Confronto fra i Romani e Alessandro Magno (Liv. IX 17-18)

Nel libro IX, all’interno del proprio resoconto sulla seconda guerra sannitica (326-304), dopo aver narrato, a due anni dalla scomparsa di Alessandro Magno, l’umiliazione subita dai Romani alle Forche Caudine (321) e la rivincita a Lucera (320), ottenuta dal console Lucio Papirio Cursore, che sottopose i Sanniti al medesimo disonore, Livio elogia il comandante romano e, compiendo una digressione, si spinge ad affermare che Cursore avrebbe potuto tener testa persino all’invincibile sovrano macedone, se mai questi, già vincitore su Dario III e conquistatore dell’Oriente, avesse volto le proprie armi contro l’Italia e l’Occidente. Lo storico, perciò, analizza in maniera ampia ogni possibilità, stabilendo un continuo confronto tra Alessandro e i generali romani, forse in risposta allo storico greco Timagene di Alessandria: questi, nel suo trattato Βασιλεῖς (I re), aveva criticato l’espansionismo romano e aveva ipotizzato che il re macedone, se non fosse morto prematuramente, avrebbe soggiogato anche l’Urbe.

Il discorso di Livio, perciò, si ricollega ai concetti già esposti nella Praefatio, nella quale aveva insistito sul carattere provvidenziale e benefico dell’egemonia romana: il vero protagonista della narrazione liviana appare il popolo romano, che l’autore vede «come mirabile creazione collettiva, come vero popolo eletto» (Paratore).

L’intento dello storico patavino è quello di dimostrare la superiorità del popolo romano su qualsiasi altra gente e sostiene che, se anche esso si fosse scontrato con Alessandro Magno, sarebbe uscito vincitore; dopodiché egli passa in rassegna una serie di elementi che hanno dato grande lustro al Macedone e afferma che non erano inferiori a lui tanti condottieri romani; infine, spiega che la fama di Alessandro divenne ancor più grande perché morì giovane, durante la sua parabola ascendente, prima di subire i colpi di una sorte contraria.

Alessandro a cavallo. Statuetta, bronzo, II-I secolo a.C. da Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Nihil minus quaesitum a principio huius operis uideri potest quam ut plus iusto ab rerum ordine declinarem uarietatibusque distinguendo opere et legentibus uelut deuerticula amoena et requiem animo meo quaererem; tamen tanti regis ac ducis mentio, quibus saepe tacitus cogitationibus uolutaui animum, eas euocat in medium, ut quaerere libeat quinam euentus Romanis rebus, si cum Alexandro foret bellatum, futurus fuerit. Plurimum in bello pollere uidentur militum copia et uirtus, ingenia imperatorum, fortuna per omnia humana maxime in res bellicas potens; ea et singula intuenti et uniuersa sicut ab aliis regibus gentibusque, ita ab hoc quoque facile praestant inuictum Romanum imperium. Iam primum, ut ordiar ab ducibus comparandis, haud equidem abnuo egregium ducem fuisse Alexandrum; sed clariorem tamen eum facit quod unus fuit, quod adulescens in incremento rerum, nondum alteram fortunam expertus, decessit. Vt alios reges claros ducesque omittam, magna exempla casuum humanorum, Cyrum, quem maxime Graeci laudibus celebrant, quid nisi longa uita, sicut Magnum modo Pompeium, uertenti praebuit fortunae? Recenseam duces Romanos, nec omnes omnium aetatium, sed ipsos eos cum quibus consulibus aut dictatoribus Alexandro fuit bellandum, M. Valerium Coruum, C. Marcium Rutulum, C. Sulpicium, T. Manlium Torquatum, Q. Publilium, Philonem, L. Papirium Cursorem, Q. Fabium Maximum, duos Decios, L. Volumnium, M’. Curium? Deinceps ingentes sequuntur uiri, si Punicum Romano praeuertisset bellum seniorque in Italiam traiecisset. Horum in quolibet cum indoles eadem quae in Alexandro erat animi ingeniique, tum disciplina militaris, iam inde ab initiis urbis tradita per manus, in artis perpetuis praeceptis ordinatae modum uenerat. Ita reges gesserant bella, ita deinde exactores regum Iunii Valeriique, ita deinceps Fabii, Quinctii, Cornelii, ita Furius Camillus, quem iuuenes ii quibus cum Alexandro dimicandum erat senem uiderant. Militaria opera pugnando obeunti Alexandro – nam ea quoque haud minus clarum eum faciunt – cessisset uidelicet in acie oblatus par Manlius Torquatus aut Valerius Coruus, insignes ante milites quam duces, cessissent Decii, deuotis corporibus in hostem ruentes, cessisset Papirius Cursor illo corporis robore, illo animi! Victus esset consiliis iuuenis unius, ne singulos nominem, senatus ille, quem qui ex regibus constare dixit unus ueram speciem Romani senatus cepit! Id uero erat periculum, ne sollertius quam quilibet unus ex his quos nominaui castris locum caperet, commeatus expediret, ab insidiis praecaueret, tempus pugnae deligeret, aciem instrueret, subsidiis firmaret! Non cum Dareo rem esse dixisset, quem mulierum ac spadonum agmen trahentem inter purpuram atque aurum oneratum fortunae apparatibus suae, praedam uerius quam hostem, nihil aliud quam bene ausus uana contemnere, incruentus deuicit. Longe alius Italiae quam Indiae, per quam temulento agmine comisabundus incessit, uisus illi habitus esset, saltus Apuliae ac montes Lucanos cernenti et uestigia recentia domesticae cladis, ubi auunculus eius nuper, Epiri rex Alexander, absumptus erat.

Alessandro Magno ritratto come Helios. Busto, marmo, copia romana da originale di età ellenistica (III-II sec. a.C.). Roma, Musei Capitolini.

Fin dal principio di quest’opera niente può sembrare che io mi sia allontanato più del dovuto dallo schema della narrazione e di cercare, avviando l’opera con la varietà degli argomenti, quasi delle piacevoli digressioni per i lettori e un po’ di riposo per il mio spirito; eppure, il ricordo di un re e di un condottiero così grande suscita quelle meditazioni silenziose con le quali ho spesso occupato la mente, così da invogliarmi a indagare quale sarebbe stata la sorte dello Stato romano, se si fosse combattuto contro Alessandro. Sembra che in guerra contino moltissimo il numero e il valore dei soldati, la capacità dei comandanti e la fortuna, che influenza tutte le circostanze umane, ma soprattutto nelle vicende belliche; tali fattori, sia che li si consideri singolarmente, sia tutti quanti insieme, assicurano che la supremazia di Roma, come non fu vinta da altri re e da altri popoli, così non lo sarebbe stata facilmente neppure da Alessandro. Per prima cosa, dal confronto fra i condottieri, non nego certo che egli fosse un comandante eccelso; ma lo rende tuttavia più illustre il fatto che egli fu solo, e che morì giovane, nel crescere della sua potenza, senza aver ancora sperimentato l’avversa fortuna. Per non parlare di altri famosi sovrani e comandanti, validi esempi di umane vicende, che cos’altro se non una lunga vita espose Ciro, che i Greci esaltano con grandi lodi, così come in questi ultimi tempi Pompeo Magno, ai mutamenti della fortuna? Dovrei forse passare in rassegna i condottieri romani, e non tutti quelli di ogni epoca, ma appunto quei consoli e dittatori – Marco Valerio Corvo, Gaio Marcio Rutulo, Gaio Sulpicio, Tito Manlio Torquato, Quinto Publilio Filone, Lucio Papirio Cursore, Quinto Fabio Massimo, i due Decii, Lucio Volumnio, Manio Curio – contro i quali avrebbe dovuto misurarsi Alessandro? Seguono poi altri grandi uomini, se egli avesse combattuto contro Cartagine prima che contro Roma, e se fosse passato in Italia più vecchio. In qualsivoglia di questi uomini non solo c’era la stessa disposizione d’animo e d’ingegno che in Alessandro, ma soprattutto la disciplina militare, tramandata di padre in figlio fin dalle origini dell’Urbe, era giunta a una forma di scienza regolata da tutta una serie di norme. Così avevano condotto le guerre i re, così poi coloro che li avevano cacciati, i Giunii e i Valerii, così successivamente i Fabii, i Quinctii, i Cornelii, così Furio Camillo, che quei giovani i quali avrebbero dovuto combattere contro Alessandro avevano conosciuto da anziano.

Sì, proprio un Manlio Torquato o un Valerio Corvo, se gli si fossero trovati di fronte in campo aperto, avrebbero ceduto ad Alessandro, che in battaglia si addossava i compiti militari – anche questo lo rende non meno illustre! – loro che erano insigni combattenti prima che generali! Avrebbero ceduto proprio i Decii, che si gettarono sulle schiere nemiche, dopo essersi votati alla morte, avrebbe ceduto un Papirio Cursore con quella gagliardia di corpo e di spirito! Si sarebbe proprio lasciato sopraffare dagli accorgimenti di un giovane quel Senato, per non nominare tutti a uno a uno, di cui si fece un esatto concetto solo colui il quale disse che il Senato romano era un consesso di re! C’era davvero pericolo che egli sapesse, con maggior destrezza di uno qualsiasi degli uomini che ho ricordato, scegliere il luogo per accamparsi, provvedere ai rifornimenti, premunirsi dalle insidie, scegliere il momento adatto per attaccar battaglia, schierare l’esercito, rafforzarlo con le milizie ausiliarie! Avrebbe detto che non aveva a che fare con un Dario, il quale si trascinava dietro uno stuolo di femminucce e di eunuchi, in mezzo alla porpora e all’oro, carico degli apparati della propria fortuna, una preda piuttosto che un degno avversario, e che egli aveva vinto senza spargere sangue, senza osare altro che disprezzare opportunamente quelle vanità. Ben diverso gli sarebbe parso l’aspetto dell’Italia da quello dell’India, che egli attraversò gozzovigliando con un esercito di ubriachi, alla vista delle gole dell’Apulia, dei monti della Lucania, delle tracce ancor recenti del disastro familiare, là dove poco prima era stato ucciso suo zio, Alessandro, re dell’Epiro.

Legionari romani in formazione. Bassorilievo, pietra calcarea, da Glanum. Fourvière, Musée gallo-romain.

Insomma, esaltando il popolo romano, Livio ricorda la grandezza di tanti condottieri capitolini non meno degni di ammirazione del Macedone: questi, per quanto grande, rimane comunque un solo individuo, la cui grandezza ha avuto una durata limitata nella Storia, cioè quella della sua vita; il popolo romano, invece, combatte da molti secoli e questo spiega come la sorte non potesse essere sempre dalla sua parte.

Et loquimur de Alexandro nondum merso secundis rebus, quarum nemo intolerantior fuit. Qui si ex habitu nouae fortunae nouique, ut ita dicam, ingenii quod sibi uictor induerat spectetur, Dareo magis similis quam Alexandro in Italiam uenisset et exercitum Macedoniae oblitum degenerantemque iam in Persarum mores adduxisset. Referre in tanto rege piget superbam mutationem uestis et desideratas humi iacentium adulationes, etiam uictis Macedonibus graues nedum uictoribus, et foeda supplicia et inter uinum et epulas caedes amicorum et uanitatem ementiendae stirpis. Quid si uini amor in dies fieret acrior? Quid si trux ac praeferuida ira? – nec quicquam dubium inter scriptores refero – nullane haec damna imperatoriis uirtutibus ducimus? Id uero periculum erat, quod leuissimi ex Graecis qui Parthorum quoque contra nomen Romanum gloriae fauent dictitare solent, ne maiestatem nominis Alexandri, quem ne fama quidem illis notum arbitror fuisse, sustinere non potuerit populus Romanus; et aduersus quem Athenis, in ciuitate fracta Macedonum armis, cernente tum maxime prope fumantes Thebarum ruinas, contionari libere ausi sunt homines, id quod ex monumentis orationum patet, aduersus eum nemo ex tot proceribus Romanis uocem liberam missurus fuerit! Quantalibet magnitudo hominis concipiatur animo; unius tamen ea magnitudo hominis erit collecta paulo plus decem annorum felicitate; quam qui eo extollunt quod populus Romanus etsi nullo bello multis tamen proeliis uictus sit, Alexandro nullius pugnae non secunda fortuna fuerit, non intellegunt se hominis res gestas, et eius iuuenis, cum populi iam octingentesimum bellantis annum rebus conferre. Miremur si, cum ex hac parte saecula plura numerentur quam ex illa anni, plus in tam longo spatio quam in aetate tredecim annorum fortuna uariauerit? Quin tu homines cum homine, [et] duces cum duce, fortunam cum fortuna confers? Quot Romanos duces nominem quibus nunquam aduersa fortuna pugnae fuit? Paginas in annalibus magistratuumque fastis percurrere licet consulum dictatorumque quorum nec uirtutis nec fortunae ullo die populum Romanum paenituit. Et quo sint mirabiliores quam Alexander aut quisquam res, denos uicenosque dies quidam dictaturam, nemo plus quam annum consulatum gessit; ab tribunis plebis dilectus impediti sunt; post tempus ad bella ierunt, ante tempus comitiorum causa reuocati sunt; in ipso conatu rerum circumegit se annus; collegae nunc temeritas, nunc prauitas impedimento aut damno fuit; male gestis rebus alterius successum est; tironem aut mala disciplina institutum exercitum acceperunt. At hercule reges non liberi solum impedimentis omnibus sed domini rerum temporumque trahunt consiliis cuncta, non sequuntur. Inuictus ergo Alexander cum inuictis ducibus bella gessisset et eadem fortunae pignora in discrimen detulisset; immo etiam eo plus periculi subisset quod Macedones unum Alexandrum habuissent, multis casibus non solum obnoxium sed etiam offerentem se, Romani multi fuissent Alexandro uel gloria uel rerum magnitudine pares, quorum suo quisque fato sine publico discrimine uiueret morereturque.

Scena dalla battaglia di Pidna. Rilievo, marmo, II sec. a.C. dal monumento di L. Emilio Paolo, a Delfi

E parliamo di un Alessandro non ancora travolto dai successi, che a nessuno diedero alla testa più che a lui. Ché, se lo si giudica dal suo modo di comportarsi nella prospera sorte e, per così dire, dal suo nuovo atteggiamento, che aveva assunto dopo le vittorie, egli sarebbe venuto in Italia più simile a un Dario che a un Alessandro e vi avrebbe condotto un’armata dimentica della Macedonia e già tralignata per effetto dei costumi persiani. Rincresce di dover riferire quando si parla di un re così grande la sfarzosa trasformazione dell’abbigliamento, il desiderio di veder la gente prosternarsi in inchini, insopportabili ai Macedoni quand’anche fossero vinti, e a maggior ragione quand’erano vintori, i crudeli supplizi, l’uccisione degli amici durante le gozzoviglie e i banchetti, la vanità di mentire la stirpe. E se il vizio del bere fosse divenuto di giorno in giorno più forte, se fosse divenuta truce e ardente la sua ira – e su ciò che io riferisco non v’è alcun dubbio fra gli storici – ? Dobbiamo ritenere che tali pecche non offuschino minimamente le doti di un generale? Sì, c’era proprio pericolo, come vanno dicendo i più vanesi fra i Greci, i quali contro il popolo romano plaudono perfino alla gloria dei Parti, che i Romani non potessero sostenere la maestà del nome di Alessandro, che io credo non fosse noto a loro neppure per fama! C’era proprio pericolo che, mentre ad Atene, in una città soggiogata dalle armi dei Macedoni, vi furono degli uomini che osarono parlare liberamente contro di lui, come risulta dai loro discorsi che si conservano ancora, contro di lui non fosse capace di levare liberamente la propria voce nessuno fra i tanti illustri personaggi di Roma!

Per quanto grande si possa concepire quest’uomo, la sua rimarrà tuttavia la grandezza di un singolo individuo, acquistata in poco più di dieci anni di fortuna; e coloro che esaltano questa sorte per il fatto che il popolo romano, se non fu vinto in alcuna guerra, tuttavia lo fu in molte battaglie, mentre Alessandro in nessuna battaglia ebbe sorte avversa, non comprendono che essi paragonano le imprese di un uomo, e per di più giovane, con quelle di un popolo che fa la guerra da otto secoli. Possiamo meravigliarci se, contandosi più secoli dalla nostra parte che anni dalla sua, la fortuna è stata più varia in così lungo periodo di tempo che nel corso di tredici anni? Perché non si confrontano gli uomini con l’uomo, i condottieri con il condottiero, la fortuna con la fortuna? Quanti comandanti romani potrei nominare, che in combattimento non ebbero mai contraria la sorte! Si possono scorrere negli annali e nei fasti dei magistrati elenchi di consoli e di dittatori del cui valore e della cui fortuna il popolo romano non ebbe di che lamentarsi in nessun giorno. E perché essi destino maggiore ammirazione di Alessandro o di alcun altro re, dirò che alcuni ressero la dittatura per dieci o venti giorni, nessuno il consolato per più di un anno; le leve erano impedite dai tribuni della plebe; andarono in guerra in ritardo, furono richiamati in anticipo per i comizi; l’anno trascorse nel momento dello sforzo decisivo; fu loro di danno ora la temerarietà, ora l’incapacità del collega; dovettero ereditare gli insuccessi dei predecessori; presero in consegna eserciti inesperti o mal addestrati. Invece i monarchi – per Ercole! – non soltanto sono liberi da ogni impedimento, ma, padroni della situazione e delle circostanze, anziché adattarsi agli eventi, tutti li dominano con le loro decisioni. Alessandro avrebbe dunque combattuto invitto con comandanti invitti e avrebbe corso gli stessi pericoli della sorte; avrebbe anzi affrontato un rischio tanto maggiore, in quanto i Macedoni avrebbero avuto unicamente Alessandro, che non solo si sarebbe trovato esposto a numerosi pericoli, ma vi sarebbe anche andato incontro spontaneamente, mentre vi sarebbero stati molti Romani pari ad Alessandro per gloria o per grandezza di imprese, ciascuno dei quali poteva, secondo il proprio destino, vivere e morire senza danno per lo Stato.

Il diritto di famiglia in età repubblicana: la 𝘱𝘢𝘵𝘳𝘪𝘢 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘴𝘵𝘢𝘴 e l’istituto dell’adozione

In due passi dell’Heautontimorumenos – il dialogo tra Menedemo e Cremete a proposito del modello educativo adatto a crescere i figli (vv. 53-168) e le esternazioni di Clitifonte contro l’eccessiva severità dei padri (vv. 213-229) – ricorre un tema centrale in tutta l’opera di Terenzio: il contrasto generazionale tra genitori troppo severi e autoritari, da una parte, e figli che vorrebbero invece godere di un maggior grado di libertà e di autodeterminazione, dall’altra. Pur ambientando i propri drammi nel mondo greco, Terenzio si richiama, in scene di questo tipo, al diritto familiare vigente nella Roma del suo tempo. E per meglio comprendere le dinamiche descritte dal poeta, occorre perciò capire quanto fosse ampia l’autorità del capofamiglia romano nei confronti non solo dei propri figli, ma anche di tutti gli altri membri della familia.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 46v. Dialogo fra Menedèmo e Cremete.

La familia, che insieme alla gens costituiva, fin dai tempi più remoti, uno dei pilastri su cui si fondava l’organizzazione sociale di Roma antica, era il nucleo più piccolo, che comprendeva tutti coloro che erano soggetti all’autorità del maschio più anziano (il pater familias), vale a dire la moglie, i figli, i nipoti, le nuore, i beni materiali (terre, animali, case, ecc.) e i servi, che, almeno nei primi secoli dell’Urbe, erano ancora poco numerosi. Lo status familiae era infatti la condizione giuridica propria dei membri di una medesima unità familiare (familia proprio iure) costituita intorno al suo capo.

 Mentre le gentes esprimevano complessivamente l’originaria classe dirigente, le familiae costituivano la base della società stessa. Il termine latino familia derivava probabilmente dall’osco faama, che indicava in un primo tempo l’insieme di tutti i servi o famuli, che costituivano il patrimonio; in seguito, però, il significato della parola si condensò come definizione di gruppo familiare, ovvero l’insieme di tutte le persone residenti nella domus. Ecco allora la presenza di differenze ben marcate tra l’organizzazione familiare in tutte le sue forme e la gens: la familia aveva un capostipite reale, mentre quello dei gentiles era spesso mitico-divino; la parentela familiare, a differenza di quella gentilizia, era stabilita per gradi; il carattere della familia era essenzialmente potestativo, mentre quello della gens era comunitario e solidaristico. Siccome, poi, la familia era considerata un istituto sacro, di essa facevano parte anche i Lares, cioè i numi tutelari della casa, e i Penates, demoni protettori della dispensa e di tutti i membri del gruppo; i riti religiosi erano gestiti e officiati dal pater e riguardavano unicamente gli antenati, mentre il culto gentilizio celebrava non solo gli avi comuni, ma anche le divinità. Quanto al sistema onomastico, il nomen gentilicium preceduto da un praenomen identificava l’appartenenza dell’individuo a una gens, mentre una familia era ben distinta dalle altre dal cognomen portato ed ereditato dai suoi membri.

Lari e scena di sacrificio (dettaglio). Affresco, ante 79 d.C. da un lararium, Pompei (VII.6.38). Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Insomma, la familia romana era un’organizzazione di natura patriarcale e verticistica, fondata sul dominio della componente maschile e sull’autorità del capofamiglia, che deteneva nei confronti dei suoi sottoposti una serie di poteri pari a quella di un re. In buona sostanza, solo il pater familias poteva dirsi pienamente un civis Romanus optimo iure, dal momento che non era sottoposto giuridicamente ad alcun altro cittadino libero. In altre parole, il pater era sui iuris (“di proprio diritto”), mentre alieni iuris (“di diritto altrui”) erano i suoi subordinati. Il giurista di epoca severiana (II-III secolo d.C.) Ulpiano riassumeva questa condizione nel modo seguente: Familiam proprio iure dicimus plures personas quae sunt sub unius potestate aut natura («Definiamo “famiglia di diritto proprio” quelle persone che sono soggette per potere o natura a un individuo solo», D. L 16, 195, 2).

L’estensione del potere paterno sui discendenti (maschi e femmine, naturali o adottati) era originariamente illimitata ed è probabile che tale intensità, unitamente a determinate caratteristiche peculiari della familia di età arcaica, dipendesse dalla primordiale inesistenza di un potere statuale: il gruppo familiare, agli albori dell’Urbe, avrebbe tenuto le veci di un potere più ampio, costituendo una struttura di carattere sovrano caratterizzata da una rigida disciplina nei riguardi dei sottoposti al capo.

Una madre che allatta il figlio alla presenza del padre (dettaglio). Rilievo, marmo, 150 d.C. dal sarcofago di M. Cornelio Stazio. Paris, Musée du Louvre.

Il potere del padre sui figli era definito patria potestas e costituiva un potere che, per forza e contenuto, era proprio ed esclusivo del popolo romano, come attesta il giurista Gaio: Fere enim nulli alii sunt homines qui talem in filios suos habent potestatem qualem nos habemus («Non esiste infatti quasi nessun popolo che conceda una potestas sui figli quale è la nostra», Gai. Inst. I 55). La portata di tale autorità cominciava a manifestarsi sin dal momento in cui il filius familias veniva alla luce. Il primo potere che il pater poteva esercitare sul neonato era quello di decidere autonomamente e insindacabilmente se accettarlo come figlio o rifiutarlo ed esporlo (ius exponendi), vale a dire abbandonarlo al proprio destino. Questo potere veniva sancito da un rituale: quando la donna che aveva assistito al parto (parente, serva o levatrice professionista) aveva terminato di lavare il bambino, doveva mostrarlo al capofamiglia e deporlo a terra ai suoi piedi; il padre poteva accettare o rifiutare il neonato, sollevandolo tra le proprie braccia oppure lasciandolo dov’era stato deposto (tollere o suscipere liberos), senza dare spiegazioni a nessuno.

Nel primo caso, il gesto del capofamiglia equivaleva a un tacito riconoscimento del natus come proprio figlio e l’assunzione di ogni responsabilità sulla creatura: la levatrice doveva, quindi, innalzare immediatamente una preghiera alla dea Levana, il nume che presiedeva all’atto di sollevare il bambino e che sanzionava la sua aggregazione nel gruppo familiare. Decorso un periodo di otto giorni per le femmine e di nove per i maschi, nella casa si celebrava il dies lustricus, nel quale il neonato veniva liberato da tutte le impurità derivate dalla gestazione e dal parto e in quel giorno il pater familias conferiva al figlio il praenomen. Quando si trattava di una bambina, la cerimonia era diversa: se il pater intendeva accoglierla come filia, ordinava semplicemente che fosse allattata (alerei ubere).

Un padre che solleva il figlioletto in braccio (dettaglio). Rilievo, marmo, 150 d.C. dal sarcofago di M. Cornelio Stazio. Paris, Musée du Louvre

Nel secondo caso, invece, con una sconcertante e crudele procedura, i piccoli rifiutati venivano esposti in un luogo pubblico, dove morivano di fame e di freddo, quando non erano divorati da animali randagi, a meno che un passante, mosso da tenerezza e compassione, li raccogliesse e riuscisse a salvarli in tempo (Dion. II 152).

Questa sorta di infanticidio legalizzato aveva forse anche la funzione di controllo delle nascite, al fine di ridurre il numero dei possibili destinatari del patrimonio familiare, o forse aveva anche l’obiettivo di estromettere dal novero dei beneficiari in particolare le figlie femmine. Questa pratica non fu sostanzialmente combattuta a livello di regolamentazione giuridica e, del resto, spesso si trattava di abbandono di figli naturali, di frequente operato dalle madri stesse. L’infante esposto, se sano, era solitamente accolto in un altro contesto familiare, dove veniva allevato o come servus, entrando a pieno titolo nel patrimonium del nuovo gruppo, oppure come un cittadino libero, rimanendo formalmente soggetto alla patria potestas del genitore che lo aveva abbandonato (Dig. XL 4, 29).

Sui figli accolti nella familia il padre esercitava un potere così esteso che è difficile enumerarne tutti gli aspetti, ma a riprova del carattere totalizzante della sua potestas erano ben note e riconosciute alcune facoltà significative. Spettava al pater di scegliere il coniuge ai propri discendenti. Indipendentemente dalla loro età, egli esercitava su di loro un potere disciplinare fortissimo, al punto da metterli a morte cum iusta causa. Questa facoltà, riconosciuta come ius vitae ac necis o vitae necisque potestas, era impugnata di regola sui figli maschi, qualora si fossero resi colpevoli di crimini contro la civitas, più in particolare se avessero commesso proditio o perduellio, vale a dire se avessero attentato alle istituzioni (Dion. II 26, 4; Pap. IV 8, 1 = FIRA II 555). Benché questi reati fossero considerati veri e propri crimina, di pertinenza della res publica, quando erano stati commessi da un filius familias, la civitas si ritraeva di fronte al potere paterno. Sulle figlie femmine, invece, lo ius vitae ac necis si esercitava, di norma, nel caso in cui le ragazze avessero perduto la propria pudicitia, ovvero qualora si fossero macchiate di stuprum, un comportamento illecito che nulla aveva a che fare con il reato oggi così definito: stuprum, infatti, a Roma, era qualunque rapporto sessuale intrattenuto da una donna onesta (cioè di condizione libera) al di fuori del matrimonio o del concubinato.

Ragazza che gioca agli astragali. Marmo, 130-150 d.C., Berlin, Antikenmuseum.

Come per l’esposizione, al capofamiglia era riconosciuta piena facoltà di azione nel caso in cui si fosse trovato nella necessità di allontanare, in forme sempre ritualizzate, i membri più deboli del gruppo, quelli che si intendessero “cedere” a un altro gruppo, o quelli che, in qualche modo, si fossero resi invisi al gruppo di provenienza. Un ulteriore potere che il pater familias poteva esercitare sui suoi sottoposti era infatti il diritto di cederli a terzi (ius vendendi), probabilmente per ragioni economiche, ma anche per trasferire un membro del proprio gruppo a un altro di pari rango, talvolta per cementare alleanze politiche tra le familiae, in una situazione formalmente diversa dalla servitù, ma nei fatti identica a questa (causa mancipi). In epoca più arcaica, a quanto sembra, questa facoltà doveva essere esercitata più volte: la patria potestas era così forte che la vendita del figlio non era sufficiente a estinguerlo. Se dopo essere stato ceduto il figlio veniva affrancato dall’acquirente o per qualunque altra ragione usciva dalla sua potestas (per esempio, se il compratore moriva senza eredi), il pater che lo aveva venduto riacquistava la pienezza dei propri poteri sul figlio. Ma le leggi delle XII Tavole stabilirono che si pater filium ter uenum duuit, filius a patre liber esto («Se un padre avrà venduto il figlio per tre volte, il figlio sia sciolto dalla patria potestà», XII Tav. IV 2b). In altre parole, se un padre vendeva un figlio per tre volte, dopo la terza cessione il figlio usciva dalla patria potestas. Nel corso dell’età repubblicana questa norma fu impugnata per creare all’interno dei gruppi familiari nuove possibilità, soprattutto in seno alla nobilitas, per garantire una maggiore autonomia ai maschi adulti. I patres, insomma, realizzavano così tre finte vendite (mancipationes) del filius a un amico compiacente, per ottenere l’uscita del sottoposto dalla propria potestà e renderlo, a sua volta, un pater a tutti gli effetti (Gai. Inst. I 132): il relativo negozio giuridico (emancipatio) consentiva ai giovani di belle speranze e ai più intraprendenti la possibilità di avviare in proprio le loro iniziative economico-sociali, senza doverne poi rendere conto al proprio pater. Questa progressiva emancipazione dei filii in potestate sembra derivare dalla crescente mobilità sociale avutasi fra IV e II secolo a.C., durante l’epoca delle conquiste, dalla creazione di nuove colonie e dalle conseguenti necessità economiche a cui divenne indispensabile ovviare.

Giovane nobile con l’himation. Statua, bronzo, età augustea, da Rodi. New York, Metropolitan Museum of Art.

In altre circostanze, il pater poteva affidare un figlio a un altro capofamiglia (noxae deditio), qualora il sottoposto avesse commesso un illecito lesivo delle sostanze o della persona di quest’ultimo: in questo modo spettava all’offeso o ai suoi familiari comminare la punizione al colpevole, mentre il pater si esimeva da ogni responsabilità (Gai. Inst. IV 75-76; FIRA II 224; Dig. IX 4).

Ai sottoposti al pater familias, discendenti naturali o acquisiti, ma anche alla donna sulla quale il marito esercitasse quel particolare potere che nelle fonti è chiamato manus, il diritto romano riconosceva determinate facoltà: i maschi in potestate e alieni iuris potevano accedere sia a rapporti di diritto privato sia a quelli di diritto pubblico; mentre le donne alieni iuris e quelle nella manus dello sposo o del suocero potevano negoziare rapporti giuridici di natura esclusivamente privata. In ogni caso, al di là dell’età e del sesso, il referente ultimo delle loro azioni rimaneva il pater familias.

Il piccolo Gaio Cesare si aggrappa alla tunica del padre Agrippa (dettaglio). Rilievo, marmo, 9 a.C. dal fregio della processione (lato sud). Roma, Museo dell’Ara Pacis.

Bisogna, inoltre, ricordare che la famiglia rappresentava non solo un insieme di persone, ma anche il complesso dei beni che facevano capo al pater, il “signore assoluto” della domus.La sottoposizione alla patria potestas infatti comportava per i soggetti anche la dipendenza economica al padre, unico titolare e amministratore del patrimonio: era lui che stabiliva l’impiego della ricchezza e assegnava ai filii i beni di cui potevano disporre (peculium). D’altronde, la parentela civile (adgnatio) era in linea maschile e produceva effetti giuridici ai fini della successione intestata, della tutela, della curatela e persino della vendetta. L’insieme degli adgnati, dopo la morte del comune pater familias, costituiva la familia communi iure. Poteva accadere, però, che i coeredi, dopo la scomparsa del capofamiglia, continuassero a conservare indiviso il patrimonio ereditato, pur risultandone ognuno titolare in solidum: questa forma di comunione (consortium ercto non cito), sorta per ragioni di natura economico-politica, perché garantiva la possibilità ai discendenti di rimanere nella classe censitaria (census) del defunto, si sarebbe estinta sul finire del periodo repubblicano.

Secondo Ulpiano, alla familia iure proprio si apparteneva proprio perché sottoposti alla patria potestas natura aut iure, vale a dire o per “diritto naturale” oppure grazie a un atto previsto a questo scopo dal diritto. Nel primo caso (patria potestas natura), il capofamiglia acquisiva la potestà sui nuovi nati ex iustis nuptiis (“da nozze legittime”), e cioè sui figli nati dal proprio matrimonio e quelli nati dai matrimoni dei propri discendenti (ovviamente maschi); nel secondo caso, invece, (patria potestas iure), un atto rituale, sacrale e giuridico, consentiva al pater di crearsi artificialmente una figliazione, secondo una forma legalmente riconosciuta di adozione. L’adozione era “il titolo giuridico” grazie al quale un individuo estraneo entrava a far parte della familia. Secondo le fonti di II-III secolo d.C., l’adoptio comprendeva l’adrogatio e l’adozione in senso stretto.

Ragazzino avvolto nel suo mantello. Bronzetto, I secolo. Parigi, Musée du Louvre.

L’adrogatio era la forma più antica di questo negozio giuridico, si compiva solo fra persone sui iuris e consisteva in una solenne interrogazione (donde il nome, da adrogare, “richiedere”) con cui il pater familias adottante (adrogans) chiedeva a colui che doveva essere adottato (adrogatus) se accettava di entrare nel proprio gruppo familiare. Il rito si celebrava dinanzi ai comitia curiata convocati e presieduti dal pontifex maximus, cui spettava anche il compito di controllare preventivamente l’opportunità dell’atto. La necessità di questo solenne controllo, al tempo stesso politico e religioso, era dovuta al fatto che colui che veniva adottato – essendo, a sua volta, un pater familias – sottoponendosi all’adottante perdeva per sempre la posizione sui iuris ed era ammesso nel nuovo nucleo familiare come filius, portando con sé i propri sottoposti e tutto il patrimonio. Questo cambiamento di status comportava l’estinzione di una familia con i suoi sacra e, perciò, si rendeva necessario il compimento di un rituale solenne di rinuncia al culto avito (detestatio sacrorum), volta a placare i numi che da quel momento non avrebbero più goduto dei dovuti onori e sacrifici. Compiute tutte le cerimonie, il pontifex sanciva il legittimo sorgere di una nuova filiazione, estinguendo il gruppo familiare dell’adrogatus.

L’adoptio in senso stretto, tramite la quale si davano in adozione solo persone alieni iuris, con il passaggio in potestate di un filius familias da un gruppo all’altro, fu introdotta solo in età post-decemvirale, cioè dopo la redazione delle leggi delle XII Tavole. In origine, infatti, il diritto non ammetteva che la patria potestas fosse trasferita da un pater a un altro. L’istituto dell’adoptio, in pratica, fu introdotto grazie all’interpretazione giurisprudenziale, prendendo le mosse dalla riflessione sulla disposizione, secondo la quale il padre che avesse venuto un figlio per tre volte dopo la terza cessione doveva perdere la propria potestà; era, insomma, legato al negozio dell’emancipazione, in quanto occorreva estinguere la patria potestas del padre che voleva far adottare il figlio. La procedura avveniva dinanzi al praetor, dove l’adottante rivendicava l’adottando, che doveva essere presente, come suo figlio, mentre l’ex padre taceva ritirandosi. A questo punto, il magistrato, riconoscendo la validità dell’atto, pronunziava l’addictio, dichiarando l’avvenuta adozione: l’adottato perdeva immediatamente ogni contatto di agnazione e di gentilità con la familia di provenienza per entrare a pieno titolo in quella dell’adottante. Questa formula giuridica, creando un vincolo di discendenza fittizia, equiparava sotto ogni aspetto gli adottati agli eredi naturali dell’adottante; da qui si deduce come questo istituto servisse, sin dalla sua comparsa, a procurare dei discendenti a qualsiasi cittadino romano che non avesse eredi naturali, così da garantirgli la continuità del nome, dei sacra e del patrimonio.

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Bibliografia:

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L. Capogrossi Colognesi, s.v. patria potestas (diritto romano), in EncDir 32 (1982), 242-249.

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C. Fayer, La famiglia romana. Aspetti giuridici e antiquari, Parte prima, Roma 1994.

G. Franciosi, Famiglia e persone in Roma antica. Dall’età arcaica al Principato, Torino 1995³.

P. Voci, Studi di diritto romano, II, Padova 1985.

L’inutilità dell’erudizione fine a se stessa (Sᴇɴ. 𝐷𝑖𝑎𝑙. X 13)

Per Seneca la filologia come studio del linguaggio e come pura e futile ricerca erudita o come esercizio dell’intelletto non ha giustificazione se è divisa dalla filosofia. Perciò, nella sua rassegna degli occupati, coloro che perdono il proprio tempo in faccende di poco conto, egli annovera anche quanti arrancano nella vana fatica di apprendere le vacuità e, così facendo, si allontanano dalla verità. Il filosofo afferma che i Greci, per primi, si dedicarono con passione alla pedanteria: una vera e propria malattia, che ha poi contagiato anche i Romani! Se fine a se stessa, dunque, l’erudizione è totalmente inutile; anche perché una folta messe di nozioni non impedisce a nessuno di commettere gli stessi errori compiuti in passato, non lo rende più forte, più coraggioso o più giusto.

Un letterato nel suo studio. Rilievo, marmo, III-IV sec. d.C. Roma, Museo della Civiltà romana.

Persequi singulos longum est quorum aut latrunculi aut pila aut excoquendi in sole corporis cura consumpsēre uitam. Non sunt otiosi quorum uoluptates multum negotii habent. Nam de illis nemo dubitabit quin operose nihil agant, qui litterarum inutilium studiis detinentur, quae iam apud Romanos quoque magna manus est. Graecorum iste morbus fuit quaerere quem numerum Ulixes remigum habuisset, prior scripta esset Ilias an Odyssia, praeterea an eiusdem esset auctoris, alia deinceps huius notae, quae siue contineas nihil tacitam conscientiam iuuant, siue proferas non doctior uidearis sed molestior. Ecce Romanos quoque inuasit inane studium superuacua discendi; his diebus audiui quendam referentem quae primus quisque ex Romanis ducibus fecisset: primus nauali proelio Duilius uicit, primus Curius Dentatus in triumpho duxit elephantos. Etiamnunc ista, etsi ad ueram gloriam non tendunt, circa ciuilium tamen operum exempla uersantur; non est profutura talis scientia, est tamen quae nos speciosa rerum uanitate detineat. Hoc quoque quaerentibus remittamus quis Romanis primus persuaserit nauem conscendere (Claudius is fuit, Caudex ob hoc ipsum appellatus quia plurium tabularum contextus caudex apud antiquos uocatur, unde publicae tabulae codices dicuntur et naues nunc quoque ex antiquā consuetudine quae commeatus per Tiberim subuehunt codicariae uocantur); sane et hoc ad rem pertineat, quod Valerius Coruinus primus Messanam uicit et primus ex familiā Valeriorum, urbis captae in se translato nomine, Messana appellatus est paulatimque uulgo permutante litteras Messala dictus: num et hoc cuiquam curare permittes quod primus L. Sulla in circo leones solutos dedit, cum alioquin alligati darentur, ad conficiendos eos missis a rege Boccho iaculatoribus? Et hoc sane remittatur: num et Pompeium primum in circo elephantorum duodeuiginti pugnam edidisse commissis more proelii noxiis hominibus, ad ullam rem bonam pertinet? Princeps ciuitatis et inter antiquos principes (ut fama tradidit) bonitatis eximiae memorabile putauit spectaculi genus nouo more perdere homines. Depugnant? Parum est. Lancinantur? Parum est: ingenti mole animalium exterantur! Satius erat ista in obliuionem ire, ne quis postea potens disceret inuideretque rei minime humanae. O quantum caliginis mentibus nostris obicit magna felicitas! Ille se supra rerum naturam esse tunc credidit, cum tot miserorum hominum cateruas sub alio caelo natis beluis obiceret, cum bellum inter tam disparia animalia committeret, cum in conspectum populi Romani multum sanguinis funderet mox plus ipsum fundere coacturus; at idem postea Alexandrinā perfidiā deceptus ultimo mancipio transfodiendum se praebuit, tum demum intellectā inani iactatione cognominis sui. Sed, ut illo reuertar unde decessi et in eādem materiā ostendam superuacuam quorundam diligentiam, idem narrabat Metellum, uictis in Siciliā Poenis triumphantem, unum omnium Romanorum ante currum centum et uiginti captiuos elephantos duxisse; Sullam ultimum Romanorum protulisse pomerium, quod numquam prouinciali sed Italico agro adquisito proferre moris apud antiquos fuit. Hoc scire magis prodest quam Auentinum montem extra pomerium esse, ut ille affirmabat, propter alteram ex duabus causis, aut quod plebs eo secessisset aut quod Remo auspicante illo loco aues non addixissent, alia deinceps innumerabilia quae aut farta sunt mendaciis aut similia? Nam ut concedas omnia eos fide bona dicere, ut ad praestationem scribant, tamen cuius ista errores minuent? cuius cupiditates prement? quem fortiorem, quem iustiorem, quem liberaliorem facient? Dubitare se interim Fabianus noster aiebat an satius esset nullis studiis admoueri quam his implicari.

Sarebbe troppo lungo star dietro uno per uno a quanti gli scacchi o il pallone o la cura di abbrustolire il corpo al sole consumarono la propria esistenza. Non sono sfaccendati quelli i cui piaceri costano fatica. Di essi nessuno dubiterà che fatichino a non far nulla, che si perdano in studi inutili, e ce n’è già un bel numero anche fra i Romani. Fu malattia dei Greci questa di ricercare quanti rematori ebbe Ulisse, se fu scritta prima l’Iliade o l’Odissea, e se sono del medesimo autore, e così via altre cose del genere, che, se le tieni per te, non ti serviranno oltre al fatto di saperle, se le pubblichi, non apparirai più colto ma più pedante. Ecco che ha invaso anche i Romani la vana passione di una dottrina superflua. In questi giorni ho ascoltato uno esporre quali cose ogni generale romano è stato il primo a fare: per primo Duilio vinse in una battaglia navale, per primo Curio Dentato condusse degli elefanti in trionfo. E ancora questi dati, anche se non tendono alla vera gloria, tuttavia riguardano esempi di azioni pubbliche; è destinata a non essere di utilità questa conoscenza, ma è tale da interessarci con l’allettevole vanità degli argomenti trattati. Anche questo lasciamolo a chi ne fa ricerca: chi per primo persuase i Romani a salire su una nave – Claudio fu costui, detto Caudice, perché l’insieme di più tavole era chiamata dagli antichi caudex e di qui le tavole delle leggi sono dette “codici”, e ancora ora, per antica consuetudine, le navi che risalgono il Tevere portando approvvigionamenti sono dette “codicarie” –, e abbia pure un suo significato il fatto che Valerio Corvino per primo conquistò Messina e per primo, nella gens Valeria, fu chiamato Messana (e, poco a poco, cambiando il popolo le lettere, fu detto Messalla); ma permetterai che a qualcuno stia a cuore anche questo, e cioè che, per primo, Lucio Silla fece scendere nel Circo i leoni sguinzagliati (mentre fino ad allora erano fatti scendere incatenati), dopo che da re Bocco erano stati mandati dei frombolieri per abbatterli? Anche questo sia concesso; ma anche la notizia che Pompeo per primo fece tenere nel Circo un combattimento di diciotto elefanti, cui erano stati messi a confronto, come per uno scontro, persone innocenti, ottiene qualche utile risultato? Principe della città e fra i principi del tempo antico, come tramandò la fama, uomo di eccezionale bontà, giudicò memorabile genere di spettacolo ammazzare la gente con un sistema mai prima usato: “Combattono all’ultimo sangue? È troppo poco! Sono fatti a pezzi? È troppo poco! Che siano schiacciati dalla mole di quei pachidermi!”. Meglio sarebbe stato che questi fatti fossero caduti nell’oblio, affinché nessun potente, in seguito, li imparasse e provasse invidia per una cosa niente affatto umana! Quanta caligine pone davanti alle nostre menti un grande successo! Egli si credette al di sopra della natura, quando tante folle di disgraziati gettava davanti a bestie nate ad altre latitudini, quando metteva in lotta esseri tanto diseguali, quando faceva versare tanto sangue che gli occhi del popolo romano vedessero (popolo, che presto egli avrebbe costretto a versarne di più!); poi, il medesimo personaggio, ingannato dalla perfidia alessandrina, al più spregevole dei servi si offrì per essere trafitto, solo allora realizzando l’inutile vanteria del proprio appellativo! Ma per tornare là donde son partito, ancora nella medesima materia indicherò la superflua diligenza di certuni: quella medesima persona raccontava che Metello, nel suo trionfo per la vittoria in Sicilia sui Cartaginesi, solo fra tutti i Romani, aveva condotto davanti al suo cocchio centoventi elefanti; che Silla, ultimo fra i Romani, aveva ampliato il pomerium, che presso gli antichi era costume mai allargare per l’acquisizione di territorio provinciale, ma italico. Questo è più utile sapere, che non l’essere il monte Aventino fuori dal pomerium, come egli personalmente affermava, per uno di questi due motivi, o perché la plebe vi si era ritirata oppure perché, quando Remo trasse gli auspici in quel luogo, gli uccelli non gli erano stati favorevoli; e altri dati innumerevoli, che o sono infarciti di bugie o vi assomigliano. Quand’anche tu ammetta che quelli tutto dicono in buona fede, quand’anche scrivano dandone garanzia, tuttavia queste notizie di chi diminuiranno gli errori? I desideri di chi comprimeranno? Chi renderanno più forte, chi più giusto, chi più generoso? Di dubitare a volte il nostro Fabiano affermava, se fosse meglio non accedere a nessuna cultura oppure trovarsi impicciato in questa!

Gneo Nevio

Gneo Nevio, al contrario di Livio Andronico, era un cittadino romano, seppur di origine campana: le città campane avevano ricevuto la Romana ciuitas sine suffragio nel 295, a seguito delle guerre sannitiche. Sulla biografia dello scrittore si dispone di scarse notizie, ma quel che si sa di certo è che combatté contro i Cartaginesi durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), verosimilmente negli ultimi anni del conflitto. Non era un aristocratico, e anzi sembra che avesse avuto aspri scontri con la nobilitas romana, in particolare con la potente famiglia dei Caecilii Metelli. Della burbanza di questo clan gentilizio è un ottimo esempio il brano conservato da Plinio il Vecchio della laudatio funebris tenuta da Quinto Cecilio Metello (cos. 206) in onore del padre Lucio Cecilio Metello (cos. 251; 221):  

Q. Metellus in ea oratione, quam habuit supremis laudibus patris sui L. Metelli pontificis, bis consulis, dictatoris, magistri equitum, XVuiri agris dandis, qui primus elephantos ex primo Punico bello duxit in triumpho, scriptum reliquit decem maximas res optimasque, in quibus quaerendis sapientes aetatem exigerent, consummasse eum: uoluisse enim primarium bellatorem esse, optimum oratorem, fortissimum imperatorem, auspicio suo maximas res geri, maximo honore uti, summa sapientia esse, summum senatorem haberi, pecuniam magnam bono modo inuenire, multos liberos relinquere et clarissimum in ciuitate esse; haec contigisse ei nec ulli alii post Romam conditam.

«Quinto Metello nel discorso che tenne durante le onoranze funebri di suo padre Lucio Metello, il pontefice – il quale fu due volte console, dittatore, comandante della cavalleria, quindecemviro per l’assegnazione delle terre e, per primo, nella prima guerra punica, portò degli elefanti in trionfo – lasciò scritto che egli aveva riassunto in sé le dieci qualità più grandi e belle, nella ricerca delle quali gli uomini saggi trascorrono la vita: aveva voluto essere un guerriero di prim’ordine, un ottimo oratore, un comandante valorosissimo; sotto il suo comando si erano compiute grandissime imprese; aveva ricoperto le cariche più alte; era stato sommamente saggio, era stato considerato il senatore più prestigioso; aveva messo insieme con mezzi leciti un immenso patrimonio; lasciava molti figli, era il cittadino più illustre. Queste fortune erano toccate a lui e a nessun altro dal tempo della fondazione dell’Urbe».

(Plin. N.H. VII 45, 139-140)

Come si vede, la ripetuta insistenza fa di questo testo non solo un documento di albagia, ma anche di propaganda politica; d’altra parte, in esso il profilo delineato era quello dell’uomo di Stato romano della media età repubblicana, per il quale rappresenta una sorta di decalogo, senza dubbio significativo ma quasi inarrivabile.

Il cosiddetto «Togato Barberini». Statua, marmo, fine I secolo a.C. con testa non pertinente. Roma, Musei Capitolini.

Da una discussa allusione contenuta nel Miles gloriosus (vv. 211-212) di Plauto, sembra di ricavare che Nevio fu perfino incarcerato dai suoi avversari, ob assiduam maladicentiam et probra in principes ciuitatis («per lo sparlare continuo e per le offese a danno dei cittadini più in vista», Gell. N.A. III 3, 15). Secondo la maggior parte degli studiosi, infatti, l’alterco tra Nevio e la famiglia dei Metelli sarebbe avvenuto con ogni probabilità sotto il consolato di Quinto Cecilio Metello e la pretura di suo fratello Marco, nel 206: forse il poeta li attaccò apertamente in una commedia, con un verso apparentemente innocuo, ma che dimostra lo spirito libero e fiero dell’autore: Fato Metelli Romae fiunt consules («Per volere del destino i Metelli sono stati eletti consoli di Roma», F 4 Traglia). È innocuo all’apparenza, perché, com’è noto, il termine fatum è in latino una vox media e poteva essere inteso nel senso di “disgrazia”, generando un arguto doppio senso: «Per la rovina di Roma i Metelli sono stati eletti consoli». In ogni caso, i personaggi diffamati non fecero attendere la propria replica – quando si dice “rispondere per le rime”! – con un monostico carico di minaccia: Malum dabunt Metelli Naeuio poetae («I Metelli la faranno pagare cara al poeta Nevio»).

Ritratto virile. Busto, bronzo, 30 a.C. c.

Per quanto sia dato a intendere, caratteristica della commedia neviana doveva essere la mordacità con cui egli alludeva all’attualità politica in chiave polemica e satirica. Non è certo, ma è molto probabile per alcuni studiosi che gli strali contro i Caecilii Metelli derivi dalle origini stesse di questa schiatta, origini, per la verità, plebee. Il poeta Nevio, dunque, era particolarmente infastidito dalla nouitas e dall’arroganza dei giovani Metelli, al punto che, sembrerebbe dalla commedia Ludus, egli mise in scena un dialogo di questo tenore:

A. Cedo, qui uestram rem publicam tantam amisistis tam cito?

B. Proueniebant oratores noui, stulti adulescentuli.

A. Dimmi: come avete fatto a mandare in rovina il vostro Stato, un tempo così potente?

B. Si facevano avanti nuovi politici, degli stupidi ragazzetti!

(F 51 Traglia)

Il riferimento alla situazione contemporanea, molto probabilmente nel 206, è implicito: gli stulti adulescentuli potevano essere benissimo i fratelli Quinto e Marco, ma anche il loro giovanissimo amico e sodale, Publio Cornelio Scipione (il futuro Africano), anch’egli vittima degli strali del poeta:

etiam qui res magnas manu saepe gessit gloriose,

cuius fata uiua nunc uigent, qui apud gentes solus praestat,

eum suus pater cum pallio unod ab amica abduxit.

«Anche colui che spesso compì grandi gesta con gloria,

le cui azioni ora raggiungono la fama eccelsa e che presso le gentes si distingue lui solo,

suo padre lo portò via dalla casa dell’amante con un unico straccio indosso».

(F 86 Traglia)

Davvero una pessima figura per il futuro grande generale romano, colto in flagrante tra le braccia di una ragazza forse non bene accetta dalla famiglia, portato via con forza dal burbero padre senza nemmeno avere il tempo di rivestirsi: la frecciata dell’arguto poeta è rafforzata dal contrasto tra la solennità dei primi due versi (che riecheggiano i famosi elogia Scipionum!) e il terzo, che descrive una tipica scena comica.

Scena di un incontro galante. Affresco, 19 a.C. ca. Cubiculum D. Casa della Farnesina. Roma, P.zzo Massimo alle Terme.

Ora, queste vicende fecero di Nevio il solo letterato romano che abbia preso parte autonoma alle mene politiche e il solo privo di protettori autorevoli negli ambienti dell’élite. Egli pagò di persona il proprio anticonformismo: morì, forse in esilio, a Utica, in Africa, nel 204 o nel 201.

Il forte impegno di Nevio nella vita sociale e culturale romana traspare dai caratteri originari della sua produzione letteraria, della quale si conservano soltanto frammenti riportati da autori posteriori. In particolare, è interessante il suo poema epico, il Bellum Poenicum, dedicato alla narrazione della prima guerra punica, probabilmente composto in tarda età, verso gli anni 220-210. L’opera, che adotta – come già l’Odusia di Livio Andronico – il saturnio, verso della tradizione religiosa latina, doveva estendersi per quattromila o cinquemila versi: ne resta appena una sessantina. Allo stesso modo, anche la sua produzione teatrale dovette essere cospicua, se si presta fede alle testimonianze degli antichi, che lo celebravano fra i maggiori. Sono suoi, del resto, i primi titoli di fabulae praetextae (tragedie di argomento romano) che siano tramandati, Romulus e Clastidium.

Guerrieri celti (dettaglio). Rilievo, terracotta policroma, II sec. a.C. dal fregio del tempio di Civitalba. Ancona, Museo Nazionale delle Marche.

Quanto al poema, la scelta di un soggetto storico quasi contemporaneo non fu l’unica novità dell’epica di Nevio. L’autore non si limitò infatti a trattare in poesia il primo scontro con Cartagine, ma nella prima parte dell’opera (o forse in un excursus), con un salto cronologico arditissimo, il suo racconto toccava le origini leggendarie di Roma. Dai frammenti superstiti, si apprende che Nevio narrò con una certa ampiezza dell’arrivo nel Lazio di Enea, il mitico progenitore dei Romani, e delle altre vicende preistoriche fino alla fondazione della città. Per esigenze forse scolastiche il grammatico Ottavio Lampadione (vissuto nel II secolo a.C.) suddivise la materia neviana in sette libri. In effetti, la mescolanza di eventi storici e mitologia fece di Nevio un precursore di Virgilio: il Bellum Poenicum, dunque, anticipò molti motivi e situazioni propri dell’Aeneis e, infatti, molti dei passi dell’opera neviana sarebbero stati trasmessi dai commentatori virgiliani. Nonostante il debito nei confronti di Nevio, il grande successo dell’Aeneis in epoca imperiale contribuì a oscurare i meriti del predecessore.

L’eroe protagonista della vicenda virgiliana, nell’ultima notte di Troia, correva a casa del vecchio padre Anchise e, consegnati nelle sue mani i Penates della città, se lo caricava sulle spalle, prendeva per mano il figlioletto Ascanio e, seguito dalla moglie Creusa (che nella concitazione della fuga sarebbe andata perduta per sempre), correva via da Ilio in fiamme, invasa dagli Achei. In Nevio, come mostrano due frammenti tra i più significativi, che descrivono in maniera assai espressiva i momenti della fuga, le cose andarono diversamente. Secondo un’interpretazione minoritaria, Anchise ed Enea, avvertiti per tempo da Venere, avrebbero lasciato Troia destinata alla distruzione subito dopo l’orrenda morte di Laocoonte. Nel F 4 Morel le spose di Anchise e di Enea abbandonavano piangenti la città al suo fato, uscendo furtivamente di notte con il capo velato:

… amborum uxorem

noctu Troiad exibant capitibus opertis,

flentes ambae, abeuntes lacrimis cum multis…

«… le spose di entrambi

uscivano notte tempo da Troia a capo coperto,

entrambe piangendo, mentre se ne andavano con molte lacrime…».

Nel F 5 Morel al seguito degli esuli fuggitivi si poneva una moltitudine, genti d’ogni età (multi mortales), ma anche numerosi guerrieri valorosi (strenui uiri), capaci di opporsi all’avverso destino e pronti a costruire una nuova patria (l’oro che portavano con sé non era, una volta tanto, moralistico sintomo di corruzione o avidità, ma realistica garanzia di rinascita):

eorum sectam sequuntur multi mortals,

multi alii e Troia strenui uiri,

urbi foras cum auro illic exibant.

«Al loro seguito si pose molta gente,

molti altri coraggiosi guerrieri di Troia,

uscivano allora dalla città, portando con sé l’oro».

Il tragico tema dell’esilio è dunque sviluppato da Nevio con i tratti espressionistici tipici dell’epos arcaico. Nel primo frammento il poliptoto (cioè la ripetizione della stessa parola in due casi diversi della flessione) amborum… ambae, allitterante con abeuntes, sottolinea il comune destino delle due donne: la segretezza e il pianto muliebre che accompagnano la fuga sono racchiusi rispettivamente nei due versi finali. Nell’altro frammento, invece, la potente figura etimologica (che lega verbo e complemento tratti dalla medesima radice) sectam sequuntur è collegata dall’allitterazione con strenui uiri, ma all’interno della struttura sintattica la formula patetica multi mortales, enfatizzato dal raddoppiamento di multi, dice il destino doloroso di tutta una stirpe.

La partenza degli Eneadi per l’Esperia. Disegno ricostruttivo, dalla Tabula Iliaca Capitolina (in SCAFOGLIO 2005, 127).

Nel racconto della “preistoria” di Roma, Nevio doveva dare notevole spazio all’intervento divino, ma, a differenza dell’epica omerica, gli dèi assumevano anche una funzione storica e sanzionavano, attraverso grandiosi conflitti, la fondazione dell’Urbe. Se da una parte è giusto insistere sull’ispirazione “nazionale” dell’opera e sull’originalità della struttura, dall’altra non conviene staccare troppo Nevio dalla tradizione letteraria greca, quasi a farne un contraltare del “traduttore” Andronico. Nevio stesso, d’altronde, doveva essere stato un profondo conoscitore di poesia ellenica: anche la sua terra d’origine, la Campania, era regione di lingua e cultura grecanica. Certi aspetti di stile rivelano in lui un’originale mescolanza di cultura poetica greca e ispirazione tradizionale romana.

Il poeta, si è accennato, scrisse molto anche per il teatro: a quanto pare, fu l’inventore di un nuovo genere teatrale, la fabula praetexta, così detta dal nome con cui i Romani indicavano la toga orlata di porpora propria dei magistrati. Di questa produzione, le prime tragedie latine di argomento storico di cui si ha notizia, il Romulus (o Lupus) trattava la drammatica storia della fondazione dell’Urbe; il Clastidium doveva essere una celebrazione della vittoria nell’omonima località (l’od. Casteggio, PV), ottenuta nel 222 a.C. sui Galli Insubri dal console Marco Claudio Marcello: una tragedia su un evento così vicino nel tempo era una grande novità. Fra i drammi di argomento mitologico e greco si segnala, per il suo legame con questioni sociali e politiche di grande attualità, il Lucurgus.

Licurgo. Mosaico, II-III sec. d.C. da St.-Colombe. Vienne, Musée de St. Romain-en-Gal.

Di questa fabula cothurnata si conservano almeno ventiquattro frammenti, grazie ai quali è possibile ricavare una vaga idea della trama: la fabula narrava un episodio relativo all’introduzione del culto dionisiaco in Grecia, e precisamente la terribile punizione inflitta da Dioniso a Licurgo, re di Tracia, il quale aveva malamente cacciato dal regno il dio e tutto il suo seguito di Baccanti. Dioniso si vendicò facendo perire l’empio sovrano tra atroci sofferenze nel rogo del suo stesso palazzo. Per la composizione dell’opera, Nevio si ispirò a un originale greco, forse alla perduta tetralogia eschilea nota come Lykourgheia.

Il tema bacchico era, dunque, particolarmente attuale a Roma tra la fine del III e gli inizi del II secolo: per la verità, il culto di Dioniso, chiamato a Roma Liber o Bacchus, era stato riconosciuto ufficialmente dalle autorità religiose già da molto tempo (almeno dal 496 circa); eppure, negli ultimi decenni del III secolo si erano diffusi dalla Magna Graecia rituali di tipo orgiastico, che preoccupavano enormemente le autorità civili romane a tal punto che, come attesta una tavola di bronzo rinvenuta presso l’od. Tiriolo (CZ), il 7 ottobre 186 il senatus consultum de Bacchanalibus fu promulgato per “depurare” i sacra dionisiaci di tutti quegli elementi che li avevano resi sovversivi, e ricondurli nell’ordinamento cultuale pubblico. La vicenda è raccontata con dovizia di particolari da Tito Livio (XXXIX 8-19). Per comprendere, dunque, l’ostilità che i Romani provavano per quei cerimoniali tanto oltraggiosi e pericolosi basta citare la drammatica e concitata descrizione delle Baccanti che giungono nel regno di Licurgo: Alte iubatos angues inlaesae gerunt («Portano illese serpi dall’alta cresta», F 18 Traglia); oppure le devastazioni compiute dalle invasate: Liberi sunt: quaqua incedunt omnis aruas opterunt («Sono seguaci di Libero: dovunque passino, calpestano tutti i campi», F 19 Traglia).

Di gran lunga più importante, comunque, sembrerebbe la produzione comica di Nevio, consistente in almeno trentadue fabulae, le cui caratteristiche erano tali da indurre il grammatico Volcacio Sedigito a includere il poeta nel canone dei dieci migliori commediografi latini di tutti i tempi. Tra i titoli di questa produzione, il più noto è Tarentilla (“La ragazza di Taranto”): di quest’opera si ha un frammento assai vivace, il ritratto di una ragazza – forse proprio la protagonista – che fa la civetta (F 63 Traglia):

… quasi pila

in choro ludens datatim dat se[se] et communem facit.

alii adnutat, alii adnictat, alium amat, alium tenet.

alibi manus est occupata, alii peruellit pedem;

anulum dat alii [ex]spectandum, a labris alium inuocat,

cum alio cantat, attamen alii <suo> dat digito litteras.

… come una palla

in cerchio passa dall’uno all’altro ed è di tutti.

Fa un cenno a uno, all’altro strizza l’occhio; a uno fa le moine, ne abbraccia un altro.

Mentre la destra è occupata altrove, da un’altra parte fa piedino;

mostra a questo l’anello, chiama quell’altro sussurrando,

con uno canta, a un altro fa segni con le dita.

L’immagine offerta è quella del personaggio stereotipato della ἑταίρα, che grande fortuna ebbe nella Commedia di Mezzo e nella Nea.

Scena di rapimento erotico. Puteale, marmo pentelico, I-II sec. d.C., dalla Campania.

In un altro frammento (F 62 Traglia), appartenente alla stessa opera, il poeta espone il proprio pensiero sulla libertas attraverso l’intervento iniziale del seruus /prologus, che entra in scena burlandosi del pubblico:

quae ego in theatro hic meis probaui plausibus

ea non audere quemquam regem rumpere:

quanto libertatem hanc hic superat seruitus.

«La legge che io ho fatto valere qui con i miei applausi

nessuno osa infrangere, nemmeno se fosse un re:

quanto qui sulla scena la servitù supera questa vostra libertà!».

Splendidi versi davvero teatrali, tutti giocati sui gesti dell’attore: hic, puntando l’indice verso il palcoscenico; hanc con un grande gesto sfottitore all’indirizzo degli spettatori.

Il poeta e Thalia, la Musa della commedia. Rilievo da un sarcofago a colonna, marmo, II sec. d.C., da Roma, Horti Pompeiani. London, British Museum.

Del resto, il teatro comico di Nevio dovette essere più “impegnato” di quello del secolo successivo. La sua opera, come si è visto, non si risparmiava attacchi personali contro avverse figure politiche, e scandiva a più riprese il suo amore per la libertas (intesa come la greca παρρησία, cioè la libertà di espressione). Questo spirito censorio ben si adatta all’immagine del mordace poeta superbo, esaltatore del proprio ingegno; sarà difficilmente un caso, allora, che molti personaggi delle sue commedie rivendicassero la propria libertà personale, di pensiero e d’azione, come dimostra un allitterante monostico: Libera lingua loquemur ludis Liberalibus («Con libera lingua parleremo ai ludi di Bacco», F 5 Traglia). L’aggressione satirica dell’avversario politico aveva un precedente illustre nella commedia ateniese dei tempi di Aristofane (V sec.), ma non trovava altri continuatori nel teatro comico latino.

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Livio Andronico: l’iniziatore della letteratura latina

I grandi autori romani del I secolo a.C. concordavano nell’indicare Livio Andronico come l’iniziatore della letteratura latina. È chiaro che consacrazioni del genere possono contenere delle forzature, ma ciò che è noto del personaggio di Livio Andronico rende difficile sottovalutarne l’importanza storica: la rappresentazione di un suo testo teatrale, in occasione dei ludi scaenici del 240, è universalmente ritenuta l’inizio della letteratura di lingua latina. A tal proposito, Cicerone attesta che egli fu primus fabulam C. Claudio Caeci filio et M. Tuditano consulibus docuit anno ipse ante quam natus est Ennius, post Romam conditam autem quarto decumo et quingentesimo («il primo a mettere in scena un dramma sotto il consolato di Gaio Claudio, figlio di Cieco, e di Marco Tuditano, proprio l’anno prima che nascesse Ennio e cinquecentoquattordici anni dopo la fondazione di Roma», Cic. Brut. 72). Tito Livio ricorda, inoltre, che Liuius post aliquot annis, qui ab saturis ausus est primus argumento fabulam serere, idem scilicet – id quod omnes tum erant – suorum carminum actor, dicitur, cum saepius reuocatus uocem obtudisset, uenia petita puerum ad canendum ante tibicinem cum statuisset, canticum egisse aliquanto magis uigente motu quia nihil uocis usus impediebat («Alquanti anni dopo [nel 240] Livio, che per primo osò, prendendo le mosse dalle satire, elaborare un dramma a soggetto, e che fu anche naturalmente – dato che tutti lo erano all’epoca – attore delle proprie stesse composizioni, siccome gli si era arrocchita la voce per i troppi bis che gli erano stati richiesti, a quanto si dice, chiestane licenza, pose davanti al flautista un giovinetto perché cantasse, e recitò la propria parte con movimento assai più vivace, perché non era impedito dalla necessità di usare la voce», Liv. VII 8-9). Livio Andronico è figura fondamentale, anche, per la sua importante traduzione dell’Odissea omerica nel tradizionale verso latino, il saturnio, operazione con la quale inaugurò la tradizione epica romana.

Corsa dei carri nel circo. Bassorilievo, marmo, III sec. d.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

Livio Andronico era un greco originario della colonia di Taranto, in Magna Graecia; da qui egli giunse prigioniero a Roma nel 272, alla fine della guerra fra Roma e la città, ed entrò al seguito del nobile Livio Salinatore, di cui fu libertus e per conto del quale esercitò l’attività di grammaticus, educandone i figli. Andronico, perciò, ne assunse il gentilizio, anteponendolo al proprio nome. Autore di testi drammatici, tragedie e commedie, come attestano le fonti antiche, Andronico stesso partecipava da attore alla messa in scena dei suoi lavori. L’opera più significativa, in ogni caso, fu sicuramente la traduzione in latino del poema odissiaco, il cui titolo doveva suonare Odusia, del quale sono pervenuti solo sei frammenti.

Quando ormai il poeta doveva essere molto vecchio, nel 207, durante la guerra annibalica, per stornare la minaccia del cartaginese Asdrubale che portava aiuti al fratello, i Romani cercarono di assicurarsi il soccorso divino; così le autorità religiose dell’Urbe commissionarono ad Andronico la composizione di un partenio in onore di Iuno Regina, destinato all’esecuzione di un coro di ventisette fanciulle nel corso di una cerimonia pubblica d’espiazione. Il 22 giugno dello stesso anno, il console Marco Livio Salinatore intercettò Asdrubale lungo il fiume Metauro e lo sconfisse in una grande battaglia. Andronico ne ricevette grandissimi onori e la sua “associazione professionale” (il collegium scribarum histrionumque) fu insediata in un edificio pubblico, il tempio di Minerva sull’Aventino; e lì anche al poeta fu concesso di abitare.

Capua. Semiuncia, 216-211 a.C. Æ 6, 48 gr. Recto: Busto diademato di Giunone, voltato a destra.

Della produzione teatrale di Livio Andronico è rimasto poco più di alcuni titoli e da quel che se ne può comprendere sembra che l’autore mostrasse una discreta consapevolezza artistica e certa libertà nel rielaborare i propri modelli greci, rappresentati principalmente dai grandi tragediografi attici di V secolo (Sofocle ed Euripide in particolare).

Il nome di Livio Andronico non compare nel canone dei dieci migliori commediografi latini redatto da Volcacio Sedigito verso la fine del II secolo a.C., sebbene anche in questo campo egli fu un iniziatore: Andronico fu infatti il primo autore di palliatae. Si possiede solo un titolo sicuro, Gladiolus (“Spadino”), ma si sospetta che l’opera avesse per protagonista un soldato fanfarone, predecessore del meglio noto Miles gloriosus di Plauto. Delle altre commedie d’argomento romano note restano solo sei versi e non tutti interi, per cui non è possibile farsi un’idea delle opere. Per esempio, il F 4 Ribbeck3, affatim / edi bibi lusi («ho mangiato a crepapelle, ho preso la sbornia, ho fatto l’amore»), di cui non è dato sapere chi sia il personaggio che pronuncia queste parole né a quale commedia appartenga, è la dichiarazione di aver goduto a sufficienza dei piaceri della vita.

Thalia, la Musa della commedia. Rilievo (dettaglio), marmo, 260 d.C. c. da un sarcofago, Roma, Porta Capena, Mausoleo dei Sempronii. Kansas City (Missouri), The Nelson-Atkins Museum of Art.

Di tutte le opere di Livio Andronico è possibile farsi un’idea abbastanza compiuta della sola Odusia. L’iniziativa di tradurre in lingua latina e in metro italico (satirico) l’Odissea omerica ebbe una portata storica enorme. È molto probabile che egli abbia scelto questo soggetto data la vasta popolarità dell’eroe protagonista nelle leggende italiche e il fatto che lo abbia volto nell’antico saturnio testimonia la volontà di collegare implicitamente la propria opera alla tradizione sacrale e oracolare. Ora, neppure una cultura letteraria di somma raffinatezza e curiosità come quella ellenica era mai arrivata a concepire la traduzione di un testo letterario da una lingua straniera.

L’operazione liviana ebbe insieme finalità letterarie e scopi più genericamente culturali. Traducendo Omero, egli rendeva disponibile ai Romani meno colti un testo fondamentale della cultura greca. Naturalmente l’élite aristocratica già era in grado di leggere Omero nell’originale, ma l’Odusia ebbe fortuna soprattutto come testo scolastico e da un famoso passo di Orazio è noto che ancora gli scolaretti del I secolo a.C. penassero sul difficile e arcaico linguaggio di Andronico: Non equidem insector delendaue carmina Liui / esse reor, memini quae plagosum mihi paruo / Orbilium dictare… («Certamente non infierisco né penso che vadano distrutti i versi di Livio, che – ricordo bene – il manesco Orbilio dettava a me fanciullo…», Hor. Epist. II 1, 69-71). La difficoltà nella lettura dell’opera liviana nel I secolo è testimoniata anche da Cicerone: Nam et Odyssia Latina est sic [in] tamquam opus aliquod Daedali et Liuiana fabulae non satis dignae quae iterum legantur («Infatti, l’Odissea latina è come un’opera di Dedalo e i lavori teatrali di Livio non meritano d’esser letti più di una volta», Cic. Brut. 71). L’Arpinate, insomma, considerava i drammi di Andronico poeticamente grezzi e privi d’interesse.

Poeta drammaturgo (dettaglio dalla Preparazione di attori a un dramma satiresco). Mosaico, età vespasianea (I sec. d.C.), da Pompei, Casa del Poeta tragico. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Ma l’importanza di Livio Andronico nella storia letteraria sta soprattutto nell’aver concepito la traduzione come un’operazione artistica e i problemi che egli affrontò furono enormi: dovette creare a Roma una lingua letteraria, adatta a recepire il linguaggio e lo stile dell’epica greca e a restituirne le risonanze e gli effetti. In questo lavoro, cercò la solennità volgendosi alle formule del linguaggio religioso romano oppure adottando forme grammaticali e vocaboli che suonavano arcaici rispetto all’uso quotidiano del suo tempo; per esempio, espressioni allitteranti, come: matrem Proci procitum ploirumque uenerunt («della madre la mano i Pretendenti in gran numero a chieder vennero»). D’altra parte, Andronico trasformò il testo di partenza tutte quelle volte che un concetto o la presentazione di un personaggio sarebbero risultati inaccettabili alla mentalità dei Romani del suo tempo: per esempio, se Omero parlava di un eroe «pari agli dèi», nozione che avrebbe scandalizzato la mentalità quiritaria, Andronico preferì scrivere summus adprimus («grandissimo e di primo rango»).

I F 1 e 16 Morel illustrano bene il doppio binario seguito da Livio Andronico nella sua opera di traduttore e adattatore: fedeltà al testo di partenza e “transcodificazione” degli elementi ritenuti estranei al codice culturale della lingua d’arrivo. Il F 1 Morel, Virum mihi, Camena, insece uersutum («Cantami, o Camena, l’uomo versatile»), è verosimilmente l’incipit del poema, la dotta e raffinata trasposizione in latino del celebre inizio dell’Odissea omerica: Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον («Cantami, o Musa, l’uomo multiforme»). Nella versione liviana sono resi fedelmente il verbo insĕco, raro e arcaico (qui all’imperativo), che corrisponde al greco ἐνέπω, di cui riproduceva la radice (come anche all’inglese to say e al tedesco sagen), e uersutum, che è un calco parziale del secondo elemento che compone l’aggettivo greco su πολύτροπον (uerto / uersus : τρέπω / τρόπος); ma un elemento di forte innovazione rispetto al testo omerico è la sostituzione della Musa greca, ispiratrice del canto, con la Camena: le Camenae, o Casmenae, antiche divinità latine delle fonti, furono assimilate alle Muse per la consonanza del nome, certamente etrusco, e carmen. Interessante è pure il F 16 Morel, igitur demum Ulixi cor frixit prae pauore («fu allora che a Ulisse si gelò il cuore dalla paura»), traduzione del passo formulare di Od. V 297, καὶ τότ’ Ὀδυσσῆος λύτο γούνατα καὶ φίλον ἦτορ («e allora a Odisseo si sciolsero le ginocchia e il cuore»); si nota come Andronico abbia mutato l’immagine omerica delle ginocchia che si sciolgono, estranea alla mentalità romana, sostituendola con la metafora del freddo generato nel cuore dalla paura. Il ricorso all’allitterazione e agli effetti di suono (Ulixi… frixit; prae pauore), con cui il poeta intende sottolineare a livello fonico il “raggelarsi” del cuore dell’eroe, è conforme all’espressionismo tipico della lingua latina arcaica.

Ulisse e compagni sulla nave (dettaglio). Mosaico, II-III sec. d.C., da Thugga (od. Dougga). Tunis, Musée National du Bardo.

Con Livio Andronico, dunque, «nasce il primo grande traduttore della cultura occidentale, un traduttore che, nonostante il suo sperimentalismo di iniziatore, possedeva già tutti gli strumenti di una tecnica complessa e consapevole» (B. Gentili).

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