Vespasiano

Tito Flavio Vespasiano fu acclamato imperatore nel luglio del 69. Uno dei suoi primi atti ufficiali, una volta insediatosi in Roma e dopo aver lasciato al figlio maggiore Tito il compito di gestire la rivolta giudaica, fu di ridurre il numero delle coorti pretorie da sedici a nove. La prima preoccupazione del nuovo princeps fu quella di ridimensionale l’ingerenza dei militari nella vita politica dello Stato, impendendo, in sostanza, che si ripresentasse quella stessa situazione che lo aveva portato al potere. Vespasiano non dimenticò mai, tuttavia, il debito che aveva nei confronti delle legioni di Syria, Aegyptus e Moesia, tra le prime a prestargli giuramento, tant’è che per festeggiare la propria ascesa all’impero, egli scelse il giorno in cui era stato acclamato dai soldati, piuttosto che quello della ratifica del Senato. Da parte loro, i militari vedevano nel nuovo principe uno di loro, un homo novus, di origini non nobili, che aveva saputo elevarsi proprio grazie alla sua abilità guerresca.

Un altro problema che Vespasiano volle dirimere il prima possibile fu quello dei disordini scoppiati ai confini dell’Impero, soprattutto sul Reno. Qui doveva essere ancora sedata la ribellione provocata tra i Batavi da Giulio Civile, insurrezione che si era estesa a macchia d’olio, creando un effimero governo “separatista” nelle Galliae. Vespasiano inviò otto legioni, al comando di Petilio Ceriale e Giulio Sabino, che in poco tempo, verso la fine del 70, ebbero ragione dei rivoltosi e riportarono la situazione alla normalità. Nel frattempo, nel settembre dello stesso anno, il giovane Tito poneva fine alla rivolta giudaica con la presa di Gerusalemme. Ristabilita la pace e sedate le sollevazioni nelle province, era ora necessario dare stabilità a un Impero scosso dalla guerra civile del longus et unus annus (Tac. Dial. 17, 3).

T. Flavio Vespasiano. Busto, marmo bianco, c. 70, da Napoli. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

Per quanto concerne la politica interna, era evidente che proprio le origini dell’imperatore, che lo rendevano caro agli eserciti, potesse costituire un problema per l’ordine senatorio. Anche i più conservatori e intransigenti tra gli esponenti dell’alto consesso si erano ormai adeguati alla “necessità” del principato; ma, in fin dei conti, il princeps era pur sempre stato un rampollo di una delle più antiche e gloriose genti patrizie: un Giulio o un Claudio.

Era necessario, dunque, per Vespasiano giustificare il proprio potere, consolidarlo e garantirne la continuità. Richiamandosi ai suoi più autorevoli predecessori, già alla fine del 69 l’imperatore aveva promulgato un documento importantissimo, noto come lex de imperio Vespasiani (ILS 244): il rescritto, sancito da un Senatus consultum e ratificato pro forma dalle assemblee comitali, stabiliva una serie di prerogative, diritti e doveri del principe nei confronti della res publica, come la facoltà di convocare il Senato, di non essere vincolato a leggi e plebisciti, di intervenire nell’elezione dei magistrati. Più che di una nuova definizione “costituzionale” dei poteri dell’imperatore, si trattava probabilmente di una pubblicazione sistematica di quelli già esercitati dai predecessori.

Inoltre, nel 71, Vespasiano si associò nell’impero il figlio maggiore Tito, conferendogli la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare. Facendo questo, l’imperatore sabino intendeva richiamarsi direttamente ad Augusto, assumendolo a modello della propria propaganda. Nei coni monetali, che facevano il giro dell’Impero, per esempio, venivano ripetuti, in forme lievemente diverse, i rassicuranti simboli del potere augusteo: Aeternitas, Salus, Victoria. Accanto a queste astrazioni personificate, che restituivano alla gente fiducia nella stabilità del governo e nel benessere dello Stato, primeggiava soprattutto un’altra, che costituì la chiave di volta di tutta l’ideologia flavia: la Pace. Rappresentata come una figura muliebre con cornucopia e ramo d’ulivo, la Pax Augusti fu diffusa su ogni mezzo comunicativo. Non solo sulle monete, quindi, ma in suo onore fu progettato ed edificato il nuovo Foro, limitrofo a quello di Augusto. Inoltre, l’accorta politica di Vespasiano portò a una “rinascita” augustea anche nella letteratura, nelle arti e negli studi liberali. I poeti che gravitavano intorno alla corte flavia, in particolare Publio Papinio Stazio, trovarono in Virgilio il modello ideale dell’indimenticata età dell’oro della cultura romana.

T. Flavio Vespasiano. Dupondius, Roma c. 71. Æ 12, 81 g. Verso: Felicitas – publica – S(enatus) c(onsulto). La dea Felicitas stante, voltata a sinistra, con caduceo e cornucopia.

Per garantire alla gens Flavia il prestigio di cui era priva, Vespasiano rivestì il consolato quasi ininterrottamente, spesso insieme ai figli Tito e Domiziano. Sempre a Tito, con un’abile mossa politica, l’imperatore affidò anche l’incarico di prefetto del pretorio, da una parte per assicurarsi l’incolumità e dall’altra per inorgoglire e avvicinare i membri della classe equestre. Attraverso l’istituto della censura, che tenne insieme al figlio maggiore nel 73, Vespasiano poté anche intervenire nella composizione del venerando consesso, espellendone i senatori più scomodi e introducendo nuovi patres conscripti, esponenti delle aristocrazie provinciali d’Occidente.

Proprio nel campo dell’amministrazione delle province, Vespasiano dimostrò grande interesse e particolare attenzione. Molte delle opere pubbliche e delle infrastrutture commissionate e le nuove riorganizzazioni amministrative da lui intraprese avevano certamente scopi economici e fiscali, ma, di fatto, le iniziative del principe impressero un nuovo, fondamentale impulso allo sviluppo di quei territori. La massiccia concessione dello ius Latii o della Romana civitas e l’istituzione di numerosi municipia Flavia, soprattutto nelle Hispaniae, accelerarono il processo di romanizzazione del Paese e la formazione di un’alta aristocrazia locale, che col tempo avrebbe affiancato e poi soppiantato quella italica. Diversamente, le province orientali non godettero della medesima benevolenza: in particolare, l’Achaia, che Nerone aveva gratificato concedendo l’immunitas, fu reintegrata pienamente nel regime fiscale dell’Impero. In Cappadocia e Syria Vespasiano ordinò la costruzione di nuove fortezze legionarie e altre infrastrutture militari, concepite a scopi offensivi più che difensivi.

Nonostante l’epurazione, la destituzione e la sostituzione di alcuni eminenti personaggi dal Senato, è emblematico del mutare dei tempi che Vespasiano non sia stato rappresentato come un acerrimo nemico o un persecutore dell’oligarchia. L’opposizione a lui si limitò, a quanto sembra, ad alcuni circoli filosofici. L’unico complotto di un certo rilievo che sia stata tramandata fu quella che portò alla rovina Elvidio Prisco, genero di Trasea Peto, uno dei “martiri” dell’opposizione a Nerone.

Per cancellare le testimonianze della megalomane attività edilizia di quest’ultimo, Vespasiano si preoccupò di restituire al godimento pubblico molte aree di Roma, ampliando il pomerium e dando inizio alla costruzione dell’Amphitheatrum Flavium. Anche in altre città d’Italia e delle province l’imperatore incoraggiò in tutti i modi l’edilizia pubblica.

La morte lo colse nella nativa Sabina il 24 giugno del 79, quando era ancora impegnato negli affari di Stato.

Lawrence Alma-Tadema, Il trionfo di Tito. Olio su tela, 1885.

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Bibliografia minima:

F. Coarelli (ed.), Divus Vespasianus: il bimillenario dei Flavi. Catalogo della mostra (Roma, 27 marzo-10 gennaio 2010), Milano 2010.

B. Levick, Vespasian, London-New York 1999.

S. Pfeiffer, Die Zeit der Flavier: Vespasian – Titus – Domitian, Darmstadt 2009.

Caligola, un mostro di invidia e gelosia (Suet. Calig. 34-35)

I capitoli che seguono sono parte della sezione negativa della biografia, quella in cui Caligola si manifesta come un monstrum. Ma pur nell’esagerazione propria del genere letterario, appaiono qui le tendenze all’autocrazia perseguita dal principe, nel rifiuto del passato di Roma e in maniacali atteggiamenti che rivelano anche i segni di un progressivo squilibrio psichico.

C. Giulio Cesare Caligola. Testa, marmo con tracce di policromia, c. 37-41. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

[34.1] Nec minore liuore ac malignitate quam superbia saeuitiaque paene aduersus omnis aeui hominum genus grassatus est. statuas uirorum inlustrium ab Augusto ex Capitolina area propter angustias in campum Martium conlatas ita subuertit atque disiecit ut restitui saluis titulis non potuerint, uetuitque posthac uiuentium cuiquam usquam statuam aut imaginem nisi consulto et auctore se poni. [2] cogitauit etiam de Homeri carminibus abolendis, cur enim sibi non licere dicens, quod Platoni licuisset, qui eum e ciuitate quam constituebat eiecerit? sed et Vergili[i] ac Titi Liui scripta et imagines paulum afuit quin ex omnibus bibliothecis amoueret, quorum alterum ut nullius ingenii minimaeque doctrinae, alterum ut uerbosum in historia neglegentemque carpebat. de iuris quoque consultis, quasi scientiae eorum omnem usum aboliturus, saepe iactauit se mehercule effecturum ne quid respondere possint praeter eum.

[35.1] Vetera familiarum insignia nobilissimo cuique ademit, Torquato torquem, Cincinnato crinem, Cn. Pompeio stirpis antiquae Magni cognomen. Ptolemaeum, de quo ret‹t›uli, et arcessitum e regno et exceptum honorifice, non alia de causa repente percussit, quam quod edente se munus ingressum spectacula conuertisse hominum oculos fulgore purpureae abollae animaduertit. [2] pulchros et comatos, quotiens sibi occurrerent, occipitio raso deturpabat. erat Aesius Proculus patre primipilari, ob egregiam corporis amplitudinem et speciem Colosseros dictus; hunc spectaculis detractum repente et in harenam deductum Thr‹a›eci et mox hoplomacho comparauit bisque uictorem constringi sine mora iussit et pannis obsitum uicatim circumduci ac mulieribus ostendi, deinde iugulari. [3] nullus denique tam abiectae condicionis tamque extremae sortis fuit, cuius non commodis obtrectaret. Nemorensi regi, quod multos iam annos poteretur sacerdotio, ualidiorem aduersarium subornauit. cum quodam die muneris essedario Porio post prosperam pugnam seruum suum manumittenti studiosius plausum esset, ita proripuit se spectaculis, ut calcata lacinia togae praeceps per gradus iret, indignabundus et clamitans dominum gentium populum ex re leuissima plus honoris gladiatori tribuentem quam consecratis principibus aut praesenti sibi.

[34.1] E con gelosia e malignità non inferiori alla superbia e alla crudeltà egli infierì quasi contro il genere umano di ogni tempo[1]. Fece abbattere e spezzare le statue delle personalità illustri che Augusto aveva trasferito dalla piazza del Campidoglio, ormai angusta, in Campo Marzio, e la distruzione fu tale che non si poterono più restaurare con le loro iscrizioni intere. Vietò anche che si erigessero statue a persone viventi se non con la sua approvazione o per sua iniziativa[2]. [2] Meditò persino di distruggere i poemi di Omero e ripeteva: «Perché non dovrei comportarmi come Platone, che l’ha messo al bando dalla sua Repubblica[3]. Poco mancò che non facesse togliere da tutte le pubbliche biblioteche le opere e i ritratti di Virgilio e di Tito Livio, rimproverando al primo di essere privo d’ingegno e poco esperto nell’arte, e al secondo di essere uno storico verboso e sciatto. Anche riguardo ai giureconsulti ebbe la pretesa di rendere del tutto inutile la loro scienza e ripeteva spesso: «Perbacco, farò in modo che non possano più dare alcuna consulenza legale all’infuori di quelle che voglio io!».

[35.1] Tolse ai membri delle più nobili famiglie le loro antiche attribuzioni onorifiche: la collana a un Torquato, i riccioli a un Cincinnato, il diritto di chiamarsi Magnus a un Gneo Pompeo, discendente dell’antico casato. Quanto a quel Tolemeo di cui ho parlato prima[4], dopo averlo convocato dal suo regno e averlo accolto con onore, Caligola lo colpì a morte improvvisamente solo perché, in occasione di uno spettacolo gladiatorio organizzato dallo stesso imperatore, si accorse che quello, entrato nell’anfiteatro, aveva attirato gli sguardi del pubblico con lo splendore del suo mantello di porpora[5].  Ogni volto che incontrava qualcuno con una bella capigliatura, gli faceva radere la testa per imbruttirlo[6]. [2] Viveva allora un certo Esio Proculo, figlio di un centurione primipilo, il quale, per la sua bellezza e per la prestanza della sua persona era soprannominato “Colossero”. Durante uno spettacolo del circo, Caligola lo fece arrestare improvvisamente tra gli spettatori e buttare nell’arena a combattere contro un Trace. In seguito, comparso un gladiatore in armatura completa, lo fece combattere di nuovo; e, poiché risultò vincitore tutt’e due le volte, diede ordine che fosse subito legato e, ricoperto di cenci, condotto di rione in rione e mostrato alle donne, quindi sgozzato. [3] Infine, non c’era nessuno di condizione tanto abietta e meschina, che egli non cercasse di nuocergli. Contro il “re del bosco”, poiché esercitava la funzione sacerdotale ormai da molti anni, spinse un avversario più vigoroso[7]. In una giornata di spettacoli, poiché Porio, un gladiatore che combatteva dal carro, era stato clamorosamente applaudito per avere, dopo la vittoria, affrancato un suo servo[8], Caligola si precipitò tra gli spettatori con tanta foga che, inciampando nella toga, cadde in mezzo alla gradinata, indignandosi e strepitando che il popolo, signore delle genti, attribuiva più onore a un gladiatore per una ragione così futile che agli imperatori divinizzati e a lui stesso che era presente.

Scene dal combattimento fra un retiarius (Kalendio) e un secutor (Astyanax). Mosaico, IV secolo. Madrid, Museo Arqueológico Nacional.

Fino al XIX secolo la critica riteneva verosimile la presentazione di Caligola come imperatore “folle” data da Svetonio. In seguito, la discussione si è fatta più articolata e ha dovuto tener conto del fatto che il biografo, oltre ai documenti imperiali cui aveva accesso diretto e alle notizie riferite oralmente (che quasi sempre segnala come dubbie), ha attinto anche a storici precedenti, spesso accettandone l’autorità. Tra le fonti di informazioni sui fatti del I secolo c’è una storia cominciata da Aufidio Basso (di età tiberiana) e continuata da Plinio il Vecchio (non è chiaro quale delle due coprisse il breve periodo di Caligola). Altri candidati sono Servilio Noniano (vissuto anch’egli sotto Tiberio), Cluvio Rufo (che fu console ai tempi di Caligola e scrisse su avvenimenti contemporanei) e Fabio Rustico (insieme al precedente una delle fonti delle Historiae tacitiane), ma Svetonio non offre particolari ragguagli sulla provenienza delle notizie riferite. È sicuro però che l’aperto conflitto tra Caligola e il Senato romano a causa degli atteggiamenti assolutistici dell’imperatore – che si ispirava al modello orientale-ellenistico delle monarchie divinizzate – diede origine a una tradizione storiografica generalmente polemica e ostile nei suoi confronti. Si può comunque considerare il punto di vista di Svetonio su Caligola come rappresentativo della sua classe e della sua epoca: quello che l’autore vuole mettere in evidenza è principalmente il carattere del princeps, la sua superbia e la sua crudeltà, che rendevano inaccettabile il suo modo di esercitare il potere. La Vita Caligulae è suddivisa in rubriche positive e negative come le altre biografie svetoniane, ma qui le seconde sono nettamente prevalenti e ben distinte nel testo dallo stesso autore: Hactenus quasi de principe, reliqua ut de monstro narranda sunt («Fin qui ho parlato di un principe, ora devo parlare, per così dire, di un mostro», Calig. 22, 1).

Nel brano riportato le azioni criminose di Caligola sono dettate dalla gelosia (livor). L’imperatore pretendeva in ogni circostanza gli onori più alti e una considerazione che lo mettesse al di sopra di tutti; pertanto, aveva paura di tutte le occasioni di confronto con persone (vive o morte) che da qualsiasi punto di vista potessero apparirgli superiori e traduceva questo risentimento in atti di cancellazione della memoria, umiliazione e addirittura messa a morte di presunti rivali. Gli esempi riferiti da Svetonio sono ordinati in una progressione che parte dai crimini perpetrati contro le cose (le statue degli uomini illustri del passato; le opere degli auctores, Omero, Virgilio e Livio) o il libero esercizio della professione (i provvedimenti contro i giureconsulti) e arriva a quelli contro le persone fisiche, colpite nella loro immagine (i nobili romani, i giovani di particolare bellezza) o private crudelmente della vita (Tolemeo, Esio Proculo, il rex Nemorensis). La narrazione è organizzata in una climax che culmina nella caduta di Caligola, geloso degli applausi a Porio, dalle gradinate: quasi un contrappasso per il princeps che pretendeva per sé lo sguardo riverente del pubblico.

Il brano esemplifica bene due caratteristiche abbastanza rappresentative dello stile svetoniano: la narrazione rapida e concisa, che mira all’essenziale tralasciando ogni ricercatezza letteraria, e il vigore espressivo, che non rifugge da un lessico a volte anche crudo. I misfatti della gelosia di Caligola sono raccontati semplicemente (quasi “elencati” uno dopo l’altro), mentre spesso le scelte lessicali (per esempio, l’uso di verbi generalmente adoperati con una connotazione negativa che si riflette sul soggetto dell’azione) contribuiscono a suggerire l’idea che il princeps, che voleva essere trattato come un dio, assomigliasse piuttosto a un brigante da strada o a un violento pretenzioso e perverso: grassatus est… iactauit (34); deturpabat… iugulari… obtrectaret… subornauit… clamitans (35).

Riferimenti bibliografici:

L.R. Cochran, Suetonius’ Conception of Imperial Character, Biography 3 (1980), 189-201.

H. Lindsay (ed.), Suetonius, Caligula, London 1993.

D. Wardle, Suetonius’ Life of Caligula: A Commentary, Bruxelles 1994.


[1] La superbia e la saevitia di Caligola sono state illustrate dal biografo, rispettivamente, in Calig. 22 e 27-33; la gelosia e la malevolenza del princeps prendevano di mira tanto i vivi quanto i morti.

[2] D’altronde, gli imperatori esercitarono il controllo sulle immagini in quanto veicoli di significati anche politici e propagandistici.

[3] Nello Stato ideale di Platone (Resp. 377-393) non c’era posto per i poeti narrativi come Omero; il principe, insomma, si arrogava gli stessi diritti del filosofo ateniese nel rifondare lo Stato.

[4] Cfr. Suet. Calig. 26, 1. Tolemeo era cugino dell’imperatore per parte di madre.

[5] Ancora un episodio di gelosia e paura da parte dell’imperatore. L’assassinio di Tolemeo si colloca nel 40, quando il principe era ancora molto scosso e diffidente per l’attentato dell’anno precedente.

[6] Il giovane imperatore soffriva di calvizie e ciò lo rendeva particolarmente suscettibile su questo particolare della bellezza maschile.

[7] Nemorensis rex era detto il sacerdote del santuario di Diana situato in un bosco sacro (nemus) ad Ariccia sui Colli Albani: era un servus fugitivus – l’esempio serve infatti a illustrare l’intento persecutorio dell’imperatore nei confronti dei disgraziati – che prendeva il posto del predecessore in carica uccidendolo e aspettava di essere ucciso a sua volta dal nuovo aspirante.

[8] Verosimilmente il proprio auriga.

Gaio Svetonio Tranquillo

Nella prima età imperiale si avvertì l’esigenza di rinnovare i modelli storiografici tradizionali. Grande fortuna sembra avere avuto il genere biografico, il cui rappresentante principale fu senza dubbio Gaio Svetonio Tranquillo, passato alla storia per le sue biografie degli imperatori romani da Ottaviano fino a Domiziano: ricche di particolari scandalistici, aneddoti piccanti e segreti sulla vita di corte, queste opere dovevano mostrare il “vero” volto dei Caesares.

La cosiddetta «Ara degli scribi». Altare decorato a rilievi, marmo, c. 20-50, dalla Vigna Casali, presso Porta S. Sebastiano. Roma, Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano.

La vita di Svetonio si ricostruisce dalle scarse indicazioni autobiografiche che fornisce lo stesso scrittore e da altre notizie ricavabili dall’epistolario di Plinio il Giovane, dall’Historia Augusta e da un’iscrizione, che ne illustra la carriera, scoperta alla metà del XX secolo. Di Gaio Svetonio Tranquillo non sono noti esattamente né l’anno di nascita né quello di morte: si può soltanto supporre che egli sia nato poco dopo il 70 da una famiglia di rango equestre di modesta condizione, ma alcunché di certo si sa neppure sul luogo di nascita. Da quanto l’autore stesso riferisce, si apprende che suo padre, Svetonio Laeto, fu tribunus angusticlavius della legio XIII Gemina, al servizio di Otone nella prima battaglia di Bedriacum contro Vitellio (Suet. Otho 10, 1). Nonostante le origini familiari, Tranquillo non solo studiò grammatica e letteratura, ma fu avviato anche a una formazione giuridica e retorica, tanto da diventare retore (Suet. Gram. 4, 9). All’epoca di Traiano, egli iniziò a dedicarsi a studi eruditi, grazie all’amicizia e alla protezione di Plinio il Giovane, che accompagnò in Bithynia (Plin. Ep. I 18; III 8; 24; V 10; X 94) e con i buoni uffici del quale ottenne dall’imperatore anche lo ius trium liberorum (X 95). L’iscrizione onorifica di Hippo Regius (AE 1953, 75), in Africa Proconsularis, riferisce che, ammesso a corte, Svetonio Tranquillo fu investito da Traiano dell’incarico di preposto alla cura delle biblioteche (a studiis a bibliothecis) e conseguì la dignità vitalizia di flamen e di pontifex Volcani. La stesso documento tramanda che lo scrittore, in seguito, sotto Adriano, fu addetto all’archivio imperiale e alla corrispondenza del principe (ab epistulis), un incarico che sarebbe stato determinante per le sue ricerche. La sua brillante carriera burocratica, tuttavia, si interruppe bruscamente nel 122, quando cadde in disgrazia insieme a Setticio Claro, prefetto del pretorio e suo protettore, dopo la morte di Plinio. Elio Sparziano, biografo di Adriano, racconta che allora l’imperatore Septicio Claro praefecto praetorii et Suetonio Tranquillo epistularum magistro multisque aliis, quo‹d› apud Sabinam uxorem ‹i›n[i]us[s]u eius familiarius se tunc egerant, quam reverentia domus aulicae postulabat, successores dedit (SHA I 11, 3, «depose dai loro incarichi Setticio Claro, prefetto del pretorio, e Svetonio Tranquillo, segretario, e molti altri, perché, a quei tempi, senza il suo permesso, con sua moglie Sabina essi si erano comportati familiarmente più di quanto la serietà della corte di un principe lo ammettesse»). Caduto ormai in disgrazia, dopo la destituzione e l’allontanamento dalla domus Augusti si perdono le tracce di Svetonio e non si sa quanto tempo dopo sia scomparso.

Di una copiosa produzione di opere erudite, in greco e in latino, si ha notizia, più che dai miseri frammenti, soprattutto dal lessico di X secolo della Suda (Τράγκυλλος 4, p. 581 Adler), che ne elenca diversi titoli, lasciando intendere che gli argomenti affrontati fossero davvero molto vari: dai costumi romani al calendario, dai segni diacritici dei filologi alle cortigiane famose, dai difetti fisici agli scritti politici di Cicerone, ecc. Il Pratum de rebus variis sarebbe stata un’opera di carattere enciclopedico, suddivisa in diverse sezioni in base alle materie trattate; secondo alcuni interpreti, il titolo designerebbe invece l’intera produzione antiquaria ed erudita dello scrittore, strutturata sul modello e sulle nozioni delle Antiquitates e del De gente populi Romani di Marco Terenzio Varrone Reatino, del De significatu verborum di Verrio Flacco e del Dubius sermo di Plinio.

Librarius. Rilievo funerario, c. II-III secolo, da Virunum (Noricum).

Il titolo di De viris illustribus era riferito a una raccolta di biografie di letterati, catalogata per generi (poesia, retorica, storia, filosofia, grammatica). Di essa ne resta un’unica sezione, De grammaticis et rhetoribus, mutila nella parte finale: ai grammatici (cioè filologi, studiosi di testi letterari e maestri) sono dedicati i primi ventiquattro capitoli (da Cratete di Mallo, che introdusse lo studio della grammatica a Roma, a Valerio Probo), ai retori sono riservati solo i restanti sei capitoli superstiti.  Delle altre sezioni si ha unicamente materiale sparso, pervenuto per tradizione indiretta: dal De poetis, soprattutto, derivano – non si sa se e quanto rielaborate dagli autori che le compilarono, come Donato e Girolamo – le Vitae di certi poeti, come Terenzio, Virgilio, Orazio e Lucano.

Il De vita Caesarum, una raccolta di dodici biografie degli imperatori, da Giulio Cesare a Domiziano, in otto libri, resta invece completo, fatta eccezione per i capitoli introduttivi della prima biografia e la dedica dell’opera a Setticio Claro, come riferisce Giovanni Lidio nel suo De magistratibus (Lydus Mag. 2, 6, Τράγκυλλος τοίνυν τοὺς τῶν Καισάρων βίους ἐν γράμμασιν ἀποτείνων Σεπτικίῳ…). Il manoscritto più antico delle Vite svetoniane, su cui si basano tutte le edizioni critiche moderne, è il Cod. lat. 6115 della Bibliothèque Nationale de France, realizzato a Tour tra VIII e IX secolo. Gli studiosi ritengono che esso, come tutte le altre copie manoscritte successive, discenda dall’esemplare che il monastero di San Bonifacio a Fulda nell’anno 884 inviò a Servato Lupo, abate di Ferrières (Ep. 91, 4): l’opera era già mutila delle sue parti.

Berlin, Staatsbibliothek. Ms. lat. fol. 28 (c. 1477). C. Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum, f. 73v. Pagina iniziale della biografia di Tiberio.

Quello biografico era un genere letterario di tradizione greca che, nel mondo romano, era stato coltivato e collaudato soprattutto da Varrone e da Cornelio Nepote. Più o meno negli stessi anni, infatti, Varrone (che fu autore anche di biografie di poeti, perdute) nelle Imagines e Nepote nel De viris illustribus avevano tracciato i profili di personaggi famosi del passato, distinti per categorie (statisti, comandanti militari, artisti, scrittori, ecc.), sulla base dello stesso schema che avrebbe ispirato il De viris illustribus svetoniano. Brevi informazioni sulle origini e il luogo di nascita, sulla formazione ricevuta e sull’insegnamento esercitato, sugli interessi principali e le opere composte, sui tratti del carattere, spesso illustrati mediante aneddoti o particolari curiosi della vita privata): questo, grosso modo, era il modello su cui sono stati impostati i succinti ritratti di grammatici e retori delineati da Svetonio. D’altra parte, una struttura non dissimile – tranne, naturalmente, le diverse attività svolte – sembra essere alla base anche dell’altra opera biografica svetoniana, il De vita Caesarum. Le Vite iniziano infatti con notizie relative a famiglia, luogo, data e circostanze della nascita del principe, per seguire poi, in uno sviluppo cronologico che ne accompagna l’adolescenza, l’avvento al potere. Dopo di che l’ordinamento cronologico si interrompe per lasciare spazio a una descrizione sincronica dei vari aspetti della personalità dell’imperatore suddivisi per singole rubriche, a loro volta attraversate da partizioni ulteriori. Il ritorno alla scansione temporale, con il resoconto della morte e delle onoranze funebri tributate al principe, segna la conclusione delle singole vite.

L’aspetto più rilevante nell’organizzazione del materiale biografico è quindi la rinuncia a una disposizione cronologica che accompagni lo sviluppo della personalità analizzata: è lo stesso Svetonio, in un passo della Vita Augusti (9, 1), a rendere conto di tale criterio espositivo, che procede non per tempora ma per species, secondo una serie cioè di categorie, di rubriche, che trattano separatamente i vari aspetti della personalità del princeps. Anziché, quindi, illustrare le vicende nella complessità degli elementi che possono darne conto, e seguendo un percorso lineare e unitario, l’autore ha preferito comporre per frammenti episodici, privilegiando un’analisi incentrata sul personaggio e sulla sua vita privata, sul suo carattere, e inquadrando in apposite rubriche le sue virtutes e i suoi vitia, con l’ovvia conseguenza di orientare il giudizio in senso decisamente moralistico.

Scriba. Rilievo su lapide tombale, marmo, c. III secolo da Flavia Solva (Noricum).

Alla tesi che attribuiva alla familiarità dell’erudito Svetonio con l’indirizzo biografico peripatetico-alessandrino il carattere astorico e frammentario delle biografie imperiali, si è venuta sostituendo in tempi più recenti una valutazione diversa, più attenta alle ragioni intrinseche delle scelte dello scrittore. Anzitutto, nell’adozione del genere biografico si ravvisa la prova della consapevolezza che tale è la forma storiografica più idonea a dar conto del nuovo volto che il potere ha assunto – quella individualistica, personale, del principato – e che la biografia dei singoli imperatori è la più adatta a fungere da criterio di periodizzazione per la storia dell’Impero. Nella rinuncia alla modalità annalistica (cioè alla narrazione degli eventi anno per anno), che la mentalità senatoria aveva ancorato al regolare succedersi delle magistrature tradizionali, si vede quindi la realistica presa di coscienza che quelle magistrature, pur se formalmente ancora vigenti, erano ormai una parvenza fittizia e che solo la durata del principato di ogni singolo Caesar poteva segnare il succedersi di un periodo all’altro.

Al tempo stesso, prevaleva ormai la tendenza a ravvisare tratti specificamente romani proprio laddove prima si supponeva più forte l’influenza dell’eredità ellenistica: la tradizione degli elogia e delle laudationes funebres, che elencavano le res gestae civili e militari di una personalità in vista, le benemerenze e gli onori del defunto, sembra rivelare la sua influenza sul modo in cui Svetonio ha selezionato e disposto il materiale raccolto. Le res gestae di Augusto, con la rassegna delle cariche e delle dignità conferite al principe, dei provvedimenti assunti per la res publica, dei donativi fatti ai soldati e delle elargizioni al popolo, dei monumenti eretti, insomma delle svariate benemerenze acquisite, danno un esempio significativo della spinta che tale tradizione, eminentemente latina, poteva esercitare sull’esposizione per species scelta dall’autore per le sue Vite.

Scriba. Rilievo, pietra calcarea, II-III secolo. Paris, Musée du Louvre.

E nella tendenza, tanto deplorata come deteriore gusto del pettegolezzo, a insistere sulla vita privata degli imperatori descrivendone eccessi e intemperanze, sui particolari futili o scandalistici, che ha alimentato la fortuna dell’opera – letta come un vero e proprio manuale di perversioni! –, si è ormai inclini a vedere anche la manifestazione di una volontà obiettiva e demistificante, dell’intenzione di fornire un ritratto integrale del personaggio, illustrandone tutti gli aspetti della vita sia pubblica sia privata, senza atteggiamenti encomiastici e senza rinunciare alla messe di notizie concrete che gli archivi imperiali potevano mettere a disposizione.

Ne risulta un tipo di “storiografia minore” (rispetto, per esempio, a quella tacitiana, rispondente ai canoni della cultura storiografica aristocratica e senatoria), che attinge alle fonti più varie (dai documenti archivistici alla tradizione orale, dalla libellistica satirica alla storiografia precedente – Cluvio Rufo, Plinio il Vecchio, ecc. – , soprattutto quella di tradizione anticesarea) e che delinea anche, in qualche modo, i tratti del suo destinatario, da identificare nell’ordine equestre al quale lo stesso Svetonio apparteneva e che costituisce il punto di vista attraverso cui le singole vicende sono osservate e valutate. Un pubblico di funzionari e burocrati che avrà apprezzato il senso di concretezza della pagina svetoniana, la registrazione – con scrupoloso spirito cancellieresco – del particolare curioso, la divulgazione del documento inedito, l’esposizione del materiale piana e ordinata per rubriche ben distinte.

A questo tipo di gusto letterario sarà piaciuto, di Svetonio, anche il linguaggio sobrio e asciutto, alieno dalle ricercatezze arcaizzanti e dai preziosismi moderni, aperto ai modi colloquiali, ma senza rinunciare al decoro: una scrittura agile e spedita, la cui vivacità narrativa è il pregio che maggiormente compensa i limiti più vistosi di quest’opera, primo fra tutti la superficialità dell’analisi storica e psicologica. La forma biografica sviluppata da Svetonio, in seguito, divenne il modello per altri autori, come gli Scriptores Historiae Augustae, Mario Massimo (c. 160-230), e persino Eginardo (c. 775-840), che compose la Vita Karoli Magni. Senza assurgere al livello della grande storiografia, il De vita Caesarum costituisce tuttavia un documento eccezionalmente ricco di notizie e informazioni per la ricostruzione storica del primo periodo imperiale.

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Massimino, il “barbaro” che difese l’Impero

La dinastia severiana, nonostante le sue contraddizioni, aveva rappresentato nel complesso un periodo di stabilità politica e di ripristino di favorevoli condizioni economiche per l’Impero. Il periodo di anarchia politica che le succedette ebbe effetti devastanti sulla compagine stessa dell’Impero, innescando un processo di regressione economica, fatto non nuovo nel mondo romano, ma acuito dalle continue invasioni barbariche. Le fonti storiche e letterarie relative a questo periodo sono confuse e frammentarie, tanto che risulta assai difficile per gli storici ricostruirne con esattezza le convulse vicende; nel complesso, emerge un quadro di estrema incertezza per il futuro, di una profonda inquietudine che scuoteva la granitica certezza dell’invincibilità di Roma.

La critica storica moderna tende a ridimensionare il quadro negativo offerto dalle fonti, e soprattutto l’idea di una crisi totale e dagli effetti disastrosi: se è vero che l’incertezza politica regnava sovrana e i confini erano perennemente in tensione, tuttavia la crisi non colpì allo stesso modo tutte le parti dell’Impero. Sicuramente le più svantaggiate furono le province occidentali, dove più si faceva sentire il peso delle invasioni, mentre nelle province orientali e soprattutto in quelle africane la vita continuò a prosperare sino a tutto il IV secolo. Ma, al di là di queste differenze regionali, è comunque certo che i decenni centrali del III secolo misero in serio pericolo la sopravvivenza dell’Impero come organismo unitario, sia dal punto di vista politico sia da quello socio-economico.

La crisi finanziaria fu allo stesso tempo causa ed effetto dell’indebolimento politico: lo Stato sosteneva enormi spese, soprattutto per il mantenimento delle truppe e la promozione di campagne militari. L’imposizione fiscale straordinaria rappresentava spesso una misura necessaria per far fronte alla mancanza di liquidità. I contadini da una parte, i ceti mercantili provinciali dall’altra vennero a poco a poco spogliati, attraverso requisizioni in natura e imposte straordinarie. Nelle province le ribellioni si moltiplicarono. L’autorità imperiale, per esercitare la sua oppressione, doveva appoggiarsi ai soldati, favorendone in tal modo le richieste e l’indisciplina. L’esercito acquistava forza e l’amministrazione militare iniziava a immischiarsi pericolosamente nella gestione stessa dello Stato: l’Impero stesso era diventato una monarchia militare.

Giulio Vero Massimino il Trace. Denario, Roma 236. AR. 3,7 g. Recto: Maximinus Pius Aug(ustus) Germ(anicus). Testa laureata, drappeggiata e corazzata dell’imperatore, voltata a destra.

Proprio l’importanza via via assunta dalle forze armate, garanti dell’integrità e della stabilità della compagine imperiale, fu dunque densissima di conseguenze: il tumulto di Mogontiacum, che rovesciò la dinastia dei Severi, pose altresì fine unilateralmente all’accordo tra soldati e monarchia. Per tutta quanta la storia imperiale, mai fino ad allora i militari avevano pensato neppure per un attimo a mettere in discussione l’istituto imperiale. D’ora in poi, la loro indispensabilità li avrebbe spinti a eleggere i propri Augusti, esprimendo di volta in volta i propri candidati alla porpora; tratto caratteristico di quest’epoca fu l’oscurità dei prescelti. Disordine interno e minacce esterne all’Impero contribuirono in egual misura a definire il cinquantennio più convulso della storia romana, il cui fenomeno più evidente fu il pullulare di usurpatori, che con la forza delle armi si sarebbero contesi il vertice supremo dello Stato.

In tutto ciò, il Senato, malgrado i tentativi di difendere le sue prerogative, sarebbe rimasto nell’ombra, incapace di far sentire la propria voce e di esercitare un potere reale, tale da garantire una legale successione al trono: di contro, si sarebbe limitato il più delle volte a ratificare ufficialmente una scelta compiuta altrove che a Roma.

Il periodo tra il 235 e il 285 è tradizionalmente definito «anarchia militare» o «età dei Soldatenkaiser»: questa definizione, di comodo come tutte le definizioni storiche, sottolinea la preminenza quasi assoluta dell’elemento militare nella scelta dell’imperatore e allude al fatto che gli eserciti fossero dislocati per blocchi territoriali spesso distanti fra loro, ognuno dei quali proponeva contemporaneamente un proprio candidato.

Giulio Vero Massimino il Trace. Busto togato di profilo, marmo, 235-238 d.C. Roma, Musei Capitolini.

Nel marzo del 235, tra quanti tumultuarono a Mogontiacum contro Severo Alessandro, c’era anche Giulio Vero Massimino, noto in seguito (dal IV secolo) come Massimino il Trace. Costui era originario della regione interna della Tracia, proveniva da una famiglia semi-barbara di pastori (Hdn. VI 8, 1; SHA Maxim. 1, 5; Iord. Get. 15, 83). Dopo una brillante carriera militare nei reparti di cavalleria sotto i Severi, fra il 231 e il 233, durante la spedizione contro i Sassanidi, Massimino era stato tra i generali che avevano guidato vittoriosamente le truppe in Mesopotamia (Hdn. VII 8, 4; Iord. Get. 15, 88). Nel 234 Severo Alessandro lo aveva assegnato in qualità di praefectus tironibus al quadrante renano perché addestrasse i legionari alla prossima guerra contro Alamanni e Franchi.

Detronizzato e tolto di mezzo l’ultimo Severo, Massimino fu acclamato imperator dai soldati nei quartieri di Mogontiacum: fu lui il primo a dare avvio alla lunga serie di effimeri principati, che si susseguirono nel corso di un cinquantennio (Hdn. VI 8,4-5; 9,6; SHA Max. 8,1; Aur. Vict. Caes. 25, 1; Eutrop. 9, 1; CIL VI 2001; 2009; IGR 3, 1213). La tradizione storiografica di parte senatoria – da cui dipende ogni ricostruzione – è unanime nel dire che Massimino fu il primo imperatore proveniente dai ranghi dell’esercito e a essere rivestito della porpora senza il consenso volontario dell’autorevole consesso. Infatti, al Senato, nonostante le fondate remore, più per prudenza che per spontanea adesione, non restò che sanzionare ufficialmente ciò che ormai era un dato di fatto. E dietro il giudizio della tradizione si cela forse la presa d’atto che fin da subito i rapporti fra il nuovo Augustus e i patres non furono certo idilliaci.

Oltre al fatto che non si recò mai nell’Urbe e che ordinò di erigergli una statua nella Curia, la sua costituzione fisica, per i tempi certo fuori dalla norma, ha consentito agli stessi autori antichi di divertirsi costruendo e consegnando l’immagine “barbarica” di un uomo dalle capacità eccezionali, in grado di compiere le azioni più incredibili – tutto l’opposto, cioè, del misuratissimo Severo Alessandro. Il biografo dell’Historia Augusta dice di lui: Erat magnitudine conspicuus, virtute inter omnes milites clarus, forma virili decorus, ferus moribus, asper, superbus, contemptor, saepe tamen iustus (SHA Max. 2, 2, «era un omone di grossa corporatura, famoso per il coraggio in mezzo a tutti i commilitoni, bello d’aspetto, rozzo nei modi, grossolano, pieno di sé, sprezzante, ma spesso giusto»). Erodiano, addirittura, riferisce che «era tale da suscitare timore (φοβερώτατος) con il suo aspetto (τὴν ὄψιν) ed era tanto forzuto (μέγιστος τὸ σῶμα) che nessun guerriero barbaro fra i più abili in combattimento né alcun atleta greco si sarebbe potuto misurare con lui». A proposito dell’altezza di quest’uomo si stima che fosse di 8 piedi e 6 dita, cioè fosse alto m 2, 46.

Massimino il Trace. Illustrazione di Joaquín Santiago García.

Il nuovo imperatore, esperto unicamente nell’arte bellica, iniziò la sua politica di rafforzamento del potere attraverso lauti donativi ai soldati, eliminando chiunque rappresentasse un ostacolo sul proprio cammino; tolse di mezzo soprattutto gli amici e i consiglieri del suo predecessore. Gli atti di crudeltà di cui è accusato fin dai suoi esordi (cfr. SHA Max. 9, 2, neque enim fuit crudelius animal in terris) sono da mettere in relazione proprio con la necessità di consolidare un potere evidentemente non da tutti ben accetto. Infatti, i nostalgici di Severo Alessandro si espressero con due congiure, entrambe scoperte e ferocemente represse, messe in atto da generali appoggiati dal Senato, che mal si adattava a sopportare l’onta di un imperatore-soldato.

Ciò che stava più a cuore a Massimino era la guerra contro le tribù germaniche, che il suo predecessore aveva condotto blandamente. Il nuovo imperatore, anzi, si distinse proprio nello sforzo di ristabilire l’ordine lungo tutto il limes renano e danubiano, come dimostra anche il coevo riattamento di un certo numero di strade in quei settori. Con rapida decisione Massimino attraversò il Reno alla guida dell’esercito radunato da Severo e conseguì un’importante vittoria: il colpo inferto agli Alamanni e alle tribù loro alleate fu così duro da costringerli alla resa senza condizioni (Hdn. VII 2; Aur. Vict. Caes. 26, 1; SHA Max. 11, 7-12, 6). La risonanza del trionfo gli meritò il titolo onorifico di Germanicus Maximus, mentre suo figlio Giulio Massimo fu elevato al rango di Caesar (CIL XIII 8954; RIC 4, 2, 143-144; Aur. Vict. Caes. 25, 2). Poi, nel 236 l’imperatore si portò in Pannonia, dove affrontò vittoriosamente Sarmati e Daci, fregiandosi dei titoli di Sarmaticus Maximus e Dacicus Maximus (CIL II 4757; 4826; 4853; 4870).

Le necessità finanziarie per condurre le campagne contro i barbari inasprirono, a detta delle fonti, il regime autoritario instaurato da Massimino, provocando un odio feroce da parte della popolazione, fomentato ad arte dai senatori, che non aspettavano altro che l’occasione più favorevole per deporlo (Hdn. VII 3).

Un lanciarius del III secolo. Illustrazione di Stefano Borin (Eschbach 2020).

Mentre Massimino si preparava, dal suo quartiere generale a Sirmium, a un ultimo grandioso attacco che si poneva l’ambizioso obiettivo di soggiogare tutte le popolazioni germaniche, la situazione interna precipitò. La sua politica di esazioni, accompagnate da estorsioni e violenze, con prelievi anche dal tesoro pubblico di città e templi, fece aumentare il malcontento un po’ in tutto l’Impero. La prima esplosione di questo risentimento si ebbe a Thysdrus (od. El-Jem), la «capitale dell’olio» dell’Africa proconsularis. Le malversazioni di un funzionario imperiale (fisci procurator in Lybia) spinsero i latifondisti locali ad armare servi e contadini; l’ufficiale fu catturato e ucciso e fu il punto di non ritorno (SHA Max. 14, 1). Gli insorti proclamarono imperatore Marco Antonio Gordiano Semproniano, il proconsole della provincia, virum venerabilem natu grandiorem, omni virtutum genere florentem (SHA Max. 14, 2, «un uomo rispettabile, già avanti negli anni e adorno di ogni virtù»). Suo legato era l’omonimo figlio, Gordiano il Giovane, che fu associato al potere nel 238 (SHA Gord. 5-9; Hdn. VII 5).

L’arrivo nell’Urbe della notizia di quell’avvenimento provocò reazioni entusiastiche e il Senato riconobbe subito il nuovo imperatore, deponendo formalmente Massimino e decretando lui e suo figlio hostes publici, mentre il popolo di Roma assalì i funzionari del Trace: il praefectus praetorio Vitaliano fu assassinato, mentre il praefectus Urbi Sabino fu massacrato dalla folla. L’allargamento in varie province della rivolta spinse il Senato a creare una commissione speciale di XXviri rei publicae curandae, con l’incarico di difendere lo Stato (Hdn. VII 7, 2-7; SHA Max. 15, 2; Gord. 9-11; Aur. Vict. Caes. 26).

Nel frattempo, il legatus Augusti pro praetore della Numidia, provincia confinante a ovest con l’Africa, un certo Capelliano, pare forse per motivi personali, decise in quella circostanza di tenersi leale a Massimino: alla testa della legio III Augusta di stanza a Lambaesis (od. Tazoult) il governatore marciò contro le bande dei rivoltosi e, accerchiati i ribelli a Cartagine, il 12 aprile 238 sconfisse i due Gordiani in battaglia (Hdn. VII 9, 11; SHA Max. 19, 20, Gord. 15-16; Zon. 12, 17; ILS 8499).

M. Antonio Gordiano Semproniano. Busto, marmo, III sec. Roma, Musei Capitolini.

La fine dei Gordiani, dopo solo tre settimane di principato, non segnò la fine dell’insurrezione, ormai sanzionata dal Senato, dal popolo di Roma e dalle autorità nella maggior parte delle province. Anzi, gli eventi indussero il venerando consesso a estrarre dal collegio dei XXviri due personaggi eminenti e a nominarli Augusti: Marco Clodio Pupieno e Decimo Calvino Balbino, patres Senatus, come si definirono nelle monete che fecero coniare. Per accontentare anche il popolo romano, il supremo consiglio cooptò come Caesar ai due prescelti il giovanissimo nipote di Gordiano I, appena tredicenne (Hdn. VII 10; AE 1951, 48).

Informato di tutti questi eventi, incollerito, Massimino abbandonò il fronte danubiano per mettersi in marcia verso l’Italia alla testa delle sue armate assieme al figlioletto: distribuiti lauti donativi alle truppe, percorse la via tradizionale per scendere nella Penisola da nord e, dopo una breve tappa a Emona (od. Lubiana), si diresse su Aquileia. Siccome un Senatus consultum diramato in ogni dove ordinava ai governatori provinciali di tagliare i rifornimenti al nemico pubblico, Massimino doveva essere rapido. Nel frattempo, Pupieno si era incaricato di marciare contro di lui e si era diretto a Ravenna, dove aveva posto il proprio quartier generale, mentre Balbino rimaneva a Roma insieme al giovane Gordiano.

Massimino rimase bloccato nell’assedio di Aquileia: la difesa della città era stata predisposta da Menofilo e Crispino nei minimi dettagli e diversi contingenti militari l’avevano raggiunta da ogni parte d’Italia. Impediti nei rifornimenti dai difensori e non avendo possibilità di riuscita nella loro spedizione, gli uomini della legio II Parthica si ribellarono al loro comandante e dopo averlo preso nel mezzo insieme al figlio, lo assassinarono. Le teste dei Massimini, padre e figlio, furono infilzate su picche e portate prima a Ravenna, poi a Roma; i loro corpi, mutilati, furono dati in pasto ai cani; il loro nome fu colpito dalla damnatio memoriae (Hdn. VII 8; 12, 8; VIII 1-5; SHA Max. 21-23; Balb. 11, 2; Zos. 1, 15).

Giulio Vero Massimino il Trace. Sesterzio, Roma 235 Æ. 18, 4 g. Obverso: Providentia Aug(usta)S(enatus) c(onsulto). Providentia, stante verso sinistra, con cornucopia, scettro e globo.

La morte dell’usurpatore, comunque, non ristabilì l’ordine, ma acuì i dissapori interni tra gli imperatori eletti dal Senato e i pretoriani, esclusi dalle lotte politiche. Perciò, nello stesso anno, dopo 99 giorni di governo i due anziani Augusti furono trucidati e le guardie acclamarono il giovane Gordiano III (SHA Gord. 22, 5; Hdn. VIII 8).

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L’età degli imperatori per adozione

1. Un secolo di stabilità politica

Il periodo che comincia con il principato di Nerva (96) e arriva fino alla morte di Commodo (192) è – se si eccettuano gli ultimi dodici anni, quelli, appunto, del principato di Commodo! – un secolo intero di stabilità, che non ha uguali (per durata e benefici effetti) in nessun altro periodo della storia romana. Se il primo secolo dell’Impero era stato caratterizzato da tensioni e conflitti di governo, il secondo è contraddistinto da una sostanziale uniformità di conduzione del potere. Ormai saldo nei suoi confini, consapevole della sua grandezza, capace di romanizzare intimamente le genti assoggettate nei secoli, l’Impero sembrava effettivamente tutto pervaso di iustitia e humanitas, quale nessun’altra espressione politica antica conobbe mai. Gli imperatori che si succedettero nell’arco di tempo considerato fecero sincera professione di mitezza e di generosità e alcuni di loro furono addirittura fini intellettuali, di cultura estremamente aristocratica.

M. Cocceio Nerva. Statua equestre, bronzo, fine I sec. da Miseno. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Il Senato, di fatto ormai esautorato, ritrovò una sua parvenza di potere nei confronti dell’imperatore e finì per adattarsi a un ruolo limitato, o meglio subordinato, ma non più esposto a quelle aggressioni insultanti e violente che avevano segnato tanto negativamente il governo dei Caesares del I secolo.

Il problema della successione dei principi trovò, dunque, una soluzione soddisfacente nel sistema dell’adozione: e questo garantì, almeno fino a Marco Aurelio, una serie di imperatori dotati di alte qualità personali. La stabilità raggiunta dall’ordinamento governativo attenuò quello che era stato l’assillo continuo di congiure e ribellioni gestite dai grandi generali dell’esercito, pronti a servirsi della propria forza militare per realizzare personali ambizioni di potere; e consentì anche agli stessi principi di procedere a riforme istituzionali e sociali prima del tutto inattuabili.

M. Cocceio Nerva. Statua, marmo, fine I sec. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Chiaramonti.

In varia misura, ma con costanza, i provinciali furono ammessi a cariche pubbliche di prim’ordine, il che mostra come l’Impero sapesse valersi assennatamente di tutti gli uomini abili e onesti. E perciò tutti sentivano in Roma la loro patria e dalle più lontane regioni guardavano a lei come alla μήτηρ καὶ πατρὶς κοινὴ πάντων («madre e patria comune di tutti») e pregavano, come nell’encomio Εἰς Ῥώμην (Or. 26) del retore asiatico Publio Elio Aristide, che essa durasse in eterno. Fu questo pure il periodo in cui procedette instancabile l’opera di trasformazione dei centri urbani, processo che giustamente è stato definito «urbanizzazione dell’Impero», ma fu anche l’epoca in cui strade, commerci e opere pubbliche raggiunsero il massimo sviluppo.

2. Da Nerva a Traiano

2.1. L’adozione di Traiano e la romanizzazione dell’Occidente

Eliminato Domiziano con una congiura del 96, il Senato e i mandanti dell’esecuzione si accordarono sulla scelta di un illustre senatore, ormai anziano (aveva sessantasei anni) e privo di figli, Marco Cocceio Nerva, leale servitore dell’Impero e legato alla dinastia Flavia. Come primo atto formale, il nuovo principe giurò pubblicamente che sotto il suo governo non ci sarebbero state condanne a morte contro membri dell’aristocrazia, abolì i processi de maiestate, concesse l’amnistia e la restituzione delle proprietà confiscate sotto il predecessore, ma non riuscì comunque a coinvolgere il venerando consesso nella politica di governo; anzi, le sue relazioni con la fazione che aveva sostenuto i Flavi lo esposero a tentativi di congiura e ad ammutinamenti. Asceso al potere per volontà del Senato, Nerva cercò di guadagnarsi il consenso del popolo e dell’esercito con donativi, assegnazioni fondiarie e sgravi fiscali, depauperando così le casse dello Stato. Le misure adottate contro la crisi economica e finanziaria, e cioè l’istituzione di una commissione per ridurre la spesa corrente (i V viri minuendis publicis sumptibus), o la coniazione di monete con il metallo prezioso ricavato dalla fusione delle statue abbattute di Domiziano, non potevano avere una reale efficacia.

M. Cocceio Nerva. Denarius, Roma 96 d.C. AR 3,28 g. Rovescio: concordia exercituum. Simbolo della coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria su prora navale.

Presso l’esercito, inoltre, era ancora alto il prestigio del predecessore e Nerva mancava del sostegno di una forza militare. Quando destituì il prefetto del pretorio Tito Petronio, uno degli ufficiali coinvolti dell’assassinio di Domiziano, il vecchio Nerva non assecondò le richieste dei pretoriani che ne desideravano la messa a morte. L’insoddisfazione dei soldati sfociò in aperta rivolta: le guardie assediarono il palazzo e presero l’imperatore in ostaggio; Tito Petronio e altri congiurati furono uccisi. Il nuovo prefetto, Casperio Eliano, e i suoi uomini pretesero con minacce e violenze che il principe pronunciasse pubblici ringraziamenti per l’atto benemerito.

Quell’episodio di alto rischio indusse Nerva a cercare un’altra via per rafforzare la propria posizione e garantire continuità nell’Impero: gli eventi lo costrinsero, dunque, ad adottare e a scegliere come proprio successore il governatore della Germania Superior, Marco Ulpio Traiano. Costui, nato nel municipium di Italica nell’Hispania Baetica (od. Andalusia), poteva contare sul sostegno di un’armata e godeva di grande prestigio e di un’altissima reputazione presso i quadri militari di tutto l’Impero. Dotato di grandi capacità organizzative e strategiche e di ampia autorevolezza, quest’uomo avrebbe certamente contribuito alla soluzione della crisi e restituire all’imperatore il prestigio compromesso.

M. Cocceio Nerva in veste di Giove. Statua, marmo, fine I sec. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

Nerva sarebbe rimasto a capo dello Stato ancora per poco; eppure, ebbe il tempo di iniziare un’importante svolta politica: ritornando alla collaborazione con il Senato, cui restituì alcune responsabilità giudiziarie che il predecessore aveva avocato a sé, tacitando il pretorio con lauti donativi e tenendo buono il popolino con alcuni sgravi fiscali, Nerva addossò all’amministrazione pubblica una serie di incombenze, come il cursus publicus (il sistema postale), prima a carico degli Italici. Una benemerita iniziativa fu senz’altro l’istituzione dei cosiddetti alimenta, un provvedimento in favore dei bambini bisognosi, legittimi e illegittimi, dell’Italia romana: il principe si impegnava, di tasca propria, ad assicurare a centinaia di bambini un futuro sereno e dignitoso. Questo programma, portato avanti dai successori di Nerva, costituì l’avvio della politica filantropica che segnò il secondo secolo dell’Impero. Nerva morì nel gennaio del 98, dopo appena un anno e quattro mesi di governo; gli successe Traiano senza incidenti.  

Tabula alimentaria traianea. Iscrizione (CIL XI 1147), bronzo, c. 107-114, da Lugagnano Val d’Arda (PC). Parma, Museo Archeologico Nazionale.

Di origini iberiche, anche se la sua famiglia vantasse antiche origini umbre, Marco Ulpio Traiano fu il primo provinciale assurto ai fastigi imperiali, segnando la fine della supremazia italica in Senato e nell’esercito, inaugurando la tendenza a preferire alla guida dell’Impero uomini provenienti dalle classi dirigenti provinciali. Il processo di “romanizzazione” dell’Occidente era ormai un fatto compiuto; l’Italia perdeva progressivamente il proprio prestigio rispetto alle altre regioni dell’Impero, e le nuove aristocrazie si dimostravano sempre più vicine agli interessi dei ceti medi in ascesa.

M. Cocceio Nerva. Denarius, Roma 97 d.C. AR. 3,26 g. Dritto: Imp(erator) Nerva Caes(ar) Aug(ustus) P(ontifex) M(aximus) tr(ibunicia) pot(estate). Testa laureata dell’imperatore voltata a destra.

Dopo gli eccessi di Domiziano, Traiano ripropose il modello del princeps che, primus inter pares, operava al servizio della res publica; inoltre, egli cercò una nuova intesa tra il principato e l’ideale tradizionale della libertas, fondata sul riconoscimento della funzione e dei privilegi delle classi dirigenti, e sull’adesione di queste al buon governo dell’imperatore.

2.2. L’espansionismo militare di Traiano

Quando seppe dell’adozione imperiale, Traiano non ebbe fretta di raggiungere Roma, ma preferì potenziare le misure di sicurezza: sostituì la tradizionale guardia del corpo imperiale (i corporis custodes) con 500 (e poi 1000) equites singulares, selezionati con cura dalla cavalleria ausiliaria (il pretorio, invece, continuò a essere prevalentemente composto da italici); privilegiò l’attività militare, rinverdendo una politica di conquiste in grande stile, accantonata dai tempi di Augusto.

M. Ulpio Traiano. Busto con paludamentum del tipo Decennalia, marmo, c. 108. Venezia, Museo Archeologico Nazionale.

Sotto Traiano, perciò, l’Impero riprese la sua espansione militare, raggiungendo la massima estensione con una serie di conquiste, destinate però a rivelarsi in gran parte effimere. Il nuovo slancio della politica militare fu determinato, al di là delle motivazioni occasionali che scatenarono i singoli conflitti, dall’aggravarsi della crisi economica e finanziaria, che imponeva l’acquisizione di nuove risorse da sfruttare. Una guerra si imponeva su tutte: quella di rivincita su Decebalo, re dei Daci, che aveva umiliato Domiziano e Roma. Il casus belli fu offerto dalla pressione esercitata ai confini settentrionali, lungo il corso del medio e basso Danubio: fatto che richiese l’intervento immediato dei Romani; in realtà, il vero obiettivo di Traiano era quello di assicurare all’Impero il controllo dei ricchi giacimenti auriferi che il territorio dacico custodiva.

All’inizio del II secolo l’esercito romano contava ormai un effettivo di trenta legioni, per un totale stimato di 180.000 uomini, tra i reparti legionari, quasi tutti di provenienza provinciale, e oltre 200.000 auxilia. Traiano poté, dunque, disporre di una forza armata davvero considerevole.

Arco di Traiano. Arco celebrativo, fornice unico, pietra calcarea, opera quadrata e marmo pario, c. 114-117. Benevento.

La conquista e la sottomissione della Dacia furono completate dopo due serie di operazioni: una prima campagna, nel 101-102, con la sonora sconfitta di Decebalo e dei suoi a Tapae, portò alla riduzione del territorio transdanubiano a regno-cliente di Roma. La seconda spedizione, nel 105-106, che si configurò come un’invasione massiccia di truppe romane in risposta a un tentativo di riscossa di Decebalo, si concluse con la presa della capitale, Sarmizegetusa e il suicidio del re. La Dacia fu redatta in provincia e in breve presidiata e romanizzata. La Colonna Traiana, ultimata nel 113, conserva la più splendida illustrazione di queste campagne daciche, mentre la contemporanea documentazione storico-letteraria è andata irrimediabilmente perduta. Fu questa l’ultima grande conquista romana, che fruttò all’aerarium un immenso bottino: l’afflusso dell’oro dei Daci risolse per parecchio tempo i problemi di liquidità finanziaria dell’Impero.

La battaglia di Tapae (XXIV, Cichorius). Rilievo, marmo, 113 d.C. dalla Colonna Traiana.

Negli stessi anni 105-106 Traiano operò anche l’annessione dell’Arabia Petraea (od. Giordania), già un regno-cliente di Roma, che controllava gran parte del vitale e proficuo commercio carovaniero con l’Oriente e occupava un’area strategicamente nevralgica. Negli anni successivi, tra il 107 e il 113, l’imperatore si dedicò al riassetto interno, con particolare riguardo per i problemi delle province, nelle quali promosse imponenti lavori di edilizia pubblica e introdusse su vasta scala i curatores civitatis, funzionari imperiali addetti al controllo delle finanze cittadine su mandato governativo centrale. Siccome, poi, numerosi erano ormai in Senato gli elementi provinciali con interessi locali, Traiano impose loro di investire un terzo del proprio patrimonio in terreni italici, onde incrementarne il valore e rinsanguarne la redditività – in linea, peraltro, con l’orientamento politico di Domiziano. L’Italia, infatti, avvezza da secoli a vivere sulle risorse delle province, subiva ormai la concorrenza di quelle più prospere e urbanizzate, come le Galliae e le Hispaniae. Traiano, inoltre, perfezionò e razionalizzò l’iniziativa del predecessore a beneficio dei bambini poveri: gli interessi sui prestiti concessi ai piccoli proprietari terrieri furono devoluti agli alimenta, che, come si è visto, costituivano una struttura assistenziale per raccogliere in comunità gli orfani italici. Questi bambini, allevati ed educati, avrebbero potuto accedere ai quadri dell’amministrazione pubblica e all’esercito.

Traiano, però, era stato sempre un militare: si comprende quindi che egli desiderasse lasciare traccia di sé nella storia di Roma, specialmente con imprese militari. E proprio la vocazione guerresca avrebbe finito col tradirlo, spingendolo a un’impresa ben al di là delle forze e delle risorse a sua disposizione: l’ossessione di Traiano era di liquidare il Regno dei Parti, che, nel 113, con l’ascesa al trono di Osroe I, aveva ripreso le ostilità con rinnovate pretese sul trono d’Armenia.

M. Ulpio Traiano. Aureus, Roma 116 d.C. AV 7,37 g. Rovescio: P(ontifex) M(aximus) Tr(ibunicia) p(otestas) co(n)s(ul) VI p(ater) p(atriae) SPQR – Parthia capta. Trofeo fra due prigionieri partici seduti.

Nell’ottobre dello stesso anno Traiano lanciò un’offensiva militare in grande stile: nel giro di tre anni, dopo aver annesso l’Armenia, istituito le province di Mesopotamia Superior e Assyria ed espugnato persino una delle capitali reali, Ctesiphon, le forze romane raggiunsero il Golfo Persico. Senonché i Parti fecero quadrato contro gli invasori: nel 116 la Mesopotamia meridionale si sollevò in una sommossa generale, mentre gli attacchi nel nord del Paese e nelle altre regioni occupate logorarono l’esercito, mettendo a repentaglio le linee di comunicazioni romane. Nel frattempo, tutto il Vicino Oriente romano era in ebollizione per violente sommosse giudaiche. L’imperatore ritenne perciò opportuno ritirarsi prima che accadesse l’irreparabile. Giunto in Cilicia, Traiano morì improvvisamente ai primi di agosto del 117, lasciando una situazione oggettivamente precaria, nonostante l’appellativo di optimus princeps con cui sarebbe passato alla storia. Il suo successore, Publio Elio Adriano, preferì rinunciare alle nuove conquiste, sanzionando di fatto il fallimento delle spedizioni di Traiano. L’Armenia, dunque, tornava a essere uno Stato cuscinetto sotto un re nominato dall’imperatore romano.

3. Adriano e gli Antonini

3.1. L’età d’oro del principato

L’epoca di Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio rappresenta già nella coscienza dei contemporanei un periodo felice nella vita dell’Impero romano. Il nuovo corso inaugurato da Adriano rispetto alla politica aggressiva del suo predecessore porta all’affermazione di un nuovo tipo di “monarca illuminato”, amante della cultura e delle arti, che si richiama ad Augusto in opposizione a Cesare: «Non cesarizzarti!» era il monito che Marco Aurelio ripeteva a sé stesso prendendo le distanze dalla gloria della vittoria militare e del potere. Alle differenze tra le singole personalità di questi principi e tra le varie vicende dei loro governi corrisponde un comune schema ideologico e una concezione condivisa del potere imperiale, tanto da incarnare il mito platonico del governo affidato ai filosofi.

P. Elio Adriano. Dracma, Alessandria d’Egitto, 133-134. R – L IH Iside Pharia in atto di reggere una vela, mentre naviga verso la città egizia, rappresentata dal Faro a destra.

3.2. L’impero umanistico di Adriano (117-138)

Nel giro di due giorni, Adriano, un parente alla lontana di Traiano, allora ad Antiochia ad Orontem come governatore della Syria, apprese delle ultime volontà dell’imperatore e della propria adozione: ricevette così l’acclamazione imperiale. In effetti, la designazione tardiva a successore di Traiano alimentò il sospetto di una montatura ordita da Adriano in accordo con la moglie del defunto, Plotina, che avrebbe tenuto nascosta la morte dell’Augusto sposo fino all’avvenuta acclamazione del nuovo Caesar da parte degli eserciti.

P. Elio Adriano. Statua, bronzo, 117 d.C. ca. Jerusalem, Israel Museum.

Con Adriano, cugino di Traiano e come lui di origini iberiche, Roma abbandonò la politica di espansionismo militare ritornando a una strategia difensiva, realizzata anche attraverso la costruzione di fortificazioni permanenti lungo i limites dell’Impero, come il celeberrimo “Vallo di Adriano” al confine settentrionale della Britannia. Il nuovo princeps era convinto che impegolarsi in ulteriori avventure orientali avrebbe portato le risorse umane e finanziarie dell’Impero all’esaurimento; rinunciò così alle province di nuova istituzione e si accontentò di insediare ove possibile reguli clienti. Adriano per questo motivo incontrò l’opposizione del Senato e di alti ufficiali dell’esercito, scandalizzati dalla rinuncia alla gloria e alle annessioni, sempre fruttuose: l’imperatore dovette porvi rimedio con durezza, portando all’esecuzione di eminenti consolari. Non coglie peraltro nel segno la polemica contrapposizione – già sostenuta nell’antichità – fra l’imperatore conquistatore e condottiero d’eserciti (Traiano) e il principe portatore di pace (Adriano). Il nuovo capo dello Stato romano, infatti, si era formato sotto le armi e non rinunciò a usarle quando necessario.

P. Elio Adriano rientra a Roma accolto dal Genio del Senato, dal Genio del Popolo e dalla dea Roma. Rilievo, marmo, inizi II sec. d.C. Roma, Musei Capitolini.

Per rendersi conto delle necessità urgenti e ovviare agli inconvenienti, Adriano viaggiò instancabilmente per tutto l’Impero da Oriente a Occidente, informandosi ovunque andasse delle condizioni e dei bisogni degli abitanti, per sopperirvi concretamente e partecipare attivamente all’amministrazione delle province. In ogni luogo trascorso, egli promosse inoltre la costruzione o il restauro di infrastrutture e opere pubbliche, ma non mancò di saziare la propria curiosità intellettuale e l’indubbia propensione per le lettere e le arti. Raffinato ellenizzante ed esteta, imbevuto di sapienza greca, Adriano colse l’occasione di visitare luoghi e monumenti, promuovendo manifestazioni culturali e sportive, cimentandosi personalmente nelle dispute dei dotti e dei letterati del suo tempo. Testimonianze architettoniche per eccellenza dei suoi gusti restano la tenuta di Tibur (od. Tivoli), che fece riedificare e ampliare (Villa Adriana), nella quale volle che fossero riprodotti i più importanti edifici e ambienti dei luoghi che aveva visitato; ma anche il rifacimento, con la pianta circolare, del Pantheon di Agrippa.

P. Elio Adriano. Aureus, Roma, c. 120-121, AV 7,26 g. Rovescio: P(ontefix) M(aximus) Tr(ibunicia) p(otestate) co(n)s(ul) III. Marte stante di fronte con lancia e scudo.

Adriano, con il suo regime, affermò il primato della politica interna su quella estera, dimostrandosi amministratore capace e sensibile ai mutamenti della società. Rispetto a Traiano, l’avvento di Adriano aveva segnato l’inizio di una politica moderata anche nella questione giudaico-cristiana; ma, negli ultimi anni del suo principato, l’imperatore dovette fronteggiare una nuova rivolta, che faceva centro su Gerusalemme. Il mondo giudaico, in fermento fin dai tempi di Caligola, costituiva da sempre un grosso problema per l’Impero romano, tollerante verso ogni religione e cultura che non ponesse problemi politici e di ordine pubblico, ma spietato nel reprimere atteggiamenti non consoni alla prassi imperiale. Ormai il Giudaismo si configurava come un “movimento insurrezionale” e in quanto tale andava soffocato. L’ultima grande rivolta, capeggiata da Simon Bar Kochba, un leader dalle pretese messianiche, impegnò le forze romane per tre anni (132-135). Alla fine, i Romani ebbero ragione dei ribelli, ma a caro prezzo: la repressione fu durissima con centinaia di migliaia di morti. Gerusalemme vide cancellato il proprio nome, mutato ufficialmente in Aelia Capitolina.

La battaglia di Ethri (134), durante la rivolta guidata da Bar Kochba. Illustrazione di P. Dennis.

3.3. Antonino Pio (138-161)

In assenza di eredi, Adriano si era posto il problema della successione. Per motivi che ai moderni sfuggono, ma che potrebbero affondare nei difficili rapporti con la moglie, il principe escluse dall’imperium lo scarso parentado, sopprimendone eventuali capaces a scanso di equivoci. Nel gennaio del 138, poco prima di passare a miglior vita, l’imperatore aveva adottò Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino, esponente dell’aristocrazia che vantava origini galliche. Costui meritò il titolo di Pius per essersi battuto con tenacia per l’apoteosi del padre adottivo presso il Senato recalcitrante. Poiché gli erano premorti i due figli maschi, Antonino non ebbe difficoltà ad adottare a sua volta, su richiesta del predecessore, Lucio Vero e Marco Aurelio, suo genero, marito dell’unica figlia femmina, Faustina Minore: in seguito, la successione dei due optimi chiamati a esercitare in coppia il potere imperiale, con una maggiore garanzia di “costituzionalità”, avrebbe espresso l’adesione del principe agli ideali tradizionali del Senato romano.

T. Elio Adriano Antonino Cesare Augusto Pio. Aureus, Roma, 151-152, AV 7,24 g. Rovescio: tr(ibunicia) pot(estate) XV co(n)s(ul) IIII. L’imperatore in toga con globo e pergamena.

Il lungo principato di Antonino Pio fu abbastanza tranquillo, senza scosse se non per una larvata minaccia degli Alani sui confini orientali. Il nuovo imperatore consolidò il sistema di governo del predecessore, perseguendo una politica di sgravi fiscali, resa possibile dallo sfruttamento delle risorse, ma anche dalla limitazione della spesa per le opere pubbliche. Amministratore attento e oculato, Antonino diede di sé l’immagine sobria del sovrano che agisce per il bene comune, con un continuo richiamo al passato di Roma, segno di una concezione tradizionalistica del potere. Il principe non si avventurò in operazioni militari che non fossero di stabilizzazione dello status quo: torbidi sulla frontiera britannica, causati dai Caledoni, lo indussero, dopo una repressione, ad avanzare le fortificazioni (vallum Antonini).

T. Elio Adriano Antonino Cesare Augusto Pio. Busto, marmo, metà II sec. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Anche per temperamento ed esperienza personale, essendosi formato in incarichi civili e amministrativi, sino a entrare nel consilium principis di Adriano, ormai tramutato in organo di governo istituzionalizzato, Antonino Pio non amava la guerra, e cercò nei limiti del possibile sempre l’accordo diplomatico, anche con l’eterno nemico partico. A differenza del predecessore, però, non si mosse mai da Roma, convinto che il principe dovesse governare dalla capitale.

T. Elio Adriano Antonino Cesare Augusto Pio. Statua, marmo, metà II sec. Città del Vaticano, Musei Vaticani-Museo Chiaramonti

Tradizionalista in ambito religioso, di condotta ispirata a principi dell’humanitas, anche nell’amministrazione della giustizia, Antonino si segnalò parimenti per l’attività evergetica, ampliando l’area di intervento a favore dei bisognosi e dei diseredati: promosse un piano di assistenza per le ragazze italiche orfane, raccolte e allevate in comunità come puellae Faustinianae (così chiamate in onore della moglie, Faustina Maggiore). Questa iniziativa rientrava nelle misure prese in favore dell’Italia, che Adriano aveva trattato alla stregua delle altre province, mentre Antonino, fedele al suo conservatorismo, volle riconfermare nel ruolo di padrona del mondo, potenziandone le infrastrutture e gli edifici pubblici.

3.4. Marco Aurelio, l’imperatore-filosofo (161-180)

Dei due figli adottivi di Antonino, il genero Marco Aurelio, maggiore di età, precedette Lucio Vero in carriera, ricevendo già nel 146 l’imperium proconsulare e la tribunicia potestas. Sul letto di morte, nel 161, il vecchio imperatore trasferì a lui soltanto l’autorità imperiale, ma volle che il Senato riconoscesse Lucio Vero come collega a tutti gli effetti. I due avrebbero governato congiuntamente, sebbene a Marco, come più anziano, sarebbe spettata una sorta di primato, sancito anche dall’investitura a pontifex maximus. Marco Aurelio, inoltre, era un esponente dello Stoicismo, che teorizzava il potere monarchico come la migliore forma di governo per il sapiens. Inaugurando così una prassi che non sarebbe rimasta isolata nella storia di Roma, il nuovo imperatore si associò con pari poteri il fratello adottivo: fu il primo esempio di una diarchia istituzionalizzata ai vertici dello Stato.

Antonino Pio adotta Marco Aurelio e Lucio Vero. Altorilievo, marmo, c. 138, dal Monumento dei Parti di Efeso. Wien, Kunsthistorischen Museum.

A Lucio fu affidato il compito di condurre una campagna militare contro i Parti: questi, nello stesso 161, in occasione dell’insediamento di re Soemo, protetto da Roma, dapprima invasero il Regno d’Armenia, imponendo sul trono Pacoro, fratello del loro re Vologase IV; poi sferrarono una temibile offensiva contro le province romane di Syria e Cappadocia. Il conflitto, protrattosi fino al 166, si concluse a favore dei Romani, che, cinquant’anni dopo Traiano, tornarono a occupare il territorio partico fino a Ctesiphon, che presero e rasero al suolo. Soemo fu restaurato re d’Armenia, e i territori conquistati a est dell’Eufrate costituirono la nuova provincia di Mesopotamia.

Scena di battaglia tra Romani e Parti. Altorilievo, marmo, c. 138, dal Monumento dei Parti di Efeso. Wien, Kunsthistorischen Museum.

Una nuova minaccia proveniva dal settore danubiano, dove alcune popolazioni germaniche, spinte da massicci movimenti migratori, avevano invaso la Pannonia. Nel 167 entrambi gli imperatori mossero contro il nemico, con un esercito nei cui ranghi si stava diffondendo un’epidemia di peste, importata dalla spedizione in Oriente e destinata con il tempo a desertificare intere contrade. All’arrivo dell’armata imperiale ad Aquileia, gli invasori si ritirarono e chiesero una tregua, ma Marco Aurelio preferì spingersi oltralpe per dare ai nemici una prova di forza. Dopo aver svernato ad Aquileia, la ripresa virulenta dell’epidemia consigliò il rientro a Roma; per via Lucio morì di un colpo apoplettico agli inizi del 169.

L. Vero. Busto, marmo, II sec. d.C., dalla Stoà di Attalo. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

In quel torno di tempo, tuttavia, i Romani patirono due disastrose sconfitte a opera di alcuni popoli federati sotto i vessilli di Quadi e Marcomanni, che, dilagando un po’ ovunque, superarono perfino le Alpi e arrivarono a incendiare Opitergium (od. Oderzo) e ad assediare Aquileia. Come se non bastasse, bande di predoni scesi dai Carpazi penetrarono in Grecia, dove saccheggiarono Eleusi. Marco Aurelio, che nel frattempo era stato impegnato in una spedizione contro gli Iagyzi al di là del Danubio, dovette rientrare e organizzare un’ampia controffensiva: la messa in sicurezza del territorio romano fu lenta e faticosa, ma alla fine riportò l’ordine. L’imperatore consentì l’insediamento di grandi masse di nomadi in Dacia, Pannonia, Moesia, Germania e in alcune zone dell’Italia nordorientale, dove, alle dipendenze dei proprietari terrieri o del demanio, i nuovi arrivati si sarebbero impegnati a lavorare la terra e a difenderla da altri invasori.

Guerrieri transdanubiani. Illustrazione di G. Embleton.

Mentre si stava risolvendo, o tamponando, il problema delle frontiere settentrionali, si ebbe in Oriente la ribellione di Gaio Avidio Cassio, legatus Augusti in Syria, che era stato artefice del successo in Mesopotamia e allora era plenipotenziario per quel settore. Costui nel 175 accampò pretese alla porpora imperiale, avendo appreso che Marco, malato, era dato per spacciato. Ma quando i sostenitori di Cassio seppero che il principe si era ristabilito e si apprestava a marciare contro di loro, sconfessarono il loro capo e lo uccisero. Risolta così la crisi in Oriente, Marco poté riprendere la via del nord, per risolvere la questione germanica, ma ricadde malato e si spense a Vindobona (od. Vienna) il 17 marzo del 180. Ebbe la consecratio, che lo accomunò al già divinizzato Lucio Vero. Per ironia della storia, il principe-filosofo aveva dovuto operare quasi ininterrottamente sui campi di battaglia.

M. Aurelio Antonino. Statua equestre, bronzo, fine II sec. Roma, Musei Capitolini

Come si è visto, il suo equilibrato governo fu dunque attraversato da gravi difficoltà sul fronte esterno, per la pressione delle externae gentes ai confini; ma tali problemi ebbero ripercussioni su quello interno, poiché le difficoltà militari erano fattori d’instabilità politica, acuendo la crisi economico-finanziaria (l’impegno bellico aveva reso necessaria una nuova svalutazione della moneta). L’ultimo atto del principato di Marco Aurelio, in rottura con la prassi dei suoi predecessori, si rivelò dannoso. Rinnegando il principio dell’adozione, nel 176 il principe si era associato nell’imperium il figlio Commodo, che gli successe nel 180 a diciannove anni. In realtà, il principio dell’adizione non aveva mai ricevuto alcuna sanzione giuridica e da Nerva ad Antonino Pio si era trattato di una scelta obbligata, determinata dal fatto che gli imperatori non avessero avuto figli.

M. Aurelio Antonino in veste di pontifex maximus. Busto, marmo, fine II sec. d.C. London, British Museum.

4. Il principato di Commodo (180-192): la fine di un’epoca

A Marco Aurelio successe il figlio Commodo, di soli diciannove anni. Le fonti antiche, come Elio Lampridio, autore della Vita Commodi Antonini, e Cassio Dione, concordi nel giudizio negativo, sono da valutare con cautela, perché ostili per principio al sistema dinastico, che pure rientrava nella logica dei giochi di potere, in cui i vincoli di sangue erano avvertiti come essenziali per la stabilità del regime. Ma come tutti i paladini “del cambiamento”, anche Commodo si guadagnò una pessima nomea, essendo ritratto a tinte fosche. Eppure, attribuirgli tutte le responsabilità per una situazione socio-economica già abbastanza compromessa sarebbe assurdo. Sembra comunque che il giovane imperatore abbia voluto fin da subito imporsi come un autocrate, suscitando la naturale opposizione del Senato con una serie di congiure per eliminarlo. Commodo, ultimo degli Antonini, è considerato a parte rispetto alla gloriosa sequenza dei suoi predecessori: il suo regime costituisce quindi uno spartiacque nella storia dell’Impero, un nuovo capitolo nel quale si manifestarono in modo definitivo numerose trasformazioni nel mondo romano.

Commodo. Testa, marmo, fine II sec. d.C. Wien, Kunsthistorisches Museum.jpg

Conclusa in fretta la pace sul fronte danubiano e consolidatone il confine, Commodo rivelò sin da subito una concezione del potere antitetica rispetto a quella del padre, comportandosi con cinismo e furbizia, ma dimostrandosi altrettanto miope e ottuso. Resosi conto delle possibilità che derivavano dalla sua posizione nel governo, per non consentire ad altri di prevaricarlo tolse di mezzo molti membri del proprio entourage. Il suo fare sospettoso e paranoico e il clima di tensione a palazzo costrinsero alcuni cortigiani, fra i quali anche sua sorella Lucilla, a ordire già nel 182 un complotto ai danni del principe. La congiura fu però sventata e duramente repressa.

Privo di interesse per l’amministrazione dell’immenso dominio di Roma, il giovane imperatore lasciò le redini del governo nelle mani dei propri collaboratori: prima si affidò al prefetto del pretorio Tigidio Perenne, poi, dopo averlo eliminato con l’accusa (falsa) di tradimento nel 185, lo sostituì con uno dei suoi liberti, Cleandro; ma anche questi, in seguito a una rivolta della plebe urbana nel 192, fu messo a morte da Commodo come capro espiatorio.

Dominus e servus. Bassorilievo, marmo, IV sec. d.C., dal sarcofago di Valerio Petroniano. Milano, Museo Archeologico.

La politica interna del giovane imperatore fu tutta concentrata sui problemi della capitale, sulle dinamiche di palazzo e sull’organizzazione di spettacolari ludi circenses: tale atteggiamento, in breve, gli alienò le simpatie delle masse provinciali. La concezione autocratica del potere da una parte spinse Commodo a ricercare il consenso degli eserciti, aumentando le paghe e conferendo donativi, e del popolino, gratificandolo con congiaria e varie forme d’intrattenimento. Mostrò grande attenzione alla logistica annonaria, creando una nuova flotta, che doveva fare la spola tra l’Italia e l’Africa, e facendo ampliare i magazzini di Ostia. Inoltre, per fronteggiare l’aumentato costo della vita, il principe cercò di imporre un calmiere forzoso, ma questo provvedimento ebbe l’unico risultato di far sparire alcune merci dal mercato, aggravando la carestia e facendogli perdere credibilità.

Come Nerone si era dilettato di esibirsi in vesti di citaredo e di auriga, Commodo nel suoi dodici anni di principato diede nuovo impulso alle arti, facendo erigere monumenti alla gloria del padre – come la Colonna Antonina e la statua equestre di Marco Aurelio in Campidoglio –; tuttavia, egli colpì per la sua smania di scendere nell’arena per duellare contro i gladiatori o per prendere parte agli spettacoli di caccia (venationes), in parte ricollegandosi alla tradizione orientale, che vedeva nelle abilità venatorie dell’uomo la sua bravura militare.

Combattimento tra gladiatori. Mosaico, inizi III sec. d.C. da Lussemburgo.

Certamente in netto contrasto con la tradizione romana fu l’atto assunto in occasione dell’incendio scoppiato nella capitale nel 191: l’imperatore, facendo ricostruire i quartieri più colpiti dal disastro, volle rifondare l’Urbe con il nome di Colonia Commodiana. Oltretutto, pur essendo un devoto seguace di Iside, Commodo fu estremamente tollerante nei confronti di Giudei e Cristiani; ma soprattutto amò identificarsi con Ercole, al punto da impugnare la clava e vestire la leontea durante le sue apparizioni in pubblico e nell’arena. L’imperatore, infatti, assunse il titolo di Hercules Romanus, facendosi rappresentare in quella veste non solo in numerosi ritratti diffusi in tutto l’Impero, ma utilizzando la medesima effige persino sui coni monetali, nell’intento di proporsi ai sudditi come colui che si sarebbe preso cura di loro.

Commodo, come Hercules Romanus. Busto, marmo di Luni, 191-192 d.C. Roma, Museo del P.zzo dei Conservatori.

Una nuova congiura, però, nella notte di fine anno 192, ordita tra gli altri dalla concubina dell’imperatore, Marcia, e dal prefetto del pretorio, Quinto Emilio Leto, tolse di mezzo Commodo, il cui atteggiamento era ormai divenuto insostenibile: secondo le fonti, egli fu strangolato dal suo maestro di ginnastica, Narcisso. L’evento aprì la strada ai pronunciamenti militari, che avrebbero caratterizzato le successioni al soglio imperiale nel secolo incipiente.