M. Tullio Cicerone

di G.B. CONTE – E. PIANEZZOLA, Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 1. L’età arcaica e repubblicana, Milano 2010, pp. 234-265.

Un pilastro della storia politica e culturale di Roma

Cicerone fu uno dei massimi protagonisti delle vicende politiche e culturali della Roma del I secolo a.C. La sua instancabile attività di oratore, studioso e politico, a cui corrisponde una sterminata produzione letteraria, ha avuto ben pochi eguali nella storia romana e costituisce lo specchio di quelle profonde trasformazioni che cambiarono il volto della res publica nel suo ultimo secolo di vita. La sua attiva partecipazione a tutte le più importanti vicende pubbliche dell’epoca e i suoi vastissimi interessi culturali, fanno di Cicerone il simbolo stesso di tutti gli ideali e i principi su cui si fondava la tradizione etico-politica dell’uomo romano.

M. Tullio Cicerone. Busto, marmo. Roma, Musei Capitolini.

 

La vita: una carriera lunga e impegnata

Marco Tullio Cicerone nacque nel 106 a.C. ad Arpinum, da agiata famiglia equestre. Compì ottimi studi di retorica e di filosofia a Roma e iniziò a frequentare il foro sotto la guida del grande oratore Lucio Licinio Crasso (cos. 95), di Quinto Mucio Scevola l’Augure (cos. 117) e di Quinto Mucio Scevola il Pontefice (cos. 95). Con Tito Pomponio Attico strinse un’amicizia destinata a durare tutta la vita. Nell’89 prestò servizio militare durante la Guerra sociale agli ordini di Gneo Pompeo Strabone, il padre di Pompeo Magno. Nel’81, o forse prima, debuttò come avvocato; nell’80 difese a causa di Sesto Roscio Amerino, il che lo mise in conflitto con importanti esponenti del regime sillano. Tra il 79 e il 77 compì un viaggio in Grecia e in Asia, dove approfondì le sue conoscenze di filosofia e (sotto la guida del celebre Apollonio Molone di Rodi) studiò retorica.

Al ritorno sposò Terenzia, dalla quale gli nacquero Tullia (nel 76) e Marco (nel 65). Nel 75 fu questore in Sicilia e cinque anni dopo sostenne trionfalmente l’accusa dei Siciliani contro l’ex governatore Verre, conquistandosi la fama di principe del foro. Nel 69 fu edile, nel 66 pretore; diede il suo appoggio alla proposta di concedere a Pompeo un imperium extra ordinem per la lotta contro Mitridate VI, re del Ponto. Nel 63 Cicerone fu eletto console e represse la congiura di Catilina. Guardò alla formazione del primo triumvirato con preoccupazione, dal momento che si trattava di un’alleanza politica fra il potere militare di Pompeo, la ricchezza grandiosa di Crasso e la crescente popolarità di Cesare, proprio perché siglata come patto privato, gli appariva insidiosa per l’autorità del Senato; da allora il suo astro iniziò a declinare. Nel 58 dovette recarsi in esilio, con l’accusa di aver messo a morte senza processo i complici di Catilina; la sua casa fu rasa al suolo. Richiamato a Roma, vi tornò trionfalmente l’anno successivo.

Fra il 56 e il 51 Cicerone tentò una difficile collaborazione con i triumviri, continuando a svolgere l’attività forense. Compose il De oratore, il De re publica e iniziò a lavorare al De legibus. Nel 51 fu governatore in Cilicia, pur accettando controvoglia di allontanarsi dall’Urbe. Allo scoppio della Guerra civile, nel 49, aderì con lentezza alla causa di Pompeo. Si recò in Epiro con altri senatori, ma non fu presente alla battaglia di Farsalo nel 48. Dopo la sconfitta di Pompeo, Cicerone ottenne il perdono di Cesare.

Nel 46 scrisse il Brutus e l’Orator; divorziò da Terenzia e sposò la sua giovane pupilla Publilia, dalla quale si sarebbe separato dopo pochi mesi. Nel 45 gli morì la figlia Tullia. Iniziò la composizione di una lunga serie di opere filosofiche, mentre il dominio di Cesare lo tenne lontano dagli affari pubblici. Nel 44, dopo l’uccisione del dictator, Cicerone tornò alla vita politica e intraprese, a partire dalla fine dell’estate, una strenua lotta contro Antonio (di cui sono testimonianza le celebri orazioni chiamate Filippiche). Dopo il voltafaccia di Ottaviano, che, abbandonata la causa del Senato, si strinse in triumvirato con Antonio e Lepido, il nome di Cicerone venne inserito nelle liste di proscrizione e l’Arpinate fu assassinato dai sicari di Antonio il 7 dicembre 43.

 

M. Tullio Cicerone. Busto, marmo, copia di B. Thorvaldsen da originale romano. København, Thorvaldsens Museum.

 

Le opere: una molteplicità di interessi

Cicerone è di gran lunga l’autore classico latino di cui si possieda il maggior numero di opere. La sua vasta e molteplice produzione letteraria, infatti, spazia dalle orazioni pronunciate nel corso della sua lunga carriera forense e politica, alle opere trattatistiche nel campo della retorica, della politica e della filosofia, alle prove poetiche, fino a quello straordinario documento che è l’epistolario, che raccoglie centinaia di lettere sue e dei suoi corrispondenti, e, in effetti, costituisce l’unico epistolario “reale” (cioè formato da veri testi privati, non composti in vista di una pubblicazione) tramandato dall’antichità.

 

 

Un nuovo progetto politico e sociale

Per la posizione che occupa nella cultura romana e per il valore straordinario della sua esperienza intellettuale, Cicerone rappresenta un protagonista e un testimone d’eccezione della crisi che portò al tramonto della Repubblica. A quei mutamenti egli cercò di rispondere e porre rimedio elaborando un progetto etico-politico capace di tenere insieme tradizione e innovazione. La sua rimase tuttavia un’ottica di parte, solidale con il progetto di egemonia di un blocco sociale (sostanzialmente quello dei ceti possidenti), disegno le cui possibilità di affermazione all’interno della società romana sarebbero state in gran parte legate all’uso abile e accorto delle tecniche di comunicazione più efficaci. In un contesto di questo tipo, Cicerone mise a frutto la sua sapiente e persuasiva eloquenza nelle orazioni e provvide a organizzarne i presupposti teorici nei trattati a carattere retorico; la sua ars dicendi si rivelò così una tecnica raffinatissima, funzionale al dominio dell’uditorio e alla regia delle sue passioni. Si rifletteva, d’altronde, in questo una condizione di fondo della cultura romana, per la quale l’oratoria costituiva il modello fondamentale non solo di un’educazione elevata, ma anche, in notevole misura, dell’espressione letteraria stessa.

Al proprio progetto politico-sociale Cicerone ha cercato di dare concreta applicazione anche adattandolo, talora opportunisticamente, alla situazione contingente (come testimoniano diverse orazioni); ma, procedendo negli anni e nelle delusioni, egli ha sentito sempre più forte la necessità di riflettere, sulla scorta del pensiero ellenistico, sui fondamenti della politica e della morale. Il fine delle sue opere filosofiche è dunque lo stesso che ispira alcune delle orazioni più significative: dare una solida base ideale, etica e politica, a una classe dominante il cui bisogno di ordine non si traducesse in ottuse chiusure, il cui rispetto per la tradizione capitolina (mos maiorum) non impedisse l’assorbimento della cultura greca. Cicerone, in altre parole, pensava a una classe dominante che fosse capace di assolvere ai suoi doveri verso la res publica senza divenire insensibile ai piaceri di un otium nutrito di arti e di letteratura. Egli propose così uno stile di vita garbatamente raffinato che si riassumeva nel termine humanitas: quella coscienza culturale che era frutto dell’incivilimento, che era capacità di distinguere e di apprezzare ciò che è bello, giusto e conveniente.

In questo senso, gran parte dell’opera ciceroniana può essere letta come la ricerca di un difficile equilibrio tra istanze di ammodernamento e necessità di conservare i valori tradizionali. Dietro la vicenda intellettuale di Cicerone, infatti, si profila una società attraversata da spinte contrastanti, spesso laceranti: l’afflusso di ricchezze dai paesi conquistati aveva da tempo reso anacronisticamente improponibile la rigida morigeratezza delle origini; ma il veloce distacco dalle virtù e dai valori che avevano fatto la grandezza di Roma metteva ora in discussione la stessa sopravvivenza della res publica.

M. Tullio Cicerone. Statua, marmo, I sec. a.C. ca. Oxford, Ashmolean Museum.

 

La parola come strumento di lotta politica: le orazioni

L’attività oratoria di Cicerone si intreccia indissolubilmente con le vicende politiche di Roma: non è un caso, dunque, che le orazioni, al di là dei fatti specifici di cui trattano, lascino sempre intravedere sullo sfondo fatti e personaggi di primo piano, che segnarono la vita pubblica romana. Pertanto, nell’esaminarle, si procederà secondo una sequenza cronologica lineare che, scandendo la successione dei discorsi, segua anche la storia e le agitate fasi politiche dell’ultimo cinquantennio della Repubblica.

 

Gli esordi. | Dopo aver debuttato come avvocato nell’81 – o forse anche prima –, Cicerone, già nell’80, affrontò una causa molto difficile, probabilmente la prima importante della sua ancor giovane carriera: accettò il rischioso compito di difendere Sesto Roscio, accusato di parricidio da potenti figure dell’entourage del dittatore Lucio Cornelio Silla, il crudele capo della fazione degli optimates allora padrone di Roma. Il padre di Sesto Roscio era stato assassinato su mandato di due suoi parenti in accordo con Lucio Cornelio Crisogono, potente liberto del dittatore, che aveva fatto inserire poi il nome dell’ucciso nelle liste di proscrizione per poterne acquistare all’asta, a un prezzo irrisorio, le cospicue proprietà terriere. Gli assassini cercarono quindi di sbarazzarsi in un colpo solo anche del figlio, con una falsa accusa.

Prenderne le parti (poi l’imputato fu assolto), fu per Cicerone un delicatissimo banco di prova, poiché dovette ritorcere le accuse a personaggi molto potenti; e forse fu proprio la paura di mostrarsi ribelle al regime sillano a spingerlo a coprire il dittatore di lodi di maniera. Non va comunque dimenticato che Cicerone, per tutta la sua vita fautore dell’ordine, non era ostile a quel governo; eppure, come molti altri, anche di estrazione patrizia, avrebbe preferito porre un freno agli arbitri e alle proscrizioni che la fine della Guerra civile – quella che aveva portato Silla al potere – aveva trascinato con sé.

Forse per il timore di rappresaglie, dopo il successo della propria orazione, Cicerone si allontanò da Roma un paio di anni tra il 79 e il 77, viaggiando per la Grecia e l’Asia Minore. Una buona ragione per compiere il viaggio dovette essere in ogni caso anche quella di perfezionarsi nelle prestigiose scuole di retorica della zona: non a caso, infatti, alcuni tratti stilistici presenti nella pro Sexto Roscio Amerino in seguito sarebbero stati accuratamente evitati dal Cicerone purista degli anni più maturi; per quanto già raffinato, lo stile di questa orazione mostra infatti un rapporto ancora molto stretto con gli schemi dell’asianesimo allora di moda e si caratterizza dunque per un eccesso di metafore e per il ricorso a neologismi.

La quaestura in Sicilia. | Rientrato a Roma dopo la morte di Silla, Cicerone ricoprì la quaestura in Sicilia nel 75 a.C. Là si conquistò la fama di amministratore onesto e scrupoloso, tanto che pochi anni dopo, nel 70, i Siciliani gli proposero di sostenere l’accusa nel processo da loro intentato contro l’ex propraetor Lucio Licinio Verre, il quale aveva sfruttato la provincia con incredibile rapacità. Cicerone, rivelando grande energia, raccolse le prove in tempo brevissimo, anticipando così le fasi del processo, che altrimenti si sarebbe svolto in condizioni politicamente molto più favorevoli all’imputato: il difensore di Verre, infatti, Quinto Ortensio Ortalo, celeberrimo avvocato di scuola asiana, era uno dei candidati designati per il consolato del 69. Al dibattimento Cicerone non fece in tempo a esibire per intero l’imponente massa di prove e di testimonianze che aveva raccolto e organizzato, e poté pronunciare solo la prima delle due actiones in Verrem: dopo solo pochi giorni, infatti, Verre, schiacciato dalle accuse, fuggì dall’Italia e venne condannato in contumacia.

Cicerone pubblicò successivamente, in forma di orazione accusatoria, la cosiddetta Actio secunda in Verrem, divisa in cinque libri, che rappresenta, fra l’altro, un documento storico di primaria importanza per conoscere i metodi di cui si serviva l’amministrazione romana nelle province. Quello di Verre costituiva certo un caso eclatante, ma l’avidità dello sfruttamento era comunque la regola: il governatorato di una ricca provincia era un’occasione di facili guadagni per gli aristocratici romani, che avevano bisogno di ingenti quantità di denaro per finanziare le forme di liberalità (cioè di corruzione dei singoli e delle masse) necessarie a promuovere la loro carriera politica, e avevano inoltre bisogno di incrementare i propri consumi e usi privati per reggere il passo con i nuovi stili di vita che si erano imposti dall’età delle conquiste.

La vittoria su Ortensio, il difensore di Verre, fu, tra l’altro, anche una vittoria in campo letterario: di fronte alla naturalezza con la quale il giovane competitore padroneggiava tutte e sfumature della lingua, l’esasperato manierismo asiano di Ortensio dovette risultare alquanto stucchevole. Lo stile delle Verrine è già pienamente maturo; Cicerone ha eliminato alcune esuberanze e ridondanze, ma senza per questo accostarsi all’eloquenza secca e scarna degli atticisti. Il periodare è perlopiù armonioso, architettonicamente complesso; ma la sintassi è estremamente duttile, e Cicerone non rifugge, quando è il caso, da un fraseggio conciso e martellante.

La gamma dei registri è dominata con piena sicurezza, dalla narrazione semplice e piana al racconto ricco di colore, dall’ironia arguta al pathos tragico. E anche qui Cicerone si rivela maestro nell’arte del ritratto: sono straordinari quelli di alcuni personaggi più o meno squallidi dell’entourage dell’ex governatore, ma soprattutto quello dello stesso Verre, raffigurato come un tiranno avido di averi e del sangue dei suoi sudditi, e contemporaneamente come un dissoluto pigramente disteso sulla propria lettiga, sempre intento ad annusare una reticella di rose.

Cn. Pompeo Magno. Solis-Pompeiopolis, 66-50 a.C. ca. Dracma, AE 7, 16 gr. Recto: testa nuda di Pompeo, voltata a destra.

L’ingresso in Senato. | Dopo la questura, Cicerone entrò in Senato. Nel 66 a.C., infatti, l’anno della sua praetura, con l’orazione dal titolo Pro lege Manilia, nota anche come De imperio Gnaei Pompei, parlò in favore del progetto di legge presentato dal tribuno Gaio Manilio, che prevedeva la concessione a Pompeo di poteri straordinari su tutto l’Oriente: un provvedimento reso necessario dall’urgenza di eliminare in modo efficace e definitivo la minaccia costituita da Mitridate, re del Ponto, le cui ambizioni egemoniche da tempo disturbavano gli interessi economici del popolo romano nei territori orientali. Cicerone, parlando di fronte alla civitas riunita in favore della proposta di legge, insistette soprattutto sull’importanza dei vectigalia che affluivano dalle province orientali: la popolazione di Roma sarebbe stata privata di tale beneficio se il monarca pontico avesse continuato indisturbato nella sua azione.

Nella Pro lege Manilia, in seguito “ripudiata” dallo stesso autore, si è voluto vedere il punto di massimo avvicinamento dell’Arpinate alla politica dei populares, indirizzata a gratificare e a corrompere le masse cittadine con elargizioni e, contemporaneamente, a prevaricare l’autorità del Senato, favorendo l’emersione di spregiudicate personalità. In realtà, a essere minacciati, in Asia Minore, erano soprattutto gli interessi di equites e publicani, il ceto imprenditoriale e finanziario cui Cicerone era legato. Erano loro ad avere spesso in appalto la riscossione delle imposte nelle province, e proprio in Asia i cavalieri avevano avviato molte lucrose attività commerciali, che da poco più di vent’anni l’espansionismo di Mitridate minacciava di mandare in rovina.

D’altronde, Cicerone e Pompeo avevano entrambi bisogno dell’appoggio del ceto equestre per conquistare alte posizioni nello Stato, ma, a differenza del condottiero, l’Arpinate non era disposto a fare elargizioni demagogiche che i populares gli chiedevano di appoggiare. In particolare, egli era contrario a qualsiasi programma di redistribuzione delle terre pubbliche e di sgravio dai debiti. Infatti, Cicerone cominciava a scorgere la via d’uscita dalla crisi che minacciava la res publica nell’accordo fra i ceti più abbienti, i senatori e gli equites: ed era appunto questa concordia ordinum a diventare il fondamento del progetto politico ciceroniano.

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato. Affresco, 1882-88. Roma, Palazzo di Villa Madama.

 

Il consolato. | Fu proprio contando sulla natura politicamente moderata di Cicerone che una parte della nobilitas decise di coalizzarsi con il ceto equestre, e di appoggiare nella candidatura al consolato il brillante homo novus arpinate (63 a.C.).

Le più celebri fra le orazioni “consolari” di Cicerone sono le quattro In Catilinam, con le quali egli svelò le trame sovversive del Lucio Sergio Catilina, patrizio decaduto di parte sillana, che, dopo essere stato sconfitto nella competizione elettorale per la massima carica, aveva ordito una congiura per raggiungere il potere. E Cicerone, assumendosi la responsabilità delle indagini, riuscì a soffocare il tentativo eversivo, costringendo Catilina a fuggire da Roma e giustificando la propria decisione di giustiziarne i collaboratori senza processo regolare. Quella concordia ordinum che aveva portato Cicerone al consolato, comunque, segnò così una prima importante affermazione attraverso il successo politico del suo teorizzatore.

Sul piano artistico, spicca la prima Catilinaria, in cui Cicerone attaccò l’avversario di fronte al Senato riunito. I toni sono veementi, minacciosi e ricchi di pathos; il console fece anche ricorso a un artificio retorico che in precedenza non aveva mai adottato: l’introduzione di una prosopopea («personificazione») della Patria, che si immagina rivolgersi a Catilina con parole di biasimo. Né si può inoltre dimenticare, nella seconda Catilinaria, il ritratto del sovversivo e dei suoi seguaci corrotti dal lusso e dai vizi.

Nei giorni che intercorsero fra la prima e la seconda Catilinaria, cioè quando l’esito dello scontro era ancora incerto, Cicerone si trovò a dover difendere da un’accusa di broglio elettorale Lucio Licinio Murena, console designato per l’anno successivo. L’accusa era stata intentata dal candidato risultato sconfitto, Servio Sulpicio Rufo, e sorretta dal prestigio di cui godeva Marco Porcio Catone (il futuro Uticense), discendente di Catone il Censore. Proprio Catone il Giovane, nel suo rigorismo morale fondato sui principi della scuola stoica, aveva assunto una posizione particolarmente intransigente nelle questioni che riguardavano il rapporto fra res publica e interessi economici privati; ciò lo portava a trovarsi spesso in conflitto con i publicani (coloro i quali, appunto, avevano rapporti d’affari con lo Stato romano) e con l’ordine equestre, nonché a scontrarsi con il progetto politico ciceroniano ispirato all’ideale della concordia ordinum.

Nella Pro Murena Cicerone sceglie la via dell’ironia e dello scherzo, trovando sapientemente i toni di una satira lieve e arguta, che non scade mai nella derisione o nella beffa volgare. Ma l’interesse dell’orazione risiede soprattutto nella nuova morale che l’autore inizia a elaborare e proporre alla società romana. Prendendo posizione nei confronti dell’arcaico moralismo catoniano, Cicerone incomincia infatti a tratteggiare le linee di un nuovo modello etico la cui definizione lo avrebbe occupato per il resto della vita: si tratta di una dimensione in cui il rispetto per il mos maiorum è contemperato da quell’addolcimento dei costumi, da quell’apertura alle gioie della vita, che ormai concedevano le nuove abitudini della società romana.

IL SENATORE ROMANO | romanoimpero.com

Il primo triumvirato e lo scontro con Clodio. | Con il tempo, la posizione di Cicerone a Roma tese a indebolirsi molto: la formazione del cosiddetto primo triumvirato fra Cesare, Pompeo e Crasso segnò infatti un rapido declino delle fortune politiche dell’Arpinate. Un tribuno di parte popolare, Publio Clodio Pulcro, che nutriva verso di lui anche rancori di origine personale, nel 58 a.C. presentò una legge in base alla quale doveva essere condannato all’esilio qualsiasi magistrato avesse fatto mettere a morte cittadini romani senza provocatio ad populum. La legge mirava evidentemente a colpire proprio l’operato di Cicerone nella repressione dei catilinari. Allora, tra l’altro, non più sostenuto dalla nobilitas che, compulsato il pericolo di Catilina, poteva fare a meno di lui e abbandonato persino da Pompeo, che doveva tener conto delle esigenze dei triumviri suoi alleati, Cicerone dovette soccombere all’attacco portatogli da Clodio e prendere la via dell’esilio, trascorrendolo soprattutto fra Tessalonica e Durazzo.

Richiamato dall’esilio solo l’anno dopo, Cicerone trovò l’Urbe in preda all’anarchia: si fronteggiavano, in continui scontri di strada, le opposte bande di Clodio e di Milone (quest’ultimo era il difensore della causa degli optimates e amico personale dell’Arpinate). Fu in questo clima che nel 56 Cicerone, trovandosi a difendere Sestio, un tribuno accusato da Clodio di atti di violenza (Pro Sestio), espose una nuova versione della propria teoria sulla concordia ordinum: infatti, come semplice intesa fra classe equestre e aristocrazia senatoria, il progetto si era rivelato fallimentare; così Cicerone ne dilatò il concetto in concordia omnium bonorum, cioè la concordia attiva di tutte le persone agiate e possidenti, amanti dell’ordine pubblico (politico e sociale), pronte all’adempimento dei propri doveri nei confronti della patria e della famiglia. I boni – una categoria che attraversava verticalmente tutti gli strati sociali, senza identificarsi con alcuno di essi in particolare – sarebbero stati, da allora in poi, il principale destinatario della predicazione etico-politica dell’Arpinate.

I nemici dell’ordine, d’altra parte, erano identificati in coloro che soprattutto l’indigenza o l’indebitamento spingeva a desiderare rovesciamenti sovversivi. Dovere dei boni, dunque, sarebbe stato quello di non rifugiarsi egoisticamente nel perseguimento dei propri interessi privati, ma fornire sostegno attivo a tutti gli uomini politici che rappresentassero la loro causa. L’esigenza, largamente avvertita a Roma, di un governo più autorevole spinse tuttavia Cicerone a desiderare che il Senato e i boni, per superare le loro discordie, si affidassero alla guida di personaggi eminenti, di grande prestigio: una teoria che sarebbe stata ripresa e approfondita, poi, nel De re publica.

In quest’ottica si spiega, probabilmente, l’avvicinamento che Cicerone compì in quegli anni verso il triumvirato e che non va inteso assolutamente come un tradimento della nobilitas. L’intenzione doveva essere quella di condizionare l’operato dei triumviri per evitare che il loro potere prevaricasse quello del Senato e far sì che si mantenesse nei limiti delle istituzioni della res publica. Questo periodo, tuttavia, fu per l’Arpinate piuttosto denso di incertezze e di oscillazioni politiche: da un lato, continuò ad attaccare il facinoroso Clodio e i populares (per esempio, nella In Pisonem, una violenta invettiva contro il suocero di Cesare, ritenuto da Cicerone uno dei responsabili del suo esilio); dall’altro, diede il proprio assenso alla politica dei triumviri: nel 56, infatti, parlò in favore del rinnovo dell’imperium di Cesare in Gallia (De provinciis consularibus) e difese in tribunale vari personaggi legati al triumviro (Pro Balbo, nel 56; Pro Rabirio Postumo, nel 54; ecc.).

A ogni modo, fra le orazioni “anticlodiane” un ruolo particolare occupa quella in difesa di Marco Celio Rufo (56 a.C.), un giovane brillante, amico dell’Arpinate. Celio era stato l’amante di Clodia, sorella del tribuno Clodio (la Lesbia di Catullo!), una delle dame eleganti e corrotte di cui abbondava la Roma patrizia del tempo. Contro Celio era stata accumulata una congerie di accuse, fra cui quella di un tentativo di avvelenamento nei confronti della donna. Fu un processo in cui i rancori personali di tutte le parti in causa si intrecciarono strettamente con questioni politiche di rilevanza molto più generale. Attaccando Clodia, in cui indicò l’unica regista di tutte le manovre contro Celio, Cicerone ebbe modo di sfogare il suo astio anche nei confronti del fratello di lei: la donna è dipinta come una volgare meretrice ed è accusata perfino di rapporti incestuosi con Clodio. L’orazione, per la pittoresca varietà dei toni – che spaziano da quello disincantato dell’uomo di mondo al pathos funereo – è fra le più riuscite di Cicerone.

Non solo la felice vena satirica avvicina la Pro Caelio alla Pro Murena, ma anche il maturare della proposta di nuovi modelli etici: rievocando le tappe della vita del giovane difeso, Cicerone ha modo di tratteggiare uno spaccato della società del proprio tempo, e si sforza di giustificare agli occhi dei giudici i nuovi costumi che la gioventù aveva assunto da tempo e che avrebbero potuto destare scandalo soltanto agli occhi dei più arcigni moralisti, troppo attaccati al passato. Le virtù che un tempo avevano reso grande la res publica Romana non si trovavano più nemmeno nei libri. Era ormai tempo di allentare le briglie ai giovani, purché essi non perdessero di vista alcuni principi fondamentali; sarebbe arrivato il momento in cui, sbolliti gli ardori e divenuti adulti, avrebbero saputo tornare sulla nobile via del mos maiorum. Se il divario tra il rigore “arcaizzante” e le nuove opportunità offerte da una Roma in piena trasformazione si fosse troppo approfondito, si avrebbe corso il rischio di una dissoluzione di tutto il connettivo ideologico della società: i giovani sarebbero andati incontro a un totale rovesciamento dei valori, che avrebbe finito con il sostituire la ricerca dei piaceri al servizio verso la comunità. Il modello culturale che Cicerone proponeva, dunque, mirava a ricondurre i nuovi comportamenti all’interno di una scala valoriale che continuasse a essere dominata dalle virtù della tradizione, spogliate tuttavia del loro eccessivo rigore e rese più flessibili alle esigenze di un mondo in trasformazione.

Francesco Giudici il Francabigio e Alessandro Allori, Il ritorno di Cicerone dall’esilio. Affresco, 1520. Poggio a Caiano, Villa Medici.

 

Gli ultimi anni. | Gli scontri fra le bande di Clodio e di Milone si protrassero a lungo, finché nel 52 Clodio rimase ucciso. Cicerone assunse così la difesa di Milone, il principale indiziato dell’omicidio; l’orazione (Pro Milone) scritta per l’occasione è considerata è considerata uno dei suoi capolavori, per l’equilibrio delle parti e l’abilità delle argomentazioni, basate sulla tesi della legittima difesa e sull’esaltazione del tirannicidio. Ma il testo, nella forma in cui si è conservato, rappresenta una radicale rielaborazione compiuta in tempi successivi al processo. Di fronte ai giudici, Cicerone riportò un clamoroso insuccesso (e Milone fu costretto a fuggire in esilio): gli cedettero i nervi, a causa della situazione di estrema tensione in cui si trovava l’Urbe, razziata dai partigiani di Clodio, con le truppe di Pompeo che cercavano di riportare l’ordine con la forza.

Nel 49 a.C., allo scoppio della guerra civile, Cicerone aderì senza entusiasmo alla causa di Pompeo: era consapevole infatti che, qualunque fosse stato l’esito, il Senato sarebbe risultato indebolito di fronte al dominio schiacciante del vincitore. Dopo la vittoria di Cesare, Cicerone ne ottenne il perdono e, nella speranza di contribuire a renderne il regime meno autoritario, ricercò, in un primo momento, forme di collaborazione e accettò di perorare di fronte al dictator le cause di alcuni pompeiani “pentiti” (le cosiddette orazioni “cesariane”).

Dopo l’assassino di Cesare, che salutò con giubilo, Cicerone tornò a essere un uomo politico di primo piano, ma i pericoli per la res publica non erano certo finiti: il più stretto collaboratore del dittatore, Marco Antonio, mirava infatti ad assumerne il ruolo, mentre sulla scena politica romana si affacciava anche il giovane Gaio Ottaviano, l’erede designato da Cesare, con un intero esercito di fedelissimi ai propri ordini. La manovra politica di Cicerone tendeva a tenere divisi Ottaviano e Antonio e a riportare il primo sotto le ali protettrici del Senato.

Per indurre l’autorevole consesso a muovere guerra ad Antonio, dichiarandolo nemico pubblico, l’Arpinate pronunciò contro di lui, a partire dall’estate del 44 a.C., le orazioni Filippiche, in numero forse di diciotto (ma ne restano solo quattordici). Il titolo, che allude alle celeberrime requisitorie di Demostene di Atene contro re Filippo di Macedonia, è abbastanza controverso: alcuni scrittori antichi le hanno chiamate Antonianae, mentre il nome Philippicae venne effettivamente usato dal loro autore nella sua corrispondenza privata, in senso ironico.

Per la veemenza dell’attacco e i toni di indignata denuncia, si distingue soprattutto la seconda Filippica (l’unica che non venne effettivamente pronunciata, ma solo fatta circolare privatamente nella redazione scritta: un discorso che ispira odio, in cui Antonio, con una violenza satirica pari soltanto a quella verso certi personaggi della In Pisonem, viene presentato come un tiranno dissoluto, un ladro di fondi pubblici, un ubriacone «che vomita per il tribunale pezzi di cibo fetidi di vino».

La manovra politica dell’Arpinate era comunque destinata a fallire. Con un brusco voltafaccia, il giovane Ottaviano, sottraendosi alla tutela dell’anziano consolare e del Senato, strinse un accordo con Antonio e un altro cesariano, Marco Emilio Lepido, e formò quello che viene definito secondo triumvirato. I tre divennero così i nuovi padroni assoluti di Roma e del suo dominio e Antonio pretese e ottenne la morte di Cicerone (il suo nome fu iscritto nelle liste di proscrizione). Ai primi di dicembre del 43 a.C., dunque, dopo aver interrotto un tentativo di fuga, Cicerone fu raggiunto dai sicari del triumviro presso Formia: come monito la sua testa mozzata fu appesa ai rostra nel Foro romano.

Léon Comeleran, L’assasinio di Cicerone. Cromografia, 1881.

 

Il bilancio di una straordinaria esperienza intellettuale e politica

Nonostante le molte oscillazioni, la carriera politica di Cicerone seguì un filo coerente, che si è cercato di ripercorrere attraverso la sua attività oratoria. L’homo novus si accostò alla nobilitas nel contesto di un generale riavvicinamento fra Senato ed equites, e pure in seguito rimase fedele all’ideale della concordia e alla causa del Senato. Il tentativo di collaborazione con i triumviri del 60 fu una risposta al diffuso bisogno di un governo autorevole e, anche in questo caso, Cicerone si preoccupò di salvaguardare il prestigio e le prerogative del consesso. In questa stessa prospettiva bisogna inquadrare persino il momentaneo riavvicinamento a Cesare, dopo la guerra civile, dettato dal desiderio di mitigarne le tendenze autocratiche e di mantenerne il potere nel solco delle tradizioni avite.

Il progetto della concordia dei ceti abbienti (prima concordia ordinum, poi concordia omnium bonorum) significò, in ogni caso, un tentativo almeno embrionale di superare, in nome dell’interesse comune – o di quella che Cicerone riteneva la parte “sana” della civitas –, la lotta di gruppi e di fazioni che dominava la scena politica romana. Il fallimento del suo progetto ebbe molteplici motivi: da un lato, a Cicerone mancarono le condizioni per crearsi un seguito clientelare o militare necessario a far trionfare la sua linea politica; dall’altro, egli – e non fu il solo fra i suoi contemporanei – sottovalutò il peso che gli eserciti personali avrebbero avuto nella soluzione della crisi. E forse si fece anche fin troppe illusioni sui presunti boni: a tempo della guerra civile, infatti, i ceti possidenti ritennero, in larga parte, che le loro esigenze fossero meglio garantite dalla politica popolare di Cesare (come dimostra, del resto, il fatto stesso che, successivamente alla morte dell’Arpinate, costoro non fecero mancare il proprio consenso al regime di Ottaviano, che segnò definitivamente la trasformazione delle istituzioni repubblicane).

Ragazzo togato. Statua, marmo, I sec. d.C. Museo Archeologico di Milano.

 

La parola e chi la usa: le opere retoriche

Cicerone scrisse quasi tutte le sue opere retoriche a partire dal 55 a.C. (un paio d’anni dopo il ritorno dall’esilio), spinto dal bisogno di dare una sistemazione teorica a una serie di conoscenze ed esperienze e soprattutto una risposta culturale e politica alla profonda crisi dei suoi tempi. In quest’ottica va inquadrata la sua ampia riflessione sull’importanza e sul taglio della formazione dell’oratore, il cui potere di trascinare e convincere l’uditorio implicava un’enorme responsabilità sociale. Si trattava, comunque, di un problema dibattuto da tempo anche nel mondo greco, dove già si era aperta la discussione sulla questione della formazione necessaria all’oratore, se questi dovesse accontentarsi della conoscenza di un certo numero di regole retoriche o gli fosse invece indispensabile una larga cultura nel campo del diritto, della filosofia e della storia.

Lo stesso Cicerone, del resto, aveva iniziato in gioventù, ma senza portarlo a termine, un trattatello di retorica, il De inventione, per il quale aveva largamente attinto alla quasi contemporanea Rhetorica ad Herennium. Un interesse particolare lo presenta il proemio, in cui il giovane avvocato si pronuncia in favore di una sintesi tra eloquentia e sapientia (cultura filosofica), quest’ultima ritenuta necessaria alla formazione della coscienza morale dell’oratore: l’eloquentia priva di sapientia (cosa tipica dei demagoghi e degli agitatori delle masse) ha portato più di una volta gli imperi alla rovina. Su questa soluzione, pensata esplicitamente per la società romana, Cicerone sarebbe tornato molti anni dopo, discutendo tematiche analoghe nel De oratore.

Cicerone pronuncia la sua invettiva contro M. Antonio davanti al Senato. Illustrazione di P. Dennis.

Responsabilità e formazione dell’oratore. | Il De oratore fu composto nel 55 a.C., durante un ritiro dalla scena politica, mentre Roma era in balia delle bande di Clodio e di Milone. L’opera, che è ambientata nel 91, al tempo dell’adolescenza dell’autore, è scritta nella forma di un dialogo a cui prendono parte alcuni fra i più insigni oratori dell’epoca, fra i quali spiccano Marco Antonio (143-87 a.C.), nonno del triumviro, e Lucio Licinio Crasso (quest’ultimo, sostanzialmente, il portavoce dello stesso Cicerone autore).

Nel I libro Crasso sostiene, per l’oratore, la necessità di una vasta formazione culturale. Antonio gli contrappone l’ideale di un oratore più naïve e autodidatta, la cui arte si fondi sulla fiducia nelle proprie doti naturali, sulla pratica del foro e sulla dimestichezza con l’esempio degli oratori precedenti. Nel libro II si passa alla trattazione di questioni più analitiche. Compare anche un personaggio spiritoso e caustico, Cesare Strabone, al quale è assegnata una lunga e piacevole digressione sulle arguzie e i motti di spirito. Nel III libro Crasso discute le questioni relative alla elocutio e alla pronuntiatio, cioè in genere all’actio (quasi «recitazione») dell’oratore, non senza ribadire la necessità di una vasta cultura generale e della formazione filosofica.

Cercando di conservare la verosimiglianza della caratterizzazione dei propri personaggi, l’Arpinate si è sforzato di ricreare l’atmosfera degli ultimi giorni di pace della Repubblica. A scelta dell’anno 91 a.C. per l’ambientazione del dialogo, lungi dall’essere casuale, ha infatti un significato preciso: è l’anno stesso della morte di Crasso (pochi giorni dopo quelli in cui si immagina avvenuto il dialogo) e precede di poco la Guerra sociale e la lunga lotta civile fra Mario e Silla, nel corso dei quali rimasero crudelmente uccisi gli altri interlocutori principali, fra cui lo stesso Antonio. La crisi della res publica è un’ossessione incombente su tutti i partecipanti e stride volutamente con l’ambiente sereno e raffinato in cui essi si riuniscono per conversare: la villa tuscolana di Crasso. La consapevolezza dell’imminente e terribile fine di tutti i partecipanti al dialogo conferisce una nota tragica ai proemi che precedono i singoli libri.

Il modello formale a cui il De oratore si ispira è quello de dialogo platonico: con gesto “aristocratico”, alle strade e alle piazze di Atene viene sostituito il giardino della villa di un nobile romano. La ripresa di questo modello per un’opera retorica, comunque, costituisce un notevole scarto rispetto agli aridi manuali greci del tempo e a quelli usciti dalla scuola dei cosiddetti “retori latini”, che si limitavano a enunciare regole: Cicerone ha saputo creare un’opera viva e interessante che, per quanto basata su una perfetta conoscenza della letteratura specialistica greca, si nutre dell’esperienza romana e conserva uno strettissimo rapporto con la pratica forense (dalla vita romana e dal foro sono tratti quasi tutti gli esempi che servono a illustrare le teorie greche).

Quanto ai temi trattati, la tesi principale dell’opera consiste nell’affermare che il talento, la tecnica della parola e del gesto e la conoscenza delle regole retoriche non possono ritenersi sufficienti per la formazione dell’oratore: è indispensabile una vasta formazione culturale. È la posizione di Crasso, il quale lega strettamente la preparazione soprattutto filosofica dell’oratore (nell’ambito della quale venga privilegiata la morale) alla sua affidabilità etico-politica. La versatilità dell’oratore, la sua capacità di sostenere pro e contro su qualsiasi argomento, riuscendo a convincere e a trascinare il proprio uditorio, possono costituire un pericolo grave, qualora non siano controbilanciate dal correttivo di virtù che le mantengano ancorate al sistema di valori tradizionali, in cui la gente “perbene” si riconosce. Crasso insiste perché probitas e prudentia siano saldamente radicate nell’animo di chi dovrà apprendere l’arte della parola: consegnarla a chi mancasse di queste virtù equivarrebbe a mettere delle armi nelle mani di forsennati.

La formazione dell’oratore, dunque, viene in tal modo a coincidere con quella dell’uomo politico, un uomo di cultura non specialistica (gli uomini del ceto dirigente non dovevano esercitare alcuna professione: per queste c’erano i liberi di condizione inferiore), ma di vasta cultura generale, capace di padroneggiare l’arte del dire e di persuadere i propri ascoltatori. Egli dovrà servirsi della sua abilità non per blandire il popolo con proposte demagogiche, ma per piegarlo alla volontà dei boni: nel De oratore Cicerone ha esposto, in realtà, lo statuto ambiguo di un’ars continuamente oscillante fra la sapientia etico-politica e la nuda tecnica del dominio.

Nel 46 a.C. l’Arpinate (che, intanto, nel 54 aveva composto per suo figlio una sorta di manualetto scolastico, le Partitiones oratoriae, concepito in forma di domande e risposte) riprese le tematiche del De oratore in un trattatello più esile, l’Orator, aggiungendovi una sezione sui caratteri della prosa ritmica. Disegnando il ritratto dell’oratore ideale, Cicerone sottolinea i tre fini ai quali la sua arte deve indirizzarsi: probare, delectare, flectere. A questi, a loro volta, corrispondono tre registri stilistici che l’oratore deve saper alternare: umile, medio ed elevato (o “patetico”) – quest’ultimo è particolarmente opportuno nella parte finale di ogni discorso (peroratio).

Abel de Pujol, Cicerone difende Q. Ligario davanti a Cesare o La clemenza di Cesare. Olio su tela, 1808.

Lo stile dell’oratore e le polemiche tra atticismo e asianesimo. | La rivendicazione della capacità di muovere gli affetti come compito sommo dell’oratore nasceva dalla polemica nei confronti della tendenza atticista, i cui sostenitori rimproveravano a Cicerone di non aver preso sufficientemente le distanze dall’asianesimo. Tali accuse si riferivano alle ridondanze del suo stile oratorio, al frequente ricorso alle figure retoriche, all’accentuazione dell’elemento ritmico, all’abuso di facezie. Gli avversari dell’Arpinate privilegiavano invece uno stile semplice, asciutto e scarno, di cui individuavano i modelli negli oratori attici e principalmente in Lisia. Sul contrasto Cicerone prese posizione proprio nel 46 a.C. nel dialogo Brutus, dedicato, come l’Orator, a Marco Giunio Bruto, uno dei più insigni rappresentanti delle tendenze atticiste.

Nell’opera l’autore, assumendo il ruolo di principale interlocutore – gli altri due sono lo stesso Bruto e l’amico Attico –, tratteggia una storia dell’eloquenza greca e romana, dimostrando doti di storico della cultura e di fine critico letterario. Dato il carattere fondamentalmente autoapologetico del testo, si comprende come la storia della retorica culmini in una rievocazione delle tappe della carriera oratoria dello stesso Cicerone (dal ripudio dell’asianesimo giovanile al raggiungimento della piena maturità dopo la quaestura in Sicilia).

L’ottica in cui l’Arpinate guarda al passato è quella di una rottura degli schemi tradizionali che contrapponevano i generi di stile cui asiani e atticisti erano tenacemente attaccati. E questa rottura rispecchia una tendenza di fondo della pratica oratoria dell’autore: le varie esigenze, le diverse situazioni richiedevano l’uso di alternare registri differenti; il successo dell’oratore davanti all’uditorio è il criterio fondamentale in base al quale valutare la sua riuscita stilistica. Gli atticisti sono criticati per il carattere troppo freddo e intellettualistico dei loro discorsi, che di rado riescono efficaci: essi ignorano l’arte di trascinare l’ascoltatore. La grande oratoria “senza schemi” ha il suo modello principe in Demostene: anche lui un “attico”, ma di tendenze ben diverse da quelle di Lisia o di Iperide.

Magistrato intento al census (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.

 

Per un’organizzazione della res publica: le opere politiche

Il turbolento periodo di aspre lotte che visse la Repubblica romana nei suoi ultimi decenni di vita trovò in Cicerone un protagonista di primo piano, impegnato nella difesa e nel puntellamento delle fondamenta dello Stato. Nell’ambito di questo sforzo, teso, se non a fermare, quantomeno a governare le profonde trasformazioni che premevano sulla società del tempo, si colloca la riflessione teorica che l’Arpinate riversò nelle sue opere di carattere più strettamente politico, il De re publica e il De legibus.

 

La forma di Stato migliore. | Nel De re publica Cicerone riprende sia nella forma sia nei temi l’omonimo dialogo di Platone, certamente fra le opere più significative e complesse del filosofo ateniese: scritto secondo una struttura dialogica, il trattato si compone di dieci libri in cui si esamina a fondo il tema politico della forma e del funzionamento dello Stato ideale, anche se gli argomenti discussi sono molteplici e di varia natura. Il dialogo è ambientato nella casa del padre di Lisia, dove vari interlocutori discutono con Socrate sulle diverse questioni. Cicerone, dal canto suo, lavorò lungamente al proprio De re publica, fra il 54 e il 51 a.C. In quest’opera egli riflette sulla forma di Stato più adatta e, a differenza di quanto aveva fatto il suo modello (che aveva cercato di costruire a tavolino uno Stato ideale), si proietta nel passato, per identificare la migliore costituzione con quella del tempo degli Scipiones.

La struttura del dialogo, che si immagina svolto nel 129 a.C. nella villa suburbana di Scipione Emiliano, è purtroppo di incerta e ipotetica ricostruzione, soprattutto in alcune sezioni, a causa delle condizioni estremamente frammentarie in cui l’opera è stata conservata: una parte cospicua fu ritrovata, agli inizi del XIX secolo, dal futuro cardinale Angelo Mai in un palinsesto vaticano; alcuni brani di altre sezioni sono stati trasmessi attraverso le citazioni di autori tardo-antichi come Agostino, mentre la sezione finale dell’opera, il cosiddetto Somnium Scipionis, è giunta indipendentemente dal resto.

La teoria del regime “misto” esposta da Scipione nel I libro risaliva, attraverso Polibio, al peripatetico Dicearco e allo stesso Aristotele. Nella versione di Scipione, il contemperamento delle tre forme fondamentali non avviene tuttavia in proporzioni paritetiche. All’elemento democratico il Romano guarda con evidente antipatia, considerandolo soprattutto come una “valvola di sicurezza” per far scaricare e sfogare le passioni irrazionali del popolo. L’elogio del regime misto si risolve, pertanto, in un’esaltazione della res publica aristocratica di età scipionica.

Date le condizioni lacunose in cui è giunta la parte relativa dell’opera, è difficile precisare in che modo fosse delineata la figura del princeps e come essa si collocasse nell’organismo statale. Alcuni punti, tuttavia, possono ritenersi assodati: il singolare si riferisce al “tipo” dell’uomo politico eminente, non alla sua unicità; in altre parole, Cicerone sembra pensare a una élite di personaggi eminenti che si ponga alla guida del Senato e dei boni, e si raffigura probabilmente il ruolo del princeps sul modello di quella che quasi un secolo prima aveva ricoperto proprio Scipione Emiliano. Ciò significa che l’Arpinate non prefigura esiti “augustei” – anche se interpretazioni in questo senso non sono mancate –, ma intende mantenere il ruolo del princeps all’interno dei limiti della costituzione repubblicana: non pensa a una riforma istituzionale, ma alla coagulazione del consenso collettivo intorno a leader prestigiosi. L’autorità del princeps non è alternativa a quella del Senato, ma ne è il sostegno necessario per salvare la res publica.

Perché la sua autorità non travalichi i limiti istituzionali, dunque, il princeps dovrà armare il proprio animo contro tutte le passioni “egoistiche” e principalmente contro il desiderio di potere e di ricchezza: è questo il senso di disprezzo verso tutte le cose umane che il Somnium Scipionis addita ai governanti (sulla questione Cicerone sarebbe poi ritornato nel De officiis, trattando della magnitudo animi). L’Arpinate, dunque, disegna così l’immagine di un governante-asceta, rappresentante in terra della divinità, rinsaldato nella dedizione al servizio verso lo Stato dalla propria despicentia («disprezzo») verso le passioni umane. L’ideale ciceroniano tuttavia era inevitabilmente di difficile realizzazione: come si è già avuto modo di ricordare, probabilmente proprio la convinzione dell’urgenza di un governo più autorevole e, d’altra parte, la consapevolezza dei pericoli che avrebbe comportato l’accentramento della potestas nelle mani di pochi capi spinsero Cicerone a tentare un avvicinamento a Pompeo Magno e ai triumviri, nella speranza di convogliarne l’operato sotto il controllo del Senato. Ma gli eventi, che innalzavano i vari “signori della guerra”, avrebbero rapidamente portato alla dissoluzione dell’assetto repubblicano.

Scena di attività pubblica, con sacrificio e census. Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre

 

Le leggi dello Stato. | Ispirandosi ancora all’esempio platonico, Cicerone completò il discorso iniziato nel De re publica con il De legibus, un’opera sempre in forma dialogica (iniziata nel 52 e probabilmente pubblicata postuma) in cui si discute dei fondamenti del diritto e delle leggi, con riferimento alla tradizione giuridica quiritaria. Proprio in questo, ovvero nel basare la discussione sulla considerazione di un concreto corpus legislativo, risiede la differenza principale rispetto a Platone, che si era invece occupato di una legislazione utopistica, concentrando la propria riflessione sul problema dell’educazione dei cittadini e sull’organizzazione delle istituzioni.

Dell’opera ciceroniana si sono conservati i primi tre libri interi e alcuni frammenti del IV e del V. Mentre nel De re publica il dialogo si svolgeva in un’epoca passata, nel De legibus l’azione è collocata nel presente e interlocutori sono lo stesso Cicerone, suo fratello Quinto e l’amico Attico. L’incontro è ambientato nella villa di Arpinum, nei boschi e nelle campagne del circondario, raffigurati secondo una modulazione del motivo topico del locus amoenus (il modello qui è il Fedro di Platone). I personaggi sono caratterizzati con naturalezza e realismo: così Quinto è rappresentato come un optimas estremista, Cicerone come un conservatore moderato e Attico come un epicureo che quasi si vergogna delle proprie scelte filosofiche.

Nel I libro Cicerone espone la tesi stoica secondo la quale la legge non è sorta per convenzione, ma si basa sulla ragione innata in tutti gli uomini e, perciò, è data dalla divinità. Nel libro successivo l’esposizione delle leggi che dovrebbero essere in vigore nel migliore dei regimi si fonda – qui sta la differenza principale da Platone – non su una legislazione utopistica, ma sul mos maiorum, che ha i suoi punti di riferimento nel diritto pontificio e sacrale. Nel III libro Cicerone presenta il testo delle leggi riguardanti i magistrati e le loro competenze.

M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 54 a.C. Roma. Verso: Brutus. Un magistrato scortato da due littori e preceduto da un accensus.

 

Dolori privati e difficoltà politiche: le opere filosofiche

Cicerone, che in gioventù aveva seguito le lezioni di vari maestri, coltivò l’interesse per la filosofia per tutta la vita, ma a scriverne cominciò assai tardi – probabilmente soltanto verso il 46 a.C. –, con l’operetta Paradoxa Stoicorum, dedicata a Marco Bruto (un’esposizione delle tesi stoiche maggiormente in contrasto con l’opinione comune). Dall’anno successivo i lavori filosofici dell’autore si fecero notevolmente più fitti e ciò in coincidenza con eventi molto dolorosi, che lo colpirono sia nella sfera privata sia in quella pubblica: nel febbraio del 45, infatti, gli venne a mancare la figlia Tullia (fatto che lo spinse a scrivere una perduta Consolatio per attenuare l’acutissimo dolore), mentre la dictatura di Cesare lo aveva ormai privato di qualsiasi possibilità di intervento negli affari pubblici. Furono queste difficili circostanze a spingere Cicerone verso una vita appartata e dedita alla composizione di opere maggiormente meditative e filosofiche.

All’avvio di questa nuova fase della sua vita risale significativamente l’Hortensius, un testo quasi interamente perduto (che, però, ebbe grande influenza in età imperiale e colpì molto Agostino), che esortava il lettore allo studio della filosofia sul modello del Protrettico di Aristotele. L’Arpinate, tuttavia, non concepì le proprie opere filosofiche come semplice momento di riflessione personale, ma certamente si prefisse anche lo scopo di presentare e offrire ai contemporanei una summa della tradizione filosofica greca, discussa e selezionata in rapporto alla concreta realtà romana.

Per quanto riguarda i temi e le finalità di tale impegno intellettuale, in queste opere Cicerone ripensa a tutto il corpus di metodi e di teorie sviluppato dalle scuole filosofiche ellenistiche e affronta vari aspetti della tradizione speculativa: la morale, la religione, la gnoseologia. Ogni volta l’approccio ciceroniano è di tipo soprattutto moralistico e non dimentica i doveri del cittadino nei confronti della collettività. L’autore intende infatti offrire un punto di riferimento etico-culturale alla classe dirigente romana, nella prospettiva di ristabilirne l’egemonia sulla società; non guarda pertanto solo ai problemi immediati, ma affronta questioni che coinvolgono i fondamenti stessi della crisi sociale, politica e morale, nel tentativo di escogitare soluzioni di lungo periodo. In questa prospettiva va collocata una caratteristica che accomuna e distingue le opere filosofiche ciceroniane: l’interesse a cercare sempre, anche nei più raffinati problemi teoretici, la conseguenza pratica, la ricaduta in termini di azione e di partecipazione politica.

In rapporto alle finalità appena indicate le opere filosofiche di Cicerone, benché – per sua stessa ammissione (Ad Att. XII 52, 3) – abbiano in gran parte carattere compilativo rispetto alle fonti greche, risultano tuttavia originali nella scelta dei temi e nel taglio degli argomenti: poiché nuovi e differenti sono i problemi che la società presentava, nuovi erano gli interrogativi che l’autore si poneva. L’obiettivo, in generale, appare quello di “ricucire”, per così dire, le membra lacerate del pensiero ellenistico, per trarne una struttura ideologica efficacemente operativa nei confronti della società romana.

Come già nelle opere retoriche e politiche, inoltre, anche nei trattati filosofici Cicerone adotta perlopiù la forma dialogica ispirata all’esempio platonico, anche se la maniera di esporre richiami in alcuni casi piuttosto lo stile di Aristotele, che, senza rinunciare del tutto al metodo dialettico, propone una lunga dissertazione e un personaggio che ne trae le conclusioni.

M. Tullio Cicerone. Busto, marmo. Madrid, Museo del Prado

L’eclettismo come metodo argomentativo-espositivo. | Prima di addentrarsi nello studio delle opere filosofiche ciceroniane, sembra opportuno mettere a fuoco la logica espositivo-argomentativa che le sorregge e le struttura. Quello del metodo seguito per trattare i problemi di maggiore rilievo rappresenta un tema fondamentale su cui lo stesso Cicerone si sofferma esplicitamente in un celebre passo delle Tuscolanae disputationes (5, 83): astenendosi dal formulare egli stesso un’opinione precisa, si sforza di esporre le diverse argomentazioni possibili e di metterle a confronto per verificare se alcune siano più coerenti e più probabili di altre. L’eclettismo filosofico di Cicerone obbedisce dunque alle esigenze di un metodo rigoroso, che si sforza di stabilire fra le diverse dottrine un dialogo costruttivo.

La stessa ideologia dell’humanitas, alla cui elaborazione l’autore diede un contributo notevolissimo, invitava a un atteggiamento intellettuale di aperta tolleranza. Ciò si riflette anche nella regia dei dialoghi filosofici ciceroniani, che, del resto, rispecchia i comportamenti della buona società romana: lo spuntarsi della vis polemica, la rinuncia a qualsiasi asprezza nel contraddittorio, la tendenza a presentare le proprie tesi solo come opinioni personali, l’uso insistito di formule di cortesia, l’attenzione a non interrompere il ragionamento altrui. Sono tutti tratti rivelatori dei costumi di una cerchia sociale elitaria, preoccupata di elaborare un proprio codice di “buone maniere”.

C’è, però, un caso in cui il contraddittorio e la confutazione, pur senza scadere nella zuffa, si fanno talora più violenti e indignati: l’eclettismo ciceroniano mostra una chiusura radicale verso l’Epicureismo. I motivi di tale avversione sono soprattutto due, fra loro strettamente connessi: in primo luogo, la filosofia del Giardino porta l’individuo al disinteresse per la politica, mentre dovere dei boni è l’attiva partecipazione alla vita pubblica; in secondo luogo, l’Epicureismo esclude la funzione provvidenziale della divinità (per quanto non ne neghi l’esistenza), indebolendo così i legami con la religione tradizionale, che per Cicerone resta la base imprescindibile dell’etica.

 

La ricerca morale. | Quanto allo studio e alla ricerca in ambito etico, l’Arpinate orientò sempre la propria riflessione e il proprio impegno su un doppio livello: da un lato, cercò di raccogliere e organizzare la vasta tradizione filosofica ellenica perché fosse più fruibile al pubblico romano e, dall’altro, puntò alla costruzione di un sistema valoriale adeguato alla società del proprio tempo, sul quale la classe dirigente (intesa, in senso più ampio, come consensus omnium bonorum) potesse operare di volta in volta le sue scelte concrete in rapporto alla realtà del momento. È questa la prospettiva da tenere costantemente presente per inquadrare le opere morali di Cicerone.

Vincenzo Foppa, Fanciullo che legge Cicerone. Affresco, 1464, dal Banco Mediceo di Milano. London, Wallace Collection.

Teoria e pratica della morale. | Il centro della speculazione morale ciceroniana è costituito dalla volontà di determinare il sommo bene e dunque il fondamento della felicità; di conseguenza, stabilire le norme di comportamento adeguate al civis Romanus. Questa complessa riflessione, con cui Cicerone rielabora in parte il pensiero stoico, accademico e peripatetico, dispiega i suoi ragionamenti innanzitutto in due opere fondamentali e tra loro complementari: il De finibus bonorum et malorum e le Tuscolanae disputationes (entrambe del 45 a.C.).

Il De finibus, dedicato a Bruto, è considerato da alcuni studiosi il capolavoro di Cicerone filosofo e certo è tra le sue opere più eleganti e armonicamente costruite. Il testo, diviso in cinque libri comprendenti tre dialoghi, tratta del problema del sommo bene e del sommo male, vagliando le posizioni di epicurei, stoici e accademico-peripatetici. Nel primo (libri I-II) è esposta la teoria degli epicurei, cui segue la confutazione dell’autore; nel secondo (libri III-IV) si mette a confronto la teoria stoica con quelle accademiche e peripatetiche; nel terzo (libro V) è discussa la teoria eclettica di Antioco di Ascalona, maestro di Cicerone e di Varrone, la più vicina al pensiero dell’autore.

Il confronto fra i diversi sistemi di pensiero, che si esplica attraverso l’intero corpus dei dialoghi ciceroniani, trova nel De finibus uno sviluppo particolarmente esteso. Dopo che sono state confutate in modo netto e senza appello le tesi epicuree, Catone il Giovane si assume nel III libro la difesa dello Stoicismo tradizionale, nei confronti del quale la posizione dell’autore, però, fu sempre di sostanziale perplessità (si pensi alla Pro Murena): Cicerone, dal canto suo, riconosceva che lo Stoicismo forniva la base morale più solida all’impegno dei cittadini verso la civitas, ma da un pensatore intransigente come Catone, o da un accademico dalla rigida morale come Bruto, si sentiva lontano per cultura e per gusti; il rigore etico di costoro gli appariva anacronistico, scarsamente praticabile in una società che, dopo l’epoca delle grandi conquiste, era andata incontro a radicali trasformazioni.

Nel nuovo clima socio-culturale della Roma del tempo, l’eclettismo ciceroniano punta, sulla base teorica del probabilismo accademico, alla conciliazione tra il rigore e la solidità delle posizioni stoiche e l’apertura a un piacere moderato di quelle peripatetiche. In quest’ottica, il sommo bene viene identificato, pur tra qualche incertezza e contraddizione, con il bene dell’anima che coincide con la virtù: è solo la virtù a poter garantire la felicità all’uomo.

L’organico quadro teorico costruito nel De finibus cerca quindi un’applicazione pratica nelle Tuscolanae: qui la virtù dovrà provare la sua capacità di sostenere e orientare l’anima nel concreto rapporto con i turbamenti alimentati dalla realtà esterna. L’opera, dedicata anch’essa a Bruto, è divisa in cinque libri e ha forma di dialogo tra Cicerone e un anonimo interlocutore (con la finzione di porre le varie questioni morali discusse dall’autore), la cui evanescente figura lascia prendere al testo piuttosto la forma di una lezione espositiva sulla traccia del dialogo aristotelico. La discussione è ambientata nella villa di Cicerone a Tusculum, donde il titolo dell’opera.

Nei singoli libri sono trattati, rispettivamente, i temi della morte, del dolore, della tristezza, dei turbamenti dell’animo e della virtù come garanzia della felicità: si è dunque di fronte a una grande summa dell’etica antica, a un vasto trattato sul tema della felicità, e in questo senso i vari libri costituiscono una trattazione organica che nel complesso si presenta come una terapia per liberare l’animo dalle sue afflizioni. Nell’opera, del resto, è possibile intravedere il tentativo di Cicerone di dare una risposta anche ai suoi personali interrogativi e una soluzione ai propri dubbi. Da ciò deriva la profonda partecipazione emotiva dell’autore agli argomenti trattati, che conferisce allo stile del discorso un’accorata solennità e fa raggiungere ad alcune pagine un’intensità lirica che trova pochi riscontri nella prosa latina. In questo quadro si colloca l’ispirazione essenzialmente storica con cui l’autore affronta i suoi argomenti e che, nonostante la sua abituale tendenza a posizione eclettiche, segna in quest’opera il punto di massimo avvicinamento allo Stoicismo più rigoroso.

Le Tuscolanae hanno comunque anche un intento divulgativo che non va sottaciuto: nelle introduzioni ai singoli libri Cicerone indica infatti la necessità che i Romani acquisiscano un’ampia e adeguata cultura filosofica e la impieghino anche per orientarsi nella vita pratica. Non rinuncia inoltre ad accennare alla storia dell’introduzione della filosofia a Roma e allo sviluppo del pensiero fino a Socrate.

Napoli, Biblioteca Nazionale. Ms. IV. G. 31bis (1450-60 c.). Pagina miniata dalle Tuscolanae disputationes.

Una morale per la classe dirigente. | La stesura del De officiis, iniziata probabilmente nell’autunno del 44 a.C., venne conclusa molto rapidamente: mentre stava combattendo Antonio, colui che ai suoi occhi stava portando la patria alla rovina definitiva, Cicerone cercò nella filosofia i fondamenti di un progetto di più vasto respiro, indirizzato alla formulazione di una morale della vita quotidiana che permettesse all’aristocrazia romana di riacquisire il pieno controllo della società. Ora Cicerone voleva impegnarsi in una riflessione conclusiva sulla possibilità di individuare riferimenti etici sicuri in una società travolta dal turbolento tramonto delle istituzioni tradizionali: il De officiis rappresenta quindi una sorta di testamento spirituale dell’autore. Non a caso l’opera, nonostante le pecche stilistiche ed espositive (verosimilmente legate alle difficili condizioni in cui fu composta), fu tra i testi ciceroniani che maggiore influenza ebbero nelle epoche successive.

Il testo, dedicato al figlio Marco, allora studente ad Atene, è un trattato di etica – considerata nei suoi risvolti pratici in rapporto all’azione politico-sociale – e comprende, dunque, anche una dettagliata precettistica sui comportamenti da tenere nelle più diverse circostanze. Il titolo usa un termine, officium (propriamente l’azione adeguata in rapporto a un ruolo preciso), che traduce la parola greca usata dagli stoici per definire l’azione perfetta e razionale, il καθῆκον («ciò che si conviene»): in questo senso, esso fa riferimento alla discussione sui doveri legati all’esercizio della virtù e quindi alle azioni opportune da compiere.

Il De officiis si compone di tre libri: nel primo si discute dell’honestum (termine che indica ciò che è moralmente giusto), nel secondo dell’utile e nel terzo del conflitto fra honestum e utile. Per i primi due libri la fonte è il trattato Sul conveniente del filosofo stoico Panezio di Rodi, mentre il terzo, probabilmente frutto di una personale rielaborazione di altre fonti (forse Posidonio di Apamea), nasce dalla necessità, sentita da Cicerone e ignorata da Panezio, di discutere i criteri per decidere in concreto sulle questioni etico-politiche più difficili e dubbie.

Panezio aveva impresso alla dottrina stoica una svolta in senso marcatamente aristocratico, cercando soprattutto di addolcirne l’originario rigorismo morale, affinché fosse praticabile da una classe dirigente ricca, colta e raffinata. Il suo Stoicismo moderato, dunque, offriva così, sotto molteplici aspetti, una base particolarmente adatta al discorso di Cicerone: da un lato, il pensiero paneziano era radicale nel rifiuto dell’edonismo epicureo (e della conseguente etica del disimpegno) e riusciva a rimanere rispettosa della tradizione e dell’ordine politico-sociale senza fanatismi; dall’altro, forniva anche la minuziosa casistica necessaria a regolare i comportamenti quotidiani dei membri dei gruppi dirigenti, permettendo così al discorso ciceroniano di spostarsi facilmente dalla riflessione teoretica all’enunciazione di precetti validi per la vita di tutti i giorni. All’interno di questo specifico contesto speculativo, Cicerone considerava che le virtù fossero «parti dell’honestum», mentre i modi di conseguire potere e consenso da parte della classe dirigente attenessero all’utile. Il fine del ragionamento ciceroniano consiste appunto nel dimostrare come tra honestum e utile non ci sia contraddizione, bensì identità: il secondo è infatti ritenuto conseguenza diretta del primo.

 

Città del Vaticano, BAV. Ms. Pal. lat. 1534 (XV sec.), Ciceronis de officiis, f. 1r.

 

Un’etica dell’agire socio-politico. | Rispetto alla Stoà antica, la dottrina di Panezio si distingueva per un giudizio assai più positivo sugli istinti, che dalla ragione non devono essere repressi, ma piuttosto corretti e disciplinati in modo che essi si sviluppino progressivamente in virtù vere e proprie. Sulla base di questo quadro teorico di riferimento, all’inizio del De officiis (I 15) l’autore afferma che l’honestum scaturisce da quattro possibili fonti, ovvero si compone di quattro parti fra loro collegate che consistono nella ricerca della verità, nella protezione della società, nel desiderio di primeggiare, nell’aspirazione all’armonia (secondo una classificazione che corrisponde in pratica alle tradizionali virtù cardinali stoiche di sapienza, giustizia, fortezza e temperanza). Si tratta di tendenze naturali insite nell’uomo, che, se ben indirizzate dalla ragione, daranno origine a specifici comportamenti virtuosi, in quanto ciascuna delle quattro parti dell’honestum è fonte di specifiche categorie di doveri.

Gli uomini sentono per natura una spinta alla ricerca del vero, che è la fonte da cui si origina la sapientia. Si tratta tuttavia di una tendenza da gestire con accortezza affinché sia orientata sempre all’azione concreta: lo studio e la ricerca fini a se stessi allontanano infatti dalla vita pratica, mentre il merito della virtù consiste proprio nell’azione.

Il desiderio di proteggere la società trova la sua corretta realizzazione in due principi complementari: la iustitia e la beneficentia. La prima, cui spetta di «dare a ciascuno il suo», opera tutelando la proprietà privata, ovvero il fondamento stesso degli Stati e delle comunità cittadine, sorti perché ogni individuo possa meritarsi e mantenere il suo (II 73). Questo tema era di scottante attualità: dalle riforme dei Gracchi alle confische di Silla e di Cesare fino allo stesso anno 44 a.C. in cui Cicerone metteva nero su bianco queste parole (quell’anno Antonio aveva presentato una legge per distribuire l’ager publicus tra i veterani e i cittadini fedeli alla causa cesariana), la questione della proprietà si riproponeva ormai con frequenza inquietante per i ceti possidenti, mentre programmi di riforma agraria o di abolizione dei debiti suscitavano inevitabilmente il plauso delle classi popolari su cui faceva leva chiunque aspirasse al potere. Pertanto, il venir meno della iustitia e, dunque, l’affermarsi dell’iniustitia, indeboliva le basi stesse della società. A questo proposito Cicerone distingueva due forme di iniustitia, una attiva e l’altra passiva: se la prima consiste in un’aggressione intenzionale al diritto mossa da avaritia («avidità»), la seconda è legata al disinteresse e al disimpegno verso la comunità.

In questo contesto socio-politico la beneficentia, ovvero la capacità di donare il proprio collaborando positivamente al benessere collettivo, poteva costituire un valore rimanendo entro limiti precisi, altrimenti comportava indubbiamente gravi rischi. Troppe volte, infatti, si era visto come la corruzione delle masse mediante largitio («elargizione», «donazione»), o in generale attraverso proposte demagogiche, potesse essere un mezzo pericolosissimo nelle mani di individui senza scrupoli, decisi a fare della res publica un proprio possesso privato. Perciò, Cicerone sottolinea con forza che la beneficentia non deve essere posta al servizio delle ambizioni personali.

L’istinto naturale a primeggiare sugli altri si manifesta nella capacità di imporre il proprio dominio: da questa tendenza, comunque, può derivare la virtù della magnitudo animi («grandezza di spirito», «magnanimità»), che, secondo il pensiero paneziano, sostituiva la virtù cardinale della fortezza. Il controllo della ragione, svuotando la volontà di predominio di quanto in essa c’è di egoistico e tendenzialmente prevaricatorio (si pensi a quanto spiegato nel Somnium Scipionis), trasforma questo istinto in una virtù capace di mettersi al servizio degli altri per contribuire attivamente a rendere la patria ancora più grande e gloriosa. Viceversa, se la trasformazione non avviene, è aperta la strada all’anarchia o alla tirannide. In ciò è evidente la volontà di Cicerone di sottoporre a forti vincoli una virtù che, se non adeguatamente imbrigliata, può divenire la passione specifica della tirannide e ritorcersi contro la res publica (e, di conseguenza, l’egemonia senatoria): mentre Cicerone scriveva, l’esempio di Cesare era ancora sotto gli occhi di tutti.

Nel sistema etico del De officiis il regolatore generale degli istinti e delle virtù, ciò che permette loro di integrarsi in un tutto armonico, è costituito dalla virtù della temperanza, che deriva da una naturale aspirazione all’ordine: all’esterno, agli occhi degli altri, essa si manifesta in un’apparenza di appropriata armonia di pensieri, di gesti, di parole, che assume il nome di decorum. Si tratta di una meta raggiungibile solo da chi abbia saputo sottomettere i propri istinti al saldo controllo della ragione. L’autocontrollo che l’autore caldeggia persegue del resto un fine ben determinato: l’approvazione degli altri, che il decorum permette di conciliarsi con l’ordine, la coerenza, la giusta misura nelle parole e nelle azioni. La costante attenzione a ciò che gli altri possano pensare, la preoccupazione di non urtarne la suscettibilità sono un portato necessario della fitta rete di obblighi sociali in cui a Roma si trovano inseriti i membri degli ordines superiori.

Una delle novità più interessanti del modello etico proposto è il fatto che il concetto di decorum permetta la possibilità di una pluralità di atteggiamenti e di scelte di vita. L’appropriatezza delle azioni e dei comportamenti che si pretende dall’individuo ha infatti le sue radici nelle qualità personali, nelle disposizioni intellettuali e morali di ognuno: di qui la legittimazione di scelte di vita anche diverse da quella tradizionale del perseguimento delle cariche pubbliche, purché chi le intraprenda non dimentichi i propri doveri verso la civitas. Questo pluralismo di modelli di vita ammesso dall’ultimo Cicerone rispecchia, evidentemente, le diverse vocazioni e attività di quei boni di tutta l’Italia di cui egli aveva incominciato a parlare fin dalla Pro Sestio. La filosofia prende dunque atto dei mutamenti intervenuti nel frattempo e s’incarica di ritessere la trama dei valori, di modificare e rendere più duttile il modello etico tradizionale per integrarvi le nuove figure emergenti.

Come si accennava, Cicerone accompagna questa riflessione teorica a una minuta precettistica relativa ai comportamenti da tenere nella vita quotidiana e nell’abituale commercio con gli altri: il De officiis comprende così osservazioni dettagliate sui gesti e la postura del corpo, sulla toilette e l’abbigliamento, la conversazione e persino la casa dell’aristocratico romano. In questo modo l’Arpinate dava inizio a una traduzione di “galateo” destinata ad avere grande fortuna nella cultura occidentale.

Paul Barbotti, Orazione di Cicerone davanti alla tomba di Archimede. Olio su tela, 1853.

Fra malinconia e speranza. | Un posto a parte fra le opere filosofiche di Cicerone occupano due brevi dialoghi dedicati ad Attico: il Cato maior sive de senectute e il Laelius sive de amicitia. Entrambi composti nel 44 a.C. e incentrati su celebri personaggi del passato, i due testi, che trattano rispettivamente della vecchiaia e dell’amicizia, esprimono due diversi stati d’animo dell’autore: il primo, dall’atmosfera più dimessa e pensosa, è infatti scritto poco prima dell’assassino di Cesare, mentre il secondo, dal tono più energico, subito dopo.

Al Cato maior Cicerone lavorò all’inizio del 44: nel personaggio di Marco Porcio Catone “il Censore” (portavoce dell’autore) l’Arpinate trasfigura l’amarezza per una senilità che, oltre al decadimento fisico e all’imminenza della morte, comporta soprattutto la perdita della possibilità di intervento politico. In questo testo, che è ambientato nel 150 (l’anno della scomparsa di Catone), l’autore, proiettandosi nella figura di un anziano che conserva autorità e prestigio, si rifugia nel passato per vestire i panni dell’antico Censore ed eludere così, idealmente, la propria condizione di forzata inattività pubblica.

La rappresentazione ciceroniana di Catone risulta differente rispetto alla sua immagine storicamente accettabile: il personaggio appare infatti come addolcito e ammansito. Il rude agricoltore della Sabina, caparbiamente attaccato ai propri profitti, ha ceduto il posto a un raffinato cultore dell’humanitas e della buona compagnia che, con una punta di estetismo, arriva perfino ad anteporre il bello all’utile. Nella vecchiaia catoniana tratteggiata nel dialogo si armonizzano così in maniera perfetta il gusto per l’otium e la tenacia dell’impegno politico, due opposte esigenze che l’autore ha cercato invano di conciliare per tutta la vita.

Diversa l’atmosfera che si respira nel Laelius, in cui Cicerone appare più combattivo: l’opera, verosimilmente composta all’indomani del cesaricidio, accompagna infatti il rientro dell’Arpinate sulla scena politica. Il dialogo è ambientato nel 129 a.C. (lo stesso anno del De re publica), pochi giorni dopo la misteriosa scomparsa di Scipione Emiliano nel corso delle agitazioni graccane. Rievocando la figura dell’amico defunto, Gaio Lelio, colto e raffinato uomo politico del II secolo, legato a Scipione dall’assidua frequentazione e dalla solidarietà politica, ha modo di intrattenere i propri interlocutori sulla natura e sul valore dell’amicitia stessa. Per i Romani essa era soprattutto la creazione di legami personali a scopo di sostegno politico. nascendo dal tentativo di superare la tradizionale logica clientelare e di fazione propria del regime aristocratico, il dialogo muove, tuttavia, sulla traccia delle scuole filosofiche elleniche, alla ricerca dei fondamenti etici della società nel rapporto che lega fra loro le volontà degli amici.

La novità dell’impostazione ciceroniana consiste soprattutto nello sforzo di allargare la base sociale di questo genere di rapporti al di là della ristretta cerchia della nobilitas: a fondamento dell’amicitia, infatti, sono posti valori come quelli rappresentati dalla virtus e dalla probitas, riconosciuti a vasti strati della popolazione. Cicerone scrive per quella “gente perbene” alla cui centralità politico-sociale ha affidato da tempo le sorti del proprio programma di rigenerazione della res publica. La fiducia in un rinnovato sistema di valori, in cui proprio l’amicizia occupi un ruolo centrale, deve dunque servire a cementare la coesione dei boni. Quella auspicata nel Laelius non è soltanto un’amicizia politica: si avverte, in tutta l’opera, un disperato bisogno di rapporti sinceri, quali Cicerone, preso nel vortice delle convenienze imposte dalla vita pubblica, poté forse provare solo con Attico.

Ritratto virile di patrizio romano. Testa, marmo, metà I sec. a.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

 

Res publica e religio. | Di argomenti religiosi trattano tre opere – anche queste scritte in forma dialogica – che formano una sorta di trilogia (è, del resto, l’autore stesso a presentare le ultime due come prosecuzione e complemento della prima): il De natura deorum, in tre libri, dedicato a Bruto; il De divinatione, in due libri; il De fato, giunto incompleto. Questo gruppo di testi mostra nel suo complesso una riflessione di ampio respiro su temi di carattere religioso, spirituale e teologico, che, occupando l’autore nel difficile periodo fra il 45 e il 44 a.C., implicano anche inevitabili risvolti etico-politici. La prospettiva da cui sono affrontati i vari argomenti è del resto chiara: sebbene non manchino intenti di carattere divulgativo, i problemi religiosi interessano Cicerone soprattutto per i loro risvolti sulla concreta vita civile. Egli infatti considera la religione una componente fondamentale dell’assetto istituzionale della res publica.

Il De natura deorum è un dialogo che si immagina svolto (probabilmente nel 77/6 a.C.) tra Gaio Velleio, Lucio Balbo e Aurelio Cotta (nella cui casa è ambientata la discussione, alla presenza di un giovanissimo Cicerone). Vengono esaminate varie posizioni filosofiche relative alla natura degli dèi, che sono così presentate per questa via al pubblico romano: nel I libro Velleio espone la tesi epicurea (poi confutata da Cotta) dell’indifferenza delle divinità rispetto ai casi umani; nel II libro Balbo prende in esame la tesi stoica del panteismo provvidenziale; nel III libro Cotta critica la posizione di Balbo e sembra schierarsi in favore dello scetticismo accademico. Cicerone, alla fine dell’opera, manifesta molto laconicamente una preferenza per la tesi stoica di Balbo, che dice di ritenere più verosimile (su quale sia nell’opera l’effettiva posizione dell’autore, anche a causa della lacunosità del III libro, resta un problema critico ancora parzialmente aperto).

Più interessante, anche perché più direttamente legato alla situazione romana, è il De divinatione, un dialogo in due libri immaginato fra l’autore stesso e suo fratello Quinto, a proposto all’arte divinatoria. Nell’opera, che rappresenta una fonte importante per la conoscenza di molte pratiche cultuali del mondo antico, Cicerone si mostra esitante fra la denuncia della falsità della religio tradizionale e la necessità del suo mantenimento al fine di conservare il dominio sui ceti sociali subalterni, facilmente strumentalizzabili per via della loro credulità (per esempio, la dichiarazione di auspicia sfavorevoli poteva servire a interrompere o a rimandare assemblee di carattere politico). L’opera fu verosimilmente iniziata prima della morte del dictator, ma completata in seguito: il proemio del II libro, infatti, testimonia l’entusiasmo dell’autore per la ritrovata libertà e la possibilità di un suo rientro attivo sulla scena pubblica, nonché la fiducia per un rinnovamento etico-politico della classe dirigente.

Il De fato discute la dottrina stoica, secondo cui il fato è il destino inevitabile, prestabilito da quel λόγος divino che ordina e sorregge il mondo. Il discorso coinvolge la questione della libertà dell’uomo e della sua responsabilità rispetto alle azioni che compie; Cicerone cerca di confutare le tesi stoiche e di dimostrare la possibilità per gli individui di fare scelte libere e consapevoli: in questi temi si avverte il clima politico all’indomani dell’uccisione di Cesare e la conseguente volontà dell’autore di stimolare una presa di coscienza nel lettore circa le possibilità di intervenire attivamente e positivamente nella gestione della res publica.

Scena di sacrificio. Bassorilievo da altare, I sec. d.C. Stockholm, Antikengalerie Opferszene.

 

Una lingua per la filosofia: Cicerone forgiatore di lessico e stile. | Accingendosi a comporre il proprio poema ispirato alla filosofia epicurea, anche Lucrezio aveva lamentato l’inadeguatezza della lingua latina a “rendere” la terminologia filosofica dei Greci. Dal canto suo, pure Cicerone si trovò di fronte a problemi molto analoghi per la stesura dei propri testi; e, al pari del poeta, scelse una linea purista per risolvere la questione: evitare i grecismi. Di qui una costante e accanita sperimentazione lessicale nella traduzione dei termini ellenici, le cui incertezze e difficoltà sono talora attestate nelle lettere ad Attico (si pensi, per esempio, al caso di καθῆκον, che Cicerone si risolse, dopo lunghe perplessità, a rendere con officium; o, per dire della terminologia retorica, ai vari tentativi di individuare un equivalente latino di περίοδος).

Il risultato di questa sperimentazione fu l’introduzione nel latino di molti neologismi: Cicerone gettò in tal modo le basi di quel lessico astratto destinato a divenire patrimonio della tradizione culturale europea; per esempio, qualitas, che traduce il greco ποιότης, quantitas per ποσότης, essentia per οὐσία, ecc.

L’attenta scelta delle parole era di importanza estrema per il raggiungimento della chiarezza espositiva; ma il contributo senz’altro più notevole dell’Arpinate all’evoluzione della prosa occidentale fu la creazione di un periodo complesso e armonioso, fondato su perfetto equilibrio e rispondenza delle parti, il cui modello – fin dalle orazioni – egli trovò in Isocrate e in Demostene.

Dato il sempre presente modello retorico, l’esigenza dell’orecchio e del ritmo hanno spesso la prevalenza: ma il periodo ciceroniano è in genere anche una rigorosa architettura logica. La creazione di un simile periodo comportava l’eliminazione delle incoerenze nella costruzione, degli anacoluti, delle “costruzioni a senso” e delle molte altre forme di incongruenza che la prosa arcaica latina aveva ereditato dal linguaggio colloquiale. Veniva poi l’organizzazione delle frasi in ampie unità che manifestassero un’accurata ed esplicita subordinazione delle varie parti rispetto al concetto principale: in altre parole, la sostituzione della paratassi (coordinazione) con l’ipotassi (subordinazione). A una perfetta capacità di dominio della sintassi si deve la possibilità di organizzare i periodi lunghi e complessi, eppure sempre lucidi e coerenti, di cui abbondano le pagine ciceroniane.

Se questi sono i tratti che meglio definiscono il profilo esterno della costruzione ciceroniana del discorso, uno degli aspetti che più colpiscono il lettore è la varietà dei toni e dei registri stilistici che entrano in gioco con grande mobilità di effetti. Ciascuna delle tre gradazioni di stile (semplice, temperato, sublime) viene adeguatamente (secondo il canonico principio greco del πρέπον, cioè il decorum, l’«opportuno», il «conveniente») impiegata a seconda delle esigenze discorsive corrispondenti: probare, delectare, movere.

A ogni livello di stile, a ogni diverso registro espressivo, corrisponde una collocazione delle parole adeguata, un’opportuna sonorità fatta di armonia e di euritmia (l’ornatus suavis et affluens trova il suo punto di forza nella forma e nel sonus delle parole); soprattutto, la disposizione verbale è sempre accuratamente tale da realizzare il numerus. Nella pratica, il numerus agisce come un sistema di regole metriche adattate alla prosa (Cicerone sosteneva a ragione di aver dedicato più attenzione a questo aspetto del discorso di quanto non avesse fatto la trattatistica greca), in modo che i pensieri gravi trovino un andamento solenne e sostenuto e, invece, il discorso piano un’intonazione più familiare.

La sede specializzata per questi effetti metrico-ritmici è la clausola, quella parte finale del periodo in cui l’orecchio dell’ascoltatore deve sentirsi impressionato dagli effetti suggeriti dalla successione dei piedi (per esempio, il dattilo e il peone per il tono sostenuto oppure l’andamento giambico per il tono discorsivo e familiare). Della varietà efficace e abilissima delle clausolae ciceroniane basti sapere, comunque, che nella “prosa periodizzata” Cicerone seppe tenersi lontano dagli eccessi “asiani” di Ortensio e più vicino, in ultima analisi, al modello di Isocrate, che all’arte del periodare ampiamente costruito aveva saputo affiancare l’uso di brevi proposizioni “numerose” in serie.

London, British Library. Harley MS 647 (c. 820-840), f. 8v. Pagina dagli Aratea di Cicerone, illustrata con un calligramma (ante litteram), raffigurante la costellazione del Canis Maior, e l’excerptum degli Astronomica.

 

Le opere poetiche: l’importanza storica di un talento discutibile

«Con l’andare del tempo – scrive Plutarco nella Vita di Cicerone – egli credette di essere non solo il più grande oratore, ma anche il più grande poeta di Roma […], ma, quanto alla sua poesia, essendo venuti dopo di lui molti grandi talenti, è rimasta completamente ignorata, completamente spregiata». Sembra dunque che solo Cicerone si illudesse sulla propria vena poetica: già i contemporanei gli concessero poco apprezzamento e le generazioni successive lo ignorarono del tutto: Marziale (Epigrammi II 89, 3-4) ne avrebbe fatto un paradigma di velleitarismo fallimentare: «Tu componi versi senza alcuna ispirazione delle Muse, senza alcuna assistenza di Apollo. Bravo! Hai in comune questa virtù con Cicerone!». Non è probabilmente un caso, dunque, che della produzione poetica ciceroniana siano rimasti solo pochi frammenti e perlopiù citati dallo stesso autore nelle sue opere in prosa.

In gioventù l’Arpinate compose poemetti alessandrineggianti di argomento mitologico come Glaucus, in tetrametri trocaici, e Alcyones; il Limon, probabilmente un’opera miscellanea, conteneva fra l’altro una raccolta di giudizi in versi su poeti. Queste prime prove, varie per metro e per argomento, farebbero pensare a Cicerone addirittura come una sorta di precursore dei neoterici, incline a un certo sperimentalismo artistico, anche se non propriamente un “callimacheo”: un poeta di tipo ellenistico, insomma, ma non molto lontano da quella che era stata la poetica di Lucilio.

Ben presto i suoi gusti dovettero farsi più tradizionalistici (vincolandosi soprattutto al modello arcaico di Ennio) fino all’ostilità più o meno aspra verso i “poeti moderni” (neoteroi, o poetae novi, appunto). A questa seconda fase della produzione poetica ciceroniana appartengono i poemi epici Marius, che cantava le gesta dell’altro grande arpinate (opera probabilmente ancora del periodo giovanile), De temporibus suis, cui Cicerone accenna in alcune lettere, e De consulatu suo, in tre libri, composto intorno al 60 a.C. per celebrare l’anno della gloriosa battaglia contro Catilina (un ampio brano di questo poema è stato conservato dallo stesso autore nel De divinatione). Quest’ultima fu l’opera più sbeffeggiata dell’Arpinate sia dai contemporanei sia dalla critica letteraria del I secolo d.C. (soprattutto per le stucchevoli lodi di cui l’autore era prodigo verso se stesso e il proprio operato in qualità di magistrato). Due versi in particolare restano celebri per l’irrisione che suscitarono: cedant arma togae, concedat laurea laudi («S’inchinino le armi di fronte alla toga, l’alloro del trionfo s’inchini al merito civile»), in cui Cicerone contrapponeva le proprie glorie consolari agli allori dei comandanti militari, e o fortunatam natam me consule Romam! («O Roma fortunata, nata sotto il mio consolato!»), che fu poi citato ancora da Giovenale come simbolo di una superbia sciocca e ridicola.

Fra queste due fasi è probabile che si debba collocare gli Aratea, traduzione in esametri degli eruditissimi Fenomeni di Arato di Soli (ca. 315-240 a.C.). Si tratta di un poemetto didascalico di argomento astronomico che suscitò grandissimo interesse nell’antichità e che venne tradotto anche da Germanico (15 a.C.-19 d.C.) e Avieno (IV sec. d.C.). È questa l’opera poetica più fortunata di Cicerone, l’unica della quale rimangano porzioni di una certa estensione. In essa si nota il ricorrere di un andamento grandioso e magniloquente, che nello stile solenne richiama la poesia alta di Ennio e Lucrezio.

Comunque, nonostante i non felicissimi risultati della sua poesia, l’influenza di Cicerone versificatore non dovette però essere insignificante, almeno per gli aspetti tecnico-artistici: egli infatti contribuì non poco a regolarizzare l’esametro latino (posizione delle cesure nel verso e specializzazione di alcune forme metrico-verbali in clausola). Dai suoi esercizi poetici l’esametro uscì più elegante e duttile e, nel ritmo, più vivace e non troppo distante dalla strutturazione che avrebbe poi assunto in età augustea.

L’esempio ciceroniano fu probabilmente determinante per quel che riguarda la conquista di una maggiore libertà espressiva nella disposizione delle parole e per la spinta impressa al discorso oltre i rigidi confini del verso, attraverso lo sviluppo dell’uso dell’enjambement. Pur senza raggiungere gli effetti espressivi del mobilissimo esametro augusteo, quello ciceroniano riuscì a conquistarsi una struttura metrico-sintattica molto meno “immobile” di quella di stampo arcaico. Non a caso echi ciceroniani, soprattutto dagli Aratea, si avvertono in Lucrezio, in Virgilio georgico, finanche in Orazio e Ovidio.

Ritratto virile. Busto, marmo, I sec. a.C. ca. Wien, Kunsthistorisches Museum.

 

Il “vero” Cicerone: l’epistolario

Per la conoscenza della personalità dell’autore si dispone di uno strumento di impareggiabile valore: si è infatti conservata una cospicua quantità delle lettere che egli scrisse ad amici e conoscenti, insieme ad alcune lettere di risposta di questi ultimi. Nella forma in cui è stato tramandato, l’epistolario ciceroniano si compone di circa novecento testi, suddivisi in quattro grandi raggruppamenti in base al destinatario: i sedici libri di Ad familiares, i sedici delle Ad Atticum, i tre libri Ad Quintum fratrem e due libri Ad Marcum Brutum (di autenticità controversa).

I documenti pervenuti abbracciano gli anni dal 68 al 43 a.C. (mancano tuttavia lettere dell’anno del consolato) e furono pubblicati in una data incerta ma successiva alla morte dell’autore (forse, almeno le Ad familiares, a cura del fedele liberto Tirone). Sebbene queste epistole non siano nate con lo scopo della pubblicazione, Cicerone aveva comunque pensato nel 44 alla possibilità di divulgarne una selezione, ma la morte glielo impedì.

Il ricco epistolario ciceroniano comprende testi di vario genere ed estensione: biglietti vergati frettolosamente, vivaci resoconti degli avvenimenti politici, lettere elaborate che sembrano brevi trattati, alcuni scritti, rivolti ai corrispondenti più importanti, probabilmente concepiti come “lettere aperte” destinate forse a una qualche circolazione. La varietà dei contenuti, delle occasioni e dei destinatari si rispecchia peraltro in quella dei toni: Cicerone è a volte scherzoso, a volte preoccupato fino all’angoscia per le vicende politiche e i problemi personali, a volte sostenuto e impegnato.

Si tratta – è bene sottolinearlo – di lettere vere: quando le scrisse, l’autore non pensava a una loro pubblicazione (come sarebbe stato invece nel caso dell’epistolario di Seneca); perciò queste lettere mostrano un Cicerone “vero” e “reale”, non ufficiale, che nelle confidenze private rivela apertamente i retroscena, a volte poco edificanti, della sua azione politica, i dubbi, le incertezze e le esitazioni frequenti, gli alti e bassi del suo umore.

Il carattere di epistolario “reale” ha i suoi riflessi anche sullo stile, che è molto diverso da quello delle opere destinate alla pubblicazione: Cicerone non rifugge da un periodare spesso ellittico, gergale, denso di allusioni talora “cifrate” (di qui, per i moderni, gravi difficoltà di interpretazione), abbondante di grecismi e di colloquialismi; la sintassi denuncia molte paratassi e parentesi, il lessico è costellato di parole pittoresche, come curiosi diminutivi (per esempio, aedificatiuncula, ambulatiuncula, diecula, vulticulus, integellus, ecc.) e ibridi greco-latini (tocullio, «strozzino», dal greco τόκος, «interesse»). È una lingua che rispecchia piuttosto fedelmente il sermo cotidianus delle classi elevate di Roma.

Non va dimenticato, infine, l’eccezionale valore storico dell’epistolario ciceroniano, che, a volte, quasi come un moderno quotidiano, permette di seguire giorno per giorno l’evolversi degli avvenimenti. Grazie a questo documento, l’epoca in cui l’autore visse è quella che è meglio nota di tutta la storia antica; a ragione, pertanto, Cornelio Nepote (Vita di Attico, 16) poté parlarne come di una vera e propria historia contexta eorum temporum («monografia storica di quei tempi»).

Sall. Cat. 29 (Il Senato conferisce pieni poteri a Cicerone per combattere Catilina)

di Sallustio, La congiura di Catilina, L. Storoni Mazzolani (cur.), Milano, BUR, 2013, 124-125; testo latino: J.C. Rolfe – J.T. Ramsey (eds.), Sallust, I: The War with Catiline; The War with Jugurtha (edited and revised; first published 1921). Loeb classical library, 116, Cambridge-London, HUP, 2013, 66-67.

 

Ea cum Ciceroni nuntiarentur, ancipiti malo permotus, quod neque urbem ab insidiis priuato consilio longius tueri poterat neque, exercitus Manli quantus aut quo consilio foret, satis compertum habebat, rem ad senatum refert, iam antea uolgi rumoribus exagitatam. itaque, quod plerumque in atroci negotio solet, senatus decreuit, darent operam consules, ne quid res publica detrimenti caperet. ea potestas per senatum more Romano magistratui maxuma permittitur: exercitum parare, bellum gerere, coercere omnibus modis socios atque ciuis, domi militiaeque imperium atque iudicium summum habere; aliter sine populi iussu nullius earum rerum consuli ius est.

 

Come apprese queste notizie, Cicerone si turbò per la duplice minaccia, poiché non era più in suo potere proteggere l’Urbe dai pericoli con la sola sua previdenza né era sufficientemente informato sull’entità delle forze di Manlio o delle sue intenzioni. Perciò, portò a conoscenza del Senato la cosa, che correva già sulle bocche di tutti.

Il Senato emanò il decreto che ordina ai consoli di provvedere affinché la Repubblica non subisca alcun danno: secondo il costume romano, al magistrato, tramite il Senato, vengono conferiti i più ampi poteri, come richiamare l’esercito, fare la guerra, tenere sotto la più rigorosa disciplina i cittadini e gli alleati, esercitare, infine, i poteri supremi civili e militari; altrimenti, senza l’autorizzazione del popolo romano, al console non è lecito nessuno di questi provvedimenti.

 

M. Tullio Cicerone. Busto, marmo, copia di B. Thorvaldsen da originale romano. København, Thorvaldsens Museum.

 

Alcune testimonianze di Cicerone sulla congiura di Catilina

di L. STORONI MAZZOLANI (ed.), Sallustio, La congiura di Catilina, testo latino a fronte, Milano 2013, pp. 56-59.

 

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato; dettaglio. Affresco, 1882-88. Roma, Palazzo di Villa Madama.

 

Sulla congiura di Catilina hanno scritto molti storici ma tutti posteriori. Dei testimoni, nessuno certamente fu più informato e più interessato di Cicerone, che era console nel 63 a.C., l’anno della congiura, e pronunciò le celebri quattro orazioni dette le Catilinarie. Ci è parso utile citare altri passi nei quali l’oratore parlò del famoso rivoluzionario: la prima orazione citata, Pro Murena, fu pronunciata nella seconda metà di novembre del 63, cioè quindici giorni dopo le Catilinarie. In quel momento, Catilina aveva lasciato Roma e si trovava con l’esercito a Fiesole. Cicerone lo ricorda candidato al consolato:

 

[49] Catilinam interea alacrem atque laetum, stipatum choro iuventutis, vallatum indicibus atque sicariis, inflatum cum spe militum […], circumfluentem colonorum Arretinorum et Faesulanorum exercitu […]. voltus erat ipsius plenus furoris, oculi sceleris, sermo adrogantiae, sic ut ei iam exploratus et domi conditus consulatus videretur. [50][…] habuisse in contione domestica dicebatur, cum miserorum fidelem defensorem negasset inveniri posse nisi eum qui ipse miser esset; integrorum et fortunatorum promissis saucios et miseros credere non oportere […].

Catilina, tutto vibrante, lieto, circondato da una schiera di giovani, protetto da informatori e da sicarii, esaltato dalla speranza che poneva nei militari… attorniato da una legione di coloni di Arezzo e di Fiesole… il volto acceso, gli occhi da criminale, le parole arroganti, pareva avesse già in pugno il consolato, anzi, che se lo fosse chiuso in casa… dicono che in una riunione in casa sua abbia dichiarato che nessuno poteva farsi campione dei poveri se non era povero anche lui: gli sventurati, i miserabili, diceva, non dovevano fidarsi delle promesse di chi era ricco e protetto dalla sorte…

 

[78] non usque eo L. Catilina rem publicam despexit atque contempsit ut ea copia quam secum eduxit se hanc civitatem oppressurum arbitraretur. Latius patet illius sceleris contagio quam quisquam putat, ad pluris pertinet. intus, intus, inquam, est equus Troianus; a quo numquam me consule dormientes opprimemini. [79] quaeris a me ecquid ego Catilinam metuam. nihil, et curavi ne quis metueret, sed copias illius quas hic video dico esse metuendas; nec tam timendus est nunc exercitus L. Catilinae quam isti qui illum exercitum deseruisse dicuntur. non enim deseruerunt sed ab illo in speculis atque insidiis relicti in capite atque in cervicibus nostris restiterunt.

L. Catilina non disprezza la Repubblica al punto da illudersi di poterla dominare con le forze che ha portato fuori della città con sé; ma l’infezione del suo reo disegno si è estesa più che chiunque possa pensare, ha contagiato molti. Il cavallo di Troia è qui, in città; ma non vi coglierà di sorpresa nel sonno fino a che il console sarò io. Mi chiedete se ho paura di Catilina? Affatto! Anzi, ho fatto sì che non ne abbia paura nessuno; però, lo affermo, c’è da aver paura dei seguaci che ha qui; non è tanto l’esercito di Catilina che è da temere, quanto quelli che ha lasciati qui, dei quali si dice che hanno disertato l’esercito. Non è vero! Non hanno disertato affatto! È lui che li ha lasciati qui a vigilare, a spiare, a tendere insidie; sono rimasti per attentare alle nostre vite.

 

***

 

Publio Cornelio Silla, nipote del dittatore scomparso, eletto console nel 65 a.C., fu destituito perché accusato di brogli elettorali; pendeva su di lui un’altra denuncia, di complicità nella congiura di Catilina. L’orazione in sua difesa fu pronunciata da Cicerone nel 62 a.C., pochi mesi dopo la morte del rivoluzionario. Cicerone lo scagiona dall’accusa («di lui non ebbi mai alcun indizio, né lettere, né sospetti») e descrive la riunione in casa di Marco Leca, precisando che avvenne il 6 novembre, alla vigilia della seduta nella quale egli, pronunciando la I Catilinaria, smascherò Catilina e lo costrinse ad allontanarsi. Sallustio invece pone quella riunione ai primi di ottobre. La descrizione di Catilina giovane  ha forse ispirato quella di Sallustio.

 

[52] quae nox [ad M. Laecam] omnium temporum coniurationis acerrima fuit atque acerbissima. tum Catilinae dies exeundi, tum ceteris manendi condicio, tum discriptio totam per urbem caedis atque incendiorum constituta est; tum tuus pater, Corneli, id quod tandem aliquando confitetur, illam sibi officiosam provinciam depoposcit ut […] me […] trucidaret.

La notte in cui avvenne la riunione in casa di M. Leca fu la più tremenda di tutte le fasi della congiura: quella notte fu fissata la data della partenza di Catilina, affidati i compiti a chi restava, fu divisa la città in sezioni in vista dei massacri e degli incendi; fu quella notte che tuo padre, Cornelio – un giorno dovrà pure confessarlo! – sollecitò per sé l’incarico meritorio di uccidermi […].

 

[70] omnibus in rebus, iudices, quae graviores maioresque sunt, quid quisque voluerit, cogitarit, admiserit, non ex crimine, sed ex moribus eius qui arguitur est ponderandum. neque enim potest quisquam nostrum subito fingi neque cuiusquam repente vita mutari aut natura converti […] Catilina contra rem publicam coniuravit. cuius aures umquam haec respuerunt? conatum esse audacter hominem a pueritia non solum intemperantia et scelere sed etiam consuetudine et studio in omni flagitio, stupro, caede versatum?

In tutte le cose più gravi, di maggior rilievo, o giudici, non si deve basarsi sul delitto ma sui precedenti di colui che è imputato. Poiché nessuno di noi può farsi una personalità di punto in bianco, né mutare all’improvviso da quel che era, o cambiare la propria natura… che Catilina abbia attentato alla sicurezza della Repubblica, chi mai non ha creduto capace d’un piano così criminoso un uomo che sin dall’adolescenza s’era abbandonato non solo all’intemperanza e al delitto, ma anzi s’era abituato a compiere violenze, stupri, assassini e di questi si compiaceva?

 

[76] […] penitus introspicite Catilinae, Autroni, Cethegi, Lentuli ceterorumque mentis; quas vos in his libidines, quae flagitia, quas turpitudines, quantas audacias, quam incredibilis furores, quas notas facinorum, quae indicia parricidiorum, quantos acervos scelerum reperietis! ex magnis et diuturnis et iam desperatis rei publicae morbis ista repente vis erupit, ut ea confecta et eiecta convalescere aliquando et sanari civitas posset […].

Considerate a fondo, giudici, l’animo di Catilina, di Autronio, di Cetego, di Lentulo e degli altri complici; quali libidini vi troverete, quali degenerazioni, quali turpitudini, quali gesti avventati e violenze incredibili, quali sintomi di criminalità, e indizi di odio contro i parenti, quali cumuli di malefatte! Dalle grandi, e ormai annose e irrimediabili sciagure della Repubblica scaturì improvvisamente tale malvagità, sì che, una volta che la si fosse sconfitta ed espulsa, la Repubblica potesse lentamente riaversi e riacquistare le forze […].

 

***

 

Celio Rufo aveva subito una denuncia di tentato avvelenamento dalla sua amante, Clodia – la famosa Lesbia amata da Catullo; siamo nel 56 a.C. Che Celio Rufo avesse appartenuto al gruppo dei giovani che seguivano affascinati il rivoluzionario Catilina è ormai un fatto lontano e superato. A distanza di 7 anni, Cicerone, ripensando al suo avversario, all’uomo che tentò di ucciderlo, ne dà un giudizio improntato a equità e giustifica il giovane che credette in lui:

 

[12] […] Habuit enim ille, sicuti meminisse vos arbitror, permulta maximarum non expressa signa sed adumbrata virtutum. utebatur hominibus improbis multis; et quidem optimis se viris deditum esse simulabat. erant apud illum inlecebrae libidinum multae; erant etiam industriae quidam stimuli ac laboris. flagrabant vitia libidinis apud illum; vigebant etiam studia rei militaris. neque ego umquam fuisse tale monstrum in terris ullum puto, tam ex contrariis diversisque ‹atque› inter se pugnantibus naturae studiis cupiditatibusque conflatum […].

Ma Catilina, credo che lo ricorderete, aveva in sé non pochi germi di virtù, non manifesti ma potenziali. Sì, era legato a molti degenerati, ma fingeva d’esser amico dei migliori; istigava molti al vizio ma sapeva anche stimolare qualcuno al lavoro; divampavano in lui i vizi del piacere, ma aveva un vivo interesse per le armi. No, non credo sia esistito mai al mondo un essere più singolare, che riuniva in sé doti diverse e contraddittorie e opposte inclinazioni e desiderii […].

 

[13] quis clarioribus viris quodam tempore1 iucundior, quis turpioribus2 coniunctior? quis civis meliorum partium aliquando, quis taetrior hostis huic civitati? quis in voluptatibus inquinatior, quis in laboribus patientior? quis in rapacitate avarior, quis in largitione effusior? illa vero, iudices, in illo homine admirabilia fuerunt, comprehendere multos amicitia, tueri obsequio, cum omnibus communicare quod habebat, servire temporibus suorum omnium pecunia, gratia, labore corporis, scelere etiam, si opus esset, et audacia, versare suam naturam et regere ad tempus atque huc et illuc torquere ac flectere, cum tristibus severe, cum remissis iucunde, cum senibus graviter, cum iuventute comiter, cum facinerosis audaciter, cum libidinosis luxuriose vivere. [14] hac ille tam varia multiplicique natura cum omnis omnibus ex terris homines improbos audacisque conlegerat, tum etiam multos fortis viros et bonos specie quadam virtutis adsimulatae tenebat. neque umquam ex illo delendi huius imperi tam consceleratus impetus exstitisset, nisi tot vitiorum tanta immanitas quibusdam facilitatis et patientiae radicibus niteretur. […] me ipsum, me, inquam, quondam paene ille decepit, cum et civis mihi bonus et optimi cuiusque cupidus et firmus amicus ac fidelis videretur; cuius ego facinora oculis prius quam opinione, manibus ante quam suspicione deprendi […].

Chi, in un determinato momento, fu più benvisto dalle personalità eminenti e chi più intimo dei malfattori? Chi più di lui parteggiò a volte per la parte degli onesti e fu al tempo stesso più nefasto a questa città? Chi immerso in piaceri più turpi e più resistente alla fatica? Chi di lui più rapace e al tempo stesso più generoso? Queste, o giudici, furono veramente doti eccezionali di quell’uomo, la capacità di legarsi in amicizia con tante persone, di conservarla con la deferenza, e far parte a tutti di ciò che possedeva, prestar servizio ai bisogni di tutti i suoi con il denaro, con le aderenze, con le più faticose prestazioni, e, se era necessario, persino con il delitto, con l’ardire; e saper dominare la propria natura e piegarla per ogni verso e comportarsi austeramente con le persone serie e allegramente con i gaudenti, grave con gli uomini d’età, gioviale con i giovani, temerario con i facinorosi, scostumato con i lascivi. Appunto per questa sua natura varia e molteplice aveva adunato attorno a sé da tutti i paesi uomini malvagi e capaci di tutto e, con l’apparenza della virtù, dominava anche persone di salda onestà: ché mai avrebbe potuto crearsi una simile unione di scellerati animati dall’intento di distruggere questo impero, e mai avrebbe acquistato una simile forza nel male se non avesse affondato le radici nella simpatia umana, nella tolleranza […] Io stesso, io, dico, fui una volta quasi preso nell’inganno; persino a me fece l’impressione d’un cittadino esemplare, desideroso del bene altrui e amico fidato: i suoi delitti dovetti constatarli con i miei occhi prima di sospettarli, e li toccai con mano, prima di potervi credere […].

 

Drammaticità del terrore nelle Catilinarie

di Grilli A., Drammaticità del terrore nelle Catilinarie, in Terror et pavor. Violenza, intimidazione, clandestinità nel mondo antico (Atti del convegno internazionale, Cividale del Friuli, 22-24 settembre 2005), pp. 223-230.

 

Rendersi conto di qual è la reazione di una collettività di fronte a un episodio che susciti (o possa suscitare) terrore o paura è difficile, tanto più quanto più ci si allontana indietro nel tempo. A parte il fatto che nemmeno la reazione odierna è identica in ognuno di noi, differenze da popolo a popolo, differenze di situazioni contingenti alterano le forme e l’intensità di una reazione in età antica. Ci può essere di aiuto a una corretta valutazione il prendere in considerazione come si sono espresse concretamente le fonti contemporanee all’avvenimento, specie se più d’una; benché anche così occorra esaminare con ogni cura quali possano essere stati gl’intendimenti della nostra fonte, tuttavia ci troviamo davanti a molto minori stratificazioni, almeno temporali.

Negli anni della vita di Cicerone il popolo romano avrebbe avuto più di un’occasione di panico collettivo. Ricordo solo la calata di Cimbri e Teutoni negli anni 105-102 a.C. o la strage di cittadini romani e italici nell’89 a.C., in ossequio a Mitridate. Non cito le proscrizioni sillane, perché non toccarono il popolo, rivolte come erano ai grandi nobiles, senatori o cavalieri, nemici di Silla[1]. Solo per i Cimbri abbiamo tracce di terrore dopo la sconfitta di Cepione, che causò la morte di 120.000 uomini. Nella scarsità di fonti conservate, dobbiamo arrivare a un misero cenno di Eutropio (5, 1), che sicuramente riflette Livio:

 

Timor Romae grandis fuit, quantus vix Hannibalis tempore Punico bello, ne iterum Galli Romam redirent.

«Ci fu a Roma un timore davvero grande, paragonabile appena a quello per Annibale ai tempi delle guerre puniche, d’un ritorno dei Galli a Roma».

 

Timor non è termine che segnali uno sconvolgimento interiore, è termine molto scolastico, se Cicerone lo definisce metum mali appropinquantis (Tusc. IV 8,19). È più che probabile che realmente il terror sia esistito, ma certo i colores sono ormai puramente letterari, col doppio riferimento ad Annibale e all’invasione gallica.

Il primo avvenimento, registrato nella letteratura, che dovremmo trovare accompagnato da terrore dovrebbe essere la congiura di Catilina: ce ne restano due resoconti, uno assolutamente contemporaneo attraverso le Catilinarie di Cicerone, uno di ben poco posteriore nell’opusculo sallustiano.

Senza dubbi, avvenimenti nel lontano passato c’erano stati, come il tumultus Gallicus o la vicenda dei Baccanali. Ma nel primo abbiamo solo qualche cosa che è tra leggenda e fantasia; della seconda la descrizione che c’è rimasta è di Livio – quindi posteriore a Cicerone e Sallustio su Catilina, anche se poggia su fonti annalistiche – e per giunta i colori sono molto stemperati e letterari, tanto più che si tratta d’episodio fin dall’origine manipolato per motivi politici, visto che investe l’ambito religioso. Non si può infatti capire tutto lo svolgimento della vicenda, se non si ha presente che la religione romana è religione di Stato: come tale è inaccettabile che possa essere incrinata dal di fuori[2].

Ma prendere in esame la congiura di Catilina, che a noi pare clamoroso tentativo di sovvertire l’ordine politico costituito nella res publica Romanorum, è estremamente problematico. Dire quale sia stata la reazione del popolo a Roma alla rivelazione del complotto è difficile, dato che non ebbe particolare evidenza. È difficile anche mettere Sallustio d’accordo con se stesso nella sua Coniuratio Catilinae; per lo storico, se c’è un momento di panico, non è quando Cicerone rivela al popolo il complotto, ma abbastanza in precedenza, al comparire delle prime misure di sicurezza (31, 1-3):

 

Quibus rebus permota civitas atque inmutata urbis facies erat. Ex summa laetitia atque lascivia quae diuturna quies pepererat repente omnis tristitia invasit: festinare trepidare neque loco neque homini quoiquam satis credere neque bellum gerere neque pacem habere, suo quisque metu pericula metiri. Ad hoc mulieres, quibus rei publicae magnitudine belli timor insolitus incesserat, adflictare sese, manus supplices ad caelum tendere, miserari parvos liberos, rogitare omnia, pavere, , superbia atque deliciis omissis, sibi patriaeque diffidere.

«Da queste misure era stata profondamente scossa la cittadinanza e disastrosamente cambiato l’aspetto della città. Da uno stato di somma gioiosità, generato dal lungo periodo di quiete, d’un tratto furono presi tutti dallo sconforto: correvano qua e là, non conoscevano requie, non si sentivano sicuri né dei luoghi né delle persone, non erano in guerra, ma neanche in pace, ciascuno misurava i rischi in base ai suoi timori. In più le donne, in cui era entrato il timore d’una guerra (a cui non avevano mai pensato, vista la grandezza dello stato romano), continuavano a battersi il petto, levavano le braccia al cielo, commiseravano i loro bambini, continuavano a far domande su tutto, a ogni notizia erano terrorizzate, s’aggrappavano a tutto, lasciato perdere fasto e raffinatezze, non confidavano né in sé né nella patria».

 

Il quadro, molto felice formalmente, è abbastanza convenzionale, salvo la considerazione della causa del repentino capovolgimento; tradizionale è anche che il metus sia degli uomini, il pavor delle donne; c’è un’attenta gradazione nell’uso dei termini: nell’ordine metus, terror, pavor. Sallustio parla di civitas, “cittadinanza”, e di omnis, senza far distinzioni.

Ma pochi capitoli più avanti (37, 5) una netta distinzione c’è:

 

Sed urbana plebes, ea vero praeceps erat de multis causis. Primum omnium qui ubique probro atque petulantia maxume praestabant, item alii per dedecora patrimoniis amissis, postremo omnes quos flagitium aut facinus domo expulerat ii Romam sicut in sentinam confluxerant.

«Ma la plebe urbana, quella sì si buttava a ogni disordine per molti motivi. Prima di tutto quelli che si distinguevano dovunque al massimo grado per infamia e sfrontatezza, ancora altri grazie ad attività disonorevoli per la perdita del patrimonio, infine tutti quelli che un’azione infamante o delittuosa aveva cacciato dalla loro terra erano confluiti a Roma come in una sentina».

 

M. Tullio Cicerone. Statua, marmo, I sec. a.C. ca. Oxford, Ashmolean Museum.

 

Dobbiamo pensare quindi che la plebs urbana non faceva parte della civitas e che cittadini erano solo i benpensanti? Ciò che però ci lascia ancor più sorpresi è che quando leggiamo che Cicerone denuncia davanti al popolo la congiura, tutta quella paura non c’è, anzi la plebe, che – come abbiamo appena visto – era stata fino ad allora ben disposta verso i rumori che le giungevano sulle intenzioni dei congiurati, passò dall’altra parte:

 

Interea plebs coniuratione patefacta, quae primo cupida rerum novarum nimis bello favebat, mutata mente Catilinae consilia exsecrari, Ciceronem ad caelum tollere, veluti ex servitute erepta gaudium atque laetitiam agitabat: namque alia belli facinora praedae magis quam detrimento fore, incendium vero crudelem inmoderatum ac sibi maxume calamitosum putabant, quippe quoi omnes copiae in usu cottidiano et cultu corporis erant.

«Nel frattempo, una volta che la congiura era stata resa pubblica, la plebe urbana, proprio quella che in un primo momento, avida di mutamenti, era del tutto propensa alla guerra, cambiato modo di pensare, prese a maledire i piani di Catilina, a portare alle stelle Cicerone; come se fosse stata strappata alla schiavitù, si dava alla pazza gioia: pensava che altre vicende di guerra procurassero piuttosto preda che non danno, che poi l’incendio della città fosse un atto di ferocia, eccessivo ed estremamente disastroso per loro, dato che tutte le loro risorse stavano nella roba d’uso e nel vestiario» (48, 1-2).

 

Può essere che Sallustio, convinto sostenitore di Cesare, avesse un suo interesse a sminuire gli aspetti ‘terribili’ della congiura: il discorso di Cesare in Senato (cap. 51) è duro, ma assolutamente privo di drammaticità: ancor meno lo è nel resoconto che Cicerone ne dà nella III Catilinaria (4, 75, 10). Si può obiettare che si tratta di una proposta avanzata in senato, cioè davanti a un corpo deliberante particolarmente catafratto di fronte a ogni carica passionale del complotto.

Quello però che non posso dimenticare è che la stessa mancanza di passionalità troviamo nelle orazioni di Cicerone, che si sente ben responsabile di fronte al Senato e al popolo della sicurezza dello Stato. Questa asetticità può avere una spiegazione nella prima orazione, tenuta in senato davanti a Catilina, anzi rivolgendosi a Catilina stesso; cito il momento più concitato:

 

Etenim quid est, Catilina, quod iam amplius exspectes, si neque nox tenebris oscurare coetus nefarios nec privata domus parietibus continere voces coniurationis tuae potest, si inlustrantur, si erumpunt omnia? Muta iam istam mentem, mihi crede, obliviscere caedis atque incendiorum.

«Infatti, Catilina, che aspetti più, se la notte con le sue tenebre non riesce a nascondere le riunioni nefande del tuo complotto e una casa privata a trattenere entro i suoi muri i vostri discorsi, se tutto viene alla luce, se tutto erompe? Cambia le tue intenzioni, dammi retta, dimenticati di strage e incendi» (I 3, 6).

 

Le parole sono grosse, sopra tutto l’accenno a strage e incendi, messo in rilievo in fine del periodo, che è destinato a essere l’elemento battuto e ribattuto anche nelle successive orazioni, a sottolineare l’atrocità verso le persone e le cose; ma il tono è dato da quel freddo e pesante etenim che introduce questa prima conclusione. Un discorso freddamente politico; proprio – mi si può dire – perché siamo in senato. È giusto dire che nella II Catilinaria, tenuta davanti al popolo, per dar notizia della congiura, i toni sono un po’ più pieni; ma non troppo.

 

Quod si iam sint id quod summo furore cupiunt adepti, num illi in cinere urbis et in sanguine civium, quae mente conscelerata ac nefaria concupiverunt, consules se aut dictatores aut etiam reges sperant futuros?

«Nel caso poi abbiano ottenuto ciò che desiderano come colmo della loro follia, nella città ridotta in cenere e nel sangue dei cittadini, sperano ciò che hanno sognato nella scelleratezza collettiva dei loro infami progetti, cioè di essere consoli o dittatori o addirittura re?» (II 9, 19).

 

Tornano l’incendio di Roma e le uccisioni di cittadini, retoricamente rilevate dal rovesciamento delle immagini (si veda – in latino – non ‘la città in cenere’, ma ‘la cenere della città’); come mozione degli affetti si veda la veemenza nel capitolo iniziale:

 

Quod vero non cruentum mucronem, ut voluit, extulit, quod vivis nobis egressus est, quod ei ferrum e manibus extorsimus, quod incolumis civis, quod stantem urbem reliquit quanto tandem illum maerore esse adflictum et profligatum putatis?

«Ecco, non ha estratto – come avrebbe voluto – una lama assetata di sangue, è uscito da Roma me vivo, gli abbiamo strappato dalle mani le sue armi, ha lasciato noi cittadini incolumi e la città in piedi; alla fin fine per tutto ciò da quanto grande dolore pensate che sia stato abbattuto e annientato?» (II 1, 2).

 

C’è una virulenza nella descrizione delle nefandezze progettate da Catilina, che culmina con l’allitterazione coperta dei due verbi finali e manca quando Cicerone presenta la congiura.

Non è che sia molto diverso nella III Catilinaria: di nuovo davanti al popolo; c’è anzi un tono di soddisfatta esaltazione per aver salvato tutti ex flamma atque ferro (III 1, 1). Soddisfazione che si dispiega subito dopo:

 

Nam toti urbi templis, delubris, tectis ac moenibus subiectos prope iam ignis circumdatosque restinximus, idemque gladios in rem publicam destrictos rettudimus mucronesque eorum a iugulis vestris deiecimus.

«Io ho estinto i focolai già quasi pronti tutt’attorno sotto alla città intera, ai suoi templi, ai sacrari, alle case e alle mura, sempre io ho spuntato le spade già snudate contro lo stato e gettato a terra le loro lame puntate alla vostra gola» (III 1, 2).

 

Paul Joseph Jamin, Le Brenn et sa part de butin. Olio su tela, 1893, La Rochelle, Musée des Beaux-Arts.

 

Qui i particolari s’addensano; ancor più nella confessione di Volturcio: nella lettera di Lentulo a Catilina si sarebbe detto che si doveva preparare tutto ut, cum urbem ex omnibus partibus quem ad modum descriptum distributumque erat incendissent caedemque infinitam civium fecissent, praesto esset ille qui et fugientis exciperet et se cum his urbanis ducibus coniungeret. «perché, quando avessero messo a fuoco la città da tutti i punti come era stato determinato e come era stato assegnato a ciascuno e avessero fatto strage senza fine di cittadini…» (III 4, 8).

Qui siamo in un netto crescendo: per l’incendio si precisa che doveva essere appiccato con un gran numero di focolai e per la strage compare il terribile aggettivo infinitam.

È chiaro che Cicerone vuol fare più impressione sui suoi ascoltatori non dando queste atrocità come fantasie sue, ma rendendole credibili, in quanto dichiarate da uno dei congiurati; ma è anche chiaro che né negli ordini né nella lettera era detto niente del genere, dato che si trattava di azioni già sancite fin dal momento in cui il complotto aveva deciso di mettersi in moto.

Di questa montatura, che chiamerei ‘scenografica’, troviamo conferma quando più oltre Cicerone fa motivare la supplicatio agli dèi con le parole quod urbem incendiis, caede civis, Italiam bello liberassem (III 6, 15). Anche qui l’attendibilità del tutto è raggiunta attraverso l’autorevolezza del Senato.

Ancora in questa orazione lo stesso gioco si rivela – ma qui con una forma evidente di autoincensazione – quando l’oratore si presenta come l’esecutore prescelto dagli dei, il salvatore di Roma:

 

Quo etiam maiore sunt isti odio supplicioque digni qui non solum vestris domiciliis atque tectis sed etiam deorum templis atque delubris sunt funestos ac nefarios ignis inferre conati.

«Perciò di tanto maggior detestazione e condanna sono degni costoro che hanno avuto l’intenzione di metter a fuoco le vostre abitazioni e le vostre case, ma anche i templi e i santuari degli dei con fiamme luttuose e delittuose» (III 9, 22).

 

Qui, com’è ovvio, gli ammazzamenti non compaiono, perché in questa unità tra dèi salvatori e Romani salvati gli dèi potevano avere i templi incendiati, ma non potevano essere accoppati.

È naturale che il vertice di questa scenografia compaia nell’ultima Catilinaria, in Senato; la celebrazione di se stesso è condotta da Cicerone con mossa estremamente abile, fin dall’inizio:

 

Nunc si hunc exitum consulatus mei di immortales esse voluerunt ut vos populumque Romanum ex caede miserrima, coniuges liberosque vestros virginesque Vestalis ex acerbissima vexatione, templa atque delubra, hanc pulcherrimam patriam omnium nostrum ex foedissima flamma, totam Italiam ex bello et vastitate eriperem, quaecumque mihi uni proponetur fortuna subeatur.

«Ora, se gli dei immortali hanno voluto che questa fosse la conclusione del mio consolato, che io strappassi voi e il Popolo Romano[3] a una sventuratissima strage, le vostre mogli e i vostri figli, le vergini Vestali a una dolorosissima persecuzione, i templi e i santuari, questa stupenda patria di noi tutti a un’atrocissima vampa, l’Italia tutta a una guerra e a una devastazione, qualunque sarà il mio destino, di me solo, sono pronto ad affrontarlo» (IV 1, 2).

 

È la descrizione più meticolosa delle minacce, ormai eluse, del complotto; ma non è certo per suscitare o spavento o timore come reazione per una congiura che non esiste più. Il ‘clou’ di tutte le quattro orazioni, in particolare della IV, è però nel VI capitolo, un quadro veramente passionale:

 

Videor enim mihi videre hanc urbem, lucem orbis terrarum atque arcem omnium gentium, subito uno incendio concidentem. Cerno animo sepulta in patria miseros atque insepultos acervos civium, versatur mihi ante oculos aspectus Cethegi et furor in vestra caede bacchantis. Cum vero mihi proposui … tum lamentationem matrum familias, tum fugam virginum atque puerorum ac vexationem virginum Vestalium perhorresco et, quia mihi vehementer haec videntur misera atque miseranda, idcirco in eos qui ea perficere voluerunt me severum vehementemque praebebo.

«A me pare di vedere questa nostra città, faro del mondo e roccaforte di tutte le genti, d’un tratto crollare in un unico incendio. Scorgo col pensiero infelici e insepolti cumuli di cittadini nella nostra patria sepolta sotto le macerie. M’appare davanti agli occhi il fantasma di Cetego e la furia di lui che smania delirando in mezzo alla vostra strage. Ma quando mi vedo davanti agli occhi il pianto disperato delle madri, la fuga delle ragazze e dei ragazzi, la persecuzione delle vergini Vestali, sono sconvolto dall’orrore e siccome questi fatti mi appaiono infelici e miserevoli, è per questo che mi mostrerò rigoroso e determinato nei riguardi di coloro che ebbero ferma intenzione di compierli» (IV 6, 11).

 

Un quadro a tinte fosche, come d’una città conquistata da un nemico in armi; si staglia sullo sfondo lo spettro

dell’incendio gallico: l’unico flagello che conveniva mettere a confronto con la rivoluzione minacciata da Catilina; in giusto risalto è posto il bacchantis, che suscita un altro spettro, quello dei Baccanali. È anche l’unica volta in cui compare l’horror, un termine che comporta con sé, immediata, un’immagine visiva. Ma ci sono anche altri segnali, che non erano comparsi nelle precedenti orazioni; ad esempio qui compaiono due allitterazioni iniziali, per giunta ravvicinate e con la seconda quasi in paronomasia: vehementer … videntur e misera … miseranda; ‘coperta’ ma fortissima, compare una terza allitterazione nel primo periodo: sepulta… in-sepultos. Occorre tener presente che la figura è arcaica e peculiare del teatro tragico; se ci rivolgiamo al teatro, allora più particolari acquistano significato, a cominciare da cerno. Cerno è verbo vivissimo in poesia e Cicerone vi ha aggiunto animo, perché la sua non è una vera visione da invasato, ma una fantasia della mente; sepulta patria è un traslato forte, che Cicerone non ama[4], ma evidente, così com’è evidente l’antitesi tra la patria sepulta sotto le sue fumanti rovine e i cittadini insepultos; poetico è anche insepultos acervos civium, sia per l’immagine, sia per l’uso di acervos[5], sia per l’enallage.

In più da cerno a civium c’è un netto andamento giambico, che ovviamente non dà un verso perfetto (il che in buona prosa non sarebbe stato consentito), ma che serve a risvegliare attenzione e reminiscenze negli ascoltatori. I poeti che avevano legato, secondo una tradizione già greca, le origini di Roma alla caduta di Troia, avevano reso famigliare ai Romani un altro incendio, quello appunto di Ilio. A Cicerone Roma, minacciata dagli incendi dei Catilinari, appare come la novella Troia che entro le sue stesse mura ha il fatale cavallo da cui le doveva venire la distruzione improvvisa e totale. Un’allusione molto chiara e imponente, che non doveva sfuggire ai qualificati ascoltatori di Cicerone.

Questo è tanto più vero, se è valida l’ipotesi che ho avanzato tanti anni fa[6] e di cui sono ancora convinto, cioè che l’origine di questa quasi citazione poetica va vista nel canticum di Cassandra nell’Alexander di Ennio; un canticum che per la sua passionalità commuoveva Cicerone[7] ed era opera del suo poeta preferito, Ennio.

Ma è ora di tornare al nostro tema e vedere quali conclusioni si possono avanzare. Premetto che le quattro orazioni sono state pronunciate quando ormai Cicerone era riuscito a smascherare il giuoco del complotto, non però i pericoli che comportava. È per questo che avevo preso prima in esame Sallustio; anche in Sallustio, ad ogni modo, l’unico accenno a un trambusto terrorizzato è al momento in cui ancora il popolo nulla sa della congiura, ma è spaventato alla vista di misure di sicurezza del tutto insolite.

Da tutto l’insieme, a me pare inevitabile trarre almeno una conclusione: nel 63 a.C. i cittadini romani non avevano esperienza di che cosa volesse dire realmente un terrore politico o militare; tanto che neanche l’oratoria politica aveva elaborato un linguaggio ‘ad hoc’.

La miglior prova è data dall’ultima Catilinaria: per concretizzare le minacce dei Catilinari, Cicerone non ha di meglio che rifarsi al linguaggio della poesia teatrale e agitare davanti al senato i fantasmi dell’incendio, dei massacri dell’antica Troia.

Tutto questo mondo che non conosceva l’esperienza vissuta del terrore doveva tramontare, travolto da eventi come i tumulti di Clodio (e di Milone), la guerra tra Cesare e Pompeo, ancor più quella tra i secondi triumviri e i Cesaricidi.

 

 

 

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[1] Nella perorazione della pro Sexto Roscio Amerino Cicerone dichiarava: «Nessuno c’è di voi che non comprenda come il Popolo Romano, ritenuto una volta mitissimo verso i nemici, sia ai giorni nostri malato d’una crudeltà quasi domestica. Questa, o giudici, espellete dalla società, questa non lasciate che più imperversi nel nostro stato: perché non solo ha in sé ciò di male, d’aver tolto di mezzo nel modo più atroce tanti cittadini, ma anche d’aver soppresso nel cuore dei più miti la misericordia per via dell’abitudine alle violenze. Infatti, quando a tutte le ore noi vediamo o sentiamo avvenire qualche cosa d’atroce, anche se di natura mitissimi, per la frequenza dei misfatti, dall’animo nostro perdiamo ogni senso d’umanità» (53, 154; trad. A. Rostagni). Non era facile dirlo in quei momenti, ma non compare neanche una sfumatura del terrore, solo la crudeltà.

[2] Liv. XXXIX 17, 4: Contione dimissa [quella convocata dai consoli per comunicare al popolo la scoperta della coniuratio] magnus terror urbe tota fuit nec moenibus se tantum urbis aut finibus Romanis continuit, sed passim per totam Italiam … trepidari coeptum est. Piuttosto colpisce il termine usato per il Senato: patres pauor ingens cepit cum publico nomine, ne quid eae coniurationes coetusque nocturni fraudis aut periculi importarent, tum priuatim suorum cuiusque uicem, ne quis adfinis ei noxae esset (14, 4). Pauor è termine usato normalmente a indicare una paura irrazionale e mutevole, che di solito è caratteristica delle donne; non è improbabile che Livio l’abbia scelto per sottolineare lo sgomento di chi non riesce a misurare l’entità del pericolo. Sull’episodio dei Baccanali si veda il contributo di A. Luisi, in questi atti.

[3] Formula ufficiale: Senatus populusque Romanus.

[4] Gli usi di sepelio in traslato sono assai rari e hanno sempre un voluto rilievo, cf. per es. Tusc. II 13, 32.

[5] Se ne veda un bell’esempio in Accio, Epinausimache 322-323 R.2:

Scamandriam undam salso sanctam obtexi sanguine

atque acervos alta in amni corpore explevi hostico.

[6] GRILLI A., Miscellanea latina, RIL 97 (1963), pp. 94-96.

[7] Cfr. Cic. div. I 31, 66.

La prima orazione contro Catilina (8 novembre 63 a.C.)

di E. Risari (a cura di), Cicerone, Le Catilinarie, Mondadori, Milano 2008, pp. 9-12; 36-63; testo lat. in M. Tullius Cicero, Against Catiline, in A.C. Curtius (ed.), M. Tulli Ciceronis Orationes, Claredon Press (Scriptorum Classicorum Bibliotheca Oxoniensis), Oxford 1908.

 

Il 63 è un anno cruciale per la storia di Roma: contrassegnato dal consolato di Cicerone (che era tanto convinto dell’importanza della propria opera a favore della Repubblica da iniziare la stesura di un poema De consulatu suo – di cui restano 65 esametri – e da progettare – come documenta una lettera ad Attico [II 1, 3] – la raccolta e la pubblicazione di un corpus delle proprie orazioni consolari), esso è anche l’anno in cui Cesare, sostenuto dalle ingenti ricchezze di Crasso, comincia a sviluppare la sua azione politica come esponente di spicco dei populares, il cui programma si fonda su due capisaldi: la richiesta di una riforma agraria e la lotta per l’abolizione del senatusconsultum ultimum. Al primo si ispira – nel mese di gennaio – la proposta di una legge agraria da parte del tribuno della plebe Rullo; ma i grandi proprietari terrieri e gli uomini dell’alta finanza temono un simile provvedimento, che giudicano un tentativo di conferire peso politico alle classi umili, di trasformare i rapporti di forza e – alla lunga – di cambiare il “sistema”: convinto dalle orazioni pronunciate da Cicerone, il senato respinge la proposta di Rullo. La lotta contro il ricorso al senatusconsultum ultimum in caso di grave pericolo per la Repubblica si esplica nel processo che durante la primavera Labieno, futuro luogotenente di Cesare in Gallia, istituisce contro il vecchio senatore Rabirio, accusato di aver messo a morte nel dicembre del 100 il tribuno Saturnino senza permettegli di ricorrere al popolo; il processo però rimane in sospeso. Nel frattempo Cesare stesso, che ha solo trentasette anni, riesce a farsi eleggere pontifex maximus sconfiggendo il ben più anziano e degno ex console Quinto Catulo, che ne diviene un acerrimo nemico. In luglio si riuniscono i comizi per l’elezione dei consoli del 62: Catilina ancora una volta è tra i candidati. Cicerone vi presenzia rivestendo la corazza sotto la toga: un’abile mossa propagandistica per scuotere l’opinione pubblica, come confessa apertamente in un’orazione tenuta nel corso dell’anno: «Mi era noto che torme di congiurati scendevano armati con Catilina in Campo Marzio; io stesso vi andai con un saldo presidio di uomini coraggiosi e rivestendo la mia ampia e vistosa corazza: non perché essa potesse proteggermi dai suoi colpi – so bene che è abituato a mirare alla testa o alla gola, non certo al fianco o al ventre – ma per richiamare l’attenzione di tutti gli onesti» (pro Murena, 26, 52). Ancora una volta il responso delle urne è sfavorevole a Catilina: risultano infatti eletti Lucio Murena, valoroso luogotenente di Pompeo, e Giunio Silano, un giurista cognato di Catone il Giovane. Dopo le elezioni, con Catilina rimangono schierati soltanto Cesare e Metello Nepote, mentre il console Antonio Hybrida lo abbandona, allettato dal gesto di Cicerone che rinuncia al proconsolato in Macedonia “sacrificando” all’avidità del collega la ricca provincia che la sorte gli aveva riservato. Le vie legali sono ormai completamente precluse: Catilina progetta la conquista del potere per altra via. La sua azione sovversiva si articola su più fronti: Roma, dove i complici sono numerosi e ben rappresentati anche in senato; l’Etruria, dove il centurione Gaio Manlio sta raccogliendo un esercito; Capua, dove è attivo Publio Silla, il console destituito del 65, che cerca di sobillare i gladiatori; l’Apulia e il Piceno, dove si trovano Gaio Giulio e Settimio da Camerino. La giustificazione ideologica è fornita alla congiura dalla recente bocciatura della legge agraria proposta da Rullo: Catilina intende presentarsi al popolo come difensore delle classi oppresse e promette una generale cancellazione dei debiti. Nel corso dell’autunno la situazione precipita: il 20 ottobre Crasso consegna a Cicerone delle lettere anonime in cui si afferma che Catilina progetta un massacro di cittadini; nella seduta del senato del 21 ottobre si diffonde la notizia che il centurione Manlio sta raccogliendo truppe in Etruria; in quella stessa occasione Cicerone rende di pubblico dominio le rivelazioni fattegli da Fulvia, amante di uno dei congiurati, fino allora tenute segrete: per il 27 ottobre è prevista una sollevazione in Etruria, per il 28 l’eccidio degli ottimati a Roma. Come reazione a queste sconvolgenti rivelazioni il senato vota il senatusconsultum ultimum, conferendo ai consoli poteri dittatoriali […]. La fatidica giornata del 28 trascorre in realtà senza particolari incidenti, ma si viene a sapere che la sera del 27 è scoppiata la ribellione in Etruria; pochi giorni dopo, il 1 novembre, viene sventato un tentativo di occupare Preneste. Nel frattempo, in seguito dell’accusa de vi intentatagli da Lucio Emilio Paolo, Catilina invoca il provvedimento della libera custodia, e a questo proposito fa il nome di alcuni senatori e dello stesso Cicerone, che rifiuta con sdegno: la richiesta di arresti domiciliari in casa del console è interpretata da Cicerone nella prima Catilinaria come mossa propagandistica da parte di Catilina, che vuol farsi passare per innocente calunniato. Eludendo però il provvedimento, nella notte tra il 6 e il 7 novembre Catilina convoca in casa di Marco Lega una riunione, nel corso della quale ordina ai suoi di passare all’azione: la prima cosa da farsi è togliere di mezzo Cicerone. Se ne incaricano Vargunteio e Cornelio, ma il loro piano viene sventato dalla delazione di Fulvia: quando, la mattina seguente, si presentano in casa di Cicerone per mescolarsi ai suoi clienti raccoltisi nell’atrio per l’abituale salutatio, trovano là riuniti un gran numero di senatori, che Cicerone ha convocati e a cui ha predetto l’arrivo dei sicari, che sono così costretti a darsi alla fuga per evitare l’arresto. Il console riunisce d’urgenza il senato nel tempio di Giove Statore sul Palatino, dove, in presenza dello stesso Catilina, la mattina dell’8 novembre pronuncia la prima orazione contro di lui…

 

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato. Affresco, 1882-88. Roma, Palazzo di Villa Madama.

 

ORATIO QVA L. CATILINAM EMISIT IN SENATV HABITA

I.1. Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum præsidium Palati, nihil urbis uigiliæ, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora uoltusque mouerunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos conuocaueris, quid consili ceperis quem nostrum ignorare arbitraris? [2] O tempora, o mores! senatus hæc intellegit, consul uidet; hic tamen uiuit. Viuit? Immo uero etiam in senatum uenit, fit publici consili particeps, notat et designat oculis ad cædem unum quemque nostrum. Nos autem fortes uiri satis facere rei publicæ uidemur, si istius furorem ac tela uitamus. Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat, in te conferri pestem quam tu in nos omnis iam diu machinaris. [3] An uero uir amplissimus, P. Scipio, pontifex maximus, Ti. Gracchum mediocriter labefactantem statum rei publicæ priuatus interfecit: Catilinam orbem terræ cæde atque incendiis uastare cupientem nos consules perferemus? Nam illa nimis antiqua prætereo, quod C. Seruilius Ahala Sp. Mælium nouis rebus studentem manu sua occidit. Fuit, fuit ista quondam in hac re publica uirtus ut uiri fortes acrioribus suppliciis ciuem perniciosum quam acerbissimum hostem coercerent. Habemus senatus consultum in te, Catilina, uehemens et graue, non deest rei publicæ consilium neque auctoritas huius ordinis: nos, nos, dico aperte, consules desumus. 2. [4] Decreuit quondam senatus uti L. Opimius consul uideret ne quid res publica detrimenti caperet: nox nulla intercessit: interfectus est propter quasdam seditionum suspiciones C. Gracchus, clarissimo patre, avo, maioribus, occisus est cum liberis M. Fuluius consularis. Simili senatus consulto C. Mario et L. Valerio consulibus est permissa res publica: num unum diem postea L. Saturninum tribunum plebis et C. Seruilium prætorem mors ac rei publicæ poena remorata est? At uero nos uicesimum iam diem patimur hebescere aciem horum auctoritatis. Habemus enim eius modi senatus consultum, uerum inclusum in tabulis, tamquam in uagina reconditum, quo ex senatus consulto confestim te interfectum esse, Catilina, conuenit. Viuis, et uiuis non ad deponendam, sed ad confirmandam audaciam. Cupio, patres conscripti, me esse clementem, cupio in tantis rei publicæ periculis non dissolutum uideri, sed iam me ipse inertiæ nequitiæque condemno. [5] Castra sunt in Italia contra populum Romanum in Etruriæ faucibus conlocata, crescit in dies singulos hostium numerus; eorum autem castrorum imperatorem ducemque hostium intra moenia atque adeo in senatu uidetis intestinam aliquam cotidie perniciem rei publicæ molientem. Si te iam, Catilina, comprehendi, si interfici iussero, credo, erit uerendum mihi ne non hoc potius omnes boni serius a me quam quisquam crudelius factum esse dicat. Verum ego hoc quod iam pridem factum esse oportuit certa de causa nondum adducor ut faciam. Tum denique interficiere, cum iam nemo tam improbus, tam perditus, tam tui similis inueniri poterit qui id non iure factum esse fateatur. [6] Quam diu quisquam erit qui te defendere audeat, uiues, et uiues ita ut nunc uiuis, multis meis et firmis præsidiis obsessus ne commouere te contra rem publicam possis. Multorum te etiam oculi et aures non sentientem, sicut adhuc fecerunt, speculabuntur atque custodient. 3. Etenim quid est, Catilina, quod iam amplius exspectes, si neque nox tenebris obscurare coetus nefarios nec privata domus parietibus continere voces coniurationis tuæ potest, si inlustrantur, si erumpunt omnia? Muta iam istam mentem, mihi crede, obliuiscere cædis atque incendiorum. Teneris undique; luce sunt clariora nobis tua consilia omnia, quæ iam mecum licet recognoscas. [7] Meministine me ante diem XII Kalendas Nouembris dicere in senatu fore in armis certo die, qui dies futurus esset ante diem ui Kal. Nouembris, C. Manlium, audaciæ satellitem atque administrum tuæ? Num me fefellit, Catilina, non modo res tanta tam atrox tamque incredibilis, uerum, id quod multo magis est admirandum, dies? Dixi ego idem in senatu cædem te optimatium contulisse in ante diem V Kalendas Nouembris, tum cum multi principes civitatis Roma non tam sui conseruandi quam tuorum consiliorum reprimendorum causa profugerunt. Num infitiari potes te illo ipso die meis præsidiis, mea diligentia circumclusum commouere te contra rem publicam non potuisse, cum tu discessu ceterorum nostra tamen qui remansissemus cæde contentum te esse dicebas? [8] Quid? cum te Præneste Kalendis ipsis Nouembribus occupaturum nocturno impetu esse confideres, sensistin illam coloniam meo iussu meis præsidiis, custodiis, vigiliis esse munitam? Nihil agis, nihil moliris, nihil cogitas quod non ego non modo audiam sed etiam videam planeque sentiam. 4. Recognosce mecum tandem noctem illam superiorem; iam intelleges multo me uigilare acrius ad salutem quam te ad perniciem rei publicæ. Dico te priore nocte uenisse inter falcarios — non agam obscure — in M. Læcæ domum; conuenisse eodem compluris eiusdem amentiæ scelerisque socios. Num negare audes? Quid taces? Conuincam, si negas. Video enim esse hic in senatu quosdam qui tecum una fuerunt. [9] O di immortales! Vbinam gentium sumus? Quam rem publicam habemus? In qua urbe uiuimus? Hic, hic sunt in nostro numero, patres conscripti, in hoc orbis terræ sanctissimo grauissimoque consilio, qui de nostro omnium interitu, qui de huius urbis atque adeo de orbis terrarum exitio cogitent. Hos ego uideo consul et de re publica sententiam rogo, et quos ferro trucidari oportebat, eos nondum uoce uolnero! Fuisti igitur apud Læcam illa nocte, Catilina, distribuisti partis Italiæ, statuisti quo quemque proficisci placeret, delegisti quos Romæ relinqueres, quos tecum educeres, discripsisti urbis partis ad incendia, confirmasti te ipsum iam esse exiturum, dixisti paulum tibi esse etiam nunc morae, quod ego uiuerem. Reperti sunt duo equites Romani qui te ista cura liberarent et se illa ipsa nocte paulo ante lucem me in meo lecto interfecturos esse pollicerentur. [10] Hæc ego omnia uixdum etiam coetu uestro dimisso comperi; domum meam maioribus præsidiis muniui atque firmaui, exclusi eos quos tu ad me salutatum mane miseras, cum illi ipsi uenissent quos ego iam multis ac summis uiris ad me id temporis uenturos esse prædixeram. 5.Quæ cum ita sint, Catilina, perge quo coepisti: egredere aliquando ex urbe; patent portæ; proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnis tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberaveris, modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum uersari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam. [11] Magna dis immortalibus habenda est atque huic ipsi Iovi Statori, antiquissimo custodi huius urbis, gratia, quod hanc tam taetram, tam horribilem tamque infestam rei publicæ pestem totiens iam effugimus. Non est sæpius in uno homine summa salus periclitanda rei publicæ. Quam diu mihi consuli designato, Catilina, insidiatus es, non publico me præsidio, sed priuata diligentia defendi. Cum proximis comitiis consularibus me consulem in campo et competitores tuos interficere uoluisti, compressi conatus tuos nefarios amicorum præsidio et copiis nullo tumultu publice concitato; denique, quotienscumque me petisti, per me tibi obstiti, quamquam uidebam perniciem meam cum magna calamitate rei publicæ esse coniunctam. [12] Nunc iam aperte rem publicam uniuersam petis, templa deorum immortalium, tecta urbis, uitam omnium ciuium, Italiam totam ad exitium et uastitatem uocas. Qua re, quoniam id quod est primum, et quod huius imperi disciplinæque maiorum proprium est, facere nondum audeo, faciam id quod est ad seueritatem lenius, ad communem salutem utilius. Nam si te interfici iussero, residebit in re publica reliqua coniuratorum manus; sin tu, quod te iam dudum hortor, exieris, exhaurietur ex urbe tuorum comitum magna et perniciosa sentina rei publicæ. 6. Quid est, Catilina? [13] Num dubitas id me imperante facere quod iam tua sponte faciebas? Exire ex urbe iubet consul hostem. Interrogas me, num in exsilium? Non iubeo, sed, si me consulis, suadeo. Quid est enim, Catilina, quod te iam in hac urbe delectare possit? In qua nemo est extra istam coniurationem perditorum hominum qui te non metuat, nemo qui non oderit. Quæ nota domesticæ turpitudinis non inusta uitæ tuæ est? Quod priuatarum rerum dedecus non hæret in fama? Quæ libido ab oculis, quod facinus a manibus umquam tuis, quod flagitium a toto corpore afuit? Cui tu adulescentulo quem corruptelarum inlecebris inretisses non aut ad audaciam ferrum aut ad libidinem facem prætulisti? [14] Quid uero? Nuper cum morte superioris uxoris nouis nuptiis locum uacuefecisses, nonne etiam alio incredibili scelere hoc scelus cumulauisti? Quod ego prætermitto et facile patior sileri, ne in hac ciuitate tanti facinoris immanitas aut exstitisse aut non uindicata esse uideatur. Prætermitto ruinas fortunarum tuarum quas omnis proximis Idibus tibi impendere senties: ad illa uenio quæ non ad priuatam ignominiam uitiorum tuorum, non ad domesticam tuam difficultatem ac turpitudinem, sed ad summam rem publicam atque ad omnium nostrum uitam salutemque pertinent. [15] Potestne tibi hæc lux, Catilina, aut huius cæli spiritus esse iucundus, cum scias esse horum neminem qui nesciat te pridie Kalendas Ianuarias Lepido et Tullo consulibus stetisse in comitio cum telo, manum consulum et principum ciuitatis interficiendorum causa parauisse, sceleri ac furori tuo non mentem aliquam aut timorem tuum sed Fortunam populi Romani obstitisse? Ac iam illa omitto — neque enim sunt aut obscura aut non multa commissa postea — quotiens tu me designatum, quotiens uero consulem interficere conatus es! Quot ego tuas petitiones ita coniectas ut uitari posse non uiderentur parua quadam declinatione et, ut aiunt, corpore effugi! Nihil agis, nihil adsequeris, neque tamen conari ac uelle desistis. quotiens iam tibi extorta est ista sica de manibus, [16] quotiens excidit casu aliquo et elapsa est! Quæ quidem quibus abs te initiata sacris ac deuota sit nescio, quod eam necesse putas esse in consulis corpore defigere. 7. Nunc uero quæ tua est ista uita? Sic enim iam tecum loquar, non ut odio permotus esse uidear, quo debeo, sed ut misericordia, quæ tibi nulla debetur. Venisti paulo ante in senatum. Quis te ex hac tanta frequentia, tot ex tuis amicis ac necessariis salutauit? Si hoc post hominum memoriam contigit nemini, uocis exspectas contumeliam, cum sis grauissimo iudicio taciturnitatis oppressus? Quid, quod aduentu tuo ista subsellia uacuefacta sunt, quod omnes consulares qui tibi persæpe ad cædem constituti fuerunt, simul atque adsedisti, partem istam subselliorum nudam atque inanem reliquerunt, quo tandem animo tibi ferendum putas? [17] Serui mehercule mei si me isto pacto metuerent ut te metuunt omnes ciues tui, domum meam relinquendam putarem: tu tibi urbem non arbitraris? Et si me meis ciuibus iniuria suspectum tam grauiter atque offensum uiderem, carere me aspectu ciuium quam infestis omnium oculis conspici mallem: tu, cum conscientia scelerum tuorum agnoscas odium omnium iustum et iam diu tibi debitum, dubitas quorum mentis sensusque uolneras, eorum aspectum præsentiamque uitare? Si te parentes timerent atque odissent tui neque eos ratione ulla placare posses, ut opinor, ab eorum oculis aliquo concederes. Nunc te patria, quæ communis est parens omnium nostrum, odit ac metuit et iam diu nihil te iudicat nisi de parricidio suo cogitare: huius tu neque auctoritatem uerebere nec iudicium sequere nec uim pertimesces? [18] Quæ tecum, Catilina, sic agit et quodam modo tacita loquitur: «Nullum iam aliquot annis facinus exstitit nisi per te, nullum flagitium sine te; tibi uni multorum ciuium neces, tibi uexatio direptioque sociorum impunita fuit ac libera; tu non solum ad neglegendas leges et quæstiones uerum etiam ad euertendas perfringendasque ualuisti. Superiora illa, quamquam ferenda non fuerunt, tamen ut potui tuli; nunc uero me totam esse in metu propter unum te, quicquid increpuerit, Catilinam timeri, nullum uideri contra me consilium iniri posse quod a tuo scelere abhorreat, non est ferendum. Quam ob rem discede atque hunc mihi timorem eripe; si est uerus, ne opprimar, sin falsus, ut tandem aliquando timere desinam». 8. [19] Hæc si tecum, ut dixi, patria loquatur, nonne impetrare debeat, etiam si uim adhibere non possit? Quid, quod tu te in custodiam dedisti, quod uitandæ suspicionis causa ad M’. Lepidum te habitare uelle dixisti? A quo non receptus etiam ad me uenire ausus es, atque ut domi meæ te adseruarem rogasti. Cum a me quoque id responsum tulisses, me nullo modo posse isdem parietibus tuto esse tecum, quia magno in periculo essem quod isdem moenibus contineremur, ad Q. Metellum prætorem uenisti. A quo repudiatus ad sodalem tuum, uirum optimum, M. Metellum demigrasti, quem tu uidelicet et ad custodiendum te diligentissimum et ad suspicandum sagacissimum et ad uindicandum fortissimum fore putasti. Sed quam longe uidetur a carcere atque a uinculis abesse debere qui se ipse iam dignum custodia iudicarit? [20] Quæ cum ita sint, Catilina, dubitas, si emori æquo animo non potes, abire in aliquas terras et uitam istam multis suppliciis iustis debitisque ereptam fugæ solitudinique mandare? «Refer – inquis – ad senatum»; id enim postulas et, si hic ordo placere sibi decreuerit te ire in exsilium, obtemperaturum te esse dicis. Non referam, id quod abhorret a meis moribus, et tamen faciam ut intellegas quid hi de te sentiant. Egredere ex urbe, Catilina, libera rem publicam metu, in exsilium, si hanc uocem exspectas, proficiscere. Quid est? Ecquid attendis, ecquid animaduertis horum silentium? Patiuntur, tacent. Quid exspectas auctoritatem loquentium, quorum uoluntatem tacitorum perspicis? [21] At si hoc idem huic adulescenti optimo P. Sestio, si fortissimo uiro M. Marcello dixissem, iam mihi consuli hoc ipso in templo senatus iure optimo uim et manus intulisset. De te autem, Catilina, cum quiescunt, probant, cum patiuntur, decernunt, cum tacent, clamant, neque hi solum quorum tibi auctoritas est uidelicet cara, uita uilissima, sed etiam illi equites Romani, honestissimi atque optimi uiri, ceterique fortissimi ciues qui circumstant senatum, quorum tu et frequentiam uidere et studia perspicere et uoces paulo ante exaudire potuisti. Quorum ego uix abs te iam diu manus ac tela contineo, eosdem facile adducam ut te hæc quæ uastare iam pridem studes relinquentem usque ad portas prosequantur. 9. [22] Quamquam quid loquor? Te ut ulla res frangat, tu ut umquam te corrigas, tu ut ullam fugam meditere, tu ut ullum exsilium cogites? Vtinam tibi istam mentem di immortales duint! Tametsi uideo, si mea uoce perterritus ire in exsilium animum induxeris, quanta tempestas inuidiæ nobis, si minus in præsens tempus recenti memoria scelerum tuorum, at in posteritatem impendeat. Sed est tanti, dum modo tua ista sit priuata calamitas et a rei publicæ periculis seiungatur. sed tu ut uitiis tuis commoueare, ut legum poenas pertimescas, ut temporibus rei publicæ cedas non est postulandum. Neque enim is es, Catilina, ut te aut pudor a turpitudine aut metus a periculo aut ratio a furore reuocarit. [23] Quam ob rem, ut sæpe iam dixi, proficiscere ac, si mihi inimico, ut prædicas, tuo conflare uis inuidiam, recta perge in exsilium; uix feram sermones hominum, si id feceris, uix molem istius inuidiæ, si in exsilium iussu consulis iueris, sustinebo. Sin autem seruire meæ laudi et gloriæ mauis, egredere cum importuna sceleratorum manu, confer te ad Manlium, concita perditos ciuis, secerne te a bonis, infer patriæ bellum, exsulta impio latrocinio, ut a me non eiectus ad alienos, sed inuitatus ad tuos isse uidearis. [24] Quamquam quid ego te inuitem, a quo iam sciam esse præmissos qui tibi ad forum Aurelium præstolarentur armati, cui sciam pactam et constitutam cum Manlio diem, a quo etiam aquilam illam argenteam quam tibi ac tuis omnibus confido perniciosam ac funestam futuram, cui domi tuæ sacrarium sceleratum constitutum fuit, sciam esse præmissam? Tu ut illa carere diutius possis quam venerari ad caedem proficiscens solebas, a cuius altaribus sæpe istam impiam dexteram ad necem civium transtulisti? 10. [25] Ibis tandem aliquando quo te iam pridem tua ista cupiditas effrenata ac furiosa rapiebat; neque enim tibi hæc res adfert dolorem, sed quandam incredibilem voluptatem. Ad hanc te amentiam natura peperit, uoluntas exercuit, fortuna seruauit. Numquam tu non modo otium sed ne bellum quidem nisi nefarium concupisti. Nactus es ex perditis atque ab omni non modo fortuna uerum etiam spe derelictis conflatam improborum manum. [26] Hic tu qua lætitia perfruere, quibus gaudiis exsultabis, quanta in uoluptate bacchabere, cum in tanto numero tuorum neque audies uirum bonum quemquam neque uidebis! Ad huius uitæ studium meditati illi sunt qui feruntur labores tui, iacere humi non solum ad obsidendum stuprum uerum etiam ad facinus obeundum, uigilare non solum insidiantem somno maritorum uerum etiam bonis otiosorum. Habes ubi ostentes tuam illam præclaram patientiam famis, frigoris, inopiæ rerum omnium quibus te breui tempore confectum esse senties. [27] Tantum profeci, cum te a consulatu reppuli, ut exsul potius temptare quam consul uexare rem publicam posses, atque ut id quod esset a te scelerate susceptum latrocinium potius quam bellum nominaretur. 11. Nunc, ut a me, patres conscripti, quandam prope iustam patriæ querimoniam detester ac deprecer, percipite, quæso, diligenter quæ dicam, et ea penitus animis uestris mentibusque mandate. etenim si mecum patria, quae mihi uita mea multo est carior, si cuncta Italia, si omnis res publica loquatur: «M. Tulli, quid agis? Tune eum quem esse hostem comperisti, quem ducem belli futurum uides, quem exspectari imperatorem in castris hostium sentis, auctorem sceleris, principem coniurationis, euocatorem seruorum et ciuium perditorum, exire patiere, ut abs te non emissus ex urbe, sed immissus in urbem esse uideatur? Nonne hunc in uincla duci, non ad mortem rapi, non summo supplicio mactari imperabis? Quid tandem te impedit? Mosne maiorum? [28] At persæpe etiam priuati in hac re publica perniciosos ciuis morte multarunt. An leges quæ de ciuium Romanorum supplicio rogatæ sunt? At numquam in hac urbe qui a re publica defecerunt ciuium iura tenuerunt. An inuidiam posteritatis times? Præclaram uero populo Romano refers gratiam qui te, hominem per te cognitum, nulla commendatione maiorum tam mature ad summum imperium per omnis honorum gradus extulit, si propter inuidiam aut alicuius periculi metum salutem ciuium tuorum neglegis. [29] Sed si quis est inuidiæ metus, non est uehementius seueritatis ac fortitudinis inuidia quam inertiæ ac nequitiæ pertimescenda. An, cum bello uastabitur Italia, uexabuntur urbes, tecta ardebunt, tum te non existimas inuidiæ incendio conflagraturum?» 12. His ego sanctissimis rei publicæ uocibus et eorum hominum qui hoc idem sentiunt mentibus pauca respondebo. Ego, si hoc optimum factu iudicarem, patres conscripti, Catilinam morte multari, unius usuram horæ gladiatori isti ad uiuendum non dedissem. Etenim si summi uiri et clarissimi ciues Saturnini et Gracchorum et Flacci et superiorum complurium sanguine non modo se non contaminarunt sed etiam honestarunt, certe uerendum mihi non erat ne quid hoc parricida ciuium interfecto inuidiæ mihi in posteritatem redundaret. Quod si ea mihi maxime impenderet, tamen hoc animo fui semper ut inuidiam uirtute partam gloriam, non inuidiam putarem. [30] Quamquam non nulli sunt in hoc ordine qui aut ea quæ imminent non uideant aut ea quæ uident dissimulent; qui spem Catilinæ mollibus sententiis aluerunt coniurationemque nascentem non credendo conroborauerunt; quorum auctoritate multi non solum improbi uerum etiam imperiti, si in hunc animaduertissem, crudeliter et regie factum esse dicerent. Nunc intellego, si iste, quo intendit, in Manliana castra peruenerit, neminem tam stultum fore qui non uideat coniurationem esse factam, neminem tam improbum qui non fateatur. Hoc autem uno interfecto intellego hanc rei publicæ pestem paulisper reprimi, non in perpetuum comprimi posse. Quod si sese eiecerit secumque suos eduxerit et eodem ceteros undique conlectos naufragos adgregarit, exstinguetur atque delebitur non modo hæc tam adulta rei publicæ pestis uerum etiam stirps ac semen malorum omnium. 13. [31] Etenim iam diu, patres conscripti, in his periculis coniurationis insidiisque uersamur, sed nescio quo pacto omnium scelerum ac ueteris furoris et audaciæ maturitas in nostri consulatus tempus erupit. Nunc si ex tanto latrocinio iste unus tolletur, uidebimur fortasse ad breue quoddam tempus cura et metu esse releuati, periculum autem residebit et erit inclusum penitus in uenis atque in uisceribus rei publicæ. Vt sæpe homines ægri morbo graui, cum æstu febrique iactantur, si aquam gelidam biberunt, primo releuari uidentur, deinde multo grauius uehementiusque adflictantur, sic hic morbus qui est in re publica releuatus istius poena uehementius reliquis uiuis ingrauescet. [32] Qua re secedant improbi, secernant se a bonis, unum in locum congregentur, muro denique, quod sæpe iam dixi, secernantur a nobis; desinant insidiari domi suæ consuli, circumstare tribunal prætoris urbani, obsidere cum gladiis curiam, malleolos et faces ad inflammandam urbem comparare; sit denique inscriptum in fronte unius cuiusque quid de re publica sentiat. Polliceor hoc uobis, patres conscripti, tantam in nobis consulibus fore diligentiam, tantam in uobis auctoritatem, tantam in equitibus Romanis uirtutem, tantam in omnibus bonis consensionem ut Catilinæ profectione omnia patefacta, inlustrata, oppressa, uindicata esse uideatis. [33] Hisce ominibus, Catilina, cum summa rei publicæ salute, cum tua peste ac pernicie cumque eorum exitio qui se tecum omni scelere parricidioque iunxerunt, proficiscere ad impium bellum ac nefarium. Tu, Iuppiter, qui isdem quibus hæc urbs auspiciis a Romulo es constitutus, quem Statorem huius urbis atque imperi uere nominamus, hunc et huius socios a tuis ceterisque templis, a tectis urbis ac moenibus, a uita fortunisque ciuium omnium arcebis et homines bonorum inimicos, hostis patriæ, latrones Italiæ scelerum foedere inter se ac nefaria societate coniunctos æternis suppliciis uiuos mortuosque mactabis.

 

I.1. Fino a quando, Catilina, intendi dunque abusare della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora questo tuo comportamento fazioso si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua illimitata sfrontatezza? Non ti turbano il presidio notturno a difesa del Palatino, le pattuglie armate che perlustrano la città, l’angoscia del popolo, l’accorrere di tutti i cittadini onesti, e neppure la scelta di questa sede – così difesa – per le riunioni del senato, né l’espressione del volto di costoro? Non ti accorgi che i tuoi progetti sono stati scoperti? Non ti rendi conto che il tuo complotto è ostacolato dal fatto che tutti qui ne sono a conoscenza? Credi forse che qualcuno di noi ignori che cosa hai fatto la notte scorsa e quella precedente, dove sei stati, quali congiurati hai convocato e quali decisioni hai preso? 2. Che tempi! Che costumi! Il senato è informato di questi progetti, il console ne è consapevole: eppure quello lì continua a vivere! A vivere? Non solo, ma addirittura viene in senato, gli si permette di prender parte alle decisioni d’interesse comune, osserva ciascuno di noi e con un’occhiata gli assegna un destino di morte! Quanto a noi, uomini di grande coraggio, siamo convinti di fare abbastanza per la Repubblica vanificando i furiosi tentativi assassini di costui. Ti si sarebbe dovuto condannare a morte già in precedenza, Catilina, per ordine del console; su di te avrebbe dovuto riversarsi la rovina che tu già da lungo tempo trami contro tutti noi! 3. Se un uomo di grandissimo prestigio, quale fu il pontefice massimo Publio Scipione, pur non ricoprendo cariche pubbliche, mandò a morte Tiberio Gracco che peraltro attendeva solo in misura marginale alla stabilità della Repubblica, noi consoli tollereremo che Catilina accarezzi l’idea di devastare con stragi e incendi il mondo intero? Tralascio il noto esempio, ormai troppo lontano, di Gaio Servilio Ahala, il quale uccise di propria mano Spurio Melio che ordiva trame estremistiche. Ma vi assicuro che vi fu, vi fu anche in questa Repubblica un tempo il coraggio, quando gli uomini di grande energia infliggevano al cittadino sedizioso un supplizio più crudele di quello riservato al peggior nemico. Contro di te, Catilina, un decreto del senato energico e severo lo possediamo: la Repubblica non è priva della saggezza e della capacità di decisione del collegio senatorio; siamo noi consoli – lo riconosco davanti a tutti – siamo noi a venir meno al nostro dovere. II. 4. Un tempo, il senato conferì al console Lucio Opimio i pieni poteri con l’incarico di vigilare affinché la Repubblica non subisse danni; non trascorse nemmeno una notte che per un semplice sospetto di congiura venisse messo a morte Gaio Gracco (eppure suo padre era famosissimo, così come il nonno materno e i vari antenati); anche l’ex console Marco Fulvio fu ucciso insieme con i figli. Un analogo decreto del senato affidò la salvezza dello Stato ai consoli Gaio Mario e Lucio Valerio. Ebbene, la condanna a morte decretata dal senato non attese nemmeno un giorno a colpire il tribuno della plebe Lucio Saturnino e il pretore Gaio Servilio. Noi invece già da venti giorni tolleriamo che la decisione dei senatori rimanga senza conseguenze. Abbiamo a disposizione, infatti, un senatusconsultum dell’efficacia che sapete, ma lo lasciamo ben chiuso negli archivi ufficiali, come una spada nel fodero! In conformità a tal decreto, Catilina, saresti dovuto essere ucciso senza indugio. Vivi invece, e sei ancora in vita non per moderare la tua arroganza, ma per rafforzarla. Desidero essere clemente, padri coscritti; ma in un momento di così grave pericolo per la Repubblica desidero anche non apparir indolente: io stesso quindi mi accuso di pigrizia e negligenza. 5. In Italia, allo sbocco delle valli toscane, vi è un esercito schierato contro il popolo romano; il numero dei nemici cresce di giorno in giorno; il comandante, la guida di tal esercito, lo potete vedere in città, e persino in senato, ordire giorno per giorno le sue trame contro la Repubblica. Se ora ordinassi di arrestarti, Catilina, o di ucciderti, sono convinto che tutti i cittadini onesti direbbero che l’ho fatto troppo tardi, e non che ho agito con eccessiva crudeltà. Ma io per una ben precisa ragione sono portato a credere che sia bene non fare ancor ciò che si sarebbe dovuto fare in precedenza. Alla fine sarai comunque giustiziato, quando ormai non si troverà più nessuno tanto ingiusto, tanto corrotto, tanto simile a te, da non riconoscere apertamente che ho agito secondo la legge. 6. Finché ci sarà uno solo che oserà difenderti vivrai, ma vivrai così come stai vivendo ora, assediato dalle mie numerose e risolute guardie, in modo che tu non possa ordire trame contro la Repubblica. Molti occhi e molte orecchie ti osserveranno e ti ascolteranno, senza che tu te ne accorga, come hanno fatto finora. III. E dunque, Catilina, che motivo c’è per attendere ancora, se nemmeno la notte riesci a nascondere con le tenebre i tuoi incontri scellerati, se neppure le pareti di un’abitazione privata bastano a coprire le voci della tua congiura, se tutto è chiaro, se tutto viene allo scoperto? Dammi ascolto: cambia il tuo proposito, dimentica massacri e incendi. Sei accerchiato: tutti i tuoi piani sono per noi più chiari della luce; se vuoi, possiamo passarli insieme in rassegna. 7. Non ricordi che il 21 ottobre in senato ho sostenuto che in un giorno stabilito, che sarebbe stato il 27 ottobre, Gaio Manlio, tuo compare d’azioni temerarie e tuo braccio destro, sarebbe sceso in armi? Mi è forse sfuggita, Catilina, l’enormità del tuo tentativo – così crudele e incredibile – o peggio – e ciò colpisce ancor più – la data? Inoltre sono stato io a rivelare in senato che tu avevi posticipato il massacro dei senatori al 28 ottobre, giorno in cui molti notabili della città lasciarono Roma non tanto per mettersi in salvo quanto per vanificare i tuoi progetti. Puoi forse negare che proprio in quel giorno, circondato dalle mie guardie e dalla mia attenta vigilanza, non hai potuto attuare i tuoi piani contro la Repubblica, e – giacché gli altri erano partiti – andavi dicendo che ti saresti accontentato di eliminare me che non mi ero allontanato? 8. Che cosa vuoi ancora? Confidando nel fatto che l’1 novembre con una sortita notturna avresti conquistato Preneste, non ti rendesti conto che quella colonia, per mio ordine, era custodita dai miei soldati, dalle mie guardie, dalle mie sentinelle? Non puoi fare né tramare né pensar nulla senza che io non solo senta, ma anche veda e comprenda perfettamente. IV. Ripercorri dunque con me la penultima notte: ti accorgerai così che io veglio sulla sicurezza della Repubblica molto più attentamente di quanto tu non ti adoperi per la sua rovina. La penultima notte ti sei recato nella via dei fabbricanti di falci – intendo parlar chiaro – in casa di Marco Leca. Là si erano radunati parecchi complici del tuo piano folle e scellerato. Osi forse negarlo? Perché te ne stai zitto? Se neghi, addurrò prove della tua colpevolezza: vedo, infatti, che qui in senato sono presenti alcuni che erano là insieme con te! 9. Dèi immortali! In che mondo viviamo? In che città abitiamo? Che governo abbiamo mai? Qui, proprio qui, in mezzo a noi, senatori, in quest’assemblea, la più sacra e autorevole della terra, sono seduti quelli che tramano la morte di noi tutti, la distruzione di questa città e persino del mondo intero. A me, console, tocca sopportare la loro presenza e devo chiedere il loro parere per la salvezza della Repubblica senza neppure riuscire a ferire con la voce coloro che sarebbe stato necessario passar per le armi. Dunque, Catilina, quella notte andasti da Leca: distribuisti gli incarichi ai congiurati delle varie zone d’Italia e decidesti dove ti pareva opportuno che ciascuno si recasse; stabilisti anche chi lasciare a Roma e chi portare con te. Designasti i quartieri della città da incendiare, confermasti che la tua partenza era ormai prossima e dicesti di doverti trattenere ancora – ma per poco – per il fatto che io ero ancora in vita. Si trovarono due cavalieri romani disposti a liberarti anche da questa preoccupazione, i quali s’impegnarono a uccidermi nel mio letto quella notte stessa poco prima dell’alba. 10. Tutte queste cose sono venuto a saperle non appena sciolta la vostra riunione. Rafforzai il presidio di guardie intorno alla mia casa, vietai l’ingresso a coloro che al mattino tu hai mandato a salutarmi, poiché erano venuti proprio quelli la cui visita in quel momento mi aspettavo – come avevo già predetto a molti illustri cittadini. V. Questa è la situazione, Catilina: porta a termine ciò che hai intrapreso; esci una volta per tutte dalla città; le porte sono spalancate: vai! Da troppo tempo ormai le celebri truppe del tuo amico Manlio ti attendono, loro comandante! Portati via tutti i tuoi, o almeno il maggior numero possibile: ripulisci la città! Sarò liberato da una grande preoccupazione quando un muro si leverà tra me e te. Ormai non puoi restare tra noi più a lungo: io non voglio, non posso, non ho assolutamente intenzione di sopportarlo. 11. Dobbiamo nutrire grande riconoscenza verso gli dèi immortali e in particolare verso Giove Statore, da sempre custode di questa città, per il fatto che già tante volte siamo riusciti a sfuggire a questa rovina, così spaventosa, orribile e pericolosa per la Repubblica, la cui sopravvivenza non bisogna mai più permettere che venga messa a repentaglio da un solo uomo. Fino a che tu, Catilina, hai tramato contro di me, quando ero console designato, mi son difeso non con una scorta pubblica, ma con una guardia del corpo privata. Quando poi, nel corso degli ultimi comizi per l’elezione dei consoli, hai tentato di uccidermi – allora ero console in carica – nel Campo Marzio insieme con i candidati tuoi concorrenti, sono riuscito a reprimere i tuoi tentativi assassini grazie alla protezione degli amici e delle loro guardie, senza ricorrere a una leva straordinaria. Insomma, ogni volta che hai preso di mira me mi sono opposto da solo ai tuoi dardi, sebbene mi rendessi conto che la mia morte avrebbe comportato una grave rovina per la Repubblica. 12. Ora però tu attenti apertamente all’intera cosa pubblica, vuoi trascinare alla distruzione e alla catastrofe i templi degli dèi immortali, gli edifici della città, la vita di tutti i cittadini, insomma l’Italia intera. Perciò, dato che non oso ancora provvedere con la decisione che sarebbe la prima da prendere e la più conveniente a questo mio grado e alla tradizione, farò quanto risulta meno grave dal punto di vista del rigore, ma più utile alla salvezza comune. Se, infatti, impartissi l’ordine di ucciderti rimarrebbe nella Repubblica un manipolo di congiurati. Se invece tu – cosa a cui ti esorto già da parecchio tempo – te ne andrai, la fogna della città, la numerosa ed esiziale torma dei tuoi complici, sarà ripulita. 13. Che c’è, Catilina? Esiti a fare per mio ordine ciò che avresti fatto di tua spontanea volontà? Il console ordina al nemico di allontanarsi dalla città. In esilio, mi chiedi? Non te lo posso ordinare, ma, se mi chiedi un consiglio, te lo suggerisco! VI. Che cosa c’è, Catilina, che non ti possa trattenere ancora in questa città, nella quale non vi è nessuno – tranne questa banda di tuoi scellerati complici – che non ti tema, che non ti abbia in odio? Quale marchio d’immoralità non bolla la tua vita privata? Quali azioni disonorevoli non macchiano la tua fama? Da quale dissolutezza rifuggirono mai i tuoi occhi, da quale delitto le tue mani, da quale scandalo la tua persona? Quale adolescente, dopo averlo irretito con gli allettamenti della tua corruzione, non hai guidato al delitto o alla passione sfrenata? 14. Che dire di più? Quando, poco tempo fa, con l’uccisione della tua prima moglie hai sgomberato la casa per nuove nozze, non hai forse sommato a quest’infamia anche un delitto impronunciabile? Ma lo passo sotto silenzio, e volentieri evito di parlarne, perché non risulti che in questa città è stato perpetrato o non è stato punito un delitto tanto esecrabile. Ometto lo stato rovinoso delle tue finanze: ti accorgerai alle prossime Idi della minaccia che incombe su di te; vengo piuttosto a quei fatti che non riguardano l’obbrobrio della tua vita privata, né le tue difficoltà economiche, ma il supremo bene della Repubblica e la vita e la sicurezza di tutti noi. 15. Come può, Catilina, esserti gradita questa luce o l’aria che respiri, sapendo che nessuno dei presenti ignora che l’ultimo giorno dell’anno di consolato di Lepido e Tutto hai preso parte ai comizi armato, che avevi raccolto un pugno di uomini per uccidere i consoli e i cittadini più in vista e che al progetto scellerato non un tuo pensiero di ravvedimento o un qualche timore si è opposto, ma la Fortuna del popolo romano? Ma tralascio anche questi delitti: infatti, quelli commessi in seguito non sono né sconosciuti né pochi. Quante volte hai tentato di uccidermi quand’ero console designato e quante volte persino dopo che ero divenuto console! Da quanti tuoi colpi assestati in modo che sembrasse impossibile evitarli mi son difeso con un semplice scarto del corpo! Perdi tempo, non ottieni nulla, eppure non metti fine ai tuoi velleitari tentativi. 16. Quante volte già questo pugnale ti è stato strappato dalle mani! Quante volte per qualche motivo ti è caduto e non ha avuto effetto! Non so con quali riti sia stato consacrato e promesso in voto, se ritieni necessario conficcarlo nel corpo di un console. VII. Ma dimmi, che vite è ora la tua? Ormai ti rivolgo la parola non mosso dall’odio, come dovrei, ma dalla misericordia, che tu non meriti affatto. Poco fa sei venuto qua in senato. Chi di tutta questa folla, chi dei tuoi numerosi amici e clienti ti ha rivolto il saluto? A memoria d’uomo non si ricorda che qualcuno abbia mai ricevuto un’accoglienza così ostile: e allora? Attendi il disprezzo delle parole quando già sei colpito dal durissimo giudizio del silenzio? E ancora: al tuo arrivo questi sedili sono stati lasciati liberi, non appena ti sei seduto, tutti gli ex consoli da te più volte condannati a morte hanno abbandonato completamente questo settore di seggi. Con che animo insomma pensi di sopportare tutto ciò? 17. Se i miei servi mi temessero al punto a cui ti temono tutti i tuoi concittadini, mi riterrei costretto ad abbandonare la mia casa. Non pensi tu di dover lasciare la città? Se mi vedessi da loro sospettato e accusato di cose tanto gravi – sia pur a torto –, preferirei essere privato della possibilità di vederli piuttosto che essere guardato da tutti con occhi ostili. Tu invece, nonostante riconosca – per la coscienza che hai dei tuoi crimini – che l’odio di tutti è giustificato e dovuto a te da tempo, esiti tuttavia ad allontanarti dagli occhi e dalla presenza di quelli cui ferisci la mente e l’anima? Se i tuoi genitori avessero paura di te e ti odiassero e non ti fosse possibile in alcun modo ricondurli alla ragione, te ne andresti lontano – immagino – dai loro occhi. Ora è la patria, madre comune di tutti noi, a odiarti e temerti, ormai da tempo convinta che tu non accarezzi altro progetto che il parricidio: non ne rispetterai l’autorità, non ne accetterai la sentenza, non ne temerai la forza? 18. Essa, Catilina, discute con te silenziosa, in un certo qual modo, ti rivolge la parola così: «Ormai da molti anni non è stato perpetrato alcun delitto se non per opera tua, nessuna azione infamante senza la tua partecipazione; soltanto per te l’uccisione di molti cittadini, la vessazione e la depredazione degli alleati sono rimasti impuniti e privi di conseguenze: sei stato capace non solo di calpestare le leggi e i tribunali, ma anche di distruggerli e annientarli. I noti delitti del passato, che non avrei dovuto sopportare, tuttavia, come ho potuto, li ho sopportati. Ora però sono in grande ansietà per causa soltanto tua: a ogni rumore si teme Catilina; sembra che nessun complotto possa essere ordito contro di me senza la tua scellerata partecipazione: non intendo più sopportarlo. Perciò vattene, e liberami da questo timore: se è fondato, perché io non ne sia uccisa, se invece è falso, perché una volta per tutte io smetta di aver paura!». VIII. 19. Se, come ho detto, la patria ti rivolgesse queste parole, non dovrebbe forse ottenere ciò che ti chiede, anche se non fosse in grado di usare la forza? E che dirò del fatto che hai chiesto gli arresti domiciliari e che fugare i sospetti hai dichiarato l’intenzione di trasferirti presso Marco Lepido? Ma Lepido non ti ha accolto, e hai osato venire anche da me a chiedere di essere ospitato in casa mia. Ricevuta la medesima risposta, cioè che io non potevo ritenermi sicuro abitando tra le stesse pareti in cui abitavi tu, poiché correvo già un grave pericolo vivendo entro la stessa cerchia di mura, ti sei recato dal pretore Quinto Metello. Rifiutato anche da lui, te ne andasti dal tuo amico Marco Metello, ottima persona, che credesti sarebbe stato molto zelante nel custodirti, astutissimo nel sorvegliarti e durissimo nel punirti. Ma quanto è giusto che stia lontano dai ceppi del carcere uno che da se stesso si giudica degno degli arresti domiciliari? 20. Vista la situazione, Catilina – dal momento che non sei in grado di morire con animo fermo –, esiti ad andare in altre terre e ad affidare la tua vita, sottratta a numerosi supplizi giusti e meritati, a quella forma di fuga che è la solitudine? «Fanne proposta formale al senato» mi dici: lo chiedi tu stesso e, se il senato decretasse il tuo esilio, ti proclami disposto a obbedire. Non lo proporrò, perché ciò è contrario alle mie abitudini, e farò tuttavia in modo che tu percepisca chiaramente che cosa pensano di te. Vattene dalla città, Catilina, libera la Repubblica dal terrore! Va’ in esilio, se aspetti il loro giudizio! E allora? Ma presti attenzione? Non senti il loro silenzio? Lasciano che parli io, loro tacciono. A che scopo attendi un ordine esplicito, quando la loro volontà traspare anche solo dal silenzio? 21. Se io avessi detto le stesse cose a questo giovane valoroso, Publio Sestio, o a Marco Marcello, uomo di grande coraggio, il senato avrebbe già reagito violentemente contro di me in questa stessa sede e a buon diritto, nonostante io sia il console. Invece, trattandosi di te, approvano con il silenzio, lasciandomi parlare pronunciano sentenze, tacendo gridano; e non soltanto costoro, dei quali rispetti l’autorità pur tenendo scarso conto della loro vita, ma anche tutti i cavalieri romani, uomini di grande onore e valore e tutti gli altri cittadini coraggiosi che circondano il senato, dei quali puoi costatare di persona il numero, intuire i propositi e di cui poco fa hai anche potuto sentire le voci. A fatica tengo lontani da te le loro armi e i loro colpi. Ma potrei facilmente convincerli a farti da scorta fino alle porte se tu decidessi di abbandonare questi luoghi che già da tempo ti proponi di distruggere. IX. 22. Ma perché parlare? Con la speranza che qualcosa ti pieghi, che prima o poi tu ti corregga, che tu giunga finalmente alla decisione di fuggire o di andare in esilio? Magari entrassi in tale ordine d’idee! Eppure mi è chiaro che, nel caso ti convincessi ad andare in esilio per effetto delle mie parole, un’immensa grandine d’impopolarità ne verrebbe per me, se anche non oggi – è vivo, infatti, il ricordo dei tuoi recenti delitti –, certo in futuro. Ciononostante ne vale la pena, purché la sventura colpisca me soltanto e la Repubblica non sia minacciata. Ma non si deve pretendere che tu sia spinto dai tuoi vizi a temere le pene sancite dalla legge, che ti sacrifichi per la difficile situazione della Repubblica. Infatti, Catilina, non sei certo il tipo che la vergogna trattiene dal compiere un’azione infamante, o la paura dell’affrontare un pericolo, o la ragione dal commettere una follia. 23. Perciò, come ti ho già ripetuto più volte, vattene e se vuoi suscitare odio contro di me – tuo nemico, come dici, personale – va’ in esilio immediatamente. Sarà una dura fatica sopportare le calunnie dei malvagi se farai ciò. A stento sarò in grado di sostenere il peso di quest’odio se andrai in esilio per ordine del console. Se invece vuoi essere utile alla mia fama futura, allora vattene insieme con la schiera impudente dei tuoi fidi, raggiungi Manlio, raccogli i peggiori cittadini, allontanati dai buoni, dichiara guerra alla patria, gioisci di questa guerra di briganti, in modo che non sembri che io ti abbia cacciato in mezzo a degli stranieri ma che tu abbia raggiunto i tuoi dietro loro invito. 24. Perché mai dovrei tentare di persuaderti, sapendo che hai inviato alcuni ad attenderti armati a Foro Aurelio? Sapendo che hai preso accordi con Manlio sul giorno dell’incontro? Sapendo che hai mandato avanti anche l’aquila d’argento, che – ne sono sicuro – sarà segno di luttuosa rovina per te e per tutti i tuoi, aquila a cui hai addirittura eretto un empio sacrario in casa tua? È mai possibile che possa starle lontano tu che eri solito pregarla prima di uscire per commettere un delitto, tu che dai suoi altari hai spesso ritratto la mano sacrilega per andare a uccidere dei concittadini? X. 25. Te ne andrai insomma una volta per tutte là dove già in precedenza ti trascinava la tua sfrenata e insana smania! E questo fatto non ti provoca dolore, ma una sorta di sconvolgente voluttà: per tale follia ti ha generato la natura, ti ha allenato la volontà, ti ha protetto il destino. Non solo non hai mai desiderato la pace, ma neppure la guerra, a meno che non fosse rovinosa. Ti sei imbattuto in una masnada di mascalzoni, un’accozzaglia di uomini perduti, non solo traditi dalla sorte ma anche privi di qualsiasi speranza. 26. Con loro chissà che felicità potrai sperimentare, quali gioie ti faranno esultare, quale immenso diletto t’inonderà quando ti accorgerai che in un così numeroso gruppo di persone non ne ascolterai e non ne potrai vedere una che sia perbene. A questo genere di vita erano indirizzate le tue fatiche, di cui si favoleggia: dormivi per terra non solo per progettare un adulterio ma anche per commettere un delitto, vegliavi non solo per insidiare il sonno dei mariti ma anche i beni dei cittadini pacifici. Ti si offre un’occasione per dar prova della tua tanto celebrata capacità di sopportare la fame, il freddo, la privazione di tutto: senti che tra breve ne sarai sopraffatto. 27. Respingendoti dal consolato ho ottenuto almeno un risultato positivo: hai assalito la Repubblica da esule, piuttosto che vessarla da console, e quanto di scellerato hai intrapreso è stato giudicato un atto di brigantaggio piuttosto che di guerra. XI. Ora, senatori, affinché io possa prevenire o respingere un rimprovero in un certo qual modo fondato per la Repubblica, ascoltate con attenzione – vi prego – ciò che sto per dire e imprimetevelo bene nel cuore e nella mente. Infatti, se la patria, che mi è molto più cara della vita, se l’Italia intera, se tutta la Repubblica mi parlasse così: «Marco Tullio, che fai? Hai scoperto che è un nemico, prevedi che porterà guerra, ti accorgi che gli avversari lo aspettano come comandante, lui, autore di delitti, capo di una congiura, sobillatore di schiavi e di cittadini ridotti in rovina, eppure sopporti che se ne vada, in modo che sembrerà non che tu l’abbia cacciato, ma che l’abbia fatto entrare in città. Non darai dunque l’ordine di imprigionarlo, di condannarlo a morte, di punirlo con l’estremo supplizio? 28. Che cosa mai te lo impedisce? Il mos maiorum? Più e più volte in questa Repubblica anche dei privati cittadini hanno condannato a morire i cittadini pericolosi. Forse le leggi che sono state emanate riguardo alla condanna a morte di cittadini romani? Mai in questa città chi si è messo contro la Repubblica ha potuto conservare i diritti civili. Temi forse l’odio dei posteri? Dunque nutri una riconoscenza davvero mirabile verso il popolo romano, che ha elevato te – uomo fattosi da solo e privo di qualsiasi raccomandazione dovuta a parentele – attraverso tutta la serie delle cariche pubbliche così giovane al sommo comando, se per timore dell’odio o di qualche rischio personale trascuri la sicurezza dei tuoi concittadini. 29. Tuttavia, se pure non può mancare il timore d’incorrere nel biasimo, si deve forse temere più quello proveniente dall’aver operato con un severo vigore di quello attirato da una malvagia insolenza? Quando l’Italia sarà sconvolta dalla guerra, le città devastate, gli edifici dati alle fiamme, non pensi che anche tu allora verrai travolto dall’incendio del biasimo?». XII. Risponderò brevemente a queste accorate parole della Repubblica e ai pensieri di coloro che provano sentimenti analoghi. Se avessi ritenuto che la cosa migliore, senatori, fosse condannare Catilina a morte, non avrei concesso nemmeno il godimento di un’ora di vita in più a questo delinquente. Infatti, se uomini grandi e famosi non solo non restarono contaminati dal sangue di Saturnino, dei Gracchi, di Flacco e di molti altri ribelli dei tempi passati, ma addirittura ne guadagnarono onori, senza dubbio io non avrei dovuto temere che – per l’uccisione di quest’assassino di cittadini – si riversasse su di me, tuttavia sono sempre stato del parere che l’odio guadagnato col valore non sia da considerare tale, ma gloria. 30. Sennonché nell’ordine senatorio vi sono alcuni che o non vedono ciò che sta per accadere oppure dissimulano ciò che vedono; alcuni che alimentarono con deboli proposte le speranze di Catilina e – non prestandovi credito – diedero forza alla nascente congiura. In base all’autorevole consiglio di costoro, se i lo avessi punito, molti, non soltanto male intenzionati ma anche ingenui, avrebbero sostenuto che agivo in modo crudele e dispotico. Ma comprendo: se questo qui giungerà agli accampamenti di Manlio, dov’è diretto, non vi sarà nessuno tanto stolto da non vedere che è stata ordita una congiura, nessuno tanto disonesto da non ammetterne l’esistenza. Inoltre, ucciso lui soltanto, è chiaro che questo flagello della Repubblica sarebbe frenato per un po’, ma non debellato per sempre. Se invece se ne andrà da sé portandosi via i suoi, e raccoglierà in quel luogo gli altri sbandati che ha convocato da ogni parte, sarà completamente estirpato non solo questo flagello tanto radicato nella cosa pubblica, ma anche il seme e la radice di tutti i mali. XIII. 31. Già da parecchio tempo, infatti, senatori, ci troviamo in questo insidioso pericolo della congiura, ma, non so proprio per quale motivo, il culmine di tutti i delitti, del furore antico e dell’estremismo politico è stato raggiunto durante il mio consolato. Se dunque di tutta questa cosca di briganti viene ucciso soltanto costui, forse sembrerà di essere stati liberati dalla preoccupazione e dal terrore, ma per brevissimo tempo: il pericolo perdurerà, rimanendo chiuso nel profondo, nelle vene e nelle viscere della Repubblica. Come spesso accade a chi è gravemente ammalato e in preda all’arsura della febbre, che sembra in un primo momento provare sollievo quando beve dell’acqua gelida, ma in seguito le sue condizioni si aggravano, così questo morbo, che affligge la Repubblica, alleviato dalla morte di costui, s’inasprirà se rimangono in vita i suoi complici. 32. Perciò se ne vadano i malvagi; si separino dai buoni, si radunino tutti nello stesso luogo. Un moro, come ho ripetuto spesso, li divida da noi. Smettano di tramare insidie al console nella sua casa, di accerchiare il tribunale del pretore urbano, di assediare con spade la curia, di preparare proiettili incendiari e torce per dar fuoco alla città; una buona volta, ciascuno porti scritte in fronte le sue idee politiche. Vi prometto, senatori, che grazie all’infaticabile impegno di noi consoli e alla vostra somma autorità, all’immenso valore dei cavalieri romani, all’unanime consenso di tutti i cittadini onesti, con l’allontanamento di Catilina vedrete tutti gli intrighi scoperti, messi in luce, soffocati e puniti. 33. Con questi auguri, Catilina, con la somma salvezza della Repubblica, con la rovinosa distruzione tua e di quelli che si sono uniti a te in ogni delitto e nell’assassinio, parti per una guerra empia e nefasta. Tu, o Giove, il cui culto è stato stabilito in questo luogo da Romolo con gli stessi auspici con cui è stata fondata la città, che chiamiamo «Protettore» di questa città e giustamente anche del sommo comando, tieni lontani costui e i suoi compari dai tuoi templi e da quelli degli altri dèi, dalle abitazioni e dalle mura urbane, dalla vita e dai beni dei cittadini, e questi uomini, avversi ai buoni, nemici della patria, predatori dell’Italia, uniti da un patto delittuoso e da una nefasta amicizia, puniscili vivi e morti con eterni supplizi!

 (trad. it. E. Risari)