La corte imperiale in età giulio-claudia: domus Augusta e aula Caesaris

di M. Pani, La corte dei Cesari fra Augusto e Nerone, Roma-Bari 2003, pp. 7-23.

Composizione e confini della corte a Roma

In uno studio recente sull’aula Caesaris, che può essere considerato il più accurato e completo sull’argomento, Aloys Winterling (1999) cerca di seguire il processo d’istituzionalizzazione della corte nei primi due secoli dell’Impero. Egli individua, in particolare, alcuni elementi di rottura rispetto alla tradizione della domus gentilizia, da cui ha origine l’apparato della casa imperiale. Specialmente con Claudio e con Domiziano, il progressivo ampliamento delle strutture edilizie imperiali del Palatium, e il connesso adeguamento culturale, nel segno dello sfarzo e dell’esclusivismo, disperdono ogni possibile legame con quell’eredità. Il Palatium, il Palatino, finisce per diventare per antonomasia «il palazzo».

Gli aspetti del cerimoniale risalgono al costume clientelare repubblicano della salutatio (l’omaggio del saluto mattutino che i clientes devono al loro patronus), ma adesso è l’aristocrazia nel suo insieme a entrare, con questo rito, nell’amicitia del principe. Anche i conviti rinviano a un costume repubblicano, ma con Claudio il numero dei convitati arriva a 600! La stessa organizzazione amministrativa, partendo dall’apparato domestico della familia, che ha un decisivo incremento sempre con Claudio, rompe ogni legame con la tradizione della casa aristocratica, a causa della sua ampiezza e dell’inserimento progressivo dei cavalieri al posto dei liberti. In questo modo, la corte si stabilizzerebbe, fra le tradizionali sfere repubblicane della domus e della res publica, come una nuova istituzione sui generis.

L’interpretazione delle nuove gerarchie sociali è la parte più laboriosa e forse più problematica della ricostruzione di Winterling, che basa su di essa l’individuazione del processo d’istituzionalizzazione della corte. Agli inizi del principato nasce una nuova gerarchia sociale, misurata secondo la vicinanza al principe, comprendente anche individui di umile origine. Questa gerarchia si affianca a quella di rango – aristocratica e tradizionale – misurata essenzialmente sulla famiglia e sulla carriera magistratuale. In particolare, Winterling vede agli inizi del principato tre categorie di «cortigiani»: 1) la cerchia più ristretta, cioè i familiares; 2) una più larga cerchia di amici; 3) l’insieme dell’aristocrazia, la cui amicizia ha un carattere istituzionale perché s’impernia sul principe come tale, non su legami personali con lui, e si manifesta con il rito della salutatio. Le prime due categorie di legami sono di tradizione repubblicana; la terza è invece specifica del principato.

Il processo d’istituzionalizzazione passerebbe attraverso la progressiva sovrapposizione, nei primi due secoli del principato, della terza categoria alla seconda e poi anche alla prima. Ciò comporterebbe l’unificazione della gerarchia basata sulla vicinanza al principe con quella basata sul rango sociale, anche perché il principe affida di fatto a persone di sua fiducia sia le magistrature, e quindi il rango senatorio, sia il rango equestre. Si verificherebbe allora un’istituzionalizzazione e insieme un’aristocratizzazione della corte. La reazione a questo processo sarebbe, già con Adriano, la ricomposizione di una cerchia più ristretta di amicissimi, una sorta di «corte nella corte». Al posto della domus un nuovo termine segna, dalla metà del I secolo in poi, per Winterling, il concetto di corte istituzionalizzata: aula.

È una «corte senza “Stato”». L’istituzionalizzazione sembrerebbe da intendersi, nell’impostazione di questo studioso, in relazione al profilo politico-sociale della nozione di Stato, più che a quello propriamente istituzionale. L’istituzionalizzazione, vista in maniera essenzialmente sociologica, sembrerebbe verificarsi quando si generalizza l’aristocratizzazione degli amici principis, cioè quando il ruolo di amicus diventa indipendente dalle relazioni personali del principe. È in questo senso che la corte viene definita come istituzione sui generis tra la sfera domestica e quella civica, tra la domus e la res publica.

Nasce tuttavia, proprio in questo periodo, una realtà nuova rispetto alla tradizione repubblicana: la categoria dell’amministrazione, il cui rapporto con la corte è ancora in fieri. L’apparato della carriera equestre non può essere certo considerato come l’«organizzazione cortigiana del principe». Si pone piuttosto il problema della definizione giuridica del personale amministrativo, e in particolare dei procuratori, anche se il tentativo di razionalizzare queste figure in termini che potrebbero soddisfare le concettualizzazioni moderne potrebbe risultare vano, come, del resto, quello di far rivivere compiutamente le categorie antiche.

Il problema dell’istituzionalizzazione, in effetti, è legato anche a quello della definizione complessiva dell’apparato di governo che emana sì dal principe, ma si dipana poi in una serie di posti, ruoli, incombenze, carriere. Un elemento sicuro e non trascurabile che possiamo utilizzare è quello offerto da Marco Aurelio, quando, in una sua descrizione della corte (Τὰ εἰς ἑαυτόν 8, 31), non inserisce fra le sue componenti il personale amministrativo in quanto tale: esso è nascosto tra parenti, amici, personale «familiare», domestici.

La situazione, da questo punto di vista, avrà uno sviluppo solo con gli imperatori assoluti del IV secolo. In quest’epoca, tuttavia, la «corte istituzionalizzata» non corrisponde al termine aula – semmai al più indicativo sacrum Palatium – mentre, come riferimento attivo, opera il comitatus, che si estende anche al personale burocratico non cortigiano. In effetti, la documentazione tarda non aiuta a definire gli ambiti: la corte come tale appare anzi schiacciata dalle istituzioni. Il concetto di aula, comunque, continuerà ad avere, come risulta negli autori tardi e nella letteratura giuridica, il suo senso più generico e informale, ruotante attorno al concetto fisico di «reggia».

Gruppo familiare (dettaglio). Bassorilievo, marmo, 9 a.C., dall’Ara Pacis. Roma, Museo dell’Ara Pacis.

La corte fra nobilitas e nuove aristocrazie in formazione

Torniamo agli inizi del processo e, quindi, agli inizi del principato: in particolare, al ruolo delle aristocrazie e alle relazioni gerarchiche che ruotano attorno al principe. Bisogna ritornare dapprima al concetto di domus Augusta, che è propedeutico, come si accennava, e non alternativo a quello di aula. Secondo quanto risulta dalla tradizione, questi termini sembrano in effetti maturare quasi nello stesso tempo, tra la fine del principato di Augusto e gli inizi di quello di Tiberio. Il concetto di domus Augusta, d’altra parte, è verosimilmente connesso col problema della successione. L’idea di domus, mentre allargava l’ambito della gens e della familia, restava in una logica nobiliare, che possiamo continuare a chiamare, in senso lato, «gentilizia». Da questo punto di vista, lungi dall’essere vista come una colpa, come apparirà agli inizi del principato, la concezione del predominio di una sola famiglia era più accettabile del predominio di un singolo. La successione si giustificava all’interno di questa concezione.

A questo processo si collegava forse un altro fenomeno importante: nel comune modo di vedere, per nobilitas s’intendeva ora solo la nobilitas di tradizione repubblicana. Sembra che le cariche magistratuali assunte in età giulio-claudia non producessero più nobilitas, come avveniva in età repubblicana. La nuova nobiltà, infatti, era indicata sempre con il termine homines novi. In questo senso si registra una sorta di serrata ideologica, una chiusura della vecchia nobiltà che la avvicina alla nobiltà moderna e che ben si adattava a quell’esclusivismo da cui può nascere un ambiente di corte.

La domus Augusta e la nobiltà esclusiva appaiono dunque strettamente connesse e si uniscono in un largo intreccio di parentele, che vede praticamente tutti i discendenti dei grandi leader repubblicani essere in qualche modo legati da parentela alla domus: gli Scribonii, gli Antonii, i Cornelii Scipiones, gli Aemilii Lepidi, i Iunii Silani, i Cornelii Sullae, i Pompeii, i Domitii. È qui il nucleo e la genesi della corte. La vicinanza al principe viene dunque misurata in termini tradizionali, cioè in gradi di “nobilizzazione”: ma la gerarchia di nobiltà è dettata ora dai legami più o meno stretti con la casa cesarea, come prima lo era dal numero dei consolati o dei trionfi. Si tratta di una gerarchia guidata da una rinnovata logica aristocratica nobiliare, adesso strettamente dipendente dal principe.

A Roma non esisteva una tradizione di casa reale, né era il principe ad assegnare il rango nobiliare come in età moderna. Il presupposto stabile per la formazione di una corte riconoscibile e riconosciuta fu dunque il ceto ormai circoscritto ed esclusivo della nobiltà repubblicana, che – insieme con la domus e con il personale servile e libertino delle case aristocratiche – costituiva il nucleo dell’apparato di governo centrale del principe. La stessa possibilità di una successione appariva quindi circoscritta alla nobilitas, legata intimamente alla domus Augusta.

Alla presenza nobiliare, che caratterizzava la corte, basata su una rinnovata gerarchia aristocratica di tipo piramidale, si aggiungeva l’eredità di una struttura tipica dello stile di vita aristocratico repubblicano: la clientela. Nella corte si affermano i clienti del principe o di qualche altro importante esponente della domus (per esempio, Antonia Minore). Accanto al piccolo Britannico, figlio di Claudio, sedeva a cena, insieme con i figli dei nobili, anche il suo coetaneo Tito, figlio dell’uomo nuovo Vespasiano. Qui vediamo il germe di una nuova gerarchia: a volte, un «amico», di rango inferiore, del principe assume, come singolo, un ruolo e un potere maggiore di un aristocratico. È la gerarchia che Winterling opportunamente definisce «secondo la vicinanza al principe», anche se non dobbiamo dimenticare che essa nasce, attraverso la clientela, dalla stessa logica nobiliare che caratterizza la corte.

Nell’ambito della corte prende forma un nuovo ceto, che però non si pone ancora, in quanto ceto, in concorrenza con quello vetero-nobiliare in termini di potere (un caso a sé, vedremo, è l’inserimento nella gerarchia di corte di liberti e servi imperiali, cioè di esponenti della familia). Lungo tutta l’età giulio-claudia, sono sempre le famiglie della vecchia nobiltà a trovarsi implicate nei giochi della successione, proprio perché connesse alla casa cesarea e per questo continuamente epurate. Minori rischi corrono, fino a un certo punto, come osservano gli stessi autori antichi, gli «uomini nuovi» o, comunque, i «cortigiani» di rango inferiore, proprio perché, nella logica nobiliare, non sono tenuti in considerazione, nel bene e nel male, per una successione. Solo alla fine del principato gentilizio giulio-claudio, che crolla insieme con le altre grandi famiglie nobiliari a esso connesse, in quell’irreversibile crisi di ricambio e di sostanze descritta mirabilmente da Tacito, le nuove gerarchie formatesi ai margini della corte nobiliare avranno un ruolo anche nella nomina del principe. Con i Iulii e con i Claudii si esauriscono grandi famiglie nobiliari gli Aemilii Lepidi, i Iunii Silani e altre ancora. Dopo il nobile Sulpicio Galba, sarà la volta dei Salvii, dei Vitellii, dei Flavii. Queste «famiglie nuove» emergeranno nella devozione alla famiglia cesarea, ai margini degli ambienti di corte. E la corte sopravviverà proprio grazie a individui in grado di acquisire, in termini per il momento più parchi, quello stile di vita e di governo nel quale erano cresciuti.

Integrazione e controllo delle classi superiori, patronato di quelle nuove ed emergenti, sono del resto fra le caratteristiche tipiche del ruolo della corte anche nell’età moderna. Una volta emarginati irreversibilmente gli esponenti residui della nobiltà repubblicana – l’unica nobiltà riconosciuta in età giulio-claudia – le nuove gerarchie si baseranno sulle funzioni pubbliche. Si tratta di un campo aperto al merito e alla mobilità, e in esso si affermerà alla fine anche una certa spersonalizzazione delle relazioni di corte, che sarà un punto cardine della sua funzione statuale. Certo, la nuova aristocrazia si forma, per la maggior parte, o direttamente nella corte o attraverso la sua mediazione (pur con l’apporto ormai di tutto l’Impero e dell’elemento militare): l’unificazione di aristocrazia e corte riguarda un ceto che non ha più la stessa formazione della nobilitas giulio-claudia e che si «burocratizza». Per altro verso, l’aristocrazia senatoria conserva una sua tradizione istituzionale e ideologica che può entrare in contrasto o in concorrenza con la corte e con il principe.

Scena di processione con la corte imperiale. Bassorilievo, marmo, 9 a.C., dall’Ara Pacis (fregio A, lato ovest). Roma, Museo dell’Ara Pacis.

Sviluppi della corte a Roma

Marco Aurelio aggiunge ai componenti della corte, insieme con i parenti e gli amici del principe, gli οἰκεῖοι, da intendersi evidentemente come la familia Caesaris. Nasce da questo nucleo l’apparato amministrativo pubblico esterno alla familia: un apparato burocratico e stipendiato, che, sorto essenzialmente come emanazione della corte, assume presto una vita a sé, una sua struttura che diventa a sua volta modello di organizzazione governativa. In questo senso, si può sostenere che l’aula si pone, di fatto, come mediazione fra l’origine familiare del principato, con il suo apparato domestico, e la nascita di una stabile struttura burocratica «statuale», favorendo il processo di separazione, oltre che fra privato e pubblico, fra amministrazione e politica. L’aula contribuisce così, inaspettatamente, a un’opera di modernizzazione della vita pubblica. In età tardoantica, si riterrà utile selezionare i quadri dei funzionari, dei «competenti», anche attraverso una buona scuola, organizzata, ai livelli superiori, dai poteri «statali», alla quale si affiancheranno scholae specifiche per i diversi addetti all’amministrazione, gli officiales. Già nell’alto principato, tuttavia, la discussione sulla scelta del personale superiore vede affacciarsi la tendenza verso interessi «specialisti» rispetto alla tradizionale preparazione «generalista».

È difficile però, come si accennava, distinguere nettamente, nei vari stadi, fin dove arriva il raggio della corte e a partire da quale punto il personale debba essere invece inteso come apparato amministrativo, con una sua struttura ormai autonoma. Abbiamo visto che Marco Aurelio non include questo personale tra i componenti della corte. Il discrimine più semplice può essere forse individuato, come per l’età moderna, nell’ambito spaziale – all’interno o all’esterno del palazzo – dell’appartenenza alla casa del principe. Per questo sembra comunque difficile parlare di un’istituzionalizzazione della corte sotto il profilo giuridico già nel II secolo.

Nei primi due secoli dell’Impero la corte e la res publica restano in una posizione ambigua e contraddittoria. Da una parte è singolare che la corte si continui e si sviluppi proprio nel principato civilis o «illuminato» del II secolo, dall’altra, in fondo, un processo di istituzionalizzazione poteva attuarsi solo se la corte si allontanava dalla concezione nobiliare, «patrimoniale», originaria del principato. La corte era rimasta, anche con le «famiglie nuove» giunte al vertice dell’Impero, che del resto si erano formate all’interno della corte stessa, un’eredità ineliminabile lasciata dalle casate nobiliari, in quanto apparato «culturale», per il governo del principe. Gli storici «etici» del II secolo, pur critici verso i Giulio-Claudi, non danno una visione solo negativa o polemica dell’aula. Ne sono criticate solo le degenerazioni, la cattiva pratica. Il principe-filosofo Marco Aurelio respinge certo le degenerazioni della corte, ma l’accetta come un’espressione necessaria della gestione del potere: modello di un certo tono e di un certo stile che viene visto ormai caratteristica del governo del principe.

Pure, perché la corte si espandesse e consolidasse nella sua funzione pubblica bisognava che il principe, superata la logica del «primato» nobiliare, non fosse condizionato da troppe remore derivanti dall’etica «privatistica», familiare, e spezzasse ogni legame con la tradizione istituzionale repubblicana. Era necessario cioè che egli si trasformasse apertamente e programmaticamente in un sovrano assoluto, che nella sua altezza sacrale, proprio attraverso la corte, apparisse separato dal resto della società, e che il suo rapporto con le nuove aristocrazie sorte dal suo apparato cortigiano di governo fosse regolato da un rigido e uniforme principio gerarchico.

La storia della corte a Roma nasce dunque, sempre su suggestione delle monarchie orientali, dall’esclusivismo vetero-nobiliare accentratosi attorno alla domus Augusta dalla tarda età augustea a quella giulio-claudia. In quest’ambito la corte utilizza le strutture dell’amministrazione domestica e coopta presenze di natura clientelare, favorendo la crescita di un apparato di governo centrale. Questo apparato, che in progresso di tempo si baserà in buona parte sulle competenze, guarda all’amministrazione dell’Impero e nello stesso tempo pone, più o meno consapevolmente, le basi per la formazione di una nuova aristocrazia, anche politica. Questi due aspetti andavano entrambi al di là della struttura di potere magistratuale della città-stato. Il nuovo strato sociale emergente entra in parte nella corte e sopravvive anzi alla dissoluzione della sua originaria struttura vetero-nobiliare, divenendo il nucleo del governo imperiale e delle nuove gerarchie aristocratiche, politiche e burocratiche. È questa una fase di maturazione e d’istituzionalizzazione della corte che coincide, in laborioso connubio, con la contemporanea ideologia del «principe civile» (civilis princeps), anch’essa lontana dalla concezione patrimoniale e nobiliare del primo principato.

È solo nel IV secolo, dopo il trauma della crisi del III secolo, quando il principe si isola infine nel suo assolutismo «divino» e il sistema di governo dell’Impero viene riorganizzato, che la corte diventa – a rischio peraltro di complicare la propria identità a causa dei propri confini sfumati – un’espressione dello Stato, la cui concezione rivela ormai un grado avanzato di astrazione. Una nuova aristocrazia all’interno della corte, e una nuova gerarchia che si estende anche al suo esterno, entrambe «burocratizzate», fanno da raccordo tra il sovrano e la società esterna.

Roma trasmetterà così alla cultura occidentale moderna, insieme con il modello della città-stato, perpetuatosi negli ordinamenti municipali, quello dell’organizzazione di corte: i due modelli di governo e di selezione del ceto dirigente fra i quali si dibatteranno i sistemi organizzativi della storia d’Europa fino alla costituzione dello «Stato moderno» e degli Stati nazionali.

Tiberio Claudio Germanico Augusto e la moglie Agrippina Minore (a sn) affrontati a Germanico e Agrippina Maggiore (a dx). Cammeo detto “Gemma Claudia”, onice, 49. Wien, Kunsthistorisches Museum.

«Domus Augusta» e «aula»

Nell’età di Traiano, Tacito osserva sconsolato che con il principato di Augusto i nomi delle istituzioni – Senato, magistrati, res publica – pur restando gli stessi di prima, coprivano ormai realtà diverse, svuotate di consistenza (Annales I 3, 7; 7, 3, ecc.). Erano invece attivi nell’alto principato, possiamo aggiungere, nuovi termini e nuove realtà, quali la domus Augusta e l’aula. Quest’ultima indica a volte, fisicamente, la casa del principe, la reggia; altre volte l’aggregazione di persone che gravitano attorno al principe, con il loro stile di vita.

Gli ambienti e gli spazi cui i nuovi termini fanno riferimento non sono definibili in precisi profili giuridici, ma rimandano comunque a concettualizzazioni socialmente sentite e operanti. Cercheremo di percepirne qualche eco.

Anche se per l’età giulio-claudia non possiamo parlare di una società di corte pienamente strutturata, siamo di fronte a un sistema aggregativo e organizzativo nuovo rispetto all’età repubblicana, un sistema che viene a porsi come nuovo centro di potere. Da chi era formata dunque nell’alto principato una corte? Le indicazioni fondamentali ci sono fornite, come abbiamo già detto, da Marco Aurelio. Egli individua l’esistenza di una corte già sotto Augusto, e la descrive in questi termini: «La corte di Augusto: moglie, figlia, nipoti, figliastri, sorella, Agrippa, parenti (συγγενεῖς), personale di famiglia (οἰκεῖοι), amici, Ario (Didimo di Alessandria, filosofo), Mecenate, medici, sacrificatori» (Τὰ εἰς ἑαυτόν 8, 31).

Compongono dunque la corte la domus Augusta col suo personale e con una rete di parentele che confina con i semplici amici; e inoltre vari «intellettuali». Probabilmente per motivi moralistici Marco Aurelio non include le guardie del corpo (che altrove appunto non vede bene nella corte: Τὰ εἰς ἑαυτόν 1, 17) e che sono ricordate invece da Tacito fra la «pompa» dell’aula (Annales I 7, 3).

Il concetto di aula presuppone evidentemente quello di domus. La casa del principe a Roma è, all’inizio del principato, il nucleo del potere. Nella crisi delle istituzioni tardorepubblicane emergono le strutture familiari, che da sempre erano state in concorrenza con esse: Tacito vede nel principato di Augusto l’esito della vittoria del «partito della famiglia giulia» (le Iulianae partes) nelle guerre civili (ibid. I 2, 1). Ora l’ambito familiare si ampliava e si rafforzava. Il concetto di domus indicava, già in età repubblicana, un ambito di parentela più largo rispetto a quello agnatizio (linea maschile) della gens e della familia: si adattava quindi alla costruzione della casata di Augusto, dove mancavano i discendenti maschi e le donne avevano un’importanza decisiva. Da questo punto di vista è opportuno precisare che con l’espressione da noi usata «principato gentilizio» non intendiamo rinviare alla gens come famiglia agnatizia ma, in senso lato, alla concezione nobiliare viva in questa fase: la concezione secondo la quale la generazione successiva poteva vedere la dinastia dei Giuli e dei Claudi come «l’eredità di una sola famiglia» (Tacito, Historiae I 16, 1).

Il concetto di domus Augusta si forma solo nella tarda età augustea. A parte l’evidenza dei gruppi statuari familiari della casa cesarea, promossi anche ufficialmente, e a parte l’imponenza iconografica della famiglia negli spazi pubblici della città (Foro, templi, ecc.), l’idea di domus Augusta ha una sua prima elaborazione, in quanto tutela dell’Impero, con Ovidio, nelle opere dell’esilio. Solo nei primi anni tiberiani, come ci rivelano i nuovi importanti documenti epigrafici rinvenuti in Spagna, la domus Augusta entra nel linguaggio ufficiale (dopo essere entrata in quello simbolico-iconografico): nel 15 d.C., come sappiamo dalla Tabula Siarensis, che conserva il decreto senatorio sugli onori da rendere alla morte di Germanico in missione in Oriente, una statua fu dedicata nel circo Flaminio dal console Norbano Flacco al divo Augusto e alla domus Augusta (Tab. Siar. ll. 9-11). La domus Augusta è ricordata poi nella sentenza del Senato del 20, a conclusione del processo contro Gneo Pisone, legato di Siria, accusato di aver osteggiato, ostacolato e addirittura avvelenato Germanico; in questo documento, essa compare esplicitamente, nella sua inviolabile maestà (maiestas), come depositaria dell’incolumità (salus) della res publica (Senatus consultum de Cn. Pisone patre ll. 33; 160-165). La maiestas attribuita dal Senato alla domus Augusta cancella il suo carattere privato e qualifica la sua funzione pubblica come riferimento e insieme espressione del populus Romanus. La rappresentatività pubblica del principe, protetto dalla lex maiestatis dall’8 a.C. (se non già dal 27), porta con sé quella della domus. Riflettendo sulla precarietà della fortuna, Seneca distingue esplicitamente le privatae domus da quelle publicae, che reggono gli imperi (Nat. quaest. 3, pref. 9).

Ma quali categorie comprendeva il concetto di domus? Nella fitta e aggrovigliata rete di parentele che investono la domus, i suoi confini spesso ci sfuggono e quindi non è precisamente definibile il discrimine tra famiglia del principe e gli amici, che sono spesso legati anche da qualche parentela, magari lontana, alla famiglia. I redattori della citata sentenza sul processo di Gneo Pisone (ll. 142-145) ricordano come Claudia Livia (Livilla), sorella di Germanico, che aveva sposato il figlio di Tiberio, Druso, fosse strettamente imparentata con la nonna Giulia Augusta e con lo zio e suocero Tiberio. Evidentemente essi intendono con domus non i Iulii in senso stretto, ma almeno anche i Claudii. Il concetto di domus pare in definitiva poggiare appunto su parentele più o meno strette o lontane. Svetonio dice di Galba, successo al potere alla morte di Nerone, che «non toccava a nessun livello (nullo gradu) la casa dei Cesari» (Galba 2), riconoscendo così una gradualità di articolazioni, e quindi una gerarchia, nella vicinanza o nell’appartenenza alla domus.

Accanto all’idea di domus Augusta, e verosimilmente in dipendenza da essa, prende dunque forma dall’avanzata età augustea, nell’autocoscienza del principato, il termine e il concetto di aula, riferito sia al palazzo dove risiede il principe, sia alle persone che gravitano con continuità intorno a lui, sia al «clima» che intorno a lui si respira. L’aula appare dunque come un ambiente dotato di una certa stabilità: è lecito rendere questo secondo referente col termine «corte». Pur non essendo una nozione assimilabile al concetto di «pubblico», l’aula assume, accanto alla domus Augusta e alla residenza dei Cesari (il Palatium), un certo aspetto di «ufficialità», soprattutto nel momento in cui richiede un’ammissione formale. Questo termine, riferito al princeps e alla domus, rimanda a una realtà generalmente accettata, che acquisisce un’accezione negativa solo nelle sue espressioni degenerate.

Il più immediato modello di riferimento per l’uso del termine aula a Roma non poteva che essere l’αὐλή delle monarchie orientali, persiana ed ellenistiche. L’αὐλή indicava anzitutto il βασίλειον, la residenza regale, attorno alla quale si sviluppavano le relazioni di amicizia del re. Questi si circondava di aristocratici fiduciari (i φίλοι, «gli amici») che, mentre con questa vicinanza partecipavano in qualche modo al potere, a loro volta riconoscevano e legittimavano la figura centrale e preminente del monarca. Un cerimoniale condiviso formalizzava le reciproche relazioni, contribuendo a creare nel βασίλειον il centro decisionale, con una gerarchia che incideva nell’organizzazione interna del regno. Non è un caso che, insieme con la corte di Augusto, Marco Aurelio ricordi promiscuamente come «tutte simili» le corti di Adriano, di Antonino, di Filippo, di Alessandro, di Creso (la circostanza è significativa anche se la sua visione è orientata da una riflessione moralistica sulla precarietà della condizione umana: Τὰ εἰς ἑαυτόν 10, 27). In modo simile, già Seneca aveva genericamente evocato, con chiara allusione ai propri tempi, atteggiamenti riferiti alla «corte dei re».

Esaminiamo adesso, per quel che riguarda Roma, che cosa gli autori antichi intendessero con il termine aula e quale concettualizzazione esso presupponesse o rispecchiasse. La prima testimonianza di un uso del termine riferibile con molta probabilità all’ambito del princeps si trova in Seneca. Nel dialogo ad Novatum de ira, scritto nei primi anni Quaranta, Seneca riporta come «ben nota» la risposta di un personaggio che aveva passato una lunga vita accanto ai «re»; a chi gli chiedeva come avesse fatto a raggiungere la vecchiaia «a corte» (nell’aula), cosa rarissima, l’anziano rispose «accettando le offese e ringraziando»: un compendio dello stile di vita di un vero cortigiano (II 33, 2). È noto che Seneca indichi spesso con il termine «re» il principe. In ogni caso, pare chiaro che l’aneddoto riguardasse anche l’attualità, sicché nella sua lunga vita il cortigiano potrebbe aver conosciuto l’età di Tiberio. Tacito ricorda (Annales I 7, 3) che subito dopo la morte di Augusto Tiberio cominciò ad agire come se fosse già principe in carica, «tutt’attorno le guardie, le armi e l’altra pompa di corte» (exubiae, arma, cetera aulae). Sarebbe interessante sapere se qui il termine aula si debba a Tacito o alla sua polemica fonte. L’esistenza di una corte attorno al principe nell’età di Tiberio è attestata comunque da una testimonianza che possiamo considerare diretta. Quand’era un ragazzo, Svetonio (Caligola 19, 3) aveva sentito raccontare dal nonno di aver saputo da intimi aulici («intimi cortigiani»), il motivo della costruzione del ponte fra Baia e Pozzuoli da parte di Caligola, all’inizio del suo regno. Con quest’impresa l’imperatore aveva voluto dare una risposta all’astrologo Trasillo, intimo di Tiberio. Durante il regno di Tiberio, Trasillo, secondo i pettegolezzi degli aulici, aveva predetto che Caligola avrebbe fatto più presto ad andare a cavallo da Baia a Pozzuoli che a regnare. Il termine aula, se Svetonio, come sembra dal contesto, riprende il racconto del nonno, risale dunque all’ambito dell’età di Tiberio. Con un termine «tecnico», che in quanto tale sembra risalire all’epoca del suo racconto, Tacito parla di una «corte divisa» (aula discors) nei primi anni del regno di Tiberio, a proposito del favore per Germanico o per Druso, i due figli, adottivo e naturale, del principe (Annales II 43, 5). Morti poi entrambi e caduto infine anche Seiano, Caligola, da parte sua, essendo ormai, come osserva Svetonio, «abbandonata a sé stessa e priva di ogni altro sostegno l’aula», poteva guardare con fiducia alla successione (Caligola 12).

Il concetto di corte, inteso a indicare i frequentatori della casa del Cesare, del palazzo, e comunque della sua residenza (come a Capri), sembra dunque risalire all’età di Tiberio, forse anche agli ultimi anni di Augusto. Marco Aurelio, come s’è visto, fa cominciare la formazione di una corte a Roma già in età augustea, ma dobbiamo riconoscere che la sua affermazione può essere stata distorta dalla lunga storia successiva. A una caratteristica tipica delle corti che ritroviamo anche in età medievale e moderna, richiamano i conviti allietati da buffoni di cui Svetonio (Tiberio 61, 6) leggeva negli Annali di un ex console di età tiberiana. Un nano, fra i buffoni, chiese a Tiberio come mai fosse ancora vivo un tal Paconio, pur accusato di lesa maestà (siamo evidentemente nel periodo tardo del regno, durante il soggiorno di Tiberio a Capri: la corte, come quelle moderne, segue il principe). Sul momento, Tiberio rimproverò quella lingua petulante, ma dopo pochi giorni sollecitò con una lettera il senato perché si affrettasse a giudicare Paconio. L’aneddoto fa comprendere che era presente, già in quell’epoca, la tipica e pericolosa sfrontatezza politica dei buffoni di corte che ci è nota per le corti di altre epoche.

La quasi coincidenza cronologica dell’apparire dei concetti domus Augusta e aula Caesaris conferma la loro relazione: l’aula si forma attorno alla domus Augusta. Bisogna d’altra parte tener conto che in quella stessa età, o poco dopo, matura anche il concetto di Palatium come sede del principe, luogo ormai pubblico del potere. Esso si affianca al referente di Palatium (Palatino) come colle dove si trovano le residenze dei principi. Anche la residenza di Augusto aveva subìto un graduale processo di «pubblicizzazione»; le tappe sono note: l’occasione dell’elezione a pontefice massimo nel 12 a.C.; la ricostruzione della casa, con l’apporto di una sottoscrizione pubblica, in seguito a un incendio nel 3 d.C. La residenza imperiale per il resto si amplia con altre domus, come quelle di Livia e di Germanico, prendendo nome dal principe in carica, così la domus Tiberiana e poi la domus Flavia. Con gli ampliamenti di Caligola, di Claudio, di Nerone, che si espande nell’Esquilino con la domus Aurea, e infine di Domiziano, che ritorna al Palatino come centro, si forma un complesso unitario che supera di gran lunga l’esperienza delle grandi case aristocratiche repubblicane da cui anche le domus dei principi dipendevano. Il Palatino diventa sinonimo del «palazzo» del principe. Nel 69, esso rappresenta la sede legittimante dei principi in contesa fra di loro: nel momento in cui Vitellio si accinge a lasciare il potere, di fronte alle truppe di Vespasiano, per ritirarsi nella casa del fratello, i suoi seguaci gli sbarrano la via verso quei «Penati privati», cioè una casa dai culti privati, premendo perché torni al Palatium (Tacito, Historiae III 68, 3).

Il Palatium è naturalmente la sede privilegiata, diciamo lo spazio proprio dell’aula. Negli autori aula e Palatium ricorrono spesso come sinonimi ad indicare la sede del principe. Ma, nel caso dell’aula come aggregazione di persone, come si è visto, il rapporto con la funzione pubblica è più complesso, ed è anche difficile definire l’ambito che la delimita.

Apoteosi di Augusto e allegoria della Pax Augusti (“Grand Camée de France”). Cammeo, 23 d.C. ca. Cabinet des Médailles.

***

Riferimenti bibliografici (con aggiornamenti):

N. Belayche (dir.), Rome, les Césars et la ville aux deux premiers siècles de notre ère, Rennes 2001.

C. Cecamore, Palatium. Topografia storica del Palatino. III sec. a.C. – I sec. d.C., Roma 2002.

M. Corbier, Maiestas domus Augustae, in G.A. Bertinelli, A. Donati (eds.), Varia Epigraphica, Atti del Colloquio Internazionale di Epigrafia, Bertinoro, 8–10 giugno 2000, Faenza, 2001, 166-178.

M.H. Dettenhofer, Herrschaft und Widerstand im augusteischen Principat. Die Konkurrenz zwischen res publica und domus Augusta, Stuttgart 2000.

A. Fraschetti, Roma e il principe, Roma-Bari 1990.

E. Frézouls, Les Julio-Claudiens et le Palatium, in E. Lévy (éd.), Le système palatial en Orient, en Grèce et à Rome, Actes du Colloque, Strasbourg, juin 1985, Leiden 1987, 445-462.

A. Garzetti, L’impero da Tiberio agli Antonini, Bologna 1960.

F. Millar, The Emperor in the Roman World, London 1992².

F. Millar, Ovid and the Domus Augusta: Rome Seen from Tomoi, «JRS» 83 (1993), 1-17.

M. Pani, Principato e logica familiare nel s.c. su Gneo Calpurnio Pisone, in G. Paci (ed.), Ἐπιγραφαί: miscellanea epigrafica in onore di Lidio Gasperini, Tivoli 2000, 685-693.

M. Royo, Domus imperatoriae: topographie, formation et imaginaire des palais imperiaux du Palatin (IIe siècle av. J.-C. – Ier siècle ap. J.-C.), Rome 1999.

R. Saller, Personal Patronage under the Early Empire, Cambridge 1982.

R.M. Sheldon, Kill Caesar! Assassination in the Early Roman Empire, Lanham-Boulder-New York-London 2018.

A. Winterling, Aula Caesaris: Studien zur Institutionalisierung des römischen Kaiserhofes in der Zeit von Augustus bis Commodus (31 v. Chr.–192 n. Chr.), München 1999.

A. Winterling, Politics and Society in Imperial Rome, Malden-Oxford-Chichester 2009.

A. Winterling, Caligula: A Biography, Berkeley-Los Angeles-London 2011.

G. Woolf, Rome. An Empire’s Story, Oxford 2012.

L’eruzione del Vesuvio e la morte di Plinio il Vecchio (Plin. Ep. VI 16, 4-20)

La lettera 16 del VI libro è indirizzata a Tacito, il famoso storico al quale Plinio si vanta di essere affine per interessi culturali, stile di vita e notorietà ([…] cum tot vinculis nos studia, mores, fama […] constringant, VII 20). L’argomento dell’epistola è l’eruzione del Vesuvio del 79, durante la quale era morto il grande naturalista Plinio il Vecchio, zio di Plinio. Di quella fine più o meno gloriosa Tacito chiede notizia all’amico, il quale tra il 106 e il 107 scrive questa e un’altra missiva (VI 20), con il dichiarato intento di offrire materiali al destinatario allora impegnato nella composizione delle sue Historiae. Si trattava dunque di un atto di cortesia, ma forse Plinio, ingenuamente vanitoso, nutriva anche il desiderio che dal resoconto di questi fatti drammatici, Tacito traesse spunto per nominarlo nelle Historiae. Una speranza, questa, che Plinio aveva confessato candidamente in un’altra lettera dell’anno 107: «Caro Tacito, io predìco […] che le tue opere storiche saranno immortali; perciò, maggiormente desidero (te lo confesso ingenuamente!) avervi posto» (VII 33, 1). Ma Tacito non esaudì questo voto.

Bacco in forma di grappolo d’uva, Agathodaimon (serpente) e il Vesuvio. Affresco, ante 79 d.C. ca. dalla Casa del Centenario (Pompei, IX, 8, 3-6). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Sebbene Plinio narri eventi ai quali ha partecipato di persona e lui stesso ribadisca – novello Tucidide – che il suo racconto si fonda sull’autopsia o su notizie di prima mano, tuttavia, l’attendibilità documentaria del reportage è condizionata dall’intento artistico, che induce l’autore a uniformare la narrazione a modelli letterari illustri. Inoltre, si tratta del resoconto di fatti accaduti venticinque anni prima, quando lo scrittore aveva solo diciott’anni; dunque, eventi forse già prima descritti e rimaneggiati più volte in conformità con la poetica pliniana: «Potrai rivedere ciò che hai scritto, dopo aver lasciato trascorrere del tempo, conservare molte cose, ancor più sopprimerne, altre sviluppare, altre riscrivere» (VII 9, 5). Alla domanda se e quanto l’edonismo verbale pliniano e tutto l’armamentario retorico abbiano condizionato la narrazione della tremenda catastrofe, Marcello Gigante risponde così: «Si può affermare che alcuni aspetti della realtà abbiano eccitato l’estro inventivo e solleticato il gusto letterario e abbiano piegato il genere epistolare, nato, secondo Cicerone, per informare gli assenti, a nuove aperture e nuovi rischi strutturali. Le due lettere […] sono dei saggi epistolari più che lettere storiche». Del resto, Plinio dice di non voler scrivere «lettere da scolaro o, come si dice, scritte per esercitazione» (IX 2, 3), ma lettere «che abbiano qualche argomento non basso né volgare, né limitato agli interessi privati» (III 20, 11). E certo l’argomento delle due lettere era tutt’altro che meschino o meramente circoscritto alla dimensione privata, sia per la grandiosità e la rilevanza sociale della catastrofe (l’imperatore Tito in persona, nell’anno 80, si recò a visitare i luoghi colpiti) sia per l’autorevolezza di Plinio il Vecchio, che vi trovò la morte. Le lettere, dunque, se anche non trattano fatti di sicura rilevanza storica, rappresentano tuttavia, in particolare la VI 16, «un passo verso la storia, un saggio epistolare accuratamente costruito, con lo sguardo al di là dell’effimero e del contingente» (M. Gigante).

Secondo Gigante, la VI 16 è «la lettera per la storia», in contrapposizione alla VI 20 che è «la lettera per la cronaca». La rilevanza storica della 16 risiede nel fatto che in essa, non solo si rende omaggio a un modello familiare soddisfacendo l’orgoglio del clan, ma si celebra l’exitus glorioso di un vir illustris, cioè un evento che merita di essere consegnato alla storia, al pari degli honesti exitus delle vittime della tirannide imperiale riferiti da Tacito negli Annales (XVI 16): «Non posso ignorare queste morti […]. Ai posteri degli uomini famosi almeno questo sia dato: che […] conservino il ricordo di quegli uomini nella narrazione delle ore estreme della loro vita».

I legami tra la lettera e la produzione letteraria degli exitus, in auge in età imperiale, implicano che l’attendibilità dei fatti narrati sia «condizionata dal modello letterario dell’exitus, in cui la preoccupazione di edificare un monumento […] non può coincidere con lo scrupolo più proprio dello storico» (M. Gigante). E tuttavia il testo pliniano, al di là della sua evidente letterarietà, conserva una «verità» forte, dà il senso dell’esperienza vissuta, al punto che si può ancora in parte condividere questa valutazione di A. Salvatore: «La lettera è un piccolo capolavoro di cronistoria: la tensione drammatica è nelle cose e nel succedersi degli eventi, fotografati e narrati, pur a distanza di tanti anni, con un’essenzialità e un’evidenza di stile che danno alla pagina il sapore di un esemplare e avvincente reportage. L’interesse scientifico e la curiosità naturalistica di Plinio il Vecchio sembrano rivivere e pulsare ancora nella precisione con cui è descritta la stupefacente nube vulcanica».

John Martin, Distruzione di Pompei ed Ercolano. Olio su tela, 1821.

[𝟒] [Mio zio] si trovava a Miseno, e svolgeva di persona il proprio incarico di comandante della flotta. Il 24 agosto, verso l’ora settima (: 13.00), mia madre lo informò che era apparsa una nube insolita per grandezza e aspetto. [𝟓] Egli, dopo aver preso il sole e fatto un bagno, aveva spilluzzicato qualcosa sul divano ed si era immerso nella lettura; si fece portare i calzari, raggiunse un luogo che permettesse di osservare bene quel fenomeno. Si stava sollevando una nuvola – era difficile per chi era distante individuare da quale monte, si seppe poi che si trattava del Vesuvio –, la cui forma potrebbe essere paragonata a un pino più che a qualsiasi altra pianta. [𝟔] Difatti, una volta proiettatasi in alto con una sorta di lunghissimo tronco, si allargava come se si ramificasse: perché, a mio modo di vedere, sollevata da un’improvvisa corrente ascensionale, rimasta priva di sostegno o addirittura collassata sotto il proprio peso dopo che questa era scemata, essa andava svanendo sfilacciandosi, a tratti immacolata, a tratti torbida e chiazzata, secondo che avesse sollevato terra o cenere. [𝟕] A un erudito qual era mio zio l’evento parve importante e meritevole di essere osservato da più vicino. Si fece allestire una liburna: mi offrì di andare insieme con lui, se ne avessi avuto voglia; risposi che preferivo studiare e, per l’appunto, mi aveva dato lui stesso da scrivere. [𝟖] Stava uscendo di casa, quando ricevette un biglietto di Rettina, la moglie di Tascio, atterrita dal pericolo incombente (la sua villa sorgeva infatti a ridosso del Vesuvio e non c’era via di scampo se non per nave); lo scongiurava di tirarla fuori da una situazione tanto rischiosa. [𝟗] Allora, cambiò idea e ciò che aveva intrapreso con lo spirito dello studioso lo affrontava con quello dell’eroe! Fece mettere in mare delle quadriremi; s’imbarcò lui stesso per soccorrere non solamente Rettina, ma tanti altri, visto che l’amenità di quella costa la rendeva densamente popolata. [𝟏𝟎] Si affrettò nel luogo da cui gli altri fuggono, mantenendo rotta e timone proprio in direzione del pericolo, impavido a tal punto da dettare e annotare tutti gli sviluppi, tutte le manifestazioni di quel cataclisma così come si presentava ai suoi occhi. [𝟏𝟏] Ormai sulle navi pioveva cenere, che si faceva più calda e densa via via che avanzavano; ormai vi cadevano anche pomici e pietre scure, carbonizzate e fessurate dal fuoco; ormai una secca di recente formazione e il materiale franato dalla montagna impediva l’approdo. Incerto per un po’ se invertire la rotta, al timoniere che lo sollecitava in tal senso, replicò prontamente: «La fortuna aiuta gli audaci! Punta verso la casa di Pomponiano!». [𝟏𝟐] Questa si trovava a Stabia, nella parte opposta del Golfo (il mare si addentra con un susseguirsi di insenature nella costa curvata a semicerchio); là, benché il pericolo non si prospettasse ancora imminente, se pure fosse evidente e vista la sua evoluzione sempre più prossimo, Pomponiano aveva fatto imbarcare le sue masserizie, pronto alla fuga non appena il vento contrario si fosse placato. Questo invece era assai favorevole a mio zio, che, sospinto a riva, abbracciò l’amico in preda all’agitazione, lo confortò, lo rassicurò e, per mitigarne l’inquietudine con la propria imperturbabilità, si fece condurre nella stanza da bagno; dopo essersi lavato, si mise a tavola e cenò di buon umore o (cosa altrettanto encomiabile) apparentemente di buon umore. [𝟏𝟑] Nel frattempo dal monte Vesuvio rilucevano in più punti fiamme parecchio estese e vasti incendi, il cui luminoso bagliore era esaltato dalle tenebre della notte. Lo zio, per esorcizzare la paura, sosteneva che si trattasse di fuochi lasciati accesi dai contadini in preda al panico e casolari in fiamme abbandonati al loro destino. Poi andò a riposarsi e dormì di un autentico sonno; infatti, coloro che si aggiravano davanti alla soglia udivano il suo respiro, piuttosto greve e rumoroso, corpulento com’era. [𝟏𝟒] Ma, intanto, il cortile d’accesso al suo alloggio, colmo di cenere mista a pomici, si era già talmente alzato di livello che, se mio zio avesse ulteriormente indugiato in camera, non sarebbe più potuto uscirne. Destato, uscì e raggiunse Pomponiano e tutti gli altri che erano rimasti svegli. [𝟏𝟓] Insieme valutarono se convenisse rimanere al coperto o avventurarsi all’esterno. Le case infatti tremavano a causa di scosse frequenti e di forte intensità e, quasi divelte dalle loro fondamenta, davano l’impressione di oscillare ora da una parte ora dall’altra per poi riassestarsi. [𝟏𝟔] All’aperto c’era sempre da temere la pioggia di pomici, per quanto leggere e porose, ma il raffronto tra i due pericoli fece scegliere quest’ultimo. E se in mio zio prevalse ragione su ragione, negli altri prevalse paura su paura. Postisi sulla testa dei cuscini, li assicurarono con degli asciugamani; questo servì da difesa contro ciò che cadeva dall’alto. [𝟏𝟕] Altrove faceva ormai giorno, lì regnava invece una notte più scura e fitta di qualsiasi altra notte, benché attenuata da parecchie fiaccole e da lucerne di vario tipo. Si decise di raggiungere la spiaggia e verificare da vicino se a quel punto il mare consentisse di salpare; ma questo rimaneva ancora pericolosamente ostile. [𝟏𝟖] Là, coricato su un lenzuolo steso a terra, mio zio si fece portare due volte dell’acqua fresca e bevve. Ma ecco che le fiamme e il puzzo di zolfo che le preannunciava misero gli altri in fuga e lui in agitazione. [𝟏𝟗] Appoggiandosi a due servetti si alzò in piedi, ma subito ricadde: per quel che posso supporre io, il fumo particolarmente denso gli aveva ostruito la respirazione e occluso i polmoni, che aveva cagionevoli di natura, deboli e spesso infiammati. [𝟐𝟎] Quando tornò la luce del giorno (il terzo da quello che lui aveva visto per ultimo), il suo corpo fu rinvenuto integro, illeso e con indosso gli abiti con cui si era vestito: l’aspetto esteriore somigliava a quello di un uomo che dormiva più che a quello di un morto.

Louis Figuier, La morte di Plinio il Vecchio. Incisione, 1866.

L’importanza dell’Ep. VI 16 (e dell’altra, l’Ep. VI 20) supera il valore letterario e abbraccia quello scientifico, tanto da aver spinto i vulcanologi a definire “pliniane” le eruzioni esplosive come quella che ebbe per protagonista il Vesuvio nel 79 d.C. Le lettere di Plinio il Giovane, infatti, costituiscono i primi documenti storici nei quali sono descritti molti dei fenomeni connessi a un evento di questo tipo e, insieme con i risultati prodotti da oltre due secoli di scavi archeologici, consentono di ricostruire le tragiche tappe che portarono alla totale distruzione di Pompei, Oplontis (od. Torre Annunziata), Stabiae (od. Castellamare di Stabia) ed Ercolano.

Il complesso vulcanico Somma-Vesuvio è formato da un edificio più vecchio, il monte Somma (chiamato erroneamente dagli antichi mons Vesuvius e menzionato nella sua vera identità solo dal V secolo), e da un cono di formazione più recente, il Vesuvio appunto, che ha vissuto alterni periodi costruttivi fino al 1944, anno in cui è iniziata la quiescenza che perdura tuttora. Quando il magma avvia il processo di risalita verso la superficie, l’eruzione vulcanica è anticipata da fenomeni precursori, quali terremoti, deformazioni del suolo e conseguente liberazione di gas sotterranei. Plinio racconta che molti giorni prima dell’eruzione si erano verificate alcune scosse sismiche, ma, data la loro frequenza in Campania, esse non avevano destato preoccupazione né particolare interesse tra gli abitanti (VI 20, 3).

Nella mattina del 24 agosto (o 24 ottobre) il magma, attraverso una o più esplosioni, si aprì la strada verso la superficie. Intorno all’01:00 del pomeriggio l’aumento della pressione dei gas creò una colonna eruttiva composta da vapori, particelle di magma e frammenti di roccia. Plinio ne paragona l’aspetto a un pino, perché, come se fosse sorretta da un tronco, essa si slanciava verso l’alto per poi ricadere allargandosi in forma di rami; la nube era ora bianca ora sporca in base a ciò che portava con sé, terra o cenere (VI 16, 5-6). Ebbe così inizio la fase principale dell’eruzione, detta in senso stretto “pliniana”.

Verso le 20:00 il tasso eruttivo diminuì e il collasso della colonna diede origine a una prima serie di colate piroclastiche di ceneri e pomici. Oplontis ed Ercolano furono investite. Plinio scrive che lungo le pendici del Vesuvio si formarono strisce di fuoco e incendi che illuminavano il buio della notte (VI 16, 13). Dopo l’apparente rallentamento, la nube iniziò nuovamente ad alzarsi per raggiungere, all’incirca in piena notte, la sua massima altezza (32 km) e con essa anche la portata eruttiva toccò il valore massimo.

Albert Bierstadt, Il Monte Vesuvio a mezzanotte. Olio su tela, 1869. Birmingham Museum of Art.

Tra l’01:00 e le 06:00 del mattino seguente la colonna fu scossa da pulsazioni che provocarono la formazione di nuove colate piroclastiche. Questa volta Oplontis e Ercolano furono letteralmente sepolte, mentre Pompei fu investita da porzioni di colate più diluite. In tutta l’area circumvesuviana si susseguirono violente scosse di terremoto, che sembrarono sradicare gli edifici dalle fondamenta e resero ogni cosa fortemente instabile (VI 16, 15). Con il collasso definitivo della colonna terminò la fase “pliniana”. Il nostro autore racconta che la presenza di nubi grigie oscurò la luce del giorno e che, per effetto dei movimenti tellurici, il mare sembrò ripiegarsi su se stesso, abbandonando sulla spiaggia molti animali marini morti (VI 20, 9).

Intanto, la riduzione della pressione dei gas nel condotto e nella camera magmatica accentuò i cedimenti delle pareti di quest’ultima e il serbatoio geotermico subì una decompressione: i fluidi in esso contenuti passarono nella camera e si ebbe una nuova violenta eruzione. L’innalzamento della colonna eruttiva fu quindi di breve durata e, una volta collassata, diede origine a un flusso piroclastico, simile a un’onda, che si espanse a grande velocità, depositando pomici e frammenti di roccia solida. Seguirono colate di cenere più dense. La camera magmatica, svuotata, collassò e in superficie si formò una vasta depressione (caldera). Un’ultima esplosione generò una nube che raggiunse Pompei e Stabia: fu questo, presumibilmente, il momento in cui Plinio il Vecchio perse la vita (VI 16, 18-19). L’epistolografo afferma che a Miseno il paesaggio, coperto dalla cenere, aveva mutato aspetto e sembrava imbiancato dalla neve (VI 20, 18-19). Con una serie di scosse sismiche, l’evento eruttivo volse al termine, dopo aver lasciato dietro di sé un ampio ma indefinito numero di vittime, cadute sotto la pioggia di pomici e colate piroclastiche, schiacciate dal crollo degli edifici, straziate dall’asfissia.

Anonimo incisore, Morte di Plinio il Vecchio. Incisione, 1880.

***

Riferimenti bibliografici:

U. Eco, A Portrait of the Elder as a Young Pliny: How to Build Fame, in M. Blonsky (ed.), On Signs, Baltimore 1985, 289-302.

E.A. Fisher, R.A. Hadley, Two Ancient Accounts of the Eruption of Vesuvius in A.D. 79, in Pompeii and the Vesuvian Landscape: Papers of a Symposium Sponsored by the Archaeological Institute of America, Washington Society, and the Smithsonian Institution, Washington 1979, 9-15.

M. Gigante, Il fungo sul Vesuvio secondo Plinio il Giovane, Roma 1989.

M.D. Grinek, Les circonstances de la mort de Pline : Commentaire médical d’une lettre destinée aux historiens, Helmatica 37 (1986), 25-43.

G. Guadagno, Il viaggio di Plinio il Vecchio verso la morte (Plin. Ep. VI 16), RSP 6 (1993-1994), 63-76.

R.M. Haywood, The Strange Death of the Elder Pliny, CW 46 (1952), 1-3.

R.M. Haywood, Again the Death of the Elder Pliny, ClassWorld 68 (1974), 259.

N.F. Jones, Pliny the Younger’s Vesuvius “Letters” (6.16 and 6.20), ClassWorld 95 (2001), 31-48.

H.C. Lipscomb, R.M. Haywood, The Strange Death of the Elder Pliny, CW 47 (1954), 74.

D.Z. Nikitas, La relation dialectique de l’elément humain et physique dans les lettres de Pline le Jeune au sujet de l’éruption du Vèsuve (6, 16 et 6, 20), Ariadne 4 (1988), 178-191.

F.E. Romer, Pliny, Vesuvius, and the Troublesome Wind, CW 79 (1985), 587-591.

O. Schönberger, Die Vesuv-Briefe des jüngeren Plinius (VI 16 und 20), Gymnasium 97 (1990), 526-548.

H. Sigurdsson, S. Cashdollar, S.R.J. Sparks, The Eruption of Vesuvius in A.D. 79: Reconstruction from Historical and Volcanological Evidence, AJA 86 (1982), 39-51.

F.A. Sullivan, Pliny Epistulae VI, 16 and 20, and Modern Vulcanology, CPh 63 (1968), 196-200.

C. Zirkle, The Death of Gaius Plinius Secundus (23-79 A.D.), Isis 58 (1967), 553-559.

Domizia Longina

Domizia Longina, nata fra il 50 e il 55 d.C. da Cn. Domizio Corbulone e Cassia Longina, sposò in prime nozze L. Elio Plauzio Lamia Eliano. Nel 70 fu costretta dal giovane Domiziano, secondo figlio di Vespasiano, a divorziare dal marito e a sposarsi con lui: dalla relazione ne nacque un figlio, T. Flavio, che però morirà prematuramente non prima dei dieci anni. Quando il cognato Tito venne a mancare, nell’81, Domiziano gli successe al principato e Domizia assurse al rango di Augusta.

Il nuovo principe era un uomo particolarmente geloso, e quando venne a sapere da alcune voci che la moglie lo stesse tradendo con un noto mimo, un certo Paride, fece arrestare e uccidere quest’ultimo e allontanò la sposa, mettendola sotto custodia. Secondo Cassio Dione (67, 3, 1), fu determinante l’intervento L. Giulio Urso, stretto collaboratore di Domiziano, nel sottrarre la donna all’esecuzione pretesa dal marito per il presunto adulterio. La vicenda si consumò fra l’82 e l’83, e in quel periodo l’imperatore pare che avesse intessuto una relazione amorosa con la giovane nipote, Giulia, figlia di Tito, dalla quale avrebbe avuto un figlio, se non l’avesse costretta ad abortire (cosa che la uccise).

Riappacificatosi in seguito con Domizia, la fece richiamare a corte, ripristinandone il rango e l’autorità. Negli anni successivi il principe divenne sempre più sospettoso e malfidente verso tutti, famigliari e collaboratori più intimi compresi, condannando a morte tutti coloro che credeva fossero sleali nei suoi confronti.

T. Flavio Domiziano. Busto, marmo, fine I secolo. Roma, Musei Capitolini.

Secondo Cassio Dione (67, 15, 4), Domizia trovò il proprio nome iscritto in una lista di sospetti; così portò il documento ai prefetti del pretorio T. Flavio Norbano e T. Petronio Secondo. Insieme architettarono una congiura e il 18 settembre 96 d.C. insieme al liberto Stefano, al segretario Partenio e alcuni altri, assassinarono l’imperatore. Domizia morì fra il 126 e il 130 d.C. Le venne dedicato un tempio a Gabii, come attesta un’iscrizione ivi rinvenuta nel 1792 (CIL 14, 2795 [p. 493] = ILS 272 = AE 2000, +251).

Fra i bronzi rinvenuti a Brescia nel 1826, nell’intercapedine tra il tempio capitolino e il colle Cidneo retrostante, in uno è ritratta una donna di età matura, con volto pieno, dalla caratteristica pettinatura tipica della moda di Roma nella seconda metà del I secolo d.C. La maggior parte degli studiosi è concorde nell’identificarvi il volto di Domizia Longina, moglie di Domiziano. Indubbiamente il ritratto deve essere coevo al suo principato (81-96 d.C.), durante il quale nelle acconciature femminili si usava applicare una sorta di toupet formato da riccioli a chiocciola sulla parte frontale del capo, mentre nella parte posteriore della nuca i capelli venivano raccolti in sottili trecce disposte a formare uno chignon.

Domizia Longina. Testa, bronzo, fine I sec. d.C. ca. dall’intercapedine del tempio capitolino. Brescia, Museo di S. Giulia.

La testa è alta 40 cm e doveva appartenere a una statua, come suggeriscono la presenza di un frammento di veste visibile sul collo e la frattura sul lato posteriore, dovuta al distacco violento dal resto del corpo. È realizzato con la tecnica della fusione a cera persa e dimostra una buona qualità di esecuzione: non si vedono, infatti, le tracce lasciate dal processo di fusione e i dettagli sono stati abilmente lavorati a freddo con strumenti diversi, come si evince dalle ciocche dei capelli e dalle trecce. Gli occhi sono stati realizzati in avorio e le iridi in pietra dura, mentre le ciglia sono state tracciate a freddo. Il reperto si trova oggi conservato a Brescia, presso il Museo di S. Giulia.

Riferimenti bibliografici:

S. Applebaum, Domitian’s Assassination: the Jewish Aspect, SCI 1 (1974), 117-123.

M.T. Boatwright, The Imperial Women of the Early Second Century d.C., AJPh 112 (1991), 513-540*.

M. Borda, Le famiglie imperiali da Galba a Commodo, Roma 1943.

L. Cattaneo, Note di aggiornamento su alcuni ritratti privati di epoca Flavia delle collezioni Vaticane, Bollettino dei Musei e Galleria Pontificie 29 (2009), 65-84*.

M.B. Charles – E. Anagnostou-Laoutides, The Sexual Hypocrisy of Domitian: Suet., Dom. 8, 3, AntClass 79 (2010), 173-187*.

F. Chausson, Domitia Longina : reconsidération d’un destin impérial, JS 1 (2003), 101-129*.

A.W. Collins, The Palace Revolution: the Assassination of Domitian and the Accession of Nerva, Phoenix 63 (2009), 73-106*.

G. Daltrop, U. Hausmann, M. Wegner, Die Die Flavier. Vespasian, Titus, Domitian, Nerva, Julia Titi, Domitilla, Domitia, Berlin 1966.

E. D’Ambra, Mode and Model in the Flavian Female Portrait, AJA 117 (2013), 511-525*.

F.G. D’Ambrosio, End of the Flavians: the Case of Senatorial Treason, RIL 114 (1980), 232-241.

A. Demandt, Das Privatleben der römischen Kaiser, München 2007, 93-95.

W. Eck, s.v. Domitia (6), DNP 3, Stuttgart 1997.

M. Floriani Squarciapino, s.v. Domizia Longina, Enciclopedia dell’Arte Antica 1960*.

T. Fraser, Domitia Longina: an Underestimated Augusta (c. 53-126/8), AncSoc 45 (2015), 205-266*.

G.F. Hill, An Alexandrian Coin of Domitia, JEA 8 (1922), 164-165*.

B.W. Jones, Domitian’s Attitude to the Senate, AJPh 94 (1973), 79-91*.

B.W. Jones, Domitian and the Senatorial Order: a Prosopographical Study of the Relationship with the Senate, Philadelphia 1979.

B.W. Jones, The Emperor Domitian, London 1992*.

B. Levick, Corbulo’s Daughter, G&R 49 (2002), 199-211*.

U. Morelli, La congiura contro Domiziano: i retroscena e gli eventi successivi. Una possibile ricostruzione, ACME 59 (2006), 39-70.

M.-Th. Reapsaet-Charlier, Prosopographie des femmes de l’odre sénatorial (Ier-IIe siècles), Louvain 1987, n. 327.

G. Salmeri, Un «magister ovium» di Domizia Longina in Sicilia, ASNP 14 (1984), 13-23*.

P. Southern, Domitian: a Tragic Tyrant, London 1977*.

R. Syme, Domitian: the Last Years, Chiron 13 (1983), 121-146.

E.R. Varner, Domitia Longina and the Politics of Portraiture, AJA 99 (1995), 187-206*.

M.P. Vinson, Domitia Longina, Julia titi, and the Literary Tradition, ZAG 38 (1989), 431-450*.

La battaglia di Teutoburgo – settembre 9 d.C. (Vell. II 117-119)

Nel 9 d.C., l’esperto generale romano Publio Quintilio Varo, governatore della Germania, seguendo le informazioni fornite da Arminio, fidato comandante cherusco e praefectus di un contingente di auxilia germanico, si pose alla guida di un’armata per reprimere una rivolta scoppiata all’estremità settentrionale dell’Impero in un territorio solo parzialmente sottomesso. Anziché incontrare gli attesi rinforzi promessi dai Cherusci, Varo cadde in un’imboscata, approntata nientemeno che dallo stesso Arminio, nella foresta di Teutoburgo. Circondato su tre lati da pendici boscose, paludi e terrapieni erbosi, l’esercito romano resse l’urto iniziale; durante la marcia in territorio “amico”, le truppe si erano però distanziate in modo talmente disordinato da rendere in definitiva impossibile un disimpegno. I continui attacchi “mordi e fuggi” degli assalitori germanici aumentarono la confusione e il panico nei ranghi di Varo e solo alcuni soldati superstiti riuscirono a riattraversare il Reno. Il sito della catastrofe (clades Variana) è stato localizzato dagli studiosi nei pressi dell’altura di Kalkriese, vicino a Osnabrück.

La distruzione di tre “invincibili” legioni romane a opera dei “barbari” germani scosse Roma fin nel profondo. La battaglia della foresta di Teutoburgo (saltus Teutoburgensis), passata alla storia come una delle più importanti in assoluto, cambiò effettivamente il corso della storia. Secondo Svetonio (Aug. 23, 2), come ricevette la notizia, il princeps avrebbe iniziato a battere violentemente la testa contro le pareti, gridando: Quinctili Vare, legiones redde! («Quintilio Varo, rendimi le legioni!»). Il numero delle unità coinvolte – XVII, XVIII e XIX – non furono mai più utilizzati, in parte per vergogna e in parte per superstizione.

The Varian Disaster, 9 CE. Illustrazione di A. McBride.

Il biasimo, comunque, non è da attribuire ai soldati: secondo il contemporaneo Velleio Patercolo, la responsabilità ultima della disgregazione e della distruzione dell’esercito di Varo era dovuta alla mediocrità dello stesso comandante e alla codardia dimostrata dai suoi subalterni. Quella che segue è la versione dei fatti trasmessa dallo storico (Vell. II 117-119):

Tantum quod ultimam imposuerat Pannonico ac Delmatico bello Caesar manum cum intra quinque consummati tanti operis dies funestae ex Germania epistulae caesi Vari trucidatarumque legionum trium totidiemque alarum et sex cohortium ***, velut in hoc saltem tantummodo indulgente nobis Fortuna, ne occupato duce ‹tanta clades inferretur. Sed› et causa ‹et› persona mora exigit.

Varus Quintilius nobili magis quam inlustri ortus familia, vir ingenio mitis, moribus quietus, ut corpore ita animo immobilior, otio magis castrorum quam bellicae adsuetus militiae, pecuniae vero quam non contemptor Syria, cui praefuerat, declaravit, quam pauper divitem ingressus dives pauperem reliquit; is cum exercitui qui erat in Germania praeesset, concepit a se homines qui nihil praeter vocem membraque habent hominum, quique gladiis domari non poterant, posse iure mulceri. Quo proposito mediam ingressus Germaniam velut inter viros pacis gaudentes dulcedine iurisdictionibus agendoque pro tribunali ordine trahebat aestiva. At illi, quod nisi expertus vix credat, in summa feritate versutissimi natumque mendacio genus, simulantes fictas litium series et nunc provocantes alter alterum in iurgia, nunc agentes gratias quod ea Romana iustitia finiret feritasque sua novitate incognitae disciplinae mitesceret et solita armis decerni iure terminarentur, in summam socordiam perduxere Quinctilium, usque eo ut se praetorem urbanum in foro ius dicere, non in mediis Germaniae finibus exercitui praeesse crederet.

Tum iuvenis genere nobilis, manu fortis, sensu celer, ultra barbarum promptus ingenio, nomine Arminius, Segimeri principis gentis eius filius, ardorem animi vultu oculisque praeferens, adsiduus militiae nostrae prioris comes, ‹cum› iure etiam civitatis Rom‹an›ae ius equestris consecutus gradus, segnitia ducis in occasionem sceleris usus est, haud imprudenter suspicatus neminem celerius opprimi quam qui nihil timeret, et frequentissimum initium esse calamitatis securitatem. Primo igitur paucos, mox plures in societatem consilii recepit; opprimi posse Romanos et dicit et persuadet, decretis facta iungit, tempus insidiarum constituit. Id Varo per virum eius gentis fidelem clarique nominis, Segesten, indicatur. Postulabat etiam ‹vinciri socios. Sed praevalebant iam› fata consiliis omnemque animi eius aciem praestrinxerat; quippe ita se res habet ut plerumque cui fortunam mutaturus ‹est› deus consilia corrumpat, efficiatque, quod miserrimum est, ut quod accidit id etiam merito accidisse videatur et casus in culpam transeat. Negat itaque se credere spe‹cie›mque in se benevolentiae ex merito aestimare profitetur. Nec diutius post primum indicem secundo relictus locus.

Ordinem atrocissimae calamitatis, qua nulla post Crassi in Parthis damnum in externis gentibus gravior Romanis fuit, iustis voluminibus ut alii ita nos conabimur exponere: nunc summa deflenda est. Exercitus omnium fortissimus, disciplina, manu experientiaque bellorum inter Romanos milites principes, marcore ducis, perfidia hostis, iniquitate Fortunae circumventus, cum ne pugnandi quidem egrediendive occasio iis, in quantum voluerant, data esset immunis, castigatis etiam quibusdam gravi poena quia Romanis et armis et animis usi fuissent, inclusus silvis paludibus insidiis ab eo hoste ad internecionem more pecudum trucidatus est quem ita semper tractaverat ut vitam aut mortem eius nunc ira nunc venia temperaret. Duci plus ad moriendum quam ad pugnandum animi fuit; quippe paterni avitique exempli successor se ipse transfixit. At e praefectis castrorum duobus quam clarum exemplum L. Eggius, tam turpe Ceionius prodidit, qui, cum longe maximam partem absumpisset acies, auctor deditionis supplicio quam proelio mori maluit. At Vala Numonius, legatus Vari, cetera quietus ac probus, diri auctor exempli, spoliatum equite peditem relinquens fuga cum alis Rhenum petere ingressus est; quod factum eius Fortuna ulta est; non enim desertis superfuit sed desertor occidit. […] Vari corpus semiustum hostis laceraverat feritas; caput eius abscisum latumque ad Maroboduum et ab eo missum ad Caesarem gentilicii tamen tumuli sepultura honoratum est.

Cenotafio di Marco Celio, centurione della legio XVIII (CIL XIII 8648). Edicola con iscrizione, c. 9-14, da Colonia Ulpia Traiana (od. Xanten). Bonn, Rhein. Landesmus.

«Cesare aveva appena portato a termine la campagna dalmato-pannonica, quando, cinque giorni dopo che si era conclusa questa così grande impresa, delle lettere di malaugurio dalla Germania recarono la notizia che Varo era stato ucciso ed erano state massacrate tre legioni, altrettanti squadroni di cavalleria e sei coorti [ausiliarie]***, come se, almeno riguardo a ciò, soltanto la Sorte fosse stata benevola verso di noi, non ci sarebbe stato il pericolo che, impegnato il comandante, ci venisse inferta una simile disfatta. Ma i prodromi [di questa sciagura] e il personaggio richiedono che io mi soffermi un poco.

Quintilio Varo, nato da una famiglia più illustre che nobile, era un uomo di indole mansueta, tranquillo di carattere, alquanto lento sia nel corpo sia nella mente, avvezzo più all’inattività nell’accampamento che alle fatiche della guerra; ma che non disprezzasse il denaro, invero, lo provò la provincia di Siria, della quale era stato governatore, dove entrò povero e se ne uscì ricco, lasciando la regione povera da che era ricca; egli, allorché ebbe assunto il comando dell’armata di stanza in Germania, credette che fossero uomini quegli esseri che non avevano nulla di umano fuorché la voce e le membra e che quelli che non potevano essere domati con le armi, potessero essere ammansiti con il diritto. A questo scopo, penetrato nel cuore della Germania, come se [si trovasse] fra persone che godevano dei frutti della pace, conduceva la campagna estiva amministrando la giustizia civile e presiedendo i tribunali.

Eppure quelli [= i Cheruschi] – cosa che si stenta a credere, senza averne fatta personale esperienza – astutissimi pur nella massima rozzezza, razza nata per la menzogna, simulando una serie di finte querele, ora provocandosi a vicenda in contese e ora mostrandosi riconoscenti, perché quelle fossero ricomposte dalla giustizia romana, la loro indole selvaggia fosse addolcita dalla novità di una disciplina sconosciuta e fossero determinate col diritto quelle cose che si era soliti decidere con le armi, ridussero Quintilio ad un’eccessiva indolenza, al tal punto che egli credeva di esercitare il diritto nel foro come un pretore urbano anziché di avere il comando di un esercito nel bel mezzo della Germania.

Fu allora che un giovane di nobile stirpe, di nome Arminio – figlio di Sigimero, capo di questa tribù, vigoroso, acuto di mente, d’ingegno superiore a quello di un barbaro, che mostrava nello sguardo e nel volto l’ardore del suo animo, fedele compagno d’armi nella nostra precedente campagna, gratificato del diritto di cittadinanza romana, conseguendo anche i diritti dell’ordine equestre – approfittò dell’indolenza del generale per ordire il suo misfatto, poiché non senza saggezza aveva considerato che nessuno può essere eliminato più rapidamente di chi non ha nessun timore e che la troppa sicurezza molto spesso sia il principio di una disgrazia. Dapprima fece partecipi del suo piano pochi dei suoi, poi molti altri. Disse – e li convinse – che i Romani potevano essere schiacciati; fece seguire alla decisione l’azione, stabilì il momento opportuno per l’agguato. Ciò venne riferito a Varo da un uomo fidato, originario di quella gente dal nome illustre, Segeste. Chiedeva anche di ‹arrestare i cospiratori, ma ormai› il destino ‹prevaleva› sulle decisioni [poiché] aveva completamente offuscato il lume della ragione. Così, infatti, vanno le cose che per lo più la divinità, quando intende cambiare la Fortuna di qualcuno, gli sconvolge la mente e fa in modo che – e questa è la cosa più triste – quanto accade gli sembra essere accaduto anche giustamente e la sfortuna si tramuta in colpa. Varo si rifiuta di credergli e dichiara di sperare [da parte dei Germani] in una buona disposizione nei suoi riguardi, adeguata ai meriti. Non rimase ancora tempo, dopo il primo avvertimento, per riceverne un altro.

Anch’io, come altri [scrittori], cercherò di esporre in un’opera di maggior respiro le circostanze dettagliate di quest’orribile disgrazia che causò ai Romani la perdita più grave in terra straniera, dopo quella di Crasso presso i Parti: ora devo accontentarmi di deplorarla sommariamente. L’esercito più forte di tutti, primo tra le truppe romane per disciplina, coraggio ed esperienza in guerra, si trovò intrappolato, vittima dell’indolenza del suo comandante, della perfidia del nemico, dell’iniquità della Sorte e, senza che fosse stata data ai soldati nemmeno la possibilità di tentare una sortita e di combattere liberamente, com’essi avrebbero voluto, poiché alcuni furono anche puniti severamente per aver fatto ricorso alle armi e al coraggio, da veri Romani, chiuso da un’imboscata tra le selve e le paludi, fu ridotto allo sterminio da quel nemico che aveva sempre sgozzato come bestie al punto da regolare la sua vita e la sua morte ora con collera, ora con pietà. Il generale mostrò nella morte maggior coraggio di quanto ne avesse mostrato nel combattere: erede, infatti, dell’esempio del padre e del nonno si trafisse con la sua stessa spada. Ma dei due prefetti del campo, Lucio Eggio lasciò un esempio tanto illustre quanto fu vergognoso quello di Ceionio, il quale, quando la battaglia aveva già portato via la maggior parte dei suoi, propose di arrendersi e preferì morire tra le torture invece che in combattimento. Quanto a Vala Numonio, luogotenente di Varo, per il resto uomo tranquillo e onesto, fu autore di uno scelleratissimo esempio, abbandonando i cavalieri che erano stati privati del cavallo e ridotti a piedi, cercò di fuggire con gli altri verso il Reno. La fortuna, però, fece vendetta del suo gesto. Non sopravvisse, infatti, a quelli che aveva tradito, e morì da traditore. […] La furia selvaggia dei nemici bruciò a metà il corpo di Varo e lo fece a pezzi. La sua testa mozzata e mandata a Maroboduo, che poi la inviò a Cesare, ebbe tuttavia gli onori della sepoltura nella tomba di famiglia».

The Battle of Teutoburg Forest (Germany, AD 9). Illustrazione di A. McBride.

Una delle conseguenze del disastro di Teutoburgo fu il definitivo abbandono dei piani per un eventuale controllo della Germania Magna. Roma non effettuò ulteriori tentativi di annessione dei territori transrenani e per i successivi quattro secoli il fiume segnò il confine dell’Impero romano.

***

Riferimenti bibliografici:

F.M. Bordewich, The Ambush that Changed History, SmithMag (2005), 74-81.

H.-W. Goetz, K.-W. Welwei (eds.), Altes Germanien. Auszüge aus den antiken Quellen über die Germanen und ihre Beziehungen zum Römischen Reich. Quellen der Alten Gechichte bis zum Jahre 238 n. Chr., Darmstadt 1995.

Y. Le Bohec, La « bataille » du Teutoburg, Clermont-Ferrand 2013.

L. Powell, Roman Soldier versus Germanic Warrior 1st Century AD, Oxford 2014.

M. Sommer, Die Arminusschlacht: Spurensuche im Teutoburger Wald, Stuttgart 2009.

D. Timpe, Arminius-Studien, Heidelberg 1970.

H. von Petrikovits, s.v. Clades Variana, RGA 5 (1984), 14-20.

D. Walter, A. Wigg, Ein Töpferofen im augusteischen Lager Lahnau-Waldgirmes, Germania 75 (1997), 285-297.

P. Wells, La battaglia che fermò l’Impero romano. La disfatta di Q. Varo nella Selva di Teutoburgo, Milano 2004.

R. Wiegels, W. Woesler (eds.), Arminius und die Varusschlacht: Geschichte, Mythos, Literatur, Paderborn 1995.

Il “Commentariolum petitionis”: una guida per le elezioni consolari

Il Commentariolum petitionis, attribuito a Quinto Tullio Cicerone, costituisce un documento di eccezionale importanza, un vero e proprio manuale su come vincere le elezioni. L’autore fornisce al fratello Marco, candidatosi per il consolato del 63 a.C., una serie di consigli e raccomandazioni, descrivendo nei minimi dettagli ogni comportamento e gesto che avrebbe dovuto tenere nei confronti dell’elettorato. Per conseguire la magistratura suprema l’interessato doveva assicurarsi solide basi che sostenessero la sua causa e, in particolare, non poteva fare a meno dell’appoggio degli amici: allargare la propria cerchia di conoscenti voleva dire guadagnarsi nuovi alleati, persone con le quali solo in certi casi si creavano dei legami affettivi che trascendessero l’aspetto politico; era fondamentale, oltretutto, ottenere l’amicitia di uomini di ogni ceto sociale e soprattutto riscuotere il favore delle personalità più cospicue, le quali solo con il loro nome potevano accrescere il prestigio del candidato, e quello degli elettori più influenti nelle centuriae, capaci di spostare molti voti. Pochi anni prima, durante la sua praetura nel 66, Marco era intervenuto a favore della lex Manilia sul conferimento del comando mitridatico a Gneo Pompeo Magno e ciò gli aveva attirato le simpatie «di quell’uomo potentissimo» (Comm. Pet. 5, eum qui plurimum posset).

Per procurarsi il supporto necessario, inoltre, il candidato doveva fare leva sull’emotività delle persone attraverso i beneficia, la speranza riposta nelle promesse e la contiguità d’animo e d’intenti. Spesso anche un piccolo beneficio, un aiuto era sufficiente a guadagnarsi l’amicizia di qualcuno e Marco, che da più di un decennio esercitava abilmente l’avvocatura, poteva valersi di una lunga lista di debitori, che adesso potevano restituirgli il favore appoggiandolo nella campagna elettorale: Cicerone poteva sfruttare l’amicitia di quanti aveva difeso e scagionato negli anni precedenti, ovvero Gaio Fundario, Gaio Orchivio, Gaio Cornelio e Quinto Gallo – tutti processati de peculatu (Comm. Pet. 19-20).

Uomo togato. Statua, marmo, c. 125-250 d.C., da Roma.

In altri casi, era la speranza a muovere l’animo della gente, e solo il pensiero di poter conseguire un guadagno futuro era già una motivazione valida per stringere un accordo, anche se alla fine l’utile concreto non sarebbe mai venuto: le promesse dovevano essere fatte in modo generale e allusivo, in modo che ciascun interessato potesse interpretarle come meglio credesse e il candidato potesse giocare sulle molteplici interpretazioni, se, una volta eletto, non facesse seguire i fatti. L’aspirante, poi, doveva dimostrare un impegno costante nei confronti degli amici, a riprova che il beneficium era duraturo e che il legame con il futuro magistrato avrebbe potuto consolidarsi e trasformarsi in un rapporto più familiare e personale. A tal proposito, Quinto osservava: «… tra tutti gli altri fastidi la candidatura ha pure questo vantaggio: puoi onorevolmente – cosa che non riusciresti a fare in tutte le altre circostanze della vita – associare alla tua amicizia tutte le persone che vuoi, con le quali, se in altro frangente vieni a trattative, affinché abbiano rapporti con te, dai l’impressione di agire in modo stonato; invece, nel caso di una candidatura, se non svolgi questa trattativa sia con molte persone sia con cura scrupolosa, dai l’impressione di non essere affatto un candidato» (Comm. Pet. 25, … in ceteris molestiis habet hoc tamen petitio commodi: potes honeste, quod in cetera vita non queas, quoscumque velis adiungere ad amicitiam, quibuscum si alio tempore agas ut te utantur, absurde facere videare, in petitione autem nisi id agas et cum multis et diligenter, nullus petitor esse videare).

Scena di lettura del testamento davanti al magistrato. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. da un sarcofago.

Quinto assicurava al fratello che la candidatura gli avrebbe portato nuove conoscenze, valide a battere gli altri concorrenti: godere dell’appoggio degli uomini più influenti avrebbe allargato il consenso di Cicerone, perciò era necessario non lasciare nulla al caso e catturare il favore dei ceti emergenti. Così l’autore raccomandava: «Per questo motivo, mediante numerose e svariate amicizie, procura di avere dalla tua parte tutte le centurie. E prima di tutto, cosa che balza all’occhio, lega a te senatori e cavalieri romani, le persone premurose e influenti di tutti gli altri ceti. Molti uomini laboriosi che vivono in città, molti liberi influenti e attivi, frequentano il foro; quelli che per opera tua, quelli che per mezzo degli amici comuni potrai avvicinare, datti da fare con estrema cura, affinché siano tuoi appassionati simpatizzanti: brama questo incontro, fa’ le tue deleghe, mostra di sentirti colmato di un sommo beneficio. Poi tieni conto dell’intera città, della associazioni, dell’area dei colli, dei quartieri periferici, delle zone circonvicine; se renderai partecipi della tua amicizia gli uomini più in vista di quella compagine, con il loro intervento avrai facilmente in tuo potere le rimanenti persone. Successivamente fa’ in modo di tenere a mente e nella memoria l’intera Italia ripartita in tribù e abbracciata nel suo insieme, per non consentire che ci sia nessun municipio, nessuna colonia, nessuna prefettura – insomma, nessun luogo d’Italia – nel quale tu non abbia quanto possa bastare di valido appoggio…» (Comm. Pet. 29-30, Quam ob rem omnis centurias multis et variis amicitiis cura ut confirmatas habeas. Et primum, id quod ante oculos est, senatores equitesque Romanos, ceterorum ‹ordinum› omnium navos homines et gratiosos complectere. multi homines urbani industrii, multi libertini in foro gratiosi navique versantur; quos per te, quos per communis amicos poteris, summa cura ut cupidi tui sint elaborato, appetito, adlegato, summo beneficio te adfici ostendito. Deinde habeto rationem urbis totius, collegiorum, montium, pagorum, vicinitatum; ex his principes ad amicitiam tuam si adiunxeris, per eos reliquam multitudinem facile tenebris. postea totam Italiam fac ut in animo ac memoria tributim discriptam comprehensamque habeas, ne quod municipium, coloniam, praefecturam, locum denique Italiae ne quem esse patiare in quo non habeas firmamenti quod satis esse possit…).

Per quanto concerne l’aspetto propagandistico, nel periodo di campagna elettorale il candidato riuniva attorno a sé un seguito di individui che lo accompagnava ovunque andasse. Quinto classifica questi «simpatizzanti» in tre categorie: salutatores, deductores e adsecatores.

M. Tullio Cicerone (presunto ritratto). Statua (dettaglio del busto), marmo bianco, I sec. d.C. Oxford, Ashmolean Museum.

I salutatores erano coloro che si recavano di buon’ora a casa dei candidati per porgere omaggi: l’interessato, per scalzare la concorrenza e avere più salutatores possibili, doveva mostrarsi amichevole e rassicurante nei loro confronti; i deductores scortavano il proprio beniamino nel foro e lo annunciavano alla folla ovunque andasse; gli adsectatores erano gli accompagnatori assidui, che, volontari o prezzolati, seguivano il candidato in ogni apparizione pubblica: agli uni andava l’eterna gratitudine dell’aspirante, dagli altri si pretendeva un impegno e una partecipazione costanti, al punto che, in caso di indisponibilità, dovevano delegare un parente, affinché il beniamino potesse sempre sfoggiare una gran folla con forte impatto visivo (Fezzi 2007, 20-22).

D’altra parte, frequentare la gente poteva far incappare in un’insidia, cioè trovarsi in mezzo ad agguerriti nemici: quanti erano stati danneggiati da un’arringa giudiziaria e coloro che, supportando altri aspiranti in lizza, non erano legati da amicitia con il candidato. Nei confronti di queste persone occorreva adottare una linea morbida: con i primi bisognava scusarsi direttamente e assicurare che ci si sarebbe occupati anche dei loro affari in cambio dell’amicitia; con i secondi era opportuno infondere loro speranza di agire nel loro interesse, una volta eletti, e provare ad assumere un atteggiamento benevolo nei confronti dell’avversario stesso (Comm. Pet. 40).

Benché fosse usanza comune denigrare il competitore, stando pur sempre nei limiti del possibile, per far cadere su di lui sospetti di ogni tipo, Quinto consigliava a Marco di perseguire la strada del riappacificamento, trattando i concorrenti e i loro sostenitori con rispetto, rivolgendo anche a loro favori e promesse per appianare i contrasti.

Il cosiddetto «Arringatore». Statua, bronzo, fine II-inizi I sec. a.C., da Perugia. Firenze, Museo Archeologico Nazionale.

Da oltre un secolo e mezzo il Commentariolum è stato oggetto dell’analisi di molti studiosi e fin dalla sua scoperta all’interno dei codici contenenti le Epistulae ad Quintum fratrem. Contro l’attribuzione della paternità al fratello di Cicerone si pronunciò per primo Eussner (1892), che evidenziò forti analogie tra il manuale e l’orazione di Marco In toga candida, e si convinse che il Commentariolum fosse opera di un falsario. Gli fece eco Hendrickson (1892; 1904), che trovò delle incongruenze tra il linguaggio tipico di Quinto e quello usato nel testo, sostenendo che fosse riconducibile piuttosto allo stile di Marco. Così Henderson (1950) mise in dubbio la veridicità di alcune sezioni del manualetto, nel quale, per esempio, si sarebbe erroneamente attribuita la povertà del padre di Catilina scambiandolo con quello di Clodio, come allo stesso Clodio e non a Catilina sarebbe imputabile l’accusa di stupro a danno della sorella. A favore dell’attribuzione si schierarono, invece, già Tyrell e Purser (1904); in effetti, gli strali contro l’autenticità, lanciati da Nisbet (1961), non riuscirono a demolire la fiducia della maggioranza degli studiosi nella paternità dello scritto. Comunque, è stato Nardo (1970), in un contributo denso e perspicuo, a fornire una valutazione a favore dell’autenticità del Commentariolum e attribuirlo a Quinto, stabilendo che una certa somiglianza con In toga candida costituisca la prova di una collaborazione pragmatica e ideologica tra i fratelli Cicerone; d’altronde, dal momento che questi ultimi nutrivano un rapporto di stima e di amicizia con Attico, è verosimile che il Commentariolum fosse stato concepito da Marco, scritto da Quinto e pubblicato da Attico. Tra gli assertori di questa teoria, Alexander (2009) ha proposto un’interpretazione originale, definendo l’operina «un vero e proprio attacco satirico alle campagne elettorali romane e non un insieme di consigli sui comportamenti da tenere».

Fin dall’esordio del manuale Quinto sottolineava la novità più clamorosa del fratello: l’essere un homo novus. A tal proposito, lo esortava a ripetersi: «Io sono un homo novus, aspiro al consolato, la comunità è Roma» (Comm. Pet. 2, “Novus sum, consulatum peto, Roma est”). Per raggiungere lo scopo, inoltre, Marco doveva saper giocare e far leva sulla nominis novitas, elevandola con la dicendi gloria (l’eloquenza), l’arte fondamentale di tutti i successi forensi: grazie a questa Cicerone aveva difeso molti publicani e cavalieri, i quali adesso avevano l’occasione di dimostrargli la propria riconoscenza sostenendolo. Oltre a ciò, Quinto raccomandava al fratello di procurarsi il favore di nobiles e consulares, comportandosi in modo tale da apparire al loro cospetto degno della posizione cui aspirava. Infine, lo esortava ad attirare alla sua causa gli adulescentes nobiles, il cui supporto gli avrebbero conferito un prestigio ancor più grande (Comm. Pet. 4-6).

L. Cassio Longino. Denario, Roma 63 a.C. Ar. 3,70 gr. Rovescio: Longin(us) IIIV(ir). Cittadino in atto di votare, stante, verso sinistra, mentre ripone una tabella contrassegnata con U(ti rogas) in una cista.

Quanto ai concorrenti – Gaio Antonio Ibrida e Lucio Sergio Catilina –, per poterli battere sarebbe stato opportuno ricordare alla gente chi fossero: non solo parlare delle origini familiari e della carriera politica di costoro, ma anche e soprattutto puntare il dito contro i reati da quelli commessi per provocare scandalo e denigrarli (Comm. Pet. 8-12).

Durante la campagna elettorale, l’aspirante magistrato naturalmente doveva tenere in massima considerazione anche l’opinione pubblica e garantirsi il favore popolare. A tal proposito, Quinto spiegava che fosse necessario munirsi di un nomenclator (il servo incaricato di ricordare al dominus i nomi delle persone incontrate), dimostrare abilità nel lusingare, assiduità, benevolenza, disporre di voci di propaganda e fare bella apparenza in pubblico (Comm. Pet. 41). In altre parole, il candidato doveva mettere in luce la propria volontà di conoscere le persone (homines noscere), fingendo al punto da dare l’impressione di agire secondo talento naturale. In effetti, a Marco – riconosce il fratello – non mancava «quell’affabilità che è degna di un uomo onesto e dolce di carattere» (comitas… ea quae bono ac suavi homine digna est), ma nel corso della campagna elettorale gli sarebbe stata indispensabile la blanditia («l’arte della lusinga»): il candidato doveva modificare «sia la fronte, sia la linea del volto, sia la conversazione» (et frons et vultus et sermo), adattando al modo di pensare e al volere delle persone che avrebbe incontrato (Comm. Pet. 42).

Scena di vita quotidiana nel foro. Affresco, ante 79 d.C. dalla Casa di Giulia Felice (Pompei). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Per rafforzare la propria adsiduitas e dimostrare benignitas nei confronti dell’elettorato, oltre a offrire banchetti sia agli amici sia a invitati passim et tributim («presi qua e là dalle tribù»), Marco doveva consentire agli altri un facile accesso, spalancando loro tanto le porte di casa quanto i recessi del proprio animo, dato che la gente non vuole che le si facciano soltanto promesse ordinarie, ma si sia disposti a largheggiare. Quindi, occorreva chiarezza su ciò che si sarebbe voluto fare, dichiarando di essere pronti a compierlo con zelo e volentieri, ma anche trasparenza su ciò che non si voleva o non si poteva fare, opponendo un garbato rifiuto o non dichiarando alcunché. Le persone, in genere, desiderano che alle parole seguano i fatti; perciò, per non attirarsi l’ira popolare è bene evitare di fare promesse o di accettare richieste che non sarebbe possibile attuare. Se l’elettore, per qualche ragione, si indisporrà, sarà opportuno che ciò accada dopo l’entrata in carica che prima; certamente sarà meno scontento colui che non vedrà realizzata una promessa, se lo si convincerà che la causa della mancata realizzazione è stata un grave imprevisto. In estrema sintesi, Quinto sostiene che «tutto sommato, il primo comportamento è proprio di un uomo onesto, l’altro di un buon candidato» (Comm. Pet. 45, quorum alterum est tamen boni viri, alterum boni petitoris).

L’autore conclude la propria esposizione facendo richiami all’eloquenza del fratello, augurandogli di condurre una campagna elettorale splendida e decorosa, raccomandandogli di mettere in luce gli atteggiamenti sospetti dei suoi competitori, senza dimenticare di sottolineare in pubblico il successo derivatogli dall’oratoria.

***

Riferimenti bibliografici:

M.C. Alexander, The Commentariolum Petitionis as an Attack on Election Campaign, Athenaeum 97 (2009), 31-57; 369-395.

J.P.V.D. Baldson, The Commentariolum Petitionis, CQ 13 (1963), 242-250.

A.J.E. Bell, Cicero and the Spectacle of Power, JRS 87 (1997), 1-22.

F.R. Berno, A. Cucchiarelli, R. Degl’Innocenti Pierini, Y. Baraz, L. Fezzi, S. Petrucciani, Intorno al Commentariolum petitionis. Suggestioni interdisciplinari a partire dal commento di François Prost, BSL 49 (2019), 602-642.

L. Biondetti (ed.), Quinto Cicerone. Piccolo manuale per una campagna elettorale, Milano 1993.

T.R.S. Broughton, Candidates Defeated in Roman Elections: Some Ancient Roman “Also-Rans”, TAPhS 81 (1991), I-VI; 1-64.

R. Chesnais, Châsse aux électeurs dans la Rome antique, Médiaspouvoirs 38 (1995), 120-121.

G. Clemente, Tradizioni familiari e prassi politica nella Repubblica romana: tra mos maiorum e individualismo, in AA.VV., Parenté et stratégies familiales dans l’Antiquité romaine. Actes de la table ronde des 2-4 octubre 1986, Paris, Maison des sciences de l’homme, Roma 1990, 595-608.

C. Damon, Comm. Pet. 10, HSCPh 95 (1993), 281-288.

J.-M. David, S. Demougin, E. Deniaux, D. Ferey, J.-M. Flambard, C. Nicolet, Le Commentariolum petitionis de Quintus Cicéron. Etat de la question et étude prosopographique, ANRW I 3 (1973), 239-277.

F. De Marco, Un nuovo codice del «Commentariolum Petitionis» di Quinto Cicerone, Aevum 31 (1957), 269-273.

S. Demougin, Quo descendat in campo petitor. Élections et électeurs à la fin de la République et au début de l’Empire, in AA.VV., L’Urbs : espace urbain et histoire (I ͤ ͬ siècle av. J.-C. – III ͤ ͫ ͤ siècle ap. J.-C.). Actes du colloque international de Rome (8-12 mai 1985), Roma 1987, 305-317.

E. Deniaux, De l’ambito à l’ambitus : les lieux de la propagande et de la corruption électorale à la fin de la République, , in AA.VV., L’Urbs : espace urbain et histoire (I ͤ ͬ siècle av. J.-C. – III ͤ ͫ ͤ siècle ap. J.-C.)…, Roma 1987, 279-304.

O. Di Paola, The Building of Consensus in Ancient Rome: Analysed from the Commentariolum Petitionis of Quintus Cicero, EPEKEINA 7 (2016), 1-11.

A. Duplá Ansuántegui, Novus sum, consulatum peto, Roma est: el Commentariolum petitionis de Quinto Ciceron, SHHA 6 (1988), 107-116.

M. Edelman, Politics as a Symbolic Action, New York 1971.

A. Eussner (ed.), Commentariolum petitionis: examinavit et ex Buecheleri recensione passim emendatum, Würzburg 1872.

R.J. Evans, Candidates and Competition in Consular Elections at Rome between 218 and 49 BC, ActaClass 34 (1991), 111-116.

P. Fedeli (ed.), Quinto Tullio Cicerone. Manualetto di campagna elettorale (Commentariolum petitionis), Roma 2006.

L. Fezzi, Il Commentariolum petitionis: sguardi delle democrazie contemporanee, Historia 56 (2007), 14-26.

P. Freeman (ed.), How to Win an Election: An Ancient Guide for Modern Politicians, Quintus Tullius Cicero, Princeton 2012.

J.L. Gómez-Pantoja, Una guía para ganar las elecciones, Historia 164 (1989), 65-77.

J. Granet, Être électeur à Rome à l’époque de Cicéron, Pallas 46 (1997), 327-339.

M.I. Henderson, De commentariolo petitionis, JRS 40 (1950), 8-21.

G.L. Hendrickson, On the Authenticity of the Commentariolum Petitionis of Quintus Cicero, AJPh 13 (1892), 200-212.

G.L. Hendrickson, The Commentariolum Petitionis Attributed to Q. Cicero, Chicago 1904.

M. Jehne, Le système électoral des Romaines et le désespoir des candidats, RHDFE 87 (2009), 495-513.

W. Kierdorf, Comm. Pet. 9 und die Bedeutung von “Corroboratus”, Hermes 94 (1966), 443-449.

G. Laser, Klientelen und Wahlkampf im Spiegel des Commentariolum Petitionis, GFA 2 (1999), 179-192.

G. Laser (ed), Quintus Tullius Cicero. Commentariolum petitionis, Darmstadt 2001.

R. Laurence, Rumour and Communication in Roman Politics, G&R 41 (1994), 62-74.

A. Lintott, Electoral Bribery in the Roman Republic, JRS 80 (1990), 1-16.

F. Lucrezi, La corruzione elettorale nel Commentariolum petitionis, Fundamina 17 (2011), 83-100.

G. Mazzoleni, La comunicazione politica, Bologna 1998.

W.C. McDermott, Commentariolum Petitionis 2, Historia 19 (1970), 384-385.

W.C. McDermott, Q. Cicero, Historia 20 (1971), 702-717.

R. Morstein-Marx, Publicity, Popularity, and Patronage in the “Commentariolum Petitionis”, ClassAnt 17 (1998), 259-288.

D. Nardo, Il Commentariolum petitionis. La propaganda elettorale nella Ars di Quinto Cicerone, Padova 1970.

R.G.M. Nisbet, The Commentariolum Petitionis: Some Arguments against Authenticity, JRS 51 (1961), 84-87.

T. Nótári, On Quintus Tullius Cicero’s Commentariolum Petitionis, AJH 51 (2010), 35-53.

F. Prost, Quintus Cicéron conseiller de Marcus, DHA Suppl. 17 (2017), 453-464.

J.T. Ramsey, A Reconstruction of Q. Gallius’ Trial for “Ambitus”: One Less Reason for Doubting the Authenticity of the “Commentariolum Petitionis”, Historia 29 (1980), 402-421.

J.S. Richardson, The “Commentariolum Petitionis”, Historia 20 (1971), 436-442.

D.R. Shackleton Bailey, Comm. Pet. 10, HSCPh 96 (1994), 197-199.

W.J. Tatum, Q. Cicero, Commentariolum Petitionis, 33, CQ 52 (2002), 394-398.

R. Till, Ciceros Bewerbung uns Konsulat (Ein Beitrag zum Commentariolum Petitionis), Historia 11 (1962), 315-338.

L. Traversa, Comunicazione e partecipazione politica: il Commentariolum petitionis, AFLF 52-53 (2009-2010), 115-152.

R.Y. Tyrell, L.C. Purser, The Correspondence of Marcus Tullius Cicero, I, Dublin 1904³.

L. Waibel, Das Commentariolum petitionis – Untersuchungen zur Frage der Echtheit, München 1969.

W.S. Watt, Notes on the Text of the Commentariolum Petitionis, CQ 8 (1958), 32-44.

J. Wikarjak, Brochure électorale de Quintus Cicéron, Varsovie 1966.

T.P. Wiseman, The Ambitions of Quintus Cicero, JRS 56 (1966), 108-115.

A. Yakobson, Secret Ballot and its Effects in the Late Roman Republic, Hermes 123 (1995), 426-442.

A. Yakobson, Elections and Electioneering in Rome: A Study in the Political System of the Late Republic, Stuttgart 1999.