Solone

di MUSTI D., Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 226-233.

 

L’opera di Solone, arconte nel 594/93, secondo Diogene Laerzio, o nel 592/91, secondo la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, porta a piena maturazione quelle premesse politiche e sociali che abbiamo intravisto nella comunità aristocratica attica del medio arcaismo. Solone operò infatti sia sul terreno sociale, sia su quello politico-costituzionale; fu riformatore sociale e fu nomoteta, autore di leggi costituzionali, che sostituirono i thesmoí di Dracone. Complessivamente, egli non appare autore di riforme in grado di stravolgere il vecchio profilo politico ateniese o la realtà socio-economica, cioè l’assetto proprietario, dell’Attica. E tuttavia è chiaro che sul terreno sociale egli incise con azioni innovative, volte quanto meno a sanare i guasti che nel corso del tempo si erano determinati nel corpo sociale e nell’economia dell’Attica; sul terreno politico-costituzionale l’opera di Solone fu quella di un codificatore, capace di portare ordine nelle vecchie e conservate strutture, e di ammodernare qua e là. Non fu il creatore della democrazia, anche se la tradizione antica o la riflessione moderna avvertono un filo di sviluppo, tormentato ma continuo, tra l’azione di Solone e il formarsi di gruppi e programmi politici differenziati, con i relativi conflitti, nei decenni successivi, e quindi la tirannide di Pisistrato e dei figli e la democrazia creata dall’alcmeonide Clistene nel 508/07[1].

Solone. Busto, marmo, copia romana da originale di IV sec. a.C. ca. Malibu, J.P. Getty Museum.

Solone avverte acutamente il divario tra la struttura politica, che va conservata anche se perfezionata e resa stabile, e il rapporto sociale, che è diventato conflittuale e drammatico, tra ricchi e poveri, cioè tra i proprietari della terra e i suoi coltivatori. Questo è il quadro dell’assetto proprietario in Attica, come fornito da Aristotele: e fondamentalmente esso è giusto, purché non ci si fermi alle definizioni formali, ma si tenga conto di tutto ciò che esse contengono, e della testimonianza diretta di Solone che egli ci riporta. È soprattutto in gioco la condizione degli hektēmóroi, coloro che lavorano la terra per conto dei ricchi, versando forse come canone 1/6 del prodotto; poiché anche rispetto all’assolvimento di quest’obbligo essi risultano spesso morosi, rischiano d’essere venduti schiavi e come tali trasportati fuori dall’Attica.

Di questo quadro, tutto è stato messo in discussione, con proposta di soluzioni di cui è difficile non vedere la distanza sia dai testi antichi sia dalla verosimiglianza storica. Ora si ammette che ci fosse solo una grande proprietà privata, ma non una media e piccola e che, accanto a grandi proprietà private, ci fossero ancora vaste proprietà pubbliche, che sarebbero dirette eredi e continuatrici di quelle di epoca micenea; ora invece si considera la condizione degli hektēmóroi come il risultato dello scadimento dalla condizione di proprietari privati di un tempo, e quindi si dà un largo spazio alla costituzione e alla diffusione della piccola e media proprietà privata durante i secoli dell’alto e del medio arcaismo. Probabilmente queste rappresentazioni peccano tutte di rigidità e di nominalismo, e tengono poco conto di certe retroiezioni che (a livello formale, soltanto, e senza tradire, a ben guardare, la realtà) Aristotele opera, dalle condizioni economiche del IV secolo a.C. a quelle della fine del VII e dell’inizio del VI[2].

Moschóphoros. Statua, marmo dell’Imetto, 570-560 a.C., Atene, Museo dell’Acropoli.

Se si opera sulla base di una nozione e condizione teoricamente e giuridicamente ben definita di proprietà, si trasferisce con ogni probabilità nell’epoca pre-soloniana e soloniana uno sviluppo dell’idea e delle forme legali distintive della proprietà terriera, che appartiene ad epoca più tarda. In modo particolare, poi, si trascura il fatto che il sistema delle místhōseis (o dei misthōmata o, in generale, misthoí), cioè un vero e proprio sistema dei fitti, una condizione economica in cui è sviluppato il rapporto proprietà-fitto (e perciò si abitano case prese, o ridotte ad essere prese, in fitto, e si coltivano terreni in analoghe condizioni), è ciò che caratterizza l’evoluzione dei rapporti sociali e lo sviluppo dell’economia monetaria tra V e IV secolo a.C., con particolare forza nel IV secolo. Il rapporto ricchezza-povertà, sul terreno della proprietà terriera (centrale nella concezione di Aristotele e nella sua rappresentazione dell’economia), doveva con molta facilità presentarsi ad Aristotele sotto le vesti del rapporto affittuario: salvo che il fitto o il canone nel IV secolo si pagano prevalentemente in denaro, e quelli della fine del VII o dell’inizio del VI si pagano (ed è una prima correzione storica da apportare ad Aristotele) prevalentemente in natura (benché, per Aristotele stesso, all’inizio del VI secolo molti rapporti sociali figurino ormai mediati dalla moneta, in Attica). Chi pensa agli hektēmóroi come coltivatori di terre appartenenti di diritto allo Stato, come residuo di forme micenee, dà probabilmente minore importanza al fatto che quel tipo di proprietà era collegato col potere palaziale; se permangono (anzi, probabilmente, si sviluppano) le proprietà sacre, è ben difficile che con la fine dei palazzi non abbia coinciso un certo sviluppo della proprietà privata. Ma questo non comporta necessariamente una formazione significativa di piccola e media proprietà, condizione da cui poi, per successivi e crescenti indebitamenti, i titolari sarebbero scaduti nella gravosa e rischiosissima condizione di hektēmóroi. Se però si ammette quel che suggeriscono le parole dello stesso Solone («mi può essere eccellente testimone, nella giustizia del Tempo, la madre grandissima degli dèi Olimpi, la nera Terra, da cui io strappai i cippi che in più luoghi erano infissi, Terra un tempo asservita, ora invece libera!»)[3], egli determinò la liberazione della terra, cioè la ricostituzione di condizioni diverse da quelle di servitù che i cippi attestavano e garantivano.

Dunque è plausibile un quadro come quello che segue. Con la crisi del potere miceneo si accentua in Attica quella frantumazione della proprietà, che, nelle forme socialmente riconosciute e garantite, non poteva essere altro che proprietà di relativamente grandi dimensioni. Si viene però a creare un’articolazione collegata alla presenza sulla terra dei suoi diretti coltivatori, che rapidamente ne diventano i possessori di fatto, con obblighi di tipo tributario verso i grandi proprietari (gli unici ad avere, e a potere avere, nelle condizioni dell’epoca, un titolo legale). Un interprete del IV secolo (epoca di místhōseis), come Aristotele, trascriveva questa diffusissima forma di proprietà embrionale, proprietà di fatto (ma non per questo meno esposta a rischi per la persona del coltivatore) in un rapporto affittuario: e, in fondo, non sbagliava, salvo per un eccesso di formalizzazione (da parte sua), non meno inadeguata di quella che operano quegli studiosi moderni che ragionano in termini di proprietà di pieno diritto, per possedimenti di minori dimensioni.

Atene, obolo, 500-480 a.C. ca. AR. 0, 53, Recto: civetta, stante verso destra; sul bordo, l’iscrizione AΘE[NAI].
Solone proibisce la schiavitù per debiti, cioè la sua premessa, che è la possibilità di contrarre debiti e assumere ipoteche sui propri corpi (epí toîs sómasin). Inoltre abolisce i debiti (fa quello che le fonti chiamano chreōn apokop, «taglio dei debiti»). L’osservatore di un secolo di piena economia monetaria può interpretare il taglio come parziale e non totale, e la riduzione del debito così ottenuta può anche collegarla con la riforma monetaria attribuita a Solone, cioè la sostituzione della dracma leggera d’argento (dracma euboica), di g. 4,36, alla dracma pesante (eginetica), di g. 6,2: di fatto, una svalutazione di circa il 30 %, che riduceva i debiti di altrettanto. Ed è proprio così, in termini forse riduttivi, che ragionava l’attidografo Androzione. Non è invero chiaro né il rapporto tra la forma del sistema ipotecario (sarebbe vano negare che esista una forma elementare, e fondamentalmente pre-monetale, di ipoteca già in questo periodo) e il «taglio dei debiti», né quello tra tale taglio e la riforma monetaria. Ma se si dà un minimo credito alla tradizione su un qualche uso di moneta di tipo eginetico ad Atene prima di Solone (del resto, se Atene apparteneva all’anfizionia di Calauria nel VII secolo, tali condizioni esistevano in pieno), si può salvare gran parte della tradizione, e non ridurre tutte le misure soloniane ad un solo atto. L’abolizione (o forte riduzione) dei debiti nel pagamento del canone in natura ci dev’essere stata (e questo sarà il senso fondamentale della problematica parola seisáchtheia, o «scuotimento dei pesi»); ma, accanto, ci saranno state prime forme di indebitamento anche attraverso il nuovo sistema economico, non ancora dominante, ma certo affiorante, della moneta: la riforma monetaria avrà quindi operato in questo settore come strumento significativo, ma non unico, di alleviamento[4]. La condizione della terra, dopo questa riforma di Solone, non era profondamente trasformata rispetto al passato, ma si erano parzialmente create le condizioni per un consolidamento del rapporto di possesso stabile (tanto più che erano stati fatti sparire i cippi che attestavano un diritto diverso di proprietà).

Sul piano politico-costituzionale Solone conferma le vecchie articolazioni censitarie, le vecchie “classi” (télē), forse aggiungendone una, la prima, e definendo i termini quantitativi degli ormai quattro télē: pentacosiomedimni, coloro che avevano una rendita annua di 500 medimni di frumento (o 500 metreti di vino o d’olio); cavalieri (a quota 300); zeugiti (possessori di un paio = zeûgos di buoi? O “opliti”? a quota 200); teti (o salariati), sotto quest’ultimo livello. Le cariche degli arconti e dei tesorieri (tamiaí) erano riservate ai pentacosiomedimni (o forse estese, per quanto riguarda gli arconti, anche alla seconda classe). Ai teti tuttavia la costituzione di Solone garantiva non soltanto la partecipazione all’assemblea (ekklēsía), ma anche al tribunale del popolo (heliaía), di cui egli sarebbe stato creatore o massimo potenziatore. Forse Solone arricchiva il vecchio quadro istituzionale con un nuovo consiglio, quello dei 400, cento per ciascuna delle quattro tribù; ognuna delle tribù era divisa in tre “terzi” (tre trittýes), e in 12 naucrarie (“distretti”, e insieme cariche dei naucrari, con funzioni finanziarie)[5].

Misure attiche per gli aridi (sopra) e per i liquidi (sotto), secondo A. Segré, Metrologia e circolazione monetaria degli antichi, Bologna 1928, 131 ss.

Come si vede, l’opera di Solone, se e in quanto innovatrice, si limita ad articolazioni ulteriori dell’assetto tradizionale, che equivalgono certo a un suo rafforzamento nella coscienza generale. Egli aveva anzi rifiutato le sollecitazioni di alcuni e la tentazione, offerta dalla situazione oggettiva, di farsi tiranno. A questo fermo atteggiamento sul piano del potere politico corrisponde, sul piano economico, il rifiuto di una redistribuzione della terra (ghēs anadasmós), che avrebbe significato il rovesciamento dei diritti formali di proprietà, quelli cioè dei grandi proprietari, gli unici a possedere probabilmente titoli del genere che fossero formalmente definiti, in quelle condizioni storiche. L’agricoltura non riceveva dunque impulsi particolari dalla sanatoria introdotta da Solone; viceversa, sembra plausibile che egli abbia favorito l’artigianato, la produzione ceramica, in una con un certo sviluppo mercantile, in quanto consentì l’esportazione dell’olio, pur vietando altre forme di esportazione[6]. Egli si configura dunque come un valorizzatore del politico, come un creatore di valori comunitari. La sua debolezza, sul terreno dei fatti, è di operare solo mediazioni: ad Atene egli vuole essere, ed è, il dialaktḗs, il “pacificatore”, il “conciliatore”, il “grande mediatore”: non vuole essere (e non è) il tiranno.

Finita la sua opera, egli si trasferisce per commercio e turismo in Egitto; ad Atene riprendono le stáseis, i “conflitti politici”. Dopo cinque anni un’anarchia (= “assenza di arconte”), dopo altri cinque una nuova anarchia, quindi, per un paio d’anni (582-580), un arcontato di durata eccezionale, di un certo Damasia. Ad Atene si hanno già formazioni politiche di tipo corporativo: abbattuto Damasia, si sperimenta un arcontato decemvirale, composto da 5 eupatrídai (“gente di nobile lignaggio”), 3 ágroikoi (“contadini”), 2 demiourgoí (“artigiani”)[7]. Poco dopo troveremo una diversa articolazione, ancora una volta in tre gruppi politici, questa volta su base territoriale: i pedieîs o pediakoí (cioè i “proprietari terrieri del pedíon”), i parálioi (“proprietari di regioni costiere”), i diákrioi o hyperákrioi (“quelli della – o al di là della – zona montuosa”). Non si tratta di veri partiti, con tanto di ideologie; ma emerge una dialettica politica del più grande interesse, che tende ad affermarsi come uno strumento di soluzione dei conflitti. In questo quadro si colloca la tirannide di Pisistrato, le cui caratteristiche, le cui vicende, i cui stessi infortuni possono spiegarsi solo alla luce della particolare temperie politica ad Atene e di quel mondo di valori comunitari che l’opera di Solone aveva rafforzato, anche se non messo al riparo dai fermenti dell’epoca e dai gravi elementi di crisi che la società attica aveva accumulato al suo interno.

 

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Note

[1] Sull’anno dell’arcontato di Solone e la cronologia di Sosicrate (ol. 46, 3 = 594/3 a.C.) in Diog. I 62 (risalente ad Apollodoro), e quella più bassa, di Arist. Ath. 14, 1 (592/1, se l’arcontato di Comea è del 561/0 a.C.); cfr. Plutarco, La vita di Solone, a c. di Manfredini M. – Piccirilli L., Milano 1977, pp. 179-180.

[2] Cfr. Arist. Ath. 2, 2; Plut. Solon 13, 4; Piccirilli L., op. cit., 169-178; Rhodes P.J., Commentary on the Aristotelian Athenaion Politeia, Oxford 1981, 90-97. In termini meramente lessicali, il confronto più diretto e convincente di ἑκτήμοροι (o ἑκτημόριοι) è γεωμόροι (sull’analogia, del resto, cfr. Piccirilli L., op. cit., 170), quindi dovrebbe trattarsi dei possessori di 1/6, non di 5/6. Nei fatti, sembra preferibile invece l’interpretazione 5/6. La vera difficoltà dell’interpretazione risiede in ciò: che la condizione affrontata da Solone possa essere il punto d’arrivo di un lungo cammino, una condizione ultima raggiunta attraverso una crisi e un progressivo declino.

[3] Solone, fr. 24 Diehl = 30 Gentili-Prato.

[4] Arist. Ath. 10.

[5] Il rapporto tra le naucrarie (12 per ogni trittýs), e le trittie, affermato da Arist. op. cit. 8, 3, è revocato in dubbio da Hignett C., A History of the Athenian Constitution to the End of the Fifth Century B.C., Oxford 1952, 67-74 (le naucrarie sono considerate distretti locali, non correlati con le quattro tribù; Pisistrato potrebbe aver rimodellato un sistema collegato – come suggerirebbe l’etimologia – con le esigenze navali, trasformandolo in un sistema amministrativo di portata più generale).

[6] Sulla produzione dell’olio in epoca micenea e arcaica, cfr., ad es., Richter W., Die Landwirtschaft im homerischen Zeitalter, Göttingen 1968, 134-149.

[7] La distinzione eupatrídai-ágroikoi (= gheorgoí)-demiourgoí (circa 580 a.C.) è chiaramente più tarda di quella indicata genericamente come preclistenica in Arist., fr. 385 Ross, Ath. Fr. 5 Oppermann, che conosce solo l’opposizione gheorgoí/demiourgoí (a un’epoca in cui il corpo civico – con 4 tribù, 12 fratrie/trittie, 360 ghéne ciascuno di 30 membri – avrebbe contato 10.800 membri). È come se quel che in origine era distinzione di attività produttiva e professionale (e, in quanto tale, sociale) nella città ancora omogenea (o non troppo eterogenea) al suo interno, avesse dato luogo (al più tardi all’inizio del VI secolo a.C., ma probabilmente già parecchio prima) a una più netta stratificazione, in cui un gruppo emerge ed è connotato solo socialmente (eupatrídai), qualunque ne sia l’attività produttiva e a parte (e anche sotto) stessero quei gruppi che, proprio per essere inferiori, si qualificavano e si distinguevano solo per attività produttiva (quand’anche – e ciò vale certo per l’agricoltura – la condividevano con gli eupatrídai).

Ospitalità e rispetto (D. Chr. Eub. 1-9; 65-71)

in BIONDI I., Storia e antologia della letteratura greca. Vol. 3 – L’Ellenismo e la tarda grecità, Messina-Firenze 2004, 639-644. Testo greco: Dionis Prusaensis quem vocant Chrysostomum quae exstant omnia, ed. J. VON ARNIM, I, Berlin 1893, 190-191; 202-203.

 

Caccia al cervo. Mosaico, III-IV sec. da Conimbriga.

 

L’incontro con il cacciatore

I passi presi in esame sono tratti dall’opera più originale di Dione, una lunga orazione intitolata Euboico o il cacciatore. Essa ha tutte le caratteristiche di un ampio racconto autobiografico, in cui, peraltro, è difficile distinguere la realtà oggettiva dal processo di idealizzazione al quale sono stati sottoposti molti particolari. L’autore, vittima di un naufragio, fu costretto ad approdare in una zona della costa meridionale dell’isola Eubea, particolarmente solitaria e impervia, nei pressi del promontorio Cafareo. Qui egli fu accolto cortesemente da un cacciatore incontrato per caso. La semplice e cordiale ospitalità dello sconosciuto permise così a Dione di venire per qualche tempo a contatto con uno stile di vita ormai lontano da quello, più lussuoso, ma certo meno tranquillo, delle grandi città.

 

[1] τόδε μὴν αὐτὸς ἰδών, οὐ παρ᾽ ἑτέρων ἀκούσας, διηγήσομαι. ἴσως γὰρ οὐ μόνον πρεσβυτικὸν πολυλογία καὶ τὸ μηδένα διωθεῖσθαι ῥᾳδίως τῶν ἐμπιπτόντων λόγων, πρὸς δὲ τῷ πρεσβυτικῷ τυχὸν ἂν εἴη καὶ ἀλητικόν. αἴτιον δέ, ὅτι πολλὰ τυχὸν ἀμφότεροι πεπόνθασιν, ὧν οὐκ ἀηδῶς μέμνηνται. ἐρῶ δ᾽ οὖν οἵοις ἀνδράσι καὶ ὅντινα βίον ζῶσι συνέβαλον ἐν μέσῃ σχεδόν τι τῇ Ἑλλάδι.

[2] ἐτύγχανον μὲν ἀπὸ Χίου περαιούμενος μετά τινων ἁλιέων ἔξω τῆς θερινῆς ὥρας ἐν μικρῷ παντελῶς ἀκατίῳ. χειμῶνος δὲ γενομένου χαλεπῶς καὶ μόλις διεσώθημεν πρὸς τὰ κοῖλα τῆς Εὐβοίας· τὸ μὲν δὴ ἀκάτιον εἰς τραχύν τινα αἰγιαλὸν ὑπὸ τοῖς κρημνοῖς ἐκβαλόντες διέφθειραν, αὐτοὶ δὲ ἀπεχώρησαν πρός τινας πορφυρεῖσὑφορμοῦντας ἐπὶ τῇ πλησίον χηλῇ, κἀκείνοις συνεργάζεσθαι [3] διενοοῦντο αὐτοῦ μένοντες. καταλειφθεὶς δὴ μόνος, οὐκ ἔχων εἰς τίνα πόλιν σωθήσομαι, παρὰ τὴν θάλατταν ἄλλως ἐπλανώμην, εἴ πού τινας ἢ παραπλέοντας ἢ ὁρμοῦντας ἴδοιμι. προεληλυθὼς δὲ συχνὸν ἀνθρώπων μὲν οὐδένα ἑώρων· ἐπιτυγχάνω δὲ ἐλάφῳνεωστὶ κατὰ τοῦ κρημνοῦ πεπτωκότι παρ᾽ αὐτὴν τὴν ῥαχίαν, ὑπὸ τῶν κυμάτων παιομένῳ, φυσῶντι ἔτι. καὶ μετ᾽ ὀλίγον ἔδοξα ὑλακῆς ἀκοῦσαι κυνῶν ἄνωθεν μόλις πως διὰ τὸν ἦχον τὸν ἀπὸ τῆς θαλάττης.

[4] προελθὼν δὲ καὶ προβὰς πάνυ χαλεπῶς πρός τι ὑψηλὸν τούς τε κύνας ὁρῶ ἠπορημένους καὶ διαθέοντας, ὑφ᾽ ὧνεἴκαζον ἀποβιασθὲν τὸ ζῷον ἁλέσθαι κατὰ τοῦ κρημνοῦ, καὶ μετ᾽ ὀλίγον ἄνδρα, κυνηγέτην ἀπὸ τῆς ὄψεως καὶ τῆς στολῆς, τὰ γένεια ὑγιῆ κομῶντα οὐ φαύλως οὐδὲ ἀγεννῶς ἐξόπισθεν, οἵους ἐπὶ Ἴλιον Ὅμηρός φησιν ἐλθεῖν Εὐβοέας, σκώπτων, ἐμοὶ δοκεῖν, καὶ καταγελῶν, ὅτι τῶν ἄλλων Ἀχαιῶν καλῶς ἐχόντων οἱ δὲ ἐξ ἡμίσους [5] ἐκόμων. καὶ ὃς ἀνηρώτα με, Ἀλλ᾽ ἦ, ὦ ξεῖνε, τῇδέ που φεύγοντα ἔλαφον κατενόησας; κἀγὼ πρὸς αὐτόν, Ἐκεῖνος, ἔφην, ἐν τῷ κλύδωνι ἤδη· καὶ ἀγαγὼν ἔδειξα. ἑλκύσας οὖν αὐτὸν ἐκ τῆς θαλάττης τό τε δέρμα ἐξέδειρε μαχαίρᾳ, κἀμοῦ ξυλλαμβάνοντος ὅσον οἷός τε ἦν, καὶ τῶν σκελῶν ἀποτεμὼν τὰ ὀπίσθια ἐκόμιζεν ἅμα τῷ δέρματι.παρεκάλει δὲ κἀμὲ συνακολουθεῖν καὶ συνεστιᾶσθαι τῶν κρεῶν· εἶναι δὲ οὐ μακρὰν τὴν οἴκησιν.

[6] ἔπειτα ἕωθεν παρ᾽ ἡμῖν, ἔφη, κοιμηθεὶς ἥξεις ἐπὶ τὴν θάλατταν, ὡς τά γε νῦν οὐκ ἔστι πλόϊμα. καὶ μὴ τοῦτο, εἶπε, φοβηθῇς. βουλοίμην δ᾽ ἂν ἔγωγε καὶ μετὰ πέντε ἡμέρας λῆξαι τὸν ἄνεμον· ἀλλ᾽ οὐ ῥᾴδιον, εἶπεν,ὅταν οὕτως πιεσθῇ τὰ ἄκρα τῆς Εὐβοίας ὑπὸ τῶν νεφῶν ὥς γε νῦν κατειλημμένα ὁρᾷς. καὶ ἅμα ἠρώτα με ὁπόθεν δὴ καὶ ὅπως ἐκεῖ κατηνέχθην, καὶ εἰ μὴ διεφθάρη τὸ πλοῖον. μικρὸν ἦν παντελῶς, ἔφην, ἁλιέων τινῶν περαιουμένων, κἀγὼ μόνος ξυνέπλεον ὑπὸ σπουδῆς τινος. διεφθάρη δ᾽ ὅμως ἐπὶ τὴν γῆν ἐκπεσόν.

[7] οὔκουν ῥᾴδιον, ἔφη, ἄλλως· ὅρα γὰρ ὡς ἄγρια καὶ σκληρὰ τῆς νήσου τὰ πρὸς τὸ πέλαγος. ταῦτ᾽, εἶπεν, ἐστὶ τὰ κοῖλα τῆς Εὐβοίας λεγόμενα, ὅπου κατενεχθεῖσα ναῦς οὐκ ἂν ἔτι σωθείη· σπανίως δὲ σῴζονται καὶ τῶν ἀνθρώπων τινές, εἰ μὴ ἄρα, ὥσπερ ὑμεῖς, ἐλαφροὶ παντελῶς πλέοντες. ἀλλ᾽ ἴθι καὶ μηδὲν δείσῃς. νῦν μὲν ἐκ τῆς κακοπαθείας ἀνακτήσῃ σαυτόν· εἰς αὔριον δέ, ὅ τι ἂν ᾖ δυνατόν, ἐπιμελησόμεθα ὅπως σωθῇς, ἐπειδή σε ἔγνωμεν ἅπαξ.

[8] δοκεῖς δέ μοι τῶν ἀστικῶν εἶναί τις, οὐ ναύτης οὐδ᾽ ἐργάτης, ἀλλὰ πολλήν τινα ἀσθένειαν τοῦ σώματος ἀσθενεῖν ἔοικας ἀπὸ τῆς ἰσχνότητος. ἐγὼ δὲ ἄσμενος ἠκολούθουν· οὐ γὰρ ἐπιβουλευθῆναί ποτε ἔδεισα, οὐδὲν ἔχων ἢ φαῦλον ἱμάτιον.

[9] καὶ πολλάκις μὲν δὴ καὶ ἄλλοτε ἐπειράθην ἐν τοῖς τοιούτοις καιροῖς, ἅτε ἐν ἄλῃ συνεχεῖ, ἀτὰρ οὖν δὴ καὶ τότε ὡς ἔστι πενία χρῆμα τῷ ὄντι ἱερὸν καὶ ἄσυλον, καὶ οὐδεὶς ἀδικεῖ, πολύ γε ἧττον ἢ τοὺς τὰ κηρύκεια ἔχοντας· ὡς δὴ καὶ τότε θαρρῶν εἱπόμην.

 

[1] Vi racconterò tutto questo avendolo vissuto io stesso in prima persona, non avendolo udito raccontare da altri. Infatti, forse, l’aver da narrare molte cose e il non lasciarsi distogliere facilmente da nessuno dei discorsi che vengono in mente non è proprio solo della vecchiaia; oltre che caratteristico degli anziani potrebbe esserlo anche dei giramondo. Il motivo è che entrambi rievocano con piacere le molte avventure che si sono trovati a vivere. Vi racconterò dunque quali uomini incontrai quasi nel cuore della Grecia e che genere di vita conducevano.

[2] Per caso, dunque, verso la fine dell’estate, ero salpato da Chio insieme ad alcuni pescatori a bordo di un’imbarcazione molto piccola. Ma, scoppiata una tempesta, con difficoltà e fatica riuscimmo a scamparla presso le Grotte d’Eubea; gli uomini, dopo aver diretto la barca verso un aspro tratto di costa sotto alcuni scogli dirupati, la sfasciarono; essi, invece, si rifugiarono presso alcuni pescatori di porpora, ormeggiati in una baia vicina e pensarono, rimanendo lì, [3] di lavorare insieme a quelli. Lasciato da solo e non avendo una città in cui rifugiarmi, mi aggiravo senza meta lungo il litorale, se per caso riuscissi a vedere qualcuno che navigava o che fosse ormeggiato nei pressi. Ma dopo aver camminato a lungo, non incontrai anima viva; mi imbattei, però, in un cervo che era da poco precipitato giù dai dirupi proprio sulla spiaggia, bagnato dalle onde e che respirava ancora. E dopo un po’ mi parve di sentire, seppur con difficoltà, a causa del rumore della risacca, un latrato di cani, che proveniva dall’alto.

[4] Dopo essere andato avanti ed essermi arrampicato a fatica su un rialzo, vidi i cani che cercavano e correvano qua e là, e mi immaginai che l’animale fosse caduto giù dalla scogliera, spinto a forza da loro; e poco dopo, anche un uomo, un cacciatore, dall’aspetto e dall’abbigliamento, con le guance colorite e con i capelli non tirati indietro in modo trascurato – come Omero racconta che gli Euboici giunsero a Troia, prendendoli in giro, credo, e deridendoli, perché, mentre gli Achei erano ben acconciati, [5] essi avevano soltanto metà capigliatura[1]. Costui mi domandò: «Ehi, straniero, hai visto per caso un cervo che fuggiva per di qua?». Io, allora, gli risposi: «Quello ormai è giù nella risacca»; e, dopo averlo accompagnato, glielo mostrai. Tiratolo fuori dall’acqua, lo scuoiò con un coltello, mentre io lo aiutavo come potevo. Poi, dopo aver tagliato i quarti posteriori delle zampe, se li portava via insieme alla pelle. Invitò anche me ad accompagnarlo e a banchettare insieme a lui con quella carne; infatti, egli non abitava molto lontano.

[6] Poi aggiunse: «Domani all’alba, dopo aver dormito da noi, tornerai sul mare, perché ora non è il momento di imbarcarsi. Non ti preoccupare; vorrei anch’io che il vento cessasse, magari fra cinque giorni; ma non è facile, quando le cime dell’Eubea sono così oppresse dalle nubi, fittamente coperte come le vedi ora». Poi mi chiese anche da dove e in che modo mi fossi spinto fin là, e se la mia barca fosse andata in pezzi. Io risposi: «Era molto piccola, di alcuni pescatori che andavano per mare; e io solo navigavo insieme a loro, per affari miei. Appena ha toccato terra, si è sfasciata».

[7] «Non era facile che accadesse diversamente», rispose lui; «guarda com’è aspra e dirupata la costa dell’isola in direzione del mare aperto. Queste sono le cosiddette Grotte d’Eubea e una nave che sia stata spinta qua non potrebbe mai salvarsi; raramente si salvano alcuni degli uomini, a meno che, come voi, non navighino su un’imbarcazione molto leggera. Ma vieni, e non temere nulla; ora ti riprenderai da quella brutta avventura. Poi, domani, per quanto sarà possibile, ci preoccuperemo di come sistemarti, dopo che avremo fatto conoscenza.

[8] Mi sembra che tu venga dalla città e non un marinaio o un contadino; e dalla magrezza mi pare anche che tu soffra di qualche malessere fisico». Io lo seguii volentieri; infatti, non temevo che mi tendesse qualche insidia, non avendo altro che una povera veste.

[9] Spesso, in altre occasioni, mi ero trovato in simili circostanze, poiché ero sempre in viaggio e avevo sperimentato, come in quel caso, che la miseria è sacra e inviolabile, e nessuno ti fa torto, molto meno che a quelli che portano le insegne di araldo; perciò, anche allora lo seguii fiducioso.

 

Cacciatore e cane (part.). Rilievo, marmo, inizi IV sec. d.C. Roma, Museo di S. Sebastiano.

 

L’orazione dalla quale proviene il passo preso in esame è considerata, in genere, l’opera più originale e interessante di Dione di Prusa: […] essa è probabilmente ispirata da una vicenda autobiografica, un’avventura di viaggio che costrinse l’autore a trascorre qualche giorno presso una piccola comunità di agricoltori e cacciatori d’Eubea, un’isola prossima alle coste della Beozia e dell’Attica, che i Romani avevano annesso alla provincia di Macedonia. La descrizione del naufragio denota, tra l’altro, una buona conoscenza della geografia dei luoghi; infatti, nella parte di costa ricordata da Dione l’approdo è difficilissimo e, a causa della conformazione accidentata di tutta la zona, non vi furono mai fondate città, ma solo piccoli villaggi litoranei. Inoltre, le scogliere del promontorio Cafareo, prossimo alle Grotte d’Eubea menzionate dall’autore, erano tristemente famose per l’alto numero di naufragi che vi si verificavano, il più celebre dei quali (a parte quello, mitico, dell’armata achea di ritorno da Troia) era avvenuto durante la Seconda guerra persiana, quando duecento navi, inviate da Serse a circumnavigare l’isola, erano perite in una volta sola, infrangendosi sulle rocce a causa di una violenta burrasca, e che i Greci avevano interpretato come un segno del favore di Poseidone nei loro confronti[2].

Tuttavia, se la topografia si distingue per la sua concreta precisione, il racconto del naufragio assume subito le tinte avventurose del romanzo, con la descrizione della sconsolata solitudine del protagonista, abbandonato dai suoi occasionali compagni, e poi inaspettatamente rassicurato dall’arrivo del buon cacciatore, vero e proprio deus ex machina giunto al momento opportuno per risolvere una situazione difficile. L’abilità retorica di Dione, letterato di raffinata cultura, si nota appunto nella sapiente gradualità con cui egli – narratore e protagonista – prepara l’incontro fra il naufrago e il suo salvatore: prima, la squallida solitudine della spiaggia rocciosa battuta dai marosi e l’ansioso scrutare alla ricerca di una presenza umana o di un’imbarcazione; poi, il cervo ferito, precipitato dall’alto della scogliera; subito dopo, il latrato dei cani, a mala pena udibile in mezzo allo scroscio delle onde; infine, l’arrivo del cacciatore, un uomo forte, dall’aspetto sano, la cui schietta cordialità rassicura subito il povero naufrago.

La scena dell’offerta e della pronta accettazione dell’ospitalità riconduce a uno dei concetti etici più antichi e più profondamente radicati nell’animo greco: quello della sacralità dell’ospite, oggetto, per sua stessa natura, di αἰδώς, di «rispetto» reverenziale. Tale condizione si fondava su motivi religiosi (lo sconosciuto in difficoltà poteva essere un dio sotto false sembianze, sceso in terra per saggiare l’animo degli uomini), ma anche sulla necessità di instaurare rapporti sociali stabili e duraturi anche al di fuori della propria patria, perché la πολιτεία («lo Stato») non garantiva in alcun modo la sicurezza di chi si allontanasse dalla protezione delle leggi cittadine. Ma, se in altri tempi il forestiero avrebbe seguito il suo ospite con piena fiducia nella sua lealtà, ora le certezze non sono più così solide; nel cuore del narratore non manca un’inquietante punta di diffidenza, che lo induce a dichiarare ai lettori di essere pronto a seguire lo sconosciuto non tanto perché creda alla sua sensibilità verso i tradizionali valori della ξενία («ospitalità»), quanto perché sa di avere un aspetto talmente miserando da scoraggiare qualunque tentazione.

***

 

Serenità campestre e miseria urbana

 

[…] Strada facendo, il cacciatore racconta all’ospite occasionale la storia della sua famiglia e di quella di un suo vicino di casa, entrambi di stirpe libera, discendenti da pastori salariati, trasformatisi, dopo la morte del loro signore, in cacciatori e coltivatori. Le due famiglie hanno dato origine a una minuscola comunità autosufficiente, soddisfatta di un genere di vita estremamente semplice, ma sereno e tranquillo; lo dimostra la familiare affabilità con cui è accolto il forestiero, invitato a banchettare con la carne di cervo.

 

[65] εἰσελθόντες οὖν εὐωχούμεθα τὸ λοιπὸν τῆς ἡμέρας, ἡμεῖς μὲν κατακλιθέντες ἐπὶ φύλλων τε καὶ δερμάτων ἐπὶ στιβάδος ὑψηλῆς, ἡ δὲ γυνὴ πλησίον παρὰ τὸν ἄνδρα καθημένη. θυγάτηρ δὲ ὡραία γάμου διηκονεῖτο, καὶ ἐνέχει πιεῖν μέλανα οἶνον ἡδύν. οἱ δὲ παῖδες τὰ κρέα παρεσκεύαζον, καὶ αὐτοὶ ἅμα ἐδείπνουν παρατιθέντες, ὥστε ἐμὲ εὐδαιμονίζειν τοὺς ἀνθρώπους ἐκείνους καὶ οἴεσθαι μακαρίως ζῆν πάντων μάλιστα ὧν ἠπιστάμην.

[66] καίτοι πλουσίων οἰκίας τε καὶ τραπέζας ἠπιστάμην, οὐ μόνον ἰδιωτῶν, ἀλλὰ καὶ σατραπῶν καὶ βασιλέων, οἳ μάλιστα ἐδόκουν μοι τότεἄθλιοι, καὶ πρότερον δοκοῦντες, ἔτι μᾶλλον, ὁρῶντι τὴν ἐκεῖ πενίαν τε καὶ ἐλευθερίαν, καὶ ὅτι οὐδὲν ἀπελείποντο οὐδὲ τῆς περὶ τὸ φαγεῖν τε καὶ πιεῖν ἡδονῆς, ἀλλὰ καὶ τούτοις ἐπλεονέκτουν σχεδόν τι.

[67] ἤδη δ᾽ ἱκανῶς ἡμῶν ἐχόντων ἦλθε κἀκεῖνος ὁ ἕτερος. συνηκολούθειδὲ υἱός αὐτῷ, μειράκιον οὐκ ἀγεννές, λαγὼν φέρων. εἰσελθὼν δὲ οὗτος ἠρυθρίασεν· ἐν ὅσῳ δὲ ὁ πατὴρ αὐτοῦ ἠσπάζετο ἡμᾶς, αὐτὸς ἐφίλησε τὴν κόρην καὶ τὸν λαγὼν ἐκείνῃ ἔδωκεν. ἡ μὲν οὖν παῖς ἐπαύσατο διακονουμένη καὶ παρὰ τὴν μητέρα ἐκαθέζετο, [68] τὸ δὲ μειράκιον ἀντ᾽ ἐκείνης διηκονεῖτο. κἀγὼ τὸν ξένονἠρώτησα, Αὕτη, ἔφην, ἐστίν, ἧς τὸν χιτῶνα ἀποδύσας τῷ ναυαγῷ ἔδωκας; καὶ ὃς γελάσας, Οὐκ, ἔφη, ἀλλ᾽ ἐκείνη, εἶπε, πάλαι πρὸς ἄνδρα ἐδόθη, καὶ τέκνα ἔχει μεγάλα ἤδη, πρὸς ἄνδρα πλούσιον εἰς κώμην. οὐκοῦν, ἔφην, ἐπαρκοῦσιν ὑμῖν ὅ, τι ἂν δέησθε; οὐδέν, [69] εἶπεν ἡ γυνή, δεόμεθα ἡμεῖς. ἐκεῖνοι δὲ λαμβάνουσι καὶ ὁπηνίκ᾽ ἄντι θηραθῇ καὶ ὀπώραν καὶ λάχανα· οὐ γὰρ ἔστι κῆπος παρ᾽ αὐτοῖς. πέρυσι δὲ παρ᾽ αὐτῶν πυροὺς ἐλάβομεν, σπέρμα ψιλόν, καὶ ἀπεδώκαμεν αὐτοῖς εὐθὺς τῆς θερείας. τί οὖν; ἔφην, καὶ ταύτην διανοεῖσθε διδόναι πλουσίῳ, ἵνα ὑμῖν καὶ αὐτὴ πυροὺς δανείσῃ; ἐνταῦθα μέντοι ἄμφω ἠρυθριασάτην, ἡ κόρη καὶ τὸ μειράκιον.

[70] ὁ δὲ πατὴρ αὐτῆς ἔφη, Πένητα ἄνδρα λήψεται, ὅμοιον ἡμῖν κυνηγέτην· καὶ μειδιάσας ἔβλεψεν εἰς τὸν νεανίσκον. κἀγώ, τί οὖν οὐκ ἤδη δίδοτε; ἢ δεῖ ποθεν αὐτὸν ἐκ κώμης ἀφικέσθαι; δοκῶ μέν, εἶπεν, οὐ μακράν ἐστίν· ἀλλ᾽ ἔνδον ἐνθάδε. καὶ ποιήσομέν γε τοὺς γάμους ἡμέραν ἀγαθὴν ἐπιλεξάμενοι. κἀγώ, Πῶς, ἔφην,κρίνετε τὴν ἀγαθὴν ἡμέραν; καὶ ὅς, Ὅταν μὴ μικρὸν ᾖ τὸ σελήνιον· [71] δεῖ δὲ καὶ τὸν ἀέρα εἶναι καθαρόν, αἰθρίαν λαμπράν. κἀγώ, Τί δέ; τῷ ὄντι κυνηγέτης ἀγαθός ἐστιν; ἔφην. ἔγωγε, εἶπεν ὁ νεανίσκος, καὶ ἔλαφον καταπονῶ καὶ σῦν ὑφίσταμαι. ὄψει δὲ αὔριον, ἂν θέλῃς, ὦ ξένε. καὶ τὸν λαγὼν τοῦτον σύ, ἔφην, ἔλαβες; ἐγώ, ἔφη γελάσας, τῷ λιναρίῳ τῆς νυκτός· ἦν γὰρ αἰθρία πάνυ καλὴ καὶ ἡ σελήνη τηλικαύτη τὸ μέγεθος ἡλίκη οὐδεπώποτε ἐγένετο.

 

[65] Dopo essere entrati, banchettammo per il resto della giornata, noi distesi su un alto giaciglio fatto di frasche e coperto di pelli, la moglie seduta presso il marito. Una figlia in età da sposarsi serviva a tavola e versava da bere vino nero dolce. I figli cucinavano la carne ed essi stessi, imbandendola, partecipavano al pranzo, così che io consideravo fortunate quelle persone e ritenevo che conducessero una vita felice più di tutte quelle che avevo conosciuto.

[66] Eppure, conoscevo le case e le mense dei ricchi, non solo di cittadini privati, ma anche di satrapi e di sovrani, e allora, come già altre volte, mi sembravano ancora più miseri, vedendo qui povertà e generosità, e constatando che non mancava loro niente del piacere del mangiare e del bere, ma che anzi, in un certo senso, ne abbondavano veramente.

[67] Quando ne avevamo già avuto a sazietà, giunse anche l’altro cacciatore. Lo accompagnava il figlio, un bel ragazzo che portava una lepre. Appena entrò, subito arrossì; e mentre suo padre ci salutava, egli diede un bacio alla fanciulla e le diede la lepre. Allora la ragazza smise di servire a tavola e si sedette accanto alla madre, [68] mentre il giovane serviva in sua vece. E io, allora, chiesi al mio ospite: «È lei la figlia alla quale togliesti la tunica per darla al naufrago?[3]». Ed egli: «No», mi rispose ridendo; «quella è andata a marito da tempo, a un uomo ricco del villaggio e ha già dei figli grandi». «Allora», feci io, «vi aiutano, quando ne avete bisogno?». «Ma noi», [69] intervenne la moglie, «non abbiamo bisogno di nulla; loro, piuttosto, ricevono da noi cacciagione, quando ce n’è, frutta di stagione e ortaggi; essi, infatti, non dispongono di un orto. L’anno scorso abbiamo comprato del frumento, proprio per seme, ma subito, al raccolto, lo abbiamo restituito». «E allora?», dissi, «pensate di dare in moglie a un ricco anche costei, perché lei vi presti il frumento?». A questo punto tutti e due, la fanciulla e il ragazzo, arrossirono.

[70] Allora il padre di lei disse: «Prenderà un uomo povero, un cacciatore come noi»; e sorridendo guardò verso il giovane. Allora io: «Perché dunque non gliela date? O bisogno che lo sposo arrivi dal villaggio?». «Io credo», rispose quello, «che non sia lontano; anzi, è già qui dentro. Celebreremo le nozze dopo aver scelto un giorno propizio». E io: «In che modo scegliete un giorno di buon auspicio?». E lui: «Quando la luna non è all’ultimo quarto; [71]  è opportuno che l’aria sia pura, e il sereno limpidissimo». E io, di nuovo: «Allora? È davvero un bravo cacciatore?». «Io sì!», rispose il ragazzo, «sono capace di stancare un cervo e di affrontare un cinghiale. Lo vedrai domani, se vorrai, o straniero». E io: «Hai preso tu anche questa lepre?». «Certo», mi rispose ridendo, «stanotte, con la rete; era, infatti, un sereno splendido e la luna tanto grande come non era mai stata».

Caccia alla lepre. Mosaico, III sec. d.C. da El-Jem. Tunis, Musée du Bardo.

L’Euboico era composto da due parti, diverse per contenuto e per finalità; la prima, descrittiva, si concludeva con il passo qui riportato, l’annuncio delle nozze imminenti tra la figlia del cacciatore e il cugino; la seconda, di tono riflessivo, affrontava il grave problema della povertà nei grandi centri urbani dell’Impero, che nessun intervento filantropico o autoritario era mai stato in grado davvero di risolvere. Bisogna osservare che, nella prima sezione, Dione capovolgeva il tradizionale atteggiamento che, secoli prima, Omero e i tragici (soprattutto Euripide) avevano mostrato nei confronti dell’ospitalità, della ricchezza e della povertà. Essi, infatti, erano apparsi convinti che il povero, anche se lo desiderava, non fosse in grado di ospitare decorosamente un forestiero, perché gliene mancavano i mezzi: basterebbero, a questo proposito, le parole con cui Eumeo, accogliendo Odisseo nella propria capanna, si scusa di non potergli offrire una mensa più ricca e di essere costretto a dargli il mantello soltanto in prestito, perché non ne possiede un altro per sé[4].

Al contrario, chi era ricco poteva donare con larghezza e, se non l’avesse fatto, oltre ad attirarsi biasimo e critiche, si esponeva alla collera delle divinità. Nell’Euboico, invece, l’esperienza personale dell’autore conduce a conclusioni diametralmente opposte: non solo i poveri offrono generosamente tutto ciò che possono donare agli ospiti occasionali, ma appaiono pure soddisfatti del proprio stile di vita e non mostrano di desiderare alcun cambiamento nella propria tranquilla esistenza – assai simile a quella descritta negli Idilli di Teocrito o, più ancora, in alcune scene aristofanesche (Acarnesi, Pace), in cui si ricorda con nostalgia il quieto vivere dei contadini dell’Attica, reso impossibile dalla Guerra del Peloponneso.

La descrizione di Dione presenta molte caratteristiche che contribuiscono a farla considerare un quadro idealizzato e lontano dalla realtà; ma, nell’intenzione dell’autore, l’utopistica serenità del cacciatore e dei suoi parenti, isolati dal resto del mondo nella loro isola aspra ma non avara per chi sa scoprirne le agresti ricchezze, doveva servire a evidenziare, per contrasto, la miseria materiale e morale delle plebi cittadine – oggetto di riflessione nella seconda parte dell’orazione. L’autore, infatti, conosceva bene la situazione delle grandi metropoli imperiali, in cui il fasto di pochi appariva in stridente contrasto con la miseria di una massa innumerevole che, strumentalizzata da demagoghi privi di scrupoli, poteva divenire in qualunque circostanza un elemento capace di mettere drammaticamente in crisi l’equilibrio politico.

Per questo, Dione suggeriva di favorire con ogni mezzo possibile l’allontanamento dalla città di chi non disponesse di sufficienti mezzi di sussistenza, offrendo terre da coltivare, anche gratis, in modo da diminuire, se non da cancellare del tutto, le due massime cause di instabilità sociale e di degrado morale: l’ozio e la miseria, che già intorno al 360 a.C. erano stati additati come due gravi problemi di ordine economico ed etico, oltre che politico, da Isocrate nell’Areopagitico. Questi motivi giustificavano, almeno in parte, il nostalgico quadro di un’esistenza immersa nella pace agreste, fondata sulla semplicità, la schiettezza e la solidarietà, che però traeva origine da una precisa ottica programmatica, non dall’osservazione della vita reale. Tuttavia, in esso traspariva anche quel desiderio di quiete e di serenità dello spirito che, fino alla prima età ellenistica, era apparso come il sogno e il rimpianto dell’uomo di città, consapevole di aver sacrificato al benessere materiale la parte migliore di sé. Da questo punto di vista, il motivo del contrasto fra la lieta povertà della vita campestre e le ricchezze della città, ingiustamente distribuite e fonte di ansie e di intrighi, capaci di corrompere ogni più nobile sentimento, sarebbe divenuto topico nella letteratura posteriore, latina e italiana; per non citarne che un solo, illustre esempio, basterà ricordare l’episodio di Erminia fra i pastori nella Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (VII, ott. 1-22, vv. 1-176).

***

Note

[1] In Il. II 541-544 Omero descrive gli Abanti, antichi abitatori dell’Eubea, che si rasavano la parte anteriore del capo per impedire che gli avversari li afferrassero per i capelli, combattendo corpo a corpo. Essi, infatti, sono detti ὄπιθεν κομόωντες («con le chiome fluenti all’indietro»).

[2] Hdt. VIII 7; 13.

[3] Nella parte omessa del racconto, il cacciatore ha raccontato al suo ospite di aver accolto in casa un altro naufrago; e, non avendo di che vestirlo, aveva tolto la veste alla figlia, per darla a lui.

[4] Od. XIV 80-82; 507-514.

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La prima orazione contro Catilina (8 novembre 63 a.C.)

di E. Risari (a cura di), Cicerone, Le Catilinarie, Mondadori, Milano 2008, pp. 9-12; 36-63; testo lat. in M. Tullius Cicero, Against Catiline, in A.C. Curtius (ed.), M. Tulli Ciceronis Orationes, Claredon Press (Scriptorum Classicorum Bibliotheca Oxoniensis), Oxford 1908.

 

Il 63 è un anno cruciale per la storia di Roma: contrassegnato dal consolato di Cicerone (che era tanto convinto dell’importanza della propria opera a favore della Repubblica da iniziare la stesura di un poema De consulatu suo – di cui restano 65 esametri – e da progettare – come documenta una lettera ad Attico [II 1, 3] – la raccolta e la pubblicazione di un corpus delle proprie orazioni consolari), esso è anche l’anno in cui Cesare, sostenuto dalle ingenti ricchezze di Crasso, comincia a sviluppare la sua azione politica come esponente di spicco dei populares, il cui programma si fonda su due capisaldi: la richiesta di una riforma agraria e la lotta per l’abolizione del senatusconsultum ultimum. Al primo si ispira – nel mese di gennaio – la proposta di una legge agraria da parte del tribuno della plebe Rullo; ma i grandi proprietari terrieri e gli uomini dell’alta finanza temono un simile provvedimento, che giudicano un tentativo di conferire peso politico alle classi umili, di trasformare i rapporti di forza e – alla lunga – di cambiare il “sistema”: convinto dalle orazioni pronunciate da Cicerone, il senato respinge la proposta di Rullo. La lotta contro il ricorso al senatusconsultum ultimum in caso di grave pericolo per la Repubblica si esplica nel processo che durante la primavera Labieno, futuro luogotenente di Cesare in Gallia, istituisce contro il vecchio senatore Rabirio, accusato di aver messo a morte nel dicembre del 100 il tribuno Saturnino senza permettegli di ricorrere al popolo; il processo però rimane in sospeso. Nel frattempo Cesare stesso, che ha solo trentasette anni, riesce a farsi eleggere pontifex maximus sconfiggendo il ben più anziano e degno ex console Quinto Catulo, che ne diviene un acerrimo nemico. In luglio si riuniscono i comizi per l’elezione dei consoli del 62: Catilina ancora una volta è tra i candidati. Cicerone vi presenzia rivestendo la corazza sotto la toga: un’abile mossa propagandistica per scuotere l’opinione pubblica, come confessa apertamente in un’orazione tenuta nel corso dell’anno: «Mi era noto che torme di congiurati scendevano armati con Catilina in Campo Marzio; io stesso vi andai con un saldo presidio di uomini coraggiosi e rivestendo la mia ampia e vistosa corazza: non perché essa potesse proteggermi dai suoi colpi – so bene che è abituato a mirare alla testa o alla gola, non certo al fianco o al ventre – ma per richiamare l’attenzione di tutti gli onesti» (pro Murena, 26, 52). Ancora una volta il responso delle urne è sfavorevole a Catilina: risultano infatti eletti Lucio Murena, valoroso luogotenente di Pompeo, e Giunio Silano, un giurista cognato di Catone il Giovane. Dopo le elezioni, con Catilina rimangono schierati soltanto Cesare e Metello Nepote, mentre il console Antonio Hybrida lo abbandona, allettato dal gesto di Cicerone che rinuncia al proconsolato in Macedonia “sacrificando” all’avidità del collega la ricca provincia che la sorte gli aveva riservato. Le vie legali sono ormai completamente precluse: Catilina progetta la conquista del potere per altra via. La sua azione sovversiva si articola su più fronti: Roma, dove i complici sono numerosi e ben rappresentati anche in senato; l’Etruria, dove il centurione Gaio Manlio sta raccogliendo un esercito; Capua, dove è attivo Publio Silla, il console destituito del 65, che cerca di sobillare i gladiatori; l’Apulia e il Piceno, dove si trovano Gaio Giulio e Settimio da Camerino. La giustificazione ideologica è fornita alla congiura dalla recente bocciatura della legge agraria proposta da Rullo: Catilina intende presentarsi al popolo come difensore delle classi oppresse e promette una generale cancellazione dei debiti. Nel corso dell’autunno la situazione precipita: il 20 ottobre Crasso consegna a Cicerone delle lettere anonime in cui si afferma che Catilina progetta un massacro di cittadini; nella seduta del senato del 21 ottobre si diffonde la notizia che il centurione Manlio sta raccogliendo truppe in Etruria; in quella stessa occasione Cicerone rende di pubblico dominio le rivelazioni fattegli da Fulvia, amante di uno dei congiurati, fino allora tenute segrete: per il 27 ottobre è prevista una sollevazione in Etruria, per il 28 l’eccidio degli ottimati a Roma. Come reazione a queste sconvolgenti rivelazioni il senato vota il senatusconsultum ultimum, conferendo ai consoli poteri dittatoriali […]. La fatidica giornata del 28 trascorre in realtà senza particolari incidenti, ma si viene a sapere che la sera del 27 è scoppiata la ribellione in Etruria; pochi giorni dopo, il 1 novembre, viene sventato un tentativo di occupare Preneste. Nel frattempo, in seguito dell’accusa de vi intentatagli da Lucio Emilio Paolo, Catilina invoca il provvedimento della libera custodia, e a questo proposito fa il nome di alcuni senatori e dello stesso Cicerone, che rifiuta con sdegno: la richiesta di arresti domiciliari in casa del console è interpretata da Cicerone nella prima Catilinaria come mossa propagandistica da parte di Catilina, che vuol farsi passare per innocente calunniato. Eludendo però il provvedimento, nella notte tra il 6 e il 7 novembre Catilina convoca in casa di Marco Lega una riunione, nel corso della quale ordina ai suoi di passare all’azione: la prima cosa da farsi è togliere di mezzo Cicerone. Se ne incaricano Vargunteio e Cornelio, ma il loro piano viene sventato dalla delazione di Fulvia: quando, la mattina seguente, si presentano in casa di Cicerone per mescolarsi ai suoi clienti raccoltisi nell’atrio per l’abituale salutatio, trovano là riuniti un gran numero di senatori, che Cicerone ha convocati e a cui ha predetto l’arrivo dei sicari, che sono così costretti a darsi alla fuga per evitare l’arresto. Il console riunisce d’urgenza il senato nel tempio di Giove Statore sul Palatino, dove, in presenza dello stesso Catilina, la mattina dell’8 novembre pronuncia la prima orazione contro di lui…

 

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato. Affresco, 1882-88. Roma, Palazzo di Villa Madama.

 

ORATIO QVA L. CATILINAM EMISIT IN SENATV HABITA

I.1. Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum præsidium Palati, nihil urbis uigiliæ, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora uoltusque mouerunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos conuocaueris, quid consili ceperis quem nostrum ignorare arbitraris? [2] O tempora, o mores! senatus hæc intellegit, consul uidet; hic tamen uiuit. Viuit? Immo uero etiam in senatum uenit, fit publici consili particeps, notat et designat oculis ad cædem unum quemque nostrum. Nos autem fortes uiri satis facere rei publicæ uidemur, si istius furorem ac tela uitamus. Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat, in te conferri pestem quam tu in nos omnis iam diu machinaris. [3] An uero uir amplissimus, P. Scipio, pontifex maximus, Ti. Gracchum mediocriter labefactantem statum rei publicæ priuatus interfecit: Catilinam orbem terræ cæde atque incendiis uastare cupientem nos consules perferemus? Nam illa nimis antiqua prætereo, quod C. Seruilius Ahala Sp. Mælium nouis rebus studentem manu sua occidit. Fuit, fuit ista quondam in hac re publica uirtus ut uiri fortes acrioribus suppliciis ciuem perniciosum quam acerbissimum hostem coercerent. Habemus senatus consultum in te, Catilina, uehemens et graue, non deest rei publicæ consilium neque auctoritas huius ordinis: nos, nos, dico aperte, consules desumus. 2. [4] Decreuit quondam senatus uti L. Opimius consul uideret ne quid res publica detrimenti caperet: nox nulla intercessit: interfectus est propter quasdam seditionum suspiciones C. Gracchus, clarissimo patre, avo, maioribus, occisus est cum liberis M. Fuluius consularis. Simili senatus consulto C. Mario et L. Valerio consulibus est permissa res publica: num unum diem postea L. Saturninum tribunum plebis et C. Seruilium prætorem mors ac rei publicæ poena remorata est? At uero nos uicesimum iam diem patimur hebescere aciem horum auctoritatis. Habemus enim eius modi senatus consultum, uerum inclusum in tabulis, tamquam in uagina reconditum, quo ex senatus consulto confestim te interfectum esse, Catilina, conuenit. Viuis, et uiuis non ad deponendam, sed ad confirmandam audaciam. Cupio, patres conscripti, me esse clementem, cupio in tantis rei publicæ periculis non dissolutum uideri, sed iam me ipse inertiæ nequitiæque condemno. [5] Castra sunt in Italia contra populum Romanum in Etruriæ faucibus conlocata, crescit in dies singulos hostium numerus; eorum autem castrorum imperatorem ducemque hostium intra moenia atque adeo in senatu uidetis intestinam aliquam cotidie perniciem rei publicæ molientem. Si te iam, Catilina, comprehendi, si interfici iussero, credo, erit uerendum mihi ne non hoc potius omnes boni serius a me quam quisquam crudelius factum esse dicat. Verum ego hoc quod iam pridem factum esse oportuit certa de causa nondum adducor ut faciam. Tum denique interficiere, cum iam nemo tam improbus, tam perditus, tam tui similis inueniri poterit qui id non iure factum esse fateatur. [6] Quam diu quisquam erit qui te defendere audeat, uiues, et uiues ita ut nunc uiuis, multis meis et firmis præsidiis obsessus ne commouere te contra rem publicam possis. Multorum te etiam oculi et aures non sentientem, sicut adhuc fecerunt, speculabuntur atque custodient. 3. Etenim quid est, Catilina, quod iam amplius exspectes, si neque nox tenebris obscurare coetus nefarios nec privata domus parietibus continere voces coniurationis tuæ potest, si inlustrantur, si erumpunt omnia? Muta iam istam mentem, mihi crede, obliuiscere cædis atque incendiorum. Teneris undique; luce sunt clariora nobis tua consilia omnia, quæ iam mecum licet recognoscas. [7] Meministine me ante diem XII Kalendas Nouembris dicere in senatu fore in armis certo die, qui dies futurus esset ante diem ui Kal. Nouembris, C. Manlium, audaciæ satellitem atque administrum tuæ? Num me fefellit, Catilina, non modo res tanta tam atrox tamque incredibilis, uerum, id quod multo magis est admirandum, dies? Dixi ego idem in senatu cædem te optimatium contulisse in ante diem V Kalendas Nouembris, tum cum multi principes civitatis Roma non tam sui conseruandi quam tuorum consiliorum reprimendorum causa profugerunt. Num infitiari potes te illo ipso die meis præsidiis, mea diligentia circumclusum commouere te contra rem publicam non potuisse, cum tu discessu ceterorum nostra tamen qui remansissemus cæde contentum te esse dicebas? [8] Quid? cum te Præneste Kalendis ipsis Nouembribus occupaturum nocturno impetu esse confideres, sensistin illam coloniam meo iussu meis præsidiis, custodiis, vigiliis esse munitam? Nihil agis, nihil moliris, nihil cogitas quod non ego non modo audiam sed etiam videam planeque sentiam. 4. Recognosce mecum tandem noctem illam superiorem; iam intelleges multo me uigilare acrius ad salutem quam te ad perniciem rei publicæ. Dico te priore nocte uenisse inter falcarios — non agam obscure — in M. Læcæ domum; conuenisse eodem compluris eiusdem amentiæ scelerisque socios. Num negare audes? Quid taces? Conuincam, si negas. Video enim esse hic in senatu quosdam qui tecum una fuerunt. [9] O di immortales! Vbinam gentium sumus? Quam rem publicam habemus? In qua urbe uiuimus? Hic, hic sunt in nostro numero, patres conscripti, in hoc orbis terræ sanctissimo grauissimoque consilio, qui de nostro omnium interitu, qui de huius urbis atque adeo de orbis terrarum exitio cogitent. Hos ego uideo consul et de re publica sententiam rogo, et quos ferro trucidari oportebat, eos nondum uoce uolnero! Fuisti igitur apud Læcam illa nocte, Catilina, distribuisti partis Italiæ, statuisti quo quemque proficisci placeret, delegisti quos Romæ relinqueres, quos tecum educeres, discripsisti urbis partis ad incendia, confirmasti te ipsum iam esse exiturum, dixisti paulum tibi esse etiam nunc morae, quod ego uiuerem. Reperti sunt duo equites Romani qui te ista cura liberarent et se illa ipsa nocte paulo ante lucem me in meo lecto interfecturos esse pollicerentur. [10] Hæc ego omnia uixdum etiam coetu uestro dimisso comperi; domum meam maioribus præsidiis muniui atque firmaui, exclusi eos quos tu ad me salutatum mane miseras, cum illi ipsi uenissent quos ego iam multis ac summis uiris ad me id temporis uenturos esse prædixeram. 5.Quæ cum ita sint, Catilina, perge quo coepisti: egredere aliquando ex urbe; patent portæ; proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnis tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberaveris, modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum uersari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam. [11] Magna dis immortalibus habenda est atque huic ipsi Iovi Statori, antiquissimo custodi huius urbis, gratia, quod hanc tam taetram, tam horribilem tamque infestam rei publicæ pestem totiens iam effugimus. Non est sæpius in uno homine summa salus periclitanda rei publicæ. Quam diu mihi consuli designato, Catilina, insidiatus es, non publico me præsidio, sed priuata diligentia defendi. Cum proximis comitiis consularibus me consulem in campo et competitores tuos interficere uoluisti, compressi conatus tuos nefarios amicorum præsidio et copiis nullo tumultu publice concitato; denique, quotienscumque me petisti, per me tibi obstiti, quamquam uidebam perniciem meam cum magna calamitate rei publicæ esse coniunctam. [12] Nunc iam aperte rem publicam uniuersam petis, templa deorum immortalium, tecta urbis, uitam omnium ciuium, Italiam totam ad exitium et uastitatem uocas. Qua re, quoniam id quod est primum, et quod huius imperi disciplinæque maiorum proprium est, facere nondum audeo, faciam id quod est ad seueritatem lenius, ad communem salutem utilius. Nam si te interfici iussero, residebit in re publica reliqua coniuratorum manus; sin tu, quod te iam dudum hortor, exieris, exhaurietur ex urbe tuorum comitum magna et perniciosa sentina rei publicæ. 6. Quid est, Catilina? [13] Num dubitas id me imperante facere quod iam tua sponte faciebas? Exire ex urbe iubet consul hostem. Interrogas me, num in exsilium? Non iubeo, sed, si me consulis, suadeo. Quid est enim, Catilina, quod te iam in hac urbe delectare possit? In qua nemo est extra istam coniurationem perditorum hominum qui te non metuat, nemo qui non oderit. Quæ nota domesticæ turpitudinis non inusta uitæ tuæ est? Quod priuatarum rerum dedecus non hæret in fama? Quæ libido ab oculis, quod facinus a manibus umquam tuis, quod flagitium a toto corpore afuit? Cui tu adulescentulo quem corruptelarum inlecebris inretisses non aut ad audaciam ferrum aut ad libidinem facem prætulisti? [14] Quid uero? Nuper cum morte superioris uxoris nouis nuptiis locum uacuefecisses, nonne etiam alio incredibili scelere hoc scelus cumulauisti? Quod ego prætermitto et facile patior sileri, ne in hac ciuitate tanti facinoris immanitas aut exstitisse aut non uindicata esse uideatur. Prætermitto ruinas fortunarum tuarum quas omnis proximis Idibus tibi impendere senties: ad illa uenio quæ non ad priuatam ignominiam uitiorum tuorum, non ad domesticam tuam difficultatem ac turpitudinem, sed ad summam rem publicam atque ad omnium nostrum uitam salutemque pertinent. [15] Potestne tibi hæc lux, Catilina, aut huius cæli spiritus esse iucundus, cum scias esse horum neminem qui nesciat te pridie Kalendas Ianuarias Lepido et Tullo consulibus stetisse in comitio cum telo, manum consulum et principum ciuitatis interficiendorum causa parauisse, sceleri ac furori tuo non mentem aliquam aut timorem tuum sed Fortunam populi Romani obstitisse? Ac iam illa omitto — neque enim sunt aut obscura aut non multa commissa postea — quotiens tu me designatum, quotiens uero consulem interficere conatus es! Quot ego tuas petitiones ita coniectas ut uitari posse non uiderentur parua quadam declinatione et, ut aiunt, corpore effugi! Nihil agis, nihil adsequeris, neque tamen conari ac uelle desistis. quotiens iam tibi extorta est ista sica de manibus, [16] quotiens excidit casu aliquo et elapsa est! Quæ quidem quibus abs te initiata sacris ac deuota sit nescio, quod eam necesse putas esse in consulis corpore defigere. 7. Nunc uero quæ tua est ista uita? Sic enim iam tecum loquar, non ut odio permotus esse uidear, quo debeo, sed ut misericordia, quæ tibi nulla debetur. Venisti paulo ante in senatum. Quis te ex hac tanta frequentia, tot ex tuis amicis ac necessariis salutauit? Si hoc post hominum memoriam contigit nemini, uocis exspectas contumeliam, cum sis grauissimo iudicio taciturnitatis oppressus? Quid, quod aduentu tuo ista subsellia uacuefacta sunt, quod omnes consulares qui tibi persæpe ad cædem constituti fuerunt, simul atque adsedisti, partem istam subselliorum nudam atque inanem reliquerunt, quo tandem animo tibi ferendum putas? [17] Serui mehercule mei si me isto pacto metuerent ut te metuunt omnes ciues tui, domum meam relinquendam putarem: tu tibi urbem non arbitraris? Et si me meis ciuibus iniuria suspectum tam grauiter atque offensum uiderem, carere me aspectu ciuium quam infestis omnium oculis conspici mallem: tu, cum conscientia scelerum tuorum agnoscas odium omnium iustum et iam diu tibi debitum, dubitas quorum mentis sensusque uolneras, eorum aspectum præsentiamque uitare? Si te parentes timerent atque odissent tui neque eos ratione ulla placare posses, ut opinor, ab eorum oculis aliquo concederes. Nunc te patria, quæ communis est parens omnium nostrum, odit ac metuit et iam diu nihil te iudicat nisi de parricidio suo cogitare: huius tu neque auctoritatem uerebere nec iudicium sequere nec uim pertimesces? [18] Quæ tecum, Catilina, sic agit et quodam modo tacita loquitur: «Nullum iam aliquot annis facinus exstitit nisi per te, nullum flagitium sine te; tibi uni multorum ciuium neces, tibi uexatio direptioque sociorum impunita fuit ac libera; tu non solum ad neglegendas leges et quæstiones uerum etiam ad euertendas perfringendasque ualuisti. Superiora illa, quamquam ferenda non fuerunt, tamen ut potui tuli; nunc uero me totam esse in metu propter unum te, quicquid increpuerit, Catilinam timeri, nullum uideri contra me consilium iniri posse quod a tuo scelere abhorreat, non est ferendum. Quam ob rem discede atque hunc mihi timorem eripe; si est uerus, ne opprimar, sin falsus, ut tandem aliquando timere desinam». 8. [19] Hæc si tecum, ut dixi, patria loquatur, nonne impetrare debeat, etiam si uim adhibere non possit? Quid, quod tu te in custodiam dedisti, quod uitandæ suspicionis causa ad M’. Lepidum te habitare uelle dixisti? A quo non receptus etiam ad me uenire ausus es, atque ut domi meæ te adseruarem rogasti. Cum a me quoque id responsum tulisses, me nullo modo posse isdem parietibus tuto esse tecum, quia magno in periculo essem quod isdem moenibus contineremur, ad Q. Metellum prætorem uenisti. A quo repudiatus ad sodalem tuum, uirum optimum, M. Metellum demigrasti, quem tu uidelicet et ad custodiendum te diligentissimum et ad suspicandum sagacissimum et ad uindicandum fortissimum fore putasti. Sed quam longe uidetur a carcere atque a uinculis abesse debere qui se ipse iam dignum custodia iudicarit? [20] Quæ cum ita sint, Catilina, dubitas, si emori æquo animo non potes, abire in aliquas terras et uitam istam multis suppliciis iustis debitisque ereptam fugæ solitudinique mandare? «Refer – inquis – ad senatum»; id enim postulas et, si hic ordo placere sibi decreuerit te ire in exsilium, obtemperaturum te esse dicis. Non referam, id quod abhorret a meis moribus, et tamen faciam ut intellegas quid hi de te sentiant. Egredere ex urbe, Catilina, libera rem publicam metu, in exsilium, si hanc uocem exspectas, proficiscere. Quid est? Ecquid attendis, ecquid animaduertis horum silentium? Patiuntur, tacent. Quid exspectas auctoritatem loquentium, quorum uoluntatem tacitorum perspicis? [21] At si hoc idem huic adulescenti optimo P. Sestio, si fortissimo uiro M. Marcello dixissem, iam mihi consuli hoc ipso in templo senatus iure optimo uim et manus intulisset. De te autem, Catilina, cum quiescunt, probant, cum patiuntur, decernunt, cum tacent, clamant, neque hi solum quorum tibi auctoritas est uidelicet cara, uita uilissima, sed etiam illi equites Romani, honestissimi atque optimi uiri, ceterique fortissimi ciues qui circumstant senatum, quorum tu et frequentiam uidere et studia perspicere et uoces paulo ante exaudire potuisti. Quorum ego uix abs te iam diu manus ac tela contineo, eosdem facile adducam ut te hæc quæ uastare iam pridem studes relinquentem usque ad portas prosequantur. 9. [22] Quamquam quid loquor? Te ut ulla res frangat, tu ut umquam te corrigas, tu ut ullam fugam meditere, tu ut ullum exsilium cogites? Vtinam tibi istam mentem di immortales duint! Tametsi uideo, si mea uoce perterritus ire in exsilium animum induxeris, quanta tempestas inuidiæ nobis, si minus in præsens tempus recenti memoria scelerum tuorum, at in posteritatem impendeat. Sed est tanti, dum modo tua ista sit priuata calamitas et a rei publicæ periculis seiungatur. sed tu ut uitiis tuis commoueare, ut legum poenas pertimescas, ut temporibus rei publicæ cedas non est postulandum. Neque enim is es, Catilina, ut te aut pudor a turpitudine aut metus a periculo aut ratio a furore reuocarit. [23] Quam ob rem, ut sæpe iam dixi, proficiscere ac, si mihi inimico, ut prædicas, tuo conflare uis inuidiam, recta perge in exsilium; uix feram sermones hominum, si id feceris, uix molem istius inuidiæ, si in exsilium iussu consulis iueris, sustinebo. Sin autem seruire meæ laudi et gloriæ mauis, egredere cum importuna sceleratorum manu, confer te ad Manlium, concita perditos ciuis, secerne te a bonis, infer patriæ bellum, exsulta impio latrocinio, ut a me non eiectus ad alienos, sed inuitatus ad tuos isse uidearis. [24] Quamquam quid ego te inuitem, a quo iam sciam esse præmissos qui tibi ad forum Aurelium præstolarentur armati, cui sciam pactam et constitutam cum Manlio diem, a quo etiam aquilam illam argenteam quam tibi ac tuis omnibus confido perniciosam ac funestam futuram, cui domi tuæ sacrarium sceleratum constitutum fuit, sciam esse præmissam? Tu ut illa carere diutius possis quam venerari ad caedem proficiscens solebas, a cuius altaribus sæpe istam impiam dexteram ad necem civium transtulisti? 10. [25] Ibis tandem aliquando quo te iam pridem tua ista cupiditas effrenata ac furiosa rapiebat; neque enim tibi hæc res adfert dolorem, sed quandam incredibilem voluptatem. Ad hanc te amentiam natura peperit, uoluntas exercuit, fortuna seruauit. Numquam tu non modo otium sed ne bellum quidem nisi nefarium concupisti. Nactus es ex perditis atque ab omni non modo fortuna uerum etiam spe derelictis conflatam improborum manum. [26] Hic tu qua lætitia perfruere, quibus gaudiis exsultabis, quanta in uoluptate bacchabere, cum in tanto numero tuorum neque audies uirum bonum quemquam neque uidebis! Ad huius uitæ studium meditati illi sunt qui feruntur labores tui, iacere humi non solum ad obsidendum stuprum uerum etiam ad facinus obeundum, uigilare non solum insidiantem somno maritorum uerum etiam bonis otiosorum. Habes ubi ostentes tuam illam præclaram patientiam famis, frigoris, inopiæ rerum omnium quibus te breui tempore confectum esse senties. [27] Tantum profeci, cum te a consulatu reppuli, ut exsul potius temptare quam consul uexare rem publicam posses, atque ut id quod esset a te scelerate susceptum latrocinium potius quam bellum nominaretur. 11. Nunc, ut a me, patres conscripti, quandam prope iustam patriæ querimoniam detester ac deprecer, percipite, quæso, diligenter quæ dicam, et ea penitus animis uestris mentibusque mandate. etenim si mecum patria, quae mihi uita mea multo est carior, si cuncta Italia, si omnis res publica loquatur: «M. Tulli, quid agis? Tune eum quem esse hostem comperisti, quem ducem belli futurum uides, quem exspectari imperatorem in castris hostium sentis, auctorem sceleris, principem coniurationis, euocatorem seruorum et ciuium perditorum, exire patiere, ut abs te non emissus ex urbe, sed immissus in urbem esse uideatur? Nonne hunc in uincla duci, non ad mortem rapi, non summo supplicio mactari imperabis? Quid tandem te impedit? Mosne maiorum? [28] At persæpe etiam priuati in hac re publica perniciosos ciuis morte multarunt. An leges quæ de ciuium Romanorum supplicio rogatæ sunt? At numquam in hac urbe qui a re publica defecerunt ciuium iura tenuerunt. An inuidiam posteritatis times? Præclaram uero populo Romano refers gratiam qui te, hominem per te cognitum, nulla commendatione maiorum tam mature ad summum imperium per omnis honorum gradus extulit, si propter inuidiam aut alicuius periculi metum salutem ciuium tuorum neglegis. [29] Sed si quis est inuidiæ metus, non est uehementius seueritatis ac fortitudinis inuidia quam inertiæ ac nequitiæ pertimescenda. An, cum bello uastabitur Italia, uexabuntur urbes, tecta ardebunt, tum te non existimas inuidiæ incendio conflagraturum?» 12. His ego sanctissimis rei publicæ uocibus et eorum hominum qui hoc idem sentiunt mentibus pauca respondebo. Ego, si hoc optimum factu iudicarem, patres conscripti, Catilinam morte multari, unius usuram horæ gladiatori isti ad uiuendum non dedissem. Etenim si summi uiri et clarissimi ciues Saturnini et Gracchorum et Flacci et superiorum complurium sanguine non modo se non contaminarunt sed etiam honestarunt, certe uerendum mihi non erat ne quid hoc parricida ciuium interfecto inuidiæ mihi in posteritatem redundaret. Quod si ea mihi maxime impenderet, tamen hoc animo fui semper ut inuidiam uirtute partam gloriam, non inuidiam putarem. [30] Quamquam non nulli sunt in hoc ordine qui aut ea quæ imminent non uideant aut ea quæ uident dissimulent; qui spem Catilinæ mollibus sententiis aluerunt coniurationemque nascentem non credendo conroborauerunt; quorum auctoritate multi non solum improbi uerum etiam imperiti, si in hunc animaduertissem, crudeliter et regie factum esse dicerent. Nunc intellego, si iste, quo intendit, in Manliana castra peruenerit, neminem tam stultum fore qui non uideat coniurationem esse factam, neminem tam improbum qui non fateatur. Hoc autem uno interfecto intellego hanc rei publicæ pestem paulisper reprimi, non in perpetuum comprimi posse. Quod si sese eiecerit secumque suos eduxerit et eodem ceteros undique conlectos naufragos adgregarit, exstinguetur atque delebitur non modo hæc tam adulta rei publicæ pestis uerum etiam stirps ac semen malorum omnium. 13. [31] Etenim iam diu, patres conscripti, in his periculis coniurationis insidiisque uersamur, sed nescio quo pacto omnium scelerum ac ueteris furoris et audaciæ maturitas in nostri consulatus tempus erupit. Nunc si ex tanto latrocinio iste unus tolletur, uidebimur fortasse ad breue quoddam tempus cura et metu esse releuati, periculum autem residebit et erit inclusum penitus in uenis atque in uisceribus rei publicæ. Vt sæpe homines ægri morbo graui, cum æstu febrique iactantur, si aquam gelidam biberunt, primo releuari uidentur, deinde multo grauius uehementiusque adflictantur, sic hic morbus qui est in re publica releuatus istius poena uehementius reliquis uiuis ingrauescet. [32] Qua re secedant improbi, secernant se a bonis, unum in locum congregentur, muro denique, quod sæpe iam dixi, secernantur a nobis; desinant insidiari domi suæ consuli, circumstare tribunal prætoris urbani, obsidere cum gladiis curiam, malleolos et faces ad inflammandam urbem comparare; sit denique inscriptum in fronte unius cuiusque quid de re publica sentiat. Polliceor hoc uobis, patres conscripti, tantam in nobis consulibus fore diligentiam, tantam in uobis auctoritatem, tantam in equitibus Romanis uirtutem, tantam in omnibus bonis consensionem ut Catilinæ profectione omnia patefacta, inlustrata, oppressa, uindicata esse uideatis. [33] Hisce ominibus, Catilina, cum summa rei publicæ salute, cum tua peste ac pernicie cumque eorum exitio qui se tecum omni scelere parricidioque iunxerunt, proficiscere ad impium bellum ac nefarium. Tu, Iuppiter, qui isdem quibus hæc urbs auspiciis a Romulo es constitutus, quem Statorem huius urbis atque imperi uere nominamus, hunc et huius socios a tuis ceterisque templis, a tectis urbis ac moenibus, a uita fortunisque ciuium omnium arcebis et homines bonorum inimicos, hostis patriæ, latrones Italiæ scelerum foedere inter se ac nefaria societate coniunctos æternis suppliciis uiuos mortuosque mactabis.

 

I.1. Fino a quando, Catilina, intendi dunque abusare della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora questo tuo comportamento fazioso si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua illimitata sfrontatezza? Non ti turbano il presidio notturno a difesa del Palatino, le pattuglie armate che perlustrano la città, l’angoscia del popolo, l’accorrere di tutti i cittadini onesti, e neppure la scelta di questa sede – così difesa – per le riunioni del senato, né l’espressione del volto di costoro? Non ti accorgi che i tuoi progetti sono stati scoperti? Non ti rendi conto che il tuo complotto è ostacolato dal fatto che tutti qui ne sono a conoscenza? Credi forse che qualcuno di noi ignori che cosa hai fatto la notte scorsa e quella precedente, dove sei stati, quali congiurati hai convocato e quali decisioni hai preso? 2. Che tempi! Che costumi! Il senato è informato di questi progetti, il console ne è consapevole: eppure quello lì continua a vivere! A vivere? Non solo, ma addirittura viene in senato, gli si permette di prender parte alle decisioni d’interesse comune, osserva ciascuno di noi e con un’occhiata gli assegna un destino di morte! Quanto a noi, uomini di grande coraggio, siamo convinti di fare abbastanza per la Repubblica vanificando i furiosi tentativi assassini di costui. Ti si sarebbe dovuto condannare a morte già in precedenza, Catilina, per ordine del console; su di te avrebbe dovuto riversarsi la rovina che tu già da lungo tempo trami contro tutti noi! 3. Se un uomo di grandissimo prestigio, quale fu il pontefice massimo Publio Scipione, pur non ricoprendo cariche pubbliche, mandò a morte Tiberio Gracco che peraltro attendeva solo in misura marginale alla stabilità della Repubblica, noi consoli tollereremo che Catilina accarezzi l’idea di devastare con stragi e incendi il mondo intero? Tralascio il noto esempio, ormai troppo lontano, di Gaio Servilio Ahala, il quale uccise di propria mano Spurio Melio che ordiva trame estremistiche. Ma vi assicuro che vi fu, vi fu anche in questa Repubblica un tempo il coraggio, quando gli uomini di grande energia infliggevano al cittadino sedizioso un supplizio più crudele di quello riservato al peggior nemico. Contro di te, Catilina, un decreto del senato energico e severo lo possediamo: la Repubblica non è priva della saggezza e della capacità di decisione del collegio senatorio; siamo noi consoli – lo riconosco davanti a tutti – siamo noi a venir meno al nostro dovere. II. 4. Un tempo, il senato conferì al console Lucio Opimio i pieni poteri con l’incarico di vigilare affinché la Repubblica non subisse danni; non trascorse nemmeno una notte che per un semplice sospetto di congiura venisse messo a morte Gaio Gracco (eppure suo padre era famosissimo, così come il nonno materno e i vari antenati); anche l’ex console Marco Fulvio fu ucciso insieme con i figli. Un analogo decreto del senato affidò la salvezza dello Stato ai consoli Gaio Mario e Lucio Valerio. Ebbene, la condanna a morte decretata dal senato non attese nemmeno un giorno a colpire il tribuno della plebe Lucio Saturnino e il pretore Gaio Servilio. Noi invece già da venti giorni tolleriamo che la decisione dei senatori rimanga senza conseguenze. Abbiamo a disposizione, infatti, un senatusconsultum dell’efficacia che sapete, ma lo lasciamo ben chiuso negli archivi ufficiali, come una spada nel fodero! In conformità a tal decreto, Catilina, saresti dovuto essere ucciso senza indugio. Vivi invece, e sei ancora in vita non per moderare la tua arroganza, ma per rafforzarla. Desidero essere clemente, padri coscritti; ma in un momento di così grave pericolo per la Repubblica desidero anche non apparir indolente: io stesso quindi mi accuso di pigrizia e negligenza. 5. In Italia, allo sbocco delle valli toscane, vi è un esercito schierato contro il popolo romano; il numero dei nemici cresce di giorno in giorno; il comandante, la guida di tal esercito, lo potete vedere in città, e persino in senato, ordire giorno per giorno le sue trame contro la Repubblica. Se ora ordinassi di arrestarti, Catilina, o di ucciderti, sono convinto che tutti i cittadini onesti direbbero che l’ho fatto troppo tardi, e non che ho agito con eccessiva crudeltà. Ma io per una ben precisa ragione sono portato a credere che sia bene non fare ancor ciò che si sarebbe dovuto fare in precedenza. Alla fine sarai comunque giustiziato, quando ormai non si troverà più nessuno tanto ingiusto, tanto corrotto, tanto simile a te, da non riconoscere apertamente che ho agito secondo la legge. 6. Finché ci sarà uno solo che oserà difenderti vivrai, ma vivrai così come stai vivendo ora, assediato dalle mie numerose e risolute guardie, in modo che tu non possa ordire trame contro la Repubblica. Molti occhi e molte orecchie ti osserveranno e ti ascolteranno, senza che tu te ne accorga, come hanno fatto finora. III. E dunque, Catilina, che motivo c’è per attendere ancora, se nemmeno la notte riesci a nascondere con le tenebre i tuoi incontri scellerati, se neppure le pareti di un’abitazione privata bastano a coprire le voci della tua congiura, se tutto è chiaro, se tutto viene allo scoperto? Dammi ascolto: cambia il tuo proposito, dimentica massacri e incendi. Sei accerchiato: tutti i tuoi piani sono per noi più chiari della luce; se vuoi, possiamo passarli insieme in rassegna. 7. Non ricordi che il 21 ottobre in senato ho sostenuto che in un giorno stabilito, che sarebbe stato il 27 ottobre, Gaio Manlio, tuo compare d’azioni temerarie e tuo braccio destro, sarebbe sceso in armi? Mi è forse sfuggita, Catilina, l’enormità del tuo tentativo – così crudele e incredibile – o peggio – e ciò colpisce ancor più – la data? Inoltre sono stato io a rivelare in senato che tu avevi posticipato il massacro dei senatori al 28 ottobre, giorno in cui molti notabili della città lasciarono Roma non tanto per mettersi in salvo quanto per vanificare i tuoi progetti. Puoi forse negare che proprio in quel giorno, circondato dalle mie guardie e dalla mia attenta vigilanza, non hai potuto attuare i tuoi piani contro la Repubblica, e – giacché gli altri erano partiti – andavi dicendo che ti saresti accontentato di eliminare me che non mi ero allontanato? 8. Che cosa vuoi ancora? Confidando nel fatto che l’1 novembre con una sortita notturna avresti conquistato Preneste, non ti rendesti conto che quella colonia, per mio ordine, era custodita dai miei soldati, dalle mie guardie, dalle mie sentinelle? Non puoi fare né tramare né pensar nulla senza che io non solo senta, ma anche veda e comprenda perfettamente. IV. Ripercorri dunque con me la penultima notte: ti accorgerai così che io veglio sulla sicurezza della Repubblica molto più attentamente di quanto tu non ti adoperi per la sua rovina. La penultima notte ti sei recato nella via dei fabbricanti di falci – intendo parlar chiaro – in casa di Marco Leca. Là si erano radunati parecchi complici del tuo piano folle e scellerato. Osi forse negarlo? Perché te ne stai zitto? Se neghi, addurrò prove della tua colpevolezza: vedo, infatti, che qui in senato sono presenti alcuni che erano là insieme con te! 9. Dèi immortali! In che mondo viviamo? In che città abitiamo? Che governo abbiamo mai? Qui, proprio qui, in mezzo a noi, senatori, in quest’assemblea, la più sacra e autorevole della terra, sono seduti quelli che tramano la morte di noi tutti, la distruzione di questa città e persino del mondo intero. A me, console, tocca sopportare la loro presenza e devo chiedere il loro parere per la salvezza della Repubblica senza neppure riuscire a ferire con la voce coloro che sarebbe stato necessario passar per le armi. Dunque, Catilina, quella notte andasti da Leca: distribuisti gli incarichi ai congiurati delle varie zone d’Italia e decidesti dove ti pareva opportuno che ciascuno si recasse; stabilisti anche chi lasciare a Roma e chi portare con te. Designasti i quartieri della città da incendiare, confermasti che la tua partenza era ormai prossima e dicesti di doverti trattenere ancora – ma per poco – per il fatto che io ero ancora in vita. Si trovarono due cavalieri romani disposti a liberarti anche da questa preoccupazione, i quali s’impegnarono a uccidermi nel mio letto quella notte stessa poco prima dell’alba. 10. Tutte queste cose sono venuto a saperle non appena sciolta la vostra riunione. Rafforzai il presidio di guardie intorno alla mia casa, vietai l’ingresso a coloro che al mattino tu hai mandato a salutarmi, poiché erano venuti proprio quelli la cui visita in quel momento mi aspettavo – come avevo già predetto a molti illustri cittadini. V. Questa è la situazione, Catilina: porta a termine ciò che hai intrapreso; esci una volta per tutte dalla città; le porte sono spalancate: vai! Da troppo tempo ormai le celebri truppe del tuo amico Manlio ti attendono, loro comandante! Portati via tutti i tuoi, o almeno il maggior numero possibile: ripulisci la città! Sarò liberato da una grande preoccupazione quando un muro si leverà tra me e te. Ormai non puoi restare tra noi più a lungo: io non voglio, non posso, non ho assolutamente intenzione di sopportarlo. 11. Dobbiamo nutrire grande riconoscenza verso gli dèi immortali e in particolare verso Giove Statore, da sempre custode di questa città, per il fatto che già tante volte siamo riusciti a sfuggire a questa rovina, così spaventosa, orribile e pericolosa per la Repubblica, la cui sopravvivenza non bisogna mai più permettere che venga messa a repentaglio da un solo uomo. Fino a che tu, Catilina, hai tramato contro di me, quando ero console designato, mi son difeso non con una scorta pubblica, ma con una guardia del corpo privata. Quando poi, nel corso degli ultimi comizi per l’elezione dei consoli, hai tentato di uccidermi – allora ero console in carica – nel Campo Marzio insieme con i candidati tuoi concorrenti, sono riuscito a reprimere i tuoi tentativi assassini grazie alla protezione degli amici e delle loro guardie, senza ricorrere a una leva straordinaria. Insomma, ogni volta che hai preso di mira me mi sono opposto da solo ai tuoi dardi, sebbene mi rendessi conto che la mia morte avrebbe comportato una grave rovina per la Repubblica. 12. Ora però tu attenti apertamente all’intera cosa pubblica, vuoi trascinare alla distruzione e alla catastrofe i templi degli dèi immortali, gli edifici della città, la vita di tutti i cittadini, insomma l’Italia intera. Perciò, dato che non oso ancora provvedere con la decisione che sarebbe la prima da prendere e la più conveniente a questo mio grado e alla tradizione, farò quanto risulta meno grave dal punto di vista del rigore, ma più utile alla salvezza comune. Se, infatti, impartissi l’ordine di ucciderti rimarrebbe nella Repubblica un manipolo di congiurati. Se invece tu – cosa a cui ti esorto già da parecchio tempo – te ne andrai, la fogna della città, la numerosa ed esiziale torma dei tuoi complici, sarà ripulita. 13. Che c’è, Catilina? Esiti a fare per mio ordine ciò che avresti fatto di tua spontanea volontà? Il console ordina al nemico di allontanarsi dalla città. In esilio, mi chiedi? Non te lo posso ordinare, ma, se mi chiedi un consiglio, te lo suggerisco! VI. Che cosa c’è, Catilina, che non ti possa trattenere ancora in questa città, nella quale non vi è nessuno – tranne questa banda di tuoi scellerati complici – che non ti tema, che non ti abbia in odio? Quale marchio d’immoralità non bolla la tua vita privata? Quali azioni disonorevoli non macchiano la tua fama? Da quale dissolutezza rifuggirono mai i tuoi occhi, da quale delitto le tue mani, da quale scandalo la tua persona? Quale adolescente, dopo averlo irretito con gli allettamenti della tua corruzione, non hai guidato al delitto o alla passione sfrenata? 14. Che dire di più? Quando, poco tempo fa, con l’uccisione della tua prima moglie hai sgomberato la casa per nuove nozze, non hai forse sommato a quest’infamia anche un delitto impronunciabile? Ma lo passo sotto silenzio, e volentieri evito di parlarne, perché non risulti che in questa città è stato perpetrato o non è stato punito un delitto tanto esecrabile. Ometto lo stato rovinoso delle tue finanze: ti accorgerai alle prossime Idi della minaccia che incombe su di te; vengo piuttosto a quei fatti che non riguardano l’obbrobrio della tua vita privata, né le tue difficoltà economiche, ma il supremo bene della Repubblica e la vita e la sicurezza di tutti noi. 15. Come può, Catilina, esserti gradita questa luce o l’aria che respiri, sapendo che nessuno dei presenti ignora che l’ultimo giorno dell’anno di consolato di Lepido e Tutto hai preso parte ai comizi armato, che avevi raccolto un pugno di uomini per uccidere i consoli e i cittadini più in vista e che al progetto scellerato non un tuo pensiero di ravvedimento o un qualche timore si è opposto, ma la Fortuna del popolo romano? Ma tralascio anche questi delitti: infatti, quelli commessi in seguito non sono né sconosciuti né pochi. Quante volte hai tentato di uccidermi quand’ero console designato e quante volte persino dopo che ero divenuto console! Da quanti tuoi colpi assestati in modo che sembrasse impossibile evitarli mi son difeso con un semplice scarto del corpo! Perdi tempo, non ottieni nulla, eppure non metti fine ai tuoi velleitari tentativi. 16. Quante volte già questo pugnale ti è stato strappato dalle mani! Quante volte per qualche motivo ti è caduto e non ha avuto effetto! Non so con quali riti sia stato consacrato e promesso in voto, se ritieni necessario conficcarlo nel corpo di un console. VII. Ma dimmi, che vite è ora la tua? Ormai ti rivolgo la parola non mosso dall’odio, come dovrei, ma dalla misericordia, che tu non meriti affatto. Poco fa sei venuto qua in senato. Chi di tutta questa folla, chi dei tuoi numerosi amici e clienti ti ha rivolto il saluto? A memoria d’uomo non si ricorda che qualcuno abbia mai ricevuto un’accoglienza così ostile: e allora? Attendi il disprezzo delle parole quando già sei colpito dal durissimo giudizio del silenzio? E ancora: al tuo arrivo questi sedili sono stati lasciati liberi, non appena ti sei seduto, tutti gli ex consoli da te più volte condannati a morte hanno abbandonato completamente questo settore di seggi. Con che animo insomma pensi di sopportare tutto ciò? 17. Se i miei servi mi temessero al punto a cui ti temono tutti i tuoi concittadini, mi riterrei costretto ad abbandonare la mia casa. Non pensi tu di dover lasciare la città? Se mi vedessi da loro sospettato e accusato di cose tanto gravi – sia pur a torto –, preferirei essere privato della possibilità di vederli piuttosto che essere guardato da tutti con occhi ostili. Tu invece, nonostante riconosca – per la coscienza che hai dei tuoi crimini – che l’odio di tutti è giustificato e dovuto a te da tempo, esiti tuttavia ad allontanarti dagli occhi e dalla presenza di quelli cui ferisci la mente e l’anima? Se i tuoi genitori avessero paura di te e ti odiassero e non ti fosse possibile in alcun modo ricondurli alla ragione, te ne andresti lontano – immagino – dai loro occhi. Ora è la patria, madre comune di tutti noi, a odiarti e temerti, ormai da tempo convinta che tu non accarezzi altro progetto che il parricidio: non ne rispetterai l’autorità, non ne accetterai la sentenza, non ne temerai la forza? 18. Essa, Catilina, discute con te silenziosa, in un certo qual modo, ti rivolge la parola così: «Ormai da molti anni non è stato perpetrato alcun delitto se non per opera tua, nessuna azione infamante senza la tua partecipazione; soltanto per te l’uccisione di molti cittadini, la vessazione e la depredazione degli alleati sono rimasti impuniti e privi di conseguenze: sei stato capace non solo di calpestare le leggi e i tribunali, ma anche di distruggerli e annientarli. I noti delitti del passato, che non avrei dovuto sopportare, tuttavia, come ho potuto, li ho sopportati. Ora però sono in grande ansietà per causa soltanto tua: a ogni rumore si teme Catilina; sembra che nessun complotto possa essere ordito contro di me senza la tua scellerata partecipazione: non intendo più sopportarlo. Perciò vattene, e liberami da questo timore: se è fondato, perché io non ne sia uccisa, se invece è falso, perché una volta per tutte io smetta di aver paura!». VIII. 19. Se, come ho detto, la patria ti rivolgesse queste parole, non dovrebbe forse ottenere ciò che ti chiede, anche se non fosse in grado di usare la forza? E che dirò del fatto che hai chiesto gli arresti domiciliari e che fugare i sospetti hai dichiarato l’intenzione di trasferirti presso Marco Lepido? Ma Lepido non ti ha accolto, e hai osato venire anche da me a chiedere di essere ospitato in casa mia. Ricevuta la medesima risposta, cioè che io non potevo ritenermi sicuro abitando tra le stesse pareti in cui abitavi tu, poiché correvo già un grave pericolo vivendo entro la stessa cerchia di mura, ti sei recato dal pretore Quinto Metello. Rifiutato anche da lui, te ne andasti dal tuo amico Marco Metello, ottima persona, che credesti sarebbe stato molto zelante nel custodirti, astutissimo nel sorvegliarti e durissimo nel punirti. Ma quanto è giusto che stia lontano dai ceppi del carcere uno che da se stesso si giudica degno degli arresti domiciliari? 20. Vista la situazione, Catilina – dal momento che non sei in grado di morire con animo fermo –, esiti ad andare in altre terre e ad affidare la tua vita, sottratta a numerosi supplizi giusti e meritati, a quella forma di fuga che è la solitudine? «Fanne proposta formale al senato» mi dici: lo chiedi tu stesso e, se il senato decretasse il tuo esilio, ti proclami disposto a obbedire. Non lo proporrò, perché ciò è contrario alle mie abitudini, e farò tuttavia in modo che tu percepisca chiaramente che cosa pensano di te. Vattene dalla città, Catilina, libera la Repubblica dal terrore! Va’ in esilio, se aspetti il loro giudizio! E allora? Ma presti attenzione? Non senti il loro silenzio? Lasciano che parli io, loro tacciono. A che scopo attendi un ordine esplicito, quando la loro volontà traspare anche solo dal silenzio? 21. Se io avessi detto le stesse cose a questo giovane valoroso, Publio Sestio, o a Marco Marcello, uomo di grande coraggio, il senato avrebbe già reagito violentemente contro di me in questa stessa sede e a buon diritto, nonostante io sia il console. Invece, trattandosi di te, approvano con il silenzio, lasciandomi parlare pronunciano sentenze, tacendo gridano; e non soltanto costoro, dei quali rispetti l’autorità pur tenendo scarso conto della loro vita, ma anche tutti i cavalieri romani, uomini di grande onore e valore e tutti gli altri cittadini coraggiosi che circondano il senato, dei quali puoi costatare di persona il numero, intuire i propositi e di cui poco fa hai anche potuto sentire le voci. A fatica tengo lontani da te le loro armi e i loro colpi. Ma potrei facilmente convincerli a farti da scorta fino alle porte se tu decidessi di abbandonare questi luoghi che già da tempo ti proponi di distruggere. IX. 22. Ma perché parlare? Con la speranza che qualcosa ti pieghi, che prima o poi tu ti corregga, che tu giunga finalmente alla decisione di fuggire o di andare in esilio? Magari entrassi in tale ordine d’idee! Eppure mi è chiaro che, nel caso ti convincessi ad andare in esilio per effetto delle mie parole, un’immensa grandine d’impopolarità ne verrebbe per me, se anche non oggi – è vivo, infatti, il ricordo dei tuoi recenti delitti –, certo in futuro. Ciononostante ne vale la pena, purché la sventura colpisca me soltanto e la Repubblica non sia minacciata. Ma non si deve pretendere che tu sia spinto dai tuoi vizi a temere le pene sancite dalla legge, che ti sacrifichi per la difficile situazione della Repubblica. Infatti, Catilina, non sei certo il tipo che la vergogna trattiene dal compiere un’azione infamante, o la paura dell’affrontare un pericolo, o la ragione dal commettere una follia. 23. Perciò, come ti ho già ripetuto più volte, vattene e se vuoi suscitare odio contro di me – tuo nemico, come dici, personale – va’ in esilio immediatamente. Sarà una dura fatica sopportare le calunnie dei malvagi se farai ciò. A stento sarò in grado di sostenere il peso di quest’odio se andrai in esilio per ordine del console. Se invece vuoi essere utile alla mia fama futura, allora vattene insieme con la schiera impudente dei tuoi fidi, raggiungi Manlio, raccogli i peggiori cittadini, allontanati dai buoni, dichiara guerra alla patria, gioisci di questa guerra di briganti, in modo che non sembri che io ti abbia cacciato in mezzo a degli stranieri ma che tu abbia raggiunto i tuoi dietro loro invito. 24. Perché mai dovrei tentare di persuaderti, sapendo che hai inviato alcuni ad attenderti armati a Foro Aurelio? Sapendo che hai preso accordi con Manlio sul giorno dell’incontro? Sapendo che hai mandato avanti anche l’aquila d’argento, che – ne sono sicuro – sarà segno di luttuosa rovina per te e per tutti i tuoi, aquila a cui hai addirittura eretto un empio sacrario in casa tua? È mai possibile che possa starle lontano tu che eri solito pregarla prima di uscire per commettere un delitto, tu che dai suoi altari hai spesso ritratto la mano sacrilega per andare a uccidere dei concittadini? X. 25. Te ne andrai insomma una volta per tutte là dove già in precedenza ti trascinava la tua sfrenata e insana smania! E questo fatto non ti provoca dolore, ma una sorta di sconvolgente voluttà: per tale follia ti ha generato la natura, ti ha allenato la volontà, ti ha protetto il destino. Non solo non hai mai desiderato la pace, ma neppure la guerra, a meno che non fosse rovinosa. Ti sei imbattuto in una masnada di mascalzoni, un’accozzaglia di uomini perduti, non solo traditi dalla sorte ma anche privi di qualsiasi speranza. 26. Con loro chissà che felicità potrai sperimentare, quali gioie ti faranno esultare, quale immenso diletto t’inonderà quando ti accorgerai che in un così numeroso gruppo di persone non ne ascolterai e non ne potrai vedere una che sia perbene. A questo genere di vita erano indirizzate le tue fatiche, di cui si favoleggia: dormivi per terra non solo per progettare un adulterio ma anche per commettere un delitto, vegliavi non solo per insidiare il sonno dei mariti ma anche i beni dei cittadini pacifici. Ti si offre un’occasione per dar prova della tua tanto celebrata capacità di sopportare la fame, il freddo, la privazione di tutto: senti che tra breve ne sarai sopraffatto. 27. Respingendoti dal consolato ho ottenuto almeno un risultato positivo: hai assalito la Repubblica da esule, piuttosto che vessarla da console, e quanto di scellerato hai intrapreso è stato giudicato un atto di brigantaggio piuttosto che di guerra. XI. Ora, senatori, affinché io possa prevenire o respingere un rimprovero in un certo qual modo fondato per la Repubblica, ascoltate con attenzione – vi prego – ciò che sto per dire e imprimetevelo bene nel cuore e nella mente. Infatti, se la patria, che mi è molto più cara della vita, se l’Italia intera, se tutta la Repubblica mi parlasse così: «Marco Tullio, che fai? Hai scoperto che è un nemico, prevedi che porterà guerra, ti accorgi che gli avversari lo aspettano come comandante, lui, autore di delitti, capo di una congiura, sobillatore di schiavi e di cittadini ridotti in rovina, eppure sopporti che se ne vada, in modo che sembrerà non che tu l’abbia cacciato, ma che l’abbia fatto entrare in città. Non darai dunque l’ordine di imprigionarlo, di condannarlo a morte, di punirlo con l’estremo supplizio? 28. Che cosa mai te lo impedisce? Il mos maiorum? Più e più volte in questa Repubblica anche dei privati cittadini hanno condannato a morire i cittadini pericolosi. Forse le leggi che sono state emanate riguardo alla condanna a morte di cittadini romani? Mai in questa città chi si è messo contro la Repubblica ha potuto conservare i diritti civili. Temi forse l’odio dei posteri? Dunque nutri una riconoscenza davvero mirabile verso il popolo romano, che ha elevato te – uomo fattosi da solo e privo di qualsiasi raccomandazione dovuta a parentele – attraverso tutta la serie delle cariche pubbliche così giovane al sommo comando, se per timore dell’odio o di qualche rischio personale trascuri la sicurezza dei tuoi concittadini. 29. Tuttavia, se pure non può mancare il timore d’incorrere nel biasimo, si deve forse temere più quello proveniente dall’aver operato con un severo vigore di quello attirato da una malvagia insolenza? Quando l’Italia sarà sconvolta dalla guerra, le città devastate, gli edifici dati alle fiamme, non pensi che anche tu allora verrai travolto dall’incendio del biasimo?». XII. Risponderò brevemente a queste accorate parole della Repubblica e ai pensieri di coloro che provano sentimenti analoghi. Se avessi ritenuto che la cosa migliore, senatori, fosse condannare Catilina a morte, non avrei concesso nemmeno il godimento di un’ora di vita in più a questo delinquente. Infatti, se uomini grandi e famosi non solo non restarono contaminati dal sangue di Saturnino, dei Gracchi, di Flacco e di molti altri ribelli dei tempi passati, ma addirittura ne guadagnarono onori, senza dubbio io non avrei dovuto temere che – per l’uccisione di quest’assassino di cittadini – si riversasse su di me, tuttavia sono sempre stato del parere che l’odio guadagnato col valore non sia da considerare tale, ma gloria. 30. Sennonché nell’ordine senatorio vi sono alcuni che o non vedono ciò che sta per accadere oppure dissimulano ciò che vedono; alcuni che alimentarono con deboli proposte le speranze di Catilina e – non prestandovi credito – diedero forza alla nascente congiura. In base all’autorevole consiglio di costoro, se i lo avessi punito, molti, non soltanto male intenzionati ma anche ingenui, avrebbero sostenuto che agivo in modo crudele e dispotico. Ma comprendo: se questo qui giungerà agli accampamenti di Manlio, dov’è diretto, non vi sarà nessuno tanto stolto da non vedere che è stata ordita una congiura, nessuno tanto disonesto da non ammetterne l’esistenza. Inoltre, ucciso lui soltanto, è chiaro che questo flagello della Repubblica sarebbe frenato per un po’, ma non debellato per sempre. Se invece se ne andrà da sé portandosi via i suoi, e raccoglierà in quel luogo gli altri sbandati che ha convocato da ogni parte, sarà completamente estirpato non solo questo flagello tanto radicato nella cosa pubblica, ma anche il seme e la radice di tutti i mali. XIII. 31. Già da parecchio tempo, infatti, senatori, ci troviamo in questo insidioso pericolo della congiura, ma, non so proprio per quale motivo, il culmine di tutti i delitti, del furore antico e dell’estremismo politico è stato raggiunto durante il mio consolato. Se dunque di tutta questa cosca di briganti viene ucciso soltanto costui, forse sembrerà di essere stati liberati dalla preoccupazione e dal terrore, ma per brevissimo tempo: il pericolo perdurerà, rimanendo chiuso nel profondo, nelle vene e nelle viscere della Repubblica. Come spesso accade a chi è gravemente ammalato e in preda all’arsura della febbre, che sembra in un primo momento provare sollievo quando beve dell’acqua gelida, ma in seguito le sue condizioni si aggravano, così questo morbo, che affligge la Repubblica, alleviato dalla morte di costui, s’inasprirà se rimangono in vita i suoi complici. 32. Perciò se ne vadano i malvagi; si separino dai buoni, si radunino tutti nello stesso luogo. Un moro, come ho ripetuto spesso, li divida da noi. Smettano di tramare insidie al console nella sua casa, di accerchiare il tribunale del pretore urbano, di assediare con spade la curia, di preparare proiettili incendiari e torce per dar fuoco alla città; una buona volta, ciascuno porti scritte in fronte le sue idee politiche. Vi prometto, senatori, che grazie all’infaticabile impegno di noi consoli e alla vostra somma autorità, all’immenso valore dei cavalieri romani, all’unanime consenso di tutti i cittadini onesti, con l’allontanamento di Catilina vedrete tutti gli intrighi scoperti, messi in luce, soffocati e puniti. 33. Con questi auguri, Catilina, con la somma salvezza della Repubblica, con la rovinosa distruzione tua e di quelli che si sono uniti a te in ogni delitto e nell’assassinio, parti per una guerra empia e nefasta. Tu, o Giove, il cui culto è stato stabilito in questo luogo da Romolo con gli stessi auspici con cui è stata fondata la città, che chiamiamo «Protettore» di questa città e giustamente anche del sommo comando, tieni lontani costui e i suoi compari dai tuoi templi e da quelli degli altri dèi, dalle abitazioni e dalle mura urbane, dalla vita e dai beni dei cittadini, e questi uomini, avversi ai buoni, nemici della patria, predatori dell’Italia, uniti da un patto delittuoso e da una nefasta amicizia, puniscili vivi e morti con eterni supplizi!

 (trad. it. E. Risari)

Traiano: l’optimus princeps che usò il “fiscus” per aiutare i poveri

di G. Di Muro

«[Traiano] amministrò lo Stato così da essere anteposto giustamente a tutti i principi, per la singolare civiltà e fortezza d’animo. Egli estese in lungo e in largo i confini della potenza romana che, dopo Augusto, era stata difesa maggiormente piuttosto che ampliata egregiamente»[1]. E ancora Traiano nell’amministrazione fu così clemente che «che superò anche la gloria militare con civiltà e moderazione, apparendo a Roma e per le province uguale a tutti… non danneggiando nessuno dei senatori, non facendo nulla di ingiusto per accrescere il fisco, liberale verso tutti quanti…»[2].

Sono le parole utilizzate da Eutropio per descrivere la figura di Marco Ulpio Traiano, imperatore di Roma dal 98 al 117 d.C.

Nato a Italica in Spagna, di famiglia illustre più che nobile (il padre era stato un governatore provinciale chiamato per meriti e capacità da Vespasiano nei ranghi senatoriali) fu il primo imperatore di Roma nato fuori dell’Italia e a superare in modestia, temperanza e civiltà la gloria militare. Plinio il Giovane ed Eutropio, fonti storiche più accreditate, concordano nel ritenere che, grazie alle sue grandi qualità di soldato e amministratore pubblico, sapientemente fuse ed equilibrate, Roma raggiunse, sotto il suo principato, il periodo di massima espansione.

M. Ulpio Traiano. Busto, marmo, inizi II sec. da Olbia. Cagliari, Museo Archeologico Nazionale.

Come ufficiale militare seguì tutto il cursus honorum previsto dalla scala gerarchica augustea e ricoprì importanti funzioni (quaestor, praetor, legatus) maturando una considerevole esperienza soprattutto all’estero. Un particolare di non poco conto per l’epoca che gli avrebbe permesso di affrontare, a 45 anni, il difficile passaggio al ruolo di imperatore. Onorò l’incarico sin dagli inizi del mandato al punto tale da meritarsi, dopo due soli anni di governo, l’appellativo di optimus princeps. Il titolo, secondo alcune fonti storiografiche, sarebbe stato direttamente riconosciuto dal Senato, mentre per altre è da attribuire a Plinio il Giovane, scrittore e senatore romano, che lo usa a ragion veduta nel suo «Panegirico a Traiano». Un trattato sulla figura dell’imperatore che ancora oggi costituisce una delle maggiori fonti di informazioni, ricche di particolari inediti. Di Plinio il Giovane si ricordano, oltre al «Panegirico a Traiano» anche i 10 libri delle Epistole. Proprio il decimo libro contiene ben 79 lettere indirizzate dall’autore, a quel tempo governatore della Bitinia, all’imperatore Traiano. In queste 79 lettere sono stati rinvenuti ben 50 quesiti di carattere fiscale che Plinio il Giovane formula a Traiano a cui seguono altrettante risposte. Una sorta di formulario fiscale delineato dall’imperatore che doveva servire a Plinio il Giovane come «vademecum» nella gestione fiscale e amministrativa del governatorato romano.

Riassetto urbanistico della penisola, rinnovamento dell’apparato statale, centralità politico-amministrativa, economia. Sono i quattro caratteri distintivi della politica traianea, divisa tra la necessità di rafforzare l’identità dell’impero contro le spinte alla delocalizzazione e far fronte alla crisi economica e demografica della penisola.

Oltre a migliorare le vie di comunicazione per favorire e incrementare gli scambi commerciali, Traiano considera fondamentale un’altra priorità: gli interventi in campo economico e sociale. A lui si deve il rafforzamento di uno dei primi interventi di stato sociale della storia, l’institutio alimentaria. Introdotto dal suo diretto predecessore, vale a dire Nerva, questo istituto fiscal-finanziario fu regolamentato da Traiano in modo puntuale, tanto da divenire uno strumento di intervento per far fronte alla crisi economica dell’Impero.

L’istituto finanziario prevedeva un prestito ipotecario (obligatio praedorium) concesso direttamente dal patrimonio personale dell’imperatore (il fiscus). Grazie alle istituzioni alimentari, che potremo definire istituzioni statali di carattere assistenziale, la versione arcaica delle Ipab (Istituti pubblici di assistenza e beneficenza), gli agricoltori ricevevano in prestito capitali fornendo, a loro volta, una specifica garanzia ipotecaria e a un basso tasso di interesse che, all’epoca, era, secondo alcune fonti storiche, nell’ordine del 2,5% e, secondo altre, del 5%. Le rendite erano devolute direttamente all’assistenza dei fanciulli orfani e indigenti assicurando loro il giusto sostentamento. L’obiettivo dell’imperatore non era soltanto di aiutare gli orfani e i bisognosi, che attraverso questa forma di sostentamento avrebbero potuto studiare e pensare eventualmente a un futuro impiego nei ranghi dell’amministrazione imperiale, ma anche la ripresa dell’economia romana, stretta come era tra la crisi economica e la contrazione demografica.

Apposite tavole (tabula alimentaria) riportavano in dettaglio le disposizioni dell’imperatore per l’istituzione del prestito ipotecario. In particolare, ricorda Monica Miari, direttrice dell’area archeologica di Veleia, «la somma del prestito, distribuita in relazione alle terre possedute, le obbligazioni contratte da ogni singolo proprietario, il nome dell’intermediario incaricato della dichiarazione (descriptio), la stima delle proprietà date in pegno (aestimatio) e la somma corrisposta dall’amministrazione per conto dell’Imperatore». Tra l’altro, di ogni terreno, che veniva offerto come garanzia del prestito, era riportato il nome (tecnicamente vocabulum) con indicate le eventuali pertinenze annesse, tra cui le fattorie, gli ovili e le fornaci, e, non ultimo, la localizzazione toponomastica. Di queste tavole, realizzate in bronzo, sono state rinvenute tracce, con le relative iscrizioni, negli scavi archeologici della città romana di Veleia e a Macchia di Circello nei pressi di Benevento.

Di indole pragmatica, Traiano era consapevole dell’importanza e della centralità degli scambi commerciali per favorire il rilancio economico della Penisola. Ed è per questo motivo che si adoperò per far approvare dal Senato, con cui era in ottimi rapporti di confronto e collaborazione (a differenza di Nerone n.d.r.), una serie di provvedimenti che avrebbero contribuito ad accelerare il rinnovamento delle infrastrutture. Dalla estensione e manutenzione della rete viaria imperiale alla realizzazione di porti, strade e acquedotti. Tra le opere di maggiore rilievo, soltanto per citarne alcune, si ricordano quelle per favorire l’attracco delle navi nei porti di Ostia, Civitavecchia e Ancona, la costruzione di ponti e acquedotti come l’Aqua Traiana, realizzato nel 109 dall’ingegnere Sesto Giulio Frontino, curator aquarum, famoso sovrintendente delle acque sin dai tempi di Nerva, che dal lago di Bracciano approvvigionava le località del Gianicolo e Trastevere. Tra le altre opere di rilievo commissionate da Traiano vi è anche l’acquedotto sul Tago presso Alcantara e quello sul Danubio a Drobetae, il riordino delle cloache romane, la costruzione di un canale per far defluire le acque delle piene del Tevere. Di lui Eutropio scrive ancora «tutti credono che a causa di queste cose sia stato considerato in tutta la terra simile a un dio e che abbia meritato ogni tipo di venerazione sia da vivo che da morto»[3].


[1] Eutr., Brev. Hist. Rom. VIII 2, 2: «Rem publicam ita administravit, ut omnibus principibus merito praeferatur, inusitatae civilitatis et fortitudinis. Romani imperii, quod post Augustum defensum magis fuerat quam nobiliter ampliatum, fines longe lateque diffudit».

[2] Eutr., op.cit. VIII 4, 1: «Gloriam tamen militarem civilitate et moderatione superavit, Romae et per provincias aequalem se omnibus exhibens … nullum senatorum laedens, nihil iniustum ad augendum fiscum agens, liberalis in cunctos…».

[3] Eutr., op.cit. VIII 4, 2: «Ob haec per orbem terrarum deo proximus nihil non venerationis meruit et vivus et mortuus».

Le secessioni della plebe

di G. POMA, Le secessioni della plebe (in particolare quella del 494-493 a.C.) nella storiografia, in Diritto@Storia: Rivista Internazionale di Scienze giuridiche e Tradizione romana, N. 7 – 2008 – Memorie.

1. Considerazioni preliminari

Una premessa è d’obbligo, perché il tema è troppo vasto per poter essere racchiuso in una comunicazione, per cui toccherò solo alcuni dei tanti aspetti del problema “secessioni della plebe”, con particolare riferimento alla storiografia più recente, preferibilmente storica più che giuridica. Se tentiamo un bilancio critico della riflessione moderna su quel grumo di questioni che si addensano attorno alle secessioni, dobbiamo fronteggiare una serie impressionante di ipotesi, che spesso variamente si incrociano, e di questioni ancora aperte, come è ben noto a tutti. E in tutto questo, storici e giuristi colloquiano poco, con reciproco danno, io credo. Nella storiografia moderna, con le dovute eccezioni che vedremo, si sono venuti attenuando i dubbi sulla realtà storica di una o più secessioni della plebe, a partire da quella del 494 a.C.
Si è dissolta l’ipercritica di un Beloch[1] e di un Pais[2], e gli studiosi hanno assunto una posizione di relativa “confidenza” nei dati offerti dalla tradizione annalistica, ma certamente permangono intatte le difficoltà di uno studio di storia romana arcaica, terreno affascinante ma infido, che rende estremamente cauto il passo dello studioso moderno e che prevede scelte metodologiche precise.
Ad esemplificare, cito J.-Cl. Richard[3], che nella sua recensione al volume curato dal Serrao, Legge e società nella repubblica romana del 1981, scriveva: «La vulgata relativa alle lotte della plebe quale l’hanno fissata Tito Livio e Dionigi d’Alicarnasso, a partire dai dati dell’annalistica, è per il V e IV secolo degna di fede» e questa fiducia nella tradizione è alla base anche dei tanti contributi di Tim Cornell[4] o dei lavori del Tondo[5], dell’Amirante[6] o del Serrao stesso[7]. Ma negli stessi anni ‘80 (1985) D. Gutherlet[8] esprimeva già nel titolo di un suo saggio una tesi opposta: la prima decade di Livio è fonte essenziale per l’analisi dell’età graccana e sillana, riaffermando la totale anti-storicità della narrazione dei primi secoli della repubblica, costruiti per così dire a calco anticipatorio dei decenni graccani e sillani. È una tesi estrema, nella sua negatività, così come è estrema la tesi di chi accetta in toto il dato della tradizione.
Sappiamo bene che le nostre fonti su questi problemi sono storici romani e greci che scrivono in momenti e contesti molto diversi da quelli in cui si sono svolti gli avvenimenti e che aprono un colloquio con lettori contemporanei che misurano quanto leggono in rapporto ai tempi in cui si trovano a vivere, e questo, a maggior ragione, vale per il lettore moderno, che porta con sé il bagaglio delle proprie idee, dei propri interessi e anche, talora, delle proprie ferite. E però una cosa, a mio parere, va pur detta. Vanno bene tutte le cautele e tutte le consapevolezze della distanza tra l’annalistica e i tempi della prima repubblica e dei suoi forti legami con impostazioni ora ideologiche ora gentilizie, ma pensare che, in ogni modo, un romano colto dell’età graccana o sillana o della fine della repubblica, che viveva in una città e in un ambiente familiare ricco di tradizioni e di segni – i Romani, si sa, sono formidabili allestitori della memoria – non fosse in grado di orientarsi, come noi, tra plebe del V secolo a.C. e plebe della sportula, mi pare, quanto meno, un po’ presuntuoso. La memoria, si sa, può essere truccata, ma non è detto che non possano restare intatti i fatti strutturali.
E allora, considerato che, in linea generale, i tentativi di interpretazione della tradizione sulle secessioni, come del resto su ogni altra vicenda arcaica, tendono a salvare questo o quell’altro aspetto, in un difficile gioco d’equilibrio tra elementi ritenuti anacronistici ed elementi ritenuti autentici, è evidente che il risultato, nel tempo, è stato tutto un intrecciarsi di ipotesi dentro cui è facile smarrirsi.
La prima impressione che si ricava, scorrendo i lavori più o meno recenti, è una certa qual “marginalità” dell’interesse per le secessioni. Mi spiego. Nella intensa secolare riflessione sulla Roma della prima età repubblicana, la secessione non è assente, ma ha una scarsa evidenza in sé e per sé. Ciò che soprattutto interessa chiarire sono i suoi esiti (il tribunato, la caduta del decemvirato e le leges Valeriae e Horatiae, il conubium, la parificazione tra plebisciti e leggi), e, oltre a ciò, necessariamente, la fisionomia della plebe, la natura della sua lotta, lo spazio che si conquista dentro la civitas[9].
Tant’è che, pur nell’ampia bibliografia su questo periodo storico, non mi pare ci sia uno studio monografico dedicato alle secessioni, pochi sono i saggi che ne toccano qualche aspetto, e rarefatti gli accenni, soprattutto nelle più recenti Storie di Roma, per non dire che la monumentale opera del Richard[10] sull’origine del dualismo patrizio e plebeo termina là dove iniziano le secessioni, che appena sono sfiorate.

 

B. Barloccini, La secessio plebis al Mons Sacer (494-93 a.C.). Incisione, 1849.
B. Barloccini, La secessio plebis al Mons Sacer (494-93 a.C.). Incisione, 1849.

 

 

2. La tradizione annalistica

La tradizione antica ricorda alcune secessioni attuate (quattro nel quadro complessivo offerto da Floro e da Ampelio), altre minacciate, accanto ad un evento, quello del 342 a.C., che ondeggia tra seditio e secessio (paene secessio fuit, scrive Livio, VII 42, 4; 7)[11]. Ma anche sulla terza, del 445 a.C., (che sarebbe avvenuta in connessione coi contrasti provocati dalla richiesta del tribuno Canuleio di eliminazione del divieto di conubium) e sulla quarta, del 367 a.C., (a sostegno delle rogationes Liciniae-Sextiae) secessioni testimoniate unicamente da Floro (Epitome I 23, 26) e da Ampelio (Liber memorialis XL 25, 1) gravano le medesime incertezze. La tradizione liviana parla per questi anni solo di accesi contrasti (per il 445 a.C., di una indignatio plebis e di finis contentionumAb Urbe condita IV 6, 3-4 – per il 337 a.C., più esplicitamente Livio accenna ad una domi seditio e, più avanti, ad una prope secessionem plebis, Ab Urbe condita VI 42, 9-10).
La secessione del 287 a.C. appartiene ad un periodo di più sicura storicità (e non a caso per il Beloch è l’unica degna di fede[12]), viene registrata dalla Periocha liviana[13] come conclusione di gravi e lunghe sedizioni motivate dal risorgente problema dei debiti, e alla stessa tradizione si rifà anche Plinio (Naturalis Historia XVI 15, 37).
È l’ultimo atto di lotta della plebe e come tale è assunto anche dalla storiografia moderna, con le debite eccezioni: di un Mitchell[14], ad esempio, che affermando l’invenzione tutta moderna della lotta degli ordini, denuncia l’artificiosità anche di questa data finale.
Ma c’è subito da sottolineare che gli autori antichi, anche se più di una volta la plebe sembra aver fatto ricorso alle secessioni, fanno riferimento, quando richiamano le lotte plebee, solo alla prima o, più raramente, alle prime due, che, quindi assumono il valore di secessioni per eccellenza. È illuminante Sallustio: maiores vestri … bis per secessionem armati Aventinum occupavere (Bellum Iugurthinum, 31), e così pure autori tra loro assai lontani, come Cicerone (De re publica, II 58, 63) Plinio (Naturalis Historia XIX 19, 56) e Orosio (II 5, 5), ricordano come essenziali solo le prime. La storiografia moderna non ha avuto problemi ad individuarne la ragione nel fatto che entrambe si collegano al tribunato della plebe, avvertito, specie in età graccana e sillana, come il momento più significativo e gravido di conseguenze delle vittorie plebee.
Quanto alla storicità delle secessioni, se andiamo ad esaminare gli orientamenti storiografici, vediamo emergere due tendenze, più o meno articolate al loro interno, quella che fa capo al Beloch e ancor prima al Meyer[15], che considera le prime due come reduplicazioni di quella unica storica del 287 a.C., in forza della convinzione che l’esercito del V secolo a.C. altro non fosse che la cavalleria patrizia, per cui mai la plebe avrebbe potuto osare una rivolta, e la seconda, maggioritaria, che accetta la data del 494 a.C. per la prima secessione e nel 449 a.C. per la seconda (in cui pone la restaurazione del tribunato, Mommsen[16], Binder[17], Niccolini[18] ed altri).
Tutto nasce, secondo il solito, da una tradizione annalistica che accoglie diverse memorie, al punto che non ci indica neppure con chiarezza i luoghi della secessione[19], e che non colloquia con la tradizione erudito-antiquaria, in questo caso, di Varrone.
Tra le varie opzioni presentate dalle fonti, Monte Sacro-Aventino-Crustumerio, i moderni o non hanno scelto (come il Ridley[20]), o hanno scelto l’una o l’altra, preferibilmente il Monte Sacro per la liviana frequentior fama, ma anche l’Aventino per la sua vocazione plebea (Guarino[21]) o hanno supposto due concomitanti secessioni (Fabbrini)[22].

3. La secessione: un problema di definizione

Che cosa è una secessione? Livio e Dionigi, come è naturale, descrivono, raccontando tutta una serie di avvenimenti messi in rapporto con vari esiti; non definiscono, e del resto non c’è bisogno di definizione, il significato è perspicuo: una separazione (se-cedo).
Il Fluss[23], nella voce della Pauly Wissowa, la definisce Abtrenung (“separazione”) e subito la storicizza: «si intende con questo la triplice sovversiva partenza della plebe da Roma»; l’Oxford Latin Dictionary[24] segnala un primo valore, diciamo cesariano, di «appartarsi» e un secondo che qui ci interessa di ritiro (with drawal) in una posizione separata, «che implica una non partecipazione alla comunità», per cui “secessione”.
Nella sua Storia di Roma, il Mommsen interpreta la secessione come un abbandono della città da parte dell’esercito in rivolta e un’occupazione di un colle nella contrada di Crustumerio, dove – egli scrive – si accinse a fondare una nuova città di plebei[25]. E questa valutazione dei fini della secessione ritorna in De Martino[26], per cui la lotta scelta dalla plebe sembra essere stata quella della rottura dell’unità cittadina e della minaccia di costituire una nuova città autonoma, la «città impossibile» di Giulia Piccaluga[27].
Non mi pare sia questa la prospettiva in cui si colloca in genere la storiografia moderna. I moderni si innamorano subito, ed è un innamoramento che risale alla rivoluzione francese, dell’idea di secessione come sciopero[28], ed è un’assimilazione che, il Catalano insegna[29], molto è servita nella discussione sulla configurazione giuridica dello sciopero generale. In questa assimilazione senz’altro ha pesato l’apologo di Menenio Agrippa, col suo richiamo al ritorno alla collaborazione, dopo il rifiuto delle membra di portare cibo allo stomaco, e la successiva e ripetuta opposizione dei tribuni alla leva militare, presentata dalle fonti come strumento abituale e forte della lotta plebea.
Quest’immagine, che ritorna anche nei più recenti saggi (Mitchell[30], Eder[31], Cornell,[32] ecc.) rischia di ridurre lo spettro contenutistico di quest’antico concetto, mettendo in ombra l’elemento anche etimologicamente caratterizzante, che è quello della separazione, dell’allontanamento. In altre parole, se il valutare il fenomeno della secessione attraverso la categoria contemporanea dello sciopero valorizza il momento dinamico delle mobilitazioni, rischia però di attenuare il senso forte della secessione. Andiamo alle fonti.
Nella tradizione liviana sulla prima secessione[33], l’accento cade sul timore patrizio che questa moltitudine possa muoversi ostilmente contro la città. Nella elaborazione più ampia di Dionigi, invece, affiora il progetto di una apóstasis apò tōn patrikíōn e della ricerca di una nuova patria, quale che sia, nella quale poter godere della libertà. A ciò vien fatto corrispondere, da parte patrizia, il disegno di colmare i vuoti con altri apporti di popolazione straniera, una migrazione, che di per sé, per Roma e il Lazio, non è fatto insolito (Dionigi ha buon gioco a richiamare Enea, Romolo; ed era appena giunto Attus Clausus con i suoi, Ab Urbe condita VI 73, 2; 79, 1; VI 80, 1). C’è enfasi retorica, senza dubbio, nella pagina di Dionigi, ma forse c’è anche un frammento di verità, nel momento in cui indica come la sua fonte interpretasse l’azione della plebe.
Una secessione, che può tradursi in un migrare che rende definitiva la separazione, è l’alternativa che Dionigi ci presenta, ma poiché è la via che non viene imboccata, in nessuno dei momenti in cui si fece ricorso alla secessione, il valore di separazione si attenua e sparisce. Ma resta nella memoria (annalistica), se è vero che anche dopo la conquista di Veio la plebe minaccia un trasferimento in massa nella città conquistata (Ab Urbe condita V 24, 5).
La secessione è un’innovazione nel quadro politico romano della prima repubblica, è un esito della seditio che insistente lacera la città dopo la morte di Tarquinio, e da quel primo episodio permane, attiva o latente, fino al 287 a.C.
Nell’interpretazione storiografica contemporanea, non mancano gli accenni a questa capacità innovativa della plebe, soprattutto sulla scia del Momigliano[34] che vede le secessioni, al pari delle creazioni dei tribuni e delle assemblee proprie, come i tratti caratterizzanti un’organizzazione estremamente efficiente di una plebe che guarderebbe ai modelli greci (e su questo punto riflettono soprattutto i giuristi, in riferimento alle leggi delle XII Tabulae, e gli storici delle religioni per il culto di Cerere). In genere, però, si opera una sorta di presa d’atto del ricorso alla secessione, al più, sociologicamente, ci si chiede che cosa essa rappresenti e, con l’Ellul[35], si può rispondere che una secessione è in sé un segno di debolezza, un ripiegarsi su se stessi. Che è una bella debolezza, visti gli esiti sempre positivi.
Stupisce che l’elemento della continuità nel ricorso ad una forma di lotta tanto forte che spesso basta che venga minacciata perché si ottenga un risultato favorevole, non abbia ottenuto una sufficiente attenzione in chi è convinto della storicità delle secessioni; fa eccezione il Lobrano[36], che vede nella capacità della plebe «di continuare a prospettare una scissione duratura di sé stessa» dal resto delle strutture organizzative del populus romanus, la prova del perdurare di una «autonoma struttura sociale» della plebe, di una sua omogeneità interna, cui corrisponderebbe una formale condizione “giuridica” di plebità.
A parte la tesi di fondo, che si può condividere o non condividere, la posizione del Lobrano è significativa, nel momento in cui individua nel ricorso alle secessioni il segno della peculiarità della plebe arcaica, ben diversa dalla plebe degli ultimi secoli della repubblica. A raffronto, colpisce come il Raaflaub[37], in una visione del conflitto tra gli ordini che si spezza in più fasi, di diverso carattere e complessità, sia totalmente indifferente di fronte al ripetersi delle secessioni come strumento di lotta, sia che esse vadano considerate o no un fatto autentico.
Al Raaflaub poco interessa lo strumento, interessa che, o con una massiccia rivolta o dopo una graduale evoluzione, i plebei siano emersi con la loro separata organizzazione e coi loro leader. Al contrario, il problema non è minimale, poiché non si può scindere la specificità del metodo politico della secessione dall’altrettanta specificità del tribunato della plebe, istituto che dalla secessione nasce. Lo ha ben chiaro Livio, quando ripetutamente pone sui colli della secessione l’inizio della libertà per la plebe e nella potestas sacrosancta del tribunato l’auxilium libertatis (Ab Urbe condita III 54, 8; III 61, 5; IV 44, 5).

Il cosiddetto «Arringatore». Statua, bronzo, fine II-inizi I sec. a.C., da Perugia. Firenze, Museo Archeologico Nazionale.

 

4. I protagonisti della prima secessione

La riflessione moderna non ha dedicato molto interesse ai protagonisti di parte plebea e di parte patrizia, salvo che per Menenio Agrippa in virtù del suo apologo. Sul liviano Sicinio quodam auctore, l’anonimo Caio di Dione Cassio, il comandante del campo e presidente dell’assemblea della plebe secessionista in Dionigi, poco è stato detto e forse poco si può dire[38], eppure si tratta per la tradizione liviana dell’autore della secessione, colui che esce dalla massa e si pone alla testa del movimento collettivo.
È figura fantastica per il Pais[39], che vi vede l’anticipazione forse del tribuno del 76 a.C., C. Sicinio che aveva reclamato ed ottenuto la «restituzione al tribunato della pienezza della sua potestà imminuta da Silla» (e forse anche uno pseudo-antenato di quel tribuno T. Sicinio che al tempo di Camillo nel 395 con la sua proposta di migrazione di una parte dei cives a Veio (Ab Urbe condita V 24,7; Plutarco, Vita di Camillo, 7) aveva non poco agitato le acque in Roma).
Altri hanno supposto una confusione con la figura di Siccio Dentato, l’Achille romano, che divenuto tribuno citò in giudizio il console Romilio, storia minutamente raccontata da Dionigi (Antichità romane X 36-50) e mancante in Livio, ipotesi decisamente debole.
E il Richard[40], che riprende queste posizioni, ha pochi dubbi: Sicinio promotore della prima secessione e primo tribuno è figura priva di storicità, in quanto è il frutto di una manipolazione dei fasti tribunizi più antichi, favorita dal ricordo di più di un tribuno Sicinio storico. Che poi, se anche fosse al limite esistito, per il Richard resta irrecuperabile nella sua identità storica. E così Sicinio è spazzato via[41].
Sicinio muto in Livio, di poche parole in Dionigi, fa fatica, però, ad entrare anche nei fasti del primo tribunato, e questo è stato messo bene in luce già dalle ricerche del Niccolini[42] e in tempi più recenti ancora dal Richard[43]. Come sappiamo, la tradizione è tutt’altro che univoca sul numero dei primi tribuni, due o cinque. I nomi, per dirla con l’Ogilvie[44], sono fluidi e quello di Sicinio compare solo tra i cooptati in Livio; in Dionigi, invece, affianca Bruto, ai primi due posti[45].
Il testo di Dionigi presenta aspetti altrettanto problematici[46], quando, appunto, pone a fianco di Sicinio come capo della rivolta un L. Giunio Bruto, omonimo, specifica Dionigi, del Bruto liberatore del popolo dai Tarquini.
Su questa figura i moderni hanno assunto le più varie posizioni: Bruto è un patrizio in forza della gens Iunia patrizia (Mommsen[47], Ménager[48]), Bruto è plebeo[49], non è personaggio storico, ma “apocrifo”[50]. Per Mastrocinque[51], che ha dedicato notevoli sforzi a mettere ordine in tale controversa questione, Bruto è una sorta di doppio, il Bruto che in Dionigi guida i plebei alla prima secessione e tiene infuocati discorsi è la faccia plebea del Bruto fondatore della libertas repubblicana, patrizio[52].
La maggior parte degli studiosi moderni, quelli almeno che ne affermano la storicità, respinge invece la plebità di Bruto, che Mastrocinque salva, rimproverando ai moderni di essere caduti nella trappola delle falsificazioni annalistiche di fine II e inizi I secolo a.C., che avrebbe prodotto una sorta di epurazione delle presenze plebee. Una coincidenza di primo consolato e di primo tribunato nella stessa figura lascia però perplessi: salviamo il console e cancelliamo il tribuno?
A me pare che il problema dal piano storico vada passato al piano storiografico antico e possa essere letto in riferimento al tema ideologico della libertas: quella del popolo recuperata con la cacciata dei re, quella della plebe conquistata con la prima secessione. In entrambe le situazioni, per certi filoni di tradizione, che Dionigi accoglie, Bruto è presente.
Gli attori di parte patrizia occupano gran parte del campo nella vicenda della prima secessione, perché la tradizione sulle secessioni è stata gestita da chi plebeo non era.
E quindi giganteggia la figura di Menenio Agrippa[53], come risolutore della crisi, il vero eroe della secessione, il perpetuo exemplum della capacità di conciliazione, mentre un altro filone di tradizione, epigrafica e letteraria, pone in quel ruolo M. Valerio, il dittatore e l’augure. Gli studiosi moderni hanno dedicato il maggiore interesse alla figura di Menenio, intrigante per il suo essere oriundus dalla plebe, e, soprattutto, autore dell’apologo[54].
Gli studi del Ranouil[55] ripresi dal Richard[56] hanno cercato di chiarire l’appartenenza dei Menenii: per il Ranouil, sono una gens patrizia di origine etrusca, e i tribuni plebei potrebbero essere loro antichi clienti; per il Richard, Menenio Agrippa è un patrizio moderato, interpretato e sentito in quanto tale, da una certa parte della tradizione, come plebeo.
La storiografia antica ci presenta due chiavi interpretative delle secessioni, fides e concordia, e l’aver chiarito questo è uno dei risultati più interessanti, e direi anche più utili, della ricerca moderna. La fides, osserva il Bayet[57], indica una reciprocità totale e da essa dipendevano l’ordine e la stabilità della città. È il valore cardine dello Stato.

Ritratto virile di patrizio romano. Testa, marmo, metà I sec. a.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani

Tutto il racconto della prima secessione e della sua ricomposizione ruota attorno ad un rompersi e rinsaldarsi dei rapporti di fides. La colpa dei plebei, è una giusta osservazione della Piccaluga[58], è una colpa di perfidia: l’insolvenza dei plebei è un’infrazione della fides negoziale, cui corrisponde l’inadempiuta promessa dei patrizi dello scioglimento dei debiti. La rottura dell’equilibrio della fides spezza la comunità «in due metà ugualmente inservibili». Il superamento può avvenire solo attraverso il recupero della concordia.
Lo hanno messo bene in luce, in particolare, coloro (Nestle[59], Momigliano[60], Bertelli[61], Peppe[62]) che, analizzando l’apologo di Menenio Agrippa, hanno ricercato la genesi del criterio storiografico della concordia, individuando le ragioni del rimodellamento della narrazione della prima secessione, il Momigliano nell’esigenza di affermare l’ideale aristocratico in cui le diverse parti dello Stato sono subordinate ad un ordine superiore che garantisce l’equilibrio, il Bertelli, nelle tensioni ideologiche dell’età graccana che portano allo slogan politico della concordia ordinum, il Peppe nel formarsi di una più ampia concezione dello Stato e della convivenza civile. In Livio, la riscrittura in termini di concordia della prima secessione, coerentemente dalle battute iniziali con l’abdicazione del dittatore Valerio (Non placeo … concordiae auctor,  II 31, 9) alla conclusione (agi de concordia coeptum II 33, 1), porta ad edulcorare il fatto in sé, cancellando quegli aspetti di violenza[63] che poi trapelano sporadicamente (ad es. i campi saccheggiati di contro al rispetto per i raccolti[64]), al punto che Livio, recuperando dall’antica memoria degli annali il rito dittatoriale dell’infissione del chiodo, definisce le secessioni frutto di menti alienate dall’ira, che possono essere riportate a saggezza da un rito piaculatorio[65].
Nelle pagine di Dionigi[66] lo spazio di mediazione è condiviso da Manio Valerio, figura presente anche in Livio[67], ma limitatamente ai fatti che precedono la secessione, come dittatore filoplebeo, che abdica per protesta contro il rifiuto del Senato di deliberare de nexis. Da questo momento nelle pagine di Tito Livio sparisce; permane invece in quelle di Dionigi, come uno dei dieci ambasciatori inviati a mediare, anzi il più anziano e il più popolare, colui che torna a Roma a sancire l’accordo.
L’Elogium aretino di età augustea[68] (Inscr. Ital. 13, 78) lo indica come dittatore ed augure e lo celebra come colui che plebem de sacro monte deduxit / gratiam cum patribus reconciliavit / faenore gravi populum … liberavit.
Pesa su Manio Valerio una posizione molto diffusa nella storiografia contemporanea, quella di leggere i dati relativi ai Valerii nella tradizione annalistica come frutto di un intervento di rielaborazione operato da Valerio Anziate[69], così come la tradizione claudia, che ad essa si oppone, sarebbe debitrice a Claudio Quadrigario[70]. E nel caso di questo dittatore del V secolo a.C., nel suo ruolo di conciliatore, più di uno ha richiamato la preoccupante somiglianza con l’identico ruolo del dittatore Valerio per la sedizione/secessione del 342 a.C. Le quiete acque di un sostanziale disinteresse per questa figura sono state con buoni argomenti agitate da Vallocchia[71].
Ora il Vallocchia si rende conto benissimo della difficoltà che presenta questa associazione dittatura-augure (anche perché esiste un omonimo augure, ma le fonti lo pongono ben lontano dal tempo della secessione, nel 463 a.C.), ma ha senz’altro ragione di richiamare l’importanza degli atti che la plebe compie nel campo religioso (la consecratio del mons, l’erezione dell’ara a Iuppiter) e nell’insistere sulla figura di Valerio come garante della legalità e della regolarità delle procedure. Nella sua funzione di augure, egli avrebbe consentito «di porre le condizioni giuridico-religiose necessarie perché la plebe non violi la religio» e «possa lasciare il mons della secessione senza aver turbato la pax deorum»[72].

5. Le procedure di conciliazione. Aspetti giuridici rituali religiosi

Fin dall’inizio della riflessione storiografica moderna, si è posto il problema della verisimiglianza storica e giuridica del foedus che, a stare a Dionigi[73], e più velatamente a Livio[74], avrebbe sancito, per mezzo dei feziali, l’accordo finale della prima secessione.
E la questione è stata molto dibattuta[75] tra storici e giuristi, con varie argomentazioni ed anche con una ricerca di ipotesi conciliatorie tra le opposte posizioni[76] (poiché il problema che ne è al centro, ossia se uno strumento come il foedus che opera nei rapporti di carattere internazionale potesse essere stato legittimamente impiegato a regolare i rapporti tra patrizi e plebei, è problema che investe la natura della collettività plebea e il fondamento del tribunato della plebe[77]). Se la plebe costituiva una parte della cittadinanza e non una comunità autonoma[78], argomenta il De Martino[79], questo basta per impedire la conclusione del foedus e ancor di più l’ipotesi del foedus diventa insostenibile se si considera il carattere delle leggi sacrate, tipiche di un ordinamento in cui non vi erano sanzioni giuridiche riconosciute da una comunità come obbligatorie per tutti. Il trattato e le leggi sacrate costituirebbero categorie giuridiche incompatibili. La questione, direi, potrebbe dichiararsi chiarita dopo le ricerche del Catalano[80] sul cosiddetto “sistema sovrannazionale” romano, che hanno lucidamente mostrato come non sia corretto utilizzare le categorie moderne di diritto internazionale e diritto statuale rispetto alla nozione di foedus. Meglio ricondursi allo ius fetiale, uno ius percepito dai Romani come universale, che individua come suoi potenziali soggetti comunità che non corrispondono all’idea moderna di Stato. E su questa linea il Tondo[81] ritiene che l’accordo reso solenne dall’intervento dei feziali dovette consentire l’utilizzo, con qualche adattamento, del tipo di ius iurandum in uso per i trattati, quale strumento particolarmente idoneo a vincolare, nella maniera più efficace, l’intera comunità civica. Del tutto diversa la conclusione della secessione del 449 a.C. Piuttosto strano, così lo definisce il Bayet[82], lo schema che Livio propone del ritorno alla libera res publica dopo l’abdicazione dei decemviri, nient’altro avviene che la decisione senatoria di creare nuovi tribuni sotto la presidenza del pontefice massimo e di concedere l’amnistia per la secessione dei soldati e della plebe. Non c’è traccia di foedus, tutto avviene in comitiis e col recupero di quelle cerimonie sacrificali, di sapore magico per il Piganiol[83], che già avevano chiuso la prima secessione e che erano mirate a restituire ai tribuni quella sacrosanctitas il cui ricordo ormai era quasi svanito. Questo diverso andamento indica con chiarezza come già il movimento secessionistico del 449 a.C. avvenga in un contesto politico tanto mutato da portare ad una conclusione giuridicamente diversa, col riconoscimento del tribunato. Le secessioni, uguali nella dinamica, non possono essere considerate unitariamente quanto a motivazioni e conclusioni. Nella storiografia contemporanea, non trova molto spazio l’analisi degli aspetti rituali delle secessioni e delle ripercussioni che dovettero avere sul piano sacrale[84], anche se tutti sono consapevoli che, in una società come quella romana, politica e religione sono indissociabili, sono due facce della stessa realtà[85]. L’interesse si è facilmente focalizzato sull’istituzione del culto di Cerere, sia per quanto può testimoniare sulla situazione agraria del tempo, sia per il suo ruolo come centro degli tesori e degli archivi plebei, sia per l’incertezza della sua derivazione (greca per il Momigliano[86]) e, in particolare, per il suo supposto rappresentare, con la triade aventinese, un contraltare alla triade capitolina.
Sono restati in ombra quei risvolti religiosi della secessione, che ora in parte il Vallocchia recupera, cercando di chiarire la fondatezza o meno della qualificazione di augure che l’elogio epigrafico associa (ed è un unicum) alla dittatura di Manio Valerio. Dando il giusto rilievo agli atti rituali della plebe, giunge alla conclusione che la secessione non determina alcuna rottura sul piano religioso, anzi i plebei si pongono esplicitamente sotto la protezione degli dei della città e non affermano proprie scelte religiose. È anche la tesi del de Cazanove[87], che rilegge il modo con cui l’esercito si organizza al campo al tempo della prima secessione. I soldati, egli osserva, portano con sé le insegne militari, il cui valore sul piano religioso è ben colto da Dionigi, che le definisce statue divine, ídrymata theōn (VI 45, 2). Non praticano alcuna rottura in materia religiosa, anzi richiedono la presenza fisica degli dei di Roma; e soprattutto si pongono sotto la protezione di Iuppiter, facendo dell’altare votato sul Monte Sacro una replica di quello capitolino, solo che si tratta di Iuppiter Territor, a rammentare a tutti quale tremenda minaccia significhi una secessione.
Coerentemente con questa impostazione, il de Cazanove vede nel culto di Cerere non culto plebeo che si contrappone al culto capitolino, ma un culto integrato nel quadro dei culti civici. Solo attraverso un processo complesso il tempio di Cerere sarebbe divenuto il luogo privilegiato in cui si cristallizzano le istituzioni plebee, una sorta di contraltare rispetto al polo capitolino, non nel senso di una opposizione alla triade, ma piuttosto come complemento ad essa, poiché Iuppiter è garante della fides che regge il contratto sociale, ma quando la fides non basta più, ci vogliono anche gli archivi per conservare gli scritti che non mentono. Che cosa rappresenta la secessione nella storia della plebe del V secolo? Una suggestiva risposta è quella del Richard[88]: «Con la secessione la plebe entra nella storia», risposta che è giustificata dalla tesi che solo con le secessioni la plebe uscì da una condizione virtuale, divenendo forza politica.
Per la scuola che si rifà al Mommsen[89], la plebe entra con la secessione in uno stato di rivoluzione permanente. Di fronte allo stato di diritto, ossia alla res publica patrizia, la plebe incarna la forza illegale, che per due secoli resta ai margini della città, finché il tribunato e i concilia plebis furono assimilati al populus. Al Mommsen si ricollega espressamente il De Martino[90], che qualifica la plebe società rivoluzionaria dentro il comune. Ancora più deciso il Guarino[91], che intitola il suo saggio del 1975 alla rivoluzione della plebe, definita «grandiosa e fin oggi per più versi misteriosa, forse misconosciuta, l’unica sola vera rivoluzione registrata nella storia di Roma» (il saggio del Syme era già uscito da decenni). In realtà, nella storiografia moderna, la valutazione di rivoluzione/rivoluzionario ricorre frequentemente, ed è principalmente diretta a qualificare la natura del tribunato della plebe, spesso definito come tale, almeno nella sua genesi, e/o l’intero processo di formazione dello Stato patrizio-plebeo. Che sia dubbia la correttezza, per comprendere la realtà romana, dell’uso di concetti che appartengono ad esperienze moderne, ed anche ad ideologie ben precise, lo dimostrò quella riflessione importante condotta, da storici e giuristi, nell’incontro preparatorio del seminario cagliaritano del 1971, su “Stato e istituzioni rivoluzionarie in Roma antica”, in cui si fronteggiarono visioni opposte[92]. Le conclusioni di tale dibattito sono quelle enunciate, in particolare, dal Catalano[93]: «L’uso del concetto rivoluzione… è probabilmente utile per commisurarsi sul dato storico… ma non è certo sufficiente per afferrarlo nella sua interezza, …l’importante è cercare nell’esperienza e nei concetti antichi ciò che può essere utile al rinnovamento del pensiero e della società contemporanei», e su questo si può concordare.

 

 


[1] J. Beloch, Römische Geschichte bis zum Beginn der punischen Krieg, Berlin 1926, 283.

[2] E. Pais, Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli, 1, Roma 1913, 492 ss.

[3] J.-Cl. Richard, rec. a F. Serrao (ed.), Legge e società nella repubblica romana, I, Napoli 1981, REL, 60, 1982, 438.

[4] T.J. Cornell, The Failure of the Plebs, in Tria Corda. Scritti in onore di A. Momigliano, Como 1983, 101-120; The Value of the Literary Tradition concerning Early Rome, in Social Struggles in Archaic Rome, Berkeley 1986, 52-76; The Beginnings of Rome, Italy and Rome from the Bronze Age to the Punic Wars (c. 1000-264 BC), London 1995.

[5] S. Tondo, Profilo di storia costituzionale romana, Milano 1981.

[6] L. Amirante, Una storia giuridica di Roma, I, Napoli 1985.

[7] F. Serrao (ed.), Legge e società nella repubblica romana, I, Napoli 1981.

[8] D. Gutberlet, Die erste Dekade des Livius als Quelle zur gracchischen und sullanischen Zeit, Hildesheim-Zürich 1985.

[9] Ancora aperto e dibattuto il tema dell’origine della distinzione tra patriziato e plebe. Rilevava il Momigliano, in un ben noto articolo del 1967 dedicato all’Ascesa della plebe nella storia arcaica di Roma (in RSI, 79, 1967, 297-312, ora in Quarto Contributo, 437-454), quel che definisce una stranezza, ossia il disinteresse che aveva colpito, negli ultimi 30 anni, uno dei temi classici, fin dall’800, della storiografia su Roma arcaica, quello delle lotte tra patrizi e plebei. Il Momigliano scriveva nel 1967 e l’unico lavoro originale che cita del trentennio è la Lex sacrata di F. Altheim (Amsterdam 1940). Ne attribuisce la causa non tanto e non solo al prevalente interesse per la ricerca archeologica che aveva visto la ripresa degli scavi a Roma Lavinio a Pyrgi a Veio e alle scoperte clamorose conseguenti, quanto soprattutto all’ingessatura che aveva subito la visione dei rapporti sociali arcaici, indotta dagli studi del Dumézil (ad es. Métiers et classes fonctionnelles chez diverses peuples indo-européennes, in AESC, 13, 1958, 716-724) sulla società indoeuropea (per cui Roma è erede del sistema tripartito delle caste indo-europee) e di Andreas Alföldi, con i suoi richiami alla comunanza tra Iranici e Latini o Latini Turchi (Der frührömische Reiteradel und seine Ehrenabzeichen, Baden-Baden 1952, Early Rome and the Latins, Ann Arbor s.d. (1965). In realtà l’insieme del lavori dedicati, tra le due guerre mondiali, alla plebe romana aveva visto il progressivo attenuarsi dell’interesse sul problema dell’origine (che tanto aveva appassionato dalla fine dell’800 e gli inizi del ‘900) e il prevalente concentrarsi dell’attenzione di storici e di giuristi sull’organizzazione che la plebe si era data dopo la prima secessione. Il lavoro dell’Altheim viene quasi a conclusione di un decennio assai fertile: basti pensare alle ricerche del Momigliano stesso sull’origine delle magistrature romane (il tribunato, 1932; l’edilità, 1933) e sugli ordinamenti centuriati (1938) o, sugli stessi temi, di G. De Sanctis sull’edilità plebea del 1932; sulle origini dell’ordinamento centuriato del 1933), del Niccolini (Il tribunato della plebe, 1932) del Siber (sulle magistrature plebee fino alla legge Ortensia del 1936), dell’Hoffman (sulla plebe, 1938), del Cornelius (sulla storia romana arcaica, 1940). In altre parole, non si ricerca più ciò che differenzia la plebe dai patrizi a partire da un passato più o meno lontano e quasi mitico, ma il problema della genesi della plebe diventa il problema della genesi degli istituti in cui si è venuta esprimendo la differenza tra patrizi e plebei. A questa svolta metodologica, alla metà degli anni ‘40 si aggiunge col lavoro del Last sulla riforma serviana (The Servian Reforms, in JRS, 35, 1945, 30-48) una forte svolta anche nei contenuti, con la decisa affermazione che la distinzione tra patrizi e plebei si sviluppò dopo la fine della monarchia, per effetto della sopraffazione politica di un gruppo di potenti famiglie che si chiusero in casta, tesi che sviluppava precedenti osservazioni del Soltau, Jordan, Meyer, Hulsen e che spazzava via (o tentava di farlo) il postulato niebhuriano praticato a lungo del privilegio patrizio di appartenenza alla cittadinanza (cfr. su ciò J.-Cl. Richard, Les origines cit., 76 s.).

Si riaccende un dibattito che è tuttora lontano dall’essersi concluso su quando e come si siano formati i privilegi patrizi (con le teorie sull’origine repubblicana del Last (op. cit.), del Magdelain (Auspicia ad patres redeunt, in Hommages à J. Bayet, Bruxelles 1964, 427-473), del Ranouil (Recherches sur le patriciat (509-366 avant J.-C.), Paris 1975), del Palmer (The archaic community of the Romans, Cambridge 1970), sul rapporto tra plebe e organizzazione centuriata (che vede contrapporsi la tesi del Momigliano – Osservazioni sulla distinzione fra patrizi e plebei, in Les origines de la République romaine, Gèneve 1966, 199-221, ripubblicato nel Quarto contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, 419-436 – di un’esclusione della plebe dalla classis, alle opinioni di chi vede proprio nella presenza della plebe nell’ordinamento oplitico la ragione della forza delle secessioni e accetta il dato della tradizione che ci presenta il rifiuto delle leve come uno degli strumenti della lotta plebea), sui contenuti delle tante opposizioni patres/conscripti, adsidui/proletari, maiores/minores gentes (dibattito sollecitato dal Momigliano, e che investe in pieno la problematica relativa alla fisionomia sociale del V secolo a.C.), sulla proprietà delle terre e la attendibilità della tradizione quando pone una questione agraria in tali tempi (attendibilità fortemente negata dal Gabba – ad es. in Problemi di metodo per la storia di Roma antica, in Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica, Atti dei Convegni Licei, Roma 1993, 12-24 –, ma da altri sostenuta). Una forte esigenza fu espressa dal Richard alla fine degli anni ‘70 (Les origines cit.), quella di mettersi decisamente alle spalle il problema più o meno inafferrabile dei primordia del dualismo patrizio-plebeo, sostituendo, sulla scia del Pallottino, il concetto di formazione, anzi di creazione continua, a quello di origine. Seguendo l’indicazione della tradizione annalistica, che colloca l’inizio del conflitto all’indomani della morte di Tarquinio, il Richard va a verificare le condizioni politiche e sociali che portano la plebe a diventare gruppo di pressione e forza politica. È evidente che se l’origine del conflitto si sposta all’inizio dell’età repubblicana, la prima secessione viene ad assumere un rilievo fondamentale, rappresentando il momento di genesi di un’organizzazione binaria, al punto che in abbastanza fresco manuale (Storia di Roma, Milano 2000) di Adam Ziolkowski si legge che «in realtà questo dualismo fu il risultato di un’espansione di un’organizzazione nata nel 494 a.C., di carattere affine ad un sindacato o a un partito moderno», visione attualizzante che si giustifica con l’enfasi che lo Ziolkowski pone sulla solidarietà di gruppo dei plebei. In questi ultimi decenni, un’altra svolta si è avuta nella ricerca di nuove prospettive per analizzare e comprendere la lotta tra gli ordini, con i contributi del Raaflaub (Politics and Society in Fifth Century Rome, in Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica, Atti dei Convegni Lincei, Roma 1993, 129-157) e di Eder (The Political Significance of the Codification of Law in Archaic Societies: an unconventional hypothesis, in K. Raaflaub (ed.), Social Struggles in Archaic Rome: new perspectives on the Conflict of the Orders, Berkeley 1986, 262-300), che hanno portato al centro del dibattito l’utilità di un’analisi comparativa tra le póleis greche arcaiche e Roma. Il Raaflaub cerca nel mondo greco modelli interpretativi utili e applicabili alla realtà economica e sociale romana, così come l’Eder propone interessanti analisi comparative sulle codificazioni aristocratiche, che portano alla non di poco innovativa ipotesi di vedere in esse l’esito di propositi auto-regolamentatori dei gruppi aristocratici. Tante ricerche, tante ipotesi, tanti diversi modelli interpretativi del conflitto, che lungi dall’aver trovato un ubi consistam abbastanza concorde, mi pare però abbiano portato a significative conclusioni: la conferma della centralità del ruolo delle secessioni come punto di genesi dell’organizzazione plebea, e una concezione meno rigida, più duttile, sia della fisionomia della plebe, intesa non più come corpo omogeneo e monolitico di tutti poveri, ma come un gruppo che presenta al proprio interno differenziazioni economiche e sociali, e quindi aspirazioni diverse, sia della natura e dell’articolazione del conflitto, che non resta immutato per quasi due secoli, ma si snoda in più momenti, di diverso carattere e complessità (cfr. i contributi in due importanti volumi, W. Eder (ed.), Staat und Staatlichkeit in der frühen römischen Republik, Stuttgart 1990; K. Raaflaub (ed.), Social Struggles, cit.; nonché Crise et transformation des sociétés archaïques de l’Italie antique au Ve siècle av. J.C., Rome 1990; Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica, Atti dei Convegni Lincei, Roma 1993).

[10] J.-Cl. Richard, Les origines cit., 541 ss.

[11] Vedi G. Poma, Considerazioni sul processo di formazione della tradizione annalistica: Il caso della sedizione militare del 342 a.C., in W. Eder (ed.), Staat und Staatlichkeit cit., 139 ss.

[12] J. Beloch, Römische Geschichte cit., 283.

[13] Vd. n. 11.

[14] R.E. Mitchell, Patricians and Plebeians. The Origin of the Roman State, Ithaca 1990, 131 ss.

[15] Ed. Meyer, Der Ursprung des Tribunats und die Gemeinde der vier Tribus -Anhang: Die Secessionen von 494 und 449, in Hermes, XXX, 1895, 1-24, ora in Kleine Schriften, Halle 1924, 331-379.

[16] Th. Mommsen, Römische Staatsrecht, 2, 3a ed., 273-374, cfr. anche Storia di Roma antica, I, 1, Torino 1925 (a cura di E. Pais), 253 s.

[17] J. Binder, Die Plebs. Studien zur römischen Rechtsgeschichte, Leipzig 1909, 378.

[18] G. Niccolini, Il tribunato della plebe, Milano 1934, 30-31.

[19] Per la prima secessione, la descrizione liviana (II 32, 2) ci presenta una seditio che matura entro l’esercito reduce e vittorioso che, chiamato artatamente ad un nuovo impegno militare, prima medita l’uccisione dei consoli per sciogliersi dal giuramento; poi su iniziativa di un tal Sicinio iniussu consulum si ritira, e qui sta pacificamente, in un campo munito sul Monte Sacro o sull’Aventino (che è versione più antica, risalendo a Pisone fr. 22 (Peter 1, 129), mentre quella relativa al Monte Sacro per l’Ogilvie (A commentary on Livy, books 1-5, Oxford 1965, 311) sembrerebbe risalire a Sempronio Tuditano). Per Cicerone, invece, va sul Monte Sacro e sull’Aventino (De re publica II 58 e 63), per Dionigi (Antichità romane VI 45, 2; X 35, 1) sul solo Monte Sacro, mentre Dione Cassio parla genericamente e prudentemente solo di un colle (fr. 17. 9). Più complessa è la dinamica della seconda secessione, che si collega alla caduta dei decemviri. Per Livio (Ab Urbe condita III 50-54), che si abbandona ad un ampio racconto, lo sviluppo è complesso: due sono gli eserciti negli accampamenti, uno era in monte Vecilio e spinto da Virginio occupa in armi l’Aventino, l’altro in Sabinis, da dove per iniziativa di Icilio e Numitore si ricongiunge ad esso; a questo movimento degli armati verso Roma si aggiunge la plebs urbana, mogli e figli insieme si spostano sul Monte Sacro, abbandonando la città, poi di nuovo, fatto l’accordo, sull’Aventino. Per Cicerone gli armati vanno (De re publica II 63) prima sul Monte Sacro e poi sull’Aventino, parlano del solo Aventino Sallustio (Bellum Iugurthinum XXXI 17), Dionigi (IX 43), Diodoro (Antichità romane XII 24, 5) e altri ancora. Intanto, queste complicate manovre sono, per l’Ogilvie (op. cit., loc. cit.), il frutto dell’incrocio di due tradizioni che collocano la secessione su due colli diversi (en passant, la mancanza di chiarezza è in Livio stesso che a distanza di poche righe definisce l’Aventino come il locus felix dove ebbe inizio la libertà della plebe (Ab Urbe condita III 54, 9) e il Monte Sacro come il colle in cui fu eletto il primo tribuno della plebe). Resta isolata la testimonianza di Varrone (De lingua latina V 81, 52 Collart): in secessione Crustumerina, che però non può essere trascurata, data la bontà del suo lavoro antiquario. E poiché la citazione di Varrone è relativa alla derivazione del nome dei tribuni dai tribuni militum, può essere intesa in più modi, riferita alla prima secessione (in tal caso potrebbe indicare un terzo luogo o identificare in altro modo ancora il Monte Sacro, così il Niccolini e i più) o riferita alla seconda, e collocante la prima elezione dei tribuni nel 449 a.C. Il Mazzarino (Note sul tribunato della plebe nella storiografia romana, in Index, 3, 1972, 174-191) tra questi, che dà grande rilievo al fatto che per Varrone i tribuni della plebe sono ex tribunis militum primum … facti, per cui vi vede una conferma, non solo della natura originaria militare e rivoluzionaria del tribunato, ma anche del fatto che si tratti della seconda secessione scoppiata nell’esercito arroccato a difesa inter Fidenas Crustumeriamque, e poi passato in agrum sabinum (Ab Urbe condita III 43) – e non nella Sabina o sull’Algido, come è più diffusa tradizione – e che da questa secessione abbia avuto inizio il tribunato.

[20] R.T. Ridley, Notes on the Establishment of the Tribunate of the Plebs, in Latomus, 27, 1968, 535-554.

[21] A. Guarino, La rivoluzione della plebe, Napoli 1975.

[22] F. Fabbrini, v. Tribuni plebis, in NNDI, 1969, 778-822.

[23] Fluss, v. secessio, in PWRE, 2, A, 1, 1921, coll. 974-976.

[24] Oxford Latin Dictionary, v. secessio 2, ed. P.G.W. Glare, 1982, 17161; A. Forcellini, Lexicon totius latinitatis, t. IV, 1965 (ed. an.), 2711.

[25] Th. Mommsen, Storia di Roma antica cit., 242.

[26] F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, Napoli 1972 (2a ed.), 260 ss.

[27] G. Piccaluga, La colpa di ‘perfidia’ sullo sfondo della prima secessione della plebe, in Le délit religieux dans la cité antique, Rome 1981, 21-25.

[28] Vedi P. Catalano, Tribunato e resistenza, Torino 1971, 21 ss. Si deve a G. Grosso la proposizione del rapporto tra il moderno diritto di sciopero e l’azione della plebe (Il diritto di sciopero e l’intercessio dei tribuni della plebe, in RISG, 89, 1952-1953, 397-401).

[29] P. Catalano, Tribunato e resistenza cit., 25.

[30] R.E. Mitchell, Patricians and Plebeians cit., 13.

[31] W. Eder, Zwischen Monarchie und Republik: das Volkstribunat in der Frühen Römischen Republik, in Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica, Atti dei Convegni Lincei, Roma 1993, 97 s.

[32] T. Cornell, The Beginnings of Rome cit., 256 s.

[33] Ab Urbe condita II 32, 5.

[34] A. Momigliano, L’ascesa della plebe cit., 297 ss.

[35] J. Ellul, Réflexions sur la révolution, la plèbe et le tribunat de la plèbe, in Index, 3, 1972, 155-167.

[36] G. Lobrano, Il potere dei tribuni della plebe, Milano 1983, 199.

[37] K. Raaflaub, Politics and Society in Fifth Century Rome, in Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica, Atti dei Convegni Lincei, Roma 1993, 129-157, 151.

[38] F. Münzer, v. Sicinius (4), in PWRE 2, A, 2, coll. 2195-2199. Nel 487 a.C. un T. Sicinio (o Siccio, per Dionigi), che forse ha il cognomen Sabinus, infatti, parrebbe essere console nel 487 a.C., trionfatore sui Volsci (Ab Urbe condita II 40,14). In realtà i Sicinii, insieme con i Cassii, i Cominii, i Tullii, i Minucii rappresentano uno dei problemi più ostici da affrontare, quello annoso dei nomi plebei nelle liste consolari in età anteriore all’istituzione del tribunato consolare. La storiografia moderna ha tentato varie vie d’uscita, a cui è sottesa l’accettazione o meno dell’assunto liviano (Ab Urbe condita IV 4, 1) che il consolato dalla sua nascita sia stato ricoperto solo da patrizi: nomi frutto di tarde interpolazioni plebee, nomi in età arcaica portati da patrizi poi decaduti, nomi di coscripti, nomi autenticamente plebei che attestano come in età arcaica il consolato non fosse monopolio patrizio, coesistenza in una medesima gens di due stirpes, una patrizia, una plebea. Per un punto su tale dibattito, cfr. J.-Cl. Richard, Les origines cit., 529; A. Mastrocinque, Lucio Giunio Bruto. Ricerche di storia, religione e diritto sulle origini della repubblica romana, Trento 1988, 96 ss.

[39] E. Pais, Storia critica di Roma cit., 126.

[40] J.-Cl. Richard, Les origines cit., 527.

[41] L. Sicinius Vellutus o Bellutus, destinato a diventare tribuno nel 493, edile della plebe nel 492 e forse ancora tribuno nel 491 a.C. dà l’avvio ad una serie di Sicinii presenti nei fasti dei tribuni e degli edili, che si intrecciano e confondono con i Siccii, e che si interrompono dopo il 387, quando un L. Sicinius è autore di una rogatio de agro Pomptino (Ab Urbe condita VI 6, 1), lasciano il passo ai Licinii e ai Sestii, per poi ricomparire appunto nel 76 a.C. con un Cn. Sicinius. Una gens debolissima, non presente in incarichi di rilievo dopo il IV secolo a.C., in cui, a quanto pare, ebbe a cuore la questione agraria. Cfr. G. Niccolini, I Fasti cit., 1 ss. Difficile pensare che questo ruolo di capofila di una dinastia di tribuni non sia una diretta conseguenza dell’altro ruolo di promotore della secessione che almeno Livio gli riconosce e altrettanto difficile pensare che non sia un plebeo. Semmai si potrebbe riflettere sul cognomen Sabinus che la tarda tradizione sembra attribuirgli e considerare che è appena avvenuta in Roma la migrazione di Attus Clausus con i suoi dalla Sabina.

[42] G. Niccolini, Il tribunato della plebe cit., 40.

[43] J.-Cl. Richard, Les origines cit., 563 ss.

[44] R.M. Ogilvie, A commentary cit., 311.

[45] Tutti i ragionamenti fatti hanno portato alla conclusione che si intrecciano e fiancheggiano due filoni di tradizione: una rappresentata da Pisone, Attico, Cicerone, Asconio, che Livio conosce, e una seconda rappresentata da Dionigi di un collegio a 5, che Livio accoglie attraverso l’escamotage della cooptazione. Vedi per le fonti in merito, G. Niccolini, I Fasti cit., 1 ss. C’è un certo accordo sulle posizioni dell’Ogilvie, che raccoglie gli esiti di una ricerca che parte dal Mommsen (Römische Staatsrecht cit., 2, 272-330) e dal Meyer (Der Ursprung cit., 353-373), nel ritenere che in origine i tribuni dovessero essere due, che la lista sia ristretta sia allargata sia stato campo di bene identificabili irruzioni gentilizie o politiche a favore dei Licinii, degli Icilii e forse degli Iunii (A Commentary cit., 311 ss.). C’è una certa probabilità che la coppia originaria possa essere stata costituita in effetti da Sicinius e da L. Albinus o Albinius, illustri ignoti, per il Richard, invece, accanto a L. Albinus o Albinius va collocato uno dei cinque di Dionigi, il C. Visellus o Viscellius Ruga (Les origines cit., 568 ss.).

[46] Tra l’altro, il fatto che sottolinea, per il tribunato della plebe del 456 a.C., che L. Icilius era figlio di quell’Icilius che era stato il primo tribuno della plebe, quando gli Icilii i loro titoli di nobiltà se li acquistano all’epoca della seconda secessione.

[47] Th. Mommsen, Römische Forschungen cit., I, 111.

[48] L.R. Ménager, Nature et mobiles de l’opposition entre la plèbe et le patriciat, in RIDA, ser. 3, 19, 1972, 367-97.

[49] Per il Niebhur, Römische Geschichte cit., I, 552, Bruto era il simbolo dell’accesso della plebe al potere.

[50] E. Pais, Storia di Roma, I, Torino 1988, 364, ampiamente seguito.

[51] A. Mastrocinque, Lucio Giunio Bruto cit., 107 ss., 142 ss.

[52] A. Mastrocinque, Lucio Giunio Bruto cit., 107 ss.

[53] Ab Urbe condita II 32, 8-12; Antichità Romane, VI 83-86; Cassio Dione fr. 17, 10; Zonaras 7, 14.

[54] Sul processo di formazione della tradizione su Menenio Agrippa, cfr. J.-Cl. Richard, Les origines cit., 542, nt. 344.

[55] P.C. Ranouil, Recherches cit., 209.

[56]  J.-CL. Richard, Les origines cit., 522 ss. e nt. 279.

[57]  J. Bayet, L’organisation plébéienne cit., 145 s.

[58] Piccaluga, La colpa di “perfidia” cit., 21-25.

[59] W. Nestle, Die Fabel des Menenius Agrippa, in Klio, 21, 1927, 350-360.

[60] A. Momigliano, Camillus and Concord, in CQ, 36, 1942, 111-120 (ripubblicato nel Secondo contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Roma 1960, 99-104).

[61] L. Bertelli, L’apologo di Menenio Agrippa: incunabolo della “Homonoia” a Roma?, in Index, 3, 1972, 224-234. A suo parere, l’episodio potrebbe appartenere allo strato più antico delle secessioni della plebe, che poneva al centro il problema del nexum, conservata dalla tradizione gentilizia dei Menenii, sempre legati ai temi economici. Tradizione poi rimaneggiata alla fine del IV secolo a.C., con l’inserimento del motivo della concordia civium, quando al problema originario della soggezione economica della plebe si sarebbe sostituito il motivo ideologico. Nel liviano interpreti arbitroque concordiae civium/ legato patruum ad plebem reductori plebis romanae in urbem il Bertelli vede la spia di questo processo: i primi due termini sarebbero il frutto dell’attualizzazione, gli altri due si dovrebbero rifare al nucleo originario.

[62] L. Peppe, Studi sull’esecuzione personale. I. Debiti e debitori nei primi due secoli della repubblica romana, Milano 1981.

[63] Livio sottolinea il diverso comportamento della plebe di Ardea rispetto a quella romana: pulsa plebs, nihil Romanae plebi similis, …in agros optumatium cum ferro ignique excusiones facit (Ab Urbe condita IV 9, 8).

[64] Ab Urbe condita II 4, 1.

[65] Ab Urbe condita VII 3, 8. Mai, in ogni modo, i secessionisti subirono rappresaglie. Sul tema dell’amnistia, richiesta dai plebei, vedi da ultimo, M. Raimondi, L’amnistia tra patrizi e plebei nelle Antichità Romane di Dionigi di Alicarnasso, in Amnistia, perdono e vendetta nel mondo antico (a cura di M. Sordi), Milano 1997, 99-111.

[66] Antichità romane VI 69, 3.

[67] Ab Urbe condita II 31, 9-10.

[68] Sull’iscrizione aretina, vedi da ultimo, F. Vallocchia, Manio Valerio Massimo, dittatore e augure, in Index, 35, 2007, 27-39 (che riporta anche le altre fonti sul ruolo del dittatore).

[69] Cf. H. Volkmann, v. Valerius Antias, in PWRE, 8, A, 2, 1948, coll. 2312 ss.

[70]  S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 2, Roma-Bari 1983, 281 ss.

[71] F. Vallocchia, Manio Valerio Massimo cit.

[72] F. Vallocchia, Manio Valerio Massimo cit., 36. Giustamente l’autore richiama il ruolo che, al termine della seconda secessione, avrà il pontefice massimo.

[73] Antichità romane VI 89, 1; 84, 3.

[74] Ab Urbe condita II 33, 1: agi deinde de concordia coeptum, concessumque in condiciones…, un accenno incidentale in IV 6, 7: foedere icto cum plebe.

[75] L’ipotesi del foedus è proposta dal Niebhur (Römische Geschichte, I, Berlin 1811), ma fortemente combattuta dal Mommsen (Römisches Staatsrecht cit.).

[76] Sulle varie posizioni su questa tradizione, cf. J.-Cl. Richard, Les origines cit., 551, nt. 370.

[77] Vedi, a proposito, G. Lobrano, Il potere dei tribuni cit., 27 ss.; e dello stesso, Fondamento e natura del potere tribunizio nella storiografia giuridica contemporanea, in Index, 3, 1972, 235-262.

[78] L’argomentazione in tal senso è sviluppata da G. De Sanctis, Storia dei Romani, 2, cit., 28 ss.

[79] F. De Martino, Storia della costituzione I, cit., 340 s., con riferimenti al dibattito in merito a ntt. 25 e 26.

[80] Sulla possibilità tecnica di un foedus tra i due ordini, P. Catalano, Linee del sistema sovrannazionale romano, Torino 1965, 189, nt. 99, 195 ss.

[81] S. Tondo, Storia costituzionale cit., 166.

[82] J. Bayet, L’organisation plébéienne cit., 145-153.

[83] A. Piganiol, Les attributions militaires et les attributions religieuses du tribunat de la plèbe, in JS, 1919, 237-248 (= Scripta varia, 2, Bruxelles 1973, 261-271).

[84] Considerazioni interessanti in D. Sabbatucci, Patrizi e plebei nello sviluppo della religione romana, in SMSR, 24-25, 1953-54, 76-92.

[85] J. Scheid, Religion et piétè à Rome, Paris 1985.

[86] A. Momigliano, L’ascesa della plebe cit., 239-256; sul culto in generale, H. Le Bonniec, Le culte de Cérès à Rome, Paris 1958.

[87] O. de Cazenove, Le sanctuaire de Cérès jusqu’à la deuxième sécession de la plèbe, in Crise et transformation, Roma 1980, 373-399.

[88] J.-Cl. Richard, Les origines cit., 541.

[89] Conosciamo tutti la posizione del Mommsen, se il populus ist der Staat ci fu forzatamente un’epoca in cui la plebe non era altra cosa che la rivoluzione in permanenza, posizione come è noto, che era debitrice ad una concezione statualistica del diritto; per il Mommsen, la plebe è «Gemeinde in der Gemeinde». Sul concetto di stato in Mommsen, e il dibattito successivo, vedi, tra gli altri, G. Lobrano, Fondamento e natura cit., 240 ss.

[90] F. De Martino, Storia della costituzione, I, cit., 338 s.

[91] A. Guarino, La rivoluzione della plebe cit., 15.

[92] I cui interventi sono in Index, 3, 1972. Si fronteggiarono visioni, almeno in apparenza, opposte: il Sabattucci (La censura: istituzione rivoluzionaria dell’antica Roma, 192 s.) che affermava che l’invenzione dei romani, rivoluzionaria rispetto all’ordinamento gentilizio, fu lo Stato, inteso quindi come il prodotto di una rivoluzione culturale, l’Ellul (Rèflexions sur la révolution cit., 55 ss.) per cui il movimento plebeo tendeva a trovare e affermare un proprio ruolo autonomo dentro una civitas dualistica in via di costruzione, in cui il tribunato non agiva in forma rivoluzionaria perché restava nel quadro della civitas («la creazione di uno Stato di tensione bipolare tra due gruppi della comunità»), il Sereni (Considerazioni di metodo su Stato, rivoluzione e schiavitù in Roma antica, 203 ss.), tutt’altro che propenso ad usare, anzi abusare del termine rivoluzione «più giornalistico che storiografico», e per il quale, in ogni modo, la rivoluzione è da intendersi fondamentalmente sul piano sociale; in sintonia con l’Ellul, il Sereni è disposto ad accettare un processo rivoluzionario, ma mai delle istituzioni rivoluzionarie. Gli storici, in tale dibattito, mi pare siano restati abbastanza defilati; basti pensare al Mazzarino, che nel 1966, in Pensiero storico classico, II, 2, 183, aveva a ragione sostenuta la non appartenenza del concetto di rivoluzione (revolutio) al mondo classico: «A indicare la nostra idea di rivoluzione Greci e Romani non scomodarono mai grandi concetti cosmici», e aveva precisato che per essi l’idea di rivoluzione non si allontanò mai dal campo strettamente politico: «…nel pensiero antico un fatto rivoluzionario ha sempre rapporto con una determinata situazione concreta contro la quale si è posto». Ricorda inoltre come i Romani definissero un fatto di tal genere: seditio,tumultus etc., non secessio. Per cui il Mazzarino (Note sul tribunato della plebe, cit., 174 ss.), in questo seminario, indaga sul momento graccano come momento in cui il tribunato riacquista «quel carattere rivoluzionario che il trapasso del tribunato a magistratura dello Stato aveva almeno per certi aspetti, attenuato» e sulla rielaborazione storiografica della tarda repubblica sul V secolo a.C.; in particolare per le secessioni, tende a rivalutare la posizione varroniana che afferma l’origine militare e rivoluzionaria del tribunato. Ne consegue che la secessione è un fatto rivoluzionario, ma non quella dei reduci del 494 a.C., quanto piuttosto quella varroniana, dei tribuni che derivano ex tribunis militum, e che il Mazzarino colloca nel 449 a.C. Sul tema, vedi anche Inchiesta: La rivoluzione romana, in Labeo, 26, 1980, 192-247; Stato e istituzioni rivoluzionarie in Roma antica, in Index, 7, 1977, 3-224.

[93] P. Catalano, A proposito dei concetti di ‘rivoluzione’ nella dottrina romanistica contemporanea (tra rivoluzione della plebe e dittature rivoluzionarie), in SDHJ, 43, 1977, 440-445.