La civiltà micenea

di BEARZOT C., Manuale di storia greca, Bologna 20112, pp. 15-19.

Diversamente che a Creta, in Grecia il passaggio dal Bronzo Antico al Bronzo Medio, intorno al 2000 a.C., reca tracce di profondi sconvolgimenti: molti villaggi sono distrutti, altri vengono abbandonati; scompaiono le fortificazioni; la casa ad abside semicircolare sostituisce gli edifici di struttura più complessa; scompaiono i magazzini; si generalizza la tomba individuale del tipo «a cista» (sepoltura individuale o collettiva costituita da una cassa, generalmente rettangolare, di lastre di pietra infisse nel terreno) e i corredi, già modesti, quasi scompaiono; compare una ceramica lavorata al tornio di colore grigio uniforme e a superficie liscia, detta «minia»; viene introdotto il cavallo domestico.

Questi cambiamenti sono stati attribuiti all’arrivo di popolazioni parlanti lingue indoeuropee, tra cui un proto-greco; tuttavia, rivolgimenti interni ed evoluzione locale possono spiegare altrettanto bene alcuni mutamenti, tanto più che, come è stato sottolineato, è difficile collegare elementi della cultura materiale con un preciso gruppo linguistico ed etnico. L’interpretazione dei pur significativi cambiamenti intervenuti al passaggio epocale al Bronzo Medio tende quindi a privilegiare (in questo caso come in quello del transito all’Età del Ferro, con la frattura del secolo XI e della cosiddetta «invasione dorica») processi evolutivi di lunga durata rispetto all’idea di un’invasione violenta e massiccia. Il carattere graduale della transizione induce a pensare più probabilmente a infiltrazioni, più che a vere e proprie invasioni, di genti parlanti una lingua greca, che si sovrapposero a un sostrato etnico e linguistico precedente in un momento e con modalità difficili da stabilire per noi: ciò sembra trovare conferma nella tradizione storiografica antica, che mostra coscienza che la civiltà greca era nata da una mescolanza di elementi autoctoni (come i Pelasgi di cui parla Erodoto I, 56-58) e di elementi sopraggiunti in seguito attraverso migrazioni.

Micene, la «porta dei Leoni» (dettaglio) nelle mura, Tardo Elladico III, XIII sec. a.C.

In ogni caso, anche la Grecia del Bronzo Medio, afflitta da gravi turbolenze, non sembra regredire a forme di completo isolamento: sono attestate relazioni con Creta e con l’ambiente insulare, con l’Anatolia, il Levante e addirittura con alcune aree dell’Europa continentale. Anche se della civiltà micenea sono oggi particolarmente valorizzate, senza escludere apporti esterni, le radici continentali, queste relazioni non furono prive di influenza sulle trasformazioni che, nella seconda metà del XVIII secolo (1750-1700 a.C.), si verificarono in Grecia portando alla nascita della civiltà micenea.

Lo sviluppo di quest’ultima mosse dall’Argolide e dalla Messenia, per investire poi altre aree regionali come la Laconia, l’Attica e la Beozia. In Argolide, in particolare, sorsero nel corso del XVIII secolo (1800-1700 a.C.) diversi centri nuovi, come Argo, Tirinto, Midea, Micene. E a partire dalla prima metà del secolo successivo (1700-1650 a.C.), quest’ultima assunse un’eccezionale importanza, come risulta dai ricchissimi corredi delle tombe cosiddette «a pozzo» (sepoltura a cui si accede attraverso un’imboccatura a pozzo, appunto, verticale o orizzontale), proprie di una élite aristocratica di guerrieri che sembrava volersi distinguere dal resto della popolazione, cui erano riservate tombe più povere, del tipo «a fossa» (scavate direttamente nel terreno e di forma generalmente quadrangolare) o «a cista». Particolarmente importanti sono, a Micene, le tombe «a pozzo» dei cosiddetti circoli A e B: il primo, scoperto da Heinrich Schliemann nel 1876 e comprendente sei grandi tombe databili tra il 1570 e il 1500 a.C., giustifica pienamente, con i suoi corredi comprendenti fra l’altro la «maschera di Agamennone», la definizione omerica di Micene come «ricca d’oro»; il secondo, venuto alla luce nel 1952 e più antico, comprende ventiquattro tombe «a fossa», su un arco di tempo che va dal 1650 al 1550 a.C.

I ritrovamenti sono di varia provenienza: materie preziose come oro, argento, elettro (una lega di oro e argento), ambra vengono importate dall’Egitto, dall’Asia Minore, dai Carpazi (soprattutto l’oro), dall’Inghilterra sud-occidentale (ambra lavorata); l’influenza cretese nei manufatti di oreficeria (le maschere d’oro di Micene, le tazze d’oro di Vaphiò in Laconia) risulta preponderante, anche perché Creta fungeva da ponte per il commercio con l’Egitto e l’Oriente; ma una funzione importante era svolta anche dagli empori occidentali (Isole Eolie, golfo di Napoli) e del Mar Nero fino alla Georgia, l’antica Colchide famosa per i suoi giacimenti aurei.

Protome di leone. Rhyton, oro martellato, Periodo Elladico recente I (XVI secolo a.C.), dalla tomba IV del Circolo A (Micene). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

L’eccezionale importanza dei reperti di Micene giustifica l’uso del nome di «micenea» per la civiltà che fiorì a partire dall’Argolide in tutta la Grecia continentale; ma sviluppi del tutto analoghi troviamo anche nel resto del Peloponneso, in Messenia (Tirinto e Pilo), in Attica (Atene ed Eleusi) e in Beozia (Orcomeno). L’ascesa improvvisa dei primi Micenei, con la loro grande ricchezza, si colloca in un periodo che corrisponde alla seconda fase palaziale cretese. Per spiegare le origini di tale ascesa, molto discussa, sono state formulate diverse ipotesi. Le ricche sepolture del tumulo A di Micene sarebbero, secondo alcuni, l’esito di incursioni a Creta, da dove sarebbero stati portati materie prime e artigiani, oppure dalla massiccia invasione di genti indoeuropee; ma altri tendono a privilegiare l’idea di uno sviluppo interno, come nel caso della civiltà minoica (introduzione della «triade mediterranea» e, di conseguenza, aumento della popolazione e sviluppo della metallurgia, dell’artigianato e delle forme di comunicazione). Eventuali apporti esterni potrebbero essere legati al ruolo di intermediazione della Grecia continentale tra il commercio marittimo gestito dai palazzi cretesi e il commercio terrestre verso l’Europa continentale (probabilmente i Micenei rifornivano l’Egeo di stagno e oro).

Tra il XVI e la prima metà del XV secolo (1600-1450 a.C.) si sviluppò l’organizzazione di comunità micenee in vaste aree della Grecia meridionale e centrale. I reperti più significativi sono costituiti da tombe, di tipo a tholos (camera circolare preceduta da un corridoio d’accesso) e con ricchi corredi, come la tomba dei Leoni e la cosiddetta «tomba di Egisto», che nel XVI secolo (1600-1500 a.C.) presero il posto, a Micene, delle tombe «a pozzo» del circolo A; si è discusso se si trattasse di comunità a conduzione monarchica oppure oligarchica, come sembra piuttosto far pensare l’alto numero di tombe monumentali. Il ritrovamento di sigilli suggerisce, anche in assenza di tavolette, lo sviluppo di procedure amministrative di tipo palaziale. In questo periodo l’influenza minoica appare sempre notevole, soprattutto in ambito religioso: tanto che, prima della decifrazione della Lineare B, che ha fornito le prove dell’autonomia della religione micenea, si tendeva a parlare di una religione minoico-micenea. In realtà, molte divinità del futuro Olimpo greco, come Zeus, Era, Atena, Artemide, Ares, Dioniso, erano già note presso i Micenei; fra esse, un ruolo particolare avevano le divinità femminili (le Potniai) e Poseidone; ora la pubblicazione delle tavolette di Tebe ha mostrato l’importanza, nella Beozia micenea, del culto di Demetra e Core.

Piet de Jong, Ricostruzione dell’interno della sala del trono del Palazzo di Nestore a Pilo.

Nel corso del XV secolo (1500-1400 a.C.) iniziò l’espansione micenea nell’Egeo. Allo sviluppo di centri come Micene, Pilo e Tebe faceva riscontro l’inserimento a Rodi e a Creta, dove l’arrivo dei Micenei è testimoniato dall’archivio di tavolette scritte in Lineare B di Cnosso e dalla ricostruzione del palazzetto di Haghia Triada secondo modelli continentali (l’epoca della conquista micenea corrisponde al periodo neopalaziale della civiltà minoica, che va dal 1450 al 1380 a.C.). A Cipro, in Asia Minore e in Egitto i Micenei sostituirono la loro presenza a quella cretese: accanto ai Keftiu, nei testi egiziani comparvero, dunque, i Tanaja (= Danai?), poi la menzione dei Keftiu venne sostituita da quella degli uomini provenienti dalle «isole in mezzo al mare». In Occidente, ceramica micenea è stata trovata nel Basso Tirreno (isole Eolie, isole del Golfo di Napoli) e nel mar Ionio, dove probabilmente i Micenei cercavano risorse metallifere; i ritrovamenti di ambra baltica a Micene attestano rapporti, almeno mediati, con le zone di origine della materia prima; tuttavia, i ritrovamenti di manufatti di tipo miceneo in Europa sono troppo sporadici per giungere a conclusioni sicure. Nel XIV-XIII secolo (1400-1200 a.C.) la cultura micenea, con lo sviluppo dell’architettura palaziale, giunse ormai al suo apogeo a Micene, Tirinto, Pilo, Atene, Tebe, Orcomeno. Con la conquista di Creta, la cui civiltà declinò dopo la distruzione, nel 1380 a.C. circa, del palazzo di Cnosso, i Micenei subentrarono nella gestione delle rotte commerciali del Mediterraneo orientale. Fu questo il momento della massima espansione della ceramica micenea in Oriente, che preludeva alla sua diffusione anche nel Mediterraneo occidentale.

Sillabario con i segni della Lineare B.

I palazzi micenei, come quelli minoici, del resto, costituivano il centro del potere, della vita religiosa, dell’amministrazione, dell’economia e delle forze militari. Le nostre informazioni sulle strutture della società micenea derivano dalle tavolette, soprattutto quelle di Pilo e di Cnosso. La documentazione che esse offrono è limitata, perché i documenti che ci sono stati conservati (quelle cotte nell’incendio dei palazzi) rappresentano solo una piccola parte degli archivi e riguardano una documentazione mensile o al massimo annuale. Si tratta di registrazioni amministrative, relative a persone legate al palazzo, a razioni di grano o di olio, ad affitti di terreni, alla riscossione dei tributi, alle offerte votive per i santuari, a oggetti e materiali vari (lana, lino, metalli, ecc.). La scrittura, la già ricordata Lineare B, proveniva certamente da Creta, in quanto rappresentava l’adattamento della Lineare A a un dialetto greco; essa fu decifrata nel 1952 da Michael Ventris e John Chadwick.

Caccia al cinghiale. Frammento di affresco parietale, periodo miceneo tardo, XIV-XIII sec. a.C., da Tirinto. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Rispetto ai modelli minoici, si nota la tendenza a collocare gli insediamenti in luoghi ben difendibili, sopraelevati, e a fortificarli: il timore di attacchi esterni era dunque ben presente ai Micenei rispetto ai Cretesi. Il cuore del palazzo, il megaron, in cui si trovava il focolare, era la struttura di rappresentanza del signore, il wanax (wa-na-ka); una struttura analoga, ma secondaria, era riservata al lawagetas (ra-wa-ke-ta), un capo militare il cui nome è collegato con quello del popolo in armi, lawos / laos (ra-wo). Sia il wanax che il lawagetas erano assegnatari di una porzione di terra, il temenos (te-me-no); sotto di loro vi erano altri funzionari assegnatari di terreni, i telestaí (te-ra-ta); sembra che fosse presente anche una aristocrazia di capi militari, «compagni» del re, gli hepetai (e-qe-ta). La base produttiva era garantita da personale dipendente, che comprendeva il damos (da-mo: popolazione residente nelle singole unità territoriali e nei villaggi, che pagava le tasse ed era dotata di una certa autonomia) e i servi o douloi(do-e-ro), ampiamente attestati. La produzione agricola (grano, olio e vino, soprattutto) e l’allevamento (con produzione di lana e di miele) erano controllati rigidamente dal palazzo, così come l’industria tessile (che produceva in abbondanza anche lino) e metallurgica.

Il palazzo fungeva da centro di un sistema economico di tipo ridistributivo, che amministrava un territorio statale ampio, in cui erano integrati principati e regni più piccoli. Le nostre informazioni migliori riguardano Pilo, caso in cui tavolette e reperti archeologici forniscono una serie di dati: il regno di Pilo doveva essere suddiviso in due province, a loro volta divise in otto distretti guidati da un koreter (ko-re-te), che rappresentava il potere centrale. In altri casi le fonti sono lacunose o assenti, ma è comunque possibile tracciare una specie di carta politica della Grecia micenea, comprendente l’Argolide, divisa in due regni – Micene e Tirinto; la Messenia (Pilo); l’Attica (Atene); la Beozia, anch’essa suddivisa in due potentati (Tebe e Orcomeno); la Tessaglia (Iolco). Il controllo del territorio appare più ampio che nel caso dei palazzi minoici: è stato sottolineato che ci troviamo di fronte al primo esempio di una politica a vasto raggio in Grecia, come del resto anche Tucidide mostra di sapere quando, nella cosiddetta «archeologia» (la breve storia della Grecia arcaica tracciata all’inizio delle sue Storie, in I 2-29), parla di un accrescimento della potenza greca sotto il dominio di Agamennone, segnalato dalla capacità di operare interventi comuni fuori dalla Grecia vera e propria, come la guerra di Troia (I 8, 3 ss.).

La «Panoplia di Dendra». Bronzo e avorio, Tardo Elladico IIA-B (XV secolo a.C. ca.), da Dendra (Argolide). Nafplion, Museo Archeologico.

Nel XIV-XIII secolo (che, come si è detto, fu l’epoca di massimo sviluppo della civiltà micenea) i Micenei si proiettarono verso l’esterno, creando progressivamente relazioni complesse e articolate, in modo sempre più sistematico, fino a raggiungere un’area geografica vastissima. Tali relazioni variavano dai contatti occasionali agli scambi sistematici di materie prime e manufatti (documentati nei due sensi sul piano archeologico), fino a forme di interscambio culturale più o meno incidenti sulle comunità locali.

In Asia Minore, dove si giunse, sulla costa, alla totale sovrapposizione della presenza micenea a quella minoica, rari appaiono invece i ritrovamenti nell’interno, in area ittita. In ogni caso, l’ipotesi dell’identificazione degli abitanti della terra denominata Akhiyawa nei testi ittiti fra il tardo XV e la fine del XIII secolo (1400-1200 a.C. ca.) con gli «Achei», quindi probabilmente con gli Achei della Grecia continentale o con gruppi di Micenei stanziati nell’Egeo orientale, pur non potendo essere rigorosamente provata, va ritenuta molto probabile. I testi in questione identificano con Akhiyawa un’entità geografica occidentale rispetto agli Ittiti, politicamente indipendente e dedita ad attività marinare; inoltre, le citazioni ittite sono concentrate in un’epoca che corrisponde alla massima potenza micenea, caratterizzata da intense relazioni con il Mediterraneo orientale.

Ben testimoniate sul piano archeologico sono le relazioni con Cipro (che offre una documentazione micenea ricchissima, dovuta ad attività intense di scambio) e l’area siro-palestinese, l’Egitto e la Libia; contatti con l’Occidente risultano a proposito della Sicilia e dell’Italia meridionale (Puglia, Basilicata, Calabria); vi sono indizi per includere nelle aree di navigazione micenea la Sardegna e la stessa penisola iberica. La complessità delle vie commerciali battute dai Micenei è attestata da relitti di navi contenenti lingotti di rame e di stagno e materiali provenienti da regioni diverse (Mesopotamia, Siria, Cipro, Africa), nonché ambra, spezie e derrate varie.

Testa di figura femminile. Stucco dipinto, Periodo Elladico recente IIIB (1250 a.C. ca.), da Micene. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

L’esigenza principale che spinse i Micenei sulle vie del mare è, ancora una volta, la necessità di reperire metalli, materiali preziosi come avorio e ambra, tessuti pregiati, legname per le navi, in cambio dei quali la produzione micenea offriva olio, vino, manufatti di bronzo e di ceramica, tessuti di lana e di lino. Se l’idea di un vero e proprio «impero coloniale» miceneo è stata ridimensionata dalle più recenti ricerche, che hanno rilevato l’assenza di abitati di fondazione e cultura esclusivamente micenee, certo l’estensione delle rotte commerciali e la costituzione di una rete di empori resta indicativa di una grande capacità, da parte della civiltà micenea, di espandere la propria influenza e di interagire con altri soggetti nell’ambito del bacino del Mediterraneo, costruendo una significativa unità culturale.

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Bibliografia

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La civiltà micenea e la sua espansione nel Mediterraneo

di MUSTI D., Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, 49-63.

 

Nel rapporto di Creta col mondo miceneo, il 1450 a.C. circa, la data di passaggio dal Tardo Minoico I al Tardo Minoico II, è un momento cruciale. Prima di esso il mondo miceneo ha senz’altro subito influenze culturali dalla Creta minoica. L’età micenea si distingue archeologicamente in tre sottoperiodi che, in riferimento alla regione in questione, si considerano come l’ultimo periodo dell’Elladico. Si distingue dunque tra un Tardo Elladico I (1600/1580-1500 a.C.); II (1500-1425 a.C.); III (1425-1100 a.C.). All’interno di ciascuna di queste ripartizioni se ne usano altre, indicate con lettere.

Palazzi micenei scavati in Grecia sono: Micene e Tirinto nell’Argolide, Pilo in Messenia, Tebe e Gla in Beozia, Iolco in Tessaglia; resti di strutture di epoca micenea si colgono anche ad Atene e, in Beozia, ad Orcomeno. Già alla I fase del Tardo Elladico sembra risalire il Circolo A delle tombe a fossa (regali o aristocratiche) di Micene. La II e la III fase furono certo di grande espansione per i regni micenei. Tra il 1450 e il 1400 (o, secondo la cronologia più recente, di Popham, fino al 1370) si data un regno miceneo a Cnosso; e tra XIV e XIII secolo si data la maggiore espansione della ceramica micenea in Oriente, a cui si accompagna, ma soprattutto succede, un’espansione in Occidente[1].

Micene, «Tesoro di Atreo» (o «Tomba di Agamennone»). Tomba a tholos, Tardo Elladico II, 1500-1400 a.C. ca. Veduta dell’accesso

È dunque già la seconda fase dalla presenza greca nella penisola greca e nelle isole e regioni adiacenti che così avvertiamo nel Tardo Elladico. Se in Grecia, in corrispondenza con il Medio Elladico, si coglie, sulle tracce della ceramica minia, un’avanzata di popolazione indoeuropea (definibile di “Protogreci”) fino al Peloponneso, con l’età dei palazzi, il cui formarsi e svilupparsi si disloca all’incirca tra il XVI e il XIII secolo, assistiamo invece a profonde trasformazioni delle forme dell’organizzazione sociale ed economica e delle stesse forme del potere. Quelle trasformazioni che si intuiscono tra il periodo prepalaziale e il periodo proto- e neopalaziale nella Creta minoica si verificano, mutatis mutandis, nel continente: sia per sviluppi interni (passaggio dal nomadismo alla sedentarietà e alla pratica di corrispondenti attività produttive), sia per influenze cretesi. Queste si colgono invero molto di meno nell’architettura dei palazzi e nell’edilizia abitativa. Sul continente spicca in primo luogo l’utilizzazione di luoghi forti, come sedi dei palazzi, in continuità con la tradizione elladica (comune al Neolitico greco) dell’insediamento su acropoli di rispettabile altezza (anche 200 o 300 metri). Inoltre è meno individuabile nei palazzi del continente la presenza di ambienti per rappresentazioni di tipo teatrale. I corredi funerari suggeriscono tuttavia l’influenza del modello cretese: le maschere d’oro di Micene o le tazze d’oro di Vaphiò in Laconia (dove non si sono ancora trovati resti di un palazzo di Menelao) non sono concepibili senza l’esperienza dell’oreficeria e della ceramica minoiche. E soprattutto nella scrittura i Micenei di Pilo, come di Micene o di Tirinto, di Tebe e di Orcomeno, si rivelano debitori dei Minoici: la Lineare A, che era stata usata per una lingua non greca, finora non identificata, viene (originalmente, sembra) adattata (Lineare B) all’esigenza di rappresentare graficamente parole greche, di un tipo dialettale di cui in epoca arcaica appare, come più diretto erede, il dialetto arcado-cipriota[2].

Cattura di tori. Tazza d’oro, periodo miceneo antico, c. 1600-1500 a.C., da Vaphiò. Atene, Museo Nazionale.

Ma il 1450 è una data, alla lettera, cruciale nella storia dei rapporti tra Creta minoica e il mondo greco, ché dopo di essa si ha l’insediamento di un dominio miceneo a Cnosso e probabilmente, nella Creta occidentale, a Chanià. L’eredità minoica sopravvive forse a una catastrofe naturale e certo anche a una sovrapposizione di dominio da parte di Micenei (che taluno concepisce come vera invasione, altri come una sorta di rilevamento del sommo potere); ma essa sopravvive oramai come un patrimonio gestito dai Micenei.

Lo straordinario materiale di testi in Lineare B, che ammontano ad alcune migliaia, presenta due punti di addensamento: Cnosso e Pilo. Per i testi di Pilo si adotta una data, 1200 circa, cioè, in termini archeologici, Tardo Elladico IIIB (alla vigilia della catastrofe, questa volta, dei palazzi micenei del continente, che costituisce la cesura appunto tra Tardo Elladico IIIB e IIIC). Per i resti di Cnosso sembra ancora aperta la controversia tra coloro che, sulla scorta di Evans, li datano alla fine del XV (o ormai anche agli inizi del XIV) secolo, cioè alla fase finale del periodo miceneo di Cnosso, e coloro che invece, dopo le contestazioni di Palmer, ritengono di non poter ammettere uno iato di ben due secoli tra le tavolette in Lineare B di Cnosso e quelle di Pilo. Si tratterebbe perciò, anche per Cnosso, di un materiale prodotto alla vigilia di una nuova distruzione storica, non molto distante nel tempo, né determinata da cause molto diverse, dalla distruzione del palazzo miceneo di Pilo (va rilevata l’adesione di massima alla cronologia del Palmer di un conoscitore della realtà cretese come l’archeologo Doro Levi). Il problema è squisitamente archeologico: gli argomenti che possono aiutare a fornire una risposta sono di natura stratigrafica. Certo, appare comunque singolare la profonda affinità nel contenuto dei testi in Lineare B di Cnosso e di Pilo; ma non è detto si debba pensare a una coincidenza cronologica, bastando con ogni probabilità, a spiegare le analogie, la profonda somiglianza, o addirittura l’identità, delle strutture politiche e sociali da cui questi testi emanano[3].

Nell’insieme, sono le tavolette di Pilo (meno numerose delle tavolette di Cnosso, ma contenenti iscrizioni di maggiore lunghezza) quelle che ci forniscono un maggior numero di dati, e perfino di termini, interessanti la struttura della società palaziale di epoca micenea[4].

Elsa in oro di una daga bronzea. Heraklion, Museo Archeologico.

Le tavolette micenee provenienti da Pilo e da Cnosso sono registrazioni relative a un breve arco di tempo (qualche mese, forse, rispettivamente), fra le quali è difficile operare una rigida classificazione e distinzione. In generale, però, sulla scorta di Ventris e Chadwick, si possono distinguere: 1) liste di persone (donne, ragazze, ragazzi), in qualche attinenza col palazzo e forma di subordinazione rispetto ad esso; 2) liste di uomini addetti a servizi di guardia; 3) razioni di grano e di olio distribuite a singoli; 4) registrazioni di obblighi, riguardanti il possesso terriero e coinvolgenti evidentemente il palazzo; 5) affitti di terre, spesso del da-mo (dâmos); 6) liste di tributi vari; 7) liste di oggetti (vasi, armi, mobili); 8) liste di quantità di materiali (tessili, metalli, rispettivamente lana, lino e bronzo in particolare), che il palazzo sembra mettere a disposizione dei soggetti, i quali li restituiscono sotto forma di prodotto lavorato; e così via di seguito. Non tutte le categorie sono ugualmente rappresentate a Pilo e a Cnosso.

Nel quadro di un’economia a fondamento agrario, la struttura politica e sociale si presenta fortemente centralizzata, sottoposta al dominio di un wa-na-ka (wánax, “signore”), affiancato da un comandante militare, ra-wa-ke-ta (lawaghḗtas); al “signore” pare nettamente sottoposta un’aristocrazia di capi militari ma anche, forse, di detentori del possesso di ampie porzioni di terra, spesso con funzioni sacrali; la base produttiva è poi rappresentata da strati di dipendenza, che non è facile definire nella loro interezza, ma che certamente (ad esprimersi con la massima cautela possibile) contengono in sé la possibilità dello sbocco ultimo in forme di vera e propria servitù. Nelle tavolette micenee appaiono inequivocabilmente dei do-e-ro (doûloi) (la parola greca che significa “servi” o “schiavi”); frequenti i te-o-jo do-e-ro (ieroduli, o più propriamente teoduli), uomini e donne. Si obietterà, a limitare il valore della definizione dell’economia micenea come palaziale, che la centralità del palazzo è innanzitutto il portato del dato di fatto che la documentazione stessa è palaziale, trattandosi di testi costituenti gli archivi del potere centrale; ma non è forse un caso che la documentazione abbia questa specifica provenienza.

Guerrieri in marcia (dettaglio). Pittura vascolare da un cratere miceneo, Tardo Elladico IIIC (XII secolo a.C.), dalla ‘Casa del cratere dei guerrieri’ (Micene). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Nell’insieme, appare abbastanza chiara la struttura di una produzione, in cui la forza-lavoro consiste in larga misura di personale “dipendente”, ed esistono strutture di villaggio, inserite in un’economia verticistica, palaziale. I principali prodotti, che vi s’individuano, attengono all’agricoltura (grano, olio, vino) e all’allevamento (la cui organizzazione sembra rigorosamente controllata dal palazzo): figurano perciò fra i prodotti la lana, e anche il miele; tra i tessili, rilevante anche la produzione di lino. L’artigianato (tessitura, metallurgia, ecc.) assolve una funzione notevole, ed elevato appare il ruolo sociale di almeno alcuni di coloro che sono con esso collegati, in particolare di quei ka-ke-we (chalkḗwes, “bronzieri”), che sembrano lavorare il bronzo per conto del palazzo (cioè, in primo luogo, per le esigenze militari dello Stato); particolarmente forte appare il controllo del palazzo medesimo sull’industria tessile. L’interesse alla navigazione si evince, se non altro, dalla cura della difesa costiera, così ben documentata a Pilo[5].

Questa rappresentazione tuttavia è ben lungi dall’essere in qualche modo esauriente; ché se queste sono le linee generali della struttura sociale, essa appare poi complicata da elementi che ne costituiscono un’articolazione, di cui è difficile stabilire le interne connessioni. L’esistenza di un lawaghḗtas rinvia ai ra-wo (lawoí, mai però nominati come tali nelle tavolette conservate) sottostanti alla sua guida; ma un altro termine, quello di dâmos (e sarebbe più opportuno parlare di dâmoi, al plurale), sopraggiunge subito a complicare il quadro. Negli studi che distinguono nettamente tra lawoí e dâmoi, i primi rappresentano un’aristocrazia militare e fondiaria strettamente collegata al centro del potere, cioè al wánax e al lawaghḗtas, mentre i dâmoi consistono di popolazione residente nel territorio. Ma se l’agricoltura è la base di vita dei lawoí come dei dâmoi, qual è il rapporto (il rapporto geografico, ma anche quello di “proprietà”) tra le proprietà dei lawoí e le proprietà dei dâmoi? Sono più centrali quelle dei lawoí e più periferiche quelle dei dâmoi, o sono frammiste le une alle altre? E, se è vera la seconda ipotesi, è possibile che non vi sia interferenza alcuna fra la proprietà degli uni (lawoí) e la terra lavorata dagli altri? Ma è dubbia la distinzione stessa.

Tavoletta inscritta con segni in Lineare B. Argilla, Tardo Elladico IIIA (1450-1375 a.C.) da Cnosso. London, British Museum.

Una fondamentale tavoletta di Pilo (Er 312) indica in quantità di semenza di grano l’entità del te-me-no (témenos) rispettivamente del wánax e del lawaghḗtas: il rapporto è di 3:1. Una singola tavoletta non può certo rivelarci il rapporto gerarchico fra le due posizioni: ma già questo documento dovrebbe mettere in guardia dal pensare questo rapporto in termini di una sorta di diarchia, che distingua tra una funzione “politica” del wánax e una separata funzione militare del lawaghḗtas; tanto più che nello stesso testo seguono tre te-re-ta (telestaí), che hanno ciascuno tanta semenza di grano quanto il lawaghḗtas. I telestaí sono forse funzionari o dignitari, meno probabilmente dei “baroni”: certo, da questo e da altri testi, essi appaiono come proprietari o comunque possessori di terreni, in rapporto sia con forme di proprietà che sembra privata, sia con concessioni di terre “comunali”. Eppure molto spesso al lawaghḗtas, solo perché detentore di un témenos, gli studiosi attribuiscono un controllo supremo ed esclusivo delle forze armate, una netta superiorità sugli stessi telestaí, mentre a questi ultimi si tende a riservare l’appartenenza o una connessione esclusiva al dâmos. Sembra piuttosto che il lawaghḗtas sia sì un’autorità rilevante, ma di un livello che può essere condiviso almeno da alcuni telestaí: un “generale”, il quale avrà avuto il comando sui lawoí, cioè su persone che possono ben essere non distinguibili dal dâmos (il che spiega tra l’altro l’assenza della menzione esplicita dei lawoí medesimi), ma, come è frequente in Omero, siano persone del dâmos viste come soldati. Il “capo” dei lawoí è un generale che resta probabilmente del tutto subordinato al generalissimo che è il wánax, il quale d’altronde controlla l’amministrazione attraverso i vari ko-re-te-re, da-mo-ko-ro, ecc. I telestaí sembrano, almeno in parte, appartenere ai livelli più alti della società micenea e non paiono essere in una relazione, almeno esclusiva, col dâmos. Gli e-qe-ta (hépetai?), interpretati come “compagni” del sovrano, svolgono funzioni militari o sacrali, ma essenzialmente di supporto e di raccordo.

Sillabario con i segni della Lineare B.

Termini che sembrano rinviare per il loro significato al lessico omerico e classico sono quelli di qa-si-re-u (basileús) e ke-ro-si-ja (gherousía?). Ma il significato di basiléwes nei testi micenei non è chiaro, al di là di un generico significato di “capi”: si tratta di capi o di personaggi notabili di dâmoi, o capi di corporazioni di artigiani (in alcuni casi li troviamo associati con la menzione di “bronzieri”, e apparentemente investiti di una qualche funzione di controllo delle assegnazioni di bronzo che vengono fatte ai chalkḗwes, in altri associati con la lavorazione di mobili). E se la ke-ro-si-ja è un gruppo di anziani, non è chiaro se sia un vero “consiglio”, e se sia costituito intorno a qualche basileús: certo non è il consiglio del wánax.

Non è facile determinare l’esatto ruolo del dâmos nei confronti del wánax. È il dâmos veramente l’altro polo della società micenea, o è solo un elemento di una struttura piramidale, il quale funge da filtro dell’autorità e sovranità del wánax? Il terreno su cui si dovrebbe poter meglio misurare la struttura della società micenea è naturalmente quella della proprietà terriera. Ma le situazioni non sono del tutto chiare. Qui compare una prima grande distinzione tra due tipi di ko-to-na (ktoînai): le ko-to-na ki-ti-me-na e le ke-ke-me-na ko-to-na: le prime, proprietà coltivate o piuttosto “private”; le seconde, proprietà non coltivate, o piuttosto “lasciate” (in concessione), e perciò proprietà comunali, dei dâmoi (o forse solo gestite dai dâmoi per conto del sovrano). Frequente è del resto la menzione di kekeménai ktoînai, che sono oggetto di o-na-to (cioè di beneficio o usufrutto) pa-ro da-mo (cioè da parte del [o presso il] dâmos). Spesso persone con funzioni sacrali ricorrono in questa assai vasta categoria di onatēres, che intravediamo nella società micenea. Non è dimostrabile, ma comunque neanche da escludere, che sia proprio il wánax il detentore della proprietà formale eminente sui diversi tipi di proprietà e di possesso[6].

Incertezze sussistono, per altro, sempre nell’ambito della terminologia dei rapporti di proprietà e di possesso o usufrutto terriero, anche per ciò che riguarda il significato di ka-ma (una particolare forma di possesso?) o e-to-ni-jo (forse un possesso più stabile?). Si pone anche per questa via il problema dell’esistenza di forme di possesso privato; così come si è ammessa, anche di recente, l’esistenza di forme di proprietà sacra, nel senso di terre appartenenti a santuari di divinità. In realtà, sono tutt’altro che chiariti l’entità, le forme e il quadro di riferimento di queste “proprietà sacre”; ed occorre evitare di proiettare in età micenea quel quadro di rapporti tra “statale”, sacro e privato, che vale per l’epoca classica della storia greca. In un ambito così ipotetico, è più prudente pensare ad un possesso terriero, privato o sacro, fortemente subordinato all’autorità del wánax, in un rapporto “gerarchico” coerente con la struttura generale della società micenea e le caratteristiche dell’epoca.

Guerrieri. Frammento di affresco parietale, periodo medio-cicladico (1700-1600 a.C.), da Akrotiri. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

In definitiva, la complessità della società micenea, che si coglie meglio a Pilo che non a Cnosso o altrove, può riassumersi in questi termini: 1) presenza di un vertice, rappresentato dal wánax e dalla struttura palaziale; 2) presenza del dâmos, o meglio dei dâmoi, cioè delle singole unità territoriali («unità amministrative locali a vocazione agricola», secondo la definizione di M. Lejeune), e di una forza-lavoro dipendente o di tipo servile, sul piano della produzione (ma anche il rapporto fra questi due termini va, a sua volta, chiarito); 3) presenza di elementi che complicano e articolano questa apparente ma non chiara dicotomia, e che sono: il lawaghḗtas, titolare di un suo témenos, e quella fascia sociale intermedia, di titolari di benefici e di posizioni varie, che costituisce l’embrionale “aristocrazia” di cui si è già detto, e a cui vanno aggiunti i beneficiari effettivi di do-so-mo (dosmoí), concessioni, per esempio, a divinità, santuari e rispettivo personale; gli stessi te-o-jo do-e-ro appaiono in una condizione in qualche modo privilegiata, rispetto ai semplici do-e-ro (doûloi); di tutti questi va poi definito il rapporto rispettivamente col palazzo e con il dâmos.

Ma al centro è pur sempre la struttura palaziale: con un vertice “politico”, il principe; con un habitat specifico, rappresentato dal palazzo, cioè dai suoi ambienti (per l’esercizio del governo e l’amministrazione, per la vita quotidiana, per le funzioni sacre, per le riunioni, per il divertimento), dalle sue difese, dai suoi magazzini, dai suoi depositi; con un territorio, occupato da villaggi, in cui dei contadini lavorano la terra per il principe e sono in una posizione di dipendenza, che almeno in parte si configura come vera e propria servitù. Attorno s’individuano forme di proprietà, o di possesso, che in piccolo riproducono probabilmente questi stessi rapporti produttivi. Il problema più arduo è forse proprio quello di definire il rapporto che intercorre tra la struttura palaziale e l’aristocrazia che s’intravede. Se questa ha infatti un ruolo meramente satellite, sul piano politico e sociale, e costituisce solo una variante, rispetto alla fondamentale polarità tra despota e dipendenza, allora si fanno preminenti le affinità con almeno alcune società dell’Oriente antico, per le quali si può invocare una qualche forma di produzione asiatica. Più articolato e sfumato dovrà invece essere il giudizio generale sulla società micenea, se altro peso e altra funzione si assegnano all’aristocrazia, al suo ruolo economico, politico, militare, alle sue tradizioni e alla sua stessa capacità di emergere con effetti dirompenti per la struttura generale di cui s’è parlato.

Guerriero. Testina, avorio, periodo miceneo tardo, XIV-XIII sec. a.C., da una tomba a camera dell’Acropoli di Atene.

Occorre comunque evitare una troppo rigida assimilazione alle “regalità idrauliche” della Mesopotamia. Naturalmente, il limite dell’assimilazione deriva innanzitutto dall’assenza in Grecia di condizioni e costrizioni ambientali quali incombono sul mondo mesopotamico. Il problema non è comunque quello di applicare meccanicamente modelli asiatici. L’idea che le monarchie micenee abbiano sviluppato un’amministrazione complessa sull’esempio delle regalità orientali e, più direttamente, di quelle minoiche appare diffusa. Sono stati però anche sottolineati: i limiti numerici del personale del palazzo, rispetto alla quantità presumibile degli abitanti dei regni micenei; la problematicità di un monopolio palaziale nell’importazione del bronzo, a differenza del forte ruolo che si deve attribuire al palazzo nel campo della tessitura e della costituzione del relativo personale (soprattutto femminile); le dimensioni ridotte del témenos del wánax (wa-na-ka-te-ro te-me-no).

D’altra parte un’assoluta equiparazione della monarchia micenea alle regalità omeriche e arcaiche è scongiurata da diverse considerazioni: 1) il carattere ristretto, e assai puntuale, dell’evidenza documentaria disponibile per le monarchie micenee, con la conseguente difficoltà di definire gli esatti rapporti quantitativi sussistenti tra le disponibilità del wánax e quelle degli altri protagonisti della scena micenea, nonché lo stesso grado di controllo del signore su quelle risorse che apparentemente appartengono ad altri; 2) la potenza dell’amministrazione palaziale, con la gestione di quell’importante strumento di controllo che è la scrittura; 3) la presenza di santuari tanto ricchi quanto, apparentemente, soggetti al palazzo, e in particolare l’assenza di un vero consiglio e di un’assemblea[7].

Delfini. Frammento di affresco parietale, dalla cittadella di Gla. Tebe, Museo Archeologico.

Quei centri politici ed economici, che sono i palazzi di età micenea, non vivono isolati dal resto del mondo greco, né da più lontane regioni dell’Oriente mediterraneo. Non mancano produzioni atte allo scambio di merci, anche se si tratta di scambio tra merce e merce, e non esistono ancora forme di economia monetaria (ma, semmai, espressioni di un’economia premonetale, come i famosi lingotti di rame, genericamente definibili “di tipo egeo”, che sembrano assolvere a una fondamentale funzione di tesaurizzazione e, al tempo stesso, costituire una qualche misura di valore).

È stato osservato che gli oggetti d’oro, d’argento, d’avorio provenienti da Cnosso come da Micene, da Tebe come da Tirinto, oltre ad attestare l’alto livello dell’artigianato miceneo, dimostrano l’esistenza di scambi commerciali tra quel mondo ed altre civiltà mediterranee, se non altro perché i Micenei dovevano in qualche modo procurarsi presso altri popoli quei materiali di cui essi non disponevano o disponevano solo in scarsa misura (Godart). L’archeologia documenta, d’altra parte, sempre più ampiamente (e solo in parte per un’epoca posteriore a quella delle tavolette) l’espansione (anche, e significativamente, nelle regioni del Mediterraneo occidentale, dall’Italia, alla Sicilia, alla Spagna) di ceramica micenea[8]. Certo, non è facile definire il preciso rapporto tra questo innegabile e cospicuo dato della ricerca archeologica e l’insieme delle strutture economiche e sociali che trovano la loro più visibile espressione nei palazzi di età micenea. Il fenomeno del commercio è comunque ampiamente documentato; esso fornisce il naturale orizzonte dei dati delle tavolette in Lineare B, dati che accennano: all’esistenza di forme di scambio; all’acquisto di prodotti dall’ambito di forme e strutture economiche extrapalaziali, o marginali rispetto al palazzo, e alla loro introduzione nell’ambito dell’economia palaziale; alla ricerca, forse in primo luogo, di metalli, di cui s’avverte l’esigenza e insieme la scarsità.

Mappa dei reami micenei intorno al 1300 a.C.

Sarebbe, d’altra parte, ingenuo credere che tutto ciò che attiene al commercio e agli scambi si svolga entro l’ambito miceneo, o sia solo attivamente mediato dai Micenei stessi. Altri fattori di scambio sussistono; basti pensare alla funzione di mediazione che può avere avuto la Creta minoica (Creta cioè prima dell’assoggettamento da parte degli Achei, circa il 1450 a.C.)[9], come autentico ponte tra la Grecia e le regioni del Vicino Oriente, dall’Egitto alla Siria; ai contatti che i Micenei si procurano a Oriente, in Asia Minore, come in Siria, o in Occidente; e non va dimenticato quel fattore presente, si può dire, negli interstizi del mondo antico, che sono i popoli mercanti, quali soprattutto i Fenici, che, almeno dalle fasi più tarde dell’età micenea, operano (e nella tradizione greca sono sentiti come attivi e presenti) nelle regioni dell’Egeo e della Grecia stessa, e i Ciprioti, così spesso evidenti nella documentazione archeologica: nello stesso Mediterraneo occidentale (senza affrontare spinose e irrisolvibili questioni di priorità) le loro rotte si intrecciano e fondono con quelle micenee. Con eccessiva disinvoltura ci siamo ormai abituati, per l’autorevole suggestione di Karl O. Müller, di Karl Julius Beloch, o di Martin P. Nilsson, a mettere nell’ombra tutto quello che la tradizione greca ci dice sui Fenici nelle isole dell’Egeo (Rodi, Samotracia, Tera) o nel continente greco (basti pensare alla saga di Cadmo a Tebe).

È proprio durante e dopo il dominio miceneo a Cnosso, forse finito circa il 1370, che si colloca, in base ai dati dell’archeologia, cioè essenzialmente in base ai ritrovamenti di ceramica del Tardo Elladico III A e B, il periodo di massima espansione micenea. Se i dati cronologici sopra indicati sono attendibili, ciò ha una conseguenza storica di interesse sia per la storia dei Micenei a Creta, sia per il problema più generale dell’espansione micenea. Le fonti egiziane non sembrano registrare i Micenei di Creta dopo il 1370; riferimenti a località micenee di Creta stessa come del continente ricorrono nella tavoletta egiziana di Kom el-Heitan, che si data appunto alla prima metà del XIV secolo a.C.[10] Ma la massima diffusione di ceramica, in Egitto, in Siria-Palestina (in moltissimi centri palestinesi, ma soprattutto a Ugarit-Ras Shamra, in Siria), a Cipro (in particolare a Enkomi), sulle coste dell’Asia Minore (dalla Cilicia alla Ionia), e naturalmente nelle isole (a Rodi, a Lesbo), si verifica proprio nel Tardo Elladico III A e B, cioè nel secolo e mezzo contemporaneo e posteriore alla crisi. Sembra dunque verificarsi, quanto meno, un rafforzamento dei processi d’espansione commerciale dopo la crisi del potere politico a Creta; ed allora è legittimo chiedersi quale sia (o quale sia divenuto nel corso del tempo) il rapporto tra l’artigianato e il commercio, da un lato, e il potere centrale (o piuttosto i diversi poteri centrali collegati con i palazzi) dall’altro.

Lista dei toponimi cretesi dal basamento di una statua a Kom el-Heitan. XIV secolo a.C. ca.

È evidente, almeno per l’orizzonte cretese del problema, che il dominio miceneo non si presenta come una talassocrazia: innanzitutto, l’espansione commerciale per i Greci non è di per sé una talassocrazia, e quindi da sola la ceramica non dimostra un dominio sul mare, e poi, nei fatti, sembra esserci un certo scompenso tra il momento della potenza politica e quello della diffusione della ceramica micenea. Il problema diventa ancora più urgente, se si considera la diffusione di ceramica, o persino di forme architettoniche micenee, in Occidente. Punti di addensamento  sono le isole Eolie (Lipari), la Sicilia orientale (Tapso), l’Italia ionia (dallo Scoglio del Tonno a Taranto, a Termitito tra Metaponto ed Eraclea), in definitiva l’Italia del Mar Ionio e del basso Tirreno: la presenza di ceramica micenea in punti più settentrionali è sporadica, e in parte può corrispondere a fatti di irradiazione e diffusione indiretta, mediata da altri vettori. Già le quantità di ritrovamenti micenei in Occidente, persino nei luoghi di maggiore addensamento, non sono comparabili con quelli dei siti del Mediterraneo orientale che documentano presenze, attività commerciali e artigianali, persino insediamenti micenei[11]. E poi, se la tradizione letteraria può suggerire qualcosa in proposito, si tratta di indicazioni che singolarmente concordano con la situazione di décalage tra il momento e il ruolo del potere politico e quello del commercio miceneo, per altra via evidenziato. La tradizione infatti, quando evoca mitici fondatori di epoca micenea per località occidentali, li riferisce, o li immagina, come esuli, fuggiaschi, o reduci sbandati della guerra di Troia. Siamo, in termini archeologici, ai periodi Tardo Elladico III B e III C, o addirittura a ceramica submicenea[12].

Statua colossale del faraone Amenhotep III, uno dei due «Colossi di Memnone». Pietra calcarea, 1350 a.C. ca. (XVIII dinastia). Necropoli di Tebe.

Se così stanno le cose, è ragionevole, per i problemi dell’espansione di questa prima fase della storia greca che è l’epoca micenea, delineare uno sviluppo di questo tipo: 1) dopo l’invasione del continente e l’assestamento, che si svolge nei secoli del Medio Elladico, si raggiungono assetti nuove forme di organizzazione sociale, economica e politica, che corrispondono alla fioritura dei palazzi nell’Elladico recente; 2) a metà del XV secolo a.C. questo assestamento, politico, economico e anche demografico, ha portato all’espansione anche nell’Egeo, a cui corrisponde l’insediamento di un principato miceneo a Cnosso (durato forse meno di un secolo) e forse anche a Rodi (se gli Ahhija-wa dei testi ittiti fossero da identificare con dominatori Achaioí dell’isola); 3) in parte in coincidenza con questo momento di sviluppo politico, ma (se valgono le cronologie sopra indicate per la storia di Cnosso) anche indipendentemente e successivamente, si verifica un poderoso fenomeno d’espansione commerciale, che segue vie proprie. È un fenomeno determinato da una crescita di popolazione greca che continua, anzi perfeziona, la grecizzazione della penisola, fino a delineare i contorni di quella immensa diaspora greca, che noi chiamiamo “mondo greco”, “grecità”, e che è un vivaio di espressioni analoghe e diverse fra loro. Sono le vie suggerite dallo scompenso tra le risorse e i bisogni; vi si mette in luce la capacità dei Greci di portare proprie conoscenze tecniche ed espressioni artistiche, di contrarre relazioni di ogni tipo, da quelle di amicizia e di ospitalità a quelle proprie di più stabili scambi (legami matrimoniali, intese commerciali, ecc.); e, in generale, va tenuto presente il ruolo del commercio ambulante. Vi si esprime la grande mobilità greca, cioè la straordinaria capacità di spostarsi, adattarsi a situazioni nuove, inserirsi in quadri sociali ed economici diversi. Se si guarda insomma al fenomeno dell’espansione micenea nel suo complesso, la sua matrice di appare il bisogno, più che la potenza; la potenza era stata invece la matrice dell’espansione minoica. Proprio per questa ragione, quest’ultima è più circoscritta e più definita nel tempo, cioè è una vera talassocrazia; l’espansione micenea è invece solo una realtà diffusa, che poi, alla periferia della vasta area che investe, è soltanto soffusa.

Ricostruzione ipotetica di un armata Ahhijawa guidata da Tawagalawa con il suo mercenario Piyamaradu durante i negoziati con il signore di Wilusa-Ilio (Alaksandu?) e un ambasciatore ittita. Tavola ideata da A. Salimbeti e R. D’Amato e realizzata da G. Rava per Osprey Publishing n. 153 (Bronze Age Greek Warrior, 1600-1100 BC).

La controprova di questo aspetto di risposta a un bisogno che i poteri politici micenei non sono in grado di soddisfare, è proprio nella diversa entità e qualità dell’espansione greca, rispettivamente in età micenea e in età arcaica, nonché in Oriente e in Occidente. Si può dire che nel II millennio (che è anche quello dell’esistenza dei principati micenei) i Greci cerchino soprattutto interlocutori validi, società in grado di accoglierli e di fare uso dei prodotti o delle tecniche o dei servizi e delle funzioni di cui essi sono portatori; essi si appoggiano a società evolute insediate sulle coste del Mediterraneo. Ecco perché l’espansione micenea in Oriente ha valori così cospicui. In Occidente i Greci cercano qualcosa di analogo, e lo trovano, certo, ma necessariamente di meno. L’espansione di epoca arcaica (che sembra in gran parte riassorbita nell’orizzonte cittadino, cioè nella capacità delle póleis di programmare una propria espansione, in un momento di nuovo sviluppo demografico del mondo greco), anche per il suo carattere più sistematico, e la sua finalità di creazione di vere e proprie nuove póleis, cerca spazi vuoti: non vuole tanto inserirsi in società organizzate preesistenti, quanto contrastarle e sostituirle; cerca spazi vuoti per sé, non spazi occupati, regolati, civilizzati dagli altri.

Frammenti di vaso ittita raffiguranti un guerriero, presumibilmente acheo/miceneo. Periodo Tardo Elladico IIIA (1350 a.C. ca.).

La certezza dell’espansione commerciale micenea nel Mediterraneo non rende dunque superflua la ricerca di altri vettori delle merci che segnalano, con la loro presenza, scambi all’interno di quel mondo. Si potrebbe, per economia di ipotesi, immaginare che gli oggetti siriani, anatolici, egiziani, ciprioti, fenici (?), che si trovano sul continente o a Creta o in altre isole in età micenea siano stati portati dai Micenei nei loro viaggi di ritorno; e molte volte sarà stato anche così. Eppure questa tesi è economica solo nel senso del risparmio di ipotesi che permette; ma è un dato di fatto che, nella storia del commercio, almeno quanto questa diventa per noi evidente, i vettori delle merci di esportazione e d’importazione di una determinata regione non sono sempre gli stessi; un commercio di andata e di ritorno che si incarichi di svolgere tutte le operazioni relative non è mai verificabile, quando si disponga di un minimo di documentazione; ci potrà essere prevalenza di una sola delle due correnti, ma esse non si riducono mai ad una sola, che si svolga in due movimenti contrari[13].

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Bibliografia

 

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Note

[1] Cfr. Popham M.R., The Destruction of the Palace at Knossos. Pottery of the Late Minoan III A Period, Göteborg 1970; Godart L., La caduta dei regni micenei a Creta e l’invasione dorica, in Musti D. (a cura di), Le origini dei Greci. Dori e mondo Egeo, Bari 1985, 173-200. Vd. ulteriormente la bibliografia.

[2] Sulle influenze cretesi nello sviluppo della Lineare B nel continente, cfr. Godart L., op. cit., 174-175. Per una nuova testimonianza di scrittura sillabica greco-cipriota (su un obelós di bronzo), rinvenuta a Skales (Palaepaphos) e risalente addirittura al sec. XI a.C., cfr. Karageorghis V., Palaepaphos-Skales. An Iron Age Cemetery in Cyprus, Konstanz 1983.

[3] Circa 1200 sono le tavolette in Lineare B di Pilo, circa 4000 quelle di Cnosso. Sul problema della cronologia delle tavolette cretesi, Godart L., op. cit., 177-178; L.R. Palmer, in vari studi (p. es. Mycenaeans and Minoans, London 19652), ha preso posizione contro il divario di circa 200 anni che si ammette tra le tavolette di Cnosso e quelle di Pilo; Levi D., Festòs e la civiltà minoica, II, 1, Roma 1981, 79-80, ne condivide i dubbi. Mentre da Micene e Tirinto le tavolette si contano solo a decine, da Tebe ne possediamo circa 300, caratterizzate da una cospicua presenza di toponimi beotici (con cui sono congrui gli sviluppi territoriali di età classica in Beozia) nonché da interessanti dati culturali.

[4] Per i testi: Ventris M., Chadwick J., Docuements in Mycenaean Greek (2a ed., a c. di Chadwick J.), Cambridge 1973; Morpurgo A., Mycenaeae Graecitatis Lexicon¸ Romae 1963; Sacconi A., Corpus delle iscrizioni in Lineare B di Micene, Roma 1974; Ead., Corpus delle iscrizioni vascolari in Lineare B, Roma 1974; Godart L., Sacconi A., Les tablettes en Linéaire B de Thèbes, Rome 1978; Bennett E.L., Olivier J.P., The Pylos Tablets Transcribed I-II, Rome 1973-1976; Chadwick J., Godart L., Killen J.T., Olivier J.P., Sacconi A., Sakellarakis I.A., Corpus of Mycenaean Inscriptions from Knossos I, Cambridge-Rome 1986; Olivier J.P., Godart L., Seydel C., Sourvinou C., Index généraux du Linéaire B, Rome 1973.

[5] Godart L., L’economia dei Palazzi, in Maddoli G. (a cura di), La civiltà micenea. Guida storica e critica, Roma-Bari 1977, 97-114.

[6] Sul problema, sempre valida l’impostazione di Ventris M., Chadwick J., op. cit., 232-233; 443-444; utile anche De Fidio P., I «dosmoi» pilii a Poseidon. Una terra sacra di età micenea, Roma 1977 [in part., 132-175] (con la tesi, da verificare, dell’identificazione di una rilevantissima proprietà del sacerdote di Poseidone, e delle offerte intese come tributi al detentore della proprietà eminente).

[7] Sui poteri del wánax miceneo (che concepisce fondamentalmente come semplici privilegi), Carlier P., La royauté en Grèce avant Alexandre, Strasbourg 1984, in part. 44-134 (vd. anche Musti D., Recenti studi sulla regalità greca: prospettive sull’origine della città [vd. Carlier P., La royauté en Grèce avant Alexandre; Drews R., Basileus. The Evidence for Kingship in Geometric Greece], RFIC 116 [1988], 99-121). Sui due distretti del regno miceneo di Pilo (la provincia citeriore e la provincia ulteriore), Chadwick J., The Two Provinces of Pylos, Minos 7 (1961), 123-141.

[8] Stubbings F.H., Mycenaean Pottery from the Levant, Cambridge 1951; Taylour W., Mycenaean Pottery in Italy and Adjacent Areas, Cambridge 1958; Id., I Micenei, Milano 1966; Vagnetti L. (a cura di)., Magna Grecia e mondo miceneo. Nuovi documenti, Taranto 1982; e altre indicazioni in bibliografia.

[9] A Cnosso si verifica una continuità di impronta micenea, dal 1450 al 1370 circa (cioè sino alla fine del Tardo Minoico III A 2); in questo periodo Cnosso sembra dominare sull’intera isola; alla caduta di Cnosso micenea pare sopravvivere per qualche tempo un regno autonomo di Chanià. Cfr. Godart L., op. cit., 176-177; in generale, Milani C., I palazzi di Creta, Milano 1981. Per le iscrizioni cretesi in Lineare A, cfr. Godart L., Olivier J.P., Recueil des Inscriptions en Linéaire A, 5 voll., Paris 1976-1985.

[10] Per la possibile identificazione, nel testo egiziano di Kom el-Heitan dell’inizio del XIV secolo a.C., di centri micenei (Messene, Micene, Nauplia, Citera, Tebe, Pisa, Helos), cfr. Sergent B., La liste de Kom El-Hetan et le Péloponnèse, Minos 16 (1977), 126-173; Edel E., Die Ortsnamenlisten aus dem Totentempel Amenophis III, Bonn 1966. Ci sono anche nomi di località cretesi e forse di Ilio.

[11] Cfr. Taylour W., opp. citt. n. 8.

[12] La diffusione della ceramica in Occidente è soprattutto del periodo Tardo Elladico (Miceneo) III B e C (1300-1075 a.C. circa).

[13] Cfr. Bass G.R., A Bronze Age Shipwreck at Ulu Burun (Kaş): 1984 Campaign, AJA 90 (19869, 269- (ruolo mediatore di Cipro).

 

 

Il “Far West” dei Greci

di D. MUSTI, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, 179-198.

La colonizzazione greca di età arcaica presenta caratteri del tutto nuovi rispetto alle frequentazioni di regioni del Mediterraneo orientale o occidentale di epoca micenea. È la stessa più antica tradizione storiografica a dare una chiara nozione della novità che compete alle fondazioni greche del secolo VIII e seguenti. Antioco di Siracusa o non conosce fondazioni micenee o almeno non stabilisce un rapporto di continuità tra le presunte colonie micenee e la storia delle città d’Italia e di Sicilia di cui parla. Un’anticipazione delle città coloniali all’epoca micenea (per Crotone, come per Metaponto, per Siri o per Taranto) è solo opera della storiografia più tarda: verosimilmente già di Eforo, certamente di Timeo e seguaci.

Lo storico moderno ha il dovere di raccogliere l’invito della storiografia greca più vicina a fatti e tradizioni di fondazione delle póleis coloniali, a cogliere lo stacco storico che quelle fondazioni rappresentano rispetto al passato, il valore di evento d’ordine politico-militare, che rompe, con la sua forza innovativa, la continuità di un fatto di lunga durata, routinier, quale la conversazione ininterrotta (e assai composita) fra le diverse rive del Mediterraneo, che i Greci riassumevano sotto la vaga formula dell’emporía (l’andar per mare, comunque probabilmente soprattutto per commerciare): insomma, quel sommesso, secolare scambio di uomini e cose fra le rive del Mediterraneo, che per i Greci, come per ogni uomo di buon senso, è appena lo sfondo ovvio di contatti, che non costituiscono di per sé né un evento politico né lo sbocco chiaramente individuabile di un processo socio-economico[1].

Tempio dorico greco di Era, a Selinunte (presso Castelvetrano, TP), noto anche come “Tempio E”.

La discussione sulla colonizzazione greca è rimasta a lungo impantanata nella fase alternativa tra l’interpretazione delle fondazioni come colonie commerciali e quella che ne fa colonie agrarie e di popolamento[2]. Di fronte al fenomeno coloniale converrà porsi diversi ordini di problemi: 1) le condizioni demografiche, socio-economiche e politiche, della madrepatria; 2) il fondamentale atteggiamento psicologico dei Greci di fronte al fatto della migrazione; 3) l’articolarsi e il rapportarsi delle diverse esigenze economiche, che sono inevitabilmente compresenti – benché in misura diversa nei diversi contesti – in tutte le colonie, e le nuove situazioni complessive che ne emergono; 4) il costituirsi di autentiche “aree di colonizzazione”, specie di entità macro-territoriali, al confronto con questa o quella pólis; 5) i rapporti con l’ambiente e con la popolazione locale; 6) i rapporti con la madrepatria.

È stato sempre notato come le aree più vitali in epoca micenea, e in particolare quelle che presentano strutture palaziali, non partecipino al moto coloniale dei secoli VIII e VII; si tratta dell’Attica, dell’Argolide, della Beozia (un caso a parte è quello della Messenia, ma in quanto oggetto della conquista spartana). Nella madrepatria sono soprattutto interessate le città dell’Istmo, Corinto e Megara, quelle euboiche dell’Euripo tra Eubea e Beozia/Attica, cioè Calcide ed Eretria, come anche (caso significativo e problematico) le città dell’Acaia; in Asia Minore, Rodi, Lesbo, Mileto e altre (ma queste inviano di forma colonie nel continente antistante e in aree contigue, e il fenomeno ha forse i caratteri dell’espansione, della costituzione di un impero coloniale, più che della migrazione).

Autore ignoto. La cosiddetta ‘Coppa di Nestore’. Kotyle LG II rodia, orientalizzante, dalla necropoli di San Montano a Lacco Ameno (Ischia), 720-710 a.C. ca. Museo Archeologico di Pithecusae.
Il reperto reca inciso su di un lato un’iscrizione retrograda in alfabeto eubolico; trattasi di un epigramma formato da tre versi, che alludono alla famosa coppa descritta in Il., XI 632 (una coppa appartenuta a Nestore, talmente grande che occorrevano quattro uomini per spostarla!):
«Νέστορος [εἰμὶ] εὔποτ[ον] ποτήριον
ὃς δ’ἂν τοῦδε πίησι ποτηρί[ου] αὐτίκα κῆνον
ἵμερος αἱρήσει καλλιστε[φά]νου Ἀφροδίτης».
«Di Nestore io son la coppa bella:
chi berrà da questa coppa subito
desiderio lo prenderà di Afrodite dalla bella corona».
Un ruolo particolare esercitano in Occidente Corinzi e Calcidesi. La loro espansione coloniale non dà luogo a competizione, ma piuttosto a una sorta di distribuzione di aree e a reciproca integrazione. Un carattere effimero, minoritario, da riportare verosimilmente a una minore intesa con le altre città colonizzatrici, ha la colonizzazione eretriese, di cui si conservano sporadici indizi: una presenza a Corcira, presto obliterata dalla colonia corinzia condotta, in sincronia con la fondazione di Siracusa (circa il 733), da Cheresicrate; una a Pitecussa, in cooperazione con i Calcidesi. Non è escluso che la guerra lelantina, che circa la seconda metà dell’VIII secolo (?) vide contrappose le due città dell’Eubea (e alleate, rispettivamente, Calcide con Samo e i Tessali, ed Eretria con Mileto), abbia posto fine all’espansionismo eretriese o all’intesa tra Eretria e Calcide, e provocato la crisi del moto coloniale eretriese, esaltando invece l’intesa tra Corinto e Calcide (che comunque può essere per sé anteriore al conflitto inter-euboico)[3].

Va intanto notato che i Greci che vanno a fondare colonie lontane dalla madrepatria tendono a “riprodurre” il paesaggio, la cornice ambientale e le opportunità strategiche della città di partenza. I Corinzi, che risiedono su un istmo, una striscia di terra che si affaccia su due mari e che perciò gode di almeno due porti, dispongono nella loro più famosa colonia d’Occidente, Siracusa, di due porti (Porto Grande e Laccio), e fondano una colonia sull’istmo della Pallene (Potidea). Se non altrettanto certo, è almeno probabile che un’analoga ricerca di condizioni e opportunità ambientali simili a quelle di partenza sia da leggere nel fatto che gli abitanti di Calcide d’Eubea, che si affaccia su un celebre stretto (l’Euripo), siano presenti nella fondazione di Zancle (Messina), come di Reggio, su più famoso stretto d’Occidente (del resto, in tema di analogie morfologiche, tra madrepatria e colonie, è stata già osservata la somiglianza tra la situazione di Focea e quella della sua colonia Marsiglia).

Isthmós (dalla radice i- di eîmi, «andare», come si addice a una «via» di terra) e porthmós (da póros e peírō, «attraversamento, attraversare», come si addice a un breve percorso di mare) sono due termini indicativi della mentalità dei coloni greci, che puntavano su posizioni strategiche da mettere a frutto camminando o attraversando.

Litra d’argento (0,58 gr.) da Nasso (Sicilia). 520–510 a.C. ca. Dritto – Testa arcaica di Dioniso, rivolta a sinistra; Rovescio – Grappolo d’uva.

Con la menzione della colonizzazione di Pitecussa (Ischia) abbiamo evocato quella che è stata considerata, con immagine pittoresca, l’«alba» della colonizzazione della Magna Grecia[4]. Un’alba che ha naturalmente colori alquanto diversi da quelli del giorno pieno della Magna Grecia, che si direbbe risplenda tra il VII e il VI secolo. La colonia greca di Lacco Ameno, databile a circa il 770 a.C., precede la fondazione di Cuma sul continente: si caratterizza per la scarsità del territorio (ritenuto tuttavia fertile, soprattutto per la produzione di vino) e la presenza di chryseîa, che sembra difficile interpretare come «miniere d’oro» e forse devono intendersi come «officine per la lavorazione dell’oro». A Pitecussa è stato messo in luce un quartiere di fornaci per la lavorazione di metalli, come il ferro proveniente dall’isola d’Elba[5]. È stato posto il problema se si tratti di una vera città o solo di uno scalo, di un emporio. Per Strabone era probabilmente una pólis: se noi ci poniamo il problema di definire diversamente, ciò è forse solo dovuto al fatto che pretendiamo di misurare il carattere di Pitecussa su quelle caratteristiche (territoriali, monumentali, urbanistiche, funzionali), che le altre póleis greche in àmbito coloniale assunsero nel corso del tempo, superando quella condizione di primo insediamento, che in genere solo un paio di secoli dopo appare pienamente superata[6]. Pitecussa è un insediamento gracile: non possiamo applicarle parametri di valutazione che, più o meno consapevolmente, derivano dall’assetto delle póleis «riuscite», quale conseguito nel VI secolo. La discussione su Pitecussa è un tipico caso di hýsteronpróteron storico e filologico.

Ingresso all’Antro della Sibilla, a Cuma.

Stando alla tradizione riflessa in Eusebio (da Eforo?), Cuma fu la prima colonia greca in Italia, fondata circa il 1050 a.C. Una cronologia così alta segnala di per sé quella prospettiva continuistica (che cioè non ammette soluzione di continuità, né differenze di qualità tra “presenze” greche di età micenea e “colonizzazione politica” di epoca arcaica), che si afferma da Eforo a Timeo. In realtà, date attendibili, che ci riportino a una più credibile cronologia di VIII secolo (Cuma fondata poco dopo Pitecussa), mancano per Cuma, come in generale per le colonie calcidesi d’Occidente (Zancle e Reggio sullo stretto tra la Sicilia e l’Italia, o Partenope e la stessa Neapolis), fatta eccezione per quelle colonie calcidesi di Sicilia (Nasso, Leontini, Catania), le cui fondazioni siano messe in una precisa relazione cronologica con la data di fondazione di Siracusa, come riflesso del fatto di essere state in qualche modo coinvolte nelle vicende siracusane. Nella storia, come nella cronologia, delle colonie greche d’Occidente la storiografia siceliota (anzi, essenzialmente, siracusana) appare determinante, e quella di V secolo (Antioco, come rispecchiato, tra l’altro, a quanto sembra, in Tucidide) fornisce indicazioni ad annum: 733 circa per Siracusa, e quindi 734 per la decana riconosciuta delle colonie greche di Sicilia, Nasso; 728/7 per Leontini, Catania (e giù di lì per Megara Iblea, fondazione di Megaresi di Grecia). Fluttuante, nella tradizione, anche la cronologia delle colonie delle altre aree coloniali, tranne che per un’eccezione (Crotone), data la sua presunta quasi-contemporaneità con Siracusa, e per gli eventuali annessi e connessi (Sibari nella tradizione antiochea preesiste – benché non ci sia detto di quanto – a Crotone; Metaponto, nella stessa tradizione, è posteriore alla fondazione di Taranto)[7].

Complessivamente, per le città del mar Ionio abbiamo dunque nella tradizione un doppio ordine di date: 1) quelle raccolte in Eusebio e Girolamo, che si avvicinano al 700 a.C., e 2) una data per Crotone, come una data possibile per Reggio, più alte e più vicine alle date delle fondazioni di Sicilia; si ha l’impressione che proprio in Antioco ci sia la tendenza ad avvicinare, a un livello cronologico piuttosto alto, le date dei processi coloniali in Sicilia e in Magna Grecia; è comunque certo che la tradizione cronografica tarda – che prende probabilmente le mosse da Eforo e seguaci – opera una forte divaricazione tra le fondazioni di Sicilia (di cui addirittura dà date più alte che in Antioco e Tucidide, come è il caso di Nasso, di Megara Iblea e della stessa Siracusa, che risalgono così a poco prima del 750 a.C.) e quelle della costa ionia d’Italia, che tale tradizione cronografica respinge nell’ultimo decennio dell’VIII secolo.

Mappa della Sicilia antica.

I problemi della cronologia si possono affrontare con l’occhio rivolto alle aree verso cui si dirigono i diversi moti coloniali. Pur senza trascurare le innegabili interferenze, e persino l’esistenza di colonie miste, ben note alla tradizione, occorre tenere in conto maggiore che per il passato l’esistenza di mete preferenziali delle diverse imprese coloniali, che tendono spesso a recuperare condizioni simili a quelle di partenza e a costituire aree di una qualche omogeneità, talora interrotte da enclaves ora più ora meno mal tollerate. È innegabile che da Crotone a Sibari a Metaponto si crei un’area achea, che ovviamente non sbocca nella creazione di un’unità territoriale e politica: le póleis restano autonome, ma costituiscono, o riscoprono puntualmente, nel corso del tempo, forme di solidarietà che sono di natura culturale, cultuale, economica e politica in senso lato.

Statere d’argento (8,1 gr.) da Sibari. 550-510 a.C. ca. Legenda – VM in exergo. Toro stante verso sinistra, con testa rivolta a destra. Dewing Coll. 406.

Il concetto stesso di Megálē Hellás, nelle sue diverse accezioni, ricopre comunque e sempre lo spazio occupato dalle colonie achee. Benché certamente non limitata a queste, in queste la nozione ebbe la sua humus fecondatrice[8]. Nel VI secolo le colonie achee tentano di eliminare l’enclave ionia di Siri, una città fondata da esuli di Colofone, che erano sfuggiti alla pressione lida, probabilmente al tempo del re Gige, intorno al 675 a.C. Circa un secolo dopo Siri fu distrutta e acaizzata da Metaponto, Crotone e Sibari. Secondo Antioco, l’aspirazione degli Achei a controllare la ricca Siritide, contendendone il possesso ai Tarentini (coloni di Sparta), risale all’VIII secolo e precede la fondazione della stessa Metaponto. Antioco sembra del resto realisticamente attento a quelle che potremmo chiamare “logiche territoriali”, che orientano l’espansione greca sul sito coloniale: gli Achei di Sibari mandano a chiamare (metapémpontai) altri Achei per occupare Metaponto, perché, occupando strategicamente l’altro punto estremo del territorio conteso (qual è, rispetto a Sibari, Metaponto), essi avrebbero controllato anche l’intermedia Siritide; così, per lo stesso autore furono gli Zanclei a chiamare (metapémpesthai) i loro consanguinei da Calcide, per fondare Reggio (si direbbe, in un’analoga prospettiva strategica di controllo calcidese dei due versanti dello Stretto): in Sicilia i Nassii, secondo Tucidide, nella loro espansione nell’area etnea, colonizzano prima la più lontana Leontini e solo successivamente l’intermedia Catania[9].

Ricostruzione assiometrica e pianta di un’abitazione sicula, nell’insediamento di Thapsos (Sicilia orientale).

Al loro arrivo in Sicilia i Greci trovavano già stanziate varie genti non greche, quale da più antica quale da più recente data, quale per un’estensione maggiore, quale concentrata in una zona più ristretta. Davano all’isola il nome e la facies culturale preminente i Siculi e i Sicani, i primi attestati nella parte orientale e centro-meridionale, i secondi nella parte occidentale. I primi erano stanziati alle spalle del territorio che fu di Zancle, e delle colonie calcidesi dell’area etnea (Nasso, Catania, Leontini), di Siracusa e Camarina, e lambivano certamente il territorio di Gela; loro centri, vivi ancora nel V secolo, erano Menai(non) (= Mineo?), il lago degli dèi Palici (= lago Naftia), e inoltre il sito che sotto il ribelle siculo Ducezio si ridenominò Morgantina. Identificati nella tradizione etnografica ora con gli Itali ora con gli Ausoni ora con i Liguri, e fatti provenire da punti diversi della penisola (da postazioni più settentrionali, al Lazio, o alla Campania e alla punta estrema d’Italia), i Siculi erano considerati dagli antichi – e lo sono dagli archeologi e storici moderni – strettamente imparentati con le popolazioni della penisola. Si tende tuttavia a distinguere tra una facies culturale ausonia, riscontrabile nelle Lipari e nel Milazzese già dal XIII secolo a.C., e una facies probabilmente sicula, documentabile a Pantalica, a Melilli, a Cassibile, solo alla fine, o dopo la fine, dell’età del Bronzo e del II millennio a.C. Ecateo colloca un insediamento a Nola. Io ho proposto, per l’etimologia di Ausoni, almeno come sentito dai Greci, la derivazione dalla radice au- di aúein, «ardere», con riferimento ai fenomeni vulcanici (fumo e fiamme) del Vesuvio e zone attigue. Finora rapporti con la cultura appenninica, tali da giustificare la tradizione di una migrazione, sembrano più forti per la civiltà ausonia che per la civiltà propriamente sicula (posto che si debba veramente distinguere tra le due; le fonti letterarie solo in parte consentono con una distinzione, che resta in certa misura convenzionale e provvisoria, pur se assai suggestiva)[10].

Protome bovina del centro siculo di Castiglione (Ragusa).

Nel corso del Tardo Bronzo, dal XVI/XV al XIII secolo a.C., è d’altronde verificabile nella Sicilia orientale (in particolare a Thapsos) come, e soprattutto, nelle isole Lipari, una presenza notevole di materiale miceneo (a Lipari persino tardo-minoico), che è sicura prova di frequentazioni. Mancano finora prove di veri e propri insediamenti micenei, cioè esempi di edilizia abitativa egea (benché tanto a Pantalica quanto a Thapsos sia dato riscontrare l’esistenza di edifici che per struttura, proporzioni, probabili funzioni fanno pensare a costruzioni di tipo palaziale e perciò in qualche misura di influenza egea)[11]. Quanto ai Sicani, già l’apparentemente comune radice del nome ha suscitato fra gli antichi e fra i moderni la tesi di una fondamentale affinità con i Siculi. Rispetto a questi, tuttavia, i Sicani mostrano minori caratteristiche indoeuropee, e perciò sono considerati o una popolazione pre-indoeuropea proveniente dall’area iberica, via mare o forse anche – il che crea nuove possibilità di interferenze storiche con i Siculi – via terra (salvo, naturalmente, per l’attraversamento dello stretto di Messina), o una popolazione indoeuropea, che ha perduto, col passaggio nell’isola, le sue caratteristiche originarie[12]. Accanto a Siculi e Sicani, gli Elimi, con i loro centri di Segesta, Erice (ed Entella, poi rapidamente oscizzata dal V secolo in poi), e i Fenici (con che Tucidide intendeva anche i Cartaginesi) insediati a Solunto, Panormo, Mozia, nell’area nord-occidentale. Agli Elimi si attribuiva un’origine dai Troiani, nonché da Focesi che avevano partecipato alla guerra di Troia; certo essi presentano connessioni con civiltà orientali, in particolare con l’ambiente cipriota e fenicio (culto di Afrodite Ericina) o siriaco e microasiatico; l’ellenizzazione aveva compiuto, verificabile nel V secolo, ma probabilmente anche prima, passi notevoli (basti pensare al tempio dorico superstite a Segesta, al rapporto di competizione e però anche di interazione con Selinunte, agli stretti rapporti con Atene, che con Segesta stipula un trattato poco prima della metà del V secolo, e in suo aiuto interviene in Sicilia, contro Selinunte e Siracusa, nel 427 e nel 415 a.C.)[13].

Il cosiddetto “Trono Ludovisi”: sul lato frontale spicca il bassorilievo che rappresenta Afrodite Anadyomene, che sta sorgendo dalle acque vestita da un leggerissimo chitone, che lascia intravedere le curve del corpo. Due Horai poste ai lati sorreggono un velo che nasconde la parte inferiore della scena. Il manufatto marmoreo è stato rinvenuto nei pressi del Tempio di Venere Erycina a Roma, e datato al 460-450 a.C. circa. Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps.

Si pone qui un problema di definizione della categoria di ellenizzazione, un po’ più rigorosa di quella che si adotta in generale. Ellenizzazione finisce col significare, nel linguaggio corrente, due cose profondamente diverse fra loro: acculturazione, perciò permeazione di elementi di cultura greca, per lo più consistenti in oggetti archeologici tipicamente “polisemici”, cioè suscettibili delle più diverse interpretazioni storiche; e controllo politico. Si pone l’ulteriore problema, se i Siculi siano stati in questo senso più ellenizzati dei Sicani. Se con ciò s’intende una maggiore infiltrazione di oggetti e di espressioni culturali greche di epoca arcaica, ciò, sembra potersi, allo stato della nostra informazione, affermare per i Siculi; benché nuove scoperte archeologiche

modifichino rapidamente il quadro anche per il territorio sicano. Se però per ellenizzazione s’intende controllo del territorio, è facile affermare il contrario. Basti pensare all’estensione del dominio territoriale all’interno dell’isola e attraverso di essa, da una costa all’altra, delle città greche più impegnate a costruirsi una chōra. Ora, tra il 488 e il 472 il tiranno di Agrigento, Terone, riuscì a costituirsi un dominio continuo, trasversale, e che perciò includeva o attraversava il territorio sicano, tra la sua città ed Imera, sita sulla costa settentrionale. Il territorio selinuntino confina d’altronde con quello segestano, e questo non può non aver comportato una qualche capacità di tenere sotto controllo la popolazione sicana dell’area o delle sue immediate vicinanze. In questa direzione avanzò certo già Falaride nel VI secolo; ma gli scontri che egli dovette affrontare (quando conquistò ad esempio la sicana Uessa) o la minaccia che i Sicani nel VI secolo potettero esercitare su Imera mostrano che ancora per una larga parte del VI secolo i Sicani erano capaci di una resistenza che viene meno nel secolo successivo[14].

Pittore di Edimburgo. Atena nella Gigantomachia. Pittura vascolare da una lekythos attica a sfondo bianco, da Gela. 500 a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Più complessa, ma anche particolarmente istruttiva, la storia del rapporto di Siracusa e di Gela col proprio hinterland. Siracusa fonda nel 633 Acre (=Palazzolo Acreide) e nel 643 Casmene (probabilmente da identificare con Monte Casale): è evidente che, durante le prime tre generazioni di vita della grande colonia, il problema principale è per essa quello di un controllo del territorio in profondità, in primo luogo della valle dell’Anapo, che è via di penetrazione verso l’interno, ma anche sgradita minaccia dell’interno sulla costa. Nel 598 Siracusa “sfonda” sulla costa occidentale, dando vita a Camarina. Ormai il disegno siracusano appare più chiaramente quello della costituzione di un territorio ampio e continuo, con la conquista di un sito sulla costa occidentale dell’isola, già occupata, verso nord, da Gela (fondata da coloni rodio-cretesi nel 688) e da Selinunte (fondata da Megaresi di Megara Iblea, non senza l’apporto della madrepatria greca, da cui proveniva l’ecista Pammilo) intorno al 628 o al 650[15]; solo successiva alla fondazione di Camarina sembra la nascita di una sottocolonia geloa, Akragas (Agrigento), forse da collegare con fermenti politici interni a Gela, quali si addicono alle vicende delle colonie nel VI secolo, e come sembrerebbe suggerito dalla precoce instaurazione di una tirannide ad Agrigento, con Falaride.

Didracma d’argento (8, 37 gr.) da Agrigento. 480-470 a.C. ca. Dritto: aquila stante, verso sinistra, con attorniata dalla legenda AKRAC; rovescio: un granchio.

Caratteristica della tradizione emmenide (Terone e la sua stirpe) è comunque la provenienza diretta (o presentata come tale) da Rodi, con un certo ridimensionamento della componente culturale cretese[16]. Il rapporto di Siracusa con la popolazione del territorio appare caratteristico: questa viene asservita, ma costituisce uno strato sociale di particolare rilievo, se ha una sua denominazione particolare (Kyllýrioi, o Killi-[Kalli-]kýrioi), perciò un ruolo complessivo ben definito agli occhi della città, ed è inoltre capace di istituire forme di convivenza e alleanza politica con gli strati popolari della stessa Siracusa, con il suo dâmos, che nel V secolo costituisce documentabilmente già un popolo opposto a quello dei gamóroi (proprietari terrieri). Non è da trascurare il fatto che la colonia dorica di Siracusa adottasse, nei confronti della popolazione indigena, quel tipo di rapporto socioeconomico che le città doriche in Grecia realizzano verso le popolazioni del contado.

Ma quanto si estendeva il dominio territoriale di Siracusa, al di là di quei cunei strategici che essa riuscì presto a realizzare, o di quel dominio più compatto ed esteso, ma pur sempre limitato, che essai si era ormai creata all’inizio del VI secolo? Ci aiuta molto la considerazione dei compiti che ancora all’inizio del V secolo dovevano affrontare il tiranno di Gela, Ippocrate, morto nel 491, combattendo contro la sicula Ibla (= Ragusa? Paternò?), e il successore a Gela, Gelone (491-485/4), divenuto poi tiranno di Siracusa (485/4-478). Ippocrate assediò, nell’area etnea, Callipoli, Nasso, Leontini, più a nord Zancle, più a sud Siracusa e (significativo della complessità del rapporto di quest’ultima con gli indigeni) i di lei alleati Siculi. I tentativi di Ippocrate riescono con le città calcidesi, ma sono destinati a fallire contro Siracusa (del resto aiutata, dopo una sconfitta sul fiume Eloro, dai confratelli Corinzi e Corciresi) e contro i Siculi di Ibla. Il tentativo di Ippocrate di costituirsi un dominio continuo trasversale, dalla costa occidentale a quella nord-orientale, fallisce di fronte alla resistenza di indigeni e di parte dei Greci[17].

Apollónion di Ortigia, a Siracusa. Tempio dorico, eretto a partire dalla fine del VI secolo a.C.

Più concentrato su aree di tradizionale competenza siracusana o vicine a Siracusa appare l’impegno analogo, e pur diverso quanto a dimensioni, di Gelone: egli interviene a Siracusa in favore dei gamóroi esuli a Casmene, contro il dâmos e i Kyllýrioi, e, trasferito il centro del suo potere da Gela (che affida al fratello Ierone) a Siracusa, concentra in questa città tutti i Camarinesi, più di metà dei Geloi, e inoltre gli aristocratici di Megara (nonostante i loro sentimenti anti-siracusani) e gli Eubeesi di Sicilia, vendendo in schiavitù la parte più umile della cittadinanza delle città vinte[18]. Qui è all’opera in primo luogo un’idea di sviluppo demografico e urbano del centro-guida, Siracusa, che può avere solo l’effetto di obliterare o indebolire altri centri greci; naturalmente ciò comporta anche una concezione territoriale del dominio di Siracusa, che può costare il sacrificio di altre città greche, in favore dell’unica città. Sembra invece meno perseguito il disegno di un dominio territoriale indifferenziato sui centri siculi, quale aveva accarezzato Ippocrate.

Quando, poco dopo il 580, Pentatlo arriva in Sicilia con un manipolo di Cnidii, egli registra ormai nell’isola il “tutto esaurito”, rispetto alla possibilità di nuovi insediamenti greci, arricchitisi, nel 580, della nuova fondazione di Agrigento. Appellandosi alla sua discendenza da Ippote, a sua volta discendente di Eracle, Pentatlo cerca di insediarsi al Lilibeo e forse ad Erice, sostenendo Selinunte contro Segesta, ma è sconfitto (e ucciso) dagli Elimi e dai “Fenici”; i suoi seguaci occupano però le isole Eolie, fuori del territorio siciliano propriamente detto, scacciandone i pochi occupanti. Lipari diventa il centro cittadino; Iera (=Vulcano), Strongyle (= Stromboli) e Didima (=Salina) costituiscono il territorio agricolo. Moduli di proprietà privata saranno forse esistiti nella città, non certo nelle isole, che sono proprietà comune e più tardi diventano proprietà privata, ma limitata nel tempo (ogni vent’anni i titoli di proprietà si azzerano e si ha una redistribuzione del territorio).

Litra d’argento (0,6 gr.) da Siracusa. 470 a.C. ca. Testa di Aretusa rivolta a destra.

L’esperimento comunistico degli Cnidii a Lipari è sentito e sottolineato dalla tradizione antica come una singolarità. A spiegarla concorrono le condizioni ambientali (un territorio agricolo fisicamente separato dal centro urbano), ma forse anche le particolari tradizioni che caratterizzano gli ambienti dorici nei rapporti di proprietà della terra. Non sembra accettabile la tesi che scorge nel rafforzamento, o addirittura nella prima realizzazione, di una presenza cartaginese in Sicilia, militarmente organizzata, una reazione all’impresa di Pentatlo. Questi fu contrastato infatti da Elimi e “Fenici” (forse, nel linguaggio di Pausania, i Cartaginesi): non risulta che gli altri Greci l’abbiano realmente aiutato[19]. Non si può motivare la nascita di un fatto di tale significato e portata come l’epicrazia cartaginese in Sicilia con un episodio che sin dall’inizio si poneva come un tentativo senza prospettive e senza supporti, che violava un’intesa, oltre che una situazione di fatto, chiara a tutti gli occupanti stranieri della Sicilia. Il modificarsi della presenza cartaginese in Sicilia è da collegarsi in primissimo luogo con mutamenti della politica estera di Cartagine nel suo complesso, cioè con un’impostazione aggressiva verificabile in Africa, come in Sardegna, oltre che nella stessa Sicilia. Il contrasto greco-cartaginese è conseguente alle imprese di Malco (ca. 550), e al costituirsi all’interno del mondo greco – soprattutto ad opera dei tiranni – di nuove concezioni del rapporto con il territorio (il territorio degli indigeni, quello degli altri stranieri di Sicilia, quello degli stessi Greci): ed è realtà della fine del VI e soprattutto del V secolo[20].

Gli sviluppi politici interni alle colonie, tra la fondazione e il VI secolo, costituiscono uno dei capitoli più difficili della storia della grecità coloniale. le stesse origini sociali sono spesso avvolte nel buio: in particolare quelle di Taranto e di Locri Epizefiri, per le quali parte della tradizione parla della partecipazione, diretta o indiretta, di elementi servili: figli di iloti e di donne spartiate (Partenii, cioè figli di parthénoi, di donne legalmente “vergini”) nel primo caso, servi unitisi con le loro padrone nel secondo caso[21]. La presenza di elementi servili è attestata soprattutto nella tradizione più antica. Nella tradizione locale v’è diversità di comportamento delle due città: l’aristocrazia locrese sembra aver perpetuato la tradizione di un’origine ilotica e della nobiltà dei capostipiti femminili delle cento case più nobili; la presenza ilotica nelle origini di Taranto sembra invece complessivamente respinta dalla città[22].

Tempio dei Dioscuri, Agrigento. Ordine dorico, metà V secolo a.C.

I moderni assumono spesso atteggiamenti ipercritici e normalizzatori nei confronti di queste tradizioni; ma bisogna distinguere tra la forma leggendaria e la sostanza storico-sociale del racconto. Le origini socialmente complesse di una colonia, da una mistione di padroni e servi, sono, nella tradizione greca sempre produttrice di paradigmi, ricondotte alle guerre “servili” per eccellenza della storia greca arcaica, le guerre cioè per l’asservimento dei Messeni agli Spartani; guerre che d’altra parte vedono operare insieme o convivere, nel campo dei conquistatori, padroni e servi (a Sparta, gli iloti). Ma, fatta astrazione dai particolari della forma leggendaria, sarebbe difficile negare che un fenomeno così strettamente collegato con gli sviluppi demografici e i relativi contraccolpi sociali ed economici, come quello della colonizzazione, non abbia qualche volta interessato e coinvolto strati sociali inferiori. Se la tradizione non ne parlasse mai, probabilmente dovremmo sospettarlo: ora la tradizione ne parla, per Taranto e per Locri. Ne parla tuttavia solo in parte, ma sta di fatto che nelle tradizioni più antiche è fatto posto al dato scabroso della commistione di servi, mentre sembra avere origini e caratteristiche comuni la tradizione “normalizzatrice”, che espunge dalla storia delle origini delle città quell’imbarazzante presenza.

Così, per Taranto, Antioco attesta la nascita dei Partenii fondatori di Taranto (e dello stesso loro capo, Falanto)[23] dagli iloti (presentati tuttavia come Spartiati declassati per inadempienze di obblighi militari), mentre Eforo riduce gli iloti a comparse del complotto dei Partenii contro gli Spartiati, e soprattutto rende incomprensibile le ragioni della ribellione e del complotto dei Partenii, poiché questi, lungi dall’essere figli di iloti, sarebbero il frutto di unioni promiscue programmate dagli stessi Spartiati, che consentirono forse ai più giovani di unirsi anche con le mogli dei più anziani, per essere poi (incoerentemente) umiliati a un rango sociale inferiore, che li spinge alla rivolta. Al ruolo di Eforo nella storia delle origini di Taranto corrisponde quello di Timeo nella storia delle origini di Locri; questi infatti adduce, contro Aristotele, molti argomenti volti a negare l’origine semiservile dei Locresi; uno di tali argomenti è però palesemente mal posto. In antico, infatti, i Greci non avrebbero avuto schiavi comprati con denaro; ma, appunto, se c’è qualcosa di vero nella tradizione delle origini complesse di Locri, è chiamato in causa uno strato di servitù rurale e non uno di schiavi comprati.

Dai primi due secoli di vita delle colonie trapela qualcosa dell’attività dei legislatori, come Zaleuco di Locri o Caronda di Catania; ma del contenuto reale della loro opera ci impediscono di farci un’idea precisa le molte interferenze e sovrapposizioni (Caronda è legislatore a Catania, ma anche in altre città calcidesi, come Reggio) e soprattutto la manipolazione pitagorica, che di essi ha fatto altrettanto discepoli del maestro venuto in Italia solo intorno al 530 a.C. Trapela anche qualcosa dei rapporti con il territorio e con la popolazione indigena, che furono in diversi casi di sopraffazione, come mostra il cessare, qualche decennio dopo la fondazione greca, della vita di centri indigeni costieri, con eventuale conseguente spostamento degli indigeni più all’interno (ciò si verifica sul sito dell’Incoronata poco a ovest di Metaponto, in vari siti della Sibaritide, da Amendolara a Torre Mordillo a Francavilla Marittima, e nell’area locrese, come a Canale e Ianchina e in siti vicini). Che il modulo dei rapporti servili venisse trapiantato in area coloniale è più inducibile dall’esistenza della schiavitù in Magna Grecia e Sicilia, e dalla concomitante considerazione che di norma tali schiavi non dovevano essere Greci (la norma, in questo àmbito, conosce significative eccezioni, proprio nella politica dei tiranni del V secolo, che praticano consistenti violazioni dei principi greci, abolendo città e privando i loro abitanti della condizione primaria della libertà)[24].

La tradizione greca insiste, come si è detto, sugli aspetti territoriali e perciò agrari del fenomeno coloniale; in tale luce ci appare quindi anche il fenomeno delle sotto-fondazioni. Ma, come per il rapporto tra madrepatria e colonia va tenuto conto della creazione di un’area di tensione commerciale, cioè di una direttrice preferenziale di scambi (così è per esempio tra Corinto e Siracusa), così tra la Grecia propria e le zone coloniali si vanno costituendo aree minori, dove si esprime una determinata produzione artigianale o si fondano rapporti commerciali.

Metopa. Perseo decapita Medusa, assistito da Atena, dal Tempio C (Selinunte). VI secolo a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

I primi due secoli di vita delle colonie occidentali sono anche quelli in cui da un regime sociale tendenzialmente ugualitario, quale si postula (e in taluni casi, per esempio a Megara Iblea, si verifica)[25] per le prime due o tre generazioni di coloni, succede una sempre maggiore stratificazione sociale, e quindi si determina la possibilità di conflitti (stáseis), con seguenti espulsioni o pericolose secessioni di una parte del corpo civico. Di pericolosa secessione deve trattarsi nel caso dei Geloi che (forse alla fine del VII secolo) si rifugiarono a Maktorion (= Monte Bubbonia?), e che furono riportati in patria dall’antenato dei Dinomenidi, Teline, che, per la sua opera di mediatore, ottenne il privilegio della ierophantía (una sorta di sacerdozio legato ai riti misterici “delle dee”, cioè, di Demetra e Core). Da Siracusa, a metà del VII secolo, furono cacciati i cosiddetti Miletidi, che sostarono a Mile prima di partecipare, con gli Zanclei, alla fondazione di Imera (circa il 648 a.C.)[26].

È del tutto comprensibile che in taluni casi il conflitto non sboccasse nella sola espulsione di una parte e affermazione di quella rimasta in patria, ma che cambiassero anche le forme del regime. Le prime tirannidi di Sicilia a noi note sono quella di Panezio a Leontini (a cui può aver dato occasione qualche conflitto sociale determinandosi in relazione al controllo e alla distribuzione delle proprietà nella fertile piana) e quella di Falaride ad Agrigento. C’è una coincidenza complessiva con il quadro cronologico delle tirannidi della Grecia arcaica, che suscita fiducia nella tradizione. La precocità della tirannide di Falaride nella storia della città, fondata appena nel 580 a.C., risulta più accettabile, se si pensa che la stessa fondazione di Agrigento potrebbe riflettere conflitti all’interno della società geloa, che del resto in età arcaica fu turbata dalla stásis sedata da Teline. Queste prime tirannidi siceliote hanno dunque ancora motivazioni simili a quelle delle tirannidi arcaiche in genere: le tirannidi siceliote di fine VI e soprattutto V secolo hanno motivazioni e sbocchi ben più caratteristici[27]. […]


[1] Su questi temi, cfr. gli Atti del convegno Momenti precoloniali nel Mediterraneo antico, Ist. Civiltà fenicia e punica, Roma 1988; D. Musti, Strabone e la Magna Grecia. Città e popoli dell’Italia antica, Padova 1988; Id., in Storia di Roma I, Torino 1988, pp. 39 sgg.

[2] Per il tradizionale (e ormai obsoleto) dibattito sul carattere commerciale, o invece agrario e di popolamento, delle colonie greche, v. A. Gwynn, in «JHS» 38, 1918, pp. 88 sgg.; A.W. Byvanck, in «Mnemosyne» 1936/7, pp. 181 sgg.; A. Blakeway, in «ABSA» 22, 1932/3, pp. 170 sgg.; A.J. Graham, Colony and Mother-City in Ancient Greece, Manchester 1964; Id., in «JHS» 91, 1971, pp. 35 sgg.; D. Asheri, Storia della Sicilia. La Sicilia antica, a c. di E. Gabba – G. Vallet, I 1, 1979, pp. 98 sgg.

[3] Sulla cronologia e il contesto della guerra lelantina, una plausibile ricostruzione in B. d’Agostino, «Dial. di Archeologia» 1, 1967, pp. 20 sgg. Se si accettano le testimonianze di Esiodo, Opere e Giorni, ai vv. 650-662, e di Plutarco, Moralia 152d, sulla morte di Anfidamante di Calcide (per Plutarco avvenuta nel corso della guerra lelantina), se ne ricava un nesso cronologico tra la guerra stessa e la cronologia di Esiodo, che avrebbe partecipato alle gare funebri in onore di Anfidamente.

[4] D. Ridgway, L’alba della Magna Grecia (trad.it.), Milano 1984. Sulla “coppa di Nestore”, cfr. G. Buchner – C.F. Russo, in «RAL» 8, 1955, pp. 216 sgg.; D. Musti, Democrazia e scrittura, in «Scrittura e civiltà» 10, 1986, cit., pp. 21 sgg.

[5] Sui cryseîa di Pitecussa (miniere d’oro o oreficerie?), Strabone, V C. 247. Pitecussa sembra una pólis a tutti gli effetti per Strabone (cfr. ōikisan); ma v. Livio, VIII 22, 6 per un’altra concezione (i Cumani primo <in> insulas Aenariam et Pithecusas egressi, deinde in continentem ausi sedes transferre).

[6] Per es., sull’aspetto di Megara Iblea nel VI sec., v. G.Vallet – F.Villard – P. Auberson, Mégara Hyblaea. 1. Le quartier de l’agora archaïque, École Française de Rome 1976.

[7] Su Tucidide, VI 3-5, cfr. commento di K.J. Dover, in A.W. Gomme – A. Andrewes – K.J. Dover, A Historical Commentary on Thucydides IV, Oxford 1970, pp. 198-210 (sulla provenienza da Antioco e sulle cronologie). Per la vicinanza di Eusebio alle cronologie di Tucidide, J. De Waele, Acragas Graeca I, Rome 1971, p. 83.

[8] D. Musti, L’idea di Megálē Hellás, in «RFIC» 114, 1986, pp. 286-319 (= Strabone e la Magna Grecia cit., pp. 61-94). V. ora D. Musti, Magna Grecia. Il quadro storico, Roma-Bari 2005, pp. 122 sgg.

[9] Cfr. FGrHist 555 Ff 12 e 9 (per Metaponto e Reggio) e lo stesso Antioco come probabile fonte di Tucidide, VI 3, 2 (v. il mio Strabone e la Magna Grecia cit., pp. 40-42).

[10] Per la distinzione tra cultura ausonia e cultura sicula, L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, Milano 1985; G. Voza ne La Sicilia antica I, 1, cit. a n.45, pp. 28 sgg. Sull’etimologia di Ausoni, D. Musti, Ausonia terra 1, in «RCCM» 41, 1999, pp. 167-172; A. Pagliara, ibid., pp. 173-198. Sugli episodi di «seismós kaì pûr» (terremoto ed eruzione vulcanica) e sui fenomeni di maremoto che hanno interessato, in età antica, l’area campana, v. D. Musti, Lo tsunami di Pitecusa (IV secolo a.C.), in «Bollettino della Società Geografica Italiana» ser. XII, 10, 2005, pp. 567-575.

[11] Su Siculi, Sicani, Elimi, cfr. L. Braccesi in La Sicilia antica I, 1 cit., pp. 53 sgg.; E. Manni, Geografia fisica e politica della Sicilia antica, Palermo, 1981; L. Agostiniani, Iscrizioni anelleniche di Sicilia. I. Le iscrizioni elime, Firenze 1977.

[12] Sul rapporto tra Siculi e Sicani e tra i due gruppi (considerati entrambi indoeuropei) e gli Elimi (fondo mediterraneo), cfr. S. Mazzarino, Dalla monarchia allo stato repubblicano, Catania 1945, pp. 11-47.

[13] Sul trattato tra Atene e Segesta, H. Bengtson, Die Staatsverträge des Altertums II, München-Berlin 1962, pp. 41 sg. (per una data 458/7). Cronologie più basse vengono di quando in quando riproposte.

[14] Sul caso di S. Angelo Muxaro, identificabile con Camico, reggia di Cocalo e sede della tomba di Minosse, cfr. G. Rizza e AA.VV., in «Cronache di Archeologia» 18, 1979; sull’ellenizzazione dei centri indigeni della Sicilia occidentale, E. De Miro, in «Kokalos» 8, 1962, pp. 122 sgg.; «Bollettino dell’Arte» 1975, pp. 123 sgg.; Id., in AA.VV., Forme di contatto e processi di trasformazione delle società antiche, Cortona 1981, Pisa-Roma 1983, pp. 335 sgg.

[15] Sul problema della data di fondazione di Megara Iblea: G. Vallet – F. Villard, in «BCH» 76, 1952, pp. 289 sgg.; ibid. 82, 1958, pp. 16 sgg. (in favore di una cronologia 750 circa, anteriore a quella di Siracusa); ora però più disponibili per una data nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., in Megara Hyblaea… Guida agli scavi, a c. di G. Vallet – F. Villard – P. Auberson, École Française de Rome, 1983 (cfr. P. Vannicelli, in «RFIC» 115, 1987, pp. 335 sgg.).

[16] Tucidide è fra i principali e più decisi testimoni della compresenza rodia e cretese a Gela, e un testimone isolato (anche se autorevolissimo) per la fondazione di Agrigento da parte di Gela (VI 4, 4). Pindaro (in partic. Olimpica II, ma cfr. anche III, per l’insistito collegamento col mondo dorico-laconico) e gli scolii mettono in evidenza la provenienza dei fondatori di Agrigento dall’area delle doriche Sporadi meridionali (Rodi, Cos) e dal Peloponneso, con particolare riferimento alla provenienza degli Emmenidi, antenati di Terone, e tendenza a negare la tappa intermedia a Gela.

[17] Sulla campagna di Ippocrate in direzione di Zancle, Erodoto, VII 154, 2 -155, 1. Ippocrate tende a insediare nelle città suoi fiduciari.

[18] Sui sinecismi forzati operati da Gelone, cfr. Erodoto, VII 155, 2- 156; M. Moggi, I sinecismi interstatali greci, Pisa 1976, pp. 100 sgg.

[19] Cfr. Diodoro, V 9; Pausania, X 11, 3-5 (= Antioco, FGrHist 555 F 1). Lo stesso Diodoro, altrove, usa “Fenici” per “Cartaginesi”.

[20] Contro la cronologia alta di G. Maddoli, non sufficientemente motivata, cfr. quanto osservato in «Kokalos» 26/27, 1980/1, pp. 252 sgg., e 30/31, 1984/5, pp. 338 sg. La cronologia alta è ora seguita da S. Bianchetti, Falaride e Pseudo-Falaride. Storia e leggenda, Roma 1987, pp. 24 sg., con varie conseguenze sulla valutazione del senso dell’avanzata di Falaride nell’interno e in direzione di Imera, avanzata che diventerebbe la risposta a una politica di dominio territoriale cartaginese aperta dalla spedizione di Malco. Se un bersaglio immediato c’è, è piuttosto nei Sicani: a Malco (con Orosio, IV 6, 7) si colloca in un periodo di espansione cartaginese in Africa e Sardegna, oltre che in Sicilia, e dopo la battaglia di Alalia (del 540 circa) (cfr. anche H. Bengtson, Storia greca, trad. it., I, p. 221).

[21] Cfr. D. Musti, Sul ruolo storico della servitù ilotica. Servitù e fondazioni coloniali, in «Studi storici» 1985, pp. 587 sgg. (= Strabone e la Magna Grecia cit., pp. 151 sgg.).

[22] Cfr. Polibio, XII 5-10; e il mio studio su Problemi della storia di Locri Epizefirii, in Atti Convegno Taranto 1976, Napoli 1977, pp. 37-65. Aristotele ha, sulle origini semiservili di Locri e, rispettivamente, di Taranto, posizioni diverse.

[23] Sullo statuto di Falanto, cfr. lo studio cit. in n. 21 (diversamente da G. Maddoli, in «MEFR» 95, 1983, pp. 555 sgg.). Sull’adulterio, Giustino, III 4, 1-11, probabilmente da Eforo.

[24] Va probabilmente ripensata e attenuata la netta contrapposizione, un tempo proposta (cfr. G. Vallet, in «Kokalos» 8, 1962, pp. 30 sgg.), fra l’espansione “pacifica” dei Calcidesi e quella aggressiva dei Siracusani in territorio siculo; la differenza di comportamento è piuttosto tra politica dei tiranni, volta alla costituzione di un compatto dominio territoriale, e politica delle libere póleis (calcidesi – cioè ioniche – o doriche che siano) nei confronti dei Siculi: questa è ispirata al principio dell’autonomia delle città, è anzi suscettibile di una qualche estensione al mondo indigeno. Ducezio non è un tiranno, nello stato siculo che crea; quest’ultimo appare come una realtà policentrica, una syntéleia, con forte coesione sacrale e istituzionale. E l’autonomia da Siracusa sarà garantita dai Cartaginesi ai Siculi, oltre che ad alcune città calcidesi, nel trattato del 405 con Dionisio I (Diodoro, XIII 114). Su Zaleuco, cfr. il mio studio cit. in n. 22, pp. 72-80; su Caronda, cfr. G. Vallet, Rhégion et Zancle, Paris 1958, pp. 313 sgg.; F. Cordano, in «MGR» 6, Roma 1978, pp. 89 sgg.

[25] Sulla storia di Megara Iblea, cfr. n. 6.

[26] Su Teline, Erodoto, VII 153 sg. Sui Miletidi, Tucidide, VI 5, 1; sulla storia e l’archeologia di Imera, N. Bonacasa, Il problema archeologico di Himera, in «ASAA» 43, 1984, pp. 319 sgg.; A. Adriani, N. Bonacasa, N. Allegro e AA.VV., Himera 1-2, Roma 1970-1976 (campagne di scavo 1963-1973), ecc.

[27] Per le fonti sulle tirannidi di Panezio a Leontini, di Terone figlio di Milziade e di Pitagora (Peithagoras) a Selinunte, di Falaride ad Agrigento, cfr. H. Berve, Die Tyrannis bei den Griechen cit., I, pp. 129, 137 e 129-132, rispettivamente. Panezio di Leontini e Terone di Selinunte (rispettivamente VII e VI sec. a.C.) sono comunque titolari di tirannidi effimere, e caratterizzate per giunta nel senso di una spiccata contrapposizione sociale (l’una appoggiata dal popolo contro i possidenti, l’altra agli stessi schiavi).

La fine della civiltà micenea e la tradizione sulle migrazioni doriche

di MUSTI D., Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 64-72.

 

È dalla fine del XIII secolo, fino alla metà circa del secolo successivo, che il mondo miceneo (quello che è preferibile considerare l’insieme dei regni micenei piuttosto che un impero unitario) conosce innegabili segni di declino. I fatti archeologicamente più evidenti sono le distruzioni dei palazzi di Micene, di Tirinto, di Pilo alla fine del Miceneo IIIB (1300-1200 a.C.). Già il fatto che esista un periodo Miceneo IIIC (1200-1050 a.C.) significa comunque che a queste distruzioni non si accompagna una scomparsa repentina della civiltà (e perciò verosimilmente della popolazione) micenea: la ceramica, e il livello di vita del IIIC, si rivelano certo inferiori, ma non vanno riportati necessariamente o esclusivamente ad un cambiamento di popolazione.

Maestro del Dípylon. Un carro da guerra dal frammento di un cratere attico in stile tardo geometricco, 725-720 a.C. dalla Necropoli del Ceramico. Musée du Louvre.
Maestro del Dípylon. Un carro da guerra dal frammento di un cratere attico in stile tardo geometrico, 725-720 a.C. dalla Necropoli del Ceramico (Atene). Paris, Musée du Louvre.

Le distruzioni dei palazzi, prese per sé, possono avere le cause più diverse. Cause naturali (terremoti disastrosi, accompagnati da incendi) sono da chiamare in causa certamente per Tirinto e forse anche per Pilo e Micene. Ma in quest’ultimo caso gli incendi potrebbero essere anche opera umana, cioè di invasori o/e distruttori. Distruzioni conseguenti a ribellioni interne non sono da escludere, benché questo presupponga una vasta diffusione del moto di ribellione, una sua lata sincronicità, una sua radicale efficacia nel produrre rivolgimenti socio-politici, che non è facile ammettere nelle condizioni del mondo antico, e che difficilmente avrebbe mancato di lasciare una qualche traccia nella stessa tradizione greca.

La tradizione epica e storica greca ha invece un nome preciso per i conquistatori dei grandi centri micenei: sono i Dori nel Peloponneso, sono i Tessali in Tessaglia, e fra questi popoli sono anche talora ammessi stretti rapporti[1]. E tuttavia è facile osservare come, nella stessa tradizione antica, i Dori figurino più come conquistatori che come distruttori, e che in varie regioni (in Argolide, in Messenia e nella stessa Laconia) diano vita a forme di convivenza o di vera e propria fusione con i popoli precedenti.

A questa tradizione gli storici in prima istanza e poi, sulla loro scorta, gli archeologi, hanno contrapposto la difficoltà di dare l’attributo “dorico” a specifici oggetti o monumenti, appartenenti all’epoca in cui l’invasione dorica del Peloponneso dovrebbe aver avuto luogo (nella tradizione cronografica ellenistica, il 1104 a.C., ottant’anni dopo la fine della guerra di Troia)[2].

Date della tradizione per la Guerra di Troia, da CASSOLA F., La Ionia nel mondo miceneo, Napoli 1957, pp. 24 s.
Date della tradizione per la Guerra di Troia, da CASSOLA F., La Ionia nel mondo miceneo, Napoli 1957, pp. 24 s.

Non è lecito liquidare la tradizione sulle migrazioni doriche con l’argomento di una sua assoluta incongruenza con i dati archeologici. La verità è che la stessa tradizione greca stenta a ricollegare determinate distruzioni del II millennio con il nome dei Dori: fatta la tara delle azioni violente inevitabilmente legate ai processi della conquista, si può dire che i Dori non appaiano (e a ben ragione) nella tradizione antica né come grandi distruttori né come grandi costruttori (le mura antichissime di città doriche vengono attribuite ai Ciclopi, non ai Dori!). La penetrazione appare come una conquista ora più ora meno veloce, ma nel suo insieme graduale, accompagnata da fatti di penetrazione e di appropriazione di un patrimonio culturale precedente (il mito del ritorno degli Eraclidi nel Peloponneso è un segno del voler accompagnare la memoria di una penetrazione di popolazioni dai distretti montuosi della Grecia centrale nel Peloponneso con il mito della riacquisizione da parte dei discendenti di Eracle, gli Eraclidi, di una regione che apparteneva al loro trisavolo).

Pittore di Antimene. Eracle, Euristeo e il Cinghiale Erimanto. Pittura vascolare da un'anfora attica a figure nere (Lato A), dall'Etruria. 525 a.C. ca. Paris, Musée du Louvre.
Pittore di Antimene. Eracle, Euristeo e il Cinghiale Erimanto. Pittura vascolare da un’anfora attica a figure nere (Lato A), dall’Etruria. 525 a.C. ca. Paris, Musée du Louvre.

Ma non soltanto i Dori non appaiono nella tradizione come autori di spietate e radicali distruzioni e di stermini indiscriminati; c’è anche, positivamente, traccia di un malessere che ha investito la rigogliosa civiltà micenea già alcune generazioni prima dell’arrivo dei Dori nell’Argolide. Del palazzo di Pilo sarebbe stato distruttore Eracle, trisavolo dei mitici capi della conquista dorica (Temeno, Cresfonte e i figli del loro fratello Aristodemo, cioè Euristene e Procle). Nella generazione successiva ad Eracle avrebbe luogo la guerra di Troia (1194-1184 per Eratostene e per Apollodoro: ma la tradizione conosce date più alte, fino al 1340 circa per Duride e Timeo, un millennio prima della nuova spedizione “greca” contro l’Asia, quella di Alessandro Magno contro i Persiani; altri autori assumono date intermedie). Della spedizione contro Troia l’esito apparente, o quanto meno immediato, è la vittoria degli Achei, ma una vittoria che non porta a una stabile conquista della Troade, a un florido insediamento greco sulle rovine della civiltà vinta; è una spedizione punitiva, e riuscita come fatto punitivo, ma pagata a caro prezzo da tutti, nelle case dei principi achei reduci da Troia. Sarà forse la proiezione di un’umanissima nozione, tutta greca, della guerra (un male naturale, sì, ma pur sempre un male per i Greci, che non hanno mai avuto una cinica nozione della guerra come semplice fatto naturale e necessario, un dato di semplice routine dell’esistenza): sta di fatto che quella dei Greci sui Troiani è una strana vittoria, e l’épos che la celebra, e il complesso dei riecheggiamenti letterari, non hanno nulla di una trionfalistica celebrazione. Al racconto epico della guerra di Troia si accompagna tutta una memoria di fatti di contorno, che parla di nóstoi, di ritorni degli eroi, accompagnati da lutti, seguiti da dissidi, da esili, da profonde convulsioni del mondo dei regni micenei, di cui è primo e validissimo interprete proprio lo storico Tucidide (I, 10 ss.): e tutto questo è di circa tre generazioni anteriore all’epoca della presunta invasione dorica del Peloponneso.

Una teoria dei due tempi (o di più tempi) nel declino del mondo miceneo si impone dall’interno stesso della tradizione greca, ed è naturale che vi siano oggi storici ed archeologi che, più o meno consapevolmente, riproducono questo plausibile modello di svolgimento degli eventi. A una prima crisi interna al mondo miceneo succede una progressiva trasformazione, in alcune aree vitali del mondo greco (Peloponneso, Tessaglia, Creta, Sporadi meridionali e altre isole), delle condizioni di popolamento. Vi si accompagna anche un rapporto diverso col territorio, che, prima oggetto del dominio di signori dell’epoca micenea, di una società a vertice palaziale, diventa proprietà di tribù di invasori, organizzate in una forma molto meno gerarchica e verticistica. Le fertili pianure, un tempo dominate dai palazzi, diventano ora l’oggetto della spartizione delle nuove tribù. I nuovi centri politici sono più immediatamente correlati ai territori coltivabili (ciò vale per Argo in Argolide, per Steniclaro e vari centri della Messenia orientale, per Gortina rispetto a Festo, a Creta, per Larissa e altre città rispetto a Iolco in Tessaglia, ecc.). è solo un’ipotesi, che le nuove popolazioni praticassero un’economia di tipo pastorale, e che avessero un atteggiamento negativo nei confronti dell’agricoltura, che si manifesterebbe proprio nell’adozione di forme di proprietà collettiva o comunque nel rifiuto dell’esercizio dell’agricoltura, affidato al lavoro di popolazioni asservite[3]. Forse l’atteggiamento di fondo dei Dori verso l’agricoltura è più positivo di quel che questo schema consente di ammettere, e proprio il declino demografico delle ultime età micenee può aver attirato nuovi coltivatori; certamente i rapporti di proprietà della terra sono ben diversi da quelli di epoca palaziale, perché altri (cioè molti di più e in forma diversa) sono ormai i titolari della proprietà. L’adozione del modulo della servitù rurale è forse soltanto un adattamento delle possibilità di “dipendenza” che la vecchia, obliterata struttura socio-economica in se stessa portava (non tanto il frutto di un’originaria avversione per l’esercizio dell’agricoltura come attività produttiva).

Genealogia dei re di Sparta, fino agli eponimi delle due case reali, da MUSTI D., Storia greca. Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, Milano 2010, p. 68
Genealogia dei re di Sparta, fino agli eponimi delle due case reali, da MUSTI D., Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, p. 68.

Ma com’è da immaginare il primo tempo del declino miceneo? Le stesse cause interne di conflitti sociali tra strati diversi della popolazione, o tra il sovrano e un’embrionale aristocrazia, potrebbero essere state accompagnate dall’irrompere di fattori distruttivi esterni, che non sarebbero però ancora i Dori, benché quei fattori possano aver preparato, anche dal punto di vista della creazione di zone di richiamo per movimenti di popoli, l’invasione dorica dei regni micenei. In generale gli storici fanno allora riferimento ai Popoli del Mare, di cui testi egiziani dalla metà del XIII agli inizi del XII secolo a.C. attestano la presenza, i movimenti, l’attività turbolenta, che appoggia tentativi d’invasione da parte libica, ma poi sconvolge soprattutto l’Oriente anatolico e siro-palestinese, per arrestarsi contro il muro della resistenza dei faraoni egiziani (Ramses II, Merneptah, Ramses III). Vero è che i Popoli del Mare, secondo alcuni, comprendono gli stessi Micenei, e quindi le egittocentriche e trionfalistiche rappresentazioni egiziane potrebbero significare movimenti più complessi di quelli dovuti a una semplice attività distruttiva.

Ma dal XIII secolo le regioni del Mediterraneo orientale conoscono modificazioni, nelle condizioni del popolamento e nella distribuzione e organizzazione del potere, che potrebbero essere in rapporto con le stesse trasformazioni interne al mondo miceneo, trasformazioni che abbiamo visto essere riflesso di crescita del mondo miceneo da un lato, ma anche espressione di inquietudini interne, di bisogni cui non corrispondono le risorse, dall’altro: un singolare intreccio di aspetti positivi e di fattori negativi e di declino. Particolarmente suggestiva, in questo senso, la coincidenza tra le tradizioni e i dati archeologici relativi alla miceneizzazione di Cipro. Frequentazioni di mercanti e artigiani risaliranno già al XIV secolo, ma è solo dall’ultimo trentennio del XIII secolo, quando cioè sta già passando il momento della fioritura dei palazzi e dei regni micenei, che a Cipro si comincia a registrare una presenza stabile e si potrà parlare di insediamenti micenei (a Enkomi, a Kition, e così via di seguito). Ne risulterà una civiltà micenea molto mescolata di elementi propri delle culture del Vicino Oriente, ma prima di quella data questi ultimi sono del tutto dominanti. Ebbene, la tradizioni concepisce la migrazione degli Achei a Cipro, con la conseguente fondazione di Salamina sulla costa orientale dell’isola (non lontano da Enkomi), come un fenomeno tardivo dell’espansione achea, un contraccolpo di fatti luttuosi che accompagnano il rientro dei due figli di Telamone, Aiace e Teucro, dalla guerra di Troia, e come opera dell’esule Teucro.

Pittore anonimo. Scena di combattimento fra Achei e Troiani. Pittura vascolare da una kylix attica a figure rosse, 490 a.C. ca. da Vulci. Paris, Musée du Louvre
Pittore anonimo. Scena di combattimento fra Achei e Troiani. Pittura vascolare da una kylix attica a figure rosse, 490 a.C. ca. da Vulci. Paris, Musée du Louvre.

L’epoca che la tradizione letteraria connette con l’arrivo dei Dori nel Peloponneso e nelle isole dell’Egeo è dunque obiettivamente contrassegnata da trasformazioni notevoli, archeologicamente documentate. Tuttavia sarebbe indimostrabile e forse anche improbabile considerare queste novità culturali come il portato di un nuovo popolo. Ad una connessione così rigida e meccanica si potrebbero muovere molte obiezioni. Ci sono trasformazioni che investono non solo l’area dorica, ma anche, e prima che quella dorica, altre aree che, pur se toccate dal movimento dei Dori, non ne furono il principale teatro né la destinazione definitiva (ciò vale, ad esempio, per la ceramica proto-geometrica che ha la sua prima diffusione in Attica, anche se investe regioni doriche come l’Argolide e altre ancora; ciò vale anche per il rituale funerario dell’incinerazione). L’uso delle tombe a cista non appare così innovativo, come un tempo si è sostenuto, rispetto all’epoca micenea. I fatti di continuità tra miceneo, sub-miceneo e geometrico sono verificabili sia in Argolide sia a Creta. Viceversa la fine dei palazzi riguarda, oltre le aree poi dorizzate, anche la stessa Attica.

C’è un grande mutamento nell’area mediterranea, a cominciare dalle sue regioni orientali, che riguarda l’uso dei metalli, di particolare, ma non esclusiva, destinazione militare: il cambiamento segna anche, dall’Età del Bronzo a quella del Ferro. Ciò presuppone da un lato, e produce dall’altro, cambiamenti di ordine economico e di civiltà in genere, e cambiamenti di ordine socio-politico; vi sono collegate innovazioni nelle linee di comunicazione, di scambio, di traffico. Entrano così in gioco, in un più stretto rapporto col mondo greco, quelle regioni dell’Anatolia orientale e dell’entroterra siro-anatolico, ove si estrae e da cui s’importa il ferro.

La situazione nel Tardo Elladico III, da HAMMOND N.G.L., Migrations and Invasions in Greece and Adjacent Areas, New York 1976, p. 142
La situazione nel Tardo Elladico III, da HAMMOND N.G.L., Migrations and Invasions in Greece and Adjacent Areas, New York 1976, p. 142.

Ma la maggiore disponibilità naturale di tale metallo significa anche un ruolo diverso, nella società, dei possessori e degli artigiani di quel metallo: la scarsità stessa del rame aveva assegnato ai suoi possessori e artigiani una posizione particolare nelle società palaziali, che ci sono note attraverso le tavolette che ne registrano la contabilità. Inoltre, la stessa possibilità di un uso più ampiamente diffuso di armi nel nuovo metallo si accompagna a una nuova organizzazione militare. Furono i Dori portatori della cultura che fa uso del nuovo metallo, o di nuovi tipi di armi? Questa sembra una connessione troppo schematica, rispondente ad una positivistica equazione tra popoli e armi o oggetti, insomma tra soggetti ed oggetti storici. Certamente, nella storia dei secoli oscuri delle città che in piena luce di storia figureranno come doriche saranno da ammettere novità di ordine sociale e politico, connesse con le istituzioni che i Dori portarono, o si diedero, nella conquista; a queste novità socio-politiche si adattano innovazioni che sono della tecnica metallurgica, della organizzazione e tattica militare, del rituale funerario, delle espressioni artistiche, di cui i Dori non furono necessariamente né gli inventori né i soli fruitori. In comune, sul piano socio-politico, c’è una diffusione di valori collettivi, di espressioni di massa, di tendenze ugualitarie, tutte cose da intendere non come momento di democrazia, che sarebbe gravissimo anacronismo, ma come riflesso di un crollo di precedenti forme di potere, più accentrato, di tipo monarchico e palaziale.

 

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Note

 

[1] Per la tradizione sulla provenienza dei Tessali dalla Tesprozia, cfr. Hdt. VII 176; Sordi M., La lega tessala fino ad Alessandro Magno, Roma 1958, 1-3; per i collegamenti con le Sporadi meridionali e in part. con Cos, v. Il. II 676 ss., e autori ellenistici (Apollodoro, Filita, Teocrito, Dosiade, Diodoro); cfr. Sordi M., op. cit., 3 ss. Sul problema, v. Musti D., Le origini dei Greci: Dori e mondo egeo, Torino 19912, 57-59.

[2] Cfr. per la cronologia della guerra di Troia e del “ritorno degli Eraclidi”, Apollod. FGrHist. 244 F 61-62.

[3] Cfr. Kirsten E., Gebirgshirtentum und Seßhaftigkeit – Die Bebeutung der Dark Ages für die griechische Staatenwelt: Doris und Sparta, in Deger-Jalkotzy S. (Hg.), Griechenland, die Ägäis und die Levante während der „Dark Ages“ vom 12. bis zum 9. Jh. v. Chr. Akten des Symposions von Stift Zwettl (NÖ) 11.-14. Oktober 1980, Wien 1983, 355-445, per la concezione qui esposta.