Il problema della successione ad Alessandro e le prime guerre fra i Diadochi

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1. Concezioni statali a confronto nelle lotte dei Diadochi

L’ampia portata delle conquiste di Alessandro, la preesistente organizzazione di quei vastissimi territori, l’assenza di un erede che fosse all’altezza del sovrano scomparso o nell’età giusta da succedergli, condizionarono fortemente gli eventi successivi alla sua morte, che vanno sotto il nome di guerre dei Diadochi (da διάδοχοι, successori) e degli Epigoni (da ἐπίγονοι, discendenti) e occupano complessivamente un quarantennio (dal 323 fino alla battaglia di Curupedio, 281 a.C.). Il primo “ventennio” (323-301) fu il periodo di maggiore tensione, quando tutto fu messo in discussione, il potere centrale sulle regioni conquistate, come la stessa egemonia macedone sulla Grecia. Con la battaglia di Ipso (301), cioè con la sconfitta e la morte di Antigono Monoftalmo, l’assetto complessivo, che comportò una netta distinzione tra Egitto, Asia ed Europa macedone, poté dirsi ormai consolidato.

Nel 323 si era posto anzitutto il problema della forma del potere centrale, che aveva ricevuto una soluzione complessa: a Cratero (assente da Babilonia, perché in marcia con i veterani verso la Macedonia) era stato affidato il ruolo di προστάτης τῆς βασιλείας di Arrideo: in pratica, la monarchia era sottoposta a una sorta di procuratela (se non una tutela vera e propria). E al trono erano destinati Filippo Arrideo, fratellastro di Alessandro il Grande, e il nascituro figlio di quest’ultimo e di Rossane, se di sesso maschile.

L’intera problematica del rapporto fra le diverse funzioni dei successori di Alessandro può ricevere notevole chiarimento da paralleli antichi (persino micenei) e moderni, di duplicità di posizioni dominanti: quella del “capo dello Stato”, colui che incarna la sovranità, e quella del “primo ministro”: quindi quella di chi “regna” e quella di chi “governa”, di chi cioè detiene il potere operativo. Il governare poi, in entità statali arcaiche, coincide spesso di fatto con l’esercizio del potere militare: nella civiltà micenea, il ϝάναξ (signore) e il lawaghétas (il capo dei lawoí, degli “armati”), in quella macedone il βασιλεύς (re, o chi lo rappresenta) e il χιλίαρχος, che è il capo dei ‘mille’ (una nozione che sembra qui valere specialmente per gli armati). I due livelli del sommo potere si ritrovano in realtà di epoche diversissime e molto distanti.

A un gradino teoricamente più basso del βασιλεύς (o del προστάτης) si collocava – e già qui entrava in gioco l’influenza amministrativa persiana – il χιλίαρχος (gran visir o “primo ministro”) Perdicca, che però aveva così sotto di sé i territori asiatici. E infatti già allora si profilava una dicotomia nettissima tra parte originaria (europea) e parte acquisita (asiatica e libica) dell’impero macedone, visto che ad Antipatro restò affidata la funzione di stratego d’Europa.

Cavalleria macedone. Illustrazione di Johnny Shumate.

Senza l’esistenza formale ed effettiva della regalità macedone, era del resto poco giustificato l’esercizio di un dominio unitario di tutti i territori conquistati. Il dramma della successione ad Alessandro fu tutto qui. Già quando il conquistatore era in vita, si era posto per lui il problema di affidare l’amministrazione dei singoli distretti a governatori, forse già allora indicati come σατράπαι (satrapi). Perlopiù si era trattato di Macedoni o di Greci, ma non erano mancati casi di utilizzazione di Persiani (o d’altri orientali) “collaborazionisti”. Con la morte di Alessandro il principio della ripartizione territoriale si estese, ma si applicò anche in maniera complicata, andando molto al di là delle stesse suddivisioni tradizionali, rese plausibili dalla geografia come dalla storia: salvo per l’Egitto, di cui Tolemeo ebbe l’acume politico di garantirsi il controllo, che mai più (caso unico fra tutti i Diadochi) avrebbe perso.

Per il resto, fu la nascita di una geografia politica bizzarra e velleitaria: a Eumene, un greco di Cardia, capo della cancelleria regia (ἀρχιγραμματεύς, segretario generale), andarono i territori ancora da soggiogare di Paflagonia e Cappadocia; ad Antigono, la Panfilia, la Licia e la Frigia maggiore (nell’Asia minore meridionale e occidentale); a Leonnato fu data la Frigia ellespontica; a Lisimaco toccò la Tracia, benché formalmente sotto l’autorità dello stratego d’Europa, Antipatro[1].

La confusa serie di eventi può essere ricostruita secondo la logica degli sviluppi necessariamente conseguenti a queste premesse e raccordata intorno a periodi distinguibili almeno in parte fra loro.

Negli anni 323-321 le personalità dominanti e più attive nei due grandi tronconi dell’impero macedone furono Antipatro in Europa e Perdicca in Asia. Com’è chiaro, quest’ultimo aveva un nemico alle spalle, verso Occidente, in Antigono (che fuggì in Europa), e uno al di là del territorio asiatico da lui stesso controllato, in Egitto. In un’astratta logica territoriale, era proprio verso l’Egitto che Perdicca avrebbe dovuto rivolgere (e di fatto così fece) il suo sforzo di conquista, tanto più che in Asia minore poteva contare dell’appoggio di Eumene. L’inimicizia di gran parte della dirigenza macedone era tuttavia ‘assicurata’ a Perdicca dai suoi progetti di sposare Cleopatra, la sorella di Alessandro Magno (già vedova di Alessandro il Molosso, morto circa il 331 in Italia) e di porsi perciò come erede legittimo della dinastia degli Argeadi (con la naturale conseguenza dell’ostilità di Antipatro). Perdicca cadde vittima di un attentato, nel 321 a.C., alle porte dell’Egitto, a Pelusio[2].

 

Filippo III Arrideo. Tetradramma, Lampsaco 323-317 a.C. ca. Ar. 4,21 g. Recto: testa di Eracle voltata a destra con leontea.

 

2. I Greci e la morte di Alessandro: la Guerra lamiaca

Intanto la vocazione europea di Antipatro (che appare solo superficialmente smentita dal suo intervento nella guerra d’Asia contro Eumene, insieme con Cratero, e dagli accordi di Triparadiso nel 321) era quasi paradossalmente confermata dallo scoppio in Grecia della “Guerra lamiaca”, detta così dal nome della roccaforte tessalica presso il Golfo Maliaco (Làmia), dove Antipatro fu per qualche tempo, dal tardo 323, bloccato dai Greci insorti. Protagonisti della ribellione furono gli Ateniesi, in particolare l’oratore Iperide e lo stratego Leostene: quest’ultimo arruolò un esercito di mercenari raccolti in quella che ormai era diventata una piazza di particolare importanza di questo genere di “manodopera”, Tenaro, promontorio e città della Laconia[3]. La Lega ellenica di Corinto si sciolse; alla rivolta presero parte anche gli Etoli; fu allora che Demostene, in esilio a seguito dell’affare di Arpalo, poté rientrare in patria. La battaglia navale di Amorgo (nelle Sporadi), nell’estate del 322, segnò la vittoria del macedone Clito sulla flotta ateniese; poco dopo, Antipatro, raggiunto dai soccorsi di Cratero, sconfiggeva per terra gli Ateniesi a Crannone, in Tessaglia. Gravissime le conseguenze interne per la città: nel 322, per la terza volta nella sua storia, dopo gli eventi della Guerra del Peloponneso, la democrazia ateniese subiva il contraccolpo di un radicale cambiamento di regime, che diveniva di tipo timocratico, cioè basato sul censo, che era definito nella misura minima di una proprietà di 20 mine. Ne seguì la condanna a morte e l’esecuzione di Iperide, mentre Demostene, rifugiatosi nel santuario di Poseidone sull’isola di Calauria (sita di fronte alla città peloponnesiaca di Trezene, che era stata sempre in uno stretto rapporto con Atene), si tolse la vita, quando era ormai braccato dagli zelanti emissari di Antipatro (322)[4]. L’anno successivo raccordò momentaneamente fra loro le vicende d’Europa e d’Asia: Antigono era sbarcato già nel 322 a Efeso, recuperando quel suolo asiatico che, per la parte occidentale, era passato piuttosto sotto il controllo di Eumene; nella primavera del 321 Cratero e Antipatro varcarono l’Ellesponto e, mentre Antipatro avanzava verso la Cilicia, Cratero si fece incontro a Eumene (in una località asiatica di non facile determinazione), ma fu sconfitto, soprattutto per merito della soverchiante cavalleria avversaria, e trovò la morte sul campo[5].

 

Monumento funerario con statua di oplita. Tomba di Aristonaute, figlio di Archenaute, dal demo di Alae. Opera in stile Skopas. Marmo pario, IV secolo a.C. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

 

3. Antigono protagonista

La scomparsa dei due grandi rappresentanti del potere regale (Cratero e Perdicca) impose un riassetto dell’impero, che fu attuato nel convegno di Triparadiso (in Siria, forse nel 321): questa volta ἐπιμελητής dei re (non “del regno” di Arrideo) fu nominato Antipatro, che si ritirò in Europa con Filippo Arrideo, Euridice e Alessandro IV, figlio di Alessandro il Grande e di Rossane. Contro Eumene, il vecchio fautore di Perdicca (e dell’idea di un impero unitario centrato sui dominii dell’Asia), fu emessa una sentenza di morte, di cui doveva essere esecutore Antigono, che ormai si poneva come l’erede del progetto di impero asiatico di Perdicca (senza però ancora avere formalmente rinunciato a un ancor più ambizioso disegno unitario). Già Triparadiso prefigurò la grande tripartizione ellenistica (Europa macedone, Asia ed Egitto), pur includendo, per la parte più vasta e complessa – cioè l’Asia – tutte le incognite possibili degli sviluppi delle posizioni individuali.

Gli accordi del 321 provvidero in effetti a una nuova ripartizione delle satrapie, in generale, e già con essa minarono ulteriormente il principio dell’unità dell’impero. D’altra parte, e questo ne rappresentò l’aspetto più significativo, quanto fu deciso mise in luce una notevole chiaroveggenza in Antipatro, in quanto riflettevano il suo tentativo di scongiurare un conflitto che poi si sarebbe rivelato, per un ventennio, centrale, anzi come il filo conduttore della dinamica dei conflitti fra i Diadochi: quello che avrebbe opposto il figlio Cassandro, da un lato, e Antigono e Demetrio, dall’altro; un contrasto di personalità, ma anche di principi politici e di concezioni statali differenti. A scopo di conciliazione, Antipatro metteva Cassandro accanto, e subordinato, ad Antigono (stratego dell’Asia), come comandante della cavalleria; ma presto avrebbe dovuto richiamarlo in Macedonia per l’impossibilità di accordo fra i due. D’altro canto, Antipatro tentava di rinsaldare i rapporti matrimoniali tra la figlia Fila, vedova di Cratero, e Demetrio, figlio di Antigono e assai più giovane della consorte. All’interno e anche entro i limiti della prospettiva storica aperta dai Macedoni, Antipatro rappresentò un caso di saggezza politica, volta a conservare, se non un’unità formale dell’impero, che diveniva ogni giorno più teorica, almeno l’armonia fra le diverse parti in causa. I fatti successivi non assecondarono le intenzioni del vecchio macedone, che nondimeno occorre ben considerare.

Le decisioni assunte da Antipatro prima della morte (319) furono soluzioni interlocutorie, in cui alla preliminare intenzione legittimistica si mescolava il riconoscimento di fatto della ricostituita dicotomia tra Europa ed Asia: il vecchio generale, morendo, non lasciò al figlio Cassandro le sue stesse posizioni di potere, ma nominava “reggente del regno” il veterano Poliperconte, conferendogli però allo stesso tempo la carica su cui egli stesso aveva per anni fondato il proprio effettivo potere, cioè quella di “stratego d’Europa”; Cassandro era solo χιλίαρχος[6].

Scena di giuramento militare. Illustrazione di Peter Dennis.

Gli accordi di Triparadiso avevano anche messo in gioco personalità destinate a un grande futuro, come Seleuco, che ottenne la satrapia di Babilonia; altri invece, come Arrideo, satrapo della Frigia ellespontica, o Clito, satrapo di Lidia, apparvero come personaggi di rilievo solo per qualche anno.

Dopo la scomparsa di Antipatro si creò contro Poliperconte una naturale coalizione tra i quattro personaggi più importanti del momento: Antigono (stratego dell’Asia dal 321); Tolemeo, rimasto saggiamente satrapo dell’Egitto, rifiutando offerte maggiori, nei territori extraeuropei conquistati; Cassandro (rientrato già nel 321 in Macedonia con il padre); e ora, o forse qualche tempo più tardi, Lisimaco, saldamente insediato in Tracia. Antigono in Asia si rivelò il più intraprendente: sconfisse in Pisidia il fratello di Perdicca, Alceta, che venne assassinato poi dai suoi nella primavera del 319, e costrinse Eumene a richiudersi nella fortezza di Nora, ai confini tra Cappadocia e Licaonia.

In Europa, morto Antipatro e tenuto a bada Cassandro, fu dominante Poliperconte, che già aveva partecipato alla spedizione di Alessandro come comandante di alcune falangi. In Asia, Antigono, accantonata per il momento la resa dei conti con Eumene, procedette all’eliminazione degli ostacoli minori, attaccando la Frigia di Arrideo e la Lidia di Clito; così egli s’impadronì di Efeso e di una cospicua somma di denaro (600 talenti) destinata al tesoro macedone e proveniente dalla Cilicia. Ormai, però, la rottura fra i due principali protagonisti (Poliperconte e Antigono) era consumata: Cassandro abbandonò la Macedonia per raggiungere l’Asia[7].

 

Cavaliere macedone (dettaglio). Marmo, IV sec. a.C., dal cosiddetto Sarcofago di Alessandro. İstanbul Arkeoloji Müzeleri.

 

4. La politica dei generali macedoni in Europa

Ormai Poliperconte entrò sempre di più nel suo ruolo di “governatore dell’Europa”, anche se per conto della dinastia argeade; solo, capovolse le linee della politica verso i Greci, mettendo in luce una delle due anime che caratterizzavano l’atteggiamento macedone verso i regimi interni delle città elleniche. Egli emise così nel 318 un celebre decreto, con cui si restaurarono i regimi già vigenti sotto Filippo II, si richiamarono gli esuli, si ritirarono le guarnigioni macedoni, si restituì Samo ad Atene: un programma dunque di libertà e di autonomia, che di fatto proprio per Atene significò il ritorno della democrazia. L’invio in Attica del figlio Alessandro completò l’iniziativa di Poliperconte verso le istituzioni e verso la città, dove, nell’aprile dello stesso anno, fu rovesciato il governo oligarchico e giustiziato il gruppo di uomini che lo rappresentavano, Focione in testa[8].

Ma nello stesso 318 cominciarono i rovesci per Poliperconte e per questa tiepida primavera democratica. Clito, che si appoggiava al reggente, fu sconfitto in autunno da Antigono in una battaglia navale sul Bosforo; ad Atene Cassandro, istallatosi al Pireo, impose il governo di Demetrio del Falero, un peripatetico allievo di Teofrasto e collaboratore di Focione, che aveva però fatto in tempo a mettersi in salvo, rifugiandosi da lui. Fu restaurata ancora una volta la costituzione timocratica, tuttavia con abbassamento del censo minimo a 10 mine; primo stratego fu nominato proprio Demetrio, che governò come ἐπιμελητής τῆς πόλεως (curatore della città) per dieci anni; una guarnigione macedone rimase a Munichia (dalla primavera del 317)[9].

Cassandro dunque poté rientrare in forze in Macedonia e affrontare Poliperconte, a cui non restò che abbandonare il campo portandosi dietro Alessandro IV e Rossane, a causa delle numerose defezioni in favore del figlio di Antipatro. Fu allora che nacque l’alleanza formale tra Cassandro ed Euridice: la donna sostituì di fatto il marito, Filippo Arrideo, debole di mente, nell’esercizio del potere politico. In Grecia si schierarono per Cassandro le regioni centro-orientali, dalla Tessaglia alla Locride, alla Beozia e all’Eubea. Gli Etoli e la maggior parte dei Peloponnesiaci tennero invece la parte a Poliperconte. E mentre Cassandro fu impegnato nell’assedio di Tegea in Arcadia, avvenne il rientro di Olimpiade dall’Epiro in Macedonia, dietro sollecitazione di Poliperconte: Euridice la affronta al confine fra i due regni, ma le truppe macedoni l’abbandonano per passare dalla parte della prestigiosa madre di Alessandro Magno; costei allora prese tutte le sue vendette, facendo uccidere Filippo III ed Euridice, il fratello di Cassandro Nicanore e un altro centinaio di antichi nemici (estate-autunno del 317).

Soldato macedone con lancia e berretto (καυσία). Affresco, IV sec. a.C. dalla tomba di Agios Athanasios, Thessaloniki. Thessaloniki, Museo Archeologico.

Alla notizia di questi avvenimenti Cassandro lasciò l’assedio di Tegea per la Macedonia; Olimpiade si chiuse a Pidna insieme ad Alessandro IV e Rossane, ma nella primavera del 316 (?) fu costretta a capitolare, anche a seguito di numerose defezioni. Le condizioni della resa le garantivano salva la vita, ma non fu possibile per Cassandro resistere alla richiesta dei parenti delle vittime dell’ira sanguinaria della regina, di sottoporla a un processo di fronte al tribunale del popolo macedone; ne seguì la condanna a morte.

L’orgogliosa sovrana non accettò di fuggire ad Atene su una nave che Cassandro sembra averle offerto; Alessandro IV fu comunque trasferito ad Anfipoli sotto la custodia di Cassandro[10]. Questi, dal canto suo, fondò nel 316 una città da lui stesso denominata Cassandrea sul sito di Potidea (distrutta da Filippo II nel 356) e, forse nello stesso anno, presso l’antica Terme, Tessalonica (dal nome della figlia di Nicesipoli di Fere e di Filippo II). Certamente, nello stesso 316 egli richiamò in vita Tebe tra il giubilo di tanti Greci: una politica dunque, verso costoro, cauta sul piano dei regimi politici interni, ma aperta e sensibile sul terreno dell’insopprimibile esigenza ellenica di tenere in vita o rivitalizzare, a seconda dei casi, le πολεῖς e le loro tradizioni[11].

In Asia continuava intanto il confronto tra Antigono e i suoi nemici (e concorrenti) vecchi e nuovi. Eumene, che Poliperconte aveva nominato “stratego d’Asia” in opposizione al Monoftalmo, rotto ormai il blocco di Nora, aveva raggiunto la Fenicia e di lì la Siria. In Mesopotamia si era formata un’alleanza tra Seleuco, satrapo di Babilonia, e Pitone, già satrapo della Media, divenuto governatore delle “satrapie superiori”. Quando Eumene raggiunse la Mesopotamia, chiese invano a Seleuco e a Pitone il riconoscimento della sua autorità sull’Asia, ma ottenne di poter varcare il Tigri. Antigono gli era alle calcagna: l’inseguimento si estese dalla Mesopotamia alla Susiana, alla Paratacene, dove si verificarono vari scontri fra i due eserciti, fino alla Gabiene, dove Eumene subì un’ultima sconfitta, a cui seguirono – come al solito – la defezione delle truppe, che passarono tutte al vincitore, e la condanna a morte per alto tradimento e l’esecuzione del vinto e dei suoi più stretti collaboratori (316). Ma neanche a coloro che avevano tenuto la parte a Eumene andò tanto bene: il Monoftalmo represse un tentativo di ribellione di Pitone, che fu giustiziato, depose Peucesta dalla carica di satrapo di Persia (in cui l’aveva posto già Alessandro Magno) e mosse verso Babilonia per chiedere a Seleuco i rendiconti della sua amministrazione come satrapo della regione; quest’intenzione provocò la fuga di Seleuco, che presto raggiunse Tolemeo in Egitto[12].

Il secondo periodo delle lotte dei Diadochi (321-316) fu dunque caratterizzato da una progressiva assunzione del ruolo di erede di Alessandro in Europa da parte di Cassandro e di erede in Asia da parte di Antigono; erano rimasti sullo sfondo residui progetti legittimistici, di cui erano stati protagonisti Eumene, Poliperconte e Olimpiade. Il realismo della politica della spartizione era già presente nell’azione di diversi personaggi, ma non era riuscito a conseguire subito tutti i suoi risultati. Contro le ambizioni imperiali di Antigono si sarebbe determinata, come già era capitato con le posizioni legittimistiche di Poliperconte, una coalizione di quei sostenitori del principio particolaristico che ormai, dopo i drammatici eventi del 316, sarebbero usciti allo scoperto: Tolemeo, Lisimaco e lo stesso Cassandro.

 

Soldati macedoni. Affresco, IV sec. a.C. dalla tomba di Agios Athanasios, Thessaloniki. Thessaloniki, Museo Archeologico.

 

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Note

[1] Si vd. anche Diod. XVIII 3; Iust. XIII.

[2] Diod. XVIII 16, 22 ss.; 25; 29; 33-36; Arr. FGrHist 156 F 11; Iust. XIII 6 e 8; Plut. Eum. 8.

[3] Diod. XVII 111, 1-3; XVIII 8-18; 24 ss.; Arr. loc. cit.; Hyp. 6; Iust. XIII 5; Plut. Phoc. 23 ss.; Demosth. 27 ss.; Paus. I 25, 5. Sulle fonti di Diodoro, si vd. in part. E. Lepore, Leostene e le origini della guerra lamiaca, PP 10 (1955), 161-.

[4] Plut. Demetr. 10-11; De Alex. 338; Phoc. 26 ss.; Cam. 19; Demosth. 27 ss.; Diod. XVIII 15, 9; 16-18.

[5] Arr. loc. cit.; Diod. XVIII 29-32; Plut. Eum. 5-8; Iust. XIII 8, ecc.

[6] Fondamentali, per il periodo, Diod. XVIII 37-50; Arr. loc. cit.; Plut. Eum. 8-11.

[7] Diod. XVIII 51-54.

[8] Id. XVIII 55-67; Plut. Phoc. 31-38; Nep. Phoc. 2-4. Evidente l’importanza del tema ateniese nelle fonti di Diodoro.

[9] Fonti principali: Diod. XVIII 74; XX 45; Plut. Phoc. 35; 38; IG II/III2 1201; Dem1. De eloc. 5, 289.

[10] Iust. XIV 5, 5-8; 6, 1; Diod. XIX 11; 35; Paus. I 11, 3-4; VIII 7, 7.

[11] Iust. XIV 6; Diod. XIX 35 sg.; 49-55; Paus. V 23, 3; IX 7; SIG3 337 (sulla ricostruzione di Tebe).

[12] Diod. XIX 14-56; Plut. Eum. 13; App. Syr. 53, le fonti principali per queste vicende, in cui spicca quella di Seleuco.

 

***

Sitografia (documentari)

Kings and Generals, Alexander’s Successors: First War of the Diadochi 322–320 BC [YouTube].

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Letteratura e filologia ellenistica

di L.D. Reynolds – N.G. Wilson, Copisti e filologi. La tradizione dei classici dall’antichità ai tempi moderni, Padova 19873, pp. 1-18.

 

  1. I libri antichi.

 

Per illustrare le vie lungo le quali la letteratura classica è pervenuta dal mondo antico ad oggi conviene cominciare dalla storia del commercio librario, come è nato e come si è sviluppato. Nella Grecia antichissima la letteratura precedette la scrittura. Il nucleo dei poemi omerici fu tramandato oralmente per parecchi secoli, quando ancora non si usava la scrittura; e quando l’alfabeto fenicio venne adattato al greco, nella seconda metà dell’VIII secolo, la consuetudine del componimento letterario recitato era ancora viva, con la conseguenza che non si ritenne subito necessario affidare Omero alla scrittura. Secondo una tradizione spesso ripetuta nell’Antichità, il primo testo scritto delle due epopee fu preparato ad Atene per ordine di Pisistrato: la notizia è plausibile, anche se non esente da sospetto; ma non ne consegue che cominciassero a diffondersi in numero considerevole volumi di Omero, dato che con tutta probabilità lo scopo di Pisistrato era di assicurare l’esistenza di una copia ufficiale dei poemi da recitarsi nelle feste Panatenaiche. L’abitudine di leggere la poesia epica invece di ascoltarla declamare non nacque da un giorno all’altro, e i libri rimasero press’a poco una rarità fino al quinto secolo avanzato. D’altra parte lo sviluppo di forme letterarie non dipendenti dalla recitazione creò per gli autori, dall’VIII secolo in poi, la necessità di mettere per iscritto le loro opere, anche se ne veniva apprestato un solo esemplare a scopo di consultazione: così si dice che Eraclito abbia depositato il suo famoso trattato in un tempio, e forse per questa ragione esso sopravviveva a metà del IV secolo quando lo lesse Aristotele (Diog. Laert. 9, 6). Le copie si moltiplicarono e si diffusero probabilmente in modo molto limitato: si può congetturare che le prime opere a raggiungere un pubblico sia pure modesto siano state quelle dei filosofi e degli storiografi ionici o quelle dei sofisti; una certa richiesta di copie si estendeva pure ai poeti che erano alla base dell’istruzione scolastica. Tuttavia solo dalla metà del V secolo o poco dopo si può dire che in Grecia sia esistito un commercio di libri, poiché si trovano riferimenti a una parte del mercato di Atene dove se ne potevano acquistare (Eupolis fr. 304K), e Platone fa dire a Socrate nella sua Apologia (26) che chiunque può comperare per una dramma nell’orchestra le opere di Anassagora. Però i particolari in proposito restano sconosciuti.

Sull’aspetto dei libri che venivano prodotti nella Grecia classica non si può dire molto con certezza, perché, interi o frammentari, del IV secolo sono rimasti in numero così esiguo che non sarebbe ragionevole considerarli come un campione rappresentativo: le affermazioni generali che seguono si basano perciò soprattutto su materiale ellenistico, ma si può arguire con una certa attendibilità che valgano anche per il periodo classico. Si cercherà di mostrare come le materiali differenze tra libri antichi e moderni abbiano influenzato il lettore nella sua relazione con i testi letterari.

p. oxy. 5 843 (150 - 199 d.c. ca.),col. xxxi; platone, simposio, 223c-d. cairo, egyptian museum
. Oxy. 5 843 (150 – 199 d.C. ca.),col. xxxi; Platone, Simposio, 223c-d. Cairo, Egyptian Museum.

La forma normale era quella di rotolo, che recava su una faccia la scrittura in una serie di colonne. Chi leggeva lo doveva svolgere gradualmente, usando una mano per tenere la parte che aveva già visto, la quale veniva arrotolata; alla fine però la spirale risultava capovolta, cosicché andava srotolata di nuovo prima che il successivo lettore potesse servirsene. La scomodità di questa forma è evidente, specialmente quando si ricordi che alcuni rotoli erano di lunghezza considerevole: uno dei più lunghi fra quelli sopravvissuti (P. Oxy. 843) conteneva, quando era completo, l’intero Simposio di Platone e doveva misurare circa sei metri e settanta centimetri. Un altro inconveniente era rappresentato dal materiale poco resistente e dai guasti che facilmente ne seguivano. Non è difficile immaginare che un antico lettore, di fronte alla necessità di verificare una citazione o di controllare un riferimento, si sarebbe affidato il più possibile alla memoria piuttosto che sobbarcarsi la fatica di svolgere il rotolo e quindi forse di accelerare il processo di logoramento. Questo spiega perché, quando un antico autore ne cita un altro, c’è tanto spesso una differenza notevole tra le due versioni.

Il materiale scrittorio abituale era il papiro, preparato tagliando sottili strisce dal midollo fibroso di una canna che cresceva spontaneamente nel delta del Nilo: nel I secolo d.C. c’erano anche centri minori di produzione in Siria e vicino a Babilonia; due strati di queste strisce, l’uno sovrapposto all’altro ad angolo retto, venivano compressi insieme per formare i fogli (Plin., N. H. 13, 68 ss.), che potevano poi essere incollati insieme in una lunga fila per formare un rotolo. Si facevano fogli di diverse misure, ma in media un libro accoglieva una colonna di testo alta fra i venti e i venticinque centimetri, con un numero di linee di scrittura variabile tra venticinque e quarantacinque. Poiché esisteva una sola ampia sorgente di rifornimento, si può supporre che il commercio dei libri fosse esposto alle oscillazioni generate dalla guerra o dal desiderio dei produttori di sfruttare il loro effettivo monopolio. Difficoltà di questo genere si deducono da Erodoto (5, 58), il quale dice che, quando il materiale scrittorio scarseggiò, gli Ioni avevano adoperato per sostituirlo pelle di pecora e di capra: nel ricorrere a questo espediente sembra che abbiano seguito l’uso dei loro vicini orientali. Il cuoio, però, come materiale scrittorio non poteva reggere il confronto con il papiro e senza dubbio era usato solo in caso di emergenza. Nel periodo ellenistico, se si può prestar fede a Varrone (cfr. Plin., N. H. 13, 70), il governo egiziano pose un divieto all’esportazione del papiro, e sembra che questo abbia stimolato la ricerca di un’alternativa accettabile. A Pergamo fu inventato un trattamento per le pelli d’animale allo scopo di dare una superficie per la scrittura migliore di quella del cuoio: e ne risultò ciò che oggi è chiamata appunto pergamena. Ma anche se questa tradizione è vera, l’esperimento ebbe da principio vita breve e si deve ritenere che il divieto egiziano sia stato presto abolito, perché fino ai primi secoli dell’era cristiana la pergamena non diventò di uso comune per i libri; i primi esempi sono frammenti dei Cretesi di Euripide (P. Berol. 13217) e Sulla falsa ambasceria di Demostene (British Museum, Add. 34473 = P. Lit. Lond. 127).

È impossibile dire entro quali limiti il rifornimento e il prezzo del papiro ne abbia ostacolato o incoraggiato l’uso in Grecia: ma, quando era impiegato per un libro, quasi invariabilmente veniva coperto di scrittura su un lato soltanto, come la forma stessa rendeva necessario, poiché un testo scritto sul retro di un rotolo si sarebbe cancellato molto facilmente; forse anche la superficie del papiro contribuì a formare questa regola, dato che gli amanuensi preferirono sempre usare per prima la faccia sulla quale le fibre correvano orizzontalmente. In rare occasioni abbiamo notizia di volumina scritti su tutti e due i lati (Iuven 1, 6; Plin., Epist. 3, 5, 17), ma simili casi erano eccezionali, anche se la carenza di materiale scrittorio talvolta fece utilizzare per un testo letterario il rovescio, trasversalmente alle fibre: un esempio famoso è il manoscritto dell’Hypsipyle di Euripide (P. Oxy. 852). A questo proposito occorre ricordare che la lunghezza del testo contenuto da un libro antico era modesta: la copia del Simposio di Platone menzionata sopra, benché superasse di molto le misure allora normali, accoglieva l’equivalente di non più di una settantina di pagine a stampa.

P. Oxy. 6 852 (fine II-inizi III sec. d.C. ca.). Frammento dell’Hypsipyle di Euripide. Cairo, Egyptian Museum.

Infine bisogna notare che il testo, com’era sistemato sul papiro, era per il lettore molto più difficile da interpretare che in qualunque libro moderno: infatti la punteggiatura non era mai più che rudimentale, mancava la divisione delle parole, e fino al medioevo nessuno sforzo fu fatto per cambiare tale consuetudine, sia in greco che in latino. Il sistema di accentazione, che in greco avrebbe potuto compensare questa difficoltà, non fu inventato fino al periodo ellenistico, e anche in seguito per molto tempo non divenne di uso comune, anzi fino all’inizio del medioevo gli accenti non furono abitualmente apposti. Durante tutta l’antichità l’alternarsi degli interlocutori nei testi drammatici non era indicato con la precisione ora ritenuta necessaria, ma si riteneva sufficiente segnare una lineetta orizzontale all’inizio di un verso, o due punti uno sopra l’altro, come i moderni due punti, per cambi anche all’interno di esso; inoltre i nomi dei personaggi spesso erano omessi. L’inesattezza di questo metodo, e lo stato di confusione al quale presto ridusse i testi, si può vedere dalle condizioni dei papiri che contengono il Dyscolus e il Sicyonius di Menandro. Anche nei dialoghi in prosa non venivano indicati i nomi degli interlocutori. Un’altra e forse anche più strana caratteristica dei libri nel periodo pre-ellenistico è che i versi lirici erano scritti come se si fosse trattato di prosa: ne è esempio il papiro di Timoteo del IV secolo (P. Berol. 9875), ma anche senza questo prezioso documento il fatto si sarebbe potuto dedurre dalla notizia che fu Aristofane di Bisanzio (ca. 257-180 a.C.) ad inventare la tradizionale colometria, a quale rende chiare le unità metriche della poesia (Dion. Halic., De comp. verb. 156, 221). Le stesse difficoltà che si opponevano al lettore di un libro antico si presentavano, bisogna notarlo, ugualmente spinose a chi desiderasse trascrivere una propria copia; non va sottovalutato il rischio, a quest’epoca, di interpretare erroneamente il testo e quindi di corromperlo: certo ad allora risalgono in buona parte le gravi corruttele nei classici già largamente diffuse nei testi che infine entrarono nella biblioteca del Museo di Alessandria.

 

P. Berol. 9875 col. v; Timoteo, Persae. Segno di coronide.

 

  1. La biblioteca del Museo e la filologia ellenistica.

 

Lo sviluppo del commercio librario permise pure ai privati di formarsi una biblioteca. Anche se non merita credito la tradizione che tiranni come Pisistrato e Policrate di Samo nel sesto secolo abbiano posseduto ampie collezioni di libri (Athen. 1, 3a), è certo invece che alla fine del V secolo esistevano biblioteche private; Aristofane mette in ridicolo Euripide perché nel comporre le sue tragedie attinge pesantemente a fonti letterarie (Ranae 943), ma la sua stessa opera, piena com’è di parodie e di allusioni, entro certi limiti deve essere dipesa da una raccolta personale di manoscritti.

Non c’è traccia ad Atene di biblioteche generali mantenute a pubbliche spese, ma è verosimile che copie ufficiali delle opere messe in scena nelle feste più importanti, come le Dionisie, fossero conservate negli archivi di stato. Lo pseudo-Plutarco (Vitae decem oratorum 841f) attribuisce all’oratore Licurgo la proposta di conservare in questo modo copie ufficiali, ma probabilmente la necessità era sentita già prima. Sappiamo che di tanto in tanto dei drammi venivano riesumati anche dopo la rappresentazione originale e gli attori avevano naturalmente bisogno di nuove copie: se fossero stati costretti a procurarsele trascrivendole da quelle private, sarebbe straordinaria la sopravvivenza in età ellenistica di una così completa serie di opere.

Talia, musa del teatro (dettaglio). Rilievo, marmo, II sec. d.C. ca. da un sarcofago romano con le Muse. Paris, Musée du Louvre.

 

Con il progresso della cultura e della scienza nel quarto secolo la fondazione di istituti accademici con proprie biblioteche divenne questione di tempo. Non sorprende trovare in Strabone (13, 1, 54) la notizia che Aristotele radunò un gran numero di libri, i quali senza dubbio rappresentavano la vastità di interessi del Liceo. Questa collezione e quella dell’Accademia furono i modelli imitati poco dopo dal re d’Egitto, quando fondò la famosa biblioteca di Alessandria (Diog. Laert. 4, 1; 5, 51). Le principali materie di studio nel Liceo erano scientifiche e filosofiche, ma non si trascuravano quelle letterarie: così lo stesso Aristotele scrisse su problemi di interpretazione di Omero, accanto alle sue ben note Poetica e Retorica; in relazione con la seconda esistono alcune prove che egli e i suoi successori si occuparono delle orazioni di Demostene.

 

Alessandria. La Biblioteca, ricostruzione grafica del complesso.

 

Di importanza molto maggiore furono gli studi intrapresi al Museo di Alessandria: formalmente, come dice il nome, era un tempio in onore delle Muse, presieduto da un sacerdote. In realtà si trattava del centro di una comunità letteraria e scientifica, ed è essenziale non sottovalutarne quest’ultimo aspetto: il bibliotecario Eratostene (ca. 295-ca. 214 a.C.), benché letterato, era anche un uomo di scienza, divenuto famoso per i suoi tentativi di misurare la circonferenza della terra, ed è probabile che altri illustri scienziati alessandrini ne facessero parte. Il Museo era mantenuto a spese del re; i membri avevano stanze di studio e una sala ove pranzavano insieme, inoltre ricevevano uno stipendio dal tesoro reale. È stata osservata una superficiale rassomiglianza fra questa istituzione e i collegi di Oxford o di Cambridge, ma l’analogia è falsa in un aspetto importante: non c’è nessuna prova che gli studiosi del Museo tenessero regolari corsi per gli studenti. La comunità fu fondata probabilmente da Tolemeo Filadelfo circa il 280 a.C., e guadagnò presto fama, forse generando gelosie per la prodigalità dei suoi ordinamenti: infatti troviamo il poeta satirico Timone di Fliunte che scrisse di essa circa nel 230 a.C.: «Nel popoloso Egitto pascolano molti pedanti chiusi tra i libri che litigano continuamente nella gabbia delle Muse» (Athen. 1, 22d).

Una parte essenziale di questa fondazione, situata nello stesso complesso di edifici o nelle immediate vicinanze, era la famosa biblioteca. Sembra che qualche passo verso la sua creazione fosse già stato compiuto nel regno precedente del primo Tolemeo, che invitò appositamente ad Alessandria Demetrio di Falero, l’eminente allievo di Teofrasto, circa nel 295 a.C. La biblioteca crebbe rapidamente: il numero dei manoscritti è valutato in modo vario dalle fonti antiche, e, data l’inesattezza con cui sono state trasmesse tutte le grosse cifre date dagli autori classici, è difficile calcolare quella reale. Se accettiamo per vera la tradizione che nel terzo secolo v’erano contenuti 200.000 o 490.000 volumi (Euseb., Prep. Evang. 350b; Tzetzes, Prologomena de comoedia), bisogna tener conto del fatto che un singolo rotolo non conteneva più di un dialogo platonico di moderata lunghezza o di un dramma attico; inoltre non abbiamo modo di sapere fino a che punto i bibliotecari seguissero il sistema di procurarsi copie doppie. Nonostante queste incertezze è fuori dubbio che si compirono grandi sforzi per radunare una collezione completa della letteratura greca, e ci sono aneddoti che gettano luce sullo spirito con cui erano condotti gli affari della biblioteca. Si dice che il re avesse deciso di ottenere un testo preciso delle tragedie attiche e avesse persuaso gli Ateniesi a prestargli la copia ufficiale degli archivi di stato, per la quale venne chiesto un deposito di quindici talenti come garanzia; ma, dopo averla ottenuta, le autorità egiziane decisero di trattenerla e di perdere il loro deposito (Galen. 17 (1), 607). Sappiamo pure da Galeno che nella loro ansia di completare la propria raccolta i bibliotecari si facevano spesso ingannare comperando falsificazioni di opere rare (15, 105).

Il lavoro occorrente ad ordinare la massa di libri che confluiva nel Museo era enorme. Non sono note le norme secondo cui fu sistemata, anche se sappiamo che per altri scopi Callimaco e Zenodoto si servivano dell’ordine alfabetico: ma un’indicazione delle grosse fatiche che comportava è data da Callimaco, il quale, pur non essendo capo bibliotecario, compilò una sorta di guida bibliografica a tutti i rami della letteratura greca, che occupava centoventi libri (i Pinakes, fragm. 429-53). Dato il sistema di produzione dei libri antichi, i bibliotecari si trovavano di fronte a problemi che non turbano i loro moderni successori. I testi copiati a mano sono facilmente soggetti a corruttele, perché eseguire una copia esatta di un’opera anche breve è più difficile di quanto in genere pensi chi non ha mai dovuto farlo; inoltre i libri pre-ellenistici non aiutavano il lettore in nessuna difficoltà: di conseguenza in molti passi non si riusciva più a discernere il senso voluto dall’autore, mentre in molti altri le varie copie che raggiungevano il Museo mostravano serie divergenze. L’incentivo che ne derivava a sistemare il testo condusse ad un grande progresso nella cultura e nei metodi filologici. Non per coincidenza cinque dei primi sei bibliotecari (Zenodoto, Apollonio Rodio, Eratostene, Aristofane ed Aristarco) furono tra i più famosi letterati del loro tempo: in non piccola misura dipende dal successo dei loro metodi se i classici greci ci sono giunti in uno stato abbastanza libero da corruttele.

 

P. Oxy. XI, 1362 – Una pagina degli Aitia di Callimaco (fr.178 Pf.) – II sec. d.C.

 

In un caso possiamo vedere con chiarezza l’influenza che gli studiosi del Museo esercitarono sulla forma dei testi abitualmente circolanti. Fra i molti frammenti di antiche copie di Omero, una modesta porzione risale al III secolo a.C. In questi papiri il testo è alquanto diverso da quello ora normalmente stampato e molti versi sono aggiunti o omessi: ma in un breve lasso di tempo tali recensioni scomparvero dalla circolazione. Ciò fa pensare che gli studiosi non solo abbiano determinato come doveva essere il testo di Omero, ma siano riusciti ad imporlo come norma, sia permettendo di copiarlo da un esemplare lasciato a disposizione del pubblico, sia impiegando un certo numero di amanuensi di professione per apprestare copie da mettere in commercio. Probabilmente meno gravi erano le discrepanze negli altri autori, ma non ci sono rimasti papiri antichi in quantità sufficiente per dare un giudizio; è ragionevole supporre che gli Alessandrini abbiano fatto quanto occorreva per preparare un testo modello di tutti gli altri autori comunemente letti dal pubblico colto.

Oltre a questo, un altro aspetto della filologia alessandrina che merita attenzione è aver promosso un sistema per aiutare i lettori. Il primo passo fu quello di assicurare i libri del V secolo provenienti dall’Attica, alcuni dei quali dovevano essere scritti nell’antico alfabeto, venissero tutti traslitterati nella normale ortografia ionica. Fino al 403 a.C. Atene aveva ufficialmente usato la vecchia scrittura nella quale la lettera ε rappresentava le vocali ε, ει ed η; ugualmente ο era impiegato per ο, ου e ω. Non occorre indicare gli inconvenienti di questo sistema; già prima della fine del V secolo le forme ioniche, più precise, venivano impiegate per alcune iscrizioni ateniesi su pietra; e probabilmente lo stesso accadeva per i libri. Tuttavia alcuni dei testi che raggiungevano la biblioteca di Alessandria erano in antica scrittura, poiché troviamo che Aristarco spiega una difficoltà in Pindaro come dovuta a una mala interpretazione proprio di quella: dice infatti che nelle Nemee 1, 24 un aggettivo, che appare al nominativo singolare (ἐσλός), è scorretto per ragioni metriche e va inteso come accusativo plurale (ἐσλούς) (cfr. schol. ad loc.). Un altro punto ove i critici mostrano consapevolezza di questo fatto fu Aristofane, Uccelli 66. È importante notare che l’alfabeto ionico per gli antichi testi attici fu adottato di norma fin dal periodo alessandrino: in contrasto con il sistema usato per le edizioni in tutte le altre lingue, non si tentò mai di restaurare integralmente l’ortografia originale degli autori.

Pure un sussidio per i lettori fu il miglioramento nel metodo di punteggiatura e l’invenzione del sistema degli accenti, che di solito vengono attribuiti ad Aristofane di Bisanzio. In un testo privo di divisione delle parole, alcuni accenti davano al lettore un aiuto sensibile, ed è anzi piuttosto strano che non siano stati subito considerati indispensabili. Benché fossero talvolta segnati su parole altrimenti difficili o ambigue, in genere è arduo capire quale principio determini la loro presenza nei libri antichi; fino all’inizio del X secolo non furono apposti regolarmente.

Questi miglioramenti nell’aspetto esterno dei testi letterari diedero risultati significativi e duraturi, eppure ebbero molto meno importanza dei progressi compiuti dai membri del Museo nel metodo filologico. La necessità di stabilire il testo di Omero e degli altri autori classici spinse gli studiosi a definire e ad applicare i principi della filologia letteraria in modo sistematico, superando i precedenti tentativi. La discussione dei passi spinosi non portò semplicemente a preparare testi attendibili, ma a formare commenti nei quali si affrontavano le difficoltà e si offrivano interpretazioni. C’erano già state alcune opere isolate dedicate ad Omero; Aristotele aveva scritto su problemi testuali, e molto prima Teagene di Reggio (ca. 525 a.C.), forse spronato dagli attacchi di Senofane all’immoralità degli dèi omerici, aveva tentato di togliere dai poemi questa imbarazzante debolezza ricorrendo all’allegoria. Però ora per la prima volta si produceva una quantità di letteratura critica, una parte della quale altamente specializzata: per esempio Zenodoto sembra abbia scritto una vita di Omero e un trattato sullo spazio di tempo necessario allo svolgersi dei fatti narrati nell’Iliade; Aristofane scrisse sulla regolarità della grammatica (περὶ ἀναλογίας) e compilò correzioni e supplementi della guida bibliografica alla letteratura greca composta da Callimaco. Opere di questo tipo non erano limitate ad Omero; sappiamo di monografie sui personaggi della commedia di Ipsicrate e sui miti della tragedia di Tersagora (P. Oxy. 2192). Tali lavori esegetici costituivano sempre libri a sé, indipendenti dall’opera che illustravano; eccetto note brevi e rudimentali, a quell’epoca i commentari su di un autore non venivano aggiunti in margine al testo, ma occupavano un altro volume. Per Omero in particolare, e meno di frequente nella poesia lirica, drammatica, in Demostene e Platone si apponevano marginalmente dei segni convenzionali ad indicare che il passo era in qualche modo interessante, per esempio corrotto o spurio, e che il lettore avrebbe trovato una nota in proposito nella monografia esplicativa. Di questo genere letterario sopravvive molto poco in forma originale, ma ne esiste un esempio famoso nel papiro con un brano di un’opera riguardante Demostene (P. Berol. 9780) del tardo studioso Didimo (sec. I a.C.). In generale però la nostra conoscenza di questi lavori viene dai frammenti di essi che sono stati incorporati nella posteriore forma di commento, nota come scolii, di norma trasmessi nei margini dei manoscritti medievali: della storia di questi si parlerà più avanti (§).

P. Oxy. 18 2192 (II sec. d.C.). Ipsicrate, FGrHist 190 F 12 (Add. p. 743).

 

Veniamo ora a un breve discorso sui segni critici e sui commenti. Il primo e più importante era l’obelos (ὀβελός), una lineetta orizzontale posta in margine sulla sinistra di un verso ( – ): usato già da Zenodoto, indicava che il verso era spurio. Sembra che Aristofane abbia inventato alcuni altri segni di minore importanza e frequenza. L’assetto finale del sistema, come fu applicato ad Omero, è opera di Aristarco, che curò un’edizione completa tanto dell’Iliade quanto dell’Odissea. Usò sei segni: oltre l’obelos troviamo la diplé (διπλῆ) >, che indicava un passo notevole per lingua o per contenuto; la diplé puntata (περιεστιγμένη) ⸖ notava un verso in cui Aristarco differiva nel suo testo da Zenodoto; l’asteriskos (ἀστερίσκος) ※ contrassegnava un verso erroneamente ripetuto in un altro luogo; l’asteriskos unito all’obelos (※−) segnava versi interpolati da un altro passo; l’infine l’antisigma ⸧ segnava punti nei quali l’ordine delle righe era stato disturbato.

Naturalmente un sistema così complicato, con l’inconveniente di dover consultare un altro libro, se si volevano scoprire i motivi per cui uno studioso aveva posto un segno in un dato luogo, poteva incontrare il favore solo di lettori eruditi. E infatti appena una piccola percentuale dei papiri sopravvissuti, una quindicina su più di seicento, è corredata di segni, mentre nei manoscritti medievali del secolo X e successivi di solito sono omessi: c’è però una famosa ed importante eccezione a questa regola, il codice veneto dell’Iliade, del X secolo (Marc. gr. 454), che conserva una vasta raccolta di scolii marginali. Poiché a quest’epoca il commento ad un autore si scriveva nei margini e non in un libro separato, ne risultava forse un minore incentivo a trascrivere i segni; fortunatamente però l’amanuense del codice di Venezia si propose di copiare senza omissioni ciò che trovava nel suo esemplare: vi compaiono quindi moltissimi segni convenzionali, che lo rendono così la fonte di gran lunga più completa ed attendibile per le nostre conoscenze di questo particolare lavoro compiuto dagli Alessandrini. Tuttavia, nei punti dove può essere confrontato con i papiri, non sempre si accorda con essi nell’uso dei segni, i quali alcune volte non sono poi collegati ad una corrispondente nota negli scolii.

 

Biblioteca Marciana di Venezia, Cod. Marc. gr. 454, f 27 r (X sec.). Iliade II, 136-142 con scolii a margine.

I saggi ed i commenti ad Omero di Aristarco e dei suoi colleghi sono andati perduti, ma dagli scolii che rimangono, più copiosi che per ogni altro autore greco, possiamo ricostruirli a sufficienza per formarci un giudizio esatto sui metodi di studio del tempo. Risulta che molte copie del testo omerico raggiunsero il Museo da fonti quanto mai disparate: gli scolii alludono a libri, provenienti da luoghi come Marsiglia, Sinope ed Argo, che venivano poi vagliati e valutati dagli studiosi, ma non è chiaro quale testo si scegliesse come più autorevole, se pur uno veniva scelto. La caratteristica, per cui gli Alessandrini erano famosi, era la loro prontezza a rigettare versi come spuri (ἀθετεῖν, ἀθέτησις). Le ragioni di questo loro comportamento, benché dotate di una certa logica speciosa, in genere non riescono a convincere il lettore moderno. Un argomento spesso addotto era il linguaggio o il comportamento indecoroso (ἀπρέπεια): il primo passo dell’Iliade così condannato potrà servire d’esempio. All’inizio del libro I (29-31) Agamennone, rifiutando di rilasciare Criseide, dice al padre di lei, il sacerdote: «Io non la manderò libera; prima la vecchiaia la raggiungerà nel mio palazzo di Argo, lontana dalla sua casa, dove lavorerà al telaio e servirà al mio letto». I versi sono segnati con l’obelo nel codice di Venezia e nell’antico commento si legge così: «I versi sono espunti perché indeboliscono la forza del significato e il tono minaccioso …; inoltre è sconveniente per Agamennone fare simili osservazioni». Un altro tipico esempio ricorre nell’Iliade III 423-26, dove Zenodoto rigetta i versi basandosi sul fatto che è disdicevole per la dea Afrodite portare una sedia ad Elena. Naturalmente tutti i passi, che tendevano a mostrare gli dèi in una luce poco lusinghiera, erano facile bersaglio di critici con simile disposizione d’animo: per questo alcuni espunsero le relazioni fra Ares e Afrodite nell’Odissea VIII.

Studiosi capaci di trattare le opere letterarie in modo così drastico, specialmente nel loro desiderio di condannare dei versi come spuri per ragioni inadeguate, avrebbero potuto danneggiarle in modo grave. Ma, fortunatamente per le successive generazioni di lettori, gli Alessandrini non caddero nella tentazione di incorporare nel testo tutti i cambiamenti che suggerivano, accontentandosi invece di annotarli nei loro commenti; se non fosse esistito questo ritegno, Omero ci sarebbe pervenuto profondamente sfigurato. È interessante rilevare che la maggior parte delle loro ipotesi non riscossero l’approvazione dei lettori dell’epoca tanto da entrare nel testo corrente, anche se questo non va di certo preso come una prova di alta capacità di discernimento nel pubblico dei lettori antichi, che possono a stento aver dedicato qualche attenzione a simili cose. Un calcolo degli emendamenti fatti dagli Alessandrini ha mostrato che di 413 alterazioni proposte da Zenodoto solo 6 si trovano come lezione in tutti i nostri papiri e manoscritti, solo altre 34 nella maggioranza di essi, mentre 240 non ricorrono mai. Degli 83 emendamenti che si possono ascrivere ad Aristofane solo uno incontrò approvazione universale, altri 6 compaiono nella maggior parte delle testimonianze, mentre 42 non sono mai accolti. Aristarco esercitò un’influenza più sentita, ma anche i suoi suggerimenti non furono facilmente accettati: su 874 lezioni 80 si trovano dappertutto, 160 ricorrono il più delle volte e 132 solo negli scolii.

 

Oxford, Bodleian Library, gr. class. a. I (P). Sec. II d.C. Iliade Hawara.

 

Sarebbe ingiusto terminare questo resoconto sulla critica degli Alessandrini senza menzionarne qualche saggio più positivo. Taluni lati di essa erano ad un livello abbastanza alto da conquistare validità permanente, ed anche i tentativi di identificare versi o passi di dubbia autenticità non sempre erano basati su ragioni deboli. Sospettavano dell’Iliade X, la storia di Dolone, di cui avevano senza dubbio avvertito lo stile diverso del resto dell’Iliade e la scarsa connessione con il filo del racconto. Nella discesa di Odisseo agli Inferi, nell’Odissea XI, Aristarco rilevò che i vv. 568-626 non appartenevano al filo principale della storia. L’osservazione di Aristarco e di Aristofane che l’Odissea doveva terminare al v. XXIII 296 è forse la più interessante: gli studiosi moderni preferiscono evitare una condanna di questi passi come spuri e li considerano invece prodotti di uno stadio di composizione più tardo rispetto alla parte principale del testo, ma questo non toglie niente al valore delle osservazioni.

Un altro motivo per cui gli antichi, specialmente Aristarco, meritano ancora lode è lo sviluppo del principio critico che la miglior guida all’uso di un autore è il corpus dei suoi stessi scritti e perciò, dov’è possibile, le difficoltà si dovrebbero spiegare con riferimenti ad altri passi dello stesso autore (Ὅμηρον ἐξ Ὁμήρου σαφηνίζειν). Questa nozione è alla base di molte note negli scolii, dove si afferma che una data parola o espressione è più tipicamente omerica di ogni altra possibile lezione alternativa. Come troppo spesso accadde, nelle mani di un critico di mediocre intelligenza il principio era soggetto all’abuso; infatti se ne può ricavare che, se un testo letterario contiene un’espressione insieme unica e difficile, deve venire modificato per accordarlo alla consuetudine dell’autore. Una simile estrema interpretazione della regola avrebbe potuto condurre a risultati disastrosi: perciò bisogna rendere merito ad Aristarco per avere formulato un principio complementare, cioè che molte parole in Omero ricorrono una volta sola, ma debbono essere accettate come genuine e mantenute nel testo (cfr. schol. A all’Il. III 54). Problemi che richiedono la corretta applicazione di queste norme causano ancora gravi difficoltà ai filologi moderni.

Infine va sottolineato che, benché i critici si interessassero soprattutto a note di carattere linguistico ed antiquario, non erano ciechi ai pregi letterari della poesia, e talvolta offrirono un commento adeguato ad un bel passo. Si può prendere un esempio dal famoso episodio dell’Iliade VI, dove Ettore si congeda da Andromaca e Astianatte ed il poeta descrive come il fanciullo sia spaventato alla vista del pennacchio sul cimiero del padre. I critici commentarono: «Questi versi sono così pieni di potere descrittivo che il lettore non solo ne sente il suono, ma vede il quadro davanti a sé; il poeta ha preso questa scena dalla vita di tutti i giorni e l’ha copiata con supremo successo». Poco dopo viene il commento: «Pur rappresentando la vita quotidiana con tanto successo, il poeta non distrugge minimamente il tono maestoso che si addice all’epica» (cfr. schol. T all’Il. VI, 467, 474, dal British Museum, Burn. 86).

La maggior parte di questo profilo della filologia alessandrina riguarda Omero per l’abbondanza del materiale disponibile, ma senza dubbio il lavoro degli Alessandrini su altri autori fu pure di grande importanza. Alcuni fatti si possono brevemente enumerare: si stabilì il testo della tragedia, probabilmente rifacendosi alla copia ufficiale di Atene, come s’è detto sopra. Aristofane di Bisanzio inventò la colometria dei brani lirici, in modo che non si scrissero più a guisa di prosa. Fiorì la produzione di trattati sui vari aspetti del teatro; e ad Aristofane sono attribuiti gli ‘argomenti’ con il sunto della trama messi all’inizio delle opere, anche se concordemente si ritiene che quelli che rimangono ora o non siano suoi, oppure siano stati molto alterati col passare del tempo. I segni marginali per guidare il lettore furono usati con molto più risparmio che nelle edizioni di Omero: forse il più comune, per indicare un punto interessante, press’a poco come la diplé nel testo omerico, era la lettera χ, che è ricordata negli scolii e talvolta si trova nei manoscritti medievali. Una caratteristica in particolar modo interessante dell’attività esercitata dagli Alessandrini sulla tragedia è la scoperta dei versi mutati o aggiunti dagli autori, in genere nelle opere di Euripide, che era più popolare degli altri poeti drammatici. Queste interpolazioni sono probabilmente piuttosto numerose, ma non è facile essere del tutto sicuri che il verso o i versi in questione nei singoli casi non siano originali; e quando sono con certezza aggiunti è dubbio se vadano attribuiti ad autori ellenistici, più precisamente ad impresari, o a tardi interpolatori: però gli scolii, che dipendono in definitiva da lavori alessandrini, designano alcuni versi come interpolazioni degli attori. Nella Medea 85-88 lo scoliasta accusa costoro di non aver capito l’esatta interpunzione del v. 85 e di avere di conseguenza alterato il testo; aggiunge poi giustamente che il v. 87 è superfluo, e infatti la sua origine non è da cercare lontano. Tuttavia talvolta gli scoliasti, come gli studiosi moderni, sono troppo ansiosi di usare le loro armi. Un esempio divertente ricorre nell’Oreste 1366-68: il coro annuncia che uno dei Frigi sta per arrivare sulla scena attraverso la porta principale del palazzo, mentre ai vv. 1369-71 il Frigio dice di essere saltato giù dal tetto. Secondo lo scolio, la sceneggiatura originale richiedeva che l’attore saltasse giù, ma la cosa fu ritenuta pericolosa, cosicché in realtà scendeva sul retro del palcoscenico ed entrava per la porta principale; i vv. 1366-68 sarebbero stati composti nello sforzo di mascherare questo cambiamento, ma il fatto è che occorrono per introdurre il nuovo personaggio, e sono inoltre linguisticamente irreprensibili.

Biblioteca Marciana di Venezia, Cod. Marc. gr. 454, f 41 r (X sec.). Iliade.

 

Altre opere degli Alessandrini, che non si possono passare sotto silenzio, sono le edizioni della commedia, di Pindaro e dei poeti lirici. Anche qui si doveva determinare la colometria: in un punto vediamo come Aristofane se ne serva rettamente per dimostrare come una frase, che non corrispondeva metricamente con l’antistrofa, doveva essere cancellata dal testo (schol. ad Pind., Olymp. 2, 48). Il compito di preparare l’edizione della commedia fu intrapreso allo stesso modo della tragedia: non sappiamo su quali copie del testo questa edizione venne basata, ma l’ampio e ricco materiale contenuto nei superstiti scolii ad Aristofane dimostra che le sue opere furono studiate con energia ed entusiasmo.

 

  1. Altre forme di cultura nel periodo ellenistico.

 

L’attività alessandrina fiorì nel III e nel II secolo; dapprima il Museo non ebbe rivali, invece dopo qualche tempo i re di Pergamo decisero di sfidarne la posizione fondando una loro biblioteca, il cui progetto è associato all’origine con il nome del re Eumene II (197-159 a.C.); vennero costruiti vasti edifici, parzialmente riportati alla luce da scavi archeologici tedeschi nello scorso secolo, ma della biblioteca di Pergamo si conosce molto meno che di quella di Alessandria. I bibliotecari evidentemente intrapresero studi bibliografici su larga scala e gli eruditi trovarono utile consultare le loro opere accanto a quelle degli Alessandrini (Athen. 8, 336d; Dion. Halic., De Dinarcho I). Agli studiosi di Pergamo però non spetta la paternità di edizioni di classici, ma sembrano essersi limitati a brevi monografie su punti specifici, certe volte direttamente in polemica con gli Alessandrini. I loro interessi non erano soltanto letterari: Polemone (ca. 220-160 a.C.), benché abbia raccolto esempi di parodia, fu in primo luogo un eminente studioso di topografia e di iscrizioni; entrambi questi importanti argomenti di filologia storica erano rimasti al di fuori della gamma usuale di studi condotta nel Museo. Il nome più famoso legato a Pergamo è quello di Cratete (ca. 200 – ca. 140 a.C.), del quale sappiamo che lavorò su Omero, ed alcuni suoi emendamenti sono conservati negli scolii; si occupò in particolare della geografia omerica, cercando di conciliarla con la dottrina stoica; inoltre fu il primo greco che tenne pubbliche lezioni a Roma.

 

Busto di dinasta ellenistico (forse Eumene II di Pergamo). Bronzo, II-I secolo a.C. dalla Villa dei Papiri, Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

Gli stoici si interessarono molto di letteratura. Per loro un aspetto importante dell’interpretazione di Omero consisteva nell’adattarvi significati allegorici: ci resta uno di questi trattati, di un certo Eraclito. Accanto agli studi omerici si occuparono intensamente di grammatica e linguistica, elaborando una terminologia più completa di quella in uso, anche se la prima grammatica greca, nel vero senso della parola, fu di Dionisio Trace (ca. 170 – ca. 90 a.C.): questi avrebbe potuto essere allievo di Aristarco quanto ad età, ma non si può annoverare del tutto fra gli Alessandrini, perché il suo lavoro di insegnante si svolse in buona parte a Rodi. La sua grammatica comincia con una definizione dei singoli argomenti, l’ultimo dei quali, indicato dall’autore come il più nobile, è la critica poetica; indi tratta delle parti del discorso, declinazioni e coniugazioni, ma non discute problemi di sintassi e di stile. Questa breve guida godette di durevole diffusione, com’è attestato dal volume di commenti ad essa, composti da grammatici posteriori; rimase a fondamento delle grammatiche greche fino a tempi relativamente moderni e nella tarda antichità ebbe l’onore di traduzioni in siriaco e in armeno.

Biblioteca Marciana di Venezia, Cod. Marc. gr. 622. Esichio di Alessandria, Lexicon. Inizio della lettera π (dettaglio).

 

Con questo libro si chiudeva il periodo migliore dell’attività alessandrina; il declino della scuola fu causato da Tolomeo Evergete II, che decretò una persecuzione contro gli studiosi di letteratura greca (ca. 145 – 144 a.C.): fra gli altri Dionisio Trace, che aveva cominciato la sua carriera ad Alessandria, andò in esilio. Didimo (sec. I a.C.) è l’unica figura di rilievo nella rimanente età ellenistica; conseguì fama nel mondo antico per la gran quantità dei suoi scritti, ma la notizia che dalla sua penna uscirono 4.000 libri deve essere esagerata, anche se si suppone che molti non fossero più lunghi di un moderno articoletto; il suo nome è spesso menzionato negli scolii e si vede che la sua opera copriva l’intera gamma della poesia classica. Per quanto si può giudicare dalla natura frammentaria del materiale, la sua attività non consistette tanto nella composizione di commenti originali, quanto in una compilazione tratta dalla massa già enorme di lavori critici, ed è importante perché costituì evidentemente una delle principali fonti usate dai successivi studiosi, che ridussero gli scolii alla forma attuale. Della sua raccolta di parole rare e difficili della tragedia (τραγικαὶ λέξεις) si può rintracciare l’influenza in opere sopravvissute, poiché ne derivano molte voci in dizionari più tardi, come quello di Esichio. Didimo va ricordato anche per i suoi lavori su prosatori: commentò Tucidide e gli oratori e il solo passo abbastanza esteso dei suoi scritti che sia stato conservato è un brano di una monografia su Demostene (P. Berol. 9780), che, integra, conteneva note ai discorsi IX-XI e XIII e dalla quale viene confermato il giudizio su Didimo come compilatore privo di vera originalità e indipendenza di vedute; egli qui offre molte citazioni da fonti altrimenti perdute, come Filocoro e Teopompo, mentre il suo contributo personale è molto scarso: arriva al punto di riportare senza commento la notizia che il discorso XI sarebbe un centone di Demostene messo insieme da Anassimene di Lampsaco, cosa che, vera o no, esige d’essere discussa da qualunque commentatore. Non tutti i passi vengono esaminati, ma monografie di questo tipo furono spesso più limitate nello scopo di quanto si richiederebbe ad una analoga opera moderna. Invece è una gradita sorpresa trovare che il commento non si restringe ad argomenti di interesse linguistico o utili solo ad un maestro di retorica, ma affronta problemi cronologici e di interpretazione storica.

 

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Teocrito di Siracusa

di B.M. PALUMBO STRACCA, Introduzione a Teocrito, Idilli e Epigrammi, BUR, Milano 2004, 5-25.

 

Teocrito appartenne a quella generazione di poeti e uomini di cultura che, nel mutato quadro politico e sociale che si era venuto configurando a seguito della storica impresa di Alessandro Magno, contribuirono a ridisegnare in modo radicale le linee portanti della civiltà letteraria greca. Alessandro aveva tentato l’impossibile: unire l’Oriente e l’Occidente in una nuova realtà politica e culturale profondamente nuova. Quel sogno grandioso, che era lontano anni luce dagli insegnamenti del suo maestro Aristotele, svanì con la sua morte, ma dopo quell’esaltante esperienza niente fu come prima. Sulle macerie dell’impero conquistato con le armi da Alessandro si formarono i grandi regni ellenistici, caratterizzati da un forte potere centrale e da una burocrazia vigile ed efficiente; in essi la cultura della 𝑝𝑜́𝑙𝑖𝑠, per sua natura incentrata su un rapporto stretto e vitale tra l’individuo e la comunità, non aveva più ragione di esistere; al suo posto nasceva una nuova civiltà letteraria, profondamente diversa da quella che l’aveva preceduta.

Un ruolo di grandissimo rilievo nel passaggio dal vecchio al nuovo fu assunto dai monarchi ellenistici, i quali mirarono a fare delle capitali dei loro regni dei centri di cultura, che potessero in qualche modo raccogliere l’eredità di Atene; in particolare, i Tolomei, in Egitto, attuarono una lungimirante politica di promozione delle arti e delle scienze, grazie alla quale la nuova città di Alessandria divenne ben presto il principale polo d’attrazione per l’𝑖𝑛𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑎 del tempo. Beninteso, il mecenatismo dei sovrani ellenistici non era una novità nel mondo greco: già i tiranni di Siracusa, di Agrigento, di Samo, qualche secolo prima avevano provveduto ad assicurare la loro protezione agli uomini di cultura del loro tempo, ma ciò che caratterizza il mecenatismo ellenistico è propriamente la sistematicità e l’ampiezza delle iniziative culturali. Istituzioni quali la Biblioteca e il Museo (una sorta di “Accademia” con specifici fini di ricerca e d’insegnamento) stanno a dimostrarlo. Il fatto è che quando Tolomeo I Sotere si trovò a ereditare il Regno d’Egitto, dopo le confuse vicende che seguirono alla morte di Alessandro, non si occupò soltanto di questioni amministrative e politiche, ma operò nel senso di una vera e propria rifondazione culturale dello Stato, attuata attraverso il reclutamento di uomini di cultura provenienti da ogni parte del mondo greco, e soprattutto da Atene, che, pur in declino sotto il profilo politico, costituiva pur sempre la capitale culturale del momento. Il personaggio più di spicco in tale operazione di trapianto della civiltà greca in terra egiziana fu senza dubbio Demetrio del Falero, che alle notevoli doti politiche e manageriali univa una competenza di prim’ordine in campo filosofico e letterario. Il 𝑏𝑎𝑐𝑘𝑔𝑟𝑜𝑢𝑛𝑑 di Demetrio, come di altri personaggi con cui il re fu in contatto (ad esempio, Stratone di Lampsaco), era di marca aristotelica. Fu così che il progetto culturale del nuovo regno fu improntato alle scelte di fondo del Peripato. Questo dato rimane incontrovertibile, benché la critica oggi abbia spesso sottolineato, e forse esasperato, i motivi di diversità; anche il concetto de “𝑙’𝑎𝑟𝑡 𝑝𝑜𝑢𝑟 𝑙’𝑎𝑟𝑡” (il dato più significativo e vitale della cultura alessandrina), che peraltro trova la sua principale giustificazione in un diverso ruolo della poesia, non più composta per essere eseguita nei momenti e negli spazi celebrativi comunitari, ma destinata alla fruizione di un pubblico scelto d’intenditori, trova le sue salde premesse nella riflessione aristotelica. Quando Aristotele dichiara ad apertura del suo aureo libretto che intende occuparsi della poetica «per se stessa», e delle leggi che le sono proprie, afferma un principio che a noi oggi può apparire ovvio, ma che ai suoi tempi rappresentava un’autentica novità, in contrapposizione alla concezione platonica dell’arte, così densa di motivazioni ontologiche ed etiche. Parallelamente si sviluppa in ambito aristotelico il concetto di poetica come τέχνη, e ancora una volta il punto di vista appare diametralmente opposto a quello platonico della poesia come ispirazione divina ed estasi.

Consapevolezza dell’autonomia dell’arte e poesia intesa come mestiere sono per l’appunto i cardini della poetica elaborata dai poeti filologi dell’età ellenistica, poetica che conosciamo soprattutto attraverso Callimaco; sul piano operativo ciò si traduce in una poesia riflessa, scaltrita, che spesso sotto un’apparente semplicità nasconde le insidie di una defatigante complessità formale. Nei contenuti è una poesia che predilige temi e personaggi tratti dalla realtà borghese o persino popolare, tanto più apprezzati dai suoi raffinati ed elitari lettori, quanto più distanti dal loro abituale 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑑 di vita.

Un dato ricorrente nella poetica degli Alessandrini è la programmatica insofferenza nei confronti della tradizione. Ed è significativo che, proprio nel momento in cui, di pari passo con l’imponente opera di catalogazione e di sistemazione dei libri della Biblioteca, nasce la moderna nozione di “letteratura”, e si fa un bilancio complessivo e definitivo di quanto era stato prodotto nel passato, si avverta l’esigenza di superare le angustie di schemi che agli occhi di molti apparivano ormai obsoleti. Per Teocrito, per Callimaco, la poesia del genere epico di stretta imitazione omerica sapeva irrimediabilmente di stantio; se la nuova arte voleva continuare a vivere, doveva basarsi su principi totalmente differenti.

Theodoor Galle, Ritratto di Teocrito. Incisione 1598-1606. 13 Geom (142). Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek [link].
Cenni biografici

Nell’opera di Teocrito non sono frequenti i richiami a personaggi e a eventi contemporanei che ci consentano un ancoraggio cronologico sicuro. In gran parte ciò dipende dalla tipologia stessa dei carmi: infatti i componimenti bucolici si collocano in una atemporalità ideale, mentre i poemetti epico-mitologici sono ovviamente proiettati in un lontano passato. D’altro canto, le fonti biografiche esterne non ci dicono quasi nulla di più rispetto a ciò che è ricavabile dall’opera stessa, e dunque appaiono di scarsa utilità[1]. Come principali fonti interne valgono due carmi encomiastici (XVI e XVII) dedicati rispettivamente a Ierone II di Siracusa e a Tolomeo Filadelfo, per la composizione dei quali i contini cronologici sono da porre tra il 275 e il 270, con possibilità di ulteriore determinazione; per la biografia di Teocrito sono poi importanti anche i carmi XIV e XV, che rivelano dimestichezza con l’Alessandria tolemaica, e soprattutto il carme VII, ambientato a Cos, in cui si dibattono questioni letterarie negli stessi termini in cui le conosciamo da Callimaco, e si fa riferimento a poeti di quel tempo, come Filita e Asclepiade. Altri elementi biografici sono più evanescenti, e in ogni caso è da evitare la tentazione di far coincidere sistematicamente l’io narrante con l’autore; ma sull’origine siracusana del poeta non possono esservi dubbi (vd. gli espliciti riferimenti di XI 7 e XXVIII 17).

Che Teocrito, come Callimaco, abbia goduto del favore e della protezione dei sovrani d’Egitto, è indiscutibile, ed è provato dai suoi accenni encomiastici a Tolemeo II Filadelfo e alla sua famiglia[2]; tuttavia, a differenza di Callimaco, Teocrito non ebbe, per quanto ne sappiamo, incarichi ufficiali nelle istituzioni culturali promosse dai sovrani; a rigore non possiamo neanche essere certi che soggiornò a lungo e in maniera continuativa ad Alessandria. Dalle ℎ𝑦𝑝𝑜𝑡ℎ𝑒𝑠𝑖𝑠 delle 𝑇𝑎𝑙𝑖𝑠𝑖𝑒 (p. 76 Wendel) siamo informati di un soggiorno a Cos, avvenuto al tempo in cui il poeta era in viaggio per Alessandria (ma la notizia potrebbe essere autoschediastica), e c’è anche chi ritiene che tale soggiorno sia durato tanto a lungo da consentirgli di comporre colà una sezione organica di carmi bucolici[3]. A tale proposito, è stato anche osservato che la conoscenza che Teocrito mostra di possedere in ambito botanico sembra riflettere la realtà del Mediterraneo orientale, e non della nativa Sicilia, ancorché l’ambientazione sia di norma in Occidente[4]. Non v’è dubbio che l’isola di Cos, che in quell’epoca era un centro di cultura fiorentissimo, potesse esercitare un forte richiamo sul poeta: in stretti rapporti, sia politici sia culturali, con l’Egitto tolemaico, era la patria di Filita, il raffinato poeta-filologo cui era stata affidata l’educazione del Filadelfo, ed era sede di una celebre scuola di medicina, legata al culto di Asclepio. Teocrito nelle 𝑇𝑎𝑙𝑖𝑠𝑖𝑒 mostra di avere una conoscenza diretta e precisa dei luoghi e delle persone più in vista di Cos, ed è significativo che in quest’isola sia ambientato uno dei suoi carmi più ispirati e pregnanti.

La Sicilia, invece, è la terra delle sue radici: nato a Siracusa, in quella città aveva sperato di poter realizzare i suoi progetti di vita e di carriera, ma Ierone, che era uomo d’armi più che di cultura, fu sordo alle richieste del poeta. La Sicilia è prepotentemente presente nell’opera di Teocrito, ma assume i contorni del “luogo poetico” per eccellenza, affascinante proprio perché lontana, rivissuta nella fantasia piuttosto che rappresentata nella sua realtà. L’ispirazione teocritea rifugge, com’è noto, da atmosfere nostalgiche o sentimentali, ma la “distanza” è un dato che va comunque tenuto presente, per comprendere appieno il senso di ciò che si suole definire il “realismo” di Teocrito.

Paris, Bibliothèque nationale de France. Ms. grec. 2835 (1501-1600), Theocritus, Idyllia [link].
 

Gli “Idilli” e la mistione dei generi in età ellenistica

Il termine Εἰδύλλια, che è stato adoperato dai commentatori antichi per designare le poesie di Teocrito, pastorali e non, è un vocabolo di oscuro significato, che forse non vuol dire nient’altro che «componimenti, poesie», con in più una 𝑛𝑢𝑎𝑛𝑐𝑒 di diminutivo che appare perfettamente in linea con le tendenze estetiche dell’età ellenistica[5]. Ma «idillio» per noi vuol dire un’altra cosa: indica una composizione di carattere generalmente campestre, pervasa da un’atmosfera serena e incantata; e se il termine si è caricato di pregnanza semantica, ciò si deve per l’appunto alla straordinaria fortuna che la poesia pastorale di Teocrito ha avuto nella letteratura europea.

Ma a prescindere dall’opportunità o meno di usare oggi per il canzoniere teocriteo un termine che non corrisponde più al significato originario, importa sottolineare come la sostanziale genericità del vocabolo si giustifichi con il carattere composito della raccolta e con l’assoluta novità, sul piano dei contenuti e delle forme, di gran parte delle composizioni, che pertanto non potevano essere raggruppate sotto etichette tradizionali. Poiché Teocrito, a differenza di Callimaco, non fu editore di se stesso, è evidente che quell’aspetto multiforme dipende in ultima analisi da colui che ha messo insieme, in un’edizione complessiva, opere composte in circostanze e tempi distinti; però è altrettanto evidente che il principio tutto alessandrino della ποικιλία opera anche all’interno del singolo componimento, impedendo di fatto ogni tentativo di classificazione secondo le categorie tradizionali. La contaminazione di generi letterari diversi è prassi costante nella tecnica compositiva di Teocrito, come di altri poeti alessandrini[6]; peraltro, soltanto ora era possibile superare la rigida canonicità dei generi letterari, che nel passato aveva imposto ai poeti norme precise riguardo al metro, al colore dialettale, ai contenuti stessi delle opere. Finché la letteratura si era mantenuta legata ai momenti ufficiali della vita cittadina, l’adesione al genere letterario si configurava come una norma del tutto funzionale alla situazione, nel senso che la struttura, con tutto quello che ha di convenzionale, era un supporto insostituibile, accettato dall’autore e atteso dal suo pubblico. Quando però, in conseguenza delle mutate condizioni politiche e sociali, la letteratura da pragmatica si fa libresca, l’adesione alle convenzioni del genere letterario non ha più nulla di funzionale, e diventa possibile tentare nuove vie. Perciò, quando nel canzoniere teocriteo parliamo di carmi bucolici, di mimi, di epilli, di inni, di epitalami, di encomi, non dobbiamo dimenticare che, in realtà, questi generi sono trattati da Teocrito in maniera assolutamente innovativa, con spericolate incursioni di un genere nell’altro.

Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea. Codex II, 155 (1336-37 c.), Teocrito, Idilli con gli scholia di Manuele Moscopulo, f. 14r.

La poesia bucolica

È buona norma, nella critica letteraria, evitare di parlare di “nascita” di un genere poetico, e di un autore come l’”inventore”, nella consapevolezza che nulla nasce all’improvviso e a opera di un solo individuo; tuttavia, riguardo alla poesia pastorale, si può ben dire che Teocrito fu l’iniziatore di un genere letterario destinato ad avere una lunghissima storia e a incidere profondamente nella cultura europea. Al più ci si potrà chiedere quanto nella sensibilità del poeta il “genere bucolico” fosse una categoria autonoma e chiaramente definibile rispetto al resto della sua produzione, ma pur tenendo nel debito conto la più marcata stilizzazione della poesia bucolica posteriore, si dovrà convenire che la consapevole codificazione del genere prende l’avvio con Teocrito stesso[7]. Per la poesia pastorale si può, dunque, parlare di precedenti letterari solo in un’accezione molto limitata e circoscritta: in questo senso ristretto è lecito richiamare a confronto gli elementi bucolici della poesia omerica, o il forte interesse per la campagna che si manifesta nell’ambito del dramma satiresco, o magari la figura di Dafni, così come era stata tratteggiata da Stesicoro alcuni secoli addietro[8]. Ma assolutamente nulla, nella poesia del passato, può costituire un precedente per quella che è l’essenza della poesia pastorale, vale a dire il 𝑐𝑙𝑖𝑐ℎ𝑒́dei pastori-poeti che in un paesaggio fortemente idealizzato (il 𝑙𝑜𝑐𝑢𝑠 𝑎𝑚𝑜𝑒𝑛𝑢𝑠) compongono melodie e le eseguono, ora in forte competizione tra loro, ora semplicemente per la gioia del canto. Sotto questo rispetto assai più feconda appare la ricerca delle fonti nell’ambito delle tradizioni popolari, e si può ben immaginare un Teocrito che dalle usanze della vita rustica siciliana trae motivo d’ispirazione per composizioni di alta stilizzazione formale, destinate ad avere un successo senza pari presso il raffinato pubblico cittadino di Alessandria[9].

Al mondo bucolico teocriteo è del tutto estranea la componente cultuale e religiosa; perciò risulta in qualche modo sorprendente il quadro prospettato nel trattatello sulla genesi della bucolica premesso nei codici ai carmi di Teocrito e attribuibile a Teone[10]. Qui sono indicate tre differenti versioni sull’origine della poesia pastorale, ma un elemento comune è costituito dalla connessione dei canti dei contadini con il culto di Artemide, circostanza che riporta la bucolica a una dimensione prettamente religiosa[11]. Comunque si voglia interpretare questa testimonianza – è stato sostenuto con buoni argomenti che l’aristotelico Teone esponga qui una propria idea personale, con l’obiettivo di spiegare l’origine della poesia pastorale in maniera analoga al modo in cui Aristotele aveva spiegato l’origine della poesia drammatica[12] – , è del tutto evidente che, se pure vi fu nella fase preletteraria della poesia bucolica una componente religiosa e culturale, in Teocrito non ne rimane traccia alcuna.

Paul Peel, La pastorella. Olio su tela, 1892.

 

I “mimi”

Sul piano propriamente compositivo, è da rilevare che i carmi bucolici, di norma, sono strutturati in forma drammatica, come se si trattasse di opere destinate a essere rappresentate sulla scena; peraltro, la presenza in alcuni casi di sezioni narrative la dice lunga sulla loro destinazione, che si deve supporre libresca. In ogni caso, da una parte la forma dialogica, dall’altra la propensione a rappresentare scene della vita quotidiana, avvicinano questi carmi all’antico genere del mimo, vale a dire a quella forma popolare di teatro che si era sviluppata due secoli prima in Sicilia, e che aveva avuto in Sofrone il suo esponente di punta. Ma i carmi bucolici hanno una connotazione così peculiare ed esclusiva, che sembra difficile incardinarli 𝑡𝑜𝑢𝑡 𝑐𝑜𝑢𝑟𝑡 in quella tradizione; si parlerà piuttosto di una più generale attitudine “mimetica”, che peraltro, a diversi livelli, opera in quasi tutte le composizioni teocritee, persino nei poemetti d’impianto epico-narrativo: la sticomitia del carme XXII ne è un esempio rilevante.

Vi sono, invece, nel canzoniere teocriteo alcune composizioni (II, XIV, XV) che possiamo a buon diritto definire «mimi», sia per la struttura drammatica, che è integrale – a rigore sarebbero rappresentabili, anche se si tende a escluderlo[13] – , sia per i personaggi e le situazioni, che riflettono il gusto per la rappresentazione realistica della vita di tutti i giorni. L’esistenza di uno specifico rapporto con il mimo siciliano del V secolo a.C. trova effettivamente qualche riscontro nei pur scarsi frammenti sofronei, e inoltre tale rapporto è esplicitamente indicato dai commentatori antichi; ma naturalmente, dato il quasi completo naufragio dell’opera di Sofrone, non possiamo sapere fino a che punto si sia spinta l’imitazione da parte di Teocrito; certo, i mimi teocritei appaiono così pervasi di spirito alessandrino, così ricchi di riferimenti a fatti e personaggi contemporanei all’autore, che si può tranquillamente ritenere che Teocrito trasse dal suo modello nulla più che qualche spunto.
Il mimo, almeno alle sue origini, era una forma popolare di teatro, destinato a un uditorio vasto e di poche pretese. Si deve tuttavia supporre che già con Sofrone si fosse attuata una forte spinta in senso letterario (i mimi di Sofrone erano molto ammirati da Platone!); con Teocrito l’elemento popolare si cala in una forma altamente stilizzata e consapevole. A ben vedere, non c’è nulla di più provocatorio che adoperare il sonante esametro epico per argomenti e situazioni della vita quotidiana. E l’esametro si piega a tutte le movenze del discorso parlato, acquista un andamento sinuoso, assume pause che sarebbero impensabili nel verso epico, si spezza in due, in tre, nel gioco del dialogo.

 

William-Adolphe Bouguereau, Idillio. Olio su tela, 1852.

 

Considerazioni sull’epillio

«Epillio» è il termine con cui in età moderna si è inteso designare quel particolare tipo di poesia epico-narrativa in esametri, che si sviluppò nel clima culturale alessandrino, prendendo le mosse da Omero, ma a Omero volutamente contrapponendosi. Sono considerati “epilli” in senso stretto i carmi XIII, XXIV e XXV del 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑢𝑠 teocriteo, l’𝐸𝑐𝑎𝑙𝑒 di Callimaco e l’𝐸𝑢𝑟𝑜𝑝𝑎 di Mosco; in ambito latino il 𝐶𝑢𝑙𝑒𝑥 e la 𝐶𝑖𝑟𝑖𝑠 pseudo-virgiliani e il carme LXIV di Catullo. È bene sottolineare, comunque, che l’uso del vocabolo per indicare un genere letterario autonomo non ha alcun fondamento nell’antichità[14]: quando ricorre, ἐπύλλιον significa semplicemente 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑐𝑢𝑙𝑢𝑠 (Aristoph. 𝐴𝑐ℎ. 398; 𝑅𝑎𝑛. 924; 𝑃𝑎𝑥 532; Clem. Alex. 𝑆𝑡𝑟𝑜𝑚. III, 3,24); solo in un passo di Ateneo (II 65b) ha il valore di 𝑏𝑟𝑒𝑣𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑚𝑒𝑛, ma dal contesto risulta evidente che non si allude affatto a un genere letterario specifico. Si tratta dunque di un uso moderno, e si deve far risalire alla filologia del secolo scorso, come ha chiarito E. Wolff (𝑆𝑢𝑟 𝑙𝑒 𝑚𝑜𝑡 «𝑒𝑝𝑦𝑙𝑙𝑖𝑜𝑛», RPh 62, 1988, 299-303). Ma è veramente legittimo tale uso? A tale proposito, una posizione risolutamente negativa è stata assunta da W. Allen jr. (𝑇ℎ𝑒 𝐸𝑝𝑖𝑙𝑙𝑖𝑜𝑛, 1940), il quale ha sottolineato come spesso siano state corrivamente raggruppate sotto la generica etichetta di “epilli” opere di differente origine e struttura, che riflettono piuttosto la propensione degli alessandrini per la mistione dei generi. Gli argomenti di Allen sono in buona parte condivisibili: per limitarci a Teocrito, è del tutto evidente il carattere proteiforme dell’𝐼𝑙𝑎 (carme XIII), che Wilamowitz intendeva come un παιδικόν, ma che d’altro canto presenta anche le caratteristiche dell’epistola poetica, e per di più incorpora elementi descrittivi di carattere bucolico[15]; e si deve anche rilevare che l’𝐸𝑟𝑎𝑐𝑙𝑖𝑛𝑜 (carme XXIV) si chiude inaspettatamente come se fosse un inno. Pertanto, se si vuole continuare a usare il termine “epillio” – e non v’è dubbio che si tratti di un termine efficace e incisivo – bisognerà farlo con la consapevolezza che esso si adatta a «all poems in the new narrative style as opposed to the Homeric epics»: una generalizzazione quanto mai opportuna, ma che non impedisce l’individuazione di tratti specifici comuni, che servono a delineare il genere, nonostante tutto[16]: la miniaturizzazione dell’epos antico, il carattere episodico, gli inizi 𝑒𝑥 𝑎𝑏𝑟𝑢𝑝𝑡𝑜, il modo di procedere non uniforme, la rinuncia alla formularità, la drastica diminuzione delle comparazioni, l’ampio spazio concesso ai discorsi, l’inclusione di quadretti di carattere familiare e bucolico.

 

Polifemo e Galatea in un paesaggio bucolico. Affresco, fine I sec. a.C. dalla villa di Agrippa Postumo a Boscoreale. New York, Metropolitan Museum of Art.

 

Lingua, stile, metro

Nel tempo in cui Teocrito andava componendo i suoi carmi, la variegata realtà dialettale che fin dalle origini aveva caratterizzato il mondo greco nei suoi molteplici aspetti, politici, sociali, culturali, aveva ceduto ormai di fronte all’espandersi di una “lingua comune” (la cosiddetta κοινή), che si proponeva come unico e funzionale strumento di comunicazione per una realtà che aveva assunto un carattere statale e internazionale. Ma la κοινή non divenne la lingua della poesia: era la lingua della conversazione quotidiana, dei commerci, della burocrazia, degli atti ufficiali; dunque, nella coscienza dei poeti non poteva sostituirsi a quei dialetti antichi che – è bene ricordarlo – avevano dato vita a lingue letterarie di grandissimo prestigio. I poeti alessandrini si sentirono eredi e continuatori di quell’illustre tradizione, e ricercarono i loro modelli nella grande poesia del passato, ma operando in un modo nuovo e sorprendente, in un gioco continuo di imitazione e di innovazione.

Un dato assolutamente caratteristico della civiltà letteraria greca era stato lo stretto vincolo che si era venuto a creare tra dialetti e generi poetici, nel senso che la coloritura dialettale era condizionata dall’appartenenza al genere, e non dall’idioma nativo dell’autore; in età ellenistica quel vincolo si allenta (anche per la crisi che investe i generi tradizionali per se stessi), ma permane, e anzi si rafforza, il ruolo dei dialetti come forte elemento di stilizzazione. Nel contempo si accentua la tendenza, già presente in antico, alla mistione dialettale: sotto questo profilo, la lingua del canzoniere teocriteo è un vero mosaico, e anche tenendo nel debito conto le alterazioni che possono essere intervenute nel corso dei secoli, durante la lunga fase della trasmissione del testo, non v’è dubbio che la scelta stilistica della mistione dei dialetti si debba far risalire all’autore stesso. Quindi, quando parliamo di carmi “dorici”, o di carmi “ionico-epici”, dobbiamo dunque tener presente che vi sono infiltrazioni, anche massicce, di un dialetto nell’altro, e si arriva al punto che in certi casi i due dialetti sono sostanzialmente bilanciati. Solo nei carmi eolici sembra che Teocrito abbia seguito fedelmente la lingua di Saffo e di Alceo, anche se, in confronto ai suoi modelli, è da registrare un’incidenza più massiccia di forme epicheggianti.

Nella scelta del dialetto dominante, Teocrito si è sostanzialmente attenuto alla tipologia dei carmi[17]: per la poesia bucolica, che non aveva un referente letterario, la scelta del dorico fu dettata verosimilmente anche dal desiderio di evocare, sotto forme stilizzate, la lingua dei pastori di Sicilia, ma la 𝑓𝑎𝑐𝑖𝑒𝑠 dorica dei mimi trova senza dubbio il suo modello nel teatro siciliano di Sofrone ed Epicarmo, e non è escluso che tale modello abbia esercitato la sua influenza anche sulla poesia bucolica, che con il genere mimico ha più di un aspetto in comune; la lingua dorico-epica degli encomi per Ierone e per Tolomeo è nella tradizione del genere corale, e la lingua epica dell’inno ai Dioscuri si inquadra nella tradizione degli inni omerici; c’è poi l’eolico dei carmi composti “alla maniera di” Saffo e Alceo; in altri casi la scelta del colore dialettale appare meno immediatamente giustificabile.

In un quadro generale, comprendente anche i carmi di contestata autenticità, questa è la situazione[18]:

 

  • dorico: I-XI, XIV, XV, XVIII-XXI, XXIII, XXVI, XXVII;
  • dorico e ionico-epico: XIII, XVI, XVII, XXIV;
  • ionico-epico: XII, XXII, XXV;
  • eolico: XXVIII-XXXI.

 

Non sorprende di certo la netta prevalenza del dialetto dorico in un poeta di origine siracusana, ma la conclusione che se ne potrebbe trarre, di un uso del dialetto nativo, deve essere accantonata[19]; difatti, dall’idioma siracusano il dorico teocriteo si distacca per una divergenza fondamentale, in quanto adotta generalmente gli esiti aperti della 𝑑𝑜𝑟𝑖𝑠 𝑠𝑒𝑣𝑒𝑟𝑖𝑜𝑟 (gen. -ω, acc. -ως), laddove il siracusano adotta gli esiti chiusi della 𝑑𝑜𝑟𝑖𝑠 𝑚𝑖𝑡𝑖𝑜𝑟 (gen. -ου, acc. -ους)[20], e non basta inseguire il fantasma di un “siracusano letterario” per spiegare il comportamento teocriteo[21]. Ciò che rende problematica la valutazione del dorico di Teocrito è la presenza in esso di alcuni tratti peculiari, che non sembrano appartenere al dorico 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑑, e si registrano invece nella 𝐾𝑢𝑛𝑠𝑡𝑠𝑝𝑟𝑎𝑐ℎ𝑒 della poesia corale: si tratta delle forme dittongate del tipo -οισα, -αισα, della grafia σδ per ζ, della terminazione -εσσι dei dativi plurali della flessione atematica, delle forme geminate nei pronomi personali. E se per taluni di questi elementi si può far ricorso all’ipotesi degli epicismi, per le forme dittongate e per la grafia σδ, che non appartengono alla lingua dell’epica, il referente letterario non può che essere la lingua della corale, dove peraltro questi elementi “eolici” costituiscono già per se stessi un problema.

Su questa base si era fondata l’efficace definizione di 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑛𝑑𝑜𝑟𝑖𝑠𝑐ℎ data da Wilamowitz al dorico teocriteo; ma ora la questione sembra porsi su un piano differente, perché le forme dittongate sono emerse come un elemento di lingua corrente nelle iscrizioni della Cirenaica[22], e ciò ha consentito a C.J. Ruijgh[23] di postulare per Teocrito l’adozione di un dialetto di tipo “cirenaico”, rispecchiante l’idioma, già in qualche modo influenzato dalla κοινή, che si parlava nella comunità cirenaica insediata nella città di Alessandria: un’ipotesi attraente, anche se taluni argomenti di ordine strettamente dialettologico, per ammissione dello stesso studioso, appaiono alquanto evanescenti[24]; ma non mi pare da condividere il presupposto che ne è alla base, cioè che il contenuto «réaliste» richiedesse un «dialecte vivant», e non solo perché ciò non rientra per nulla nei canoni della civiltà letteraria alessandrina, ma anche in ragione della sostanziale uniformità del dorico teocriteo, che è lo stesso sia nei carmi bucolici e nei mimi, sia nei carmi di registro alto, come il XVIII e il XXVI; né può costituire un elemento a favore il fatto che Callimaco di Cirene adotti lo stesso tipo di dorico, ove si consideri che il raffinato poeta alessandrino mai avrebbe adottato 𝑡𝑜𝑢𝑡 𝑐𝑜𝑢𝑟𝑡 per i suoi inni l’idioma nativo[25]. A conti fatti, mi pare che l’approccio letterario di Wilamowitz conservi tutto il suo valore, e non posso essere corrivamente abbandonato; dopo tutto, non bisogna dimenticare che anche la scelta dell’esametro procede nel senso di un contrasto, e non di un’aderenza al dato realistico.

C’è poi il problema degli epicismi, che in misura più o meno massiccia troviamo inseriti nei carmi dorici[26]. Il linguaggio epico era tradizionalmente sinonimo di stile elevato, ma ritenere che Teocrito abbia introdotto espressioni omeriche con puro fine di ornamento sarebbe quanto meno semplicistico. Certo, l’impiego dell’esametro comporta, quasi per una sorta di trascinamento, l’uso di locuzioni omeriche, ed è vero che in taluni casi la maggior incidenza di tratti epici corrisponde a un effettivo innalzamento del tono, come avviene ad esempio nell’elaborato carme che apre la raccolta, ma non di rado quei flosculi omerici, accortamente accostati a colloquialismi e volgarismi nel linguaggio delle persone semplici che agiscono nei mimi, hanno un sapore sottile d’ironia, e marcano la distanza che il poeta pone intenzionalmente tra se stesso e i personaggi da lui creati. È il caso della serenata del capraio nel carme III, in cui la rilevante presenza di omerismi contribuisce a dare un tocco umoristico all’intera scena.

Contrariamente alla scelta della varietà nelle tematiche, nei dialetti, nei generi poetici, la scelta metrica di Teocrito non va nel senso della polimetria: infatti, se si escludono i carmi eolici che ripropongono i metri di Saffo e Alceo, alcuni epigrammi in metri vari, e il carme VIII (di contestata autenticità) con la sua sezione in distici elegiaci, le poesie di Teocrito sono tutte composte in esametri dattilici. Ho già avuto occasione di sottolineare il paradosso insito nella scelta dell’esametro per il genere bucolico e mimico: ma i lettori di Teocrito certamente apprezzavano come una gradita novità l’impiego del magniloquente verso dell’epica per rappresentare l’umile vita dei pastori o il piccolo mondo borghese cittadino; e soprattutto apprezzavano la virtuosistica destrezza con cui il poeta era riuscito a piegare alla discorsività del dialogo il verso che era stato definito da Aristotele il più lontano di tutti dalla lingua parlata, affidando, di fatto, all’esametro lo stesso ruolo del trimetro giambico nella commedia[27]. È così che si spiegano certe violazioni alle norme del raffinato esametro alessandrino: nel linguaggio “staccato” che caratterizza i dialoghi delle 𝑆𝑖𝑟𝑎𝑐𝑢𝑠𝑎𝑛𝑒 si registrano pause anche nell’ultimissima parte del verso (vv. 1,3; 14; 40; 60), in un’evidente ricerca di ben precisi effetti stilistici. In generale, comunque, laddove non sussistano esigenze di discorsività, il verso ha la forma stilizzata ed elegante che contraddistingue l’esametro alessandrino, pur presentando, nella struttura compositiva, un minor numero di norme restrittive rispetto agli esametri callimachei, e si caratterizza per tutta una serie di espedienti stilistici (anafore, ripetizioni, omeoteleuti, allitterazioni), che contribuiscono a renderlo armonioso e in qualche modo cantabile; talvolta compare persino una struttura strofica, a suggerire, per il verso recitativo per eccellenza, un’ideale 𝑝𝑒𝑟𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑛𝑐𝑒 canora.[28]

Jean Charles Cazin, Teocrito. Olio su tela, 1885. Chicago, Art Institute.

 

Carattere della poesia teocritea

L’uso sapiente e scaltrito dello strumento linguistico e metrico è uno dei mezzi attraverso i quali Teocrito realizza la sua operazione poetica. La critica ha spesso sottolineato, e giustamente, la connotazione realistica della sua poesia; ma è bene sottolineare come il realismo di Teocrito non significhi affatto aderenza alla vita dei ceti umili borghesi: vi si oppone da un lato, come si è visto, la stilizzazione nella scrittura, che rivela una forte e rigorosa attenzione al dato specificatamente letterario, dall’altro un atteggiamento di consapevole distanza di fronte all’oggetto della sua arte. Teocrito non s’immedesima mai nei suoi personaggi; al contrario, li osserva, di solito con indulgente ironia, talora anche con partecipazione, ma senza mai lasciarsi interamente travolgere dalle loro passioni. È questa disposizione d’animo che fa sì che l’ironia non diventi mai sarcasmo: il sarcasmo nasce da eccesso di passione, e invece Teocrito, per inclinazione naturale, e per norma d’arte, procede sulla via del “sottrarre”, non dell’”aggiungere”. Allo stesso modo, il calore dei sentimenti non si tramuta mai in scomposta passione, e quando la commozione sta per traboccare, interviene a smorzarla il superiore sorriso del poeta. In questa leggerezza di tono, in questa consapevole smorzatura degli affetti consiste la sostanza della sua ispirazione. Perciò, a mio parere, non si può insistere troppo sul carattere umoristico, e persino satirico, della poesia di Teocrito, che è lieve per sua natura, e mai pungente o mordace, quand’anche riprenda i moduli aggressivi della poesia popolare[29]. D’altro canto va anche accolto con cautela l’approccio di quella parte della critica che carica Teocrito di un’intricata rete di simboli[30]: un tempo andava di moda, sulla scia di Reitzenstein, scorgere allegoricamente dietro questa o quella figura di pastore personaggi reali della cerchia poetica teocritea[31]; la fitta simbologia che oggi si è andata addensando sulla poesia di Teocrito rischia, ancora una volta, di incrinare quel tocco leggero che costituisce il segno inconfondibile dell’arte del poeta.

Per una bibliografia aggiornata, si vd. il sito 𝐴 𝐻𝑒𝑙𝑙𝑒𝑛𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐 𝐵𝑖𝑏𝑙𝑖𝑜𝑔𝑟𝑎𝑝ℎ𝑦.

 

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Note:

[1] Sono elencate e discusse in Gᴏᴡ, I, xᴠ ss.

[2] Vd. in particolare W. Mᴇɪɴᴄᴋᴇ, 𝑈𝑛𝑡𝑒𝑟𝑠𝑢𝑐ℎ𝑢𝑛𝑔𝑒𝑛 𝑧𝑢 𝑑𝑒𝑛 𝑒𝑛𝑘𝑜𝑚𝑖𝑎𝑠𝑡𝑖𝑠𝑐ℎ𝑒𝑛 𝐺𝑒𝑑𝑖𝑐ℎ𝑡𝑒𝑛 𝑇ℎ𝑒𝑜𝑘𝑟𝑖𝑡𝑠, Diss., Kiel 1965, e T.F. Gʀɪꜰꜰɪᴛʜs, 𝑇ℎ𝑒𝑜𝑐𝑟𝑖𝑡𝑢𝑠 𝑎𝑡 𝐶𝑜𝑢𝑟𝑡, Leiden 1979 [books.google].

[3] È un’ipotesi prospettata da G. Lᴀᴡᴀʟʟ, 𝑇ℎ𝑒𝑜𝑐𝑟𝑖𝑡𝑢𝑠’ 𝐶𝑜𝑎𝑛 𝑃𝑎𝑠𝑡𝑜𝑟𝑎𝑙𝑠. 𝐴 𝑃𝑜𝑒𝑡𝑟𝑦 𝐵𝑜𝑜𝑘, Cambridge MA 1967 [archive.org].

[4] A. Lɪɴᴅsᴇʟʟ, 𝑊𝑎𝑠 𝑇ℎ𝑒𝑜𝑐𝑟𝑖𝑡𝑢𝑠 𝑎 𝐵𝑜𝑡𝑎𝑛𝑖𝑠𝑡?, G&R 6 (1937), 78-93.

[5] È per l’appunto con tale valenza che 𝑖𝑑𝑦𝑙𝑙𝑖𝑎 è adoperato da Plinio (𝐸𝑝𝑖𝑠𝑡. 4, 14), e tuttavia mal si comprende in che modo εἶδος (= «aspetto», e quindi «specie», «tipo») possa assumere il significato di «poema» 𝑡𝑜𝑢𝑡 𝑐𝑜𝑢𝑟𝑡. Come osserva Gᴏᴡ (I, ʟxxɪ), se, a rigore, si può accettare che il plurale εἴδη indichi una collezione di poemi di vario tipo, non si giustifica l’uso di εἶδος per il singolo componimento.

[6] Sull’argomento vd. L.E. Rᴏssɪ, 𝐼 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑖 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑟𝑖 𝑒 𝑙𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑖 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑒 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑒 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑖𝑐ℎ𝑒, BICS 18 (1971), 69-94 [unica.it].

[7] Su tale problematica vd. in particolare B. Eꜰꜰᴇ, 𝐷𝑖𝑒 𝐺𝑒𝑛𝑒𝑠𝑒 𝑒𝑖𝑛𝑒𝑟 𝑙𝑖𝑡𝑒𝑟𝑎𝑟𝑖𝑠𝑐ℎ𝑒𝑛 𝐺𝑎𝑡𝑡𝑢𝑛𝑔: 𝑑𝑖𝑒 𝐵𝑢𝑘𝑜𝑙𝑖𝑘, Konstanz 1977 e D.M. Hᴀʟᴘᴇʀɪɴ, 𝐵𝑒𝑓𝑜𝑟𝑒 𝑃𝑎𝑠𝑡𝑜𝑟𝑎𝑙: 𝑇ℎ𝑒𝑜𝑐𝑟𝑖𝑡𝑢𝑠 𝑎𝑛𝑑 𝑡ℎ𝑒 𝐴𝑛𝑐𝑖𝑒𝑛𝑡 𝑇𝑟𝑎𝑑𝑖𝑡𝑖𝑜𝑛 𝑜𝑓 𝐵𝑢𝑐𝑜𝑙𝑖𝑐 𝑃𝑜𝑒𝑡𝑟𝑦, New Haven 1983.

[8] Tra le raffigurazioni dello scudo di Achille (𝐼𝑙. XVIII) vi sono due scene in cui l’elemento musicale è associato alla sfera bucolica: in una sono rappresentati due pastori che seguono le greggi e le mandrie di buoi suonando la 𝑠𝑦𝑟𝑖𝑛𝑥 (vv. 525 ss.); nell’altra, che è una scena di vendemmia, è raffigurato un ragazzo che canta al suono della cetra, attorniato da fanciulle e giovani danzanti (vv. 569 ss.). Più in generale, l’elemento pastorale fa da cornice all’episodio di Polifemo (𝑂𝑑. IX).

[9] Un forte impulso in questo senso è stato impresso dal saggio di R. Mᴇʀᴋᴇʟʙᴀᴄʜ, ΒΟ𝑌ΚΟΛΙΑΣΤΑΙ (𝐷𝑒𝑟 𝑊𝑒𝑡𝑡𝑔𝑒𝑠𝑎𝑛𝑔 𝑑𝑒𝑟 𝐻𝑖𝑟𝑡𝑒𝑛), RhM 99 (1956), 97-133.

[10] Teone è il grammatico di età augustea a cui si attribuisce, sulla scia di Wilamowitz, l’edizione del 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑢𝑠 teocriteo. Gli argomenti contenuti nel trattato furono successivamente ripresi dai grammatici latini, nell’ambito dei loro interessi per la poesia bucolica di Virgilio. Tutti i testi si trovano raccolti in C. Wᴇɴᴅᴇʟ, 𝑆𝑐ℎ𝑜𝑙𝑖𝑎 𝑖𝑛 𝑇ℎ𝑒𝑜𝑐𝑟𝑖𝑡𝑢𝑚 𝑣𝑒𝑡𝑒𝑟𝑎, Lipsiae 1914, 1-22 [archive.org].

[11] La prima versione si colloca in Laconia all’epoca dell’invasione persiana, quando i contadini si sostituirono alle vergini nel compito di cantare inni in onore di Artemide Cariatide; la seconda s’intreccia con la vicenda di Oreste, giunto a Tindari con il simulacro di Artemide trafugato dalla Tauride: in tale occasione i nativi onorarono la dea con canti. Infine, c’è la versione siracusana, che, secondo l’autore, è quella che coglie nel segno (ἀληθής λόγος): scoppiata una sommossa a Siracusa, e tornata successivamente la pace, furono organizzati festeggiamenti in onore di Artemide, durante i quali i contadini del contado ingaggiavano gare di canto; e chi rimaneva sconfitto andava in giro per le campagne circostanti, elemosinando cibo e cantando canti di buon augurio.

[12] Vd. E. Cʀᴇᴍᴏɴᴇsɪ, 𝑅𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑖 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑒 𝑜𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑒𝑠𝑖𝑎 𝑏𝑢𝑐𝑜𝑙𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑒𝑠𝑖𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑐𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑝𝑎𝑡𝑒𝑡𝑖𝑐𝑎, Dioniso 21-22 (1958-59), 109-122.

[13] A mio parere, sarebbe accettabile anche per i mimi teocritei la soluzione prospettata da Mastromarco per i 𝑀𝑖𝑚𝑖𝑎𝑚𝑏𝑖 di Eronda (𝐼𝑙 𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝐸𝑟𝑜𝑛𝑑𝑎, Padova 1979): rappresentazioni sceniche tenute a corte, o nelle case delle famiglie più facoltose e colte della società alessandrina, basate su una concezione antologica dello spettacolo.

[14] Vd. W. Aʟʟᴇɴ ᴊʀ., 𝑇ℎ𝑒 𝐸𝑝𝑖𝑙𝑙𝑖𝑜𝑛: 𝐴 𝐶ℎ𝑎𝑝𝑡𝑒𝑟 𝑖𝑛 𝑡ℎ𝑒 𝐻𝑖𝑠𝑡𝑜𝑟𝑦 𝑜𝑓 𝐿𝑖𝑡𝑒𝑟𝑎𝑟𝑦 𝐶𝑟𝑖𝑡𝑖𝑐𝑖𝑠𝑚, TAPhA 71 (1940), 1-26.

[15] Vd. L.E. Rᴏssɪ, 𝐿’Ila 𝑑𝑖 𝑇𝑒𝑜𝑐𝑟𝑖𝑡𝑜: 𝑒𝑝𝑖𝑠𝑡𝑜𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑒𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒𝑑 𝑒𝑝𝑖𝑙𝑙𝑖𝑜, in 𝑆𝑡𝑢𝑑𝑖 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑖𝑐𝑖 𝑖𝑛 𝑜𝑛𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑄. 𝐶𝑎𝑡𝑎𝑢𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎, vol. 2, Catania 1972, 279-293.

[16] Essi sono stati limpidamente messi in luce da G. Pᴇʀʀᴏᴛᴛᴀ, 𝐴𝑟𝑡𝑒 𝑒 𝑡𝑒𝑐𝑛𝑖𝑐𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑒𝑝𝑖𝑙𝑙𝑖𝑜 𝑎𝑙𝑒𝑠𝑠𝑎𝑛𝑑𝑟𝑖𝑛𝑜, A&R 4 (1923), 213-229, ora anche in B. Gᴇɴᴛɪʟɪ, G. Mᴏʀᴇʟʟɪ, G. Sᴇʀʀᴀᴏ (eds.), 𝑃𝑜𝑒𝑠𝑖𝑎 𝑒𝑙𝑙𝑒𝑛𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐𝑎. 𝑆𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑖 𝑚𝑖𝑛𝑜𝑟𝑖 𝐼𝐼, Roma 1978, 34-53.

[17] Come è noto, la questione della corrispondenza tra dialetti e generi era stata polemicamente sollevata sul piano teorico da Callimaco nel giambo XIII. Il libro dei 𝐺𝑖𝑎𝑚𝑏𝑖 è in se stesso un esempio di programmatica infedeltà all’antica norma; e la “trasgressione” investe persino il venerando genere degli inni, che la tradizione voleva composti in lingua epica e in esametri dattilici: infatti, due dei sei 𝐼𝑛𝑛𝑖 callimachei, il quinto e il sesto, presentano una 𝑓𝑎𝑐𝑖𝑒𝑠 dorica, e il quinto svaria anche nel metro, che è un distico elegiaco.

[18] Dopo quanto si è detto a proposito della mistione dialettale, risulta chiaro che qualsiasi classificazione comporta un certo rischio di semplificazione: infatti anche i carmi “ionico-epici” contengono dorismi, così come i carmi “dorici” contengono epicismi, e non è facile determinare in che misura tale mescolanza sia da attribuire all’autore, e quanto invece sia da imputare alla tradizione manoscritta. È il caso, in particolare, dei carmi XII e XXII, che sono indicati come “ionici” nei codici stessi, ma che contengono un certo numero di dorismi, generalmente trascurati nella 𝑟𝑒𝑐𝑒𝑛𝑠𝑖𝑜.

[19] Se Alessandria, città nuova e cosmopolita, aveva adottato decisamente come strumento di comunicazione la κοινή, la dorica Siracusa al tempo di Teocrito conservava ancora tracce consistenti dell’antico idioma encorico, come risulta evidente dalla documentazione epigrafica.

[20] L’ormai cronica distinzione tra 𝑑𝑜𝑟𝑖𝑠 𝑠𝑒𝑣𝑒𝑟𝑖𝑜𝑟 e 𝑑𝑜𝑟𝑖𝑠 𝑚𝑖𝑡𝑖𝑜𝑟 risale a H.L. Aʜʀᴇɴs, 𝐷𝑒 𝑔𝑟𝑎𝑒𝑐𝑎𝑒 𝑙𝑖𝑛𝑔𝑢𝑎𝑒 𝑑𝑖𝑎𝑙𝑒𝑐𝑡𝑖𝑠, II, Gottingae 1843.

[21] L’ipotesi di una 𝐾𝑢𝑛𝑠𝑡𝑠𝑝𝑟𝑎𝑐ℎ𝑒 siracusana, operante in Sicilia e in Magna Grecia, fu formulata per la prima volta in maniera organica da M. Magniem (𝐿𝑎 𝑠𝑦𝑟𝑎𝑐𝑢𝑠𝑎𝑖𝑛 𝑙𝑖𝑡𝑡𝑒́𝑟𝑎𝑖𝑟𝑒 𝑒𝑡 𝑙’𝑖𝑑𝑦𝑙𝑙𝑒 𝑋𝑉 𝑑𝑒 𝑇ℎ𝑒́𝑜𝑐𝑟𝑖𝑡𝑒, MSL 21, 1919, 49-85), ed è stata accolta con grande favore, malgrado offra il fianco a non poche obiezioni. Una ragionata critica alla costruzione del Magniem è stata avanzata da G. Iᴀᴄᴏʙᴀᴄᴄɪ, 𝐼𝑙 “𝑠𝑖𝑟𝑎𝑐𝑢𝑠𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜”: 𝑢𝑛’𝑖𝑝𝑜𝑡𝑒𝑠𝑖 𝑑𝑎 𝑟𝑖𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒, PhD. th. 1992.

[22] I testi sono raccolti in RFC 1928; vd. inoltre G. Oʟɪᴠᴇʀɪᴏ, 𝐼𝑠𝑐𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑐𝑖𝑟𝑒𝑛𝑎𝑖𝑐ℎ𝑒, QAL 4 (1961), 3-54, SEC, Annuario della scuola archeologica di Atene, 23-24 (1961-62), a cura di G. Pᴜɢʟɪᴇsᴇ Cᴀʀʀᴀᴛᴇʟʟɪ, e 𝑆𝐸𝐺 26 (1976-77), 412 ss.

[23] 𝐿𝑒 𝑑𝑜𝑟𝑖𝑒𝑛 𝑑𝑒 𝑇ℎ𝑒́𝑜𝑐𝑟𝑖𝑡𝑒 : 𝑑𝑖𝑎𝑙𝑒𝑐𝑡𝑒 𝑐𝑦𝑟𝑒́𝑛𝑖𝑒𝑛 𝑑’𝐴𝑙𝑒𝑥𝑎𝑛𝑑𝑟𝑖𝑒 𝑒𝑡 𝑑’𝐸𝑔𝑦𝑝𝑡𝑒, Mnemosyne 37 (1984), 56-88 [jstor.org].

[24] È bene sottolineare che la maggior parte delle caratteristiche del dorico teocriteo sono comuni a tutta l’area occidentale, e quindi non sono di alcuna utilità per l’individuazione di un idioma specifico locale. Vi sono poi alcuni tratti più particolari, che appartengono, è vero, al cirenaico, ma appartengono anche ad altre aree del dominio dorico, nonché alla lingua letteraria (ἦνθον = ἦλθον, accusativi plur. in -ας e in -ος, desinenze d’infinito in -εν per -ειν, ἔνδοι = ἔνδον, ἴσαμι = οἶδα, e naturalmente gli esiti aperti della 𝑑𝑜𝑟𝑖𝑠 𝑠𝑒𝑣𝑒𝑟𝑖𝑜𝑟). Rimangono come elementi peculiari, secondo Ruijgh, -οισα = -ουσα, il suffisso avverbiale -θε = -θεν, la seconda persona dell’indicativo presente in -ες per -εις, σδ = ζ, Di questi elementi, il più significativo è -οισα, che effettivamente figura nel cirenaico come un tratto di lingua parlata, ma è un dato che semmai riapre la discussione sulla provenienza delle forme dittongate nella lingua della corale, e non basta a stabilire un asse: cirenaico → Teocrito. Quanto a σδ = ζ, la sua presenza nel cirenaico parlato può essere supposta in via ipotetica, dal momento che la documentazione epigrafica non ne serba traccia. Noto infine che la forma -θε per -θεν figura già in Pindaro, e che i casi di -ες per -εις sono pochi e non controllabili metricamente; in ogni caso si tratterebbe di una concordanza troppo labile per essere significativa.

[25] L’approccio di Ruijgh ripropone per diversa via l’antico argomento del carattere «rustico» del dorico teocriteo, ripreso anche in età moderna, soprattutto nel secolo scorso; ma vd. le giuste osservazioni di V. Dɪ Bᴇɴᴇᴅᴇᴛᴛᴏ, 𝑂𝑚𝑒𝑟𝑖𝑠𝑚𝑖 𝑒 𝑠𝑡𝑟𝑢𝑡𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑟𝑖𝑐𝑎 𝑛𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑖𝑑𝑖𝑙𝑙𝑖 𝑑𝑜𝑟𝑖𝑐𝑖 𝑑𝑖 𝑇𝑒𝑜𝑐𝑟𝑖𝑡𝑜, ASNSP 25 (1956), 49 ss.

[26] Vd. Bᴇɴᴇᴅᴇᴛᴛᴏ, 𝑂𝑚𝑒𝑟𝑖𝑠𝑚𝑖…, 48-60.

[27] 𝑃𝑜𝑒𝑡. 1449a 26.

[28] È in particolare il caso del primo e del secondo carme, nei quali il 𝑟𝑒𝑓𝑟𝑎𝑖𝑛 funge da separatore di gruppi regolari di versi, ma anche il carme III ha un’evidente struttura tristica.

[29] L’ironia è il filo conduttore dell’analisi della poesia teocritea da parte di G. Giangrande e della sua scuola.

[30] L’interpretazione “simbolica” si è esercitata soprattutto sul carme VII, ma non solo. Tra i principali esponenti di questo 𝑡𝑟𝑒𝑛𝑑 ricordiamo Ch. Segal, G. Lawall, J.-H. Kühn, M. Puelma, U. Ott.

[31] 𝐸𝑝𝑖𝑔𝑟𝑎𝑚𝑚 𝑢𝑛𝑑 𝑆𝑘𝑜𝑙𝑖𝑜𝑛, Giessen 1893.