Tito

Tito fu imperatore dal 24 giugno 79 al 13 settembre 81. Nacque da Vespasiano e da Flavia Domitilla a Roma il 30 dicembre 39. Allevato dapprima in circostanze assai modeste per uno del suo rango, fu in seguito accolto alla corte imperiale per essere educato insieme a Britannico, figlio di Claudio, dando prova fin dall’infanzia di possedere eccellenti doti fisiche e intellettuali (Suet. Tit. 3). Tito servì come tribunus militum in Germania (dove fu collega di Plinio il Vecchio) e in Britannia (Suet. Tit. 4, 1; Tac. Hist. II 77, 1; Agr. 13). Dopo un matrimonio precoce con Arrecina Tertulla (scomparsa prima del 65), Tito si risposò con Marcia Furnilla, dalla quale ebbe una figlia, Giulia, per poi separarsene (Suet. Tit. 4; cfr. Philostr. VA VII 7). Quando nel 67 Vespasiano ricevette da Nerone l’incarico di condurre la guerra giudaica, Tito lo accompagnò e, nonostante fosse solo un quaestor, il padre lo nominò legatus della legio XV Apollinaris. Flavio Giuseppe, fatto prigioniero, ne racconta le imprese militari (Jos. BI III-IV): ancora nel 67 Tito conquistò le roccaforti di Iapha, Iotapata, Tarichea e Gamala. Il giovane ebbe un ruolo decisivo dopo la morte di Nerone, specie nell’opera di mediazione fra Vespasiano e il governatore di Syria, Gaio Licinio Muciano. Inviato a Roma come rappresentante delle armate orientali per prestare giuramento a Galba, fu sorpreso durante il viaggio dalla notizia dell’assassinio di quest’ultimo (Jos. BI IV 9, 2; Tac. Hist. I 10; II 1). Quindi, tornò indietro e, fermatosi a consultare l’oracolo di Paphos, gli fu predetto l’impero. Quando il 1 luglio 69 ad Alessandria le legioni acclamarono imperatore suo padre, Tito assunse i titoli di Caesar e di princeps iuventutis.

T. Flavio Vespasiano (jr.). Statua, marmo bianco, 79 d.C. dalla basilica di Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Vespasiano, dunque, si associò il figlio nell’impero, designandolo ufficialmente suo successore; insieme a lui ricoprì il consolato dal 1 gennaio del 70 (Tac. Hist. IV 38); l’anno successivo gli conferì la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius. Intanto, gli aveva affidato il compito di condurre a termine la guerra giudaica al comando di tre legioni (V Macedonica; X Fretensis; XVI Apollinaris): nell’aprile del 70, infatti, Tito aveva ripreso le ostilità, approfittando delle divisioni interne al fronte ribelle, e aveva cinto d’assedio Gerusalemme. Nonostante le tensioni interne, gli abitanti della città opposero una strenua resistenza; l’assedio, condotto da ben sei legioni, fu durissima. Dopo una sortita dei difensori, che ottenne il risultato di incenerire alcune macchine da guerra romane, Tito trasformò l’assedio in un vero e proprio blocco. In settembre, dopo cinque mesi, la città capitolò per fame e il Tempio fu saccheggiato e distrutto (Jos. BI V-VI; DCass. LXV 12, 1).

Portata a termine la campagna, acclamato imperator dai suoi soldati (Jos. BI VI 6, 1), Tito viaggiò per le province orientali e, dopo aver visitato l’Aegyptus, fece ritorno a Roma, dove insieme al padre celebrò uno splendido trionfo (Jos. BI VII 5, 5; DCass. LXV 6). Dopo la sua morte, l’evento fu eternato sull’arco eretto in suo onore in summa Sacra via (ILS 264); la costruzione dell’Amphitheatrum Flavium fu con ogni probabilità finanziata grazie al bottino di guerra (CIL VI 40454a).

Francesco Hayez, Distruzione del Tempio di Gerusalemme. Olio su tela, 1867. Accademia di Venezia.

Con la caduta di Gerusalemme, però, la resistenza dei Giudei non si estinse del tutto. Su un pianoro alla sommità di un costolone di roccia, presso la sponda occidentale del Mar Morto, sorgeva la fortezza di Masada, una residenza reale fatta fortificare da Erode il Grande, intorno al 37-34 a.C. In posizione quasi imprendibile, con spesse mura, edifici e addirittura campi coltivati, ma soprattutto dotata di profondissime cisterne per i rifornimenti idrici, fu occupata dalla setta degli zeloti. Soltanto nel 73 d.C., dopo quattro mesi d’assedio, le forze romane, guidate da Fabio Silva, riuscirono a penetrare nella fortezza, scavando una breccia nelle mura. I 967 difensori si suicidarono in massa pur di non cadere in mano ai nemici (Jos. BI VII 5-9).

Tito, investito anche della dignità di particeps imperii, fu collega del padre nel consolato per altre sei volte (nel 72, dal 74 al 77, e nel 79), oltre che nella censura. In via del tutto eccezionale, Vespasiano nominò il figlio praefectus praetorio, funzione che garantì al beneficiato la massima autorità militare nell’Urbe e al padre una sicura incolumità. Il giovane Tito, comunque, esercitò il proprio ruolo in maniera autocratica, facendo arrestare ed eliminare chiunque fosse sospettato di alto tradimento e lesa maestà: un caso famoso fu quello del consolare Aulo Cecina Alieno, che, reo di cospirazione, invitò a pranzo e fece assassinare all’uscita dal triclinium (Suet. Tit. 6; DCass. LXV 16). A molte critiche si espose per la sua avidità, la vita licenziosa e la relazione con la principessa giudea Giulia Berenice, sorella di Erode Agrippa II, che, per lo sdegno sempre crescente fra i nobili romani, Tito fu costretto a mandar via da Roma (Tac. Hist. II 2; cfr. DCass. LXV 15). Tutto ciò gli procurò così cattiva fama che, quando successe al padre (24 giugno 79), si temette che sarebbe stato un secondo Nerone (Suet. Tit. 7). I timori però si rivelarono infondati: il nuovo princeps seppe presto liberarsi dei propri difetti, mettendo al servizio della res publica le sue doti non comuni. La tradizione antica attesta la sua natura particolarmente umana nell’esclamazione: Amici, diem perdidi, con la quale considerava sprecato un giorno perché non si era mostrato gentile e benevolo con qualcuno (Suet. Tit. 8).

T. Flavio Vespasiano (Jr.). Sestertius, Roma 81-82, Æ 25,92 g. Recto: l’Amphitheatrum Flavium con la Meta Sudans (a sinistra) e un portico (a destra).

Il breve principato di Tito è noto per una serie di calamità: nel 79 la famosa eruzione del Vesuvio seppellì Pompei ed Ercolano (Plin. Ep. VI 16; 20; Suet. ibid.; DCass. LXVI 22-24); nell’80 Roma fu colpita da un incendio che distrusse, fra l’altro, il tempio di Giove sul Campidoglio, la domus Tiberiana sul Palatino, la porticus Octavia, i Saepta e il Diribitorium, il Pantheon, le Terme di Agrippa (Plut. Popl. 15, 2; DCass. LXVI 24); inoltre, una terribile epidemia mieté numerose vittime. Verso le persone colpite da simili sventure Tito mostrò non solo la sollecitudine di un governante amorevole ma anche l’affetto di un padre: provvide subito alle misure per riparare il disastro che aveva colpito la Campania, dove si recò personalmente e si fermò a lungo, e all’opera di ricostruzione degli edifici distrutti dall’incendio nell’Urbe.

Combattimento tra due gladiatori. Affresco, ante 79 d.C. dalla tomba di G. Vestorio Prisco, Pompeii.

Molto notevole fu la sua attività edilizia: Tito aggiunse il terzo e quarto ordine all’Amphitheatrum Flavium, che inaugurò nell’80; costruì delle terme e iniziò il tempio al divo Vespasiano (Suet. Tit. 8; DCass. LXVI 25; Mart. De spect. 2, 7; 24-28); fece riparare l’aqua Marcia e l’aqua Claudia e numerose strade in Italia e nelle province. Sul piano finanziario, il governo di Tito incise particolarmente sul bilancio pubblico a causa delle enormi spese sostenute (dovute anche a feste sontuose); quanto alla giustizia, benché assai severo nei riguardi dei delatori, il princeps fu in genere tanto mite da non comminare mai una pena di morte (DCass. LXVI 19). Nell’80 riprese la conquista della Britannia, affidando l’impresa a Gneo Giulio Agricola (Tac. Agr. 22). In generale, Tito proseguì la politica paterna, anche se, dal punto di vista dinastico, non elevò il fratello Domiziano alla co-reggenza, pur riconoscendolo come consors successorque. Tito morì il 13 settembre 81, mentre si trovava in Sabina, ad Aquae Cutiliae (Suet. Tit. 10-11; Dom. 2; DCass. LXVI 26). Le voci, secondo le quali Domiziano lo avrebbe avvelenato, sono successive invenzioni (Philostr. VA VI 32). Ricevette la consacratio del Senato e la tradizione antica lo celebra come amor ac deliciae generis humani (Suet. Tit. 1).

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Vitellio, il tiranno ghiottone

Il breve principato di Vitellio (aprile-dicembre del 69) si colloca nel cosiddetto “anno dei quattro imperatori”, quando all’indomani della morte di Nerone (9 giugno del 68) ebbe inizio una guerra civile che vide avvicendarsi in rapida successione Galba, Otone, Vitellio, appunto, e Vespasiano. Vitellio, scelto alla fine del 68 dal vecchio Galba come comandante delle legioni di stanza nella Germania inferior, fu acclamato imperatore dai suoi soldati a Colonia Agrippina (l’od. Köln); ma dopo otto mesi di governo, le truppe dislocate in Oriente insorsero, deponendo Vitellio a Roma e imponendo Vespasiano. Questo il quadro storico in cui si staglia una figura che Svetonio tratteggia a tinte fosche, insistendo sugli eccessi alimentari e sulla smodata crudeltà, che non esita neanche davanti al matricidio.

Au. Vitellio Germanico Augusto. Busto, marmo, 100-150. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

[13. 1] Sed uel praecipue luxuriae saeuitiaeque deditus epulas trifariam semper, interdum quadrifariam dispertiebat, in iantacula et prandia et cenas comisationesque, facile omnibus sufficiens uomitandi consuetudine. indicebat autem aliud alii eadem die, nec cuiquam minus singuli apparatus quadringenis milibus nummum constiterunt. [2] famosissima super ceteras fuit cena data ei aduenticia a fratre, in qua duo milia lectissimorum piscium, septem auium apposita traduntur. hanc quoque exuperauit ipse dedicatione patinae, quam ob immensam magnitudinem clipeum Mineruae πολιούχου dictitabat. in hac scarorum iocinera, phasianarum et pauonum cerebella, linguas phoenicopterum, murenarum lactes a Parthia usque fretoque Hispanico per nauarchos ac triremes petitarum commiscuit. [3] ut autem homo non profundae modo sed intempestiuae quoque ac sordidae gulae, ne in sacrificio quidem umquam aut itinere ullo temperauit, quin inter altaria ibidem statim uiscus et farris †paene rapta e foco manderet circaque uiarum popinas fumantia obsonia uel pridiana atque semesa.

[14.1]Pronus uero ad cuiuscumque et quacumque de causa necem atque supplicium nobiles uiros, condiscipulos et aequales suos, omnibus blanditiis tantum non ad societatem imperii adlicefactos uario genere fraudis occidit, etiam unum ueneno manu sua porrecto in aquae frigidae potione, quam is adfectus febre poposcerat. [2] tum faeneratorum et stipulatorum publicanorumque, qui umquam se aut Romae debitum aut in uia portorium flagitassent, uix ulli pepercit; ex quibus quendam in ipsa salutatione supplicio traditum statimque reuocatum, cunctis clementiam laudantibus, coram interfici iussit, uelle se dicens pascere oculos; alterius poenae duos filios adiecit deprecari pro patre conatos. […] [5] suspectus et in morte matris fuit, quasi aegrae praeberi cibum prohibuisset, uaticinante Chatta muliere, cui uelut oraculo adquiescebat, ita demum firmiter ac diutissime imperaturum, si superstes parenti extitisset. alii tradunt ipsam taedio praesentium et imminentium metu uenenum a filio impetrasse, haud sane difficulter.

[13.1] Dedito soprattutto alla gozzoviglia e alla crudeltà, [Vitellio] pranzava sempre tre, e talora quattro volte al giorno, facendo distinzione tra la colazione, il pranzo, la cena e l’orgia, e riuscendo a sopportare ogni eccesso per l’abitudine di vomitare. Si invitava da sé, nello stesso giorno, ora da uno ora da un altro e a nessuno questi banchetti vennero mai a costare meno di quattrocentomila sesterzi. [2] Famosissimo fra tutti fu il banchetto offertogli dal fratello, in occasione della sua venuta: si dice che vi siano stati serviti duemila pesci delle migliori qualità e settemila uccelli. Ma superò anche questo quando inaugurò un vassoio che, per la smisurata grandezza, aveva chiamato “lo scudo di Minerva, protettrice di città”. Dentro questo vassoio aveva fatto mescolare fegati di scari, cervella di pavone e di fagiano, lingue di fenicottero e lattigine di murena, che aveva mandato a prendere con triremi e navarchi fin nel regno dei Parti e fino allo stretto di Cadice. [3] Ma non era soltanto goloso; era anche un ghiottone rozzo e sordido, e non riuscì mai a controllarsi, nemmeno durante le cerimonie religiose o in viaggio: davanti agli altari s’ingozzava seduta stante con i pani di farro e le carni strappate alle fiamme del sacrificio e nelle taverne, durante i viaggi con i cibi fumanti e persino con i resti avanzati dal giorno prima.

[14.1] Inoltre, sempre pronto a mandare chiunque a morte e al supplizio, per qualsiasi motivo, uccise con ogni sorta di inganno uomini di nobile estrazione, propri compagni e condiscepoli, dopo averli attratti con ogni blandizie e persino con la speranza di associarseli all’impero. Giunse al punto di porgere con le proprie mani il veleno a uno di questi, dopo averlo mescolato all’acqua fresca che gli aveva chiesto da bere per alleviare la febbre. [2] Quanto agli usurai, ai creditori, ai pubblicani che a Roma gli avessero chiesto di restituire un prestito o, per strada, di pagare un pedaggio, difficilmente se ne potrebbe trovare uno solo da lui risparmiato. Fattone arrestare uno mentre era venuto a ossequiarlo, dopo averlo mandato al supplizio lo fece richiamare indietro, e mentre tutti già lodavano la sua clemenza, diede ordine di ucciderlo sul posto, in sua presenza, aggiungendo: “Voglio saziarmi gli occhi!”. Alla pena di morte di un altro aggiunse i due figli di lui, che avevano cercato di intercedere per il padre. […] [5] Venne anche sospettato di aver fatto morire la propria madre, proibendo che le fosse portato del cibo mentre era ammalata, perché una donna dei Catti, che ascoltava come un oracolo, gli aveva vaticinato che avrebbe governato saldamente e a lungo soltanto se fosse sopravvissuto alla propria madre. Altri dicono che lei stessa abbia pregato il figlio di avvelenarla, disgustata del presente e temendo per l’avvenire: senza che, del resto, egli avesse opposto la minima difficoltà.

Scena di banchetto. Mosaico, V sec. d.C. da Aquileia. Musée de le Château de Boudry

L’intento di Svetonio è illustrare due aspetti della personalità di Vitellio: la sfrenatezza (luxuria), che l’autore concentra sugli eccessi alimentari, e la crudeltà (saevitia), tratteggiate con dovizia di esempi. Inizialmente insiste sulla gula profunda, che induce l’imperatore a banchettare lautamente quattro volte al giorno, e intempestiva ac sordida («incapace di trattenersi e rozza»), che gli fa letteralmente strappare dagli altari il cibo votivo e persino trangugiare gli avanzi delle taverne. Sono quindi enumerati alcuni dei suoi efferati quanto immotivati delitti, che culminano, forse, con l’uccisione della madre Sestilla, solo per assecondare il vaticinio di una profetessa germanica.

In particolare, le intemperanze di Vitellio a tavola si esplicano in memorabili e costosissimi ricevimenti, come quello offertogli dal fratello (che imbandisce nientemeno che duemila pesci e settemila uccelli!) o quello in cui egli inaugura un enorme piatto da portata, lo “scudo di Minerva”, che fa colmare con ogni tipo di leccornie. Tali erano infatti considerate, per quanto strano possa sembrare, le interiora di pesce, quali murena o scaro, o le cervella di pavoni e fagiani e le lingue di fenicottero. Il tema del banchetto pantagruelico trova larghi riscontri in letteratura, a partire naturalmente dal Satyricon di Petronio, in cui così ampio spazio occupano la cena a casa del parvenu Trimalchione e la descrizione delle mirabolanti pietanze che vi vengono servite; tra di esse un vassoio circolare con cibi a tema zodiacale ricorda da vicino l’enorme prelibata patina fatta allestire da Vitellio. Tra gli altri possibili paralleli vale la pena di menzionare i banchetti dell’imperatore Elagabalo (218-222), descritti nell’Historia Augusta: fegatini di triglia, cervella di fenicottero e di tordo, teste di pappagallo, fagiano e pavone.

Il tema della gola sembra essere il filo conduttore nella descrizione della personalità di Vitellio. Tra i suoi vari delitti, infatti, Svetonio ricorda il caso di un tale, venuto a rendergli omaggio, che egli mandò al supplizio, velle se dicens pascere oculos («dicendo di volersi saziare gli occhi»). Così anche la sua saevitia è presentata come un aspetto della luxuria, della sua sregolatezza.

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Caligola, un mostro di invidia e gelosia (Suet. Calig. 34-35)

I capitoli che seguono sono parte della sezione negativa della biografia, quella in cui Caligola si manifesta come un monstrum. Ma pur nell’esagerazione propria del genere letterario, appaiono qui le tendenze all’autocrazia perseguita dal principe, nel rifiuto del passato di Roma e in maniacali atteggiamenti che rivelano anche i segni di un progressivo squilibrio psichico.

C. Giulio Cesare Caligola. Testa, marmo con tracce di policromia, c. 37-41. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

[34.1] Nec minore liuore ac malignitate quam superbia saeuitiaque paene aduersus omnis aeui hominum genus grassatus est. statuas uirorum inlustrium ab Augusto ex Capitolina area propter angustias in campum Martium conlatas ita subuertit atque disiecit ut restitui saluis titulis non potuerint, uetuitque posthac uiuentium cuiquam usquam statuam aut imaginem nisi consulto et auctore se poni. [2] cogitauit etiam de Homeri carminibus abolendis, cur enim sibi non licere dicens, quod Platoni licuisset, qui eum e ciuitate quam constituebat eiecerit? sed et Vergili[i] ac Titi Liui scripta et imagines paulum afuit quin ex omnibus bibliothecis amoueret, quorum alterum ut nullius ingenii minimaeque doctrinae, alterum ut uerbosum in historia neglegentemque carpebat. de iuris quoque consultis, quasi scientiae eorum omnem usum aboliturus, saepe iactauit se mehercule effecturum ne quid respondere possint praeter eum.

[35.1] Vetera familiarum insignia nobilissimo cuique ademit, Torquato torquem, Cincinnato crinem, Cn. Pompeio stirpis antiquae Magni cognomen. Ptolemaeum, de quo ret‹t›uli, et arcessitum e regno et exceptum honorifice, non alia de causa repente percussit, quam quod edente se munus ingressum spectacula conuertisse hominum oculos fulgore purpureae abollae animaduertit. [2] pulchros et comatos, quotiens sibi occurrerent, occipitio raso deturpabat. erat Aesius Proculus patre primipilari, ob egregiam corporis amplitudinem et speciem Colosseros dictus; hunc spectaculis detractum repente et in harenam deductum Thr‹a›eci et mox hoplomacho comparauit bisque uictorem constringi sine mora iussit et pannis obsitum uicatim circumduci ac mulieribus ostendi, deinde iugulari. [3] nullus denique tam abiectae condicionis tamque extremae sortis fuit, cuius non commodis obtrectaret. Nemorensi regi, quod multos iam annos poteretur sacerdotio, ualidiorem aduersarium subornauit. cum quodam die muneris essedario Porio post prosperam pugnam seruum suum manumittenti studiosius plausum esset, ita proripuit se spectaculis, ut calcata lacinia togae praeceps per gradus iret, indignabundus et clamitans dominum gentium populum ex re leuissima plus honoris gladiatori tribuentem quam consecratis principibus aut praesenti sibi.

[34.1] E con gelosia e malignità non inferiori alla superbia e alla crudeltà egli infierì quasi contro il genere umano di ogni tempo[1]. Fece abbattere e spezzare le statue delle personalità illustri che Augusto aveva trasferito dalla piazza del Campidoglio, ormai angusta, in Campo Marzio, e la distruzione fu tale che non si poterono più restaurare con le loro iscrizioni intere. Vietò anche che si erigessero statue a persone viventi se non con la sua approvazione o per sua iniziativa[2]. [2] Meditò persino di distruggere i poemi di Omero e ripeteva: «Perché non dovrei comportarmi come Platone, che l’ha messo al bando dalla sua Repubblica[3]. Poco mancò che non facesse togliere da tutte le pubbliche biblioteche le opere e i ritratti di Virgilio e di Tito Livio, rimproverando al primo di essere privo d’ingegno e poco esperto nell’arte, e al secondo di essere uno storico verboso e sciatto. Anche riguardo ai giureconsulti ebbe la pretesa di rendere del tutto inutile la loro scienza e ripeteva spesso: «Perbacco, farò in modo che non possano più dare alcuna consulenza legale all’infuori di quelle che voglio io!».

[35.1] Tolse ai membri delle più nobili famiglie le loro antiche attribuzioni onorifiche: la collana a un Torquato, i riccioli a un Cincinnato, il diritto di chiamarsi Magnus a un Gneo Pompeo, discendente dell’antico casato. Quanto a quel Tolemeo di cui ho parlato prima[4], dopo averlo convocato dal suo regno e averlo accolto con onore, Caligola lo colpì a morte improvvisamente solo perché, in occasione di uno spettacolo gladiatorio organizzato dallo stesso imperatore, si accorse che quello, entrato nell’anfiteatro, aveva attirato gli sguardi del pubblico con lo splendore del suo mantello di porpora[5].  Ogni volto che incontrava qualcuno con una bella capigliatura, gli faceva radere la testa per imbruttirlo[6]. [2] Viveva allora un certo Esio Proculo, figlio di un centurione primipilo, il quale, per la sua bellezza e per la prestanza della sua persona era soprannominato “Colossero”. Durante uno spettacolo del circo, Caligola lo fece arrestare improvvisamente tra gli spettatori e buttare nell’arena a combattere contro un Trace. In seguito, comparso un gladiatore in armatura completa, lo fece combattere di nuovo; e, poiché risultò vincitore tutt’e due le volte, diede ordine che fosse subito legato e, ricoperto di cenci, condotto di rione in rione e mostrato alle donne, quindi sgozzato. [3] Infine, non c’era nessuno di condizione tanto abietta e meschina, che egli non cercasse di nuocergli. Contro il “re del bosco”, poiché esercitava la funzione sacerdotale ormai da molti anni, spinse un avversario più vigoroso[7]. In una giornata di spettacoli, poiché Porio, un gladiatore che combatteva dal carro, era stato clamorosamente applaudito per avere, dopo la vittoria, affrancato un suo servo[8], Caligola si precipitò tra gli spettatori con tanta foga che, inciampando nella toga, cadde in mezzo alla gradinata, indignandosi e strepitando che il popolo, signore delle genti, attribuiva più onore a un gladiatore per una ragione così futile che agli imperatori divinizzati e a lui stesso che era presente.

Scene dal combattimento fra un retiarius (Kalendio) e un secutor (Astyanax). Mosaico, IV secolo. Madrid, Museo Arqueológico Nacional.

Fino al XIX secolo la critica riteneva verosimile la presentazione di Caligola come imperatore “folle” data da Svetonio. In seguito, la discussione si è fatta più articolata e ha dovuto tener conto del fatto che il biografo, oltre ai documenti imperiali cui aveva accesso diretto e alle notizie riferite oralmente (che quasi sempre segnala come dubbie), ha attinto anche a storici precedenti, spesso accettandone l’autorità. Tra le fonti di informazioni sui fatti del I secolo c’è una storia cominciata da Aufidio Basso (di età tiberiana) e continuata da Plinio il Vecchio (non è chiaro quale delle due coprisse il breve periodo di Caligola). Altri candidati sono Servilio Noniano (vissuto anch’egli sotto Tiberio), Cluvio Rufo (che fu console ai tempi di Caligola e scrisse su avvenimenti contemporanei) e Fabio Rustico (insieme al precedente una delle fonti delle Historiae tacitiane), ma Svetonio non offre particolari ragguagli sulla provenienza delle notizie riferite. È sicuro però che l’aperto conflitto tra Caligola e il Senato romano a causa degli atteggiamenti assolutistici dell’imperatore – che si ispirava al modello orientale-ellenistico delle monarchie divinizzate – diede origine a una tradizione storiografica generalmente polemica e ostile nei suoi confronti. Si può comunque considerare il punto di vista di Svetonio su Caligola come rappresentativo della sua classe e della sua epoca: quello che l’autore vuole mettere in evidenza è principalmente il carattere del princeps, la sua superbia e la sua crudeltà, che rendevano inaccettabile il suo modo di esercitare il potere. La Vita Caligulae è suddivisa in rubriche positive e negative come le altre biografie svetoniane, ma qui le seconde sono nettamente prevalenti e ben distinte nel testo dallo stesso autore: Hactenus quasi de principe, reliqua ut de monstro narranda sunt («Fin qui ho parlato di un principe, ora devo parlare, per così dire, di un mostro», Calig. 22, 1).

Nel brano riportato le azioni criminose di Caligola sono dettate dalla gelosia (livor). L’imperatore pretendeva in ogni circostanza gli onori più alti e una considerazione che lo mettesse al di sopra di tutti; pertanto, aveva paura di tutte le occasioni di confronto con persone (vive o morte) che da qualsiasi punto di vista potessero apparirgli superiori e traduceva questo risentimento in atti di cancellazione della memoria, umiliazione e addirittura messa a morte di presunti rivali. Gli esempi riferiti da Svetonio sono ordinati in una progressione che parte dai crimini perpetrati contro le cose (le statue degli uomini illustri del passato; le opere degli auctores, Omero, Virgilio e Livio) o il libero esercizio della professione (i provvedimenti contro i giureconsulti) e arriva a quelli contro le persone fisiche, colpite nella loro immagine (i nobili romani, i giovani di particolare bellezza) o private crudelmente della vita (Tolemeo, Esio Proculo, il rex Nemorensis). La narrazione è organizzata in una climax che culmina nella caduta di Caligola, geloso degli applausi a Porio, dalle gradinate: quasi un contrappasso per il princeps che pretendeva per sé lo sguardo riverente del pubblico.

Il brano esemplifica bene due caratteristiche abbastanza rappresentative dello stile svetoniano: la narrazione rapida e concisa, che mira all’essenziale tralasciando ogni ricercatezza letteraria, e il vigore espressivo, che non rifugge da un lessico a volte anche crudo. I misfatti della gelosia di Caligola sono raccontati semplicemente (quasi “elencati” uno dopo l’altro), mentre spesso le scelte lessicali (per esempio, l’uso di verbi generalmente adoperati con una connotazione negativa che si riflette sul soggetto dell’azione) contribuiscono a suggerire l’idea che il princeps, che voleva essere trattato come un dio, assomigliasse piuttosto a un brigante da strada o a un violento pretenzioso e perverso: grassatus est… iactauit (34); deturpabat… iugulari… obtrectaret… subornauit… clamitans (35).

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[1] La superbia e la saevitia di Caligola sono state illustrate dal biografo, rispettivamente, in Calig. 22 e 27-33; la gelosia e la malevolenza del princeps prendevano di mira tanto i vivi quanto i morti.

[2] D’altronde, gli imperatori esercitarono il controllo sulle immagini in quanto veicoli di significati anche politici e propagandistici.

[3] Nello Stato ideale di Platone (Resp. 377-393) non c’era posto per i poeti narrativi come Omero; il principe, insomma, si arrogava gli stessi diritti del filosofo ateniese nel rifondare lo Stato.

[4] Cfr. Suet. Calig. 26, 1. Tolemeo era cugino dell’imperatore per parte di madre.

[5] Ancora un episodio di gelosia e paura da parte dell’imperatore. L’assassinio di Tolemeo si colloca nel 40, quando il principe era ancora molto scosso e diffidente per l’attentato dell’anno precedente.

[6] Il giovane imperatore soffriva di calvizie e ciò lo rendeva particolarmente suscettibile su questo particolare della bellezza maschile.

[7] Nemorensis rex era detto il sacerdote del santuario di Diana situato in un bosco sacro (nemus) ad Ariccia sui Colli Albani: era un servus fugitivus – l’esempio serve infatti a illustrare l’intento persecutorio dell’imperatore nei confronti dei disgraziati – che prendeva il posto del predecessore in carica uccidendolo e aspettava di essere ucciso a sua volta dal nuovo aspirante.

[8] Verosimilmente il proprio auriga.

Gaio Svetonio Tranquillo

Nella prima età imperiale si avvertì l’esigenza di rinnovare i modelli storiografici tradizionali. Grande fortuna sembra avere avuto il genere biografico, il cui rappresentante principale fu senza dubbio Gaio Svetonio Tranquillo, passato alla storia per le sue biografie degli imperatori romani da Ottaviano fino a Domiziano: ricche di particolari scandalistici, aneddoti piccanti e segreti sulla vita di corte, queste opere dovevano mostrare il “vero” volto dei Caesares.

La cosiddetta «Ara degli scribi». Altare decorato a rilievi, marmo, c. 20-50, dalla Vigna Casali, presso Porta S. Sebastiano. Roma, Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano.

La vita di Svetonio si ricostruisce dalle scarse indicazioni autobiografiche che fornisce lo stesso scrittore e da altre notizie ricavabili dall’epistolario di Plinio il Giovane, dall’Historia Augusta e da un’iscrizione, che ne illustra la carriera, scoperta alla metà del XX secolo. Di Gaio Svetonio Tranquillo non sono noti esattamente né l’anno di nascita né quello di morte: si può soltanto supporre che egli sia nato poco dopo il 70 da una famiglia di rango equestre di modesta condizione, ma alcunché di certo si sa neppure sul luogo di nascita. Da quanto l’autore stesso riferisce, si apprende che suo padre, Svetonio Laeto, fu tribunus angusticlavius della legio XIII Gemina, al servizio di Otone nella prima battaglia di Bedriacum contro Vitellio (Suet. Otho 10, 1). Nonostante le origini familiari, Tranquillo non solo studiò grammatica e letteratura, ma fu avviato anche a una formazione giuridica e retorica, tanto da diventare retore (Suet. Gram. 4, 9). All’epoca di Traiano, egli iniziò a dedicarsi a studi eruditi, grazie all’amicizia e alla protezione di Plinio il Giovane, che accompagnò in Bithynia (Plin. Ep. I 18; III 8; 24; V 10; X 94) e con i buoni uffici del quale ottenne dall’imperatore anche lo ius trium liberorum (X 95). L’iscrizione onorifica di Hippo Regius (AE 1953, 75), in Africa Proconsularis, riferisce che, ammesso a corte, Svetonio Tranquillo fu investito da Traiano dell’incarico di preposto alla cura delle biblioteche (a studiis a bibliothecis) e conseguì la dignità vitalizia di flamen e di pontifex Volcani. La stesso documento tramanda che lo scrittore, in seguito, sotto Adriano, fu addetto all’archivio imperiale e alla corrispondenza del principe (ab epistulis), un incarico che sarebbe stato determinante per le sue ricerche. La sua brillante carriera burocratica, tuttavia, si interruppe bruscamente nel 122, quando cadde in disgrazia insieme a Setticio Claro, prefetto del pretorio e suo protettore, dopo la morte di Plinio. Elio Sparziano, biografo di Adriano, racconta che allora l’imperatore Septicio Claro praefecto praetorii et Suetonio Tranquillo epistularum magistro multisque aliis, quo‹d› apud Sabinam uxorem ‹i›n[i]us[s]u eius familiarius se tunc egerant, quam reverentia domus aulicae postulabat, successores dedit (SHA I 11, 3, «depose dai loro incarichi Setticio Claro, prefetto del pretorio, e Svetonio Tranquillo, segretario, e molti altri, perché, a quei tempi, senza il suo permesso, con sua moglie Sabina essi si erano comportati familiarmente più di quanto la serietà della corte di un principe lo ammettesse»). Caduto ormai in disgrazia, dopo la destituzione e l’allontanamento dalla domus Augusti si perdono le tracce di Svetonio e non si sa quanto tempo dopo sia scomparso.

Di una copiosa produzione di opere erudite, in greco e in latino, si ha notizia, più che dai miseri frammenti, soprattutto dal lessico di X secolo della Suda (Τράγκυλλος 4, p. 581 Adler), che ne elenca diversi titoli, lasciando intendere che gli argomenti affrontati fossero davvero molto vari: dai costumi romani al calendario, dai segni diacritici dei filologi alle cortigiane famose, dai difetti fisici agli scritti politici di Cicerone, ecc. Il Pratum de rebus variis sarebbe stata un’opera di carattere enciclopedico, suddivisa in diverse sezioni in base alle materie trattate; secondo alcuni interpreti, il titolo designerebbe invece l’intera produzione antiquaria ed erudita dello scrittore, strutturata sul modello e sulle nozioni delle Antiquitates e del De gente populi Romani di Marco Terenzio Varrone Reatino, del De significatu verborum di Verrio Flacco e del Dubius sermo di Plinio.

Librarius. Rilievo funerario, c. II-III secolo, da Virunum (Noricum).

Il titolo di De viris illustribus era riferito a una raccolta di biografie di letterati, catalogata per generi (poesia, retorica, storia, filosofia, grammatica). Di essa ne resta un’unica sezione, De grammaticis et rhetoribus, mutila nella parte finale: ai grammatici (cioè filologi, studiosi di testi letterari e maestri) sono dedicati i primi ventiquattro capitoli (da Cratete di Mallo, che introdusse lo studio della grammatica a Roma, a Valerio Probo), ai retori sono riservati solo i restanti sei capitoli superstiti.  Delle altre sezioni si ha unicamente materiale sparso, pervenuto per tradizione indiretta: dal De poetis, soprattutto, derivano – non si sa se e quanto rielaborate dagli autori che le compilarono, come Donato e Girolamo – le Vitae di certi poeti, come Terenzio, Virgilio, Orazio e Lucano.

Il De vita Caesarum, una raccolta di dodici biografie degli imperatori, da Giulio Cesare a Domiziano, in otto libri, resta invece completo, fatta eccezione per i capitoli introduttivi della prima biografia e la dedica dell’opera a Setticio Claro, come riferisce Giovanni Lidio nel suo De magistratibus (Lydus Mag. 2, 6, Τράγκυλλος τοίνυν τοὺς τῶν Καισάρων βίους ἐν γράμμασιν ἀποτείνων Σεπτικίῳ…). Il manoscritto più antico delle Vite svetoniane, su cui si basano tutte le edizioni critiche moderne, è il Cod. lat. 6115 della Bibliothèque Nationale de France, realizzato a Tour tra VIII e IX secolo. Gli studiosi ritengono che esso, come tutte le altre copie manoscritte successive, discenda dall’esemplare che il monastero di San Bonifacio a Fulda nell’anno 884 inviò a Servato Lupo, abate di Ferrières (Ep. 91, 4): l’opera era già mutila delle sue parti.

Berlin, Staatsbibliothek. Ms. lat. fol. 28 (c. 1477). C. Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum, f. 73v. Pagina iniziale della biografia di Tiberio.

Quello biografico era un genere letterario di tradizione greca che, nel mondo romano, era stato coltivato e collaudato soprattutto da Varrone e da Cornelio Nepote. Più o meno negli stessi anni, infatti, Varrone (che fu autore anche di biografie di poeti, perdute) nelle Imagines e Nepote nel De viris illustribus avevano tracciato i profili di personaggi famosi del passato, distinti per categorie (statisti, comandanti militari, artisti, scrittori, ecc.), sulla base dello stesso schema che avrebbe ispirato il De viris illustribus svetoniano. Brevi informazioni sulle origini e il luogo di nascita, sulla formazione ricevuta e sull’insegnamento esercitato, sugli interessi principali e le opere composte, sui tratti del carattere, spesso illustrati mediante aneddoti o particolari curiosi della vita privata): questo, grosso modo, era il modello su cui sono stati impostati i succinti ritratti di grammatici e retori delineati da Svetonio. D’altra parte, una struttura non dissimile – tranne, naturalmente, le diverse attività svolte – sembra essere alla base anche dell’altra opera biografica svetoniana, il De vita Caesarum. Le Vite iniziano infatti con notizie relative a famiglia, luogo, data e circostanze della nascita del principe, per seguire poi, in uno sviluppo cronologico che ne accompagna l’adolescenza, l’avvento al potere. Dopo di che l’ordinamento cronologico si interrompe per lasciare spazio a una descrizione sincronica dei vari aspetti della personalità dell’imperatore suddivisi per singole rubriche, a loro volta attraversate da partizioni ulteriori. Il ritorno alla scansione temporale, con il resoconto della morte e delle onoranze funebri tributate al principe, segna la conclusione delle singole vite.

L’aspetto più rilevante nell’organizzazione del materiale biografico è quindi la rinuncia a una disposizione cronologica che accompagni lo sviluppo della personalità analizzata: è lo stesso Svetonio, in un passo della Vita Augusti (9, 1), a rendere conto di tale criterio espositivo, che procede non per tempora ma per species, secondo una serie cioè di categorie, di rubriche, che trattano separatamente i vari aspetti della personalità del princeps. Anziché, quindi, illustrare le vicende nella complessità degli elementi che possono darne conto, e seguendo un percorso lineare e unitario, l’autore ha preferito comporre per frammenti episodici, privilegiando un’analisi incentrata sul personaggio e sulla sua vita privata, sul suo carattere, e inquadrando in apposite rubriche le sue virtutes e i suoi vitia, con l’ovvia conseguenza di orientare il giudizio in senso decisamente moralistico.

Scriba. Rilievo su lapide tombale, marmo, c. III secolo da Flavia Solva (Noricum).

Alla tesi che attribuiva alla familiarità dell’erudito Svetonio con l’indirizzo biografico peripatetico-alessandrino il carattere astorico e frammentario delle biografie imperiali, si è venuta sostituendo in tempi più recenti una valutazione diversa, più attenta alle ragioni intrinseche delle scelte dello scrittore. Anzitutto, nell’adozione del genere biografico si ravvisa la prova della consapevolezza che tale è la forma storiografica più idonea a dar conto del nuovo volto che il potere ha assunto – quella individualistica, personale, del principato – e che la biografia dei singoli imperatori è la più adatta a fungere da criterio di periodizzazione per la storia dell’Impero. Nella rinuncia alla modalità annalistica (cioè alla narrazione degli eventi anno per anno), che la mentalità senatoria aveva ancorato al regolare succedersi delle magistrature tradizionali, si vede quindi la realistica presa di coscienza che quelle magistrature, pur se formalmente ancora vigenti, erano ormai una parvenza fittizia e che solo la durata del principato di ogni singolo Caesar poteva segnare il succedersi di un periodo all’altro.

Al tempo stesso, prevaleva ormai la tendenza a ravvisare tratti specificamente romani proprio laddove prima si supponeva più forte l’influenza dell’eredità ellenistica: la tradizione degli elogia e delle laudationes funebres, che elencavano le res gestae civili e militari di una personalità in vista, le benemerenze e gli onori del defunto, sembra rivelare la sua influenza sul modo in cui Svetonio ha selezionato e disposto il materiale raccolto. Le res gestae di Augusto, con la rassegna delle cariche e delle dignità conferite al principe, dei provvedimenti assunti per la res publica, dei donativi fatti ai soldati e delle elargizioni al popolo, dei monumenti eretti, insomma delle svariate benemerenze acquisite, danno un esempio significativo della spinta che tale tradizione, eminentemente latina, poteva esercitare sull’esposizione per species scelta dall’autore per le sue Vite.

Scriba. Rilievo, pietra calcarea, II-III secolo. Paris, Musée du Louvre.

E nella tendenza, tanto deplorata come deteriore gusto del pettegolezzo, a insistere sulla vita privata degli imperatori descrivendone eccessi e intemperanze, sui particolari futili o scandalistici, che ha alimentato la fortuna dell’opera – letta come un vero e proprio manuale di perversioni! –, si è ormai inclini a vedere anche la manifestazione di una volontà obiettiva e demistificante, dell’intenzione di fornire un ritratto integrale del personaggio, illustrandone tutti gli aspetti della vita sia pubblica sia privata, senza atteggiamenti encomiastici e senza rinunciare alla messe di notizie concrete che gli archivi imperiali potevano mettere a disposizione.

Ne risulta un tipo di “storiografia minore” (rispetto, per esempio, a quella tacitiana, rispondente ai canoni della cultura storiografica aristocratica e senatoria), che attinge alle fonti più varie (dai documenti archivistici alla tradizione orale, dalla libellistica satirica alla storiografia precedente – Cluvio Rufo, Plinio il Vecchio, ecc. – , soprattutto quella di tradizione anticesarea) e che delinea anche, in qualche modo, i tratti del suo destinatario, da identificare nell’ordine equestre al quale lo stesso Svetonio apparteneva e che costituisce il punto di vista attraverso cui le singole vicende sono osservate e valutate. Un pubblico di funzionari e burocrati che avrà apprezzato il senso di concretezza della pagina svetoniana, la registrazione – con scrupoloso spirito cancellieresco – del particolare curioso, la divulgazione del documento inedito, l’esposizione del materiale piana e ordinata per rubriche ben distinte.

A questo tipo di gusto letterario sarà piaciuto, di Svetonio, anche il linguaggio sobrio e asciutto, alieno dalle ricercatezze arcaizzanti e dai preziosismi moderni, aperto ai modi colloquiali, ma senza rinunciare al decoro: una scrittura agile e spedita, la cui vivacità narrativa è il pregio che maggiormente compensa i limiti più vistosi di quest’opera, primo fra tutti la superficialità dell’analisi storica e psicologica. La forma biografica sviluppata da Svetonio, in seguito, divenne il modello per altri autori, come gli Scriptores Historiae Augustae, Mario Massimo (c. 160-230), e persino Eginardo (c. 775-840), che compose la Vita Karoli Magni. Senza assurgere al livello della grande storiografia, il De vita Caesarum costituisce tuttavia un documento eccezionalmente ricco di notizie e informazioni per la ricostruzione storica del primo periodo imperiale.

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Le cohortes vigilum: la piaga degli incendi nell’antica Roma

Gli incendi a Roma erano fenomeni assai frequenti e costituivano un serissimo problema. All’interno delle abitazioni il fuoco era utilizzato per moltissimi scopi: per cucinare, per riscaldare, per illuminare. Era perciò sufficiente anche una minima negligenza, una lieve distrazione, perché una delle tante fiamme libere investisse le strutture lignee dei tetti, dei solai e dei tramezzi, causando un principio d’incendio. A partire dai secoli finali del periodo repubblicano, la popolazione residente nell’Urbe era aumentata in modo impressionante ed esponenziale, e molti speculatori avevano approfittato della situazione, costruendo strutture precarie, spesso senza un distanziamento sufficiente tra un edificio e l’altro. Di conseguenza, le condizioni di sicurezza all’interno dei quartieri residenziali erano spesso pessime (Vitr. De arch. II 8, 20; 9, 16; Juv. III 197-222).

Nella costruzione degli stessi monumenti pubblici, le precauzioni anti-incendio si limitavano a evitare contatti troppo ravvicinati con i caseggiati circostanti. In età repubblicana la prevenzione e l’intervento contro questi disastri erano appannaggio dei tresviri nocturni (cfr. Liv. XXXIX 14, 10), in seguito affiancati a dei funzionari ausiliari, i quinqueviri cis Tiberim: gli uni e gli altri disponevano di squadre di servi pubblici; è noto anche che alcuni privati mettessero a disposizione della cittadinanza i propri schiavi, gratuitamente o a pagamento, come nel caso di Marco Egnazio Rufo, uno dei dissidenti di Augusto, che nel 26 a.C., durante la sua edilità, aveva riscosso non poca popolarità grazie alla tempestività con cui soccorse i concittadini colpiti da un incendio (Vell. II 91, 2; DCass. LIII 24, 4-6). Uno dei quartieri più popolosi di Roma, in cui gli speculatori spadroneggiavano, era certamente la Suburra: era altresì tristemente noto per la frequenza degli incendi. Così, nella realizzazione del suo Foro, Ottaviano Augusto fece innalzare un alto muro di peperino e pietra gabina allo scopo di schermare il nuovo complesso dal quartiere retrostante.

Città romana (dettaglio). Rilievo, marmo, c. II sec. da Avezzano. Celano, Castello Piccolomini. Collezione Torlonia di Antichità del Fucino.

Il princeps affrontò il problema da più punti di vista: Cassio Dione riferisce che nel 22 a.C. Augusto «affidò l’estinzione degli incendi agli edili curuli, assegnando loro come aiutanti seicento servi» (LIV 24, 6, τοῖς δ’ ἀγορανόμοις τοῖς κουρουλίοις τὴν τῶν ἐμπιμπραμένων κατάσβεσιν ἐνεχείρισεν, ἑξακοσίους σφίσι βοηθοὺς δούλους δούς); nell’anno 7 a.C. l’imperatore divise la città e il suo suburbio in 14 regiones (δεκατέσσαρα μέρη) e 265 vici. Alla supervisione di ciascuna regio (quartiere) era preposto un magistrato tramite sorteggio, mentre a ciascun vicus quattro magistri, eletti ogni anno dagli abitanti della circoscrizione (cfr. Suet. Aug. 30, 1).

Mappa delle XIV regiones dell’Urbe. Opera di ColdEel

Al 6 d.C. risale l’istituzione ufficiale del corpo paramilitare dei vigiles, costituito da sette cohortes da 1000 uomini ciascuna, e posto sotto la guida di un praefectus vigilum di rango equestre. Ecco la testimonianza in merito di Cassio Dione: «In questo periodo, quando molte zone della città andarono distrutte a causa di un incendio, Augusto coscrisse dei liberti, ripartendoli in sette divisioni con il compito di soccorritori, ai quali prepose un cavaliere come comandante, con l’intenzione di sciogliere questa formazione nel giro di breve tempo. Tuttavia, non fece così, poiché, essendosi reso conto con l’esperienza che il loro intervento era quanto mai utile e necessario, li trattenne. Questi vigiles esistono ancora oggi come una specie di corpo scelto, ma non sono più reclutati soltanto tra i liberti, ma anche da altre classi sociali; essi dispongono di acquartieramenti in città e ricevono una paga dal Tesoro» (LV 26, 4-5, ἐπειδή τε ἐν τῷ χρόνῳ τούτῳ πολλὰ τῆς πόλεως πυρὶ διεφθάρη, ἄνδρας τε ἐξελευθέρους ἑπταχῇ πρὸς τὰς ἐπικουρίας αὐτῆς κατελέξατο, καὶ ἄρχοντα ἱππέα αὐτοῖς προσέταξεν, ὡς καὶ δι’ ὀλίγου σφᾶς διαλύσων. οὐ μέντοι καὶ ἐποίησε τοῦτο· καταμαθὼν γὰρ ἐκ τῆς πείρας καὶ χρησιμωτάτην καὶ ἀναγκαιοτάτην τὴν παρ’ αὐτῶν βοήθειαν οὖσαν ἐτήρησεν αὐτούς. καὶ εἰσὶ καὶ νῦν οἱ νυκτοφύλακες οὗτοι ἴδιόν τινα τρόπον οὐκ ἐκ τῶν ἀπελευθέρων ἔτι μόνον ἀλλὰ καὶ ἐκ τῶν ἄλλων στρατευόμενοι, καὶ τείχη τε ἐν τῇ πόλει ἔχουσι καὶ μισθὸν ἐκ τοῦ δημοσίου φέρουσιν). La stessa fonte riporta che il princeps «per il mantenimento dei praefecti vigilum introdusse una tassa (vicesima libertatis) del 2% sulla vendita degli schiavi» (LV 31, 4, ἐς τὴν τῶν νυκτοφυλάκων τροφήν, τό τε τέλος τὸ τῆς πεντηκοστῆς ἐπὶ τῇ τῶν ἀνδραπόδων πράσει ἐσήγαγε). A conferma del numero esatto delle divisioni in cui erano ripartiti i vigiles sono pervenuti alcuni documenti epigrafici, come l’iscrizione onorifica ostiense (ILS 2154) apposta su una base di statua, risalente al 162, e dedicata a Marco Aurelio dalle cohortes VII vig(ilum); o ancora una tabula marmorea frammentaria (ILS 2178), datata l’11 aprile del 212 e dedicata pro salute et incolumitate dal praefectus vigilum Cerellio Apollinare e dagli uomini delle 7 coorti a Caracalla e a sua madre Giulia Domna.

Iscrizione onorifica (ILS 2154) per M. Aurelio Antonino con dedica da parte delle cohortes VII vigilum. Base di statua, marmo, 162. Ostia, Caserma dei Vigili.

La competenza specifica dei vigiles (νυκτοφύλακες) era, dunque, la prevenzione e lo spegnimento degli incendi, ma è noto che si occupassero anche dei servizi notturni di ronda e svolgessero compiti di polizia. Ciascuna coorte era posta al controllo di due delle quattordici circoscrizioni in cui era suddivisa l’Urbe; i vigiles erano perciò dislocati in una caserma principale, detta statio o castra (CIL XIV 4381 = ILS 2155; CIL XIV 4387), posta in una regio, e in un distaccamento (excubitorium) in quella vicina (CIL VI 3010 = ILS 2174), in modo da garantire in tutta la città la massima tempestività di intervento. A testimonianza di ciò soccorrono anche le rovine delle caserme rinvenute sia in Roma sia a Ostia.

Il loro comandante non era un magistrato, ma disponeva di notevoli poteri di coercitio, che nel corso del tempo si accrebbero: rientravano nelle sue prerogative la lotta contro gli incendi dolosi o appiccati per negligenza, i danneggiamenti, i furti e le questioni inerenti la proprietà privata e l’impiego delle acque (Dig. I 15, 3; Cassiod. Var. VII 7; VI 8).

Due vigiles in azione durante una ronda notturna. Illustrazione di Ángel García Pinto.

All’interno delle cohortes gli uomini erano inquadrati per mansione e specializzazione: c’erano i siphonari, addetti all’azionamento delle pompe per lo spegnimento dei fuochi; gli aquarii, che si occupavano dell’approvvigionamento idrico in città; i carcerarii, che sorvegliavano a turno le prigioni; gli horrearii, che custodivano i magazzini pubblici; i balnearii, che assicuravano l’ordine pubblico negli stabilimenti termali. Ogni divisione disponeva, inoltre, di quattro medici, addetti alle cure e al primo soccorso degli uomini infortunati.

Per spegnere gli incendi, i vigiles erano equipaggiati in primo luogo con tubi e pompe. I tubi venivano collegati alla fontana più vicina, in modo da portare l’acqua alle pompe che, azionate da cinque o da sei uomini, potevano emettere getti d’acqua ad altissima pressione, come è stato possibile verificare ricostruendo il meccanismo in base alla descrizione di Vitruvio e ad alcuni esemplari rinvenuti a Roma e a Pompei (Heron. Pneum. I 28; cfr. Vitr. De arch. VII 4). I vigiles facevano ricorso anche a mezzi più semplici, come i secchi per attingere l’acqua e i centones, grandi coperte bagnate usate per soffocare le fiamme. È testimoniato anche l’utilizzo, in casi particolari, di sabbia e aceto. Erano, infine, dotati di scale, corde e attrezzi per demolire muri e abbattere porte (cfr. Petron. Sat. 78, 7; Plin. Ep. X 33, 2; Dig. XXXIII 7, 12, 18).

Siphona. Ricostruzione moderna di una pompa ad acqua romana. Madrid, Museo Arqueologico Nacional.

Le fonti letterarie antiche testimoniano la preoccupazione costante dei cittadini e delle autorità civili per il rischio degli incendi e ne ricordano alcuni degli esiti particolarmente catastrofici o che interessarono edifici sacri o pubblici del centro monumentale (Tac. Ann. IV 64; VI 45; XV 38-41; DCass. LVIII 26, 5; LXII 16). È possibile, dunque, redigere una sorta di “lista” di queste sciagure. In epoca imperiale, Tacito ricorda un incendio che distrusse buona parte del quartiere sul Celio nel 27 d.C. (Tac. Ann. IV 64; Suet. Tib. 48), mentre nove anni più tardi, nel 36, fu la volta del Circo Massimo e dell’Aventino (Tac. VI 45, 1; cfr. DCass. LVIII 26, 5; Suet. Tib. 48; Inscr. It. XIII 1, 5). Allora Tiberio nominò una commissione per la valutazione dei danni e fece versare una cospicua indennità (HS 100.000.000!) a tutti coloro che ne erano stati colpiti.

Pietra tombale di Q. Giulio Galato, vessillifero della cohors VI vigilum, con immagine e iscrizione (ILS 2169). Stele, pietra tiburtina, c. 71-130, dalla vigna Maccarani, presso Porta S. Paolo. Città del Vaticano, Musei Vaticani

Il celeberrimo incendio scoppiato nell’estate del 64, sotto Nerone, ebbe proporzioni spaventose (Tac. Ann. XV 38-45; cfr. Suet. Ner. 38-39; DCass. LXII 16-18; CIL VI 826; 30837; Hier. An. 64; Oros. VII 7, 4-6): dei quattordici quartieri romani solo quattro rimasero indenni; altre quattro regiones, forse perché le più centrali, furono distrutte e le altre sei rimasero pesantemente danneggiate. Per avere un’idea solo parziale dell’estensione dell’area andata in cenere si può considerare che a nord raggiungesse certamente il Quirinale, a ovest avesse superato il Tevere in direzione del Vaticano e a sud avesse toccato l’Aventino. Pochi anni dopo, nel 69, durante le lotte per la successione ai vertici dello Stato, andò in fiamme il Campidoglio con il tempio di Giove Ottimo Massimo (Tac. Hist. I 2; III 72; Suet. Dom. 1, 2; Vit. 15; DCass. LIV 17, 3; Aurel. Vict. Caes. 8, 5; Hier. ab Abr. 2285; Oros. VII 8, 7). Di nuovo nell’80, sotto il principato di Tito, un nuovo incendio colpì lo stesso colle, propagandosi fino al Campo Marzio (DCass. LXVI 24; Suet. Dom. 5, 1; 7; 20; Tit. 8, 3; Hier. ab Abr. 2096; Oros. VII 9, 14). Nel 104 andarono in fiamme le strutture rimanenti della Domus Aurea (Hier. ab Abr. 2120; Oros. VII 12, 4). Nel 191, sotto il principato di Commodo, furono colpiti dalle fiamme il Tempio di Vesta nel Foro e «gran parte della città» (Hier. ab Abr. 2208; Oros. VII 16, 3; DCass. LXXIII 24; Herod. I 14, 2-6). Al 23 agosto del 217 risalgono i danni da incendio riportati dall’Anfiteatro Flavio, in occasione dei Ludi di Vulcano: l’incidente fu inserito in una lista di prodigi che preannunciarono la caduta dell’usurpatore Macrino, culminati proprio in un fulmine che colpì la sezione superiore dell’edificio (DCass. LXXIX 25, 2-5; cfr. Chron. Min. 354; SHA Elag. 17, 8). Nel 283 fu la volta del teatro di Pompeo, finito in cenere a causa di un incidente con una macchina scenica (SHA Carin. 19; Chron. Min. 354). Infine, si può ricordare l’incendio che colpì il 19 aprile del 363, sotto l’imperatore Giuliano, il tempio di Apollo Palatino, propagatosi nelle vicinanze (Amm. Mar. XXIII 3, 3).

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