La passione di Medea (V. Fʟ. VI 657-680)

Sia nelle 𝐴𝑟𝑔𝑜𝑛𝑎𝑢𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 di Apollonio Rodio (III secolo a.C.) sia nell’omonimo poema scritto da Valerio Flacco in età flavia, la figura che rimane più impressa di tutto il mito argonautico è sicuramente Medea, la giovane maga della Colchide che si innamora dell’eroe greco Giasone e che, proprio in nome dell’amore, non esita a favorire lo straniero nella conquista del vello d’oro e a fuggire con lui alla volta di Iolco, ignara di incamminarsi verso un destino di morte e distruzione. Se il mito di Medea nel suo complesso ha ispirato, nei secoli, numerose opere teatrali, letterarie, artistiche e musicali, da Euripide al XX secolo, il personaggio di questa ragazza che scopre l’amore ha esercitato sulla cultura di ogni tempo una fascinazione non meno potente. La passione per il giovane aitante forestiero ha infiammato l’animo di Medea. Il brano descrive con raffinati tocchi d’introspezione psicologica il tormento e l’agitazione della donna, che, sollecitata dalla dea Giunone (che le è apparsa in sogno sotto le mentite spoglie della sorella), mostra ormai tutti i segni di un amore inestinguibile.

At regina uirum (neque enim deus amouet ignem)

persequitur lustrans oculisque ardentibus haeret.

et iam laeta minus praesentis imagine pugnae

castigatque metus et quas alit inscia curas

respiciens an uera soror; nec credere falsos

audet atrox uultus eademque in gaudia rursus

labitur et saeuae trahitur dulcedine flammae.

ac uelut ante comas ac summa cacumina siluae

lenibus adludit flabris leuis Auster, at illum

protinus immanem miserae ‹sensere› carinae

talis ad extremos agitur Medea furores.

interdum blandae derepta monilia diuae

contrectat miseroque aptat flagrantia collo,

quaque dedit teneros aurum furiale per artus

deficit; ac sua uirgo deae gestamina reddit

non gemmis, non illa leui turbata metallo,

sed facibus, sed mole dei, quem pectore toto

iam tenet; extremus roseo pudor errat in ore.

ac prior his: “credisne patrem promissa daturum,

o soror, Argolicus cui dis melioribus hospes

contigit? aut belli quantum iam restat acerbi?

heu quibus ignota sese pro gente periclis

obicit!” haec fantem medio in sermone reliquit

incepti iam Iuno potens securaque fraudis.

Medea (dettaglio). Affresco, 62-79 d.C. dalla Casa dei Dioscuri, Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Ma la regina – poiché la dea non estingue il fuoco –

continua a seguire l’eroe con lo sguardo e non stacca da lui gli occhi ardenti.

E già meno allietata dalla scena della battaglia in corso

raffrena le paure e le ansie che senza saperlo alimenta

riflettendo se la sorella sia vera; e inesorabile

non osa credere falso quel volto e di nuovo s’abbandona alla gioia

e si fa trascinare dalla dolcezza della fiamma funesta.

E come all’inizio l’Austro lieve gioca soffiando

mite sulle chiome e le creste del bosco,

ma poi d’improvviso le navi malcapitate lo sentono devastare,

così Medea è tratta all’estremo delirio.

Ogni tanto maneggia collane sottratte alla dea piena di lusinghe

e le pone a splendere sul suo collo d’infelice,

e quando affida alle tenebre membra l’oro che fa delirare

si sente mancare; e la vergine alla dea ridà gli ornamenti,

confusa non dalle gemme, non dal leggero metallo,

ma dal fuoco, dalla potenza divina che ospita ormai

in ogni piega del cuore; un ultimo pudore vaga sul volto di rosa.

E inizia così: “Credi che il padre manterrà la promessa,

sorella, ora che, assistito da dèi più propizi, gli è toccato

un ospite greco? E quanto ancora durerà l’aspra guerra?

Ahimè, a quali rischi espone se stesso per una nazione

di estranei!”. Mentre parlava così, a metà del discorso, Giunone

la lasciò, ormai padrona del suo pianto, sicura del tranello.

La storia d’amore fra Medea e Giasone, che occupa i libri VI-VIII degli 𝐴𝑟𝑔𝑜𝑛𝑎𝑢𝑡𝑖𝑐𝑎, dà modo a Valerio Flacco di dispiegare il suo gusto per il 𝑝𝑎𝑡ℎ𝑜𝑠 e la psicologizzazione del racconto, nella narrazione della nascita della passione nella protagonista e delle sue ansie e tormenti, causati dal dissidio fra l’amore per Giasone e l’affetto per il padre. L’archetipo del personaggio di Medea va ovviamente ricercato nel poema di Apollonio Rodio, in cui già questa vicenda amorosa aveva largo spazio, ma Valerio Flacco tiene indubbiamente presente anche la lezione della tragedia, che aveva più volte trattato la storia di Medea.

Tuttavia, il modello che forse più d’altri ha influenzato la rappresentazione del poeta latino è quello della Didone virgiliana, il cui tragico amore per Enea ha costituito certamente una sorta di filtro per il racconto degli 𝐴𝑟𝑔𝑜𝑛𝑎𝑢𝑡𝑖𝑐𝑎 valeriani. Il rapporto con il testo virgiliano è reso del resto immediatamente percepibile dal lettore attraverso precisi richiami linguistici, come mostra, per esempio, l’attacco del brano appena riportato; questa Medea, ormai preda dell’amore per l’eroe greco, ha in sé qualcosa quell’𝑖𝑛𝑐𝑖𝑝𝑖𝑡 del IV libro dell’𝐸𝑛𝑒𝑖𝑑𝑒: 𝐴𝑡 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑢𝑖 𝑖𝑎𝑚𝑑𝑢𝑚 𝑠𝑎𝑢𝑐𝑖𝑎 𝑐𝑢𝑟𝑎 / 𝑢𝑢𝑙𝑛𝑢𝑠 𝑎𝑙𝑖𝑡 𝑢𝑒𝑛𝑖𝑠 𝑒𝑡 𝑐𝑎𝑒𝑐𝑜 𝑐𝑎𝑟𝑝𝑖𝑡𝑢𝑟 𝑖𝑔𝑛𝑖. / 𝑚𝑢𝑙𝑡𝑎 𝑢𝑖𝑟𝑖 𝑢𝑖𝑟𝑡𝑢𝑠 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑜 𝑚𝑢𝑙𝑡𝑢𝑠𝑞𝑢𝑒 𝑟𝑒𝑐𝑢𝑟𝑠𝑎𝑡 / 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑠 ℎ𝑜𝑛𝑜𝑠, ℎ𝑎𝑒𝑟𝑒𝑛𝑡 𝑖𝑛𝑓𝑖𝑥𝑖 𝑝𝑒𝑐𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑢𝑢𝑙𝑡𝑢𝑠 / 𝑢𝑒𝑟𝑏𝑎𝑞𝑢𝑒 𝑛𝑒𝑐 𝑝𝑙𝑎𝑐𝑖𝑑𝑎𝑚 𝑚𝑒𝑚𝑏𝑟𝑖𝑠 𝑑𝑎𝑡 𝑐𝑢𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑖𝑒𝑡𝑒𝑚 («Ma la regina, da tempo tormentata da grave pena, nutre nelle proprie vene una ferita e si strugge di una fiamma segreta. Il grande valore dell’eroe e la grande gloria della stirpe le ritornano di continuo alla mente; le sue parole e il suo volto restano infissi nel cuore; l’affanno non concede alle membra placida quiete»).

Quinto Ennio

di G.B. Cᴏɴᴛᴇ, E. Pɪᴀɴᴇᴢᴢᴏʟᴀ, Lezioni di letteratura latina. 1. L’età arcaica e repubblicana, Milano 2010, 129-135.

Nella memoria dei Romani Quinto Ennio rimase impresso come uno dei poeti arcaici più degni di venerazione. La sua opera restò infatti nei secoli successivi il simbolo di un’epoca – quella dello scontro politico e militare tra Roma e il mondo ellenico – e l’emblema di un approccio orgogliosamente romano, di confronto ma non di subalternità nei riguardi della cultura greca. Ennio fu un poeta estremamente influente, dunque: molte sue innovazioni marcarono la storia successiva di alcuni tra i più importanti generi letterari coltivati a Roma; senza di lui e senza l’opera riconosciuta come il suo capolavoro poetico, gli Annales, non si potrebbe più capire la storia dell’epica celebrativa romana, che sarebbe culminata con Virgilio; e se non si avesse conoscenza delle tragedie di Ennio, mancherebbe un tassello importante per comprendere alcuni sviluppi tipicamente romani del genere teatrale.

Ennio. Testa, tufo dell’Aniene, metà del II secolo a.C. ca. dal Mausoleo dei Cornelii Scipiones. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

Una vita per la poesia

Ennio nacque nel 239 a.C. a Rudiae, una cittadina della regione chiamata dai Romani Calabria (cioè l’area più meridionale dell’odierna Puglia). Dunque, come molti altri poeti e letterati dell’età arcaica, anche Ennio non era latino ma proveniva da una zona di cultura italica fortemente grecizzata. Sembra inoltre molto probabile che egli abbia trascorso gli anni fondamentali della sua formazione nella città italiota di Taranto. Ennio giunse a Roma in età già matura, nel 204, quasi settant’anni dopo la venuta di Livio Andronico. A portarcelo sarebbe stato, secondo la tradizione, Catone, all’epoca quaestor in Sicilia e in Africa, che lo avrebbe incontrato in Sardinia, dove il futuro poeta militava come soldato di guarnigione. A Roma Ennio svolse l’attività di insegnante, ma presto (entro il 190) si affermò come autore di opere teatrali, in particolare di tragedie.

Nel 189-187 egli accompagnò il generale romano Marco Fulvio Nobiliore in Grecia, con l’incarico di celebrarne nei suoi versi la campagna militare contro la coalizione dei popoli e delle città raccolti nella Lega Etolica, che culminò nella battaglia di Ambracia. A questa vittoria romana il poeta dedicò, infatti, un’opera intitolata Ambracia, molto probabilmente una tragedia praetexta. Nel seguito della sua vita Ennio fu protetto e favorito dalla nobile famiglia di Nobiliore nonché dalla casata degli Scipiones, entrando a far parte del loro “circolo”. Risale all’ultima fase della sua vita la fatica, senz’altro vastissima, degli Annales, il poema epico che gli avrebbe dato fama perpetua. Ennio morì a Roma nel 169. Già in vita gli furono tributati grandi onori e, per questo, l’orgoglio per la propria fama e il presentimento dell’immortalità si incontrano spesso nella sua opera.

Q. Pomponio Musa. Denarius, Roma 56 a.C. Ar. Dritto: Hercules | Musarum. Ercole Musagetes (‘conduttore delle Muse’), stante verso destra, vestito di leontea e suonante la lyra.

La produzione letteraria

Gli inizi poetici di Ennio, come si è visto, si posero nel segno del teatro. In questo campo egli fu poeta fecondo, con una produzione che non rimase confinata agli anni giovanili, ma si estese lungo l’arco di tutta la sua vita (la tragedia Thyestes, infatti, è databile al 169, l’anno della sua scomparsa). Restano, tuttavia, i titoli di circa venti tragedie coturnatae e un numero insolitamente ricco di brevi citazioni tratte dai drammi, per un totale di circa quattrocento versi. I temi delle tragedie enniane sono soprattutto quelli del ciclo troiano: Alexander, Andromacha aechmalotis, Hecuba, Iphigenia, Medea exul, ecc. Gli studiosi antichi conoscevano, di Ennio, anche due commedie, la Caupuncula [L’ostessa] e il Pancratiastes [Il lottatore], ma per questa parte della sua produzione il poeta era ritenuto un minore; in effetti, fu l’ultimo autore latino a praticare insieme tragedia e commedia.

L’opera che gli diede immensa celebrità nel mondo romano, e grazie alla quale ancora oggi egli resta un autore molto importante, furono gli Annales, il primo poema latino in esametri. In essi Ennio narrava la storia di Roma dalle origini fino ai suoi tempi. Dei diciotto libri originari restano attualmente quattrocento trentasette frammenti, per un totale di circa seicento versi. Se si escludono i testi comici, il poema enniano è dunque l’unica opera latina di età medio-repubblicana della quale è possibile farsi un’idea di una qualche ampiezza.

Di Ennio sono attestate anche alcune opere minori, delle quali si può leggere poco, ma che meritano comunque menzione perché molte di esse hanno avuto un seguito nella letteratura latina. Gli Hedyphagètica [Il mangiar bene] erano un’opera didascalica sulla gastronomia, ispirata a un poemetto del greco Archestrato di Gela, vissuto nel IV secolo a.C. Se essi, come tutto fa pensare, furono composti prima degli Annales, si tratterebbe della prima opera latina in esametri attestata. Era probabilmente un testo di carattere sperimentale e parodico: lo dimostra già il verso scelto, che era quello di Omero e, in generale, della poesia narrativa in stile elevato. Se è così, gli Hedyphagètica avevano probabilmente affinità con un’altra opera di Ennio, le Saturae, primo esempio di un genere che avrebbe avuto larga fortuna nella poesia latina, fino a Orazio e oltre. Ennio probabilmente raccontava episodi autobiografici, ma il contenuto di questa raccolta, in vari libri e in metri diversi, è largamente congetturale.

Altri testi di minore rilevanza si possono raggruppare per il loro sfondo filosofeggiante: l’Euhèmerus, scritto forse in prosa, era una narrazione che divulgava il pensiero di Evemero da Messina; l’Epicharmus, in settenari trocaici, si richiamava alle riflessioni del grande poeta comico greco Epicarmo, vissuto nel V secolo.

Talia, musa del teatro (dettaglio). Rilievo, marmo, II sec. d.C. ca. da un sarcofago romano con le Muse. Paris, Musée du Louvre.

Le tragedie: il gusto per il patetico e il grandioso

Benché Ennio abbia acquistato l’immortalità poetica attraverso gli Annales, che sono la sua opera fondamentale, furono le tragedie a garantirgli nell’immediato la maggiore affermazione letteraria. Il motivo di questo successo va senza dubbio ricercato nella capacità del poeta di sviluppare una forma tragica sempre più in grado di collocarsi con dignità a fianco dei classici greci. Per quanto è possibile osservare dai frammenti superstiti, il carattere innovativo delle tragedie di Ennio rispetto alla tragedia greca va individuato nella netta accentuazione dell’elemento patetico e spettacolare: si tratta di visioni, apparizioni, orride descrizioni, in cui il poeta dà prova di una fantasia visionaria che sembra anticipare certi esiti del teatro moderno. Questa predilezione per le rappresentazioni a effetto sembra essere stata una cifra stilistica comune della tragedia latina arcaica: a differenza di quanto sarebbe accaduto in età imperiale, quando i drammi sarebbero stati concepiti espressamente per la recitazione nelle sale da lettura, le tragedie di Ennio (come pure quelle di Accio e Pacuvio) erano scritte per essere rappresentate sulla scena, ed è certo che la spettacolarità dell’allestimento doveva essere una sicura garanzia di successo e popolarità. Un frammento, tratto dall’Alcmeo (Scaenica, vv. 27-30 Vahlen, apud Cɪᴄ. de orat. III 217), porta in scena l’incubo del matricida Alcmeone, da cui l’opera trae il titolo, tormentato dalle Furie materne. Si tratta di un bell’esempio della predilezione di Ennio per i momenti di maggiore pathos e per la rappresentazione degli sconvolgimenti dell’animo e della mente.

unde haec flamma oritur?        

†incede incede† adsunt; me expetunt.

fer mi auxilium, pestem abige a me, flammiferam hanc uim quae me excruciat.

caeruleae incinctae igni incedunt, circumstant cum ardentibus taedis.

Donde si leva questa fiamma?

Corri, corri! Avanzano, s’avventano.

Aiuto! Scaccia da me questo malanno, quest’assalto avvampante che mi strazia!

Cinte di cerulee serpi irrompono, mi serrano con faci ardenti!

(trad. di C. Marchesi – G. Campagna)

Alcmeone uccide la madre Erifile. Affresco, ante 79 d.C. dalla casa di Sirico, da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Secondo il mito greco, Alcmeone era figlio di Anfiarao, re di Argo, e di Erifile. Quando la donna costrinse lo sposo a partecipare alla guerra contro la città di Tebe (un riflesso della quale si ha nella tragedia eschilea I sette contro Tebe), Anfiarao, sapendo che vi avrebbe trovato la morte, comandò al figlio Alcmeone di vendicarlo: egli avrebbe dunque dovuto uccidere la madre e compiere una seconda spedizione contro Tebe. Il che, puntualmente, accadde. Tuttavia – come emerge anche da questo frammento enniano – Alcmeone dovette subire la persecuzione delle Furie (divinità vendicatrici dei delitti di sangue, corrispondenti alle greche Erinni, che si ritrovano nella saga dell’Orestea di Eschilo) e si recò esule in vari luoghi della Grecia per purificarsi del matricidio. Ma, nonostante i ripetuti tentativi in tal senso, venne infine ucciso dai figli di Fegeo, re di Psofi.

Un altro frammento enniano, tratto dall’Alexander (Scaenica, vv. 63-71 Vahlen, apud Cɪᴄ. Div. 1, 66), si sofferma sulla profezia di Cassandra, l’inascoltata profetessa, figlia di Priamo. La visione profetica, relativa alla caduta di Troia, è di raffinata struttura e di vivo effetto, stravolta com’è nel suo ordine logico e cronologico: prima l’immagine dell’incendio e del sangue simboleggiata e suscitata dalla fiaccola, poi l’invasione dell’armata nemica e, infine, la causa prima della rovina, il giudizio di Paride e la conseguente venuta a Troia di Elena (Lacedaemonia mulier), premio offerto da Venere al giudice che le aveva dato vittoria sulle dee rivali.

adest, adest fax obuoluta sanguine atque incendio,     

multos annos latuit, ciues, ferte opem et restinguite.  

iamque mari magno classis cita            

texitur, exitium examen rapit:

adueniet, fera ueliuolantibus

nauibus complebit manus litora.          

eheu uidete:     

iudicauit inclitum iudicium inter deas tris aliquis:      

quo iudicio Lacedaemonia mulier, Furiarum una adueniet.

Ecco, ecco la fiaccola avvolta di sangue e di fuoco!

Per molti anni rimase nascosta: portate aiuto, cittadini, spegnetela!

E già sul mare una veloce flotta

si allestisce e con sé porta uno sciame di sventure.

Giungerà qui un’armata di guerra

e navi con le vele al vento riempiranno i lidi!

Ahimè, guardate:

un uomo ha giudicato le tre dee col celebre giudizio:

per quel giudizio giungerà qui una donna spartana, una delle Furie!

Cassandra (al centro) predice la caduta di Troia. Priamo stringe tra le braccia Paride (sinistra). Ettore assiste alla scena (destra). Affresco, ante 79 d.C. da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

La profezia di Cassandra inverte completamente la consueta successione degli eventi che portano alla guerra e alla caduta della città. All’inizio del frammento (vv. 63-64) l’abitato è già presentato come dato alle fiamme per mano dei Greci. Quindi, secondo un cammino a ritroso, vengono richiamati i momenti dell’allestimento della flotta greca e, implicitamente, dell’approdo sui lidi della Troade (vv. 65-68). Solo alla fine (vv. 69-71) la profetessa evoca gli antefatti della guerra, connessi con il giudizio di Paride, che tra Giunone, Minerva e Venere scelse di attribuire la palma della bellezza a quest’ultima, in cambio dell’amore di Elena.

Ora, questo frammento e quello precedente costituiscono un bell’esempio delle rappresentazioni a tinte forti tipiche della tragedia latina arcaica. Al tono profetico si mescolano infatti parole dense di significato, che orientano nettamente la descrizione in senso macabro. Soprattutto in questo, al v. 63 la fiaccola che prefigura la fine di Troia è descritta come avvolta da sangue e fuoco (fax obuoluta sanguine atque incendio). Ai vv. 67-68 l’armata achea è definita fera… manus, che letteralmente vale «feroce manipolo (di uomini)». Al v. 71 Elena, causa della guerra, è equiparata a una delle Furie, terribili e vendicative entità rappresentate come donne alate dai capelli intrecciati di serpi e con in mano una torcia o una frusta. Al v. 67 Ennio definisce le navi ueliuolantes. Si tratta dell’unico esempio, in tutta la letteratura latina, dell’aggettivo composto ueliuolans, letteralmente «che vola con le vele», che è dunque, per usare una locuzione tecnico-retorica, un hàpax legòmenon. A quanto si sa, Ennio, che prediligeva la coniazione di aggettivi composti, sentiti come caratteristici dello stile poetico elevato, introdusse nella poesia latina anche ueliuolus (due esempi, sempre in riferimento alle navi), poi ripreso da Lucrezio, Virgilio e Ovidio.

Il gusto di Ennio per la sperimentazione linguistica, che caratterizza il suo stile, è riconoscibile, tra l’altro, nell’invenzione di aggettivi composti (quelli che diventeranno un marchio stilistico della lingua poetica latina). Ennio li modellò sugli “aggettivi doppi”, cari alla lingua elevata della poesia greca. Già Aristotele, infatti, aveva fatto notare che una delle caratteristiche principali della lingua della poesia greca solenne era l’uso di composti; intendeva riferirsi a quelle formazioni linguistiche prodotte dall’unione di due parole che prese di per sé hanno ciascuna un significato autonomo, quasi centauri formati da due corpi diversi. È appunto questa immagine con cui li definisce Quintiliano (Inst. I 5, 65), e duobos quasi corporibus coalescunt («risultano formati come se consistessero di due corpi insieme»).

In quanto espressioni in cui due concetti sono riuniti in una sola parola, i composti risultano particolarmente appropriati nei linguaggi che hanno bisogno di mezzi fortemente espressivi, vale a dire soprattutto nella lingua viva del popolo e nella lingua intensa dei poeti, due forme di linguaggio che spesso paradossalmente si incontrano. Per quanto riguarda il parlato, si possono citare molte forme popolari frequenti nelle commedie arcaiche, soprattutto quelle di Plauto, che ama inventare espressioni ingiuriose vivaci: per esempio, multiloqua et multibiba… anus (Cist. v. 149: «una vecchia chiacchierona e ubriacona»). Quanto al linguaggio della poesia elevata, i composti più conformi allo spirito della lingua latina sembrano essere stati quelli che hanno un elemento verbale nel secondo membro (del tipo omnipotens, horrisonus), e soprattutto quelli in -fer-, -ger- e -cola, antichi temi verbali (fero, gero, colo), che per il loro uso frequente erano di fatto ridotti quasi a suffissi (come frugifer, «fruttifero, ferace, fertile»; armiger, «armato»; coelicola, «abitatore del cielo, divinità»). Di Ennio si può citare come buon esempio un verso degli Annales (v. 198 Skutsch = 181 Vahlen): bellipotentes sunt magis quam sapientipotentes («forti-in-guerra sono più che forti-in-senno»), dove di grande efficacia espressiva è anche la “rima” (o meglio l’omeoteleuto, cioè una uguale fine di parola). In Annales, v. 593 Skutsch oratores doctiloqui («gli ambasciatori abili a parlare»), il composto doctiloquus è invenzione enniana, anche se già Plauto aveva prodotto forme analoghe, come blandiloquus, «che parla in modo carezzevole», falsiloquus, stultiloquus. Molti sono i composti che appaiono come calchi di aggettivi doppi greci consacrati dalla grande poesia: così Annales, v. 554 Skutsch contremuit templum magnum Iouis altitonantis, «tremò il grande recinto (= il cielo) di Giove che tuona dall’alto», dove l’aggettivo altitonans riproduce il corrispondente greco βαρυβρεμέτης; così ancora Annales, v. 76 Skutsch genus altiuolantum, «la stirpe degli uccelli», dove altiuolans ricalca il greco ὑψιπετήεις. Questa innovazione introdotta da Ennio fu assai rilevante per la lingua poetica romana: l’uso dei composti diventò uno dei principali elementi capaci di differenziare la lingua poetica da quella della prosa letteraria. I composti, infatti, adatti per la loro forma a riempire lunghi versi e a offrire ampie possibilità di effetti fonici, furono un importante mezzo di espressività e insieme un vero e proprio marchio dello stile elevato.

Dunque, il gusto per l’effetto grandioso, l’insistenza sui sentimenti più oscuri dell’animo umano, quali il terrore e la paura, la grande commozione, sono tutti elementi tipici di questo linguaggio teatrale che si avviò, sul modello tracciato da Ennio, a diventare tipico della poesia tragica latina. Su questa scia, infatti, si sarebbero posti in seguito i più importanti tragediografi: Pacuvio e Accio prima, e poi Seneca.

A questo proposito, vale la pena di citare un brano come il “cantico di Andromaca”, tratto dall’omonima Andromacha aechmalotis, che rappresenta un caso esemplare degli effetti di commozione propri della tragedia arcaica; ancora ai tempi di Cicerone, esso costituiva un pezzo di bravura per i più celebri attori, che sapevano sfruttare i toni altamente patetici caratteristici della situazione tragica del monologo, quali il disperato ricordo della patria lontana e distrutta e il dolore per la nuova condizione di servitù (Scaenica vv. 86-99):

quid petam praesidi aut exequar? quoue nunc             

auxilio exili aut fugae freta sim?           

arce et urbe orba sum: quo accedam? quo applicem? 

cui nec arae patriae domi stant, fractae et disiectae iacent,     

fana flamma deflagrata, tosti †alii† stant parietes,      

deformati atque abiete crispa.

o pater, o patria, o Priami domus,        

saeptum altisono cardine templum.    

uidi ego te adstante ope barbarica,      

tectis caelatis laqueatis,            

auro ebore instructam regifice.             

haec omnia uidi inflammari,    

Priamo ui uitam euitari,            

Iouis aram sanguine turpari.

Dove chiedere protezione o dove cercarla? Adesso, in quale

esilio trovare aiuto, in quale la fuga?

Sono stata privata della città e della rocca: dove mi aggrapperò? Dove piegherò le ginocchia? Per me non ci sono più altari dei padri in patria, esse giacciono infrante e disperse,

i templi incendiati dalle fiamme, bruciacchiate si levano alte le pareti

deformate e con le travi contorte.

O padre, o patria, o casa di Priamo,

sacra dimora chiusa da altisonanti cardini!

Io ti vidi ergerti nello sfarzo orientale,

coi soffitti a cassettoni tutti intarsiati,

regalmente adorna d’oro e d’avorio.

Tutto questo io vidi preda delle fiamme,

e la vita violentemente tolta a Priamo,

e l’altare di Giove insozzato di sangue!

Georges-Antoine Rochegrosse, Andromaca. Olio su tela, 1883.

Gli Annales: finalità e composizione dell’opera

Gli Annales garantirono al poeta grande fama in virtù dell’argomento affrontato: la celebrazione della storia di Roma. Gli intenti laudativi dovevano, del resto, essere fondamentali in tutta la sua produzione: il poeta in precedenza aveva composto un poema dal titolo Scipio in lode di Scipione Africano e la tragedia Ambracia per ricordare la vittoria di Nobiliore. In particolare, il caso dell’Ambracia è sintomatico e, in qualche modo, fece epoca. L’età ellenistica aveva visto un formidabile sviluppo della poesia “di corte”: presso le regge dei dinasti greci orientali (ad Alessandria, Pella, Antiochia, Pergamo, ecc.) risiedevano artisti che celebravano – spesso in narrazioni epiche – le gesta dei loro sovrani. Poesia ed encomio erano strettamente saldati. Così, Ennio, partecipando alla campagna di Nobiliore come poeta “al seguito” e poi componendo una tragedia per celebrarne l’impresa, non fece che ripetere quel modello. Difatti, Catone protestò vivacemente contro quell’iniziativa, che ai suoi occhi costituiva un atto di propaganda personale. Ennio, invece, doveva vedere la propria poesia come celebrazione di gesta eroiche: si rifaceva così da un lato a Omero, dall’altro alla recente tradizione epica ellenistica, di argomento storico e contenuto celebrativo. Nella parte più tarda della sua carriera Ennio dovette concepire il grandioso progetto di una laudatio che si allargasse a tutta la storia di Roma, raccontata in un unico poema epico: gli Annales, appunto. L’opera risultò, per ampiezza e concezione, assai più vasta di quei poemi ellenistici scritti in lode dei sovrani. Per ricchezza di struttura, il precedente più prossimo era certamente il Bellum Poenicum di Nevio, che però non disponeva gli avvenimenti in una sequenza continuativa dalla caduta di Troia ai suoi giorni. Ennio, invece, decise di narrare la sua materia senza stacchi e in ordine cronologico. Rispetto a Nevio, un’importante novità fu la divisione in libri del poema, sulla scorta di quello che i dotti alessandrini avevano fatto per i poemi omerici, originariamente un continuum indiviso di versi.

Il titolo Annales voleva richiamarsi alle raccolte degli annales maximi, le pubbliche registrazioni di eventi che i pontifices maximi, membri del più autorevole collegio sacerdotale dell’Urbe, erano soliti redigere anno per anno. Anche l’opera enniana era condotta secondo una scansione cronologica progressiva, “dalle origini ai giorni nostri”; ma non bisogna pensare che il poeta trattasse tutti i periodi con lo stesso ritmo e la stessa concentrazione. Se, da un lato, lasciava un certo spazio alle antiche leggende sulle origini di Roma, dall’altro, mostrandosi assai più selettivo di uno storico, Ennio prediligeva quasi esclusivamente gli eventi bellici, mentre si occupava pochissimo di politica interna: per lui era ovviamente la guerra l’interesse di un poeta epico ed era la guerra l’attività in cui si mostrava la virtus romana.

Secondo le ricostruzioni degli studiosi, alle origini leggendarie della città erano dedicati i primi libri dell’opera. Al contrario di Nevio, che aveva narrato probabilmente in un excursus il solo viaggio di Enea da Troia all’Italia, come una sorta di “premessa” al racconto della guerra punica, in Ennio le leggende sulla fondazione dovevano essere esposte in una forma narrativa continua e più sistematica. Nel poema enniano trovava così per la prima volta una sistemazione coerente tutto quel patrimonio mitico propriamente quiritario, che voleva dare lustro e dignità anche alle origini storiche dell’Urbe, ammantandole di un velo leggendario e riconducendole all’opera degli dèi e degli eroi del mito. Questa rivendicazione della nobiltà del passato della città era ideologicamente molto importante, nel momento in cui la potenza di Roma si avviava a dominare su tutto il Mediterraneo e la cultura romana tentava di affiancarsi a quella greco-ellenistica, con il suo vastissimo patrimonio mitologico.

Generale romano. Statua, marmo, 75-50 a.C. ca. dal Santuario di Ercole (Tivoli).

L’investitura poetica

Riguardo agli Annales sembra che Ennio avesse progettato inizialmente un poema in quindici libri, che si sarebbe concluso con il trionfo di Fulvio Nobiliore, il suo protettore, e forse con la consacrazione da parte di Nobiliore stesso di un tempio alle Muse. Per motivi non del tutto chiari, però, Ennio aggiunse poi tre libri al piano originario, probabilmente per aggiornare l’opera con la celebrazione di altre, più recenti, imprese romane. Il suo poema rimase comunque contrassegnato da due grandi proemi, al libro I e al libro VII, punti in cui il poeta prendeva direttamente la parola per rivelare le ragioni del suo far poesia. Il primo proemio era probabilmente aperto dalla tradizionale invocazione alle Muse (v. 1 Skutsch = Vahlen): Musae quae pedibus magnum pulsatis Olympum («O Muse, che col vostro passo l’alto Olimpo calcate»). Dopodiché, con un’invenzione molto più audace, Ennio raccontava di un sogno, in cui gli era apparsa l’ombra di nientemeno che Omero, il capofila di tutti i poeti epici, il quale gli rivelava di essersi reincarnato proprio in lui, nel poeta romano Quinto Ennio (vv. 2-3 Skutsch = 5-6 Vahlen): … somno leni placidoque reuinctus / … uisus Homerus adesse poeta («… preso da un dolce e calmo sonno /… apparve di fronte a me Omero, il poeta»). In questo modo, Ennio si presentava come il “sostituto” vivente di colui che, a giudizio degli antichi, era stato il più grande poeta di tutti i tempi.

Nel proemio al VII libro l’autore dava più spazio alle divinità della poesia (vv. 206-210 Skutsch = 213-217 Vahlen): … scripsere alii rem / uersibus quos olim Fauni uatesque canebant, / cum neque Musarum scopulos… / … nec dicti studiosus quisquam erat ante hunc. nos ausi reserare… («… altri scrissero di storia / con i versi che un tempo cantavano i Fauni e i vati, / quando né le rocce delle Muse… / e quando, prima di me, non c’era neppure qualcuno che professasse il culto della parola. / Noi osammo aprire…»).

Ora, il poeta sottolineava che queste erano proprio le Muse dei grandi poeti greci, non più le Camenae dell’arcaico e ormai superato Livio Andronico; e certamente polemizzava anche con Nevio, che aveva poetato in saturni, il verso – così lo definisce Ennio – cantato da «Fauni e vati», il verso dal passato, adatto alle divinità campestri e agli ancestrali profeti. Lui, Ennio, era il primo poeta dicti studiosus, cioè “filologo”, “cultore della parola”. In altri termini, il primo che poteva pretendere di stare alla pari con i contemporanei poeti greci, gli alessandrini, che praticavano un’arte per pochi, raffinata ed erudita, curatissima nella forma. Sicuramente Ennio, nell’affermare orgogliosamente la propria priorità tra i Romani, poteva riferirsi all’importanza di essere stato il primo ad adottare l’esametro dattilico, il verso della grande poesia epica.

Un generale tiene una contio davanti alle sue truppe. Illustrazione di Seán Ó’Brógáin.

Uno stile all’insegna della sperimentazione

Dato il carattere di estrema frammentarietà in cui è giunta l’opera di Ennio, del suo stile si rischia di farsi un’idea distorta. Ciò dipende in gran parte – come avviene regolarmente per i poeti romani arcaici – dalla tipologia delle fonti che lo riportano. A citare Ennio, infatti, sono per lo più grammatici e filologi tardo-antichi, studiosi spesso – anche se non sempre – più interessati a raccogliere dalla letteratura dei secoli passati esempi di stranezze e particolarità linguistiche che non casi di normalità. Così, l’immagine che si ha di Ennio epico è quella di un autore che adotta uno stile quasi sperimentale, arditamente innovatore. Egli accolse nel testo epico parole greche traslitterate e adottò persino, della lingua ellenica, caratteristiche forme sintattiche estranee all’uso latino-italico, addirittura alcune desinenze. Scrisse sovente esametri tutti in dattili e tutti in spondei (per esempio, Āfrĭcă tērrĭbĭlī trĕmĭt hōrrĭdă tērră tŭmūltu e ōllī rēspōndīt rēx Ālbāī Lōngāī; in entrambi i casi appare evidente una motivazione stilistica per la scelta del ritmo); e insieme, il suo stile è ricco di figure di suono (com’era tipico della tradizione indigena dei carmina), che a volte sottolineano il pathos della situazione con esiti veramente felici.

In alcuni casi, il procedimento raggiunge l’esasperazione, come nel famigerato verso (104 Skutsch = 109 Vahlen) o Tite, tute, Tati, tibi tanta, tyranne, tulisti («o Tito Tazio, tiranno, tu ti attirasti disgrazie tanto grandi!»), dalla fortissima insistenza onomatopeica, sottolineata dall’ininterrotta serie dattilica; o ancora in quest’altro verso, in cui Ennio escogita una parola come taratantara per riprodurre il suono di una tromba militare (v. 451 Skutsch = 140 Vahlen): at tuba terribili sonitu taratantara dixit («con terribile suono la tromba fece udire il suo taratatà»).

Molte innovazioni introdotte da Ennio ebbero un grande futuro nella letteratura latina successiva: la ripresa dell’esametro dattilico greco fece storia, ma non fu l’unica conquista. Egli lavorò per adattare la lingua latina all’esametro e l’esametro alla lingua latina. Sicuramente elaborò regole precise per la collocazione delle parole nel verso e per l’uso delle cesure. Se i suoi esametri possono comunicare una certa impressione di durezza per il lettore moderno, è perché è possibile confrontarli con quelli, più fluidi, di Virgilio o Ovidio. Ma non bisogna dimenticare che Ennio è stato il primo ad adattare la lingua latina a questa forma metrica, senza avere alcun modello davanti a sé: è lui il creatore di una tradizione letteraria.

T. Vettio Sabino. Denario, Roma 70 a.C. Ar. 4,05 gr. Dritto: Sabinus, testa nuda barbata di Tito Tazio verso destra con di fronte l’espressione S(enatus) C(onsulto).

I destini dell’epica a Roma: Ennio e i suoi successori

Ennio restò per molti secoli il “poeta nazionale” romano, esercitando con i suoi Annales un’enorme influenza su tutta la produzione epica successiva. Il discorso epico, dopo di lui, fu interpretato come discorso panegirico, celebrativo; solo Virgilio, recuperando Omero, darà al genere un’interpretazione e un’impronta nettamente diverse, scrivendo un poema che non rinuncia a essere celebrazione (del nuovo ordine augusteo), ma che è soprattutto una complessa riflessione, fatta attraverso il mito, sull’uomo, sul destino, sulla guerra.

Ennio fu il cantore della virtus individuale, eroica: a differenza di quanto accadeva nelle opere di Nevio e di Catone, gli Annales erano affollati di condottieri (imperatores, duces), ricordati con il loro nome, con la presunzione che la voce del poeta avrebbe saputo renderli immortali, si badi bene, non solo per le loro abilità guerresche, ma anche per quelle di pace. Questo filone avrebbe avuto un enorme seguito ed esiti non necessariamente disprezzabili. Un elegante poeta come il neoterico Varrone Atacino scrisse il Bellum Sequanicum, poema sulle campagne condotte da Cesare in Gallia; e compose un’opera epica a contenuto storico anche Cicerone, il De consulatu suo. Il genere, così concepito, avrebbe continuato a vivere a lungo, sopravvivendo anche all’Eneide, che pure avrebbe battuto una strada del tutto diversa. Molti Romani pensavano che la poesia non fosse altro che questo: celebrazione di azioni eroiche in versi; e molti illustri protettori avranno incoraggiato questi esercizi, che erano adatti ad amplificare, in una cornice epica e trasfigurante, le più recenti imprese di generali che erano anche capi politici. Fino a tutta l’età imperiale, insomma, la poesia epico-storica continuò a essere il miglior legame tra letteratura e propaganda, tra letteratura e potere.

***

Bibliografia:

E. Bᴀᴅɪᴀɴ, 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑢𝑠 𝑎𝑛𝑑 ℎ𝑖𝑠 𝐹𝑟𝑖𝑒𝑛𝑑𝑠, in O. Sᴋᴜᴛsᴄʜ (ed.), 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑢𝑠, Genéve 1972, 151-208

M. Bᴇᴛᴛɪɴɪ, 𝑆𝑡𝑢𝑑𝑖 𝑒 𝑛𝑜𝑡𝑒 𝑠𝑢 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑜, Pisa 1979.

R.A. Bʀᴏᴏᴋs, 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑢𝑠 𝑎𝑛𝑑 𝑅𝑜𝑚𝑎𝑛 𝑇𝑟𝑎𝑔𝑒𝑑𝑦, New York 1981.

N. Cᴀᴛᴏɴᴇ, 𝐺𝑟𝑎𝑚𝑚𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒𝑛𝑛𝑖𝑎𝑛𝑎, Firenze 1964.

C.J. Cʟᴀssᴇɴ, 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑢𝑠: 𝑒𝑖𝑛 𝐹𝑟𝑒𝑚𝑑𝑒𝑟 𝑖𝑛 𝑅𝑜𝑚, Gymnasium 99 (1992), 121-145.

E. Cᴏᴜʀᴛɴᴇʏ (ed.), 𝑇ℎ𝑒 𝐹𝑟𝑎𝑔𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑦 𝐿𝑎𝑡𝑖𝑛 𝑃𝑜𝑒𝑡𝑠, Oxford 1993.

G. Dɪᴄᴋᴇ, K. Gʀᴜʙᴍᴜ̈ʟʟᴇʀ, 𝐷𝑖𝑒 𝐹𝑎𝑏𝑒𝑙𝑛 𝑑𝑒𝑠 𝑀𝑖𝑡𝑡𝑒𝑙𝑎𝑙𝑡𝑒𝑟𝑠 𝑢𝑛𝑑 𝑑𝑒𝑟 𝑓𝑟𝑢̈ℎ𝑒𝑛 𝑁𝑒𝑢𝑧𝑒𝑖𝑡: 𝐸𝑖𝑛 𝐾𝑎𝑡𝑎𝑙𝑜𝑔 𝑑𝑒𝑟 𝑑𝑒𝑢𝑡𝑠𝑐ℎ𝑒𝑛 𝑉𝑒𝑟𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒𝑛 𝑢𝑛𝑑 𝑖ℎ𝑟𝑒𝑟 𝑙𝑎𝑡𝑒𝑖𝑛𝑖𝑠𝑐ℎ𝑒𝑛 𝐸𝑛𝑡𝑠𝑝𝑟𝑒𝑐ℎ𝑢𝑛𝑔𝑒𝑛, München 1987.

G. Gᴀʀʙᴀʀɪɴᴏ, 𝑅𝑜𝑚𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑠𝑜𝑓𝑖𝑎 𝑔𝑟𝑒𝑐𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑜𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐼𝐼 𝑠𝑒𝑐. 𝑎.𝐶., 2 voll., Torino 1973.

S.M. Gᴏʟᴅʙᴇʀɢ, 𝐸𝑝𝑖𝑐 𝑖𝑛 𝑅𝑒𝑝𝑢𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎𝑛 𝑅𝑜𝑚𝑒, New York-Oxford 1995, 83-110; 111-134.

A.S. Gʀᴀᴛᴡɪᴄᴋ, 𝑇ℎ𝑒 𝑚𝑖𝑛𝑜𝑟 𝑤𝑜𝑟𝑘𝑠 𝑜𝑓 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑢𝑠, in E.J. Kᴇɴɴᴇʏ (ed.), 𝑇ℎ𝑒 𝐶𝑎𝑚𝑏𝑟𝑖𝑑𝑔𝑒 𝐻𝑖𝑠𝑡𝑜𝑟𝑦 𝑜𝑓 𝐶𝑙𝑎𝑠𝑠𝑖𝑐𝑎𝑙 𝐿𝑖𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑒. 𝐼𝐼, 1: 𝑇ℎ𝑒 𝐸𝑎𝑟𝑙𝑦 𝑅𝑒𝑝𝑢𝑏𝑙𝑖𝑐, Cambridge 1982,156-160.

H.D. Jᴏᴄᴇʟʏɴ, 𝑇ℎ𝑒 𝑇𝑟𝑎𝑔𝑒𝑑𝑖𝑒𝑠 𝑜𝑓 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑢𝑠: 𝑇ℎ𝑒 𝐹𝑟𝑎𝑔𝑚𝑒𝑛𝑡𝑠, Cambridge 1967.

Iᴅ., 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑢𝑠 𝑎𝑠 𝑎 𝑑𝑟𝑎𝑚𝑎𝑡𝑖𝑐 𝑝𝑜𝑒𝑡, in O. Sᴋᴜᴛsᴄʜ (ed.), 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑢𝑠, Genéve 1972, 39-95.

Iᴅ., 𝑇ℎ𝑒 𝑝𝑜𝑒𝑚𝑠 𝑜𝑓 𝑄𝑢𝑖𝑛𝑡𝑢𝑠 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑢𝑠, in ANRW I 2 (1972), 987-1026.

S. Mᴀʀɪᴏᴛᴛɪ, 𝐿𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑠𝑢 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑜, Torino 1992².

M. Mᴀʀᴛɪɴᴀ, 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑜 ‘𝑝𝑜𝑒𝑡𝑎 𝑐𝑙𝑖𝑒𝑛𝑠’, QFC 2 (1979), 13-74.

O. Sᴋᴜᴛsᴄʜ (ed.), 𝑆𝑡𝑢𝑑𝑖𝑎 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑎𝑛𝑎, London 1968.

Iᴅ., 𝑇ℎ𝑒 𝐴𝑛𝑛𝑎𝑙𝑠 𝑜𝑓 𝑄𝑢𝑖𝑛𝑡𝑢𝑠 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑢𝑠, Oxford 1986.

S. Tɪᴍᴘᴀɴᴀʀᴏ, 𝑅𝑖𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑒𝑛𝑛𝑖𝑎𝑛𝑖, in 𝐶𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑒 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑖𝑛𝑔𝑢𝑎 𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑎, Torino 1978, 623-681.

A. Tʀᴀɢʟɪᴀ, 𝑃𝑜𝑒𝑡𝑖 𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑖 𝑎𝑟𝑐𝑎𝑖𝑐𝑖, I, Torino 1986, 274-515.

J. Vᴀʜʟᴇɴ (ed.), 𝐸𝑛𝑛𝑖𝑎𝑛𝑎𝑒 𝑝𝑜𝑒𝑠𝑖𝑠 𝑟𝑒𝑙𝑖𝑞𝑢𝑖𝑎𝑒, Leipzig 1903³ (rist. Amsterdam 1963).

G.W. Wɪʟʟɪᴀᴍs, 𝑇𝑟𝑎𝑑𝑖𝑡𝑖𝑜𝑛 𝑎𝑛𝑑 𝑂𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑎𝑙𝑖𝑡𝑦 𝑖𝑛 𝑅𝑜𝑚𝑎𝑛 𝑃𝑜𝑒𝑡𝑟𝑦, Oxford 1968, 359-363; 684-699.

Sitografia:

The Latin Library: https://thelatinlibrary.com/enn.html

IntraText: http://www.intratext.com/Catalogo/Autori/Aut141.HTM

PHI Latin Texts: https://latin.packhum.org/author/43

Plinio il Giovane, tra epistola e panegirico

Quella di Plinio il Giovane è la figura di un intellettuale benestante e mondano, perfettamente integrato nella vita politica e sociale del suo tempo. Brillante e compiaciuto del proprio ruolo e della propria attività letteraria, Plinio ci ha lasciato un fortunato epistolario, da cui emerge un vivace affresco della società romana e delle abitudini della sua classe dirigente tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C.

Gaio Cecilio Secondo nacque a Novum Comum nel 61 o nel 62; alla morte del padre egli fu adottato da Plinio, suo zio materno, di cui assunse il nome (di qui la distinzione fra i due Plinii, definiti rispettivamente “il Vecchio” e “il Giovane”). A Roma studiò retorica sotto la guida di Quintiliano e di Nicete Sacerdote, un oratore greco di indirizzo asiano. Plinio incominciò presto la carriera forense, in cui ottenne notevoli successi, e intraprese il cursus honorum: fu successivamente questore, tribuno della plebe, pretore e, nel 98, fu nominato praefectus aerarii Saturni (una sorta di “ministro del Tesoro”). Nel 100, insieme allo storico Tacito, che era suo amico, sostenne l’accusa contro Marco Prisco, proconsole d’Asia; quindi, verso la fine di quello stesso anno fu nominato consul suffectus. Il passaggio dal principato di Domiziano a quelli di Nerva e Traiano fu dunque del tutto indolore ai fini della carriera professionale e politica di Plinio, che, nel 111, proprio Traiano scelse come suo legatus in Bithynia. Plinio scomparve non molto tempo dopo, probabilmente nel 113.

Giovane intento alla lettura. Affresco (dettaglio), I secolo, da Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Le opere

Nonostante Plinio il Giovane sia stato autore di numerose opere poetiche e di orazioni, nulla ci resta della sua vasta produzione letteraria, a parte un ricco epistolario (in cui le altre opere sono peraltro menzionate e che costituisce la fonte principale per le notizie sulla sua vita e sulla sua attività) e un panegirico, cioè un discorso celebrativo, rivolto all’imperatore Traiano. La raccolta delle Epistulae è suddivisa in dieci libri: i primi nove contengono lettere composte fra il 96/7 e il 108/9, e pubblicate a opera dello stesso autore, mentre il decimo conserva lettere private e ufficiali di Plinio a Traiano, con le risposte dell’imperatore. È probabile che quest’ultimo libro, le cui lettere appartengono per la massima parte al periodo in cui Plinio fu governatore in Bithynia (dopo il 111), sia stato pubblicato postumo in aggiunta ai precedenti. Il Panegyricus consiste in una versione ampliata del discorso di ringraziamento all’imperatore che Plinio tenne in Senato in occasione della sua nomina a console nel 100.

Strumenti da scrittura (tabulae ceratae, stilus, volumen). Affresco, ante 79 d.C. da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

L’epistolario: struttura e temi

I primi nove libri delle Epistulae furono pubblicati, come si è detto, a cura dello stesso Plinio, forse per gruppi. Nella lettera proemiale a Setticio Claro, Plinio afferma di non aver seguito, nel raggruppare le proprie lettere, alcun criterio preciso, in particolare di non aver fatto caso alla cronologia: le missive si susseguirebbero dunque secondo un ordine del tutto casuale. L’affermazione dell’autore è da interpretarsi come una civetteria: è probabile che l’ordinamento segua soprattutto un criterio di alternanza di argomenti e motivi, in modo da evitare al lettore la monotonia. Le lettere di Plinio sono infatti solitamente dedicate ciascuna a un singolo tema, sempre trattato con cura attenta dell’eleganza letteraria: è questa una delle differenze più importanti che separa l’epistolario di Plinio, concepito fin dall’inizio per la pubblicazione, da quello ciceroniano, in cui l’urgenza della comunicazione spingeva spesso l’autore ad affastellare gli argomenti più vari, talora per accenni brevissimi e poco perspicui a un lettore diverso dal destinatario particolare.

Le lettere pliniane sono, in realtà, una serie di brevi saggi di cronaca sulla vita mondana, intellettuale e civile. L’autore intrattiene spesso i suoi interlocutori sulle proprie attività e sui periodi di riposo, informandoli delle preoccupazioni che aveva in qualità di grande proprietario terriero. Non a caso, proprio la natura, e la campagna in particolare, costituiscono un tema amato: Plinio dipinge i suoi paesaggi con toni di maniera, descrivendoli soprattutto come panorama goduto attraverso le finestre delle proprie ville (anche se alcune, a dire il vero, sono di indubbia efficacia e hanno avuto grande fortuna presso i posteri). Plinio registra, inoltre, moltissimi avvenimenti contemporanei, dai più importanti e tragici fino ai minuti pettegolezzi degli ambienti elevati e colti.

L’epistolario pliniano è prezioso anche per la molteplicità di informazioni su personaggi di spicco e sulle abitudini e sugli interessi culturali dell’autore e dei suoi contemporanei. I destinatari a cui Plinio si rivolge, ogni volta con estrema cerimoniosità (le frasi di cortesia, più o meno affettata, abbondano nel suo epistolario fino a diventare stucchevoli), spesso coincidono con le massime figure del tempo, dall’imperatore Traiano a Tacito (che ricorre con grande frequenza tra i destinatari di Plinio, il quale si compiace persino di essere stato scambiato nel circo per l’amico storico da qualcuno che evidentemente – pensa Plinio – faceva confusione tra i due più grandi scrittori dell’epoca!), a Svetonio (che Plinio esorta a pubblicare una buona volta il De viris illustribus, che tiene da tempo nel cassetto!). E non mancano mai gli elogi per nessuno: è raro, infatti, che Plinio, per le figure menzionate nelle sue lettere (fra cui molti letterati e poeti viventi o morti da poco, come Silio Italico e Marziale), non trovi una frase gentile che ne metta in evidenza qualche tratto positivo.

Lo stile dell’epistolario ricerca la grazia e l’eleganza, che ottiene soprattutto attraverso un saldo autocontrollo: ama, per esempio, le antitesi, ma non ne fa un uso eccessivo. Il modello prediletto è Cicerone, da cui Plinio desume il gusto per il fraseggio limpido, l’architettura armonica del periodo, gli schemi ritmici ricorrenti, anche se i periodi sono più brevi (ma Plinio, come è nella sua natura, non ama gli eccessi e dichiara apertamente all’amico Tacito di non apprezzare la sua brevitas!). Si intravede, tuttavia, qualche manierismo nella predilezione per gli asindeti e le anafore, nella cura posta a evitare le ripetizioni e soprattutto nell’affermazione del formulario tipico della corrispondenza “spontanea”, non concepita per la pubblicazione.

Mappa della provincia di Bithynia et Pontus, da Williams W., Pliny: Correspondence with Trajan from Bithynia (Epistles X 15-121), Liverpool 1990, xii [link].

Plinio e Traiano

Nonostante Plinio faccia mostra di avere con Traiano un rapporto aperto e confidenziale, in verità, le lettere scambiate fra i due al tempo del governatorato in Bithynia, e conservate nel libro X delle Epistulae, rivelano una realtà un po’ diversa. Plinio si comporta come un funzionario scrupoloso e leale, ma anche alquanto indeciso, che informa l’imperatore di ogni problema – opere pubbliche, questioni fiscali e di ordine pubblico – attendendosi da lui consigli e direttive. Talora è del resto possibile cogliere, nelle risposte di Traiano, il trapelare un lieve senso di fastidio per i continui quesiti che Plinio gli pone, anche su questioni di secondaria importanza.

Uno degli argomenti più significativi di questo carteggio riguarda la questione dei cristiani. È rimasto famoso soprattutto l’atteggiamento di sobria tolleranza assunto in proposito da Traiano: in mancanza di una legislazione in materia, l’imperatore dà istruzione a Plinio di non procedere se non in caso di denunce non anonime, e di sospendere comunque il procedimento se l’imputato, sacrificando agli dèi tradizionali, testimonia di non essere cristiano o di non esserlo più. È evidente la preoccupazione di Traiano di non punire reati contro la religione, liberandosi contemporaneamente delle responsabilità nei confronti dei delatori e dell’opinione pubblica.

M. Ulpio Traiano con la corona civilis. Busto, marmo, inizi II sec. d.C. München Glyptothek.

Il Panegyricus

Differente rispetto al tono delle lettere risulta l’atteggiamento tenuto da Plinio verso Traiano in un testo ufficiale come il Panegyricus. Il titolo dell’opera forse non è quello originale: il termine panegyricus, che indicava inizialmente i discorsi tenuti nelle solennità panelleniche, con il I secolo passò infatti a designare l’encomio del princeps. Il testo, che ci è pervenuto come primo in una raccolta di panegirici più tardi di vari imperatori, quasi l’inaugurazione di un genere letterario, nella versione da noi posseduta risulta una rielaborazione notevolmente ampliata e riveduta sul piano retorico-stilistico – in vista di una pubblicazione – dell’orazione ufficiale effettivamente pronunciata in Senato.

Formalmente, il testo consiste in un discorso di ringraziamento (gratiarum actio) tenuto da Plinio nel settembre del 100 in occasione della sua entrata in carica come consul. Il ringraziamento si trasforma tuttavia molto presto in una vero e proprio encomio dell’imperatore, al quale spettava raccomandare in Senato la nomina dei magistrati. Plinio enumera ed esalta le virtutes dell’optimus princeps Traiano, che ha reintrodotto la libertà di parola e di pensiero, e auspica, dopo la fosca tirannide di Domiziano (aspramente denigrata, sebbene, come si è detto, anche sotto l’ultimo dei Flavi Plinio avesse trascorso un’esistenza tranquilla, percorrendo tutte le tappe del cursus honorum), un periodo di rinnovata collaborazione fra l’imperatore e il venerando consesso.

Plinio si sforza anche di delineare un modello di comportamento per i principes del futuro: un modello fondato ovviamente sulla continuazione della concordia fra imperatore e ordo senatorio e sulla stretta intesa politica e integrazione culturale fra aristocratici e classe equestre, dal quale in gran parte provenivano i quadri della burocrazia e dell’amministrazione.

Dal punto di vista contenutistico, il Panegyricus si presenta dunque come il manifesto politico dell’aristocrazia senatoria, che auspicava da un lato la concordia con l’imperatore e dall’altro l’intesa con gli equites; tuttavia, poiché al tempo di Traiano non era più possibile immaginare un’effettiva autonomia politica del Senato, è evidente che Plinio idealizzi il ruolo e l’importanza del vecchio ceto aristocratico così come idealizza la figura dell’imperatore. E in quest’ottica non c’è da meravigliarsi se l’opera risulta a tutti gli effetti priva di un reale contenuto politico, per accogliere invece le argomentazioni e le frasi a effetto imposte dalla propaganda imperiale.

Nonostante il tono fondamentalmente ottimistico, il Panegyricus lascia affiorare qua e là la preoccupazione che principes “malvagi” possano nuovamente salire al potere e che il Senato possa tornare a soffrire come sotto Domiziano. Non senza qualche ingenuità, Plinio sembra così rivendicare una funzione “pedagogica” nei confronti del princeps; attraverso i molti elogi e le formule di cortesia, traspare il tentativo di esercitare una blanda forma di controllo sul detentore del potere assoluto. In questa prospettiva è stata sottolineata una certa affinità, anche dal punto di vista stilistico, del Panegyricus con l’orazione ciceroniana Pro Marcello, in cui l’Arpinate aveva accennato alla proposta fatta a Cesare di un programma di riforme politiche nel rispetto delle istituzioni repubblicane.

Uomo togato. Statua, marmo, 125-250 d.C. ca., da Roma.

***

Bibliografia:

Aubrion E., La correspondance de Pline le Jeune, in ANRW II.33.1 (1989), 304-374.

Birley A.R., Onomasticon to the Younger Pliny: Letters and Panegyric, Munich 2000.

Bruère R.T., Tacitus and Pliny’s Panegyricus, CP 49 (1954), 161-179.

Cameron A., The Fate of Pliny’s Letters in the Late Empire, CQ 15 (1965) 289-98; 17 (1967), 421-422.

Castagna L., Lefèvre E., Plinius der Jüngere und seine Zeit, Munich 2003.

Cugusi P., Evoluzione e forme dell’epistolografia latina, Roma 1983.

___ Corpus Epistularum Latinarum. Papyris Tabulis Ostracis Servatarum, Firenze 1992.

Cova P.V., La critica letteraria di Plinio il Giovane, Brescia 1966.

___, Arte allusiva e stilizzazione retorica nelle lettere di Plinio, Aevum 46 (1972), 16-36.

de la Ruffinière du Prey P., The Villas of Pliny from Antiquity to the Present, Chicago 1994.

de Neeve P.W., A Roman Landowner and his Estates: Pliny the Younger, SIFC 10 (1992), 335-344.

Fantham E., Roman Literary Culture From Cicero to Apuleius, Baltimore 1996.

Förtsch R., Archäologischer Kommentar zu den Villenbriefen des Jüngeren Plinius, Mainz-am-Rhein 1993.

Griffin M.T., Pliny and Tacitus, SCI 18 (1999), 139-158.

Hershkowitz D., Pliny the Poet, G&R 42 (1995), 168-181.

Jones C.P., A New Commentary on the Letters of Pliny, Phoenix 22 (1968), 111-142. 

Leach E.W., The Politics of Self-Presentation: Pliny’s Letters and Roman Portrait Sculpture, CA 9 (1990), 14-39.

Lilja S., On the Nature of Pliny’s Letters, Arctos 6 (1970), 61-79.

Murgia C.E., Pliny’s Letters and the Dialogus, HSCP 89 (1985), 171-206.

Nicols J., Pliny and the Patronage of Communities, Hermes 108 (1980), 365-385.

Picone G., L’eloquenza di Plinio. Teoria e prassi, Palermo 1978.

Powell J. (eds.), Author and Audience in Latin Literature, Cambridge 1992, 18-32.

Reynolds L.D., Texts and Transmission: A Survey of the Latin Classics, Oxford 1983.

Riggsby A.M., Pliny on Cicero and Oratory: Self-Fashioning in the Public Eye, AJP 116 (1995), 123-135.

___ , Self and Community in the Younger Pliny, Arethusa 31 (1998), 75-97.

Rudd N., Stratagems of Vanity: Cicero ad Familiares 5.12 and Pliny’s Letters, in Woodman A.J.,

Sherwin-White A.N., The Letters of Pliny. A Historical and Social Commentary, Oxford 1966.

___ , Pliny, the Man and his Letters, G&R 16 (1969), 76-90.

Stout S.E., Scribe and Critic at Work in Pliny’s Letters, Bloomington 1954.

___ , The Origin of the Ten-Book Family of Pliny’s Manuscripts, CP 53 (1958), 171-173.

___ , Pliny’s Own Manuscript, TAPhA 98 (1967), 481-482.

Syme R., People in Pliny, JRS 58 (1968), 135-151 [= Roman Papers 2, 694-723].

___ , Juvenal, Pliny, Tacitus, AJP 100 (1979), 250-278.

___ , Correspondents of Pliny, Historia 34 (1985), 324-359 [= Roman Papers 5, 440-477].

Veyne P., Autour d’un commentaire de Pline le Jeune, Latomus 26 (1967), 723-751.  

Traub H.W., Pliny’s Treatment of History in Epistolary Form, TAPhA 86 (1955), 213-232.

Weische A., Plinius d. J. und Cicero. Untersuchungen zur römischen Epistolographie in Republik und Kaiserzeit, in ANRW II.33.1 (1989), 375-386.

White P., Amicitia and the Profession of Poetry at Rome, JRS 68 (1978), 74-92.

Winniczuk L., The Ending-phrases in Pliny’s Letters, Eos 63 (1975), 319-328.

Zelzer K., Zur Frage des Charakters der Briefsammlung des jüngeren Plinius, WS 77 (1964), 144-161.

“Malato” e paziente: sintomi e diagnosi (Sᴇɴ. 𝐷𝑖𝑎𝑙. IX 1, 1-2; 16-18; 2, 1-4)

di G. Gᴀʀʙᴀʀɪɴᴏ, M. Mᴀɴᴄᴀ, L. Pᴀsǫᴜᴀʀɪᴇʟʟᴏ, De te fabula narratur. 3. Dalla prima età imperiale ai regni romano-barbarici, Milano-Torino 2020, 91-94 (trad. it. C. Lazzarini).

Il destinatario del De tranquillitate animi, Anneo Sereno, funzionario imperiale ed ex epicureo in fase di conversione allo Stoicismo, discepolo e forse (dato il nome) parente di Seneca, si rivolge al filosofo come a un medico dell’anima: si sente insoddisfatto, incapace di scegliere, simile a chi sta sempre per cadere; ha un rapporto contraddittorio con le cose, con la società e con la cultura stessa. Chiede dunque aiuto (rogo remedium) per poter godere di una tranquillitas stabile. Seneca, dopo aver diagnosticato la non gravità del male dell’amico, gli spiega che ciò che gli manca è un giusto equilibrio interiore; per raggiungerlo Sereno dovrà, in primo luogo, avere fiducia in se stesso ed essere convinto di trovarsi sulla giusta strada.

[𝟏, 𝟏] < Sᴇʀᴇɴᴜs > Inquirenti mihi in me quaedam uitia apparebant, Seneca, in aperto posita, quae manu prenderem, quaedam obscuriora et in recessu, quaedam non continua sed ex interuallis redeuntia, quae uel molestissima dixerim,   ut hostis uagos et ex occasionibus adsilientis, per quos neutrum licet, nec tamquam in bello paratum esse nec tamquam in pace securum. [𝟐] Illum tamen habitum in me maxime deprendo (quare enim non uerum ut medico fatear?), nec bona fide liberatum me eis quae timebam et oderam nec rursus obnoxium; in statu ut non pessimo, ita maxime querulo et moroso positus sum: nec aegroto nec ualeo. […] [𝟏𝟔] Ne singula diutius persequar, in omnibus rebus haec me sequitur bonae mentis infirmitas. †Cui† ne paulatim defluam uereor, aut, quod est sollicitius, ne semper casuro similis pendeam et plus fortasse sit quam quod ipse peruideo; familiariter enim domestica aspicimus et semper iudicio fauor officit. [𝟏𝟕] Puto multos potuisse ad sapientiam peruenire, nisi putassent se peruenisse, nisi quaedam in se dissimulassent, quaedam opertis oculis transiluissent. Non est enim quod magis aliena ‹nos› iudices adulatione perire quam nostra. Quis sibi uerum dicere ausus est? Quis non inter laudantium blandientiumque positus greges plurimum tamen sibi ipse adsentatus est? [𝟏𝟖] Rogo itaque, si quod habes remedium quo hanc fluctuationem meam sistas, dignum me putes qui tibi tranquillitatem debeam. Non esse periculosos ‹hos› motus animi nec quicquam tumultuosi adferentis scio; ut uera tibi similitudine id de quo queror exprimam, non tempestate uexor sed nausea: detrahe ergo quidquid hoc est mali et succurre in conspectu terrarum laboranti.

[𝟏, 𝟏] < Sᴇʀᴇɴᴏ> Ero immerso nell’introspezione, Seneca, ed ecco mi apparivano alcuni vizi, messi allo scoperto, tanto che potevo afferrarli con la mano: alcuni più nascosti e reconditi, altri non costanti, ma ricorrenti di quando in quando, che definirei addirittura i più insidiosi, come nemici sparpagliati e pronti ad attaccare al momento opportuno, con i quali non è ammessa nessuna delle due tattiche, star pronti come in guerra né tranquilli come in pace. [𝟐] Tuttavia, ho da criticare soprattutto quell’atteggiamento in me (perché infatti non confessarlo proprio come a un medico?), vale a dire di non essermi liberato in tutta sincerità di quei difetti che temevo e odiavo e di non esserne tuttavia ancora servo; mi ritrovo in una condizione se è vero non pessima, pur tuttavia più che mai lamentevole e uggiosa: non sto male né bene. […] [𝟏𝟔] Per non dilungarmi sui singoli aspetti, in tutte le occasioni mi accompagna questa incostanza di senno. Temo di scivolare giù a poco a poco o, cosa più preoccupante, di essere sempre in bilico come chi sta per cadere e che la situazione sia forse peggiore di quella che vedo io; infatti, guardiamo con bonarietà le cose che ci riguardano e la simpatia offusca sempre il giudizio. [𝟏𝟕] Penso che molti avrebbero potuto raggiungere la saggezza, se non avessero ritenuto di averla raggiunta, se non si fossero nascosti qualche loro manchevolezza, se non avessero sorvolato su qualcosa chiudendo gli occhi. Infatti, non c’è ragione di credere che noi andiamo in rovina più per adulazione altrui che per la nostra. Chi è che ha mai osato dirsi la verità? Chi è che posto tra branchi di elogiatori e lusingatori non si è fatto tuttavia egli stesso grandissimo adulatore di sé? [𝟏𝟖] Ti prego dunque, se hai un qualche rimedio con cui tu possa por fine a questo mio fluttuare, di ritenermi degno di dovere a te la mia tranquillità. Che non siano pericolosi questi moti dell’animo e che non portino con sé nessun vero sconvolgimento lo so; per esprimerti ciò di cui mi lamento con una similitudine appropriata, non sono tormentato da una tempesta, ma dal mal di mare: toglimi dunque questo malessere, quale che sia, e vieni in aiuto di un naufrago che ancora tribola già in vista della terraferma.

[𝟐, 𝟏] < Sᴇɴᴇᴄᴀ > Quaero mehercules iam dudum, Serene, ipse tacitus, cui talem adfectum animi similem putem, nec ulli propius admouerim exemplo quam eorum qui ex longa et graui ualetudine expliciti motiunculis leuibusque interim offensis perstringuntur et, cum reliquias effugerunt, suspicionibus tamen inquietantur medicisque iam sani manum porrigunt et omnem calorem corporis sui calumniantur. Horum, Serene, non parum sanum est corpus, sed sanitati parum adsueuit, sicut est quidam tremor etiam tranquilli maris, utique cum ex tempestate requieuit. [𝟐] Opus est itaque non illis durioribus quae iam transcucurrimus, ut alicubi obstes tibi, alicubi irascaris, alicubi instes grauis, sed illo quod ultimum uenit, ut fidem tibi habeas et recta ire te uia credas, nihil auocatus transuersis multorum uestigiis passim discurrentium, quorundam circa ipsam errantium uiam. [𝟑] Quod desideras autem magnum et summum est deoque uicinum, non concuti. Hanc stabilem animi sedem Graeci εὐθυμίαν uocant, de qua Democriti uolumen egregium est, ego tranquillitatem uoco; nec enim imitari et transferre uerba ad illorum formam necesse est: res ipsa de qua agitur aliquo signanda nomine est, quod appellationis Graecae uim debet habere, non faciem. [𝟒] Ergo quaerimus quomodo animus semper aequali secundoque cursu eat propitiusque sibi sit et sua laetus aspiciat et hoc gaudium non interrumpat, sed placido statu maneat nec attollens se umquam nec deprimens: id tranquillitas erit.

[𝟐, 𝟏] < Sᴇɴᴇᴄᴀ > Mi vado chiedendo, perbacco, già da un po’, Sereno – tra me e me –, a che cosa potrei assimilare tale affezione dell’animo e non saprei avvicinarla di più a nessun esempio che a quello di quanti, usciti da una malattia lunga e grave, di tanto in tanto sono colpiti da piccoli attacchi di febbre e da episodi di leggero malessere e, quando si sono ormai sottratti alle residue manifestazioni del male, tuttavia, si fanno turbare da quelli che giudicano sintomi e, ormai guariti, tendono la mano ai medici e sovrainterpretano ogni rialzo di temperatura. Di costoro, Sereno, non è poco sano il corpo, ma troppo poco si è abituato alla salute, così come è presente un qualche tremolio anche nella marina tranquilla, specie quando è uscita da una tempesta. [𝟐] C’è bisogno dunque non di quei provvedimenti più duri che ormai ci siamo lasciati alle spalle, cioè che a volte tu lotti con te stesso, altre monti in collera con te, altre ancora ti incalzi pesantemente, ma di quello che viene da ultimo, che tu abbia fiducia in te stesso e creda di procedere per la strada giusta, non facendotene assolutamente distogliere dalle orme incrociate dai molti che vagano in tutte le direzioni, di alcuni che sbandano proprio ai margini della strada. [𝟑] Quanto a ciò di cui senti la mancanza, è qualcosa di grande, di eccelso, di vicino al dio, il non essere turbato. Questa stabilità d’animo, sulla quale c’è quel volume egregio di Democrito, i Greci la chiamano εὐθυμία, io la chiamo tranquillità; infatti, non è necessario imitare e traslitterare un termine secondo la forma greca: lo stesso oggetto di cui si tratta va contrassegnato con un nome, che deve avere l’efficacia, non l’aspetto della dizione greca. [𝟒] Dunque, noi ci chiediamo in che modo gli stati d’animo possano seguire un andamento sempre regolare e favorevole e l’animo sia propizio a se stesso e guardi con contentezza a ciò che lo concerne e non interrompa questa felicità, ma rimanga in uno stato di benessere, senza mai esaltarsi o deprimersi: questo costituirà la tranquillità.

Nicolò Barabino, Archimede pensatore. Olio su tela, 1860. Trieste, Museo Civico Revoltella.

La forma dialogica chiarisce subito che l’opera non si configura come un’indagine filosofica astratta, ma come la risposta a un problema concreto, presentato come proprio di Sereno ma che, più in generale, riguarda tutti gli uomini in cerca di una condotta di vita che li liberi dal loro malessere interiore.

Il dialogo sia apre con il verbo inquirere (inquirenti, 1), proprio del linguaggio giudiziario, che significa “indagare” e che, grazie al poliptoto del pronome personale mihi in me, si riferisce all’interiorità di Sereno, il quale è al tempo stesso soggetto che indaga e oggetto indagato, compiendo un movimento dall’esterno verso l’interno. L’esame cui si sottopone il personaggio rivela la presenza di quaedam uitia; il pronome indefinito quidam indica qualcosa di reale, ma che non si vuole nominare; dunque, il “malato” è consapevole di essere affetto da uitia, ma dapprima preferisce non precisare e soltanto nel paragrafo 3 spiegherà che il suo malessere consiste in un rapporto contraddittorio con tutto ciò che lo circonda. L’anafora di quaedam distingue tre categorie di mali psicologici, qualificati con due immagini metaforiche: la prima rappresenta i vizi in parte come visibili e tangibili (in aperto posita, quae manu prenderem), in parte come nascosti (obscuriora et in recessu); la seconda rimanda all’ambito della guerra, poiché il terzo genere di 𝑢𝑖𝑡𝑖𝑎 è più insidioso e difficile da sconfiggere, perché essi assalgono imprevedibilmente come nemici (ut hostis uagos et ex occasionibus adsilientis). In questo contesto particolare importanza riveste l’aggettivo 𝑠𝑒𝑐𝑢𝑟𝑢𝑚 posto in posizione forte a fine periodo: esso deriva etimologicamente da 𝑠𝑖𝑛𝑒 𝑐𝑢𝑟𝑎, “senza preoccupazioni”, e indica ciò a cui aspira Sereno, cioè l’equilibrio dell’animo basato sull’assenza di conflitti interiori. Il verbo deprendo, “scoprire”, “sorprendere”, che si trova in apertura del paragrafo 2, riprende la metafora giudiziaria, nuovamente riferita all’interiorità (habitum) e con la coincidenza del soggetto e dell’oggetto del verbo (in medeprendo), suggerendo l’idea di una continua sorveglianza dell’uomo su se stesso.

Sereno, che si rivolge a Seneca come a un medico (quare enim non uerum ut medico fatear?, 2), definisce il proprio stato prima con una litote, in statu… non pessimo, poi con un’espressione antitetica che nega sia la sanità sia la malattia (nec aegroto nec ualeo); nel paragrafo 15, qui non riportato, descrive i suoi sintomi come una forma di mancamento, di vertigine. Con una nuova metafora medica, rogo remedium (17), Sereno formula la propria richiesta d’aiuto e descrive il suo stesso male come una fluctuatio, attingendo al campo della navigazione, a cui si riferiscono anche i termini tempestate e nausea, e rappresentando se stesso come un naufrago che ancora annaspa in vista della terraferma.

Seneca risponde all’appello dell’amico con un 𝑒𝑥𝑒𝑚𝑝𝑙𝑢𝑚 tratto dalla medicina, paragonando l’adfectus animi di Sereno allo stato dei convalescenti che, seppur guariti, sono turbati dal continuo sospetto dell’insorgenza di una nuova grave malattia. Subito dopo, il filosofo, ricorrendo anch’egli a metafore marine, assimila l’inquietudine interiore dell’amico alle increspature delle onde che permangono sul mare ormai calmo dopo la tempesta (quidam tremor etiam tranquilli maris, utique cum ex tempestate requieuit, 2, 1). Attraverso tali immagini Seneca comunica al suo “paziente” che la sua diagnosi è di un male non grave, anzi la guarigione c’è, ma restano ancora alcuni lievi sintomi della passata terapia. Non occorrono remedia duriora (2), ma la terapia si configura come automedicazione basata sulla fiducia in se stessi e sulla convinzione di percorrere una strada che conduce alla saggezza e che non è labirintica, ovvero senza via d’uscita come la vita dei multi passim discurrentes.

L’obiettivo di Sereno dev’essere una stabilis animi sedes (3), “la stabilità dell’animo”, indispensabile per raggiungere la tranquillitas, parola chiave del dialogo che compare anche nel titolo dell’opera. Tranquillitas è usato soprattutto in riferimento alla calma del mare. Non è casuale che Seneca colleghi questo sostantivo a 𝑐𝑢𝑟𝑠𝑢𝑠, “rotta” (aequali secundoque cursu, 4): infatti, la tranquillitas è una disposizione psicologica equidistante tanto dall’euforia (attollens se) quanto dall’abbattimento (deprimens), propria di chi nella vita segue una rotta stabile e sicura. Seneca guiderà il suo paziente lungo questo percorso, valendosi sia dell’insegnamento dei filosofi greci (soprattutto Atenodoro di Tarso, più volte citato nell’opera) sia dell’esperienza acquisita con l’osservazione dell’animo e dei comportamenti umani.

L’irriverenza di Seneca: il prosimetro 𝐴𝑝𝑜𝑘𝑜𝑙𝑜𝑘𝑦́𝑛𝑡𝑜𝑠𝑖𝑠

di G. Gᴀʀʙᴀʀɪɴᴏ, M. Mᴀɴᴄᴀ, L. Pᴀsǫᴜᴀʀɪᴇʟʟᴏ, De te fabula narratur. 3. Dalla prima età imperiale ai regni romano-barbarici, Milano-Torino 2020, 78-79; 147-149; cfr. A. Bᴀʟᴇsᴛʀᴀ et al., In partes tres. 3. L’età imperiale, Bologna 2016, 4-5.

Nella produzione senecana occupa un posto a sé un prosimetro, cioè un’opera mista di prosa e versi appartenente al genere della satira menippea, importante anche perché è l’unico esemplare di questa forma letteraria che si possa leggere per intero (l’altro grande prosimetro di età neroniana, il Satyricon di Petronio, si è conservato in modo estremamente lacunoso).

La satira menippea, chiamata così dall’iniziatore del genere, Menippo di Gadara (III sec. a.C.), era caratterizzata a livello formale dalla mescolanza di versi e di prosa, e a livello contenutistico dalla commistione di serio e di scherzoso (in greco σπουδαιογέλοιον). Era stata introdotta a Roma da Varrone Reatino, che l’aveva usata (a quanto risulta dai frammenti) per svolgere temi diatribici, di argomento morale.

L’operetta senecana è invece un ironico pamphlet senza alcuna implicazione filosofica, scritto in occasione della morte di Claudio: in esso Seneca (che aveva dovuto scrivere)  l’elogio funebre ufficiale dell’imperatore defunto, pronunciato da Nerone durante i funerali) dà libero sfogo al suo odio e al suo disprezzo per colui che lo aveva perseguitato e condannato all’esilio.

Apoteosi di Claudio. Cammeo, post 54 d.C., opera attribuita a Skylas, da Roma. Paris, Cabinet des Medailles.

Il titolo latino che compare in alcuni codici è Ludus de morte Claudii, dove ludus ha il significato di “gioco” o “scherzo” letterario. Il titolo greco Ἀποκολοκύντωσις (riportato da un’altra fonte antica, lo storico Cassio Dione) è di interpretazione incerta e discussa. Poiché κολοκύνθη in greco significa “zucca”, il termine è stato inteso da alcuni studiosi come “zucchificazione”, nel senso di “trasformazione in zucca”, con implicito riferimento e contrapposizione al concetto di ἀποθέωσις, “divinizzazione”. Tuttavia, nell’opera Claudio non subisce alcuna trasformazione; perciò, altri hanno supposto che il senso sia piuttosto “deificazione di una zucca”, “divinizzazione di quello zuccone di Claudio”. Altri ancora hanno pensato a un’espressione idiomatica (altrimenti non attestata) corrispondente alla nostra “infinocchiatura”, nel senso di “fregatura”, e non sono mancate altre ipotesi, tutte indimostrabili.

L’autore promette all’inizio che riferirà fedelmente gli avvenimenti che seguirono alla morte dell’imperatore e comincia il racconto dal momento in cui le Parche recidono finalmente il filo della sua vita, e Apollo intona un canto di gioia per l’inizio del felice principato di Nerone.

È il III Idus Octobris (13 ottobre) del 54 : mentre sulla Terra tutti esultano, in cielo è in corso un animato quanto confuso dibattimento tra gli dèi, riuniti in concilio per ratificare gli onori divini che il Senato ha conferito a Claudio dopo la sua morte; il riconoscimento della divinizzazione di questo princeps giulio-claudio sta sollevando tra i celesti perplessità e riserve, ma Claudio, un monstrum claudicante che si è presentato al cospetto di Giove a perorare la propria divinizzazione, non viene riconosciuto perché parla in modo incomprensibile (il defunto, in effetti, era affetto da balbuzie!); la somma divinità affida dunque a Ercole l’incarico di interpretarne le parole e capire chi sia e il dio, inorridito dall’aspetto mostruoso di quel grottesco personaggio, si prepara alla sua tredicesima fatica: guidare con febbrili maneggi l’assemblea verso l’approvazione della richiesta.

[4, 2] Expirauit autem dum comoedos audit, ut scias me non sine causa illos timere. [3] ultima uox eius haec inter homines audita est, cum maiorem sonitum emisisset illa parte, qua facilius loquebatur: ‘uae me, puto, concacaui me.’ quod an fecerit, nescio; omnia certe concacauit.

[5, 1] quae in terris postea sint acta superuacuum est referre. scitis enim optime, nec periculum est ne excidant quae memoriae gaudium publicum impresserunt: nemo felicitatis suae obliuiscitur. in caelo quae acta sint audite: fides penes auctorem erit. [2] nuntiatur Ioui uenisse quendam bonae staturae, bene canum; nescio quid illum minari, assidue enim caput mouere; pedem dextrum trahere. quaesisse se cuius nationis esset: respondisse nescio quid perturbato sono et uoce confusa; non intellegere se linguam eius: nec Graecum esse nec Romanum nec ullius gentis notae. [3] tum Iuppiter Herculem, qui totum orbem terrarum pererrauerat et nosse uidebatur omnes nationes, iubet ire et explorare quorum hominum esset. tum Hercules primo aspectu sane perturbatus est, ut qui etiam non omnia monstra timuerit. ut uidit noui generis faciem, insolitum incessum, uocem nullius terrestris animalis sed qualis esse marinis beluis solet, raucam et implicatam, putauit sibi tertium decimum laborem uenisse. [4] diligentius intuenti uisus est quasi homo. accessit itaque et quod facillimum fuit Graeculo, ait:

τίς πόθεν εἰς ἀνδρῶν, ποίη πόλις ἠδὲ τοκῆες;

Claudius gaudet esse illic philologos homines: sperat futurum aliquem historiis suis locum. itaque et ipse Homerico uersu  Caesarem se esse significans ait:

Ἰλιόθεν με φέρων ἄνεμος Κικόνεσσι πέλασσεν

(erat autem sequens uersus uerior, aeque Homericus:

ἔνθα δ’ ἐγὼ πόλιν ἔπραθον, ὤλεσα δ’ αὐτούς).

[6, 1] et imposuerat Herculi minime uafro, nisi fuisset illic Febris, quae fano suo relicto sola cum illo uenerat: ceteros omnes deos Romae reliquerat. ‘iste’ inquit ‘mera mendacia narrat. ego tibi dico, quae cum illo tot annis uixi: Luguduni natus est, Munati municipem uides. quod tibi narro, ad sextum decimum lapidem natus est a Vienna, Gallus germanus. itaque quod Gallum facere oportebat, Romam cepit’. […] [2] excandescit hoc loco Claudius et quanto potest murmure irascitur. quid diceret nemo intellegebat. ille autem Febrim duci iubebat. illo gestu solutae manus, et ad hoc unum satis firmae, quo decollare homines solebat, iusserat illi collum praecidi. putares omnes illius esse libertos: adeo illum nemo curabat.

[7, 1] tum Hercules ‘audi me’ inquit ‘tu desine fatuari. uenisti huc, ubi mures ferrum rodunt. citius mihi uerum, ne tibi alogias excutiam.’ et quo terribilior esset, tragicus fit et ait:        

[2] ‘exprome propere sede qua genitus cluas,

hoc ne peremptus stipite ad terram accidas:

haec claua reges saepe mactauit feros.

quid nunc profatu uocis incerto sonas?

quae patria, quae gens mobile eduxit caput? […]

[4, 2] Ed egli cacciò l’anima, e da quel momento cessò di parer vivo. Spirò mentre ascoltava dei commedianti[1]; per cui capirai che io li evito non senza un buon motivo! [3] L’ultima sua voce a essere udita fra i mortali, dopo aver lasciato andare un gran rumore da quella parte del corpo con cui parlava più facilmente, fu questa: «Oh me! Mi sono smerdato, mi sono!». Che l’abbia fatto davvero non so: certo, ha smerdato ogni cosa[2].

[5, 1] Quel che successe poi in terra è superfluo da riferire. Lo sapete benissimo, né c’è pericolo che si dimentichi quello che l’esultanza generale impresse nella memoria: nessuno si scorda della propria felicità. Udite invece quello che successe in cielo: la responsabilità è di chi me lo ha raccontato[3]. [2] Annunciarono a Giove l’arrivo di un tale, di buona statura e tutto canuto: minacciava chi sa che cosa, perché muoveva di continuo la testa; e strascicava il piede destro. Gli aveva domandato di che paese fosse: aveva risposto non so che cosa con suoni indistinti e voce confusa; non capiva la sua parlata, non doveva essere greco né romano, né di alcun altro popolo conosciuto. [3] Allora Giove chiamò Ercole, il quale aveva girato tutta la Terra e aveva l’aria di conoscere tutte le genti, e gli comandò di andare e di vedere che razza d’uomo fosse. A prima vista, Ercole si prese un bello spavento, come se non avesse mai affrontato ogni specie di mostri. Come vide quella faccia di nuovo genere, quella strana andatura, quella voce non propria a nessun animale terrestre, ma roca e ingarbugliata quale sogliono avere i mostri marini, s’immaginò che fosse giunta la sua tredicesima fatica. [4] Ma, guardando meglio, si rese conto che si trattasse di qualcosa come di un uomo. Allora gli si avvicinò e – cosa che per un greco come lui è facilissima – gli domandò: «Chi sei tu e da dove vieni? Quale la tua città e i tuoi genitori?»[4]. Claudio gioì a sentire che lassù vi fossero degli eruditi: sperava in un posticino per le sue opere storiche[5]. Così pure egli con un verso omerico, per significare la sua qualità di Cesare, disse: «Da Ilio il vento portandomi mi avvicinò ai Ciconi»[6]. Ma più rispondente al vero sarebbe stato il verso seguente, altrettanto omerico: «Là io distrussi la città e sterminai gli abitanti»[7].

[6, 1] E l’avrebbe data a bere a Ercole, che è pochissimo furbo, se non ci fosse stata lì Febbre[8], la quale, abbandonato il suo tempio, se n’era venuta sola con lui, lasciando tutti gli altri dèi a Roma. «Costui – disse – racconta tutte frottole. Te lo dico io, che sono vissuta con lui tanti anni: è di Lugdunum, hai davanti un compaesano di Munazio[9]! È come ti dico, nato a sedici miglia da Vienna, un Gallo purosangue[10]; e perciò ha fatto tutto quello che un Gallo avrebbe dovuto fare: ha preso Roma[11]». […] [2] A questo punto Claudio divenne di fuoco e grugnì di rabbia a più non posso. Che cosa dicesse, nessuno lo capì: certo, comandava che Febbre fosse giustiziata, con quel suo gesto della mano malferma – ma a questo unico scopo abbastanza decisa! – col quale soleva far decapitare la gente. Aveva comandato che le tagliassero il collo: avresti pensato che lì fossero tutti suoi liberti, tanto nessuno gli dava retta!

[7, 1] Allora Ercole: «Stammi a sentire tu, e smettila di vaneggiare! Sei venuto in un posto in cui i topi rodono perfino il ferro[12]. Presto, fuori la verità, se vuoi che non ti scrolli di dosso il ruzzo!». E per apparire più terribile, si atteggiò ad attore tragico e declamò:

[2] «Dichiara subito dove ti vanti nato,

che tu non cada a terra sotto il colpo di questo tronco:

fieri re spesso immolò questa clava.

Cosa vai balbettando con incerta pronuncia?

Qual patria, qual gente mise al mondo codesta mobile testa? […]».

Tib. Claudio Germanico Augusto in trono. Statua, marmo, I sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Alla morte dell’imperatore, sei anni dopo la revoca dall’esilio nel 49, in Seneca non è affatto diminuito il rancore nei confronti del princeps, di cui, in qualità di consigliere imperiale, ha dovuto perfino comporne l’elogio funebre. Nel passo letto sono narrati due momenti essenziali della vicenda immaginata dall’autore: il decesso e l’ascesa in cielo di Claudio. Il racconto della morte del princeps è basato sulla dissacrazione del luogo comune epico e storico dei novissima verba (“le ultime parole” di un personaggio importante). Anziché nobili accenti che suggellano una vita eroica, Claudio chiude i suoi giorni con un’osservazione volgare. Il secondo momento ha i connotati di una commedia: il defunto è trasformato in una figura grottesca con l’accentuazione dei suoi difetti fisici (confermati dalle fonti storiche): il tremore del capo, l’andatura incerta e zoppicante, la voce sgradevole, la balbuzie e la dizione confusa. Tali difetti sono ingigantiti per fare del personaggio un ridicolo e insieme mostruoso fantoccio. Di fronte a lui si pongono delle figure divine: Giove, Ercole e Febbre. In particolare, Ercole presenta i tratti caricaturali (tutto muscoli e poco cervello) che gli attribuiva la tradizione comica: la sua ingenua spacconeria assume alla fine del brano i toni della parodia tragica, con l’inserzione di versi (senari giambici) scritti in uno stile volutamente enfatico.

Dopo una lacuna nel testo, si mostra la scena in cui gli dèi sono seduti a concilio e discutono la proposta di divinizzare Claudio. Si susseguono alcuni discorsi pro e contro, finché, giunto il momento del suo intervento, prende la parola il divo Augusto, fondatore del Principato e capostipite della dinastia su cui Claudio ha legittimato il proprio potere; Augusto stesso è stato accolto dopo la sua dipartita tra gli dèi ed è quindi oggetto di culto presso i Romani per le straordinarie doti e i suoi altissimi meriti. Ma il discorso che pronuncia si rivela ben presto una violenta requisitoria contro il nipote: egli dichiara l’impossibilità di tacere tutto il dolore e la vergogna per le sorti di Roma e del Principato, che egli aveva istituito allo scopo di garantire la pace universale e di comporre i conflitti intestini. La riprovazione radicale per ciò che questa forma di governo si è diventata, in conseguenza dell’indegnità morale con cui Claudio l’ha esercitata, fa giustizia dell’impostura con cui si sta cercando di perorare la propria istanza. Il capostipite della gens giulio-claudia taglia il cordone dinastico con cui Claudio si è legato a lui, sbugiardandolo per l’uso strumentale che ha fatto del proprio potere, e lo denuda nella sua meschinità davanti all’assemblea divina.

[10, 1] tunc diuus Augustus surrexit sententiae suae loco dicendae et summa facundia disseruit: ‘ego’ inquit ‘p.c., uos testes habeo, ex quo deus factus sum, nullum me uerbum fecisse: semper meum negotium ago. et non possum amplius dissimulare et dolorem, quem grauiorem pudor facit, continere. [2] in hoc terra marique pacem peperi? ideo ciuilia bella compescui? ideo legibus urbem fundaui, operibus ornaui, ut—? quid dicam, p.c., non inuenio: omnia infra indignationem uerba sunt. […] [3] hic, p.c., qui uobis non posse uidetur muscam excitare, tam facile homines occidebat quam canis adsidit. […] [4] dic mihi, diue Claudi: quare quemquam ex his, quos quasque occidisti, antequam de causa cognosceres, antequam audires, damnasti? hoc ubi fieri solet? in caelo non fit’ […].

[10, 1] Allora, giunto il suo turno, si alzò a dire la sua il divo Augusto e parlò con suprema eloquenza: “Padri coscritti” – disse – “voi siete testimoni del fatto che, da quando sono diventato un dio, non ho mai preso la parola: mi faccio sempre i fatti miei. Ma non posso dissimulare oltre e contenere un dolore che la vergogna rende insopportabile. [2] Per questo ho portato la pace per terra e per mare? Per questo ho messo un freno alle guerre civili? Per questo ho rifondato Roma sulle leggi, l’ho resa bella con le opere, affinché…? Padri coscritti, non so cosa dire: qualsiasi parola non è all’altezza della mia indignazione. […] [3] Costui, padri coscritti, che vi sembra incapace di scacciare una mosca, ammazzava le persone con la stessa facilità con cui un cane si mette a sedere per pisciare. […] [4] Dimmi, divo Claudio, perché ognuno di quelli e di quelle che tu hai messo a morte l’hai condannato prima di fargli un processo, prima di sentire le sue ragioni? Dove accade di solito questo? In cielo, no di certo” […].

Claudio era stato in precedenza canzonato per aver distribuito a destra e a manca la cittadinanza romana, ma il tradimento decisivo di cui lo accusa Augusto è la mancanza di clementia con cui ha governato: la pratica gratuita e disinvolta dell’assassinio di tanti e così validi uomini lo denuncia irrimediabilmente come un tiranno. Ma la tragedia pubblica è anche il riflesso di un dramma familiare: il Divo elenca, uno a uno, i nomi dei membri della familia del princeps che hanno subito una persecuzione impietosa da parte di Claudio a tutela del suo potere. L’ultimo atto di accusa di Augusto segna la distanza tra la iustitia divina che l’imperatore avrebbe dovuto incarnare, e che ne avrebbe potuto giustificare l’apoteosi, e la perversa condotta del nipote.

La conseguenza immediata dell’orazione di Augusto è la condanna senza appello di Claudio agli Inferi: così, passando per la via Sacra, egli assiste al proprio funerale e soltanto allora si rende conto di essere defunto davvero; inoltre, mentre i mortali sono ignari delle divine decisioni, Roma gli appare in festa per la sua consacrazione; infine, Claudio ascolta un ironico canto funebre in suo onore. Una volta nell’oltretomba, gli si fa incontro la folta schiera delle sue vittime; sottoposto a un processo sommario come quelli che egli era solito fare in vita, è condannato a giocare eternamente ai dadi con un bussolotto forato. Compare poi Caligola, che lo reclama come suo schiavo; infine, però, viene assegnato al liberto Menandro perché gli faccia da assistente. Insomma, agli Inferi Claudio realizza l’unica consacrazione che merita: l’eternizzazione della sua stupidità, confermata non solo dalla pena infamante a cui viene condannato, ma anche dalla degradazione delle mansioni servili cui è adibito.

L’operetta è geniale sia per la verve vivacemente satirica e mordace, sia per la perfetta padronanza con cui l’autore si muove tra livelli linguistici e stilistici diversi, dal colloquiale “basso” alla parodia dello stile “alto” e solenne dell’epica, dal tono leggero, ironicamente scanzonato e umoristico, al sarcasmo più feroce.

Bibliografia

Bᴇɢᴀss C., Zu Marcus Aurelius VI, 30 und Senecas “Apocolocyntosis”, Hermes 138 (2010), 337-351 [Jstor].

Bɪᴅᴅᴀᴜ F., Le incongruenze dell’“Apocolocintosi” di Seneca, Hermes 144 (2016), 97-108 [Jstor].

Fᴀsᴏʟɪɴɪ D., Sulla datazione della Apocolocyntosis, Aevum 82 (2008), 127-136 [Jstor].

Gʀᴇᴇɴ S.J., Undeifying Tiberius: a Reconsideration of Seneca, Apocolocyntosis 1.2, CQ 60 (2010), 274-276 [Jstor].

Iᴅ., Recollections of a Heavenly Augustus: Memory and the “Res Gestae” in Seneca, “Apocolocyntosis” 10.1-2, Mnemosyne 69 (2016), 685-690 [Jstor].

Hᴏʀsᴛᴋᴏᴛᴛᴇ H., Die ‘Mordopfer’ in Senecas Apocolocyntosis, ZPE 77 (1989), 113-143 [Jstor].

Kɪʟᴘᴀᴛʀɪᴄᴋ R., Apocolocyntosis and the Vision of Claudius, CJ 74 (1979), 193-196 [Jstor].

Mɪᴄʜᴀʟᴏᴘᴏᴜʟᴏs A.N., Mocking the (Disabled) Dead: Seneca’s Claudius in the Apocolocyntosis, ICS 46 (2018), 459-472 [Jstor].

Mᴏʀᴛᴏɴ Bʀᴏᴡɴ S., Jᴀᴍᴇs P., Quasi homo: Distortion and Contortion in Seneca’s “Apocolocyntosis”, Arethusa 31 (1998), 285-311 [Jstor].

Nᴀᴜᴛᴀ R.R., Seneca’s “Apocolocyntosis” as Saturnalian Literature, Mnemosyne 40 (1987), 69-96 [Jstor].

Pᴀsᴄʜᴀʟɪs M., The Afterlife of Emperor Claudius in Seneca’s Apocolocyntosis, Numen 56 (2009), 198-216 [Jstor].

Iᴅ., Seneca’s Apocolocyntosis and Petronius’ Satyricon, in Iᴅ., Pᴀɴᴀʏᴏᴛᴀᴋɪs S., Sᴄʜᴍᴇʟɪɴɢ G.L. (eds.), Readers and Writers in the Ancient Novel, Groningen 2009, 102-114 [Jstor].

Pᴏ̈ᴛsᴄʜᴇʀ W., Seneca, “Apocolocyntosis” 2,3. Ein textkritisches Problem, Latomus 56 (1997), 121-125 [Jstor].

Rᴏʙɪɴsᴏɴ T.J., In the Court of Time: the Reckoning of a Monster in the “Apocolocyntosis” of Seneca, Arethusa 38 (2005), 223-257 [Jstor].

Rᴏᴛʜ P., Two Notes on Seneca’s “Apocolocyntosis”, Latomus 46 (1987), 806-809 [Jstor].

Sᴄʜᴀ̈ᴜʙʟɪɴ C., Seneca, Apocolocyntosis 2, 1, MH 44 (1987), 118-121 [Jstor].

Tʀɪɴᴀᴄᴛʏ C., Seneca’s Apocolocyntosis and Horace’s belua centiceps (Carm. 2.13.34), CPh 107 (2012), 156-160 [Jstor].


[1] Suet. Claud. 45 e Tac. Ann. XII 68 raccontano che la notizia della morte di Claudio fu tenuta segreta finché non furono prese le misure necessarie per garantire la successione di Nerone; Svetonio aggiunge che, per far credere che egli fosse ancora in vita, fu introdotta a palazzo una compagnia di attori comici e si finse che egli stesso ne avesse richiesto la presenza.

[2] Intende, naturalmente, durante il suo principato.

[3] Riecheggia parodisticamente una formula usata dagli storici.

[4] Od. I 170, ma il verso ricorre più volte nel poema. Svetonio attesta l’abitudine di Claudio di citare molto spesso versi omerici.

[5] Claudio aveva scritto varie opere storiografiche, sia in greco sia in latino.

[6] Od. IX 39: è la presentazione che Odisseo fa di sé al re Alcinoo. In quanto discendente della gens Iulia, Claudio può dire di provenire da Troia.

[7] Od. IX 40. Odisseo si riferisce ai Ciconi, popolo barbaro che qui simboleggia i Romani.

[8] Febbre era oggetto di culto a Roma. Un suo tempio si trovava sul Palatino, non lontano dalla residenza imperiale.

[9] Allusione di cui non è possibile ricostruire con sicurezza il significato.

[10] Claudio era appunto nato a Lugdunum (od. Lione) nel 10 a.C., mentre suo padre Druso conduceva una spedizione militare contro i Germani. Vienna (od. Vienne) era una colonia romana non lontana dalla capitale gallica.

[11] Allude all’orda di Senoni che incendiò l’Urbe nel 390 a.C.

[12] Proverbio che indicava probabilmente un luogo in cui l’esistenza fosse dura: Ercole vuole così spaventare il nuovo arrivato.