Le cohortes vigilum: la piaga degli incendi nell’antica Roma

Gli incendi a Roma erano fenomeni assai frequenti e costituivano un serissimo problema. All’interno delle abitazioni il fuoco era utilizzato per moltissimi scopi: per cucinare, per riscaldare, per illuminare. Era perciò sufficiente anche una minima negligenza, una lieve distrazione, perché una delle tante fiamme libere investisse le strutture lignee dei tetti, dei solai e dei tramezzi, causando un principio d’incendio. A partire dai secoli finali del periodo repubblicano, la popolazione residente nell’Urbe era aumentata in modo impressionante ed esponenziale, e molti speculatori avevano approfittato della situazione, costruendo strutture precarie, spesso senza un distanziamento sufficiente tra un edificio e l’altro. Di conseguenza, le condizioni di sicurezza all’interno dei quartieri residenziali erano spesso pessime (Vitr. De arch. II 8, 20; 9, 16; Juv. III 197-222).

Nella costruzione degli stessi monumenti pubblici, le precauzioni anti-incendio si limitavano a evitare contatti troppo ravvicinati con i caseggiati circostanti. In età repubblicana la prevenzione e l’intervento contro questi disastri erano appannaggio dei tresviri nocturni (cfr. Liv. XXXIX 14, 10), in seguito affiancati a dei funzionari ausiliari, i quinqueviri cis Tiberim: gli uni e gli altri disponevano di squadre di servi pubblici; è noto anche che alcuni privati mettessero a disposizione della cittadinanza i propri schiavi, gratuitamente o a pagamento, come nel caso di Marco Egnazio Rufo, uno dei dissidenti di Augusto, che nel 26 a.C., durante la sua edilità, aveva riscosso non poca popolarità grazie alla tempestività con cui soccorse i concittadini colpiti da un incendio (Vell. II 91, 2; DCass. LIII 24, 4-6). Uno dei quartieri più popolosi di Roma, in cui gli speculatori spadroneggiavano, era certamente la Suburra: era altresì tristemente noto per la frequenza degli incendi. Così, nella realizzazione del suo Foro, Ottaviano Augusto fece innalzare un alto muro di peperino e pietra gabina allo scopo di schermare il nuovo complesso dal quartiere retrostante.

Città romana (dettaglio). Rilievo, marmo, c. II sec. da Avezzano. Celano, Castello Piccolomini. Collezione Torlonia di Antichità del Fucino.

Il princeps affrontò il problema da più punti di vista: Cassio Dione riferisce che nel 22 a.C. Augusto «affidò l’estinzione degli incendi agli edili curuli, assegnando loro come aiutanti seicento servi» (LIV 24, 6, τοῖς δ’ ἀγορανόμοις τοῖς κουρουλίοις τὴν τῶν ἐμπιμπραμένων κατάσβεσιν ἐνεχείρισεν, ἑξακοσίους σφίσι βοηθοὺς δούλους δούς); nell’anno 7 a.C. l’imperatore divise la città e il suo suburbio in 14 regiones (δεκατέσσαρα μέρη) e 265 vici. Alla supervisione di ciascuna regio (quartiere) era preposto un magistrato tramite sorteggio, mentre a ciascun vicus quattro magistri, eletti ogni anno dagli abitanti della circoscrizione (cfr. Suet. Aug. 30, 1).

Mappa delle XIV regiones dell’Urbe. Opera di ColdEel

Al 6 d.C. risale l’istituzione ufficiale del corpo paramilitare dei vigiles, costituito da sette cohortes da 1000 uomini ciascuna, e posto sotto la guida di un praefectus vigilum di rango equestre. Ecco la testimonianza in merito di Cassio Dione: «In questo periodo, quando molte zone della città andarono distrutte a causa di un incendio, Augusto coscrisse dei liberti, ripartendoli in sette divisioni con il compito di soccorritori, ai quali prepose un cavaliere come comandante, con l’intenzione di sciogliere questa formazione nel giro di breve tempo. Tuttavia, non fece così, poiché, essendosi reso conto con l’esperienza che il loro intervento era quanto mai utile e necessario, li trattenne. Questi vigiles esistono ancora oggi come una specie di corpo scelto, ma non sono più reclutati soltanto tra i liberti, ma anche da altre classi sociali; essi dispongono di acquartieramenti in città e ricevono una paga dal Tesoro» (LV 26, 4-5, ἐπειδή τε ἐν τῷ χρόνῳ τούτῳ πολλὰ τῆς πόλεως πυρὶ διεφθάρη, ἄνδρας τε ἐξελευθέρους ἑπταχῇ πρὸς τὰς ἐπικουρίας αὐτῆς κατελέξατο, καὶ ἄρχοντα ἱππέα αὐτοῖς προσέταξεν, ὡς καὶ δι’ ὀλίγου σφᾶς διαλύσων. οὐ μέντοι καὶ ἐποίησε τοῦτο· καταμαθὼν γὰρ ἐκ τῆς πείρας καὶ χρησιμωτάτην καὶ ἀναγκαιοτάτην τὴν παρ’ αὐτῶν βοήθειαν οὖσαν ἐτήρησεν αὐτούς. καὶ εἰσὶ καὶ νῦν οἱ νυκτοφύλακες οὗτοι ἴδιόν τινα τρόπον οὐκ ἐκ τῶν ἀπελευθέρων ἔτι μόνον ἀλλὰ καὶ ἐκ τῶν ἄλλων στρατευόμενοι, καὶ τείχη τε ἐν τῇ πόλει ἔχουσι καὶ μισθὸν ἐκ τοῦ δημοσίου φέρουσιν). La stessa fonte riporta che il princeps «per il mantenimento dei praefecti vigilum introdusse una tassa (vicesima libertatis) del 2% sulla vendita degli schiavi» (LV 31, 4, ἐς τὴν τῶν νυκτοφυλάκων τροφήν, τό τε τέλος τὸ τῆς πεντηκοστῆς ἐπὶ τῇ τῶν ἀνδραπόδων πράσει ἐσήγαγε). A conferma del numero esatto delle divisioni in cui erano ripartiti i vigiles sono pervenuti alcuni documenti epigrafici, come l’iscrizione onorifica ostiense (ILS 2154) apposta su una base di statua, risalente al 162, e dedicata a Marco Aurelio dalle cohortes VII vig(ilum); o ancora una tabula marmorea frammentaria (ILS 2178), datata l’11 aprile del 212 e dedicata pro salute et incolumitate dal praefectus vigilum Cerellio Apollinare e dagli uomini delle 7 coorti a Caracalla e a sua madre Giulia Domna.

Iscrizione onorifica (ILS 2154) per M. Aurelio Antonino con dedica da parte delle cohortes VII vigilum. Base di statua, marmo, 162. Ostia, Caserma dei Vigili.

La competenza specifica dei vigiles (νυκτοφύλακες) era, dunque, la prevenzione e lo spegnimento degli incendi, ma è noto che si occupassero anche dei servizi notturni di ronda e svolgessero compiti di polizia. Ciascuna coorte era posta al controllo di due delle quattordici circoscrizioni in cui era suddivisa l’Urbe; i vigiles erano perciò dislocati in una caserma principale, detta statio o castra (CIL XIV 4381 = ILS 2155; CIL XIV 4387), posta in una regio, e in un distaccamento (excubitorium) in quella vicina (CIL VI 3010 = ILS 2174), in modo da garantire in tutta la città la massima tempestività di intervento. A testimonianza di ciò soccorrono anche le rovine delle caserme rinvenute sia in Roma sia a Ostia.

Il loro comandante non era un magistrato, ma disponeva di notevoli poteri di coercitio, che nel corso del tempo si accrebbero: rientravano nelle sue prerogative la lotta contro gli incendi dolosi o appiccati per negligenza, i danneggiamenti, i furti e le questioni inerenti la proprietà privata e l’impiego delle acque (Dig. I 15, 3; Cassiod. Var. VII 7; VI 8).

Due vigiles in azione durante una ronda notturna. Illustrazione di Ángel García Pinto.

All’interno delle cohortes gli uomini erano inquadrati per mansione e specializzazione: c’erano i siphonari, addetti all’azionamento delle pompe per lo spegnimento dei fuochi; gli aquarii, che si occupavano dell’approvvigionamento idrico in città; i carcerarii, che sorvegliavano a turno le prigioni; gli horrearii, che custodivano i magazzini pubblici; i balnearii, che assicuravano l’ordine pubblico negli stabilimenti termali. Ogni divisione disponeva, inoltre, di quattro medici, addetti alle cure e al primo soccorso degli uomini infortunati.

Per spegnere gli incendi, i vigiles erano equipaggiati in primo luogo con tubi e pompe. I tubi venivano collegati alla fontana più vicina, in modo da portare l’acqua alle pompe che, azionate da cinque o da sei uomini, potevano emettere getti d’acqua ad altissima pressione, come è stato possibile verificare ricostruendo il meccanismo in base alla descrizione di Vitruvio e ad alcuni esemplari rinvenuti a Roma e a Pompei (Heron. Pneum. I 28; cfr. Vitr. De arch. VII 4). I vigiles facevano ricorso anche a mezzi più semplici, come i secchi per attingere l’acqua e i centones, grandi coperte bagnate usate per soffocare le fiamme. È testimoniato anche l’utilizzo, in casi particolari, di sabbia e aceto. Erano, infine, dotati di scale, corde e attrezzi per demolire muri e abbattere porte (cfr. Petron. Sat. 78, 7; Plin. Ep. X 33, 2; Dig. XXXIII 7, 12, 18).

Siphona. Ricostruzione moderna di una pompa ad acqua romana. Madrid, Museo Arqueologico Nacional.

Le fonti letterarie antiche testimoniano la preoccupazione costante dei cittadini e delle autorità civili per il rischio degli incendi e ne ricordano alcuni degli esiti particolarmente catastrofici o che interessarono edifici sacri o pubblici del centro monumentale (Tac. Ann. IV 64; VI 45; XV 38-41; DCass. LVIII 26, 5; LXII 16). È possibile, dunque, redigere una sorta di “lista” di queste sciagure. In epoca imperiale, Tacito ricorda un incendio che distrusse buona parte del quartiere sul Celio nel 27 d.C. (Tac. Ann. IV 64; Suet. Tib. 48), mentre nove anni più tardi, nel 36, fu la volta del Circo Massimo e dell’Aventino (Tac. VI 45, 1; cfr. DCass. LVIII 26, 5; Suet. Tib. 48; Inscr. It. XIII 1, 5). Allora Tiberio nominò una commissione per la valutazione dei danni e fece versare una cospicua indennità (HS 100.000.000!) a tutti coloro che ne erano stati colpiti.

Pietra tombale di Q. Giulio Galato, vessillifero della cohors VI vigilum, con immagine e iscrizione (ILS 2169). Stele, pietra tiburtina, c. 71-130, dalla vigna Maccarani, presso Porta S. Paolo. Città del Vaticano, Musei Vaticani

Il celeberrimo incendio scoppiato nell’estate del 64, sotto Nerone, ebbe proporzioni spaventose (Tac. Ann. XV 38-45; cfr. Suet. Ner. 38-39; DCass. LXII 16-18; CIL VI 826; 30837; Hier. An. 64; Oros. VII 7, 4-6): dei quattordici quartieri romani solo quattro rimasero indenni; altre quattro regiones, forse perché le più centrali, furono distrutte e le altre sei rimasero pesantemente danneggiate. Per avere un’idea solo parziale dell’estensione dell’area andata in cenere si può considerare che a nord raggiungesse certamente il Quirinale, a ovest avesse superato il Tevere in direzione del Vaticano e a sud avesse toccato l’Aventino. Pochi anni dopo, nel 69, durante le lotte per la successione ai vertici dello Stato, andò in fiamme il Campidoglio con il tempio di Giove Ottimo Massimo (Tac. Hist. I 2; III 72; Suet. Dom. 1, 2; Vit. 15; DCass. LIV 17, 3; Aurel. Vict. Caes. 8, 5; Hier. ab Abr. 2285; Oros. VII 8, 7). Di nuovo nell’80, sotto il principato di Tito, un nuovo incendio colpì lo stesso colle, propagandosi fino al Campo Marzio (DCass. LXVI 24; Suet. Dom. 5, 1; 7; 20; Tit. 8, 3; Hier. ab Abr. 2096; Oros. VII 9, 14). Nel 104 andarono in fiamme le strutture rimanenti della Domus Aurea (Hier. ab Abr. 2120; Oros. VII 12, 4). Nel 191, sotto il principato di Commodo, furono colpiti dalle fiamme il Tempio di Vesta nel Foro e «gran parte della città» (Hier. ab Abr. 2208; Oros. VII 16, 3; DCass. LXXIII 24; Herod. I 14, 2-6). Al 23 agosto del 217 risalgono i danni da incendio riportati dall’Anfiteatro Flavio, in occasione dei Ludi di Vulcano: l’incidente fu inserito in una lista di prodigi che preannunciarono la caduta dell’usurpatore Macrino, culminati proprio in un fulmine che colpì la sezione superiore dell’edificio (DCass. LXXIX 25, 2-5; cfr. Chron. Min. 354; SHA Elag. 17, 8). Nel 283 fu la volta del teatro di Pompeo, finito in cenere a causa di un incidente con una macchina scenica (SHA Carin. 19; Chron. Min. 354). Infine, si può ricordare l’incendio che colpì il 19 aprile del 363, sotto l’imperatore Giuliano, il tempio di Apollo Palatino, propagatosi nelle vicinanze (Amm. Mar. XXIII 3, 3).

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L’uomo vitruviano (Vitr. III 1, 1-4)

da A. BALESTRA et al. (eds.), In partes tres. 3. L’età imperiale, Bologna 2016, pp. 220-222.

All’inizio del III libro del De architectura, che apre la sezione dedicata all’architettura templare (la più nobile fra le forme di quest’arte) Vitruvio premette una riflessione sulla simmetria, osservando che gli antichi hanno fatto bene a impostare la progettazione dei templi su sistemi modulari, in quanto l’ordine cosmico risponde a criteri di simmetria che possono essere espressi con proporzioni numeriche. Il corpo umano, per esempio, ha proporzioni tanto perfette che può essere inscritto in un cerchio e in un quadrato.

 

[1, 1] Aedium compositio constat ex symmetria, cuius rationem diligentissime architecti tenere debent. ea autem paritur a proportione, quae graece ἀναλογία dicitur. Proportio est ratae partis membrorum in omni opere totiusque commodulatio, ex qua ratio efficitur symmetriarum. namque non potest aedis ulla sine symmetria atque proportione rationem habere compositionis, nisi uti hominis bene figurati membrorum habuerit exactam rationem. [2] corpus enim hominis ita natura composuit, uti os capitis a mento ad frontem summam et radices imas capilli esset decimae partis, item manus pansa ab articulo ad extremum medium digitum tantundem, caput a mento ad summum uerticem octauae, cum ceruicibus imis ab summo pectore ad imas radices capillorum sextae, ‹a medio pectore› ad summum uerticem quartae. ipsius autem oris altitudinis tertia est pars ab imo mento ad imas nares, nasum ab imis naribus ad finem mediûm superciliorum tantundem, ab ea fine ad imas radices capilli frons efficitur item tertiae partis. pes uero altitudinis corporis sextae, cubitum quartae, pectus item quartae. reliqua quoque membra suas habent commensus proportiones, quibus etiam antiqui pictores et statuarii nobiles usi magnas et infinitas laudes sunt adsecuti. [3] similiter uero sacrarum aedium membra ad uniuersam totius magnitudinis summam ex partibus singulis conuenientissimum debent habere commensus responsum. item corporis centrum medium naturaliter est umbilicus. namque si homo conlocatus fuerit supinus manibus et pedibus pansis circinique conlocatum centrum in umbilico eius, circumagendo rotundationem utrarumque manuum et pedum digiti linea tangentur. non minus quemadmodum schema rotundationis in corpore efficitur, item quadrata designatio in eo inuenietur. nam si a pedibus imis ad summum caput mensum erit eaque mensura relata fuerit ad manus pansas, inuenietur eadem latitudo uti altitudo, quemadmodum areae, quae ad normam sunt quadratae. [4] ergo si ita natura composuit corpus hominis, uti proportionibus membra ad summam figurationem eius respondeant, cum causa constituisse uidentur antiqui, ut etiam in operum perfectionibus singulorum membrorum ad uniuersam figurae speciem habeant commensus exactionem. igitur cum in omnibus operibus ordines traderent, maxime in aedibus deorum, ‹quod eorum› operum et laudes et culpae aeternae solent permanere.

 

Costruzione di un edificio sepolcrale, gru e apoteosi della defunta. Rilievo, marmo, inizio II sec. a.C. dalla Tomba degli Haterii su via Labicana (Roma). Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Gregoriano Profano.

 

[1, 1] La composizione dei templi risulta dalla “simmetria”, e gli architetti devono osservare in modo estremamente scrupoloso i suoi principi. Ed essa nasce dalla proporzione, che in greco è detta analoghìa[1]. La proporzione è la commensurabilità sulla base di un’unità determinata delle membrature di ogni impianto e in tutta quanta tale opera, con cui viene tradotto in atto il criterio delle relazioni modulari. E infatti non può alcun tempio avere della composizione senza “simmetria” e proporzione, se non l’ha avuto aderente al principio razionale precisamente definito proprio dalle membra di un uomo dalla bella forma[2] [2] Poiché il corpo dell’uomo è così composto per natura, che nella testa il volto dal mento alla sommità della fronte e all’attaccatura inferiore dei capelli costituisce la decima parte[3], così pure il palmo della mano dal polso all’estremità del dito medio altrettanto, la testa dal mento alla sommità del cranio l’ottava, dalla sommità del petto con la parte più bassa del collo alle radici inferiori dei capelli la sesta, dal petto alla sommità del capo la quarta. E dalla stessa altezza del volto la parte dal limite inferiore del mento a quello delle narici è la terza, il naso dal limite inferiore delle narici al tratto intermedio della linea delle sopracciglia altrettanto. Da tale linea all’inizio inferiore della chioma la fronte è resa pure la terza parte. E il piede è la sesta parte dell’altezza del corpo, il cubito[4] la quarta, il petto pure la quarta. Anche le altre membra hanno le loro proporzioni reciprocamente commensurabili, valorizzando le quali pure rinomati antichi pittori e statuari conseguirono lodi grandi e illimitate. [3] E allo stesso modo le membrature dei sacri templi devono essere assai convenientemente rispondenti per commensurabilità alla somma totale di tutta quanta la grandezza risultante dalle singole parti. Parimenti il centro in mezzo al corpo per natura è l’ombelico. E, infatti, se un uomo fosse collocato supino con le mani e i piedi distesi e il centro del compasso fosse puntato nel suo ombelico[5], descrivendo una circonferenza, le dita di entrambe le mani e dei piedi sarebbero toccate dalla linea. Analogamente come la forma della circonferenza viene istituita nel corpo, così si rinviene in esso il disegno di un quadrato. Infatti, se si misura dalle piante dei piedi alla sommità del capo e tale misura è riferita alle mani distese, si trova che pure la larghezza è come l’altezza, come le aree che sono quadrate regolari[6]. [4] Pertanto, se così la natura compose il corpo umano, che nelle proporzioni le membra rispondono alla figura generale, sembra che gli antichi con ragione abbiano disposto che anche nella realizzazione di impianti questi presentino la perfezione della “simmetria” delle singole membrature rispetto alla configurazione complessiva della figura. Pertanto, come trasmisero le regole di tutte le opere, lo fecero anche e soprattutto nell’ambito dei templi degli dèi, costruzioni delle quali sia le lodi sia le colpe sogliono permanere in eterno.

 

Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano. Penna e inchiostro su carta, 1490 c. Venezia, Gallerie dell’Accademia.

 

Da questo passo emerge con chiarezza la convinzione, presente in tutta la cultura greca, che la bellezza sia strettamente connessa con una serie di esatte proporzioni numeriche. In particolare l’affermazione di III 1, 3, in base alla quale ogni singola parte deve avere una relazione di proporzione con l’insieme e che il centro dell’edificio (l’umbilicus) rappresenti il punto di convergenza di ciascun elemento dell’insieme, ad alcuni interpreti ha fatto pensare che qui Vitruvio abbia voluto richiamare la tendenza dell’architettura greca, in particolare di età periclea, a far gravitare lo spazio architettonico attorno a centri nevralgici nodali, grazie all’uso di moduli prestabiliti (si pensi, per esempio, al Partenone secondo il progetto di Ictino, che in molte parti rivela l’impiego del modulo del rettangolo aureo). Tale punto focale dello spazio architettonico può essere messo in relazione con il concetto di καιρός, «giusta misura», che nella cultura greca ha anche il significato pregnante di «momento giusto», ossia tempo adatto per intraprendere un’azione positiva e feconda. Il καιρός personificato, l’Occasione, era ritenuto una vera e propria divinità e, non a caso, il grande scultore Lisippo dedicò a questo dio una statua rimasta celebre per l’esattezza delle sue proporzioni.

 

Rappresentazione dello schema delle proporzioni (sezione aurea = 1.1,618) sul Doriforo di Policleto (Di Dio, Macaluso, Rizzolatti, 2007).

 

La possibilità di inserire la figura umana nel quadrato, oltre che nel cerchio, è una teoria di ascendenza pitagorica ripresa anche nell’ambito della scuola peripatetica: si tratta di una teoria particolarmente interessante perché permette all’architetto di fondare le proprie proporzioni su numeri razionali, dato che invece le misure inerenti alla circonferenza portano a numeri irrazionali. In ciò, dunque, si avverte l’eco del dibattito circa la possibilità di teorizzare una “quadratura” del cerchio, ossia di costruire un quadrato che abbia la medesima area di un cerchio dato. In un certo senso, inscrivere la figura umana nel cerchio significa sottolinearne l’irrazionalità, o meglio l’irriducibilità a proporzioni rigorosamente razionali, mentre inscriverla in un quadrato vale l’opposto.

 

Rappresentazione della sezione aurea applicata al Partenone.

 

Vitruvio adombra per l’architetto una funzione alta e importante, in quanto egli è chiamato in un certo senso a creare nel tempio un edificio che riproduca le proporzioni che regolano l’armonia dell’universo, e di cui l’uomo è espressione suprema. L’architettura come arte in sé ne risulta assai nobilitata, poiché ha una funzione di mimesi rispetto alla natura, riproducendone le perfette proporzioni. In questo senso come arte si pone sullo stesso piano della scultura e della pittura, che per vocazione sono mimesi della natura. Vitruvio, infatti, sottolinea che gli antichi maestri, che hanno rispettato le esatte proporzioni nella raffigurazione del corpo umano, hanno ottenuto la massima lode: Reliquia quoque membra suas habent commensus proportiones, quibus etiam antiqui pictores et statuarii nobiles usi magnas et infinitas laudes sunt adsecuti (III 1, 2).

 

Ictino, Callicrate e Fidia, Partenone. Tempio octastilo, periptero di ordine dorico, 447-438 a.C. Fronte occidentale e lato settentrionale. Atene, Acropoli.

 

Oltre a ciò, l’architettura, pur rimanendo una ars, in quanto arte mimetica, può essere accostata alla poesia, che era in genere ritenuta come l’espressione più nobile delle facoltà dell’ingegno dell’uomo (tanto che a essa è lecito che si dedichino anche gli uomini liberi). L’architetto, quindi, è dedito a un’attività nobile, come Vitruvio specifica con cura nella prefazione all’intera opera, e non necessita solo di conoscenze tecniche, ma ha bisogno di un sapere completo, che si fondi anche sulla filosofia, sulla storia e sulla letteratura, in maniera simile al perfetto oratore delineato da Cicerone.

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Note al testo latino:

[1] Il termine è usato da Platone e dai matematici greci per indicare un sistema numerico nel quale siano ravvisabili relazioni ricorrenti. I retori, successivamente, impiegarono la stessa parola per esprimere la tendenza di un sistema linguistico a sottostare a leggi costanti.

[2] La concezione in base alla quale la simmetria sia fondamento dell’armonia e della bellezza ha probabilmente avuto origine nella scuola pitagorica; fu tuttavia affermato con chiarezza da Policleto, alla metà del V secolo a.C., non solo mediante le sue opere, ma anche attraverso il suo trattato sul Canone.

[3] Le misure riferite da Vitruvio risalgono innanzitutto a Policleto, di cui il Doriforo esprime le concezioni artistiche, ma ci sono influenze anche di trattatisti e artisti successivi.

[4] Letteralmente significa “gomito”, quindi indica l’intero avambraccio: è un’unità di misura greca del valore di 45 cm circa.

[5] La concezione in base alla quale l’ombelico sia il centro del corpo è assai diffusa nella cultura greca fin dalle sue origini, così come l’abitudine di avvalersi dello stesso termine per indicare il centro di qualsiasi entità spaziale: nel tempio di Apollo a Delfi, per esempio, era conservata una pietra ritenuta l’ombelico (cioè il centro) del mondo.

[6] La convinzione che il cerchio e il quadrato siano figure perfette è di origine pitagorica.

La formazione dell’architetto (Vitr. I 1-3; 11-13; cfr. L.B. Alberti, De re aed. praef. 1-5)

in PIAZZI F., GIORDANO RAMPIONI A., Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 2. Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 558-563.

[1] Architecti est scientia pluribus disciplinis et uariis eruditionibus ornata[1], cuius iudicio probantur omnia quae ab ceteris artibus perficiuntur. opera ea nascitur ex fabrica et ratiocinatione[2]. fabrica est continuata ac trita usus meditatio[3], quae manibus perficit[ur] e materia cuiuscumque generis opus [est] ad propositum deformationis[4]. ratiocinatio autem est, quae res fabricatas sollertiae ac rationis proportione demonstrare atque explicare potest[5]. [2] itaque architecti, qui sine litteris[6] contenderant, ut manibus essent exercitati, non potuerunt efficere, ut haberent pro laboribus auctoritatem[7]; qui autem ratiocinationibus et litteris solis confisi fuerunt, umbram non rem persecuti uidentur[8]. ac qui utrumque perdidicerunt, uti omnibus armis ornati citius cum auctoritate, quod fuit propositum, sunt adsecuti. [3] cum in omnibus enim rebus, tum maxime etiam in architectura haec duo insunt, quod significatur et quod significat[9]. significatur proposita res, de qua dicitur; hanc autem significat demonstratio rationibus doctrinarum explicata. quare uidetur utraque parte exercitatus esse debere, qui se architectum profiteatur. itaque eum etiam ingeniosum oportet esse et ad disciplinam docilem; neque enim ingenium sine disciplina aut disciplina sine ingenio perfectum artificem potest efficere. et ut litteratus sit, peritus graphidos[10], eruditus geometria, historias complures nouerit, philosophos diligenter audierit, musicam scierit, medicinae non sit ignarus, responsa iurisconsultorum nouerit, astrologiam caelique rationes cognitas habeat.

 

[1] Quella dell’architetto è una scienza che si accompagna a parecchie discipline e a diverse conoscenze, dal cui giudizio si approvano tutte le opere, che sono realizzate da altre arti. Tale attività nasce dall’attività pratica e dalla teoria. La pratica è un’ininterrotta e consueta abitudine all’esercizio, per cui con le mani si realizzano quelle cose in qualunque tipo di materiale sia necessario alla creazione di una forma artistica. Mentre la teoria è ciò che può dimostrare e spiegare in rapporto alla perizia e al progetto la costruzione. [2] Pertanto, gli architetti, che, senza preparazione culturale, si erano sforzati di raggiungere un’adeguata abilità manuale, non poterono conseguire un’autorità proporzionata alle proprie fatiche. Eppure, quelli che hanno confidato soltanto nei ragionamenti e nella preparazione culturale, sembrano aver cercato l’ombra, non la realtà. Ma coloro che le appresero entrambe (la teoria e la pratica), come armati di tutto punto, più rapidamente conseguirono il loro proposito con autorità. [3] Sia, infatti, in ogni ambito, sia soprattutto anche in architettura vi sono questi due aspetti: il significato e il significante. Il significato è il progetto di cui si parla, mentre il significante è la sua spiegazione espressa secondo ragione e scienza. Perciò, sembra opportuno che colui che voglia condurre la professione di architetto sia esercitato in entrambi i campi. Quindi, è opportuno che egli sia intelligente e ben disposto all’esperienza pratica. Né infatti l’ingegno senza apprendimento né l’apprendimento senza ingegno possono formare un artista. E affinché sia ben acculturato, esperto di disegno e preparato in geometria, conosca parecchi fatti storici, sia stato attento discepolo di filosofi, conosca la musica, non sia digiuno di medicina, abbia cognizione di diritto e abbia ben note le leggi dei fenomeni celesti.

Frontespizio de I dieci libri dell’architettura di M. Vitruvio, Tradotti & commentati da Mons. Daniel Barbaro eletto Patriarca d’Aquileia, da lui riueduti & ampliati; & hora in piu commoda forma ridotti, appresso Francesco de’Franceschi Senese et Giovanni Chrieger Alemano compagni, Venezia 1567 [link].
 

Il problema posto da Vitruvio non è certo nuovo, anzi risale al mondo greco dove già all’epoca dei Sofisti si discuteva se nella creazione poetica valesse maggiormente la natura e, quindi, l’ingenium, oppure l’ars, cioè lo studium. Ebbene, Vitruvio afferma che sono necessarie entrambe le componenti, come pochi anni prima aveva sostenuto Orazio a proposito dell’attività poetica, nell’Epistula ad Pisones il poeta dichiarava: ego nec studium sine diuite uena nec rude quid prosit uideo ingenium, ribadendo che ispirazione e tecnica devono per forza convivere.

 

[11] Cum ergo tanta haec disciplina sit, condecorata et abundans eruditionibus uariis ac pluribus[11], non puto posse ‹se› iuste repente profiteri architectos[12], nisi qui ab aetate puerili his gradibus disciplinarum scandendo scientia plerarumque litterarum et artium nutriti[13] peruenerint ad summum templum architecturae[14]. [12] at fortasse mirum uidebitur inperitis, hominis posse naturam tantum numerum doctrinarum perdiscere et memoria continere. cum autem animadverterint omnes disciplinas inter se coniunctionem rerum et communicationem habere, fieri posse faciliter credent; encyclios[15] enim disciplina uti corpus unum ex his membris est composita[16]. itaque qui a teneris aetatibus eruditionibus uariis instruuntur, omnibus litteris agnoscunt easdem notas communicationemque omnium disciplinarum[17], et ea re facilius omnia cognoscunt. ideoque de veteribus architectis Pytheos[18], qui Prieni aedem Mineruae nobiliter est architectatus, ait in suis commentariis architectum omnibus artibus et doctrinis plus oportere posse facere, quam qui singulas res suis industriis et exercitationibus ad summam claritatem perduxerunt. [13] id autem re non expeditur. non enim debet nec potest esse architectus grammaticus, uti fuerat Aristarchus[19], sed non agrammatus, nec musicus ut Aristoxenus[20], sed non amusos, nec pictor ut Apelles[21], sed graphidos non inperitus, nec plastes quemadmodum Myron[22] seu Polyclitus[23], sed rationis plasticae non ignarus, nec denuo medicus ut Hippocrates[24], sed non aniatrologetus, nec in ceteris doctrinis singulariter excellens, sed in îs non inperitus. non enim in tantis rerum uarietatibus elegantias singulares quisquam consequi potest, quod earum ratiocinationes cognoscere et percipere uix cadit in potestatem[25].

 

Rappresentazione della costruzione di una volta sulle arcate del Pont du Gard (in J.-P. Adam, La construction romaine [2011], p. 191, fig. 420).
 

[11] Dal momento che, dunque, questa disciplina è così vasta, abbondantemente ornata e ricca di molteplici e numerose conoscenze, ritengo che possano qualificarsi a buon diritto come architetti soltanto coloro che, salendo per gradi nell’apprendimento di queste discipline fin dalla fanciullezza, nutriti dalla conoscenza della maggior parte delle lettere e delle arti, siano pervenuti al tempio supremo dell’architettura. [12] Ma forse potrà sembrare stupefacente a coloro che non se ne intendono che la natura umana possa apprendere compiutamente e memorizzare una quantità così ampia di saperi. Quando, però, costoro si saranno resi conto che tutte le discipline hanno tra loro un rapporto assai stretto nei contenuti e connessioni reciproche, si convinceranno che possa facilmente realizzarsi: infatti, la cultura generale, come un solo corpo, è costituita da queste membra. E così coloro che sono istruiti fin dalla più tenera infanzia in vari campi del sapere, sanno riconoscere in tutti i settori della cultura le medesime caratteristiche e il legame che unisce tutte le discipline, e grazie a ciò apprendono più facilmente ogni cosa. E perciò tra gli architetti del passato Pitio, che progettò con grande maestria la costruzione del tempio di Minerva a Priene, nei suoi Commentarii afferma che l’architetto deve essere in grado di contribuire a tutte le arti e scienze rispetto a coloro i quali con la propria ingegnosità e l’esercizio fecero avanzare i singoli campi fino al massimo splendore. [13] Questo, però, non trova riscontro nella realtà. Infatti, non si può pretendere che l’architetto sia un grammatico del livello di Aristarco, ma neppure illetterato, né un musicologo come Aristosseno, ma neppure digiuno di musica, né un pittore come Apelle, ma neppure incompetente nel disegno, né uno scultore come Mirone o Policleto, ma neppure inesperto di arte plastica, né ancora un medico come Ippocrate, ma neppure analfabeta in fatto di medicina, né eccellere in tutte le altre scienze singolarmente considerate, ma neppure essere digiuno in esse. Infatti, in una così grande varietà di specializzazioni nessuno potrebbe conseguire per ognuna di esse risultati eccellenti, dal momento che è appena possibile coglierne e assimilarne i fondamenti teorici.

Disegno di un capitello corinzio proveniente dal Campo Vaccino (Roma), da Jacques-François Blondel, Cours d'architecture ou Traité de la décoration, distribution & construction des bâtiments, Paris 1773.
Disegno di un capitello corinzio proveniente dal Campo Vaccino (Roma), da Jacques-François Blondel, Cours d’architecture ou Traité de la décoration, distribution & construction des bâtiments, Paris 1773.

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Note al testo latino:

[1] In realtà, il participio ornata suggerisce un’idea di bellezza che nobilita il concetto di scientia: una traduzione più moderna e svelta potrebbe essere: “La scienza dell’architetto è interdisciplinare e arricchita da varie cognizioni”. Già dalla prima asserzione dell’autore si può constatare un atteggiamento tipico del mondo antico: il rifiuto del tecnicismo a vantaggio di una visione più ampia, complessa e completa del sapere. Disciplina ed eruditio sono due sinonimi: disciplina deriva da discere e designa sia l’attività dell’imparare sia l’oggetto dell’istruzione (dottrina, scienza, cultura); eruditio deriva da erudire e indica sia l’atto dell’insegnare sia l’oggetto di insegnamento (dottrina, scienza, cognizione).

[2] Fabrica e ratiocinatio sono due concetti in netta opposizione, indicanti due aspetti essenziali della disciplina.

[3] La parola meditatio è qui usata nel senso di “abituale esercizio preparatorio”.

[4] Anche materia e deformatio sono due termini fra loro in opposizione: chiaramente i concetti di “materia” e “forma” hanno origine dal pensiero platonico-aristotelico. Occorre inoltre tenere presente che deformatio, da deformare “foggiare, dipingere, disegnare”, significa “disegno, schizzo”. Propositum indica il progetto che veniva proposto, poi discusso e, infine, approvato.

[5] Da notare l’altissima frequenza di lessemi in –tio. I derivati in –tio sono deverbali, indicanti azioni (la loro frequenza è funzionale al pragmatismo nell’ambito scientifico-tecnico) normalmente di significato astratto, con evoluzione panromanza.

[6] Nel mondo antico la preparazione umanistica era fondamentale: i tecnici, quali potevano essere gli artisti in genere o anche i medici, non avevano lo stesso prestigio sociale di altre categorie professionali, proprio perché privi di litterae.

[7] Vitruvio informa in un altro luogo della sua opera di aver lavorato per le legioni di Cesare in qualità di magister fabrum nella realizzazione di macchine da guerra, ma il suo nome, come quello di tanti altri tecnici, non è certo menzionato nei commentarii del generale, in quanto i suoi incarichi non avevano alcun prestigio.

[8] Vitruvio dichiara apertamente che la teoria, da sola, per sé considerata, non può essere efficace: egli propone un nuovo approccio alle cose, un nuovo modello di sapere, un nuovo umanesimo tecnico-scientifico.

[9] Non è semplice l’interpretazione e la traduzione di questi due concetti: si può pensare sia all’oggetto e al metodo (secondo l’interpretazione di E. Romano), sia all’esame obiettivo delle forme di un’opera e allo studio delle specifiche funzioni dell’opera medesima (nella traduzione di E. Diletti).

[10] Graphidos è il genitivo del termine greco graphis, che indica lo strumento per disegnare, cioè la “matita”; ma qui indica il disegno stesso, per metonimia. Questa parola compare, eccettuati gli scrittori come Vitruvio e Plinio il Vecchio, soltanto in Plauto, in Gellio e in Apuleio.

[11] Lo stile qui utilizzato da Vitruvio è particolarmente enfatico; si ribadisce sostanzialmente il concetto già espresso nel primo paragrafo, con leggere varianti, ma soprattutto con l’aggiunta di un participio, condecorata, il cui valore è evidentemente connotativo.

[12] Nella prosa classica il verbo profiteri dovrebbe essere accompagnato dal complemento predicativo se.

[13] L’autore ribadisce il concetto, già espresso, che l’architetto debba ricevere una preparazione poliedrica.

[14] L’architettura è metaforicamente paragonata a un tempio, una vetta cui si arriva dopo un lungo studio.

[15] L’aggettivo encyclios in greco significa il complesso di quanto riguarda l’educazione, la formazione morale dell’individuo o anche il completo corso degli studi. Sarebbe improprio tradurre con l’aggettivo moderno, “enciclopedico”, poiché il concetto di sapere universale collegato alla parola “enciclopedia” è estraneo al mondo classico. Tuttavia, appare evidente che Vitruvio intende allargare il più possibile il campo conoscitivo dell’architettura: ancora una volta la lingua deve ricorrere al prestito del greco.

[16] Dopo una serie di sostantivi astratti Vitruvio usa un’immagine molto concreta per chiarire il concetto espresso.

[17] Il principio qui sostenuto da Vitruvio, quello della interdisciplinarietà delle scienze e dell’unità del sapere, è decisamente moderno.

[18] Pitio, famoso architetto fiorito intorno alla metà del IV secolo a.C., è considerato il primo e più illustre rappresentante dello stile tardo ionico in Asia Minore, al suo nome è legata la costruzione del Mausoleo di Alicarnasso, una delle sette meraviglie del mondo antico. A Vitruvio interessa qui citarlo come primo assertore della necessità di una cultura di ampio respiro per l’architetto.

[19] Aristarco di Samotracia (217-145 a.C. c.), noto grammatico, direttore della celebre Biblioteca di Alessandria e grande studioso di Omero.

[20] Aristosseno, discepolo di Aristotele, scrittore molto facondo, esperto di musica, scrisse gli Harmonica stoichéia, tre libri in cui presentava problemi di teoria musicale.

[21] Apelle, pittore del IV secolo a.C., molto apprezzato da Alessandro Magno. Probabilmente fu il maestro più seguito in epoca ellenistica.

[22] Mirone, celebre scultore della Beozia, vissuto nel V secolo a.C. La sua scultura più nota, che si conosce bene attraverso le copie che sono pervenute, è il Discobolo.

[23] Policleto di Sicione, poco più giovane di Mirone, ha legato il suo nome a statue celeberrime come il Doriforo e il Diadumeno. È il teorizzatore del canone proporzionale della statuaria.

[24] Ippocrate di Cos (460-377 a.C. c.), famosissimo medico, autore probabile del cosiddetto Corpsu Hippocraticum.

[25] Vitruvio afferma che non è così semplice per l’architetto dotarsi di una vasta cultura. Tuttavia, la linea di tendenza proposta dallo scrittore va in questa direzione, che, come abbiamo già osservato, rispondere a una esigenza particolarmente sentita nel mondo classico.

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Il celebre architetto e umanista Leon Battista Alberti, nel suo De re aedificatoria, composto tra il 1443 e il 1452, non solo ripropone esattamente in dieci libri la struttura del testo di Vitruvio, ma fa sue anche le tesi che vi sono esposte. Promossa da Lorenzo il Magnifico e curata da Angelo Poliziano, la prima edizione a stampa del De re aedificatoria fu pubblicata a Firenze nel 1485. Si riporta, di seguito, la prefazione dell’opera, dove è evidente l’influsso di Vitruvio.

 

G. Benaglia, Ritratto di Leon Battista Alberti (1404-1472). Incisione, 1804, da Della pittura e della statua, ed. Società Tipografica de’ Classici Italiani (Milano).

 

[1] Multas et uarias artesque, ad uitam bene beateque agendam faciant, summa industria et diligentia conquisitas nobis maiores nostri tradidere. quae omnes et si ferant prae se quasi certatim huc tendere, ut plurimum generi hominum prosint, tamen habere innatum atque insitum eas intellegimus quippiam, quo singulae singulos praeceteris diuersosque polliceri fructus uideantur. Namque artes quidem alias necessitate sectamur; alias probamus utilitate; alias uero quod tantum circa res cognitis gratissimas uersentur in pretio sunt. quales autem haec sint artes non est ut prosequar, impromptu enim sunt; uerum si repetas ex omni maximarum artium numero nullam penitus inuenies quae non spretis reliquis suos quosdam et proprios fines petat et contempletur. aut si tandem comperias ullam, quae huiusmodi sit ut ea carere nullo pacto possis, tum et de se utlitatem uoluptati dignitateque coniunctam praestet, meo iudicio ab earum numero excludendam esse, non duces architecturam; namque ea quidem – siquidem rem diligentius pensitaris – et publice et priuatim commodissima et uehementer gratissima generi hominum est dignitateque inter primas non postrema.

[2] Sed, antequam ultra progrediar, explicandum mihi censeo, quemnam haberi uelim architectum. non enim tignarium adducam fabrum, quem tu summis caeterarum disciplinarum uiris compares: fabri enim manus architecto pro strumento est. architectum ego hunc fore constituam qui certa admirabilique ratione et uia, tum mente animoque diffinire, tum et opere absoluere didicerit quaecumque ex ponderum motu corporumque compactione et coaugmentatione dignissimis hominum usibus bellissime commodentur. quae ut possit comprehensione et cognitione opus est rerum optimarum […]. [3] Fuere qui dicerent aquam aut ignem praebuisse principia quibus effectum sit ut hominum coetus celebrarentur; nobis uero tecti parietisque utilitatem atque necessitatem spectantibus ad homines conciliandos atque una continendos maiorem in modum ualuisse nimirum persuadebitur. sed ne architecto quidem ea re solum debemus quod tuta optataque diffugia contra solis ardores, brumam pruinasque dederit (tam et si ipsum id haud quamque minimum beneficium est), quam quod multa inuenerit, priuatim et publice, procul dubio longe utilia et ad uitae usum iterum atque iterum accommodatissima.

[4] Quot familias honestissimas et nostra et aliae orbis urbes, temporum iniuria labefactatas, funditus amisisset, ni eos patrii lares, quasi in maiorum suorum gremio receptos, confouissent! Daedalum sua probarunt tempora uel maxime quod apud Selinuntios antrum aedificarit, ex quo, repens, lenisque uapor ita efflaret ac colligeretur, ut sudores grauissimos eliceret corporaque curaret summa cum uoluptate. quid alii quam multa istius modi excogitarunt quae ad bonam ualetudinem faciant: gestationes, natationes, thermas et huiusmodi. aut quid referam uehicula, pistrinas, horria et minuta haec, quae tamen in uita degenda plurimum momenti habent. quid aquarum copias ex intimis, reconditisque productas, usibusque tam uariis tamque expeditis expositas; quid trophea, delubra, fana, templa et eiusmodi, quae ad cultum religionis fructumque posteritatis adinuenit. quid demum quod abscissis rupibus, perfossis montibus, completis uallibus, coercitis lacu marique, expurgata palude, coedificatis nauibus, directis fluminibus, espeditis hostiis, constitutis pontibus portuque, non solum temporariis hominum commodis prouidit, uerum et aditus ad omnes orbis prouincias patefecit. ex quo effectum est ut fruges, aromata, gemmas rerumque peritias et cognitiones et quaecumque ad salutem et uitae commodum conferant homines hominibus mutuis officiis communicarint. [5] Adde his tormenta, machinas, arces et quae ad patriam libertatem, rem decusque ciuitatis, tuendam, augendamque, ad propagandum stabiliendumque imperium ualeant. equidem sic arbitror quos quot a uertere hominum memoria urbes obsidione sub aliorum imperium uenerint, si rogentur a quo debellatae subactaeque sint, non negaturas ab architecto.

 

 

[1] Molte e svariate arti, che contribuiscono a render felice la vita, furono dai nostri antenati indagate con grande accuratezza e impegno, e tramandate a noi. E benché tutte quasi a gara dimostrino di perseguire lo stesso fine, di giovare quanto più possibile all’umanità, non di meno risulta esservi in ciascuna di esse una caratteristica intrinseca e naturale, tale da indicare come propria una finalità particolare e diversa dalle altre. Talune arti, infatti, sono coltivate per la loro necessità; altre si raccomandano per i vantaggi che presentano; altre ancora si apprezzano soltanto perché riguardano argomenti piacevoli a conoscersi. Non occorre specificare di quali arti si tratti, perché sono note; ma se si tengono presenti le più importanti, non se ne troverà una sola che non si rivolga a certi suoi particolari scopi, escludendone tutti gli altri. O se pure qualcuna se ne trovasse, tale da non potersene in alcun modo far senza, e tale, al tempo stesso, da conciliare la convenienza pratica con la gradevolezza e il decoro, a mio giudizio in questa categoria è da includere l’architettura; giacché essa – se si medita attentamente in proposito – è quanto mai vantaggiosa alla comunità come al privato, particolarmente gradita all’uomo in genere e certamente tra le prime per importanza. [2] Ma, prima di procedere oltre, credo utile chiarire che cosa, secondo me, si debba intendere per architetto. Giacché non prenderò certo in considerazione un carpentiere, per paragonarlo ai più qualificati esponenti delle altre discipline: il lavoro del carpentiere infatti non è che strumentale rispetto a quello dell’architetto. Architetto chiamerò colui che con metodo sicuro e perfetto sappia progettare razionalmente e realizzare praticamente, attraverso lo spostamento dei pesi e mediante la riunione e la congiunzione dei corpi, opere che nel modo migliore si adattino ai più importanti bisogni dell’uomo. A tale fine gli è necessaria la padronanza delle più alte discipline. […] [3] È stato affermato da alcuni che furono l’acqua o il fuoco le cause originarie onde gli uomini si riunirono in comunità; ma noi, considerando quanto un tetto e delle pareti siano convenienti, anzi indispensabili, ci convinceremo che queste ultime cause ebbero indubbiamente maggiore efficacia a riunire e mantenere insieme degli esseri umani. All’architetto tuttavia dobbiamo riconoscenza non soltanto perché ci fornisce un accogliente e gradito riparo dagli ardori del sole e dal gelo dell’inverno (benché ciò costituisca non piccolo merito), ma anzitutto per i suoi innumerevoli ritrovati che riescono di indubbia utilità, sia privata che pubblica, e tali da rispondere ai bisogni della vita in frequenti occasioni. [4] Quante casate nobilissime, decadute per l’ingiuria del tempo, sarebbero scomparse dalla nostra città e da tante altre in tutto il mondo, se il focolare domestico non ne avesse mantenuti riuniti i superstiti, quasi accolti in grembo agli antenati! Dedalo fu altamente lodato dai contemporanei per aver costruito a Selinunte una grotta dove sgorgando si raccoglieva un vapore tiepido e sottile, che faceva sudare in modo gradevolissimo, sottoponendo i corpi a una piacevole cura. Molte opere del genere, utili alla salute, furono escogitate da altri: viali da passeggio, piscine, terme e simili. Si possono pure menzionare i mezzi di trasporto, i forni, gli orologi e altri minori ritrovati, che pure hanno grande importanza nella vita d’ogni giorno. E ancora, i mezzi per condurre in superficie le acque sotterranee, adibite ad usi tanto diversi e indispensabili; così pure i monumenti commemorativi, i santuari, i templi, i luoghi sacri in genere, creati dall’architetto a scopi religiosi o ad uso dei posteri. Infine, mediante il taglio delle rupi, il traforo delle montagne, il livellamento delle valli, il contenimento delle acque marine e lacustri, lo svuotamento delle paludi, la costruzione delle navi, la rettificazione del corso dei fiumi, lo scavo di sbocchi alle acque, la costruzione di ponti e di porti, egli non solo risolse problemi di opportunità temporanea, bensì aprì la strada verso ogni regione della terra. In tal modo i diversi popoli poterono scambievolmente rendersi partecipi di tutto quanto giovasse al miglioramento della salute e del tenore di vita: prodotti agricoli, profumi, pietre preziose, esperienze e nozioni. [5] Si aggiungano le armi da lancio, gli ordigni bellici, le fortezze, e tutti gli strumenti utili a conservare e a rafforzare la libertà della patria, patrimonio e vanto della comunità, e a estenderne e consolidarne i domini. È anzi mia opinione che, se si indaga da chi siano state sconfitte e costrette alla resa, fin dai tempi più antichi, tutte le città che in seguito ad assedio pervennero in mano del nemico, si vedrà che ciò si dovette all’opera dell’architetto.

Giorgio Vasari, Frontespizio del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti. Disegno a stampa, 1550.

 

Il sapere dell’architetto

Quando nel prologo del De re aedificatoria Leon Battista Alberti definisce l’attività dell’architetto come progettazione razionale e realizzazione pratica, e ne sottolinea la differenza rispetto al lavoro manuale del carpentiere, del faber tignarius, fa suo un pensiero espresso nel De architectura, e tanto più questa ripresa di formulazioni vitruviane appare significativa in quanto il rapporto di Alberti nei confronti del suo autorevole precedente classico è tutt’altro che di incondizionata ammirazione e di passiva acquiescenza a un’autorità. Ma pur con i limiti di disorganicità e di imprecisione scientifica che vengono imputati al suo ritratto, in questi anni intorno alla metà del Quattrocento, in cui si determina una svolta decisiva all’interno del dibattito sull’architettura, Vitruvio rappresentava soprattutto, per Alberti come per Brunelleschi, per Ghiberti, che ne parafrasa interi capitoli, come per Filarete, che dal suo trattato ricava interamente il programma di una formazione culturale enciclopedica, il primo assertore del carattere intellettuale dell’attività dell’architetto. L’abilità delle maestranze (i fabri) e il gusto dei committenti privati hanno certamente un peso ai fini del risultato complessivo, ma il merito principale della realizzazione spetta all’architetto, il quale si differenzia dal manovale, come da qualsiasi altro incompetente, per la sua capacità progettante, che gli permette di avere chiara in mente l’immagine dell’opera prima che questa sia compiuta […].

Stele votiva all’architetto Lucceius Peculiaris (CIL X 3821 = ILS 3662). Rilievo, calcare, seconda metà del II sec. d.C. da Capua. Capua, Museo Archeologico Provinciale.

 

Con l’affermazione della differenza tra fabri e architecti Vitruvio si qualifica a sua volta come l’erede di una tradizione di pensiero che, sviluppando spunti già contenuti in Platone e in Aristotele, i quali erano giunti a formulare la differenza fra ἀρχιτέκτονες («architetti») e χειροτέχναι («operai»), fra il lato architettonico-direttivo e quello esecutivo-pratico distinguibili in ogni attività tecnica, doveva aver trovato particolare diffusione nell’ambito della riflessione sulle τέχναι («arti») nella cultura ellenistico-romana. Continuatore di una esperienza ellenistica e anticipatore di una concezione umanistica della professione dell’architetto, Vitruvio si colloca all’incrocio fra tradizioni culturali-secolari e l’esigenza moderna di una autonomia della sfera intellettuale: questa rivendicazione è alla base dell’intero capitolo (De arch. 1, 1) dedicato alla formazione culturale dell’architetto. Fin dall’inizio troviamo una esplicita dichiarazione di appartenenza ad un ambito intellettuale e non meramente tecnico, poiché la prima definizione professionale dell’architetto si identifica con quella del suo sapere: architecti est scientia pluribus disciplinis et uariis eruditionibus ornata, cuius iudicio probantur omnia quae ab ceteris artibus perficiuntur opera (De arch. I 1, 1). Il sapere dell’architetto risulta dagli apporti di numerosi ambiti disciplinari e poggia su una preparazione di base che spazia in vari campi; questa poliedricità della sua cultura gli fornisce una capacità di iudicium, una chiave per la comprensione e la valutazione dei risultati prodotti dalle altre tecniche, e attribuisce al suo sapere una maggiore completezza rispetto agli altri saperi tecnici, e, quindi, all’architettura un primato sulle altre tecniche (ceterae artes). Credo che il testo stesso suggerisca questa interpretazione del passo, nel senso di una affermazione della superiorità di una tecnica sulle altre, piuttosto che di una scienza sulle tecniche. Vedere nella definizione vitruviana dell’architettura l’affermazione di una episteme che si contrapponga alle varie τέχναι sarebbe una forzatura del testo e nello stesso tempo un’eccessiva semplificazione del complesso concetto di τέχνη nella cultura ellenistica: almeno a partire dal Peripato era venuta meno l’opposizione fra una episteme come conoscenza pura e una τέχνη come attività produttiva, a favore di una concezione di quest’ultima come forma specialistica di sapere che, semmai, va conciliata con una filosofia superiore, che non è più contemplazione teoretica, ma è etica, τέχνη essa stessa del vivere. Nella centralità che l’architettura, come sapere specialistico, assume in Vitruvio rispetto alle altre tecniche, e quindi alle altre forme specializzate di sapere, mi sembra […] di cogliere l’eco di uno schema di pensiero tipico della riflessione ellenistica sulle τέχναι: mi riferisco alla tendenza, da parte dei teorici di ogni scienza o τέχνη, che affonda le sue radici nel policentrismo culturale del Peripato, ma che avrà tanta diffusione in ambito ellenistico-romano da diventare un topos non solo filosofico ma anche letterario, a considerare la propria scienza o arte, ciascun sapere parziale (nel senso aristotelico di κατὰ μέρος «parte per parte»), come sapere totale che racchiude tutta la cultura, compreso il sapere filosofico.

(E. Romano, La capanna e il tempio. Vitruvio o dell’architettura, Palermo 1987, pp. 45-50)

Un’arte non adatta a gente ignorante e inesperta (Vitr. VI praef. 6)

di M. FITZPATRICK NICHOLS, Author and Audience in Vitruvius’ De Architectura, Cambridge 2017, pp. 80-81 [trad. it. personale].

Quando, nella prefazione al libro VI, Vitruvio tesse le lodi di quei patres familiarum che hanno portato avanti i loro progetti architettonici per conto proprio, il tono utilizzato è pungente e sarcastico. Vale la pena citare integralmente il passo:

 

Cum autem animadverto ab indoctis et inperitis tantae disciplinae magnitudinem iactari et ab is, qui non modo architecturae sed omnino ne fabricae quidem notitiam habent, non possum non laudare patres familiarum eos, qui litteraturae fiducia confirmati per se aedificantes ita iudicant: si inperitis sit committendum, ipsos potius digniores esse ad suam voluntatem quam ad alienam pecuniae consumere summam. itaque nemo artem ullam aliam conatur domi facere, uti sutrinam, fullonicam aut ex ceteris, quae sunt faciliores, nisi architecturam, ideo quod, qui profitentur, non arte vera sed falso nominantur architecti. quas ob res corpus architecturae rationesque eius putavi diligentissime conscribendas, opinans munus omnibus gentibus non ingratum futurum.

 

Ma quando mi accorgo che un’arte così importante diviene motivo di vanto e di millanteria per gente ignorante e inesperta, che non solo è priva di qualsiasi cognizione di architettura, ma che non conosce neppure i rudimenti del mestiere di muratore, non posso fare a meno di approvare quei padri di famiglia che, pienamente fiduciosi nella funzione della cultura, anziché commissionare l’esecuzione di un lavoro a gente poco affidabile, costruiscono da sé, ritenendo preferibile e più dignitoso per loro stessi spendere delle somme di denaro in base a una propria scelta più che alle decisioni di un altro. E mentre nessuno pensa di praticare in casa propria alcun altro mestiere, come se gestisse una calzoleria, una tintoria o se svolgesse qualche altra mansione anche più semplice, ciò invece avviene per l’architettura, per il semplice fatto che chi si professa architetto non lo è per vera arte, ma perché ne usurpa il titolo. Per questa ragione ho ritenuto di dover comporre con la massima cura questo trattato sull’architettura e sulle sue leggi, pensando di rendere un servizio utile a tutti.

Domenico di Michelino, Allegoria dell’Architettura. Tempera su tavola, 1440-1491 c. Milano, Collezione privata.

La lode accordata a questi patres familiarum è un vero e proprio atto di riconoscimento, che pone l’accento sulla differenza fra le loro conoscenze in materia e la preparazione che deve avere l’architetto ideale; ciò è senz’altro molto più accettabile rispetto all’abisso intellettuale che divide gli architetti indocti et inperiti da quelli veri e propri. In altre parole, Vitruvio vuole dire di avere molto più in comune con il proprietario di una casa, che legge il suo trattato, di quanto ne abbiano entrambi con il primo che passa per strada.

Ricostruzione del Tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto, a Roma.

Pur accennando a istituire una sorta di rapporto alla pari fra se stesso e il pater familias, tuttavia non lo realizza fino in fondo, e questa sembra effettivamente una strategia argomentativa adottata in modo molto coerente in tutto il trattato. D’altra parte, anche se Vitruvio, fin dal libro I, costruisce il curriculum ideale del perfetto architetto sul modello dell’oratore ciceroniano, egli mantiene una netta distinzione tra le due professioni: i futuri architetti dovranno ricevere una formazione avanzata nelle scienze e nell’ingegneria, ma non nell’arte oratoria. Inoltre, Vitruvio non sostiene (perlomeno, apertamente) l’inclusione della materia accademica dell’architettura nel curriculum dell’aristocrazia.

Stenditura dei panni. Affresco pompeiano, dalla Fullonica di Veranio Ipseo. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Ciò è sorprendente, considerato come Vitruvio abbia faticosamente promosso lo status dell’architectura come un’arte altamente complessa e dotta, il che la distanzierebbe dai mestieri più umili, come la gestione di una fullonica (tintoria) o di una sutrina (calzoleria). Affermare che attività simili siano faciliores rispetto all’arte dell’architectura, come si legge nel trattato, è un eufemismo. Sebbene sia da intendere come una frecciatina agli architetti poco qualificati, il paragone tra qualsiasi architetto e un tintore o un calzolaio è potenzialmente azzardato, data la prossimità dell’architectura a tali occupazioni, secondo l’opinione più diffusa nell’antichità. Cicerone, d’altro canto, affermava che l’architettura, come la medicina, fosse un’attività simile a quelle del danzatore o del cuoco, per il piacere che poteva derivarne, sebbene fosse ben più rispettabile (naturalmente per uomini di una certa estrazione) e più vantaggiosa per la società (off. I 151). Sollevando il problema del rapporto fra l’architettura e i mestieri “meccanici”, Vitruvio affronta frontalmente la condizione liminale della sua disciplina e lo liquida come un malinteso causato dalla presenza di veri e propri ciarlatani.

La promozione che Vitruvio fa del suo trattato, presentandolo come un munus non ingratum per omnes gentes, è una delle affermazioni più famose del De architectura. Eppure, ciò che spesso viene trascurato dalla critica è che il mondo in cui il De architectura vuole essere un siffatto munus è, in realtà, un mondo imperfetto, dove dei sedicenti architetti, ignoranti e inesperti, lo attraversano in lungo e in largo. Se si potesse estirpare il problema dei ciarlatani dell’architettura, non ci sarebbe più la necessità per i profani di gestire per conto proprio i progetti di costruzione. Il plauso accordato da Vitruvio al “fai-da-te” nella sesta prefazione vuole essere un’ironica staffilata rivolta agli architetti inadatti, che infangano la reputazione della professione.

Scienza e tecnica nella prima età imperiale

di G.B. CONTE, Erudizione e discipline tecniche, in Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’Impero romano, Milano 2011, pp. 324-330.

Alla scienza, nell’antichità, non era attribuito un valore autonomo. Infatti, era considerata un momento dell’indagine filosofica. La ricerca scientifica era un mero supporto alla visione generale del mondo prospettata dal filosofo e lo studio della natura serviva per liberare l’uomo da paure e superstizioni, come dimostrano le Naturales quaestiones di Seneca, un’opera nella quale la connessione stretta tra scienza e filosofia è particolarmente evidente. A maggior ragione non godeva di grande apprezzamento la ricerca tecnologica, in quanto sia la scienza applicata sia tutto ciò che aveva attinenza con il lavoro manuale era di competenza delle classi subalterne, dei «meccanici», che non potevano aspirare in alcun modo a raggiungere il prestigio riservato ai ceti dominanti.

Tuttavia, nella letteratura latina esiste una solida, ancorché esigua, tradizione di opere scientifiche, concepite con intento didascalico, in forma enciclopedica e rivolte a un pubblico di media cultura. Lo scopo di questi manuali era quello di fornire un’informazione il più possibile ampia, puntuale, precisa su tutti gli argomenti che il buon pater familias avrebbe dovuto conoscere. In generale, il prestigio della retorica impediva la nascita di una prosa che – sul modello di quella filosofica di Aristotele – rinunciasse agli ornamenti e puntasse alla definizione di una terminologia precisa e al rigore dell’argomentazione. D’altra parte, a che una vera e propria prosa scientifica non si formasse, contribuiva anche la forte tradizione del poema didascalico, cui aveva già fatto ricorso, per esempio, Lucrezio.

Saturnia Tellus. Bassorilievo, marmo, 9 a.C., dall’Ara Pacis. Roma, Museo dell’Ara Pacis.

Tra il 27 e il 23 a.C. Marco Vitruvio Pollione, che era stato ufficiale del genio sotto Cesare e addetto alla costruzione di macchine da guerra e che in tempo di pace aveva svolto la professione di architetto (egli stesso ricorda di aver progettato e costruito la basilica nel foro di Fano), pubblicò un trattato De architectura in dieci libri, dedicato ad Augusto, il quale gli aveva garantito una pensione, permettendogli così di mettere a frutto la sua cultura e la sua esperienza tecnica, componendo l’opera con cui voleva guadagnarsi la fama presso i posteri. Probabilmente non a caso il trattato comparve negli stessi anni in cui il princeps si era proposto un vasto programma di rinnovamento dell’edilizia pubblica sia a Roma sia nel resto dell’impero. Il I libro tratta dei luoghi adatti alle costruzioni, il II dei materiali da impiegare, il III e il IV degli edifici sacri, il V degli edifici amministrativi e pubblici in genere, il VI e il VII delle abitazioni private, l’VIII dell’idraulica, il IX degli orologi solari e il X di meccanica (cioè della costruzione di gru, ordigni idraulici e bellici). La tradizione ha privato, però, l’opera di Vitruvio dei disegni che – per sua stessa dichiarazione – la corredavano.

Nella concezione dell’autore, l’architettura era vista, in senso quasi aristotelico, come imitazione dell’ordine provvidenziale della natura. Perciò, Vitruvio richiedeva al suo architetto ideale il possesso di una cultura ricca e varia, quasi del tipo di quella che già Cicerone esigeva per l’oratore (il paragone non è peregrino, perché il modello del De oratore è effettivamente presente al pensiero vitruviano). Specialmente nei proemi, di grande interesse per la comprensione dello statuto delle discipline tecniche a Roma, Vitruvio insisteva sul fatto che l’architetto non dovesse essere solo uno specialista, ma doveva possedere una vasta cultura generale: la conoscenza dell’acustica era richiesta per la costruzione dei teatri, quella dell’ottica per l’illuminazione degli edifici, quella della medicina per l’igiene delle aree edificabili. Ma la preparazione enciclopedica che Vitruvio auspicava per l’architetto ideale, che gli avrebbe consentito di risolvere brillantemente qualsivoglia problema tecnico, faceva perno sostanzialmente sulla filosofia. Appare evidente, dai proemi di Vitruvio, l’esigenza di conferire all’architetto il prestigio sociale e culturale che gli antichi di solito negavano ai rappresentanti delle discipline tecniche e la giustificazione dell’architettura di fronte al pubblico è ricercata attraverso una connessione costante alla filosofia, che si risolve, però, in una subordinazione (almeno sul piano programmatico). L’ossequio alla filosofia, che Vitruvio proclama nei proemi, incide, in realtà, piuttosto scarsamente sulla trattazione vera e propria, dove la concreta esperienza dell’architetto è ovviamente predominante. La differenza tra le parti proemiali e quelle didascaliche dell’opera vitruviana si rispecchia anche nello stile: le prime fanno uso piuttosto abbondante di ornamenti retorici, mentre nelle seconde il periodare è asciutto e disadorno, e la lingua non si perita ad ammettere volgarismi e tecnicismi di origine greca.

Giacomo Grigolli, Ritratto di Vitruvio. Busto, marmo, 1878. Verona, Protomoteca della Biblioteca Civica.

Un diverso modo di conferire dignità alle discipline tecniche era quello di collocarle all’interno di una complessiva enciclopedia dedicata alle artes, come aveva fatto Varrone nei suoi Disciplinarum libri IX. Fu la strada scelta da Aulo Cornelio Celso, vissuto in età tiberiana, il quale fu autore di un vasto manuale enciclopedico, che trattava di ben sei artes: agronomia, medicina, arte militare, retorica, filosofia e giurisprudenza. Dell’opera sopravvivono solo gli otto libri relativi alla medicina (i libri VI-XIII dell’opera completa). La trattazione di Celso è estremamente chiara ed efficace, tanto da aver fatto supporre ad autorevoli studiosi della medicina antica che egli fosse un medico di professione; la questione, molto dibattuta, non ha ancora trovato una soluzione: Celso si serve sicuramente di fonti greche, ma la sua disquisizione presenta molte caratteristiche tipicamente romane, che inducono a credere che egli non fosse un semplice compilatore.

Rivelando notevoli doti di equilibrio e di spirito critico, l’autore evita infatti di addentrarsi nelle controversie dogmatiche delle scuole mediche greche e cerca di mantenere una posizione equidistante fra quelli che, utilizzando categorie moderne, si potrebbero definire «empiristi» e «razionalisti»: si trattava dei due opposti indirizzi che ancora al suo tempo si affrontavano alacremente, gli uni volti a indagare le «cause occulte» delle malattie e quindi propensi all’anatomia e alla vivisezione, gli altri limitantisi alla considerazione delle cause evidenti, sotto la guida dell’esperienza, e rivolti a curare più che a comprendere. Le doti di sobrietà e di equilibrio, unitamente a quelle, molto notevoli, dello stile (Quintiliano, in seguito, avrebbe giudicato Celso scrittore di discreta eleganza, e la tradizione umanistica lo avrebbe collocato fra i migliori prosatori latini) hanno contribuito a fare, nei secoli, la fortuna dei De medicina.

Medico che visita un giovane paziente. Rilievo, marmo. Getty Museum.

Di poco posteriore a Celso fu un altro scrittore, Scribonio Largo, il quale si occupò, a differenza di lui, esclusivamente di medicina. Si sa che visse al tempo di Claudio. Di lui rimane solo un libro di ricette (Compositiones), scritto senza pretese letterarie, unicamente per fini pratici. Invece, sotto il nome di Antonio Musa, medico di Augusto e di Orazio, rimane uno scritto intitolato De herba vettonica (ma si tratta di un’opera di età più tarda).

Fra le discipline tecnico-scientifiche, l’agronomia occupava una posizione di privilegio: data la tradizione di proprietari terrieri degli aristocratici romani, membri illustri della classe senatoria, come Catone e Varrone, non avevano disdegnato di scrivere di questo argomento. D’altra parte, infatti, quello romano era un popolo originariamente agricolo e la terra aveva da sempre rappresentato un elemento di sicurezza economica per chi l’avesse posseduta, garantendo profitti più elevati e ritenuti più sicuri rispetto a quelli derivanti da altre attività.

Un trattato ancora più impegnativo (De re rustica) fu pubblicato da Lucio Giunio Moderato Columella, contemporaneo di Seneca e originario di Gades in Hispania. Poco si sa, tuttavia, del suo ambiente sociale di provenienza, ma un’iscrizione di Taranto (CIL IX, 235 = ILS 2923 = AE 2000, 357) lo presenta come tribuno della legio VI Ferrata, di stanza in Syria: il tribunato nelle legioni costituiva spesso per l’aristocrazia provinciale il modo migliore di iniziare la carriera militare, politica o civile al di fuori della propria patria. Preso domicilio a Roma, o nei dintorni, Columella si dedicò prevalentemente alla pratica e allo studio dell’agricoltura.

Contadino intento alla mietitura. Bassorilievo, marmo, da Buzenol (Belgio).

Il suo trattato, dunque, ebbe due redazioni: della prima rimane solo il libro De arboribus, mentre si possiede interamente la seconda, molto più vasta, in dodici libri. Columella tratta successivamente della coltivazione dei campi, degli alberi, della vite, dell’allevamento degli animali di grossa taglia e di quelli da cortile, dell’allevamento delle api, della coltivazione degli orti e del mantenimento dei giardini, dei doveri del fattore e della fattoressa. Il libro X (De cultu hortorum) è in esametri: ciò rappresenta un omaggio dell’autore alla tradizione delle Georgiche virgiliane, e insieme il tentativo di colmare un vuoto lasciato consapevolmente da Virgilio che, nel VI libro del suo poema didascalico, dopo aver accennato brevemente ai giardini, lamentando la mancanza di spazio, aveva lasciato ad altri il compito di trattarne in maniera più accurata.

Columella scrive in una prosa limpida e scorrevole, e anche i suoi versi sono di fattura discreta; le fonti sono quelle consuete: gli scrittori di agricoltura greci e latini, da Senofonte a Catone e a Varrone, mentre è spesso presente, anche nelle parti in prosa, il ricordo di Virgilio. Ma predominante è l’esperienza personale dell’autore. L’opera di Columella si apre con il riconoscimento di una vasta crisi dell’agricoltura italica, le cui cause sono da ricercarsi nel disinteresse dei proprietari, nell’inadeguato sfruttamento dei vastissimi latifondi, nella mancanza di una seria preparazione scientifica in materia. Ciò ha determinato una deficienza ormai strutturale dell’agricoltura in Italia, portando alla supremazia di alcune province nell’esportazione di prodotti d’eccellenza, come vino e olio.

Mercato ortofrutticolo e seminatura dei campi. Rilievo, dal Belgio. Luxembourg, Musée Luxembourgeois

Nelle pagine introduttive, l’autore critica il fatto che non vi siano scuole e maestri per agricoltori, a differenza di quanto avviene per le altre arti e professioni, pur essendo l’agricoltura la più bella e la più nobile delle attività. Ma la formazione dell’agricoltore perfetto pare un compito impossibile, tanto vaste e varie sono le competenze necessarie. A soluzione del problema, Columella sembra affacciare l’ideale di una cultura enciclopedica quale quella che Cicerone aveva prospettato per l’oratore (non a caso i trattati ciceroniani sono frequentemente richiamati da Columella) o quella che Vitruvio richiedeva per il suo architetto. Il diffondersi, nelle varie discipline, di questo ideale enciclopedico è prova della persistente necessità della loro subordinazione alla filosofia, che sembra la via obbligata attraverso la quale esse devono passare per acquisire dignità e, paradossalmente, statuto autonomo.

Il richiamo, frequente nelle pagine di Columella, alle figure idealizzate degli antichi proprietari terrieri, che dividevano la propria vita fra la cura dei campi e l’attività politica, può far credere che la preferenza dell’autore vada al piccolo podere, il cui proprietario possa facilmente e direttamente controllare; una conferma di ciò sembrerebbe potersi trovare nella frequente critica all’assenteismo dei proprietari latifondisti. In realtà, anche se Columella non dà indicazioni esplicite sulle dimensioni del suo podere ideale, dal complesso dell’opera si evince che i suoi precetti sono per la massima parte rivolti a proprietà di grande estensione. Ciò risulta chiaro, per esempio, dalla sezione I 6 dedicata all’estensione della villa e delle sue parti, in cui vengono descritti sia i locali destinati ai servi e alla lavorazione e alla conversazione dei prodotti, sia quelli, rigorosamente distinti, destinati alla residenza del proprietario; a tal proposito viene elencata tutta una serie di commoda che avrebbe fatto gridare allo scandalo i Romani di antico stampo, di cui pure Columella tesse l’elogio. Il richiamo alla prisca moralità non è, probabilmente, solo di maniera: una contraddizione non dissimile da quella che si riscontra in Columella affiorava, forse con maggiore consapevolezza da parte dell’autore, anche in Vitruvio, che, mentre continuava a privilegiare l’antico modello del cittadino parsimonioso, forniva indicazioni per la costruzione delle sontuose dimore dei ricchi romani. Columella si rivela realisticamente consapevole del fatto che per richiamare in campagna i proprietari inurbati – il mezzo migliore di incrementare la produzione era, infatti, individuato nel sottoporla alla sorveglianza diretta del dominus, che avrebbe dovuto effettuare frequenti soggiorni nei propri poderi – non sarebbe bastata l’esortazione moralistica, ma sarebbe stato più opportuno provvedere le villae agricole di tutte le comodità offerte da un palazzo cittadino.

Vita rurale. Mosaico, III sec. d.C. Oudna, Villa dei Laberii. Tunis, Musée du Bardo.

Columella era fautore di una tendenza che proponeva la massima intensificazione e realizzazione dell’attività agricola, indipendentemente dalle dimensioni dell’azienda; perciò, sincera appare, nell’opera, una certa ostilità verso il latifondo, abbandonato e trascurato dai ricchi proprietari, e sempre più improduttivo. Al contrario, si rivelano acute le sue proposte di organizzazione del lavoro dei servi, sottoposti al ferreo controllo che avrebbe dovuto essere esercitato dal villicus. Tuttavia, il rimedio proposto dall’autore era largamente utopistico: più realisticamente Plinio il Vecchio si sarebbe reso conto del fatto che, finché fosse perdurato il predominio della manodopera servile, sarebbe stata impossibile ogni effettiva razionalizzazione della produzione agricola; i servi, privi d’iniziativa e disinteressati al lavoro, non avrebbero mai lavorato al massimo delle proprie energie.

Si capisce come, nel momento in cui il dominio di Roma andava estendendosi fino ad abbracciare gran parte del mondo conosciuto, e anche terre fino ad allora ignote, la geografia acquistasse sempre più importanza, sia per fini pratici sia per intenti celebrativi: infatti, proprio a partire dall’età augustea, si assiste a un fiorire di testi assai vasti, complessi, quasi monumentali, che trattavano degli argomenti più disparati, offrendo una vera e propria sintesi del sapere dell’epoca. Il benessere diffuso, inoltre, consentiva a intellettuali, eruditi e tecnici di attendere ai propri interessi culturali e scientifici, con l’assenso del princeps cui le opere erano dedicate. Dal canto suo, l’imperatore vedeva nella letteratura tecnico-scientifica un ulteriore strumento di propaganda del buon governo. Quanto alla geografia, se ne era già occupato Varrone, il quale vi aveva dedicato pure opere specifiche, come fa pensare, per esempio, il titolo De ora maritima citato da Servio. Dai pochi frammenti che si conservano è possibile supporre che nei libri di geografia Varrone fondesse il taglio erudito e antiquario, a lui consueto, con l’attenzione ad aspetti più pratici, come, per esempio, le distanze fra i vari luoghi.

Anche di Cornelio Nepote sono tramandate notizie di carattere geografico, ma della sua opera in questo ambito, si sa molto poco.

M. Vipsanio Agrippa. Testa, bronzo, fine I sec. a.C.

Si occupò della materia uno dei personaggi politici più importanti dell’età augustea, Marco Vipsanio Agrippa, nientemeno che comandante supremo dell’esercito di Ottaviano, suo genero (ne sposò la figlia Giulia) e suo coetaneo (essendo nato, come lui, nel 63 a.C.). Agrippa, mosso certamente anche da finalità egemoniche, compose una gigantesca carta geografica del mondo allora conosciuto. Questa carta era accompagnata da commentarii – non è chiaro se fossero pubblicati a parte o anche riportati in calce alla carta stessa – i quali fornivano dati sull’estensione dei diversi territori, sulle distanze tra i luoghi, ecc. Quando, nel 12 a.C., Agrippa scomparve, Augusto in persona si premurò che l’opera del genero fosse portata a compimento e sistemata in una porticus, appositamente costruita nel Campo Marzio. Plinio il Vecchio, nella sezione della Naturalis historia dedicata alla geografia (altra testimonianza di quanto fosse importante questa scienza), cita con sommo rispetto Varrone e Agrippa.

Una generazione prima di Plinio, sotto il principato di Caligola o di Claudio, si colloca il primo autore latino che si possa definire, per quel che si sa, un geografo “puro”, e la cui opera sia interamente pervenuta. Si tratta di Pomponio Mela, spagnolo di Tingentera, del quale si possiede una Chorogràphia («Descrizione dei luoghi») in tre libri.

Rimini sulla Tabula Peutingeriana, esemplare del XII-XIII secolo di una carta delle principali vie dell’Impero romano.

Nella premessa alla sua Chorogràphia l’autore si lamenta che gli argomenti di cui si accinge a parlare non lascino spazio a uno stile elevato e al dispiegarsi dell’eloquenza. Questo «complesso d’inferiorità» sembra comune a molta parte della prosa tecnica latina, la quale si caratterizza proprio per la ricerca costante di uno stile più alto e spesso ricco di arcaismi, in contrasto con la prosaicità del contenuto. Lo stile di Mela, per esempio, si ispira principalmente a quello di Sallustio, e abbonda in arcaismi e ricercatezze linguistiche.

Sul piano contenutistico, la Chorogràphia descrive la terra prendendo come punto di riferimento-base il Mediterraneo, che segue in senso antiorario partendo dalle Colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra), dove fa ritorno alla fine della descrizione.

L’autore non sembra affatto interessato agli aspetti più specificamente “tecnici” della sua disciplina: in lui, infatti, mancano cifre e dati, nonostante si riveli ottimo conoscitore delle fonti greche e latine. Mela è mosso piuttosto da interessi etnografici, e la sua facundia si dispiega soprattutto quando si trova a parlare di regioni lontane o poco conosciute; in quel caso, si lascia anche spesso trasportare dal gusto per i dettagli fiabeschi e meravigliosi.

Justus Perthes, Orbis Terrarum secundum Pomponium Melam, in W.H. Schoff, The Periplus of the Erythraean Sea. Travel and Trade in the Indian Ocean, London-Bombay-Calcutta 1912, p. 100

A Marco Gavio Apicio, contemporaneo di Tiberio, i manoscritti assegnano un corpus di ricette culinarie diviso in dieci libri – in realtà, formatosi con l’apporto di varie stratificazioni successive al IV secolo – che prende il titolo di De re coquinaria. Il nucleo apiciano di questa raccolta, derivato probabilmente, a sua volta, da due diverse opere (una sulle salse e una sull’elaborazione completa di alcuni piatti) non è facilmente ricavabile dalla massa composita di ricette che è pervenuta, dovuta a un maldestro compilatore tardoantico che dimostra di conoscere assai poco la terminologia tecnica e, in generale, la materia culinaria.

Alla base del De re coquinaria stanno opere di carattere medico (spesso, infatti, le ricette sono fornite in funzione delle loro proprietà dietetiche o come medicinali per disfunzioni dell’apparato digerente) e trattati di culinaria greca. Lo stile espositivo è privo di qualsiasi eleganza retorica e formale, gli ingredienti sono indicati con puntigliosa essenzialità in una lingua spesso pedestre; ma dietro questa totale semplicità si scorge pur sempre l’attenzione rivolta alla creatività e all’elaborazione scenografica dei piatti, la cui punta estrema può essere riassunta con la stessa paradossale conclusione dell’autore: «A tavola nessuno riconoscerà ciò che mangia».

Gatto che azzanna un anatra. Uccelli, pesci e conchiglie. Mosaico, ante 79 d.C. Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.