Gaio Svetonio Tranquillo

Nella prima età imperiale si avvertì l’esigenza di rinnovare i modelli storiografici tradizionali. Grande fortuna sembra avere avuto il genere biografico, il cui rappresentante principale fu senza dubbio Gaio Svetonio Tranquillo, passato alla storia per le sue biografie degli imperatori romani da Ottaviano fino a Domiziano: ricche di particolari scandalistici, aneddoti piccanti e segreti sulla vita di corte, queste opere dovevano mostrare il “vero” volto dei Caesares.

La cosiddetta «Ara degli scribi». Altare decorato a rilievi, marmo, c. 20-50, dalla Vigna Casali, presso Porta S. Sebastiano. Roma, Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano.

La vita di Svetonio si ricostruisce dalle scarse indicazioni autobiografiche che fornisce lo stesso scrittore e da altre notizie ricavabili dall’epistolario di Plinio il Giovane, dall’Historia Augusta e da un’iscrizione, che ne illustra la carriera, scoperta alla metà del XX secolo. Di Gaio Svetonio Tranquillo non sono noti esattamente né l’anno di nascita né quello di morte: si può soltanto supporre che egli sia nato poco dopo il 70 da una famiglia di rango equestre di modesta condizione, ma alcunché di certo si sa neppure sul luogo di nascita. Da quanto l’autore stesso riferisce, si apprende che suo padre, Svetonio Laeto, fu tribunus angusticlavius della legio XIII Gemina, al servizio di Otone nella prima battaglia di Bedriacum contro Vitellio (Suet. Otho 10, 1). Nonostante le origini familiari, Tranquillo non solo studiò grammatica e letteratura, ma fu avviato anche a una formazione giuridica e retorica, tanto da diventare retore (Suet. Gram. 4, 9). All’epoca di Traiano, egli iniziò a dedicarsi a studi eruditi, grazie all’amicizia e alla protezione di Plinio il Giovane, che accompagnò in Bithynia (Plin. Ep. I 18; III 8; 24; V 10; X 94) e con i buoni uffici del quale ottenne dall’imperatore anche lo ius trium liberorum (X 95). L’iscrizione onorifica di Hippo Regius (AE 1953, 75), in Africa Proconsularis, riferisce che, ammesso a corte, Svetonio Tranquillo fu investito da Traiano dell’incarico di preposto alla cura delle biblioteche (a studiis a bibliothecis) e conseguì la dignità vitalizia di flamen e di pontifex Volcani. La stesso documento tramanda che lo scrittore, in seguito, sotto Adriano, fu addetto all’archivio imperiale e alla corrispondenza del principe (ab epistulis), un incarico che sarebbe stato determinante per le sue ricerche. La sua brillante carriera burocratica, tuttavia, si interruppe bruscamente nel 122, quando cadde in disgrazia insieme a Setticio Claro, prefetto del pretorio e suo protettore, dopo la morte di Plinio. Elio Sparziano, biografo di Adriano, racconta che allora l’imperatore Septicio Claro praefecto praetorii et Suetonio Tranquillo epistularum magistro multisque aliis, quo‹d› apud Sabinam uxorem ‹i›n[i]us[s]u eius familiarius se tunc egerant, quam reverentia domus aulicae postulabat, successores dedit (SHA I 11, 3, «depose dai loro incarichi Setticio Claro, prefetto del pretorio, e Svetonio Tranquillo, segretario, e molti altri, perché, a quei tempi, senza il suo permesso, con sua moglie Sabina essi si erano comportati familiarmente più di quanto la serietà della corte di un principe lo ammettesse»). Caduto ormai in disgrazia, dopo la destituzione e l’allontanamento dalla domus Augusti si perdono le tracce di Svetonio e non si sa quanto tempo dopo sia scomparso.

Di una copiosa produzione di opere erudite, in greco e in latino, si ha notizia, più che dai miseri frammenti, soprattutto dal lessico di X secolo della Suda (Τράγκυλλος 4, p. 581 Adler), che ne elenca diversi titoli, lasciando intendere che gli argomenti affrontati fossero davvero molto vari: dai costumi romani al calendario, dai segni diacritici dei filologi alle cortigiane famose, dai difetti fisici agli scritti politici di Cicerone, ecc. Il Pratum de rebus variis sarebbe stata un’opera di carattere enciclopedico, suddivisa in diverse sezioni in base alle materie trattate; secondo alcuni interpreti, il titolo designerebbe invece l’intera produzione antiquaria ed erudita dello scrittore, strutturata sul modello e sulle nozioni delle Antiquitates e del De gente populi Romani di Marco Terenzio Varrone Reatino, del De significatu verborum di Verrio Flacco e del Dubius sermo di Plinio.

Librarius. Rilievo funerario, c. II-III secolo, da Virunum (Noricum).

Il titolo di De viris illustribus era riferito a una raccolta di biografie di letterati, catalogata per generi (poesia, retorica, storia, filosofia, grammatica). Di essa ne resta un’unica sezione, De grammaticis et rhetoribus, mutila nella parte finale: ai grammatici (cioè filologi, studiosi di testi letterari e maestri) sono dedicati i primi ventiquattro capitoli (da Cratete di Mallo, che introdusse lo studio della grammatica a Roma, a Valerio Probo), ai retori sono riservati solo i restanti sei capitoli superstiti.  Delle altre sezioni si ha unicamente materiale sparso, pervenuto per tradizione indiretta: dal De poetis, soprattutto, derivano – non si sa se e quanto rielaborate dagli autori che le compilarono, come Donato e Girolamo – le Vitae di certi poeti, come Terenzio, Virgilio, Orazio e Lucano.

Il De vita Caesarum, una raccolta di dodici biografie degli imperatori, da Giulio Cesare a Domiziano, in otto libri, resta invece completo, fatta eccezione per i capitoli introduttivi della prima biografia e la dedica dell’opera a Setticio Claro, come riferisce Giovanni Lidio nel suo De magistratibus (Lydus Mag. 2, 6, Τράγκυλλος τοίνυν τοὺς τῶν Καισάρων βίους ἐν γράμμασιν ἀποτείνων Σεπτικίῳ…). Il manoscritto più antico delle Vite svetoniane, su cui si basano tutte le edizioni critiche moderne, è il Cod. lat. 6115 della Bibliothèque Nationale de France, realizzato a Tour tra VIII e IX secolo. Gli studiosi ritengono che esso, come tutte le altre copie manoscritte successive, discenda dall’esemplare che il monastero di San Bonifacio a Fulda nell’anno 884 inviò a Servato Lupo, abate di Ferrières (Ep. 91, 4): l’opera era già mutila delle sue parti.

Berlin, Staatsbibliothek. Ms. lat. fol. 28 (c. 1477). C. Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum, f. 73v. Pagina iniziale della biografia di Tiberio.

Quello biografico era un genere letterario di tradizione greca che, nel mondo romano, era stato coltivato e collaudato soprattutto da Varrone e da Cornelio Nepote. Più o meno negli stessi anni, infatti, Varrone (che fu autore anche di biografie di poeti, perdute) nelle Imagines e Nepote nel De viris illustribus avevano tracciato i profili di personaggi famosi del passato, distinti per categorie (statisti, comandanti militari, artisti, scrittori, ecc.), sulla base dello stesso schema che avrebbe ispirato il De viris illustribus svetoniano. Brevi informazioni sulle origini e il luogo di nascita, sulla formazione ricevuta e sull’insegnamento esercitato, sugli interessi principali e le opere composte, sui tratti del carattere, spesso illustrati mediante aneddoti o particolari curiosi della vita privata): questo, grosso modo, era il modello su cui sono stati impostati i succinti ritratti di grammatici e retori delineati da Svetonio. D’altra parte, una struttura non dissimile – tranne, naturalmente, le diverse attività svolte – sembra essere alla base anche dell’altra opera biografica svetoniana, il De vita Caesarum. Le Vite iniziano infatti con notizie relative a famiglia, luogo, data e circostanze della nascita del principe, per seguire poi, in uno sviluppo cronologico che ne accompagna l’adolescenza, l’avvento al potere. Dopo di che l’ordinamento cronologico si interrompe per lasciare spazio a una descrizione sincronica dei vari aspetti della personalità dell’imperatore suddivisi per singole rubriche, a loro volta attraversate da partizioni ulteriori. Il ritorno alla scansione temporale, con il resoconto della morte e delle onoranze funebri tributate al principe, segna la conclusione delle singole vite.

L’aspetto più rilevante nell’organizzazione del materiale biografico è quindi la rinuncia a una disposizione cronologica che accompagni lo sviluppo della personalità analizzata: è lo stesso Svetonio, in un passo della Vita Augusti (9, 1), a rendere conto di tale criterio espositivo, che procede non per tempora ma per species, secondo una serie cioè di categorie, di rubriche, che trattano separatamente i vari aspetti della personalità del princeps. Anziché, quindi, illustrare le vicende nella complessità degli elementi che possono darne conto, e seguendo un percorso lineare e unitario, l’autore ha preferito comporre per frammenti episodici, privilegiando un’analisi incentrata sul personaggio e sulla sua vita privata, sul suo carattere, e inquadrando in apposite rubriche le sue virtutes e i suoi vitia, con l’ovvia conseguenza di orientare il giudizio in senso decisamente moralistico.

Scriba. Rilievo su lapide tombale, marmo, c. III secolo da Flavia Solva (Noricum).

Alla tesi che attribuiva alla familiarità dell’erudito Svetonio con l’indirizzo biografico peripatetico-alessandrino il carattere astorico e frammentario delle biografie imperiali, si è venuta sostituendo in tempi più recenti una valutazione diversa, più attenta alle ragioni intrinseche delle scelte dello scrittore. Anzitutto, nell’adozione del genere biografico si ravvisa la prova della consapevolezza che tale è la forma storiografica più idonea a dar conto del nuovo volto che il potere ha assunto – quella individualistica, personale, del principato – e che la biografia dei singoli imperatori è la più adatta a fungere da criterio di periodizzazione per la storia dell’Impero. Nella rinuncia alla modalità annalistica (cioè alla narrazione degli eventi anno per anno), che la mentalità senatoria aveva ancorato al regolare succedersi delle magistrature tradizionali, si vede quindi la realistica presa di coscienza che quelle magistrature, pur se formalmente ancora vigenti, erano ormai una parvenza fittizia e che solo la durata del principato di ogni singolo Caesar poteva segnare il succedersi di un periodo all’altro.

Al tempo stesso, prevaleva ormai la tendenza a ravvisare tratti specificamente romani proprio laddove prima si supponeva più forte l’influenza dell’eredità ellenistica: la tradizione degli elogia e delle laudationes funebres, che elencavano le res gestae civili e militari di una personalità in vista, le benemerenze e gli onori del defunto, sembra rivelare la sua influenza sul modo in cui Svetonio ha selezionato e disposto il materiale raccolto. Le res gestae di Augusto, con la rassegna delle cariche e delle dignità conferite al principe, dei provvedimenti assunti per la res publica, dei donativi fatti ai soldati e delle elargizioni al popolo, dei monumenti eretti, insomma delle svariate benemerenze acquisite, danno un esempio significativo della spinta che tale tradizione, eminentemente latina, poteva esercitare sull’esposizione per species scelta dall’autore per le sue Vite.

Scriba. Rilievo, pietra calcarea, II-III secolo. Paris, Musée du Louvre.

E nella tendenza, tanto deplorata come deteriore gusto del pettegolezzo, a insistere sulla vita privata degli imperatori descrivendone eccessi e intemperanze, sui particolari futili o scandalistici, che ha alimentato la fortuna dell’opera – letta come un vero e proprio manuale di perversioni! –, si è ormai inclini a vedere anche la manifestazione di una volontà obiettiva e demistificante, dell’intenzione di fornire un ritratto integrale del personaggio, illustrandone tutti gli aspetti della vita sia pubblica sia privata, senza atteggiamenti encomiastici e senza rinunciare alla messe di notizie concrete che gli archivi imperiali potevano mettere a disposizione.

Ne risulta un tipo di “storiografia minore” (rispetto, per esempio, a quella tacitiana, rispondente ai canoni della cultura storiografica aristocratica e senatoria), che attinge alle fonti più varie (dai documenti archivistici alla tradizione orale, dalla libellistica satirica alla storiografia precedente – Cluvio Rufo, Plinio il Vecchio, ecc. – , soprattutto quella di tradizione anticesarea) e che delinea anche, in qualche modo, i tratti del suo destinatario, da identificare nell’ordine equestre al quale lo stesso Svetonio apparteneva e che costituisce il punto di vista attraverso cui le singole vicende sono osservate e valutate. Un pubblico di funzionari e burocrati che avrà apprezzato il senso di concretezza della pagina svetoniana, la registrazione – con scrupoloso spirito cancellieresco – del particolare curioso, la divulgazione del documento inedito, l’esposizione del materiale piana e ordinata per rubriche ben distinte.

A questo tipo di gusto letterario sarà piaciuto, di Svetonio, anche il linguaggio sobrio e asciutto, alieno dalle ricercatezze arcaizzanti e dai preziosismi moderni, aperto ai modi colloquiali, ma senza rinunciare al decoro: una scrittura agile e spedita, la cui vivacità narrativa è il pregio che maggiormente compensa i limiti più vistosi di quest’opera, primo fra tutti la superficialità dell’analisi storica e psicologica. La forma biografica sviluppata da Svetonio, in seguito, divenne il modello per altri autori, come gli Scriptores Historiae Augustae, Mario Massimo (c. 160-230), e persino Eginardo (c. 775-840), che compose la Vita Karoli Magni. Senza assurgere al livello della grande storiografia, il De vita Caesarum costituisce tuttavia un documento eccezionalmente ricco di notizie e informazioni per la ricostruzione storica del primo periodo imperiale.

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Il fisco a Roma: dalle origini al II secolo d.C.

I cittadini romani non furono sottoposti a un regolare sistema di tassazione sul patrimonio e sulla rendita personale, ma al pagamento di alcune imposte indirette che gravavano sulle merci in vendita e su quelle che transitavano nel circondario dell’Urbe. A partire dall’età regia, sulle derrate in entrata o in uscita dalla res publica fu stabilita una tassa per il transito (portorium) che variava a seconda del tipo di merce; alcuni prodotti di lusso provenienti dall’Oriente, come i tessuti ricamati in oro e le perle, erano gravati da imposte di gran lunga superiori ad altre merci. L’unico reale tributo che lo Stato romano impose in ogni epoca ai suoi cittadini, sulla base del census personale, fu la tassa per sostenere le spese belliche, «a causa della scarsità delle finanze e della frequenza delle guerre» (propter aerarii tenuitatem assiduitatemque bellorum, Cic. off. II 74). Lo storico Livio (I 42-43) informa che tale imposta sarebbe stata istituita già al tempo di re Servio Tullio, «il fondatore di ogni distinzione di classe fra i cittadini» (conditorem omnis in civitate discriminis ordinumque), quando i Romani furono censiti e suddivisi in cinque classi, «non per testa, come in passato, ma a seconda della condizione finanziaria di ciascuno» (non viritim, ut ante, sed pro habitu pecuniarum), con l’intento di distribuire gli oneri della pace e della guerra tra la popolazione in maniera adeguata all’entità del «reddito» (census) di ognuno. Per esempio, i cittadini appartenenti alla seconda classe dovevano versare una somma di 100.000 assi, mentre quelli della terza 25.000; il censo minimo richiesto era comunque di 11.000 assi. Talvolta, nel caso di un’operazione bellica portata a termine con successo, i Romani potevano recuperare il loro denaro spartendosi fra loro il bottino di guerra e liquidando la propria parte tramite la vendita. Si racconta che tutti i proventi ricavati dalla conquista di Veio (396 a.C.), dopo un lungo e annoso conflitto, finirono nelle mani della popolazione romana accorsa in massa sul campo di battaglia, mentre all’aerarium entrò soltanto il ricavato dalla vendita all’asta dei prigionieri (Liv. IV 59, 11-60, 8). Il tributo bellico continuò a gravare pesantemente sui cittadini romani, divenendo talvolta perfino opprimente (Pol. I 58, 9), e, in seguito, con le costanti guerre di conquista, il conseguente ampliarsi dell’estensione dello Stato, e la necessità di aumentare l’apparato difensivo, in determinate occasioni si fece ricorso all’imposizione di tasse straordinarie.

Tesoretto di Bredon Hill. Radiati, argento, 244-282 d.C. ca. da Bredon Hill (Worcestershire). Worcester City Art Gallery & Museum.

Nel quinto anno della seconda guerra punica (214 a.C.), «poiché mancavano i marinai, i consoli, in seguito a una delibera del Senato, disposero che colui la cui propria sostanza o quella di suo padre fosse dai censori Lucio Emilio e Gaio Flaminio valutata da 50.000 a 100.000 assi, o che in seguito si fosse procurato tale patrimonio fino a 50.000 assi, stipendiasse per sei mesi un marinaio; chi poi avesse un’entrata superiore a 100.000 assi fino a 300.000, ingaggiasse tre marinai con lo stipendio di un anno; chi superava la somma di 300.000 assi fino a 1.000.000, cinque marinai; chi superava il milione, sette marinai; i senatori poi dovevano fornire otto marinai stipendiati per un anno. In virtù di questo decreto furono procurati gli equipaggi armati e riforniti dai loro padroni; essi si imbarcarono con una scorta di vettovaglie per trenta giorni. Allora per la prima volta una flotta fu equipaggiata con marinai pagati e mantenuti con il denaro di privati cittadini» (Liv. XXIV 11, 7-9).

D’altra parte, è pur vero che talvolta si verificarono dei rimborsi sulle imposte esatte, grazie ai ricavati dei bottini di guerra: fu questo il caso di Gneo Manlio Vulsone, che, trionfatore sui Galati nel 187 a.C., riportò dall’Asia ricchezze tali da porre fine all’era dei tributi di guerra (Liv. XXXIX 7, 4-5). D’altra parte, da un accurato esame della documentazione, è stato stimato che la liquidazione dei bottini e le indennità di guerra, dalla guerra annibalica alla terza macedonica, fornirono alla res publica entrate davvero considerevoli, nell’ordine di 250.000.000 di denarii. In particolare, a rendere del tutto superflua l’imposizione del tributum ai cittadini adsidui fu la grandiosità del bottino che Lucio Emilio Paolo conferì al tesoro pubblico a seguito dell’impresa macedonica (Plut. Aem. 38, 1; Plin. NH. XXXIII 56).

Carle Vernet, Trionfo di Emilio Paolo. Olio su tela, 1789. New York, Metropolitan Museum of Art.

Prima delle conquiste di Pompeo Magno in Oriente, le tasse (tributa o vectigalia) corrisposte dalla popolazioni provinciali ammontavano complessivamente a circa 200.000.000 di sesterzi (Plut. Pomp. 45); Cesare stabilì che le tasse per la Gallia fossero pari a 40.000.000 di sesterzi (Suet. Iul. 25, 1). Il documento più importante riguardante l’esazione fiscale nelle province è la terza orazione (de frumento) dell’Actio secunda in Verrem (Cic. Verr. II 3), dove l’avvocato dell’accusa giustifica l’imposizione fiscale come victoriae praemium ac poena belli («prezzo della vittoria e punizione di guerra»). In Sicilia, il compito della riscossione della decuma dei prodotti del suolo, corrisposta dalle città dell’isola, sia foederatae sia immunes, spettava ai cosiddetti decumani. Ogni anno veniva messo all’asta l’appalto delle decumae, dinanzi al pretore, secondo la lex Hieronica, e quindi assegnato agli esattori (Cic. Verr. II 3, 12-15). I decumani, descritti da Cicerone (Cic. Verr. II 3, 76), erano persone modeste, appartenenti al livello più basso dell’ordine dei publicani.

Poiché Roma possedeva solo un ristretto numero di funzionari amministrativi, le varie funzioni pubbliche, come la logistica militare, i grandi progetti edilizi e, infine, la riscossione dei tributi in Asia e in altre province, furono assegnate a singoli cittadini. Nel caso del prelievo fiscale, i publicani, oltre a garantire alla res publica l’ammontare delle imposte determinato da un’asta tenuta davanti ai censori, spesso si permettevano di riscuotere importi supplementari per coprire i propri oneri. Con il tempo, siccome, a causa delle ingenti somme coinvolte, le franchigie non potevano più essere accollate a singoli cittadini, furono create delle societates publicanorum.

A proposito della classificazione tributaria, è noto che, fino all’epoca di Diocleziano (284-305), le imposte dirette (tributa o vectigalia) erano riscosse soltanto nelle province: l’ordinamento fiscale prevedeva l’imposizione di un tributum capitis, un’imposta sugli individui in età lavorativa dai 14 ai 60-65 anni, e la decuma, cioè la corresponsione del 10% delle rendite agricole. Le città che godevano dello ius Italicum o dell’immunitas e i singoli abitanti cui erano stati concessi privilegi personali erano esentati da tali imposte (Dig. 50, 15).

Banco dell’argentarius. Bassorilievo, marmo, c. I-II sec. d.C.

La riscossione delle imposte era motivata dalla dottrina del dominium populi Romani in solo provinciali (cfr. Gai. 2, 7) e si basava sulla dichiarazione del cittadino della propria condizione familiare e dell’ammontare del proprio patrimonio in occasione del censimento, operazione pubblica svoltasi per l’ultima volta sotto Vespasiano (69-79). In seguito, queste mansioni furono demandate ai funzionari imperiali e alle rilevazioni statistiche delle singole province e città. In epoca imperiale, il tributum era abitualmente riscosso dalle comunità locali, che disponevano di mappe catastali (come quella rinvenuta ad Arausio, l’od. Orange) per svolgere tale incombenza. Un’esenzione temporanea dall’imposta poteva essere concessa come aiuto in caso di calamità o come segno di gratitudine per i servizi resi (Tac. Ann. II 47). Quando si prevedeva che il gettito fiscale non fosse sufficiente a colmare le spese pubbliche, le autorità imperiali esigevano delle indictiones, consistenti nell’acquisto obbligatorio da parte dei cittadini di derrate alimentari o altri rifornimenti per gli eserciti e per l’apparato amministrativo: probabilmente questo accadde con una certa frequenza dal II secolo in poi.

Quanto invece alle imposte indirette, le più importanti erano quelle relative alla manomissione (vicesima libertatis, con un’incidenza del 5%), alla vendita dei servi (4%), ai lasciti testamentari (vicesima hereditatum, 5%) e ai ricavati delle aste (centesima rerum venalium, 1%; cfr. Tac. Ann. II 42, 4). Oltre a queste, esistevano anche centinaia di tasse secondarie, alcune di carattere locale, altre a livello provinciale, ma tutte a beneficio della res publica: sul possesso di asini e sulle opere di irrigazione, sulla cera d’api e sull’uso degli archivi, sui servizi di banco e sulle prestazioni delle prostitute. In realtà, le fonti letterarie non ne menzionano quasi nessuna e la maggior parte di esse è attestata solo per l’Egitto (cfr. Suet. Calig. 40). La celebre tassa (centesima venalium), rimproverata da Tito al padre Vespasiano, sull’urina, raccolta nelle latrine pubbliche per essere impiegata dai conciatori e dai tintori (fullones) per i loro processi di lavorazione, è ricordata solo grazie all’aneddoto di Svetonio (Suet. Vesp. 23, 3; cfr. DCass. LXV 14, 5).

Scena di pagamento delle imposte. Rilievo, calcare, fine II sec. d.C. da Neumagen. Trier, Rheinisches Landesmuseum.

Nei primi secoli del periodo repubblicano il tesoro della città di Roma, che era custodito nel tempio di Saturno (aerarium Saturni), era dunque formato dai proventi derivati dalle praedae belliche, dalle imposte versate dai cittadini per le spese di guerra e dagli introiti delle imposte indirette che gravavano sulle derrate in transito. A ciò si aggiungevano anche le rendite derivate dai beni demaniali, che consistevano essenzialmente in terreni agricoli (ager publicus) o da pascolo, concessi in affitto ai privati dietro corresponsione di un canone (vectigal); alla riscossione delle imposte provvedevano direttamente i funzionari cittadini.

Durante il principato di Augusto, all’antico erario repubblicano fu aggiunta una cassa, detta fiscus, a uso esclusivo del princeps, che poteva esercitare una notevole influenza sulla politica attingendo a queste risorse. In questo deposito erano raccolti i proventi della riscossione tributaria in Aegyptus e tutti gli altri redditi che in precedenza spettavano all’erario. L’erede di Cesare se ne servì per sostenere la distribuzione di terre e il vettovagliamento dei suoi soldati (RGDA 16 ss.). Il fiscus ricevette il suo ordinamento definitivo sotto Claudio. L’imperatore amministrava direttamente i fondi depositati nel fiscus e si occupava di registrare su libri contabili le somme incassate e le spese sostenute; qui, tra l’altro, confluivano anche le sostanze di coloro che erano deceduti senza lasciare eredi (bona vacantia), gli averi dei condannati (bona damnatorum) e i proventi delle multe (Tac. Ann. II 48). Spettava, inoltre, al fiscus anche la metà di quei beni che erano stati rinvenuti casualmente e non appartenevano a nessuno (bona caduca). Intorno al 6 d.C., Augusto istituì un fondo speciale, detto aerarium militare, mediante il quale provvide a corrispondere i compensi ai veterani (RGDA 17; Suet. Aug. 49, 2). La dotazione iniziale dell’erario militare fu prelevata dal patrimonio personale del principe e in seguito fu alimentata dalle imposte indirette, come la vicesima e la centesima rerum venalium.

Scena di pagamento delle imposte. Rilievo, calcare, III sec. d.C. Luxembourg, Musée Luxembourgeois.

Proprio quest’ultima imposta colpiva soprattutto il popolo, che ne richiese l’abolizione a Tiberio. Tacito (Tac. Ann. I 78) riferisce che l’imperatore rispose di non essere in grado di soddisfare una simile richiesta, perché l’erario militare era rimpinguato esclusivamente grazie a quell’entrata; il pagamento dell’imposta era quindi necessario per mantenere le forze armate a ferma ventennale.

Fu Caligola, particolarmente vicino alla plebe, ad abrogare nel 38 la centesima rerum venalium almeno in Italia (DCass. LIX 9). Al contrario, la vicesima sulle successioni e sulle donazioni, che colpiva soprattutto le classi più abbienti, fu mantenuta e Plinio il Giovane, nel suo Panegyricus dictus Traiano imperatori, la considerò la tassa più gravosa per i cittadini romani (Plin. Pan. 37-41).

Al periodo flavio risale l’istituzione di una tassa particolare, il fiscus Iudaicus, con cui si volevano colpire gli Ebrei sconfitti da Tito, obbligandoli a corrispondere ogni anno due dracme ciascuno (Jos. BJ VII 6, 6). In seguito, considerata parecchio infamante e vergognosa, l’imperatore Nerva decise di abolirla, come dimostrano alcuni sesterzi coniati nel 96/7 (RIC II 58; 82, fisci Iudaici calumnia sublata), sulla base di un preciso programma volto ad alleggerire la pressione fiscale sugli abitanti dell’Impero.

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Gli Unni di Attila

di E. JAMES, I barbari (trad. it. S. Guerrini), Bologna 2011,100-102.

Prima di Attila, il re degli Unni era stato Rua, il quale aveva inaugurato la politica del ricatto, costringendo gli imperatori romani a pagare ingenti somme di denaro dietro la minaccia d’invasione. Dal 435 circa, per una decina di anni, Attila governò insieme al fratello Bleda; poi, stando agli autori latini, nel 445 il fratricidio lo avrebbe reso unico detentore del potere. È difficile comprendere fino a che punto fosse ambizioso. Fu certamente molto abile nell’estorcere oro agli imperatori. Inizialmente gli imperatori d’Oriente avevano accettato di versare agli Unni 350 libbre d’oro all’anno che, dal 438, salirono a 700. Nel 447 Attila invase l’Impero arrivando a minacciare la stessa Costantinopoli e pretese tutti i territori entro una distanza di cinque giorni di viaggio a sud del Danubio, oltre a 2.100 libbre d’oro all’anno e 6.000 libbre di arretrati. È stato calcolato che, fino al momento in cui l’imperatore smise di pagare, agli Unni furono versate più di 9 tonnellate d’oro[1].

Mappa del mondo romano nel 450 [Schulteis 2019, 18].

Le quattro grandi invasioni di Attila riguardarono dapprima l’Oriente – dove avanzò su Costantinopoli nel 442 e nei Balcani nel 447 – e, successivamente, l’Occidente con l’invasione della Gallia nel 451 – fermata dalla coalizione di armate barbariche messa insieme da Ezio – e nel 452 dell’Italia, dove fu probabilmente arrestata dall’intervento di papa Leone I Magno anziché da un miracolo, come vorrebbe la leggenda[2]. Prisco di Panion racconta che quando Attila giunse a Mediolanum vide un dipinto che raffigurava gli imperatori romani assisi in trono con ai loro piedi i corpi di Goti uccisi; quindi, avrebbe ordinato a un pittore di ritrarre lui stesso assiso in trono con gli imperatori che rovesciavano sacchi ricolmi d’oro ai suoi piedi[3]. D’altra parte, è possibile che le sue ambizioni siano andate oltre la semplice estorsione di denaro, anche se è oltremodo problematico stabilire se dobbiamo considerare la richiesta d’aiuto rivoltagli da Onoria, sorella di Valentiniano III, come indizio del fatto che gli era stata promessa in sposa, o se egli abbia veramente preteso come dote di Onoria l’Impero d’Occidente. Se queste furono le sue ambizioni, non le realizzò. L’Impero romano, nonostante tutti i problemi, aveva ancora una considerevole capacità di resistenza tanto che nel 451, con una battaglia campale, fu in grado di arrestare la formidabile invasione della Gallia e, nel 452, di respingere l’invasione dell’Italia. Attila morì l’anno seguente. Sembra che abbia avuto un’epistassi mentre stava festeggiando con una sua concubina; alcuni, peraltro, sostennero che fu la concubina ad assassinarlo, mentre altri ancora dissero che Ezio avrebbe prezzolato una delle sue guardie del corpo per eliminarlo[4]. Resta il fatto che Attila morì e in un brevissimo volgere di tempo anche l’Impero che egli aveva costruito si dissolse.

Guerriero unno. Illustrazione di P. Glodek.

Per Attila possediamo uno dei testi più interessanti fra tutti quelli che riguardano Roma e i barbari: il resoconto di Prisco di Panion relativo a un’ambasceria fatta presso la corte di Attila nel 449. Se ne è conservato un lungo frammento che nel X secolo l’imperatore Costantino Porfirogenito riportò nel suo libro sulle ambascerie. Prisco fece parte della delegazione guidata dall’ambasciatore Massimino. Il resoconto evoca con grande efficacia la condizione mentale degli ambasciatori, costretti a dipendere da un interprete di cui diffidavano, disorientati dagli intrighi di corte, obbligati ad attendere per giorni prima di poter avere un incontro e costretti a ritornare continuamente sulle discussioni fatte per cercare di comprenderne il reale significato. Prisco descrive i palazzi di legno del regno di Attila, uno dei quali comprendeva un impianto termale in pietra costruito in stile romano da uno schiavo che aveva inutilmente sperato di ottenere in cambio la libertà. Gli stessi segretari di Attila erano Romani e lessero un documento di papiro su cui erano riportati i nomi di tutti i fuoriusciti unni che si trovavano presso i Romani e di cui Attila voleva la restituzione. Addirittura, Attila era talmente furibondo con l’ambasciatore perché i fuggiaschi non erano già stati riconsegnati da dichiarare che lo avrebbe impalato e lasciato in pasto agli uccelli se non fosse stato che, così facendo, avrebbe infranto i diritti degli ambasciatori[5].

Mór Than, La festa di Attila. Olio su tela, 1870. Budapest, Magyar Nemzeti Galéria.

Fu in occasione del suo secondo incontro con Attila che qualcuno si rivolse a Prisco porgendogli il saluto in greco. Prisco aveva già incontrato in precedenza tra gli Unni persone che parlavano il greco, ovvero prigionieri che si potevano facilmente riconoscere come tali dalle vesti cenciose e dai capelli luridi. Ma quest’uomo assomigliava a uno Scita ben vestito e dall’acconciatura curata. Disse di essere un mercante greco di una città sul Danubio; era stato fatto schiavo dagli Unni ma, avendo combattuto per loro, aveva riacquistato la propria libertà; adesso aveva una moglie barbara e dei figli e sosteneva di condurre una vita migliore rispetto a quella di prima. Poi, dato che Prisco ribatté a questo atteggiamento antipatriottico, il suo interlocutore pianse e dichiarò che le leggi romane erano giuste e gli ordinamenti buoni, ma i governanti li stavano corrompendo perché non se ne preoccupavano più così come avevano fatto gli antichi[6]. Dal testo si deduce che Prisco ebbe la meglio nella discussione, ma poco tempo dopo un’argomentazione analoga fu riproposta a Prisco da uno degli uomini di Attila, un Unno che gli ribadì, appunto, il concetto di fondo espresso dall’anonimo greco, sostenendo che essere schiavi di Attila fosse preferibile all’essere ricchi tra i Romani[7]. Prisco e Massimino fecero infine ritorno in patria, ma non senza essere stati prima testimoni di alcuni esempi pratici delle severe leggi di Attila: una spia impalata e alcuni schiavi arrestati per aver ammazzato in battaglia i loro padroni.

Nessun’altra fonte di quell’epoca ci offre altrettanti dettagli (e, con ogni probabilità, piuttosto attendibili) sui meccanismi delle ambascerie presso i barbari, sulla vita in mezzo a loro e sulla natura complessa e sfaccettata dei rapporti tra Romani e barbari.

***

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[1] Hardt 2003, 97.

[2] Vd. Gillett 2003, 114-115.

[3] Priscus, F 22, 3 = Suid. μ 405 = K 2123, Μεδιόλανον: πολυάνθρωπος πόλις, ἣν καταλαβὼν Ἀττήλας ἠνδραποδίσατο. ὡς δὲ εἶδεν ἐν γραφῇ τοὺς μὲν Ῥωμαίων βασιλεῖς ἐπὶ χρυσῶν θρόνων καθημένους, Σκύθας δὲ ἀνῃρημένους καὶ πρὸ τῶν σφῶν ποδῶν κειμένους, ζητήσας ζωγράφον ἐκέλευσεν αὑτὸν μὲν γράφειν ἐπὶ θάκου, τοὺς δὲ Ῥωμαίων βασιλεῖς κωρύκους φέρειν ἐπὶ τῶν ὤμων καὶ χρυσὸν πρὸ τῶν αὑτοῦ χέειν ποδῶν («Milano: città molto popolosa, che Attila conquistò e sottomise. Come vide che in un affresco erano rappresentati gli imperatori romani2 assisi su troni aurei e alcuni Sciti uccisi giacenti ai loro piedi, mandò a cercare il pittore e gli ordinò di rappresentare lui stesso sul seggio e invece gli imperatori romani che recavano sacchi sulle spalle e ne versavano oro ai suoi piedi»)

[4] Malala, Chron. 14, 10 (279 Thun). Vd. Babcock 2001.

[5] Priscus, F 8 = Exc. De leg. Rom. 47-71.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

Šāpur I, l’uomo che umiliò Roma

Se si chiedesse di elencare i nomi dei grandi nemici di Roma, difficilmente, dopo quelli di Annibale, Giugurta, Mitridate, Vercingetorige, Cleopatra e Arminio, si menzionerebbe anche quello di Šāpur I. Eppure, quest’ultimo fu forse il più grande vincitore dei Romani. La storia antica e la cultura moderna hanno trasmesso e reso familiare re, generali e capi tribali che combatterono e tennero in scacco Roma, ma si trattò comunque di avversari a cui gli stessi Romani avevano potuto rendere l’onore delle armi: infatti, alla fin fine, erano stati tutti inequivocabilmente sconfitti.

Al contrario, la personalità e il carattere di re Šāpur restano come avvolti nella nebbia. La storiografia di III-IV secolo o di poco successiva non sembra aver avuto alcuna intenzione di soffermarsi su una disfatta che non rimase circoscritta a un unico evento bellico. L’intero lungo regno di Šāpur I, durato circa fra il 240 e il 273, rappresentò effettivamente la totale sconfitta dell’Impero romano sotto ogni punto di vista, militare, politico e diplomatico. Insomma, mentre per più di un trentennio il sovrano sassanide mantenne saldamente un potere assoluto e accentratore, in Occidente l’autorità fu esercitata ufficialmente da ben dieci Augusti, senza contare tutti gli usurpatori! E basta questo a dare la misura di quale fra le due compagini godesse di maggiore stabilità politica interna e fosse in grado di portare avanti progetti a lunga scadenza. Il dominio sassanide, dopo Šāpur, sarebbe durato più di quattro secoli, segnando l’ultimo periodo di grande potenza e fioritura della civiltà iranica.

Šāpur a cavallo seguito dai figli Hormizd e Bahram e altri dignitari. Rilievo, roccia calcarea, c. 245. Naqš-e Rajab (Pārs).

Il rivolgimento politico che aveva condotto all’ascesa dei Sassanidi e alla caduta degli Arsacidi, negli anni 223-226, sembra essere stato inteso dagli osservatori romani come uno dei soliti colpi di mano e cambi di vertice del Regno dei Parti. In realtà, si trattò di un evento di vastissima eco geopolitica, che le fonti occidentali sembrano non aver capito affatto. Anche questo fraintendimento è un significativo segno della decadenza dell’Impero romano: nessuna realtà politica, aggressiva o meno, può permettersi il lusso di ignorare i propri avversari, dichiarati o potenziali.

Se piuttosto scarne sono le testimonianze greche e latine sul conto di Šāpur I, le notizie persiane che lo riguardano si fanno decisamente più consistenti e numerose. La fonte principale sul suo regno è la straordinaria iscrizione trilingue (medio-persiano, partico e greco) che Šāpur volle apposta sulle pareti del cosiddetto Kaʿba-ye Zardošt (“Cubo di Zoroastro”); l’epigrafe fu rinvenuta in una serie di campagne di scavo nel 1936-39, a Naqš-e Rostam, nel cuore dell’Impero persiano, presso le tombe dei grandi sovrani achemenidi. Cogliendo l’importanza autocelebrativa del documento Michail Rostovzeff lo ribattezzò Res Gestae Divi Saporis.

Ahurā Mazdā consegna il diadema della regalità ad Ardašir I. Rilievo, roccia calcarea, 226-241. Naqš-e Rajab (Pārs), Necropoli monumentale.

Da questa e da altre fonti iraniche, dunque, si apprende che Šāpur fu un sovrano illuminato, saggio, colto, curioso e aperto alle culture e alle tradizioni straniere. Egli era figlio di Ardašir I e di una «nobildonna Myrōd». Il rilievo di Firuzābād dedicato alla battaglia di Hormozdgan (28 maggio 224) raffigura Šāpur al fianco di suo padre contro re Artabano IV di Partia. Una volta instaurato il dominio sassanide, ritenendolo il più idoneo a regnare tra i suoi figli, nel 240 Ardašir investì Šāpur come suo legittimo successore di fronte all’assemblea dei notabili. La scena dell’investitura compare sui rilievi di Naqš-e Rajab e di Firuzābād, nei quali Šāpur è raffigurato a cavallo nell’atto di ricevere la corona direttamente dalle mani di suo padre.

Dopo un breve periodo di condivisione del regno, Ardašir lasciò tutto il potere al figlio e si ritirò a vita privata. La loro sinarchia è attestata da diverse fonti: un passo dal Codex Manichaicus Coloniensis (V sec.), in cui si riferisce che nel ventiquattresimo anno di Mani, cioè nel 240, Ardašir «sottomise la città di Hatra e il re Šāpur, suo figlio, gli pose sul capo il grande diadema»; una lettera al Senato dell’imperatore Gordiano III, in cui informava di aver allontanato la minaccia «dei re persiani (reges Persarum)» dalla Antiochia di Syria (SHA Gord. 27, 5); ma anche le tarde emissioni monetali di Ardašir, che sul retto lo ritraggono affrontato al giovane principe con la didascalia: «Il divino Šāpur, re dell’Iran, il cui seme proviene dagli dèi»; un coevo rilievo rupestre a Salmās, in Azerbaigian, rappresenta i due sovrani a cavallo con la medesima corona.

Shapur I. Artwork by A. McBribe.

Il tratto più caratteristico ed evidente del nuovo re fu la decisione con cui una volta rimasto solo sul trono proseguì i progetti di suo padre. Gli scrittori orientali offrono un’idea piuttosto vaga delle guerre che Šāpur condusse contro l’Impero romano, facendo riferimento a un’unica campagna che si concluse con la cattura di Valeriano (260). L’iscrizione e i rilievi rupestri di Naqš-e Rostam concordano con le fonti romane sul fatto che le campagne furono in realtà tre. La prima (242-244) avvenne dopo la conquista di Hatra. Il resoconto di Giulio Capitolino nella biografia ufficiale di Gordiano III (SHA Gord. 23, 4; 26, 3-24, 3), integrato da alcuni autori successivi, riferisce che nel 242 l’imperatore mosse contro i Persiani con «una grande armata e moltissimo oro» e svernò ad Antiochia. Di qui combatté e vinse in diversi scontri, scacciò le truppe di Šāpur dalla provincia di Syria, dalle roccaforti di Carrhae e Nisibis e lo sbaragliò a Resaina (od. Ra’s al-‘Ain), costringendolo a restituire tutte le città occupate. Il giovane Gordiano informava il Senato: «Siamo penetrati fino a Nisibis, arriveremo anche a Ctesifonte!». Ma ciò non avvenne. Le fonti romane (Chron. min. 1, 147; Aur. Vict. Caes. 27, 8; Fest. 22; Eutrop. 9, 2; Hier. Chron. 217; Amm. Marc. XXIII 5, 7-8, 17; SHA Gord. 29,1-31,3; [Aur. Vict.] Epit. Caes. 27, 2; Oros. VII 19, 5; Zos. I 18, 2-19, 1; Zon. 12, 18) riportano che il nuovo prefetto del pretorio, Filippo Arabo, ordì alcune trame, al punto da scatenare una rivolta militare e costringere al ritiro dalla campagna. Sulla via del ritorno Gordiano morì, ma le testimonianze sono piuttosto confuse: alcune affermano che il giovane imperatore venne eliminato da Filippo, altre che egli rimase ucciso in Partia; altre ancora che Gordiano fu assassinato in territorio nemico, altre che, disarcionato in battaglia e rottosi un femore, sarebbe morto a causa della ferita. Zosimo (Zos. I 19, 1) riporta che Filippo «stipulò con Šāpur un patto di amicizia sancito da giuramenti», mettendo fine alla guerra e cedendo al nemico l’Armenia e la Mesopotamia.

Dal 1940 è possibile confrontare quanto riferito dalle fonti imperiali con la versione persiana, offerta dallo stesso Šāpur nelle sue Res Gestae: «Proprio quando ci siamo stabiliti sul trono, l’imperatore Gordiano arruolò in tutto l’Impero Romano un esercito tra Goti e Germani e, invasa l’Āsōristān (Assiria), marciò contro l’Ērānšahr e contro di noi. Ai confini dell’Assiria, a Misiḵē, vi fu una grande battaglia campale. E il Cesare Gordiano rimase ucciso, e noi sbaragliammo l’armata romana. Allora i Romani acclamarono Filippo imperatore. Quindi, il Cesare Filippo venne da noi per trattare i termini della pace, dandoci 500.000 denarii per riscattare la vita dei prigionieri, e divenne così  nostro tributario» (RGDS rr. 6-10).

Šāpur a cavallo sopra il corpo esanime di Gordiano III, mentre riceve la sottomissione di Filippo Arabo. Rilievo, pietra calcarea, c. 244. Dārābgerd (od. Kandaq Dahia).

Gli studiosi moderni hanno dimostrato che il resoconto di Šāpur, sebbene viziato, è superiore alla versione romana, che non spiega perché l’imperatore, dopo aver messo in rotta le armate di Šāpur vicino a Nisibis e aver raggiunto le porte di Ctesifonte, avrebbero preferito concludere una «pace vergognosissima». Kettenhofen (1982, 35-36) afferma che «Con ogni probabilità l’orgoglio imperiale romano abbia fatto ricadere su Filippo la responsabilità della sconfitta, per cui Gordiano III fu il primo imperatore romano a perdere la vita in battaglia in territorio nemico. Diversamente, il senso di superiorità dei Sassanidi fu immortalato in diversi rilievi rupestri di Šāpur I, e la vittoria di Misiḵē fu celebrata da un vanaglorioso sovrano come l’unico evento militare nel corso di questa prima campagna». Dopo aver tolto la possibilità ai Romani di nuocere e aver arricchito il tesoro regio esigendo un onerosissimo riscatto, Šāpur estese il protettorato persiano sull’intera Armenia, commemorando il suo trionfo in numerosi rilievi rupestri nel Pārs: tra questi il più famoso è senz’altro quello di Dārābgerd, che mostra il corpo del giovane Gordiano III calpestato dal cavallo del re e questi in atto di ricevere la sottomissione di un altro imperatore (Filippo?). Nonostante l’evidente insuccesso, è curioso che Filippo abbia celebrato la campagna orientale fregiandosi dei titoli di Persicus Maximus e Parthicus Maximus e facendo passare il trattato concluso con il nemico come una pax fundata cum Persis.

Mentre le fonti occidentali sulla seconda campagna di Šāpur (252-256) sono scarse, contraddittorie e ostili, il testo delle sue Res Gestae è piuttosto coerente: «E il Cesare mentì ancora e fece male all’Armenia» (r. 10). Questo esordio potrebbe riferirsi a una rinnovata ingerenza romana nella questione armena e al possibile rifiuto di corrispondere tributi ai Persiani. Verso il 252 Šāpur lanciò una nuova offensiva contro le province orientali dell’Impero romano e occupò numerose città della Mesopotamia, compresa Nisibis (Eutrop. 9, 8; Zos. I 39, 1). Quindi, attaccò la Cappadocia e la Syria, sconfiggendo le forze romane nella battaglia di Barbalissos (od. Qalʿat al-Bālis), sulla riva sinistra dell’Eufrate, ed espugnando la stessa Antiochia (Amm. Marc. XX 11, 11; XXIII 5, 3; SHA Trig. Tyr. 2; Malal. Chron. 12; Orac. Sibyl. XIII 125-130; Liban. XV 16; XXIV 38; LX 2-3). L’iscrizione di Naqš-e Rostam, invece, riferisce: «E annientammo una forza di 60.000 armati a Barbalissos, devastammo la Syria e i suoi dintorni, distruggemmo e depredammo. In questa sola spedizione noi strappammo al controllo dei Romani le seguenti città e fortezze: Anatha e i suoi sobborghi, […] Birtha, Sura, Barbalissos, Hierapolis, Beroea, Chalcis, Apamea, Rhephania, Zeugma, Ourima, Gindaros, Armenaza, Seleucia, Antiochia, Cyrrhus, Alexandretta, Nicopolis, Sinzara, Chamath, Ariste, Dichor, Doliche, Dura Europos, Circesium, Germanicia, Batnae, Chanar, e in Cappadocia, Satala, Domana, Artangil, Souisa, e Phreata per un totale di 37 città con i loro sobborghi».

Dura Europos (od. Salhiyah, Siria, Deir el-Zor). Mura collassate nell’assedio del 256.

Le testimonianze pervenute riferiscono che negli anni 253-256 Šāpur aveva condotto diverse offensive con l’obiettivo di colpire soprattutto Antiochia, metropoli particolarmente ricca e prestigiosa. Durante la prima fase della seconda campagna il sovrano sassanide aveva dovuto affrontare dei torbidi in Armenia: re Cosroe II, volendo vendicare la morte del parente, re Artabano IV, aveva invaso l’Assiria, minacciando i confini settentrionali dell’Ērānšahr. Fatto assassinare con un tradimento l’avversario e occupato il regno caucasico, Šāpur installò suo figlio Hormizd-Ardašir come “Grande re degli Armeni”; inoltre, assoggettò la Georgia, riducendola a satrapia e ponendola sotto il governatorato di un funzionario di alto rango, il bidaxš. Avuta ragione sulle armate romane a Barbalissos, Šāpur poté condurre una vasta offensiva contro le province romane, saccheggiando, devastando e deportando numerosi prigionieri.

Ripetute scaramucce fra le forze persiane e quelle romane rinnovarono le ostilità nel 260. Le Res Gestae Divi Saporis riferiscono così della terza campagna di Šāpur contro l’Impero: «Durante la terza invasione, noi marciammo contro Edessa e Carrhae e le ponemmo sotto assedio, tanto da costringere il Cesare Valeriano a condurre il suo esercito contro di noi. Egli era alla testa di una forza di 70.000 armati provenienti dalle province di Germania, Raetia, Noricum, Dacia, Pannonia, Moesia, Thracia, Bithynia, Asia, Pamphilia, Isauria, Lycaonia, Galatia, Lycia, Cilicia, Cappadocia, Phrygia, Syria, Phoenicia, Iudaea, Arabia, Mauretania, Lydia e Mesopotamia» (rr. 19-23).

P. Licinio Valeriano. Antoniniano, Antiochia, c. 253-255. AR 3,80 g. Recto: Imp(erator) C(aesar) P. Lic(inius) Valerianus Aug(ustus). Busto radiato, drappeggiato e corazzato dell’imperatore, voltato a destra.

Zosimo (Zos. I 36) riferisce che Valeriano, com’ebbe appreso dell’offensiva persiana, «si recò di persona da Antiochia sino in Cappadocia e, colpite soltanto le città durante il suo passaggio, tornò indietro. Ma quando la peste si abbatté sull’esercito, falcidiandone la maggior parte, Šāpur con un’incursione sottomise tutto l’Oriente. Valeriano, per debolezza e mollezza di vita, non se la sentì di porre rimedio a una situazione che si era fatta tanto grave e, volendo mettere fine alla guerra con donativi in denaro, inviò un’ambasceria a Šāpur, che la rimandò indietro senza aver concluso nulla, e chiese di incontrarsi con l’imperatore per discutere ciò che riteneva necessario». A questo punto, le fonti romane divergono su quanto accadde a Valeriano: mentre Eutropio (9, 7), Festo (23) e Aurelio Vittore (Caes. 32, 5), concordemente, narrano che l’imperatore fu catturato dai soldati nemici dopo essere stato vinto in una grande battaglia campale, Zosimo riferisce che Valeriano, recandosi all’incontro richiesto dal sovrano sassanide, fu fatto prigioniero a tradimento: «Valeriano, accettate le richieste senza nemmeno riflettere, mentre si recava presso Šāpur con decisione avventata, insieme a pochi uomini, improvvisamente cadde prigioniero dei nemici. Catturato, morì tra i Persiani, disonorando assai gravemente il nome romano presso i posteri».

L’iscrizione di Šāpur, invece, riferisce chiaramente che «ci fu una grande battaglia a metà strada tra Carrhae ed Edessa fra noi e il Cesare Valeriano e noi lo catturammo, facendolo prigioniero con le nostre mani, insieme ad altri generali dell’armata romana, al prefetto del pretorio, alcuni senatori e ufficiali. Tutti costoro caddero nelle nostre mani e li deportammo in Pārs» (rr. 24-26).

La cattura dell’imperatore e dei suoi lasciò l’Oriente romano alla mercé del re persiano: «Noi allora bruciammo, devastammo e saccheggiammo la Syria, la Cilicia e la Cappadocia», sottraendo al controllo nemico ben trentasei città e fortezze (rr. 26-34). Come ha osservato l’ufficiale e storico militare britannico sir Percy Sykes (1921, I 401): «Few if any events in history have produced a greater morale effect than the capture of a Roman Emperor by the monarch of a young dynasty. The impression of the time must have been overwhelming, and the news must have resounded like a thunderclap throughout Europe and Asia». Con ogni probabilità gli autori di parte imperiale preferirono attribuire «la più grande umiliazione dei Romani» alla diffusione di una pestilenza e al tradimento degli alleati, affermando che l’«anziano imperatore» fosse stato ingannato da Šāpur durante i negoziati per un armistizio piuttosto che confermare l’onta della cattura di Valeriano in battaglia.

Shapur and the Surrender of Valerian. Artwork by A. McBribe.

Šāpur volle celebrare il successo delle sue imprese con iscrizioni, come quella a Naqš-e Rostam, e numerosi rilievi rupestri. A Bišāpur uno di questi monumenti propone una scena assai simile a quella di Dārābgerd: il re vincitore è raffigurato a cavallo in atto di ricevere da Ahurā Mazdā la corona, simbolo della regalità, mentre sotto il suo destriero giace esangue Gordiano e prostrato dinanzi a lui compare l’imperatore Filippo. Un altro grande rilievo di Bišāpur ripropone lo stesso tema, ma al posto di Filippo accanto al re si mostra Valeriano, tenuto saldamente per un polso dal vincitore. Infine, un cammeo in sardonice, conservato al Cabinet des Medailles di Parigi, raffigura Šāpūr e Valeriano che si affrontano a cavallo: l’imperatore romano avanza al galoppo contro il nemico con la spada sguainata, mentre il sovrano sassanide si limita ad afferrare il polso dell’avversario, bloccandolo saldamente. A ogni modo, tutte le rappresentazioni persiane dell’evento da una parte celebrano la supremazia di Šāpūr, dall’altra, però, raffigurano il prigioniero completamente integrato nel suo ruolo di Cesare, smentendo così quelle fonti, soprattutto di parte cristiana, che volevano fosse stato maltrattato e, infine, barbaramente ucciso ([Aur. Vict.] Epit. Caes. XXXII, 5-6; Oros. VII 3-4; Lactan. mort. pers. 5).

Il trionfo di Šāpur accrebbe indubbiamente il prestigio dell’Impero sasanide, confermando pienamente la sua posizione di rivale della compagine romana. Le sue incursioni privarono il nemico di risorse, mentre rimpinguavano e arricchivano il proprio tesoro. I numerosi prigionieri deportati, tra militari e civili, per lo più artigiani e operai qualificati, contribuirono a rivitalizzare i centri urbani dell’Impero persiano. Ciò è dichiarato dallo stesso sovrano nelle sue Res Gestae: «E insieme al bottino abbiamo portato via degli uomini dall’Impero romano, cioè degli Anērān; abbiamo insediato costoro nel nostro regno in Pārs, Parthia, Ḵuzestān e Āsōristān, suddividendoli satrapia per satrapia» (rr. 35-36). Pare che l’integrazione di tanti elementi stranieri sotto il proprio regno abbia indotto Šāpur a riformulare il proprio titolo reale in Šāhān Šāh ī Ērān ud Anērān (“Re dei re degli Iranici e dei non-iranici”). D’altra parte, molti di quei prigionieri erano cristiani e, non sottoposti a persecuzioni, riuscirono a prosperare e a fare proseliti nel Ḵuzestān e in altre satrapie orientali, costruendo persino chiese, monasteri e vescovati. I nuovi sudditi, inoltre, diffusero il greco e il siriaco e portarono con sé diverse conoscenze scientifiche, soprattutto opere astronomiche, poi tradotte anche in pahlavi, la lingua parlata dai Sassanidi.

Il lungo regno di Šāpur fu un periodo senza precedenti di rinnovamento urbano: la località di Misiḵē (Ērāq) fu rifondata con il nome di Pērōz-Šāpūr (“Vittoria di Šāpūr”) e divenne uno dei più importanti centri militari (anbār) dell’Impero persiano; Abaršahr in Khorāsān divenne Nišāpur (“Šāpūr è l’eccelso”); così l’antica Susa fu ribattezzata Hormazd-Ardašir in onore del principe reale. Il sovrano fondò la città di Gondêšâpur, in Ḵuzestān, sul sito di un antico abitato noto come Bēṯ Lapaṭ, servendosi di manodopera antiochena. Altri prigionieri dall’Impero romano furono impiegati per la fondazione di Bišāpur, in Fārs, la cui pianta e i cui edifici tradiscono le origini dei suoi costruttori. In una grotta fra i Monti Zagros a 6 km a sud di questa metropoli fu scolpita in pietra calcarea una statua colossale di Šāpūr, alta 6, 7 m.

Šāpūr I. Statua colossale, stalagmite, calcare, III secolo. Kazerun (Pārs), Grotta di Šāpūr.jpg

La grandiosità dei monumenti con le loro scene di vittoria, i simboli del potere e della regalità, di popoli sottomessi dovette colpire i nuovi sudditi di Šāpūr. Eppure, è difficile provare a immaginare l’impressione di questi prigionieri di fronte a scene assolutamente simili a quelle a cui erano già abituati in patria – anche se, naturalmente, di segno opposto. Ancora più forte dovette essere verosimilmente l’impatto sui sudditi persiani e orientali, che si trovavano di nuovo ad assaporare dopo tanti secoli, vittorie degne dei grandi e mitici sovrani del passato. Non è infatti un caso che Šāpūr avesse scelto per illustrare le sue imprese anche luoghi come Naqš-e Rostam, che ospitavano i sepolcri degli antichi dinasti achemenidi. Nonostante l’evidente salto cronologico, le differenze etniche e culturali, i Sassanidi si sentivano i degni eredi del grande Impero persiano e, come tali, celebrarono le loro vittorie sui Romani.

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Plotino di Licopoli

I. La vita, l’opera, la scuola

Da Alessandria a Roma. | Della vita di Plotino (Πλωτῖνος) si sa quasi esclusivamente quello che riferisce il suo discepolo Porfirio nella Vita Plotini. Infatti, non solo Plotino non parlò mai di sé nella sua opera, ma non volle parlarne nemmeno con gli amici più intimi. Scrive Porfirio (Plot. 1):

Πλωτῖνος ὁ καθ’ ἡμᾶς γεγονὼς φιλόσοφος ἐῴκει μὲν αἰσχυνομένῳ ὅτι ἐν σώματι εἴη. Ἀπὸ δὲ τῆς τοιαύτης διαθέσεως οὔτε περὶ τοῦ γένους αὐτοῦ διηγεῖσθαι ἠνείχετο οὔτε περὶ τῶν γονέων οὔτε περὶ τῆς πατρίδος. Ζωγράφου δὲ ἀνασχέσθαι ἢ πλάστου τοσοῦτον ἀπηξίου ὥστε καὶ λέγειν πρὸς Ἀμέλιον δεόμενον εἰκόνα αὐτοῦ γενέσθαι ἐπιτρέψαι· οὐ γὰρ ἀρκεῖ φέρειν ὃ ἡ φύσις εἴδωλον ἡμῖν περιτέθεικεν, ἀλλὰ καὶ εἰδώλου εἴδωλον συγχωρεῖν αὐτὸν ἀξιοῦν πολυχρονιώτερον καταλιπεῖν ὡς δή τι τῶν ἀξιοθεάτων ἔργων;

«Plotino, il filosofo dell’età nostra, aveva l’aspetto di uno che si vergogna di essere in un corpo. In virtù di tale disposizione d’animo, egli aveva ritegno a parlare della sua nascita, dei suoi genitori, del suo luogo di provenienza. Sdegnava a tal punto il mettersi a disposizione di un pittore o di uno scultore che ad Amelio, il quale voleva convincerlo a che gli si facesse il ritratto, rispose: “Non basta, dunque, trascinare questo simulacro di cui la natura ci ha voluto rivestire; ma voi pretendete addirittura che io consenta a lasciare una più durevole immagine di tal simulacro, come se fosse davvero qualcosa che valga la pena di vedere?”».

Stando alla Suda (π 1811 Adler), Plotino nacque a Licopoli, presso il Delta del Nilo (od. Sajin al-Kum?), verso il 205, il tredicesimo anno di principato di Settimio Severo. Nel 232, all’età di ventott’anni, Plotino iniziò a dedicarsi interamente alla filosofia, entrando a far parte del circolo di Ammonio Sacca ad Alessandria, presso il quale rimase fino al 243. Mentre frequentava la scuola di Ammonio, Plotino si era convinto della necessità di un contatto diretto con la sapienza orientale, che, probabilmente, considerava il completamento di quanto avesse appreso dal maestro.

La spedizione contro i Sassanidi di Gordiano III nel 243 sembrò, dunque, offrirgli l’occasione propizia di confrontarsi con Gimnosofisti e Magi; così, Plotino lasciò Alessandra per seguire l’imperatore (Porph. Plot. 3). Si rivelò tuttavia un’esperienza drammatica, che non gli poté dare alcuno dei frutti sperati: il giovane imperatore fu ucciso in Mesopotamia e il filosofo riparò ad Antiochia, riuscendo solo a stento a salvarsi. Di qui egli non poté o non volle far ritorno in Egitto (probabilmente Ammonio era scomparso) e decise di recarsi a Roma, dove giunse ancora nel 244, quando M. Giulio Filippo era ormai asceso alla porpora. Allora Plotino aveva ormai raggiunto i quarant’anni e si sentiva, perciò, maturo per aprire nella capitale dell’Impero una scuola tutta sua.

Per circa un decennio (244-253) il filosofo tenne lezioni, rifacendosi alle conversazioni di Ammonio e al suo metodo, lasciando largo spazio alla discussione e alla diretta ricerca di coloro che lo frequentavano, ma senza comporre nessuno scritto. Si trattava di mantenere fede al vecchio patto stretto con due suoi condiscepoli, Erennio e Origene, sebbene più tardi avesse scoperto che essi lo avevano tradito. Solo dal 254 Plotino ruppe gli indugi e si mise a scrivere pure lui. Quando Porfirio giunse a Roma nel 263, Plotino aveva già composto ben ventun trattati. Ne scrisse altri ventiquattro fra il 264 e il 268, e i restanti nove dopo il 268.

Porfirio, ammesso nella scuola, ricevette dal maestro l’incarico di emendare e riordinare i vari scritti (Porph. Plot. 3-8; 24-25). Siccome questi testi erano stati redatti senza un ordine preciso, Porfirio decise di seguire il modello adottato da Andronico di Rodi nella pubblicazione delle opere di Aristotele, cioè di radunare insieme i libri che trattavano tematiche molto vicine. In più, Porfirio si lasciò guidare dalla convinzione del significato metafisico del numero e, combinando con la «perfezione del numero sei» l’«enneade», cioè il numero nove, divise i cinquantaquattro trattati plotiniani in sei gruppi di nove ciascuno e raggruppò gli argomenti affini, graduandoli, a seconda della difficoltà. Nacquero così quelle Enneadi, che contengono uno dei più alti messaggi filosofici dell’antichità.

La pubblicazione di Porfirio del corpus plotiniano avvenne tra il 300 e il 305. Nulla, invece, è rimasto dell’edizione che approntò il discepolo Eustochio né dei Cento libri di scolii agli scritti del maestro, raccolti da Amelio.

Profondamente amato e stimato da tutti, anche per la dirittura della sua vita, per la sua aspirazione a costituire una società di «saggi» seguaci della vita platonica, Plotino non solo ebbe molti scolari, uomini e donne, ma a lui ci si rivolse quale consigliere, tutore, amministratore di beni. Il maestro godette dell’immensa stima degli imperatori Gallieno e Salonina: a tal proposito, Porfirio riferisce che il filosofo, avvalendosi dell’amicizia e dell’affetto degli Augusti, progettava di far sorgere in Campania una città di filosofi, che avrebbe avuto il nome di Πλατωνόπολις (Porph. Plot. 12). Plotino scomparve nel 270, all’età di 66 anni, a causa di un male (non ben identificabile) che gli procurò piaghe nelle mani e sui piedi e gli arrochì notevolmente la voce. Negli ultimi tempi, a causa di questa malattia, egli aveva abbandonato la scuola e gli amici, ritirandosi nella tenuta di un vecchio conoscente in Campania, dove spirò in solitudine.

Un oratore che parla in un’aula di tribunale o un predicatore cristiano (?). Rilievo, marmo, IV sec. d.C. dal tempio di Ercole. Ostia, Museo Archeologico.

Caratteristiche e finalità della scuola plotiniana. | La scuola di Plotino non assomigliava probabilmente a nessuna delle precedenti. L’autorità e il prestigio che il filosofo si era acquistati presso l’aristocrazia furono tali che molti «al pensiero della morte imminente» gli affidavano i figli e le figlie da educare e i loro beni da conservare e amministrare, come «a un custode sacro e divino», sicché la casa in cui abitava (che apparteneva a una certa Gemina, di cui era ospite) brulicava di ragazzi, ragazze e vedove (Porph. Plot. 9). Da lui si recavano anche uomini politici al fine di comporre vertenze e liti e a lui si affidavano tutti come arbitro infallibile. Quanto al suo progetto di una città i cui abitanti avrebbero dovuto osservare «le leggi di Platone» (νόμοις… τοῖς Πλάτωνος), sebbene Gallieno e l’imperatrice Salonina avessero preso in seria considerazione la sua attuazione, fallì a causa delle trame dei cortigiani.

Le lezioni di Plotino erano frequentati da vari tipi di uditori. Alcuni erano occasionali e saltuari, attratti semplicemente dalla fama del maestro e, quindi, dalla curiosità. C’erano poi quelli che frequentavano con certa costanza, e fra questi comparivano numerosi senatori romani e nobili di origine orientale. Infine, c’erano i veri e propri «seguaci». È da notare che anche un certo numero di donne – come riferisce il biografo – prendeva parte alle lezioni. Agli scritti del maestro, invece, solo pochi avevano diritto di accesso, e solo dopo aver dimostrato di possedere precisi requisiti intellettuali e morali (Porph. Plot. 1-12).

Platone aveva fondato la sua Accademia per poter formare nella filosofia gli uomini che avrebbero dovuto rinnovare la πολιτεία; Aristotele aveva istituito il Peripato per organizzare in modo sistematico tutta la ricerca e tutto il sapere; Pirrone, Epicuro e altri avevano creato le loro scuole per cercare di dare alle persone l’ἀταραξία, la pace e la tranquillità dell’anima. La scuola di Plotino si prefiggeva un ulteriore fine: voleva insegnare agli aderenti a sciogliersi dalla vita di quaggiù per riunirsi al divino e poterlo contemplare fino al culmine di una trascendente unione estatica. Lo scopo della nuova istituzione era, dunque, religioso e mistico: quello stesso fine che stava alla base del progetto di Platonopoli.

Plotino. Busto (attribuito), marmo, c. 250-300, dalle Terme del Filosofo. Ostia, Museo Archeologico.

II. Ripresa e conclusione della «seconda navigazione»

Lo sviluppo delle istanze medioplatoniche e neopitagoriche. | Il moderno lettore delle Enneadi può avere spesso l’impressione che molte tesi non vengano dimostrate o che, perlomeno, non vengano convenientemente giustificate. Ma chi si soffermasse a questa impressione e valutasse non adeguatamente fondata la speculazione plotiniana, cadrebbe in un grave errore di prospettiva e ne pregiudicherebbe in modo irreparabile la comprensione. Occorre tener presente, infatti, che, nel secolo immediatamente precedente, il medioplatonismo e il neopitagorismo avevano raggiunto la loro ἀκμή. Questi movimenti avevano messo definitivamente in crisi il materialismo dei grandi sistemi ellenistici, avevano recuperato gli esiti della platonica «seconda navigazione» e avevano addirittura tentato di integrarli e di rielaborarli, tenendo conto soprattutto degli apporti di Aristotele, senza trascurare le istanze precedenti. Plotino, insomma, trovò alcune verità filosofiche già guadagnate e giustificate dai suoi predecessori.

Tra l’altro, già in antico si era notata certa somiglianza fra alcune tesi di Numenio e alcune parallele tesi di Plotino; anzi, questa somiglianza apparve tanto forte che ad Atene si accusò Plotino addirittura di plagio! Uno dei discepoli, Amelio, si sentì in dovere di difendere il maestro e di confutare pubblicamente con uno scritto questa accusa (Porph. Plot. 17). Se quest’accusa è infondata, è comunque innegabile l’esistenza di tangenze tra i due pensatori. Plotino, in sostanza, riprese le istanze sostenute dai medioplatonici e dai neopitagorici, ma le sviluppò e le portò a maturazione con una profondità, una lucidità e un’audacia senza paragoni, tali da eclissare i suoi immediati predecessori.

III. Il sistema di Plotino nei suoi fondamenti e nella sua struttura

La prima ipostasi: l’uno. | È impossibile intendere l’originalità e la novità di Plotino, se non si comprende la riforma che egli apportò alla metafisica platonica e aristotelica, la quale aveva condotto a risultati che, per più di un aspetto, erano stati rivoluzionari. È ben vero che in Platone si possono rintracciare spunti plotiniani ante litteram e che nella successiva storia del platonismo e del neopitagorismo questi spunti siano lievitati in modo considerevole. Eppure, Plotino andò ben oltre con una vera e propria rifondazione della metafisica classica.

Il principio ultimo del reale per Aristotele era costituito dall’essenza (οὐσία) e dall’intelligenza del Motore immobile (νοῦς). Invece, per Plotino il principio era ancora ulteriore: l’uno (τὸ ἕν). Questo si situa al di là dell’essere e oltre l’intelligenza, è trascendente. L’uno, dunque, per Plotino è il fondamento e il principio assoluto di tutte le cose: ogni realtà, più precisamente, è tale solo in virtù della sua unità. Se l’unità di una cosa si spezza, quella cosa cessa di esistere. La sussistenza di un elemento dipende, dunque, dalla sua unità: se si toglie questa, si toglie l’essere della cosa.

Una volta stabilito che l’essere degli enti dipende dalla loro unità, da che cosa deriva questa loro unità? Secondo Plotino, tutti gli elementi fisici ricevono unità dall’anima, la quale è appunto attività creatrice e coordinatrice di tutte le cose sensibili; perciò, è fondamento della loro unità. Ma allora l’anima stessa è unità o piuttosto l’anima imprime unità, ma non coincide con essa, e deriva essa stessa la propria unità da qualcos’altro? La risposta di Plotino è chiarissima: esistono gradi differenti di unità. In tal senso, l’anima detiene un grado di unità superiore a quello dei corpi, ma non è essa stessa unità. Dunque, l’anima introduce nel mondo fisico l’unità, però, a sua volta, la riceve da ciò che sta al di sopra, vale a dire dall’intelligenza (νοῦς) e dall’essere (οὐσία).

Eppure, sia l’intelligenza sia l’essere, per quanto godano di un grado superiore all’anima, non sono l’uno, perché implicano molteplicità: dualità di pensante e pensato e molteplicità di idee, cioè la totalità delle realtà intellegibili. La radice dell’unità, dunque, è qualcosa che trascende lo stesso νοῦς, qualcosa di assolutamente scevro di qualsivoglia pluralità, è l’uno in sé (Plot. Enn. VI 9, 1-12).

Infinitudine, trascendenza, ineffabilità. | Caratteristica fondamentale dell’uno è l’infinitudine. Da questa occorre partire per comprendere le differenze fra la metafisica di Plotino e quella classica. L’infinitudine era stata attribuita al principio (ἀρχή) solo da alcuni antichi filosofi della natura e in dimensione fisica. In Platone e in Aristotele era prevalsa l’idea che l’infinito (ἀπείρων) comportasse imperfezione (che fosse, cioè, sinonimo di indeterminato, incompiuto), mentre il finito (in quanto determinato, compiuto) era stato associato con il perfetto. Platone aveva inteso il principio primo come limite (πέρας), mentre il principio materiale come l’illimitato e l’infinito (ἀπείρων). Aristotele, poi, aveva dichiarato impossibile l’esistenza dell’infinito in atto, concependolo come puramente potenziale e circoscrivendolo alla categoria della quantità; inoltre, aveva affermato che il perfetto implica sempre un fine e il fine un limite.

E, dunque, che cosa significa l’infinito nella dimensione dell’immateriale? L’infinito plotiniano non è spaziale né quantitativo, ma, come in certa misura già in Filone di Alessandria, è inteso come illimitata, inesauribile, immateriale potenza produttrice. In tal senso, evidentemente, il concetto di potenza (δύναμις) assume non già il significato di potenzialità, poiché questo significato aristotelico era strutturalmente legato alla materia e al corporeo, ma di attività, come in Filone. Dunque, la potenza coincide con la forza attiva (ἐνέργεια), con l’atto puro, l’atto metafisico primo e supremo. Intendere l’uno come infinita potenza significa, dunque, concepirlo come infinita spirituale energia creatrice (Plot. Enn. V 5, 10-12; VI 9, 6).

Le rivoluzionarie conseguenze che il concetto positivo di infinito immateriale comportò nell’ambito della «seconda navigazione» furono le seguenti. L’uno non poteva essere inteso come idea (ἰδέα) platonica, perché forma ed essenza in Platone implicavano la finitudine, il limite, né tantomeno come sostanza immobile, eterna e separata, in senso aristotelico, perché anche questa essenza, ovvero il νοῦς, era concepita parimenti finita e determinata. Di conseguenza, siccome l’essere, com’era stato inteso e da Platone e da Aristotele, era l’essere dell’εἶδος e dell’οὐσία e, perciò, finito, si comprende per quale ragione Plotino sentisse la necessità di porre l’uno «al di sopra dell’essere e del pensiero» e di ribadire questa tesi nel corso di tutte le sue Enneadi. Era questa una nuova concezione di trascendenza, che, nell’ambito della grecità, non aveva se non assai vaghi precedenti, mentre aveva un chiaro antesignano in Filone Alessandrino. Il principio supremo per Plotino non solo trascendeva il mondo fisico, ma anche ogni forma di finitudine, compresa quelle poste da Platone e da Aristotele all’intelligibile e all’intelligenza. Si comprende, insomma, come all’uno Plotino tendesse ad attribuire determinazioni prevalentemente negative e a dichiararlo perfino «ineffabile» (Plot. Enn. V 3, 13).

Anubis. Mosaico (dettaglio), fine II-inizi III sec. da una domus urbana di Ariminium. Rimini, Museo della Città.

Le caratterizzazioni positive dell’uno. |Con il termine «uno» (τὸ ἕν) Plotino designava il principio supremo, senza però indicare un particolare uno, cioè una determinata unità, ma l’uno-in-sé, la causa e la ragione d’essere di tutte le altre cose, l’assolutamente semplice che è ragion d’essere del complesso e del molteplice. Anche queste precisazioni, comunque, possono trarre in inganno, giacché la semplicità dell’uno non è povertà, ma è infinita potenza, quindi infinita ricchezza: l’uno è potenza di tutte le cose, nel senso che tutte le porta all’essere e nell’essere le mantiene (Plot. Enn. III 9, 1; V 5, 13; VI 9, 6).

L’altra categoria che Plotino usa di frequente per riferirsi al principio assoluto è «bene» (ἀγαθόν). Anche in questo caso, non si tratta di un particolare bene, ma del bene-in-sé, ovvero non di qualcosa che ha il bene, ma che è il bene stesso, il bene assolutamente trascendente (Plot. Enn. II 9, 1; V 5, 13; VI 9, 6).

Sulla base di quanto si è fin qui detto, è ora possibile chiarire meglio il senso delle affermazioni secondo cui l’uno è al di sopra dell’essere, del pensiero e della vita. Plotino, evidentemente, non voleva dire che il principio primo fosse il non-essere, il non-pensiero o qualcosa che fosse privo di vita. Al contrario, egli intendeva significare che, come principio infinito da cui derivano l’essere, il pensiero e la vita, l’uno è alcunché di superiore a questi suoi prodotti. E, in effetti, Plotino usa questi termini quando si riferisce all’uno accompagnandolo con «per così dire», cioè in senso analogico, o addirittura parla di «super-pensiero», di «super-essere», di «super-vita» (Plot. Enn. VI 8, 14-16).

L’uno come attività auto-produttrice. |L’uno è la ragion d’essere di tutto ciò che a esso segue ed è tale proprio per il suo essere quello che è. Ma Plotino non si accontentava di una spiegazione a questo livello; egli pose una domanda ancora più radicale, toccando così i limiti estremi delle possibilità della metafisica: perché l’uno è ed è quello che è? Questo interrogativo, posto in altri termini, equivale alla seguente: perché esiste l’assoluto e perché l’assoluto è così com’è?

Innanzitutto, bisogna escludere che esso sia per caso o per accidente, perché possono esistere in siffatto modo solo le cose del mondo sensibile, soggette al divenire. In secondo luogo, esso può esistere per una libera scelta, del tipo di quella che presuppone l’esistenza di contrari sui quali deve operare, perché esso è al di là di tutto questo. Inoltre, non si può dire che esso esista di necessità, perché la necessità è a esso posteriore, anzi è proprio esso la legge e la necessità delle altre cose. E, ancora, non si può nemmeno parlare, nei confronti dell’assoluto, di un essere, di un’essenza e di una determinata natura e spiegare la sua attività in funzione della sua natura medesima, perché esso trascende ogni cosa e la sua attività è tale solo in senso analogico. Operari sequitur esse, avrebbero detto i filosofi medievali. Plotino per caratterizzare il suo assoluto avrebbe affermato il contrario: esse sequitur operari; o meglio, essere e operare, nell’assoluto, coincidono: il primo principio si auto-pone, crea sé stesso, è attività auto-produttrice. In esso la volontà corrisponde al suo atto e, quindi, al suo stesso essere: è volontà di essere ciò che è, è libertà totale e assoluta; vuole essere ciò che è, perché è quanto di più alto possa esistere, è valore supremo e supremo positivo (Plot. Enn. VI 8, 7).

Fëdor Bronnikov, I Pitagorici celebrano il sorgere del Sole. Olio su tela, 1899. Mosca, Tretyakov Gallery.

La processione di tutte le cose dall’uno. | Allora, perché e come dall’uno sono derivate tutte le altre cose? Perché l’uno, pago di sé stesso, non è rimasto in sé stesso? È questa, in fondo, la domanda metafisica di assai ardua soluzione. Anche il tentativo plotiniano di rispondere a questo problema rappresenta uno dei vertici della metafisica antica. Si tratta di una risposta originalissima, un unicum nella storia del pensiero occidentale.

Nel rispondere al quesito, Plotino si avvale, a più riprese, di immagini splendide, divenute giustamente famose. La più celebre è certamente quella della luce (Plot. Enn. IV 3, 17): la derivazione delle cose dall’uno è rappresentata come l’irraggiarsi della luce da una fonte luminosa in forma di cerchi successivi via via digradanti in intensità, mentre la fonte della luce permane in sé senza mai spegnersi. Il primo cerchio luminoso prodotto è l’intelligenza, la seconda ipostasi (ὑπόστασις); il cerchio successivo è l’anima, la terza ipostasi. Il cerchio che viene dopo segna il momento dello spegnersi della luce e simboleggia la materia, che abbisogna di un irraggiamento esterno, essendo ormai tenebra.

Plotino riprende questa immagine della luce (Plot. Enn. IV 1, 6) intrecciandola con altre: il fuoco che emana calore, la sostanza odorosa che emana profumo, il vivente che, giunto a maturità, genera. Altre due celebri immagini sono quella della sorgente inesauribile che genera i fiumi e quella dell’albero da frutto (Plot. Enn. III 8, 10). Infine, non meno interessante è l’immagine dei cerchi concentrici: l’uno è come il centro, la seconda ipostasi è come un cerchio immobile, mentre l’anima è come un cerchio mobile (Plot. Enn. IV 4, 10).

Queste immagini sono state spesso prese troppo alla lettera e alcuni interpreti si sono addirittura fermati a esse, fraintendendo così i concetti che esse dovrebbero chiarire. È sulla base di queste immagini che taluni hanno parlato di «emanazionismo», di «panteismo» e di «monismo». In realtà, le cose sono assai più complesse di quanto queste formule non lascino supporre. La plotiniana «processione dall’uno» era ben altra faccenda.

Da tutte le immagini usate dal filosofo si ricava che il principio rimane fisso e, restando, genera, nel senso che il suo generare non lo impoverisce, non lo condiziona. Ciò che è generato è inferiore al generante e non serve al generante; il generato ha bisogno del generante, non viceversa (Plot. Enn. V 3, 12).

Ora, data la sua infinita perfezione e la sua trascendente potenza, l’uno generante non è forse «necessitato» a creare? Può la fonte di luce non emanare luce, la fonte d’acqua non zampillare acqua, l’oggetto profumato non diffondere profumo? È proprio su questo punto che le immagini traggono in inganno, rivelando solo un aspetto del pensiero plotiniano e velando l’altro, che è proprio quello più nuovo. Plotino distingueva due tipi differenti di attività dell’uno e delle altre ipostasi: da una parte, l’attività dell’ente, dall’altra quella che deriva dall’ente. La prima è immanente all’ente, per così dire, mentre la seconda esce dall’ente e si dirige all’esterno. In altri termini, l’attività dell’ente coincide con la singola realtà, mentre l’attività che deriva dall’ente si dirige ad altro. Applicando questa distinzione all’uno, si dovrà parlare di un’attività dell’uno e di un’attività che deriva dall’uno: l’attività dell’uno è quella che lo fa essere, lo mantiene e lo fa rimanere; invece, l’attività che deriva dall’uno è quella che fa sì che dall’uno derivi o meglio proceda un’altra realtà. È chiaro che l’attività dall’uno dipenda strutturalmente dalla stessa attività dell’uno (Plot. Enn. V 4, 2).

La seconda ipostasi: l’intelligenza. | La generazione delle ipostasi implica un’ulteriore attività, che non è meno essenziale delle altre: senza di essa, infatti, le ipostasi stesse non potrebbero sussistere. Si tratta dell’attività del «rivolgersi» al principio da cui ciascuna deriva per «guardarlo» e «contemplarlo». E questa attività non è affatto espressa nelle immagini sopra ricordate. Di conseguenza, essa è stata misconosciuta (e talora del tutto ignorata) dagli interpreti, mentre essa rappresenta uno dei cardini attorno a cui ruota tutta la metafisica plotiniana. In particolare, per quanto riguarda la seconda ipostasi (νοῦς), è da rilevare che la potenza originaria non genera altro che qualcosa di indeterminato o informe; ciò può determinarsi e divenire forma soltanto «rivolgendosi» all’uno, guardandolo e contemplandolo.

Questo prodotto indeterminato e informe dell’uno è detto da Plotino «alterità» intelligibile, o «materia intelligibile», cioè pensiero indefinito, che può determinarsi appunto rivolgendosi all’uno. Tuttavia, anche questo «rivolgersi» all’uno non è ancora intelligenza, ma la causa che la fa essere. Plotino distingueva fra il «rivolgersi» della potenza all’uno, il quale la feconda e la informa, e il «riflettere» di questa potenza su sé stessa già fecondata. Questi due momenti, distinguibili solo logicamente e non cronologicamente, spiegano le due facce dell’intelligenza: nel primo momento nasce la sostanza (il contenuto del pensiero), nel secondo nasce il pensiero vero e proprio. Questa duplicità dei momenti giustifica altresì la nascita del molteplice (Plot. Enn. II 4-5; V 2, 1). Inoltre, la nascita della seconda ipostasi è il formarsi del molteplice: l’intelligenza, infatti, non pensa l’uno, ma pensa se medesima riempita e fecondata dall’uno; il molteplice sorge solamente all’interno della seconda ipostasi (Plot. Enn. VI 7, 16).

Oratore. Statua, marmo, II-III sec. da Eracleopoli Magna (Medio Egitto). Cairo, Egyptian Museum

Essere, pensiero, vita. | Se per Plotino l’uno è «potenza di tutte le cose» e l’intelligenza è, a sua volta, «tutte le cose» (V 4, 2), l’intelligenza è, anzitutto, inscindibile unione di essere e pensiero, è l’essere puro di Platone, quell’essere che è pienamente e non può non essere, ed è, a un tempo, il pensiero di pensiero di cui parlava Aristotele. In secondo luogo, l’intelligenza è anche vita, è «il vivente perfetto», il «vivente in sé», «vita infinita», non necessariamente legato alla dimensione fisica, ma è spirituale, immateriale e fuori dalla temporalità (Plot. Enn. VI 6, 7-8).

L’intelligenza come «cosmo intelligibile». |Nel nuovo contesto della dottrina ipostatica dell’intelligenza, Plotino riprende un’espressione coniata da Filone, per cui il platonico Iperuranio diveniva «cosmo intelligibile». Cogliendo dall’Alessandrino una serie di spunti e sulla base della propria inedita concezione dell’intelligenza come strutturale unità di essere e pensiero, Plotino procedette alla più audace riforma della dottrina delle idee proposta dalla speculazione antica.

La modifica principale consistette nella trasformazione dell’idea da mero «intelligibile» a intelligenza, o meglio in qualcosa che fosse contemporaneamente intelligibile e intelligenza, sostanza pensante in cui pensante e pensato coincidessero. Le idee diventavano forze o potenze intelligenti, vive: insomma, «spiriti» (Plot. Enn. IV 8, 3).

Connessa a questa era l’ulteriore modifica della concezione del rapporto sussistente fra le idee, fra ciascuna idea e la totalità delle idee, e viceversa. Plotino, superando Platone, giunse ad affermare che ciascuna idea fosse in certo senso tutte le altre. Inoltre, nella misura in cui l’intelligenza rinserra in sé tutte le cose, esistono idee di tutte le cose, e non solo delle specie, ma anche di tutte le possibili differenze in cui può presentarsi la specie. Così, per esempio, non esiste un’unica idea di uomo, ma tante idee di uomo quante sono le differenti conformazioni degli uomini, quante sono le differenze tra un individuo e l’altro.

In Plotino si incontra, altresì, la dottrina dei numeri ideali, ma in parte approfondita e chiarita: i numeri ideali (da distinguere nettamente da quelli matematici!) derivano tutti dallo stesso uno. La diade sorge dall’uno medesimo ed è illimitata e può ricevere limite dall’uno stesso. I numeri ideali derivano dalla delimitazione della diade da parte dell’uno. Tali numeri sono la forza che divide l’essere e fa nascere la molteplicità delle cose (Plot. Enn. V 1, 5; VI 6, 9-15).

Tutto quanto sopra è stato detto spiega la ragione per cui Plotino, con espressione filoniana, abbia descritto con νοῦς il «cosmo intelligibile», mondo dell’ordine e dell’armonia spirituale, mondo della bellezza. Secondo Plotino, la bellezza, in generale, coincide con la forma: una cosa è bella per quanto possiede di forma. L’intelligenza, che è il mondo delle forme e delle idee, vale a dire il sistema perfettamente ordinato delle forme nella loro totalità è la suprema e assoluta bellezza (Plot. Enn. I 6; V 8).

Scena nilotica. Affresco, ante 79, dal Tempio di Iside (Pompei). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

La terza ipostasi: l’anima. | L’intelligenza è potenza inesauribile e infinita e, in quanto tale, «trabocca» e genera un’altra realtà, gerarchicamente inferiore: l’anima (ψυχή). Per spiegare la processione (ἀπόρροια) dell’anima dall’intelligenza, Plotino si rifaceva agli stessi schemi di cui si era servito per chiarire la processione dell’intelligenza dall’uno. Dunque, analogamente, egli distinse tra un’attività dell’intelligenza, che rivolge a sé stessa, e un’attività dall’intelligenza, rivolta all’esterno; la seconda attività deriva dalla prima e, anzi, è conseguenza della prima, in quanto è proprio in grazia del proprio rivolgersi a sé medesima che l’intelligenza produce qualcos’altro (Plot. Enn. V 3, 7; VI 2, 22).

Il risultato di tale attività, comunque, non è ancora anima: occorre, come si è visto per l’intelligenza nei confronti dell’uno, che anche il prodotto dell’attività che procede dall’intelligenza si rivolga a guardare e a contemplare l’intelligenza medesima. L’anima, infatti, come prodotto dell’attività dell’intelligenza, è nei confronti di questa come la materia rispetto alla forma o come l’indeterminato rispetto alla determinazione formale (Plot. Enn. II 4, 3; V 1, 3-6). Rivolgendosi all’intelligenza e contemplandola, l’anima, appunto, «attraverso l’intelligenza» stessa vede il bene, cioè l’uno; entra in possesso del bene medesimo. In ultima analisi, sta proprio in questo aggancio all’uno, tramite l’intelligenza, il fondamento supremo della realtà dell’anima per Plotino (Plot. Enn. VI 7, 31).

L’anima nel sistema plotiniano. | La caratteristica essenziale dell’intelligenza consiste nel pensare, donde la sua dualità – il pensiero è sempre pensiero dell’essere – e la sua molteplicità – l’essere è una molteplicità di idee. L’uno, sosteneva Plotino, se vuole pensare deve farsi intelligenza, dato che l’uno come tale non può pensare. Ora, anche l’anima pensa, almeno nella misura in cui guarda e contempla il principio che l’ha generata, l’intelletto; ma la sua essenza consiste non nel pensare – altrimenti, non si distinguerebbe dall’intelligenza –, ma nel produrre e nel dar vita a tutte le altre cose che sono, quelle sensibili, nell’ordinarle e nel governarle (Plot. Enn. IV 8, 3; V 6, 2).

Ora, è da notare che questo «guardare» dell’anima alle cose che sono dopo di lei, questo «ordinare», «reggere», «comandare», coincidono con il suo produrre, generare e far vivere queste stesse cose. L’anima è principio creatore di tutte le cose. L’anima è, di conseguenza, non solo principio di movimento, ma essa stessa è movimento come vita (V 2, 1).

In conclusione, si può dire che, come l’uno deve diventare intelletto per pensare, così deve farsi anima per generare tutte le cose del mondo visibile. L’anima, dunque, costituisce il momento estremo nel processo di espansione dell’infinita potenza dell’uno, l’ipostasi cosmogonica che coincide con il momento in cui l’incorporeo genera il corporeo, manifestandosi nella dimensione del sensibile. Non bisogna dimenticare che le ipostasi successive all’uno, da un lato, in un certo senso sono l’uno stesso, nella misura in cui questo è la fonte e la potenza di tutto e, dall’altro, non sono l’uno, ma differenziazioni della potenza dell’uno, in cui il nuovo che sorge non distrugge l’antico, ma deriva proprio dal permanere dell’antico.

Scena di sposalizio. Rilievo, marmo, c. 280, dal cosiddetto Sarcofago dell’Annona, da una camera sepolcrale di via Latina. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme

La posizione intermedia dell’anima. | Plotino assegna all’anima una «posizione intermedia» e la considera «l’ultima dea» (Plot. Enn. IV 8, 5), l’estrema realtà intelligibile, che confina con il sensibile ed è la causa stessa che genera il sensibile. L’anima possiede «due volti» (IV 6, 3), orientati nell’una e nell’altra direzione, ma ciò esclude che essa abbia una natura mista di incorporeo e corporeo. L’anima si trova in posizione intermedia e ha due facce, perché nel generare il corporeo, pur continuando a essere e a permanere incorporea, le «accade» di aver a che fare con il corporeo da essa stessa prodotto, condividendone alcune caratteristiche, ma non nel modo in cui tali tratti sono propri del corporeo stesso.

Non essendo a priori divisa, l’anima «diventa divisibile nei corpi», non nella maniera in cui sono divisi questi, ma «senza deflettere dall’unità del suo essere» (Plot. Enn. IV 1, 1-2). La divisibilità dell’anima non significa la sua frantumazione in parti staccate successiva l’una dall’altra come avviene per i corpi, ma l’entrare intera in tutte le parti del corpo diviso, dato che essa non ha grandezza. L’anima è, dunque, divisa-e-indivisa, una-e-molteplice, in quanto è principio che produce, regge e governa il mondo sensibile: con la sua unità molteplice e divisa essa elargisce la vita a tutte le cose, con la sua unità indivisibile le riunisce e le controlla; è tutta dappertutto e dappertutto identica.

La pluralità dell’anima. | La questione dell’unità e della molteplicità proprie dell’anima, per la verità, risulta ancora più complessa se la si guarda da un’altra angolatura. Plotino, infatti, parlava di una molteplicità dell’anima non solo in senso orizzontale, ma anche in senso verticale, gerarchico. Malgrado l’ampiezza del linguaggio delle Enneadi su questo argomento, che talvolta rasenta l’equivoco, sembra che la gerarchia delle anime cui Plotino fa riferimento sia la seguente. In primo luogo, esiste un’anima suprema, universale, ossia nella sua interezza e purezza, ipostasi del mondo intelligibile; in secondo luogo, c’è un’anima del tutto, quella del mondo sensibile, che pone, regge e governa l’universo medesimo (anima mundi); infine, ci sono le anime particolari, che non creano, ma animano e reggono i diversi singoli corpi: ciascuna di esse scende nel proprio corpo, con il quale ha un rapporto più stretto che non l’anima dell’universo. Dall’anima suprema, perciò, derivano tutte le altre. L’anima del tutto e quelle individuali sono della stessa natura di quella e si differenziano per la maggiore o minore vicinanza con i corpi (Plot. Enn. IV 3, 5-6; VI 4, 4).

Uomini togati, forse senatori (dettaglio). Rilievo, marmo, 235, dal Sarcofago di Acilia. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

IV. La processione del sensibile dall’intelligibile, il significato e il valore del cosmo fisico

La processione della materia. | Elemento caratteristico del mondo fisico è la materia sensibile. Anche nel mondo incorporeo esiste una materia, ma è puramente intellegibile. Quest’ultima detiene i caratteri propri dell’intellegibile medesimo: la semplicità, l’immutabilità e l’eternità. Diversamente, quella sensibile rivela tratti opposti. Secondo Plotino, caratteristica di ogni tipo di materia è l’essere indefinita, indeterminata, illimitata, ma quella sensibile è un’immagine di quella intellegibile e, in quanto copia si allontana dall’essere dell’originale, consegnandosi al negativo e al male.

La materia sensibile deriva dalla sua causa come possibilità ultima, cioè come estrema tappa di quel processo in cui l’impulso a creare e la forza produttiva si indeboliscono fino a esaurirsi completamente. La materia sensibile, anzi, diventa esaurimento totale e, quindi, privazione estrema della potenza dell’uno, dell’uno stesso e, in definitiva, del bene. Si noti che per Plotino il male non è inteso come forza negativa opposta alla positiva, ma come mancanza e privazione del positivo (Plot. Enn. I 8, 7; III 4, 15). Se la materia intellegibile è puro essere, quella sensibile deve necessariamente distinguersi come «non-essere»: beninteso, non si tratta del nulla, ma di ciò che è «diverso dall’essere» (I 8, 3). La materia fisica non è nulla di ciò che è proprio del mondo dell’essere, dell’intelligenza e dell’anima e, in genere, dell’intellegibile (Plot. Enn. III 4, 16; 6, 7).

Plotino cerca di determinare le ragioni di questa mancanza di ogni spessore ontologico proprio della materia. Essa è prodotta dall’anima, non dall’anima suprema, ma dal lembo estremo dell’anima universale, in cui la contemplazione si affievolisce, nella misura in cui l’anima si volge più a sé che all’intelligenza (Plot. Enn. III 9, 2; IV 3, 9).

Infine, Plotino cerca di approfondire ulteriormente la ragione della differente natura della materia rispetto alle realtà che la precedono puntando ancora una volta sul tipico concetto di contemplazione. L’anima superiore contempla e da questa contemplazione scaturisce la forza creatrice dell’anima cosmica. Questa forza creatrice è una contemplazione illanguidita, digradante quanto a intensità, tanto che «in quel digradare va quasi svanendo» (Plot. Enn. III 8, 5). E così la materia, prodotto di quest’attività che è languida contemplazione, non ha più la forza di volgersi verso chi l’ha generata e di contemplare a sua volta, tanto che tocca alla stessa anima sorreggerla, e quindi ordinarla, informarla, tenerla, in qualche modo, appesa all’essere. E così nasce, appunto, il cosmo sensibile.

Il disegno razionale del mondo. | Il mondo sensibile è costituito, nella sua totalità così come nelle sue parti, di materia e forma, ma a differenza della materia intellegibile, che è forza o potenza che perennemente cerca la sua forma, la possiede e in essa si attua, la materia sensibile non è positiva capacità di ricevere la forma, ma solo inerte possibilità di rifletterla, senza esserne a fondo veramente informata e vivificata. Insomma, la materia sensibile è tale da essere incapace di costruire una vera unità con la forma. La forma penetra nella materia solo «in modo menzognero», come un oggetto che si rifletta nello specchio (Plot. Enn. I 8, 14; III 6, 13).

Per creare il mondo fisico l’anima pone dapprima la materia, che è come l’estremità del cerchio di luce che si spegne e diviene oscurità; successivamente le dà forma, quasi squarciandone l’oscurità e recuperandola alla luce (Plot. Enn. IV 3, 9). Plotino, dunque, perviene alla conclusione che nell’universo sensibile non solo la forma ha un netto predominio, ma, al limite, il cosmo si risolve quasi per intero nella forma.

Defunto fra Osiride e Anubis. Dipinto su sudario di una mummia, fine II-inizi III secolo, dall’Oasi del Fayyum. Mosca, Museo Pushkin.

Genesi della temporalità. | Il passaggio dal mondo intellegibile a quello sensibile comporta anche il transito dall’essere al divenire, dall’eternità alla temporalità. Quest’ultima, a detta di Plotino, coincide con l’attività stessa con cui l’anima crea il mondo fisico, cioè con quell’attività che produce qualcosa che è altro dall’intelligenza e dall’essere, che sono invece nella dimensione dell’eterno. L’eternità, per Plotino, è vita senza mutamento, che è presente tutta intera simultaneamente.

Ebbene, l’anima, per una sorta di «temerarietà» e «desiderio di appartenere a sé stessa» (V 1, 1) o per «desiderio di trasferire in un diverso la visione di lassù» (III 7, 11), non paga di vedere il tutto simultaneamente, esce dall’unità, avanza e si distende, per così dire, in un prolungamento e in una serie di atti che si succedono l’un l’altro, e crea così un mondo sensibile che è, sì, fatta a immagine dell’intellegibile, ma che fatalmente volge e pone in successione di prima e di poi ciò che colà, invece, era tutto insieme e simultaneo. Così facendo, l’anima temporalizza sé stessa e, di conseguenza, il suo prodotto. Il mondo è strutturalmente nel tempo, così come è nell’anima e per l’anima.

Ne deriva che la vita dell’anima è la vita nella dimensione della temporalità a differenza di quella dell’intelligenza che è nell’eternità: la vita come temporalità è vita che scorre in momenti successivi, che crea scorrendoli, è rivolta sempre a momenti ulteriori ed è carica dei momenti trascorsi. Plotino, insomma, ripropone amplificandola la definizione platonica di tempo come «immagine dell’eterno».

V. Origini, natura e destino dell’uomo

L’uomo prima della sua discesa nel mondo sensibile. | Nella concezione di Plotino, l’umanità non nasce al momento in cui sorge il mondo corporeo, ma preesiste a esso sia pure in altra condizione, cioè come pura anima. Il filosofo afferma in tutta chiarezza che prima della nascita «noi eravamo lassù», nel mondo dell’essere e dell’intelligenza, «eravamo altri uomini» e anzi «dèi» (Plot. Enn. IV 4, 14), partecipi della vita spirituale del tutto, senza le scissioni e le lacerazioni che sono proprie della vita terrena. Anzi, Plotino precisa (IV 8, 4), addirittura, che le anime dei singoli erano in origine associate all’anima universale nel governo del mondo, come re accanto al signore supremo. Ma perché le anime degli uomini discendono nei corpi?

Si tratta dell’antico problema che aveva travagliato Platone e al quale egli non aveva saputo dare una soluzione conclusiva, oscillando fra opposte tesi: quella di una necessità ontologica e quella di una «colpa». Plotino riprende queste opposte posizioni e cerca di conciliarle, sulla base delle acquisizioni della sua riflessione metafisica.

Innanzitutto, occorre premettere che la ragione principale della discesa delle anime particolari nei corpi degli individui vada ricercata nella stessa legge che regola la processione (ἀπόρροια) di tutte le cose dall’uno. Secondo tale legge, dunque, l’anima mundi deve esplicare tutte le sue possibilità, producendo non solo l’universo in generale, ma anche, attraverso le anime particolari, tutti i viventi particolari, fra i quali anche gli uomini. Tutto ciò deve accadere, affinché l’infinita potenza dell’uno possa raggiungere la sua massima espressione, garantendo la perfezione del tutto. Insomma, come l’anima universale non può permanere come puro pensiero, altrimenti non si differenzierebbe dall’intelletto, così le anime particolari non possono permanere come intelligenze peculiari, ma devono assumere, per distinguersi dalla suprema intelligenza, la funzione che è loro propria, che consiste nell’ordinare, reggere e governare le cose sensibili.

È evidente che, così essendo, la discesa dell’anima nei corpi non è volontaria, in quanto non dipende da una scelta né da una liberazione dell’anima stessa, ma non può nemmeno costituire una colpa. Anzi, Plotino ammette addirittura che, se l’anima riesce a fuggire rapidamente dal corpo, non solo non riceve danno dall’aver assunto un corpo, ma un arricchimento, sia per aver contribuito all’attuazione delle potenzialità dell’universo sia per aver sofferto l’esperienza stessa del male, che le fa acquistare più chiara coscienza del bene e le permette di esplicare tutte le sue virtù.

Ritratto di filosofo (forse Plotino). Testa, marmo, c. 260, dalle Terme del Filosofo. Ostia, Museo Archeologico.

L’uomo e i rapporti fra anima e corpo. | Plotino porta alle sue estreme conseguenze anche l’equazione di uomo e anima, identità stabilita per la prima volta da Socrate e ontologicamente sviluppata da Platone. Nulla vieta, sostiene il Licopolitano, che si chiami «io» anche l’insieme di anima e di corpo, ma resta pur sempre che «l’uomo vero» è solo l’anima, anzi «l’anima separata» e «separabile» (Plot. Enn. I 1, 10). In verità, in più parti delle Enneadi, si afferma che in ogni essere umano esistano tre uomini e non semplicemente l’uomo interiore e l’uomo empirico. Questa tesi, che di primo acchito più stupire, diventa molto meno paradossale, non solo se misurata con i parametri dell’ontologia plotiniana, ma altresì se ricollegata alla tradizione medioplatonica, dalla quale lo stesso neostoico Marco Aurelio aveva tratto la sua triplice distinzione dell’individuo in νοῦς, ψυχή e σῶμα. È questa, sostanzialmente, la tripartizione da cui Plotino prende le mosse, trasformandola secondo i moduli della sua ontologia e dandole, per così dire, un inusitato spessore metafisico, in grazia della teoria della processione.

Questa tripartizione è riproposta anche in termini di «anima», nel senso che i «tre uomini» possono essere considerati come tre anime o meglio «tre potenze» dell’anima, dato che il «primo uomo» non è se non l’anima considerata nella sua tangenza con l’intelligenza; il «secondo uomo» è l’anima (o pensiero discorsivo), che è a mezzo fra l’intelligibile e il sensibile; il «terzo uomo» è l’anima che vivifica il corpo terreno (Plot. Enn. II 9, 2; IV 7, 6). Per Plotino, l’uomo è comprensibile solo nella dinamica di queste tre parti ed è un’anima che si serve del corpo. Tuttavia, da un lato, il corpo non è che una «caduta dell’anima» in ciò che è inferiore e l’anima è ragione governante il corpo, e in quanto tale mantiene su di esso una sua superiorità e un legame stretto con l’assoluto (Plot. Enn. IV 8, 8).

L’attività e le funzioni dell’anima. | Le attività elementari della vita vegetale e animale sono garantite dall’anima mundi: a questa, infatti, spetta la generazione del mondo, mentre le anime singole si occupano di produrre, vivificare e reggere ogni corpo. Come tutte le attività che sembrano appartenere ai corpi in generale sono, in realtà, proprie dell’anima che le produce, così tutte le attività che sembrerebbero appartenere al corpo particolare sono la diretta regia dell’anima che lo governa, cioè proprie e peculiari di quest’anima medesima. A tutti i livelli, l’anima è concepita come impassibile e capace solo di agire, perché l’incorporeo non può subire affezioni, in alcun modo, dal corporeo. Ma, allora, come si spiega la sensazione?

La risposta di Plotino è ingegnosa e distingue nettamente due tipi di sensazione: una esteriore, che non è altro se non l’affezione e l’impronta che i corpi producono sui corpi (in funzione della συμπάθεια che lega tutte le cose dell’universo fra loro e con il tutto), e la percezione sensitiva vera e propria, che è, invece, un atto conoscitivo dell’anima, che fattivamente coglie l’affezione. Dunque, quando si sente, il corpo umano patisce un’affezione da parte di un altro corpo; invece, l’anima entra in azione, non solo nel senso che «non le sfugge» (III 4, 2) l’affezione corporea, ma nel senso che essa «giudica» queste affezioni (III 6, 1). Anzi, per Plotino, nell’impressione sensoriale che si produce nel corpo umano, l’anima vede l’orma di forme intellegibili e, dunque, la stessa sensazione è, per l’anima, una forma di contemplazione dell’intelligibile nel sensibile.

Plotino attribuisce all’anima anche le facoltà dell’immaginazione e della memoria. Non il corpo di per sé né il corpo considerato in unione con l’anima sono capaci di ricordo, ma solo l’anima: il corpo è, al contrario, un impaccio e uno ostacolo al ricordare e, quindi, causa di oblio. Memoria e ricordo hanno però un rapporto strutturale con la temporalità, con il venir prima e dopo; l’anima, nella misura in cui entra in contatto con il corporeo, ha anche rapporto con la temporalità. Invece, tutto ciò che permane nell’identità e nell’eguaglianza dell’eterno non ha memoria, perché partecipa della simultanea presenza della totalità (Plot. Enn. IV 3, 26).

Diversa strutturalmente dalla memoria è la reminiscenza (ἀνάμνησις), la quale consiste in un conservare nell’anima ciò che all’anima stessa è in qualche modo connaturato, in quanto le deriva dal suo strutturale contatto con le realtà supreme. L’anima superiore è, infatti, agganciata eternamente all’intelletto: di conseguenza, nell’aldilà l’anima tende a lasciare cadere i ricordi legati al corporeo e al temporale, mentre nell’al-di-qua la reminiscenza delle cose supreme non può mai interamente oscurarsi (Plot. Enn. IV 3, 25-27). La più alta attività conoscitiva dell’anima consiste nel pensiero che coglie le idee e l’intelligenza; al di sopra di questa, però, l’anima possiede anche la capacità meta-razionale di cogliere lo stesso uno e con esso «unificarsi».

Allo stesso modo, sentimenti, passioni e volizioni e tutto ciò che a essi è legato vengono interpretati da Plotino come attività psichiche. Infatti, per il filosofo, è il corpo che patisce, mentre l’anima, propriamente, resta immune da affezione e agisce sul corpo, accorgendosi della passione del corpo e interessandosene di conseguenza.

La libertà dell’uomo. | L’attività più alta dell’anima consiste nella libertà. Da questo punto di vista, Plotino riprende le tradizionali dottrine platoniche e, come tutti i suoi predecessori, non riesce a liberarsi interamente dalle ipoteche dell’intellettualismo socratico. Ciononostante, sembra che egli abbia compiuto alcuni progressi, in virtù della sua nuova concezione dell’assoluto. L’uno, principio imprincipiato, è infatti essenzialmente libertà, volizione e causa di sé. Esso vuole e pone sé stesso, perché è bene. Pertanto, nell’assoluto la libertà coincide con la volontà del bene e nel voler essere bene.

Se così è, anche la libertà dell’uomo andrà cercata in questa stessa direzione. La libertà dell’intelligenza consiste nel porsi sulla scia del bene (IV 8, 4); analogamente, la libertà dell’anima consiste nel porre la propria forza operante sulle orme dell’intelletto e nell’agire di conseguenza, secondo quei modi che la portano a unirsi all’intelligenza, all’uno e al bene stessi. La libertà, dunque, secondo Plotino, non può consistere nell’attività pratica, cioè nell’agire esteriore, ma nella virtù e soprattutto nelle virtù più alte, nella contemplazione e nell’estasi. La libertà e la volontà sovrana, insomma, consistono nell’immateriale: l’anima è libera nella misura in cui, tramite l’intelligenza, tende al bene (Plot. Enn. VI 8, 6-7).

Scena di offerta delle primizie. Affresco, fine II sec. dalla Tomba di Padiosir Petosiris‎, dal Qārat el-Muzawwaqa, Oasi di Dakhla (Egitto).

Le vie del ritorno all’assoluto. | Plotino ridimensiona la dottrina delle virtù. Quelle «civili», che erano state la base dell’etica classica, sono per il filosofo egiziano semplicemente un punto di partenza, non un punto d’arrivo: giustizia, saggezza, fortezza e temperanza, intese in senso «politico», sono solo capaci di assegnare limiti e misure ai desideri e di eliminare false opinioni; sono dunque solo un’orma del bene supremo. Queste virtù sono una condizione per diventare simili al dio, ma l’assimilazione al dio è qualcosa di superiore: appunto, superiori alle virtù «civili» sono quelle intese come «purificazioni». Infatti, mentre le virtù politiche si limitano a moderare le passioni, le virtù come purificazioni liberano l’individuo dalle passioni medesime, consentendo all’anima di unirsi a ciò che le è affine, l’intelligenza (Plot. Enn. I 2, 1-3).

Quando l’anima ha raggiunto l’intelligenza e la contempla, allora, in questa contemplazione e imitazione, le virtù si trasfigurano. A questo punto, le virtù sono il modo di vivere dell’anima, che, distaccatasi dalle cose sensibili e rientrata totalmente in sé, vive in purezza la vita stessa degli dèi, assimilandosi all’intelligenza (Plot. Enn. I 2, 7).

Per Plotino, le virtù non sono le uniche vie che portano a unirsi al divino: rifacendosi a Platone, egli valorizza anche l’erotica e la dialettica, che sono, sia pure a diverso titolo e in differente misura, modi diversi con i quali l’anima si distacca, si libera e si purifica dal corporeo e si avvicina all’assoluto. L’erotica plotiniana, come quella platonica, è strettamente connessa alla bellezza, che è fondamentalmente la forma a tutti i livelli. Anche la bellezza sensibile è forma, il tralucere della forma intellegibile nel sensibile. Nella misura in cui ciò che è bello è forma, è connaturale all’anima ed è, quindi, capace di far rientrare l’anima in sé e di riportarla al ricordo delle sue divine origini. E la «trafittura» che prova l’amante nel vedere il bello, non è altro che metafisico ricordo delle proprie origini trascendenti (Plot. Enn. I 6, 4; III 5).

La riunificazione all’uno. | Le vie del ritorno all’uno sono, sostanzialmente, un ripercorrere a ritroso la metafisica processione dall’uno e, siccome le successive ipostasi derivano da esso per una sorta di differenziazione e di alterità ontologica (alle quali nell’uomo si aggiungono anche alterità morali), è evidente che il ricongiungimento all’uno dovrà consistere proprio nell’eliminazione di ogni difformità in una sorta di semplificazione (Plot. Enn. VI 9, 11). Questo è possibile perché l’alterità non è nell’ipostasi dell’uno, ma in quelle che seguono all’uno, soprattutto nell’umano. Così, immune da qualsiasi diversità, l’uno è presente sempre negli uomini, ma gli uomini sono presenti all’uno soltanto quando eliminano la propria alterità.

Spogliarsi di quest’ultima significa per la persona rientrare in sé stessa, nella propria anima, distaccandosi dal corpo e da tutto ciò che a esso inerisce, ma anche dalla stessa parte affettiva dell’anima e di tutto ciò che le è connesso. L’anima stessa deve, inoltre, eliminare la parola, il discorso e la ragione discorsiva, tutto ciò che in qualsivoglia modo la possa dividere dall’uno, perfino la conoscenza riflessa del proprio essere (Plot. Enn. III 6, 5; VI 9, 7). La frase che riassume in maniera icastica questo processo di purificazione totale dell’anima è: Ἄφελε πάντα («Spogliati di tutto», Plot. Enn. V 3, 17). Si tratta, indubbiamente, della concezione più radicale che si riscontra nella storia del pensiero antico. Spogliarsi di tutto non significa affatto impoverire o annullare sé stessi, ma, al contrario, vuol dire accrescersi, riempiendosi di divino e di infinito.

Il filosofo in cattedra. Rilievo, marmo, c. 260-280, dal cosiddetto Sarcofago di Plotino. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

L’estasi. | La tangenza con l’uno è detta ἔκστασις, che non può essere una forma di scienza né di conoscenza intellettuale e razionale. Consiste piuttosto nel contemplare in stretto contatto (senza riflessa distinzione tra soggetto e oggetto) il contemplato, in una compresenza, se non in un’unificazione totale con esso. Anche a tal riguardo, non pochi interpreti sono caduti in errore e hanno confuso l’estasi con uno stato di incoscienza o con alcunché di irrazionale. In verità, Plotino concepiva questo elemento come uno stato di iper-coscienza, come qualcosa di iper-razionale. Nell’estasi l’anima vede sé stessa divinizzata, riempita dell’uno e, nell’ordine del possibile, pienamente assimilata a esso. Dunque, il contemplare estatico dell’anima è un partecipare alla sussistenza dell’uno con tutte le caratteristiche che di esso sono peculiari: ossia l’essere al di sopra dell’essere, del pensiero, della ragione e della coscienza (Plot. Enn. VI 9, 11).

Che la dottrina dell’estasi sia stata divulgata in Alessandria soprattutto da Filone è indubitabile, così com’è altrettanto certo che Plotino ne abbia più volte fatta esperienza diretta. Tuttavia, è da rilevare che, mentre Filone concepiva biblicamente l’estasi come grazia, ovvero come «dono gratuito» di Dio, Plotino la reinserisce in una prospettiva collegata alle categorie greche: il dio non fa dono di sé ai mortali, ma questi possono salire a lui e a lui unirsi per loro forza naturale.

L’asse portante del pensiero plotiniano consiste nell’idea di «contemplazione creatrice», che è l’esatto opposto di quell’emanazionismo di cui qualche interprete ha parlato. Iniziando l’ottavo trattato della III Enneade, in cui il maestro illustra proprio il concetto di contemplazione (θεωρία), che rivoluziona tutti gli schemi più consolidati, Plotino utilizza un tono scherzoso per attutire l’impatto della nuova dottrina con il lettore: tutto è contemplazione (Plot. Enn. III 8, 1). Ma subito il tono ritorna serio: Plotino dimostra i due punti estremi della dottrina, concernenti, rispettivamente, la natura e l’attività pratica. Che l’intelligenza contempli l’uno e l’anima l’intelligenza e, attraverso l’intelligenza, l’uno medesimo, non poteva sembrare paradossale, data la struttura delle ipostasi. Piuttosto, potevano risultare estranee alla contemplazione la natura e la prassi: anche loro, secondo la dottrina plotiniana, sono contemplazione e prodotto della contemplazione (III 8, 3).

È evidente che, come la natura contempla e crea in quanto è anima, così anche nelle anime particolari contemplazione e azione dovranno essere strutturalmente interconnesse. Non solo la prassi dipende dalla contemplazione, risultando tanto più ricca quanto più ricca è la contemplazione, ma essa tende pure a ritornare alla contemplazione. La prassi, perfino nel suo più basso grado, anche senza saperlo, tende a una contemplazione (Plot. Enn. III 8, 6).

Dunque, la vera forza creatrice, asserisce Plotino, non è l’azione (πρᾶξις), ma la contemplazione (θεωρία): portando alle estreme conseguenze la concezione platonica, in Plotino la contemplazione diviene un concetto metafisico generale. La spirituale attività del «vedere» si trasforma in creare. Perciò, l’uno è una sorta di auto-contemplazione; l’intelligenza è contemplazione dell’uno e di sé riempita dell’uno; l’anima è contemplazione dell’intelligenza e di sé ripiena di intelligenza; la natura, estremo lembo dell’anima, è contemplazione di sé; la stessa zione non è che un più debole grado di contemplazione. La contemplazione è silenzio: tutta la realtà è dunque contemplazione e silenzio.

In questo senso, il «ritorno» all’uno mediante l’estasi diviene non altro che il ritorno mediante la contemplazione dell’uno. Estasi ricorre una sola volta nelle Enneadi. Il significato più appropriato sarebbe «semplificazione», che, come si è visto, consiste nell’eliminazione dell’alterità, separazione da tutto ciò che è terreno e molteplice, contemplazione in cui soggetto contemplante e contemplato si fondono: Καὶ οὗτος θεῶν καὶ ἀνθρώπων θείων καὶ εὐδαιμόνων βίος, ἀπαλλαγὴ τῶν ἄλλων τῶν τῇδε, βίος ἀνήδονος τῶν τῇδε, φυγὴ μόνου πρὸς μόνον («Ecco la vita degli dèi e degli uomini divini e beati: separazione dalle restanti cose di quaggiù, vita cui non aggrada più cosa terrena, fuga da solo a solo», Plot. Enn. VI 9, 11).

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