Il grande incendio di Roma (18 luglio 64 d.C.)

Tac., Ann. XV 38-41 (trad. it. B. Ceva)

 

Hubert Robert, L’Incendie de Rome. Olio su tela, 1771. Le Havre, Musée d’art moderne André-Malraux.

 

Sequitur clades, forte an dolo principis incertum (nam utrumque auctores prodidere), sed omnibus quae huic urbi per uiolentiam ignium acciderunt grauior atque atrocior. initium in ea parte circi ortum quae Palatino Caelioque montibus contigua est, ubi per tabernas, quibus id mercimonium inerat quo flamma alitur, simul coeptus ignis et statim ualidus ac uento citus longitudinem circi corripuit. neque enim domus munimentis saeptae uel templa muris cincta aut quid aliud morae interiacebat. impetu peruagatum incendium plana primum, deinde in edita adsurgens et rursus inferiora populando, antiit remedia uelocitate mali et obnoxia urbe artis itineribus hucque et illuc flexis atque enormibus uicis, qualis uetus Roma fuit. ad hoc lamenta pauentium feminarum, fessa aetate aut rudis pueritiae aetas, quique sibi quique aliis consulebant, dum trahunt inualidos aut opperiuntur, pars mora, pars festinans, cuncta impediebant. et saepe dum in tergum respectant lateribus aut fronte circumueniebantur, uel si in proxima euaserant, illis quoque igni correptis, etiam quae longinqua crediderant in eodem casu reperiebant. postremo, quid uitarent quid peterent ambigui, complere uias, sterni per agros; quidam amissis omnibus fortunis, diurni quoque uictus, alii caritate suorum, quos eripere nequiuerant, quamuis patente effugio interiere. nec quisquam defendere audebat, crebris multorum minis restinguere prohibentium, et quia alii palam faces iaciebant atque esse sibi auctore‹m› uociferabantur, siue ut raptus licentius exercerent seu iussu.

 

Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso, oppure alla perfidia del principe, poiché gli storici interpretarono la cosa nell’un modo e nell’altro. È certo però che questo incendio per la sua violenza ebbe effetti più terribili e spaventosi di tutti gli incendi precedenti. Cominciò in quella parte del circo, che è contigua ai colli del Palatino e del Celio, dove il fuoco, appena scoppiato nelle botteghe in cui si trovavano merci infiammabili, subito divampò violento alimentato dal vento ed avvolse il circo per tutta la sua lunghezza, poiché non vi erano palazzi con recinti o templi circondati da mura o qualunque altra difesa che potesse arrestare la marcia delle fiamme. Spinto dalla violenza l’incendio si diffuse dapprima nei luoghi piani, poi salì ai colli e poi di nuovo invase devastando i luoghi bassi e con la sua rapidità prevenne ogni possibilità di rimedio, poiché il fuoco si appiccava con estrema facilità alle vie strette e tortuose e agli immensi agglomerati di case della vecchia Roma. A tutto ciò s’aggiungevano le grida lamentose delle donne atterrite e l’impaccio dei vecchi malfermi e dei bambini e coloro che cercavano di salvare sé e quelli che cercavano invece di aiutare altri, o trascinando i malati, o fermandosi ad aspettarli; chi s’indugiava, chi si precipitava, tutto era causa d’ingombro e d’impedimento. Avveniva spesso che qualcuno, mentre si sorvegliava le spalle, si trovava circondato dalle fiamme ai fianchi e di fronte; altri, poi, che erano fuggiti nelle vicinanze le trovavano già invase dall’incendio, e quelle località che avevano creduto immuni dal fuoco per la loro lontananza, vedevano, invece, avvolte nella medesima rovina. Alla fine, non sapendo più da quali luoghi fuggire ed in quali trovar riparo, si riversarono nelle vie e si buttarono prostrati nei campi; alcuni, per aver perduto ogni possibilità finanziaria anche per la vita di tutti i giorni, altri, invece, per la disperazione di non aver potuto salvare i propri cari, si abbandonarono inerti alla morte, pur avendo una possibilità di salvarsi. Nessuno poi aveva il coraggio di tentare qualche cosa contro l’incendio, di fronte alle frequenti minacce di coloro che ne impedivano l’estinzione ed alla vista di quelli che scagliavano torce ardenti e che dichiaravano a gran voce che avevano ricevuto un ordine, sia che facessero ciò per rapinare in piena libertà, sia che in realtà eseguissero un comando.

 

Eo in tempore Nero Antii agens non ante in urbem regressus est quam domui eius, qua Palatium et Maecenatis hortos continuauerat, ignis propinquaret. neque tamen sisti potuit quin et Palatium et domus et cuncta circum haurirentur. sed solacium populo exturbato ac profugo campum Martis ac monumenta Agrippae, hortos quin etiam suos patefecit et subitaria aedificia extruxit quae multitudinem inopem acciperent; subuectaque utensilia ab Ostia et propinquis municipiis pretiumque frumenti minutum usque ad ternos nummos. quae quamquam popularia in inritum cadebant, quia peruaserat rumor ipso tempore flagrantis urbis inisse eum domesticam scaenam et cecinisse Troianum excidium, praesentia mala uetustis cladibus adsimulantem.

 

In quel momento Nerone era ad Anzio, e non ritornò a Roma finché le fiamme non s’avvicinarono a quella casa che egli aveva edificato per congiungere il palazzo coi giardini di Mecenate. Non si poté, tuttavia, impedire al fuoco di avvolgere e distruggere il palazzo, la casa e tutti i luoghi circostanti. Per confortare il popolo vagante qua e là senza dimora, aperse il Campo di Marte, i monumenti di Agrippa e i suoi giardini, dove fece innalzare delle costruzioni improvvisate per offrire un rifugio alla moltitudine in miseria. Da Ostia e dai vicini municipi fece venire oggetti di prima necessità, fece ridurre il prezzo del grano a tre nummi per moggio. Tutti questi provvedimenti, per quanto di carattere popolare, non ebbero eco nel favore del popolo, perché si era diffusa la voce che nello stesso momento in cui la città era preda delle fiamme egli fosse salito sul palcoscenico del palazzo, ed avesse cantato l’incendio di Troia, raffigurando in quell’antica rovina la presente sventura.

 

Edicola. Cotto e marmo. Caserma della VII Cohors Vigilum, Trastevere (Roma).

 

Sexto demum die apud imas Esquilias finis incendio factus, prorutis per immensum aedificiis ut continuae violentiae campus et velut vacuum caelum occurreret. necdum pos‹i›t‹us› metus aut redierat plebi ‹spes›: rursum grassatus ignis patulis magis urbis locis; eoque strages hominum minor, delubra deum et porticus amoenitati dicatae latius procidere. plusque infamiae id incendium habuit quia praediis Tigellini Aemilianis proruperat videbaturque Nero condendae urbis novae et cognomento suo appellandae gloriam quaerere. quippe in regiones quattuordecim Roma dividitur, quarum quattuor integrae manebant, tres solo tenus deiectae: septem reliquis pauca tectorum vestigia supererant, lacera et semusta.

 

Alla fine, sei giorni dopo, l’incendio cominciò a languire alle pendici dell’Esquilino, dopo che per larghissimo spazio erano stati abbattuti degli edifici, per lasciare all’incessante imperversare delle fiamme uno spazio vuoto e quasi il vuoto cielo. Lo spavento, tuttavia, non era ancora cessato né il popolo si era riavuto alla speranza, quando di nuovo il fuoco infuriò in località della città più aperte, per cui fu minore la strage di uomini; fu, pertanto, più ampia la distruzione di templi dedicati al culto degli dèi e portici destinati ai passeggi pubblici. Questo secondo incendio suscitò maggiore sdegno, perché era scoppiato nei Giardini Emiliani, uno dei possedimenti di Tigellino, per cui sembrava che Nerone volesse per sé la gloria di fondare una nuova città e di chiamarla col suo nome. Roma, infatti, era divisa in quattordici quartieri, dei quali quattro rimanevano intatti, tre abbattuti al suolo, degli altri sette rimanevano solo pochi ruderi rovinati ed abbruciacchiati.

 

Domuum et insularum et templorum quae amissa sunt numerum inire haud promptum fuerit: sed uetustissima religione, quod Seruius Tullius Lunae et magna ara fanumque quae praesenti Herculi Arcas Euander sacrauerat, aedesque Statoris Iouis uota Romulo Numaeque regia et delubrum Uestae cum Penatibus populi Romani exusta; iam opes tot uictoriis quaesitae et Graecarum artium decora, exim monumenta ingeniorum antiqua et incorrupta, ‹ut› quamuis in tanta resurgentis urbis pulchritudine multa seniores meminerint quae reparari nequibant. fuere qui adnotarent XIIII Kal. Sextilis principium incendii huius ortum, et quo Senones captam urbem inflammauerint. alii eo usque cura progressi sunt ut totidem annos mensisque et dies inter utraque incendia numerent.

 

Non è facile dare il numero delle case, degli isolati, e dei templi che andarono perduti. Fra questi vi furono quelli di più antico culto che Servio Tullio aveva dedicato alla Luna, la grande ara e il tempietto che l’Arcade Evandro aveva consacrato al nume presente di Ercole; furono inoltre arsi il tempio votato a Giove Statore da Romolo e la reggia di Numa e il santuario di Vesta con i penati del popolo romano. Furono così perduti ricchezze conquistate in tante vittorie e capolavori dell’arte greca, e con essi gli antichi e originali documenti degli uomini di genio, tanto che, per quanto Roma fosse risolta splendida, molte cose i vecchi ricordavano che non avrebbero più potuto essere rifatte. Vi furono coloro che notarono che l’incendio era scoppiato quattordici giorni avanti le calende di Agosto, lo stesso giorno in cui i Galli Senoni, presa Roma, l’avevano incendiata. Altri andarono più in là nel calcolo, in modo da stabilire che tra i due incendi era intercorso lo stesso numero di anni e di mesi e di giorni.

 

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Suet. Nero 38 (trad. it. F. Dessì)

 

Karl Theodor von Piloty, Nero nach dem Brande Roms. Olio su tela, 1860. Budapest und München.

 

Sed nec populo aut moenibus patriae pepercit. dicente quodam in sermone communi:

 

ἐμοῦ θανόντος γαῖα μειχθήτω πυρί,

 

«immo», inquit, «ἐμοῦ ζῶντος», planeque ita fecit. nam quasi offensus deformitate ueterum aedificiorum et angustiis flexurisque uicorum, incendit urbem tam palam, ut plerique consulares cubicularios eius cum stuppa taedaque in praediis suis deprehensos non attigerint, et quaedam horrea circa domum Auream, quorum spatium maxime desiderabat, [ut] bellicis machinis labefacta atque inflammata sint, quod saxeo muro constructa erant. per sex dies septemque noctes ea clade saeuitum est ad monumentorum bustorumque deuersoria plebe compulsa. tunc praeter immensum numerum insularum domus priscorum ducum arserunt hostilibus adhuc spoliis adornatae deorumque aedes ab regibus ac deinde Punicis et Gallicis bellis uotae dedicataeque, et quidquid uisendum atque memorabile ex antiquitate durauerat. hoc incendium e turre Maecenatiana prospectans laetusque «flammae», ut aiebat, «pulchritudine», Halosin Ilii in illo suo scaenico habitu decantauit. ac ne non hinc quoque quantum posset praedae et manubiarum inuaderet, pollicitus cadauerum et ruderum gratuitam egestionem nemini ad reliquias rerum suarum adire permisit; conlationibusque non receptis modo uerum et efflagitatis prouincias priuatorumque census prope exhausit.

 

Ma non risparmiò nemmeno il popolo né le mura della sua patria. Quando un tale, durante una conversazione, citò il verso greco:

 

Morto me, scompaia pure la terra nel fuoco,

 

Nerone disse: «Anzi, che scompaia mentre sono vivo!», e realizzò completamente questo suo desiderio. Infatti, come se si sentisse ferito dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalla strettezza delle strade sinuose, incendiò Roma in modo così sfacciatamente palese che parecchi consolari, pur avendo sorpreso nelle loro proprietà i camerieri di lui con stoppa e torce, non osarono toccarli; e alcuni magazzini di grano, vicini alla Domus Aurea e di cui Nerone desiderava occupare l’area, vennero demoliti con macchine da guerra e incendiati, perché erano costruiti in pietra. Quel flagello incrudelì per sei giorni e sette notti, spingendo la plebe a cercare rifugio nei monumenti e nei sepolcreti. Allora, oltre un numero infinito di case popolari, furono divorate dall’incendio anche le case degli antichi generali, ancora adorne delle spoglie nemiche, e i templi degli dèi, alcuni votati e dedicati fin dal tempo dei re, e altri durante le guerre puniche e galliche, e tutto quanto era rimasto degno di esser visto o ricordato fin dall’antichità.

Nerone, mentre contemplava l’incendio dalla torre di Mecenate, «allietato – sono le sue parole – dalla bellezza delle fiamme», cantò La distruzione di Troia indossando il suo abito da scena. E, per non mancare nemmeno in questa occasione di appropriarsi della maggior quantità possibile di preda e di spoglie, promise di far rimuovere gratuitamente i cadaveri e le macerie, vietando a chiunque di avvicinarsi ai resti dei propri averi. Non soltanto accettò dei contributi, ma ne richiese in tale misura che rovinò le province e i privati.

 

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CIL VI 826 = ILS 4914

 

Ara dell’incendio neroniano. Altare, travertino e marmo, post 81 d.C. ca. Roma, P.zzo Sant’Andrea.

 

Haec area intra hanc / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / [[[Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto)]]] / [[[Germanico]]] ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre // Haec area intra hancce / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto) / Germanico ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / nego<t=C>iari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit sacrum faciat / aliusue quis magistratus / Uolcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robeo / et uerre <f=R>ac(tis) precationibus / infra script<is=AM> aedi[‒ ‒ ‒] K(alendas) Sept(embres) / ianist[‒ ‒ ‒] / [‒ ‒ ‒] dari [‒ ‒ ‒]quaes[‒ ‒ ‒] / quod imp(erator) Caesar Domitianus / Aug(ustus) Germanicus pont(ifex) max(imus) / constituit Q[‒ ‒ ‒] / fieri // ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre.

«Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia!» (19 agosto 14 d.C.)

C. Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum, II – Augustus 99-100.

 

Supremo die identidem exquirens, an iam de se tumultus foris esset, petito speculo capillum sibi comi ac malas labantes corrigi praecepit et admissos amicos percontatus, ecquid iis uideretur minimum uitae commode transegisse, adiecit et clausulam:

«ἐπεὶ δὲ πάνυ καλῶς πέπαισται, δότε κρότον

καὶ πάντες ἡμᾶς μετὰ χαρᾶς προπέμψατε».

omnibus deinde dimissis, dum aduenientes ab urbe de Drusi filia aegra interrogat, repente in osculis Liuiae et in hac uoce defecit: «Liuia, nostri coniugii memor uiue, ac uale!». sortitus exitum facilem et qualem semper optauerat. nam fere quotiens audisset cito ac nullo cruciatu defunctum quempiam, sibi et suis εὐθανασίαν similem – hoc enim et uerbo uti solebat – precabatur. unum omnino ante efflatam animam signum alienatae mentis ostendit, quod subito pauefactus a quadraginta se iuuenibus abripi questus est. id quoque magis praesagium quam mentis deminutio fuit, siquidem totidem milites praetoriani extulerunt eum in publicum.

obiit in cubiculo eodem, quo pater Octauius, duobus Sextis, Pompeio et Appuleio, cons. XIIII. Kal. Septemb. hora diei nona, septuagesimo et sexto aetatis anno, diebus V et XXX minus.

corpus decuriones municipiorum et coloniarum a Nola Bouillas usque deportarunt noctibus propter anni tempus, cum interdiu in basilica cuiusque oppidi uel in aedium sacrarum maxima reponeretur. a Bouillis equester ordo suscepit urbique intulit atque in uestibulo domus conlocauit. senatus et in funere ornando et in memoria honoranda eo studio certatim progressus est, ut inter alia complura censuerint quidam, funus triumphali porta ducendum, praecedente Victoria quae est in curia, canentibus neniam principum liberis utriusque sexus; alii, exequiarum die ponendos anulos aureos ferreosque sumendos; nonnulli, ossa legenda per sacerdotes summorum collegiorum. fuit et qui suaderet, appellationem mensis Augusti in Septembrem transferendam, quod hoc genitus Augustus, illo defunctus esset; alius, ut omne tempus a primo die natali ad exitum eius saeculum Augustum appellaretur et ita in fastos referretur. uerum adhibito honoribus modo bifariam laudatus est: pro aede Diui Iuli a Tiberio et pro rostris ueteribus a Druso Tiberi filio, ac senatorum umeris delatus in Campum crematusque. nec defuit uir praetorius, qui se effigiem cremati euntem in caelum uidisse iuraret. reliquias legerunt primores equestris ordinis tunicati et discincti pedibusque nudis ac Mausoleo condiderunt. id opus inter Flaminiam uiam ripamque Tiberis sexto suo consulatu extruxerat circumiectasque siluas et ambulationes in usum populi iam tum publicarat.

Ottaviano Augusto.Busto (detto “Augusto Bevilacqua”), marmo, I sec. München Glyptothec.

 

Nell’ultimo giorno della sua vita, domandando di tanto in tanto se ci fosse già agitazione per la città a causa delle sue condizioni, chiese uno specchio, si fece sistemare i capelli e aggiustare le guance cadenti e, chiamati i suoi amici, domandò se sembrasse loro che avesse recitato bene fino in fondo la farsa della vita, e aggiunse la clausola tradizionale: «Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia!». Poi li congedò tutti quanti e mentre chiedeva notizie a chi era venuto da Roma sulla figlia di Druso malata, improvvisamente spirò tra i baci di Livia, dicendo: «Livia, fin che vivi ricordati che siamo stati sposati. Allora addio!». Ebbe così una morte dolce, quale si era sempre augurato. Infatti, quasi sempre quando gli si annunciava che qualcuno era morto rapidamente e senza soffrire, pregava agli dèi per sé e per i suoi una simile “eutanasia” (proprio questo era infatti il termine di cui era solito servirsi). Prima di esalare l’ultimo respiro mostrò un unico segno di delirio mentale, quando colto da un improvviso sudore, si lamentò di essere trascinato via da quaranta giovani. Ma anche questo fu piuttosto un presagio che l’effetto del delirio, perché, infatti, proprio quaranta soldati pretoriani lo portarono fuori per esporlo in pubblico.

Morì nella stessa stanza in cui si spense suo padre Ottavio, sotto il consolato dei due Sesti, Pompeo e Appuleio, quattordici giorni prima delle Calende di Settembre (19 agosto), alla nona ora del giorno (alle tre del pomeriggio), all’età di settantasei anni meno trentacinque giorni.

I decurioni dei municipi e delle colonie trasportarono il suo corpo da Nola a Boville durante la notte a causa della temperatura della stagione: di giorno lo si deponeva nella basilica di ogni città o nel tempio più grande. A Boville lo prese in carico l’ordine equestre che lo portarono a Roma e lo ricomposero nel vestibolo della sua dimora. I membri del Senato sia nel disporre il funerale sia nell’onorare la sua memoria gareggiarono in zelo a tal punto che, tra le molte altre proposte, sentenziarono che il corteo funebre dovesse passare per la Porta Trionfale, preceduto dalla statua di Vittoria, che si trova nella Curia, al canto di nenie funebri intonate dai figli di ambo i sessi dei cittadini più eminenti; altri proposero che il giorno delle esequie si riponessero gli anelli d’oro e si indossassero quelli di ferro; altri ancora che le sue ossa dovessero essere raccolte dai sacerdoti dei collegi superiori. Ci fu perfino chi sostenne che si dovesse trasferire l’appellativo del mese di “Augusto” anche al mese di Settembre, perché in questo Augusto era nato e in quello era morto.

Un altro propose che tutto il periodo compreso tra il giorno della sua nascita e quello della sua morte si chiamasse “Secolo di Augusto” e registrato sotto questo nome nei Fasti. Posto un freno a queste onoranze, due volte fu pronunciato per lui l’elogio funebre: da Tiberio davanti al tempio del Divo Giulio, e da Druso, il figlio di Tiberio, sulla tribuna dei Rostri antichi, e, infine, i senatori lo portarono a spalla fino al Campo di Marte dove fu cremato. Non mancò naturalmente il vecchio ex-pretore che giurò di aver visto salire in cielo proprio il fantasma del defunto cremato. I membri più importanti dell’ordine equestre, in tunica, senza cintura e a piedi nudi deposero i suoi resti nel Mausoleo: lo aveva fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere sotto il suo sesto consolato e fin da allora aveva aperto al pubblico i boschetti e le passeggiate da cui era circondato.

Dies sceleratus

Svetonio, De Vita Caesarum I 80-82 (M. Ihm [ed.], C. Suetoni Tranquilli opera. Vol. 1. De vita Caesarum libri VIII. Teubner, Leipzig 1907= 19082, pp. 41-44).

Jean-Léon Gérôme, La mort de César. Olio su tela, 1859-67. Walters Art Museum.
Jean-Léon Gérôme, La mort de César. Olio su tela, 1859-67. Walters Art Museum.
  1. Quae causa coniuratis maturandi fuit destinata negotia, ne assentiri necesse esset. Consilia igitur dispersim antea habita et quae saepe bini terniue ceperant, in unum omnes contulerunt, ne populo quidem iam praesenti statu laeto, sed clam palamque detrectante dominationem atque assertores flagitante. peregrinis in senatum allectis libellus propositus est: «Bonum factum: ne quis senatori nouo curiam monstrare uelit!». et illa uulgo canebantur: «Gallos Caesar in triumphum ducit, idem in curiam»: Galli bracas deposuerunt, latum clauum sumpserunt. Quinto Maximo suffecto trimenstrique consule theatrum introeunte, cum lictor animaduerti ex more iussisset, ab uniuersis conclamatum est non esse eum consulem. post remotos Caesetium et Marullum tribunos reperta sunt proximis comitiis complura suffragia consules eos declarantium. subscripsere quidam Luci Bruti statuae: «utinam uiueres!» item ipsius Caesaris: «Brutus, quia reges eiecit, consul primus factus est: hic, quia consules eiecit, rex postremo factus est». conspiratum est in eum a sexaginta amplius, Gaio Cassio Marcoque et Decimo Bruto principibus conspirationis. qui primum cunctati utrumne in Campo per comitia tribus ad suffragia uocantem partibus diuisis e ponte deicerent atque exceptum trucidarent, an in Sacra uia uel in aditu theatri adorirentur, postquam senatus Idibus Martiis in Pompei curiam edictus est, facile tempus et locum praetulerunt.
  2. Sed Caesari futura caedes euidentibus prodigiis denuntiata est. paucos ante menses, cum in colonia Capua deducti lege Iulia coloni ad extruendas uillas uetustissima sepulcra dissicerent idque eo studiosius facerent, quod aliquantum uasculorum operis antiqui scrutantes reperiebant, tabula aenea in monimento, in quo dicebatur Capys conditor Capuae sepultus, inuenta est conscripta litteris uerbisque Graecis hac sententia: «quandoque ossa Capyis detecta essent, fore ut illo prognatus manu consanguineorum necaretur magnisque mox Italiae cladibus uindicaretur». cuius rei, ne quis fabulosam aut commenticiam putet, auctor est Cornelius Balbus, familiarissimus Caesaris. proximis diebus equorum greges, quos in traiciendo Rubiconi flumini consecrarat ac uagos et sine custode dimiserat, comperit pertinacissime pabulo abstinere ubertimque flere. et immolantem haruspex Spurinna monuit, «caueret periculum, quod non ultra Martias Idus proferretur». pridie autem easdem Idus auem regaliolum cum laureo ramulo Pompeianae curiae se inferentem uolucres uarii generis ex proximo nemore persecutae ibidem discerpserunt. ea uero nocte, cui inluxit dies caedis, et ipse sibi uisus est per quietem interdum supra nubes uolitare, alias cum Ioue dextram iungere; et Calpurnia uxor imaginata est conlabi fastigium domus maritumque in gremio suo confodi; ac subito cubiculi fores sponte patuerunt. Ob haec simul et ob infirmam ualitudinem diu cunctatus an se contineret et quae apud senatum proposuerat agere differret, tandem Decimo Bruto adhortante, ne frequentis ac iam dudum opperientis destitueret, quinta fere hora progressus est libellumque insidiarum indicem ab obuio quodam porrectum libellis ceteris, quos sinistra manu tenebat, quasi mox lecturus commiscuit. dein pluribus hostiis caesis, cum litare non posset, introiit curiam spreta religione Spurinnamque irridens et ut falsum arguens, quod sine ulla sua noxa Idus Martiae adessent: quanquam is uenisse quidem eas diceret, sed non praeterisse.
  3. assidentem conspirati specie officii circumsteterunt, ilicoque Cimber Tillius, qui primas partes susceperat, quasi aliquid rogaturus propius accessit renuentique et gestum in aliud tempus differenti ab utroque umero togam adprehendit: deinde clamantem: «ista quidem uis est!» alter e Cascis auersum uulnerat paulum infra iugulum. Caesar Cascae brachium arreptum graphio traiecit conatusque prosilire alio uulnere tardatus est; utque animaduertit undique se strictis pugionibus peti, toga caput obuoluit, simul sinistra manu sinum ad ima crura deduxit, quo honestius caderet etiam inferiore corporis parte uelata. atque ita tribus et uiginti plagis confossus est uno modo ad primum ictum gemitu sine uoce edito, etsi tradiderunt quidam M. Bruto irruenti dixisse: «καὶ σὺ τέκνον»; exanimis diffugientibus cunctis aliquamdiu iacuit, donec lecticae impositum, dependente brachio, tres seruoli domum rettulerunt. nec in tot uulneribus, ut Antistius medicus existimabat, letale ullum repertum est, nisi quod secundo loco in pectore acceperat. Fuerat animus coniuratis corpus occisi in Tiberim trahere, bona publicare, acta rescindere, sed metu M. Antoni consulis et magistri equitum Lepidi destiterunt.

 

Maestro di Marradi. L'assassinio di Giulio Cesare. Affresco, 1475-1500. Spencer Museum of Art, University of Kansas
Maestro di Marradi. L’assassinio di Giulio Cesare. Affresco, 1475-1500. Spencer Museum of Art, University of Kansas.

 

  1. Fu questo il motivo che indusse i congiurati ad attuare il loro progetto, per non essere costretti a dare il loro assenso alla proposta. Allora fusero in uno solo i piani – fino a quel momento distinti – che avevano elaborato in gruppi di due o tre persone: anche il popolo non era più contento del presente stato delle cose, ma, di nascosto o apertamente, denigrava la tirannia e reclamava liberatori. All’indirizzo degli stranieri ammessi in Senato, fu pubblicato questo libello: «Buona fortuna! Che nessuno si prenda la briga di indicare la strada della curia ad un nuovo senatore!»; dappertutto, poi, si cantava così: «Cesare conduce in trionfo i Galli, li conduce in Senato; i Galli hanno abbandonato le bracae e indossato il laticlavio». Quando in teatro un littore ordinò di annunciare l’entrata di Q. Massimo, nominato consul suffectus per un trimestre, tutti gli spettatoti in coro gridarono che quello non era console. Durante le elezioni che seguirono alla revoca di Cesezio e Marullo si trovarono numerosi voti che li designavano come consoli. Alcuni scrissero sul basamento della statua di Lucio Bruto: «Oh, se tu fossi ancora vivo!», e di quella dello stesso Cesare: «Bruto fu eletto console per primo perché aveva scacciato i re. Costui, perché ha scacciato i consoli, alla fine è stato fatto re!». Più di sessanta cittadini cospirarono contro di lui, guidati da C. Cassio, M. Bruto e D. Bruto. I congiurati erano indecisi, in un primo tempo, se assassinarlo in Campo Marzio, durante le elezioni, quando egli avrebbe chiamato i tribuni a votare: allora alcuni lo avrebbero fatto cadere dal ponte, e altri lo avrebbero atteso giù, per sgozzarlo; oppure se assalirlo sulla via Sacra, o ancora mentre entrava in teatro. Quando però fu fissato che il Senato si sarebbe riunito alle Idi di marzo nella Curia di Pompeo, non ci furono difficoltà sulla scelta di quella data e di quel luogo.
  2. Ma la morte imminente fu annunciata a Cesare da chiari prodigi. Pochi mesi prima, i coloni condotti a Capua, in virtù della lex Iulia agraria, stavano demolendo antiche tombe per costruirvi sopra case di campagna. Lavoravano con tanto ardore che scoprirono, esplorando le tombe, una gran quantità di vasi di antica fattura e in un sepolcro trovarono una tavoletta di bronzo nella quale si diceva che vi era sepolto Capys, il fondatore di Capua. La tavola recava la scritta in lingua e caratteri greci, il cui senso era questo: «Quando saranno scoperte le ossa di Capys, un discendente di Iulo morrà per mano di consanguinei e ben presto sarà vendicato da terribili disastri dell’Italia». Di questo episodio, perché qualcuno non lo consideri fantasioso o inventato, ha reso testimonianza Cornelio Balbo, intimo amico di Cesare. Negli ultimi giorni Cesare venne a sapere che le mandrie di cavalli che aveva consacrato, quando attraversò il Rubicone, al dio del fiume, e lasciava libere di correre, senza guardiano, si rifiutavano di nutrirsi e piangevano continuamente. Per di più, mentre faceva un sacrificio, l’aruspice Spurinna lo ammonì di «fare attenzione al pericolo che non si sarebbe protratto oltre le Idi di marzo». Il giorno prima delle Idi un uccellino, con un ramoscello di lauro nel becco, volava verso la Curia di Pompeo, quando volatili di genere diverso, levatisi dal bosco vicino, lo raggiunsero e lo fecero a pezzi sul luogo stesso. Nella notte che precedette il giorno della morte, Cesare stesso sognò di volare al di sopra delle nubi e di stringere la mano di Giove; la moglie Calpurnia sognò invece che crollava la sommità della casa e che suo marito veniva ucciso tra le sue braccia; poi, d’un tratto, le porte della camera da letto si aprirono da sole. In seguito a questi presagi, ma anche per il cattivo stato della sua salute, rimase a lungo indeciso se restare in casa e differire gli affari che si era proposto di trattare davanti al Senato; alla fine, poiché D. Bruto lo esortava a non privare della sua presenza i senatori accorsi in gran numero che lo stavano aspettando da un po’, verso la quinta ora uscì. Camminando, prese dalle mani di uno che gli era venuto incontro un libello che denunciava il complotto, ma lo mise insieme con gli altri, come se volesse leggerlo più tardi. Dopo aver fatto quindi molti sacrifici, senza ottenere presagi favorevoli, entrò nella Curia, passando sopra ogni scrupolo religioso, e si prese gioco di Spurinna, accusandolo di dire il falso, perché le Idi erano arrivate senza danno per lui. Spurinna, però, gli rispose che erano arrivate, ma non erano ancora passate.
  3. Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico dell’iniziativa, gli si fece più vicino, come se volesse chiedergli un favore: Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa ad un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: «Ma questa è una violenza bell’e buona!» uno dei due Casca lo ferì dal di dietro, poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con il suo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita. Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, coperse anche la parte inferiore del corpo. Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a M. Bruto, che si precipitava contro di lui: «Anche tu, figlio?». Esanime, mentre tutti fuggivano, rimase lì per un po’ di tempo, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che penzolava in fuori, fu portato a casa da tre servi. Secondo il referto del medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto. I congiurati avrebbero voluto gettare il corpo dell’ucciso nel Tevere, confiscare i suoi beni e annullare tutti i suoi atti, ma rinunciarono al proposito per paura del console M. Antonio e del magister equitum