La congiura di Catilina e la rivolta degli esclusi dal potere

da R. CRISTOFOLI, Storie e parabole del potere personale al tramonto dell’antica Repubblica romana: anni 107-44 a.C.,in ID., A. GALIMBERTI, F. ROHR VIO (eds.), Dalla Repubblica al Principato. Politica e potere in Roma antica, Roma 2014, 43-49 [con modifiche].

Se per la prima parte dei I secolo a.C. si parla del potere, delle sue basi e di coloro che, raggiungendolo e concependolo in maniera diversa, lo detennero effettivamente, ora con la figura di Catilina si apre invece una luce su quanti si trovarono, a un certo punto della propria carriera politica, a non essere più in grado di aspirarvi, e tentarono una rivolta uscendo prima dalle regole non scritte dell’ortodossia politica, poi dalla legalità. Non si trattò, appunto, di un povero o di un uomo di umili origini, ma di un aristocratico in declino, il quale, animato dal disegno di tornare a competere per il potere, guardò al popolo e agli indigenti non solo dell’Urbe, nonché ad altri aristocratici male in arnese, come a una base di sostegno e a un bacino di reclutamento militare: la sua coniuratio, che minacciava un rovesciamento violento, non fu che un tentativo estremo di imporre una svolta all’interno di un quadro in cui, con l’avvicinamento tra optimates ed equites e lo stemperarsi delle tensioni della guerra civile e degli anni Settanta, la sola preoccupazione per un sistema politico e istituzionale sempre più ristretto alla partecipazione di poche famiglie erano ormai i paventati tentativi autocratici dei signori della guerra.

L. Cassio Longino. Denario, Roma 63 a.C. Ar. 3,70 gr. Rovescio: Longin(us) IIIV(ir). Un cittadino in atto di votare, stante, verso sinistra, mentre ripone una tabella, riportante l’abbreviazione U(ti rogas), in una cista.

Lucio Catilina, della famiglia ormai in declino dei Sergii, nacque a Roma nel 108/7. Il matrimonio con Gratiana lo portò ad avvicinarsi a Mario (la donna era sua nipote), ma, dopo la militanza con Gneo Pompeo Strabone, nell’88 passò al seguito di Silla nella prima guerra mitridatica (87-85); al ritorno, fu un sostenitore così accanito di Silla da massacrare il cognato Mario Gratidiano. Il cursus honorum di Catilina prese avvio nel 78 con la questura e proseguì nel 71 con l’edilità, mentre più importanti cariche arrivarono all’inizio degli anni Sessanta: è del 68 la pretura, e del 67-66 il governatorato provinciale in Africa. Erano, quelli, gli anni in cui la competizione elettorale si restringeva ai facoltosi: la propaganda dei candidati e la possibilità di ben figurare una volta eletti in alcune cariche (soprattutto l’edilità) dipendevano strettamente dalle risorse economiche dei singoli, e così era frequente che i membri delle famiglie non più al culmine della prosperità si indebitassero in maniera anche molto rilevante. Tale era la situazione di Catilina, anche per una tendenza allo sperpero cominciata fin dagli anni giovanili, e in quell’epoca tipica di molti rampolli della gioventù capitolina di alto rango.

Tornato a Roma dall’Africa e pendendo su di lui un processo de repetundis (come capitava spesso ai governatori indebitati che si trovavano preposti a una provincia ricca), accusato di aver sfruttato indegnamente quel territorio, Lucio Catilina si candidò nel 66 al consolato per l’anno successivo: l’occasione era propizia, perché i consoli già eletti per il 65, Autronio Peto e Publio Cornelio Silla (nipote di Silla Felix), furono accusati de ambitu e deposti, cosicché Catilina, da poco tornato dall’Africa, poté partecipare alla gara elettorale supplementare, anche sperando di sfuggire così al processo (il diritto romano non consentiva di portare alla sbarra chi avesse cominciato una magistratura, fino allo scadere del mandato). Tuttavia, oltre alla causa incombente, proprio i suoi temuti trascorsi – che includevano uno scandalo con le Vestali! – minarono le sue possibilità e frustrarono il suo tentativo: si decise di non ammettere alla candidatura, pretestuosamente, quanti non fossero già stati candidati alle prime elezioni, e furono così eletti consoli Lucio Aurelio Cotta e Lucio Manlio Torquato.

Ritratto virile, detto ‘Cicerone’. Busto, marmo bianco, I sec. d.C. Firenze, Galleria degli Uffizi

A questo punto Sallustio (Cat. 18, 4 ss.; ma cfr., tra l’altro, DCass. XXXVI 44, 3 ss.) di una cosiddetta «prima congiura di Catilina», con Catilina e Autronio Peto che avrebbero coinvolto Gaio Pisone in una trama contro la vita dei nuovi consoli Cotta e Torquato, da attuarsi il 1° gennaio del 65 alla loro entrata in carica; compiuto l’assassinio, Pisone sarebbe poi dovuto andare con un esercito a occupare le due Hispaniae. La congiura fu posticipata al 5 febbraio perché trapelata, e in quell’occasione la strage avrebbe dovuto riguardare anche molti senatori: ma quel giorno lo scarso numero di adesioni e il segnale dato da Catilina troppo presto fecero fallire tutto. Pisone andò in Spagna lo stesso, come governatore e con l’appoggio del neocensore Crasso (Sall. Cat. 19, 1), ma lì venne assassinato. Nessuna indagine acclarò i fatti del 65, e la maggioranza degli studiosi moderni non accorda molta fiducia alla loro realtà; se fu Cicerone nel 64, con l’orazione per la sua candidatura, a dare origine alle illazioni su tale presunta trama, reiterandole in discorsi successivi, va detto che in effetti Sallustio, Livio (ma la Per. 101 non fa il nome di Catilina) e Cassio Dione le considerarono molto seriamente, andando oltre lo stesso oratore per quanto riguarda la costruzione di una vera e propria congiura. È con Svetonio che il quadro si arricchisce di un dato significativo, che la tradizione ostile a Cesare aveva conservato: al cap. 9 della sua biografia leggiamo infatti che Cesare, pochi giorni prima di assumere l’edilità del 65, venne sospettato di aver dato vita a una congiura insieme a Crasso e ai due consoli vincitori delle prime elezioni del 66, Silla e Autronio. La congiura – poi naufragata per pavidità o per un ripensamento di Crasso – sarebbe stata finalizzata all’uccisione degli avversari in Senato, dopodiché Crasso avrebbe dovuto assumere la dittatura con Cesare come magister equitum, e riattribuire il consolato a Silla e Autronio. Notevole però il fatto che, in questo ramo della tradizione confluito in Svetonio, non si facesse menzione di Catilina: di vero può esserci soprattutto l’avvicinamento di Crasso e Cesare, preoccupati dai successi di Pompeo in Oriente.

Catilina venne assolto dall’accusa di concussione (de repetundis) che pendeva su di lui, ma troppo tardi per poter presentare la candidatura al consolato del 64; tornò in lizza per quello del 63, questa volta con possibilità accresciute grazie al sostegno di importanti personaggi, tra i quali probabilmente Crasso e forse Cesare, entrambi annoverati da Asconio Pediano (nel commento all’orazione ciceroniana In toga candida 74, p. 83 Clark) come sostenitori di Catilina, e che è possibile presupporre interessati – in un’ottica di perseguimento del proprio utile, che nell’aristocrazia del tempo si faceva sempre più preponderante rispetto a qualsiasi coerente ideologia – a un programma parzialmente “popolare”, nell’intento di fronteggiare la paventata elezione del candidato pompeiano e conservatore Marco Tullio Cicerone.

M. Tullio Cicerone (?). Statua, marmo, II sec. d.C. Oxford, Ashmolean Museum.

Si può presumere che il programma di Catilina contenesse sì delle aperture riformiste e delle misure volte ad alleviare la crisi finanziaria che colpiva il popolino e la plebe rurale, ma non ancora i disegni di riforme ad alto impatto che avrebbero contraddistinto l’ultima parte della sua attività politica e che in questa fase sarebbero stati ancora prematuri, in quanto lo avrebbero privato dell’appoggio di Crasso, legato al ceto imprenditoriale-finanziario e quindi sordo a qualsiasi misura inerente a condoni di debiti e a trasformazioni sociali radicali: ha senz’altro ragione Syme (1968, 92-93) a rimarcare che Sallustio, in realtà, anticipa nella sua narrazione i piani rivoluzionari del personaggio.

Catilina e i suoi fautori dovettero mobilitarsi per questa competizione elettorale per il consolato del 63 e indulgere alla pratica, del resto diffusa, dell’ambitus («broglio»); ma le cose non andarono come essi si auguravano, e furono eletti Cicerone, appoggiato dalla maggioranza degli optimates (spaventati dalle manovre di Crasso e Cesare) e degli equites, e, tra coloro che facevano capo al sostegno elettorale di Crasso, il solo Gaio Antonio Hybrida, un sillano.

Non ancora disposto a rassegnarsi, Catilina tentò per la terza volta di raggiungere la suprema magistratura e si candidò per le elezioni del 63 per il consolato del 62, senza più l’appoggio di Crasso: Catilina, che almeno alle elezioni precedenti aveva goduto ancora del sostegno di potenti personaggi – i quali intendevano avvalersi di lui come di uno strumento per la loro politica – ed era stato a un passo dal coronamento della carriera dell’alta aristocrazia, da questo momento può invece essere considerato un escluso dal potere, che come tale cerca di ovviare alla propria situazione e alle difficoltà della sopravvenuta indigenza, cavalcando il malcontento di quanti non appartenevano da sempre, e di quanti non appartenevano più, alla ristretta élite dominante.

La sua è una rivolta che comincia fin dal programma: in sé legittimo, pur se questa volta radicale, e imperniato sulla remissione dei debiti pregressi (tabulae novae) come su una bandiera anche ideologica, in qualche modo mirata a far presa trasversalmente, in quanto teoricamente in grado di attrarre nel favore a essa la plebe e i piccoli proprietari terrieri italici, ma anche non pochi patrizi indebitati per lo stile di vita o per l’ambizione politica. La base di consenso di Catilina vantava infatti ancora degli optimates (ma per la maggiore in difficoltà), tra i quali Publio Cornelio Lentulo Sura (cos. 71), espulso dal Senato nel 70, e Lucio Cassio Longino (praet. 66), mentre la sua base sociale era composta in larga parte dalla plebe urbana, da giovanotti ambiziosi e pieni di debiti, da piccoli proprietari soprattutto dell’Etruria e da ex soldati di Silla. Nondimeno, Catilina andò incontro all’ennesima sconfitta elettorale.

Joseph-Marie Vien, La congiura di Catilina. Olio su tela, c. 1809.

La maggioranza dell’aristocrazia ottimate e la pressoché totalità dei cavalieri si erano infatti date molto da fare alla luce di quella che Catilina aveva configurato come la sua azione politica in caso di elezione consolare; l’immagine di Catilina fu dai suoi avversari propagandisticamente deformata e presentata come quella di un dissoluto ispirato da intenti sovversivi, che giungeva al punto di cibarsi delle viscere di bambini immolati a suggello di sacrifici (DCass. XXXVII 30, 3). Catilina, deciso allora a giocarsi il tutto per tutto uscendo dalla legalità, passò alla soluzione estrema (il «piano B»: Waters 1970, 198 ss.) di ordire un complotto a danno di Cicerone e di arruolare un esercito di veterani in Etruria, comprendente, oltre ai sostenitori della prima ora e ai braccianti, anche bande paramilitari e servi: Gaio Manlio agì per conto di Catilina proprio a tal scopo.

La nuova sconfitta nella competizione per il consolato era nata soprattutto dall’abbandono da parte di Crasso, nonché dal differimento – non si sa quanto lungo, forse fino all’autunno – dei comitia attuato da Cicerone, che impedì di votare alla plebe rurale (Plut. Cic. 14, 5); ma va rilevato che anche un’ampia percentuale della plebe urbana indipendente (soprattutto i tabernarii, secondo Yavetz 1969) dovette distaccarsi da lui, in piccola parte già prima e in parte maggiore dopo le elezioni, a mano a mano che Cicerone pronunciava i suoi discorsi contro Catilina, intrisi di rivelazioni circa i suoi progetti eversivi e l’inevitabile sconvolgimento dell’ordine pubblico, cui il temuto reclutamento di servi – mentre era ancor viva la memoria di Spartaco – offriva conferma. La plebs di Roma, non tutta indigente, che non si entusiasmò davanti alla lex agraria proposta da Rullo (appoggiata da Cesare e da Crasso, che volevano togliere a Pompeo il controllo delle assegnazioni di terreno, e per questo osteggiata da Cicerone), in quanto niente affatto sedotta dalla prospettiva di dover abbandonare l’Urbe per andare in colonie di nuova fondazione, dovette togliere il proprio favore a Catilina con buona probabilità per effetto della martellante propaganda, che oltre alle accuse di cui sopra arrivò ad attribuirgli anche quella di voler incendiare la città (Sall. Cat. 43, 2 ss., e altre fonti). Tutto ciò non era controbilanciato dall’attrattiva dell’abolizione dei debiti, che pur se realizzata non avrebbe comunque evitato ai disperati di contrarne di nuovi, in assenza di una reale e adeguata riforma economico-finanziaria (Yavetz 1969). Sallustio (Cat. 48) fa infatti notare come, dopo la scoperta della congiura, la plebe urbana avesse cambiato il suo modo di vedere le cose (mutata mente), maledicendo i progetti di Catilina e portando alle stelle Cicerone (Catilinae consilia exsecrari, Ciceronem ad caelum tollere), timorosa soprattutto della prospettiva che fossero appunto appiccati incendi (per facilitare l’invasione della città da parte dei catilinari), particolarmente temibili per chi possedeva solo utensili e vestiti. Faremmo inoltre rilevare che per una parte non piccola della platea dei poveri esisteva ormai anche la prospettiva dell’arruolamento militare professionale post-mariano, che certo aveva ridotto il numero degli uomini sui quali potesse far presa un progetto rivoluzionario e rischioso, basato su misure che in ultima analisi erano palliative.

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato. Affresco, 1882-88. Roma, Palazzo di Villa Madama.

Il 27 ottobre del 63 in Etruria avvenne l’insurrezione, mentre il 6 novembre a Roma i catilinari pianificarono l’assassinio del console Cicerone per la nottata. L’azione contro il magistrato fu però sventata, e la risposta del console non si fece attendere: l’8 e il 9 novembre egli tenne in Senato le prime due orationes in Catilinam, che poco più di una settimana dopo sortirono gli effetti della dichiarazione di Catilina come hostis publicus e dell’emanazione di un Senatus consultum ultimum. Catilina fu costretto a fuggire dall’Urbe e a cercare scampo presso i suoi in Etruria; nella disperata ricerca di nuove alleanze, era entrato in trattative perfino con gli Allobrogi, ma alcuni loro esponenti furono sorpresi a Roma con messaggi per Catilina e confessarono. La terza e la quarta delle Catilinariae, pronunciate rispettivamente il 3 e il 5 dicembre subito dopo la scoperta della corrispondenza segreta, se valsero a Cicerone il titolo di «salvatore della patria», costarono l’accusa di perduellio ai congiurati che erano ancora a Roma, e l’esecuzione in tutta fretta nel carcere Mamertino, senza che fosse loro concessa la provocatio ad populum.

Cesare aveva parlato in Senato contro l’opportunità di una condanna a morte almeno così immediata, e a favore invece della confisca dei beni e della prigionia per gli arrestati in attesa della sconfitta di Catilina e di un processo con tutti i crismi e le garanzie costituzionali; prevalsero però i pareri dell’ottimate emergente Marco Porcio Catone il Giovane e di Cicerone. Catilina, con eroismo eternato da Sallustio nel suo «ritratto paradossale» (La Penna 1976) del personaggio, morì nel gennaio del 62 a Pistoia, combattendo contro l’esercito condotto da Petreio.

Alcide Segoni, Il ritrovamento del corpo di Catilina dopo la battaglia di Pistoia. Olio su tela, 1871. Firenze, Galleria dell’Arte.

Anche fra gli studiosi moderni – una parte dei quali ritiene di ridimensionare l’importanza della vicenda – si trovano quanti danno credito alle fonti antiche e presentano quello di Catilina come il tentativo di destabilizzare lo Stato romano a opera di un dissoluto manovrato da politici potenti, e quanti, invece, hanno guardato a lui come a un leader con un’ambizione politica autonoma, che certamente trovò poi anche l’appoggio di personaggi influenti; ma non sono mancati neanche alcuni che, con buona dose di esagerazione, hanno annoverato il personaggio tra gli autentici riformatori sociali dell’antica Roma.

***

Bibliografia

Barbieri A., Le tabulae novae ed il bellum Catilinae, RCCM 36 (1994), 307-315.

Benson J.M., Catiline and the Date of the Consular Elections of 63 B.C., in Deroux C. (ed.), Studies in Latin Literature and Roman History, Bruxelles 1986, 234-246.

Bessone L., Le congiure di Catilina, Padova 2004.

Bringmann K., Sallusts Umgang mit der historischen Wahrheit in seiner Darstellung der Catilinarischen Verschwörung, Philologus 116 (1972), 38-113.

Brunt P.A., Classi e conflitti sociali nella Roma repubblicana, Bari 1972.

Criniti N., Bibliografia catilinaria, Milano 1977.

Deniaux É., Clientèles et pouvoir à l’époque de Cicéron, Rome 1993.

Drexler H., Die Catilinarische Verschwörung. Ein Quellenheft, Darmstadt 1976.

Ducroux S., Échos et ruptures dans les premiers chapitres du Catilina de Salluste, MEFRA 89 (1977), 99-113.

Gelzer T., s.v. L. Sergius Catilina²³, in RE II 4, Stuttgart 1923, 1693-1711.

Hoffman W., Catilina und die römische Revolution, Gymnasium 66 (1959), 459-477.

Iseman T.P.W., The Senate and the Populares, 69-60 B.C., in CAH IX Cambridge 1994, 327-367.

Kaplan A., Catiline: The Man and His Role in the Roman Revolution, New York 1968.

La Penna A., Sallustio e la “rivoluzione” romana, Milano 1968.

Lintott A., Violence in Republican Rome, Oxford 1968.

Manni E., Lucio Sergio Catilina, Firenze 1969².

Mello M., Sallustio e le elezioni consolari del 66 a.C., PdP 18 (1963), 36-54.

Pareti L., Catilina, SMSA 3 (1965), 442-444.

Pelling C., Plutarch and Catiline, Hermes 113 (1985), 311-329.

Pöschl V., Die Reden Caesars und Catos in Sallusts Catilina, in Id., Sallust, Darmstadt 1970, 368-397.

Poznanski R., Catilina, le Bolchevik Romain, RES 54 (1982), 631-642.

Ramsey J.T., Cicero, pro Sulla 68 and Catiline’s Candidacy in 66 BC, HSCPh 86 (1982), 121-131.

Salmon E.T., Catiline, Crassus, and Caesar, AJPh 56 (1935), 302-316.

Seager R., The First Catilinarian Conspiracy, Historia 13 (1964), 338-347.

Spath T., Salluste, Bellum Catilinae : un texte tragique de l’historiographie ?, Pallas 49 (1998), 173-195

Syme R., Sallustio (trad. it.), Brescia 1968.

von Ungern-Sternberg J., Das Verfahren gegen die Catilinarier oder: Der vermiedene Prozeß, in Id., Manthe U. (eds.), Große Prozesse der römischen Antike, München 1997, 85-99.

Vogt J., Cicero und Sallust über die Catilinarische Verschwörung, Darmstadt 1966².

Waters K.H., Cicero, Sallust and Catiline, Historia 19 (1970), 195-215.

Wilkins A.T., Villain or Hero: Sallust’s Portrayal of Catiline, New York 1996.

Wimmel W., Die zeitlichen Vorwegnahmen in Sallusts Catilina, Hermes 95 (1967), 192-221.

Yavetz Z., The Failure of Catiline’s Conspiracy, Historia 12 (1963), 485-499.

Id., Plebs and Princeps, Oxford 1969.

Zullino P., Catilina, Milano 1985.

Servire lo Stato (Sall. Bell. Cat. 3)

di F. PIAZZI, A. GIORDANO RAMPIONI, Multa per aequora.  Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 1 – Dall’età arcaica all’età di Cesare, Bologna 2004, pp. 353-354.

 

Fare politica attiva è il miglior modo di servire lo Stato. Ma anche scrivere le gesta altrui può dare fama. Sallustio ricorda che si dedicò alla politica attiva ancora giovanissimo, ma in quel mondo corrotto anche lui fu facile preda dell’ambizione.

 

3. Sed[1] in magna copia rerum[2] aliud alii natura iter ostendit. pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est[3]; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere[4], multi[5] [2] ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et auctorem rerum, tamen in primis arduom videtur res gestas scribere[6]: primum quod facta dictis exaequanda sunt; dehinc quia plerique quae delicta reprehenderis malevolentia et invidia dicta putant[7], ubi de magna virtute atque gloria bonorum memores, quae sibi quisque facilia factu putat, aequo animo accipit[8], supra ea[9] veluti ficta pro falsis ducit.

[3] Sed ego adulescentulus initio sicuti plerique studio ad rem publicam latus sum, ibique mihi multa advorsa fuere[10]. nam pro pudore, pro abstinentia, pro virtute audacia largitio avaritia[11] vigebant. [4] quae tametsi animus aspernabatur insolens malarum artium, tamen inter tanta vitia imbecilla aetas ambitione corrupta tenebatur[12]; ac me, [5] quom ab reliquorum malis moribus dissentirem[13], nihilo minus honoris cupido eadem quae ceteros[14] fama atque invidia vexabat.

 

Uomo togato. Statua, marmo, 100-250 d.C. ca. 

 

Nella molteplicità del reale, la natura addita a chi una strada a chi un’altra. È bello servire la patria con le opere, ma non è senza pregio servirla con l’eloquenza; si può diventare famosi in pace e in guerra e sono tenuti in considerazione sia quelli che compirono imprese sia quelli che le narrarono. Quantunque diversa rinomanza consegua chi opera e chi scrive, a me, invero, il compito dello storico sembra il più arduo: prima di tutto, deve trovare espressioni adeguate ai fatti; in secondo luogo, se condanna i misfatti, l’accuseranno di malanimo e di invidia; se elogia le virtù egregie e porta alle stelle la gloria dei meritevoli, ascolteranno con pazienza le azioni che ritengono alla loro portata, ma quelle maggiori di sé le prenderanno per invenzioni e fandonie.

Quando ero giovane, come molti, la passione politica mi spinse alla vita pubblica, ma molte cose mi andarono di traverso. Tra i politici, infatti, non trovai senso dell’onore, ma impudenza[15], non probità, ma corruzione, non rettitudine, ma invidia; e, sebbene l’animo mio, inesperto del male, rifuggisse da quelle pratiche riprovevoli, pure l’età acerba fu travolta dall’ambizione e rimasi invischiato in quell’ambiente corrotto. Mi tenevo lontano dal malcostume imperante, ma la smania di salire mi esponeva come gli altri alla maldicenza e al malanimo.

(tr. it. L. Storoni Mazzolani)

 

***

Note:

[1] Sed: «Or dunque». L’avversativa è molto frequente all’inizio di capitolo, soprattutto quando segna la transizione da un concetto generale a una situazione particolare.

[2] in magna copia rerum: «nel vasto campo delle cose umane».

[3] pulchrum… absurdum: nota il chiasmo (pulchrum corrisponde a haud absurdum, bene facere a bene dicere). La litote haud absurdum esprime la cautela dell’autore che si sente intorno un pubblico restio a riconoscere il valore della storiografia e, in genere, della letteratura non oratoria; qui conviene conservare la figura nella traduzione: «anche non è disdicevole…».

[4] et qui fecere et qui… scripsere: da notare il polisindeto; fecere: «agirono».

[5] multi: è predicativo, cioè «in molti».

[6] tametsi…tamen: «sebbene non ugual gloria insegua chi scrive e chi compie imprese, (tuttavia)…». Il tamen è ridondante e si tralascia nella traduzione. in primis: rafforza arduom formando una specie di superlativo.

[7] quia plerique… putant: costr. quia plerique putant dicta (esse) malevolentia et invidia quae delicta reprehenderis: «perché, nel rimproverare i misfatti, i più riterranno che le tue parole siano state dette per malevolenza e invidia». Reprehenderis, come il successivo memores, è congiuntivo eventuale con «tu» generico: «è un segno del dialogo moralistico sallustiano la presenza dell’ideale interlocutore» (C. De Meo).

[8] quae… accipit: «ciò che (lui stesso) crede di poter agevolmente operare, ognuno l’accetta senza dar peso (aequo animo)». La vanità induce gli uomini a ritenere attendibili le imprese di cui essi stessi sarebbero capaci, parto di fantasia quelle al di sopra delle loro possibilità.

[9] supra ea: brachilogico per quae supra ea sunt.

[10] Sed ego… multa advorsa fuere: s’innesta qui il motivo autobiografico. Sallustio propone l’identificazione della propria esperienza con quella affine narrata da Platone nella settima epistola (324b): «Da giovane, e sono molti anni, provai un’esperienza comune a molti, fermamente deciso a una cosa: appena in grado di disporre della mia volontà, dedicarmi subito alla vita politica… La costituzione allora vigente era avversata con la violenza, tanto che il potere passò in mano a gente nuova. Certo, erano illusioni quelle che allora sorsero in me, ma la mia giovane età ne dà ragione. Osservando tutti questi fatti e altri, gravi non meno, provai un senso di profonda indignazione. Lungi dalle sciagure che imperversarono in quegli anni, cercai allora di salire a più alta visione» (trad. Turolla). studio… latus sum: «fui trascinato da ambizione alla vita pubblica». multa advorsa: «molte delusioni», «molte amarezze».

[11] pro pudore… avaritia: l’anafora di pro e la contrapposizione, in progressione asindetica, delle virtù (pudor, «ritegno», abstinentia, «integrità», virtus, «merito») ai vizi (audacia, «impudenza», largitio, «corruzione», avaritia, «cupidigia»), senza che si possa ragionevolmente trovare una corrispondenza tra questi e quelle, concorrono alla brevità dell’espressione sallustiana, tesa a dipingere il quadro della decadenza morale.

[12] tametsi… tamen: per la medesima correlazione ridondante, vedi sopra. insolentia malarum artium: «non avvezzo alle male arti». imbecilla aetas: «la mia debole età», cioè la giovinezza inesperta.

[13] quom (= cum) ha valore concessivo.

[14] quae ceteros: sott. vexabat.

[15] I termini che Sallustio contrappone sono pudor-audacia; abstinentia-largitio; virtus-avaritia: i primi rispecchiano l’etica severa della classe dirigente romana, quei principi austeri che, quando si conobbe il pensiero greco, si trovarono a coincidere con l’etica stoica. Pudor è “dignità”, “senso d’onore” e si contrappone ad audacia, un connotato politico deteriore (Cic. Verr. I 1, 36, 2, improbitate et audacia, II 3, 140, 16, ob singularem improbitatem atque audaciam, II 3, 152, 2, improbitas, audacia, ecc. Vedi Ch. Wirszbuski, Audaces, a Study in Political Phraseology, JRS 51 [1961], pp. 12-22). Abstinentia è “incorruttibilità” (at enim praetorem, Sophocle, decet non solum manus sed etiam oculos abstinentes habere, Cic. off. I 144, 9). Virtus è il complesso delle virtù del Cittadino in pace e in guerra (H.W. Litchfield, National exempla virtutis in Roman Literature, HSCPh 25 [1914], pp. 1-71). Sul vocabolario politico dell’età repubblicana, v. J. Hellegouarc’h, Le vocabulaire Latin des relations et des partis politiques sous la République, Paris 1961; U. Paanänen, Sallust’s political-social Terminology, Helsinki 1972.

Sall. Cat. 29 (Il Senato conferisce pieni poteri a Cicerone per combattere Catilina)

di Sallustio, La congiura di Catilina, L. Storoni Mazzolani (cur.), Milano, BUR, 2013, 124-125; testo latino: J.C. Rolfe – J.T. Ramsey (eds.), Sallust, I: The War with Catiline; The War with Jugurtha (edited and revised; first published 1921). Loeb classical library, 116, Cambridge-London, HUP, 2013, 66-67.

 

Ea cum Ciceroni nuntiarentur, ancipiti malo permotus, quod neque urbem ab insidiis priuato consilio longius tueri poterat neque, exercitus Manli quantus aut quo consilio foret, satis compertum habebat, rem ad senatum refert, iam antea uolgi rumoribus exagitatam. itaque, quod plerumque in atroci negotio solet, senatus decreuit, darent operam consules, ne quid res publica detrimenti caperet. ea potestas per senatum more Romano magistratui maxuma permittitur: exercitum parare, bellum gerere, coercere omnibus modis socios atque ciuis, domi militiaeque imperium atque iudicium summum habere; aliter sine populi iussu nullius earum rerum consuli ius est.

 

Come apprese queste notizie, Cicerone si turbò per la duplice minaccia, poiché non era più in suo potere proteggere l’Urbe dai pericoli con la sola sua previdenza né era sufficientemente informato sull’entità delle forze di Manlio o delle sue intenzioni. Perciò, portò a conoscenza del Senato la cosa, che correva già sulle bocche di tutti.

Il Senato emanò il decreto che ordina ai consoli di provvedere affinché la Repubblica non subisca alcun danno: secondo il costume romano, al magistrato, tramite il Senato, vengono conferiti i più ampi poteri, come richiamare l’esercito, fare la guerra, tenere sotto la più rigorosa disciplina i cittadini e gli alleati, esercitare, infine, i poteri supremi civili e militari; altrimenti, senza l’autorizzazione del popolo romano, al console non è lecito nessuno di questi provvedimenti.

 

M. Tullio Cicerone. Busto, marmo, copia di B. Thorvaldsen da originale romano. København, Thorvaldsens Museum.

 

Alcune testimonianze di Cicerone sulla congiura di Catilina

di L. STORONI MAZZOLANI (ed.), Sallustio, La congiura di Catilina, testo latino a fronte, Milano 2013, pp. 56-59.

 

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato; dettaglio. Affresco, 1882-88. Roma, Palazzo di Villa Madama.

 

Sulla congiura di Catilina hanno scritto molti storici ma tutti posteriori. Dei testimoni, nessuno certamente fu più informato e più interessato di Cicerone, che era console nel 63 a.C., l’anno della congiura, e pronunciò le celebri quattro orazioni dette le Catilinarie. Ci è parso utile citare altri passi nei quali l’oratore parlò del famoso rivoluzionario: la prima orazione citata, Pro Murena, fu pronunciata nella seconda metà di novembre del 63, cioè quindici giorni dopo le Catilinarie. In quel momento, Catilina aveva lasciato Roma e si trovava con l’esercito a Fiesole. Cicerone lo ricorda candidato al consolato:

 

[49] Catilinam interea alacrem atque laetum, stipatum choro iuventutis, vallatum indicibus atque sicariis, inflatum cum spe militum […], circumfluentem colonorum Arretinorum et Faesulanorum exercitu […]. voltus erat ipsius plenus furoris, oculi sceleris, sermo adrogantiae, sic ut ei iam exploratus et domi conditus consulatus videretur. [50][…] habuisse in contione domestica dicebatur, cum miserorum fidelem defensorem negasset inveniri posse nisi eum qui ipse miser esset; integrorum et fortunatorum promissis saucios et miseros credere non oportere […].

Catilina, tutto vibrante, lieto, circondato da una schiera di giovani, protetto da informatori e da sicarii, esaltato dalla speranza che poneva nei militari… attorniato da una legione di coloni di Arezzo e di Fiesole… il volto acceso, gli occhi da criminale, le parole arroganti, pareva avesse già in pugno il consolato, anzi, che se lo fosse chiuso in casa… dicono che in una riunione in casa sua abbia dichiarato che nessuno poteva farsi campione dei poveri se non era povero anche lui: gli sventurati, i miserabili, diceva, non dovevano fidarsi delle promesse di chi era ricco e protetto dalla sorte…

 

[78] non usque eo L. Catilina rem publicam despexit atque contempsit ut ea copia quam secum eduxit se hanc civitatem oppressurum arbitraretur. Latius patet illius sceleris contagio quam quisquam putat, ad pluris pertinet. intus, intus, inquam, est equus Troianus; a quo numquam me consule dormientes opprimemini. [79] quaeris a me ecquid ego Catilinam metuam. nihil, et curavi ne quis metueret, sed copias illius quas hic video dico esse metuendas; nec tam timendus est nunc exercitus L. Catilinae quam isti qui illum exercitum deseruisse dicuntur. non enim deseruerunt sed ab illo in speculis atque insidiis relicti in capite atque in cervicibus nostris restiterunt.

L. Catilina non disprezza la Repubblica al punto da illudersi di poterla dominare con le forze che ha portato fuori della città con sé; ma l’infezione del suo reo disegno si è estesa più che chiunque possa pensare, ha contagiato molti. Il cavallo di Troia è qui, in città; ma non vi coglierà di sorpresa nel sonno fino a che il console sarò io. Mi chiedete se ho paura di Catilina? Affatto! Anzi, ho fatto sì che non ne abbia paura nessuno; però, lo affermo, c’è da aver paura dei seguaci che ha qui; non è tanto l’esercito di Catilina che è da temere, quanto quelli che ha lasciati qui, dei quali si dice che hanno disertato l’esercito. Non è vero! Non hanno disertato affatto! È lui che li ha lasciati qui a vigilare, a spiare, a tendere insidie; sono rimasti per attentare alle nostre vite.

 

***

 

Publio Cornelio Silla, nipote del dittatore scomparso, eletto console nel 65 a.C., fu destituito perché accusato di brogli elettorali; pendeva su di lui un’altra denuncia, di complicità nella congiura di Catilina. L’orazione in sua difesa fu pronunciata da Cicerone nel 62 a.C., pochi mesi dopo la morte del rivoluzionario. Cicerone lo scagiona dall’accusa («di lui non ebbi mai alcun indizio, né lettere, né sospetti») e descrive la riunione in casa di Marco Leca, precisando che avvenne il 6 novembre, alla vigilia della seduta nella quale egli, pronunciando la I Catilinaria, smascherò Catilina e lo costrinse ad allontanarsi. Sallustio invece pone quella riunione ai primi di ottobre. La descrizione di Catilina giovane  ha forse ispirato quella di Sallustio.

 

[52] quae nox [ad M. Laecam] omnium temporum coniurationis acerrima fuit atque acerbissima. tum Catilinae dies exeundi, tum ceteris manendi condicio, tum discriptio totam per urbem caedis atque incendiorum constituta est; tum tuus pater, Corneli, id quod tandem aliquando confitetur, illam sibi officiosam provinciam depoposcit ut […] me […] trucidaret.

La notte in cui avvenne la riunione in casa di M. Leca fu la più tremenda di tutte le fasi della congiura: quella notte fu fissata la data della partenza di Catilina, affidati i compiti a chi restava, fu divisa la città in sezioni in vista dei massacri e degli incendi; fu quella notte che tuo padre, Cornelio – un giorno dovrà pure confessarlo! – sollecitò per sé l’incarico meritorio di uccidermi […].

 

[70] omnibus in rebus, iudices, quae graviores maioresque sunt, quid quisque voluerit, cogitarit, admiserit, non ex crimine, sed ex moribus eius qui arguitur est ponderandum. neque enim potest quisquam nostrum subito fingi neque cuiusquam repente vita mutari aut natura converti […] Catilina contra rem publicam coniuravit. cuius aures umquam haec respuerunt? conatum esse audacter hominem a pueritia non solum intemperantia et scelere sed etiam consuetudine et studio in omni flagitio, stupro, caede versatum?

In tutte le cose più gravi, di maggior rilievo, o giudici, non si deve basarsi sul delitto ma sui precedenti di colui che è imputato. Poiché nessuno di noi può farsi una personalità di punto in bianco, né mutare all’improvviso da quel che era, o cambiare la propria natura… che Catilina abbia attentato alla sicurezza della Repubblica, chi mai non ha creduto capace d’un piano così criminoso un uomo che sin dall’adolescenza s’era abbandonato non solo all’intemperanza e al delitto, ma anzi s’era abituato a compiere violenze, stupri, assassini e di questi si compiaceva?

 

[76] […] penitus introspicite Catilinae, Autroni, Cethegi, Lentuli ceterorumque mentis; quas vos in his libidines, quae flagitia, quas turpitudines, quantas audacias, quam incredibilis furores, quas notas facinorum, quae indicia parricidiorum, quantos acervos scelerum reperietis! ex magnis et diuturnis et iam desperatis rei publicae morbis ista repente vis erupit, ut ea confecta et eiecta convalescere aliquando et sanari civitas posset […].

Considerate a fondo, giudici, l’animo di Catilina, di Autronio, di Cetego, di Lentulo e degli altri complici; quali libidini vi troverete, quali degenerazioni, quali turpitudini, quali gesti avventati e violenze incredibili, quali sintomi di criminalità, e indizi di odio contro i parenti, quali cumuli di malefatte! Dalle grandi, e ormai annose e irrimediabili sciagure della Repubblica scaturì improvvisamente tale malvagità, sì che, una volta che la si fosse sconfitta ed espulsa, la Repubblica potesse lentamente riaversi e riacquistare le forze […].

 

***

 

Celio Rufo aveva subito una denuncia di tentato avvelenamento dalla sua amante, Clodia – la famosa Lesbia amata da Catullo; siamo nel 56 a.C. Che Celio Rufo avesse appartenuto al gruppo dei giovani che seguivano affascinati il rivoluzionario Catilina è ormai un fatto lontano e superato. A distanza di 7 anni, Cicerone, ripensando al suo avversario, all’uomo che tentò di ucciderlo, ne dà un giudizio improntato a equità e giustifica il giovane che credette in lui:

 

[12] […] Habuit enim ille, sicuti meminisse vos arbitror, permulta maximarum non expressa signa sed adumbrata virtutum. utebatur hominibus improbis multis; et quidem optimis se viris deditum esse simulabat. erant apud illum inlecebrae libidinum multae; erant etiam industriae quidam stimuli ac laboris. flagrabant vitia libidinis apud illum; vigebant etiam studia rei militaris. neque ego umquam fuisse tale monstrum in terris ullum puto, tam ex contrariis diversisque ‹atque› inter se pugnantibus naturae studiis cupiditatibusque conflatum […].

Ma Catilina, credo che lo ricorderete, aveva in sé non pochi germi di virtù, non manifesti ma potenziali. Sì, era legato a molti degenerati, ma fingeva d’esser amico dei migliori; istigava molti al vizio ma sapeva anche stimolare qualcuno al lavoro; divampavano in lui i vizi del piacere, ma aveva un vivo interesse per le armi. No, non credo sia esistito mai al mondo un essere più singolare, che riuniva in sé doti diverse e contraddittorie e opposte inclinazioni e desiderii […].

 

[13] quis clarioribus viris quodam tempore1 iucundior, quis turpioribus2 coniunctior? quis civis meliorum partium aliquando, quis taetrior hostis huic civitati? quis in voluptatibus inquinatior, quis in laboribus patientior? quis in rapacitate avarior, quis in largitione effusior? illa vero, iudices, in illo homine admirabilia fuerunt, comprehendere multos amicitia, tueri obsequio, cum omnibus communicare quod habebat, servire temporibus suorum omnium pecunia, gratia, labore corporis, scelere etiam, si opus esset, et audacia, versare suam naturam et regere ad tempus atque huc et illuc torquere ac flectere, cum tristibus severe, cum remissis iucunde, cum senibus graviter, cum iuventute comiter, cum facinerosis audaciter, cum libidinosis luxuriose vivere. [14] hac ille tam varia multiplicique natura cum omnis omnibus ex terris homines improbos audacisque conlegerat, tum etiam multos fortis viros et bonos specie quadam virtutis adsimulatae tenebat. neque umquam ex illo delendi huius imperi tam consceleratus impetus exstitisset, nisi tot vitiorum tanta immanitas quibusdam facilitatis et patientiae radicibus niteretur. […] me ipsum, me, inquam, quondam paene ille decepit, cum et civis mihi bonus et optimi cuiusque cupidus et firmus amicus ac fidelis videretur; cuius ego facinora oculis prius quam opinione, manibus ante quam suspicione deprendi […].

Chi, in un determinato momento, fu più benvisto dalle personalità eminenti e chi più intimo dei malfattori? Chi più di lui parteggiò a volte per la parte degli onesti e fu al tempo stesso più nefasto a questa città? Chi immerso in piaceri più turpi e più resistente alla fatica? Chi di lui più rapace e al tempo stesso più generoso? Queste, o giudici, furono veramente doti eccezionali di quell’uomo, la capacità di legarsi in amicizia con tante persone, di conservarla con la deferenza, e far parte a tutti di ciò che possedeva, prestar servizio ai bisogni di tutti i suoi con il denaro, con le aderenze, con le più faticose prestazioni, e, se era necessario, persino con il delitto, con l’ardire; e saper dominare la propria natura e piegarla per ogni verso e comportarsi austeramente con le persone serie e allegramente con i gaudenti, grave con gli uomini d’età, gioviale con i giovani, temerario con i facinorosi, scostumato con i lascivi. Appunto per questa sua natura varia e molteplice aveva adunato attorno a sé da tutti i paesi uomini malvagi e capaci di tutto e, con l’apparenza della virtù, dominava anche persone di salda onestà: ché mai avrebbe potuto crearsi una simile unione di scellerati animati dall’intento di distruggere questo impero, e mai avrebbe acquistato una simile forza nel male se non avesse affondato le radici nella simpatia umana, nella tolleranza […] Io stesso, io, dico, fui una volta quasi preso nell’inganno; persino a me fece l’impressione d’un cittadino esemplare, desideroso del bene altrui e amico fidato: i suoi delitti dovetti constatarli con i miei occhi prima di sospettarli, e li toccai con mano, prima di potervi credere […].

 

Drammaticità del terrore nelle Catilinarie

di Grilli A., Drammaticità del terrore nelle Catilinarie, in Terror et pavor. Violenza, intimidazione, clandestinità nel mondo antico (Atti del convegno internazionale, Cividale del Friuli, 22-24 settembre 2005), pp. 223-230.

 

Rendersi conto di qual è la reazione di una collettività di fronte a un episodio che susciti (o possa suscitare) terrore o paura è difficile, tanto più quanto più ci si allontana indietro nel tempo. A parte il fatto che nemmeno la reazione odierna è identica in ognuno di noi, differenze da popolo a popolo, differenze di situazioni contingenti alterano le forme e l’intensità di una reazione in età antica. Ci può essere di aiuto a una corretta valutazione il prendere in considerazione come si sono espresse concretamente le fonti contemporanee all’avvenimento, specie se più d’una; benché anche così occorra esaminare con ogni cura quali possano essere stati gl’intendimenti della nostra fonte, tuttavia ci troviamo davanti a molto minori stratificazioni, almeno temporali.

Negli anni della vita di Cicerone il popolo romano avrebbe avuto più di un’occasione di panico collettivo. Ricordo solo la calata di Cimbri e Teutoni negli anni 105-102 a.C. o la strage di cittadini romani e italici nell’89 a.C., in ossequio a Mitridate. Non cito le proscrizioni sillane, perché non toccarono il popolo, rivolte come erano ai grandi nobiles, senatori o cavalieri, nemici di Silla[1]. Solo per i Cimbri abbiamo tracce di terrore dopo la sconfitta di Cepione, che causò la morte di 120.000 uomini. Nella scarsità di fonti conservate, dobbiamo arrivare a un misero cenno di Eutropio (5, 1), che sicuramente riflette Livio:

 

Timor Romae grandis fuit, quantus vix Hannibalis tempore Punico bello, ne iterum Galli Romam redirent.

«Ci fu a Roma un timore davvero grande, paragonabile appena a quello per Annibale ai tempi delle guerre puniche, d’un ritorno dei Galli a Roma».

 

Timor non è termine che segnali uno sconvolgimento interiore, è termine molto scolastico, se Cicerone lo definisce metum mali appropinquantis (Tusc. IV 8,19). È più che probabile che realmente il terror sia esistito, ma certo i colores sono ormai puramente letterari, col doppio riferimento ad Annibale e all’invasione gallica.

Il primo avvenimento, registrato nella letteratura, che dovremmo trovare accompagnato da terrore dovrebbe essere la congiura di Catilina: ce ne restano due resoconti, uno assolutamente contemporaneo attraverso le Catilinarie di Cicerone, uno di ben poco posteriore nell’opusculo sallustiano.

Senza dubbi, avvenimenti nel lontano passato c’erano stati, come il tumultus Gallicus o la vicenda dei Baccanali. Ma nel primo abbiamo solo qualche cosa che è tra leggenda e fantasia; della seconda la descrizione che c’è rimasta è di Livio – quindi posteriore a Cicerone e Sallustio su Catilina, anche se poggia su fonti annalistiche – e per giunta i colori sono molto stemperati e letterari, tanto più che si tratta d’episodio fin dall’origine manipolato per motivi politici, visto che investe l’ambito religioso. Non si può infatti capire tutto lo svolgimento della vicenda, se non si ha presente che la religione romana è religione di Stato: come tale è inaccettabile che possa essere incrinata dal di fuori[2].

Ma prendere in esame la congiura di Catilina, che a noi pare clamoroso tentativo di sovvertire l’ordine politico costituito nella res publica Romanorum, è estremamente problematico. Dire quale sia stata la reazione del popolo a Roma alla rivelazione del complotto è difficile, dato che non ebbe particolare evidenza. È difficile anche mettere Sallustio d’accordo con se stesso nella sua Coniuratio Catilinae; per lo storico, se c’è un momento di panico, non è quando Cicerone rivela al popolo il complotto, ma abbastanza in precedenza, al comparire delle prime misure di sicurezza (31, 1-3):

 

Quibus rebus permota civitas atque inmutata urbis facies erat. Ex summa laetitia atque lascivia quae diuturna quies pepererat repente omnis tristitia invasit: festinare trepidare neque loco neque homini quoiquam satis credere neque bellum gerere neque pacem habere, suo quisque metu pericula metiri. Ad hoc mulieres, quibus rei publicae magnitudine belli timor insolitus incesserat, adflictare sese, manus supplices ad caelum tendere, miserari parvos liberos, rogitare omnia, pavere, , superbia atque deliciis omissis, sibi patriaeque diffidere.

«Da queste misure era stata profondamente scossa la cittadinanza e disastrosamente cambiato l’aspetto della città. Da uno stato di somma gioiosità, generato dal lungo periodo di quiete, d’un tratto furono presi tutti dallo sconforto: correvano qua e là, non conoscevano requie, non si sentivano sicuri né dei luoghi né delle persone, non erano in guerra, ma neanche in pace, ciascuno misurava i rischi in base ai suoi timori. In più le donne, in cui era entrato il timore d’una guerra (a cui non avevano mai pensato, vista la grandezza dello stato romano), continuavano a battersi il petto, levavano le braccia al cielo, commiseravano i loro bambini, continuavano a far domande su tutto, a ogni notizia erano terrorizzate, s’aggrappavano a tutto, lasciato perdere fasto e raffinatezze, non confidavano né in sé né nella patria».

 

Il quadro, molto felice formalmente, è abbastanza convenzionale, salvo la considerazione della causa del repentino capovolgimento; tradizionale è anche che il metus sia degli uomini, il pavor delle donne; c’è un’attenta gradazione nell’uso dei termini: nell’ordine metus, terror, pavor. Sallustio parla di civitas, “cittadinanza”, e di omnis, senza far distinzioni.

Ma pochi capitoli più avanti (37, 5) una netta distinzione c’è:

 

Sed urbana plebes, ea vero praeceps erat de multis causis. Primum omnium qui ubique probro atque petulantia maxume praestabant, item alii per dedecora patrimoniis amissis, postremo omnes quos flagitium aut facinus domo expulerat ii Romam sicut in sentinam confluxerant.

«Ma la plebe urbana, quella sì si buttava a ogni disordine per molti motivi. Prima di tutto quelli che si distinguevano dovunque al massimo grado per infamia e sfrontatezza, ancora altri grazie ad attività disonorevoli per la perdita del patrimonio, infine tutti quelli che un’azione infamante o delittuosa aveva cacciato dalla loro terra erano confluiti a Roma come in una sentina».

 

M. Tullio Cicerone. Statua, marmo, I sec. a.C. ca. Oxford, Ashmolean Museum.

 

Dobbiamo pensare quindi che la plebs urbana non faceva parte della civitas e che cittadini erano solo i benpensanti? Ciò che però ci lascia ancor più sorpresi è che quando leggiamo che Cicerone denuncia davanti al popolo la congiura, tutta quella paura non c’è, anzi la plebe, che – come abbiamo appena visto – era stata fino ad allora ben disposta verso i rumori che le giungevano sulle intenzioni dei congiurati, passò dall’altra parte:

 

Interea plebs coniuratione patefacta, quae primo cupida rerum novarum nimis bello favebat, mutata mente Catilinae consilia exsecrari, Ciceronem ad caelum tollere, veluti ex servitute erepta gaudium atque laetitiam agitabat: namque alia belli facinora praedae magis quam detrimento fore, incendium vero crudelem inmoderatum ac sibi maxume calamitosum putabant, quippe quoi omnes copiae in usu cottidiano et cultu corporis erant.

«Nel frattempo, una volta che la congiura era stata resa pubblica, la plebe urbana, proprio quella che in un primo momento, avida di mutamenti, era del tutto propensa alla guerra, cambiato modo di pensare, prese a maledire i piani di Catilina, a portare alle stelle Cicerone; come se fosse stata strappata alla schiavitù, si dava alla pazza gioia: pensava che altre vicende di guerra procurassero piuttosto preda che non danno, che poi l’incendio della città fosse un atto di ferocia, eccessivo ed estremamente disastroso per loro, dato che tutte le loro risorse stavano nella roba d’uso e nel vestiario» (48, 1-2).

 

Può essere che Sallustio, convinto sostenitore di Cesare, avesse un suo interesse a sminuire gli aspetti ‘terribili’ della congiura: il discorso di Cesare in Senato (cap. 51) è duro, ma assolutamente privo di drammaticità: ancor meno lo è nel resoconto che Cicerone ne dà nella III Catilinaria (4, 75, 10). Si può obiettare che si tratta di una proposta avanzata in senato, cioè davanti a un corpo deliberante particolarmente catafratto di fronte a ogni carica passionale del complotto.

Quello però che non posso dimenticare è che la stessa mancanza di passionalità troviamo nelle orazioni di Cicerone, che si sente ben responsabile di fronte al Senato e al popolo della sicurezza dello Stato. Questa asetticità può avere una spiegazione nella prima orazione, tenuta in senato davanti a Catilina, anzi rivolgendosi a Catilina stesso; cito il momento più concitato:

 

Etenim quid est, Catilina, quod iam amplius exspectes, si neque nox tenebris oscurare coetus nefarios nec privata domus parietibus continere voces coniurationis tuae potest, si inlustrantur, si erumpunt omnia? Muta iam istam mentem, mihi crede, obliviscere caedis atque incendiorum.

«Infatti, Catilina, che aspetti più, se la notte con le sue tenebre non riesce a nascondere le riunioni nefande del tuo complotto e una casa privata a trattenere entro i suoi muri i vostri discorsi, se tutto viene alla luce, se tutto erompe? Cambia le tue intenzioni, dammi retta, dimenticati di strage e incendi» (I 3, 6).

 

Le parole sono grosse, sopra tutto l’accenno a strage e incendi, messo in rilievo in fine del periodo, che è destinato a essere l’elemento battuto e ribattuto anche nelle successive orazioni, a sottolineare l’atrocità verso le persone e le cose; ma il tono è dato da quel freddo e pesante etenim che introduce questa prima conclusione. Un discorso freddamente politico; proprio – mi si può dire – perché siamo in senato. È giusto dire che nella II Catilinaria, tenuta davanti al popolo, per dar notizia della congiura, i toni sono un po’ più pieni; ma non troppo.

 

Quod si iam sint id quod summo furore cupiunt adepti, num illi in cinere urbis et in sanguine civium, quae mente conscelerata ac nefaria concupiverunt, consules se aut dictatores aut etiam reges sperant futuros?

«Nel caso poi abbiano ottenuto ciò che desiderano come colmo della loro follia, nella città ridotta in cenere e nel sangue dei cittadini, sperano ciò che hanno sognato nella scelleratezza collettiva dei loro infami progetti, cioè di essere consoli o dittatori o addirittura re?» (II 9, 19).

 

Tornano l’incendio di Roma e le uccisioni di cittadini, retoricamente rilevate dal rovesciamento delle immagini (si veda – in latino – non ‘la città in cenere’, ma ‘la cenere della città’); come mozione degli affetti si veda la veemenza nel capitolo iniziale:

 

Quod vero non cruentum mucronem, ut voluit, extulit, quod vivis nobis egressus est, quod ei ferrum e manibus extorsimus, quod incolumis civis, quod stantem urbem reliquit quanto tandem illum maerore esse adflictum et profligatum putatis?

«Ecco, non ha estratto – come avrebbe voluto – una lama assetata di sangue, è uscito da Roma me vivo, gli abbiamo strappato dalle mani le sue armi, ha lasciato noi cittadini incolumi e la città in piedi; alla fin fine per tutto ciò da quanto grande dolore pensate che sia stato abbattuto e annientato?» (II 1, 2).

 

C’è una virulenza nella descrizione delle nefandezze progettate da Catilina, che culmina con l’allitterazione coperta dei due verbi finali e manca quando Cicerone presenta la congiura.

Non è che sia molto diverso nella III Catilinaria: di nuovo davanti al popolo; c’è anzi un tono di soddisfatta esaltazione per aver salvato tutti ex flamma atque ferro (III 1, 1). Soddisfazione che si dispiega subito dopo:

 

Nam toti urbi templis, delubris, tectis ac moenibus subiectos prope iam ignis circumdatosque restinximus, idemque gladios in rem publicam destrictos rettudimus mucronesque eorum a iugulis vestris deiecimus.

«Io ho estinto i focolai già quasi pronti tutt’attorno sotto alla città intera, ai suoi templi, ai sacrari, alle case e alle mura, sempre io ho spuntato le spade già snudate contro lo stato e gettato a terra le loro lame puntate alla vostra gola» (III 1, 2).

 

Paul Joseph Jamin, Le Brenn et sa part de butin. Olio su tela, 1893, La Rochelle, Musée des Beaux-Arts.

 

Qui i particolari s’addensano; ancor più nella confessione di Volturcio: nella lettera di Lentulo a Catilina si sarebbe detto che si doveva preparare tutto ut, cum urbem ex omnibus partibus quem ad modum descriptum distributumque erat incendissent caedemque infinitam civium fecissent, praesto esset ille qui et fugientis exciperet et se cum his urbanis ducibus coniungeret. «perché, quando avessero messo a fuoco la città da tutti i punti come era stato determinato e come era stato assegnato a ciascuno e avessero fatto strage senza fine di cittadini…» (III 4, 8).

Qui siamo in un netto crescendo: per l’incendio si precisa che doveva essere appiccato con un gran numero di focolai e per la strage compare il terribile aggettivo infinitam.

È chiaro che Cicerone vuol fare più impressione sui suoi ascoltatori non dando queste atrocità come fantasie sue, ma rendendole credibili, in quanto dichiarate da uno dei congiurati; ma è anche chiaro che né negli ordini né nella lettera era detto niente del genere, dato che si trattava di azioni già sancite fin dal momento in cui il complotto aveva deciso di mettersi in moto.

Di questa montatura, che chiamerei ‘scenografica’, troviamo conferma quando più oltre Cicerone fa motivare la supplicatio agli dèi con le parole quod urbem incendiis, caede civis, Italiam bello liberassem (III 6, 15). Anche qui l’attendibilità del tutto è raggiunta attraverso l’autorevolezza del Senato.

Ancora in questa orazione lo stesso gioco si rivela – ma qui con una forma evidente di autoincensazione – quando l’oratore si presenta come l’esecutore prescelto dagli dei, il salvatore di Roma:

 

Quo etiam maiore sunt isti odio supplicioque digni qui non solum vestris domiciliis atque tectis sed etiam deorum templis atque delubris sunt funestos ac nefarios ignis inferre conati.

«Perciò di tanto maggior detestazione e condanna sono degni costoro che hanno avuto l’intenzione di metter a fuoco le vostre abitazioni e le vostre case, ma anche i templi e i santuari degli dei con fiamme luttuose e delittuose» (III 9, 22).

 

Qui, com’è ovvio, gli ammazzamenti non compaiono, perché in questa unità tra dèi salvatori e Romani salvati gli dèi potevano avere i templi incendiati, ma non potevano essere accoppati.

È naturale che il vertice di questa scenografia compaia nell’ultima Catilinaria, in Senato; la celebrazione di se stesso è condotta da Cicerone con mossa estremamente abile, fin dall’inizio:

 

Nunc si hunc exitum consulatus mei di immortales esse voluerunt ut vos populumque Romanum ex caede miserrima, coniuges liberosque vestros virginesque Vestalis ex acerbissima vexatione, templa atque delubra, hanc pulcherrimam patriam omnium nostrum ex foedissima flamma, totam Italiam ex bello et vastitate eriperem, quaecumque mihi uni proponetur fortuna subeatur.

«Ora, se gli dei immortali hanno voluto che questa fosse la conclusione del mio consolato, che io strappassi voi e il Popolo Romano[3] a una sventuratissima strage, le vostre mogli e i vostri figli, le vergini Vestali a una dolorosissima persecuzione, i templi e i santuari, questa stupenda patria di noi tutti a un’atrocissima vampa, l’Italia tutta a una guerra e a una devastazione, qualunque sarà il mio destino, di me solo, sono pronto ad affrontarlo» (IV 1, 2).

 

È la descrizione più meticolosa delle minacce, ormai eluse, del complotto; ma non è certo per suscitare o spavento o timore come reazione per una congiura che non esiste più. Il ‘clou’ di tutte le quattro orazioni, in particolare della IV, è però nel VI capitolo, un quadro veramente passionale:

 

Videor enim mihi videre hanc urbem, lucem orbis terrarum atque arcem omnium gentium, subito uno incendio concidentem. Cerno animo sepulta in patria miseros atque insepultos acervos civium, versatur mihi ante oculos aspectus Cethegi et furor in vestra caede bacchantis. Cum vero mihi proposui … tum lamentationem matrum familias, tum fugam virginum atque puerorum ac vexationem virginum Vestalium perhorresco et, quia mihi vehementer haec videntur misera atque miseranda, idcirco in eos qui ea perficere voluerunt me severum vehementemque praebebo.

«A me pare di vedere questa nostra città, faro del mondo e roccaforte di tutte le genti, d’un tratto crollare in un unico incendio. Scorgo col pensiero infelici e insepolti cumuli di cittadini nella nostra patria sepolta sotto le macerie. M’appare davanti agli occhi il fantasma di Cetego e la furia di lui che smania delirando in mezzo alla vostra strage. Ma quando mi vedo davanti agli occhi il pianto disperato delle madri, la fuga delle ragazze e dei ragazzi, la persecuzione delle vergini Vestali, sono sconvolto dall’orrore e siccome questi fatti mi appaiono infelici e miserevoli, è per questo che mi mostrerò rigoroso e determinato nei riguardi di coloro che ebbero ferma intenzione di compierli» (IV 6, 11).

 

Un quadro a tinte fosche, come d’una città conquistata da un nemico in armi; si staglia sullo sfondo lo spettro

dell’incendio gallico: l’unico flagello che conveniva mettere a confronto con la rivoluzione minacciata da Catilina; in giusto risalto è posto il bacchantis, che suscita un altro spettro, quello dei Baccanali. È anche l’unica volta in cui compare l’horror, un termine che comporta con sé, immediata, un’immagine visiva. Ma ci sono anche altri segnali, che non erano comparsi nelle precedenti orazioni; ad esempio qui compaiono due allitterazioni iniziali, per giunta ravvicinate e con la seconda quasi in paronomasia: vehementer … videntur e misera … miseranda; ‘coperta’ ma fortissima, compare una terza allitterazione nel primo periodo: sepulta… in-sepultos. Occorre tener presente che la figura è arcaica e peculiare del teatro tragico; se ci rivolgiamo al teatro, allora più particolari acquistano significato, a cominciare da cerno. Cerno è verbo vivissimo in poesia e Cicerone vi ha aggiunto animo, perché la sua non è una vera visione da invasato, ma una fantasia della mente; sepulta patria è un traslato forte, che Cicerone non ama[4], ma evidente, così com’è evidente l’antitesi tra la patria sepulta sotto le sue fumanti rovine e i cittadini insepultos; poetico è anche insepultos acervos civium, sia per l’immagine, sia per l’uso di acervos[5], sia per l’enallage.

In più da cerno a civium c’è un netto andamento giambico, che ovviamente non dà un verso perfetto (il che in buona prosa non sarebbe stato consentito), ma che serve a risvegliare attenzione e reminiscenze negli ascoltatori. I poeti che avevano legato, secondo una tradizione già greca, le origini di Roma alla caduta di Troia, avevano reso famigliare ai Romani un altro incendio, quello appunto di Ilio. A Cicerone Roma, minacciata dagli incendi dei Catilinari, appare come la novella Troia che entro le sue stesse mura ha il fatale cavallo da cui le doveva venire la distruzione improvvisa e totale. Un’allusione molto chiara e imponente, che non doveva sfuggire ai qualificati ascoltatori di Cicerone.

Questo è tanto più vero, se è valida l’ipotesi che ho avanzato tanti anni fa[6] e di cui sono ancora convinto, cioè che l’origine di questa quasi citazione poetica va vista nel canticum di Cassandra nell’Alexander di Ennio; un canticum che per la sua passionalità commuoveva Cicerone[7] ed era opera del suo poeta preferito, Ennio.

Ma è ora di tornare al nostro tema e vedere quali conclusioni si possono avanzare. Premetto che le quattro orazioni sono state pronunciate quando ormai Cicerone era riuscito a smascherare il giuoco del complotto, non però i pericoli che comportava. È per questo che avevo preso prima in esame Sallustio; anche in Sallustio, ad ogni modo, l’unico accenno a un trambusto terrorizzato è al momento in cui ancora il popolo nulla sa della congiura, ma è spaventato alla vista di misure di sicurezza del tutto insolite.

Da tutto l’insieme, a me pare inevitabile trarre almeno una conclusione: nel 63 a.C. i cittadini romani non avevano esperienza di che cosa volesse dire realmente un terrore politico o militare; tanto che neanche l’oratoria politica aveva elaborato un linguaggio ‘ad hoc’.

La miglior prova è data dall’ultima Catilinaria: per concretizzare le minacce dei Catilinari, Cicerone non ha di meglio che rifarsi al linguaggio della poesia teatrale e agitare davanti al senato i fantasmi dell’incendio, dei massacri dell’antica Troia.

Tutto questo mondo che non conosceva l’esperienza vissuta del terrore doveva tramontare, travolto da eventi come i tumulti di Clodio (e di Milone), la guerra tra Cesare e Pompeo, ancor più quella tra i secondi triumviri e i Cesaricidi.

 

 

 

*************************************************************

[1] Nella perorazione della pro Sexto Roscio Amerino Cicerone dichiarava: «Nessuno c’è di voi che non comprenda come il Popolo Romano, ritenuto una volta mitissimo verso i nemici, sia ai giorni nostri malato d’una crudeltà quasi domestica. Questa, o giudici, espellete dalla società, questa non lasciate che più imperversi nel nostro stato: perché non solo ha in sé ciò di male, d’aver tolto di mezzo nel modo più atroce tanti cittadini, ma anche d’aver soppresso nel cuore dei più miti la misericordia per via dell’abitudine alle violenze. Infatti, quando a tutte le ore noi vediamo o sentiamo avvenire qualche cosa d’atroce, anche se di natura mitissimi, per la frequenza dei misfatti, dall’animo nostro perdiamo ogni senso d’umanità» (53, 154; trad. A. Rostagni). Non era facile dirlo in quei momenti, ma non compare neanche una sfumatura del terrore, solo la crudeltà.

[2] Liv. XXXIX 17, 4: Contione dimissa [quella convocata dai consoli per comunicare al popolo la scoperta della coniuratio] magnus terror urbe tota fuit nec moenibus se tantum urbis aut finibus Romanis continuit, sed passim per totam Italiam … trepidari coeptum est. Piuttosto colpisce il termine usato per il Senato: patres pauor ingens cepit cum publico nomine, ne quid eae coniurationes coetusque nocturni fraudis aut periculi importarent, tum priuatim suorum cuiusque uicem, ne quis adfinis ei noxae esset (14, 4). Pauor è termine usato normalmente a indicare una paura irrazionale e mutevole, che di solito è caratteristica delle donne; non è improbabile che Livio l’abbia scelto per sottolineare lo sgomento di chi non riesce a misurare l’entità del pericolo. Sull’episodio dei Baccanali si veda il contributo di A. Luisi, in questi atti.

[3] Formula ufficiale: Senatus populusque Romanus.

[4] Gli usi di sepelio in traslato sono assai rari e hanno sempre un voluto rilievo, cf. per es. Tusc. II 13, 32.

[5] Se ne veda un bell’esempio in Accio, Epinausimache 322-323 R.2:

Scamandriam undam salso sanctam obtexi sanguine

atque acervos alta in amni corpore explevi hostico.

[6] GRILLI A., Miscellanea latina, RIL 97 (1963), pp. 94-96.

[7] Cfr. Cic. div. I 31, 66.