Mario, Saturnino e la crisi dell’anno 100

da W. BLÖSEL, Roma: l’età repubblicana. Forum ed espansione del dominio (trad. it. a cura di U. COLLA), Torino 2016, pp. 149-154.

 

Anche se Mario con i suoi tre trionfi era giunto al vertice del successo, e veniva celebrato come «terzo fondatore di Roma», la nobilitas non aveva dimenticato il suo comportamento aggressivo nei confronti di Quinto Cecilio Metello Numidico, e continuava a vedere in lui il parvenu che era giunto ai vertici approfittando di un’emergenza ai confini del dominio di Roma, con l’aiuto del popolo e a spese dei nobiles, in realtà i veri benemeriti dello Stato. Così egli non poté neppure realizzare ciò che per i nobiles romani era da sempre lo scopo principale: restituire i pieni poteri in cambio di maggiore peso politico. Infatti, proprio al parere dei consolari in Senato veniva accordata la massima attenzione, tanto che essi erano sempre i primi a prendere la parola. Nello Stato romano, costoro erano considerati come principes. La nobilitas però non voleva concedere una collocazione così prestigiosa neppure al cinque volte console Mario, che si vide perciò costretto a cercare altre magistrature, per avere almeno l’autorità legata alla carica.

Scena di assemblea. Bassorilievo, calcare, 50 d.C. c. dal sarcofago di Lusio Storace. Chieti, Museo Nazionale.

Nell’ultimo decennio del II secolo, l’opinione pubblica era sempre più ostile nei confronti dell’élite ed era perciò assolutamente favorevole a questo suo piano. La Lex Coelia del 107 aveva introdotto le tabellae, la votazione scritta, anche nei processi per alto tradimento (perduellio); in questo modo Gaio Popilio Lenate, che aveva concordato una vergognosa capitolazione di fronte ai Tigurini, quand’era legato del defunto console Lucio Cassio Longino, fu mandato in esilio prima ancora che fosse emessa la sentenza di condanna. Il console del 106, Quinto Servilio Cepione, aveva poi restituito interamente le corti permanenti ai senatori, togliendole ai cavalieri. Ma la sua legge aveva presto perduto credibilità proprio a causa del suo comportamento: a Roma per alludere alle macchinazioni oscure dei nobiles divenne in seguito usuale l’espressione l’«oro di Tolosa» (aurum Tolosanum), in riferimento a quello di cui Cepione si sarebbe indebitamente appropriato. Molto peggio: nell’ottobre 105 lo stesso Cepione era fuggito di fronte alla catastrofe di Arausio, dalla quale pure era in gran parte responsabile. Aveva per questo perduto immediatamente per abrogazione (cioè per decreto popolare) l’imperium consolare. Ai tribuni della plebe contrari all’adozione di un simile procedimento, inusitato, era stato impedito con la forza di opporvisi. Il tribuno della plebe del 104, Lucio Cassio Longino, impose inoltre una legge per cui chiunque avesse perduto il proprio imperium in seguito ad abrogazione, o fosse stato condannato dal popolo, avrebbe perduto anche il proprio seggio in Senato. In questo modo, la condizione di senatore dipendeva ormai dal beneplacito dell’assemblea popolare, e il potere dei tribuni della plebe poteva giungere a turbare perfino il destino politico dei nobiles di rango più elevato. La secolare pretesa del Senato di essere l’unica guida dello Stato non era più accettata supinamente dal resto della cittadinanza, ma era invece legata alle prestazioni dei suoi singoli membri.

C. Cassio Longino. Denario, Roma 63 a.C. Ar. 3,75 gr. Rovescio: Longin(us) IIIV(ir). Rappresentazione di un cittadino togato in atto di votare, stante, verso sinistra, mentre ripone una tabella in una cista elettorale.

 

L’oligarchia, inoltre, si rese nemici alcuni ambiziosi arrivisti. Così, per esempio, per motivi non chiari fu tolta al questore del 104, Lucio Apuleio Saturnino, la competenza per gli approvvigionamenti di cereali dell’Urbe, affidandola invece al princeps senatus, Marco Emilio Scauro. Saturnino, offeso, si vendicò ben presto dell’umiliazione, poiché, appena fu tribuno della plebe l’anno seguente, propose una legge che stabiliva un prezzo soltanto simbolico del grano per i cittadini di Roma. Dopo che ad alcuni suoi colleghi fu impedito con la forza di opporre il loro veto, il quaestor urbanus, Quinto Servilio Cepione, il figlio del console del 106, fece addirittura distruggere i pontes per le votazioni. Saturnino, però, non si diede per vinto. Fece approvare una legge per cui qualsiasi offesa recata alla maestà del popolo romano (maiestas populi Romani laesa) andava denunciata a un tribunale composto esclusivamente da membri di rango equestre: questo tipo di delitto aveva, volutamente, contorni molto ampi, in modo che il maggior numero possibile delle misure prese dai nobiles potesse rientrarvi. I due generali responsabili della catastrofe di Arausio, infatti, Quinto Servilio Cepione senior e Gneo Mallio, furono condannati e mandati in esilio proprio in base a questa Lex Apuleia de maiestate.

Uomo togato. Statua, marmo, 125-250 d.C. ca., da Roma.

Per quanto costituisse una minaccia per l’oligarchia senatoria, tale dispositivo giuridico non riscosse molta popolarità tra i cittadini più umili. Saturnino, allora, cercò consensi che potessero offrirgli un vasto seguito per le future elezioni. Si fece avanti il console Mario, anch’egli in cerca di alleanze. La fatica che gli era costata la competizione elettorale per il 103 gli aveva mostrato la debolezza fondamentale della sua posizione (le sue splendide vittorie sui Germani sarebbero arrivate infatti soltanto nel 102 e nel 101). In quella circostanza, il problema del mantenimento dei veterani nullatenenti reduci dalla guerra giugurtina offrì a Mario e a Saturnino l’idea di un progetto comune, che poteva portare a entrambi non soltanto i voti dei veterani, ma, nel caso, anche il loro intervento concreto durante le votazioni. Nell’estate del 103, infatti, Saturnino propose all’assemblea popolare una legge agraria che avrebbe assegnato a ciascun soldato mariano cento iugeri (cioè 25 h) di terreno nella provincia d’Africa. Nella stessa estate anche Mario fu rieletto console (ed era la quarta volta!) per l’anno successivo.

Nel 101 un uomo vicino alla cerchia di Saturnino, Gaio Servilio Glaucia, di famiglia patrizia, ma tribuno della plebe, presentò una nuova legge de repetundis che trasferiva di nuovo interamente dai senatori ai cavalieri gli incarichi di giurati nei tribunali permanenti.

La politica del 101 si incentrò sulle elezioni per l’anno seguente. Una volta respinti definitivamente i Germani, una quinta iterazione del consolato per Mario non aveva nessuna giustificazione. Glaucia, però, grazie alla sua influenza sui cavalieri, riuscì a imporla senza problemi, così come anche la propria elezione a pretore urbano. Quando anche Saturnino fu rieletto tribuno della plebe, i tre alleati avevano occupato le posizioni-chiave per l’anno 100. Il tribuno Aulo Nonio, che aveva annunciato la propria opposizione alla politica che intendeva perseguire Saturnino, fu raggiunto e ucciso dai suoi sgherri.

C. Fundanio. Denario, Roma 101 a.C. AR. 3,97 gr. Rovescio: C(aius) Fund(anius). La quadriga trionfale di Gaio Mario, console per la quinta volta.

 

La proposta di legge di Saturnino per assegnare terreni ai veterani mariani prevedeva la distribuzione in alcune zone della valle del Po, ormai sgombre dalla minaccia cimbrica; inoltre, egli presentò una seconda rogatio per far approvare la fondazione di colonie in Sicilia, Corsica, Macedonia e Africa. Il permesso accordato a Mario di concedere la cittadinanza romana a tre, o forse trecento, coloni per ogni nuovo insediamento (le fonti su questo punto sono discordi), fa pensare che i veterani che vi si dovevano trasferire provenissero dalle truppe degli alleati di Roma. Una volta insediatisi, a circa 250 km dall’Urbe, quei soldati sarebbero stati facilmente impiegabili per esercitare pressioni sulla nobilitas romana. Con quelle colonie nelle province inoltre sarebbero sorte nuove città, che sarebbero state particolarmente legate a Mario. Per questo motivo, gli oligarchi mobilitarono contro le due proposte anche i cittadini romani, che non avevano alcuna intenzione di andare a vivere lontano dalla metropoli.

Insegna di bottega con iscrizioni elettorali. Affresco, 73-78 d.C. da Pompei (VI, 13 6-7). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Saturnino, in tutta risposta, organizzò dei disordini: i veterani provocarono scontri per le strade con gli abitanti della città, mentre gli altri tribuni, che erano intervenuti per tentare mediazioni, furono respinti con la violenza. Alla fine, la forza dei militari ebbe la meglio, e le proposte divennero legge, con la clausola che obbligava i senatori, sotto pena di esilio, a giurare che le avrebbero confermate e attuate. Subendo questa umiliazioni, i membri del venerando consesso si sottomettevano pubblicamente alle decisioni dell’assemblea popolare. Non rimaneva però loro altra scelta che giurare, poiché i soldati di Mario presidiavano le strade dell’Urbe. Infatti, grazie alla loro salda organizzazione interna, consolidata nel servizio militare attivo e ai rapporti di cameratismo, questi uomini avevano formato unità di combattimento che potevano affrontare senza difficoltà le masse urbane o anche quelle formazioni di cavalieri e servi che i senatori avevano impiegato per eliminare i Gracchi.

Scena di lettura del testamento davanti al magistrato. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. da un sarcofago.

Mentre Saturnino si serviva spudoratamente dello strumento non suo dei veterani di Mario, questi dovette presto riconoscere che l’impiego continuato di quella violenza illegale sviliva la sua stessa autorità di console, macchiava la sua fama di «terzo fondatore di Roma» e allontanava da lui quella posizione di princeps, e quindi di garante dell’ordine pubblico, alla quale tanto aspirava. Questi furono verosimilmente i motivi del suo dietro-front, per cui si disse contrario al giuramento. Saturnino, sentendosi tradito, organizzò allora una protesta dei veterani contro il loro stesso comandante: Mario, alla fine, dovette cedere e giurare. Ai senatori, sorpresi, suggerì di fare altrettanto, ma con la clausola, «purché sia davvero una legge». Tutti i senatori lo seguirono, tranne Quinto Cecilio Metello, pronto ad affrontare l’esilio pur di restare saldo ai propri principi.

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.

Saturnino sfruttò l’effetto deterrente dei soldati, che ora sembravano più obbedire più a lui che al loro generale, per essere rieletto ancora una volta tribuno della plebe per l’anno 99, senza che il Senato potesse opporsi. Con tanto maggiore audacia e spregiudicatezza Saturnino e Glaucia procedettero allora a un ulteriore rafforzamento della propria posizione: Glaucia si candidò al consolato. Probabilmente Mario, che allora ricopriva la massima carica e, in quanto tale, era responsabile dell’indizione delle nuove elezioni, non accolse la candidatura dell’aspirante, in quanto Glaucia era pretore in carica e perché mancava l’intervallo richiesto dalla legge. Allora, per turbare il corso delle elezioni, Saturnino e il compare fecero assassinare il concorrente Gaio Memmio. Come l’anno precedente, quando avevano fatto uccidere Nonio, pensavano di organizzare, dopo il solito tumulto per le strade, un’assemblea sul Campidoglio che avrebbe eletto Glaucia console.

Scena di sacrificio (suovetaurilia). Affresco, ante 79 d.C. dall’agro pompeiano, loc. Moregine, edificio B.

Nel frattempo, però, a loro insaputa, il Senato aveva approvato il senatus consultum ultimum, che ordinava ai consoli di procedere contro i ribelli. Mario risolse il proprio dubbio intervenendo contro i suoi vecchi alleati: li assediò sul Campidoglio insieme a una folla di cittadini e di soldati a lui fedelissimi, e fece loro interrompere i rifornimenti idrici e alimentari. Quelli, infine, capitolarono, perché il generale promise loro un regolare processo. Li fece arrestare e portare, per loro sicurezza, in Senato, ma durante la tradotta la plebaglia si vendicò lapidando Saturnino e Glaucia con tegole staccate dal tetto della curia. Quello stesso giorno, anche i loro accoliti furono linciati.

L. Apuleio Saturnino. Denario, Roma 104 a.C. AR. 3,88 gr. Rovescio: L(ucius) Saturn(inus). Saturno sulla quadriga.

Gli storiografi tardi, esponenti dell’aristocrazia senatoria, condannanopol Saturnino e Glaucia come demagòghi, avventurieri e delinquenti della peggior specie, privi di scrupoli. Il loro odio è ben comprensibile: se infatti i due fossero riusciti a occupare le posizioni-chiave anche nel 99, e a impiegare durevolmente molti veterani come una «milizia di partito», il centro decisionale della Repubblica si sarebbe spostato dal Senato all’assemblea popolare, da loro pilotata grazie ai picchiatori, e il loro potere sarebbe stato così confermato e perpetuato.

Due personaggi togati (forse magistrati). Applique, bronzo, I sec. d.C. Malibu, J.P. Getty Villa Museum.

Mario, dal canto suo, aveva fallito, perseguendo la politica popolare. Il ruolo decisivo, nella crisi dell’anno 100, era stato svolto evidentemente dai suoi veterani, che, dopo l’approvazione della legge agraria in loro favore, ora erano interessati alla pace e all’ordine, quindi alla conservazione del sistema politico vigente.

Le riforme di Mario

di R. CRISTOFOLI, Le riforme di Mario, in ID. – A. GALIMBERTI – F. ROHR VIO (eds.), Dalla Repubblica al Principato, Roma 2014, pp. 19-23.

Mario nacque ad Arpino nel 157 da famiglia di rango equestre, e raggiunse il tribunato della plebe a 38 anni, la pretura a 40; a quel punto, secondo un giudizio consolidato nella tradizione e fatto proprio anche da Sallustio (Iug. 63, 2), «per conseguire il consolato aveva ogni qualità in abbondanza, a eccezione dell’antichità del casato», il che faceva di lui un homo novus.

Presunto ritratto di C. Mario. Testa, marmo, I sec. a.C. München, Glyptothek.

Fu nel 107 che riuscì a raggiungere la carica tanto ambita, grazie a una campagna elettorale che enfatizzava i suoi meriti bellici e la sua attitudine filopopolare, e si contraddistingueva per una comunicazione a impatto: conquistò così l’appoggio della plebe rurale (oltre che di alcune categorie importanti di equites, come i negotiatores cui Mario si rivolgeva a Utica in Sall. Iug. 64, 5), che poteva vedere in lui il prosecutore delle riforme graccane. Mario in quel frangente riuscì pertanto a compensare, in termini di voti, il venir meno della sua tradizionale alleanza con i Metelli.

Rinforzata la propria posizione anche in virtù del matrimonio con Giulia (sorella del padre di Giulio Cesare), mentre Roma era nel vivo della guerra contro Giugurta (111-105), ebbene Mario, già nell’anno del suo primo consolato secondo la maggior parte delle fonti (Sall. Iug. 86, 2-3; Plut. Mar. 9, 1; Flor. I 36, 13; oltre allo pseudo-Quintiliano, il solo Aulo Gellio, in XVI 10, 14, riferisce che “alcuni” pensavano invece all’epoca delle guerre contro i Cimbri, ma non propende per tale parere), volle istituzionalizzare una prassi che non nasceva con lui.

Procedette infatti all’arruolamento su base volontaria di uomini con il solo requisito della Romana civitas, senza pregiudiziale alcuna verso proletarii (che avevano un reddito annuo compreso fra i 375 e i 1.500 assi) e capite censi (che possedevano un reddito annuo inferiore ai 375 assi), i quali anzi costituirono il nerbo di tale arruolamento in vista delle campagne in Numidia. Tale decisione, come detto, non era inedita (ciò su cui ha insistito anche eccessivamente – dopo Gabba, 1973, pp. 25 ss., 35 – Evans, 1994, p. 75, sulla scia della ricerca meno lontana nel tempo), dato che, a causa dell’impoverimento del ceto medio, specialmente ai proletarii Roma aveva fatto ricorso anche in altri frangenti, sia pure assegnando loro compiti di importanza non primaria; ma fu inedito il fatto di elevare l’eccezione a sistema e di creare un nuovo bacino di reclutamento, a prescindere dai requisiti di censo e dal carattere dell’obbligatorietà.

Legionari romani in formazione. Bassorilievo, pietra calcarea, da Glanum. Fourvière, Musée gallo-romain.

Da molti decenni la Repubblica aveva dovuto fronteggiare il problema della difficoltà di reclutamento degli eserciti, poiché gli appartenenti alla quinta e ultima classe di reddito cessavano di essere arruolabili – in quanto non più in grado di assolvere il connesso obbligo, per la verità sempre più teorico, di sostenere le spese per l’equipaggiamento e le armi – nel momento in cui il loro stesso reddito scendeva al di sotto della soglia minima; tale soglia era perciò stata, nel corso del III secolo e del II secolo, progressivamente abbassata, fino ad arrivare a 1.500 assi (cfr. Gabba, 1973, pp. 10 ss.), il che permise sì di includere tra gli adsidui ben 76.000 proletarii nel censimento del 125, ma diede anche origine a un diffuso malcontento: in più di un’occasione i tribuni della plebe esercitarono il proprio ius auxilii contro i consoli che inclinavano a metodi sbrigativi per costringere alla milizia i proletarii recalcitranti.

Mario, risolvendo per altra via un problema che può essere stato centrale anche ai fini del concepimento delle riforme graccane, trasformò l’esercito censitario, che veniva sciolto dopo ogni campagna, in un esercito permanente composto da professionisti volontariamente arruolatisi. Questa innovazione del 107 venne seguita qualche anno dopo, quando si trattava di combattere contro i Teutoni (sconfitti nel 102 ad Aquae Sextiae) e contro i Cimbri (vinti nel 101 ai Capi Raudii, oggi localizzati presso Rovigo piuttosto che presso Vercelli), da un’altra riforma, inerente, questa volta, alla tattica e all’equipaggiamento, e che completò la riorganizzazione di cui l’homo novus di Arpino fu autore in materia militare, probabilmente anche questa volta dando perfezionamento e sanzione a delle promesse che non nascevano con lui: sotto il profilo tattico, la legione passava così da manipolare a coortale, formata da 10 coorti di 600 uomini per un totale teorico di 6.000 unità (molte circostanze avrebbero costretto i generali ad accontentarsi di legioni composte a volte anche dalla metà degli effettivi). Ognuna delle coorti era poi ulteriormente divisa in 6 centurie, assegnate a un centurione; all’interno delle legioni venivano eliminate la cavalleria (delegata alle truppe ausiliarie) e la fanteria leggera, nonché la distinzione tra hastati, principes e triarii; come armi, i legionari avrebbero da allora in avanti avuto il pilum e il gladius.

G. BRECCIA, La tattica: la coorte, FW 19 (2015), p. 45.

 

Struttura della legione romana dopo la riforma mariana.

 

La mobilità della legione veniva accresciuta, poiché le singole coorti potevano fungere anche da distaccamenti autonomi, e, d’altro canto, i legionari di Mario, chiamati non a caso muli, erano tenuti a trasportare tutto il necessario per l’accampamento e, a questo fine, dovevano essere arruolati in ogni legione lavoratori specializzati (per la realizzazione delle macchine d’assedio, per la costruzione di ponti, ecc.). Per favorire il senso di appartenenza, e dunque far leva anche sulla componente identitaria, ogni legione fu da allora contraddistinta da un’aquila d’argento.

Lo Stato, se si addossava l’obbligo di fornire ai soldati tutto l’equipaggiamento, si disimpegnava però nei loro confronti da ogni altro punto di vista: spettava al generale sotto il quale i soldati militavano provvedere al loro sostentamento durante e soprattutto al termine delle loro attività, quando essi si sarebbero attesi di ricevere donativi e terreni. Le sorti dei militari post-mariani si legavano così in maniera indistricabile a quelle dei loro comandanti: dal valore, dalla fortuna, dalla longevità e dal permanere della potenza politica di questi ultimi dipendevano le possibilità del soldato di ricevere il premio di una vita di battaglie, e di garantirsi così un’onorata e tranquilla vecchiaia. Tale motivazione dei soldati post-mariani poté configurarsi agli occhi di molti come una situazione psicologica ottimale, che superava l’annosa obiezione a procedere all’arruolamento di quanti non avevano beni da salvaguardare, ritenuti per conseguenza scarsamente determinati a combattere solo per difendere l’altrui; ma l’insidia celata in un sistema siffatto era che i nuovi soldati, certamente motivati ancor più degli adsidui, tuttavia non si sentivano più soldati dello Stato romano, bensì appunto del generale sotto il quale militavano: sarebbero stati disposti a seguirlo anche in frangenti drammatici e inusitati, che potevano comportare lo scontro armato con i legionari di un altro generale romano.

Illustrazione ricostruttiva di un mulus Marianus, 101 a.C. (Opera di G. Albertini).

L’idea di abbandonare il comandante presso il quale si erano arruolati sarebbe stata presa in considerazione solo a patto che sulla scena ci fosse stato un altro leader più autorevole disposto a prenderli da quel momento come suoi soldati, come fu il caso delle milizie mariane che, al termine della prima guerra mitridatica, scelsero di passare da Fimbria a Silla. Come si comprende, se il problema dei soldati poteva essere quello di trovare, in caso di caduta in disgrazia del proprio, un altro condottiero che avesse bisogno di loro, rovesciando l’ottica poteva altresì accadere che fra più leader subentrasse la competizione per mostrarsi come la scelta migliore.

Le guerre civili, che caratterizzarono l’ultimo secolo della Repubblica, e che videro la contrapposizione delle legioni di un generale romano a quelle di un altro generale romano in una lotta per il potere, trassero la propria origine proprio da quel reclutamento di Mario del 107, elevato a nuova via per la militia: la sconfitta del proprio comandante, o la sua eclissi politica con conseguente perdita di influenza, avrebbero rappresentato per i soldati il venir meno di ogni prospettiva di remunerazione.

Un generale tiene una contio alle proprie truppe. Illustrazione di Seán Ó’Brógáin.

Quando, a seguito delle leggi del tribuno della plebe Sulpicio Rufo, nell’88 a Silla venne tolta la condizione della guerra mitridatica (per assegnarla a Mario), ebbene, come racconta Appiano in B.C. I 57, 250 ss., il generale riunì a Nola in assemblea il proprio esercito, che su quella guerra nutriva molte aspettative come fonte di guadagno, e lo mise a parte dell’accaduto: furono allora proprio i suoi soldati a indurlo a fare ciò che Silla, per parte sua, non aveva voluto proporre per primo, cioè la marcia su Roma. Tutti gli ufficiali superiori tranne uno si rifiutarono di seguirlo, vista la gravità del disegno, ma i soldati post-mariani si misero invece a disposizione delle ambizioni del proprio comandante (fino al punto di essere designati con il nome di quello). Situazioni e calcoli non dissimili avrebbero caratterizzato tutte le successive guerre civili fino al principato di Augusto.

Si presenta come una questione difficilmente risolvibile se Mario, nel 107, avesse messo in conto, o addirittura avesse avuto come obiettivo, tutto ciò. Nelle fonti, e in particolare in Sallustio (Iug. 86, 3), il provvedimento di Mario – che la Sordi (1972, p. 385) ha definito come «la radice più profonda della “rivoluzione romana”» –, viene generalmente ricondotto al suo desiderio di popolarità (cfr., fra i moderni, Rich, 1983) o alla necessità di far fronte alla penuria di uomini reclutabili dovuta ai precedenti requisiti di censo per l’arruolamento (inopia bonorum); riferendo il parere di quanti appoggiavano la prima spiegazione, Sallustio, nel passo succitato, nota come per un uomo che aspirasse al potere (homini potentiam quaerenti) i più indigenti si configurassero altresì come i seguaci più utili (egentissimus quisque opportunissumus), privi com’erano di beni propri, e propensi a identificare l’onesto con il proficuo (… omnia cum pretio honesta uidentur).

Gabba (1973, pp. 41 ss.) non ha ritenuto che il provvedimento di Mario dovesse rispondere al desiderio di attuare un’innovazione: avrebbe voluto soltanto ovviare, come suggerito già dalle fonti, all’impoverimento degli strati più bassi, ma un tempo ancora reclutabili, degli adsidui; lo stesso studioso, però, in seguito ha posto in diretto collegamento la modifica del sistema di reclutamento e il cambiamento delle «ragioni delle guerre» (Gabba, 1990, p. 691). Ancora la Sordi (1972) valorizza la spiegazione attestata in Valerio Massimo (II 3, 1) e che si trova già in nuce nel discorso attribuito a Mario da Sallustio (Iug. 85), e riconduce la riforma alla condizione di homo novus del personaggio, il quale avrebbe inteso consapevolmente innovare sulla stessa falsariga appunto, per rendere il proprio esercito caratterizzato da un’analoga novitas.

Si configura, se non a monte, certo a valle della riforma mariana, quella che gli studiosi hanno definito una condizione clientelare del soldato nei confronti dei propri comandanti; se per l’affermazione politica il passaggio obbligato era sempre stato, nella Repubblica romana, il successo militare, ora occorreva inoltre dotarsi di una base di sostegno, costituita innanzitutto dai soldati. Inevitabilmente, si erano così venute ponendo le premesse per la creazione di un potere di tipo nuovo, non solo per le modalità con cui lo si doveva raggiungere, ma anche e soprattutto per le caratteristiche che veniva ad assumere una volta raggiunto.

 

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Bibliografia:

EVANS R.J., Gaius Marius: A Political Biography, Pretoria 1994.

GABBA E., Esercito e società nella tarda repubblica romana, Firenze 1973.

ID., Il declino della milizia cittadina e l’arruolamento dei proletari, in CLEMENTE G., COARELLI F., GABBA E. (eds.), Storia di Roma. II: L’impero mediterraneo, I: La Repubblica imperiale, Torino 1990, pp. 691-695.

RICH J.W., The Supposed Roman Manpower Shortage of the Later Second Century B.C., Historia 32 (1983), pp. 287-331.

SORDI M., L’arruolamento dei capite censi nel pensiero e nell’azione politica di Mario, Athenaeum 50 (1972), pp. 379-385.

L’ascesa di Gaio Mario nelle guerre contro Giugurta e contro i Cimbri e i Teutoni (dal 108 al 101 a.C.)

di W. BLÖSEL, Roma: l’età repubblicana. Forum ed espansione del dominio (trad. it. a cura di U. COLLA), Torino, Einaudi, 2016, pp. 145-149.

Il primo colpo alle strutture ormai irrigidite fu dato dalla politica estera, o meglio da una serie di brutte sconfitte subite dai generali romani, che fecero un’impressione tanto maggiore in quanto, dopo la vittoria sui Numantini del 133, Roma nell’area mediterranea non aveva più affrontato avversari degni di questo nome. Già la dura sconfitta subita nel 130 contro Aristonico era stata addebitata soltanto all’imperizia del proconsole, Publio Licinio Crasso Muciano. Nel penultimo decennio del II secolo poi si accumularono altre sconfitte, alcune pesanti, altre catastrofiche, come quella del pretore del 119, Sesto Pompeo, e più tardi quella del console del 114, Gaio Porcio Catone, sempre contro gli Scordisci in Macedonia, e quelle dei consoli del 113 e del 109, Gneo Papirio Carbone e Marco Giunio Silano, rispettivamente nel Norico e nella valle della Loira, contro la popolazione germanica dei Cimbri. Questi ultimi dovettero presentarsi entrambi davanti al tribunale del popolo, anche se verosimilmente furono assolti.

Soldati romani durante la guerra giugurtina, 110-105 a.C. c. Illustrazione di A. McBride.

Ma doveva accadere di peggio. Infatti, per sette anni i generali romani non riuscirono a normalizzare la situazione in Numidia né a catturare il principe Giugurta, che si era ribellato a Roma. Costui aveva ignorato i moniti degli ambasciatori inviati dal Senato a partire dal 116 affinché si ritirasse nella contesa per il trono con i figli di re Micipsa, morto nel 118. Giugurta rovinò gli eccellenti rapporti che aveva intrecciato con alcuni nobiles romani fin da quando, nel 134/3, aveva collaborato all’assedio di Numanzia, facendo uccidere, nel 112, a Cirta, la capitale della Numidia, l’unico erede al trono rimasto, Aderbale, e alcuni mercanti italici che lo appoggiavano. Probabilmente soltanto per le forti pressioni dell’opinione pubblica, influenzata dal tribuno della plebe Gaio Memmio, il Senato dichiarò guerra a Giugurta. Già all’inizio delle ostilità, però, il console del 111, Lucio Calpurnio Bestia, insieme al suo consigliere, il princeps senatus Marco Emilio Scauro, riuscì a respingere Giugurta a una formale deditio e a cedere trenta elefanti, altro bestiame e cavalli, e una modesta quantità di argento, garantendogli il mantenimento della libertà e del suo esercito. L’indignazione dei Romani per questa finta deditio non lasciò altra possibilità al Senato che ricusare il trattato. Il tribuno Gaio Memmio convinse il monarca numida a presentarsi a Roma, assicurandogli una scorta. Quando però il re stava per deporre davanti all’assemblea popolare sui suoi rapporti con i nobiles romani, un altro tribuno della plebe oppose il proprio veto, facendo crescere nella cittadinanza il sospetto che un buon numero di nobiles più in vista fosse coinvolto nelle macchinazioni del sovrano.

Il console del 110, Spurio Postumio Albino, fu allora inviato in Numidia per riprendere le ostilità. Quando suo fratello Aulo, che Spurio in propria assenza aveva messo a capo delle operazioni, cadde in una trappola tesagli da Giugurta presso la città di Suthul, poté evitare l’annientamento delle proprie truppe soltanto capitolando, passando insieme a esse sotto il giogo e, infine, abbandonando la Numidia entro i dieci giorni successivi. Il Senato, com’era da aspettarsi, ricusò questa capitolazione.

Regno di Numidia, Cirta 148-118 a.C. Æ 15,8 g. Recto: testa laureata e barbata di re Micipsa.

L’indignazione a Roma crebbe al punto che il tribuno della plebe del 109, Gaio Mamilio Limetano, riuscì a ottenere un decreto popolare che istituiva una commissione d’inchiesta (quaestio) incaricata di indagare per scoprire quali senatori, in qualità di legati o di comandanti, avessero ricevuto delle tangenti da Giugurta. Questa corte condannò infine all’esilio, per alto tradimento, l’avversario di Gaio Gracco, Lucio Opimio, che nel 116, in qualità di legatus del Senato aveva intrapreso la spartizione della Numidia tra Aderbale e Giugurta; subirono la stessa condanna anche tre consulares Lucio Calpurnio Bestia, Spurio Postumio Albino e Gaio Porcio Catone, insieme all’ex pretore e augure Gaio Sulpicio Galba. Ciò che importava non era tanto che gli imputati si fossero davvero fatti corrompere dal sovrano numida, quanto che, comunque, non fossero venuti incontro alle aspettative dell’opinione pubblica romana: infatti, nessuno di loro era riuscito a condurre a Roma in catene un re le cui mani erano ancora sporche del sangue di un amicus populi Romani e dei mercanti italici di Cirta, né gli era stata ancora inflitta la “giusta” pena. Le condanne seguite alla quaestio Mamilia del 109 tolsero ai cittadini di Roma la certezza che i nobiles, se non più nella politica interna, almeno nelle guerre esterne si dedicassero anima e corpo al bene della res publica.

Ciononostante, l’acclarata fama di incorruttibilità del console del 109, Quinto Cecilio Metello, faceva sperare in una rapida conclusione della guerra giugurtina. Anche la strategia di Metello, però, di togliergli gli approvvigionamenti devastando le campagne, diede risultati così scarsi che, infine, il comandante pensò di rivolgersi alla diplomazia segreta, e perfino di tentare un complotto insieme a un uomo di fiducia del re, Bomilcare. Così, quando si ebbe sentore di questi intrighi, l’opinione pubblica a Roma fu costretta a ricordare le vili trame intessute nel corso della guerra di Spagna, soprattutto quelle contro Viriato, e i loschi comportamenti dei predecessori di Metello in Numidia.

C. Mario. Testa, calcare compatto, metà I sec. a.C. Ravenna, Museo Nazionale.

Alla fine del 108 Gaio Mario, legato di Metello, cercò di approfittare del diffuso malcontento nei confronti non soltanto del proprio comandante, ma della nobilitas in generale. Mario, un arrampicatore sociale, nato nel 158 nella città volsca di Arpino, apparteneva all’ordine equestre. Si era presto fatto valere come soldato, e aveva partecipato all’assedio di Numanzia nel 134/3. Quando era stato tribuno della plebe, nel 119, aveva presentato una legge (lex Maria de suffragiis) che restringeva ulteriormente i pontes impiegati nelle votazioni, rendendo più difficile la loro sorveglianza da parte dei nobiles. Nel 115, quand’era pretore urbano, e fu il suo il primo caso, gli era stata affidata l’amministrazione di una provincia, la Hispania Ulterior.

In Numidia, Mario si era reso subito popolare presso i soldati semplici con il suo modo di fare cameratesco. Al contrario, in un’operazione elettorale per ottenere il consolato nel 107, tramandata, almeno nel suo senso generale, da Sallustio, egli ostentò il proprio disprezzo verso i nobiles, considerandoli inetti alle armi. La sua oratoria aggressiva fece molta presa, soprattutto sugli equites, senza il cui appoggio non era possibile essere eletti, di fronte all’opposizione dei patrizi. Pur essendo un homo novus, Mario non solo fu eletto console, ma ebbe anche direttamente, tramite un plebiscito, la lex Manilia, l’imperium in Numidia, senza neppure passare attraverso il previsto sorteggio tra i due consoli. Come già con Scipione Emiliano nel 148 e, poi, nel 135, il popolo romano conferì a Mario un imperium extraordinarium. Inoltre, in tal modo, egli sconfessò il Senato, che prima delle elezioni a console aveva già prorogato al proconsole Metello l’imperium per proseguire le operazioni contro Giugurta, esautorandolo nelle competenze che gli erano più proprie: la politica estera e il coordinamento delle campagne militari.

Anche se Mario non riuscì a mantenere la promessa di una rapida vittoria, assediando le città di Giugurta lo mise talmente alle strette che il suocero, Bocco, re di Mauretania, lo consegnò al legato di Mario, Lucio Cornelio Silla. Il 1 gennaio 104, Mario poté condurre nel suo corteo trionfale attraverso Roma il re numida, fatto prigioniero.

Giugurta di fronte a Gaio Mario. Illustrazione di J. Shumate.

Questa vittoria lo indicava come l’uomo idoneo per un compito anche più grave, nel quale erano miseramente falliti, come si è visto, alcuni generali romani: la lotta contro i Cimbri, i Teutoni e gli Ambroni. Queste popolazioni germaniche dalla loro terra d’origine, lo Jutland, si erano spinte in gruppi numerosi fino alla Boemia. Nel 113, presso Noreia (nella Carinzia), avevano annientato l’esercito del console Gneo Papirio Carbone. Dal Norico, l’orda si era poi trasferita in Gallia, attraversando il Reno, e nel territorio della Gallia transalpina avevano sterminato le truppe del console del 109, Marco Giunio Silano. Nel 107, i Tigurini, celti, costrinsero un esercito romano alla capitolazione nei pressi di Tolosa, dopo aver ucciso il console che lo guidava, Lucio Cassio Longino. Sebbene i Romani per respingere i Germani nella Gallia transalpina avessero affiancato all’esercito del proconsole Quinto Servilio Cepione un altro esercito, al comando del console del 105, Gneo Mallio, il patrizio Cepione si rifiutò di lasciare che le proprie truppe fossero affidate al comando di un homo novus come Mallio. Aspirando al trionfo, Cepione affrontò quindi da solo con le proprie forze la battaglia nei pressi di Arausio (l’attuale Orange), sul Rodano, ma il suo esercito venne distrutto, proprio come toccò il giorno dopo a quello di Mallio. Sembra che in questa catastrofe morissero, tra il 5 e il 6 ottobre, ottantamila soldati romani, più di quanti ne erano caduti a Canne nel 216. Quando si diffuse la notizia, a Roma si scatenò il panico. I Germani, però, non si spinsero oltre le Alpi, in direzione dell’Italia, ma si ritrassero invece verso l’interno della Gallia.

Guerrieri germanici. Illustrazione di G. Embleton.

Il console del 104, Mario, al quale nuovamente l’imperium contro i Germani era stato affidato senza sorteggio, approfittò di questa pausa per riorganizzare l’esercito. Le battaglie contro le fitte schiere barbariche, per lo più avvenute in pianura, rendevano necessaria la trasformazione delle unità tattiche dai piccoli manipoli di centoventi uomini in coorti, di quattrocentottanta. Ogni legione da allora fu formata da dieci coorti, esclusivamente di fanteria, alle quali erano affiancate le unità di cavalieri e di truppe leggere, fornite dagli alleati. Dopo che il console del 105, Publio Rutilio Rufo, aveva introdotto l’uso dell’addestramento dei legionari per mezzo dei gladiatori, essi dovettero anche portarsi da sé le armi e l’equipaggiamento, cosa che li rese indipendenti dalla lentezza delle salmerie.

Sin dai tempi della guerra giugurtina Mario aveva reclutato per la prima volta i capite censi, cioè i cittadini che non potevano dichiarare al censimento proprietà degne di nota, e perciò venivano solo “per capo”, cioè per la loro persona, non per i loro averi. Poiché, però, anche prima, nel corso del II secolo, il census minimo per il servizio nella legione era stato ridotto gradatamente a millecinquecento assi, questo provvedimento non fu determinante. Reclutando, invece, semplici volontari, Mario ottenne da una parte il favore dei suoi concittadini nullatenente, che al servizio militare si ripromettevano di trarre guadagni e bottino, dall’altra quello dei proprietari terrieri obbligati alla leva, che potevano sperare di essere richiamati molto meno spesso di prima. Questo non significò, comunque, il passaggio dal sistema tradizionale della militia a un esercito di professionisti: la leva coatta dei legionari è ampiamente documentata fino all’età imperiale. E però il legame al loro imperator da allora fu molto più forte nei volontari nullatenenti, perché si attendevano da lui anche qualche provvigione dopo l’esenzione dal servizio, piuttosto che nei possidenti che erano stati costretti a prestare il servizio militare. Il progressivo distacco dei legionari, che solo raramente erano legati alla vita civile da rapporti clientelari, e anche dei loro generali, dalla direzione politica da parte del Senato ebbe evidentemente inizio a partire dalle riforme di Mario.

La battaglia di Vercellae. Illustrazione di I. Dzis.
La battaglia di Vercellae. Illustrazione di I. Dzis.

Dopo che, contro il divieto dell’iterazione del consolato, Mario era stato rieletto console, nel 104 e nel 103, per affrontare il pericolo germanico, nel 102 riuscì ad annientare, presso Aquae Sextiae (Aix-en-Provence), le schiere dei Teutoni e degli Ambroni, che, staccatisi dai Cimbri, si preparavano a invadere l’Italia. L’anno seguente, Mario aiutò il suo collega Quinto Lutazio Catulo a sconfiggere i Cimbri presso Vercellae.

La battaglia dei Campi Raudii – 30 luglio 101 a.C. (Plut. Mar. 25, 4-27)

in Plutarco, Vita di Mario (ed. Marasco G., Torino, 1994, pp. 486-493).

 

[25, 4] Βοιῶριξ δὲ ὁ τῶν Κίμβρων βασιλεὺς ὀλιγοστὸς προσιππεύσας τῷ στρατοπέδῳ προὐκαλεῖτο τὸν Μάριον, ἡμέραν ὁρίσαντα καὶ τόπον, προελθεῖν καὶ διαγωνίσασθαι περὶ τῆς χώρας. [5] τοῦ δὲ Μαρίου φήσαντος οὐδέποτε Ῥωμαίους συμβούλοις κεχρῆσθαι περὶ μάχης τοῖς πολεμίοις, οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ χαριεῖσθαι τοῦτο Κίμβροις, ἡ μέραν μὲν ἔθεντο τὴν ἀπ᾽· ἐκείνης τρίτην, χώραν δὲ τὸ πεδίον τὸ περὶ Βερκέλλας, Ῥωμαίοις μὲν ἐπιτήδειον ἐνιππάσασθαι, τῶν δὲ ἀνάχυσιν τῷ πλήθει παρασχεῖν. [6] τηρήσαντες οὖν τὸν ὡρισμένον χρόνον ἀντιπαρετάσσοντο, Κάτλος μὲν ἔχων δισμυρίους καὶ τριακοσίους στρατιώτας, οἱ δὲ Μαρίου δισχίλιοι μὲν ἐπὶ τρισμυρίοις ἐγένοντο, περιέσχον δὲ τὸν Κάτλον ἐν μέσῳ νεμηθέντες εἰς ἑκάτερον κέρας, ὡς Σύλλας, ἠγωνισμένος ἐκείνην τὴν μάχην, γέγραφε. [7] καί φησι τὸν Μάριον ἐλπίσαντα τοῖς ἄκροις μάλιστα καὶ κατὰ κέρας συμπεσεῖν τὰς φάλαγγας, ὅπως ἴδιος ἡ νίκη τῶν ἐκείνου στρατιωτῶν γένοιτο καὶ μὴ μετάσχοι τοῦ ἀγῶνος ὁ Κάτλος μηδὲ προσμίξειε τοῖς πολεμίοις, κόλπωμα τῶν μέσων, ὥσπερ εἴωθεν ἐν μεγάλοις μετώποις, λαμβανόντων, οὕτω διαστῆσαι τὰς δυνάμεις· [8] ὅμοια δὲ καὶ τὸν Κάτλον αὐτὸν ἀπολογεῖσθαι περὶ τούτων ἱστοροῦσι, πολλὴν κατηγοροῦντα τοῦ Μαρίου κακοήθειαν πρὸς αὐτόν. [9] τοῖς δὲ Κίμβροις τὸ μὲν πεζὸνἐκ τῶν ἐρυμάτων καθ᾽ ἡσυχίαν προῄει, βάθος ἴσον τῷ μετώπῳ ποιούμενον. ἑκάστη γὰρ ἐπέσχε πλευρὰ σταδίους τριάκοντα τῆς παρατάξεως· [10] οἱ δὲ ἱππεῖς μύριοι καὶ πεντακισχίλιοι τὸ πλῆθος ὄντες ἐξήλασαν λαμπροί, κράνη μὲν εἰκασμένα θηρίων φοβερῶν χάσμασι καὶ προτομαῖς ἰδιομόρφοις ἔχοντες, ἃς ἐπαιρόμενοι λόφοις πτερωτοῖς εἰς ὕψος ἐφαίνοντο μείζους, θώραξι δὲ κεκοσμημένοι σιδηροῖς, θυρεοῖς δὲ λευκοῖς στίλβοντες. [11] ἀκόντισμα δὲ ἦν ἑκάστῳ διβολία· συμπεσόντες δὲ μεγάλαις ἐχρῶντο καὶ βαρείαις μαχαίραις.

 

[25, 4] Beorice, re dei Cimbri[1], si avvicinò a cavallo all’accampamento con una piccola scorta e sfidò Mario a fissare il giorno e il luogo per scendere in campo e combattere per il possesso del paese. [5] Mario rispose che i Romani non prendevano mai consiglio dai nemici per dar battaglia, ma che tuttavia avrebbe accordato quel favore ai Cimbri; convennero che la battaglia avrebbe avuto luogo due giorni dopo[2] nella pianura dei Vercelli[3], che era adatta alle manovre della cavalleria romana come allo spiegamento della massa dei barbari. [6] Nel giorno stabilito gli eserciti si schierarono l’uno di fronte all’altro. Catulo aveva ventimilatrecento soldati; quelli di Mario, che erano trentaduemila, divisi fra le due ali, racchiudevano quelli di Catulo, disposti al centro, come ha scritto Silla[4], che prese parte a quella battaglia. [7] Silla afferma anche che Mario sperava che i due eserciti si sarebbero scontrati soprattutto alle estremità e sulle ali, in modo che tutto il merito della vittoria spettasse ai propri soldati e Catulo non partecipasse allo scontro e non venisse a contatto con il nemico, poiché in genere, su fronti estesi, il centro rimane indietro rispetto alle ali; per questo motivo Mario avrebbe disposto così l’esercito. [8] Si narra anche che Catulo[5] riferisca a propria difesa un’analoga versione dei fatti ed accusi Mario di grande malignità nei suoi confronti. [9] La fanteria dei Cimbri uscì tranquillamente dalle difese e si dispose in una formazione di profondità uguale alla fronte: ciascun lato dello schieramento misurava trenta stadi[6]. [10] I cavalieri avanzavano, in numero di quindicimila, splendidi, con elmi raffiguranti fauci spalancate e musi strani di belve spaventose, sormontati da pennacchi piumati che li facevano apparire più alti; erano equipaggiati con corazze di ferro e bianchi scudi rilucenti. [11] Ciascuno aveva un giavellotto a due punte, ma nella mischia si servivano di spade lunghe e pesanti.

 

La battaglia dei Campi Raudii (I. Dzis).

 

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[26, 1] τότε δὲ οὐχὶ κατὰ στόμα προσεφέροντο τοῖς Ῥωμαίοις, ἀλλ᾽ ἐκκλίνοντες ἐπὶ δεξιὰ ὑπῆγον αὑτοὺς κατὰ μικρόν, ἐμβάλλοντες εἰς τὸ μέσον αὐτῶν τε καὶ τῶν πεζῶν ἐξ ἀριστερᾶς παρατεταγμένων. [2] καὶ συνεῖδον μὲν οἱ τῶν Ῥωμαίων στρατηγοὶ τὸν δόλον, ἐπισχεῖν δὲ τοὺς στρατιώτας οὐκ ἔφθησαν, ἀλλ᾽ ἑνὸς ἐκβοήσαντος ὅτι φεύγουσιν οἱ πολέμιοι, πάντες ὥρμησαν διώκειν. καὶ τὸ πεζὸν ἐν τούτῳ τῶν βαρβάρων ἐπῄει καθάπερ πέλαγος ἀχανὲς κινούμενον. [3] ἐνταῦθα νιψάμενος ὁ Μάριος τὰς χεῖρας καὶ πρὸς τὸν οὐρανὸν ἀνασχὼν εὔξατο τοῖς θεοῖς κατὰ ἑκατόμβης, εὔξατο δὲ καὶ Κάτλος ὁμοίως ἀνασχὼν τὰς χεῖρας καθιερώσειν τὴν τύχην τῆς ἡμέρας ἐκείνης. [4] τὸν δὲ Μάριον καὶ θύσαντα λέγεται τῶν ἱερῶν αὐτῷ δειχθέντων μέγα φθεγξάμενον εἰπεῖν “ἐμὴ ‹ἡ› νίκη.” [5] γενομένης δὲ τῆς ἐφόδου πρᾶγμα νεμεσητὸν παθεῖν τὸν Μάριον οἱ περὶ Σύλλαν ἱστοροῦσι. κονιορτοῦ γὰρ ἀρθέντος, οἷον εἰκός, ἀπλέτου καὶ τῶν στρατοπέδων ἀποκεκρυμμένων, ἐκεῖνον μέν, ὡς τὸ πρῶτον ὥρμησε πρὸς τὴν δίωξιν, ἐπισπασάμενον τὴν δύναμιν ἀστοχῆσαι τῶν πολεμίων καὶ παρενεχθέντα τῆς φάλαγγος ἐν τῷ πεδίῳ διαφέρεσθαι πολὺν χρόνον· [6] τῷ δὲ Κάτλῳ τοὺς βαρβάρους ἀπὸ τύχης συρραγῆναι, καὶ γενέσθαι τὸν ἀγῶνα κατ᾽ ἐκεῖνον καὶ τοὺς ἐκείνου μάλιστα στρατιώτας, ἐν οἷς αὐτὸς ὁ Σύλλας τετάχθαι φησί· [7] συναγωνίσασθαι δὲ τοῖς Ῥωμαίοις τὸ καῦμα καὶ τὸν ἥλιον ἀντιλάμποντα τοῖς Κίμβροις. [8] δεινοὶ γὰρ ὄντες ὑπομεῖναι κρύη, καὶ τόποις ἐντεθραμμένοι σκιεροῖς, ὡς λέλεκται, καὶ ψυχροῖς, ἀνετρέποντο πρὸς τὸ θάλπος, ἱδρῶτά τε μετὰ ἄσθματος πολὺν ἐκ τῶν σωμάτων ἀφιέντες καὶ τοὺς θυρεοὺς προβαλλόμενοι πρὸ τῶν προσώπων, ἅτε δὴ καὶ μετὰ τροπὰς θέρους τῆς μάχης γενομένης, ἃς ἄγουσι Ῥωμαῖοι πρὸ τριῶν ἡμερῶν τῆς νουμηνίας τοῦ νῦν μὲν Αὐγούστου, τότε δὲ Σεξτιλίου μηνός, [9] ὤνησε δὲ καὶ πρὸς τὸ θαρρεῖν ὁ κονιορτὸς ἀποκρύψας τοὺς πολεμίους, οὐ γάρ κατεῖδον ἐκ πολλοῦ τὸ πλῆθος, ἀλλὰ δρόμῳ τοῖς κατ᾽ αὑτοὺς ἕκαστοι προσμείξαντες ἐν χερσὶν ἦσαν, ὑπὸ τῆς ὄψεως μὴ προεκφοβηθέντες. [10] οὕτω δ̓ ἦσαν διάπονοι τὰ σώματα καὶ κατηθληκότες ὡς μήτε ἱδροῦντά τινα μήτε ἀσθμαίνοντα Ῥωμαίων ὀφθῆναι διὰ πνίγους τοσούτου καὶ μετὰ δρόμου τῆς συρράξεως γενομένης, ὡς τὸν Κάτλον αὐτὸν ἱστορεῖν λέγουσι μεγαλύνοντα τοὺς στρατιώτας.

 

[26, 1] In quell’occasione, i cavalieri non attaccarono frontalmente i Romani, ma, piegando verso destra, cercarono di attirarli a poco a poco e di trascinarli fra se stessi e la loro fanteria, che era schierata sulla sinistra. [2] I generali romani compresero l’insidia, ma non fecero in tempo a trattenere i soldati, poiché uno di essi gridò che i nemici fuggivano e tutti si gettarono all’inseguimento. In quel momento la fanteria dei barbari avanzò come un immenso mare in movimento. [3] Allora Mario si lavò le mani e, alzandole al cielo, fece voto di offrire agli dèi un’ecatombe; anche Catulo, levate le mani allo stesso modo, promise di consacrare un tempio alla Fortuna di quel giorno[7]. [4] Si dice anche che Mario offrì un sacrificio e, quando gli furono mostrate le viscere delle vittime, gridò forte· «La vittoria è mia!». [5] Quando avvenne l’attacco, Mario subì un castigo dovuto alla vendetta divina, a quanto racconta Silla[8]· levatasi infatti, com’è naturale, un’immensa nube di polvere, i due eserciti rimasero nascosti l’uno all’altro e Mario, che si era lanciato per primo all’inseguimento, trascinando con sé le sue truppe, non incontrò i nemici, e, passando a lato della loro fanteria, errò a lungo nella pianura. [6] Il caso volle poi che i barbari si scontrassero con Catulo e che la battaglia si sviluppasse principalmente contro lui e i suoi soldati, fra i quali Silla dice di essersi trovato anch’egli. [7] I Romani, a quanto afferma Silla, ebbero come alleati la calura ed il sole, che dardeggiava negli occhi dei Cimbri[9]. [8] Infatti i barbari, avvezzi a sopportare il gelo e cresciuti, come ho detto[10], in regioni piene d’ombra e di freddo, erano sconvolti dal calore; ansanti e coperti di abbondante sudore, si proteggevano tenendo gli scudi davanti al viso, dal momento che la battaglia ebbe luogo proprio dopo il solstizio d’estate, che cade per i Romani tre giorni prima della luna nuova del mese che ora è detto Augustus, ma a quell’epoca era chiamato Sextilis[11]. [9] A dar coraggio ai Romani contribuì anche la nube di polvere che nascose i nemici, poiché non poterono distinguere da lontano la moltitudine e, lanciandosi ciascuno di corsa contro quelli che aveva davanti, ingaggiarono la mischia prima d’essere impauriti dalla vista dei barbari. [10] Erano così resistenti alla fatica ed allenati, che non si vide nessun romano sudare o ansimare, nonostante facesse un gran caldo e fossero andati all’assalto di corsa; così dicono che abbia scritto Catulo stesso[12], esaltando i suoi soldati.

 

Giovanni Battista Tiepolo, Battaglia di Vercelli. Olio su tela, 1725-29. New York, Metropolitan Museum of Art.

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[27, 1] τὸ μὲν οὖν πλεῖστον μέρος καὶ μαχιμώτατον τῶν πολεμίων αὐτοῦ κατεκόπη· καὶ γὰρ ἦσαν ὑπὲρ τοῦ μὴ διασπᾶσθαι τὴν τάξιν οἱ πρόμαχοι μακραῖς ἁλύσεσι πρὸς ἀλλήλους συνεχόμενοι διὰ τῶν ζωστήρων ἀναδεδεμέναις· [2] τοὺς δὲ φεύγοντας ὤσαντες πρὸς τὸ χαράκωμα τραγικωτάτοις ἐνετύγχανον πάθεσιν. αἱ γὰρ γυναῖκες ἐπὶ τῶν ἁμαξῶν μελανείμονες ἐφεστῶσαι τούς τε φεύγοντας ἔκτεινον, αἱ μὲν ἄνδρας, αἱ δὲ ἀδελφούς, αἱ δὲ πατέρας, καὶ τὰ νήπια τῶν τέκνων ἀπάγχουσαι ταῖς χερσὶν ἐρρίπτουν ὑπὸ τοὺς τροχοὺς καὶ τοὺς πόδας τῶν ὑποζυγίων, αὑτὰς δὲ ἀπέσφαττον. [3] μίαν δέ φασιν ἓξ ἄκρου ῥυμοῦ κρεμαμένην τὰ παιδία τῶν αὑτῆς σφυρῶν ἀφημμένα βρόχοις ἐκατέρωθεν ἠρτῆσθαι· [4] τοὺς δὲ ἄνδρας ἀπορίᾳ δένδρων τοῖς κέρασι τῶν βοῶν, τοὺς δὲ τοῖς σκέλεσι προσδεῖν τοὺς αὑτῶν τραχήλους, εἶτα κέντρα προσφέροντας ἐξαλλομένων τῶν βοῶν ἐφελκομένους καὶ πατουμένους ἀπόλλυσθαι. [5] πλὴν καίπερ οὕτως αὑτῶν διαφθαρέντων, ἑάλωσαν ὑπὲρ ἓξ μυριάδας· αἱ δὲ τῶν πεσόντων ἐλέγοντο δὶς τοσαῦται γενέσθαι.

[6] τὰ μὲν οὖν χρήματα διήρπασαν οἱ Μαρίου στρατιῶται, τὰ δὲ λάφυρα καὶ τὰς σημαίας καὶ τὰς σάλπιγγας εἰς τὸ Κάτλου στρατόπεδον ἀνενεχθῆναι λέγουσιν· ᾧ καὶ μάλιστα τεκμηρίῳ χρῆσθαι τὸν Κάτλον ὡς κατ᾽ αὐτὸν ἡ νίκη γένοιτο. [7] καὶ μέντοι καὶ τοῖς στρατιώταις, ὡς ἔοικεν, ἐμπεσούσης ἔριδος, ᾑρέθησαν οἷον διαιτηταὶ πρέσβεις Παρμητῶν παρόντες, οὓς οἱ Κάτλου διὰ τῶν πολεμίων νεκρῶν ἄγοντες ἐπεδείκνυντο τοῖς ἑαυτῶν ὑσσοῖς διαπεπαρμένους· γνώριμοι δ̓ ἦσαν ὑπὸ γραμμάτων, τοὔνομα τοῦ Κάτλου παρὰ τὸ ξύλον αὑτῶν ἐγχαραξάντων. [8] οὐ μὴν ἀλλὰ τῷ Μαρίῳ προσετίθετο σύμπαν τὸ ἔργον ἥ τε προτέρα νίκη καὶ τὸ πρόσχημα τῆς ἀρχῆς. [9] μάλιστα δὲ οἱ πολλοὶ κτίστην τε Ῥώμης τρίτον ἐκεῖνον ἀνηγόρευον, ὡς οὐχ ἥττονα τοῦ Κελτικοῦ τοῦτον ἀπεωσμένον τὸν κίνδυνον, εὐθυμούμενοί τε μετὰ παίδων καὶ γυναικῶν ἕκαστοι κατ᾽ οἶκον ἅμα τοῖς θεοῖς καὶ Μαρίῳ δείπνου καὶ λοιβῆς ἀπήρχοντο, καὶ θριαμβεύειν μόνον ἠξίουν ἀμφοτέρους τοὺς θριάμβους. [10] οὐ μὴν ἐθριάμβευσεν οὕτως, ἀλλὰ μετὰ τοῦ Κάτλου, μέτριον ἐπὶ τηλικαύταις εὐτυχίαις βουλόμενος παρέχειν ἑαυτόν· ἔστι δὲ ὅ τι καὶ τοὺς στρατιώτας φοβηθείς παρατεταγμένους, εἰ Κάτλος ἀπείργοιτο τῆς τιμῆς, μηδὲ ἐκεῖνον ἐᾶν θριαμβεύειν.

 

[27, 1] La parte maggiore e più battagliera dei nemici fu dunque fatta a pezzi sul posto, poiché i combattenti della prima fila, per evitare che il loro allineamento venisse spezzato, si erano legati gli uni agli altri mediante lunghe catene attaccate alle loro cinture. [2] Quando i Romani ebbero respinto i fuggitivi fino alle loro difese, assistettero alle scene più tragiche· le donne, vestite di nero, ritte sui carri, uccidevano i mariti, i fratelli e i padri che fuggivano, poi, strangolando con le proprie mani i figli più piccoli, li gettavano sotto le ruote dei carri e sotto le zampe delle bestie e infine si sgozzavano. [3] Dicono che una di esse pendeva impiccata all’estremità di un timone, con i figli appesi a ciascuna delle sue caviglie[13], [4] e che gli uomini, in mancanza d’alberi, si legavano per la gola alle corna o alle gambe dei buoi, che poi facevano impennare stimolandoli con pungoli, sicché morivano trascinati e calpestati dalle bestie[14]. [5] Tuttavia, nonostante questi suicidi, i prigionieri furono più di sessantamila; si narra inoltre che i caduti furono due volte tanti[15].

[6] I soldati di Mario depredarono gli averi dei barbari, ma si dice che le spoglie, le insegne e le trombe furono portate nell’accampamento di Catulo[16] e che questo fu il principale argomento di cui si avvalse Catulo per dimostrare che la vittoria spettava a lui. [7] Sorta, a quanto pare, una contesa fra i soldati, furono scelti come arbitri alcuni ambasciatori di Parma che si trovavano sul posto; i soldati di Catulo li portarono fra i cadaveri dei nemici e mostrarono che i corpi erano trafitti dai loro giavellotti, riconoscibili dal nome di Catulo che vi avevano inciso sul legno. [8] Tuttavia, l’intero merito del successo fu attribuito a Mario, in considerazione sia della sua prima vittoria, sia della superiorità della sua carica. [9] Soprattutto il popolo lo salutava come terzo fondatore di Roma, perché aveva scongiurato un pericolo non minore di quello dei Celti[17]; ciascuno, in festa con i figli e la moglie, offriva nella propria casa le primizie del pasto e faceva libagioni agli dèi e a Mario[18], e si riteneva che egli dovesse celebrare da solo entrambi i trionfi[19]. [10] Ma egli non fece così e celebrò il trionfo insieme a Catulo, volendo mostrare la propria moderazione dopo così grandi successi e forse anche per timore dei soldati, disposti, se Catulo fosse stato privato di quell’onore, a impedire anche il trionfo di Mario.

 

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C. Mario. Testa, calcare compatto, metà I sec. a.C. Ravenna, Museo Nazionale.

 

Bibliografia di approfondimento:

CERETTO CASTIGLIANO L., 101 a.C.: l’esercito sconfigge i Cimbri alle porte di Vercelli, “La Gazzetta”, 3 marzo 2014.

MATTHEW C., The Battle of Vercellae and the Alteration of the Heavy Javelin (Pilum) by Gaius Marius, “Antichthon” 44 (2010).

RICHARD J.-CL., La victoire de Marius, MEFRA 77 (1965), 69-86.

SOMMO G., Campi Raudii. I segni di una battaglia. Annotazioni bibliografiche, Vercelli 2015.

 

 

Note:

 

[1] Il suo nome è confermato da Floro (I, 38, 18) e da Orosio (V, 16, 20), che ne attestano la morte nella battaglia.

[2] Cfr. Floro, I, 38, 14, secondo cui la battaglia sarebbe stata stabilita per il dies proximus. Lo scontro ebbe luogo il 30 luglio 101.

[3] Le fonti latine (Velleio Patercolo, II, 12, 5; Floro, loc. cit.; De viris illustribus, 67, 2) localizzano lo scontro ai Campi Raudii. Il problema è stato ampiamente discusso e si è spesso ritenuto che lo scontro abbia avuto luogo nella zona di Vercelli, in Piemonte, dove i Cimbri si sarebbero diretti per ricongiungersi ai Teutoni. Tuttavia, J. Zennari (I vercelli dei Celti nella valle Padana e l’invasione cimbrica della Venezia, «Annali della Biblioteca Governativa e Libreria civica di Cremona», IV, 1951, fasc. 3, pp. 1-78) ha sostenuto, sulla base di un’ampia documentazione letteraria ed epigrafica, che il termine Βερκέλλαι non dev’essere inteso come nome proprio di città, ma è un nome comune di origine celtica, diffuso particolarmente nella Gallia Cisalpina per designare zone di estrazione dei metalli; lo stesso valore avrebbe pure il termine latino Campi Raudii. Lo Zennari (cfr. anche La battaglia dei vercelli o dei Campi Raudii (101 a.C.), «Annali della Biblioteca… di Cremona», XI, 1958, fasc. 2) localizza quindi lo scontro fra Mario e i Cimbri nella zona fra Rovigo e Ferrara. Per l’attendibilità di questa ipotesi cfr. in particolare E. Badian (From Gracchi to Sulla, «Historia», XI, 1962, p. 217), che vi ricollega la testimonianza plutarchea (Marius, 2, 1) sull’esistenza di una statua di Mario nella vicina Ravenna.

[4] Fragm. 5, HRR, vol. I2, p. 196. Silla, in cattivi rapport con Mario, si era unito a Catulo e partecipò con lui allo scontro (cfr. Plutarco, Sulla, 4, 3).

[5] Fragm. 1, HRR, vol. I2, p. 191.

[6] Un po’ più di cinque chilometri.

[7] Il tempio fu costruito dopo la vittoria (cfr. Plinio, Naturalis Historia, XXXIV, 19, 54).

[8] Fragm. 6, HRR, vol. I2, p. 197.

[9] Cfr. Orosio, V, 16, 15. Floro (I, 38, 15) afferma invece che i barbari furono accecati dal riverbero del sole sugli elmi dei Romani, il che comporterebbe uno scambio delle posizioni dei due eserciti, ma potrebbe anche essere spiegato con la durata della battaglia, per cui le testimonianze si riferirebbero a momenti diversi (cfr. Calabi, I Commentarii di Silla come fonte storica, «Memorie dell’Accademia Naz. dei Lincei», Classe di Sc. mor., stor. e filol., Ser. VIII, 1950, p. 265 seg.).

[10] Cfr. cap. 11, 9.

[11] La battaglia ebbe luogo il 30 luglio del 101. La νουμηνία indica il primo giorno del mese lunare, corrispondente per i Romani alle calende. Sextilis, il sesto mese dell’anno romano, che cominciava a marzo, fu ribattezzato Augustus nell’8 a.C., in onore dell’imperatore Augusto.

[12] Fragm. 2, HRR, vol. I2, p. 191.

[13] Cfr. Orosio, V, 16, 19; Floro, I, 38, 17.

[14] Cfr. Orosio, V, 16, 18; Floro, loc. cit., che però riferiscono anche questo particolare alle donne.

[15] La cifra è vicina a quella di 60.000 prigionieri e 140.000 morti in Livio, Periochae, 68; Orosio, V, 16, 16; Eutropio, V, 2.

[16] Secondo Eutropio (loc. cit.), due insegne furono prese dai soldati di Mario, trentuno da quelli di Catulo.

[17] Per il quale Camillo era stato proclamato secondo fondatore di Roma (cfr. Plutarco, Camillus, 1, 1).

[18] Cfr. Valerio Massimo, VIII, 15, 7: …postquam enim Cimbros ab eo deletos initio mortis nuntius peruenit, nemo fuit, qui non illi tamquam dis immortalibus apud sacra mensae suae libauerit.

[19] Quello sui Cimbri e quello sui Teutoni, che aveva in precedenza rifiutato di celebrare prima che la guerra fosse conclusa (cfr. cap. 24, 1).

Battaglia di Porta Collina (1-2 novembre 82 a.C.)

di Plutarco, Lisandro e Silla, intr. L. Canfora e A. Keaveney, trad. e note di F.M. Muccioli e L. Ghilli, Milano 2000, pp. 452-463; testo greco dell’ed. K. Ziegler, Plutarchi Vitae parallelae, III.2, Stuttgart-Leipzig 1973(2).

 

Plut. Sull. 2930, 5

 

Ufficiale romano di età repubblicana (II-I sec. a.C.). Illustrazione di P. Connolly.

 

[29, 1] Tὸν μέντοι τελευταῖον ἀγῶνα καθάπερ ἔφεδρος ἀθλητῇ καταπόνῳ προσενεχθεὶς ὁ Σαυνίτης Τελεσῖνος ἐγγὺς ἦλθε τοῦ σφῆλαι καὶ καταβαλεῖν ἐπὶ θύραις τῆς Ῥώμης. [2] ἔσπευδε μὲν γὰρ ἅμα Λαμπωνίῳ τῷ Λευκανῷ χεῖρα πολλὴν ἀθροίσας ἐπὶ Πραινεστὸν, ὡς ἐξαρπασόμενος τῆς πολιορκίας τὸν Μάριον· [3] ἐπεὶ δὲ ᾔσθετο Σύλλαν μὲν κατὰ στόμα, Πομπήϊον δὲ κατ᾽ οὐρὰν βοηδρομοῦντας ἐπ᾽ αὐτόν, εἰργόμενος τοῦ πρόσω καὶ ὀπίσω, πολεμιστὴς ἀνὴρ καὶ μεγάλων ἀγώνων ἔμπειρος, ἄρας νυκτὸς ἐπ᾽ αὐτὴν ἐχώρει παντὶ τῷ στρατοπέδῳ τὴν Ῥώμην. [4] καὶ μικροῦ μὲν ἐδέησεν ἐμπεσεῖν εἰς ἀφύλακτον· ἀποσχὼν δὲ τῆς Κολλίνης πύλης δέκα σταδίους ἐπηυλίσατο τῇ πόλει, μεγαλοφρονῶν καὶ ταῖς ἐλπίσιν ἐπηρμένος, ὡς τοσούτους ἡγεμόνας καὶ τηλικούτους κατεστρατηγηκώς. [5] ἅμα δ᾽ ἡμέρᾳ τῶν λαμπροτάτων νέων ἐξιππασαμένων ἐπ᾽ αὐτὸν, ἄλλους τε πολλοὺς καὶ Κλαύδιον Ἄππιον εὐγενῆ καὶ ἀγαθὸν ἄνδρα κατέβαλε. [6] θορύβου δ᾽ οἷον εἰκός ὄντος ἐν τῇ πόλει, καὶ βοῆς γυναικείας καὶ διαδρομῶν ὡς ἁλισκομένων κατὰ κράτος, πρῶτος ὤφθη Βάλβος ἀπὸ Σύλλα προσελαύνων ἀνὰ κράτος ἱππεῦσιν ἑπτακοσίοις. [7] διαλιπὼν δὲ ὅσον ἀναψῦξαι τὸν ἱδρῶτα τῶν ἵππων, εἴτ᾽ αὖθις ἐγχαλινώσας, διὰ ταχέων ἐξήπτετο τῶν πολεμίων· ἐν τούτῳ δὲ καὶ Σύλλας ἐφαίνετο, καὶ τοὺς πρώτους εὐθὺς ἀριστᾶν κελεύων εἰς τάξιν καθίστη. [8] πολλὰ δὲ Δολοβέλλα καὶ Τουρκουάτου δεομένων ἐπισχεῖν καὶ μὴ κατακόπους ἔχοντα τοὺς ἄνδρας ἀποκινδυνεῦσαι περὶ τῶν ἐσχάτων, (οὐ γὰρ Κάρβωνα καὶ Μάριον, ἀλλὰ Σαυνίτας καὶ Λευκανούς, τὰ ἔχθιστα τῇ Ῥώμῃ καὶ [τὰ] πολεμικώτατα φῦλα συμφέρεσθαι), παρωσάμενος αὐτοὺς ἐκέλευσε σημαίνειν τὰς σάλπιγγας ἀρχὴν ἐφόδου, σχεδὸν εἰς ὥραν δεκάτην ἤδη τῆς ἡμέρας καταστρεφούσης. [9] γενομένου δὲ ἀγῶνος οἷος οὐχ ἕτερος, τὸ μὲν δεξιόν ἐν ᾧ Κράσσος ἐτέτακτο λαμπρῶς ἐνίκα. τῷ δὲ εὐωνύμῳ πονοῦντι καὶ κακῶς ἔχοντι Σύλλας παρεβοήθει, λευκὸν ἵππον ἔχων θυμοειδῆ καὶ ποδωκέστατον. [10] ἀφ᾽ οὗ γνωρίσαντες αὐτὸν δύο τῶν πολεμίων διετείνοντο τὰς λόγχας ὡς ἀφήσοντες· αὐτὸς μὲν οὖν οὐ προενόησε, τοῦ δ᾽ ἱπποκόμου μαστίξαντος τὸν ἵππον, ἔφθη παρενεχθεὶς τοσοῦτον, ὅσον περὶ τὴν οὐρὰν τοῦ ἵππου τὰς αἰχμὰς συμπεσούσας εἰς τὴν γῆν παγῆναι. [11] λέγεται δὲ ἔχων τι χρυσοῦν Ἀπόλλωνος ἀγαλμάτιον ἐκ Δελφῶν, ἀεὶ μὲν αὐτὸ κατὰ τὰς μάχας περιφέρειν ἐν τῷ κόλπῳ, ἀλλὰ καὶ τότε τοῦτο καταφιλεῖν, οὕτω δὴ λέγων· [12] «ὦ Πύθιε Ἄπολλον, τὸν Eὐτυχῆ Σύλλαν Κορνήλιον ἐν τοσούτοις ἀγῶσιν ἄρας λαμπρὸν καὶ μέγαν, ἐνταῦθα ῥίψεις ἐπὶ θύραις τῆς πατρίδος ἀγαγών, αἴσχιστα τοῖς ἑαυτοῦ συναπολούμενον πολίταις;». [13] τοιαῦτά φασι τὸν Σύλλαν θεοκλυτοῦντα τοὺς μὲν ἀντιβολεῖν, τοῖς δὲ ἀπειλεῖν, τῶν δὲ ἐπιλαμβάνεσθαι· [14] τέλος δὲ τοῦ εὐωνύμου συντριβέντος, ἀναμιχθέντα τοῖς φεύγουσιν εἰς τὸ στρατόπεδον καταφυγεῖν, πολλοὺς ἀποβαλόντα τῶν ἑταίρων καὶ γνωρίμων. [15] οὐκ ὀλίγοι δὲ καὶ τῶν ἐκ τῆς πόλεως ἐπὶ θέαν προελθόντες ἀπώλοντο καὶ κατεπατήθησαν, ὥστε τὴν μὲν πόλιν οἴεσθαι διαπεπρᾶχθαι, παρ᾽ ὀλίγον δὲ καὶ τὴν Μαρίου πολιορκίαν λυθῆναι, πολλῶν ἐκ τῆς τροπῆς ὠσαμένων ἐκεῖ καὶ τὸν ἐπὶ τῇ πολιορκίᾳ τεταγμένον Ὀφέλλαν Λουκρήτιον ἀναζευγνύναι κατὰ τάχος κελευόντων, ὡς ἀπολωλότος τοῦ Σύλλα καὶ τῆς Ῥώμης ἐχομένης ὑπὸ τῶν πολεμίων.

[30, 1] Ἤδη δὲ νυκτὸς οὔσης βαθείας, ἧκον εἰς τὸ τοῦ Σύλλα στρατόπεδον παρὰ τοῦ Κράσσου, δεῖπνον αὐτῷ καὶ τοῖς στρατιώταις μετιόντες· ὡς γὰρ ἐνίκησε τοὺς πολεμίους, εἰς Ἄντεμναν καταδιώξαντες ἐκεῖ κατεστρατοπέδευσαν. [2] ταῦτ᾽ οὖν πυθόμενος ὁ Σύλλας καὶ ὅτι τῶν πολεμίων οἱ πλεῖστοι διολώλασιν, ἧκεν εἰς Ἄντεμναν ἅμ᾽ ἡμέρᾳ· καὶ τρισχιλίων ἐπικηρυκευσαμένων πρὸς αὐτὸν, ὑπέσχετο δώσειν τὴν ἀσφάλειαν, εἰ κακόν τι τοὺς ἄλλους ἐργασάμενοι πολεμίους ἔλθοιεν πρὸς αὐτόν. [3] οἱ δὲ πιστεύσαντες ἐπέθεντο τοῖς λοιποῖς, καὶ πολλοὶ κατεκόπησαν ὑπ᾽ ἀλλήλων· οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τούτους καὶ τῶν ἄλλων τοὺς περιγενομένους εἰς ἑξακισχιλίους ἀθροίσας παρὰ τὸν ἱππόδρομον, ἐκάλει τὴν σύγκλητον εἰς τὸ τῆς Ἐνυοῦς ἱερόν. [4] ἅμα δ᾽ αὐτός τε λέγειν ἐνήρχετο καὶ κατέκοπτον οἱ τεταγμένοι τοὺς ἑξακισχιλίους· κραυγῆς δέ, ὡς εἰκός, ἐν χωρίῳ μικρῷ τοσούτων σφαττομένων φερομένης καὶ τῶν συγκλητικῶν ἐκπλαγέντων, ὥσπερ ἐτύγχανε λέγων ἀτρέπτῳ καὶ καθεστηκότι τῷ προσώπῳ προσέχειν ἐκέλευσεν αὐτοὺς τῷ λόγῳ, τὰ δ᾽ ἔξω γινόμενα μὴ πολυπραγμονεῖν· νουθετεῖσθαι γὰρ αὐτοῦ κελεύσαντος ἐνίους τῶν πονηρῶν.

[5] Tοῦτο καὶ τῷ βραδυτάτῳ Ῥωμαίων νοῆσαι παρέστησεν, ὡς ἀλλαγὴ τὸ χρῆμα τυραννίδος, οὐκ ἀπαλλαγὴ γέγονε. […].

 

[29] Tuttavia, nell’ultima lotta il sannita Telesino, come un atleta di riserva messo a combattere con il lottatore stanco, per poco non lo atterrò e lo abbatté alle porte di Roma. Aveva raccolto una folta schiera e, insieme a Lamponio il Lucano, si dirigeva veloce verso Preneste per liberare Mario dall’assedio; ma quando venne a sapere che Silla e Pompeo gli correvano contro, uno di fronte e uno alle spalle, vedendosi bloccato davanti e di dietro, da uomo di guerra esperto di grandi battaglie, partì di notte e si mise in marcia verso Roma con tutto l’esercito. E poco mancò che piombasse sulla città mentre era incustodita; si fermò a dieci stadi dalla Porta Collina, accampandosi presso la città, pieno di orgoglio e di superbe speranze per aver gabbato generali tanto numerosi e abili. All’alba, quando i più illustri giovani uscirono a cavallo contro di lui, ne uccise molti, tra cui anche Appio Claudio, uomo nobile e valoroso. Com’è naturale, in città ci fu confusione, con grida di donne e fuggi-fuggi, come per un violento assalto; per primo videro arrivare Balbo, che, inviato da Silla, avanzava a briglia sciolta con settecento cavalieri. Si fermò quanto bastava per far asciugare il sudore dei cavalli, e di nuovo li fece imbrigliare, per poi lanciarsi rapidamente contro i nemici. Nel frattempo appariva anche Silla; fece subito mangiare i primi arrivati e li schierò in ordine di battaglia. Dolabella e Torquato lo pregavano con insistenza di aspettare e di non giocarsi il risultato finale, ora che i suoi uomini eran stanchi (sì, perché non si trattava più di combattere con Carbone o con Mario, ma con i Sanniti e i Lucani, i peggiori nemici di Roma, le genti più bellicose); egli li mandò via e ordinò che le trombe suonassero il segnale d’inizio dell’assalto, anche se il giorno volgeva ormai all’ora decima. Ci fu un combattimento quale non mai e l’ala destra di Crasso vinse brillantemente. All’ala sinistra, affaticata e nei guai, Silla corse in aiuto su un cavallo bianco impetuoso e velocissimo. E due nemici, che lo riconobbero da questo, si prepararono a scagliargli contro le loro lance; egli non se ne accorse, ma lo scudiero frustò il suo cavallo e li prevenne, facendolo passare più in là di quanto bastò perché le punte cadessero vicino alla coda del cavallo e si conficcassero al suolo. Si dice che avesse con sé una statuetta d’oro di Apollo presa a Delfi; la portava sul petto a ogni battaglia, ma questa volta la baciò addirittura e le disse così: «O Apollo Pizio, che in tante lotte hai innalzato a gloria e grandezza il Fortunato Cornelio Silla, lo abbandonerai proprio ora che lo hai fatto giungere alle porte della patria e lo farai morire con i suoi concittadini nel modo più turpe?». Si narra che, dopo aver così invocato il dio, si rivolse ai suoi soldati, in parte con suppliche e in parte con minacce, e ad alcuni mise le mani addosso; ma, alla fine, persa l’ala sinistra, cercò riparo nell’accampamento insieme ai fuggitivi. Era stato privato di molti compagni e molti conoscenti; morirono calpestati anche tanti di quelli che erano usciti dalla città per andare a vedere la battaglia. Così si pensava che la città fosse perduta e per poco Mario non fu liberato dall’assedio: molti, che dopo la ritirata si erano spinti fin là, chiedevano a Lucrezio Ofella, preposto all’assedio, di togliere il campo velocemente, perché Silla era morto e Roma era nelle mani dei nemici.

[30] Era ormai notte fonda quando all’accampamento di Silla giunsero dei messaggeri di Crasso e gli chiesero cibo per lui e per i suoi soldati; avevano vinto i nemici e li avevano inseguiti fino ad Antemne, dove si erano accampati. Con questo aveva saputo anche che i nemici erano stati uccisi quasi tutti; sul far del giorno era ad Antemne e, a tremila nemici, che gli mandarono dei legati, promise che, se fossero venuti da lui dopo aver compiuto qualche azione a danno degli altri suoi nemici, avrebbe loro concesso l’incolumità. Confidando nella sua parola, essi attaccarono gli altri e ci fu una grande strage da ambedue le parti. Nonostante ciò, Silla radunò nell’ippodromo loro e quanti degli altri erano sopravvissuti, circa seimila uomini, e convocò il Senato nel tempio di Bellona. Nel momento esatto in cui iniziava a parlare, i suoi incaricati uccidevano i seimila; come è naturale, tanti uomini massacrati in uno spazio stretto lanciarono un grido che sconvolse anche i senatori. Silla, con la stessa calma e la stessa espressione tranquilla con cui aveva iniziato a parlare, li pregò di stare attenti al discorso e non a quello che accadeva fuori, perché si trattava di qualche delinquente che veniva ammonito per suo stesso ordine.

Questo fece pensare anche al più tardo dei Romani che il fatto rappresentava un cambiamento di tirannide, non una liberazione.

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in Le Storie di C. Velleio Patercolo, L. Agnes (cur.) – Epitome e Frammenti di L. Anneo Floro, J. Giacone Deangeli (cur.), Torino 1977, pp. 124-127.

 

Vell. II 27

 

[27, 1] At Pontius Telesinus, dux Samnitium, vir domi bellique fortissimus penitusque Romano nomini infestissimus, contractis circiter quadraginta milibus fortissimae pertinacissimaeque in retinendis armis iuventutis, Carbone ac Mario consulibus abhinc annos centum et novem Kal. Novembribus ita ad portam Collinam cum Sulla dimicavit, ut ad summum discrimen et eum et rem publicam perduceret, [2] quae non maius periculum adiit Hannibalis intra tertium miliarium castra conspicata, quam eo die, quo circumvolans ordines exercitus sui Telesinus dictitansque adesse Romanis ultimum diem vociferabatur eruendam delendamque urbem, adiiciens numquam defuturos raptores Italicae libertatis lupos, nisi silva, in quam refugere solerent, esset excisa. [3] Post primam demum horam noctis et Romana acies respiravit et hostium cessit. Telesinus postera die semianimis repertus est, victoris magis quam morientis vultum praeferens, cuius abscisum caput ferro figi gestarigue circa Praeneste Sulla iussit.
[4] Tum demum desperatis rebus suis C. Marius adulescens per cuniculos, qui miro opere fabricati in diversas agrorum partis ferebant, conatus erumpere, cum foramine e terra emersisset, a dispositis in id ipsum interemptus est. [5] Sunt qui sua manu, sunt qui concurrentem mutuis ictibus cum minore fratre Telesini una, obsesso et erumpente occubuisse prodiderint. Utcumque cecidit, hodieque tanta patris imagine non obscuratur eius memoria. De quo iuvene quid existimaverit Sulla, in promptu est; occiso enim demum eo Felicis nomen adsumpsit, quod quidem usurpasset iustissime, si eundem et vincendi et vivendi finem habuisset.
[6] Oppugnationi autem Praenestis ac Marii praefuerat Ofella Lucretius, qui cum ante Marianarum fuisset partium praetor, ad Sullam transfugerat. Felicitatem diei, quo Samnitiurn Telesinique pulsus est exercitus, Sulla perpetua ludorum circensium honoravit memoria, qui sub eius nomine Sullanae Victoriae celebrantur.

 

Tomba di Nola. Il ritorno dei guerrieri sanniti dalla battaglia. Affresco, IV secolo a.C. ca. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

[27, 1] Ponzio Telesino capo dei Sanniti, valente in pace e in guerra e profondamente ostile a Roma, messi insieme circa quarantamila giovani valorosissimi e ostinati a non deporre le armi, circa centonove anni fa sotto il consolato di Carbone e Mario si scontrò con Silla presso la porta Collina, mettendo a rischio mortale e il generale e la Repubblica, [2] la quale quando aveva visto Annibale accampato a meno di tre miglia dalla città non aveva corso maggior pericolo di quel giorno in cui Telesino, trascorrendo da una all’altra schiera, andava dicendo che era giunto per i Romani l’ultimo giorno, e gridava a gran voce che la città doveva essere diroccata e distrutta. E aggiungeva che sarebbero sempre esistiti i lupi rapaci dell’italica libertà, se non si fosse abbattuta la selva loro abituale rifugio. [3] Solo dopo la prima ora di notte l’esercito romano poté riaversi, mentre il nemico indietreggiava. All’indomani Telesino fu trovato semivivo, con sul volto l’espressione da vincitore piuttosto che da morente; e Silla dispose che il suo capo mozzato fosse infisso su una lancia e portato intorno a Preneste.
[4] Allora finalmente il giovane Gaio Mario, disperando della situazione, mentre tentava di porsi in salvo passando per certe gallerie che, predisposte con ammirevole maestria, immettevano in diverse parti della campagna, proprio mentre riemergeva da uno sbocco fuori terra venne ucciso da soldati appostati per sorprenderlo. [5] Altri tramandano che si sia ucciso di sua mano, altri ancora che sia caduto duellando con il fratello minore di Telesino, suo compagno nell’assedio e nella fuga. Comunque sia caduto, la sua memoria non è stata ancora oscurata da quella pur grande del padre. È facile sapere, del resto, che concetto di questo giovane avesse Silla, che assunse il titolo di Felice solo dopo l’uccisione di quello: titolo che gli sarebbe spettato a buon diritto, se con la sua guerra vittoriosa fosse finita anche la sua vita.
[6] L’assedio contro Mario in Preneste era stato diretto da Lucrezio Ofella, passato agli ordini di Silla dopo essere stato pretore nel partito mariano. Volle Silla che il fausto giorno della cacciata dei Sanniti e di Telesino fosse ricordato da ininterrotta tradizione di ludi del circo, che infatti ancor oggi si celebrano sotto il nome di Vittoria Sillana.

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in Storie: libri XLIV-XLV e frammenti di Tito Livio, G. Pascucci (cur.), VII, Torino 1971, pp. 692-695; testo latino da W. Weissenborn – M. Müller (Hgr.), Titi Livi ab Urbe condita libri, Pars IV, libri XLI-CXLII, Fragmenta – Index, Leipzig 1911.

 

Liv. Per. LXXXVIII

 

Sylla Carbonem, eius exercitu ad Clusium ad Fauentiam Fidentiamque caeso, Italia expulit, cum Samnitibus, qui soli ex Italicis populis nondum arma posuerant, iuxta urbem Romanam ante portam Collinam debellauit, reciperataque re p. pulcherrimam uictoriam crudelitate quanta in nullo hominum fuit, inquinauit. VIII milia dediticiorum in uilla publica trucidauit, tabulam proscriptionis posuit, urbem ac totam Italiam caedibus repleuit inter quas omnes Praenestinos inermes concidi iussit, Marium, senatorii ordinis uirum, cruribus bracchiisque fractis, auribus praesectis et oculis effossis necauit. C. Marius Praeneste obsessus a Lucretio Ofella, Syllanarum partium uiro, cum per cuniculum captaret euadere saeptum exercitu, mortem consciuit. [Id est, in ipso cuniculo, cum sentiret se euadere non posse, cum Telesino, fugae comite, stricto utrimque gladio concurrit; quem cum occidisset, ipse saucius impetrauit a seruo ut se occideret].

 

L. Cornelio Silla e L. Manlio Torquato. Denario, Roma, 82 a.C. AR 3, 93 gr. Recto: L. Manli(us) pro q(uaestor). Testa elmata di Roma voltata a destra

 

Silla ricacciò dall’Italia Carbone, dopo averne sconfitto l’esercito presso Chiusi, Faenza e Fidenza; pose fine alla guerra con i Sanniti, che unici fra gli Italici non avevano deposto ancora le armi, attaccandoli nei pressi della città di Roma, dinanzi alla porta Collina e riconquistando la Repubblica macchiò la splendida vittoria con atti di crudeltà, quanti non si erano mai visti compiere da alcuno. Ottomila che si erano arresi massacrò nella villa pubblica, affisse la tavola della proscrizione, riempì di stragi la città e tutta l’Italia; fra l’altro ordinò di passar per le armi tutti gli inermi cittadini di Preneste, fece uccidere Mario, uomo di rango senatorio, dopo avergli fatto spezzare gambe e braccia, tagliare le orecchie e cavare gli occhi. C. Mario assediato a Preneste da Lucrezio Ofella, seguace di Silla, mentre tentava di uscire per un cunicolo sbarrato dall’esercito si dette la morte [cioè, proprio dentro il cunicolo, accortosi di non essere in grado di uscire, con uno di Telese, suo compagno di fuga, impugnata entrambi la spada, duellò; e avendolo ucciso, mentre egli era rimasto soltanto ferito, ottenne che uno schiavo gli vibrasse l’ultimo colpo].

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Bibliografia di approfondimento

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