Il Cippo del Foro

Durante la campagna di scavo del 1899, a Roma, l’archeologo Giacomo Boni portò alla luce il cosiddetto “Cippo del Foro” e lo associò a un frammento di Sesto Pompeo Festo, un grammatico latino di II-III secolo d.C., che riferiva:

Niger lapis in comitio locum funestum significat, ut alii dicunt Romani morti destinatum, sed non usu obuenisse ut ibi sepeliretur, sed Faustulum nutricium eius, ut alii dicunt, Hostilium auum Tulli Hostilii regis.

«La pietra nera indica nel comizio un luogo funesto, che alcuni dicono destinato al sepolcro di Romolo, ma che non accadesse più che ivi si seppellisse, ma alcuni lo dicono destinato a tomba di Faustolo, suo patrigno, altri di Ostilio, avo di re Tullo Ostilio».

(Fᴇsᴛ. 𝐿.𝐿. p. 177 Lindsay)

Pianta del Comitium in età tardorepubblicana (in tratteggio più spesso la fase arcaica). Da COARELLI 1983.

La collocazione del cippo piramidale in pietra tufacea nell’area del Comitium, una zona del Foro Romano in cui, in epoca repubblicana, i cives Romani erano soliti adunarsi per eleggere i magistrati e votare le leggi, segnava un locus funestus, cioè il luogo in cui sarebbe scomparso il fondatore dell’Urbe. Lo scavo di Boni al di sotto del pavimento in marmo nero, risalente al I secolo a.C., portò alla luce un complesso monumentale molto arcaico, accessibile tramite una scaletta, costituito da una piattaforma con un altare a tre ante e a “U”, un tronco di stilobate (forse il basamento per una statua), e il cippo piramidale: quest’ultimo su ogni faccia recava un’iscrizione bustrofedica (da βουστροφηδόν, cioè «a somiglianza dei buoi che arano un campo»), in un alfabeto di derivazione greco-etrusca.

Data l’ubicazione e l’importanza del luogo, il testo inciso doveva essere destinato a un uso e a un pubblico particolari: siccome, in epoca molto antica, soltanto un’élite di cittadini sapeva leggere, l’epigrafe, per essere fruibile ai più, richiedeva la mediazione di un sacerdote-interprete e deteneva un carattere magico:

Lapis Niger (CIL I 1). Schema dell’iscrizione.

quoi·hon…|…·sakros·es|ed·sord…|…oka·fhas·|·recei·io…|…euam·|·quos·re…|…kalato|rem·hab…|…tod·iouxmen|ta·kapiad·otau…|…m·iter·pe…|…m·quoi·ha|uelod·nequ…|…iod·iouestod·louquiod·qo…

«Sia consacrato agli dèi Mani colui per colpa del quale questo termine venga rimosso. Chiunque abbia commesso impurità funerarie paghi al re, come saldo della multa, il patrimonio di famiglia. Qualora il re venisse a sapere che qualcuno transiti [per la via vicina al locus funestus], allora per voce dell’araldo, in ottemperanza a una legge pubblica, ne sequestri gli animali da strada… di chi voglia intraprendere il cammino sia la responsabilità: il re non consenta ad alcuno di intraprenderlo, se non per legittimo decreto…».

(CIL I 1)

Tutto il contesto fa pensare a una lex sacra, contenente norme e disposizioni relative alle penalità, se non addirittura alle ἀποτροπαί (“maledizioni”) da scagliare contro quanti avessero tentato di violare l’area consacrata. Non a caso, sul monumento compare la formula sakrod esed (corrispondente al latino “classico”, sacer esto). Il monito, inciso sul cippo, era reso perenne dalla pietra, rimasta esposta per cinque secoli, fino agli inizi del I secolo a.C., quando appunto l’area fu ricoperta da una pavimentazione in marmo nero. La storiografia romana di epoca repubblicana (soprattutto Livio e le sue fonti annalistiche) hanno abituato a pensare che fino alla seconda metà del V secolo a.C. i Tarquini spadroneggiassero su Roma senza legge, decidendo le sorti dei cittadini secondo il loro capriccio. Evidentemente, l’iscrizione del Lapis Niger dimostra l’esatto contrario, e cioè che almeno fin dalla metà del secolo precedente la comunità romana disponesse di un’auto-regolamentazione scritta.

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Il culto di Mithra nella Commagene

di RIES J., Il culto di Mithra nella Commagene, in Opera omnia, vol. VII/1, Religioni del Vicino Oriente Antico, Il culto di Mithra dall’India vedica ai confini dell’Impero romano, trad. it. NANINI R., rev. COSI D.M., Milano 2013, pp. 193-203*.

 

1. Il Mithra ellenistico nella Commagene

La Commagene

Cominciamo la nostra ricerca sulla diffusione del culto di Mithra soffermandoci innanzitutto sulla Commagene, antica Provincia siriaca del regno seleucide. La Commagene, situata tra la Cilicia e l’Eufrate, ai piedi del Tauro, con capitale Samosata, venne integrata nell’Impero seleucide. Il nome Commagene è un adattamento greco del mesopotamico Kummuh. Questa regione ha una lunga tradizione culturale: la Commagene si trovava infatti ai confini tra l’Iran, la Mesopotamia, il paese degli Hurriti e quello degli Ittiti. Nel 162 a.C. il governatore della provincia, Tolomeo, si pone a capo di una rivolta e trasforma la Provincia in un regno indipendente. Nella Provincia della Commagene, che rappresentava un trait d’union tra il mondo iranico e il mondo anatolico, negli ultimi decenni sono state fatte importanti scoperte relative al culto di Mithra. Vanno innanzitutto ricordati i numerosi sovrani che portano il nome teoforo Mitridate. Nel regno del Bosforo il re Mitridate fu designato dall’imperatore Claudio, nel 41 a.C., come successore di Tolomeo. Nel regno dei Parti troviamo Mitridate I Filelleno dal 171 al 138 a.C. e Mitridate VI il Grande dal 123 all’86 a.C., colui che conquistò l’Armenia e istituì rapporti diplomatici con Roma nel 92[1].

Carta dell’Asia minore sudorientale (da WALDMAN H., Die kommagenischen Kultreformen unter König Mithradates I. Kallinikos und seinem Sohne Antiochos I., Brill, Leiden 1973).

Nella Commagene il culto di Mithra divenne un culto regale nel corso dei secoli precedenti alla nostra era. La documentazione è vasta[2]. Dörner descrive una serie di scoperte: statue, rilievi, iscrizioni. In esse ritroviamo l’incontro tra le tradizioni greche e quelle iraniche, in particolare in alcune iscrizioni e statue in cui figurano quattro nomi divini, quelli di Apollo, Mithra, Helios ed Hermes.

Sembra certo che l’iscrizione (OGIS 383 = IGLSyr 1 1 = CIMRM 32) di Nemrut Dağı (in cui compaiono le quattro divinità appena nominate) fu fatta incidere da Antioco I, re della Commagene dal 69 al 38 a.C. Un bassorilievo ci mostra il dio Mithra che stringe la destra del re in segno di alleanza e di protezione. Dörner ha ritrovato ad Arsameia del Ninfeo, sul fianco meridionale di Eski-Kale, i resti di un santuario. Per alcuni si tratterebbe addirittura di un antico mitreo, il più antico tra tutti quelli conosciuti, cosa che ci ricondurrebbe ai misteri di Mithra celebrati nella Commagene nel I secolo a.C. Non lontano dai resti individuati da Dörner sorge un monumento eretto da Antioco I a gloria di suo padre Mitridate I, sul quale troviamo una allusione a Mithra. Bisogna però ricordare che Dörner stesso, così come numerosi altri studiosi, non accoglie l’ipotesi del mitreo.

Queste testimonianze del I secolo a.C. documentano soltanto il culto di Mithra come culto regale: non si tratta della celebrazione dei misteri. Significativa è la rappresentazione delle immagini in cui Mithra compare di fronte al sovrano. Si vedano la statua della dexiosis (il darsi la mano destra) tra Mithra e Antioco I di Commagene a Nemrut Dağı (tav. VI) e quella di Mitridate Callinico nello hierothesion di Arsameia del Ninfeo (tav. V), «Études mithraiques», 1978. Siamo nel I secolo a.C.[3] Queste scoperte ci hanno fatto conoscere il culto regale di Mithra nella Commagene. Si tratta del culto organizzato da re Mitridate I Callinico e da suo figlio Antioco I. I documenti sono di due tipi, dal momento che abbiamo le iscrizioni su stele e quelle su rocce:

Dall’altra parte abbiamo alcuni monumenti cultuali, gli hierothesia, di cui dovremo parlare più a lungo.

Queste recenti e importanti scoperte gettano nuova luce sul culto del Mithra ellenistico. R. Turcan riassume così la situazione:

Nell’Asia minore dei diadochi le dinastie di origine iranica (alcune delle quali rivendicavano una eredità achemenide) favorirono le prime contaminazioni greco-orientali che stavano aprendo la strada dell’Occidente a un mitraismo ellenizzato. Il nome teoforo Mitridate o Mitradate, assunto dai re del Ponto, d’Armenia e della Commagene, attesta che essi veneravano in Mithra il garante divino della loro autorità. Le monete di Mitridate I, re dei Parti (171-138), portano sul rovescio una figura d’arciere paragonabile all’Apollo delle tetradracme seleucidi; nell’Impero ellenizzato degli Arsacidi lo si identificava con Mithra[4].

Antioco I di Commagene. Testa, pietra calcarea, seconda metà I sec. a.C. da Arsameia del Ninfeo (od. Eski-Katha, distretto di Katha, Provincia di Adiyaman, Turchia). Gaziantep, Museo Archeologico Nazionale.

La testimonianza di Plutarco

a) La Cilicia

Nel 67 a.C. Pompeo inaugura contro i pirati che infestavano il Mediterraneo un’azione destinata a mettere fine alle loro scorrerie contro i rifornimenti di grano, inviando squadre militari in diversi settori, ma riservando a sé la Cilicia, noto covo dei pirati. La campagna ha successo: dopo tre mesi regna la calma. La Cilicia, situata nella parte sudorientale dell’Anatolia, è l’antico territorio di Kizzuwatna del periodo ittita. Dopo la fine dell’Impero ittita cade nelle mani degli Assiri, in seguito dei Cimmeri. Sotto la dominazione persiana è unita alla satrapia di Cappadocia. Alessandro la occupa entrandovi da settentrione. La Cilicia è fiancheggiata a oriente dalla catena del Tauro, luogo montagnoso e poco abitato, che rappresentava il covo ideale per i pirati, i quali da oriente, attraverso la pianura e il corso dei fiumi, avevano facile accesso al mare.

b) La notizia di Plutarco

Nella Vita di Pompeo di Plutarco incontriamo un breve accenno al mitraismo. Ecco alcuni passi del ventitreesimo capitolo:

La potenza dei pirati che nacque in Cilicia ebbe un’origine tanto più pericolosa quanto meno era nota all’inizio. I servizi che resero a Mitridate durante la sua guerra contro i Romani ne aumentarono la forza e l’audacia … Facevano anche sacrifici barbari che erano in uso a Olimpia e celebravano misteri segreti, tra cui quelli di Mithres, conservatisi fino ai nostri giorni, che avevano fatto conoscere per primi.

Che cosa si può dedurre da questa notizia di Plutarco? Seguiamo la storia degli studi. In Les mystères de Mithra[5], Fr. Cumont afferma:

Se si presta fede a Plutarco … i Romani sarebbero stati iniziati ai suoi misteri dai pirati di Cilicia vinti da Pompeo nel 67 a.C. Questa informazione non ha nulla di inverosimile: sappiamo, per esempio, che la comunità ebraica stabilitasi trans Tiberim era composta in gran parte dai discendenti dei prigionieri che lo stesso Pompeo aveva portato con sé dopo la presa di Gerusalemme (63 a.C.). Grazie a questa particolare circostanza è dunque possibile che a partire dalla fine della Repubblica il dio persiano abbia trovato alcuni fedeli nella variegata plebe della capitale. Ma confondendosi nella folla delle confraternite che praticavano riti stranieri, il piccolo gruppo dei suoi adoratori non attirava l’attenzione. Lo yazata partecipava così al disprezzo di cui erano oggetto gli Asiatici che lo veneravano. L’azione dei suoi seguaci sulla massa della popolazione era praticamente nulla, tanto quanto quella delle comunità buddhiste nell’Europa moderna.

Cumont, dunque, accetta il fatto che i pirati di Cilicia abbiano introdotto, nel 67 a.C., i misteri di Mithra a Roma e ipotizza che il culto sia stato sostanzialmente ignorato a Roma nelle sue prime fasi di sviluppo. Ernest Will adotta, per interpretare questo testo, un approccio più sfumato[6]. Egli distingue due problemi: la data di formazione dei misteri e il luogo in cui si realizza questo evento. Per quanto riguarda la cronologia, Will utilizza anch’egli Plutarco, che allude all’esistenza del culto in Cilicia all’inizio del I secolo a.C., ma cita anche la testimonianza del poeta latino Stazio (Publio Papinio Stazio), nato a Napoli verso il 46 d.C., che attorno al 65 comincia a scrivere un poema epico, La Tebaide, portato a termine nel 90 circa. In questo poema Stazio descrive l’immagine della tauroctonia (Theb.  I 719-720), dimostrando la penetrazione del culto a Roma alla metà del I secolo della nostra era. Questa indicazione, afferma Will, corrisponde alla realtà, dal momento che è appunto sotto i Flavi, tra il 70 e il 100 d.C., che i ritrovamenti archeologici dimostrano la diffusione del culto. Questo dato, accostato alla testimonianza di Stazio, attesta dunque la diffusione del culto di Mithra a Roma alla fine del I secolo. Will utilizza il testo di Plutarco, che ci fa risalire all’inizio del I secolo a.C., come testimonianza del lungo periodo di incubazione durante il quale ebbero luogo la guerra di Armenia di Nerone e la guerra giudaica, guerre che implicarono numerosi spostamenti di truppe da Roma all’Asia. Il secondo problema è quello della nascita dei misteri, che, afferma Will, presuppone una regione e un’epoca in cui gli elementi persiani erano ancora vivi:

L’Asia minore e soprattutto la sua pane orientale apparivano, alla fine dell’epoca ellenistica, particolarmente propizie. Basti ricordare, a questo proposito, i tentativi dei reucci della Commagene della stessa epoca (I secolo a.C.) di assicurare il proprio potere e il proprio prestigio richiamandosi sia alla Grecia che alla Persia: essi si fecero raffigurare faccia a faccia con Mithra. Centocinquant’anni dopo, l’ora della Persia era passata e l’Iran dei Pani non suscitava più nei Romani paura o ammirazione profonda. La verosimiglianza è dunque più favorevole al testo di Plutarco. Ma anche lo studio dell’iconografia – che è l’unica altra nostra risorsa – fornisce argomenti che vanno nella stessa direzione[7].

Will guarda dunque con molto favore alla testimonianza di Plutarco sulla presenza dei misteri di Mithra in Cilicia all’inizio del I secolo a.C., a condizione che si pensi alla Cilicia orientale, che ai suoi occhi si rivela come «la probabile culla del culto misterico», soprattutto per via delle scoperte archeologiche, delle monete, di un’iscrizione di Anazarba e della presenza dei Magi in questa regione.

Banchetto mitraico. Bassorilievo, calco, da Konjic (Boznia-Erzegovina).

E.D. Francis[8] osserva che alcuni studiosi hanno ricavato dalla notizia di Plutarco l’idea che il mitraismo avrebbe raggiunto Roma proprio grazie all’operazione militare di Pompeo. Ma in realtà Plutarco non fornisce la data dell’arrivo a Roma di questi misteri. E parla del rito utilizzando il generico termine teletai. Inoltre, afferma Francis, non è certo che Pompeo abbia portato con sé a Roma i pirati, se teniamo conto di una nota di Servio alle Georgiche di Virgilio, che afferma: Pompeius enim victis piratis Cilicibus partim ibidem in Graecia, partim in Calabria agros dedit.

Per comprendere appieno il testo di Plutarco, afferma Francis, bisogna tenere presente che con il termine teletai Plutarco intende riferirsi non alle origini dei misteri, bensì a un contesto del tutto tradizionale. Francis pensa che le teletai (riti, cerimonie di iniziazione) siano da interpretare come una sorta di patto di protezione: avremmo così un’allusione all’adozione da parte dei pirati di una religion of robbers, un culto di banditi che, nella versione romana, diverrà poi un culto di soldati. Questo culto di banditi si sarebbe fondato sopra un patto di fratellanza, posto sotto la protezione di Mithra. E si può ipotizzare che questi banditi stringessero il loro patto nel profondo delle grotte. Le cerimonie del patto dei banditi sarebbero evidentemente riservate agli uomini: le donne ne sono escluse. Il culto mitraico dei pirati sarebbe stato, dunque, segnato dal rispetto di un patto stretto per combattere in vista della vittoria. Quando Roma adotterà i misteri di Mithra, questi riti di iniziazione si modificheranno profondamente.

Dopo aver analizzato la notizia di Plutarco, Vermaseren[9] si rivolge allo storico Appiano, il quale ci informa, nel II secolo d.C., che furono i sopravvissuti dell’esercito sconfitto del re Mitridate Eupatore a iniziare i pirati ai misteri. Mitridate VI Eupatore, re del Ponto (111-63 a.C.), nell’88 ordinò il massacro di tutti i Romani d’Asia. Nel 66 fu definitivamente sconfitto da Pompeo sull’Eufrate. Mitridate, come indica chiaramente il suo nome, era un fedele di Mithra. Come i suoi predecessori, aveva accolto nel suo esercito soldati provenienti da ogni parte dell’Asia.

In Cilicia, la montuosa patria dei pirati, esistono diversi monumenti dedicati a Mithra. Ad Anazarba è stato scoperto recentemente un altare dedicato a Mithra da un certo M. Aurelio, sacerdote e padre di Zeus-Helios-Mithra. Il dio era venerato anche a Tarso, la capitale, come provano alcune monete dell’imperatore Gordiano III che portano l’effigie dell’uccisore del toro[10].

I pirati, ai quali a volte si erano uniti personaggi importanti, veneravano Mithra nella loro comunità. Soltanto gli uomini erano ammessi al culto. È dunque probabile che, dopo la loro disfatta, i pirati abbiano portato Mithra in Italia quando Pompeo ve li trasferì[11].

Secondo Vermaseren, a Roma non abbiamo alcun monumento relativo a Mithra prima della fine del I secolo d.C. Soltanto alla fine del I secolo della nostra era Mithra comincia la sua marcia trionfale nell’Impero romano[12].

Questo primo paragrafo ci ha consentito di porre in modo chiaro il problema del Mithra ellenistico. All’inizio del secolo Cumont scriveva: «Si può affermare in generale che Mithra è sempre rimasto escluso dal mondo ellenistico». Oggi questa affermazione va presa con molta cautela, in particolare dopo le importanti scoperte della Commagene. Dobbiamo spingere più a fondo le nostre indagini e chiederci soprattutto se i documenti archeologici ed epigrafici della Commagene ci forniscono elementi capaci di documentare il passaggio dal culto regale di quella regione al culto misterico dell’Impero romano.

 

2. Il culto regale della Commagene

Hierothesion

Incontriamo il termine hierothesion in diverse iscrizioni, come quelle di Karakush e di Arsameia sull’Eufrate. Il vocabolo ha un significato del tutto particolare nella Commagene. È presente anche a Nemrut Dağı, sulla terrazza in cima alla montagna. Lo studio di H. Waldmann ci permette di chiarire diversi aspetti: il termine serve soltanto a designare un santuario funebre, un santuario regale in cui si rende un culto dinastico oppure un culto ai sovrani defunti e divinizzati[13].

Ricostruzione assiometrica della tomba-tempio di Antioco I di Commagene sul Nemrut Dağı.

Lo hierothesion di Nemrut Dağı

A Nemrut Dağı avremmo così un santuario che celebra i sovrani defunti della dinastia. Mitridate I Callinico è il primo re di una nuova dinastia che fa riferimento da una parte a Dario il Grande e dall’altra ad Alessandro Magno. Due sono le serie di divinità: Mithra-Apollo e Helios-Hermes. Si tratta di una riforma cultuale di carattere sincretistico.

Waldmann pubblica il testo greco ricostruito e la traduzione tedesca del nomos, cioè dell’ordinanza cultuale promulgata da Antioco I[14]. Eccone alcuni dei passi principali. «Il grande re Antioco, dio, il Giusto, Epifanio, amico dei Romani e dei Greci, figlio del re Mitridate Callinico e della regina Laodicea, dea … ». Il sovrano nomina gli dèi ai quali consacra il suo regno: «Così, come vedi, ho eretto a questi dèi immagini davvero degne: quella di Zeus Oromasdes, quelle di Apollo-Mithra-Helios-Hermes, quelle di Artagnes, Eracle, Ares… ». Alla riga 123 comincia il nomos, la legge. Il re designa un sacerdote incaricato del culto degli dèi e degli antenati divinizzati. Il giorno dell’apoteosi degli dèi e del sovrano, costui deve vestirsi con abiti sacerdotali persiani; dovrà fare offerte di incenso e di piante aromatiche e deporre sugli altari cibi e brocche di vino. Tutti gli alimenti saranno distribuiti tra i presenti. Tutti gli ieroduli consacrati al servizio degli dèi non saranno mai ridotti in schiavitù. I villaggi consacrati a questi dèi non saranno mai proprietà di nessuno. A tutti coloro che si conformeranno piamente alle decisioni del re saranno propizi gli dèi di Macedonia, di Persia e della Commagene.

 

Lo hierothesion di Arsameia del Ninfeo

Abbiamo una lunga iscrizione in cui Antioco afferma che questo hierothesion è stato creato da suo padre, Mitridate Callinico, per gli dèi e perché vi sia deposto il suo bel corpo, passato in vita di vittoria in vittoria. Descrive poi la città di Arsameia, costruita su due collinette simili al petto di una ninfa che esce dal fiume Ninfeo. Poi ritroviamo i soliti elementi: la fondazione di un culto in onore degli dèi e dei sovrani defunti, gli incarichi dei sacerdoti, degli ieroduli e dei fedeli.

Un’altra lastra di pietra, spezzata ma che ha potuto essere ricostruita, porta al recto la dexiosis di Antioco con Mithra, al verso un’iscrizione votiva di Antioco in onore di Mithra-Helios e Apollo-Hermes. Un sacerdote è incaricato di questo culto divino. Comunque, afferma Waldmann, non si tratta di un culto misterico. n culto viene celebrato all’aria aperta, con la folla dei fedeli che partecipa al pasto rituale. Non siamo in presenza di un culto iniziatico, ma di un culto mitraico di carattere regale e pubblico. La presenza di una grotta scavata nella roccia ha fatto pensare a un mitreo, ma in realtà essa era semplicemente la camera funeraria del sovrano. Si veda la lunga discussione in Waldmann, Die kommagenischen Kultreformen, nella seconda parte del volume, Die Hierothesia[15]. Waldmann propone infine un’altra osservazione importante. L’iconografia ci mostra che Mitridate I Callinico non ha soltanto parlato di belle immagini degli dèi, ma le ha anche realizzate. Lo studioso si chiede se questo culto regale della Commagene, nel quale Mithra assume un ruolo di primo piano, non sia all’origine del culto mitraico che si diffonderà nei secoli seguenti. Waldmann non risponde positivamente, a causa della mancanza di prove. Ma la questione è di un certo rilievo.

Antioco I di Commagene. Testa colossale, pietra calcarea, 64-32 a.C. ca. dallo Hierothesion, Nemrut Daği.

Il culto regale della Commagene e Mithra

  1. Ciò che stupisce in questo culto, afferma J. Gagé[16], è l’associazione tra sovrano e dio: il re si assicura l’uguaglianza con gli dèi, come dimostra la dexiosis. Ciò che stupisce ulteriormente è l’equivalenza affermata tra i nomi iranici e i nomi greci delle principali divinità: Zeus = Oromasdes, Eracle = Artagnes, Helios = Hermes, Mithra = Apollo. Abbiamo qui una doppia tetrade, che si ricollega ad Ares = Eracle-Artagnes. Gagé[17] sottolinea il fatto che Mithra, «il più prossimo al re tra questi dèi, è detto anche Apollo e in fondo non è realmente diverso da Helios-Hermes». C’è una tendenza al sincretismo delle entità divine. Jonas impiega il termine «teocrasia» per definire la tendenza al sincretismo nei nomi divini.
  2. Il culto. Secondo Gagé, al sincretismo delle entità divine corrispondono le norme prescrittive di origine persiana imposte agli osservanti del culto. L’esame archeologico del monumento di Nemrut Dağı mostra il fascio di rami (baresman) nella casa di Mithra. Si tratta del rituale mazdeo del culto del fuoco. Il sacerdote deve vestire l’abito persiano per gli atti di culto da celebrare in occasione delle feste. I sacerdoti godono di diversi privilegi. Nella celebrazione del sacrificio abbiamo offerte e vittime animali e infine la condivisione del pasto sacro.
  3. Le motivazioni psicologiche e morali. Il documento regale di fondazione del culto del sovrano insiste sulla purezza morale dei suoi protagonisti. Il re è portatore dell’eusebeia, la pietà religiosa, che è una virtù regale. La perennità del culto viene enunciata con enfasi. Alcuni autori hanno persino ritenuto che si trattasse di una continuazione dello zervanismo, con il culto di Zervan-Aion.

Quello che manca, però, è l’iniziazione di tipo misterico. Su questo punto Dörrie, Gagé e Waldmann sono d’accordo. Non si tratta di un culto misterico, bensì di un culto regale, un culto dei sovrani. I sacerdoti sono Magi. Ne era convinto Cumont, che collocava nella Cappadocia i Magi e li identificava con questi sacerdoti della Commagene.

Gagé, invece, non è di questa opinione: non si tratta di Magi, ma di sacerdoti nazionali, regali, ben contenti di conservare le loro rendite e i loro privilegi all’ombra di una dinastia nazionale. Questi sacerdoti erano tuttavia molto vicini ai Magi e il culto di Mithra sviluppò alcune delle dottrine che saranno riprese nei misteri mitraici successivi. L’astrologia, in ogni caso, era già presente in questo culto.

 

3. La dexiosis mitraica

L’esame della documentazione archeologica della Commagene ci mostra una serie di immagini in cui il sovrano stringe la mano destra a una divinità, in particolare al dio Mithra[18].

La dexiosis della Commagene secondo Waldmann

Gli autori hanno interpretato in modo differente questa scena, che nella Commagene troviamo molto diffusa. Per alcuni si tratta di un gesto di saluto del sovrano e del dio. Ma, si chiede Waldmann, chi saluta e chi viene salutato? È il dio che saluta il re o è il re che accoglie il dio? Dörrie pensa, invece, che questa dexiosis sia da mettere in relazione all’astrologia: gli dèi si avvicinano (come le stelle, come i pianeti) e salutano il sovrano, la stella regale. Waldmann ritiene di trovare la spiegazione nelle righe 61-63 di Nemrut Dağı. «L’antichissima dignità degli dèi l’ho presa come compagna di una giovane fortuna». Antioco tratta dunque gli dèi in modo attivo, associandoli alla propria sorte. È lui ad avere l’iniziativa. Va persino più lontano: esso era una dignità arcaica a un elemento nuovo, come risulta dalle righe 24-27: «Quando ho ripreso la sovranità paterna ho stabilito il regno, sottomesso al mio trono sulla base della mia pietà, come residenza comune di tutti gli dèi». Waldmann insiste piuttosto su un altro fatto. Non è Antioco ad aver introdotto il culto, bensì Mitridate I Callinico, suo padre. È costui, quindi, che ha accolto nel suo regno, come residenti ufficiali, le divinità di Persia e di Macedonia. Non si tratta, per il sovrano, di prendere il posto degli dèi, ma di portarli nel suo regno. Waldmann ritiene, interpretando le iscrizioni delle stele, che il re della Commagene distingua due nature divine (Gottum), quella degli dèi e la propria: rivendica per sé una virtù, l’eusebeia; utilizza per sé il termine dikaios, ponendosi così nell’ambito della giustizia; sottolinea il fatto che nell’esercizio delle sue funzioni ha sempre fatto la volontà degli dèi; evita accuratamente ogni possibile confusione tra gli dèi e se stesso; nei documenti iconografici della dexiosis non si pone mai nella condizione di poter essere identificato con gli dèi, ma si presenta come il re divino; pone i propri santuari sotto la protezione degli dèi e non sotto la propria protezione, per quanto divina. Per Waldmann in questi casi non abbiamo a che fare con una apoteosi: la dexiosis non è una divinizzazione del sovrano. Il re è divino e si mostra come tale al suo popolo. In quanto re divino, nella sua epifania divina, instaura nel suo regno un nuovo culto. Questo culto è reso agli dèi di Grecia e di Persia, ma con una predilezione per la teologia astrale, dal momento che le divinità astrali assumono un ruolo assai importante. In tale culto il ruolo di Mithra è centrale. Fondamentale, in ogni caso, è l’elemento della dexiosis tra il re e la divinità, tra il re e Mithra[19].

Antioco I di Commagene stringe la mano ad Eracle. Bassorilievo, pietra calcarea, 64-38 a.C. c. dal Sito I dello Hierothesion, da Arsameia del Ninfeo (od. Eski-Katha, distretto di Katha, Provincia di Adiyaman, Turchia).

Dextrarum junctio: la dexiosis

Disponiamo di una ragguardevole sintesi della nostra documentazione sulla dexiosis grazie a uno studio di M. Le Glay, La dexiosis dans les mystères de Mithra[20]. L’autore ha analizzato la documentazione di numerosi monumenti antichi, greci e cristiani. La dextrarum junctio è stata interpretata in modi differenti: come simbolo della fides o come il gesto degli sposi che si uniscono in matrimonio. Oggi sappiamo che questo gesto non appartiene né al rituale né alla simbologia del matrimonio, ma è divenuto, nel mondo cristiano, signum concordiae.

Nell’iconografia mitraica abbiamo soprattutto due episodi raffigurati sui bassorilievi cultuali collocati intorno alla scena della tauroctonia:

  • La scena dell’alleanza tra Mithra e il Sole: Mithra e il Sole si danno la mano destra, di solito al di sopra di un altare, «e questo conferisce al loro gesto un valore particolarmente sacro»[21]. «E questa dextrarum junctio è rappresentata con particolare frequenza tra il pannello che mostra il Sole inginocchiato ai piedi di Mithra e quello che ricorda il pasto sacro dei due personaggi»[22].
  • La scena dell’apoteosi: «Quando Mithra prende posto sul carro del Sole che deve condurlo fino al soggiorno celeste degli dèi, il Sole gli tende la sua destra, che il giovane dio stringe, a sua volta, con la mano destra. Questa seconda dexiosis non ha evidentemente lo stesso significato della prima».

I due episodi occupano un posto particolare nel mito e nella liturgia mitraici. Ciascuno di essi conclude una diversa serie iconografica: la serie breve termina con l’alleanza; la serie lunga con l’apoteosi e il banchetto, che seguono logicamente la scena dell’alleanza.

Per comprendere la dexiosis:

  • L’importanza del giuramento nelle società antiche. Dumézil e Boyancé hanno sottolineato l’importanza della fides, della devotio e del giuramento nella società romana.
  • La pax deorum in Occidente, la sottomissione e l’assoggettamento degli uomini agli dèi è uno degli aspetti fondamentali di questa realtà.
  • Il giuramento assume in tutte le religioni misteriche e iniziatiche un ruolo particolare: nel culto dionisiaco, nei culti alessandrini, l’Isismo e l’Osirismo.
  • Nel culto di Mithra il giuramento è proprio al centro del «gesto» divino e del rito di iniziazione dei fedeli. Questo giuramento solenne, di cui parla Tertulliano, è un sacramentum. «Colui che partecipa al mistero imita i gesti di Mithra, che tendendo la destra secondo l’uso persiano conclude il patto e ratifica il proprio giuramento».

La mano destra detiene la potenza ed esprime la volontà. In Oriente, a Roma, nella Bibbia, la destra è simbolo di potenza e di supremazia. In Siria la simbologia della mano è il segno della presenza di Dio. Da qui l’importanza della mano per gli dèi del tuono: è la mano a reggere il fulmine. Le mani votive ritrovate in Siria rimandano al culto di Giove Dolicheno. La mano divina dispensa potenza.

La mano è presente nella simbologia semitica, frigia, greca, romana e cristiana. Come in Oriente, la simbologia della potenza della mano destra si ritrova anche a Roma: potenza, protezione, benedizione. La mano destra è segno di impegno. A Roma la mano è associata alla dea Fides. P. Boyancé ha criticato una interpretazione esclusivamente giuridica di Fides, per segnalare alcuni suoi aspetti morali, sociali e religiosi[23]. Giove è Dius Fidius, e Fides, onnipresente a Roma, risulta una sorta di complemento di Dius Fidius. Nel rito della mano velata Le Glay vede un’esigenza di purezza assoluta e di rispetto della potenza divina. Le Glay si chiede se, in definitiva, Fides non sia proprio la dea dell’impegno.

Mitra (destra) stringe la mano ad Antioco I di Commagene (sinistra). Bassorilievo su stele, pietra calcarea, seconda metà del I sec. a.C. ca., dal settore occidentale dello Hierothesion di Antioco, Nemrut Dağı.

Dextrarum junctio: è il gesto che lega le potenze. La fides crea un legame, testimonia l’impegno. Boyancé ha indicato la stretta relazione tra le destre allacciate e la fides.

Così, la stretta di due mani destre evocata da tanti testi e raffigurata su tanti rovesci di moneta va compresa in tutti i casi come il segno, la testimonianza di un impegno volontario e reciproco. O meglio, essa stessa crea il legame.

Molti sono gli esempi di impegno di questo genere: impegno frutto dell’accordo che risulta da un trattato tra un vincitore e un vinto; impegno di alleanza e concordia che può risultare da un trattato; impegno di accoglienza, di ospitalità; accordo di fedeltà e di omaggio; impegno suggellato da un giuramento.

Che conclusioni trame?, si chiede Le Glay.

Che la mano destra, essendo insieme quella della potenza e quella dell’impegno, con la dexiosis crea tra gli uomini legami di ogni tipo, certamente di natura giuridica e morale, ma di essenza profondamente religiosa; legami che generalmente implicano una protezione volontaria e leale da una parte e una sottomissione volontaria e leale dall’altra[24].

Così trasposta all’ambito religioso, la dexiosis risulta ancora più importante.

 

La dexiosis nel mitraismo

a) Il parallelo dei culti orientali

La dexiosis, segno di alleanza e di impegno. Le Glay propone la descrizione di diversi documenti. Innanzitutto la stele degli dèi palmireni trovata a Roma: Aglibol, dio lunare che indossa un’uniforme militare romana, stringe la mano al dio Malakbel, dio della fertilità, in costume palmireno. Questo gesto si ritrova a Palmira e ad Apamea: Le Glay vede qui un riferimento alla fecondità, ma anche alla salvezza, con un dio che rinasce ogni anno. Sull’altare del Campidoglio, sulle quattro facce, sono visibili le quattro fasi del sole: crescita, apogeo, declino, rinascita.

La dexiosis, gesto di introduzione: questo è il significato della scena nel culto dionisiaco. Le Glay descrive e analizza le immagini di un altare funerario di epoca imperiale. Dioniso riporta dall’Acheronte sua madre Semele e la conduce in cielo.

E la dextrarum junctio di Dioniso e di Semele mi pare dunque, sulla stele funeraria dei Musei Vaticani, evocare in realtà l’introduzione nell’aldilà beato, promesso ai misti, come normale conseguenza del loro impegno[25].

b) La dexiosis mitraica

La dexiosis, segno di alleanza e di impegno. Mithra, il dio tauroctono, sconfigge le forze del male. Il Sole porta rinascita e salvezza. La dexiosis sta dunque a significare l’alleanza, l’impegno, il patto. Siamo nel contesto della fecondità. Il pasto sacro è segno dell’alleanza in vista della fecondità. La dexiosis nell’apoteosi di Mithra. Mithra sale e prende posto nel carro del Sole. È l’apoteosi, che prefigura l’accoglimento dell’iniziato. Con la dexiosis il Pater accoglie il nuovo iniziato, che stringe a sua volta la mano agli altri.

La dexiosis, unione di due mani destre che detengono la potenza ed esprimono la volontà, da un lato suggella l’impegno definitivo del miste con la divinità, creando con il dio e tra i misti un legame fraterno e indissolubile garantito dal giuramento, e dall’altro costituisce in fin dei conti un pegno certo di salvezza[26].

In sintesi, la dexiosis ha il valore di un giuramento con doppio impegno: dexiosis come impegno di tacere sul segreto della rivelazione e come impegno di fedeltà al contratto. È l’ingresso del miste nella milizia del dio Mithra, simbolo e garante del contratto. Il sacramentum, il giuramento, è di capitale importanza. Segno del giuramento e della fedeltà è il tatuaggio sacro, la sphragis, realizzato per mezzo di aghi acuminati. Una volta che il giuramento è prestato e l’impegno suggellato, il miste riceve la rivelazione. «Al miste il Pater dirà (i discorsi sacri)». Con questi riti si costituisce la comunità fraterna (syndexis, di quelli che si danno la mano) del mitreo, la comunità di coloro che sono salvati. Attorno alla dexiosis si svolgono così tre cerimonie liturgiche mitraiche.

In conclusione, Le Glay si domanda: «Si può constatare, nel passaggio dal rituale vedico al rituale dell’epoca imperiale romana, un arricchimento del significato e del valore della dexiosis?»[27]. E risponde:

È difficile da dire. Ciò che sembra certo è che in epoca romana la dexiosis finisce per essere molto più che il gesto del giuramento. E che con il suo triplice significato di gesto di introduzione, di alleanza e di fratellanza, avente sia valore di impegno, di patto concluso con la divinità da un lato e con i misti dall’altro, e di garanzia del segreto, condizione primaria e fondamentale della vita comunitaria fraterna, di cui ha significato la Inductio, essa si trova al cuore delle relazioni che governano principalmente la natura stessa e la vita delle religioni misteriche. E, a quanto sembra, del mitraismo in particolare, dato il posto senza eguali che essa occupa nei misteri di Mithra. Innanzitutto per le relazioni che crea con la divinità, relazioni di natura complessa (di sottomissione, di omaggio, di alleanza e di mutua fiducia), sicché in questo modo l’impegno e il patto culminano nell’unione mistica dell’apoteosi. In seguito, nei rapporti di carattere giuridico e morale di segreto e di fratellanza[28].

E infine Le Glay pone una questione molto pertinente:

Non starebbe forse in questo duplice soddisfacimento delle preoccupazioni e delle esigenze dei Romani, la cui formazione li portava a una attenzione particolare agli aspetti giuridici e le cui aspirazioni li orientavano al misticismo, una delle ragioni profonde del successo di cui godette in Occidente la religione di Mithra negli ambienti romani e romanizzati?[29]

Mitra nell’atto della dexiosis. Bassorilievo frammentario, pietra calcarea, 64-38 a.C. c. dal Sito I dello Hierothesion, da Arsameia del Ninfeo (od. Eski-Katha, distretto di Katha, Provincia di Adiyaman, Turchia).

4. Conclusioni

La nostra ricerca ci ha consentito, dunque, di mettere insieme una certa quantità di informazioni. Nel mondo ellenistico il dio Mithra non è sconosciuto. Le indicazioni di Plutarco su un culto mitraico di carattere iniziatico in Cilicia, nell’ambiente dei pirati, a partire dalle scoperte nella Commagene non risultano più massi erratici. Nella stessa epoca e in regioni molto vicine si parla egualmente di Mithra. Plutarco ci porta in Cilicia; le scoperte archeologiche ci portano nella Commagene. Sono scoperte importanti, poiché troviamo un culto di Mithra, culto pubblico, culto regale, con un sacerdozio e un rituale.

Questo culto pubblico ·e regale d’Asia minore fa riferimento a riti persiani, mazdei, a un sacerdozio che fa pensare ai Magi, dunque ai Medi, a divinità iraniche ma anche a divinità greche. L’ellenismo si manifesta, dunque, in modo netto. Mithra occupa un posto importante in questo culto regale, culto che, del resto, fa appello all’astrologia, che è presente ovunque, così come sarà presente nei misteri diffusi in Occidente. Esiste un luogo di culto, ma non sembra che si tratti di un mitreo, dal momento che i riti vengono celebrati all’aria aperta. n santuario si chiama hierothesion, un termine che sembra indicare piuttosto un culto regale di carattere funerario, un culto dei sovrani. La vasta documentazione iconografica ed epigrafica scoperta nella Commagene attirerà ancora, certamente, l’attenzione degli studiosi.

Accanto alle questioni legate al culto, alle corrispondenze geografiche e cronologiche, agli elementi del rituale, ci pare rilevante la questione della dexiosis mitraica. Troviamo la dexiosis nella liturgia mitraica e nell’iconografia dei misteri di Mithra: il Sole e Mithra che si danno la destra. Nella Commagene troviamo una dexiosis del tutto simile: il sovrano-dio dà la destra a Mithra, che è anche Helios.

Le scoperte della Commagene, il rituale e l’iconografia della dexiosis sembrano dare nuovo slancio a questo ambito degli studi mitraici. In una nota pubblicata alla fine del suo articolo, Le Glay segnala una serie di pubblicazioni recenti su questi aspetti, in particolare quelle di Gonda sul dio Mitra vedico e sul significato della mano destra nel rituale vedico. Egli affronta anche il problema della dexiosis nella Commagene, senza tuttavia prendere personalmente posizione.

Nelle scoperte della Commagene non abbiamo forse l’anello mancante che collega il dio Mitra dell’India, il dio Mithra iranico e il dio Mithra dei misteri dell’Impero romano? n fatto di porre la questione è forse già una risposta. Lo studio dei documenti della Commagene ci ha consentito di notare l’importanza dell’ellenizzazione del culto di Mithra. Nei documenti nella Commagene dell’India avevamo visto il dio sovrano Mìthra del mondo indoiranico. Un dio sovrano che ritroviamo in Iran, dove il suo culto si conforma all’evoluzione della religione iranica. Siamo in effetti in presenza di una iranizzazione del culto, nella quale assumono evidentemente un ruolo capitale i Magi e lo zervanismo. Forse non bisogna trascurare l’importanza dei Männerbünde, i gruppi guerrieri specificamente iranici. Nella Commagene ci troviamo di fronte a una terza tappa del culto di Mithra: la sua ellenizzazione.

In questa tappa il culto di Mìthra rimane un culto ufficiale. Diventa un culto regale, un culto dei sovrani. In questo culto troviamo tuttavia alcuni elementi religiosi, come la dexiosis, che saranno importanti nella quarta e ultima tappa del culto di Mithra: i misteri mitraici o la romanizzazione di Mithra.

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Note:

* Le cult de Mithra en Commagène, in J. RIES, Le culte de Mithra en Orient et en Occident, coll. « Information et Enseignement » 10, Centre d’Histoire des Religions, Louvain-la-Neuve 1979, pp. 115-126.

[1] H. WALDMANN, Die kommagenischen Kultreformen unter Konig Mithradates l. Kallinikos und seinem Sohne Antiochos 1., Brill, Leiden 1973, XXXVIII tavole e una carta.

[2] F.K. DÖRNER, Mithras in Kommagene, in J. DUCHESNE-GUILLEMIN (éd.), Études mithriaques. Actes du 2me Congrès international, Téhéran, du 1er au 8 septembre 1975, «Acta Iranica» 17, Édition Bibliothèque Pahlavi, Téhéran-Liège 1978, pp. 123-134; J. DUCHESNE-GUILLEMIN, Iran and Greece in Commagene, in J. DUCHESNE-GUILLEMIN (éd.), Études mithriaques…, cit., pp. 187-200.

[3] Cfr. H. WALDMANN, Die kommagenischen Kultreformen…, cit., e F. DÖRNER, Arsameia am Nymphaios. Die Ausgrabungen im Hierothesion des Mithradates Kallinikos, von 1953-1956, coll. «lstanbuler Forschungen» 23, Verlag Gebr. Mann, Berlin 1963.

[4] R. TURCAN, Mithra et le mithriacisme, PUF, Paris 1968, pp. 106-107.

[5] F. CUMONT, Les mystères de Mithra, Lamertin, Bruxelles 1899, 19133, pp. 35-36

[6] E. WILL, Origine et nature du mithriacisme, in J. DUCHESNE-GUILLEMIN (éd.), Études mithriaques…, cit., pp. 527-536.

[7] Ibid., p. 528.

[8] E.D. FRANCIS, Plutarch’s Mithraic Pirates, «Mithraic Studies», I, Manchester 1975, pp. 207-210.

[9] M.J. VERMASEREN, Mithra, ce dieu mystérieux, Sequoia, Paris-Bruxelles 1960, p. 23.

[10] Ibid.

[11] Ibid., p. 24.

[12] F. CUMONT, Les mystères de Mithra, cit., p. 31.

[13] H. WALDMANN, Die kommagenischen Kultreformen…, cit., pp. 132-141.

[14] Ibid., pp. 62-77.

[15] lbid., pp. 51-141.

[16] J. GAGÉ, Basileia, les Césars, les Rois d’Orient et les Mages, Les Belles Lettres, Paris 1968, pp. 144-146.

[17] Ibid., p. 144.

[18] Cfr. H. WALDMANN, Die kommagenischen Kultreformen…, cit., tav. VIII, stele di Selik; tav. XXI, terrazza di Nemrut Dağı, la dexiosis re-Eracle; tav. XXII, la dexiosis re-Zeus e re-Mithra; tav. XXXI, Mitridate-Eracle.

[19] Ibid., pp. 197-202.

[20] M. LE GLAY, La dexiosis dans les mystères de Mithra, in J. DUCHESNE-GUILLEMIN (éd.), Études mithriaques…, cit., pp. 279-304.

[21] Ibid., p. 280.

[22] Ibid.

[23] P. BOYANCÉ, Études sur la religion romaine, École Française de Rome, Rome 1972. Cfr. Fides et le serment, pp. 92-103, 296, 299, 300.

[24] M. LE GLAY, La dexiosis…, cit. p. 296.

[25] Ibid., p. 299.

[26] Ibid., p. 300.

[27] Ibid., p. 302.

[28] Ibid., pp. 302-303.

[29] Ibid., p. 303.

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Bibliografia complementare:

FR.K. DÖRNER, Arsameia am Flusse Nymphaios. Eine neue kommagenische Kultstätte, «Bibliotheca Orientalis», 9, 1952, pp. 93ss.

H. DÖRRIE, Der Königskult des Antiochos von Kommagene im Lichte neuer Inschriften-Funde, Vandenhoeck &. Ruprecht, Göttingen 1964.

R. MERKELBACH, Der kommagenische Königskult, in ID., Mithras, Hain, Königstein/ Ts. 1984, pp. 50-73 [tr. it. Mitra, coll. «Nuova Atlantide», ECIG, Genova 19982]. Cfr. anche Bildteil, pp. 261-395. Vasta documentazione mitraica commentata dall’autore.

TH. REINACH, La dynastie de Commagène, «Revue des études grecques», 3, 1890, pp. 362-380.

B. YAMAN, Nemrut Dagi, Commagena, Minyatür, lstanbul s.d. (edizione francese). Bella documentazione a colori. 126 pp.

Marco Minucio e l’imperium aequatum

di F. Cerato, su Classicult.it, 24 gennaio 2019 (ribloggato).

 

L’articolo che segue mostra come dallo studio di una fonte epigrafica si possa confermare o negare informazioni che la tradizione storiografica pone come controverse.

L’iscrizione in questione (96 × 70 × 69 cm) proviene da un grande altare di pietra dei Colli Albani, sicuramente peperino, ritrovato nel 1862 a Roma, in via Tiburtina, presso la Basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, e oggi conservato nel Museo del Palazzo dei Conservatori (Musei Capitolini) di Roma[1].

 

Hercolei / sacrom / M(arcus) Minuci(us) C(ai) f(ilius) / dictator vov(it).

 

«Marco Minucio, figlio di Gaio, dittatore, votò [questo] sacro [donario] a Ercole».

Ercole Marco Minucio
Dedica votiva a Ercole da parte di M. Minucio (CIL VI, 284 (p. 3004, 3756) = CIL I, 607 (p. 918) = ILS 11 = ILLRP 118 (p. 319) = AE 1991, 211a). Base di donario, pietra peperino, ultimo quarto del III sec. a.C. Roma, Musei Capitolini. Foto di Marie-Lan Nguyen (User:Jastrow) 2009, CC BY 2.5

 

Come lascia intendere il titulus, l’altare doveva costituire un donario votato ad Ercole, divinità tutelare a cui molti generali romani, tra il III e il II secolo a.C., si rivolgevano per la buona riuscita delle proprie imprese all’estero.

Il nome della divinità (Hercoles) è posto enfaticamente all’inizio dell’iscrizione, in alto. Alcuni tratti notevoli del ductus del documento sono la r, che presenta l’occhiello non chiuso, e la l, che mostra l’asta orizzontale con un grado inferiore a 90° rispetto a quella verticale; quanto alla forma della m, essa risente dell’influenza etrusca.

L’uscita in –om, anziché in –um, dell’accusativo singolare dei nomi della seconda declinazione e degli aggettivi di prima classe, equivale a quella dell’accusativo greco in -ον e segnala che, nella seconda metà del III secolo a.C., il fenomeno fonetico e grafico dell’oscuramento non si era ancora verificato.

Alla r.3 compare la sequenza onomastica del dedicatario: M(arcus) Minuci(us) C(ai) f(ilius).

Nel commento alla scheda dell’ILLRP, Degrassi ha osservato che «in latere sinistro extat nota l i xxvi»[2]. Si tratterebbe di una marca: nei giacimenti di pietra (lapicedinae), infatti, era consuetudine presso i Romani contrassegnare il materiale estratto con un numero di serie relativo alla squadra di operai (brachium), preposta allo scavo, e al settore del fronte di taglio al quale gli operai erano stati assegnati. Il primo ad interessarsi a questo genere di marcature fu Bruzza: questi, in un contributo del 1870, affermò che Ritschl aveva inteso la sigla in esame come l(egiones) I (et) XXVI, ipotizzando che il reperto provenisse proprio da una cava assegnata a due reparti militari – cosa probabile! – e che fosse stato estratto dai soldati stessi dopo il congedo (ma ciò non è attestato!)[3]. Theodor Mommsen, invece, ritenne trattarsi della stima effettiva del donativo votato a Ercole dai soldati per tramite del dittatore, e, pertanto, sciolse l’abbreviazione in l(oricae) i(nlatae) XXVI. Più verosimile appare l’ipotesi avanzata da Henzen, il quale, intervenuto sul testo, interpretò la sigla come l(oco) i‹n(numero)› XXVI: la marca, a suo dire, indicava il numero di comparto da cui la lastra era stata estratta[4]. Più recente è stata la congettura dell’archeologo italiano La Regina, secondo il quale la sigla andrebbe interpretata come (in) l(ibro) I (loco) XXVI, cioè come numero del catalogo di opere d’arte esposte[5].

Quanto al nome gentilizio del dedicante, Kaimio ha mostrato che l’abbreviazione in Minuci del nominativo si spiega grazie al concorso combinato di ragioni di spazio, di ordine fonologico e di influssi etruschi[6].

Da un confronto con le fonti storiografiche, il personaggio in questione sarebbe Marco Minucio (Rufo), uomo politico romano vissuto verso la fine del III secolo a.C., che, malgrado le origini plebee, nel 221 divenne console e nel 216 morì combattendo a Canne[7].

Un aspetto poco chiaro della carriera politica di Marco Minucio è costituito dal titolo di dictator con cui egli si fregia nel titulus preso in esame. A questo proposito, Polibio è molto esplicito: egli informa che, nel 217, siccome i senatori accusavano e biasimavano Q. Fabio Massimo per la sua eccessiva prudenza nel gestire l’invasione annibalica, «avvenne allora quello che mai era accaduto: a Marco Minucio assegnarono i pieni poteri (αὐτοκράτορα γὰρ κἀκεῖνον κατέστησαν), convinti che avrebbe rapidamente condotto le cose a buon fine; in due, dunque, erano diventati i dittatori per le stesse operazioni, cosa che presso i Romani non era mai accaduta prima» (III 103, 4)[8].

Vale la pena di soffermarsi sul fatto che la testimonianza polibiana costituisca il tipico caso in cui un autore greco del II secolo a.C. trovasse difficoltà nel tradurre dal latino il nome di un’istituzione o di una carica pubblica romana. D’altronde, il dictator latino non aveva corrispondenza nel mondo greco, ma il termine che Polibio adottò, comunque, implicava l’idea di un individuo dotato di un potere esercitato per sé e da sé, senza essere eletto né nominato da un’assemblea, né tantomeno senza la consultazione di altri. È vero anche che la notizia riportata dallo storico megalopolita segnala un’alterazione: la dittatura romana, infatti, non era una magistratura collegiale, ma poteva essere affiancata, nel suo esercizio, da una figura subalterna, il magister equitum; colui che era chiamato ad assumere il mandato non era certamente eletto da un’assemblea popolare, ma veniva investito (dictus) dal console in carica. Si trattava, infine, di una magistratura straordinaria, necessaria solamente in casi di eccezionale gravita, quali la presenza sul territorio di un nemico, l’urgenza di sedare rivolte o rivoluzioni, e altre calamità politico-istituzionali che impedissero la regolare gestione della cosa pubblica. Il mandato durava normalmente sei mesi, tempo limite entro il quale il dictator doveva portare a termine tutti i provvedimenti e le soluzioni per i quali era stato indicato; in quel lasso di tempo, il prescelto deteneva il summum imperium e concentrava nelle proprie mani le prerogative di entrambi i consoli.

Il caso di Marco Minucio, stando dunque alla testimonianza polibiana, fu davvero eccezionale, un fatto senza precedenti: la gravità della situazione (Annibale era alle porte!) era tale da indurre ad alterare un’istituzione tanto rigida come la dictatura. Gli altri autori a disposizione per ricostruire la vicenda, tuttavia, non sono così espliciti, ma anzi sembrano, in un certo senso, contraddire quanto riportato da Polibio.

Ad esempio, Livio – o sarebbe meglio dire la sua fonte annalistica per il periodo, Fabio Pittore, il quale mostra di nutrire poca simpatia nei confronti di Marco Minucio Rufo –, riferisce che, in piena guerra annibalica, il comandante romano, mentre si trovava ad operare nel Sannio in qualità di magister equitum di Fabio Massimo, decise di assalire una parte dell’esercito punico intento a foraggiare. Ad un certo punto, il racconto liviano – o meglio la sua fonte annalistica – riferisce che, a seguito del confronto armato nei pressi di Gereonium, si contarono sex milia hostium caesa, quinque admodum Romanorum: per Minucio si trattò di una vittoria ottenuta al prezzo di numerose perdite, a ben guardare. Eppure – continua la fonte –, famam egregiae uictoriae cum uanioribus litteris magistri equitum Romam perlatam («il magister equitum in un suo dispaccio mendace fece pervenire a Roma la notizia millantatrice di una spettacolare vittoria»)[9]. Per mettere a tacere discussioni, critiche e voci dubbie sulla vicenda, Livio riproduce il discorso pubblico tenuto da uno dei tribuni della plebe, certo Marco Metilio, il quale, siccome Gaio Flaminio era caduto in combattimento al lago Trasimeno, l’altro console, Gneo Servilio Gemino era stato incaricato di fiaccare la flotta punica nel Tirreno e i due pretori erano occupati a presidiare Sicilia e Sardegna, avanzò la proposta de aequando magistri equitum et dictatoris iure: il conferimento di un aequatum imperium avrebbe comportato la piena parità di poteri fra Fabio Massimo e Marco Minucio[10]. Con buona pace della fonte liviana, che chiaramente parteggia per Massimo, nella figura di Metilio si potrebbe ravvisare la posizione condivisa fra quanti, all’interno del Senato, non gradissero la politica prudente del Cunctator. La testimonianza annalistica, alla fine, riversa tutto il proprio astio nei confronti di Minucio, stigmatizzando la sua arroganza (Livio connota l’atteggiamento del personaggio con le seguenti espressioni: grauitas animi, cum inuicto…animo, utique immodice immodesteque…gloriari), non appena quello fu raggiunto dalla lettera del Senato che lo informava dell’equiparazione dei comandi[11]. Ad ogni modo, considerando la versione liviana (o fabiana) a confronto con quella polibiana, l’autore patavino non nomina mai Minucio in qualità di dictator – anzi sembra quasi si astenga coscientemente dal farlo.

Una testimonianza simile, benché molto più audace, appare in Appiano, il quale riporta che il Senato, durante la guerra annibalica, diede disposizioni affinché il magister equitum, Minucio, detenesse un’autorità equiparata in tutto e per tutto a quella del dictator (ἴσον ἰσχύειν αὐτῷ τὸν ἵππαρχον)[12].

Contrariamente alla superiorità numerica delle fonti antiche che formano la tradizione secondo cui Minucio non sarebbe stato incaricato formalmente della dictatura (Nepote, Valerio Massimo, Cassio Dione, Zonara, e l’anonimo de viris illustribus), Dorey si è detto convinto che le prove materiali sembrano, tuttavia, confermare la testimonianza di Polibio: la dedica a Ercole, a suo dire, costituirebbe «a conclusive proof that Minucius was formally and officially appointed Dictator by the plebiscite of Metilius»[13]. Lo studioso, addirittura, ha ipotizzato che il documento in questione facesse riferimento a una possibile dittatura anteriore al 217[14].

La questione, però, si complica ulteriormente, confrontando la testimonianza di Plutarco (Vita Marcelli) e quella di Valerio Massimo, a proposito della dittatura del 220 a.C. Plutarco, infatti, racconta che il dittatore, Minucio, al momento di nominare il proprio magister equitum, Gaio Flaminio, si udì un topolino squittire: la folla dei cittadini interpretò tale coincidenza come un presagio ostile e costrinse i magistrati ad abbandonare le proprie cariche, perché fossero sostituiti da altri. L’episodio è esattamente ripreso da Valerio Massimo, ma con l’unica grande differenza che, al posto di Minucio, compare nientemeno che il Temporeggiatore[15].

L’indicazione offerta da Valerio Massimo, in effetti, trova conferma in Livio e nel cosiddetto Elogium Fabii, testimonianze che provano che Quinto Fabio Massimo sia stato dittatore prima del 217 a.C.[16]

Per Dorey, comunque, Marco Minucio fu nominato dictator comitiorum habendorum causa, per venire a capo del conflitto d’interesse fra i consoli per regolare la convocazione dei comitia, in vista delle elezioni dei magistrati per l’anno successivo. Jahn, al contrario, si è detto convinto che Minucio fosse stato realmente dittatore sia nel 220 sia nel 217 a.C.[17]

Càssola e Meyer sembrano avere colto meglio nel segno, inserendo tutta la vicenda di Minucio nel più ampio rapporto conflittuale fra il Senato e Fabio Massimo[18].

Quanto all’Elogium Fabii, esso testimonia che Q. Fabio Massimo fu davvero dittatore nell’anno 220 a.C. e si scelse C. Flaminio in qualità di subalterno. Tre anni dopo, però, allorché si presentò una nuova situazione d’emergenza, il Senato, per evitare che lo stesso Fabio potesse scegliersi come vice un altro fra gli outsider politici legati al proprio clan gentilizio, approvò l’aberrante rogatio elettiva del magister equitum. Tra l’altro, siccome l’unico console in vita, Gneo Servilio, conduceva le operazioni belliche sul mare e a causa di ciò non poteva essere in patria in quel momento per nominare un dictator, a Fabio Massimo fu conferito un imperium pro dictatore.

 

Elogium Fabii Quinto Fabio Massimo
Elogium Fabii (CIL XI 1828 = CIL I, p. 193 = ILS 56 = Inscr. It. XIII 3, 80 = AE 2003, +267 = AE 2011, +361). Tabula onoraria, marmo, 2 a.C. – 14 d.C., da Arezzo. Firenze, Museo Archeologico Nazionale. Foto di SailkoCC BY 2.5

 

La statua di Quinto Fabio Massimo nei giardini del Palazzo di Schönbrunn a Vienna. Monumento sottoposto a tutela col numero 114069 in Austria. Foto di Herzi PinkiCC BY-SA 4.0

 

Plutarco (Vita Fabii) riprende sostanzialmente la versione degli eventi fornita da Livio, riportando che il tribuno Metilio avanzò la proposta di equiparare i poteri di Minucio e di Fabio, perché in tal modo essi potessero condividere con pari diritto e pari dignità la conduzione della guerra annibalica[19]. Una conferma della promulgazione della rogatio deriva dallo stesso Elogium Fabii: alle rr. 9-12, infatti, si dice che magistro/ equitum Minucio quoius popu-/lus imperium cum dictatoris / imperio aequauerat.

Meyer, però, non nascondeva la propria perplessità circa la bontà della dedica a Ercole, ma si chiedeva se, in qualche modo, Minucio avesse voluto autorappresentarsi in maniera del tutto differente rispetto a quanto le fonti letterarie tramandano. Tuttavia, la posizione dello studioso appare infondata, perché è vero che, tendenzialmente, le fonti epigrafiche non contrastano con la fattualità del contesto storico che le ha prodotte. Al limite, forse, si potrebbe pensare che, a quei tempi, chiunque leggesse quella dedica sorridesse maliziosamente di fronte all’arrogante pretesa di Minucio nel fregiarsi di un titolo che non doveva affatto appartenergli[20].

Come, infine, ha puntualizzato Degrassi nella nota di commento all’iscrizione, Marco Minucio fu eletto collega di Fabio Massimo secondo le indicazioni della lex Metilia del 217 a.C. Quanto ai Fasti Capitolini, invece, non risulta alcuna menzione di una simile co-dittatura[21].

 

***

 

Note:

[1] Si tratta di una roccia magmatica (trachite o tefrite) caratterizzata da una colorazione grigia e macchiettata da piccoli granuli di biotite (mica), simili a grani di pepe, dai quali deriva il nome. L’indicazione del litotipo permettono di ricostruire la provenienza del materiale, il suo ruolo e la sua importanza a livello commerciale, la sua area di diffusione e la sua presenza sul mercato nell’antichità.

[2] Degrassi A., Inscriptiones Latinae liberae rei publicae (ILLRP), I, Firenze 19652, 90.

[3] Bruzza L., Iscrizioni dei marmi grezzi, Annali dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica 42, 1870, 114 (= Ritschl cit., IX).

[4] Cfr. ibid.

[5] La Regina A., Tabulae signorum urbis Romae, in Di Mino R.M. (ed.), Rotunda Diocletiani. Sculture decorative delle terme nel Museo Nazionale Romano, Roma 1991, 5, n.1: secondo lo studioso, il reperto, come altri, dovette godere almeno in età imperiale di una qualche forma di musealizzazione. L’ipotesi di per sé non è peregrina, dato il fatto che nel corso del II sec. d.C. in tutto il mondo romano si diffusero le scuole di retorica ispirate alla corrente della Seconda Sofistica, i cui metodi d’insegnamento e di apprendimento consistevano proprio nel cimentarsi in descrizioni di opere d’arte.

[6] Kaimio J., The nominative singular in -i of latin gentilicia, Arctos 6 (1969), 23-42.

[7] Münzer F., s.v. Minucius52, RE XV, 2 (1932), 1957-1962.

[8] Pol. III 103, 4.

[9] Liv. XXII 24, 1114, in part. 14.

[10] Liv. XXII 25, 10.

[11] Liv. XXII 26, 56; 27, 12.

[12] App. Hann. III 12.

[13] Dorey T.A., The Dictatorship of Minucius, JRS 45 (1955), 92.

[14] Ibid.

[15] Cfr. Plut., Marcel. 5, 4, con Val. Max., I 1, 5. Dorey T.A., ibid., che riferisce che Scullard, convenendo con Münzer, ha sostenuto che il Μινουκίου di Plutarco si trattava di un errore della tradizione manoscritta e che si doveva emendare in Μαξίμου.

[16] Cfr. Liv. XXII 9, 7, e CIL XI 1828 = CIL I, p. 193 = ILS 56 = Inscr. It. XIII 3, 80 = AE 2003, +267 = AE 2011, +361.

[17] Jahn J., Interregnum und Wahldiktatur, Kallmuenz 1970, 113-115.

[18] Si vd. Càssola F., I gruppi politici romani nel III secolo a.C., Trieste 1962, 261-268, e Meyer E., Römische Annalistik im Lichte der Urkunden, ANRW I.2 (1972), 975-978.

[19] Plut., Fab. 10, 1.

[20] Per Meyer E., Römische Annalistik…, cit., tutte le fonti concordano nel descrivere Marco Minucio come un uomo particolarmente spavaldo e arrogante.

[21] L’assunto di Degrassi ha ispirato Meyer a ritenere che Minucio non fosse mai stato riconosciuto ufficialmente come dictator.

Tiberio Sempronio Gracco

di W. Blösel, I Gracchi e la disgregazione della nobilitas fino alla dittatura di Silla (dal 133 al 78), in Id., Roma: l’età repubblicana. Forum ed espansione del dominio (trad. it. a cura di U. Colla), Torino, Einaudi, 2016, pp. 133-138.

 

I due fratelli che dovevano dare un forte impulso alla storia degli anni dal 133 al 121 appartenevano all’alta nobilitas, e in certo modo vi erano quindi predestinati. Tiberio Sempronio Gracco, nato nel 162, e suo fratello Gaio, più giovane di nove anni, avevano per padre un uomo che era stato due volte console (nel 177 e nel 163) e aveva celebrato un trionfo, e per madre Cornelia, la figlia di Scipione l’Africano. Inoltre la loro sorella Sempronia aveva sposato Scipione Emilano. All’età di soli quindici anni, Tiberio Gracco, al comando di suo cognato, aveva ottenuto la corona muralis, perché per primo era salito sulle mura di Cartagine. Aveva poi sposato la figlia di Appio Claudio Pulcro, il censore del 136, appartenente anch’egli alla più elevata nobilitas. Ma la vergogna di aver concordato e redatto nel 137, quand’era questore, gli articoli del trattato della capitolazione di Mancino di fronte ai Numantini parve aver posto termine alla sua carriera prima ancora che fosse cominciata. Perciò, Tiberio Gracco cercò di riacquistare popolarità come tribuno della plebe.

Al massimo dall’inizio del III secolo, però, il tribunato della plebe non era più, fatte salve poche eccezioni, come quello di Gaio Flaminio nel 232, un mezzo per imporre le richieste dei semplici cittadini, ma piuttosto un metodo impiegato dall’aristocrazia senatoria per soffocare sul nascere, grazie al veto tribunizio, le iniziative di legge dei sommi magistrati che fossero ad essa sgradite, e per produrre consenso all’interno del ceto dirigente.

 

Due personaggi togati (forse magistrati). Statuetta, bronzo, I sec. d.C. Getty Museum.

 

Contro le iniziative di legge di Gracco l’opposizione di molti tra i senatori era garantita: infatti, egli mirava a limitare fortemente l’utilizzazione dell’ager publicus da parte dei Romani ricchi, che fino a quel momento l’avevano occupato quasi completamente. Ognuno di essi avrebbe dovuto occuparne infatti soltanto cinquecento iugera (= centoventicinque ettari), e in aggiunta altri duecentocinquanta iugera (= sessantadue ettari e mezzo) per ogni figlio. Agli attuali proprietari doveva quindi rimanere ancora una parte considerevole dell’agro pubblico, e inoltre in pieno diritto di proprietà. L’agro pubblico così recuperato doveva essere distribuito agli agricoltori poveri: ognuno doveva riceverne da venti a trenta iugeri (= da cinque a sette ettari e mezzo), sufficienti al mantenimento di una famiglia. I nuovi possessori dovevano inoltre versare un piccolo vectigal allo Stato, anche a indicare che non erano proprietari del lotto di terreno, che doveva restare inalienabile. In generale, la proposta di legge agraria avanzata da Gracco può essere considerata di ispirazione moderata, tanto più che il limite legale di cinquecento iugeri di agro pubblico sussisteva già almeno dal 167, anche se evidentemente non era mai stato rispettato con rigore. Dietro alla sua iniziativa c’erano comunque anche il suocero, Appio Claudio Pulcro, poi Publio Mucio Scevola, il noto giurista, oltre che console per il 133, e suo fratello Publio Licinio Crasso Divite Muciano, il futuro console del 131: tutti pesi massimi, nella scena politica romana. Probabilmente, l’idea fu di Pulcro, un uomo estremamente sicuro di sé, che intendeva in tal modo toccare problemi che angustiavano una molteplicità di cittadini e acquistarsi così una popolarità legata a contenuti concreti. Già nel 145, però, o forse nel 140, una proposta simile di distribuzione delle terre, presentata da Gaio Lelio, era fallita per l’opposizione dei senatori. Per questo motivo Gracco presentò la propria proposta direttamente al popolo per il voto, senza consultare precedentemente il senato, in modo che un parere negativo di quest’ultimo non potesse incidere sulle sue possibilità di fronte ai comizi.

 

Gruppo dell’Aratore. Statuetta, bronzo, 430-400 a.C. ca. da Arezzo. Roma, Museo di Villa Giulia.

 

Nell’adottare questa insolita procedura, Tiberio Gracco approfittò di una recente innovazione. Infatti, la Lex Gabinia tabellaria, del 139, e la Lex Cassia, del 137, avevano prescritto la votazione per mezzo di tabellae (schede), quindi segreta, nell’elezione dei magistrati e nel tribunale popolare. Per i voti sulle proposte di legge, questo avvenne certamente soltanto nel 131, grazie alla Lex Papiria. Prima, i cittadini romani avevano sempre espresso a voce il loro voto di fronte allo scrutatore. Gli stretti passaggi sui quali votavano, i pontes, erano però abbastanza ampi da permettere il controllo da parte dei loro patroni. L’introduzione delle schede indica già quindi un precedente allentamento delle relazioni clientelari tra ceti elevati e semplici cittadini, mentre per la massa dei Romani che si erano riversati nella metropoli nel corso del II secolo certamente ci si possono attendere soltanto deboli legami con i patroni. E però, proprio la votazione segreta verosimilmente puntellò il sistema clientelare, in quanto in questo modo un cittadino legato a più patroni poteva evitare di mettere in pubblico questa sua situazione conflittuale. E le parecchie migliaia di sostenitori che accompagnavano Tiberio Gracco nelle sue apparizioni pubbliche stanno a dimostrare che era riuscito a legare politicamente a sé moltissimi cittadini.

Aspettandosi violente orazioni a lui contrarie da parte dei senatori nelle tre contiones che precedevano il voto, la strategia oratoria di Gracco fu aggressiva fin dall’inizio. Secondo Plutarco[1], che riporta almeno nel suo indirizzo generale l’orazione di Gracco, nota ancora alle generazioni successive, egli compianse il dolore dei soldati-agricoltori romani, che venivano chiamati da generali ipocriti a difendere sepolcri e santuari ma che non erano più nemmeno padroni di se stessi, che erano celebrati come signori del mondo ma non potevano dire propria neppure una zolla di terra. Erano costretti, infatti, a combattere soltanto a beneficio di altri.

 

C. Cassio Longino. Denario, Roma 63 a.C. Ar. 3,75 gr. Rovescio: Longin(us) IIIV(ir). Cittadino in atto di votare, stante, verso sinistra, mentre ripone una tabella contrassegnata con U(ti rogas) in una cista.

 

La sua forte polemica contro la nobilitas spiega la dura opposizione da parte dei senatori, per i quali la restituzione di parte dell’agro pubblico già utilizzato avrebbe significato la perdita degli investimenti fatti per le coltivazioni di ulivi e altri alberi da frutto. Verosimilmente, nella legge agraria gli agricoltori più poveri fiutarono invece la possibilità di disporre di mezzi e terreno sufficienti per vivere, e anche quella di essere reclutati come legionari. La legge offriva infatti la possibilità di allargare notevolmente la base del reclutamento per l’esercito, sempre più stretta. Oltre alla sostanziale fondatezza degli argomenti di Gracco, forse i cittadini gli si avvicinarono nella prospettiva di non essere più solo un mero serbatoio di voti, utile al ceto superiore, ma di poter acquisire un proprio peso politico come forza d’opposizione, diventando quindi una sorta di «ago della bilancia». Comunque, l’aristocrazia senatoria tracciò una linea di sbarramento, inducendo un altro tribuno della plebe, Marco Ottavio, a opporre il veto alla lettura della proposta. Gracco annunciò allora la sospensione generale di tutte le attività amministrative (iustitium). Di fronte alla plebs urbana schierata con Gracco, non ebbe effetto il rituale squalor dei senatori, che si vestirono a lutto. In seguito alle preghiere rivoltegli da due consolari, Gracco accettò di trattare ancora con i senatori. Ma il loro contegno duramente ostile rese impossibile il compromesso, e Gracco rifiutò ulteriori incontri. Per quanto la cultura politica di Roma repubblicana richiedesse, in caso di forti conflitti d’opinione, di fare concessioni reciproche per salvare la faccia e giungere a un accordo, Gracco non poté accondiscendere alle richieste eccessive dei senatori e ritirare la legge agraria, tanto più che la plebe ne aveva riconosciuto l’assoluta fondatezza. Quando Ottavio pose duramente il proprio voto, Gracco fece votare dall’assemblea popolare la sua destituzione dalla carica, poiché Ottavio, per quanto fosse tribuno della plebe, non agiva nell’interesse del popolo. Nel pensiero di Gracco, l’idea astratta della volontà popolare era al di sopra di tute le funzioni di controllo e di creazione del consenso che il tribunato della plebe aveva esercitato nei due secoli precedenti. Dopo che già diciassette delle trentacinque tribù ebbero votato per la destituzione di Ottavio, prima della lettura del voto decisivo, quello della diciottesima, Gracco chiese ancora una volta a Ottavio di ritirare il proprio veto. Come la cittadinanza riunita in assemblea giudicasse la destituzione, del tutto priva di precedenti e molto dubbia dal punto di vista costituzionale, di un regolare tribuno della plebe, si comprese facilmente a destituzione avvenuta, perché subito dopo cercò, pur vanamente, di linciarlo.

 

Giannino Castiglioni, Mensor romano intento all’utilizzo della groma per tracciare allineamenti ortogonali. Scultura, fusione di bronzo a cera persa, 1936-1937. Reggio Emilia, Museo della Civiltà Romana.

 

Nella commissione preposta all’applicazione della legge agraria, Gracco fece eleggere se stesso, suo fratello Gaio, allora impegnato come soldato nell’assedio di Numanzia, e suo suocero, Appio Claudio Pulcro. Il senato, però, negò alla commissione i fondi necessari. Più ancora, il suo lavoro fu impedito dalla mancanza di esatti rilievi catastali dei territori dell’Italia meridionale. Inoltre, spesso venivano spostate le pietre di confine, terreni sottoposti a diverso regime giuridico venivano confusi insieme, o ancora una porzione di agro pubblico era stata venduta, contro la legge, e i nuovi possessori non volevano restituirla. La commissione agraria fu subissata perciò di denunce. Vista la situazione, Gracco con una legge le affidò quindi anche l’arbitrato nei conflitti, e il ceto superiore perse così ogni voce in capitolo contro questa magistratura, che riuniva in sé la fase istruttoria e quella giurisdizionale.

Cippo gromatico graccano. Illustrazione dal CIL I, 2933a (p. 923) = AE 1973, 222 = AE 1980, 354a, da Celenza Valfortore (FG).

Alla mancanza di fondi della commissione agraria venne poi in soccorso una circostanza favorevole e insperata: Attalo III, re di Pergamo, nel suo testamento lasciò in eredità il proprio regno ai Romani. Infatti, dopo la guerra di Perseo del 168, le continue vessazioni di Roma contro il regno di Pergamo avevano indotto Attalo ad affidarne la responsabilità direttamente ai Romani, dopo la sua morte (che avvenne poi nel 133). Gracco, proponendo per legge di utilizzare gli introiti provenienti dall’eredità di Pergamo per coprire le spese della legge agraria, sorpassò il senato nel suo ambito precipuo, la politica estera e finanziaria. Il senato rischiava perciò di essere messo ai margini dall’assemblea popolare. In seguito a questo attacco frontale, Gracco doveva aspettarsi, al termine della carica, di essere accusato davanti a un tribunale composto esclusivamente da senatori. Il suo rientro nei ranghi della nobilitas non pareva più possibile. Per evitare la fine della propria vicenda, non gli rimaneva che cercare di proseguire nella carica, restando in tal modo giuridicamente inattaccabile.

Quando, nell’estate del 133, si presentò per essere rieletto, molti dei suoi sostenitori, provenienti dalla campagna, non poterono essere presenti, perché era il pieno periodo della mietitura. Il pontifex maximus Publio Cornelio Scipione Nasica riunì allora un folto gruppo di senatori per cercare insieme la svolta decisiva. Diffusero quindi ad arte la voce per cui Gracco avrebbe in realtà mirato al regno, e si sarebbe già addirittura procurato il diadema regale di Attalo. Poi, infuriati, sempre con il sommo sacerdote in testa, assaltarono con i loro accoliti il Campidoglio, dove si svolgevano i comizi elettorali, e il popolino alla vista di tutti quei senatori armati di pietre e randelli arretrò. Due tribuni della plebe colpirono allora Gracco con una gamba di seggio; in totale persero la vita circa duecento Romani. Il cadavere di Gracco fu gettato poi nel Tevere, per impedire che si potesse identificare un luogo preciso dove ricordare e venerare la sua figura di martire politico. Nei mesi seguenti, molti dei suoi sostenitori vennero condannati a morte, senza possibilità di difesa.

 

L’uccisione di Tiberio Gracco. Illustrazione di Denis Gordeev.

 

Un assassinio nel cuore per definizione pacificato della repubblica, anzi addirittura nel centro religioso di Roma, rappresentava un salto di qualità, nella lotta politica. La particolare forma in cui si era manifestata la violenza dei senatori, che non avevano scelto la spada, come sarebbe stato nella consuetudine aristocratica, ma si erano presentati al popolo con armi come pietre e randelli, come se fossero stati essi stessi popolo, doveva far pensare a un tirannicidio.

Tiberio Gracco aveva mirato a sottrarsi al consueto controllo da parte degli appartenenti al suo ordine destituendo il suo collega, facendosi rieleggere e stabilendo l’inoppugnabilità delle decisioni della commissione agraria. Lo sfruttamento delle competenze proprie del tribunato della plebe aveva liberato l’enorme potenziale di questa magistratura, nato nella fase rivoluzionaria della sua fondazione, e aveva creato un precedente che apriva nuove, allettanti prospettive ai giovani aristocratici, in un’epoca di aspra concorrenza e di diminuite risorse.

Questa esplosione di violenza mostra chiaramente il pericolo a cui era esposto il sistema politico di Roma quando le complesse trattative all’interno del suo ceto dirigente venivano bloccate: entrambe le parti erano diventate rappresentative di grandi gruppi, e questo rendeva impossibile qualsiasi concessione, anche parziale. Il consolidamento degli interessi particolari divise la cittadinanza romana, e condusse infine a una sua duratura lacerazione. A tutta questa situazione, si aggiunse l’ambizione personale di Tiberio Gracco, che con la sua proposta clamorosa voleva compensare la perdita d’immagine seguita alle trattative per la capitolazione di Mancino. Soccombere allo strapotere dei nobiles avrebbe significato la fine della sua carriera politica. Secondo il giudizio di uno storico del mondo antico, Bernhard Linke, egli «finì in fuorigioco per la dinamica propria della sua disponibilità al rischio».

 

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Note:

[1] Plutarco, Tiberius Gracchus, 9.

 

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Bibliografia ragionata (tratta da Blösel, pp. 248-250):

BRUNT P.A., The Fall of the Roman Republic and Related Essays, Oxford 1988 (trad. it., La caduta della Repubblica romana, Roma-Bari 1988).

STOCKTON D., The Gracchi, Oxford 1979.

THOMMEN L., Das Volkstribunat der späten römischen Republik, Stuttgart 1989.

 

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Altri studi:

BAUMAN R.A., The Gracchan Agrarian Commission. Four Questions, Historia 28 (1979), pp. 385-408.

BRENDAN NAGLE D., The Etruscan Journey of Tiberius Gracchus, Historia 25 (1976), pp. 487-489.

DART C.J., The Impact of the Gracchan Land Commission and the dandis Power of the Triumvirs, Hermes 139 (2011), pp. 337-357.

GARNSEY P., RATHBONE D., The Background to the Grain Law of Gaius Gracchus, JRS 74 (1985), pp. 20-25.

GEER R.M., Notes on the Land Law of Tiberius Gracchus, TAPhA 70 (1939), pp. 30-36.

KATZ S., The Gracchi. An Essay in Interpretation, CJ 38 (1942), pp. 65-82.

LINDERSKI J., The Pontiff and the Tribune. The Death of Tiberius Gracchus, RQ II (2007), with addenda.

MORGAN M.G., WALSH J.A., Ti. Gracchus (TR. PL. 133 B.C.), The Numantine Affair, and the Deposition of M. Octavius, CPh 73 (1978), pp. 200-210.

ROSELAAR S.T., References to Gracchan Activity in the Liber Coloniarum, Historia 58, 2 (2009), pp. 198-214.

STANLEY SPAETH B., The Goddess Ceres and the Death of Tiberius Gracchus, Historia 39 (1990), pp. 182-195.

TANNEN HINRICHS F., Der römische Straßenbau zur Zeit der Gracchen, Historia 16 (1967), pp. 162-176.

TAYLOR L.R., Forerunners of the Gracchi, JRS 52 (1962), pp. 19-27.

TILLEY A., The Ages of the Gracchi, CR 2 (1888), pp. 37-38.

VON STERN E., Zur Beurteilung der Politischen Wirksamkeit des Tiberius und Gaius Gracchus, Hermes 56, 3 (1921), pp. 229-301.

 

 

 

 

Il decreto di Cremonide

Syll.3  434/5 = IG II3 1 912 = IG II² 686-687 = SEG 33, 112 = SEG 41, 52

Attica, Acropoli di Atene, 269/268 a.C. ca.

Riproduzione di un frammento (rr. 58-79) del 'Decreto di Cremonide'. Marmo pario, 266-265 a.C. ca., dall'Acropoli di Atene.
Calco cartaceo di un frammento (rr. 58-79) del ‘Decreto di Cremonide‘. Marmo pario, 266-265 a.C. ca., dall’Acropoli di Atene.

 

Benché non si tratti del voto di una dichiarazione di guerra, di fatto, questo decreto sancì l’inizio della guerra che prese il nome dal suo proponente: la Guerra Cremonidea (267–261 a.C.). Obiettivo dell’alleanza era contrastare Antigono II Gonata, re di Macedonia, il quale – assimilato qui ai Persiani del v secolo a.C. – fin dalla sua salita al trono nel 277/6 a.C., intendeva estendere la propria influenza e la propria egemonia nei territori ellenici. Colui che promosse vivamente e, forse, istigò la cooperazione militare fra due storiche rivali, quali erano Atene e Sparta, fu certamente Tolomeo II Filadelfo, la cui influenza sui Greci stava scemando in maniera inversamente proporzionale all’aumentare di quella di Antigono. Questa alleanza si rivelò oltremodo disastrosa sia per gli Spartani, che vennero sconfitti e persero il loro re, Areo, in una battaglia campale nei pressi di Corinto, che costò la vita a re Areo, sia per gli Ateniesi se la cavarono bene, che si videro costretti a capitolare dinanzi ad Antigono nel 261/0 a.C., dopo un assedio, che l’ammiraglio egiziano Patroclo non era riuscito a rompere. Tolomeo, addirittura, perse completamente il controllo del Mar Egeo, dopo aver incassato una sconfitta navale ad opera della flotta macedone.

 

  1. fr. a

Θ                           ε                           ο                            [ί].

ἐπὶ Πειθιδήμου ἄρχοντος ἐπὶ τῆς Ἐρεχθεῖδος δευτέρας π-

[ρ]υτανείας·

Μεταγειτνιῶνος ἐνάτει ἱσταμένου, ἐνάτει τῆς πρυτανεί-

ας· ἐκκλησία κυρία· τῶν προέδρων ἐπεψήφιζεν Σώστρατος Κ-

αλλιστράτου Ἐρχιεὺς καὶ συμπρόεδροι· vvv ἔδοξεν τῶι δή-

μωι· vvv Χρεμωνίδης  Ἐτεοκλέους Αἰθαλίδης εἶπεν· ἐπειδὴ

πρότερον μὲν Ἀθηναῖοι καὶ Λακεδαιμόνιοι καὶ οἱ σύμμαχ-

οι οἱ ἑκατέρων φιλίαν καὶ συμμαχίαν κοινὴν ποιησάμενο-

ι πρὸς ἑαυτοὺς πολλοὺς καὶ καλοὺς ἀγῶνας ἠγωνίσαντο με-

τ’ ἀλλήλων πρὸς τοὺς καταδουλοῦσθαι τὰς πόλεις ἐπιχειρ-

οῦντας, ἐξ ὧν ἑαυτοῖς τε δόξαν ἐκτήσαντο καὶ τοῖς ἄλλ[ο]ις

Ἕλλησιν παρεσκεύασαν τὴν ἐλευθερίαν· καὶ νῦν δὲ κ[α]ιρῶν

καθειληφότων ὁμοίων τὴν Ἑλλάδα πᾶσαν διὰ το[ὺς κ]αταλύε-

ιν ἐπιχειροῦντας τούς τε νόμους καὶ τὰς πατρίους ἑκάστ-

οις πολιτείας ὅ τε βασιλεὺς Πτολεμαῖος ἀκολούθως τεῖ τ-

ῶν προγόνων καὶ τεῖ τῆς ἀδελφῆς προ[α]ιρέσει φανερός ἐστ-

ιν σπουδάζων ὑπὲρ τῆς κοινῆς τ[ῶν] Ἑλλήνων ἐλευθερίας· κ̣α̣ὶ

ὁ δῆμος ὁ Ἀθηναίων συμμαχίαν ποιησάμενος πρὸς αὐτὸν καὶ

τοὺς λοιποὺς Ἕλληνας ἐψήφισται παρακαλεῖν ἐπὶ τὴν αὐτὴ-

ν προαίρεσιν· ὡσαύτως δὲ καὶ Λακεδαιμόνιοι φίλοι καὶ σύμ-

μαχοι τοῦ βασιλέως ὄντες Πτολεμαίου καὶ πρὸς τὸν δῆμον τ-

ὸν Ἀθηναίων εἰσὶν ἐψηφισμένοι συμμαχίαν μετά τε Ἠλείων

καὶ Ἀχαιῶν καὶ Τεγεατῶν καὶ Μαντινέων καὶ Ὀρχομενίων κα-

ὶ Φια[λέων] καὶ Καφυέων καὶ Κρηταέων ὅσοι εἰσὶν ἐν τεῖ συμμ-

[αχίαι τ]εῖ Λακεδαιμονίων καὶ Ἀρέως καὶ τῶν ἄλλων συμμάχω-

[ν καὶ] πρέσβεις ἀπὸ τῶν συνέδρων ἀπεστάλκασιν πρὸς τὸν δῆ-

[μον] καὶ οἱ παραγεγονότες παρ’ αὐτῶν ἐμφανίζουσιν τήν τε Λ-

ακεδαιμονίων καὶ Ἀρέως καὶ τῶν ἄλλων συμμάχων φιλοτιμί-

αν, ἣν ἔχουσιν πρὸς τὸν δῆμον, καὶ τὴν περὶ τῆς συμμαχίας ὁμολ-

ογίαν ἥκουσι κομίζοντες· ὅπως ἂν οὖν κοινῆς ὁμονοίας γενομ-

ένης τοῖς Ἕλλησι πρός τε τοὺς νῦν ἠδικηκότας καὶ παρεσπον-

δηκότας τὰς πόλεις πρόθυμοι μετὰ τοῦ βασιλέως Πτολεμαίου

καὶ μετ’ ἀλλήλων ὑπάρχωσιν ἀγωνισταὶ καὶ τὸ λοιπὸν μεθ’ ὁμον-

οίας σώιζωσιν τὰς πόλεις· vvvv ἀγαθῆι τύχει δεδόχθαι τῶ[ι δ]-

ήμωι τὴμ μὲν φιλίαν καὶ τὴν συμμαχίαν εἶναι Ἀθηναίοις κ[αὶ]

Λακεδαιμονίοις καὶ τοῖς βασιλεῦσιν τοῖς Λακεδαιμον[ίων]

καὶ Ἠλείοις καὶ Ἀχαιοῖς καὶ Τεγεάταις καὶ Μαντινεῦσ[ιν κα]-

ὶ Ὀρχομενίοις καὶ Φιαλεῦσιν καὶ Καφυεῦσιν καὶ Κρητ[αεῦσι]-

ν ὅσοι ἐν τεῖ συμμαχίαι εἰσὶν τεῖ Λακεδαιμονίων κα[ὶ Ἀρέως]

καὶ τοῖς ἄλλοις συμμάχοις κυρίαν εἰς τὸν ἅπαντα [χρόνον, ἣν]

ἥκουσι κομίζοντες οἱ πρέσβεις· καὶ ἀναγράψα[ι αὐτὴν τὸν γρ]-

αμματέα τὸν κατὰ πρυτανείαν ἐν στήληι χαλκ[ῆι καὶ στῆσαι ἐ]-

ν ἀκροπόλει παρὰ τὸν νεὼ τῆς Ἀθηνᾶς τῆς Πο[λιάδος. ὀμόσαι δὲ]

[τὰ] ἀρχεῖα τοῖς πρέσβεσιν τοῖς παραγεγο[νόσιν παρ’ αὐτῶν τὸ]-

[ν ὅρκον τὸ]ν περὶ τῆς συμμαχίας κατὰ τὰ [πάτρια· v τοὺς δὲ κεχε]-

[ιρο]τον[ομένους] ὑπὸ τοῦ δήμου πρ[έσβ]ε[ις ἀποπέμψαι οἵτινες το]-

[ὺς ὅ]ρκους ἀπολ[ήψονται παρὰ] τ̣ῶ̣[ν λοιπῶν Ἑλλήνων vvv χειροτο]-

[ν]ῆσαι δὲ καὶ συνέδρους [δύο τὸν δῆμον αὐτίκα μάλα ἐξ Ἀθηναίω]-

ν ἁπάντων οἵτινες μετά τε Ἀρέω[ς καὶ τῶν ἀπὸ τῶν συμμάχων ἀ]-

[π]οστελλομένων συνέδρων βουλεύσοντ̣[αι περὶ τῶν κοινῆι συ]-

μφερόντων· μερίζειν δὲ τοῖς αἱρεθεῖσ[ιν τοὺς ἐπὶ τῆι διοικ]-

ήσει εἰς ἐφόδια οὗ ἂν χρόνου ἀποδημῶ[σιν ὅ τι ἂν διαχειροτο]-

νοῦντι δόξει τῶι δήμωι· ἐπαινέσαι δ[ὲ τοὺς ἐφόρους Λακεδαι]-

μονίων καὶ Ἀρέα καὶ τοὺς συμμάχους [καὶ στεφανῶσαι αὐτοὺς]

χρυσῶι στεφάνωι κατὰ τὸν νόμον· v ἐπ[αινέσαι δὲ καὶ τοὺς πρέσ]-

βεις τοὺς ἥκοντας παρ’ αὐτῶν v Θεομ[— — — — — Λακεδα]-

ιμόνιον vv Ἀργεῖον Κλεινίου Ἠλεῖο[ν v καὶ στεφανῶσαι ἑκάτ]-

ερον αὐτῶν χρυσῶι στεφάνωι κατὰ [τὸν νόμον φιλοτιμίας ἕνε]-

κα καὶ εὐνοίας ἧς ἔχουσιν περ[ί τε τοὺς ἄλλους συμμάχους κα]-

ὶ τὸν δῆμον τὸν Ἀθηναίων· εἶνα[ι δὲ ἑκατέρωι αὐτῶν καὶ ἄλλο ἀγ]-

αθὸν εὑρέσθαι παρὰ τῆς βουλ[ῆς καὶ τοῦ δήμου ἐάν του δοκῶσιν]

ἄξιοι εἶναι. καλέσαι δὲ αὐτ[οὺς ἐπὶ ξένια εἰς τὸ πρυτανεῖ]-

ον εἰς αὔριον. ἀναγράψαι δὲ [καὶ τόδε τὸ ψήφισμα τὸν γραμματέ]-

α τὸν κατὰ πρυτανείαν εἰστ[ήλην λιθίνην καὶ τὴν συνθήκην κα]-

ὶ στῆσαι ἐν ἀκροπόλει, εἰς [δὲ τὴν ἀναγραφὴν καὶ ἀνάθεσιν τ]-

ῆς στήλης μερίσαι τοὺς ἐπ[ὶ τῆι διοικήσει τὸ ἀνάλωμα ὃ ἂν γέν]-

ηται. vvv σύνεδροι οἵδε κ[εχειροτόνηνται]·

            vvvv Κάλλιππος Ἐλευσίν[ιος — — — — — — — — — — —]

vacat spatium unius versus

σπονδαὶ καὶ συμμαχία [Λακεδαιμονίοις καὶ τοῖς συμμάχοις το]-

ῖς Λακεδαιμονίων πρὸς [Ἀθηναίους καὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Ἀθην]-

αίων εἰς τὸν ἅπαντα [χρόνον. ἔχειν ἑκατέρους τὴν ἑαυτῶν ἐλευθέρ]-

ους ὄντας καὶ αὐτο[νόμους, πολιτείαν πολιτευομένους κατὰ]

τὰ πάτρια· ἐὰν δέ τ̣[ις ἴει ἐπὶ πολέμωι ἐπὶ τὴν χώραν τὴν Ἀθην]-

αίων ἢ τοὺς νόμο[υς καταλύει ἢ ἐπὶ πολέμωι ἴει ἐπὶ τοὺς συμμά]-

χους τοὺς Ἀθην[αίων, βοηθεῖν Λακεδαιμονίους καὶ τοὺς συμμάχ]-

[ο]υς τοὺς Λ[ακεδαιμονίων παντὶ σθένει κατὰ τὸ δυνατόν· ἐὰν δέ τ]-

ις ἴει ἐπὶ π[ολέμωι ἐπὶ τὴν χώραν τὴν Λακεδαιμονίων ἢ τοὺς]

νόμους κατ[αλύει ἢ ἐπὶ πολέμωι ἴει ἐπὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Λ]-

ακεδαιμ[ονίων, βοηθεῖν Ἀθηναίους καὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Ἀθην]-

[αίων παντὶ σθένει κατὰ τὸ δυνατόν· — — — — — — — — — — — — —]

lacuna

 

       2. fr. b-c.

․․․․․․․․․․․․26․․․․․․․․․․․․ηδ․․․․․․․․․20․․․․․․․․․

[․․․․․12․․․․․ Λακεδαιμονίου]ς καὶ τοὺς συμμάχους Ἀθηνα[ί]-

[οις καὶ τοῖς συμμάχοις· vv ὀμό]σαι δὲ Ἀθηναίους μὲν Λακεδαι-

[μονίοις καὶ τοῖς ἀπὸ ἑκάστης] πόλεως τοὺς στρατηγοὺς καὶ τ-

[ὴν βουλὴν τοὺς ΄Ν καὶ τοὺς ἄρ]χοντας καὶ φυλάρχους καὶ ταξι-

[άρχους καὶ ἱππάρχους· vv ὀμ]νύω Δία Γ[ῆ]ν Ἥλιον Ἄρη Ἀθηνὰν Ἀρε-

[ίαν Ποσειδῶ Δήμητραν· vv ἐ]μ[μ]ενεῖν ἐν τεῖ συμμαχίαι τεῖ γεγ-

[ενημένηι· εὐορκοῦσιν μὲν] πολλ[ὰ κἀ]γαθά, ἐπιορκοῦσι δὲ τἀνα-

[ντία· vv Λακεδαιμονίων δὲ] Ἀθη[να]ίοις ὀμόσαι κατὰ ταὐτὰ τοὺ-

[ς βασιλεῖς καὶ τοὺς ἐφόρο]υς [καὶ] τοὺς γέροντας· κατὰ ταὐτὰ δ-

[ὲ ὀμόσαι καὶ κατὰ τὰς ἄλλας] πόλεις τοὺς ἄρχοντας. vv ἐὰν δ-

[ὲ δοκῆι Λακεδαιμονίοις καὶ τ]οῖς συμμάχοις καὶ Ἀθηναίοις

[ἄμεινον εἶναι προσθεῖναί τι] καὶ ἀφελεῖν περὶ τῆς συμμαχί-

[ας ὃ ἂν δοκῆι ἀμφοτέροις, εὔο]ρκον εἶναι. ἀναγράψαι δὲ τὴν συ-

[νθήκην τὰς πόλεις ἐν στήλαι]ς καὶ στῆσαι ἐν ἱερῶι ὅπου ἂν βού-

[λωνται]·

 

Agli dèi. Sotto l’arcontato di Pitidemo, durante la seconda pritanìa della tribù di Eretteo. Nono giorno di Metagitnione, nono giorno della pritanìa. Al cospetto dell’Ecclesia sovrana, in seduta plenaria. Il presidente Sostrato, figlio di Callistrato, del demo di Erchia, e i colleghi pritani hanno messo ai voti (la mozione). Il Popolo ha votato a favore. Cremonide, figlio di Eteocle, del demo di Etalia ha proposto (il seguente decreto).

In passato, Ateniesi e Spartani e i loro rispettivi alleati, dopo aver concluso un’amicizia e un’alleanza comuni gli uni con gli altri, sostennero insieme numerose e nobili battaglie contro coloro che tentavano di sottomettere le città, battaglie dalle quali trassero per loro stessi fama (imperitura) e procurarono per gli altri Greci la libertà. Anche ora, dal momento che circostanze simili si sono impadronite di tutta la Grecia, a causa di quelli che intendono abrogare le leggi e le patrie istituzioni di ciascuna comunità, il re Tolemeo II, in conformità con la politica estera dei suoi antenati e di sua sorella (Arsinoe II), sostiene apertamente la comune libertà dei Greci. Il Popolo di Atene, per stipulare un’alleanza con lui, ha deciso di sollecitare gli altri Greci a perseguire la medesima politica. Allo stesso modo, anche gli Spartani, essendo amici e alleati di re Tolemeo, hanno votato la stipula di un’alleanza con il popolo di Atene, insieme con gli Elei, gli Achei, i Tegeati, i Mantinei, gli Orcomeni, i Fialei, i Cafiei, i Cretesi, e quanti sono nella lega degli Spartani, di Areo e degli altri alleati, e hanno inviato degli ambasciatori dai rispettivi consigli al Popolo ateniese; e quelli presenti da parte loro hanno mostrato la stima che gli Spartani, Areo e gli alleati nutrono nei confronti del Popolo e hanno notificato che i Lacedemoni sono d’accordo a concludere un’alleanza. Affinché dunque ci sia una comunanza di pensiero fra i Greci contro quanti hanno offeso e tradito le città, violandone i patti, sono disposti ad essere, insieme a Tolemeo e agli altri, strenui combattenti che, in futuro, proteggeranno le città, grazie alla concordia. Pertanto, con buona sorte, è stato deliberato dal Popolo di Atene che l’amicizia e l’alleanza degli Ateniesi con gli Spartani, i loro re, gli Elei, gli Achei, i Tegeati, i Mantinei, gli Orcomeni, i Fialei, i Cafiei e i Cretesi, quanti sono nell’alleanza degli Spartani, di Areo e degli altri alleati, siano valevoli per il tempo a venire – amicizia e alleanza che i loro ambasciatori hanno recato al Popolo. È stato decretato che il segretario della pritania faccia incidere questa disposizione su una stele di bronzo da apporre presso il tempio di Atena Poliade sull’Acropoli.

Si è deliberato poi che tutte le magistrature pronuncino un giuramento di fronte agli ambasciatori presenti secondo le tradizioni patrie, che quelli che saranno scelti ambasciatori vengano inviati per ricevere i giuramenti delle altre comunità elleniche. È stata votata l’immediata istruzione di due commissioni, composte da tutti gli Ateniesi, le quali, insieme ad Areo e ai commissari inviati dagli alleati, si consulti circa le questioni di comune vantaggio. Si è deciso che i deputati alla pubblica amministrazione assegnino ai commissari delle provvigioni congrue al periodo in cui saranno all’estero, nelle modalità e nei tempi stabiliti dal Popolo al momento della loro elezione. È stato deliberato di far pubblico elogio degli efori spartani, di Areo e degli alleati e di incoronarli con diademi d’oro, secondo la legge, e, inoltre, di tributare onore agli ambasciatori, che sono giunti, Teom(?) di Sparta […], Argeo, figlio di Clinia, da Elea […], e di conferire a ciascuno di loro una corona d’oro per la reverenza e la benevolenza dimostrata nei confronti degli altri alleati e del Popolo ateniese. Si è deciso, inoltre, di accordare a ciascuno di loro anche un altro beneficio, da parte della Bulé e dell’Ecclesia, ogni volta che li riterranno meritevoli, e che vengano invitati come ospiti al Pritaneo l’indomani. Si è stabilito che il segretario della pritanìa faccia incidere su una stele di pietra questo decreto e il trattato d’alleanza e lo faccia collocare sull’Acropoli; per l’iscrizione e l’erezione della stele gli amministratori finanziari distribuiranno le spese necessarie.

I commissari eletti con votazione: […] Callippo da Eleusi […].

[…]

Il trattato e l’alleanza tra gli Spartani e i loro alleati con gli Ateniesi e il loro alleati per il tempo a venire (prevedono) che ciascuno di loro, essendo libero e autonomo, possieda la propria costituzione, governandosi secondo le tradizioni patrie. Qualora mai qualcuno invadesse il territorio degli Ateniesi o tentasse di abolirne le leggi, o muovesse guerra ai loro alleati, gli Spartani e i loro alleati verranno in loro soccorso con tutte le proprie forze per quanto sarà loro possibile. Qualora mai qualcuno entrasse con fare ostile nel territorio degli Spartani o cercasse di invalidarne le leggi, o facesse guerra ai loro alleati, gli Ateniesi e i loro alleati verranno in loro aiuto con tutte le proprie forze per quanto sarà loro possibile […]. […] gli Spartani e gli alleati agli Ateniesi e agli alleati. (Il trattato e l’alleanza stabiliscono) che gli strateghi, i membri della Bulé dei 500, gli arconti, i filarchi, i tassiarchi e gli ipparchi di Atene pronuncino il seguente giuramento agli Spartani e ai rappresentanti di ogni città: «Io giuro in nome di Zeus, Gea, Helios, Ares, Atena Areia, Poseidone e Demetra […] che resterò fedele alla presente alleanza. A coloro che giurano con animo sincero sia abbondanza di beni, mentre a coloro che giurano falsamente, siano gravi rovine». (È previsto) che giurino secondo la medesima formula i re, gli efori e i geronti degli Spartani nei confronti degli Ateniesi e gli arconti delle altre città […]. Qualora agli Spartani e agli alleati e agli Ateniesi appaia bene aggiungere o togliere qualcosa riguardante il trattato di alleanza, e che sembri bene a entrambi, sia ciò conforme al giuramento. (È stato deciso) che le città facciano incidere il trattato su steli e lo espongano nel santuario da loro scelto.

 

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