Vespasiano

Tito Flavio Vespasiano fu acclamato imperatore nel luglio del 69. Uno dei suoi primi atti ufficiali, una volta insediatosi in Roma e dopo aver lasciato al figlio maggiore Tito il compito di gestire la rivolta giudaica, fu di ridurre il numero delle coorti pretorie da sedici a nove. La prima preoccupazione del nuovo princeps fu quella di ridimensionale l’ingerenza dei militari nella vita politica dello Stato, impendendo, in sostanza, che si ripresentasse quella stessa situazione che lo aveva portato al potere. Vespasiano non dimenticò mai, tuttavia, il debito che aveva nei confronti delle legioni di Syria, Aegyptus e Moesia, tra le prime a prestargli giuramento, tant’è che per festeggiare la propria ascesa all’impero, egli scelse il giorno in cui era stato acclamato dai soldati, piuttosto che quello della ratifica del Senato. Da parte loro, i militari vedevano nel nuovo principe uno di loro, un homo novus, di origini non nobili, che aveva saputo elevarsi proprio grazie alla sua abilità guerresca.

Un altro problema che Vespasiano volle dirimere il prima possibile fu quello dei disordini scoppiati ai confini dell’Impero, soprattutto sul Reno. Qui doveva essere ancora sedata la ribellione provocata tra i Batavi da Giulio Civile, insurrezione che si era estesa a macchia d’olio, creando un effimero governo “separatista” nelle Galliae. Vespasiano inviò otto legioni, al comando di Petilio Ceriale e Giulio Sabino, che in poco tempo, verso la fine del 70, ebbero ragione dei rivoltosi e riportarono la situazione alla normalità. Nel frattempo, nel settembre dello stesso anno, il giovane Tito poneva fine alla rivolta giudaica con la presa di Gerusalemme. Ristabilita la pace e sedate le sollevazioni nelle province, era ora necessario dare stabilità a un Impero scosso dalla guerra civile del longus et unus annus (Tac. Dial. 17, 3).

T. Flavio Vespasiano. Busto, marmo bianco, c. 70, da Napoli. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

Per quanto concerne la politica interna, era evidente che proprio le origini dell’imperatore, che lo rendevano caro agli eserciti, potesse costituire un problema per l’ordine senatorio. Anche i più conservatori e intransigenti tra gli esponenti dell’alto consesso si erano ormai adeguati alla “necessità” del principato; ma, in fin dei conti, il princeps era pur sempre stato un rampollo di una delle più antiche e gloriose genti patrizie: un Giulio o un Claudio.

Era necessario, dunque, per Vespasiano giustificare il proprio potere, consolidarlo e garantirne la continuità. Richiamandosi ai suoi più autorevoli predecessori, già alla fine del 69 l’imperatore aveva promulgato un documento importantissimo, noto come lex de imperio Vespasiani (ILS 244): il rescritto, sancito da un Senatus consultum e ratificato pro forma dalle assemblee comitali, stabiliva una serie di prerogative, diritti e doveri del principe nei confronti della res publica, come la facoltà di convocare il Senato, di non essere vincolato a leggi e plebisciti, di intervenire nell’elezione dei magistrati. Più che di una nuova definizione “costituzionale” dei poteri dell’imperatore, si trattava probabilmente di una pubblicazione sistematica di quelli già esercitati dai predecessori.

Inoltre, nel 71, Vespasiano si associò nell’impero il figlio maggiore Tito, conferendogli la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare. Facendo questo, l’imperatore sabino intendeva richiamarsi direttamente ad Augusto, assumendolo a modello della propria propaganda. Nei coni monetali, che facevano il giro dell’Impero, per esempio, venivano ripetuti, in forme lievemente diverse, i rassicuranti simboli del potere augusteo: Aeternitas, Salus, Victoria. Accanto a queste astrazioni personificate, che restituivano alla gente fiducia nella stabilità del governo e nel benessere dello Stato, primeggiava soprattutto un’altra, che costituì la chiave di volta di tutta l’ideologia flavia: la Pace. Rappresentata come una figura muliebre con cornucopia e ramo d’ulivo, la Pax Augusti fu diffusa su ogni mezzo comunicativo. Non solo sulle monete, quindi, ma in suo onore fu progettato ed edificato il nuovo Foro, limitrofo a quello di Augusto. Inoltre, l’accorta politica di Vespasiano portò a una “rinascita” augustea anche nella letteratura, nelle arti e negli studi liberali. I poeti che gravitavano intorno alla corte flavia, in particolare Publio Papinio Stazio, trovarono in Virgilio il modello ideale dell’indimenticata età dell’oro della cultura romana.

T. Flavio Vespasiano. Dupondius, Roma c. 71. Æ 12, 81 g. Verso: Felicitas – publica – S(enatus) c(onsulto). La dea Felicitas stante, voltata a sinistra, con caduceo e cornucopia.

Per garantire alla gens Flavia il prestigio di cui era priva, Vespasiano rivestì il consolato quasi ininterrottamente, spesso insieme ai figli Tito e Domiziano. Sempre a Tito, con un’abile mossa politica, l’imperatore affidò anche l’incarico di prefetto del pretorio, da una parte per assicurarsi l’incolumità e dall’altra per inorgoglire e avvicinare i membri della classe equestre. Attraverso l’istituto della censura, che tenne insieme al figlio maggiore nel 73, Vespasiano poté anche intervenire nella composizione del venerando consesso, espellendone i senatori più scomodi e introducendo nuovi patres conscripti, esponenti delle aristocrazie provinciali d’Occidente.

Proprio nel campo dell’amministrazione delle province, Vespasiano dimostrò grande interesse e particolare attenzione. Molte delle opere pubbliche e delle infrastrutture commissionate e le nuove riorganizzazioni amministrative da lui intraprese avevano certamente scopi economici e fiscali, ma, di fatto, le iniziative del principe impressero un nuovo, fondamentale impulso allo sviluppo di quei territori. La massiccia concessione dello ius Latii o della Romana civitas e l’istituzione di numerosi municipia Flavia, soprattutto nelle Hispaniae, accelerarono il processo di romanizzazione del Paese e la formazione di un’alta aristocrazia locale, che col tempo avrebbe affiancato e poi soppiantato quella italica. Diversamente, le province orientali non godettero della medesima benevolenza: in particolare, l’Achaia, che Nerone aveva gratificato concedendo l’immunitas, fu reintegrata pienamente nel regime fiscale dell’Impero. In Cappadocia e Syria Vespasiano ordinò la costruzione di nuove fortezze legionarie e altre infrastrutture militari, concepite a scopi offensivi più che difensivi.

Nonostante l’epurazione, la destituzione e la sostituzione di alcuni eminenti personaggi dal Senato, è emblematico del mutare dei tempi che Vespasiano non sia stato rappresentato come un acerrimo nemico o un persecutore dell’oligarchia. L’opposizione a lui si limitò, a quanto sembra, ad alcuni circoli filosofici. L’unico complotto di un certo rilievo che sia stata tramandata fu quella che portò alla rovina Elvidio Prisco, genero di Trasea Peto, uno dei “martiri” dell’opposizione a Nerone.

Per cancellare le testimonianze della megalomane attività edilizia di quest’ultimo, Vespasiano si preoccupò di restituire al godimento pubblico molte aree di Roma, ampliando il pomerium e dando inizio alla costruzione dell’Amphitheatrum Flavium. Anche in altre città d’Italia e delle province l’imperatore incoraggiò in tutti i modi l’edilizia pubblica.

La morte lo colse nella nativa Sabina il 24 giugno del 79, quando era ancora impegnato negli affari di Stato.

Lawrence Alma-Tadema, Il trionfo di Tito. Olio su tela, 1885.

***

Bibliografia minima:

F. Coarelli (ed.), Divus Vespasianus: il bimillenario dei Flavi. Catalogo della mostra (Roma, 27 marzo-10 gennaio 2010), Milano 2010.

B. Levick, Vespasian, London-New York 1999.

S. Pfeiffer, Die Zeit der Flavier: Vespasian – Titus – Domitian, Darmstadt 2009.

La crisi del III secolo: la paura di vivere e l’anarchia militare

Tra il II e il III secolo cominciò a serpeggiare per tutto l’Impero romano una sorta di angoscia esistenziale che sembrò non risparmiare nessuno e che investì tutti i gruppi sociali, dai più umili a quelli più elevati. In particolare, Eric R. Doods, in Pagan and Christian in an Age of Anxiety (1965), interpretò il periodo compreso fra il principato di Marco Aurelio (161-180) e tutto il secolo successivo come un’epoca di decadenza economica e di perdita dei valori tradizionali, che avevano dominato sulla civiltà. Questa crisi ebbe come conseguenza anche proprio l’insinuarsi tra gli abitanti dell’Impero di una nuova spiritualità e di nuovi modi di concepire il mondo. Ciò, all’unisono con una diversa prospettiva intellettuale e un mutamento della mentalità, non più rivolta alla vita materiale, impresse una maggiore spinta alla diffusione di culti monoteistici e soteriologici, alla base del cui credo ponevano la speranza in una vita ultraterrena migliore.

Jules-Élie Delaunay, La peste a Roma. Olio su tela, 1859.

Siccome il risentimento verso il mondo era per Marco Aurelio la peggiore delle empietà, egli lo rivolgeva all’interno, contro sé stesso. Già in una lettera al proprio maestro e pedagogo, Frontone, scritta all’età di venticinque anni, il futuro Augustus si dichiarava irritato contro la propria incapacità di raggiungere l’ideale di vita filosofica che si era proposto: itaque poenas do, irascor, tristis sum, ζηλοτυπῶ, cibo careo (Front. Ad M. Caes. IV 13, p. 129 Pepe, «Perciò faccio penitenza, sono adirato con me stesso, sono triste e invidio gli altri, mi astengo dal cibo»). Le medesime sensazioni lo avrebbero, in seguito, perseguitato anche una volta divenuto imperatore: nei suoi Τὰ εἰς ἑαυτόν (Pensieri a sé stesso) Marco diceva di aver fallito il proprio ideale, di aver mancato una vita onesta; la sua esistenza lo aveva sfregiato, macchiato, «contaminato» (M. Aur. Med. VIII 1, 1). Egli confessava di aspirare a essere diverso da quello che era, ripromettendosi le seguenti parole: «Incomincia una buona volta a essere umano, finché sei in vita» (XI 18, 5, ἄρξαι ποτὲ ἄνθρωπος εἶναι, ἕως ζῇς). Eppure, ammetteva che «è duro per un uomo sopportare anche sé stesso» (V 10, 1, καὶ ἑαυτόν τις μόγις ὑπομένει).

M. Aurelio Antonino. Busto giovanile barbato, marmo, metà II sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Quanto alle azioni dell’uomo e ai suoi casi, Marco si diceva: «Vedrai continuamente che le cose umane sono fumo e un nulla, soprattutto se terrai presente che ciò che una volta si è trasformato non esisterà mai più nel tempo infinito» (X 31, συνεχῶς θεάσῃ τὰ ἀνθρώπινα καπνὸν καὶ τὸ μηδέν, μάλιστα ἐὰν συμμνημονεύσῃς ὅτι τὸ ἅπαξ μεταβαλὸν οὐκέτι ἔσται ἐν τῷ ἀπείρῳ χρόνῳ). Così – riferendosi ai valori e ai successi personali –, «in questa fiumana, in cui non è possibile trovare un punto d’appoggio, quale si potrebbe apprezzare tra queste cose che ci passano accanto di corsa? Come se uno prendesse ad amare uno di quei passerotti che ci passano accanto e volan via, che già è scomparso alla vista» (VI 15, ἐν δὴ τούτῳ τῷ ποταμῷ, ἐφ’ οὗ στῆναι οὐκ ἔξεστιν, τί ἄν τις τούτων τῶν παραθεόντων ἐκτιμήσειεν; ὥσπερ εἴ τίς τι τῶν παραπετομένων στρουθαρίων φιλεῖν ἄρχοιτο, τὸ δ’ ἤδη ἐξ ὀφθαλμῶν ἀπελήλυθεν). E ancora: «Le cose tanto apprezzate nella vita sono vuote, marce, meschine, cagnolini che si mordono a vicenda, monelli rissosi che ridono e subito dopo piangono» (V 33, τὰ δὲ ἐν τῷ βίῳ πολυτίμητα κενὰ καὶ σαπρὰ καὶ μικρά· καὶ κυνίδια διαδακνόμενα καὶ παιδία φιλόνεικα, γελῶντα εἶτα εὐθὺς κλαίοντα).

Trofeo con armi barbariche (scudi, lance e un’ascia), posto fra le personificazioni di due province romane. Rilievo su plinto, marmo, II sec. d.C. dall’Hadrianeum. Roma, P.zzo dei Conservatori.

La pompa del trionfo sarmatico, riportato dall’imperatore nel 176, era ironicamente paragonata da Marco all’autocompiacimento di un ragno che coglie una mosca, alla preda catturata dai cacciatori (X 10). Per il princeps-filosofo questa non era vuota retorica, ma una concezione della condizione umana e aveva un significato profondamente serio.  Lui, che passava i suoi giorni ad amministrare un impero, poteva esprimere talvolta un desolato senso di non-appartenenza, di alienazione: «Nella vita umana la durata è un punto, la sostanza in perenne flusso, la sensazione oscura, la compagine del corpo intero corruttibile, l’anima eterna inquietudine, la sorte enigmatica, la fama incerta. Per dirla in breve, tutto ciò che riguarda il corpo è un fiume, tutto ciò che riguarda l’anima è sogno e vanità, la vita è una guerra e un soggiorno in terra straniera, la gloria postuma oblio» (II 17, 1, τοῦ ἀνθρωπίνου βίου ὁ μὲν χρόνος στιγμή, ἡ δὲ οὐσία ῥέουσα, ἡ δὲ αἴσθησις ἀμυδρά, ἡ δὲ ὅλου τοῦ σώματος σύγκρισις εὔσηπτος, ἡ δὲ ψυχὴ ῥόμβος, ἡ δὲ τύχη δυστέκμαρτον, ἡ δὲ φήμη ἄκριτον· συνελόντι δὲ εἰπεῖν, πάντα τὰ μὲν τοῦ σώματος ποταμός, τὰ δὲ τῆς ψυχῆς ὄνειρος καὶ τῦφος, ὁ δὲ βίος πόλεμος καὶ ξένου ἐπιδημία, ἡ δὲ ὑστεροφημία λήθη). L’imperatore lottava contro il predominio esclusivo di pensieri siffatti con tutta la forza della sua religione stoica, prendendo a guida la filosofia e ricordando a sé stesso che la sua stessa esistenza era parte e frazione della grande unità cosmica (VI 46).

Ora, non è mancato chi ha voluto scorgere in tanta autocritica e in tanto pessimismo aspetti morbosi, riconducibili a quella che gli psicologi moderni chiamerebbero una forma grade di depressione cronica, accompagnata da crisi d’identità. Con una maggiore prospettiva storica, invece, negli atteggiamenti di Marco Aurelio si possono riconoscere le manifestazioni di quell’angoscia che si stava diffondendo per tutta la compagine imperiale proprio a partire dal suo principato. Non è facile, in realtà, definire gli esatti confini cronologici di questa nuova tendenza spirituale né è possibile considerarla disgiunta da quegli aspetti di crisi sociale, economica e istituzionale che pure sarebbero emersi con prepotenza nel secolo successivo.

Filosofo seduto e pensante (dettaglio). Rilievo, marmo, II-III sec. d.C. da un sarcofago romano. Città del Vaticano, Grotte Vaticane.

Alcune avvisaglie sono comunque già avvertibili dall’inizio del principato e possono essere riconosciute nella progressiva diffusione e nel successo crescente dei culti misterici e orientali, un’indubbia reazione alla religione tradizionale romana. Ma è soprattutto nel II secolo, proprio nel corso di quella che è passata alla storia come «l’età d’oro degli Antonini», che la crisi spirituale si manifestò più pienamente. Un ruolo non trascurabile ebbe indubbiamente la peste che le legioni romane riportarono dall’Oriente nel 166-167 e che imperversò per anni, sterminando, secondo le stime, circa metà della popolazione dell’Impero. Un’epidemia tanto spaventosa dovette incidere profondamente su un mondo che, in larga parte privo di difese razionali e conoscenze medico-scientifiche, poneva all’origine dei fenomeni patologici la collera di divinità trascurate e vendicative; la contestuale diffusione di malattie mentali e di disagi psichici di varia natura fu quindi uno dei tanti terribili effetti della pestilenza.

La forte incertezza nel futuro creò le premesse per una profonda crisi spirituale e un’azione di straniamento dalla realtà quotidiana, una fuga verso il magico, il ricorso agli oracoli: ecco allora il diffondersi di certo misticismo, soprattutto di matrice orientale, i cui culti avevano per fondamento la promessa nell’immortalità dell’anima, la speranza nella salvazione, la rigenerazione della carne e il ritorno a una vita migliore.

Fedeli all’oracolo. Bassorilievo, calcare, II sec. d.C. Vicenza, Museo Archeologico.

Ma, allora, in che cosa cercavano rifugio gli abitanti dell’Impero per placare il loro senso di angoscia? Una prima risposta si può trovare nell’indubbia crescita di interesse che registrarono nel III secolo gli oracoli. Questo è stato verificato soprattutto dalle evidenze archeologiche negli antichi e tradizionali centri oracolari. Spesso città e intere comunità vi inviavano delegazioni per avere responsi su problemi che affliggevano la cittadinanza, come l’origine di una pestilenza o di una carestia. Numerosi erano anche i προφῆται, più o meno attendibili, maghi e ciarlatani, che venivano interpellati per un responso, esercitando persino la professione da privati. In certi casi, la richiesta assumeva un tono del tutto diverso, come domanda metafisica sulla natura del dio. A tal proposito, si possiedono varie redazioni di un oracolo proveniente dal santuario di Apollo a Claros, che risponde alla domanda: «Sei tu il dio o è qualcun altro?», tramandato dalla Theosophia Tubingensis (§. 13 Erbse), da Lattanzio (Lactant. Div. Inst. I 7, 1) e da un testo inciso sulle porte di Enoanda (SEG 27, 903). Apollo avrebbe vaticinato che, «al di sopra della volta iperurania, esiste una fiamma sterminata, mobile, eternità infinita» (Ἔσθ’, ὑπὲρ οὐρανίου κύτεος καθύπερθε λεγογχώς,  φλογµὸς ἀπειρέσιος, κινούµενος, ἄπλετος ἀίων), specificando che lui stesso e le altre divinità «non siamo che una minuscola particella del dio, noi messaggeri» (µικρὰ δὲ θεοῦ µερὶς ἄγγελοι ἡµεῖς). È questa una preziosa testimonianza della religiosità tradizionale nel II-III secolo e dei suoi orientamenti in senso enoteista, per cui il vecchio Olimpo, ormai sbiadito, subì una riorganizzazione su base gerarchica in modo da soddisfare l’esigenza primaria di quell’epoca, cioè quella di avere un solo dio con cui stabilire un dialogo intimo e personale o, addirittura, quel rapporto preferenziale che in passato sarebbe stato inconcepibile.

Naturalmente, l’incertezza sulla sorte della propria anima nell’aldilà era uno dei motivi di angoscia più diffusi: il II e il III secolo videro un aumento esponenziale del prestigio e del seguito di gruppi religiosi che assicuravano ai propri adepti un altro mondo dopo la morte, nel quale le difficoltà di tutti i giorni avrebbero trovato conclusione e pace. Ma se le persone di cultura media e inferiore si rivolgevano ai vari culti misterici con certa facilità, gli esponenti delle élites privilegiavano gli studi filosofici. Un seguace di Ermete Trismegisto affermava che «… la filosofia… consiste soltanto in una frequente contemplazione finalizzata alla conoscenza della divinità e in una santa devozione. Infatti, molti la confondono in molti modi» (Asclep. XII, Corp. Herm. II 312 Nock-Festugière, … philosophia, … sola est in cognoscenda divinitate frequens obtutus et sancta religio. Multi etenim et eam multifaria ratione confundunt).

Giovanni di Stefano (attribuito), Ermete Trismegisto. Tarsie, marmi policromi, 1488, dal pavimento della navata centrale. Siena, Duomo di S. Maria Assunta.

Nel II secolo, però, né il pensiero pagano né quello cristiano facevano ancora riferimento a un sistema riconosciuto e coerente, tanto meno a una ortodossia. Da questo punto di vista, il panorama dell’età degli Antonini e della prima età severiana era molto confuso: i cristiani erano divisi in innumerevoli gruppi spesso in lotta fra loro, mentre moltissimi Vangeli, Atti e Apocalissi, poi giudicati apocrifi, circolavano liberamente fra i fedeli. Per contro, le scuole filosofiche si dividevano fra stoiche, aristoteliche, pitagoriche e platoniche, e non mancò chi le avesse frequentate un po’ tutte, nel tentativo di trovare risposta alle proprie domande esistenziali. Una ben nota testimonianza di questo si trova nel Dialogo con Trifone di Giustino, in cui l’autore descrive di aver trascorso una ricerca del genere: dopo aver cercato invano di imparare qualcosa su Dio da uno stoico, da un peripatetico e da un pitagorico, alla fine si pose alla sequela di un platonico, che per lo meno gli diede la speranza di vedere Dio faccia a faccia, «visto che questo è lo scopo della filosofia di Platone» (Iustin. Tryph. II 3, 6, τοῦτο γὰρ τέλος τῆς Πλάτωνος φιλοσοφίας).

Nel III secolo, poi, mentre il Cristianesimo si diffondeva sempre più e altre sette, quali lo Gnosticismo, che dava ai propri accoliti solo cupe e lugubri prospettive, andavano scomparendo, il Neoplatonismo trovò nella figura di Plotino un interprete coerente, ma anche il protagonista più adatto per questa fase del paganesimo. Plotino, un mistico che in età matura aveva raggiunto attraverso una severa disciplina interiore la calma e la chiarezza, con il suo esempio e con i suoi scritti permise ai tradizionalisti di riafferrare il senso perduto del rapporto tra corpo e anima, fra uomo e mondo sensibile, fra dio e universo. Non è un caso che alcuni suoi discepoli sarebbero stati fra i più lucidi oppositori del Cristianesimo.

Uomini togati, forse senatori (dettaglio). Rilievo, marmo, 235, dal Sarcofago di Acilia. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

Ranuccio Bianchi Bandinelli, in Roma. La fine dell’arte antica (1970), mostrò come l’elemento irrazionale fece la propria comparsa anche nelle arti figurative di II e III secolo, manifestandosi sia nelle espressioni private, come ritratti e sculture funerarie, sia nelle rappresentazioni ufficiali quali il ritratto degli imperatori e i rilievi storici. Un’opera che rappresenta emblematicamente questo nuovo linguaggio espressivo è certamente la Colonna Antonina, realizzata fra i principati di Marco Aurelio e di suo figlio Commodo (c. 176-193). Nel rilievo a spirale che si sviluppa lungo il fusto del monumento si fa spazio l’elemento soprannaturale. Questo è particolarmente evidente nelle scene del «Miracolo del fulmine» e del «Miracolo della pioggia», dove le divinità irrompono a risolvere la situazione a favore dei Romani. Nonostante il lucido razionalismo di Marco Aurelio, il tema dominante del periodo sembra piuttosto la fede in quella providentia deorum, che compare anche nelle monete del tempo.

Inoltre, a partire dalla seconda metà del II secolo, nella scultura furono volutamente accentuati alcuni tratti (occhi più grandi del naturale, pupilla profondamente incisa, testa inclinata), che facevano assumere ai volti espressioni di dolore, afflizione e angoscia. Con il III secolo, poi, il rigore formale della tradizione ellenistica cedette il passo a bruschi effetti chiaroscurali, su solchi profondi alternati a superfici lisce e luminose; alla rappresentazione naturalistica si sostituirono le illusioni ottiche e le rappresentazioni arbitrarie e simboliche. Barbe e capelli vennero resi in modo espressionistico, con fiorellini ravvicinati o fitti trattini. In queste rappresentazioni, Bianchi Bandinelli ravvisava l’espressione di angoscia spirituale, cui si affiancava una manifestazione di volontà di potenza, che non rifuggiva da ogni mezzo pur di affermarsi.

Nella pittura dello stesso periodo si diffuse l’effetto “a macchia”, che annullava il volume e i particolari delle figure, accentuandone l’intensità dell’espressione e il carattere simbolico. E anche quando l’artista voleva mantenere una certa solidità formale, la rappresentazione offriva una marcata drammaticità, approfondendo il contenuto umano delle scene.

Il «Miracolo della Pioggia». Rilievo, marmo di Carrara, c. 176-193, dalla Colonna Antonina. Roma, P.zza Colonna.

Gli storici sono concordi nel ritenere che il III secolo si sia profilato come un’incredibile concatenazione di eventi, accompagnata da una profonda trasformazione non solo nella psicologia delle persone e nell’estetica dell’arte, ma anche nel modo di vivere e di comunicare nel quotidiano, e pure nella maniera di rappresentare, il rapporto tra coloro che detenevano il potere e i subordinati. Fu dunque un periodo in cui le contraddizioni, i contrasti e i precari equilibri mai del tutto risolti della prima età imperiale conflagrarono per poi trovare una nuova, originale composizione. Cercare di spiegare i motivi e le dinamiche di questa crisi non è semplice, dal momento che essa investì gli strati profondi della compagine imperiale e ragioni diverse si intersecarono fra di loro in un groviglio quasi inestricabile.

Per quello che riguarda la storia politica, l’eliminazione di Severo Alessandro a Mogontiacum da parte dei soldati in tumulto nel 235 pose fine alla dinastia tradizionalmente definitiva «monarchia militare dei Severi», che nel complesso aveva rappresentato un periodo di stabilità per l’Impero. La definizione di «monarchia militare» allude al fatto che l’elemento militare era stato promotore del potere stesso e, insieme, al fatto che gli esponenti di tale dinastia si erano appoggiati con donativi e premi proprio agli eserciti. L’ammutinamento di Mogontiacum pose fine unilateralmente all’accordo tra soldati e imperatore: per tutta quanta la storia precedente, mai i soldati avevano pensato neppure un attimo di mettere in discussione l’istituto del principato e la sua autorità; la loro indispensabilità, riconosciuta dai fatti, li aveva spinti e li avrebbe spinti a proporre un proprio capax imperii, ponendo sempre più in ombra l’importanza del Senato.

I soldati della Cohors XX Palmyrenorum scrificano davanti al loro vexillum. Affresco, III sec. d.C. ca. da Dura Europos.

Il III secolo, e segnatamente il periodo tra il 235 e il 285, è altresì definito come «anarchia militare», definizione che sottolinea la preminenza dell’elemento militare nell’elezione imperiale. Si trattò del periodo più confuso della storia di Roma, tanto pernicioso nei suoi effetti da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa dell’Impero come entità politica. L’importanza, dunque, assunta dalle armi, garanti dell’integrità dello Stato, fu densa di conseguenze. La scelta del vertice era ormai saldamente nelle mani dei militari: gli stessi aspiranti alla porpora erano spesso esponenti della truppa, nemmeno ufficiali di alto rango e ancor più spesso di oscuri natali, se non addirittura di origine straniera. Molti di coloro che si succedettero nel giro di un cinquantennio rimasero in carica soltanto per pochi mesi, se non per pochi giorni; e, contrapponendosi l’uno all’altro, diedero vita a governi effimeri e ad ancor più effimeri progetti politici. Fu questa la stagione dei Soldatenkaiser.

Capo barbaro supplicante. Rilievo, marmo, fine II sec. d.C. dal pannello della clementia dell’arco di M. Aurelio. Roma, Arco di Costantino.

Il III secolo, tra l’altro, si aprì con la constatazione della presenza di una nuova realtà alle frontiere fluviali del Reno e del Danubio, nelle regioni comprese nel barbaricum. Quelle popolazioni che i Romani in precedenza avevano fronteggiato, e con le quali avevano sostanzialmente mantenuto una coesistenza relativamente pacifica, presentavano un assetto ben diverso da prima: non più parcellizzazione per pagi, sovente assai piccoli, con un’economia agricola di sussistenza e limitata allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, con migrazione quando queste fossero esaurite, ma una tendenza all’accorpamento, fino a costituire unità complesse e numerose di popoli: a tal proposito, si è parlato di «etnogenesi». L’attrazione naturale fu dunque verso l’Impero e questa attrazione aumentò, come entrarono in gioco vari fattori: l’aumento della popolazione, la diminuzione della produttività del suolo, dei cambiamenti climatici con un aumento della siccità estiva e della rigidità degli inverni, la spinta di altre tribù e popolazioni che migravano; si adducono tutti questi fenomeni per spiegare l’impulso delle genti barbariche verso il limes imperiale, e forse è più opportuno parlare di concomitanza di fattori.

Avvisaglie di questo mutato assetto si erano già manifestate ai tempi di Marco Aurelio, quando l’imperatore, prima con il collega Lucio Vero e poi da solo, aveva dovuto contenere la spinta offensiva di Quadi, Marcomanni, Iagizi e Sarmati. In effetti le cosiddette guerre marcomanniche avevano coinvolto gran parte dei barbari insediati lungo le frontiere e anche per loro si era trattato di un periodo di sconvolgimenti. Lungo tutto il confine, nel giro di poche generazioni avevano preso forma nuove popolazioni e nuovi raggruppamenti. Gli Alamanni comparvero nell’area tra l’alto Reno e l’alto Danubio, incorporando parte degli Svevi e di altre stirpi germaniche; a nord di costoro varie tribù, come i Bructeri e i Chatti, divennero note come Franci, una federazione di etnie mai completamente unite fino all’inizio del VI secolo. A est degli Alamanni, nell’alto Danubio, si stanziarono i Langobardi, mentre nel basso corso del fiume vennero alla ribalta potenti gruppi di genti che, nel corso del III, sarebbero diventati noti come Goti. Tutte queste popolazioni non abbandonarono le loro antiche tradizioni tribali: non si dovrebbe, perciò, prestare necessariamente fede ai Romani, quando utilizzavano tali etichette, poiché non vennero quasi mai a contatto con l’intero gruppo etnico e potrebbero non aver capito chi avessero di fronte. Le espressioni che utilizzavano per indicare queste genti sono, dunque, tutte ugualmente vaghe.

Guerriero germanico ferito e morente (dettaglio). Bassorilievo, marmo proconnesio, 251-252 d.C., dal sarcofago «Grande Ludovisi». Roma, Museo di P.zzo Altemps.

In ogni caso, dopo le guerre condotte da Marco Aurelio, i rapporti fra Romani e Marcomanni e Quadi si erano riallacciati e la dominazione romana era ripresa: si era tornati a chiedere l’approvazione di Roma per la scelta dei sovrani e, sotto Commodo, si era concesso loro di tenere regolari assemblee, solo in presenza di un ufficiale romano; alcuni barbari avevano preso la civitas, avevano prestato servizio nell’esercito, si erano stabiliti entro i confini dell’Impero: anche l’archeologia ha dimostrato l’esistenza di stretti rapporti commerciali nonché altri tipi di legame fra le due realtà, rinvenendo manufatti romani tra le sepolture dei benestanti e ceramiche di origine mediterranea anche nelle abitazioni più umili.

Nel 250 l’imperatore Decio inviò l’esercito nel regno greco del Bosforo, in Crimea, apparentemente allo scopo di scoprire gli spostamenti degli Sciti in quell’area (AE 1996, 1358). Purtroppo, il termine Σκύθοι, impiegato genericamente nella letteratura antica, non permette di conoscere il vero nome della stirpe in questione. Intorno al 500, Zosimo di Panopoli scriveva che erano state le popolazioni dei Borani, dei Goti, dei Carpi e degli Urugundi a invadere l’Impero romano tra il 253 e il 259 (Zos. I 27, 1; 31,1). I Carpi si trovano menzionati anche da un’altra fonte coeva (Dessippo, autore degli Σκυθικά, FGrH 100), ma la maggior parte degli storici ritiene che a determinare la caduta di Decio siano stati i Goti, anche perché Giordane (che, come Zosimo, scriveva nel VI secolo) afferma che uno dei primi re dei Goti fu Cniva, che era anche il nome del comandate «scita» (Jord. Get. 101-102). Chiunque essi fossero, nel 250 i barbari irruppero attraverso la frontiera e ad Abrittus inflissero una pesante sconfitta all’esercito romano guidato da Decio; lo stesso imperatore rimase ucciso.

Battaglia tra Romani e Germani. Bassorilievo, marmo proconnesio, 251-252 d.C., dal sarcofago «Grande Ludovisi». Roma, Museo di P.zzo Altemps.

Nella catastrofica situazione che seguì, intorno al 253, Cipriano, vescovo di Cartagine, diede voce all’opinione condivisa dell’imminente collasso dell’Impero romano, scrivendo all’allora proconsole d’Africa, Demetriano (Cyprian. Ad Demetr. 3-5):

Illud primo in loco scire debes, senuisse jam mundum, non illis viribus stare quibus prius steterat, nec vigore et robore eo valere quo antea praevalebat. Hoc etiam, nobis tacentibus et nulla de Scripturis sanctis praedicationibusque divinis documenta promentibus, mundus ipse jam loquitur et occasum sui rerum labentium probatione testatur. Non hyeme nutriendis seminibus tanta imbrium copia est, non frugibus aestate torrendis solis tanta flagrantia est, nec sic vernante temperie sata laeta sunt, nec adeo arboreis foetibus autumna foecunda sunt. Minus de effossis et fatigatis montibus eruuntur marmorum crustae, minus argenti et auri opes suggerunt exhausta jam metalla, et pauperes venae breviantur in dies singulos et decrescunt, deficit in arvis agricola, in mari nauta, miles in castris, innocentia in foro, justitia in judicio, in amicitiis concordia, in artibus peritia, in moribus disciplina. Putasne tantam posse substantiam rei senescentis existere quantum prius potuit novellu adhuc et vegeta juventa pollere? Minuatur necesse est quicquid fine jam proximo in occidua et extrema devergit. Sic sol in occasu suo radios minus claro et igneo splendore jaculatur; sic, declinante jam cursu, exoletis cornibus luna tenuatur, et arbor quae fuerat ante viridis et fertilis, arescentibus ramis fit postmodum sterili senectute deformis; et fons qui, exundantibus prius venis, largiter profluebat, senectute deficiens, vix modico sudore distillat. Haec sententia mundo data est, haec Dei lex est, ut omnia orta occidant et aucta senescant, et infirmentur fortia, et magna minuantur, et cum infirmata et diminuta fuerint, finiantur. Christianis imputas quod minuantur singula, mundo senescente. Quid si et senes imputent Christianis quod minus valeant in senectute, quod non perinde ut prius vigeant auditu aurium, cursu pedum, oculorum acie, virium robore, succo viscerum, mole membrorum; et cum olim ultra octingentos et nongentos annos vita hominum longaeva procederet, vix nunc possit ad centenarium numerum perveniri? Canos videmus in pueris, capilli deficiunt antequam crescant; nec aetas in senectute desinit, sed incipit a senectute. Sic in ortu adhuc suo ad finem nativitas properat; sic quodcumque nunc nascitur, mundi ipsius senectute degenerat: ut nemo mirari debeat singula in mundo coepisse deficere, quando totus ipse jam mundus in defectione sit et in fine. Quod autem crebrius bella continuant, quod sterilitas et fames sollicitudinem cumulant, quod, saevientibus morbis, valetudo frangitur, quod humanum genus luis populatione vastatur, et hoc scias esse praedictum, in novissimis temporibus multiplicari mala et adversa variari, et appropinquante jam judicii die magis ac magis in plagas generis humani censuram Dei indignantis accendi. Non enim, sicut tua falsa querimonia et imperitia veritatis ignara jactat et clamitat, ista accidunt quod dii vestri a nobis non colantur, sed quod a vobis non colatur Deus.

Devi sapere che è invecchiato già questo mondo. Non ha più le forze che prima lo reggevano: non più il vigore e la forza per cui prima si sostenne. Anche se noi cristiani non parliamo e non esponiamo gli avvenimenti delle Sacre Scritture e delle profezie divine, lo stesso mondo già parla da sé e coi fatti stessi documenta il suo tramonto e il suo crollo. D’inverno non c’è più abbondanza di piogge per le sementi, d’estate non più il solito calore per maturarle, né la primavera è lieta del suo clima, né è fecondo di prodotti l’autunno. Diminuita, nelle miniere esauste, la produzione d’argento e oro, e diminuita l’estrazione dei marmi; impoverite, le vene danno di giorno in giorno sempre meno. Viene a mancare l’agricoltore nei campi, sui mari il marinaio, nelle caserme il soldato, nel Foro l’onestà, nel tribunale la giustizia, la solidarietà nelle amicizie, la perizia nelle arti, nei costumi la disciplina. Pensi veramente che un mondo così vecchio possa avere l’energia che la giovinezza ancora fresca e nuova poté un tempo trarre? È necessario che perda vigore tutto ciò che, appressandosi alla fine, volge al tramonto e alla morte. Così nel suo tramonto il sole manda raggi meno luminosi e infuocati, così al suo declino meno luminosa è la luna; e l’albero, che prima era stato fertile e verde, inaridendosi i rami, diventa sterile e deforme per vecchiaia. Tu dai la colpa ai cristiani, se tutto diminuisce con l’invecchiare del mondo, ma certo non è colpa dei cristiani se ai vecchi è diminuita la forza e più non hanno l’udito di un tempo, la rapidità e la forza visiva di un tempo, la robustezza e la gagliardia e sanità di un tempo; prima i longevi arrivavano a 800 e 900 anni, ora a stento a 100. Vediamo fanciulli canuti; i capelli scompaiono ancor prima di crescere; ormai la vita non finisce, ma comincia con la vecchiaia… Quanto alla frequenza maggiore delle guerre, all’aggravarsi delle preoccupazioni per il sopravvenire di carestie e sterilità, all’infierire di malattie che rovinano la salute; alla devastazione che la peste opera in mezzo agli uomini – anche ciò, sappilo, fu predetto: che negli ultimi tempi i mali si moltiplicano e le avversità assumono vari aspetti, e per l’avvicinarsi al dì del giudizio, la condanna di Dio sdegnato si muove a rovina degli uomini. Hai torto tu, nella tua stolta ignoranza del vero, di protestare che queste cose accadono perché noi non onoriamo gli dèi; accadono perché voi non onorate Dio.

Scena della moltiplicazione dei pani. Rilievo, marmo bianco, c. 330-339, dal sarcofago di Marco Claudiano. Roma, Museo di P.zzo Massimo alle Terme

Questo fu l’inizio vero e proprio della crisi del III secolo, durante la quale l’Impero subì gli attacchi dei barbari e dei Persiani e, fatto ancor più preoccupante, quelli di una moltitudine di usurpatori, alcuni dei quali aspirarono alla conquista del governo di tutto l’Impero, mentre altri sembrano aver mirato a un potere meramente regionale. Ciò produsse – si è detto – inevitabilmente una pesante recessione economica, che peraltro riguardò soltanto alcune zone dell’Impero: per esempio, ci fu un declino del numero degli insediamenti nell’area renana e in certe regioni dell’Italia, mentre pare che il Nordafrica e il Medio Oriente abbiano goduto di una notevole prosperità.

I problemi interni e le divisioni consentirono agli invasori barbarici di sfruttare la situazione. Nel frattempo, infatti, gli «Sciti» o Goti avevano cominciato a muoversi anche via mare: nel 252, passando per il Bosforo, avevano raggiunto l’Egeo e razziato le coste dell’Asia Minore, distruggendo il famoso tempio di Artemide Efesia. Nel 258 un altro gruppo attraversò il Ponto Eusino saccheggiando la costa settentrionale dell’Anatolia, spingendosi persino nell’entroterra fino alla Cappadocia. In quell’occasione, l’imperatore Valeriano guidò l’esercito da Antiochia verso nord, senza peraltro riuscire a risolvere la situazione, anche perché si trovò contemporaneamente impegnato ad affrontare l’attacco dei Sassanidi, che, com’è noto, si concluse con la disfatta e la cattura dell’imperatore stesso.

Scontro equestre tra Romani e barbari. Rilievo, marmo, c. 190, da un sarcofago romano. Dallas, Museum of Art.

Infatti, i pericoli per l’Impero non venivano soltanto dal barbaricum europeo. I Parti, eterni nemici di Roma, avevano continuato a minacciare i confini orientali alla fine del II e agli inizi del III secolo, fin quando sotto il principato di Severo Alessandro non furono assoggettati dai loro vassalli persiani (224-226). Apparentemente, questo per Roma significò soltanto cambiare interlocutore: non più il regno partico degli Arsacidi, ma l’Impero persiano dei Sassanidi. È contro questo che dovettero misurarsi Gordiano III, Filippo Arabo e Valeriano.

Un interessante spaccato degli effetti delle invasioni sulla vita dell’Impero è offerto dalla Lettera Canonica di Gregorio Taumaturgo, vescovo di Neocaesarea (l’ant. Kabeira, l’od. Niksar) nel Pontus. Il prelato si angustia per i peccati commessi dai Romani a seguito delle invasioni; non si preoccupa del fatto che qualcuno possa essersi cibato di carne offerta in sacrificio agli dèi, poiché, come egli afferma, tutti erano d’accordo che i barbari non avrebbero fatto sacrifici mentre si trovavano nell’Impero. Il vescovo, piuttosto, si preoccupa di chi poteva aver approfittato delle agitazioni e del trambusto per commettere rapine, impossessarsi di bottini abbandonati, ridurre in schiavitù i prigionieri sfuggiti ai razziatori; ma parla anche di chi si era unito alle schiere barbariche, «dimenticando di essere uomini del Ponto e cristiani, e si sono barbarizzati a tal punto da mandare alla forca persone della loro stessa gente e da indicare ai barbari, che non potevano conoscerle, strade e abitazioni» (Greg. Taumat. Ep. Canon. VII 9-10).

Šāpur I trionfa su Filippo Arabo e Valeriano. Rilievo, roccia calcarea, c. 241-272. Naqš-e Rajab (Pārs), Necropoli monumentale.

Approfittando della crisi, gli Iutungi invasero l’Italia: un’iscrizione proveniente da Augsburg (AE 1993, 1231) ricorda la loro disfatta e la liberazione di migliaia di prigionieri a opera delle forze congiunte degli eserciti dalla Raetia e dalla Germania. Forse proprio a seguito di questa crisi, Postumo, il governatore della Germania inferior, si proclamò Augustus nel 260. Peraltro, non sembra aver dimostrato interesse a estendere la propria autorità, reclamando tutto l’Impero: al contrario, egli si accontentò di governare quello che sarebbe stato chiamato Imperium Galliarum, standosene nella capitale, Colonia.

Nel 268/9 gli «Sciti», che questa volta pare fossero guidati dagli Eruli, invasero ancora il territorio romano, attaccando nuovamente dal mare. Il nuovo imperatore, Claudio II, riuscì a sconfiggerli nel 269, guadagnandosi il titolo di Gothicus Maximus; ma ciò non fermò gli assalti e, nel 270, muovendosi separatamente, gli Iutungi e i Vandali invasero l’Italia, mentre un rinnovato attacco dei Goti condusse all’abbandono della provincia della Dacia.

L’imperatore Aureliano (270-275) riuscì, infine, a ripristinare l’ordine e l’unità dell’Impero, mettendo fine al cosiddetto «Impero delle Galliae», respingendo l’ennesima invasione degli Iutungi e recuperando il controllo sulle province orientali. Queste, infatti, avevano costituito un regno indipendente da Roma: durante la crisi del 260, infatti, dell’aiuto prestato all’imperatore Gallieno contro i Persiani aveva approfittato Odenato, signore di Palmira e governatore della Syria; costui aveva esteso la propria influenza anche sull’Aegyptus, riscuotendo consenso in diverse province limitrofe; inoltre, per i suoi meriti era stato investito dei titoli di dux Romanorum e corrector totius Orientis. Alla sua morte, nel 267, la moglie Zenobia aveva assunto il potere, proclamando sé stessa e il figlio Waballato Augusti. Il regno di Palmira mantenne la propria autonomia e un certo prestigio finché Aureliano non intervenne e lo sconfisse, riportandone il territorio sotto il controllo di Roma. Non molto tempo dopo, comunque, anche Aureliano venne assassinato dai suoi stessi alti ufficiali.

Aureliano. Aureum. Mediolanum, c. 271-272, Au 4,70 g. Dritto: Imp(erator) C. L. Dom(itius) Aurelianus P(ius) F(elix) Aug(ustus). Busto dell’imperatore laureato e corazzato, voltato a destra.

Probabilmente, a proposito di questi repentini cambi di vertice, la conseguenza più pesante del periodo fu il catastrofico declino della fiducia che i cittadini dell’Impero nutrivano nell’istituto imperiale e nella capacità del loro imperatore di difenderli. Per la prima volta si assistette non solo alla comparsa di imperatori «locali» (come Postumo nelle Galliae e Zenobia in Oriente nel 260, e Carausio in Britannia nel 286), ma anche allo scoppio di rivolte locali e regionali. Già nel 238 si era consumata la sollevazione dei proprietari terrieri dell’Africa proconsularis, che, oppressi dalla rapacità del fisco, si erano ribellati a Massimino Trace, armando i loro dipendenti e persino i loro schiavi; le forze leali all’imperatore avevano soffocato l’insurrezione in Africa, ma non avevano potuto impedire che il moto raggiungesse l’Italia e incontrasse il plauso del Senato, portando alla caduta di Massimino. Nelle province occidentali, a quanto sembra, endemico fu il fenomeno dei cosiddetti Bacaudae (“Bagaudi”). La questione di chi fosse precisamente questa gente e se ci sia stata una qualche continuità tra la loro prima comparsa alla fine del III secolo e il loro riemergere nel V è stata oggetto di aspre controversie tra gli interpreti moderni. Forse, per quanto attiene al III secolo, andrebbero considerati come «contadini allo sbando», che cercavano protezione nella leadership di personaggi di secondo piano, anziché dei piccoli aristocratici, proprietari terrieri o, perfino, dei visionari. Nel V secolo, anzi, questi ribelli potrebbero aver giocato un ruolo tanto significativo nel contribuire al crollo dell’autorità imperiale in alcune zone della pars Occidentis.

Non è possibile valutare esattamente quali siano state le ripercussioni della crisi del III secolo, ma con tutta probabilità si deve ritenere che furono assai pesanti. Non solo avviarono la riorganizzazione dell’Impero, ma produssero anche cambiamenti nel modo di concepire la compagine imperiale stessa. Tutti i Romani cives presero atto della fragilità delle istituzioni tradizionali e, forse, assunsero un atteggiamento nuovo nei confronti dei barbari: ora che l’Impero non si trovava più in posizione di superiorità e doveva tenersi sulla difensiva e che nessuno si aspettava nuove espansioni all’esterno, i barbari, dapprima visti come popolazioni che, un giorno, sarebbero state aggregate e incorporate nell’Impero, furono considerati solo come genti ostili a Roma.

Scena bucolica con villa rurale. Affresco, c. III secolo, da Augusta Treverorum (od. Trier).

È evidente che Roma si trovò a dover contrastare nemici esterni che premevano su tutti i fronti. Per poter far questo, si dovette puntare sulle forze armate, che subirono un forte aumento numerico, trasformazioni nella struttura e nel sistema di reclutamento, modificazioni quanto a tattica e a dislocazione. Naturalmente, per addivenire alle ingenti spese militari di mantenimento le autorità imperiali inasprirono l’imposizione fiscale. Laddove misure di difesa si fossero rivelate insufficienti, si fece ricorso ai mercenari, unità etniche composte o da barbari dediticii oppure da volontari, comunque non inquadrati nell’esercito romano. Queste formazioni offrivano il duplice vantaggio di integrare le fila delle truppe regolari e di familiarizzare i Romani con armamenti e tattiche loro estranee: si pensi ai cavalieri osroeni, clibanarii (cavalleria pesante d’assalto), arruolati in Oriente da Severo Alessandro, oppure agli equites cataphractarii istituiti da Gallieno. Spesso alcuni reparti di mercenari erano inviati a difesa delle aree di confine, come nel caso di un gruppo di Goti, distaccato nella fortezza di Mothana (nell’od. regione di Hawran, nella Siria meridionale). Un’iscrizione funeraria in greco, proveniente da quella località e risalente al 208, costituisce la prima testimonianza del ricorso a queste formazioni etniche già da Settimio Severo: μνημεῖον Γουθθα, υἱοῦ / Ἑρμιναρίου πραιποσίτου / γεντιλίων ἐν Μοθανοῖς ἀνα-/φερομένων, ἀπογεν‹ομέν›ου ἐτῶν ιδʹ. / ἔτι {²⁶ἔτει}²⁶ ρβʹ Περιτίου καʹ (AE 1911, 244, «[Questa è la] tomba di Gutta, figlio di Erminario, praepositus gentilium a Mothana, morto all’età di quattordici anni, nell’anno 102, nel ventunesimo giorno del mese di Peritio [= 28 febbr. 208]).

La sempre maggiore importanza via via assunta dai militari mutò la posizione dell’esercito nell’ambito dello Stato, garantendo ai suoi membri un posto migliore nella scala sociale. Come si è detto, il III secolo fu il periodo dei Soldatenkaiser, molti dei quali furono acclamati dalle truppe, spesso provenienti dai ranghi inferiori o ufficiali di carriera, e la cui nomina non sempre incontrò il plauso del Senato. Lo scenario dell’investitura degli Augusti mutò decisamente rispetto ai primi due secoli del principato, aprendo un’ulteriore incrinatura in un sistema ben collaudato e interrompendo il criterio di successione dinastica.

La fortezza romana di Qasr Bshir (Giordania), III secolo. Illustrazione di B. Delf.

Il bisogno di mantenere eserciti permanenti e che andavano continuamente incoraggiati e rabboniti con premi e donativi costrinse l’apparato imperiale a destinare alle forze armate una porzione sempre più grande delle entrate e, d’altra parte, a cercare nuovi modi per aumentarle. Questo non fu possibile se non con una forte esazione fiscale, che inizialmente gravò solo sulle province (con l’esclusione di quei territori che godevano dello ius Italicum), in particolare su quelle più ricche, dov’erano estese proprietà terriere in mano a diversi senatori: in questa prospettiva, dunque, è possibile leggere la rivolta del 238 in Africa proconsularis e sempre mutatis mutandis si può interpretare l’insurrezione dei Bacaudae nel 286 nelle Galliae. In ogni caso, l’esigenza di un più cospicuo gettito fiscale a un certo punto non risparmiò neppure l’Italia, già provata da carestie, spopolamento, invasioni e colonato, accelerando quel processo di provincializzazione che sarebbe culminato nella riforma amministrativa di Diocleziano.

In questo senso si erano manifestate alcune avvisaglie già sotto Adriano (117-138), quando l’imperatore aveva suddiviso la Penisola in quattro distretti, affidati ad altrettanti consulares; il processo era poi proseguito sotto Marco Aurelio con la creazione di quattro iuridices, con competenze analoghe ai predecessori; si era quindi arrivati con Caracalla da una parte all’istituzione del corrector Italiae (una sorta di amministratore o addirittura di governatore dell’Italia peninsulare), dall’altra all’istituzione dell’annona militaris, un’imposta in natura, al pagamento della quale ora dovevano contribuire pure gli Italici (gli abitanti della Lucania, per esempio, partecipavano attraverso l’invio di caro porcina, cioè carne di maiale, di cui la regione era particolarmente ricca). L’ultimo atto, prima di Diocleziano, fu siglato sotto Massimino Trace nel cruciale anno 238, quando, sia pur per un periodo limitato, l’Italia fu riorganizzata in dieci regiones a capo di ciascuna delle quali furono posti dei commissari speciali, i XXviri rei publicae curandae, con l’incarico di difendere lo Stato.

Clibanarius. Illustrazione di J. Shumate.

L’inasprimento della fiscalità si era manifestata sotto forme diverse. Alle imposte regolari costituite dai già gravosi tributum capitis e tributum soli, che colpivano rispettivamente la persona e il suolo, si erano aggiunte da una parte nuove forme di esazione, come l’annona militaris, dall’altra le già esistenti forme di imposizione irregolare – come la vicesima hereditatum (cioè una “tassa di successione” del 20%) e la vicesima libertatis (sulle manumissiones del 20%) – erano state estese a coloro che, con la Constitutio Antoniniana (212), erano entrati a far parte della cittadinanza romana. Sembra inoltre che fossero state raddoppiate, se si dà ascolto a Dione Cassio (DCass. LXXVII 9, 4-6). Come se ciò non bastasse, alle esazioni in denaro cominciarono poi ad affiancarsi sempre più spesso quelle in natura.

Ma a questi fattori di crisi economica occorre aggiungerne almeno altri due. Innanzitutto, va ricordato che la certezza di disporre di forza-lavoro in modo illimitato crollò miseramente nel corso del III secolo: ne furono causa la necessità di un sempre maggiore arruolamento, la iper-mortalità durante le innumerevoli guerre e ribellioni, e le epidemie. La peste, che si diffuse alla fine del principato di Marco Aurelio e che fu causa della morte dello stesso imperatore, non rimase purtroppo un fenomeno isolato: un nuovo contagio, sotto l’imperatore Probo, decimò una popolazione già decurtata dalle continue guerre. In secondo luogo, non si può trascurare che, pur non disponendo di un aumento di risorse in metallo prezioso, il conio monetale avvenne a ritmi serrati per venire incontro alle necessità amministrative: il governo imperiale ricorso all’espediente di eradere argento dal denarius, moneta argentea a maggiore circolazione; ma il rapporto 1:25 rispetto all’oro si fingeva inalterato, così da permettere un incremento nella quantità di moneta. È qui il germe dell’inflazione galoppante che tormentò la società dell’Impero per tutto il III secolo ed ebbe come conseguenza immediata l’aumento esponenziale dei prezzi, con enormi costi sociali. Questa situazione, mescolata alle condizioni di grande instabilità, portò a un forte contraccolpo anche nelle attività artigianali e nei traffici commerciali, con un impoverimento generale e una diminuzione della domanda.

Era fatale che tutto questo avesse forti ripercussioni anche sul piano religioso. In una cultura, come quella romana, in cui la pax deorum, cioè il rapporto armonioso tra uomo e divinità, era rispecchiata dalla felicitas imperii, cioè dalle sorti fortunate dell’Impero, era implicito che l’insuccesso, la sconfitta, il disordine scuotessero fin dalle fondamenta la fede religiosa. Di fronte a tale incrinarsi del sereno rapporto con gli dèi le reazioni furono di tipo diverso: o di fuga verso religioni consolatorie, misteriche, soteriologiche, oppure di condanna verso quello che veniva additato come il culto che avrebbe provocato l’ira degli dèi, cioè il monoteismo cristiano (di qui le persecuzioni dei cristiani, come quella di Massimino Trace, di Decio, di Valeriano e da ultimo di Diocleziano) o di tentativi sincretistici (come quello costituito dal culto di Iuppiter Dolichenus o dalla politica religiosa di Filippo Arabo).

Bibliografia:

G. Alföldy, The Crisis of the Third Century as Seen by Contemporaries, GRBS 15 (1974), 89-111.

Bianchi Bandinelli R., Roma. La fine dell’arte antica, Milano 1970.

A.K. Bowman, P. Garnsey, A. Cameron (eds.), Cambridge Ancient History: The Crisis of Empire (A.D. 193-337), Cambridge 2005.

M. Cappelli, Per un pugno di barbari. Come Roma fu salvata dagli imperatori soldati, Milano 2021.

M.H. Dodgeon, S.N.C. Lieu (eds.), The Roman Eastern Frontier and the Persian Wars (AD 226-363): A Documentary History, London-New York 1991.

E.R. Doods, Pagan and Christian in an Age of Anxiety: Some Aspects of Religious Experience from Marcus Aurelius to Constantine, Cambridge 1965.

J.F. Drinkwater, H. Elton (eds.), Fifth-Century Gaul. A Crisis of Identity?, Cambridge 1992.

P. Edwell, Rome and Persia at War: Imperial Competition and Contact, 193-363 CE, London-New York 2020.

H. Halfmann, Itinera Principum. Geschichte und Typologie der Kaiserreisen im römischen Reich, Stuttgart 1986.

F. Hartmann, Herrscherwechsel und Reichskrise. Untersuchungen zu den Ursachen und Konsequenzen der Herrscherwechsel im Imperium Romanum der Soldatenkaiserzeit (3. Jahrhundert n. Chr.), Frankfurt a.M.-Bern 1982.

O. Hekster, Rome and Its Empire, AD 193-284, Edinburgh 2008.

K.-P. Johne (ed.), Die Zeit der Soldatenkaiser, Berlin 2008.

E. Kettenhofen, Die römisch-persischen Kriege des 3. Jahrhunderts n. Chr., Wiensbaden 1982.

R. Lane Fox, Pagans and Christians: In the Mediterranean World from the Second Century AD to the Conversion of Constantine, London 1986.

R. MacMullen, Paganism in the Roman Empire, New Haven-London 1983.

A.N. Sherwin-White, The Roman Citizenship, Oxford 1973².

M. Sommer, Die Soldatenkaiser, Darmstadt 2014.

P. Southern, The Roman Empire from Severus to Constantine, London 2001.

S. Swain, M. Edwards (eds.), Approaching Late Antiquity: the Transformation from Early to Late Empire, Oxford 2004.

E.A. Thompson, Peasant Revolts in Late Roman Gaul and Spain, P&P 2 (1952), 11-23.

H. Wolfram, History of the Goths, Berkeley 1988.

Le cohortes vigilum: la piaga degli incendi nell’antica Roma

Gli incendi a Roma erano fenomeni assai frequenti e costituivano un serissimo problema. All’interno delle abitazioni il fuoco era utilizzato per moltissimi scopi: per cucinare, per riscaldare, per illuminare. Era perciò sufficiente anche una minima negligenza, una lieve distrazione, perché una delle tante fiamme libere investisse le strutture lignee dei tetti, dei solai e dei tramezzi, causando un principio d’incendio. A partire dai secoli finali del periodo repubblicano, la popolazione residente nell’Urbe era aumentata in modo impressionante ed esponenziale, e molti speculatori avevano approfittato della situazione, costruendo strutture precarie, spesso senza un distanziamento sufficiente tra un edificio e l’altro. Di conseguenza, le condizioni di sicurezza all’interno dei quartieri residenziali erano spesso pessime (Vitr. De arch. II 8, 20; 9, 16; Juv. III 197-222).

Nella costruzione degli stessi monumenti pubblici, le precauzioni anti-incendio si limitavano a evitare contatti troppo ravvicinati con i caseggiati circostanti. In età repubblicana la prevenzione e l’intervento contro questi disastri erano appannaggio dei tresviri nocturni (cfr. Liv. XXXIX 14, 10), in seguito affiancati a dei funzionari ausiliari, i quinqueviri cis Tiberim: gli uni e gli altri disponevano di squadre di servi pubblici; è noto anche che alcuni privati mettessero a disposizione della cittadinanza i propri schiavi, gratuitamente o a pagamento, come nel caso di Marco Egnazio Rufo, uno dei dissidenti di Augusto, che nel 26 a.C., durante la sua edilità, aveva riscosso non poca popolarità grazie alla tempestività con cui soccorse i concittadini colpiti da un incendio (Vell. II 91, 2; DCass. LIII 24, 4-6). Uno dei quartieri più popolosi di Roma, in cui gli speculatori spadroneggiavano, era certamente la Suburra: era altresì tristemente noto per la frequenza degli incendi. Così, nella realizzazione del suo Foro, Ottaviano Augusto fece innalzare un alto muro di peperino e pietra gabina allo scopo di schermare il nuovo complesso dal quartiere retrostante.

Città romana (dettaglio). Rilievo, marmo, c. II sec. da Avezzano. Celano, Castello Piccolomini. Collezione Torlonia di Antichità del Fucino.

Il princeps affrontò il problema da più punti di vista: Cassio Dione riferisce che nel 22 a.C. Augusto «affidò l’estinzione degli incendi agli edili curuli, assegnando loro come aiutanti seicento servi» (LIV 24, 6, τοῖς δ’ ἀγορανόμοις τοῖς κουρουλίοις τὴν τῶν ἐμπιμπραμένων κατάσβεσιν ἐνεχείρισεν, ἑξακοσίους σφίσι βοηθοὺς δούλους δούς); nell’anno 7 a.C. l’imperatore divise la città e il suo suburbio in 14 regiones (δεκατέσσαρα μέρη) e 265 vici. Alla supervisione di ciascuna regio (quartiere) era preposto un magistrato tramite sorteggio, mentre a ciascun vicus quattro magistri, eletti ogni anno dagli abitanti della circoscrizione (cfr. Suet. Aug. 30, 1).

Mappa delle XIV regiones dell’Urbe. Opera di ColdEel

Al 6 d.C. risale l’istituzione ufficiale del corpo paramilitare dei vigiles, costituito da sette cohortes da 1000 uomini ciascuna, e posto sotto la guida di un praefectus vigilum di rango equestre. Ecco la testimonianza in merito di Cassio Dione: «In questo periodo, quando molte zone della città andarono distrutte a causa di un incendio, Augusto coscrisse dei liberti, ripartendoli in sette divisioni con il compito di soccorritori, ai quali prepose un cavaliere come comandante, con l’intenzione di sciogliere questa formazione nel giro di breve tempo. Tuttavia, non fece così, poiché, essendosi reso conto con l’esperienza che il loro intervento era quanto mai utile e necessario, li trattenne. Questi vigiles esistono ancora oggi come una specie di corpo scelto, ma non sono più reclutati soltanto tra i liberti, ma anche da altre classi sociali; essi dispongono di acquartieramenti in città e ricevono una paga dal Tesoro» (LV 26, 4-5, ἐπειδή τε ἐν τῷ χρόνῳ τούτῳ πολλὰ τῆς πόλεως πυρὶ διεφθάρη, ἄνδρας τε ἐξελευθέρους ἑπταχῇ πρὸς τὰς ἐπικουρίας αὐτῆς κατελέξατο, καὶ ἄρχοντα ἱππέα αὐτοῖς προσέταξεν, ὡς καὶ δι’ ὀλίγου σφᾶς διαλύσων. οὐ μέντοι καὶ ἐποίησε τοῦτο· καταμαθὼν γὰρ ἐκ τῆς πείρας καὶ χρησιμωτάτην καὶ ἀναγκαιοτάτην τὴν παρ’ αὐτῶν βοήθειαν οὖσαν ἐτήρησεν αὐτούς. καὶ εἰσὶ καὶ νῦν οἱ νυκτοφύλακες οὗτοι ἴδιόν τινα τρόπον οὐκ ἐκ τῶν ἀπελευθέρων ἔτι μόνον ἀλλὰ καὶ ἐκ τῶν ἄλλων στρατευόμενοι, καὶ τείχη τε ἐν τῇ πόλει ἔχουσι καὶ μισθὸν ἐκ τοῦ δημοσίου φέρουσιν). La stessa fonte riporta che il princeps «per il mantenimento dei praefecti vigilum introdusse una tassa (vicesima libertatis) del 2% sulla vendita degli schiavi» (LV 31, 4, ἐς τὴν τῶν νυκτοφυλάκων τροφήν, τό τε τέλος τὸ τῆς πεντηκοστῆς ἐπὶ τῇ τῶν ἀνδραπόδων πράσει ἐσήγαγε). A conferma del numero esatto delle divisioni in cui erano ripartiti i vigiles sono pervenuti alcuni documenti epigrafici, come l’iscrizione onorifica ostiense (ILS 2154) apposta su una base di statua, risalente al 162, e dedicata a Marco Aurelio dalle cohortes VII vig(ilum); o ancora una tabula marmorea frammentaria (ILS 2178), datata l’11 aprile del 212 e dedicata pro salute et incolumitate dal praefectus vigilum Cerellio Apollinare e dagli uomini delle 7 coorti a Caracalla e a sua madre Giulia Domna.

Iscrizione onorifica (ILS 2154) per M. Aurelio Antonino con dedica da parte delle cohortes VII vigilum. Base di statua, marmo, 162. Ostia, Caserma dei Vigili.

La competenza specifica dei vigiles (νυκτοφύλακες) era, dunque, la prevenzione e lo spegnimento degli incendi, ma è noto che si occupassero anche dei servizi notturni di ronda e svolgessero compiti di polizia. Ciascuna coorte era posta al controllo di due delle quattordici circoscrizioni in cui era suddivisa l’Urbe; i vigiles erano perciò dislocati in una caserma principale, detta statio o castra (CIL XIV 4381 = ILS 2155; CIL XIV 4387), posta in una regio, e in un distaccamento (excubitorium) in quella vicina (CIL VI 3010 = ILS 2174), in modo da garantire in tutta la città la massima tempestività di intervento. A testimonianza di ciò soccorrono anche le rovine delle caserme rinvenute sia in Roma sia a Ostia.

Il loro comandante non era un magistrato, ma disponeva di notevoli poteri di coercitio, che nel corso del tempo si accrebbero: rientravano nelle sue prerogative la lotta contro gli incendi dolosi o appiccati per negligenza, i danneggiamenti, i furti e le questioni inerenti la proprietà privata e l’impiego delle acque (Dig. I 15, 3; Cassiod. Var. VII 7; VI 8).

Due vigiles in azione durante una ronda notturna. Illustrazione di Ángel García Pinto.

All’interno delle cohortes gli uomini erano inquadrati per mansione e specializzazione: c’erano i siphonari, addetti all’azionamento delle pompe per lo spegnimento dei fuochi; gli aquarii, che si occupavano dell’approvvigionamento idrico in città; i carcerarii, che sorvegliavano a turno le prigioni; gli horrearii, che custodivano i magazzini pubblici; i balnearii, che assicuravano l’ordine pubblico negli stabilimenti termali. Ogni divisione disponeva, inoltre, di quattro medici, addetti alle cure e al primo soccorso degli uomini infortunati.

Per spegnere gli incendi, i vigiles erano equipaggiati in primo luogo con tubi e pompe. I tubi venivano collegati alla fontana più vicina, in modo da portare l’acqua alle pompe che, azionate da cinque o da sei uomini, potevano emettere getti d’acqua ad altissima pressione, come è stato possibile verificare ricostruendo il meccanismo in base alla descrizione di Vitruvio e ad alcuni esemplari rinvenuti a Roma e a Pompei (Heron. Pneum. I 28; cfr. Vitr. De arch. VII 4). I vigiles facevano ricorso anche a mezzi più semplici, come i secchi per attingere l’acqua e i centones, grandi coperte bagnate usate per soffocare le fiamme. È testimoniato anche l’utilizzo, in casi particolari, di sabbia e aceto. Erano, infine, dotati di scale, corde e attrezzi per demolire muri e abbattere porte (cfr. Petron. Sat. 78, 7; Plin. Ep. X 33, 2; Dig. XXXIII 7, 12, 18).

Siphona. Ricostruzione moderna di una pompa ad acqua romana. Madrid, Museo Arqueologico Nacional.

Le fonti letterarie antiche testimoniano la preoccupazione costante dei cittadini e delle autorità civili per il rischio degli incendi e ne ricordano alcuni degli esiti particolarmente catastrofici o che interessarono edifici sacri o pubblici del centro monumentale (Tac. Ann. IV 64; VI 45; XV 38-41; DCass. LVIII 26, 5; LXII 16). È possibile, dunque, redigere una sorta di “lista” di queste sciagure. In epoca imperiale, Tacito ricorda un incendio che distrusse buona parte del quartiere sul Celio nel 27 d.C. (Tac. Ann. IV 64; Suet. Tib. 48), mentre nove anni più tardi, nel 36, fu la volta del Circo Massimo e dell’Aventino (Tac. VI 45, 1; cfr. DCass. LVIII 26, 5; Suet. Tib. 48; Inscr. It. XIII 1, 5). Allora Tiberio nominò una commissione per la valutazione dei danni e fece versare una cospicua indennità (HS 100.000.000!) a tutti coloro che ne erano stati colpiti.

Pietra tombale di Q. Giulio Galato, vessillifero della cohors VI vigilum, con immagine e iscrizione (ILS 2169). Stele, pietra tiburtina, c. 71-130, dalla vigna Maccarani, presso Porta S. Paolo. Città del Vaticano, Musei Vaticani

Il celeberrimo incendio scoppiato nell’estate del 64, sotto Nerone, ebbe proporzioni spaventose (Tac. Ann. XV 38-45; cfr. Suet. Ner. 38-39; DCass. LXII 16-18; CIL VI 826; 30837; Hier. An. 64; Oros. VII 7, 4-6): dei quattordici quartieri romani solo quattro rimasero indenni; altre quattro regiones, forse perché le più centrali, furono distrutte e le altre sei rimasero pesantemente danneggiate. Per avere un’idea solo parziale dell’estensione dell’area andata in cenere si può considerare che a nord raggiungesse certamente il Quirinale, a ovest avesse superato il Tevere in direzione del Vaticano e a sud avesse toccato l’Aventino. Pochi anni dopo, nel 69, durante le lotte per la successione ai vertici dello Stato, andò in fiamme il Campidoglio con il tempio di Giove Ottimo Massimo (Tac. Hist. I 2; III 72; Suet. Dom. 1, 2; Vit. 15; DCass. LIV 17, 3; Aurel. Vict. Caes. 8, 5; Hier. ab Abr. 2285; Oros. VII 8, 7). Di nuovo nell’80, sotto il principato di Tito, un nuovo incendio colpì lo stesso colle, propagandosi fino al Campo Marzio (DCass. LXVI 24; Suet. Dom. 5, 1; 7; 20; Tit. 8, 3; Hier. ab Abr. 2096; Oros. VII 9, 14). Nel 104 andarono in fiamme le strutture rimanenti della Domus Aurea (Hier. ab Abr. 2120; Oros. VII 12, 4). Nel 191, sotto il principato di Commodo, furono colpiti dalle fiamme il Tempio di Vesta nel Foro e «gran parte della città» (Hier. ab Abr. 2208; Oros. VII 16, 3; DCass. LXXIII 24; Herod. I 14, 2-6). Al 23 agosto del 217 risalgono i danni da incendio riportati dall’Anfiteatro Flavio, in occasione dei Ludi di Vulcano: l’incidente fu inserito in una lista di prodigi che preannunciarono la caduta dell’usurpatore Macrino, culminati proprio in un fulmine che colpì la sezione superiore dell’edificio (DCass. LXXIX 25, 2-5; cfr. Chron. Min. 354; SHA Elag. 17, 8). Nel 283 fu la volta del teatro di Pompeo, finito in cenere a causa di un incidente con una macchina scenica (SHA Carin. 19; Chron. Min. 354). Infine, si può ricordare l’incendio che colpì il 19 aprile del 363, sotto l’imperatore Giuliano, il tempio di Apollo Palatino, propagatosi nelle vicinanze (Amm. Mar. XXIII 3, 3).

***

Bibliografia:

AURORA FERNÁNDEZ R., El cuerpo de vigiles, RGDR 2 (2004), 1-38.

BAILLIE REYNOLDS P., The Vigils of Imperial Rome, Chicago 1996.

BARRETT A.A., Rome is Burning: Nero and the Fire that Ended a Dynasty, Princeton 2020 [].

BIRLEY E., Septimius Severus and the Roman Army, EpSt 8 (1969), 63-82.

BUSH A.W., Militia in Urbe. The Military Presence in Rome, in DE BLOIS L., LO CASCIO E. (eds.), The Impact of the Roman Army (200 B.C.-A.D. 476): Economic, Social, Political, Religious and Cultural, Leiden-Boston 2007, 315-341 [].

BUSCH A.W., Instruments of Vigiles, in The Encyclopedia of the Roman Army, ACS 2015, 492-556.

CAPPONI S., MENGOZZI B., I vigiles dei Cesari: l’organizzazione dell’antincendio nell’antica Roma, Roma 1993.

CASCIONE C., Tresviri capitales. Storia di una magistratura minore, Napoli 1999.

DAUGHERTY G.N., The Cohortes Vigilum and the Great Fire of 64 AD, CJ 87 (1992), 229-240 [].

DEMOUGIN S., LORIOT X., Les détachements du vigile M. Aurelius Mucianus, in PACI G.F. (ed.), Contributi all’epigrafia d’età augustea, Actes de la XIII ͤ Rencontre franco-italienne sur l’épigraphie du monde romain, Macerata, 9-11 settembre 2005, Tivoli 2007, 315-329.

DESMOND M., Fires in Rome: the Ancient City as a Fire Régime, PhD thesis, University of Dublin 2019 [].

FAORO D., Praefectus, procurator, praeses. Genesi delle cariche presidiali equestri nell’Alto Impero Romano, Firenze 2011.

GOODMAN P.J., In omnibus regionibus? The Fourteen Regions and the City of Rome, PBSR 88 (2020), 119-150 [].

GRAY-FOW, M.J.G. Why the Christians? Nero and the Great Fire, Latomus 57 (1998), 595-616.

GUILHEMBET J.-P., La densité des domus et des insulae dans les XIV Régions de  Rome selon les Régionnaires : Représentations cartographiques, MEFRA 108 (1996), 7-26.

LANCASTER L.C., Reconstructing the Restorations of the Colosseum after the Fire of 217 AD, JRA 11 (1998), 46-74.

NEWBOLD R.F., Some Social and Economic Consequences of the AD 64 Fire at Rome, Latomus 33 (1974), 858-869.

NG M., Cohortes of Vigiles, in The Encyclopedia of the Roman Army, ACS 2015, 122-276.

RAINBIRD J.S., The Vigiles of Rome, PhD thesis, Durham University 1976 []

RAINBIRD J.S., The Fire Stations of Imperial Rome, PBSR 54 (1986), 147-169 [].

RAMIERI A.M., I vigili del fuoco nella Roma antica, Roma 1990.

RICCI C., Il principe in villa: residenze imperiali in Italia e servizi di sicurezza, CCGG 15 (2004), 321-324.

ROBINSON O.F., Fire Prevention at Rome, RIDA 24 (1977), 377-388.

ROBINSON O.F., Ancient Rome: City Planning and Administration, London 1992, 105-110.

RUCINSKI S., Le rôle du préfet des vigiles dans le maintien de l’ordre public dans la Rome impériale, Eos 90 (2003), 261-274 [].

SABLAYROLLES R., Libertinus miles. Les cohortes de vigiles, Rome 1996 [].

WALSH J.J., The Great Fire of Rome: Life and Death in the Ancient City, Baltimore 2019.

ZEVI F., Ostia. Caserma dei vigili. Scavo sotto il mosaico del vano antistante il Cesareo, NSC suppl. 1 (1980), 7-41.

Tabula Claudiana

Senatus consultum Claudianum de iure honorum Gallis dando, a. 48 (oratio Claudii)

CIL XIII 1668 = ILS 212 = FIRA I², 43 = Freis 34 = CAG 69, 02 (p. 304) = AE 1955, 115 = AE 1975, 612 = AE 1983, 693 = AE 2003, +41.

La generosità con la quale Claudio concesse la civitas Romana ad alcune comunità provinciali non dev’essere confusa con un’eccessiva benevolenza né con il desiderio di applicare tale provvedimento in maniera indiscriminata. Al contrario, le fonti (Suet. Claud. 25, 3; DCass. LX 17, 5) riportano chiaramente che il principe fece giustiziare quanti avessero usurpato tale beneficio. Invece, quando Seneca (Apocol. 3) accusa l’imperatore di volere Greci, Ispanici e Britanni tutti in vesti romane, è probabile che dietro gli strali sarcastici dell’autore si celino i malumori dell’ordine senatorio, che mal tollerava l’accesso dei provinciali alla vita pubblica dello Stato. Claudio, in realtà, era disposto a fare delle aperture verso le classi dirigenti dei popoli già romanizzati da tempo. A tal proposito verte proprio il documento epigrafico forse più noto e significativo del principato di Claudio: si tratta dell’orazione pronunciata dall’imperatore in persona nel 48 di fronte all’alto consesso (ILS 212), la cosiddetta Tabula Claudiana o Lugdunensis, venuta alla luce a Lione nel 1528 fra i resti dell’altare dedicato al culto imperiale. Del contenuto inciso sul bronzo anche Tacito conserva un ampio estratto (Tac. Ann. XI 23-24). Il discorso di Claudio riguarda lo scottante problema dell’ammissione alla carriera senatoria dei maggiorenti della Gallia Comata, argomento intorno al quale si ebbe un aspro confronto nella Curia. Di fronte all’opposizione di buona parte dei patres conscripti, che manifestava un netto rifiuto, il principe invocò le ragioni della storia patria e della dialettica che fino ad allora l’aveva guidata: richiamando tutta una serie di precedenti, risalendo fino alle origini dell’Urbe, Claudio intese dimostrare che caratteristica peculiare del popolo romano era stata l’accoglienza di elementi esterni e che il contributo del novum avesse sempre portato la città a imporre la propria egemonia sul mondo. Claudio, armatosi di tutta la sua dottrina e della sua proverbiale pedanteria, sfidò la pazienza degli astanti. Alla fine, soltanto agli Aedui, popolazione che da lungo tempo era stata legata a Roma, fu concesso di essere i primi tra i Galli a sedere in Senato.

Tiberio Claudio Germanico Augusto in trono. Statua, marmo, I sec. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

col. I

…[sum]|mae rerum no[straru]m sit u[tile]… | Equidem primam omnium illam cogitationem hominum, quam | maxime primam occursuram mihi prouideo, deprecor, ne | quasi nouam istam rem introduci exhorrescatis, sed illa | potius cogitetis, quam multa in hac ciuitate nouata sint, et | quidem statim ab origine urbis nostrae, in quod formas | statusque res p(ublica) nostra diducta sit. | Quondam reges hanc tenuere urbem, nec tamen domesticis succes|soribus eam tradere contigit. Superuenere alieni et quidam exter|ni, ut Numa Romulo successerit ex Sabinis ueniens, uicinus qui|dem, sed tunc externus; ut Anco Marcio Priscus Tarquinius. [Is] | propter temeratum sanguinem, quod patre Demaratho C[o]|rinthio natus erat et Tarquiniensi matre generosa, sed inopi, | ut quae tali marito necesse habuerit succumbere, cum domi re|pelleretur a gerendis honoribus, postquam Romam migrauit, | regnum adeptus est. Huic quoque et filio nepotiue eius, nam et | hoc inter auctores discrepat, insertus Seruius Tullius, si nostros | sequimur, captiua natus Ocresia; si Tuscos, Caeli quondam Vi|uennae sodalis fidelissimus omnisque eius casus comes, post|quam uaria fortuna exactus cum omnibus reliquis Caeliani | exercitus Etruria excessit, montem Caelium occupauit et a duce suo | Caelio ita appellitatus, mutatoque nomine, nam Tusce Mastarna | ei nomen erat, ita appellatus est, ut dixi, et regnum summa cum rei | p(ublicae) utilitate optinuit. Deinde, postquam Tarquini Superbi mores in|uisi ciuitati nostrae esse coeperunt, qua ipsius qua filiorum ei[us], | nempe pertaesum est mentes regni, et ad consules, annuos magis|tratus, administratio rei p(ublicae) translata est. | Quid nunc commemorem dictaturae hoc ipso consulari impe|rium ualentius, repertum apud maiores nostros, quo in a[s]|perioribus bellis aut in ciuili motu difficiliore uterentu[r]? | Aut in auxilium plebis creatos tribunos plebei? Quid a consu|libus ad decemuiros translatum imperium, solutoque postea | decemuirali regno ad consules rusus reditum? Quid in [pl]u|ris distributum consulare imperium tribunosque mil[itu]m | consulari imperio appellatos, qui seni et saepe octoni crearen|tur? Quid communicatos postremo cum plebe honores non imperi(i) | solum sed sacerdotiorum quoque? Iam si narrem bella, a quibus | coeperint maiores nostri, et quo processerimus, uereor, ne nimio | insolentior esse uidear et quaesisse iactationem gloriae pro|lati imperi ultra Oceanum. Sed illoc potius reuertar. Ciuitatem | […

col. II

…p]otest sane | nouo m[ore] et diuus Aug[ustus au]onc[ulus] meus et patruus Ti(berius) | Caesar omnem florem ubique coloniarum ac municipiorum bo|norum scilicet uirorum et locupletium, in hac curia esse uoluit. | Quid ergo? Non Italicus senator prouinciali potior est? Iam | uobis cum hanc partem censurae meae adprobare coepero, quid | de ea re sentiam, rebus ostendam. Sed ne prouinciales quidem, | si modo ornare curiam poterint, reiciendos puto. | Ornatissima ecce colonia ualentissimaque Viennensium quam | longo iam tempore senatores huic curiae confert! Ex qua colo|nia inter paucos equestris ordinis ornamentum, L(ucium) Vestinum, fa|miliarissime diligo et hodieque in rebus meis detineo; cuius libe|ri fruantur, quaeso, primo sacerdotiorum gradu, postmodo cum | annis promoturi dignitatis suae incrementa. Ut dirum nomen la|tronis taceam, et odi illud palaestricum prodigium, quod ante in do|mum consulatum intulit, quam colonia sua solidum ciuitatis Roma|nae benificium consecuta est. Idem de fratre eius possum dicere, | miserabili quidem indignissimoque hoc casu, ut uobis utilis | senator esse non possit. | Tempus est iam, Ti(beri) Caesar Germanice, detegere te patribus conscriptis, | quo tendat oratio tua: iam enim ad extremos fines Galliae Nar|bonensis uenisti. | Tot ecce insignes iuuenes, quot intueor, non magis sunt paenitendi | senatores, quam paenitet Persicum, nobilissimum uirum, ami|cum meum, inter imagines maiorum suorum Allobrogici no|men legere. Quod si haec ita esse consentitis, quid ultra desidera|tis, quam ut uobis digito demonstrem solum ipsum ultra fines | prouinciae Narbonensis iam uobis senatores mittere, quando | ex Luguduno habere nos nostri ordinis uiros non paenitet? | Timide quidem, p(atres) c(onscripti), egressus adsuetos familiaresque uobis pro|uinciarum terminos sum; sed destricte iam Comatae Galliae | causa agenda est. In qua si quis hoc intuetur, quod bello per de|cem annos exercuerunt Diuom Iulium, idem opponat centum | annorum immobilem fidem obsequiumque multis trepidis re|bus nostris plus quam expertum. Illi patri meo Druso Germaniam | subigenti tutam quiete sua securamque a tergo pacem praes|titerunt, et quidem cum ad census nouo tum opere et inadsue|to Gallis ad bellum auocatus esset. Quod opus quam ar|duum sit nobis, nunc cum maxime, quamuis nihil ultra, quam | ut publice notae sint facultates nostrae, exquiratur, nimis | magno experimento cognoscimus.

Tabula Claudiana (SC Claudianum de iure honorum Gallis dando). Iscrizione su tabula, bronzo, 48 d.C. (ILS 212), da Lyon, Croix-Rousse. Lyon, Musée Gallo-Romain.

(traduzione)

…Sia utile alla totalità dei nostri interessi… Quanto a me, prevedo che quella considerazione degli uomini che soprattutto per prima mi verrà obiettata, vi prego di non inorridire che questa riforma, per così dire inusuale, venga introdotta, ma che piuttosto pensiate a quante cose siano state innovate in questa cittadinanza e in quanti modi ideali e in quante forme di governo si sia dispiegata la nostra res publica fin dalle origini della città. Un tempo i re ressero questa città, e tuttavia non capitò mai che la trasmettessero ad un successore appartenente alla stessa casata. Sopraggiunsero estranei ed alcuni perfino stranieri. Di modo che a Romolo successe Numa che veniva dalla Sabina, un vicino, mi direte: certamente, ma all’epoca uno straniero; e così ad Anco Marcio successe Tarquinio Prisco. Costui era ostacolato dal suo sangue misto, poiché era nato da padre corinzio, Demarato, e da madre tarquiniese, sì, e anche di nobili natali, ma ridotta in povertà al punto da avere la necessità di soggiacere a siffatto sposo: essendo perciò escluso in patria dal concorso alle cariche pubbliche, quando poi si trasferì a Roma, ne ottenne il regno. Anche fra lui e il figlio, o il nipote – infatti su questo punto non c’è accordo fra gli storici – si inserì Servio Tullio. Costui, se ci attendiamo alle nostre fonti, sarebbe nato da una prigioniera di guerra, Ocresia, mentre, se seguiamo quella etrusche, sarebbe stato un tempo il più fedele amico di Celio Vivenna, e compagno d’ogni sua avventura. Egli, dopo aver vissuto alterne vicende ed essere uscito dall’Etruria coi resti dell’armata di Celio, occupò il monte Celio, che chiamò così in onore del suo comandante, e mutato il proprio nome – infatti in etrusco il suo nome era Mastarna – ottenne il regno con enorme profitto per la res publica. In seguito, dunque, l’atteggiamento di Tarquinio Superbo iniziò ad essere inviso alla nostra comunità, tanto il suo quanto quello dei suoi figli, di conseguenza l’idea di un regno fu aborrita, e l’amministrazione della res publica venne affidata ai consoli, magistrati annuali. Dovrei ricordare ora l’imperium della dittatura, più efficace di questo proprio dei consoli, che fu escogitato dai nostri antenati per essere impiegato nei conflitti più dolorosi o nelle agitazioni politiche più gravi? Oppure i tribuni della plebe, istituiti a favore della plebe? Che imperium è stato trasferito dai consoli ai decemviri e, una volta abolito il dispotismo decemvirale, ritornò di nuovo in mano ai consoli? Che imperium consolare distribuito a più individui e i tribuni militari nominati consulari imperio, che sono stati eletti sei, e spesso otto, alla volta? Che onori infine estesi alla plebe, non solo di imperium ma anche dei sacerdozi? Se io già narrassi le guerre, dalle quali avrebbero iniziato i nostri antenati e fino a che punto siamo arrivati, temo di sembrare un po’ troppo orgoglioso e di dimostrare di vantare la gloria di un imperium esteso oltre l’Oceano. Ma piuttosto tornerò al mio argomento…

col. II

Senza dubbio fu per un’innovazione che il mio prozio materno, il Divo Augusto, e il mio zio materno, Tiberio Cesare, vollero che in questa curia ci fosse il fior fiore da ogni colonia e municipio, purché si trattasse di gentiluomini e di ricchi. E che dunque? Non è migliore un senatore di origine italica di uno provinciale? Quando inizierò a dar prova di questa parte della mia attività di censore, allora vi mostrerò con i fatti quale sia la mia opinione a proposito. Ma ritengo che non si debbano certo rifiutare i provinciali, purché possano far onore alla curia. Ecco l’onorevolissima e potentissima colonia dei Viennenses, che da molto tempo ormai apporta senatori a questa curia! Tra i pochi di questa colonia sono particolarmente legato a Lucio Vestino, onore dell’ordine equestre, e ancor oggi lo tengo occupato a sbrigare i miei affari; prego che i figli di costui godano del primo grado delle cariche sacerdotali, affinché in seguito, con gli anni, implementino la promozione della propria posizione sociale. Per quanto io taccia il nome funesto del brigante, odio quel mostro palestrato, poiché introdusse nella sua casa il consolato prima che la sua colonia ottenesse il beneficio duraturo della cittadinanza romana. Lo stesso posso dire di suo fratello, miserabile e assolutamente indegno di questa sorte, da non poter essere per voi un utile senatore. È ormai tempo, Tiberio Cesare Germanico, che tu chiarisca ai senatori dove vada a parare il tuo discorso; infatti, ormai sei arrivato ai confini estremi della Gallia Narbonensis! Tutti questi illustri giovanotti che vedo qui dinanzi a me, non dobbiamo essere scontenti che siano senatori quanto il mio amico Persico, uomo di altissimo lignaggio, si dispiaccia di leggere il soprannome Allobrogico fra i ritratti dei suoi antenati. E se convenite che queste cose stanno così, che cosa desiderate di più se non che io vi indichi che proprio il territorio al di là dei confini della provincia Narbonensis vi invia ormai senatori, dal momento che non è vergognoso che noi disponiamo di uomini del nostro ordine provenienti da Lugdunum? Non senza cautele, o padri coscritti, mi sono avventurato al di là dei confini provinciali a voi consueti e familiari; ma ormai devo apertamente perorare la causa della Gallia Comata. A proposito della quale, se qualcuno considera attentamente il fatto che (i Galli) per dieci anni tennero occupato con la guerra il Divo Giulio, parimenti deve considerare i cento anni di incrollabile fedeltà e l’obbedienza più che sperimentate in tante nostre crisi di governo. Essi offrirono a mio padre Druso, mentre sottometteva la Germania, con la loro tranquillità, una pace salda e sicura alle spalle di mio padre Druso, e questo benché egli fosse stato richiamato alla guerra mentre stava organizzando il censo, operazione nuova e inconsueta per i Galli. Quanto sia difficile questa operazione, ora soprattutto, benché a null’altro sia diretta se non a far conoscere pubblicamente le nostre risorse finanziarie, l’abbiamo appreso fin troppo bene con grande impegno.

Tiberio Claudio Germanico Augusto in nudità eroica. Dettaglio della testa. Statua, marmo, c. 40. Paris, Musée du Louvre.

****

Bibliografia:


C. Ando, Imperial Ideology and the Provincial Loyalty in the Roman Empire, London 2000.
A. De Vivo, Tacito e Claudio: storia e codificazione letteraria, Napoli 1980.
J.F. Drinkwater, Roman Gaul: the Three Provinces, 58 BC-AD 260, London 1983.
A. Galimberti, La stabilizzazione del principato da Tiberio a Domiziano: anni 14-96 d.C., in R. Cristofoli, A. Galimberti, F. Rohr Vio (eds.), Dalla repubblica al principato. Politica e potere in Roma antica, Roma 2014, 213-214.
M.T. Griffin, The Lyons Tablet and Tacitean Hindsight, CQ 32 (1982), 404-418.
E.S. Gruen, Rethinking the Other in Antiquity, Princeton 2011.
R. Hingley, Globalizing Roman Culture: Unity, Diversity and Empire, Oxford 2005.
C. Letta, Dalla Tabula Lugdunensis alla Tomba François: la tradizione etrusca su Servio Tullio, SCO 59 (2013), 91-115.
B. Levick, Claudius, Croydon 2015.
I.G. Mastrorosa, La lungimiranza politica di Claudio fra storiografia antica e “Ragion di Stato” dei moderni, Historiká 8 (2018), 199-236.
G. Woolf, Becoming Roman: The Origins of Provincial Civilization in Gaul, Cambridge 1998.

Il Cippo del Foro

Durante la campagna di scavo del 1899, a Roma, l’archeologo Giacomo Boni portò alla luce il cosiddetto “Cippo del Foro” e lo associò a un frammento di Sesto Pompeo Festo, un grammatico latino di II-III secolo d.C., che riferiva:

Niger lapis in comitio locum funestum significat, ut alii dicunt Romani morti destinatum, sed non usu obuenisse ut ibi sepeliretur, sed Faustulum nutricium eius, ut alii dicunt, Hostilium auum Tulli Hostilii regis.

«La pietra nera indica nel comizio un luogo funesto, che alcuni dicono destinato al sepolcro di Romolo, ma che non accadesse più che ivi si seppellisse, ma alcuni lo dicono destinato a tomba di Faustolo, suo patrigno, altri di Ostilio, avo di re Tullo Ostilio».

(Fᴇsᴛ. 𝐿.𝐿. p. 177 Lindsay)

Pianta del Comitium in età tardorepubblicana (in tratteggio più spesso la fase arcaica). Da COARELLI 1983.

La collocazione del cippo piramidale in pietra tufacea nell’area del Comitium, una zona del Foro Romano in cui, in epoca repubblicana, i cives Romani erano soliti adunarsi per eleggere i magistrati e votare le leggi, segnava un locus funestus, cioè il luogo in cui sarebbe scomparso il fondatore dell’Urbe. Lo scavo di Boni al di sotto del pavimento in marmo nero, risalente al I secolo a.C., portò alla luce un complesso monumentale molto arcaico, accessibile tramite una scaletta, costituito da una piattaforma con un altare a tre ante e a “U”, un tronco di stilobate (forse il basamento per una statua), e il cippo piramidale: quest’ultimo su ogni faccia recava un’iscrizione bustrofedica (da βουστροφηδόν, cioè «a somiglianza dei buoi che arano un campo»), in un alfabeto di derivazione greco-etrusca.

Data l’ubicazione e l’importanza del luogo, il testo inciso doveva essere destinato a un uso e a un pubblico particolari: siccome, in epoca molto antica, soltanto un’élite di cittadini sapeva leggere, l’epigrafe, per essere fruibile ai più, richiedeva la mediazione di un sacerdote-interprete e deteneva un carattere magico:

Lapis Niger (CIL I 1). Schema dell’iscrizione.

quoi·hon…|…·sakros·es|ed·sord…|…oka·fhas·|·recei·io…|…euam·|·quos·re…|…kalato|rem·hab…|…tod·iouxmen|ta·kapiad·otau…|…m·iter·pe…|…m·quoi·ha|uelod·nequ…|…iod·iouestod·louquiod·qo…

«Sia consacrato agli dèi Mani colui per colpa del quale questo termine venga rimosso. Chiunque abbia commesso impurità funerarie paghi al re, come saldo della multa, il patrimonio di famiglia. Qualora il re venisse a sapere che qualcuno transiti [per la via vicina al locus funestus], allora per voce dell’araldo, in ottemperanza a una legge pubblica, ne sequestri gli animali da strada… di chi voglia intraprendere il cammino sia la responsabilità: il re non consenta ad alcuno di intraprenderlo, se non per legittimo decreto…».

(CIL I 1)

Tutto il contesto fa pensare a una lex sacra, contenente norme e disposizioni relative alle penalità, se non addirittura alle ἀποτροπαί (“maledizioni”) da scagliare contro quanti avessero tentato di violare l’area consacrata. Non a caso, sul monumento compare la formula sakrod esed (corrispondente al latino “classico”, sacer esto). Il monito, inciso sul cippo, era reso perenne dalla pietra, rimasta esposta per cinque secoli, fino agli inizi del I secolo a.C., quando appunto l’area fu ricoperta da una pavimentazione in marmo nero. La storiografia romana di epoca repubblicana (soprattutto Livio e le sue fonti annalistiche) hanno abituato a pensare che fino alla seconda metà del V secolo a.C. i Tarquini spadroneggiassero su Roma senza legge, decidendo le sorti dei cittadini secondo il loro capriccio. Evidentemente, l’iscrizione del Lapis Niger dimostra l’esatto contrario, e cioè che almeno fin dalla metà del secolo precedente la comunità romana disponesse di un’auto-regolamentazione scritta.

***

Bibliografia:

F. Aᴍᴍᴀɴɴᴀᴛᴏ, 𝐴𝑝𝑝𝑢𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝐺𝑖𝑎𝑐𝑜𝑚𝑜 𝐵𝑜𝑛𝑖 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑐𝑎𝑣𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝐿𝑎𝑝𝑖𝑠 𝑁𝑖𝑔𝑒𝑟, CACR 89 (1984), 245-248 [Jstor].

A.J. Aᴍᴍᴇʀᴍᴀɴ, 𝑇ℎ𝑒 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑡𝑖𝑢𝑚 𝑖𝑛 𝑅𝑜𝑚𝑒 𝑓𝑟𝑜𝑚 𝑡ℎ𝑒 𝐵𝑒𝑔𝑖𝑛𝑛𝑖𝑛𝑔, AJA 100 (1996), 121-136 [Jstor].

R. Bɪᴀɴᴄʜɪ Bᴀɴᴅɪɴᴇʟʟɪ, M. Tᴏʀᴇʟʟɪ, 𝐿’𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎̀ 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑖𝑐𝑎, 𝐸𝑡𝑟𝑢𝑟𝑖𝑎-𝑅𝑜𝑚𝑎, Torino 1976.

F. Cᴏᴀʀᴇʟʟɪ, 𝐺𝑢𝑖𝑑𝑎 𝑎𝑟𝑐ℎ𝑒𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑅𝑜𝑚𝑎, Verona 1974.

G. Dᴜᴍᴇ́ᴢɪʟ 𝐴 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑜𝑠 𝑑𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑐𝑟𝑖𝑝𝑡𝑖𝑜𝑛 𝑑𝑢 𝐿𝑎𝑝𝑖𝑠 𝑁𝑖𝑔𝑒𝑟, Latomus 29 (1970), 1038-1045 [Jstor].

M. Hᴜᴍᴍ, 𝐼𝑙 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑧𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝐹𝑜𝑟𝑜 𝑒 𝑙𝑒 𝑖𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎 𝑟𝑜𝑚𝑎𝑛𝑎, in E. Cᴏʀᴛɪ (ed.), 𝐿𝑎 𝑐𝑖𝑡𝑡𝑎̀ 𝑐𝑜𝑚’𝑒𝑟𝑎, 𝑐𝑜𝑚’𝑒̀ 𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑜𝑟𝑟𝑒𝑚𝑜. 𝐴𝑡𝑡𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑂𝑠𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖𝑜 𝑃𝑒𝑟𝑚𝑎𝑛𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙’𝐴𝑛𝑡𝑖𝑐𝑜: 𝑎.𝑎. 2012/2013, Pavia 2014, 69-83 [academia.edu].

C.J. Lʏᴇs, 𝑅𝑒𝑡ℎ𝑖𝑛𝑘𝑖𝑛𝑔 𝑡ℎ𝑒 𝐿𝑎𝑝𝑖𝑠 𝑁𝑖𝑔𝑒𝑟, NEO 1 (2017), 45-63 [academia.edu].

A. Pᴏʀʀᴇᴛᴛᴀ, 𝐿𝑎 𝑝𝑜𝑙𝑒𝑚𝑖𝑐𝑎 𝑠𝑢𝑙 ‘𝑙𝑎𝑝𝑖𝑠 𝑛𝑖𝑔𝑒𝑟’, Acme 58 (2005), 79-106.

G. Sᴀʀᴜʟʟᴏ, 𝐼𝑙 𝐶𝑖𝑝𝑝𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝐹𝑜𝑟𝑜. 𝑃𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑒 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝐺𝑜𝑖𝑑𝑎𝑛𝑖𝑐ℎ (1943): 𝑐𝑟𝑜𝑛𝑎𝑐𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑢𝑛 𝑏𝑖𝑙𝑎𝑛𝑐𝑖𝑜 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑐𝑜, Alexandria 5 (2011), 439-451 [academia.edu].

P. Zᴀɴᴋᴇʀ, 𝐹𝑜𝑟𝑜 𝑅𝑜𝑚𝑎𝑛𝑜, Roma 1972.