmaco e della contesa per l’ara della Vittoria nella curia) distribuiva come mezzo di propaganda, per richiamare con le raffigurazioni delle divinità e dei personaggi della storia di Roma, al culto della vecchia religione e delle antiche glorie. Si danno anche altre spiegazioni (S. Mazzarino, in «Enc. Arte Class.», II, 1959, pp. 784-791).

 

Antonino Pio. Aureo, Roma, 147 d.C. AV 7, 13 gr. Verso: Enea in fuga con Anchise sulle spalle, tenendo il piccolo Ascanio per mano. Intorno, la leggenda: Tr(ibunicia) Pot(estas) – Co(n)s(ul) III.

 

Del resto le monete sono preziose per la storia della religione, specialmente come la più sicura fonte ufficiale per i culti sanzionati dallo Stato. Le monete imperiali diffusero la conoscenza delle personificazioni caratteristiche della mentalità religiosa romana, quali la Fides, l’Aequitas, la Spes, l’Honos e la Virtus (personificazioni di cui si meravigliava il greco Plutarco, Quaest. Rom. 13), e viceversa ci danno testimonianza dell’atteggiamento degli imperatori di fronte ai culti non romani, specialmente orientali, dal culto isiaco che appare sulle monete di Vespasiano, il quale appunto in Egitto aveva avuto la prima acclamazione imperatoria, a quello del Sol Invictus di Aureliano, e alla apparizione del monogramma di Cristo sulle monete di Costantino. Si tratta insomma di una documentazione che ha in tutto il suo complesso il carattere dell’ufficialità, e a ragione la critica storica più recente rivolte ad essa particolare attenzione. Vedasi ciò che dice H. Mattingly, uno dei maggiori specialisti, in Cambridge Ancient History (CAH), XII, 1939, pp. 713-720.

T. Flavio Vespasiano. Diobolo, Alessandria, 74-75 d.C. Æ 11, 40 gr. Verso: Busto drappeggiato di Iside, voltato a destra, con basileion sulla testa.

 

L. Domizio Aureliano. Antoniniano, Serdica, inizi 274 d.C. Æ-AR 3, 31 gr. Verso: Sol, radiato, stante, verso sinistra; regge nella mano sinistra un globo e la destra è alzata sopra un prigioniero ai suoi piedi; in leggenda: Oriens Aug(usti).

 

Anche per le monete, come per i papiri, non esiste un corpus. Ne fu iniziato uno dietro suggerimento del Mommsen (Corpus nummorum) e sotto il patronato dell’Accademia di Prussia, ma esso si limitò a raccogliere le monete del Nord della Grecia (Die antiken Münzen Nord-Griechenlands, 1898-1935, a cura di Pick, Regling, Münzer, Strack, Gaebler ; nel 1965 si è aggiunto il volume delle monete di Perinto a cura di E. Schönert), e quelle della Misia (Die antiken Münzen Mysien, 1913, a cura di Fritze). Praticamente fermo, questo corpus è sostituito dal 1931 dalla Sylloge nummorum Graecorum iniziata dalla British Academy, e pubblicata con volumi per singole collezioni. Del resto suppliscono alla mancanza di grandi corpora i cataloghi dei musei, in primo luogo del British Museum di Londra, e per le monete romane in particolare non mancano in verità opere eccellenti, sia per classificazione che per commento. Anzitutto conserva ancora valore la grande trattazione di J. Eckhel, Doctrina numorum veterum (8 volumi, Vienna 1792-98; un 9° vol. postumo nel 1826), con la quale comincia la moderna scienza numismatica; per la moneta romana in particolare v’è la trattazione di T. Mommsen, Geschichte der römischen Münzwesens, Berlin 1860, con la traduzione francese (ampliata, e quindi la sola da adoperare) in 4 volumi di Blacas e de Witte (Paris 1865-75, Histoire de la monnaie romaine). Per le monete repubblicane le raccolte fondamentali sono: E. Babelon, Description historique et chronologique des monnaies de la République romaine (2 volumi, Paris 1885-86, con Nachträge, cioè aggiunte, di Bahrfeldt del 1897 e 1900), e il catalogo del British Museum, cioè H.A. Grüber, Coins of the Roman Republic in the British Museum (3 voll., Londra 1909); più recente M.H. Crawford, Roman Republican Coinage (RRC), Cambridge 1975, seguito ad opera dello stesso autore dall’importante trattato Coinage and Money under the Roman Republic. Italy and the Mediterranean Economy, London 1985. Per le monete imperiali: H. Cohen, Description historique des monnaies frappés sous l’empire romain (8 volumi, 2a ed., Paris 1884-1892, riprodotta anastaticamente a Lipsia nel 1930 e a Graz fra il 1955 e il 1957); inoltre il catalogo del British Museum: H. Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum (6 voll., da Augusto a Balbino e Pupieno, 1923-1930-1936-1940-1950-1962) e, fondamentale anche per il suo carattere di sistematicità e completezza, la grande opera di Mattingly – Sydenham – Sutherland – Carson, The Roman Imperial Coinage (RIC), ora completa nei suoi dieci volumi: I (1923 rist. 1984), da Augusto a Vitellio; II (1926), da Vespasiano ad Adriano; III (1930), da Antonino a Commodo; IV 1 (1936), IV 2 (1938), da Pertinace a Pupieno; IV 3 (1949), da Gordiano III a Uranius Antoninus (uno dei numerosi usurpatori, verso il 248); V 1 (1927), V 2 (1933), da Valeriano a Diocleziano; VI (1967), da Diocleziano alla morte di Massimino; VII (1966), Costantino e Licinio; VIII (1981), la famiglia di Costantino (337-364); IX (1951), da Valentiniano I a Teodosio I; X (1994) da Arcadio e Onorio al 491. È stata pure iniziata a cura del British Museum e della Bibliothèque Nationale di Parigi una serie dedicata alla monetazione provinciale, Roman Provincial Coinage (RPC), di cui è uscita la prima parte in due volumi: A. Burnett – M. Amandry – P.P. Ripollès, RPC, I. From the Death of Caesar to the Death of Vitellius (44 B.C. – A.D. 69), London-Paris 1992. In Italia è stato iniziato nel 1972 a Firenze da A. Banti – L. Simonetti un Corpus Nummorum Romanorum, di cui sono usciti alcuni volumi riguardanti la monetazione repubblicana del I sec. a.C. (in ordine alfabetico delle gentes dei monetales) e la monetazione triumvirale e augustea.

Accanto a queste raccolte complete, anche per le monete vi sono delle scelte, ove sono raccolti i tipi più significativi per la storia. Tra queste: G.F. Hill, Historical Roman Coins (Londra 1909), e H. Mattingly, Roman Coins from the Earliest Times to the Fall of the Roman Empire (Londra 1927, 2a ed. 1960).

Per l’orientamento generale ci si rivolgerà ai trattati, ove sono studiati con particolare accentuazione o l’aspetto propriamente numismatico, o l’artistico, o il metrologico, o lo storico di questa categoria di materiale archeologico: tali E. Babelon, nella prima parte del I volume (Théorie et doctrine) del suo Traité des monnais grecques et romaines (4 voll., Paris 1901-1932); Head., Historia numorum (2a ed., Oxford 1911), un indispensabile repertorio di monete storiche; il nostro A. Segré, Metrologia e circolazione monetaria degli antichi (Bologna 1928), che considera soprattutto il fenomeno monetario in sé riprendendo il classico Essai sur l’organisation politique et économique de la monnaie dans l’antiquité di F. Lenormant (Paris 1863, rist. anast. Amsterdam 1970); inoltre, con carattere più pratico, Hill., A Handbook of Greek and Roman Coins (Londra 1899); gli ancora utili «Manuali Hoepli» di F. Gnecchi, Monete romane, Milano 1935 (rist. anast. 1977) e il più generale di S. Ambrosoli – F. Gnecchi, Manuale elementare di numismatica, 6a ed. Milano 1922 (rist. anast. 1975); L. Breglia, Numismatica antica. Storia e metodologia, Milano, Feltrinelli, 1964; K. Christ, Antike Numismatik. Einführung und Bibliographie, Darmstadt 1967; Ph. Grierson, Numismatics, Oxford 1975 (trad. it. di N. De Domenico, Roma 1984, nelle «Guide», 15); la sintesi di M.H. Crawford, La moneta in Grecia e a Roma, Universale Laterza 615, Bari 1982. M. Grant, Roman Imperial Money, London 1954, è importante per le deduzioni storiche circa l’impero romano. Sul particolare carattere della testimonianza storica delle monete, si vedano Th. Reinach, L’histoire par les monnaies (Paris 1902), una raccolta di saggi di numismatica applicata alla storia; L. Breglia, Possibilità e limiti del contributo numismatico alla ricerca storica, in «Annali Ist. Ital. Numism.», IV, 1957, pp. 219-223; G.G. Belloni, Significati storico-politici delle figurazioni e delle scritte delle monete da Augusto a Traiano, in ANRW, II 1, 1974, pp. 997-1144 ed ivi (II, 12, 3, 1985, pp. 89-115), del medesimo, Monete romane (repubblica e impero) in quanto opera d’artigianato e arte. Osservazioni o impostazione di problemi. L’aggiornamento è tenuto dalle riviste: la francese Revue numismatique, lo Zeitschrift für Numismatik di Berlino, la nostra Rivista Italiana di Numismatica, Milano 1888 sgg., l’inglese Numismatic Chronicle ecc.

Infine non è da dimenticare la metrologia, la scienza delle misure, che ha molti punti di contatto con la numismatica. Il manuale classico è sempre quello di F. Hultsch, Griechische und römische Metrologie, 2a ed., Berlin 1882 (rist. anast. Graz 1971).

 

 

Esempio di contributo della testimonianza numismatica alla soluzione di un problema storico

 

Soprattutto le questioni cronologiche possono essere illuminate e talora risolte dalla testimonianza delle monete.

Nell’anno 73 Domiziano ebbe da Domizia Longina un figlio. Tutto fa pensare che il piccolo non superasse l’infanzia, ma si vorrebbe determinare l’epoca della sua morte, fissando almeno un terminus ante quem. Il termine più alto di fonte letteraria è l’anno 88 (Martial. IV 3, 8). Le monete ci permettono di innalzarlo ancora.

Vediamo, dal Catalogo del Museo Britannico (Coins of the Roman Empire in the British Museum, II, 1930, a cura di H. Mattingly), le leggende di alcune monete di Domizia:

  • 311 nr. 62 (tav. 61, 6), Aureo:

r.: DOMITIA AVGVSTA IMP(eratoris) DOMIT(iani)

v.: DIVVS CAESAR IMP(eratoris) DOMITIANI F(ilius)

  • 311 nr. 63 (tav. 61, 7), Denario:

r: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda

  • 413 nr. 501 (tav. 82, 3), Sesterzio:

r.: DOMITIAE AVG(ustae) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESAR(is) MATRI S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 502, altro Sesterzio:

r.: Stessa leggenda

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 503 (tav. 82, 4), Dupondio:

r.: DOMITIA AVG(usta) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 414, Asse:

r.: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda.

 

Domizia Longina. Sesterzio, Roma 82 d.C. Æ 26, 85 gr. Verso: L’Augusta Domizia è raffigurata al centro, assisa in trono, con lo scettro nella sinistra; tiene la destra levata ad indicare un fanciullo dinanzi a lei, a sinistra; la leggenda: Divi Caesar(is) Mater.

 

Domizia Longina. Denario, Roma 82-83 d.C. AR 3, 51 gr. Verso: Un bambino seduto su globo, volto a sinistra, con braccia aperte e sette stelle intorno; la leggenda: Divus Caesar imp(eratoris) Domitiani f(ilius).

 

È posto l’accento sul fatto che Domizia è la madre del piccolo Cesare divinizzato (quindi morto). Come madre del piccolo dio Domizia stessa appare in foggia divina, con gli attributi di Cerere, della Concordia Augusta, della Pietas Augusta. Ma a noi importa specialmente che queste monete siano databili. Purtroppo non lo sono con assoluta precisione, perché manca per Domiziano l’indicazione della tribunicia potestas o del consolato o delle salutazioni imperatorie. Ma sono databili con precisione relativa, sì da permettere di fissare il terminus ante quem cercato. In nessuna di queste monete appare l’epiteto Germanicus che Domiziano assunse alla fine dell’83 o al più tardi ai primi dell’84, dopo la spedizione contro i Catti. Le monete sono perciò da collocare cronologicamente fra il 14 settembre 81 (dies imperii di Domiziano, che diede subito a Domizia il titolo di Augusta, cfr. Atti degli Arvali, CIL VI 2060) e la fine dell’83 o i primi dell’84. Ne consegue che il piccolo Cesare morì prima della fine dell’83 o dei primi dell’84, al massimo decenne. Del resto dove egli è rappresentato sulle monete, appare come piccolo bambino (Coins, II, tav. 61, nrr. 6 e 7; tav. 82, nr. 3). Altro non è dato di stabilire con precisione. Si può continuare con la congettura. Si danno due possibilità: o che egli fosse morto prima dell’accesso al trono di Domiziano, e che Domiziano nel suo sentimento di rivincita nei confronti della posizione di secondo piano nella quale era stato tenuto dal padre e dal fratello, e di revisione polemica dei loro principi di governo, appena giunto al trono esaltasse tutto quanto si riferiva alla sua propria famiglia, specialmente in vista dell’idea monarchico-divina da lui vagheggiata; oppure può darsi che il piccolo fosse morto nel corso di questi poco più che due anni: lo farebbe pensare anche la relativa unicità di emissione. Più tardi non abbiamo più infatti monete di Domizia (che sopravvisse per oltre quarant’anni a Domiziano): esse sono tutte concentrate in questo periodo, ed hanno tutte più o meno relazione con quella maternità divina, sì da far pensare ad un’occasione particolare. È vero che noi non siamo sicuri di conoscere tutta la monetazione (è il limite caratteristico delle testimonianze di questo genere, valevole anche per le iscrizioni), ma pare difficile che non si sia conservato almeno un pezzo di altro periodo, se ci fosse stato. Se così è, cioè se il piccolo Cesare morì dopo l’accesso al trono del padre, anche la successione di Domiziano, che taluno suppose difficile e contrastata, dovrebbe essere confermata nella sua spontaneità e naturalezza, del resto già nota, perché Domiziano che aveva un figlio, mentre Tito era morto senza prole maschile, rappresentava oltre a tutto la speranza di continuazione dinastica.

Atti degli Arvali (CIL VI 2060). Tabula, marmo, 81 d.C. ca. dal Lucus deae Diae, La Magliana. Roma, Museo Nazionale Romano.

Farsalo, 9 agosto 48 a.C.

di S. Sheppard, Farsalo, Cesare contro Pompeo, in Roma e Grecia. Le battaglie, gli eserciti, i grandi condottieri, n. 3, RBA Italia, Milano 2010, pp. 54-82.

Piani contrapposti

Peter Dennis, Cesare e l'alto comando
Cesare attorniato dai suoi ufficiali, pianifica la battaglia. Illustrazione di Peter Dennis

Ogni giorno, dopo l’arrivo di Pompeo sulla pianura di Farsalo, Cesare schierava il suo esercito e si offriva allo scontro aperto. Ogni volta, però, era ostacolato dai limiti dell’antico modo di combattere: oltre che per un’imboscata (come Roma sperimentò a sue spese nel 217 a.C. sul lago Trasimeno) o per un caso (come sperimentò a suo vantaggio nel 197 a.C. a Cinocefale), una battaglia poteva cominciare solo quando entrambi i contendenti erano convinti di essere in vantaggio sul nemico. Anche Pompeo schierava il suo esercito, ma non avanzava mai oltre il fianco delle colline che circondavano il lato nord della pianura. Non volendo cedere il vantaggio di una posizione più elevata, Pompeo rinunciava ogni volta a dare battaglia.

Cesare aveva previsto la risposta di Pompeo ed era pronto a stare al suo gioco, spostando le truppe ogni giorno un po’ più vicino all’accampamento di Pompeo, in modo da sollevare il morale dei suoi uomini. Poi, una volta palesata la sua strategia, Cesare levò il campo e cominciò a marciare verso nord-est, in direzione di Scotussa. Era convinto che i suoi veterani potessero affrontare la marcia molto meglio dell’esercito di Pompeo, «che non era abituato a duri sforzi», e sperava di poterlo attirare in battaglia alle sue condizioni lungo il cammino.

La mattina del 9 agosto (7 giugno secondo il calendario attuale), le truppe di Cesare smontarono le tende e si disposero in colonna davanti all’entrata dell’accampamento, pronte a iniziare la marcia. In un primo momento non diedero importanza al fatto che Pompeo facesse uscire l’esercito dal suo campo dislocandolo come al solito ai piedi delle colline. Gli osservatori fecero però notare a Cesare che questa volta c’era qualcosa di diverso: Pompeo stava muovendo l’esercito dal fianco delle colline verso la pianura, facendolo precedere a sud-est in senso antiorario, sul terreno tra le alture e il fiume.

Era quello che Cesare stava aspettando. Disse seccamente ai suoi ufficiali: «Non avremo mai un’occasione migliore». Fece arrestare la marcia e dispiegò una bandiera purpurea, il segnale della battaglia. L’accampamento scoppiò in un’attività frenetica, come un alveare; gli uomini si affannarono a disfarsi dei loro carichi e si prepararono a combattere.

Cesare era così preso dal non farsi sfuggire il momento favorevole che ordinò di spianare i terrapieni, riempiendo i fossati con detriti in modo che le coorti potessero uscire già in formazione. Lasciò nell’accampamento duemila uomini di guardia, scelti tra i più anziani, e guidò le sue legioni verso la pianura. Influenzato dallo stato d’animo del loro comandante e gustando la prospettiva di vendicare la disfatta di Durazzo, il morale delle truppe era alto. Cesare passò a cavallo tra i suoi soldati e osservò che uno dei centurioni della X legione che si era riarruolato, Gaio Crastino, stava incitando gli uomini della sua coorte. Quando Cesare lo chiamò per nome, Crastino gli fece il saluto militare e, secondo Plutarco, gridò a voce alta: «Combatteremo nobilmente, o Cesare! E oggi farò in modo che tu mi ringrazierai, sia che io viva, sia che muoia!».

Perché Pompeo aveva deciso di combattere? Gli storici, sia antichi che moderni, hanno avanzato diverse ipotesi: Pompeo era ansioso di non perdere la fiducia che i suoi uomini avevano acquisito forzando il blocco di Cesare a Durazzo; con l’avanzare della stagione e il grano ormai quasi maturo, le tattiche fabiane non avrebbero avuto un grosso impatto sulle capacità di approvvigionamento di Cesare; la prospettiva di permettere a Cesare di rimanere in Oriente liberamente e indefinitamente era un insulto all’autorità di Pompeo fra i re della regione e una minaccia al suo prestigio a Roma.

Nessuno di questi fattori aveva però maggior peso dei risultati positivi che Pompeo stava assaporando dalla strategia da lui adottata di mantenere Cesare isolato e in marcia. Considerando le risorse a sua disposizione, comparate con le qualità belliche del suo avversario, una guerra di logoramento era senz’altro l’opzione migliore. Come ci riferisce Appiano, Pompeo «pensava che fosse rischioso puntare tutto su un singolo scontro contro uomini disperati e ben addestrati e contro la famosa buona fortuna di Cesare».

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).
Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Il problema che aveva assillato Pompeo, sin dallo scoppio della guerra, era che, mentre tutti erano d’accordo sull’assoluta maestria di Cesare nella conduzione dei suoi affari privati, lui, stando ai principi secondo i quali combatteva, non poteva essere altro che il primo tra i pari. La Repubblica, di cui era stato nominato difensore, era molto interessata ai risultati che poteva ottenere e i suoi rappresentanti – senatori, funzionari e aspiranti tali – non gli davano tregua. Uniti solo dall’odio per Cesare, il loro unico contributo allo sforzo bellico era quello di provocare e criticare il campione che avevano eletto. Troppo ansiosi di farla finita con la prepotenza di Cesare e di tornare a Roma per iniziare un’epurazione politica (e finanziaria) dei suoi sostenitori, spronarono Pompeo, dopo Durazzo, a cercare lo scontro finale. Il fatto che Cesare fosse pronto a dar loro battaglia tutte le mattine sin da quando erano arrivati sulla piana di Farsalo, non faceva che infiammare ancora di più i loro animi. Sebbene Pompeo li ammonisse che Cesare era costretto ad agire in quel modo perché i suoi approvvigionamenti cominciavano a scarseggiare e che quindi, proprio per questo, la cosa migliore sarebbe stata non far niente, loro lo accusarono di voler temporeggiare solo per prolungare la sua straordinaria autorità su di loro. Pompeo, il campione della Repubblica, si sentì ridicolizzato sul suo stesso campo: lo chiamavano il re dei re, l’Agamennone, dato che anche lui aveva avuto in battaglia dei re sotto il suo comando.

Che Pompeo stesso offrendo a Cesare lo scontro campale che voleva, non per volontà propria, è ricordato anche dall’esortazione, non certo entusiastica, fatta da Pompeo la mattina della battaglia e riportata da Appiano: «Io voglio ancora abbattere Cesare, ma siete stati voi a volere questo confronto!» disse ai suoi uomini. «Avanzate dunque, come state chiedendo da tempo!».

Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. Recto. VARRO PRO Q. Testa di Numa Pompilio laureata.
Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. RectoVarro pro q(uaestori). Testa laureata di Numa Pompilio.

Che Pompeo avesse forti timori sulla qualità delle forze al suo comando, è evidenziato chiaramente dalle disposizioni tattiche che rivelò al consiglio di guerra convocato alla vigilia della battaglia. Con stupore dei suoi subordinati, sostenne che l’esercito di Cesare poteva essere sconfitto prima ancora che le linee di combattimento entrassero in contatto. Si trattava solo di disporre la superiore cavalleria repubblicana aggirando Cesare sul fianco e attaccandolo da dietro. La fanteria sarebbe servita da incudine e la cavalleria da martello gigante; l’esercito di Cesare sarebbe rimasto schiacciato tra le due forze. In questo piano magistrale era implicito, anche se non dichiarato, che le legioni repubblicane avrebbero dovuto sopportare lunghe prove di forza contro i loro avversari, cosa che Pompeo aveva insistentemente cercato di evitare.

Labieno approvò entusiasticamente il piano d’attacco proposto da Pompeo, in buona parte perché, come capo della cavalleria repubblicana, il merito della sconfitta di Cesare sarebbe stato in buona parte suo. Assicurò al consiglio che l’esercito di Cesare era solo la brutta copia di quello che aveva conquistato la Gallia e giurò che sarebbe tornato vincitore dal campo di battaglia. Pompeo elogiò il suo zelo e fece lo stesso giuramento, seguito dalla maggior parte dei suoi. Nonostante i dubbi del comandante, il consiglio si separò con il morale molto alto e con grandi speranze.

Eserciti contrapposti

Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.
Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.

Quando la mattina del 9 agosto, Pompeo uscì allo scoperto, lasciò sette coorti di legionari e traci e altri ausiliari alleati a custodire l’accampamento e i forti limitrofi. Lasciò il campo con le rimanenti 11 legioni, o 110 coorti, 47.000 uomini in totale, con la classica formazione a triplex acies divisa verticalmente al comando di tre subordinati. Sulle ali e al centro stazionavano quelle legioni su cui Pompeo riponeva maggiore fiducia. Afranio comandava l’ala destra, che includeva la legione cilicia e le coorti che era riuscito a salvare in Spagna. Il centro era occupato da Scipione con le legioni siriane, veterane della debacle di Carre. L’ala sinistra, sotto Enobarbo, includeva due legioni, ribattezzate I e III, che Cesare aveva consegnato al Senato per la campagna di Partia prima dello scoppio della guerra civile. Le reclute riempivano gli spazi tra queste unità esperte. Per precauzione, Pompeo aveva disseminato tra le sue fila circa duemila evocati, veterani di campagne precedenti arruolati di nuovo, con l’idea di stabilizzarle e, se possibile, incoraggiarle. Pompeo si posizionò dietro l’ala sinistra per supervisionare lo svolgimento della battaglia.

Per tenergli testa, Cesare dispose una formazione identica a quella di Pompeo, anche se con meno uomini. Collocò le sue nove legioni – ottanta coorti, circa 22.000 uomini – in triplex acies, disposte anch’esse verticalmente e al comando di tre subordinati. Nell’ala sinistra, cioè il fianco che si appoggiava sul fiume, collocò la legione IX insieme alla VIII, legione notevolmente ridotta dopo Durazzo, per, secondo le parole dello stesso Cesare, «fare di due una sola legione». Quest’ala era sotto il comando di Antonio. Calvino, invece, comandava il centro, riprendendo la sua disputa con Scipione. L’ala destra era il fianco dove la migliore legione di Cesare, la X, occupava il posto d’onore; questa era agli ordini di Silla, anche se Cesare stesso monitorava le operazioni, situato dietro di essa, opposto al suo rivale.

Le coorti di Pompeo comprendevano circa 420 uomini ciascuna, con un fronte di 42 uomini. Siccome ogni legionario romano occupava uno spazio di 1,8 metri, ogni coorte ne occupava 75. Secondo lo schieramento standard in una legione in triplex acies, con quattro coorti nella prima linea, tre nella seconda e altre tre nella terza, le 11 legioni di Pompeo – 110 coorti – avrebbero avuto un fronte di 44 coorti (4 × 11) e avrebbero occupato uno spazio di 3,3 chilometri (44 × 75).

Non sappiamo quanto in profondità fosse schierata la cavalleria di Pompeo e non possiamo quindi precisare la lunghezza esatta della sua linea di battaglia, però deve essere astata almeno di 4 chilometri, orientata a sud-est, tra gli attuali villaggi di Krini, ai piedi delle colline, e Bitsiler, sul fiume.

Per affrontare lo scontro, Cesare fu costretto a restringere le proprie fila. Le sue coorti erano composte da appena 275 uomini, poco più della metà del normale (480), e la profondità dello spiegamento era di circa sei linee. Se avesse confidato maggiormente nelle sue legioni, Pompeo avrebbe potuto aspettare l’occasione di sferrare l’attacco in un terreno più aperto, dove, oltre a dare alla propria cavalleria maggior spazio di manovra, sarebbe stato nella posizione di distendere e allungare le linee della sua fanteria, obbligando Cesare a compensare, estendendo a sua volta le proprie linee, forse al punto di rottura. Considerando la superiorità qualitativa degli uomini di Cesare, Pompeo avrebbe potuto trarre vantaggio dallo spazio ristretto che il campo di Farsalo gli offriva: il fiume lo proteggeva sul fianco destro, e la profondità considerevole delle sue legioni gli avrebbe permesso di assorbire l’effetto sorpresa dell’attacco di Cesare, dando tempo alla cavalleria di assolvere il compito assegnatole, di circondare cioè l’esercito cesariano e di colpire la sua retroguardia.

Non c’è ragione di mettere in dubbio l’affermazione di Appiano: «Mai prima di allora un così gran numero di forze militari italiche si era scontrato su un unico campo di battaglia». Grazie però al caratteristico sciovinismo romano, è difficile risalire al numero totale di uomini coinvolti. Come fa notare Appiano, le autorità romane che fornivano le cifre più plausibili sulle truppe coinvolte «non diedero l’elenco delle forze alleate, né riportarono i loro nomi in quanto, trattandosi di stranieri, il loro contributo alla battaglia era insignificante, solo un supporto alle forze in campo».

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall'Egitto.
Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall’Egitto.

Qualsiasi fossero le cifre, avrebbero solo incrementato lo svantaggio di Cesare. Dal momento che, nel corso della campagna, aveva potuto racimolare al massimo poche migliaia di fanti leggeri greci dalla Dolopia, dall’Acarnania e dall’Etolia, Pompeo aveva a sua disposizione tutte le popolazioni poliglotte orientali: spartani e altri peloponnesiaci, beoti, ateniesi e macedoni dalla Grecia; traci, bitinici, frigi e ioni; lidi, panfilici, pisidi e paflagoni; cilici, siriani, fenici, giudei, arabi, ciprioti, frombolieri di Creta e molti altri isolani. Molte di queste unità nazionali sottostavano ai loro despoti, i quali scelsero di mostrare la loro fedeltà a Pompeo, recandosi di persona sul campo di battaglia. erano presenti Deiotaro, tetrarca della Galazia orientale, e Ariarate, re di Cappadocia, come pure due distinti contingenti armeni, uno proveniente dalla zona al di qua dell’Eufrate, guidato da Taxiles, e l’altro dalla zona al di là del fiume, sotto la guida di Megabate che faceva le veci del re Artavaside.

Appiano descrive gli alleati schierati «come per una parata». Sebbene dovessero essere uno spettacolo favoloso, scintillanti al sole del mattino con i loro innumerevoli stendardi e bandiere, la loro utilità era alquanto limitata.

Sempre secondo Appiano, Pompeo disseminò i migliori contingenti alleati – i macedoni, i peloponnesiaci, i beoti e gli ateniesi – a coprire gli spazi rimasti vuoti tra le coorti, «in quanto era convinto della loro tranquillità e disciplina». Molti degli alleati, però, erano dislocati deliberatamente in una zona sicura. Appiano poneva l’accento sulla scarsa considerazione che Cesare aveva di loro; ai suoi uomini li descriveva come soldati sempre pronti a fuggire e a farsi catturare come schiavi: «In breve – diceva Cesare – non c’è bisogno che combattiate contro di loro […] Vi chiedo di impegnarvi solo contro le truppe italiche, anche se gli alleati si attaccano alle vostre calcagna e vi vengono dietro come una muta di cani».

La vera disparità tra i due eserciti era evidente soprattutto nella cavalleria. È improbabile che cittadini romani combattessero a cavallo, né per uno schieramento, né per l’altro. L’intera cavalleria di Cesare consisteva di circa mille galli e germani, reclutati lontano dalla loro patria. Pompeo aveva invece a disposizione 6700 cavalieri, tra cui 600 galati, 500 traci, 200 macedoni, 500 galli e germani da Alessandria, 500 dalla Cappadocia, 200 siriani, per lo più arcieri, e 800 dallo stesso casato di Pompeo; i rimanenti erano dardani, bessi, tessali e uomini provenienti da altre nazioni.

Artavaside II di Armenia. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. Recto: Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.
Artavaside II di Armenia. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. Recto: Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.

Sul fianco destro Pompeo stazionò i fanti leggeri della Cappadocia e 600 cavalieri greci del Ponto, in modo che, una volta iniziata la battaglia, non ci fossero sorprese dalle lontane sponde dell’Enipeo. La maggior parte delle truppe di lanciatori alleate e della cavalleria si concentrava sul fianco destro della linea repubblicana, opposta alla cavalleria cesariana.

Adottando questa strategia tattica, Pompeo rinunciava alla possibilità di circondare contemporaneamente, con la cavalleria, i due fianchi dell’esercito cesariano, così come aveva fatto Annibale contro le legioni di Roma a Canne nel 216 a.C. Forse pensava che il fiume fosse già sufficiente a immobilizzare il fianco sinistro di Cesare. In ogni caso, l’esito della battaglia dipendeva ora dalla capacità della cavalleria repubblicana di sopraffare la controparte cesariana e di riversarsi contro il fianco destro e la retroguardia di Cesare, prima che le linee di Pompeo cedessero alla pressione delle legioni cesariane. Pompeo aveva buoni motivi per essere fiducioso: nell’imminente prova di resistenza, la forza di attacco della sua cavalleria, che già aveva un vantaggio numerico di 6 a 1 rispetto a quella di Cesare, sarebbe stata rafforzata da distaccamenti di arcieri e frombolieri.

Cesare dovette essersi reso conto delle intenzioni di Pompeo, vedendo la sua cavalleria concentrarsi sul fianco sinistro. Cosciente della propria inferiorità numerica, aveva fatto considerevoli passi in avanti per rinforzare l’evidente vulnerabilità della propria cavalleria. Cesare aveva fatto prove di operazioni di armi combinante, scegliendo cioè tra le truppe di prima linea gli uomini più giovani e adatti, equipaggiandoli e riqualificandoli per combattere come fanteria leggera, o antesignani, inframezzati con la cavalleria. Questa iniziativa, che aveva avuto un certo successo sulle schermaglie prima della battaglia, poteva far guadagnare del tempo a Cesare. Rinforzare la cavalleria in questo modo, però, avrebbe solo ritardato la sua sconfitta finale, inevitabile, data la superiorità delle forze di Pompeo.

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.
Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

Per risolvere questo problema, Cesare distaccò sei coorti, circa duemila uomini, dalla terza linea delle sue legioni e formò con esse una quarta linea sulla destra, disposta però in obliquo rispetto al resto dell’esercito, in modo da essere nascosta dietro la cavalleria, ma comunque pronta a entrare in azione non appena la cavalleria di Pompeo avesse invaso quel settore.

È possibile che Cesare sia stato influenzato dalla saggezza del generale greco Senofonte, che molto tempo prima aveva scritto nel suo Manuale del comandante di cavalleria che, siccome gli uomini a cavallo erano in una posizione più alta rispetto a quelli a pieni, era possibile nascondere la fanteria dietro la cavalleria, e se poi improvvisamente la fanteria «fosse uscita allo scoperto per affrontare il nemico […], avrebbe potuto costituire un fattore importante per una vittoria decisiva». In ogni caso, Cesare s’incaricò di far sì che questi uomini capissero l’importanza del ruolo affidato loro in un momento preciso della battaglia. Plutarco racconta che Cesare li esortava a non lanciare da lontano i loro pila, ma a «scagliarli verso l’alto, verso gli occhi e il viso del nemico; dicendo loro che quei bei giovani ballerini non avrebbero sopportato il luccichio dell’acciaio davanti ai loro occhi, ma sarebbero fuggiti per salvare le loro belle facce». Siccome la rivalità tra gli eserciti è una tradizione millenaria, Cesare può aver usato tale linguaggio, sicuro di toccare una corda sensibile dei suoi veterani incalliti e di far loro comprendere la sua idea.

La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.
La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.

Il punto di forza del giavellotto consisteva, oltre che nel suo potere di penetrazione, nel fatto di deformarsi dopo essersi conficcato nello scudo del nemico. Questo fattore, così significativo nell’ostacolare l’avanzata della fanteria avversaria, non aveva la stessa efficacia sulla cavalleria; i cavalieri potevano infatti ricevere i giavellotti sui loro scudi e continuare ad avanzare verso i legionari, ora privi della loro principale arma di difesa. Cesare sapeva inoltre che la cavalleria di Pompeo non avrebbe avuto l’impeto di passare attraverso un muro di scudi che avanzano improvvisamente verso di lei, spalla a spalla, pieno di punte di pila. Prima che la cavalleria abbia la capacità di perforare la fanteria in uno scenario simile, bisogna aspettare molti secoli, con l’invenzione delle staffe e la nascita di una nuova era bellica.

Le ultime istruzioni di Cesare ai suoi ufficiali della terza e quarta linea consistettero nel ricordare loro di non intervenire, fin quando lui non avesse dato loro il segnale con la bandiera.

Con i loro eserciti schierati, Cesare e Pompeo, entrambi a cavallo e ben visibili con i loro paludamenta, i mantelli rossi dei comandanti in capo, presero posizione ciascuno dietro le sue linee. Avendo entrambe le parti già pronunciato le rispettive parole d’ordine – per Cesare Venus venetrix (Venere, portatrice di vittoria), per Pompeo Hercules invictus (Ercole l’invincibile) – il tempo dei preparativi era scaduto ed era arrivato il momento della verità.

Il fragore delle armi

Ironicamente, dato l’ardore con cui entrambe le parti aveva desiderato lo scontro, ci fu un momento d’incertezza quando i due eserciti si ritrovarono uno di fronte all’altro nella pianura. Dione parla di un silenzio penetrante e di un senso di soggezione: «Non vennero subito alle armi. Provenienti dallo stesso paese e dalla stessa terra, con armi identiche e formazioni militari simili, nessuno dei due schieramenti se la sentiva di iniziare la battaglia».

Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.
Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.

Passarono i minuti e le truppe italiche aspettarono in silenzio nelle loro rispettive posizioni. Fu solo quando Pompeo vide che, a causa del ritardo, i suoi contingenti alleati cominciavano a disperdersi, e temette che ci potesse essere un collasso generale prima dell’inizio dello scontro, dette il segnale di attaccare. La cavalleria repubblicana iniziò a caricare lungo il fianco sinistro e in un istante la pianura tremò sotto il peso di 6000 cavalli al galoppo. Subito la cavalleria di Cesare rispose unendosi al fragore, mentre le prime due linee della fanteria cominciarono il loro macchinoso avvicinamento alle legioni pompeiane. Dione segnala che «quando le truppe alleate si lanciarono nella battaglia, gli altri si unirono a loro». La poca disciplina delle fila repubblicane, però, era un presagio di ciò che sarebbe successo in seguito.

Prima che le linee di Cesare si spingessero troppo in avanti, si percepì che qualcosa di molto particolare stava accadendo sul campo di battaglia. sfidando le tradizioni militari delle centurie romane, le legioni di Pompeo non si erano mosse di un passo dalle loro postazioni. Era una prova ulteriore della mancanza di fiducia nelle qualità belliche degli uomini sotto il suo comando. Piuttosto che rischiare un avanzamento, con il pericolo che le reclute potessero perdere il contatto con i veterani, facendo così aprire dei varchi nelle linee, che avrebbero consentito l’ingresso delle truppe cesariane, Pompeo aveva ordinato alle sue linee di rimanere ferme e di assorbire l’urto dell’assalto di Cesare direttamente dalla loro posizione iniziale.

Cesare criticò severamente tale decisione che, asserì, negò alle legioni repubblicane «l’innato eccitamento e l’ardore dell’animo che si accendono con il desiderio di combattere», e che arrivano al culmine dell’impeto della carica con le grida e lo squillare delle trombe: «Questo dovrebbe essere incoraggiato e non represso da un generale degno di tale nome».

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.
Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.

Pompeo, comunque, deve aver calcolato che, tutto sommato, era più importante quello che avrebbe guadagnato dal mantenere ferme le sue linee al momento dello scontro tra le due parti, di quello che avrebbe potuto perdere se i suoi uomini non avessero avuto un afflusso di adrenalina al momento dello slancio in avanti. Oltre a questo, poteva aver considerato due cose: prima di tutto, portare l’esercito di Cesare all’interno del suo avrebbe ridotto la distanza e quindi l’arco di tempo necessario alla cavalleria per circondare la retroguardia di Cesare; in questo modo i cesariani sarebbero finiti nella tana del lupo. Secondariamente, dovendo coprire a passo di carica l’intera distanza tra i due schieramenti, invece di scontrarsi col nemico a metà strada, le legioni di Cesare, una volta di fronte ai loro avversari, sarebbero state ormai affaticate e disorganizzate e avrebbero perso parte del mordente iniziale.

Contro un esercito inferiore, questo atteggiamento difensivo di Pompeo, che Cesare non aveva previsto, avrebbe potuto avere successo. In quel momento le legioni di Cesare si mostrarono degne del loro comandante. Quando fu evidente che l’esercito di Pompeo non intendeva muoversi, le coorti di Cesare si arrestarono spontaneamente a metà del percorso, ripresero fiato e ricompattarono le loro linee prima di proseguire. Alla distanza giusta, lanciarono i loro pila, sguainarono le spade e si avventarono con impeto sul nemico.

Cesare dovette sentirsi gratificato per tale dimostrazione di disciplina che gli anni trascorsi sotto il suo comando avevano inculcato nei suoi uomini. «Non che i pompeiani non fossero all’altezza del loro compito», fu costretto ad ammettere. Ricevettero la pioggia di pila sui loro scudi, in silenzio nelle loro fila, e ne lanciarono altrettanti prima dell’impatto con le legioni di Cesare. Ora era Pompeo a sentirsi gratificato; i suoi uomini avevano mantenuto le posizioni e, ancora più importante, la loro calma. Conservando la coesione, diedero il meglio di loro stessi combattendo corpo a corpo; Dione ricorda come questi combattimenti risultavano particolarmente crudi per la naturalezza fratricida della guerra civile: ci si poteva scontrare con un antico vicino, un amico o anche un familiare, «molti mandarono messaggi a casa attraverso il loro assassino». A Cesare era stato negato il rapido sfondamento che lui aveva previsto e che Pompeo più di tutto aveva temuto.

A questo punto, comunque, è da sottolineare come solo due delle tre linee di Cesare fossero impegnate in battaglia. Cesare stava infatti risparmiando la terza linea per due ragioni principali: primo, perché questa sarebbe stata utilizzata al momento opportuno per l’assalto finale; secondo, perché usando tutte e tre le linee contemporaneamente, la linea di riserva sarebbe rimasta isolata in mezzo al campo e la cavalleria repubblicana avrebbe potuto evitarla, portandosi ai fianchi e dietro le legioni impegnate in battaglia.

D’altra parte, sebbene le fonti non dicano niente in proposito, alla luce degli avvenimenti che seguirono, sembra verosimile che Pompeo abbia ordinato a tutte e tre le sue linee di stringersi immediatamente non appena fossero entrate in contatto col nemico. Senza dubbio quest’ordine ottenne l’effetto desiderato di sostenere le fila repubblicane, ma lasciò Pompeo senza coorti di riserva da utilizzare in caso di necessità contingenti.

Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó' Brógáin.
Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó’ Brógáin.

Con l’incudine (la fanteria) che tratteneva bene l’urto, l’attenzione di Pompeo deve essersi spostata velocemente ai progressi del suo martello, cioè la cavalleria sul fianco sinistro. A prima vista, tutto stava andando secondo i piani. La cavalleria di Cesare, numericamente inferiore, anche tenendo conto delle truppe leggere che si muovevano tra le zampe dei cavalli nemici, non avrebbero sopportato la pressione. Non c’è dubbio che sarebbe stata sopraffatta; il problema era se Cesare le avrebbe permesso di essere superata sistematicamente o se avrebbe dato istruzioni di interrompere deliberatamente il combattimento al momento critico, in modo da conservare la cavalleria come forza bellica vitale. Cesare stesso fa notare che «non potendo resistere all’attacco, la nostra cavalleria non conservò la posizione ma arretrò un poco»: nel resto del suo resoconto della battaglia non menziona più i suoi cavalieri.

Era necessario sacrificare interamente l’arma di cavalleria per portare a termine i propri obiettivi? Se così fosse, perché preoccuparsi di rinforzarla con truppe leggere specializzate? Plutarco ci dà la conferma che ci serve per concludere che quella ritirata fu premeditata; egli racconta che Cesare «diede il segnale e la sua cavalleria arretrò un poco, dando via libera a quelle sei coorti sussidiarie che erano state disposte in fondo, come riserva per coprire il fianco».

Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.
Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.

Si stava avvicinando il momento critico della battaglia. La cavalleria repubblicana, che godeva di libertà nella vasta pianura, iniziò a dividersi in squadroni individuali per circondare le linee di Cesare sul fianco destro, ora aperto. Non si sa se questa suddivisione fosse contenuta in un piano stabilito da Pompeo, se fu un’idea di Labieno eseguita man mano che si presentavano nuovi obiettivi, o semplicemente se le unità nazionali, mai pienamente integrate in una struttura di comando coesiva, iniziarono a decidere personalmente dove e quando attaccare. In qualunque caso, la già manifesta minaccia alla posizione di Cesare fu esacerbata dallo spettro degli arcieri e dai frombolieri che seguivano la poderosa cavalleria repubblicana. In pochi secondi sarebbero stati una posizione tale da poter scagliare una pioggia di frecce sull’ala destra della X legione di Cesare. Non ci sono dubbi che fu Pompeo stesso a scegliere quell’ala per concentrare il suo attacco sul fianco: il fante romano utilizzava il braccio per impugnare la spada e gli uomini della X legione non avrebbero potuto utilizzare al meglio i loro scudi per difendersi.

Fu in quel momento che la cavalleria pompeiana, perso il suo impulso iniziale, diventò più vulnerabile. Si era frammentata in numerose unità e, galoppando su e giù, si preparava al grande accerchiamento delle linee nemiche. A quel punto Cesare ordinò di alzare il vexillum come segnale di attacco per la sua quarta linea di riserva.

Per far sì che questa mossa audace avesse l’effetto voluto, la sorpresa doveva essere assoluta. La quarta linea di Cesare, quando sarebbe iniziata la carica, non poteva quindi trovarsi a più di 100 metri dal fianco della cavalleria di Pompeo; era l’unico modo per far sì che la fanteria pesante si scagliasse contro la cavalleria. Il bello è che non furono scoperti e presi in considerazione dalle forze d’assalto repubblicane fino a quando non uscirono dal fianco di Cesare. Le fonti storiche parlano di legionari della quarta linea che, all’inizio dell’attacco, improvvisamente «balzarono in piedi», il che significa che fino ad allora erano rimasti inginocchiati e con gli stendardi abbassati; in uno spazio aperto questo non sarebbe però bastato a nasconderli. Si può solo desumere che la cavalleria di Cesare angolò la sua linea di ritirata in modo tale da nascondere l’avanzata  della quarta linea per alcuni preziosi istanti, sufficienti però a permettere loro di riversarsi sul nemico, concentrato sul suo obiettivo: le retroguardie della triplex acies di Cesare.

La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.
La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.

La quarta linea di Cesare effettuò la carica più decisiva che la fanteria abbia mai eseguito contro la cavalleria. Questa totale inversione dei principi del combattimento deve aver pietrificato i cavalieri repubblicani; quando si riebbero dallo shock era ormai troppo tardi; i legionari piombarono su di loro come un’onda, infastidendo i cavalli con urla di guerra e conficcando i loro pila nei volti dei cavalieri, come erano stati addestrati a fare.

Se avesse avuto un comandante ispirato, la cavalleria repubblicana avrebbe fatto il necessario per risolvere un imprevisto del genere: avrebbe cioè usato la sua maggiore velocità per ricompattarsi e attaccare la fanteria cesariana, preferibilmente sui fianchi e sulla retroguardia. Ma in totale assenza di un comandante del genere, la cavalleria optò per sfruttare la sua maggiore velocità con un unico scopo: salvarsi la pelle. Cesare racconta che nemmeno uno di loro si fermò per combattere. È improbabile che i suoi uomini arrivassero a impegnare più delle prime due file di cavalieri; questi fecero gruppo e iniziarono a correre, trascinandosi gli altri come una valanga. Fuggirono verso la sicurezza delle colline che delimitavano a nord la pianura e molti di loro non si fermarono finché non raggiunsero le falde della collina 325, il punto più alto alla destra di Cesare.

Il martello di Pompeo era stato eliminato dalla battaglia. La colpa può essere attribuita a Labieno, il quale, deciso a concentrare la potenza dell’impatto dei suoi cavalieri, li aveva ammassati in un’unica grande orda e li aveva lanciati da un fronte stretto verso il nemico, invece di mantenere squadroni distinti, con giusti intervalli tra loro, in modo da permettere un’effettiva risposta delle linee successive in un attacco contro le linee frontali. Di fatto il loro fallimento fu talmente precipitoso che probabilmente causò danni collaterali agli arcieri e frombolieri che li seguivano. Lucano dovette basarsi su testimonianze antiche quando scrisse della cavalleria che «dopo aver fatto dietrofront tirando le briglie, caricò a capofitto le sue stesse truppe».

Questo sconvolgimento delle linee, per non parlare del panico crescente che deve averli colti dopo aver assistito alla totale sconfitta della cavalleria e aver realizzato di essere ora isolati ed esposti all’ira di Cesare, rese facili prede gli arcieri e i frombolieri. Questo non spiega però, come diceva Cesare, perché furono massacrati dai legionari della quarta linea; per definizione, le truppe leggere di lanciatori potevano facilmente evitare il combattimento ravvicinato contro la fanteria pesante, specialmente coloro che avevano già completato la carica eroica in campo aperto contro la cavalleria. Si può desumere che qui riapparisse in scena la cavalleria cesariana, in quanto si trattava di una missione fatta apposta per loro.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l'assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.
La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l’assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

Dal momento in cui la sua cavalleria scomparve dalla sua vista, mentre stava aggirando il fianco di Cesare, Pompeo poté solo fare congetture su quanto stava accadendo, basandosi sulle nubi di polvere sollevate dietro le linee cesariane. Dovette però rendersi subito conto della terribile realtà, quando vide i suoi arcieri e frombolieri sparpagliarsi per la pianura nel vano tentativo di fuggire dal pericolo di essere inseguiti ed eliminati uno a uno dalla cavalleria di Cesare. Fu allora che la quarta linea di Cesare emerse dalla nebbia della battaglia, si diresse contro l’ala sinistra di Pompeo, ora del tutto scoperta, e piombò sul fianco delle legioni I e III.

Con le sue truppe impegnate contro l’assalto frontale di Cesare e i suoi alleati che probabilmente si stavano già defilando, Pompeo non aveva più riserve per contrastare questa nuova minaccia. Cesare, che aveva riservato la sua terza linea proprio per trarre vantaggio da questo momento, ordinò alle sue fresche coorti di entrare in battaglia.

Le legioni di Pompeo avevano già iniziato a vacillare quando, con rumori e notizie che arrivavano alle orecchie dei suoi soldati, furono coscienti della minaccia che gravava sopra la loro ala sinistra: a causa di questa ulteriore pressione, iniziarono a cedere.

Non fu un collasso repentino; anche nel fianco sinistro sfaldato, i legionari si ritirarono gradualmente, ancora bloccati nella battaglia. Gli alleati fuggirono a gambe levate, senza opporre nessuna resistenza, in cerca della sicurezza momentanea dell’accampamento. Una volta lì, si misero a saccheggiare le tende dei propri compagni, «come se fossero state quelle del nemico», racconta Appiano, portando via tutto il possibile.

A questo punto le restanti legioni di Pompeo, testimoni del cambiamento della fortuna repubblicana in questa parte del campo di battaglia, iniziarono gradualmente a ritirarsi. All’inizio mantennero la formazione e si difesero il più possibile, anche se, soggetti all’assalto incessante di un nemico infuocato dalla prospettiva di ottenere una vittoria totale, decisero di fuggire.

Il loro comandante aveva già abbandonato il campo di battaglia. si era ritirato nell’accampamento, come dice Plutarco, «distratto e assente, come se non fosse Pompeo Magno». Si fermò solo per ordinare alle coorti di guardia di mantenere le posizioni, poi si ritirò nella sua tenda, completamente alienato dalla realtà. La sconfitta, un’esperienza nuova per lui, lo aveva travolto.

C. Giulio Cesare. Busto, marmo, I sec. d.C., da Pantelleria. Museum of Natural Science of Houston
C. Giulio Cesare. Busto, marmo, I sec. d.C., da Pantelleria. Houston, Museum of Natural Science.

Il suo rivale, invece, conosceva l’importanza di sfruttare pienamente una vittoria. Molti degli uomini di Cesare erano feriti e coloro che non lo erano, essendo fuggiti sotto il sole di mezzogiorno ed esausti dopo le attività della mattina, non desideravano nient’altro che acqua e ombra. Cesare, però, passeggiando freneticamente tra di loro, li incoraggiava a un ultimo sforzo, dicendo loro che se avessero permesso al nemico di ristabilirsi, sarebbero stati i vincitori di un giorno, ma se avessero conquistato l’accampamento repubblicano, avrebbero potuto decidere le sorti della campagna in un colpo solo.

Cesare in persona condusse i suoi uomini contro le fortificazioni di Pompeo, difese strenuamente dalle coorti lì stazionate e ancora con maggiore tenacia dai traci e da altre truppe ausiliarie che combattevano con loro. Queste forze repubblicane, decise a resistere, furono spazzate via dalla palizzata da una pioggia di frecce e gli uomini di Cesare poterono quindi forzare le porte; una volta dentro, ebbe inizio il massacro.

A quel punto Pompeo tornò in sé, esclamando, secondo Plutarco: «Che? Nell’accampamento?». Indossando la tenuta di un soldato semplice al posto del suo paludamentum, abbandonò l’accampamento per una via sicura in sella a un cavallo e, insieme ai suoi colleghi di alto rango, si diresse verso Larissa, che raggiunse prima del calar della notte.

Quando Cesare entrò nell’accampamento nemico, si stupì dell’opulenza che trovò: pergolati artificiali, tende adornate con piante verdi, altre con edera e mirto, con tende e tappeti ricamati e una gran quantità di posate d’argento. «È facile dedurre, vedendo la ricerca di piaceri non necessari, che l’altra fazione non aveva dubbi su come finire la giornata» notò sarcasticamente. Può forse aver riflettuto un attimo sulla gradevole ironia di trovare del mirto lì, nel rifugio del suo nemico, il mirto sacro alla dea Venere, da cui discendeva la sua famiglia.

Gli avvenimenti del giorno appena trascorso richiedevano ancora la sua attenzione. L’esercito di Pompeo era in fuga; prima che calasse la notte doveva essere sotto il suo controllo. Prova ulteriore del rispetto di cui godeva tra i suoi uomini fu che riuscì a riunirli ancora una volta e a mandarli all’inseguimento; il soldato romano viveva di bottino e i tesori dell’accampamento di Pompeo offrivano opportunità senza precedenti.

C. Giulio Cesare. Africa sett., Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. Recto: Testa di Venere diademata, verso destra.
C. Giulio Cesare. Africa sett., Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. Recto: Testa di Venere diademata, verso destra.

Mentre le legioni di Cesare entravano nell’accampamento, i superstiti dell’esercito repubblicano, circa 20.000 uomini, ne uscirono a frotte, rifugiandosi sulle vicine alture di Kaloyiros. Quando Cesare fece circondare queste colline con un fossato e un terrapieno, gli uomini di Pompeo, consci del fatto che non avrebbero potuto sopportare un assedio senza poter accedere all’acqua, si ritirarono verso nord lungo il crinale adiacente. Stettero attenti a procedere sul terreno accidentato, dato che ora la cavalleria di Cesare si era accampata lungo la pianura. Il loro trofeo del giorno fu Enobarbo, il quale, crollato per sfinimento, fu circondato e ucciso.

La fuga tra le colline diede ai repubblicani protezione contro la minaccia imminente, ma rallentò la loro marcia e ciò diede a Cesare l’opportunità di sorpassarli. Dopo aver ordinato che il resto dell’esercito rimanesse nell’accampamento di Pompeo, Cesare uscì con quattro legioni verso nord-est, raggiunse la via principale per Larissa e tagliò così la strada ai fuggitivi repubblicani.

Quando i repubblicani si avvicinarono all’ultima altura del terreno collinare, prima che si aprisse alla pianura tessalica, devono aver visto alla loro destra le truppe cesariane, schierate in formazione da combattimento lungo la via che correva parallela alla loro linea di marcia. Affrettando il passo, si sarebbero inerpicati fino alla cima della collina; c’era una pianura, che si estendeva dalla base della collina (dove oggi c’è il villaggio di Kiparissos) fino a perdita d’occhio, e la strada per la salvezza era molto vicina. In fondo alla valle, però, c’erano molti legionari di Cesare. Non c’era via di scampo.

Anche se stava calando la notte e i suoi uomini erano stati portati al limite della resistenza umana, Cesare ordinò loro di costruire un fossato e un terrapieno lungo la base orientale della collina, negando ai repubblicani l’accesso a un piccolo ruscello che scorreva da sud a nord parallelo alla strada.

Intrappolati senz’acqua, alcuni senatori e altri dignitari abbandonarono le fila repubblicane e si allontanarono furtivamente approfittando dell’oscurità. Quella stessa notte iniziarono i negoziati tra Cesare e il suo nemico demoralizzato che, abbandonato dai suoi capi, era comandato da tribuni e centurioni. Dopo aver affidato le loro vite alla sua clementia, la mattina seguente il resto dell’esercito di Pompeo scese fino alla pianura e gettò le armi ai piedi di Cesare; nove aquilae e altre 180 unità standard erano incluse nei trofei di guerra. Quello stesso giorno, Silla accettò la resa delle guarnigioni repubblicane periferiche. Le legioni sconfitte furono incorporate nell’esercito cesariano; tali erano le fortune della guerra civile.

La vittoria di Cesare fu totale, ma il bilancio finale della battaglia varia a seconda degli autori. Cesare parla di 15.000 repubblicani morti e di 24.000 prigionieri, rispetto a una perdita tra i suoi di trenta centurioni e duecento soldati. Mentre la suddetta cifra di prigionieri può essere precisa, secondo Gaio Asinio Pollione, uno degli ufficiali subordinati di Cesare in battaglia, furono 6000 i repubblicani morti sul campo e le perdite di Cesare ammontarono a 1200 legionari. Questa disparità può derivare dal numero di morti tra i contingenti alleati di Pompeo dato che, come ricorda Appiano, «gli alleati non si contarono perché erano molti e per la poca considerazione di cui godevano». Quel che restava della mitica orda di Pompeo era stato disperso ai quattro venti. Anche se tra le vittime di Cesare ci furono dieci senatori e una quarantina di membri dell’ordine equestre, e se Cesare accettò la resa di alcuni nemici di alto rango, come Varrone e Marco Bruto, molti altri riuscirono a scappare, inclusi Pompeo, Scipione, Afranio, Petreio e Labieno. I rimanenti leader degli optimates fuggirono in direzione opposta a quella del loro comandante, non a est verso Larissa, ma a ovest verso Durazzo, che Catone difendeva ancora con quindici coorti. Da lì s’imbarcarono per l’Africa, dove ancora perdurava la causa repubblicana. Il mare però si rivoltò contro di loro. Una fonte riporta che, quando Cicerone e gli altri passeggeri altolocati salparono da Durazzo con le galee, videro tutte le loro navi da carico in fiamme, incendiate dai loro soldati che non intendevano partire con loro.

Adam Hook, Gaio Crastino guida gli uomini della X legione di Cesare a Farsalo, 48 a.C.
Il centurione primipilio Gaio Crastino, al comando della X legione cade eroicamente in battaglia. Illustrazione di Adam Hook.

Uno dei fedeli servitori di Cesare, il centurione Crastino, non prese parte alla spartizione del bottino. Uomo di parola, aveva combattuto in prima fila contro le legioni di Pompeo. Predicando con l’esempio, lottando lui per primo, morì quando gli conficcarono una spada in bocca con talmente tanta violenza che gli trapassò il cranio e uscì dal collo. Secondo Appiano, Cesare si sentì «molto in debito con Crastino», al punto che fece costruire una tomba per dare sepoltura al suo leale servitore. Se fu davvero così, fu un onore unico, poiché il resto delle vittime furono bruciate nel campo di battaglia, in una pira tanto grande quanto impersonale.