Un’ἀρετή a misura d’uomo (Simon. F 542 PMG)

Se è difficile diventare compiutamente «valenti» dal momento che la realtà esterna può costringere un individuo ad agire contro il suo volere, un criterio di giudizio a “misura d’uomo” potrà pur sempre far riferimento ai realistici margini d’azione dell’individuo, e il poeta – come si dice nell’encomio a Scopas (F 542 PMG) – cesserà di farsi cantore della virtù assoluta (perfetta valentia dell’uomo «quadrato», cioè simmetricamente costruito come i κοῦροι delle statue coeve) e loderà invece chi non commetta volontariamente azioni riprovevoli. Questo componimento è riportato da Platone nel Protagora (339a-347a), in un passo in cui si consuma una disputa fra l’omonimo filosofo che dà il nome al dialogo e Socrate a proposito della virtù. I due interlocutori, nella finzione letteraria, sottopongono il carme simonideo a un lungo e lucido esame. La testimonianza platonica è importante e interessante per due ragioni: innanzitutto, perché illumina del livello raggiunto dall’esegesi letteraria nell’ambito dell’Accademia; in seconda analisi, per il fatto che rappresenti, proprio dal punto di vista critico, l’archetipo delle animose dispute fra gli studiosi cui è stato esposto il brano fino a oggi.

Policleto, Diadumenos. Statua, Copia in marmo di età romana dall’originale in bronzo del V secolo a.C. Atene, Museo Archeologico Nazionale

ἄνδρ’ ἀγαθὸν μὲν ἀλαθέως γενέσθαι

χαλεπὸν χερσίν τε καὶ ποσὶ καὶ νόωι

τετράγωνον ἄνευ ψόγου τετυγμένον·

[

[

[

[

[

[

[

οὐδέ μοι ἐμμελέως τὸ Πιττάκειον

νέμεται, καίτοι σοφοῦ παρὰ φωτὸς εἰ-

ρημένον· χαλεπὸν φάτ’ ἐσθλὸν ἔμμεναι.

θεὸς ἂν μόνος τοῦτ’ ἔχοι γέρας, ἄνδρα δ’ οὐκ

ἔστι μὴ οὐ κακὸν ἔμμεναι,

ὃν ἀμήχανος συμφορὰ καθέληι·

πράξας γὰρ εὖ πᾶς ἀνὴρ ἀγαθός,

κακὸς δ’ εἰ κακῶς [

[ἐπὶ πλεῖστον δὲ καὶ ἄριστοί εἰσιν

[οὓς ἂν οἱ θεοὶ φιλῶσιν.]

τοὔνεκεν οὔ ποτ’ ἐγὼ τὸ μὴ γενέσθαι

δυνατὸν διζήμενος κενεὰν ἐς ἄ-

πρακτον ἐλπίδα μοῖραν αἰῶνος βαλέω,

πανάμωμον ἄνθρωπον, εὐρυεδέος ὅσοι

καρπὸν αἰνύμεθα χθονός·

ἐπὶ δ᾽ὑμὶν εὑρὼν ἀπαγγελέω.

πάντας δ’ ἐπαίνημι καὶ φιλέω,

ἑκὼν ὅστις ἔρδηι

μηδὲν αἰσχρόν· ἀνάγκαι

δ’ οὐδὲ θεοὶ μάχονται.

[

[

[οὐκ εἰμὶ φιλόψογος, ἐπεὶ ἔμοιγε ἐξαρκεῖ

ὃς ἂν μὴ κακὸς ἦι] μηδ’ ἄγαν ἀπάλαμνος εἰ-

δώς γ’ ὀνησίπολιν δίκαν,

ὑγιὴς ἀνήρ· οὐ μὴν† ἐγὼ

μωμήσομαι· τῶν γὰρ ἠλιθίων

ἀπείρων γενέθλα.

πάντα τοι καλά, τοῖσίν τ’ αἰσχρὰ μὴ μέμεικται.

È veramente difficile diventare un uomo

valente nelle mani, nei piedi e nella mente,

quadrato, plasmato senza macchia.

[

[

[

[

[

[

[

E nemmeno, a mio avviso, risulta intonato quel

detto di Pittaco, benché si stato pronunciato da

uomo saggio: “È difficile – diceva – essere valente!”.

Soltanto un dio potrebbe avere questo privilegio,

non è possibile che non sia ignobile un uomo

che disgrazie irreparabili abbiano colto:

se ha successo, infatti, ogni uomo è buono,

ma se è inetto, le cose gli vanno male [

[del resto, i migliori per lungo tempo sono

[coloro che gli dèi prediligono].

E dunque, proprio io non butterò via una parte

della mia esistenza a cercare ciò che è impossibile

in una vuota e inconcludente speranza,

cioè, un uomo senza difetti, fra quanti

ci nutriamo del frutto dell’ampia terra;

ma se lo scoverò, ve lo farò sapere!

Io elogio e ammiro tutti coloro che,

di propria volontà, non commettono

alcunché di turpe: contro la necessità

nemmeno gli dèi combattono.

[

[

[Io non sono uno incline alla polemica, dacché mi

basta che uno non sia] malvagio né troppo inetto e

che conosca la giustizia che giova alla città,

un uomo moralmente sano; io non lo

biasimerò: infatti, è infinita

la generazione degli stolti.

Bello è tutto ciò a cui il male non si mescola.

Policleto, Doriforo. Statua, Copia in marmo di età romana dall’originale in bronzo del V secolo a.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

L’argomento su cui è imperniato l’intero componimento consiste nella difficoltà (o forse meglio, nell’impossibilità!) per un essere umano di essere o diventare ἀγαθός («valente»). Vi sottende una problematica che è forse meglio evidente grazie a un confronto con il F 16 Voigt di Saffo, il cui tema centrale risponde alla domanda: «Che cos’è la cosa più bella?» (τί τὸ καλόν;); domanda per la quale, in età arcaica, esisteva un interesse particolare verso una sorta di gerarchia di valori. Quanto a Simonide, nello specifico, si è tentato di dire che su questo punto egli sia andato oltre Saffo: con il poeta di Ceo, infatti, si giunge alla critica di quei valori, uscendo da una considerazione personale (quale quella della poetessa di Lesbo) nella quale si indica un valore che supera tutti gli altri, per arrivare alla negazione di qualsiasi soluzione rigidamente gerarchica e definitiva. Simonide fu poeta portato a considerare la relatività dei valori. All’etica dell’assoluto (nobiltà, salute, ricchezza, ecc.), egli contrapponeva una “relatività” di principi, forse meno eroici ma più umani, che da un punto di vista estetico-agonale discendevano a quello più vasto dell’impegno civico e sociale dell’individuo nella πόλις.

Il carme è introdotto da tre versi retti dall’espressione γενέσθαι / χαλεπὸν (sott. ἔστι); γενέσθαι, aor. inf. di γίγνομαι, vuol dire letteralmente “entrare in un nuovo stato dell’essere”, quindi “divenire”. In τετράγωνος qualcuno ha ravvisato tracce della dottrina pitagorica, secondo la quale il numero 4 e il quadrato rappresenterebbero la perfezione, la massima compiutezza. Non si esclude, tuttavia, che Simonide alluda piuttosto al canone delle quattro virtù – che ha numerose attestazioni – la più celebre delle quali si ha in Platone: saggezza, temperanza, coraggio e giustizia (cfr. Pind. N II); τετυγμένον, part. perf. di τεύχω, “creare, plasmare”. Quanto a Pittaco di Mitilene, com’è noto, egli era annoverato fra i Sette Sapienti: la citazione di una sua massima da parte del poeta rivela, per la prima volta nella letteratura greca, la volontà di precisare la paternità del materiale utilizzato da un autore. Il tiranno di Lesbo è definito σοφοῦ… φωτὸς (v. 12): l’aggettivo, qui attestato per la prima volta nei riguardi del personaggio, lo include decisamente nel canone dei grandi saggi; il sostantivo, invece, è un omerismo per dire “uomo” (anche se nell’accezione epica andrebbe inteso come “uomo dalle qualità eccezionali”).

Il poeta muove una polemica personale al motto del tiranno, uomo arcaico: contrappone infatti al suo ἔμμεναι (inf. eol. di εἰμί, “essere”) il proprio γενέσθαι (“divenire”); “essere” al presente infinito indica una condizione costante, statica e continua, propria di una persona o di una cosa. Nella concezione arcaica, dunque, un individuo nasceva già “valente” e sarebbe rimasto tale in tutto l’arco della sua esistenza. Diversamente, “diventare” presuppone una realtà completamente opposta, nella quale la persona, come ogni altra cosa, è soggetta al divenire, al mutevole, all’influsso variabile delle circostanze contingenti.

Scultore anonimo. Auriga di Delfi. Statua, bronzo, c. 475 a.C. dal Santuario di Apollo Pizio. Delfi, Museo Archeologico.

Simonide, insomma, della società del suo tempo sottolinea la difficoltà a raggiungere lo stato di eccellenza e di perfezione proprio degli uomini di una volta, cui quelli di oggi devono comunque aspirare e protendersi, malgrado le difficoltà e i condizionamenti della vita. Solo alla divinità, infatti, è concesso il privilegio di “essere”: gli dèi, una volta venuti alla luce, sono immutabili, eternamente giovani ed eternamente belli. Quest’idea è rimarcata anche da Pindaro (Pyth. X 21-22), che afferma: «Non un uomo, ma un dio sarebbe chi avesse il cuore scevro d’affanni». Ma mentre per Pindaro è possibile che una persona, oltre a mille difficoltà e tribolazioni, raggiunga una stabile felicità (anche in virtù dello status sociale e del favore divino di cui possa godere), per Simonide, invece, la vicenda umana è sempre e costantemente soggetta al mutare delle cose: perciò, la valentia di ciascuno è determinata dalla condizione in cui egli si trova. Di conseguenza, le contingenze diventano per Simonide gli unici criteri che consentano di giudicare la condizione mortale.

A ben vedere, inoltre, questa idea del divenire e del continuo mutare troverà un ulteriore sviluppo nella seconda metà del V secolo, realizzandosi pienamente con il fiorire della tragedia. A tal proposito, basti ricordare che nell’Edipo re di Sofocle si dice: «Non dire felice un uomo mortale prima che abbia varcato il termine della vita senza aver patito dolore». Si tratta di un concetto altresì presente in Erodoto (III 40, 3): «Nessun uomo io conosco che, felice in ogni cosa, non sia poi finito male, sconvolto dalle radici».

La novità del componimento simonideo sta soprattutto nel fatto che il brano non si limita alla polemica fine a sé stessa, ma propone una nuova visione delle cose: siccome non è possibile trovare un uomo perfetto, il poeta dichiara di non aver alcuna intenzione di sprecare il proprio tempo a cercarlo. La nuova società del V secolo rifiuta ormai l’ideale tradizionale dell’ἀρετή, che basava la condizione sociale del singolo in base alla sua stirpe (γένος); il poeta constata che la natura (φύσις) dell’uomo è fragile, momentanea e istantanea. Simonide, dunque, offre un nuovo modello valoriale, relativo all’individuo che dev’essere eticamente “sano” e “integro”, esercitando ed esprimendo la propria volontà senza commettere turpitudini. Questi, del resto, saranno i temi chiave dell’ideologia democratica.

La vita di Flavio Giuseppe e il racconto della guerra giudaica

di G. VITUCCI (ed.), Flavio Giuseppe. La guerra giudaica, I, libri I-III, Milano 1974, ix-xxiv.

Giuseppe (più tardi, quando ebbe la cittadinanza romana, Flavio Giuseppe) appartenne a quella generazione di Giudei cui, mentre si appressavano al «mezzo del cammino», toccò di vedere la distruzione di Gerusalemme e la rovina del tempio. A Gerusalemme egli era nato fra il 13 settembre del 37 e il 17 marzo del 38[1]: troppo tardi per rendersi conto dell’ansia disperata di cui la città fu preda intorno al 40, quando da Roma arrivò l’ordine di collocare nel tempio, e farne oggetto di culto, un’immagine di Caligola. Superata, dall’avvento di Claudio, la grave tensione, la vita era ripresa nella più o meno generale rassegnazione agli incomodi del dominio romano, e Giuseppe poté intraprendere gli studi in un’atmosfera meno agitata. Più tardi, rievocando nell’ultima pagina dell’Archeologia quei suoi studi e tutta la sua formazione spirituale, egli distinse tra lo studio della grammatica e della lingua greca (della quale tuttavia confessava di non aver raggiunto una pronuncia perfetta: la sua lingua materna era l’aramaico) e quella che chiamava la παιδεία ἐπιχώριος, παιδεία propriamente giudaica: una παιδεία, aggiungeva, nella quale, per ammissione dei suoi connazionali, andava innanzi a ogni altro. In ogni modo, la preparazione di Giuseppe fu adeguata al suo elevato rango sociale; la sua era infatti una delle famiglie più cospicue, appartenente per parte di padre all’alta nobiltà sacerdotale[2], mentre per parte di madre egli si gloriava di discendere dalla famiglia reale degli Asmonei[3]. In questa preparazione, lo studio della Legge aveva una parte di primo piano, e non v’è ragione di non prestargli fede quando egli aggiunge di aver fatto, grazie alla sua non comune memoria e intelligenza, tali progressi, che al tempo in cui era solo un giovinetto di quattordici anni alcuni sommi sacerdoti e altre personalità di primo piano si recarono da lui a consultarlo[4].

Flavio Giuseppe. Busto (presunto ritratto), marmo, I sec. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek

Il quindicesimo anno di vita fu speso in una diretta sperimentazione delle regole teorico-pratiche seguite dalle tre sette che allora tenevano il campo, i Farisei, i Sadducei e gli Esseni, con l’intenzione di prepararsi a una scelta. Dai rapidi accenni della Vita (2, 10) si ricava l’impressione che si sia trattato di una frequentazione cursoria, con una permanenza meno breve presso gli Esseni, cui Giuseppe sembra alludere quando narra di essersi sottoposto a un duro tirocinio, passando attraverso una serie di prove molto severe. Assai più lunga fu invece l’esperienza ascetica vissuta nei tre anni successivi, quando si ritirò nel deserto a far vita di penitenza; il fatto che Giuseppe ricorda anche il nome del maestro che gli fu allora di guida lascia pensare che per lui si trattò di un impegno superiore al normale, e di un’adesione spirituale che i posteriori contatti con il mondo greco-romano non avrebbero potuto cancellare. Comunque, quand’egli fece ritorno in città, fu alla setta dei Farisei che andò la sua preferenza piuttosto che a quella dei Sadducei, verso cui era in genere orientata l’aristocrazia delle grandi famiglie sacerdotali[5], e il giovane Giuseppe continuò a esercitare il suo ingegno nel lavoro di interpretazione della Legge e il suo zelo nel praticarne i precetti.

Una prova di zelo esemplare il giovane la diede nel 64, quando intraprese un viaggio a Roma per perorare la causa di alcuni sacerdoti deferiti qualche anno prima al tribunale imperiale dal procuratore M. Antonio Felice, quello di cui Tacito ricorderà con frase efficacissima che tiranneggiò i sudditi come solo un individuo di estrazione servile poteva fare[6]. Nel ricordare l’episodio, Giuseppe (Vit. 13 ss.) si limita a osservare che le imputazioni erano di scarsa rilevanza, mentre sembra assai probabile che negli indiziati il funzionario romano avesse fiutato degli esponenti del movimento di resistenza, astenendosi peraltro, per una qualche ragione prudenziale, dall’applicare direttamente i suoi poteri coercitivi. Il viaggio di Giuseppe, anche se si svolse in condizioni più fortunose del solito per un drammatico naufragio in mare aperto, si concluse felicemente. Egli sbarcò a Pozzuoli, ove poté assicurarsi l’appoggio di un attore di origine giudaica, un tale Alituro, che era nelle grazie di Nerone sia, possiamo pensare, per il suo talento artistico, sia (e questo lo dice Giuseppe) perché godeva delle simpatie di Poppea, e l’imperatrice non solo assicurò il proscioglimento degli imputati, ma colmò anche di doni Giuseppe[7].

Un dottore della Legge e un fariseo.

Quando questi fece ritorno a Gerusalemme (nell’autunno del 65, a quel che sembra) trovò che la situazione creata dai gruppi di resistenza antiromana si avviava a grandi passi verso la rottura.

La tensione, cominciata oltre cent’anni prima ai tempi della presa di Gerusalemme e della profanazione del tempio da parte di Pompeo, era cresciuta di pari passo con l’ingerenza dei Romani nelle cose di Giudea, provocata sia dal protrarsi della lotta fra il sommo sacerdote Ircano II e suo fratello Aristobulo (cui più tardi subentrò il figlio Antigono), sia delle ripercussioni che in terra d’Oriente ebbero le vicende della guerra fra cesariani e pompeiani. Contro tale ingerenza, che nel 47, per volere di Cesare, aveva portato ad affiancare (di fatto, a sovrapporre) ai tradizionali poteri del sommo sacerdote quelli di un «viceré» con la nomina dell’idumeo Antipatro a ἐπίτροπος[8], era sorto in Galilea un movimento nazionalistico di resistenza con a capo Ezechia, capostipite di una famiglia di patrioti. Ma poco dopo, nello stesso anno 47, la sua banda venne battuta da un corpo di spedizione agli ordini di uno dei figli di Antipatro, Erode, il quale non si fece scrupolo di passarlo per le armi. Accennando a questo episodio (BJ I 204), Giuseppe chiama Ezechia ἀρχιλῃστής (“capo-brigante”) e λῃσταί i suoi uomini, con una nomenclatura che rifletteva il punto di vista dei Romani, per i quali erano latrones i provinciali che cercavano di opporsi con le armi in pugno al loro dominio. Ma da un punto di vista diverso, e non meno valido salvo che rispecchiava il pensiero dei vinti, ben altro che un delinquente comune era stato Ezechia, e per la sua morte i Sadducei avevano sollecitato il sommo sacerdote Ircano II a istruire un regolare processo. Insabbiato questo processo per l’intervento di Sesto Giulio Cesare, un procugino del dittatore che teneva allora il comando delle forze romane in Syria, l’impresa contro Ezechia era diventata il punto di partenza di una fortunata ascesa che avrebbe fatto di Erode, sotto la protezione di Marco Antonio e poi di Augusto, uno dei maggiori potenti del suo tempo. Era perciò naturale che i nazionalisti accomunassero Erode nel loro odio contro i Romani[9]; e fu da questi spiriti di intransigente difesa dei valori del Giudaismo che prese allora avvio il movimento di resistenza degli Zeloti, di cui divenne poi animatore Giuda, figlio di Ezechia, l’alfiere della rivolta scoppiata nel 6 d.C., quando la Giudea cessò di essere un protettorato e venne direttamente assoggettata al dominio romano. Ispirato inizialmente al dovere dell’ubbidienza verso il solo Jahvé (e, dunque, non verso l’«usurpatore» Erode né, tantomeno, verso i Romani), il movimento zelotico si era poi arricchito di motivi di carattere economico-sociale. Infatti, all’acquiescenza, in linea di massima predominante presso i ceti più elevati, che dalla pax Romana si vedevano propiziato il godimento di antichi privilegi, si era contrapposta l’azione degli attivisti a sostegno delle masse più umili, ansiose di novità e, magari, di un rivolgimento totale da realizzare con una lotta concepita in termini di guerra di religione[10].

Fenicia, Celesiria, Decapoli e Giudea sotto la dinastia degli Erodiadi. Karl von Spruner (1865.

Allorché nel 66 la situazione, dopo aver subito un continuo deterioramento, diventò insostenibile per l’azione provocatoria del governatore Gessio Floro, e a Gerusalemme presero a serpeggiare le fiamme della rivolta, fu Menahem, figlio di Giuda e nipote di Ezechia, quello che assunse e per qualche tempo tenne il comando delle operazioni. Il massacro della guarnigione romana aveva reso ormai inevitabile una spedizione punitiva delle truppe di stanza nella vicina provincia di Syria; ma queste forze, quando già sembrava che stessero per impadronirsi di Gerusalemme, vennero travolte assieme al legato Cestio Gallo in un’inaspettata quanto umiliante disfatta. La guerra voluta dagli estremisti, rappresentati oltre che dagli Zeloti anche dai cosiddetti “sicari”, era ormai alle porte, e coinvolse assieme agli altri il nostro storico.

Giuseppe dovette avervi fin da principio una parte di primo piano, anche se molti importanti particolari della sua azione restano in ombra. Ciò dipende anche dalle discrepanze fra il racconto che egli ne fece nel Bellum Iudaicum e quello dato nella Vita oltre vent’anni più tardi. A ogni modo, è soltanto nella Vita (17 ss.) che Giuseppe dà qualche cenno sulla posizione da lui assunta di fronte al problema della guerra, dal momento del suo ritorno da Roma fino allo scoppio delle ostilità: una posizione che lo vide allineato con i maggiorenti dei Farisei in una cauta (perché molto pericolosa) polemica contro le mene dei bellicisti, nel vano sforzo di richiamare costoro a una più realistica valutazione dei pericoli verso cui spingevano il Paese. Ma poi l’inopinato disastro della spedizione punitiva di Cestio Gallo sopraggiunse a rendere incontenibile l’esaltazione dei fautori della guerra; questi presero il sopravvento e nel Sinedrio, anche se con scarso entusiasmo, si deliberarono i provvedimenti richiesti dallo stato di guerra, in vista dell’immancabile ritorno offensivo dei Romani. A Giuseppe, ignoriamo per quali particolari considerazioni, ma certo in grazia della prudenza cui appariva ispirato il suo atteggiamento, venne subito affidato un incarico di rilievo; nel racconto di BJ II 568 quello di assumere il comando delle operazioni difensive nel settore della Galilea, mentre, secondo quanto narra in Vita 29, egli fu chiamato a far parte di una commissione di tre sacerdoti inviati in Galilea per dar ordine ai patrioti di deporre le armi e uniformarsi alla linea di cauto attendismo deciso a Gerusalemme. Nelle due notizie si è creduto di poter cogliere una grande divergenza, tanto da considerare come abusiva l’azione di comando esercitata in seguito da Giuseppe nella Galilea[11].

Truppe romane sopraffatte da un’imboscata dei ribelli giudei. Illustrazione di P. Dennis.

Ma questa teoria si rivela poco convincente; infatti, da quanto viene riferito nella Vita pare debba ricavarsi non la natura dell’incarico affidato a Giuseppe, ma il primo compito assegnatogli nell’esercizio delle sue attribuzioni, premessa indispensabile all’addestramento degli uomini e all’apprestamento delle opere difensive. Tale esercizio, che in partenza poteva fare affidamento sul sentimento patriottico della popolazione, rimasta per lo più sorda ai richiami dell’ellenizzazione[12], nei primi tempi venne reso assai arduo dallo scoppio di gravi episodi di insubordinazione: se si considera che a darcene notizia è lo stesso Giuseppe, e con lunga e dettagliata esposizione, è difficile dubitare della gravità della situazione che gli si trovò a fronteggiare. Nel suo racconto, se solo a prezzo di molti stenti e pericoli gli riuscì di affermare la sua autorità nei centri principali della regione, come Sepphoris, Tiberiade e Tarichee, ciò avvenne per le mene di Giovanni di Giscala, un esponente della resistenza locale che gli diede molto filo da torcere, fino a cercare di provocare la sua destituzione[13].

È un racconto, questo di Giuseppe, che appare attendibile anche in vari particolari, ma che sorvola, naturalmente, sul punto più importante: l’arrivo da Gerusalemme di un comandante superiore (a un certo momento rimasto solo per la partenza degli altri due colleghi con cui era arrivato, cfr. Vit. 77) non fu visto di buon occhio dai patrioti di Galilea, anche perché essi non tardarono a constatare che si trattava di un uomo non senza riserve verso gli ideali della resistenza, e che non credeva nella vittoria finale[14]. Era un difetto per niente trascurabile, capace anzi di neutralizzare i pregi di un comandante, anche il più accorto e valente di tutti quale Giuseppe si vantava di essere (cfr. BJ III 144); ed è notevole, per concludere su questo punto, rilevare che il comitato dei Settanta, da lui istituito come organo consultivo di governo, gli serviva in realtà per tenere in pugno come ostaggi i notabili del Paese[15].

In simili condizioni, non dovevano essere gran cosa gli apparecchi difensivi che Giuseppe era riuscito a realizzare in Galilea, il settore che per ragioni geografiche era esposto a ricevere per primo l’urto dei Romani. In BJ II 572 ss. egli dà l’elenco delle città che furono fortificate[16], e il numero degli uomini da lui arruolati e istruiti secondo gli ordinamenti e la tattica romana per renderli, appunto, capaci di misurarsi con i Romani; si sarebbe trattato di 100.000 uomini (BJ II 576), che poco dopo (II 583) diventano 60.000 fanti e 350 cavalieri, oltre 400.500 mercenari e una guardia del corpo di 600 uomini. A parte la discrepanza delle cifre (che potrebbe spiegarsi distinguendo fra un totale e una parte già pronta per l’impiego), e anche a non voler considerare ugualmente esagerata quella più bassa, si trattava di una forza raccogliticcia provvista in linea di massima soltanto di armamento leggero, e quindi non in grado di affrontare in una battaglia campale la fanteria pesante nemica[17]. Nelle più ottimistiche prospettive non poteva esserci altra speranza se non quella che la potenza d’urto del nemico si esaurisse nel passare dall’assedio dell’una a quello dell’altra fra le più importanti città fortificate, ma era una speranza che non teneva nel debito conto le comparativamente enormi capacità logistiche dell’esercito avversario. Affidato da Nerone a un capo sperimentato e prudente come Tito Flavio Vespasiano, quest’esercito aveva il suo nerbo in tre legioni e, con il consueto contorno di truppe ausiliarie, era più vicino ai 60.000 che ai 50.000 uomini[18].

Processione trionfale con l’esibizione delle spoglie del tempio di Gerusalemme. Pannello interno, rilievo, marmo, c. 81 dall’Arco di Tito a Roma.

Coadiuvato dal figlio Tito, che faceva parte del suo stato maggiore come comandante di una delle legioni, Vespasiano nell’inverno del 66/7 portò a termine la raccolta delle forze concentrandole a Tolemaide, e di lì si addentrò verso l’interno puntando sul grosso centro di Sepphoris, i cui abitanti, impressionati dalla bufera, si erano affrettati a far atto di sottomissione ai Romani, aprendo le porte a un grosso presidio. L’inizio delle operazioni non poteva essere più infausto per Giuseppe; abbandonato dalla maggior parte degli uomini che aveva raccolto a Garis, non lontano da Sepphoris, e che si erano dispersi in fuga, egli si ritirò verso l’interno portandosi a Tiberiade[19], donde inviò a Gerusalemme un rapporto che si chiudeva con la richiesta di inviargli immediatamente rinforzi o, altrimenti, di intavolare trattative di pace. Poi, saputo che il nemico si apprestava a investire l’importante centro di Iotapata, accorse ad assumervi il comando della difesa, e fece appena in tempo a entrare nella città prima che Vespasiano la stringesse d’assedio. Quest’assedio durò circa un mese e mezzo[20] e si concluse con l’espugnazione, nonostante le ingegnose trovate di Giuseppe, che si sofferma a riferirle con grande compiacimento (BJ III 141-339). Mentre la città veniva messa a ferro e fuoco, cominciarono le ricerche per catturare Giuseppe, che assieme a una quarantina di notabili si era rifugiato in una profonda cisterna. Scoperto il nascondiglio, egli si mostrò incline a consegnarsi al nemico, ma la sua arrendevolezza suscitò l’ira degli altri che, decisi a non farsi prendere vivi, gli imposero di scegliere se morire di propria mano o per mano dei compagni. Con un abile espediente, che ancora una volta Giuseppe si compiace di raccontare per filo e per segno con un’abbondanza di particolari a volte romanzeschi (BJ III 340-391), egli riuscì a liberarsi dell’incomoda compagnia e a consegnarsi nelle mani dei Romani.

L’assedio di Iotapata (67 d.C.). Illustrazione di A. Hook.

Sarebbe impossibile, ma soprattutto inutile, controllare la sua veridicità a proposito di arrendersi, perché quelle circostanze corrisposero a una verità psicologica assai più importante di quella che fu la verità storica, in questo caso per noi trascurabile. Vista la piega che fin dal principio avevano preso le operazioni, Giuseppe si era più che mai confermato nella convinzione che quella guerra conduceva alla rovina della patria, e che per salvare il salvabile si doveva cercare di trattare col nemico. A muovere il primo passo in questa direzione egli si era poi sentito prescelto dal dio d’Israele quando alla sua virtù profetica aveva concesso l’ispirazione di predire a Vespasiano il dominio dell’Impero: «Tu, o Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e tuo figlio. Fammi ora legare ancora più forte e custodiscimi per te stesso; perché tu, Cesare, non sei soltanto il mio padrone, ma il padrone anche della terra e del mare e di tutto il genere umano»[21].

T. Flavio Vespasiano. Busto, marmo greco, 70-80 d.C. Firenze, Galleria degli Uffizi.

Solo per portare tale messaggio, secondo l’incarico ricevuto dal dio, Giuseppe non aveva osservato l’eroica usanza, già in onore al tempo della riscossa maccabaica (2 Mac. 14, 41 ss.), di darsi la morte per non cadere nelle mani del nemico. Bisognava, inoltre, liberare il campo dalla dannosa «ambiguità» di una profezia che parlava del prossimo avvento di un re che dall’Oriente avrebbe esteso il suo dominio sul mondo intero: ciò era stato interpretato «da molti sapienti giudaici» (BJ VI 312) come allusivo all’avvento di un messia, mentre ora Giuseppe sapeva, e doveva far sapere, che la predizione riguardava invece l’ascesa al trono di Vespasiano. Che in realtà corresse una simile profezia è indubitato[22], così come altrettanto sicuro sembra che essa fosse nata in ambiente zelotico sotto l’influenza di antiche aspettazioni escatologiche. Pertanto, a ispirare la profezia era stata certamente la speranza nell’avvento di un uomo che da Israele avrebbe allargato il suo regno messianico su tutto il mondo, sì che l’interpretazione giusta era quella datane dai «sapienti giudaici», a torto contraddetti da Giuseppe con la sua speciosa interpretazione dell’attesto avvento messianico in chiave di un adventus Augusti. Ciò non vuol dire, assolutamente, che il giudeo-ellenizzato Giuseppe abbia distorto con spregiudicata disinvoltura il significato di un testo ritenuto ispirato: l’impressione è che egli sentisse di parlare in piena coscienza, sinceramente convinto che nei disegni divini a Vespasiano era serbato il dominio sull’Impero universale di Roma, sì che per i Giudei il meglio era cessare al più presto di trattarlo ostilmente. Questa convinzione (che, ripeto, sembra da ritenere autentica) dovette essergli di qualche conforto per la nuova vita che ora si apriva dinanzi a lui.

Avveratasi, di lì a un paio d’anni, la sua profezia con l’acclamazione a imperatore di Vespasiano (1 luglio 69), il nuovo «padrone della terra e del mare e di tutto il genere umano» si ricordò con simpatia del giovane sacerdote giudeo che si trascinava dietro in catene dal tempo della presa di Iotapata, e nell’euforia dell’ora ordinò che fosse liberato dalla schiavitù (in cui quello era caduto come prigioniero di guerra[23]). In tal modo, anche per le simpatie personali che seppe destare in Tito, Giuseppe diventò fautore, e poi anche cordiale collaboratore, di un nemico che, al termine di una durissima guerra, avrebbe distrutto Gerusalemme. Per molti aspetti il suo caso richiamava quello di Polibio, che oltre due secoli prima, persuasosi della superiorità politica della Repubblica romana, aveva scritto per chiarire a sé e ai suoi connazionali greci i motivi che ne giustificavano l’egemonia sui Paesi del mondo mediterraneo. Ma a Giuseppe era toccato non di teorizzare le ragioni del primato di un popolo straniero, ma di vivere nell’accampamento dello straniero che assediava Gerusalemme, di prestare la sua opera come interprete e strumento di propaganda, insomma di comportarsi in modo da essere bollato come traditore da chiunque non condividesse le sue riserve sull’opportunità della guerra scatenata dalla resistenza antiromana[24].

Per uno come lui, pur dopo l’acquisto della cittadinanza romana, restava aperto alle suggestioni dell’orgoglio nazionale[25], la taccia del rinnegato dové sempre essere un gran peso sul cuore; ciò appare, del resto, anche dal fatto che egli non si lasciò sfuggire nessuna occasione per difendersene, ritorcendo sui rivoluzionari l’accusa di aver essi, con la loro follia bellicista, tradito la causa della patria fino a provocarne la distruzione. Dopo aver seguito l’esercito romano nel 67 durante l’occupazione del resto della Galilea, nel 68 durante la sottomissione della Perea, dell’Idumea e della Giudea (finché Vespasiano fu raggiunto dalla notizia della morte di Nerone, che causò una lunga stasi della guerra fino alla sua elezione imperiale), dopo aver assistito alla ripresa delle operazioni sotto il comando di Tito fino all’espugnazione di Gerusalemme (settembre 70), Giuseppe vide nella serie ininterrotta dei rovesci patiti dai Giudei la conferma della sua convinzione che il dio era passato dalla parte dei Romani. Nella propaganda dei bellicisti l’incitamento alla resistenza si accompagnava alla promessa di un intervento del divino alleato che già tante volte aveva salvato Israele: Giuseppe replicava che tale intervento era certo, ma questa volta per colpire l’empietà degli uomini della resistenza, i quali per realizzare il loro intento non si erano astenuti dalle più orribili atrocità, calpestando ogni legge umana e divina (BJ V 400 ss.). Così, secondo lui, l’ingiustizia aveva preso a trionfare in Israele (in contrasto con la giustizia dei Romani, che si erano invece sempre limitati a non esigere che il tributo) costringendo il dio ad abbandonare l’alleanza col suo popolo per divenire σύμμαχος dei Romani, da lui scelti a strumento delle sue vendette e, perciò, protetti e premiati (BJ V 409-410). Questo era ritenuto da Giuseppe il vero tradimento che, privando Gerusalemme dell’aiuto divino, l’aveva condannata alla distruzione. Lui, se mai, aveva cercato di mitigare la furia vendicatrice dei vincitori, ricorrendo ogni volta che si poteva alla clemenza di Tito, specialmente nei giorni terribili che seguirono la caduta della città.

T. Flavio Vespasiano (jr.). Statua, marmo bianco, 79 d.C. dalla basilica di Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

L’odio e il disprezzo verso il «rinnegato» dovettero placarsi, ma non estinguersi, dopo che egli si fu ritirato a Roma; a rinverdire la memoria contribuivano l’invidia per le terre donategli in Iudaea da Tito e poi anche da Vespasiano, l’ospitalità da questi offertagli a Roma nella casa che abitavano prima di trasferirsi nei palazzi imperiali, l’assegnazione di una pensione annua (Vit. 442-443). Più volte venne addirittura fatto oggetto di calunniose denunce (BJ VII 437 ss.; Vit. 424-425), peraltro rimaste sempre senza alcun effetto. Libero dal peso di ogni preoccupazione materiale, circondato dall’affetto di tre figli e dalla moglie[26], Giuseppe poté attendere alla composizione di una storia della guerra giudaica, cui sembra già avesse in qualche modo pensato nel corso dell’assedio di Gerusalemme, quando aveva preso una serie di appunti, come egli stesso ricorderà più tardi[27]. Per prima cosa scrisse un’opera in aramaico, destinata ai Giudei della diaspora mesopotamica, cui in sostanza si allude con l’ampollosa espressione «ai Parti, ai Babilonesi, agli Arabi, ai Giudei d’oltre Eufrate e agli Adiabeni» di BJ I 6. Questi primi passi dell’attività storiografica di Giuseppe furono certamente seguiti con compiacimento dai suoi imperiali patroni, ai cui occhi l’opera si presentava, fra l’altro, come un ammonimento per quelle genti a non voler mai più covare o favorire propositi di ribellione antiromana[28]. Quando poi Giuseppe approntò una «traduzione» in greco (Ἑλλάδι γλώσσῃ μεταβαλών) della sua opera, sì che questa potesse andare nelle mani di una più larga cerchia di lettori in tutto l’Impero, l’interesse dei Flavi per il suo lavoro crebbe enormemente (anche se resta solo una congettura che fossero loro a ispirarlo). Quella di Giuseppe poteva diventare, come in effetti diventò, la storia ufficiale della gloriosa impresa che aveva portato in primo piano Vespasiano per la scalata al trono dei Cesari, e non per niente all’atto della pubblicazione essa portava l’imprimatur di Tito[29].

Naturalmente, si trattava di una «traduzione» solo per modo di dire: bastava il cambiamento (toto coelo) del pubblico cui l’opera era diretta per imporre una serie di ritocchi, a partire da quelli di carattere formale apportati dai collaboratori greci, alla cui opera Giuseppe dovette far ricorso non essendo in grado di scrivere in greco[30]. Certamente non poche dovettero essere le pagine ritoccate, soppresse o aggiunte: fra queste ultime, per esempio, tutte quelle relative alla minuta informazione geo-topografica sui Paesi che erano stati teatro della guerra e, in particolare, la descrizione della città e del tempio di Gerusalemme (V 136-247), nonché quella del trionfo di Vespasiano e di Tito (BJ VII 123 ss.)[31]. Anche a non voler mettere in discussione (per mancanza di elementi concreti) se nello scrivere l’opera in lingua aramaica Giuseppe avesse già avvertito l’opportunità di inquadrare la storia della guerra rifacendosi alla presa di Gerusalemme da parte di Antioco Epifane, è assai probabile che gli antefatti della guerra scoppiata nel 66 vi fossero trattati con maggiore concisione rispetto alla «traduzione» destinata poi al pubblico greco-romano[32].

Lawrence Alma-Tadema, Il trionfo di Tito. Olio su tela, 1885.

Dopo la pubblicazione del Bellum Iudaicum in greco, che ebbe luogo fra il 75 e il 79[33], Giuseppe poté continuare la sua attività storiografica sotto la protezione di Tito (che proprio negli anni fra il 75 e il 79 aveva convissuto a Roma more uxorio con la principessa giudaica Berenice, sorella di Agrippa II) e poi di Domiziano, che ai precedenti benefici aggiunse quello dell’esenzione fiscale per le proprietà fondiarie in Giudea (Vit. 428-429). Difficile invece, se non impossibile, farsi un’idea anche approssimativa del vantaggio che nell’ambiente di corte Giuseppe poté trarre da un suo eventuale accostarsi ai circoli giudeo-cristiani, di cui furono esponenti Flavio Clemente (cos. 95) e sua moglie Flavia Domitilla[34]. Sta di fatto che nel 93-94 egli riuscì a pubblicare una grossa opera di storia patria, la Ἰουδαϊκὴ ἀρχαιολογία («Storia antica dei Giudei», latinamente Antiquitates Iudaicae, dalle origini allo scoppio della guerra del 66), incoraggiato e sostenuto anche da un influente amico, che egli chiama Epafrodito e che sembra da identificare col noto liberto di Nerone[35]. Allo stesso Epafrodito furono poi dedicati anche la Vita, redatta dopo il 100 in polemica con Giusto di Tiberiade[36], che della guerra giudaica aveva pubblicato una storia in cui cercava di compromettere agli occhi dei Romani la figura di Giuseppe[37], e il contra Apionem, l’ultima delle sue opere, scritta in difesa del Giudaismo contro le denigratorie e calunniose invenzioni propalate soprattutto dai Greci col loro sprezzante spirito di superiorità. Nella chiusa delle Antiquitates Giuseppe dichiara di voler preparare un’edizione abbreviata della storia della guerra giudaica con un’appendice di aggiornamento nella parte finale[38]. Tale progetto non risulta sia mai stato realizzato, e perciò qualcuno ha avanzato la congettura, poco convincente, che qui lo storico si riferisse al suo proposito di scrivere la Vita, che fu pubblicata in appendice alla seconda edizione delle Antiquitates[39]. Certo è, invece, che non fu Giuseppe l’autore del cosiddetto “quarto libro dei Maccabei”, a torto attribuitogli, fra gli altri, da Eusebio (Hist. Eccl. III 10). La morte dovette coglierlo in uno dei primi anni del II secolo.

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[1] Il 18 marzo del 38 segnò l’inizio del secondo anno di principato di Gaio Caligola, mentre Giuseppe (Vit. 5) afferma di esser nato nel primo anno. Il termine iniziale, il 13 settembre del 37, si ricava da AJ XX 267, dove Giuseppe dichiara di aver compiuto i 56 anni nel corso del tredicesimo anno di principato di Domiziano, che andò dal 13 settembre 93 al 12 settembre 94.

[2] Cfr. BJ III 352; Ap. I 54; in Vit. 2 si specifica che il casato di Giuseppe rientrava nella prima delle ventiquattro «famiglie» sacerdotali.

[3] Di questa discendenza egli si vanta in Vit. 2, dove Giuseppe è in polemica con qualcuno che gli rinfacciava – quelli erano i tempi – l’oscurità dei natali. Pertanto, non è escluso che egli abbia esagerato in senso opposto, e sarei più incline a condividere le riserve di Hölscher 1916, 1935, che le giustificazioni di Radin 1929.

[4] Vit. 9, un racconto che richiama quello di Luc. 2, 41 ss. Tali progressi possono spiegare, per converso, alcune deficienze “culturali” che ai nostri occhi destano un certo stupore. Così, p. es., la pretesa (cfr. BJ IV 5) che gli abitanti di Gamala (da “cammello”, in ebraico gamal, in aramaico gamla) sbagliassero a chiamare con quel nome la loro città, che avrebbe dovuto chiamarsi piuttosto Kamala (alla greca! da κάμηλος), o l’affermazione che Melchisedek coniò il nome di Gerusalemme, aggiungendo a quello precedente di Salem l’epiteto (greco!) di ἱερόν (cfr. BJ VI 438). Solo più tardi, nel contra Apionem, polemizzando con uno scrittore antisemita, il quale faceva derivare il nome della città da un Ἱερόσυλα, un nome che avrebbe conservato il ricordo delle spoliazioni di templi perpetrate dai suoi fondatori, Giuseppe capirà l’assurdo di una simile etimologia, osservando che quello scrittore (I 319) οὐ συνῆκεν, ὅτι ἱεροσυλεῖν οὐ κατὰ τὴν αὐτὴν φωνὴν Ἰουδαῖοι τοῖς Ἕλλησιν ὀνομάζομεν («non considerò che noi Giudei non usiamo lo stesso vocabolo dei Greci per dire “spogliare i templi”»).

[5] Col che non deve considerarsi in contrasto l’atteggiamento critico che Giuseppe assume nei confronti dei Farisei in BJ I 67; 110-111; e AJ XIII 41.

[6] Tac. Hist. V 9, 3: ius regium servili ingenio exercuit («esercitò un’autorità di re con animo servile»).

[7] Sulla θεοσέβεια di Poppea, cfr. Smallwood 1959. È strano (o, almeno, a noi non può non sembrar strano) che in questo non troppo succinto racconto del viaggio a Roma siano rimasti senza eco il grande incendio che distrusse interi quartieri dell’Urbe e la successiva persecuzione anticristiana, due grossi fatti che accaddero appunto nell’anno 64. Che Giuseppe non ne abbia ricavato un’indimenticabile impressione pare da escludere; pertanto, egli avrà deliberatamente sorvolato su di essi per non deviare dal filo del racconto.

[8] Così in BJ I 199; cfr. 209; ἐπιμελητής, in AJ XIV 127.

[9] E con loro due anche il sommo sacerdote Ircano II, il «sacerdote empio» esecrato assieme ai Romani e all’«uomo di menzogna» (Erode) nel Commentario di Habacuc, uno dei testi più importanti fra quelli conservati dai manoscritti del Mar Morto. Cfr. BJ I 270.

[10] Cfr. BJ II 118; IV 161.

[11] Così Laqueur 1920.

[12] Cfr. Oepke 1941.

[13] BJ II 626-631; Vit. 189-332.

[14] Meno attendibile mi sembra su questo punto particolare la rappresentazione di Ricciotti (I, 39-40), che tratteggia la figura di Giuseppe come quella di un arrivista divorato dall’ambizione di diventare «una specie di monarca della regione, atteggiandosi a patriota insurrezionista». L’intento di Giuseppe fu in realtà quello di assicurarsi il controllo sulle varie componenti della resistenza locale, ed egli cercò di riuscirvi in ogni modo, anche vietando a Giovanni di Giscala di attingere dai magazzini dei viveri, come si legge in Vit. 72. Se qui Giuseppe scrisse che egli lo fece con l’intenzione di conservare il grano per i Romani (con ciò stesso inavvertitamente attribuendosi la figura del traditore), la cosa si spiega pensando che egli compose la propria autobiografia proprio per controbattere le accuse di attività antiromane rivoltegli da Giusto di Tiberiade, e di qui l’invenzione della poca gloriosa benemerenza. Sulla preferenza da accordare, in genere, al racconto della Vita rispetto a quello del Bellum Iudaicum, cfr. Gelzer 1952.

[15] Vit. 79 τοὺς δ’ ἐν τέλει τῶν Γαλιλαίων ὅσον ἑβδομήκοντα πάντας βουλόμενος ἐν προφάσει φιλίας καθάπερ ὅμηρα τῆς πίστεως ἔχειν φίλους τε καὶ συνεκδήμους ἐποιησάμην («I maggiorenti dei Galilei, complessivamente in numero di settanta, volendo con l’apparenza dell’amicizia tenermeli come ostaggi della fedeltà della religione, li feci miei amici e compagni nei miei spostamenti»).

[16] Un elenco non molto diverso da quello di Vit. 187 ss.

[17] Cfr. l’andamento dello scontro dinanzi a Iotapata di cui si parla in BJ III 113.

[18] Vd. BJ III 69.

[19] Cfr. BJ III 129 ss.; Vit. 395-412.

[20] Cfr. BJ III 142.

[21] BJ III 402. Che la profezia dell’impero fosse fatta a Vespasiano proprio da Giuseppe risulta confermato dal cenno di Svetonio (Vesp. 5, 9). La tradizione rabbinica, ostile al «rinnegato» Giuseppe, cercò poi di privarlo di un tal vanto e attribuì la profezia al rabbino Johann ben Zakkai.

[22] Ne parlano anche Tacito (Hist. I 10, 3; II 1, 2; V 13, 2), Svetonio (Vesp. 4, 9 ss.) e Cassio Dione (LXVI 1, 4).

[23] Come appare dal racconto di BJ IV 622 ss., dové allora trattarsi probabilmente di una manumissio inter amicos, la quale non era compresa tra le forme solenni di liberazione (manumissio) e pertanto non conferiva al servo, assieme allo status libertatis, anche il ius civitatis (sulla manumissio inter amicos, cfr. Albanese 1964, 7 ss.). A ogni modo, secondo il posteriore racconto di Vit. 423, fu solamente al suo arrivo a Roma al seguito di Tito, dopo la presa di Gerusalemme, che Vespasiano concesse a Giuseppe la cittadinanza romana, e Giuseppe da quel momento come civis Romanus si chiamò Flavio Giuseppe, assumendo il nomen dell’ex padrone.

[24] Cfr. BJ III 431 ss.

[25] Un orgoglio che nel Bellum Iudaicum si manifesta in varie occasioni, p. es., nel sottolineare la gravità della sconfitta inflitta dai Giudei all’esercito di Cestio Gallo (II 555); vd. anche I 1, e III 43. Più tardi fu lo stesso orgoglio patriottico a ispirargli la composizione delle Antiquitates Iudaicae e a spingerlo a controbattere nel contra Apionem le calunnie dell’antisemitismo dell’epoca.

[26] Fu questa la quarta e ultima moglie di Giuseppe, una nobile e virtuosa giudea cretese (Vit. 427), che egli sposò a Roma e da cui ebbe due figli, Giusto, nato nel settimo anno di Vespasiano (1 luglio 75-30 giugno 76), e Agrippa, di due anni più piccolo. Precedentemente, Giuseppe era stato unito con una donna alessandrina, ripudiata per dissapori coniugali dopo la nascita del figlio Ircano (Vit. 415), una giudea fatta prigioniera a Cesarea, che Vespasiano gli aveva data in moglie dopo la profezia dell’Impero (Vit. 414), e una giudea che egli aveva lasciato a casa quando si era recato ad assumere il comando delle operazioni in Galilea e che era rimasta assediata in Gerusalemme (BJ V 419).

[27] Ap. I 49 ἐν ᾧ χρόνῳ γενομένην τῶν πραττομένων οὐκ ἔστιν ὃ τὴν ἐμὴν γνῶσιν διέφυγεν· καὶ γὰρ τὰ κατὰ τὸ στρατόπεδον τὸ Ῥωμαίων ὁρῶν ἐπιμελῶς ἀνέγραφον καὶ τὰ παρὰ τῶν αὐτομόλων ἀπαγγελλόμενα μόνος αὐτὸς συνίειν («In quel tempo non vi fu un avvenimento di cui non venissi a conoscenza; infatti, prendevo diligentemente nota di ciò che vedevo nell’accampamento romano ed ero il solo in grado di comprendere quanto riferivano i disertori»).

[28] Di quest’ammonizione la più chiara formulazione sarà poi quella di BJ III 108, ove Giuseppe, al termine di un ampio excursus sull’eccellenza dell’organizzazione militare romana, conclude: «Su tutto ciò mi sono dilungato non tanto con l’intenzione di magnificare i Romani, quanto di consolare quelli che ne furono assoggettati e di dissuadere coloro che pensassero di ribellarsi». Questi non meglio precisati, ipotetici ribelli non possono essere se non i «connazionali dell’Adiabene», nominati nel discorso messo in bocca a re Agrippa II (BJ II 388) per distogliere i Giudei dai loro propositi di guerra.

[29] Cfr. Vit. 363 ὁ μὲν γὰρ αὐτοκράτωρ Τίτος ἐκ μόνων αὐτῶν ἐβουλήθη τὴν γνῶσιν τοῖς ἀνθρώποις παραδοῦναι τῶν πράξεων, ὥστε χαράξας τῇ ἑαυτοῦ χειρὶ τὰ βιβλία δημοσιῶσαι προσέταξεν («A tal punto, infatti, l’imperatore Tito era desideroso che soltanto attraverso quei libri il mondo fosse informato di quei fatti, che vi appose il suo visto e diede ordini per la loro pubblicazione»).

[30] Ap. I 50 χρησάμενός τισι πρὸς τὴν Ἑλληνίδα φωνὴν συνεργοῖς («avvalendomi di alcuni collaboratori per la lingua greca»). Che questi collaboratori si limitassero a un semplice lavoro di rifinitura è stato sostenuto da Shutt 1961, 33, in base ad argomenti ricavati da un esame stilistico, ma vd. le giuste riserve di Schreckenberg 1963. Ugualmente da sottoporre a cautela le troppo fidenti conclusioni cui Thackeray 1929, 100 ss., pervenne circa la personalità di alcuni di questi collaboratori; cfr. Petersen 1958, 260 n. 1.

[31] Poiché a I 29, nel sommario che Giuseppe dà della sua opera, il trionfo viene presentato come punto finale di essa, Eisler 1929, 252, ha congetturato che tutta la parte successiva del libro VII fosse stata composta in un secondo momento. In una prima stesura, approntata per essere offerta nel 71 in occasione del trionfo, l’opera sarebbe stata finita proprio con l’accenno alla pompa trionfale. Sembra però credibile che la Guerra potesse venir composta in così poco tempo, anche perché Giuseppe aveva bisogno dei collaboratori per la lingua greca, mentre nel sommario la menzione del trionfo per indicare la fine dell’opera può spiegarsi pensando che ivi uscisse dalla scena la figura del protagonista, Tito.

[32] Così Niese 1896, 201. Petersen 1958, 268 ss., spiega appunto come effetto di queste aggiunte la maggior mole dei libri I-II rispetto agli altri.

[33] Il terminus post quem non è la morte di Vespasiano, 23 maggio 79, cui l’opera fu offerta in omaggio (Vit. 361; Ap. I 51); il terminus ante quem non si ricava dalla menzione in BJ VII 158 ss., come di un’opera portata a compimento, del tempio della Pace, che fu dedicato nel 75 (DCass. LXVI 15, 1). Quest’ultimo dei due termini vale evidentemente per la pubblicazione dell’opera, non per la sua composizione, come invece pare intendere Hölscher 1916, 1940, e 1942.

[34] Vd. BJ IV 321; cfr. AJ XX 199; cfr. Mazzarino 1966, II 2, 101 ss.

[35] Cfr. PIR² III 80, n. 69.

[36] Cfr. FGrHist. 734. Poco convincente il tentativo di Frankfort 1961 per alzare la data di composizione dell’autobiografia al periodo tra il 93-94 e il settembre del 96.

[37] Sì che la Vita, più che una biografia, come vorrebbe il titolo, risulta essere per la massima parte una particolareggiata esposizione dell’attività di Giuseppe come comandante della difesa della Galilea nei sei mesi circa che precedettero l’assedio di Iotapata e la sua cattura.

[38] AJ XX 267 Ἐπὶ τούτοις δὲ καταπαύσω τὴν ἀρχαιολογίαν βιβλίοις μὲν εἴκοσι περιειλημμένην, ἓξ δὲ μυριάσι στίχων, κἂν τὸ θεῖον ἐπιτρέπῃ κατὰ περιδρομὴν ὑπομνήσω πάλιν τοῦ τε πολέμου καὶ τῶν συμβεβηκότων ἡμῖν μέχρι τῆς νῦν ἐνεστώσης ἡμέρας, ἥτις ἐστὶν τρισκαιδεκάτου μὲν ἔτους τῆς Δομετιανοῦ Καίσαρος ἀρχῆς, ἐμοὶ δ’ ἀπὸ γενέσεως πεντηκοστοῦ τε καὶ ἕκτου («Con questo terminerò la mia “archeologia”, che è compresa in venti libri con sessantamila righe. Se il dio me lo concederà, tornerò di nuovo a scrivere una storia abbreviata della guerra e di ciò che ci è accaduto fino a oggi, vale a dire fino al tredicesimo anno di Domiziano e al cinquantaseiesimo della mia vita»).

[39] Petersen 1958, ma vd. Feldmann 1965, 530-531. Di una seconda edizione della Vita, e non di una seconda edizione delle Antiquitates, preferiva parlare Motzo 1924, 214 ss.

Marco Aurelio

Marco Antonino, in omni vita philosophanti viro et qui sanctitate vitae omnibus principibus antecellit, pater Annius Verus, qui in praetura decessit (SHA IV 1, 1 «Marco Antonino, il filosofo, superiore a tutti per principi di santità di vita, nacque da Annio Vero, che morì mentre reggeva la pretura»). Così, nella Historia Augusta, si apre la biografia composta da Giulio Capitolino e dedicata a Marco Aurelio. In poche righe sono messe in evidenza le caratteristiche principali della personalità dell’uomo: l’interesse per la filosofia, la sanctitas vitae, l’appartenenza a una famiglia importante dell’epoca.

M. Aurelio Antonino. Busto, marmo, 161-180 d.C. ca. Roma, Musei Capitolini, Museo di P.zzo Nuovo.

Il giovane fu notato dall’imperatore Adriano, che lo impose come figlio adottivo al suo diretto successore, Antonino Pio, sperando che riuscisse ad arrivare all’impero. Antonino, fedele alle volontà di Adriano, seguì da vicino la carriera politica del ragazzo e lo considerò sempre come suo erede. Di conseguenza, l’ascesa di Marco fu rapida e senza particolari difficoltà: nel 139 a diciott’anni divenne Caesar, a diciannove consul e a venticinque ricevette la tribunicia potestas e l’imperium pro consule. Il principato di Antonino Pio non fu breve come ci si aspettava e Marco ebbe tutto il tempo per completare la propria formazione: quando giunse ai vertici dello Stato, infatti, egli aveva già quarant’anni e una personalità ben definita. I suoi principali interessi erano andati verso le dottrine stoiche e ai loro principi rimase fedele anche negli anni di governo, pur sapendo far fronte alle necessità amministrative dell’Impero e, soprattutto, agli impegni militari. Se gli anni di Antonino Pio erano stati relativamente tranquilli, non lo furono quelli che dovette affrontare Marco Aurelio, che si trovò a fronteggiare una nuova crisi diplomatica con il Regno dei Parti, gli sconfinamenti di Quadi e Marcomanni al di qua del Danubio e la ribellione di Avidio Cassio, suo legatus pro praetore per l’Oriente.

Nelle difficoltà della politica Marco cercò per tutta la vita di tenersi vicino i familiari: il fratello adottivo Lucio Vero, la moglie Faustina e suo figlio Commodo. Personaggi che solo nella tradizione letteraria sono presentati in una luce non del tutto positiva: Lucio Vero è spesso additato come un violento, un amante sfrenato del lusso e un pessimo generale, benché la campagna contro i Parti si fosse conclusa egregiamente. Faustina, invece, è accusata esplicitamente di essere un’adultera e di condurre una vita non in sintonia con quella del marito. In merito, nella Historia Augusta è ricordata una considerazione amara che sarebbe stata pronunciata dallo stesso imperatore, quando gli fu consigliato di ripudiare la Faustina: Si uxorem dimittimus, reddamus et dotem (SHA IV 19, 9 «Se rimando la sposa, devo pure restituire la dote»). E la dote era l’impero concessogli dal suocero e padre adottivo.

M. Aurelio Antonino. Busto giovanile barbato, marmo, metà II sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Anche Lucio Vero, associato al governo con un gesto senza precedenti, fu difeso a oltranza da Marco. Contrasti tra i due, o almeno una concezione diversa dell’esercizio del potere, non mancarono certamente, ma l’imperatore volle rispettare fino in fondo le volontà dei suoi predecessori.

In apertura della sua opera Τὰ εἰς ἑαυτόν (A sé stesso), scritta in greco negli ultimi dieci anni della sua vita, Marco ricorda alcuni familiari: il nonno, da cui tentò di apprendere la gentilezza; il padre naturale, che gli dette «la vita, il pudore e costumi virili»; la madre, dalla quale cercò di prendere la religiosità, la liberalità, la frugalità. Un elenco di influenze assai lungo è riconosciuto al padre adottivo, Antonino, che gli insegnò la mitezza, la fermezza nelle decisioni, l’indifferenza verso gli onori, l’amore per il lavoro, la capacità di saper ascoltare e di apprezzare i consigli giusti e di saper distinguere i casi dove fosse necessaria «la severità oppure l’indulgenza», la consapevolezza della necessità di bastare a sé stessi, una giusta cura del corpo. Ma da Antonino aveva ricevuto pure insegnamenti minori: non imporre agli amici di mangiare insieme, non andare ai bagni fuori orario, non indossare vesti di tessitura o di colori appariscenti.

Marco ricorda anche il proprio debito nei confronti di alcuni maestri e intellettuali del suo tempo: il filosofo e pittore Diogneta, dal quale apprese l’avversione a perseguire cose stupide e vuote e la diffidenza per le chiacchiere dei fattucchieri e dei ciarlatani; il filosofo Rustico, al quale dové l’incontro con Epitteto e l’abitudine a leggere con attenzione; Apollonio, per «il tono libero del carattere» e la virtù di non affidarsi al caso; il retore Frontone, che gli mostrò come «in genere, i cosiddetti patrizi, questa gente famosa, sono indubbiamente persone di ben scarsa considerazione»; Massimo, per il dominio di sé stessi e il senso di fiducia in ogni difficoltà della vita. L’omaggio conclusivo è rivolto agli dèi, che Marco ringrazia per avergli dato un fisico capace di sopportare le avversità dell’esistenza e di avergli fatto incontrare le persone che aveva incontrato.

M. Aurelio Antonino mostra la sua clementia verso i popoli sconfitti. Bassorilievo, marmo fine II sec. d.C. dall’Arco di M. Aurelio. Roma, Musei Capitolini.

L’interesse di queste pagine delle sue “memorie” va ben oltre la curiosità di conoscere le persone vicine a Marco. Esse offrono un’idea piuttosto esaustiva dei valori dell’imperatore e di come egli avrebbe voluto essere: un uomo di potere al servizio della comunità, senza illusioni sugli uomini ma al contempo impegnato a loro favore. Consapevole della propria fortuna, ma anche delle proprie responsabilità, religioso, parco nelle abitudini, moderato nell’esercizio delle sue prerogative di principe, ma allo stesso tempo risoluto nelle decisioni prese. Rispettoso della memoria di chi lo aveva beneficiato e del valore della continuità del comando. Colto, ma anche consapevole della vacuità di una cultura fine a sé stessa e perciò sempre pronto all’azione. Esempio di virtù per le persone che aveva al fianco e finanche per le classi dirigenti dello sterminato impero di Roma.

Marco Aurelio riuscì davvero a essere tutto ciò? Ai suoi contemporanei parve di sì, giudicando almeno dalle fonti letterarie ed epigrafiche a nostra disposizione. In esse, egli viene descritto come voleva essere e apparire: un filosofo, un uomo giusto in grado di reggere l’imperium e che, per la consapevolezza del proprio ruolo e per il senso di responsabilità verso cittadini e sudditi, sapeva trasformarsi in generale e affrontare prove impegnative e, se necessario, estreme.

La stessa sua scomparsa fu letta in quest’ottica: l’imperatore morì probabilmente dopo aver contratto la peste nel marzo del 180, in un accampamento militare di Vindobona (od. Vienna), fra le sue truppe, impegnate a fronteggiare l’avanzata delle tribù germaniche.

La giustizia secondo Esiodo

Nella pagina critica riportata di seguito, la studiosa statunitense Jenny Strauss Clay, grecista dell’Università della Virginia, trae le conclusioni di un articolato discorso che interpreta Le opere e i giorni di Esiodo come un sentiero verso la virtù.

di J. Strauss Clay, Works and Days. Tracing the Path to Arete, in F. Montanari, A. Rengakos, C. Tsagalis (eds.), Brill’s Companion to Hesiod, Leiden-Boston 2009, 80-83 passim.

La quinta e ultima età, quella del ferro, non è introdotta secondo lo stile catalogico che contraddistingue le altre, ma con un’esclamazione accorata di Esiodo (vv. 174-175): Μηκέτ’ ἔπειτ’ ὤφελλον ἐγὼ πέμπτοισι μετεῖναι / ἀνδράσιν, ἀλλ’ ἢ πρόσθε θανεῖν ἢ ἔπειτα γενέσθαι («Avessi potuto io non vivere con la quinta stirpe / degli uomini, ma fossi morto prima oppure nato dopo!»). In certi contesti, il desiderio del poeta è stato erroneamente interpretato come un riferimento a uno schema ciclico, secondo cui l’età dell’oro o quella degli eroi sarebbero ritornate dopo la distruzione dell’età del ferro. Ma questo non può essere: l’intento parenetico dell’intero poema delle Opere e i giorni sarebbe compromesso; perché cambiare la propria vita, se in ogni caso arriveranno tempi migliori? Inoltre, l’età del ferro si differenzia dalle altre anche per non essere stata prodotta direttamente dagli dèi, ma per essere la diretta discendenza degli eroi, dopo che le divinità hanno preso le distanze dal genere umano […].

Gaetano Gandolfi, Allegoria della Giustizia. Olio su tela, post 1760. Paris, Musée du Louvre.

L’età del ferro ha due fasi, una cattiva e l’altra peggiore. Per quanto difficili possano essere le cose nella prima fase, nondimeno al bene si trova sempre mescolato il male. E prossima a venire è una concezione apocalittica del futuro, quando ogni forma di violenza e di ingiustizia non sarà soltanto tollerata, ma anche onorata, e la forza detterà legge. Il rispetto per i vincoli familiari, per i genitori e per gli dèi sarà calpestato, mentre lo spergiuro e i discorsi duri e contorti trionferanno, fino all’allontanamento di Αἰδώς e Nέμεσις […]. Eppure, l’orribile visione del futuro descritta da Esiodo non è inevitabile: il mondo è un crocevia, e soltanto gli insegnamenti del poeta stesso possono prevenire la catastrofe finale.

Le prime tre lezioni di Esiodo (il mito di Contesa, Prometeo e le cinque età) trasmettono messaggi differenti, ma in tutte e tre Zeus è artefice della condizione umana. Mentre il mito di Prometeo è rivolto sia a Perse sia ai re, gli altri sono apparentemente rivolti solo al fratello. Tuttavia, Esiodo inizia affermando di voler risolvere la contesa con Perse, e dunque le parti chiamate in causa non sono solamente sé stesso e il fratello; siccome i crimini di Perse hanno avuto l’appoggio dei re, il poeta deve anche troncare il legame sciagurato tra questi e il congiunto. Oltre ad accusare le loro malefatte passate, Esiodo deve anche convincere le due parti che la giustizia, che pure sembra andare contro l’interesse del singolo, è conveniente, e deve persuadere il fratello che il lavoro, di per sé spiacevole, avrà una sua ricompensa […]. Esiodo […] punta ai re, usando un genere letterario che richiede la loro attiva partecipazione per decifrarne il messaggio: essi devono riconoscersi nella favola dello sparviero e dell’usignolo. Stretto fra gli artigli del rapace, l’usignolo (ἀηδών) geme miseramente per il suo destino, ma il predatore gli risponde brutalmente che, nonostante il piccolo volatile sia un bravo cantore (ἀοιδός), egli farà di lui ciò che vorrà e potrà divorarlo, se così gli pare. Il messaggio apparente della favola è che in un mondo in cui il simile divora il simile le parole, anche quelle di Esiodo, come nel caso del povero usignolo, non valgono contro la forza bruta […]. Rivolgendosi bruscamente a Perse, Esiodo, in una serie di vivide personificazioni (vv. 213-224), assume la voce della Giustizia stessa: il fratello deve dare ascolto a essa e smetterla di ingraziarsi Tracotanza (ὕβρις), che schiaccia tanto gli umili (come Perse) quanto i migliori e fa sì che entrambi vadano incontro al disastro.

William-Adolphe Bouguereau, Némesis (o L’umore notturno), 1882. Havana, Museo Nacional de Bellas Artes.

La Giustizia, adesso personificata, prima gareggia contro Tracotanza, su cui alla fine sarà vittoriosa, ma la violenza che essa subisce dai re «divoratori di doni», che decretano la disonestà, provoca l’indignazione pubblica. In lacrime, essa si allontana, programmando il castigo per coloro che le fanno violenza. In un dittico, poi, sono affiancate le gioie godute dalla città giusta e le varie sventure che si abbattono su quella ingiusta (vv. 225-247). Infatti, anche la malvagità di uno solo può scatenare la punizione divina sull’intera comunità. Notiamo che Zeus, nel suo ruolo punitivo, è di gran lunga più visibile nella città ingiusta che in quella giusta. Questa discussione può avere diversi significati per Perse e per i re, ma suggerisce comunque che promuovere la giustizia è nell’interesse di entrambi. Lasciando Perse a valutare se le sue passate attività di favoreggiamento dei re perversi siano veramente state vantaggiose, il poeta per la prima volta si rivolge loro direttamente, questa volta non attraverso gli enigmi di una favola, ma con una fragorosa, triplice minaccia (vv. 248-269): i 30.000 guardiani di Zeus (che sono gli spiri defunti dell’età aurea) osservano la loro ingiustizia; e la Giustizia, che aveva lasciato in lacrime, adesso denuncia i torti a suo padre Zeus, così che la comunità possa pagare per le malefatte dei suoi re. Essi non possono fuggire, perché lo sguardo di Zeus in persona vede che tipo di giustizia essi stanno dispensando.

Una “citarodia” per Zeus (Terpand. F 3 Gostoli = PMG 698)

da C. NERI (ed.), Lirici greci. Età arcaica e classica, Roma 2011, 91-93; 265-266.

Antichissima, stando al testimone, Clemente Alessandrino (Clem. Alex. Strom. VI 88, 2), è l’armonia del «salterio» barbaro del re Davide, che esprime la solennità del canto e offre il destro a Terpandro, alla cui poesia già gli antichi riconoscevano una nobile e semplice solennità (T 34-35; 50 Gostoli), per un ispirato inno a Zeus in armonia dorica, di cui Clemente cita – verosimilmente l’incipit di un inno («inni», v. 2 sarebbe un plurale poetico) o di un proemio che introduceva varie citarodie – due pentametri spondiaci “citarodici” (– –). Del tutto ipotetico che, dato il ritmo spondiaco, questi versi accompagnassero una libagione (σπονδαί) in onore del dio.

Gruppo dei pittori “delle tre linee”. Dettaglio con Zeus. Pittura vascolare dal lato A di un’anfora attica a figure nere, fine VI sec. a.C. Paris, Musée du Louvre.

Ζεῦ, πάντων ἀρχά, πάντων ἁγήτωρ,

Ζεῦ, σοὶ πέμπω ταύταν ὕμνων ἀρχάν.

Zeus, inizio di tutto, duce di tutto,

Zeus, a te mando questo inizio innodico.

La doppia anafora incipitaria del nome del dio enfatizza l’invocazione rituale (ἐπίκλησις), che si apre tuttavia con l’irrituale epiteto «inizio di tutto» (v. 1 πάντων ἀρχά: cfr. H. Orph. 4, 2, dove «inizio di tutto» è Urano παγγενέτωρ): nell’épos omerico, a partire da Il. I 503, Zeus è tutt’al più «padre» (e così in Esiodo, negli Inni omerici e negli altri lirici), ma qui è palese l’intenzionale pendant con l’«inizio d’inni» (v. 2 ὕμνων ἀρχάν) che il cantore, a quell’«inizio di tutto», «manda» (v. 2 πέμπω; per l’«invio» di un canto, cfr. IG VII 1797, monte Elicone, II sec. a.C.), questa volta con topica movenza, se proprio al padre degli dèi spettano le primizie di ogni poesia, da Alcmane (PMGF 29) a Teocrito (XVII 1), da Arato (I) alle Bucoliche virgiliane (III 60 ab Iove principium Musae: Iovis omnia plena). All’ambito laconico riconduce invece la seconda definizione «duce di tutto» (v. 1 πάντων ἁγήτωρ), dove «duce» (voce aulica per «condottiero», «guida»: cfr. p. es. Il. II 79) è sì termine già innodico per designare Mercurio «duce di sogni» (H. Hom. Merc. 14), ma soprattutto è militaresco epiteto di Zeus a Sparta (cfr. Xen. Lac. resp. 13, 2; Nic. Dam. FGrHist. 90 F 103z, 14), sempre che tale notizia non derivi autoschediasticamente proprio da Terpandro.

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