Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio

di G.B. CONTE, Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’Impero romano, Milano 2011, pp. 537-539.

 

Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio nacque intorno alla metà del III secolo in Africa, fu allievo di Arnobio e divenne anch’egli maestro di retorica. Insegnò retorica latina in Bitinia, a Nicomedia, dove si trovava all’epoca delle persecuzioni di Diocleziano, che lo costrinsero a lasciare l’insegnamento: a Nicomedia, infatti, Lattanzio si era convertito al Cristianesimo. Nel 317 fu scelto da Costantino come precettore per il figlio, Crispo, e si recò in Gallia per assolvere questo compito. Morì dopo il 324.

Sono completamente perduti gli scritti del periodo pagano, cioè un Symposium, un Hodoeporicum, con la descrizione in versi del viaggio dall’Africa alla Bitinia, ed un trattato grammaticale. Del periodo successivo sono perdute anche le Lettere, in otto libri, e ci rimangono invece sei opere. De opificio Dei, scritto fra il 303 e il 305, sulla perfetta armonia della natura e sull’immortalità dell’anima, che Lattanzio difende con convinzione. Divinae institutiones, in sette libri, dedicate a Costantino, che furono iniziate nel 304 e completate nel 314, ma con aggiunte degli anni fra il 322 e il 324: i primi due libri sono contro il paganesimo, il III contro la filosofia, il IV sul Cristo, il V e il VI sulla teologia cristiana, il VII sul giudizio universale e il destino delle anime. Del 314 è un’Epitome che riassume e rielabora le Divinae institutiones. Dello stesso anno è il De ira Dei, sulla necessità che Dio si adiri contro i malvagi per dimostrare il suo amore verso i buoni. De mortibus persecutorum, del 315, con aggiunte del 320, che ricorda le drammatiche morti di quanti hanno perseguitato i Cristiani. Il carme De ave phoenice è, infine, un’elegia sulla fenice, simbolo di Cristo, la cui attribuzione a Lattanzio resta incerta.

 

Ms. Schøyen 1369 (1420-1430). Pagina manoscritta miniata dalle Divinae institutiones I di Lattanzio.

 

Benché sia allievo di Arnobio, Lattanzio, soprattutto nelle sue prime e maggiori opere, è un pensatore sistematico, assai equilibrato, lontano dagli eccessi del maestro sia per l’argomentazione sia per lo stile: tradizionalmente paragonato a Cicerone, Lattanzio procede con periodi ampi e ben articolati, non ama le battute ad effetto, si affida ad un ragionamento coinvolgente e abbastanza pacato. Se il De opificio Dei risente ancora di un’impostazione filosofica che rinvia alle scuole di pensiero classiche, e soprattutto allo stoicismo, e mostra solo qua e là tratti più definitivi di Cristianesimo, le Divinae institutiones ambiscono invece ad essere un libro fondamentale di sistemazione della dottrina cristiana, così come le molte institutiones composte nella tarda antichità su vari argomenti, e soprattutto sul diritto. Altro problema è se Lattanzio sia riuscito o meno a delineare il quadro organico che si era proposto, e se l’acume della sua riflessione sia paragonabile a quello dei grandi pensatori cristiani greci o, tra i latini, di un Agostino. Non c’è dubbio che Lattanzio sia un attento filologo, uno studioso pieno di scrupolo, assai più che un filosofo originale o un creatore di teorie; ma si deve, in più, cogliere l’importanza dell’operazione da lui compiuta nel trasportare l’apologetica dal piano della disputa passionale a quello dell’analisi razionale. Lattanzio studia il politeismo cercandone le radici nella divinizzazione di grandi uomini defunti, esplorando una linea di continuità del sapere antico a quello moderno; tende quindi a ridurre le contrapposizioni ad un criterio di evoluzione, dall’errore alla verità, dalla filosofia alla fede.

Lattanzio rompe così con la tradizione apologetica di Tertulliano, ancora tanto presente in Arnobio, e, in coerenza col programma costantiniano, tende a presentare un Cristianesimo egemone perché capace di arricchirsi del meglio della cultura antica. Il Cristianesimo diventa quasi il frutto naturale della sapientia classica: non deve perciò incutere paura, e può senza troppi problemi divenire la nuova religione di Roma. La conferma degli antichi valori, riproposti senza eccessive modificazioni alla luce della nuova fede, un’ispirazione «liberale» profondamente coerente con il pacato classicismo dello stile, una prospettiva di salvezza che passa attraverso una fine del mondo non più catastrofica, ma descritta con i colori dell’età dell’oro, sono un chiaro segnale di quanto sia cambiato il mondo occidentale nei dieci anni che vanno dalle persecuzioni di Diocleziano all’editto di Costantino.

Ritratto (probabile) di Lattanzio. Affresco, IV sec. d.C.

Anche le due opere dal titolo più severo e vendicativo, il De ira Dei e il De mortibus persecutorum, non contraddicono questo quadro. Il primo testo conferma l’equilibrio del mondo, attraverso la punizione divina per i malfattori, e finisce in realtà con l’essere consolatorio più che minaccioso; il secondo, quello apparentemente più lontano dalle posizioni di Lattanzio, tanto che si è spesso dubitato della sua autenticità, si inserisce altrettanto bene nel programma costantiniano, ma da un altro punto di vista e secondo le linee di un altro genere letterario, quello storiografico. Gli imperatori si dividono in due categorie: quelli che hanno tollerato o aiutato il Cristianesimo e quelli che l’hanno perseguitato. Questi ultimi sono gli imperatori malvagi, che hanno fatto male allo Stato e hanno giustamente subito la punizione divina, mentre i primi sono gli imperatori buoni, e fra tutti il migliore è Costantino. Sono così poste le condizioni per il sorgere di una storiografia religiosa in lingua latina, e nello stesso tempo si fornisce un contributo alla creazione del mito di Costantino, simbolo del rapporto fra potere e Chiesa.

È interessante osservare che i due temi conduttori del De mortibus (trionfalismo della Chiesa ed esaltazione di Costantino) sono presenti, con assai più ampio respiro, nell’opera del contemporaneo di lingua greca Eusebio di Cesarea; in quegli stessi anni, con la sua Historia Ecclesiastica, egli apriva al genere storiografico una prospettiva nuova, nella quale la Chiesa e le sue vicende si facevano centro di interesse per la narrazione.

 

 

La «religio» a Roma nel I secolo a.C.

di G. SFAMENI GASPARRO, Introduzione alla storia delle religioni, Roma-Bari 2011, pp. 28-45.

 

[…] Quando Lattanzio nelle Divinae institutiones, con esplicita intenzione polemica oppone all’etimologia ciceroniana del termine religio da relegere quella che invece lo fa derivare da religare non si apre certo un dibattito su un problema filologico quanto piuttosto un confronto/scontro su due diverse maniere di porsi dinnanzi a quel livello «altro» dell’uomo che – dati i contesti culturali che utilizzano il termine deus/dii per designare le «potenze» efficaci che popolano il livello in questione – legittimamente definiremo del «divino». Cicerone (106-43 a.C.) infatti, in un famoso passo di quel trattato – De natura deorum, composto nel 45 a.C. – in cui si affrontano e si misurano criticamente alcune fra le più autorevoli espressioni del pensiero filosofico del tempo interessato al tema enunciato, aveva definito i religiosi ex relegendo, essendo costoro qui autem omnia, quae ad cultum deorum pertinerent, diligenter retractarent et tamquam relegerent («coloro che riconsideravano con cura e, per così dire, ripercorrevano tutto ciò che riguarda il culto degli dèi furono detti religiosi da relegere», De nat. deor. II 28, 72). In conformità ai numerosi luoghi dell’opera in cui, secondo un uso ampiamente attestato nelle fonti anteriori e contemporanee, religio interviene quale termine alternativo di cultus deorum (cfr. De nat. deor. I 41, 11542, 118; II 2, 5 e II 3, 8: […] religione id est cultu deorum) e, spesso nella forma del plurale ([…] caerimonias religionesque publicas sanctissime tuendas arbitror, «ritengo che si debbano osservare scrupolosamente le cerimonie e il culto pubblico», I 22, 61), designa le varie pratiche rituali che scandivano la vita della comunità cittadina nella Roma repubblicana, Cicerone spiega l’attributo di religiosus in rapporto all’individuo che assuma un atteggiamento di accurato esame di tutto quel complesso di azioni umane che hanno come oggetto quegli esseri sovrumani, dotati di potenza e di capacità di intervento nel mondo, che nel suo ambiente culturale sono gli dèi. La derivazione proposta dal verbo relegere dell’aggettivo religiosus e, indirettamente, dell’etimo religio illumina pertanto l’aspetto preminente e qualificante dell’orizzonte religioso dell’antica Roma, ossia quello delle osservanze rituali che l’articolazione annuale del calendario festivo rende chiaramente manifesto.

scena di attività pubblica, con sacrificio e census. bassorilievo, marmo, ii sec. a.c., dall_ara di domizio enobarbo (campo marzio, roma). musée du louvre
Scena di sacrificio. Particolare del bassorilievo dell’Altare di Domizio Enobabo (detto ‘Fregio del censo’, marmo, II sec. a.C., dal Campo Marzio (Roma). Paris, Musée du Louvre.

Nel passo citato del De natura deorum (II 28, 72) si propone anche l’opposizione tra superstitiosus e religiosus, quindi la contrapposizione tra le nozioni di superstitio e di religio alle quali i due aggettivi rimandano. Esso si situa in un’ampia argomentazione elaborata dallo stoico Balbo a illustrazione e difesa delle posizioni della propria scuola, tra cui fondamentale quella efficacemente sintetizzata nella formula secondo cui «il mondo è dio e tutta la massa del mondo è preservata dalla natura divina» ([…] deum esse mundum omnemque vim mundi natura divina contineri, II 11, 30), ossia la nozione del cosmo come totalità dell’essere, insieme razionale («il principio guida che i Greci chiamano hegemonikón», II 11, 30) e materiale, e dell’universale Provvidenza divina come principio di preservazione dell’ordine cosmico. Se dunque per lo stoico Balbo l’assunto razionalmente fondato è quello che ammette la divinità del mondo, al cui riconoscimento l’uomo perviene attraverso la contemplazione dei moti celesti, egli non manca di giustificare anche le tradizioni religiose del proprio ambiente culturale, ricorrendo a varie teorie interpretative correnti all’epoca, come quella della «divinizzazione» degli elementi naturali in quanto apportatori di benefici benefattori dell’umanità (II 23, 60). Segue quindi l’enumerazione di alcune fra le grandi divinità del pantheon romano, quali Cerere e Libero, come esempi di questo processo di identificazione fra elementi benefici della natura (le messi, il vino) e i personaggi oggetto del culto tradizionale romano. Un’altra categoria di divinità appare poi quella che, secondo i presupposti della teoria elaborata da Evemero di Messina nel III secolo a.C. – definita appunto evemerismo –, sarebbe derivata dalla «divinizzazione» di antichi uomini, autori di invenzioni benefiche per la vita umana (II 24, 62). Se, tuttavia, il personaggio mostra di ritenere giustificate e accettabili queste forme di «creazione» che sono alla base della tradizione religiosa pubblica di Roma, assai duro è il suo giudizio su una terza forma di «invenzione» che, pur fondata su un’interpretazione di carattere fisico, ossia pertinente a fenomeni naturali, è tuttavia caratterizzata da un incontrollato sviluppo mitico, opera delle fabulae dei poeti. «Da un’altra teoria, di carattere fisico, derivò una grande moltitudine di dèi; essi, rivestiti di sembianze e forme umane, fornirono materia alle leggende dei poeti, ma hanno riempito la vita umana di ogni forma di superstizione» (II 24, 63). La superstitio, dunque, si propone come conseguenza di un’errata concezione del divino, in questo caso connessa con una falsa interpretazione della natura e attività di quegli elementi cosmici che pure sono espressione, funzionalmente determinata, della divinità del grande Tutto. «Vedete dunque – conclude Balbo dopo un’ampia esemplificazione del tema – come da fenomeni naturali scoperti felicemente e utilmente si sia pervenuti a dèi immaginari e falsi. E questo ha generato false credenze ed errori, causa di confusione e superstizione degne quasi delle vecchiette (…superstitiones paene aniles)» (II 28, 70).

Triade Capitolina. Marmo lunense, II sec. d.C. ca., da Guidonia. Montecelio, Museo Archeologico
Triade Capitolina. Marmo lunense, II sec. d.C. ca., da Guidonia. Montecelio, Museo Archeologico.

 

Da questa netta condanna degli dèi commentici e ficti creati dalla fantasia dei poeti, peraltro, non si deduce un rifiuto della tradizionale impalcatura del mondo divino oggetto della pratica religiosa romana. Al contrario, essa è salvaguardata proprio dall’eliminazione dell’apparato mitico e restituita alla sua integrità e al suo corretto significato, con la conseguente riaffermazione dell’obbligo, per il cittadino romano, dell’osservanza corretta di tale pratica, secondo la tradizione fissata dagli antenati: «Una volta disprezzate e rifiutate queste leggende – dichiara Balbo –, si potranno comprendere l’individualità, la natura e il nome tradizionale degli dèi che pervadono ciascun elemento: Cerere la terra, Nettuno il mare, altri dèi altri elementi. Questi sono gli dèi che dobbiamo venerare e onorare». E conclude: «Ma il culto migliore degli dèi e anche il più casto, il più santo, il più devoto, consiste nel venerare sempre gli dèi con mente e con voce pure, integre e incorrotte. Non solo i filosofi ma anche i nostri antenati hanno distinto la superstizione dalla religione. Quelli che tutti i giorni pregavano gli dèi e facevano sacrifici perché i loro figli sopravvivessero a loro stessi, furono chiamati superstiziosi, parola che in seguito assunse un significato più ampio; invece coloro che riconsideravano con cura e, per così dire, ripercorrevano tutto ciò che riguarda il culto degli dèi furono detti religiosi da relegere, come elegante deriva da eligere (scegliere), diligente da diligere (prendersi cura di), intelligente da intellegere (comprendere); in tutti questi termini c’è lo stesso senso di legere che è in religiosus. Così superstizioso e religioso diventarono rispettivamente titolo di biasimo e di lode» (II 28, 7172).

Scena di sacrificio. Bassorilievo, marmo, ante 79 d.C., dal Vespasianeum di Pompei.
Scena di sacrificio. Bassorilievo, marmo, ante 79 d.C., dal Vespasianeum di Pompei.

 

I superstiziosi sono definiti tali in quanto caratterizzati dall’atteggiamento tipico di coloro che non fanno altro che immolare vittime agli dèi e sacrificare per aver garantita la sopravvivenza dei propri figli. Il termine superstitiosus è dunque connesso etimologicamente con superstes (plur. superstites) e definirebbe quanti sono continuamente assillati dallo scrupolo religioso, quindi dalla superstitio, e si affannano a pregare gli dèi e a compiere continui sacrifici perché temono per la salvezza dei figli. È sottolineato dunque in primo luogo il timore che è alla base di questo atteggiamento: non il corretto culto degli dèi ispira questi individui ma il timore di ricevere dei danni. Al contrario i religiosi sono detti tali dal verbo relegere, qui inteso nel senso di «riconsiderare», «considerare attentamente», ritornare con cura su quanto già si è osservato (legere): essi sono pertanto coloro che praticano in maniera diligente a accurata tutti gli atti che riguardano il culto degli dèi. Ne risulta che religio è in primo luogo un dato soggettivo, nel senso che esprime un atteggiamento dell’uomo, che da numerose attestazioni risulta essere quello della reverenza, del rispetto nei confronti delle potenze divine, e talora anche dello «scrupolo» ovvero del timore.

Scena di sacrificio. Illustrazione di G. Rava.
Scena di sacrificio. Illustrazione di G. Rava.

Di fatto lo stesso termine religio presenta un’intrinseca ambivalenza, soprattutto nelle fasi più antiche del suo uso, di cui si dimostra consapevole, ad esempio, un autore romano del II secolo d.C., Aulo Gellio (ca. 130-158 d.C.). Nell’opera miscellanea dal titolo Le notti attiche, l’autore registra l’accezione derogatoria del termine religiosus quale sarebbe stato usato in un verso di Nigidio Figulo, esponente dei circoli colti romani del I secolo a.C. e amico di Cicerone. L’autore, definito da Aulo Gellio «fra i più dotti accanto a Marco Varrone», nell’opera Commenti grammaticali aveva citato un verso ex antiquo carmine («da un antico poema»), che recitava: religentem esse oportet, religiosus ne fuas («devi essere accurato osservante, per non essere bigotto»). A commento Nigidio Figulo avrebbe affermato: «Il suffisso –osus in tal genere di vocaboli, come vinosus, mulierosus, religiosus, sta a significare una smodata abbondanza della qualità di cui si tratta. Perciò religiosus veniva detto chi professava una religiosità eccessiva e superstiziosa (qui nimia et superstitiosa religione sese alligauerat), ed era insisto nel vocabolo un concetto di disapprovazione» (IV 9).

Orante con offerte. Bronzetto etrusco, 480 a.C., dalla stipe votiva di Monte Acuto. Museo Civico Archeologico di Bologna.
Orante con offerte. Bronzetto etrusco, 480 a.C., dalla stipe votiva di Monte Acuto. Museo Civico Archeologico di Bologna.

Ne risulta che le due nozioni di superstitio e religio potevano addirittura convergere a definire l’atteggiamento dell’uomo che eccede nella pratica e nel sentimento del rapporto con il divino. Si configura quello che agli occhi dell’osservatore moderno appare come un ossimoro, ovvero la possibilità di una superstitiosa religio. Tuttavia, la «contraddizione in termini» non sussiste nella prospettiva storica in questione, in cui religiosus presenta una complessa e ambivalente accezione. Di fatto Aulo Gellio oppone al discorso di Nigidio «un diverso significato di religiosus: irreprensibile e rispettoso e che regola la propria condotta su leggi e scopi ben definiti». Sottolinea peraltro l’ambivalenza dell’aggettivo, adducendo l’opposto significato che esso assume nella designazione di religiosus dies e religiosa delubra e afferma: «Si dicono infatti dies religiosi i giorni che un triste presagio rende di mala fama o di vietato impiego, nei quali non si possono offrire sacrifici o iniziare nuovi affari». Aggiunge subito che «lo stesso Marco Tullio [Cicerone] nell’orazione Sulla scelta dell’accusatore parla di religiosa delubra (santuari sacri), non intendendo templi tristi per cattivo presagio, ma che ispirano rispetto per la loro maestà e santità». Quindi appella all’autorità di Masurio Sabino, famoso giurista di età augustea, per ribadire la valenza positiva dell’aggettivo: «Religiosus è qualcosa che per suo carattere sacro è lontano e separato da noi, e il vocabolo deriva da relinquo (separare) così come caerimonia (venerazione) da careo, astenersi».

Si conferma come già nell’antico contesto romano si proponevano delle etimologie di religio/religiosus in funzione dell’una o dell’altra accezione del termine che si intendeva spiegare. Lo stesso Aulo Gellio procede in questa direzione concludendo: «Secondo questa interpretazione di Sabino, i templi e i santuari sono chiamati religiosa perché ad essi si accede non come folla indifferente e distratta, ma dopo una purificazione e nella dovuta forma, e devono essere più riveriti e temuti (et reverenda et reformidanda) che non aperti al volgo». Si ripropongono pertanto i due convergenti aspetti del rispetto e del timore peculiari della nozione in discussione, entrambi qui assunti in accezione positiva.

giovane in atteggiamento votivo. bronzetto, 400-350 a.c. london, british museum
Giovane in atteggiamento votivo. Bronzetto, 400-350 a.C. London, British Museum.

 

Anche nel passo ciceroniano in esame essi appaiono valutati nel loro significato positivo, in quanto mantenuti entro i limiti di un equilibrato rapporto fra l’uomo e la divinità. Infatti si pone una stretta connessione tra l’atteggiamento dell’uomo religiosus e l’osservanza di atti rituali che hanno come oggetto gli dèi, figure di un livello «altro», superiore rispetto all’uomo, gravido di potenza. In conformità con la prospettiva romana di tipo politeistico, sono evocati molti dèi, sicché si parla di un cultus deorum, ossia di un’osservanza che si manifesta nella prassi rituale diligentemente osservata, ma senza quell’eccesso di scrupolo timoroso che invece caratterizza il superstizioso e che lo porta a invocare gli dèi e a sacrificare loro quotidianamente, in deroga della tradizione. Infatti a Roma sia le pratiche del culto privato, familiare, sia quelle del culto pubblico non si compiono per iniziativa e scelta dei singoli, ma secondo un preciso ordine calendariale stabilito e sorvegliato dallo Stato.

Per meglio chiarire tale accezione della religio romana, è opportuno illustrare il contesto generale in cui si situa una netta affermazione di Cotta relativa alla sua posizione nel dibattito filosofico in quanto pontefice. Egli infatti era stato chiamato a fare da arbitro tra le opposte teorie, stoica ed epicurea, che sostanzialmente divergevano sul tema della provvidenza divina, tema di rilevanza fondamentale per la pratica religiosa. Se infatti sotto il profilo ideologico le due posizioni erano componibili, in quanto anche gli epicurei ammettevano l’esistenza degli dèi come gli stoici, rimaneva una differenza sostanziale tra i postulati delle due scuole filosofiche, poiché la dottrina epicurea negava che gli dèi si preoccupino delle cose umane e intervengano dunque nella vita del cosmo e dell’umanità. La posizione epicurea, pertanto, rendeva vana la dimensione che per l’uomo romano era fondamentale, ossia la pratica cultuale, intesa a mettere in comunicazione uomini e dèi, rendendo omaggio a questi ultimi nell’attesa dei loro benefici. Per gli stoici, invece, gli dèi sono inseriti in un ordine universale, retto dalla legge della ragione (lógos/ratio) e dalla provvidenza (pronoia/providentia). Sebbene gli dèi delle tradizioni politeistiche comuni risultassero in qualche modo superati nella generale prospettiva provvidenzialistica postulata dagli stoici, e quindi a livello filosofico potessero essere considerati scarsamente rilevanti, nella vita pratica essi mantenevano un ruolo importante. Gli stoici infatti – come si è visto – ammettevano la legittimità, anzi l’opportunità del mantenimento delle pratiche cultuali tradizionali di diversi popoli.

Filosofo. Affresco, I sec. d.C., dalle Terme dei Sette Sapienti (Ostia).
Filosofo. Affresco, I sec. d.C., dalle Terme dei Sette Sapienti (Ostia).

L’importanza di questo tema nella visione di Cicerone è chiaramente sottolineata ad apertura dell’opera, risultando anzi la motivazione fondamentale della sua composizione, presentata come fedele riproduzione della «discussione assai accurata e approfondita sugli dèi immortali» (De nat. deor. I 6, 15) che l’autore dichiara svoltasi nella casa di Cotta, appunto tra quest’ultimo, il senatore Caio Velleio e Quinto Lucilio Balbo, discussione cui egli stesso avrebbe assistito in un periodo non precisato, ma che sembra situabile nel 76 a.C. È chiaro comunque che, al di là di un eventuale riferimento a una circostanza storica, Cicerone intende esemplificare, con la messa in scena di tre autorevoli protagonisti della vita politica e culturale di Roma, il dibattito sulla natura del divino in corso nei circoli colti cittadini. Infatti l’autore, preso atto della grande differenza di opinioni dei filosofi sul tema teologico, nota l’importanza decisiva in tale dibattito del riconoscimento o meno della capacità di intervento degli dèi nella vita cosmica e umana. Se è esatta l’opinione di coloro che, come gli epicurei, negano la provvidenza, si chiede Cicerone, «quale devozione può esistere, quale rispetto [per il culto], quale religione?» (Quae potest esse pietas quae sanctitas quae religio?, I 2, 3).

Pietas, sanctitas e religio sono dunque i tre fondamentali atteggiamenti umani che caratterizzano la comunicazione con il livello divino, ritenuta possibile solo quando da parte di quest’ultimo sia dato «rispondere» efficacemente all’interlocutore umano. «Tutti questi sono tributi – dichiara egli infatti – che dobbiamo rendere alla maestà degli dèi in purezza e castità, solo se essi sono avvertiti dagli dèi e se vi è qualcosa che gli dèi hanno accordato al genere umano; se, al contrario, gli dèi non possono né vogliono aiutarci, se non si curano affatto di noi né badano alle nostre azioni e non vi è nulla che possa giungere alla vita umana da loro, per quale ragione dovremmo venerare, onorare, pregare gli dèi immortali?». Il discorso si collega direttamente alla domanda iniziale, definendo natura e significato delle qualità umane sopra evocate: «La pietà, d’altra parte, come le altre virtù, non può esistere sotto l’apparenza di una falsa simulazione; e assieme alla pietà inevitabilmente scompaiono la riverenza e la religione; una volta eliminati questi valori, si verificano uno sconvolgimento della vita e una grande confusione; e sono propenso a credere – conclude – che, una volta eliminata la pietà verso gli dèi, vengano soppressi anche la lealtà e i rapporti sociali del genere umano e la giustizia, la virtù per eccellenza» (I 2, 34).

Pietas, sanctitas e religio, tipiche virtutes che definiscono il rapporto uomini-dèi, risultano essere anche i fondamenti imprescindibili dell’intera vita sociale: la loro eliminazione, infatti, si traduce agli occhi di un Romano nell’eliminazione della fides e della iustitia che sono alla base dell’ordinata convivenza umana. Ciò accade quando, negata la provvidenza divina, si rende inutile praticare quella via di comunicazione con gli dèi che è rappresentata dalla concreta attività cultuale: cultus, honores, preces sono infatti i termini essenziali in cui si realizzano pietas, sanctitas e religio, quali attributi dell’uomo in quanto cittadino, membro di una comunità socialmente organizzata.

Sacerdote di Saturno. Statua, III sec. d.C. ca., da Thugga (Dougga). Tunis, Musée National du Bardo.
Sacerdote di Saturno. Statua, III sec. d.C. ca., da Thugga (Dougga). Tunis, Musée National du Bardo.

Tenuto conto di questa sorta di «manifesto» iniziale delle intenzioni di Cicerone e della sua profonda convinzione del carattere civico del complesso dei comportamenti e delle credenze dell’uomo religiosus, appare perfettamente coerente con tale visione l’argomentazione che il pontefice Cotta premette a quella che sarà l’enunciazione dei suoi convincimenti filosofici. Egli, chiamato a prendere posizione nel dibattito, è invitato da Lucilio Balbo in maniera decisa a tenere in considerazione il fatto di essere «un cittadino autorevole e un pontefice» (II 67, 168). Egli non si sottrae a questo invito e dichiara: «Ma prima di trattare l’argomento, premetterò poche riflessioni su di me. Sono non poco influenzato dalla tua autorevolezza, Balbo, e dal tuo discorso che nella conclusione mi esortava a ricordare che sono Cotta e un pontefice: il che penso volesse dire che io devo difendere le credenze sugli dèi immortali che ci sono state tramandate dagli antenati, i riti, le cerimonie, le pratiche religiose (religiones)» (III 2, 5).

Dunque Cotta entra nel suo ruolo di rappresentante autorevole dello Stato. Se nel dibattito filosofico tra le varie scuole egli è intervenuto manifestando delle notevoli riserve su alcuni aspetti delle credenze tradizionali, ad esempio proprio nei confronti della validità delle pratiche divinatorie, quando si tratta di esprimere la propria opzione in quanto esponente ufficiale del culto di Stato, non può sottrarsi agli obblighi inerenti alla propria funzione. Come pontefice, quindi, egli deve prendere posizione netta nei confronti delle credenze tradizionali (opiniones, quas a maioribus accepimus de dis immortalibus) e soprattutto difendere la pratica del culto (sacra, caerimoniae, religiones).

Appare il plurale (religiones) secondo un uso molto frequente per indicare, all’interno della stessa tradizione romana, il complesso dei sacri riti compiuti secondo le norme stabilite dai maiores. Nel linguaggio romano il plurale religiones non si oppone al singolare religio, nel senso moderno di una molteplicità e diversità di complessi autonomi e autosufficienti, di credenze e di pratiche religiose. Infatti, il termine religio non indicava ciò che comunemente si intende oggi nella tradizione occidentale di matrice cristiana, ossia un complesso autonomo e articolato in cui rientri un elemento di «credenza» e un elemento di «culto», ovvero una dimensione pratico-operativa. Come già constatato, religio è un atteggiamento interiore e un’osservanza religiosa, quindi sostanzialmente attiene alla pratica cultuale. Sebbene religio sia spesso connessa con le nozioni di pietas e di iustitia (cfr. De nat. deor. I 2, 34; I 41, 116), oltre che con una certa opinione o sapienza sugli dèi, non si identifica con nessuna di queste prerogative né le ingloba in sé. La circostanza stessa che nel linguaggio ciceroniano, sia nel De natura deorum sia nel De divinatione e in altre opere, sia stabilito un rapporto, spesso molto stretto, tra religio e pietas, tra religio e iustitia e si parli anche di opiniones, ossia di una certa maniera di considerare gli dèi, ovvero di una saggezza in riferimento alla religio, conferma che tali nozioni, pur connesse, non sono inglobate nella nozione di religio.

Statua di Augusto in veste di Pontifex Maximus (detta 'l'Augusto di Via Labicana'). Marmo greco e italico, 90-100 d.C. Roma, Museo Nazionale di P.zzo Massimo alle Terme.
Statua di Augusto in veste di Pontifex Maximus (detta ‘l’Augusto di Via Labicana’). Marmo greco e italico, 90-100 d.C. Roma, Museo Nazionale di P.zzo Massimo alle Terme.

Anticipando la conclusione del nostro discorso, diremo che religio ha una connessione primaria e qualificata con la pratica religiosa, cioè con il culto, indicando per i Romani sostanzialmente la trama articolata di rapporti fra l’uomo e gli dèi quale si realizza nella pratica rituale. In altri termini, la religio non era una questione di «fede», non implicava da parte dell’uomo l’accettazione di un corpus di dottrine in cui credere. L’individuo poteva avere opinioni anche diverse sul tema della natura degli dèi e delle loro funzioni, ma per essere homo religiosus e civis Romanus a tutti gli effetti doveva compiere certi riti, quelli appunto prescritti dalle usanze tradizionali della città. Ciò che definisce il religiosus è la pratica di quanto attiene al culto degli dèi: egli deve considerare con estrema attenzione, con diligenza, e ovviamente poi praticare, il complesso dei riti comunitari. L’homo religiosus romano, dunque, non è colui che «crede», ma colui che celebra, nelle forme dovute, i riti tradizionali. Su questa nozione si rivelerà netta la differenza con la posizione cristiana, quale risulterà espressa in Lattanzio e in Agostino.

Tornando al testo ciceroniano vediamo come Cotta prosegua la sua argomentazione sulle religiones, ovvero le «pratiche religiose» tradizionali affermando: «Io le difenderò sempre e sempre le ho difese e il discorso di nessuno, sia egli colto o ignorante, mi smuoverà dalle credenze sul culto degli dèi immortali che ho ricevuto dai nostri antenati. Ma quando si tratta di religio io seguo i pontefici massimi Tiberio Coruncanio, Publio Scipione, Publio Scevola, non Zenone o Cleante o Crisippo, ed ho Gaio Lelio, augure e per di più sapiente, da ascoltare quando parla della religione (…dicentem de religione) nel suo famoso discorso piuttosto che qualunque caposcuola dello stoicismo. Tutta la religione del popolo romano (omnis populi Romani religio) è divisa in riti e auspici, a cui è aggiunta una terza suddivisione: le predizioni degli interpreti della Sibilla e degli aruspici, basate sui portenti e sui prodigi: io non ho mai pensato che si dovesse trascurare alcuna di queste pratiche religiose (…harum … religionum) e mi sono persuaso che Romolo con gli auspici, Numa con l’istituzione del rituale abbiano gettato le fondamenta della nostra città, che certamente non avrebbe mai potuto essere così grande se gli dèi immortali non fossero stati sommamente propizi. Ecco, Balbo, l’opinione di Cotta in quanto pontefice. Ora fammi capire la tua; da te che sei un filosofo devo ricevere una giustificazione razionale della religione, mentre devo credere ai nostri antenati anche senza nessuna prova (…a te enim philosopho rationem accipere debeo religionis, maioribus autem nostris etiam nulla ratione reddita credere)» (III 2, 56).

Questo passo ciceroniano chiarisce quanto altri mai l’accezione che la nozione di religio ha nell’ambito della cultura romana. Omnis populi Romani religio è un complesso di pratiche tradizionali, tramandate nei secoli attraverso le successive generazioni, in cui gli elementi fondamentali sono i riti e gli auspici, cioè la prassi sacrificale, consistente soprattutto nel sacrificio cruento, e l’osservazione dei segni attraverso i quali si manifestava la volontà degli dèi affinché, correttamente interpretati da un collegio sacerdotale a ciò preposto – quello degli augures di cui lo stesso Cicerone fece parte dal 53 a.C. –, guidassero il comportamento degli uomini a livello sociale, ovvero regolassero l’azione dello Stato e non del singolo individuo nei confronti dei propri dèi.

Statua di un giovane orante, realizzata da maestranza rodia. Bronzo, 300 a.C. ca. Altes Museum.jpg
Statua di un giovane orante, realizzata da maestranza rodia. Bronzo, 300 a.C. ca. Berlin, Altes Museum.

 

L’autore che in più luoghi, e soprattutto nel De divinatione, si fa portavoce di un atteggiamento di critica e rifiuto nei confronti della divinazione privata, era rappresentante ufficiale della divinazione pubblica e quindi affermava con decisione, per il tramite del pontefice Cotta, la necessità del corretto mantenimento della pratica degli auspicia: solo interpretando correttamente i segni della volontà divina, attraverso i suoi qualificati rappresentanti, la comunità può agire in conformità a tale volontà, da cui dipende la propria sussistenza. Le forme di auspicio pubblico romano, infatti, non implicavano previsione degli eventi futuri bensì la conoscenza della volontà divina già stabilita: l’uomo deve inserirsi in un piano già definito, mentre un’iniziativa autonoma sarebbe disastrosa per il destino della comunità. L’auspicium era pertanto un elemento essenziale della vita cittadina sicché non si intraprendeva alcuna impresa di rilevanza sociale e militare se prima gli auguri non avessero interpretato, attraverso i segni relativi, la volontà divina per sapere se la divinità approvava o meno quella iniziativa. Si trattava in concreto di decidere se in quel particolare momento bisognava compiere una certa impresa perché gli dèi erano favorevoli o meno. La pratica augurale è dunque un elemento essenziale della religio romana in conformità alla tipica accezione pratico-rituale di tale nozione.

Il sacrificio è l’atto di omaggio che l’uomo compie nei confronti della divinità per riconoscerne il potere, per magnificarlo, cioè per rinsaldarlo e renderlo ancora più forte; l’auspicio è la tecnica che permette all’uomo membro di una comunità di inserirsi nel piano divino preordinato, che deve conoscere per mantenere integro quel rapporto armonico tra i due livelli che si definisce pax deorum.

Il terzo elemento evocato nel discorso di Cotta è anch’esso molto importante nell’ambito della tradizione romana, ossia le predizioni degli interpreti della Sibilla e degli aruspici. La scienza dell’aruspicina era la scienza divinatoria tipicamente etrusca assunta dai Romani e i Libri Sibyllini erano quel complesso di scritti, custoditi prima nel Campidoglio e più tardi trasferiti da Augusto nel tempio di Apollo, contenenti gli oracoli divini che solo i magistrati a ciò deputati, i Decemviri (divenuti poi Quindecemviri), potevano interpretare. Si trattava dunque di un corpo di testi attinenti alla pratica rituale pubblica, ufficiale, sulla base dei quali – nei momenti di crisi della vita cittadina – si cercava di comprendere e di interpretare la volontà degli dèi ai fini di una corretta conduzione della vita intera della società.

Cotta chiede al filosofo una spiegazione razionale della religio, ossia una dimostrazione logica dell’esistenza e natura degli dèi, mentre alle tradizioni dei padri non richiede alcuna spiegazione; ad esse egli dà un pieno assenso, espresso nella pratica, conforme a queste tradizioni, di tutto il complesso rituale. È qui illustrata la posizione tipica dell’intellettuale romano nel I secolo a.C., cioè di un individuo che può cercare la verità, la risposta a certe domande essenziali sui principi della realtà, nei vari sistemi filosofici di origine greca ma ormai solidamente impiantati nel suo ambiente culturale, lasciandosi convincere da quello fra tutti che metta in opera gli strumenti razionali più adatti a tale scopo. Per tale via egli sa crearsi una certa immagine dell’universo conforme a specifiche premesse razionali, in base ai postulati filosofici dell’una o dell’altra scuola contemporanea. Dunque sarà lo stoicismo, l’epicureismo o il platonismo la filosofia che potrà dare all’uomo colto del tempo una risposta razionale alle sue esigenze intellettuali, ma il civis Romanus in tanto sarà religiosus in quanto osserverà le norme sopra enunciate. La religio dunque è una realtà che ingloba in sé tutto un patrimonio tradizionale di culti e delle connesse credenze. Esso comunque non parrebbe risultare dalle affermazioni finali del discorso di Cotta. Tra le posizioni dell’homo religiosus e del filosofo sussiste di fatto una certa armonia, una possibilità di conciliazione, almeno nei circoli colti romani del I secolo a.C., quali si riflettono nel trattato ciceroniano, in quanto proprio in questo contesto fu tentata un’interpretazione di tipo filosofico delle tradizioni ancestrali. Una tale interpretazione è proposta in un passo del De divinatione, trattato composto successivamente al De natura deorum, nell’anno 44 a.C., e dedicato al problema della possibilità o meno di conoscere la volontà divina attraverso vari segni, a loro volta interpretati in base alla scienza augurale o ad altre tecniche divinatorie. In questo testo si propone un’opposizione tra una forma inaccettabile di divinatio, identificata con la superstitio, e la religio. A differenza del passo del De natura deorum già esaminato, è stabilita un’opposizione diretta non più tra gli aggettivi che qualificano le contrapposte posizioni dell’uomo, rispettivamente il superstitiosus e il religiosus, ma tra le due realtà della superstitio e della religio. La definizione qui proposta  di religio è estremamente interessante per comprendere sia la mentalità di Cicerone sia quella del suo ambiente. L’autore sta discutendo di varie pratiche divinatorie come espressione di superstitio, ossia di quell’eccessivo timore da parte dell’uomo che lo induce a stabilire dei rapporti non corretti con il livello divino. In questo contesto, infatti, anche la superstitio riguarda il mondo divino, come del resto lo riguardano le pratiche divinatorie.

altare votivo dedicato ai lares augusti, con l_immagine centrale di augusto. rilievo, marmo, i sec. d.c. firenze, galleria degli uffizi.
Altare votivo in onore dei Lares Augusti. Marmo, 7 a.C. ca., da Roma. Frankfurt-am-Main Liebieghaus.

Poiché tali pratiche sono caricate di connotazioni piuttosto negative, l’accezione peggiorativa del termine superstitiosus deriva in primo luogo dal suo riferirsi ad un individuo che ricorre a profeti e a indovini per sollecitare una risposta degli dèi su attività e comportamenti personali. In particolare, una critica serrata è mossa alle varie tecniche di interpretazione dei sogni, ritenuti in tutto l’ambiente contemporaneo, sulla base di una lunga tradizione di cui partecipavano in varia misura tutte le popolazioni di ambito mediterraneo, come una delle più importanti forme di comunicazione con il mondo divino, poiché capace di mettere in diretto rapporto l’uomo con la divinità. Cicerone quindi, in risposta al fratello Quinto che, sulle orme degli stoici, era un convinto assertore della validità di tutte le tecniche divinatorie e quindi anche dell’importanza dei sogni e della loro interpretazione, conclude la propria requisitoria esclamando: «Si cacci via anche la divinazione basata sui sogni, al pari delle altre. Ché, per parlare veracemente, la superstizione, diffusa tra gli uomini, ha oppresso gli animi di quasi tutti e ha tratto profitto dalla debolezza umana» (De div. II 148).

Ne risulta pertanto una connessione dialettica tra credenza e pratica della divinatio somniorum e più ampiamente di tutte le forme di consultazione privata di indovini, oracoli e profeti, e la superstitio configurata come una forma universalmente diffusa di mistificazione, fondata su quell’insopprimibile desiderio umano di rassicurazione e di conoscenza del proprio futuro che più tardi Luciano condannerà altrettanto decisamente nel trattato diretto contro Alessandro, il falso profeta.

L’autore romano rimanda al proprio trattato Sulla natura degli dèi, in cui ha pure affrontato il tema della certezza – sottolinea – «che avrei arrecato grande giovamento a me stesso e ai miei concittadini se avessi distrutto dalle fondamenta la superstizione». E prosegue affermando: «Né, d’altra parte (questo voglio che sia compreso e ben ponderato), con l’eliminare la superstizione si elimina la religione. Innanzitutto è doveroso per chiunque sia saggio difendere le istituzioni dei nostri antenati mantenendo in vigore i riti e le cerimonie; inoltre, la bellezza dell’universo e la regolarità dei fenomeni celesti ci obbliga a riconoscere che vi è una possente ed eterna natura, e che il genere umano deve alzare a essa lo sguardo con venerazione e ammirazione» (II 148).

Il discorso ciceroniano sottolinea dunque con forza che eliminare la superstitio non significa distruggere la religio, poiché è espressione di saggezza custodire le istituzioni degli antenati mantenendo in vita i riti sacri e le cerimonie tradizionali. È poi evocato un altro elemento del quadro: la bellezza del mondo, l’ordine dei corpi celesti costringe quasi a riconoscere (confiteri) che esiste una qualche natura preminente ed eterna, e che questa natura deve essere ricercata e fatta oggetto di rispetto e ammirazione da parte dell’uomo. In queste espressioni si riflette tutta una facies religiosa che nel I secolo a.C. ha già una lunga storia dietro di sé e che caratterizza proprio gli ultimi secoli dell’ellenismo e i primi secoli dell’impero. Si tratta della «religione cosmica», implicante un atteggiamento di religiosa ammirazione della natura, scaturente dalla contemplazione dell’ordine cosmico, atteggiamento già presente in Platone: la regolarità dei movimenti dei corpi celesti induce l’uomo ad ammirare il grande Tutto e a venerare la potenza divina che in esso si manifesta. Tale religiosità impregna di sé tutta la tradizione stoica in cui, a differenza del platonismo che implica la trascendenza del mondo delle idee rispetto al mondo materiale, si afferma la nozione dell’immanenza del Lógos divino del cosmo. Sotto il profilo di quello che è stato chiamato il «misticismo cosmico», peraltro, le due tendenze, quella platonica e quella stoica, convergono. Del resto è ben noto il fenomeno, che ha in Posidonio di Apamea (135-51 a.C. circa) uno dei suoi maggiori rappresentanti, dell’assunzione nello stoicismo di numerosi e importanti elementi platonici. Lo stoicismo dell’epoca di Cicerone è di fatto profondamente imbevuto di platonismo, mentre a sua volta il platonismo ha recepito anche molti elementi stoici. Comunque un tratto significativo della religiosità del periodo ellenistico, sia nei circoli colti sia anche in ampi strati delle masse popolari, è dato dal sentimento profondo della bellezza del cosmo, la cui contemplazione si rivela tramite di conoscenza della divinità. Cicerone afferma appunto che l’ordine che regola gli elementi cosmici induce l’uomo ad ammettere l’esistenza di una natura superiore, potente, nei confronti della quale è preso da ammirazione. Egli deve ricercare questa natura divina che è al di là dello stesso ordine cosmico: si manifesta nel cosmo ma in qualche modo lo trascende. Si percepiscono così nette le radici platoniche del pensiero ciceroniano, nell’ammissione della trascendenza del divino rispetto alla realtà visibile: l’ordine cosmico induce l’uomo a ricercare, e quindi ad ammirare, quella superiore natura che in tale ordine si riflette.

augure. statuetta, bronzo, 500-480 a.c. ca. paris, musée du louvre
Augure. Statuetta, bronzo, 500-480 a.C. ca. Paris, Musée du Louvre.

 

L’augure Cicerone, tuttavia, coniuga questa nozione di ascendenza filosofica con la nozione tradizionale di religio, consistente nel custodire accuratamente gli instituta maiorum, nella corretta osservanza dei sacra e delle caerimoniae. Egli pertanto ribadisce che «come bisogna addirittura adoprarsi per diffondere la religione che è connessa con la conoscenza della natura, così bisogna svellere tutte le radici della superstizione» (II 149).

Si constata pertanto nel I secolo a.C. un’articolazione e trasformazione della prospettiva tradizionale romana all’interno dei circoli filosofici, in cui per un verso si mantiene tutta l’autorità della religione tradizionale, affermandosi il prevalente contenuto pratico-rituale della religio; ma in essa cominciano ad emergere altre valenze. La prospettiva si allarga. Il mos maiorum, l’osservanza dei sacra e delle cerimonie rimane in primo piano, anzi è indicata come ciò che distingue la religio dalla superstitio sicché la religio conserva il suo carattere ufficiale, tradizionale. Tuttavia questa nozione, oltre ad accompagnarsi a quelle di pietas e di iustitia, sottolineate in tanti altri contesti ciceroniani, acquista una maggiore pregnanza, collegandosi con la nozione di «credenza» in una o più potenze superiori.

Nel testo esaminato si parla di una praestans aliqua aeterna natura, ma sappiamo bene come per un Romano dell’epoca di Cicerone questa «natura» eterna e preminente si manifesti in una molteplicità di potenze divine. Non c’è infatti qui alcuna tensione di tipo monoteistico; piuttosto si tratta di un linguaggio a carattere filosofico che con la nozione di natura praestans allude al fondamento stesso di tutte le personalità divine, una sorta di qualitas di cui partecipano gli dèi tradizionali, secondo quanto era stato affermato dallo stoico Balbo nel De natura deorum. Solitamente questa concezione si esprime in una visione del mondo di tipo «piramidale», ossia implicante un sommo principio divino e una gerarchia graduata di potenze inferiori, tra cui si situano i molti dèi dei politeismi tradizionali. Questi dèi, oggetto della religio in quanto destinatari del culto che la religio primariamente esprime, sono così inseriti in una prospettiva cosmica che non appella più soltanto ed esclusivamente alla tradizione degli antenati, alla tradizione romana in quanto tale, differenziata dalle tradizioni nazionali degli altri popoli, ma assume un carattere più ampio proprio perché si tratta della natura divina universale che si manifesta nell’ordine del grande Tutto.

In questa prospettiva più vasta, universalistica o meglio cosmosofica, vengono inglobate le numerose divinità dei politeismi tradizionali secondo un processo in cui profonda è stata l’azione esercitata dall’esegesi allegorica dei miti e delle figure divine dei vari popoli proposta dagli stoici. Le divinità dei diversi contesti non vengono negate ma piuttosto recuperate in una visione di ampio respiro universalistico a fondamento cosmico. Anche le diversità tra le tradizioni dei vari popoli sono in qualche modo superate, non nel senso che sono rinnegate ma piuttosto assorbite in questa forma di religiosità cosmica. Ai nostri fini interessa sottolineare come la nozione di religio di Cicerone poteva inglobare anche una componente a carattere «intellettualistico-concettuale», sicché in questo periodo e in questo contesto tale nozione non appare limitata solo all’aspetto rituale, pur essendo questo aspetto preminente e tipico della tradizione romana.

giudice e indovino (dettaglio). affresco etrusco, 540-530 a.c. ca., dalla tomba degli auguri (parete destra, necropoli di monterozzi, tarquinia)
Giudice e indovino (dettaglio). Affresco etrusco, 540-530 a.C. ca., dalla Tomba degli Auguri (parete destra, Necropoli di Monterozzi, Tarquinia).

 

Altri passi dell’opera di Cicerone illustrano ulteriormente la prospettiva, confermando come la nozione di religio nel I secolo a.C. mantenesse quello che è uno dei suoi significati essenziale, cioè il senso di osservanza, culto prestato agli dèi, ma nello stesso tempo si arricchisce di più ampi significati accogliendo in una certa misura anche una concezione cosmica del divino e degli dèi tradizionali. La salda convinzione che la dottrina epicurea di fatto distrugga omnem funditus religionem, come nell’argomentazione elaborata da Cicerone ad apertura del trattato, è da Cotta espressa in una serie di interrogazioni retoriche rivolte allo stesso Epicuro, in cui si ribadisce come la religio presuppone la possibilità di un rapporto tra potenze divine capaci di intervenire nella vita cosmica e umana e l’uomo che, riconoscendo la loro superiore natura e la benevolenza nei propri confronti, presta ad essi riverenza e omaggi cultuali.

Dopo una serie di affermazioni che offrono anche delle precise definizioni di ciò che per un Romano erano due elementi peculiari della sfera pertinente al divino, quali la pietas («giustizia nei confronti degli dèi»: est enim pietas iustitia adversum deos) e la sanctitas («scienza del culto degli dèi»: sanctitas autem est scientia colendorum deorum), Cicerone per bocca di Cotta ritorna sulla contrapposizione fra superstitio e religio, proponendo una definizione significativa delle rispettive nozioni: «È facile liberare dalla superstizione (merito di cui voi vi vantate) – dichiara rivolto agli Epicurei – se si è eliminata la potenza degli dèi. A meno che per caso tu ritenga che Diagora o Teodoro, che negavano del tutto l’esistenza degli dèi, potessero essere superstiziosi; io non affermerei questo neanche di Protagora, che era incerto se gli dèi esistessero o no. La dottrina di tutti costoro elimina non solo la superstizione, che comporta un vano timore degli dèi, ma anche la religione, che consiste in una pia venerazione degli dèi (non modo superstitionem tollunt, in qua inest timor inanis deorum, sed etiam religionem, quae deorum cultu pio continetur)» (De nat. deor. I 41, 11442, 117). Le opinioni degli epicurei, eliminando la nozione dell’intervento divino negli affari umani, aboliscono non soltanto la superstitio, ma anche la religio, consistente proprio nel rapporto rituale ispirato dalla pietas che sancisce la differenza dei piani, umano e divino, ma anche la vitale comunicazione fra di essi.

Epicuro. Busto, bronzo, copia da originale greco del 250 a.C., dalla Villa dei Papiri (Ercolano). Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Epicuro. Busto, bronzo, copia da originale greco del 250 a.C., dalla Villa dei Papiri (Ercolano). Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La nozione della potenza divina che regola e governa la vita cosmica e umana, e quindi richiede all’uomo le regolari manifestazioni di culto, è riaffermata in un altro contesto ciceroniano del De haruspicum responsis, trattato composto nel 56 a.C. per affermare con forza la necessità della corretta osservanza delle prescrizioni degli aruspici, al fine di garantire il benessere dello Stato fondato sul rispetto della volontà degli dèi. Il trattato, composto in un momento di grave crisi politica determinata dai contrasti tra le fazioni che facevano capo a Cesare e a Pompeo, è diretto contro l’avversario di Cicerone, Clodio, accusato di gravi trasgressioni religiose, quali la profanazione dei riti segreti della Bona Dea, riservati alle donne. Ma la colpa più grave del personaggio, agli occhi di Cicerone, è quella di aver trascurato le prescrizioni degli aruspici che, dall’osservazione dei prodigi verificatisi nel corso dell’anno, avevano indicato la necessità di compiere le necessarie «espiazioni», ossia i riti tradizionali intesi a placare l’ira divina e rendersi propizi di dèi, pena la rovina stessa della repubblica.

Cicerone innanzitutto dichiara di essere stato fortemente turbato da «la grandezza del prodigio, la solennità della risposta, la parola una e immutabile degli aruspici». Quindi, in piena coerenza con le parole poste in bocca a Cotta, continua: «E, se pure sembra che io mi sia dedicato più di altri che pure sono occupati come me, allo studio delle lettere, non sono uomo tale da apprezzare o a praticare quelle lettere che allontanano o distolgono i nostri animi dalla religione. Io invero considero innanzitutto i nostri antenati come gli ispiratori e i maestri nell’esercizio del culto» (De har. resp. IX 18). Si afferma pertanto la necessità, da parte del cittadino romano, anche il più esperto di studi letterari e filosofici, di rifiutare quelle posizioni che possano allontanarlo dalla religio tradizionale, nella certezza irremovibile che solo i propri maiores sono auctores ac magistri religionum colendarum, ossia delle osservanze cultuali. Queste sono subito definite in relazione ai quattro pilastri della religio dei Romani, ossia le caerimoniae celebrate dai pontefici, le prescrizioni del comportamento pubblico fornite dagli auguri, le prescrizioni dei Libri Sibyllini e le espiazioni dei prodigi effettuate secondo la Etrusca disciplina, ossia appunto i rituali prescritti dagli aruspici.

Ribadita la propria conoscenza di «numerosi scritti sulla potenza degli dèi immortali» redatti da uomini «istruiti e sapienti», ancora una volta esprime la professione di lealismo civico dichiarando: «E sebbene io veda in queste opere un’ispirazione divina, esse mi sembrano tuttavia tali da fare credere che i nostri antenati sono stati i maestri e non i discepoli di questi autori. Infatti, chi è tanto sprovvisto di ragione, dopo aver contemplato il cielo, da non sentire che esistono degli dèi e da attribuire al caso quanto risulta da un’intelligenza tale che si fa fatica a trovare il modo di seguire l’ordine e la necessità delle cose, ovvero, quando ha compreso che esistono gli dèi, da non comprendere che la loro potenza ha causato la nascita, lo sviluppo e la conservazione di un impero tanto grande come il nostro? Possiamo bene, o padri coscritti, compiacerci a nostro piacere di noi stessi, tuttavia non è per il numero che abbiamo superato gli Spagnoli, né per la forza i Galli, né per l’abilità i Cartaginesi, né per le arti i Greci, né infine per quel buon senso naturale e innato proprio a questa stirpe e a questa terra gli Italici stessi e i Latini; ma è proprio per la pietà e la religione, e anche per questa eccezionale saggezza che ci ha fatto comprendere che la potenza degli dèi regola e governa tutte le cose che abbiamo superato tutti i popoli e tutte le nazioni (… sed pietate ac religione atque hac una sapientia, quod deorum numine omnia regi gubernarique perspeximus, omnes gentes nationesque superavimus)» (IX 19). Pietas, religio e sapientia sono quindi le prerogative peculiari dei Romani, che fondano la loro superiorità su tutti gli altri popoli e, garantendo loro la speciale protezione degli dèi, costituiscono la motivazione e il fondamento stessi dell’imperium che essi esercitano sulle altre nazioni.

 

q. cecilio metello pio. denario, italia settentrionale, 81 a.c. ar 3, 54 gr. r – brocca e lituo con leggenda imper(atori) iscritti in una corona d_alloro
Q. Cecilio Metello Pio. Denario, Italia settentrionale, 81 a.C. AR 3, 54 gr. Rovescio: Brocca, lituus e leggenda [imper(atori)], iscritti in una corona d’alloro.

Un passo parallelo del De natura deorum conferma questa nozione ciceroniana, quando Balbo dichiara che «se vogliamo confrontare la nostra cultura con quella delle popolazioni straniere, risulterà che siamo uguali o anche inferiori sotto ogni altro aspetto, ma che siamo molto superiori per quello che concerne la religione, cioè il culto degli dèi» (II 3, 8). Se in questo luogo la religio si definisce come cultus deorum secondo la fondamentale accezione del termine nella prospettiva romana, la sua associazione frequente, ribadita nel contesto esaminato del De haruspicum responsis, con pietas e sapientia conferma la ricchezza di valenze che si aggregano alla nozione di osservanza rituale che essa esprime. Ne risulta confermata soprattutto la disponibilità del termine, già manifestata al tempo di Cicerone, ad allargare il proprio campo semantico in direzione di un valore comprensivo dell’ampio ventaglio di nozioni ad essa aggregate, fino a designare l’intero spettro delle credenze e delle pratiche del popolo romano pertinenti al livello divino. Questo «valore comprensivo» emerge in qualche misura dalle parole conclusive dell’autore quando dichiara: Sed haec oratio omnis fuit non auctoritati meae, sed publicae religionis («Ma tutto questo discorso non si fonda sulla mia autorità bensì sulla religione dello Stato», XXVIII 61), una volta che la religio publica si pone come l’ambito conchiuso in cui rientrano, con la pietas e la sapientia che hanno fatto grande l’imperium dei Romani, tutte le pratiche rituali che ne scandiscono la vita quotidiana.

Libertà religiosa e di culto (Latt. de mort. pers. XLVIII)

di Lattanzio, Come muoiono i persecutori (De mortibus persecutorum), introduzione, traduzione e note a cura di M. Spinelli, Roma 2005, pp. 123-127; testo latino dal sito di The Latin Library.

 

[1] Licinius vero accepta exercitus parte ac distributa traiecit exercitum in Bithyniam paucis post pugnam diebus et Nicomediam ingressus gratiam deo, cuius auxilio vicerat, retulit ac die Iduum Iuniarum Constantino atque ipso ter consulibus de resituenda ecclesia huius modi litteras ad praesidem datas proponi iussit:

[2] «Cum feliciter tam ego [quam] Constantinus Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid <est> divinitatis in sede caelesti nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere. [3] Itaque hoc consilium salubri ac recticissima ratione ineundum esse credidimus, ut nulli omnino facultatem abnegendam putaremus, qui vel observationi Christianorum vel ei religioni mentem suam dederet quam ipse sibi aptissimam esse sentiret, ut possit nobis summa divinitas, cuius religioni liberis mentibus obsequimur, in omnibus solitum favorem suum benivolentiamque praestare. [4] Quare scire dicationem tuam convenit placuisse nobis, ut amotis omnibus omnino condicionibus quae prius scriptis ad officium tuum datis super Christianorum nomine <continebantur, et quae prorsus sinistra et a nostra clementia aliena esse> videbantur, <ea removeantur. Et> nunc libere ac simpliciter unus quisque eorum, qui eandem observandae religionis Christianorum gerunt voluntatem citram ullam inquietudinem ac molestiam sui id ipsum observare contendant. [5] Quae sollicitudini tuae plenissime significanda esse credidimus, quo scires nos liberam atque absolutam colendae religionis suae facultatem isdem Christianis dedisse. [6] Quod cum isdem a nobis indultum esse pervideas, intellegit dicatio tua etiam aliis religionis suae vel observantiae potestatem similiter apertam et liberam pro quiete temporis nostri <esse> concessam, ut in colendo quod quisque delegerit, habeat liberam facultatem. <Quod a nobis factum est ut neque cuiquam> honori neque cuiquam religioni <detractum> aliquid a nobis <videatur>. [7] Atque hoc insuper in persona Christianorum statuendum esse censuimus, quod, si eadem loca, ad quae antea convenire consuerant, de quibus etiam datis ad officium tuum litteris certa antehac forma fuerat comprehensa, priore tempore aliqui vel a fisco nostro vel ab alio quocumque videntur esse mercati, eadem Christianis sine pecunia et sine ulla pretii petitione, postposita omni frustratione atque ambiguitate restituant; [8] qui etiam dono fuerunt consecuti, eadem similiter isdem Christianis quantocius reddant; etiam vel hi qui emerunt vel qui dono fuerunt consecuti, si petiverint de nostra benivolentia aliquid, vicarium postulent, quo et ipsis per nostram clementiam consulatur. Quae omnia corpori Christianorum protinus per intercessionem tuam ac sine mora tradi oportebit. [9] Et quoniam idem Christiani non [in] ea loca tantum ad quae convenire consuerunt, sed alia etiam habuisse noscuntur ad ius corporis eorum id est ecclesiarum, non hominum singulorum, pertinentia, ea omnia lege quam superius comprehendimus, citra ullam prorsus ambiguitatem vel controversiam isdem Christianis id est corpori et conventiculis eorum reddi iubebis, supra dicta scilicet ratione servata, ut ii qui eadem sine pretio sicut diximus restituant, indemnitatem de nostra benivolentia sperent. [10] In quibus omnibus supra dicto corpori Christianorum intercessionem tuam efficacissimam exhibere debebis, ut praeceptum nostrum quantocius compleatur, quo etiam in hoc per clementiam nostram quieti publicae consulatur. [11] Hactenus fiet, ut, sicut superius comprehensum est, divinus iuxta nos favor, quem in tantis sumus rebus experti, per omne tempus prospere successibus nostris cum beatitudine publica perseveret. [12] Ut autem huius sanctionis <et> benivolentiae nostrae forma ad omnium possit pervenire notitiam, prolata programmate tuo haec scripta et ubique proponere et ad omnium scientiam te perferre conveniet, ut huius nostrae benivolentiae [nostrae] sanctio latere non possit».

[13] His litteris propositis etiam verbo hortatus est, ut conventicula <in> statum pristinum redderentur. Sic ab eversa ecclesia usque ad restitutam fuerunt anni decem, menses plus minus quattuor.

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Costantino. Testa colossale, bronzo, IV sec. d.C. Roma, Museo del P. zzo dei Conservatori.

[1] Licinio da parte sua ricevette in resa una parte dell’esercito [di Massimino], la distribuì [fra le proprie truppe] e pochi giorni dopo la battaglia trasferì l’armata in Bitinia. Entrato in Nicomedia rese grazie a Dio, cui doveva la vittoria, e il 13 giugno – console per la terza volta insieme a Costantino – ordinò di rendere pubblica una lettera inviata al governatore sulla reintegrazione della Chiesa[1]. Eccone il testo:

[2] «Io, Costantino Augusto, come pure io, Licinio Augusto, ci siamo riuniti felicemente in Milano per trattare di tutte le questioni che riguardano il bene e la sicurezza pubblici. E fra tutti gli altri provvedimenti da varare a vantaggio della maggioranza delle persone abbiamo ritenuto doveroso regolare prima di tutto quelli relativi al rispetto della divinità, concedendo sia ai Cristiani sia a tutti la libera possibilità di seguire la religione che ognuno si è scelta; in questo modo tutto quello che c’è di divino nella sfera celeste potrà riconciliarsi e cooperare con noi e con tutti quelli che dipendono dalla nostra autorità. [3] Perciò abbiamo creduto, con spirito salutare e rettissimo, di dover prendere questa decisione: non si dovrà [più] negare questa libertà assolutamente a nessuno che abbia aderito in coscienza alla religione dei Cristiani, o a quella che abbia ritenuto la più adatta a sé; così la suprema divinità, al culto della quale ci inchiniamo [pure noi] con animo libero, potrà accordarci in tutte le circostanze il suo continuo favore e la sua benevolenza[2].

[4] Pertanto, conviene che la Vostra Eccellenza sappia che abbiamo deciso di annullare senza eccezione tutte le restrizioni già notificate per iscritto a codesto ufficio e aventi per oggetto il nome dei Cristiani, e di abrogare altresì le disposizioni che possano apparire contrarie ed estranee alla Nostra Clemenza, permettendo [da] ora [in avanti] – a chiunque voglia osservare la religione dei Cristiani – di farlo senz’altro con assoluta libertà, senza essere disturbato e molestato[3]. [5] Abbiamo creduto di dover comunicare per esteso alla tua sollecitudine queste decisioni, perché tu sappia che noi abbiamo concesso ai suddetti Cristiani la facoltà libera e incondizionata di praticare la loro religione[4]. [6] Vedendo quello che abbiamo concesso ai [Cristiani] stessi, la Tua Eccellenza comprende che una possibilità ugualmente libera e incondizionata di professare la propria religione è stata riconosciuta pure agli altri, come esige la nostra era di pace, sicché ognuno abbia il pieno diritto di prestare il culto che si è scelto. E questo lo abbiamo deciso perché deve risultare chiaro che da parte nostra non si è voluta arrecare la minima violazione a nessun culto e a nessuna religione[5].

[7] Inoltre, per quanto riguarda i Cristiani, abbiamo ritenuto di dover fissare anche un’altra disposizione. I luoghi dove essi avevano in precedenza l’abitudine di riunirsi, e che nelle lettere inviate in passato alla tua amministrazione erano descritti in modo dettagliato, dovranno essere restituiti senza pagamento e senza nessuna richiesta d’indennizzo, evitando ogni frode e ogni equivoco, da parte di quelli che risultano averli acquistati in epoca precedente dal patrimonio statale o da chiunque altro. [8] Anche quelli che abbiano ricevuto in dono [tali proprietà] devono restituirle al più presto ai Cristiani; e se gli acquirenti o chi ha ricevuto donazioni richiederanno qualcosa alla Nostra Benevolenza si rivolgano al vicario, perché dia loro soddisfazione in nome della Nostra Clemenza. È tuo compito inderogabile che tutti questi beni vengano restituiti senza esitazione alla comunità dei Cristiani[6].

[9] E poiché gli stessi Cristiani si sa che possedevano non solo i luoghi per le loro abituali riunioni ma anche altri, appartenenti di diritto alla loro comunità, cioè alle chiese e non a singole persone, ordinerai di restituirli tutti ai Cristiani, ossia alla loro comunità e alle loro chiese, secondo la procedura sopraesposta, senza nessun equivoco o contestazione. Vale solo la riserva enunciata prima: chi restituirà questi beni gratuitamente, come abbiamo detto, potrà contare su un risarcimento dalla Nostra Benevolenza. [10] In tutti questi adempimenti sarà tuo dovere assicurare alla suddetta comunità dei Cristiani il tuo sostegno più fattivo, in modo che il Nostro Ordine venga eseguito al più presto, e in questa faccenda grazie alla Nostra Clemenza sia tutelata la tranquillità pubblica. [11] Solo a queste condizioni si ripeterà quel che si è visto prima: cioè il favore divino da noi sperimentato in circostanze così importanti continuerà a propiziare in ogni occasione i nostri successi, per la prosperità di tutti. [12] Ma per fare in modo che tutti possano essere informati del contenuto di questa nostra generosa ordinanza conviene che tu promulghi le suddette disposizioni con un tuo editto[7], affiggendolo ovunque e facendolo conoscere a tutti: così queste nostre decisioni, suggerite dalla Nostra Benevolenza, non potranno rimanere ignorate».

[13] Alla pubblicazione di questa lettera [Licinio] accompagnò le sue esortazioni verbali, perché le comunità [cristiane] fossero riportate alla loro condizione precedente[8]. Così, dalla distruzione della Chiesa alla sua restaurazione erano trascorsi dieci anni e circa quattro mesi.[9]

 

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Due Augusti. Bassorilievo, porfido, inizi IV sec. d.C. Roma, Musei Vaticani.

 

Note:

[1] Costantino e Licinio si erano incontrati a Milano ai primi del 313. In quell’occasione avevano concertato e redatto insieme ai loro collaboratori ed esperti il documento che stiamo per leggere (noto come “editto di Milano”), volto a legittimare e risarcire la Chiesa cristiana e i suoi adepti, perseguitati durante l’ultimo decennio. Dopo la messa a punto del provvedimento i due imperatori molto probabilmente lo avevano inviato al governatore di Bitinia, dove la persecuzione era divampata ed era stata particolarmente dura, e anche alle autorità delle altre province. Ora, entrato vincitore e imperatore a Nicomedia, Licinio si affretta a rendere pubblico il testo del documento (13 giugno 313). In realtà, come si vede non si tratta però di un edictum sul tipo di quello di Galerio, bensì di una circolare (litteras) inviata per l’esecuzione alle autorità competenti, e quindi a queste già nota nei contenuti. Tale natura tecnico-giuridica del provvedimento si confermerà a più riprese durante la lettura del testo. Infine si noti per inciso che pure il cosiddetto “editto di Milano” finisce per diventare in un certo qual modo un “secondo editto di Nicomedia”, in quanto pubblicato come si è appena visto (in questo caso non da Costantino ma da Licinio) nel capoluogo di Bitinia almeno tre mesi dopo la sua redazione e prima emanazione in Occidente.

[2] Questa preoccupazione nutrita dall’autorità civile romana di poter contare sul consenso e sulle preghiere dei Cristiani, e quindi sul sostegno del loro Dio per il benessere dell’imperatore e dello Stato, era già presente nell’analoga disposizione promulgata da Galerio.

[3] Come si vede, la prima parte dell’editto (o, meglio, del mandatum) di Costantino-Licinio ha un carattere negativo, contenendo il ritiro e l’abrogazione di tutti i divieti, le censure e le misure restrittive nei confronti dei Cristiani, decise o adottate o inasprite durante i periodi di persecuzione.

[4] È il passo più esplicito, nuovo e storicamente importante di tutto il decreto: ai Cristiani è riconosciuto d’ora in avanti il diritto di abbracciare e professare liberamente e senza restrizioni il proprio credo religioso. Il Cristianesimo diventa ufficialmente, de iure – non solo de facto come in passato, nei periodi precedenti in cui non c’erano state persecuzioni anti-cristiane – religio licita, culto ammesso e rispettato dallo Stato.

[5] Tolleranza, libertà e diritti riconosciuti al Cristianesimo vanno estesi a ogni altra religione coltivata e praticata all’interno della società romana. Pure questa posizione – più che a una logica squisitamente moderna di libertà, uguaglianza e omogeneità di condizione e trattamento di fronte alla legge – si deve all’interesse da parte dello Stato e dell’autorità di assicurarsi il favore e il sostegno di divinità e potenze onorate da tutte le religioni.

[6] Dopo l’annullamento della legislazione anti-cristiana e il riconoscimento della liceità del Cristianesimo, il provvedimento prevede e ordina un risarcimento morale e concreto a beneficio dei Cristiani già perseguitati, attraverso il totale ripristino e la restituzione piena e gratuita (salvo eventuale rimborso – se richiesto – concesso dalla pubblica autorità, non dai Cristiani) di sedi, beni e proprietà sottratti loro illegalmente e con violenza durante le persecuzioni.

[7] Programmate tuo. Si è tradotto «con un tuo editto», ma evidentemente in questo caso non si tratta di un “editto” come quello galeriano di Nicomedia, cioè di un decreto governativo emanato direttamente dalla suprema autorità. Programma (parola greca che significa «proclama», «avviso pubblico», «editto» e simili) è l’atto esecutivo spettante all’autorità amministrativa e periferica – i governatori delle province o funzionari di pari livello – chiamata a rendere pubbliche e divulgare le decisioni politico-governative dell’imperatore, eventualmente chiarendole, interpretandole e corredandole di disposizioni pratiche, aggiuntive o esecutive, ove necessario e, naturalmente, in assoluta coerenza con la lettera e lo spirito della legge imperiale.

[8] Cioè alla situazione anteriore al 23 febbraio del 303, inizio della persecuzione dioclezianea, oltre dieci anni prima. Le “esortazioni verbali” dell’imperatore alle autorità e ai funzionari responsabili mostrano che la volontà politica di finirla con le persecuzioni e di ridare libertà ai Cristiani era forte e assoluta, e Licinio in questo caso era – al momento – in totale accordo con Costantino. Ma di lì a qualche mese la fine di questa intesa e la nuova guerra fra i due colleghi indurrà Licinio a riprendere per qualche tempo in Oriente le azioni contro i Cristiani: sarà la prima recrudescenza persecutoria dopo l’editto di Milano e prima dei provvedimenti anti-cristiani di Giuliano l’Apostata, una cinquantina d’anni più tardi.

[9] Dal 23 febbraio del 303 al 13 giugno 313, quando l’ultimo persecutore e rivale degli imperatori filo-cristiani, Massimino Daia, era stato sconfitto e messo in fuga da Licinio, per cui si era aperta la via all’applicazione anche in Oriente dei provvedimenti di tolleranza già decisi e fissati da Costantino e Licinio a Milano pochi mesi prima.

La vittoria di Costantino

di F. Sampoli, L’imperatore di Cristo, in Archeo monografie – Storie di grandi imperatori, Agosto 2009, 220-236.

 

La situazione a Roma.

Massenzio. Busto, marmo, 300-310 d.C. ca. Paris, Musée du Louvre.

Ripartiamo ora da Massenzio. Dopo le fiammate di un ritrovato orgoglio «romano», suscitate nella popolazione dalla ritirata del burbanzoso Galerio, Massenzio non aveva capito o non aveva voluto rendersi conto di come – finito lo stato di emergenza – avrebbe dovuto riordinare l’assetto sociale ed economico della Penisola, nonché quello particolare di Roma. Le due spedizioni «punitive» di Severo e di Galerio (quest’ultima, soprattutto) avevano spopolato le campagne, bruciati i villaggi, distrutto i magazzini di grano, rapito gli armenti. A questo si erano aggiunti, sventuratamente, due cattivi raccolti. Per la Penisola era la carestia, con l’incubo della fame. In condizioni normali l’Italia dipendeva dall’Africa proconsularis per un terzo del suo fabbisogno granario. Ma ora accadde proprio che l’Africa si ribellasse, eleggendosi un nuovo imperatore, Lucio Domizio Alessandro. Di colpo la situazione in Italia e a Roma era diventata drammatica.

Massenzio. Follis, Roma 307-312 d.C. Æ 3,2 gr. Verso: Victoria aeterna Aug(usta); Vittoria alata, stante, volta a destra, colta in atto di scrivere su un clipeus Vot(a) X, mentre un nemico prigioniero in catene è posto alla sua sinistra. R – P in exergo.

Massenzio era pigro, dissipatore e un incorreggibile lussurioso. Aveva sempre bisogno di denaro, quindi costretto a gravare di continuo o a rapinare i cittadini. Per avidità era riuscito a renderseli ostili. Gli rimanevano fedeli, conservando per lui simpatia e un attaccamento quasi incondizionato, i soldati e soprattutto i pretoriani. Vero è che godevano di non pochi privilegi: una regolare distribuzione dei salari, spesso integrata da occasioni straordinarie, nelle quali era compresa la licenza – concessa loro più o meno liberamente – di angariare con soprusi le persone civili, profittando da un lato del silenzio delle leggi, dall’altro del timore che ai malcapitati ispirava la loro vista o la loro reazione. Ma ecco che con davanti lo spettro della carestia, Massenzio uscì dal letargo della smemoratezza. Primo atto liberare l’Africa. Significava riattivare i trasporti regolari di grano ai porti di Hostia e dell’Italia. Poiché era superstiziosissimo, aveva atteso fino ad allora segnali favorevoli. In Africa mandò il prefetto del pretorio, Gaio Ceionio Rufio Volusiano, con un esercito non numeroso, ma addestrato e agguerrito. Breve la campagna. Domizio Alessandro strangolato. L’Africa era ricca e i soldati di Massenzio la depredarono come si trattasse della conquista di una nuova provincia. Riempiti i magazzini di grano e rimpinguate le casse dello Stato, Massenzio pensò alla sicurezza militare, assoldando nuove truppe, di cavalleria in primo luogo, e cioè contingenti di Mauri, che venivano appunto dall’Africa, appena «riconquistata». Per gli occhi della plebe romana fece, poi, un trionfo solenne, strepitoso, richiamandosi ai vecchi tempi della Repubblica, insieme esibendo nei cartelloni «pubblicitari» l’immagine di Carthago, divenuta nell’occasione simbolo dei nemici di Roma. In realtà aveva coscienza che si stava avvicinando il momento dello scontro per il possesso dell’Italia.

Massenzio era troppo pigro per cullare sogni o fantasie di conquiste. Non aveva mai amato, né amava ora gli esercizi militari, la vita dura degli accampamenti, le lunghe marce sotto il sole o nel freddo dell’inverno. Lo interessavano piuttosto le giovani mogli o figlie di senatori o di plebei capaci di stuzzicare i suoi appetiti sessuali. In una città dai costumi licenziosi come Roma non c’erano in pratica donne belle e amanti del lusso che non fossero disposte a compiacerlo in uno qualunque dei suoi giochi erotici. E c’era, comunque, anche il risvolto della medaglia: la loro compiacenza lo veniva a privare del sapore più piccante, quello dell’oltraggio gratuito, arbitrario, provocatorio, inaspettato, oltre naturalmente allo sfregio della violenza fisica. Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica) ricorda una giovane matrona che si uccise per sottrarsi alla lussuria di Massenzio. Precisa che era cristiana, moglie del prefetto di Roma e che il suo nome era Sofronia. La testimonianza del panegirista, anche se di parte, non può essere messa in dubbio. Ma rimane accidentale il fatto (per Eusebio, primario) che la donna fosse cristiana. A ogni buon conto, è assolutamente certo che nel 311, subito dopo l’editto emanato in aprile da Galerio, Massenzio concesse ai cristiani – ugualmente come il suocero – il diritto di tolleranza religiosa, anzi si spinse addirittura a restituire alla Chiesa cristiana le proprietà confiscate durante la persecuzione. Con il che si può dire, anticipando, che non risponde a verità, come scrissero in seguito i panegiristi, che Costantino si sia mosso dalla Gallia contro Massenzio per liberare Roma e i cristiani da una persecuzione religiosa. La guerra di Flavio Valerio Costantino fu una guerra di conquista. La prima, in ordine di tempo, per arrivare alla signoria del mondo.

Basilica di Massenzio, inizi IV sec. d.C. Foro Romano
Basilica di Massenzio, inizi IV sec. d.C. Roma, Foro Romano.

 

I prodromi della guerra.

Dall’una parte e dall’altra si trovarono subito pretesti, motivi, rivendicazioni per giustificare la guerra. Massenzio tirò fuori la morte del padre Massimiano, fatto strangolare da Costantino dopo la resa di Massilia. Per renderne la morte ancora più infame, si affrettò a deificare il padre, a tesserne gli elogi, a innalzargli statue. Costantino, diceva Massenzio, non si era macchiato soltanto di empietà, uccidendo il suocero, ma anche di nera ingratitudine, giacché sia Costanzo Cloro, sia lo stesso Costantino dovevano a Massimano l’ascesa a Caesar e poi ad Augustus.

Le accuse del cognato contro Massenzio si limitarono a rinfacciargli di aver distrutto in Italia come a Roma le statue di lui, Costantino. Era niente.

Ma nel tempio di Apollo a Gandavum (Gand) trovò un incentivo impellente, perentorio, indifferibile per la guerra: una visione. Gli apparvero Apollo e la Vittoria nell’atto di offrirgli una corona di alloro. Costantino identificò subito Apollo con il Sol Invictus, al quale era unanimemente riconosciuto il dominio del mondo. L’anno prima, rivalutando la propria discendenza imperiale, aveva scelto quale divinità di elezione il Sol Invictus, elevato da Aureliano a divinità dello Stato e venerato da Claudio II il Gotico e da suo padre Costanzo Cloro. Insomma il vero motivo della guerra, iniziando dalla campagna d’Italia, fu la suggestione di un sogno a occhi aperti, che si tramuterà poi in segno e infine in certezza di essere il predestinato al potere unico.

Quando scese in Italia, nella primavera del 312, Costantino aveva trentadue anni. Contrariamente a Massenzio – indegno, per Giuliano l’Apostata, di essere annoverato fra i Cesari, e capace, per Zosimo, che pure era uno storico pagano, di qualsiasi perversione –, Costantino non conosceva le dissolutezze della carne.

Nemmeno il fasto o le gozzoviglie notturne rientravano nel suo orizzonte esistenziale. Era nato per la guerra e per dominare. Nei sei anni precedenti aveva represso rivolte in Britannia, riconquistata l’Hispania, respinto e distrutto eserciti di Germani oltre il confine del Reno. Contro di lui, secondo Zosimo, Massenzio schierò più di centosessantamila uomini, ma la cifra è assolutamente esagerata. Con più ragionevolezza si può fissare in venticinquemila, più cinquemila cavalieri, in gran parte germanici, l’esercito di Costantino; in quarantamila, con l’aggiunta di diecimila cavalieri e delle dodici coorti di pretoriani, quello di Massenzio. Quest’ultimo, inoltre, poteva contare sulla difesa delle Mura Aureliane, che cingevano Roma e delle quali, in previsione della guerra, aveva rafforzate le capacità di resistenza. Per qualsiasi esercito la presa della città sarebbe stata difficilissima. Se poi le mura erano piene di difensori, di macchine da lancio e i magazzini riforniti di scorte alimentari, l’assedio poteva durare mesi, un anno, e rovinosamente per gli assedianti, come era accaduto per Severo e Galerio.

Costantino. Follis, Londinium 310 d.C. Æ 4,32 gr. Recto: Soli invicto comiti; Sole, stante verso sinistra, con la destra alzata e un globo nella sinistra; le sigle T-F ai suoi fianchi e PLN in exergo.

 

La discesa in Italia.

Costantino passò le Alpi alla fine di aprile, fra il Moncenisio e il Monginevro, che era la strada dei Celti per venire in Italia, usata da Annibale e poi abituale per le legioni di Cesare. All’atto della partenza gli auspici gli furono avversi, ma l’ambizione era in lui un aculeo troppo forte per aspettarne di nuovi. Ed ebbe fortuna: i generali di Massenzio non avevano presidiato i passi che scendevano in Italia, sicché Segusia (Susa), ai piedi delle Alpi, una fortezza ritenuta inespugnabile, investita ora da tutto l’esercito di Costantino, nello stesso giorno fu assediata, presa e bruciata.  Il primo scontro diretto avvenne nei pressi di Augusta Taurinorum (Torino) fra le odierne Alpignano e Rivoli. Costantino si trovò di fronte la cavalleria catafratta, una specie di grossa testuggine mobile o di muro di ferro che si spostava in avanti. Pesante, lenta, ma adatta per combattere in pianura e formidabile per armamento. I cavalieri catafratti si disposero a cuneo. Coperti com’erano di ferro, sia uomini sia cavalli, potevano essere irresistibili, ma anche soggetti a subire a loro volta attacchi sui fianchi da una cavalleria leggera e veloce, che poteva offendere e ritirarsi. Quando, sfiniti e disuniti, i cavalieri di Massenzio persero compattezza, in cui poi consisteva la loro vera forza d’urto, si dispersero, Costantino mandò a finirli gruppi speciali di assalitori muniti di grosse mazze. Questi, scrive Jean-Baptiste-Louis Crevier, «percotendo con gravi colpi e uomini e cavalli, li oppressero come un gregge di bestie e li uccisero tutti». Augusta Taurinorum si arrese; ugualmente si arresero Mediolanum e le altre città dell’Italia settentrionale. La strada per Roma era aperta. Ma, sulla sinistra, Verona era in mano a Ruricio Pompeiano, il migliore e più attivo dei generali di Massenzio. Costantino non poteva lasciarselo alle spalle: se Ruricio Pompeiano non era in grado di impedirgli la marcia su Roma, poteva però tagliargli le comunicazioni con la Gallia. Non aveva scelta, e decisamente puntò su Verona.

 

Battaglia di Verona. Bassorilievo, marmo, IV sec. d.C., dall’Arco di Costantino, Roma.

 

Per tre quarti delle mura la città era difesa dall’Adige. Per Ruricio Pompeiano, tuttavia, finiva per diventare una trappola, né rispondeva alle sue attitudini militari il sopportare a lungo un assedio. Aveva tentato a più riprese audaci sortite; incerto l’esito, finché escogitò una nuova strategia: uscire dalla città, raccogliere un esercito e con quello piombare alle spalle di Costantino. Gli riuscì l’intento con l’esercito, che era di una notevole consistenza, ma fallì nella sorpresa: Costantino lo aspettava in uno scenario di colli, ideale per sbarragli la strada.

Le forze in campo erano squilibrate. Costantino aveva con sé soltanto la cavalleria e le truppe mobili, che aveva potuto sottrarre all’assedio. In guerra era temerario, risoluto, tempestivo. La giornata volgeva al termine e l’oscurità incombente avrebbe nascosto al nemico l’entità vera delle sue forze. Di sicuro si ricordò di Alessandro a Gaugamela. Con la cavalleria attaccò al centro. La comandava lui stesso. La battaglia durò fino a notte inoltrata. Al mattino la pianura e i colli che aveva davanti erano disseminati di cadaveri, uno dei quali era quello di Ruricio Pompeiano. E il numero dei prigionieri era così grande che per le catene Costantino ordinò di fondere le spade degli stessi prigionieri.

Verona aprì le porte, poi toccò ad Aquileia e, oltre il Po, a Mutina (Modena). A Roma le notizie delle vittorie e dell’avanzata di Costantino trovarono in Massenzio un ascoltatore distratto. Ostentava sicurezza, minimizzava gli insuccessi; Costantino, diceva, non aveva un esercito né migliore, né più potente di quello di Severo o di Galerio; quindi, come loro, destinato a scappare dall’Italia. In realtà Massenzio viveva l’attesa fra paure, piccole viltà e le profezie degli aruspici. Quando non lo sorreggevano le parole di questi ultimi, ricorreva agli stupri nelle case dove i delatori riferivano esserci giovani donne, oppure a rapine per puro divertimento. La sua cupidità, comunque, era tale che trovava colpevoli e nemici dello Stato tutti quei senatori e cavalieri che erano o fossero ritenuti ricchi. Finalmente i vecchi ufficiali, che avevano militato sotto Massimiano, gli esposero brutalmente la gravità della situazione militare. Anche i pretoriani, da parte loro, lo sollecitarono a uscire dall’inerzia, come dalla noia dei bagordi notturni. Si riscosse, come venisse fuori da una sorta di letargo o da una lunga ubriacatura. Soprattutto lo colpirono dalle gradinate del circo gli epiteti di vigliacco, donnicciola, coniglio, lanciatigli da quegli stessi che vino a cinque-dieci giorni prima lo avevano osannato oltre misura. Non aveva mai preso parte ad una battaglia, né maneggiato uno scudo, ma ora, scortato dalla guardia pretoriana, si fece vedere al campo.

Porta Borsari (antica Porta Iovia, poi Porta S. Zeno), Verona.

Sulla destra del Tevere.

Giunto a Roma dalla via Flaminia, Costantino non si affrettò a porre l’assedio alla città, anzi non passò nemmeno il Tevere e trattenne l’esercito sulle colline a ridosso del fiume. Era il 25 ottobre. Negli ultimi giorni aveva sempre piovuto, i campi zuppi d’acque, il Tevere – come lo vedeva dall’alto – gonfio e giallo. Gli rimaneva tempo per studiare un piano, se non voleva avventurarsi nell’incognita di un assedio. Prima di iniziare la campagna d’Italia aveva stipulato un patto di alleanza con Licinio, Augustus e signore dei territori dell’Europa sud-orientale (Raetia, Pannonia, Illyricum, Graecia, Macedonia, Moesia Superior e Inferior) fino al Bosforo. Il patto, che avrebbero poi sancito con il matrimonio fra Licinio e la sorellastra prediletta di Costantino, Costanza, risultava in effetti favorevole ad entrambi: garantiva a Costantino, mentre era impegnato in Italia, la frontiera orientale; a sua volta Licinio era garantito ad Occidente nella sua campagna che stava per intraprendere oltre il Bosforo, contro Massimino Daia. L’alleanza fra i due futuri cognati portò di conseguenza a un’uguale alleanza tra Massenzio e Massimino Daia, secondo il più antico adagio della politica: i nemici dei miei nemici sono miei amici.

Mura Aureliane, Roma.

Il vero timore di Costantino era che Massenzio si rinserrasse dentro le mura. Di sicuro gli erano presenti gli scacchi subiti da Severo e Galerio. Un lungo assedio lo spaventava. Inaspettatamente gli vennero in aiuto i Libri Sybillini. Massenzio, come abbiamo sottolineato, era superstiziosissimo. Ogni sua decisione dipendeva dal responso delle vittime sacrificate o dalle predizioni degli aruspici. Cercava in loro sicurezza alle sue viltà. Qualche giorno avanti l’arrivo di Costantino gli aruspici gli avevano minacciato la fine dell’impero e la morte «se mai si fosse allontanato dalle porte della città», e lui aveva fatto abbattere il ponte sul Tevere a un miglio dalla porta Flaminia (Pons Milvius), e poi, in seguito alle proteste della plebe, ne aveva costruito un altro di legno con uno stratagemma: composto cioè di due parti, snodabili e unite fra loro a metà da cavicchi, che si potevano facilmente sganciare. Nella notte fra il 25 e il 26 ottobre ebbe un sogno che gli ingiungeva di non fermarsi più oltre nel luogo dove si trovava. Subito la mattina dopo uscì dal palazzo imperiale e con la famiglia si trasferì in una residenza privata. Finché gli venne l’idea, o gli fu suggerita, di consultare i Libri Sybillini – atto che rientrava nel solco della grande tradizione religiosa dei Romani. Ma il responso fu sconvolgente e cambiò del tutto la sua condotta strategica. Diceva che nel giorno del giubileo imperiale il nemico di Roma sarebbe stato sconfitto. Il giorno era il 28 ottobre, sesto anniversario della proclamazione a imperatore romano di Massenzio. Non ci potevano essere dubbi su chi fosse il reale «nemico di Roma». Fra l’altro, Costantino si trascinava dietro un’armata di Galli, di Germani, di Britanni, mentre l’«esercito di Roma» era costituito, per la maggior parte, da Romani e da Italici.

Negoziati fra l’esercito di Massenzio e quello di Costantino a Roma. Ricostruzione grafica di G. Rava.

 

Ad avvalorare la predizione ci fu, nella piana presso Pons Milvius, al di là del Tevere, uno scontro di avanguardie che impegnò cavalleria e legionari. Incerto l’esito, ma il solo fatto che fosse sostenuto con fermezza e determinazione da una minima parte delle forze «romane», contribuì rovinosamente a suggestionare Massenzio. Così lui, che era pigro, timoroso, di colpo si lasciò vincere da uno spavaldo orgoglio di imperium e, all’alba del 28 ottobre, giorno appunto del giubileo imperiale, ordinò a tutte le sue forze di uscire dalla città, oltrepassare il Tevere e pigliare posizione sulla destra, in pratica con le spalle al fiume, giallo per la piena.

Costantino si era attestato sulla Flaminia (presso Saxa Rubra), da dove dominava il Tevere. Dopo lo scontro di tre giorni prima, intuendo il disegno suicida di Massenzio, si era affrettato a ritirare le avanguardie che scorrazzavano sulla destra del fiume.

 

La battaglia di Pons Milvius.

 

Massenzio al Pons Milvius. Ricostruzione di R. Hook.

 

La giornata si annunciava instabile, nuvolosa, con le nebbie nelle valli, ma per tutto quel ventotto ottobre non piovve. Con la vista dei colli, nell’umida velatura della nebbia e a specchio del fiume, si snodò verso la via Flaminia il lungo, oscuro lombrico di oltre cinquantamila unità dell’esercito di Massenzio, pesante, disarticolato e ignaro di andare incontro alla più tremenda delle catastrofi. Costantino, al riparo delle alture, aspettava che la vittima designata si infilasse nella trappola che aveva preparato fra Pons Milvius e Saxa Rubra. Aveva schierato, infatti, una parte dell’esercito appunto a Saxa Rubra, profittando del vantaggio che gli offriva il terreno. Con il resto dell’esercito girò intorno alle colline in un ampio semicerchio fino ad incontrare la Cassia e, seguendo questa, si portò all’altezza di Pons Milvius. Quando, diradatasi la nebbia, l’avanguardia di Massenzio si trovò a contatto con le truppe gallo-germaniche di Costantino schierate sui pendii di Saxa Rubra, il lungo, oscuro lombrico s’incurvò, ebbe un sussulto di assestamento.

Poi cominciò a distendersi, allargandosi a ventaglio, portando la sinistra alle pendici delle alture e la destra a sostenere l’attacco dell’avanguardia. Era il momento scelto da Costantino. Improvvisamente, al comando della cavalleria, dall’alto della Cassia si gettò con grande impeto sul fianco dello schieramento nemico.

La cavalleria di Costantino attacca i pretoriani di Massenzio. Illustrazione di S. Ó’Brógáin.

Massenzio gli mandò contro la cavalleria: con le coorti pretoriane rappresentava l’elemento di forza del suo esercito. Numerosa, ben addestrata, contava nelle sue file catafratti e cavalleggeri numidi e mauri: i primi, coperti di ferro, lenti, avevano dato prova delle loro qualità in primavera nella piana di Augusta Taurinorum; i secondi erano rinomati per la loro mobilità e la loro azione avvolgente, simile a un vento rapinoso. Finché la cavalleria di Massenzio tenne campo, la battaglia in qualche modo rimase in bilico, ma appena Mauri e catafratti cedettero, non ebbe più storia e si trasformò in una strage e in una fuga miseranda.

L’esercito di Massenzio, per imbecillità tattica, aveva combattuto sulla riva destra del Tevere, con le spalle al fiume: era sconfitto prima ancora di levare il grido di guerra. E, rotta la cavalleria, la massa dei fanti si disfece. Alcuni reparti non aspettarono di trovarsi di fronte i legionari di Costantino, gettarono via gli scudi e scapparono. Soltanto i pretoriani, per rancore o disperazione, combatterono valorosamente. Al centro, com’erano nello schieramento di Massenzio, tentarono a più riprese di sollevare le sorti infauste della giornata. Nel marasma della sconfitta, pressati da ogni parte non indietreggiarono di un passo, e ricoprirono con i loro cadaveri quello stesso terreno che avevano occupato durante la battaglia.

La battaglia sul ponte. Ricostruzione di P. Connolly.

 

La versione dei panegiristi.

I panegiristi cristiani hanno attribuito la straordinaria ed efferata vittoria di Costantino al famoso sogno da lui avuto alla vigilia della battaglia. Ci sono, poi, d’obbligo, il monogramma di Cristo dipinto sugli scudi o sui labari e la scritta fatidica «in hoc signum vinces». Una favola. Magari appartiene a una storia virtuale, all’iconografia cristiana del Quattro-Cinquecento o a versioni cinematografiche del XX secolo. L’«illuminazione» Costantino l’aveva avuta a Gandavum, nel tempio di Apollo, identificato con il Sol Invictus, come abbiamo scritto precedentemente. Il primo racconto «ideologicamente cristiano» è in Lattanzio cinque anni dopo (317), mentre era alla corte di Costantino ad Augusta Treverorum. E, ad ogni modo, Lattanzio non parla affatto di apparizione, accenna piuttosto a una voce udita da Costantino nel sogno o nel dormiveglia. Il racconto, per così dire, «ecumenico» è del 325, a dodici anni dalla battaglia sul Tevere e scritto da Eusebio di Cesarea, che a sua volta l’aveva appreso direttamente da Costantino. Se possiamo ragionare con freddezza, sgombrando il campo da fole e da riempitivi, fioriti nell’infatuazione religiosa degli anni dopo con lo scopo preciso di avvalorare una tesi ideologica, allora dovremmo forse dire che, se Costantino andava debitore a una deità, questa erano i Libri Sybillini, la cui profezia aveva indotto Massenzio a lasciare le mura di Roma, consegnando sé e l’esercito che comandava a uno dei peggiori suicidi militari. Solo che, sempre i panegiristi, assegnano al Dio dei cristiani anche l’uscita di Massenzio da Roma. Scrive Eusebio di Cesarea: «Per evitare che Costantino fosse costretto a combattere contro i Romani, Dio stesso trascinò costui [Massenzio] lontano dalle porte di Roma».

Paris, Bibliothèque nationale de France. Ms. gr. 510, Omeliario di Gregorio di Nazianzio (879-882), f. 440v. Il sogno di Costantino prima della battaglia di Pons Milvius.

Massenzio morì annegato insieme con le torme impecorite dei suoi soldati nella piena del Tevere. Ritrovato il cadavere, gli fu staccata la testa, infissa su una lancia e portata in giro per Roma. Costantino, il vincitore, non meritò né la lode di clemente, né la taccia di crudele. Spietato e senza remore lo fu, però, con tutta la stirpe di Massenzio, che sterminò scrupolosamente dai figli, bastardi o legittimi che fossero (Romolo, il primogenito, era morto nel 309), e continuò con le concubine che erano a palazzo e con la moglie, figlia di Galerio, che dicevano fosse cristiana. Poi abolì le coorti dei pretoriani, fece giustiziare le persone più coinvolte con Massenzio, infine tenne un discorso in Senato, promettendo di ristabilire l’antica dignità e gli antichi privilegi. Si trattenne a Roma non più di due mesi: la città non gli piaceva; infine si recò a Mediolanum per incontrare Licinio Valerio Liciniano, il nuovo alleato, di lì a poco cognato, e insieme futuro antagonista per il dominio del mondo.

La fine della Tetrarchia

di F. Sampoli, L’imperatore di Cristo, in Archeo monografie – Storie di grandi imperatori, Agosto 2009, pp. 188-220.

 

Alla vigilia di lanciarsi nella lunga e avventurosa cavalcata per il potere del mondo, Flavio Valerio Costantino si richiamò alla gloria militare di Claudio II il Gotico, affermando che suo padre, Costanzo Cloro, ne era il diretto discendente.  Era il 310 e chiaro l’intento: attribuire alla propria gens e a se stesso nobilitas, honos, ius imperii. Ci furono subito panegiristi cristiani pronti a giurare sulla veridicità di ascendenze nobili, anche se lui, Costantino, era figlio naturale di una stabularia.

Di sicuro Claudio II (Marco Aurelio Valerio Claudio) era illirico, come Costanzo Cloro. Nato a Sirmium (oggi Sremska Mitrovica) sulla Sava nel 219, aveva militato sotto Decio e Valeriano, poi generale sotto Gallieno, finché, nel luglio 268, all’indomani dell’uccisione proditoria di quest’ultimo, le legioni della Moesia lo proclamarono imperatore. Pare che sia lui sia Aureliano (gli succederà nell’Impero) abbiano partecipato o fossero a conoscenza della congiura.

Per compiacere Costantino, gli scrittori cristiani, a cominciare da Eusebio di Cesarea e Lattanzio, lo negarono per Claudio. A Roma il Senato si affrettò a convalidare la volontà dell’esercito; la situazione politico-militare era critica: i barbari premevano alle frontiere, vacillavano le difese sul Reno e sul Danubio, era perduta più di metà dell’Asia. Claudio II affrontò prima i Goti, che erano dilagati oltre il Danubio; li batté nella Thracia occidentale e, quattro settimane più tardi, li macellò come pecore nella desolazione estiva della piana di Naissus (oggi Niš, in Serbia). Ma alla sua valentia militare fu avversa la fortuna: spostatosi con l’esercito in Pannonia, morì di peste nell’anno 270. Un fratello minore di lui, Prisco, aveva una figlia, Claudia, andata sposa a un certo Eutropio. Dal loro matrimonio, scrivono i panegiristi, nel 250 era nato Costanzo Cloro.

 

M. Aurelio Flavio Valerio Claudio II ‘il Gotico’. Antoniniano, Milano 270 d.C. Ar. 2,92 gr. Recto: Divo Claudio; testa radiata, barbata e drappeggiata dell’imperatore, voltata a destra.

 

Il padre, Costanzo Cloro.

Nei De Caesaribus Sesto Aurelio Vittore (storico latino del IV secolo d.C.), definisce la nobilitas di Costanzo Cloro una leggenda. Accettata per adulazione. D’altronde, era venuta fuori abbastanza tardi con il figlio Costantino; né Costanzo Cloro in vita aveva mai avuto l’improntitudine di inorgoglirsene o di rivendicarla. Pensava che la nobilitas dipendesse piuttosto dal coraggio e dalle capacità militari di ognuno; le sue gli valsero, appena trentacinquenne il titolo di Caesar, poi quello di Augustus. C’è comunque da aggiungere che, quanto a menzogne ideologicamente programmate, i panegiristi cristiani avevano pochi rivali. Costanzo Cloro era di Naissus – la città resa celebre dalla vittoria di Claudio II il Gotico – e proveniva dalla campagna come altri suoi commilitoni, che erano Diocleziano, Massimiano, Galerio, Severo, Licinio, Massimino Daia, insomma contadini o guardiani di armenti, ma saliti ai fastigi dell’Impero per virtù, ferocia, ardire nelle armi. La loro nazionalità era illirica. Provenivano dalle nebbie della Sava, dai monti della Dardania, dalle colline intorno a Naissus. Alti di statura, biondi, resistenti alle fatiche della guerra e combattenti impavidi, per un secolo, si può dire, ridettero tempra e spirito vitale all’Impero romano, giunto alla parabola di un lento disfacimento.

Costanzo Cloro aveva poco più di un anno quando ad Abrittus (città le cui rovine si conservano nella località di Hisarlaka, presso Razgrad, in Bulgaria, n.d.r.), nella Dobrugia nei pressi del Danubio orientale, un esercito romano cadde nell’agguato di un terreno paludoso e fu trucidato dai Goti. Vi morì anche l’imperatore Decio, cinquantenne, pannonico di origine e duro, tenace, innamorato come nessun altro della romanità. La perdita risultò disastrosa per due motivi: nella palude di Abrittus andò distrutto oltre a un esercito, anche il prestigio militare dell’Impero. Dopo secoli di dominio la potenza di Roma franava come una fortezza corrosa dall’interno. Vituperosamente l’Impero venne a patti con i Goti, concedendo loro non solo tutto il bottino ammassato al di qua e al di là del Danubio, ma impegnandosi a pagare loro un tributo annuo proprio perché non riattraversassero il Danubio. Era scontato che una pace, comprata e degradata fino a una tale ignominia, spalancasse agli stessi Goti e agli altri popoli di confine le porte dell’opulenza e della debolezza dell’Impero. L’una e l’altra erano esche troppo ghiotte per giovani popoli avidi di preda. Spinti dal successo dei Goti, né vincolati da tributi o patteggiamenti, si riversarono oltre il Danubio, devastarono le province illiriche, la Moesia, oltrepassarono il Bosforo a oriente, a occidente si spinsero fino alle porte di Roma.

Battaglia tra Romani e Germani. Bassorilievo, marmo proconnesio, 251-252 d.C., dal sarcofago «Grande Ludovisi». Roma, Museo di P.zzo Altemps.

Ma c’era di peggio della peste, che aveva ucciso l’imperatore Decio, o dell’incombente minaccia ai confini: la lacerazione interna dell’Impero, che nella Historia Augusta va sotto il nome dei «Trenta tiranni» (Tyranni triginta), giacché tanti – uno dopo l’altro, a volte due o tre insieme – funestarono Roma e le province con lo scempio delle guerre civili. Ci vollero diciotto anni e un imperatore come Claudio II per aver ragione dei Goti e, morto lui, un altro imperatore illirico, Aureliano, per ridare all’Impero romano fiducia e capacità di ripresa. Nel 267, a diciassette anni, che era allora l’età per arruolarsi nell’esercito, Costanzo Cloro militò sotto l’imperatore Gallieno. Il fronte era quello del Danubio. Gallieno era succeduto al padre Valeriano, prigioniero dei Sasanidi dopo una disgraziata campagna militare (260) e morto in cattività; in pratica ereditava la situazione politico-militare dell’Impero più caotica, nefanda, incontrollabile dell’intero secolo. La figura di Gallieno è controversa. Il biografo dell’Historia Augusta, Trebellio Pollione, lo accusava di ogni infamia – viltà, lussuria, ingordigia, eccesso di ellenismo, imprudenza, avidità – e perfino di un’imperdonabile leggerezza: coltivare la poesia e, in particolare, scrivere epitalami. Ammiano Marcellino, di gran lunga il maggior storico della decadenza, è meno severo. La storiografia moderna ha invece riabilitato Gallieno, gli riconosce addirittura «una grande figura di imperatore», sia per il valore militare, sia per la «posizione eminente» che rappresenta nell’evoluzione dell’Impero romano. Il fatto, comunque, più stranamente controverso è che il «corrotto», l’«ignavo», il «gaudente» Gallieno sia stato ucciso in un accampamento vicino a Mediolanum da una congiura militare per una motivazione specifica: il rigore e la disciplina che intendeva introdurre o forse aveva già introdotti nell’esercito.

 

P. Licinio Egnazio Gallieno. Busto, marmo, 261 d.C. ca. Bruxelles, Musée Royal.

 

 

Elena, la stabularia.

Costanzo Cloro seguì il nuovo imperatore, Aureliano, nelle campagne sul Danubio, poi in Oriente e fino a Palmyra contro la regina Zenobia. Nel 273, al ritorno da Palmyra, si fermò a Drepanon in Bithynia (oggi Yalova, in Turchia). Era il riposo del guerriero dopo tante battaglie. E fu a Drepanon che Costanzo Cloro vide e si innamorò di Elena. Faceva la stabularia in una di quelle osterie, dove al piano di sopra era lecito alle ragazze, le stabulariae, intrattenere rapporti con i clienti, vogliosi di compagnia femminile. Elena era bella, procace, l’occhio timido di cerbiatta, ma nel portamento altera come una principessa. Aveva poco più di sedici anni: per una donna d’Oriente il fiore della giovinezza. Costanzo Cloro, ventitreenne, biondo, struttura atletica, apparteneva, per la sua virtù militare, all’alta ufficialità delle legioni. Non ebbe difficoltà ad avere nel letto l’avvenente stabularia. Quello che agli occhi degli altri e di lui stesso sembrò inconsueto, fu invece la continuità della loro relazione. Il concubinato non era una difformità, al contrario: fra gli ufficiali delle legioni era quasi una regola tenere amanti ovunque la necessità del servizio militare li destinasse di guarnigione. I panegiristi cristiani si sono arrampicati sugli specchi per trasformare la convivenza di Costanzo Cloro con Elena nel vincolo sacrale del matrimonio.

Statua di matrona (Elena, madre di Costantino). Marmo, V secolo d.C. Roma, Musei Capitolini.

 

Nel 275, a Byzantium Aureliano venne ucciso in una congiura. Succedono altri imperatori: Tacito (275-76), Probo (276-82), Caro (282-83), Carino (283-84), in ultimo Diocleziano dal 284 al 305. Costanzo Cloro ha combattuto dal Danubio al Reno, alla Thracia, all’Illyricum contro Franchi, Sarmati, Geti, Vandali. Ha unanimi riconoscimenti di coraggio, di sagacia militare, primo ufficiale nella guardia imperiale, poi tribuno, comandante di legione, infine governatore della Dalmatia (279). Ora ha la possibilità di fermarsi, ed Elena è accanto a lui, desiderosa di amare, il suo grembo è come la terra arata, pronta a ricevere il seme: e l’anno dopo (280) a Naissus gli partorisce un figlio, Costantino.

L’idillio familiare conobbe pause già nel 282 con l’uccisione di Probo, la cui morte si portò dietro i contraccolpi più o meno fisiologici dei cambi di potere. Un segnale impietoso dei tempi è anche in questo: che in meno di quindici anni furono dodici gli imperatori legittimi o illegittimi morti ammazzati. Allora e nel biennio successivo Costanzo Cloro si seppe districare con una certa abilità, valutando tempestivamente uomini e circostanze. Ed Elena? Era cambiata con la maternità: non più la giovane avvenente che aveva affascinato Costanzo Cloro, ma ora, piuttosto, madre scrupolosa e gelosa della propria creatura. Improvvisamente, nel 284, la separazione. Diocleziano, il nuovo imperatore, opera negli alti gradi dell’esercito una serie di «avvicendamenti». Costanzo Cloro è scaraventato sul Reno contro i Germani, mentre Elena con il figlio deve tornare in Bithynia a Nicomedia (oggi Izmit), dove Diocleziano ha stabilito la capitale. Non rivedrà mai più Costanzo Cloro. Passano quattro anni, prima lettere sempre più rade, poi il silenzio, infine la notizia per lei dirompente: Costanzo Cloro ha sposato la figliastra dell’Augustus Massimiano, Teodora. Bella, raffinata, figlia di una Siriana e molto più giovane di lui. Nel giro di una decina di anni gli darà sei figli.

 

La tetrarchia.

Ma Diocleziano ha in mente, soprattutto, un progetto nuovo per la struttura dell’Impero. Con l’obiettivo preciso di scongiurare le continue ribellioni nelle province o nei vari scacchieri periferici, aumentando nel contempo la vigilanza e ripristinando la disciplina nell’esercito, divide l’Impero in Oriente e Occidente, chiama il vecchio commilitone Massimiano, al quale affida l’Occidente, riservando a sé l’Oriente, oltre la preminenza del comando e delle grandi decisioni. Di lì a poco perfeziona la divisione nella tetrarchia: due Augusti, Diocleziano e Massimiano; e due Caesares alle dipendenze degli Augusti: rispettivamente Galerio e Costanzo Cloro. Poi quattro capitali: Nicomedia (Diocleziano), Sirmium (Galerio), Mediolanum (Massimiano), Augusta Treverorum (Costanzo Cloro). Indubbiamente la tetrarchia, almeno negli anni a cavallo del secolo, riportò l’Impero all’antico prestigio e l’efficienza militare delle legioni a livelli che sembravano perduti. Ai margini, tuttavia, restavano sussulti di rivolta. Due si ebbero, in Africa proconsularis e in Aegyptus, in due città dal nome fatidico: Carthago e Alexandria. Nell’una e nell’altra si erano proclamati imperatori Giuliano e Achilleo. Contro Achilleo (anno 296) si mossero da Nicomedia lo stesso Diocleziano, portando con sé il giovanissimo Costantino. La resistenza di Achilleo, rinchiuso dentro Alexandria, costrinse Diocleziano a tagliare gli acquedotti. Quando la città si arrese, fu il massacro. Archiviato il capitolo Alexandria, Costantino seguì Diocleziano in Mesopotamia, dove il Caesar d’Oriente, Galerio, era impegnato sul fronte dell’Eufrate contro i Sasanidi. Ignaro o ostentatamente dimentico delle precedenti campagne di Roma, Galerio si era avventurato nelle pianure desolate della Mesopotamia alla mercé della cavalleria sasanide. A stento riuscì a salvare le legioni dalla distruzione. Diocleziano lo accolse senza rimproveri, ma lo costrinse a percorrere a piedi più di un miglio dietro il suo carro per la grande strada di Antiochia. L’anno dopo Galerio, umiliato, roso dalla rabbia, cambiò truppe e tattica. Accertatosi del modo di accamparsi dei Sasanidi, li assaltò di notte, cogliendoli di sorpresa. Ne fece strage. Quanto alle condizioni, che allora impose ai vinti, valsero ad assicurare all’Impero quarant’anni di pace sulla frontiera del Tigri.

 

Mappa dell’Impero romano durante la prima Tetrarchia di Diocleziano (284-305 d.C.).

 

Costantino come Achille.

Tornato a Nicomedia con Diocleziano, Costantino ha vent’anni. Combatte nella Moesia e sul Danubio contro Goti e Sarmati, le incursioni dei quali erano, si può dire, periodiche come le stagioni dell’anno. La guerra contro i Sarmati fu anche teatro di un episodio d’altri tempi ed ebbe l’effetto di richiamare alla memoria l’epicità dei duelli omerici dell’Iliade. Costantino che sfida e scende a singolar tenzone con il capo dei barbari, al cospetto dei due eserciti schierati, e ne esce vincitore. Di statura e struttura atletica, era inoltre coraggiosissimo e come tale, allora e poi in seguito, amatissimo dai soldati. Anzi, la fiducia e la popolarità che riscuoteva fra loro, la sua virtù militare, la rapidità delle risoluzioni sono la chiave per capire – come per Alessandro, Annibale o Cesare – la straordinarietà delle sue vittorie. Diocleziano, che a Nicomedia lo aveva tenuto vicino a sé quasi come un ostaggio (o almeno all’inizio, secondo le insinuazioni di Lattanzio), ebbe modo e tempi per valutare di lui l’ardire dell’animo e le qualità militari, come aveva valutato quelle del padre Costanzo Cloro. La stima manifestatagli in più occasioni da Diocleziano, aggiunta alla popolarità fra i soldati, finì per ingelosire Galerio. Con dispetto il Caesar d’Oriente intravide in Costantino non soltanto un futuro, valente condottiero d’eserciti, ma un avversario temibile. I prodromi della rivalità saltarono fuori alle dimissioni di Diocleziano; dimissioni che, inusitate e impreviste, furono un evento sconvolgente.

 

Pretoriani ed equites singulares. Bassorilievo, marmo, II sec. d.C., dal Grande fregio traianeo. Roma, Arco di Costantino.

 

Il gran rifiuto di Diocleziano.

Nella storia romana c’era un unico precedente: Lucio Cornelio Silla, che, nel 79 a.C., aveva rinunciato alla dittatura. Lo fece pubblicamente, scegliendo la platea sbigottita e trepidante del Foro. Diocleziano, quasi quattrocento anni dopo, preferì per il gran rifiuto la piana a tre miglia da Nicomedia, dove aveva convocato l’assemblea dei soldati. Era il 1 maggio 305: dritto nella persona, ma pallido per la strana malattia che lo affliggeva da un anno, Diocleziano per l’ultima volta passò in rivista i vessilli delle legioni, gli ufficiali, la guardia palatina prima di salire alla tribuna e rendere esplicita la sua decisione. Per le fatiche sopportate e per la debolezza degli anni (toccava in realtà appena i sessanta) non se la sentiva più di reggere il peso del governo; quindi cedeva la somma del potere a chi aveva energie e forze adeguate per adempiere ai doveri e ai compiti richiesti dalla vastità dell’Impero. In quello stesso giorno a Mediolanum, rispettando le disposizioni concordate in precedenza per un corretto funzionamento della tetrarchia, anche Massimiano abdicava dal suo potere di Augustus. Li avrebbero sostituiti Gaio Galerio in Oriente, Costanzo Cloro in Occidente. Restava da nominare i nuovi Caesares, che furono rispettivamente Valerio Massimino Daia e Flavio Valerio Severo. Presente alla cerimonia dell’abdicazione del passaggio di consegne c’era un testimone avidissimo di notizie e retore: Lucio Celio Firmiano Lattanzio (autore in seguito di un libro famoso per l’apologia del Cristianesimo, De mortibus persecutorum). Di Diocleziano e del suo rifiuto scriverà dodici anni dopo, quando era ad Arelate (Arles) e precettore di Crispo, il figlio naturale di Costantino. Nel racconto di Lattanzio la figura di Diocleziano è molto diversa da quella dell’imperatore imperturbabile e controllato degli storici pagani. Alla tribuna dinanzi all’esercito schierato si presenta addirittura in lacrime. La decisione di dimettersi gli è stata imposta con le minacce, o peggio con l’incubo di una guerra civile, da Galerio che oltretutto gli era genero, avendo sposato la sua unica figlia Valeria. E ci sarebbe stata anche un’altra imposizione di Galerio: la nomina dei due nuovi Caesares. Lattanzio sostiene che la scelta di Diocleziano era caduta su Costantino (per l’Occidente) e Massenzio (per l’Oriente), quest’ultimo figlio legittimo di Massimiano e, fra l’altro, genero di Galerio. Il racconto di Lattanzio si colora di imprevisti: ecco che all’annuncio dei nuovi Caesares un vento iroso scompiglia le linee irrigidite dell’esercito. Si pensa perfino che Costantino abbia cambiato nome, tanto più che i soldati lo vedevano sulla tribuna; finché Galerio, senza nemmeno voltarsi, allunga una mano all’indietro, afferra Massimino Daia, poi Severo e li trascina in prima fila alla vista dei soldati. La nomina dei due Caesares poneva le premesse, in un non lungo volgere di lune, a future rivalse, discordie, guerre civili. Rientrato in città, Diocleziano cambiò la biga in una carrozza da viaggio e, senza fermarsi ulteriormente a Nicomedia, proseguì per il Bosforo, poi per le strade polverose della Thracia fino alla solitudine di Spalatum (Split, in Croazia). Con lui finiva una struttura politica, una concezione del potere. Doveva averlo avvertito lui stesso nel momento in cui si accingeva all’abdicazione, se arrivò a proporre alla dignità di Caesares Costantino e Massenzio. Ritornava cioè al principio di successione ereditaria in luogo dell’altro, aristocratico e razionale, dell’adozione e della scelta per merito. Ma era anche riconoscere, almeno in parte, il fallimento di una costruzione politica, immaginata e portata avanti dalle geometrie della ragione. Nella quale, quasi da neofita, lui, Diocleziano, che era figlio di schiavi, aveva creduto con un eccesso di ottimismo, riversando nell’efficacia delle leggi concepite la salvaguardia risolutiva di tutti i problemi politici e sociali.

Diocleziano. Testa, marmo, 284-305 d.C. da Nicomedia. Istanbul, Museo Archeologico.

 

Costanzo Cloro richiama il figlio.

Scomparso Diocleziano dalla scena politica, Costantino non aveva più ragione né voglia di rimanere a Nicomedia, né tanto meno intendeva militare agli ordini dell’uno o dell’altro dei Caesares, in particolare di Galerio. Ambizione e orgoglio lo mordevano alla nuca. Dei nuovi Caesares, Flavio Valerio Severo, bravo generale e più bravo bevitore, era sempre stato alle dirette dipendenze di Galerio; l’altro Massimino Daia, era più giovane, irruente, superstizioso e figlio della sorella dell’Augustus. In pratica due creature di quest’ultimo. Nella tetrarchia Galerio assumeva non solo il compito di primus inter pares, che era stato di Diocleziano, ma indirettamente – attraverso il Caesar d’Occidente, Severo – veniva a invadere il terreno dell’altro Augustus, Costanzo Cloro. Il quale non tardò a far sentire la sua voce. Dapprima in forma, si può dire, amichevole, con la richiesta a Galerio di Costantino, adducendo a pretesto lo stato non buono di salute e il naturale desiderio paterno di rivedere il figlio primogenito dopo dodici anni. Galerio indugiò a rispondere, poi enumerò una serie di motivi. Taceva ovviamente quello vero, determinante: che padre e figlio uniti, proprio per le loro ambizioni, qualità militari, generale consenso negli eserciti, sarebbero stati prima o poi tentati dalla grande avventura di essere i soli padroni del mondo. Su Costantino, in particolare, anche nel periodo di Nicomedia, non mancavano descrizioni celebrative dei panegiristi. Senza alcun dubbio, nelle operazioni di guerra sui vari fronti, aveva dato prove di coraggio, abilità, grande valore, risolutezza. Basta ricordare il duello omerico con il capo dei Sarmati. Dalle statue, poi, appare evidente come fosse aitante e forte della persona. Eusebio di Cesarea aggiunge che «non c’era nessuno che gli si potesse paragonare per grazia e bellezza del corpo, nonché per la statura, e che superava tutti i suoi coetanei in gagliardia e attività al punto da sembrare loro perfino temibile». Per di più a Nicomedia, nel 303, Costantino era stato testimone della persecuzione dei cristiani e insieme dell’incendio del palazzo imperiale, che doveva fugare le residue perplessità di Diocleziano. La persecuzione era stata voluta soprattutto da Galerio Caesar quando nell’esercito si era trovato di fronte a casi di viltà, mascherati da motivi religiosi. I soldati che avevano disertato – obiettori di coscienza ante litteram – erano cristiani.

Costanzo Cloro. Testa, marmo, 300 d.C. ca. Berlin, Altes Museum.

 

La persecuzione dei cristiani.

Diocleziano, contrario all’inizio a decisioni radicali, aveva ordinato allora un’inchiesta nell’esercito. Sospettati di slealtà, i cristiani erano stati ipsō factō radiati. Ma il vero e più pericoloso covo degli adepti della religione salvifica del Cristianesimo era all’interno del palazzo e costituito dagli eunuchi. Forse per loro istigazione lo stesso palazzo imperiale andò a fuoco, bruciarono le stanze di Diocleziano. Era troppo anche per uno come lui, disposto alla ragionevolezza. Da allora non ebbe più dubbi: i cristiani erano i nemici subdoli dell’Impero. Arrestati, gli eunuchi furono giustiziati uno dopo l’altro e con loro altre persone, eminenti per gli uffici che avevano ricoperto come per il favore che avevano goduto. Potentissimi quondam eunuchi necati, scrive Lattanzio. Sulla persecuzione dei cristiani Costantino aveva evitato di pronunciarsi; sull’incendio, invece, se l’era cavata proponendo la caduta di un fulmine, visto che pioveva. Insomma Galerio, due anni dopo, non aveva nessuna ragione valida per opporsi alla richiesta di Costanzo Cloro per il figlio Costantino, anzi solo un presentimento, partorito dalla paura. Continuò, in ogni modo, a tergiversare, affidandosi agli eventi. Il grande gioco del potere era già in atto. E Costantino non attese oltre: una notte fuggì e, temendo di essere raggiunto, in ogni stazione di posta, dopo aver cambiato i cavalli, azzoppò gli altri che rimanevano, affinché gli inseguitori non se ne potessero servire. Attraversò il Bosforo, percorse la Thracia, l’Illyricum, la Pannonia, entrò in Gallia e arrivò a Bononia (Boulogne-sur-Mer), dove suo padre stava imbarcando le truppe per una spedizione in Britannia contro i Pitti e gli Scoti.

 

Galerio officia un sacrificio propiziatorio prima della battaglia. Rilievo, marmo, inizi IV sec. d.C. su pannello. Thessaloniki, Arco di trionfo di Galerio.

La fuga avvenne nella primavera del 306, e non fu soltanto la lunga cavalcata di un giovane nel pieno delle forze (aveva ventisei anni), ma anche irta di non poche difficoltà, giacché Costantino si portava dietro il figlio naturale Crispo, natogli l’anno precedente, e la madre di lui, Minervina, con la quale viveva morē uxoriō. Come Costanzo Cloro, più di vent’anni prima, con Elena, la stabularia. Solo che lui, Costantino, scappando, non poteva lasciare ostaggi nelle mani vendicative di Galerio. La spedizione in Britannia ebbe un esito rapido. Nell’isola Costantino combatté a fianco del padre; più verosimilmente, per la precarietà della salute di Costanzo Cloro, ottenne sul campo le insegne del comando delle legioni; il che spiega come, alla morte del padre, Augustus d’Occidente, proprio le legioni, senza esitazione alcuna, lo proclamarono imperatore.

 

Caesar d’Occidente.

Costanzo Cloro morì a Eboracum (York) il 21 o il 25 luglio del 306, a cinquantasei anni. Era stato Augustus d’Occidente poco meno di quindici mesi. Al suo capezzale la moglie Teodora con i sei figli e Costantino. Gli storici del tempo sono abbastanza incerti sul fatto che Costanzo Cloro abbia o no designato il suo primogenito a succedergli. La proclamazione di Costantino venne dalle truppe, spontaneamente, ritornando alla vecchia e deleteria provocazione per cui fosse l’esercito ad eleggere un imperatore. Il che era poi il contrario della costruzione ideata e voluta da Diocleziano. Di sicuro l’esercito sbarcato in Britannia, eleggendo il figlio di Costanzo Cloro, intendeva assicurare la continuità del comando, sotto il quale aveva militato per quindici anni, apprezzandone sia la sagacia militare, la temperanza, la sollecitudine, sia il tenore di vita uguale negli accampamenti come nella residenza imperiale. Si diceva, per esempio, che in occasione di ricevimenti o di pranzi ufficiali Costanzo Cloro si facesse prestare da amici e dignitari l’argenteria. A ogni buon conto l’elezione di Costantino si avvalse anche del pieno consenso di un corpo di Alemanni che in Gallia si era imbarcato con Costanzo Cloro. Era il segno dei tempi: in seguito, quando l’impiego di interi corpi di “barbari” divenne normale e indispensabile, l’Impero affrettò la propria rovinosa catastrofe.

Costantino. Follis, Londinium 310 d.C. Æ 4,32 gr. Recto: Soli invicto comiti; Sole, stante verso sinistra, con la destra alzata e un globo nella sinistra; le sigle T-F ai suoi fianchi e PLN in exergo.

Costantino, di solito risoluto nelle decisioni militari, nella situazione specifica si comportò da politico navigato, forse ricordandosi della lezione di Diocleziano. Scrisse una lettera a Galerio. Travolto, diceva, dalla morte del padre, come dal fermento dell’esercito, aveva accettato o meglio subito la proclamazione a “imperatore” per stroncare sul nascere le possibili degenerazioni di mestatori e capipopolo, come era accaduto in passato prima della tetrarchia dioclezianea. In breve, gli era mancato proprio il lasso necessario di giorni per sollecitare direttamente da lui, Galerio, l’investitura costituzionale. Prudente, modesto il tono della lettera, non però servile, giacché Costantino era cosciente di rivendicare con giusta ragione il diritto alla successione del padre.

A Nicomedia Galerio fu tutt’altro che convinto. Quello che più lo imbestialiva era l’ipocrisia di Costantino, la stessa che imputava ai cristiani e per la quale era stato ed era con loro inesorabile. Furibondo, accecato dalla rabbia, voleva addirittura trapassare da parte a parte con la spada l’incolpevole messaggero. Anche le minacce, dichiarate al momento, si esaurirono come il fuoco nelle are dei sacrifici. Non solo la distanza di Nicomedia da Eboracum era immensa, ma, soprattutto, avrebbe dovuto affrontare sul campo l’esercito d’Occidente, formato in gran parte da Celti e Germani. Non tanto la ragione, insomma, quanto l’incertezza di una guerra civile, l’abilità militare e, al di là delle poche parole cortesi o “ipocrite”, la risolutezza di Costantino lo indussero a ratificare la scelta dell’esercito delle Galliae. Si riservò, comunque, una non piccola rivalsa: promosse Severo da Caesar ad Augustus, facendolo subentrare a Costanzo Cloro con sede a Mediolanum, e dette a Costantino il titolo di Caesar. La forma dell’istituzione tetrarchica si poteva dire slava, come era salvo, apparentemente, il rispetto fra i suoi quattro membri.

Ma non resistette che due mesi. I venti inclementi d’autunno scoperchiarono prima il tetto della costruzione dioclezianea, poi presero a sgretolare i cornicioni, infine i muri di sostegno. La rovina prese l’avvio proprio da Roma, la capitale dimenticata e abbandonata. Diocleziano c’era stato una sola volta insieme con Massimiano, nel novembre 303, per il ventennale della sua proclamazione all’Impero. Mai Costanzo Cloro e Galerio. A Roma, invece, abitava Massenzio. Avvelenato per essere stato escluso dalla spartizione del potere, lui che era l’unico figlio maschio di Massimiano, si fece interprete dell’insofferenza e della rivolta di Roma contro l’Augustus d’Oriente. Per avidità o perché pressato da vuoti di cassa, Galerio aveva in effetti ordinato un censimento sui beni dei sudditi dell’Impero con lo scopo preciso di gravare nuove imposte sugli immobili, come sulle persone.

C. Galerio Valerio Massimiano. Testa, porfido, inizi IV sec. d.C. dal palazzo imperiale di Felix Romuliana (od. Gamzigrad, Serbia).

 

Di Massenzio i panegiristi delinearono il ritratto di un uomo corrotto, dissoluto, sensuale, crudele. Forse aveva davvero queste tare del carattere e del comportamento. Era anche «brutto e meschino d’aspetto», faceva della notte giorno e appunto di notte entrava nelle case e violentava le donne. Lo strano, tuttavia, è che tutti questi difetti, vizi, brutture dell’animo vennero fuori quando si mese a contendere il possesso dell’Italia a Costantino. In pratica cinque anni dopo.

Fino al 306 l’Italia e Roma in primis erano state quasi esenti da regolari tassazioni (Roma lo era dalla conquista della Macedonia). Adesso, però, i funzionari inviati da Galerio e preposti all’estimo, temendo occultamenti o frodi, usavano non pochi mezzi coercitivi e perfino la tortura. Fu la causa o il principio più saldo per la rivolta. Machiavelli dice che un principe, nella pratica di governo, deve soprattutto fuggire l’odio, e questo lo può quando si astenga «dalla roba de’ sua cittadini e de’ sua sudditi… perché gli uomini sdimenticano più presto la mote del padre che la perdita del patrimonio». Era un pensiero di Tacito, ma Arbelio, vicarius in urbe Roma, l’aveva scordato o non l’aveva mai letto o temeva più le ire di Galerio che le dimostrazioni popolari. Furono spogliate le famiglie più ricche e non solo quelle; carri pieni di suppellettili, argenteria, vasi dorati, statue, attraversavano ogni giorno le strade. La loro vista eccitava la folla. Per contro le guardie di Arbelio erano insolenti, volutamente spregiose. Accadde che da Hostia per quattro o cinque giorni non arrivassero i barconi con il grano. La città era alla fame, ma ci voleva un capo che prendesse su di sé l’onere e l’orgoglio di riscattare la grandezza di Roma, come la libertà dell’Italia dal dispotismo di un armentario illirico. Per il nome e la volontà di riscatto Massenzio era l’uomo. Galerio, ovvero Arbelio per lui, commise l’errore definitivo: minacciò una riduzione drastica delle coorti pretoriane, addirittura la loro soppressione. Fu una fiammata: Arbelio ucciso, saccheggiato il palazzo vicariale, Massenzio acclamato imperatore romano. Era il 28 ottobre 306.

Massenzio. Follis, Roma 307-312 d.C. Æ 3,2 gr. Recto: Maxentius P(ius) F(elix) Aug(ustus). Testa laureata e barbata dell’imperatore, volta a destra.

 

Per Galerio franava il mondo. Nel giro di appena diciotto mesi i legami, le aspettative, le leggi, la struttura medesima della tetrarchia, di cui si vantava di essere ora il capo supremo, gli si disfecero tra le mani, divennero passato. Non era mai stato un abile politico, pensava da soldato come in un campo di battaglia. e adesso la rivolta in atto non era in un angolo dell’Impero, ma in Italia, e il capo era suo genero. Non cercò neppure un approccio. Era offeso: Massenzio si tenesse pure sua figlia in ostaggio; Severo, che da Mediolanum si sarebbe subito mosso con un esercito, non avrebbe incontrato difficoltà o resistenza, doveva combattere con una plebaglia, quella romana, avvezza solo ai giochi del circo e a vivere di congiari (le distribuzioni alla plebe di olio e di vino, n.d.r.); e Massenzio – il genero impostogli da Diocleziano – non era che un imbelle vizioso.

La sorpresa Severo l’ebbe non appena si trovò di fronte alle mura di Roma. Fino ad allora si era figurato di compiere una rapida spedizione punitiva: vide sulle Mura aureliane macchine da lancio e armati spavaldi pronti a resistere a qualunque assedio. Inoltre, già nei primi giorni, successe un fatto increscioso e assolutamente imprevisto e che ebbe conseguenze devastanti: un numeroso contingente di cavalleria maura disertò, passando a Massenzio. Certo era stato adescato con il miraggio di donativi speciali, ma era proprio questo che inquietava. Arrivarono altre defezioni. Infine, una mattina di gennaio, il pallido sole invernale, alzatasi la nebbia, scoprì nella campagna intorno a Roma la desolazione che segue all’abbandono di un esercito.

 

Ricompare Massimiano.

Severo fuggì a Ravenna in attesa di aiuti e di ordini precisi da parte di Galerio. Quanto era accaduto gli appariva incredibile, peggio di un brutto incubo. Poi venne a sapere che dalla villa in Calabria, in cui si era ritirato, Massimiano era piombato a Roma. Forse c’era già anche durante l’assedio. Chiamato dal figlio o spinto dall’insopprimibile desiderio di potere. Massimiano conosceva bene Galerio e sapeva che non avrebbe avuto pace finché non si fosse vendicato del doppio scacco subito. Per non avere contemporaneamente a combattere con tutti e due, avrebbe dovuto ingabbiare Severo prima che Galerio giungesse in Italia. Si presenta davanti alle mura di Ravenna, parla di tregua, ricorda ai soldati il suo recente passato di Augusto, ottiene anche un colloquio con Severo. Promesse, giuramenti, elogi ammantati di sottili adulazioni. Non era forse meglio, aggiunge, affidarsi alla lealtà di un vecchio Augusto piuttosto che alla collera irata del nuovo? Lo convince. Severo esce da Ravenna diretto a Roma per stipulare le condizioni di un accordo. Ma, varcate appena le mura, è ucciso. Zosimo sostiene che l’uccisione avvenne tra Spoletium (Spoleto) e Interamna (Terni) e che fu Massenzio a tendergli l’imboscata e che poi «gli strinse il cappio intorno al collo». Per Massimiano la calata di Galerio in Italia era scontata. Di sicuro sarebbe venuto con un esercito imponente, agguerrito; né lui, Massimiano, era al momento in grado di opporglisi. Pensò, allora, a Costantino come all’unica alleanza capace e di contrastare e di battere l’Augustus d’Oriente. D’accordo, la morte proditoria di Severo rendeva la situazione ancor più difficile dal punto di vista morale, ma restava il fatto che Massenzio e il figlio di Costanzo Cloro si erano ripresi i territori (l’Italia il primo, le Gallie il secondo) assegnati loro dalla volontà e dalla decisione di Diocleziano, poi stravolte da Galerio. L’incontro con Costantino ebbe luogo ad Augusta Treverorum. La neve imbiancava ancora le campagne intorno al Reno e Massimiano aveva con sé la sua ultima figlia, Fulvia, bella di un fascino esotico, giovanissima, e la offrì in matrimonio a Costantino. Dimenticata o morta, secondo le fonti cristiane, Minervina, l’amante e madre di Crispo. Il matrimonio fu celebrato il 31 marzo del 307 ad Augusta Treverorum con grandi festeggiamenti. Allo scopo di attirare il genero nell’alea della sua politica, Massimiano si prestò ora a conferirgli il titolo di Augustus. Insomma, per una combinazione di eventi, Massimiano aveva dato in moglie le figlie prima al padre, poi al figlio e posto loro sul capo, successivamente, con le proprie mani, la corona di imperatore.

 

Massimiano. Testa, marmo, fine III sec. – inizi IV sec. d.C. dalla villa romana di Chiragan. Toulouse, Musée St.-Raymond.

 

Galerio contro Roma.

Galerio scese in Italia con l’esercito d’Oriente, i veterani illirici e l’animo vendicativo e gonfio di ferocia. Arrivò fino a Narnia (Narni), a sessanta miglia da Roma, incontrando una resistenza limitata. Ma la grande battaglia in campo aperto, come si aspettava, contro Massimiano e il genero non avvenne. Si ripeté, anche se in scala meno sconvolgente, ciò che era successo a Severo. Tanto erano forti l’astio, il rancore, la paura, la collera contro Galerio che i Romani, spontaneamente, dettero a Massimiano e Massenzio le ricchezze che avevano sottratto alla sua rapacità. A questo si aggiungono la liberalità di Massenzio e il ricordo delle elargizioni alle truppe di Severo, esche fin troppo appetibili per la diserzione. Galerio più che combattere contro i nemici, fu ora costretto a trattenere anche i veterani. La loro fedeltà cominciava a mostrare buchi, aperti alla corruzione. Ritirandosi, permise loro saccheggi indiscriminati e selvaggi. Le campagne furono bruciate, villaggi e piccole città rasi al suolo. L’esercito di Galerio che ripassava le Alpi era carico di preda, di rabbia e di buia impotenza. Come il suo imperatore.

Massenzio aveva tallonato a distanza la ritirata del suocero. Massimiano, invece, fremeva dal desiderio di non lasciare impunite le distruzioni che l’altro si lasciava dietro di sé. Corre da Costantino: gli si profilava davanti, dice, la più insperata delle occasioni: sbarazzarsi una volta per sempre di Galerio, in fuga dall’Italia, stanco e avvilito l’esercito. Se attaccato improvvisamente e al momento opportuno, l’avrebbe avuto alla sua mercé e l’esercito si sarebbe disfatto come una grossa palla di lardo messa al fuoco. L’Impero, insomma, si poteva ridurre a una questione familiare. E, tuttavia, nemmeno le voglie di una giovanissima moglie bastarono a impigliare fra le lenzuola del letto la lucidità di Costantino. Semmai, proprio la prospettiva di un Impero da gestire o spartire in famiglia, lo dissuase.

Massimiano valeva Galerio; fra i due era da preferire il secondo, impulsivo, prevedibile, meno dissimulatore e meno abile nel gioco della politica. inoltre Costantino, che era stato a lungo sulla frontiera del Danubio, sapeva perfettamente che le migliori truppe di Galerio erano di stanza appunto su quel fronte e, all’occorrenza, potevano essere richiamate in qualunque momento. Fra l’altro le comandava un commilitone di Galerio, a lui legato da vecchia amicizia e generale validissimo, Licinio.

 

Padre e figlio.

Non si rassegnò Massimiano, vedendo svanirgli un potere o almeno la possibilità di un ritorno al potere, che gli era sembrato a portata di mano. Rientrò in Italia, fidando nella riconoscenza di Massenzio. Per due volte l’aveva salvato dagli eserciti di Severo e di Galerio. Giudicava il figlio dissoluto ed indolente, come la madre siriana, e abituato a vivere non negli accampamenti, ma fra i bagni, il circo, le orge notturne. Meno che mai sarebbe stato in grado di governare o destreggiarsi in una situazione che di giorno in giorno diveniva più drammatica, in continuo cambiamento, e che richiedeva nervi saldi e prontezza di azione. Galerio, operata una nuova divisione dell’Impero d’Oriente, aveva affidato a Licinio (nominato Augustus al posto di Severo) la Raetia, la Pannonia, l’Illyricum, cioè le regioni a ridosso dell’Italia. Nel caso di un attacco come gli avrebbe resistito Massenzio? In Italia era al potere per un colpo fortunoso di mano. Ma se gli era stato facile impadronirsene, molto più difficile gli sarebbe stato mantenerla. In breve, gli occorreva una guida, la mente e l’esperienza di chi aveva alle spalle una serie vittoriosa di battaglie, sostenute nei diversi fronti, e quindi sapeva come guidare un esercito. Contrariamente a quanto si aspettava, Massenzio non solo non cedette, ma gli si rivoltò con arroganza: lui, Massenzio, era l’imperatore d’Italia, legittimato dal voto del popolo romano e del Senato. Per Massimiano, roso dall’ossessione di quello che era stato (padrone di una metà del mondo), fu uno schiaffo intollerabile da sopportare, ricevuto per di più dal figlio. Cieco di furore arrivò, nel buio dell’esasperazione, fino a deturpare se stesso, mettendo in giro una voce ignobile: che Massenzio non era suo figlio, ma nato dall’adulterio di sua moglie con un Siriano. Poi gonfio del vecchio orgoglio, si presenta alla caserma dei pretoriani e alla tribuna inveisce contro Massenzio. Un uomo corrotto, imbelle, che mai nella mischia di una battaglia ha rischiato il ferro del nemico, può vestire la porpora di imperatore? Nel fervore dell’accusa e dell’indignazione gliela strappa di dosso. Credeva già di udire urla e gridi di consenso. Niente. Lo investì, invece, il gelo del silenzio. Poi via via mugugni, contestazioni che andavano a infrangersi contro la tribuna come marosi contro gli scogli. Era la fine. L’altro, figlio o bastardo, lasciò la tribuna e si gettò nelle braccia dei pretoriani. A Massimiano la fortuna mostrava ora la livida faccia della malignità. Tutti l’avevano tradito: la moglie, il figlio e, in parte, anche l’altra figlia ad Augusta Treverorum. Partì per l’Illirico e, solitario e triste, andò alla ricerca dell’unico che gli restava e in cui aveva sempre avuto una fede intemerata: l’esule volontario di Spalatum.

 

La riunione di Carnuntum.

Carnuntum era una cittadina della Pannonia alla confluenza del Danubio con l’Inn e il Lech (oggi in territorio austriaco). Nel novembre del 308 vi si riunirono i membri della tetrarchia con l’esclusione del non riconosciuto Massenzio e di Costantino, che al momento, forse, era il membro più determinante. L’idea era partita da Galerio, con lo scopo preciso di ridare fondamenti legali e spettacolari a una struttura politica per molti versi traballante. Pretesto: la consacrazione ufficiale ad Augustus di Licinio Valerio Liciniano.

Altare dedicato a Mitra da Galerio, Licinio, Massimino Daia e Costantino. Marmo, 308 d.C. CIL III 4413. Carnuntum Museen.

 

Naturalmente Diocleziano e Massimiano nei posti d’onore per conferire, almeno alla facciata, lustro e solennità. Diocleziano era stato molto restio a lasciare il palazzo di Spalato per Carnuntum. A spingerlo erano state due persone a lui più vicine e interessate: Massimiano e Valeria, la figlia; ambedue con la volontà dichiarata di convincerlo a riprendere nella tetrarchia la sua posizione di Iovius, di indiscusso primato. Massimiano vi aggiunse i rigurgiti ambiziosi di rientrare nel ruolo che aveva avuto. Un progetto o un disegno politicamente anacronistico, inattuabile. L’autunno in Pannonia era piovoso e lo scenario naturale, grigio e spoglio, induceva a riflettere sull’instabilità della fortuna. Silla e Cesare avevano insegnato che l’esercito era il potere. Diocleziano e Massimiano, che non avevano più il comando degli eserciti che legittimassero la validità, nonché la forza delle loro richieste, incredibilmente (Massimiano, soprattutto), se ne dimenticarono. E il loro passato di Augusti, al di fuori delle ipocrite e sontuose attestazioni di rispetto, non poteva avere, né ebbe alcun peso sulla bilancia decisionale del potere.

Carnuntum servì a Galerio per l’ultima illusione di un prestigio e di una maestà, che in parte erano soltanto formali, e a Licinio Valerio Liciniano per una specie di investitura sacrale, a lungo desiderata, dalle mani dell’Augustus Iovius. In definitiva fu anche l’epilogo della tetrarchia. Dall’indomani avrebbero preso a spirare i venti furiosi e distruttivi delle guerre civili. Augusti e Caesares, gli uni contro gli altri, senza esclusioni di colpi, con massacri e stragi fin nello stesso ambito familiare. Proprio niente di nuovo sotto il sole.

Non erano finite le brume autunnali sul Danubio che Massenzio lasciò Carnuntum e si diresse ad Arelate, nella Gallia meridionale, presso la figlia Fulvia e il genere Costantino. Era avvilito, moralmente distrutto. A Carnuntum i contrassegni esterni dell’antica considerazione gli erano sembrati una mascheratura da Saturnali. Nella cerimonia, poi, dei commiati, Galerio – dopo aver recitato una sorta di apologia di se stesso – vi aveva aggiunto una nota vendicativo-sarcastica, eleggendolo insieme con lui console per il 309. Sapeva bene che i consoli nominati a Nicomedia e Serdica non erano riconosciuti a Roma, e viceversa. Sicché lui, Massimiano, sarebbe stato console contro o al posto del figlio Massenzio.

Diocleziano. Antoniniano, Lugdunum 290-291 d.C. AE 5, 02 gr. Recto: Iovi Augusto. Giove stante, con Vittoria su globo e scettro, e un’aquila ai suoi piedi.

 

L’inganno di Arelate.

Ad Arelate – dove Costantino da Augusta Treverorum aveva trasferito una parte del governo e soprattutto il tesoro per le campagne di guerra – Massimiano depone la porpora per la seconda volta. Si sentiva estraneo, tagliato fuori dalla vita attiva della politica e ripensava alla saggezza e al distacco di Diocleziano. «Se tu vedessi quali cavoli mi crescono negli orti di Spalatum – gli aveva detto, accomiatandosi da lui – nemmeno mi avresti chiesto di tornare ad occuparmi dell’Impero».  Arrivò la primavera e con essa ripresero sul Reno le invasioni dei popoli germanici. Questa volta furono i Franchi, popolo fra i più valorosi e amanti della guerra. Costantino si mosse da Augusta Treverorum con la solita rapidità. Era la sua arma migliore e più sorprendente. Ma, improvvisamente, sulla riva sinistra del Reno, poi nella Gallia si propagò la voce che i Franchi avessero rotto, massacrato l’esercito romano, lo stesso Costantino fosse morto sul campo. Valorosamente. La voce arrivò ad Arelate. Sgomento e paura. Non per Massimiano, che anzi di colpo riacquistò energie, spirito combattivo, iniziativa. La morte di Costantino lo rimise di necessità in gioco. Potè riprendersi la porpora di Augustus. Né lasciò tempo in mezzo: si impadronì del tesoro imperiale, poi radunò e parlò ai soldati di stanza ad Arelate, corse all’accampamento fuori città, dispensò denaro a piene mani. Era convinto che la fortuna gli alitasse di nuovo sulla faccia. Ma se lui conosceva, per esperienza, i vantaggi della violenza, le sorprese dell’inganno, l’altro, il creduto morto, fu un fulmine di guerra. Appena informato di quello che stava accadendo ad Arelate, stipulò una tregua con i Franchi: rinunciava a inseguirli e ad ammucchiare i loro cadaveri sulla riva del fiume, purché ripassassero subito il Reno e se allontanassero per quaranta miglia; poi velocemente giunse a Soana, imbarcò le truppe Ad Catalaunos e, seguendo la corrente del Rodano, arrivò ai porti di Arelate. Massimiano era pratico di guerra e di movimenti di truppe, ma rimase meravigliato, atterrito dalla stupefacente rapidità di Costantino. Neppure tentò di opporglisi in qualche modo. Fuggì a Massilia (Marsiglia), ritenuta imprendibile. E Costantino pose l’assedio alla città dalla parte di terra. Massimiano credeva di contare su due fattori: la via libera sul mare, che gli consentiva rifornimenti e quindi una resistenza a oltranza; l’aiuto di Massenzio. I Massalioti vanificarono l’uno e l’altro, aprendo le porte a Costantino.

Ricostruzione a disegno del teatro di Arelate (od. Arles).

 

La versione dei panegiristi cristiani.

Sulla morte di Massimiano le versioni sono diverse. Il dato certo è che, il giorno dopo la resa della città, Massimiano comparve in catene davanti al vincitore. Incerto è se, nella circostanza, si parlassero o no; e quale morte fosse riservata al prigioniero. Costantino gli concesse di morire da Romano, suicidandosi, oppure lo fece impietosamente strangolare? La versione dei panegiristi cristiani è più fantasiosa e molto meno credibile, conoscendo il carattere duro, inflessibile di Costantino e come in seguito si sia comportato con chiunque – legato o no a lui da vincoli di parentela – avesse attentato al suo potere. Dunque, secondo Eusebio e Lattanzio, Costantino fece grazia della vita a Massimiano e non solo: gli permise di vivere a corte, benché spogliato di ogni potere. E a corte, ad Augusta Treverorum, Massimiano cercò un giorno dopo l’altro di persuadere la figlia a rendersi complice dell’assassinio del marito; assassinio che si doveva compiere di notte e nel letto matrimoniale. Fausta acconsentì o finse di acconsentire; finché un giorno rivelò il piano al marito. La notte stabilita per l’assassinio di Costantino, il posto di lui nel letto fu preso da un eunuco. Sicché, quando Massimiano, lordo di sangue e uscito dalla camera, si mise a gridare di essere il solo imperatore, ecco che dal fondo del corridoio, illuminato improvvisamente dalle torce dei soldati, gli venne incontro proprio Costantino, la figura alta e ieratica come una condanna.

Nell’estate del 310 Galerio era nella Moesia a Serdica (l’odierna Sofia), che con Nicomedia in Bithynia divideva il vanto di capitale dell’Impero d’Oriente. La montagna a ridosso della città rendeva l’aria più salubre di quella affocata di Nicomedia. Inoltre Serdica gli ricordava gli anni della giovinezza, della prima milizia, le battaglie sul Danubio e il periodo esaltante di quando era Caesar e aveva sposato Valeria, la figlia di Diocleziano. Dopo l’euforia momentanea di Carnuntum gli riaffiorarono alla mente i problemi non risolti, gli scacchi subiti: l’Italia e l’Africa proconsularis in mano a Massenzio, invendicati il fallimento della sua «spedizione» fin quasi alle porte di Roma e la morte di Severo. E non stava bene in salute. Aveva un temperamento bilioso e facilmente irritabile. Nel riposo, per la rabbia, si era messo a bere più del dovuto, ingrassava, poi un giorno si scoprì un’ulcera ai genitali, che più o meno rapidamente gli si propagava al basso ventre. Nell’inverno gli si aprirono altre ulcere, le loro bocche pullulavano di vermi. Il fetore era enorme. Si chiamarono medici, maghi, guaritori, si immolarono vittime sulle are dei vari dèi. Bagni, profumi, pomate erano inutili contro i vermi e il fetore. Il corpo di Galerio si decomponeva in un sozzo, inarrestabile, vituperoso marciume.

Rotonda di Galerio, Thessaloniki.

 

L’editto di Galerio.

Lo scrupoloso cronista della malattia di Galerio è Lucio Celio Firmiano Lattanzio. Nel suo libro De mortibus persecutorum – scritto comunque dopo il 317 ad Augusta Treverorum, alternando la sua attività di retore a quella di precettore di Crispo, il bastardo primogenito di Costantino – con freddo, pietoso sadismo segue ogni ulteriore fase del male, che era poi la prova evidente del castigo di Dio per la persecuzione dei cristiani. Fu Valeria, la moglie dell’Augustus (che si diceva essere cristiana o simpatizzante insieme con la madre Prisca della nuova religione) a chiamare medici cristiani per la malattia del marito. Non servirono a nulla. Alla fine di aprile del 311 Galerio si umiliò a emettere, in favore dei cristiani, l’editto di ritrattazione e di tolleranza. Nemmeno questo gli servì per scampare alla morte. E implacabile il giudizio di Lattanzio: «Coloro che si avventarono contro Dio, giacciono sconfitti; coloro che torturarono a morte i giusti hanno esalato l’anima colpevole fra meritati tormenti, sotto i colpi della mano di Dio». Gaio Galerio Massimiano morì a Serdica il 3 o 4 maggio del 311. Era stato eletto Augustus esattamente sei anni prima, il 1 maggio 305. Al suo capezzale, oltre alla moglie, il solo Licinio, venuto da Sirmium sulla Sava. A lui il morente raccomandò la moglie e il figlio bastardo Candidiano. Ma come non lo avevano «miracolato» i medici cristiani o l’editto di tolleranza, così non sortirono alcun effetto le raccomandazioni per la moglie e il figlio. Anzi Licinio, che gli era stato commilitone fin dalla giovinezza e a lui doveva titoli, cariche, comandi di eserciti, province, lo avrebbe tradito miserevolmente, arrivando addirittura ad uccidergli e l’una e l’altro.

 

La spartizione dell’Impero d’Oriente.

I sintomi della guerra civile si erano avvertiti già nei bui risvolti della riunione di Carnuntum. Massimino Daia non era stato affatto contento della consacrazione di Licinio ad Augustus. Per quanto più giovane, credeva di avere più titolo e diritti di lui. Erano entrambi feroci, sensuali, avidi di potere. E si odiavano visceralmente. Ingordo, rozzo e depravato Massimino Daia; Licinio più abile ed esperto condottiero, ma gonfio di libidine, come un soldato mercenario. Nella morte di Galerio videro un’occasione unica di rifarsi: l’uno defraudato da una sorte avversa, l’altro dall’invidia degli antagonisti. Licinio di province aveva solo la Raetia, la Pannonia e parte dell’Ilyricum; Massimino Daia la Syria e l’Aegyptus. Ora si spalancavano loro le province di Galerio: l’altra parte dell’Illyricum, la Graecia, la Macedonia, Moesia Superior e Moesia Inferior, tutta l’Asia Minor, inclusa la Bithynia con la capitale Nicomedia.

Massimino Daia. Busto, porfido, inizi IV sec. d.C. Cairo Museum.

 

Avvantaggiò enormemente Massimino Daia la circostanza in cui Galerio durante la malattia e al momento della morte si trovasse a Serdica. Né lui si era mosso per visitarlo o per i funerali, benché gli fosse nipote e debitore della nomina a Caesar, fra l’altro non voluta ed ostacolata da Diocleziano. Così, avendo mano libera in Asia, si spinse con l’esercito fino alla Troas, occupò Nicomedia e arrivò al Bosforo senza colpo ferire. Licinio, ancora impelagato a Serdica, era stato colto di sorpresa e quando,  radunato in tutta fretta un esercito, corse al Bosforo, l’altra riva era saldamente presidiata dalle truppe di Massimino Daia. Stettero a guardarsi attraverso la liquida barriera del mare, misurando l’uno le forze dell’altro, finché decisero che era meglio venire ad una tregua, lunga o breve che fosse. Del resto nessuno dei due era, al momento, preparato per una guerra, né intendeva rischiare in una battaglia i territori appena conquistati. E in effetti il Bosforo, con il mare che separava le due rive, diveniva un confine naturale: da una parte l’Occidente, dall’altra l’Oriente.

Un imprevisto della tregua, trasformata poi in accordo, fu la fuga repentina da Licinio di Valeria insieme con la madre Prisca e il figlio bastardo di Galerio, Candidiano. Attraversato il Bosforo, Valeria chiese asilo all’altro contendente, Massimino Daia a Nicomedia, tornata ora a essere capitale dell’Oriente. Lattanzio addebita la fuga alla paura di Valeria di fronte alla libidine di Licinio. Lui sessantenne, lei sotto i trenta. Per lo più le passioni senili sono pervicaci, distruttive e non di rado (come nel caso in questione) impossibili a dominarsi. Valeria era illirica, bionda, una di quelle bellezze misteriose, dal fascino segreto. Galerio ne era stato innamorato e geloso, ma da lei non aveva avuto figli. Delle donne all’apice del potere la vicenda umana di Valeria è fra le più penose. Toccò i due estremi della fortuna. La sua avvenenza fisica le fu al tempo stesso causa di passioni e di grandi sciagure. È strano come la storia, paludata o austera, dimentichi o releghi in un canto la storia cosiddetta «minore», il dietro della facciata per intendersi, o quella che ha il letto come naturale gioco di contesa, e il cui peso non è meno determinante, a volte, dei colpi di Stato o delle battaglie perdute o vinte. In una struttura politica, quale la tetrarchia per esempio, immaginata e portata avanti dalle geometrie della ragione, le rivalità di potere si intrecciarono con i vincoli di famiglia e con quelli generati dalle passioni. Gli uni e gli altri, come era sempre accaduto dal tappeto di Cleopatra o dal ballo discinto di Ester, univano o strangolavano. Galerio aveva sposato la figlia di Diocleziano, Valeria, e la passione per lei fu un aculeo di continuo presente nella lotta mortale fra Licinio e Massimino Daia. Costantino, unito in matrimonio con Fausta, figlia di Massimiano e sorella di Massenzio, combatté e uccise sia l’uno che l’altro. Ugualmente si comportò con Licinio, al quale dapprima, per convenienza politica, da in moglie la sorellastra prediletta Costanza, poi, nel giro di pochi anni, muove guerra per arraffare il potere unico del mondo, arrivando impietosamente alla morte dello stesso e del figlio (ovverosia cognato e nipote).