Plinio il Giovane, tra epistola e panegirico

Quella di Plinio il Giovane è la figura di un intellettuale benestante e mondano, perfettamente integrato nella vita politica e sociale del suo tempo. Brillante e compiaciuto del proprio ruolo e della propria attività letteraria, Plinio ci ha lasciato un fortunato epistolario, da cui emerge un vivace affresco della società romana e delle abitudini della sua classe dirigente tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C.

Gaio Cecilio Secondo nacque a Novum Comum nel 61 o nel 62; alla morte del padre egli fu adottato da Plinio, suo zio materno, di cui assunse il nome (di qui la distinzione fra i due Plinii, definiti rispettivamente “il Vecchio” e “il Giovane”). A Roma studiò retorica sotto la guida di Quintiliano e di Nicete Sacerdote, un oratore greco di indirizzo asiano. Plinio incominciò presto la carriera forense, in cui ottenne notevoli successi, e intraprese il cursus honorum: fu successivamente questore, tribuno della plebe, pretore e, nel 98, fu nominato praefectus aerarii Saturni (una sorta di “ministro del Tesoro”). Nel 100, insieme allo storico Tacito, che era suo amico, sostenne l’accusa contro Marco Prisco, proconsole d’Asia; quindi, verso la fine di quello stesso anno fu nominato consul suffectus. Il passaggio dal principato di Domiziano a quelli di Nerva e Traiano fu dunque del tutto indolore ai fini della carriera professionale e politica di Plinio, che, nel 111, proprio Traiano scelse come suo legatus in Bithynia. Plinio scomparve non molto tempo dopo, probabilmente nel 113.

Giovane intento alla lettura. Affresco (dettaglio), I secolo, da Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Le opere

Nonostante Plinio il Giovane sia stato autore di numerose opere poetiche e di orazioni, nulla ci resta della sua vasta produzione letteraria, a parte un ricco epistolario (in cui le altre opere sono peraltro menzionate e che costituisce la fonte principale per le notizie sulla sua vita e sulla sua attività) e un panegirico, cioè un discorso celebrativo, rivolto all’imperatore Traiano. La raccolta delle Epistulae è suddivisa in dieci libri: i primi nove contengono lettere composte fra il 96/7 e il 108/9, e pubblicate a opera dello stesso autore, mentre il decimo conserva lettere private e ufficiali di Plinio a Traiano, con le risposte dell’imperatore. È probabile che quest’ultimo libro, le cui lettere appartengono per la massima parte al periodo in cui Plinio fu governatore in Bithynia (dopo il 111), sia stato pubblicato postumo in aggiunta ai precedenti. Il Panegyricus consiste in una versione ampliata del discorso di ringraziamento all’imperatore che Plinio tenne in Senato in occasione della sua nomina a console nel 100.

Strumenti da scrittura (tabulae ceratae, stilus, volumen). Affresco, ante 79 d.C. da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

L’epistolario: struttura e temi

I primi nove libri delle Epistulae furono pubblicati, come si è detto, a cura dello stesso Plinio, forse per gruppi. Nella lettera proemiale a Setticio Claro, Plinio afferma di non aver seguito, nel raggruppare le proprie lettere, alcun criterio preciso, in particolare di non aver fatto caso alla cronologia: le missive si susseguirebbero dunque secondo un ordine del tutto casuale. L’affermazione dell’autore è da interpretarsi come una civetteria: è probabile che l’ordinamento segua soprattutto un criterio di alternanza di argomenti e motivi, in modo da evitare al lettore la monotonia. Le lettere di Plinio sono infatti solitamente dedicate ciascuna a un singolo tema, sempre trattato con cura attenta dell’eleganza letteraria: è questa una delle differenze più importanti che separa l’epistolario di Plinio, concepito fin dall’inizio per la pubblicazione, da quello ciceroniano, in cui l’urgenza della comunicazione spingeva spesso l’autore ad affastellare gli argomenti più vari, talora per accenni brevissimi e poco perspicui a un lettore diverso dal destinatario particolare.

Le lettere pliniane sono, in realtà, una serie di brevi saggi di cronaca sulla vita mondana, intellettuale e civile. L’autore intrattiene spesso i suoi interlocutori sulle proprie attività e sui periodi di riposo, informandoli delle preoccupazioni che aveva in qualità di grande proprietario terriero. Non a caso, proprio la natura, e la campagna in particolare, costituiscono un tema amato: Plinio dipinge i suoi paesaggi con toni di maniera, descrivendoli soprattutto come panorama goduto attraverso le finestre delle proprie ville (anche se alcune, a dire il vero, sono di indubbia efficacia e hanno avuto grande fortuna presso i posteri). Plinio registra, inoltre, moltissimi avvenimenti contemporanei, dai più importanti e tragici fino ai minuti pettegolezzi degli ambienti elevati e colti.

L’epistolario pliniano è prezioso anche per la molteplicità di informazioni su personaggi di spicco e sulle abitudini e sugli interessi culturali dell’autore e dei suoi contemporanei. I destinatari a cui Plinio si rivolge, ogni volta con estrema cerimoniosità (le frasi di cortesia, più o meno affettata, abbondano nel suo epistolario fino a diventare stucchevoli), spesso coincidono con le massime figure del tempo, dall’imperatore Traiano a Tacito (che ricorre con grande frequenza tra i destinatari di Plinio, il quale si compiace persino di essere stato scambiato nel circo per l’amico storico da qualcuno che evidentemente – pensa Plinio – faceva confusione tra i due più grandi scrittori dell’epoca!), a Svetonio (che Plinio esorta a pubblicare una buona volta il De viris illustribus, che tiene da tempo nel cassetto!). E non mancano mai gli elogi per nessuno: è raro, infatti, che Plinio, per le figure menzionate nelle sue lettere (fra cui molti letterati e poeti viventi o morti da poco, come Silio Italico e Marziale), non trovi una frase gentile che ne metta in evidenza qualche tratto positivo.

Lo stile dell’epistolario ricerca la grazia e l’eleganza, che ottiene soprattutto attraverso un saldo autocontrollo: ama, per esempio, le antitesi, ma non ne fa un uso eccessivo. Il modello prediletto è Cicerone, da cui Plinio desume il gusto per il fraseggio limpido, l’architettura armonica del periodo, gli schemi ritmici ricorrenti, anche se i periodi sono più brevi (ma Plinio, come è nella sua natura, non ama gli eccessi e dichiara apertamente all’amico Tacito di non apprezzare la sua brevitas!). Si intravede, tuttavia, qualche manierismo nella predilezione per gli asindeti e le anafore, nella cura posta a evitare le ripetizioni e soprattutto nell’affermazione del formulario tipico della corrispondenza “spontanea”, non concepita per la pubblicazione.

Mappa della provincia di Bithynia et Pontus, da Williams W., Pliny: Correspondence with Trajan from Bithynia (Epistles X 15-121), Liverpool 1990, xii [link].

Plinio e Traiano

Nonostante Plinio faccia mostra di avere con Traiano un rapporto aperto e confidenziale, in verità, le lettere scambiate fra i due al tempo del governatorato in Bithynia, e conservate nel libro X delle Epistulae, rivelano una realtà un po’ diversa. Plinio si comporta come un funzionario scrupoloso e leale, ma anche alquanto indeciso, che informa l’imperatore di ogni problema – opere pubbliche, questioni fiscali e di ordine pubblico – attendendosi da lui consigli e direttive. Talora è del resto possibile cogliere, nelle risposte di Traiano, il trapelare un lieve senso di fastidio per i continui quesiti che Plinio gli pone, anche su questioni di secondaria importanza.

Uno degli argomenti più significativi di questo carteggio riguarda la questione dei cristiani. È rimasto famoso soprattutto l’atteggiamento di sobria tolleranza assunto in proposito da Traiano: in mancanza di una legislazione in materia, l’imperatore dà istruzione a Plinio di non procedere se non in caso di denunce non anonime, e di sospendere comunque il procedimento se l’imputato, sacrificando agli dèi tradizionali, testimonia di non essere cristiano o di non esserlo più. È evidente la preoccupazione di Traiano di non punire reati contro la religione, liberandosi contemporaneamente delle responsabilità nei confronti dei delatori e dell’opinione pubblica.

M. Ulpio Traiano con la corona civilis. Busto, marmo, inizi II sec. d.C. München Glyptothek.

Il Panegyricus

Differente rispetto al tono delle lettere risulta l’atteggiamento tenuto da Plinio verso Traiano in un testo ufficiale come il Panegyricus. Il titolo dell’opera forse non è quello originale: il termine panegyricus, che indicava inizialmente i discorsi tenuti nelle solennità panelleniche, con il I secolo passò infatti a designare l’encomio del princeps. Il testo, che ci è pervenuto come primo in una raccolta di panegirici più tardi di vari imperatori, quasi l’inaugurazione di un genere letterario, nella versione da noi posseduta risulta una rielaborazione notevolmente ampliata e riveduta sul piano retorico-stilistico – in vista di una pubblicazione – dell’orazione ufficiale effettivamente pronunciata in Senato.

Formalmente, il testo consiste in un discorso di ringraziamento (gratiarum actio) tenuto da Plinio nel settembre del 100 in occasione della sua entrata in carica come consul. Il ringraziamento si trasforma tuttavia molto presto in una vero e proprio encomio dell’imperatore, al quale spettava raccomandare in Senato la nomina dei magistrati. Plinio enumera ed esalta le virtutes dell’optimus princeps Traiano, che ha reintrodotto la libertà di parola e di pensiero, e auspica, dopo la fosca tirannide di Domiziano (aspramente denigrata, sebbene, come si è detto, anche sotto l’ultimo dei Flavi Plinio avesse trascorso un’esistenza tranquilla, percorrendo tutte le tappe del cursus honorum), un periodo di rinnovata collaborazione fra l’imperatore e il venerando consesso.

Plinio si sforza anche di delineare un modello di comportamento per i principes del futuro: un modello fondato ovviamente sulla continuazione della concordia fra imperatore e ordo senatorio e sulla stretta intesa politica e integrazione culturale fra aristocratici e classe equestre, dal quale in gran parte provenivano i quadri della burocrazia e dell’amministrazione.

Dal punto di vista contenutistico, il Panegyricus si presenta dunque come il manifesto politico dell’aristocrazia senatoria, che auspicava da un lato la concordia con l’imperatore e dall’altro l’intesa con gli equites; tuttavia, poiché al tempo di Traiano non era più possibile immaginare un’effettiva autonomia politica del Senato, è evidente che Plinio idealizzi il ruolo e l’importanza del vecchio ceto aristocratico così come idealizza la figura dell’imperatore. E in quest’ottica non c’è da meravigliarsi se l’opera risulta a tutti gli effetti priva di un reale contenuto politico, per accogliere invece le argomentazioni e le frasi a effetto imposte dalla propaganda imperiale.

Nonostante il tono fondamentalmente ottimistico, il Panegyricus lascia affiorare qua e là la preoccupazione che principes “malvagi” possano nuovamente salire al potere e che il Senato possa tornare a soffrire come sotto Domiziano. Non senza qualche ingenuità, Plinio sembra così rivendicare una funzione “pedagogica” nei confronti del princeps; attraverso i molti elogi e le formule di cortesia, traspare il tentativo di esercitare una blanda forma di controllo sul detentore del potere assoluto. In questa prospettiva è stata sottolineata una certa affinità, anche dal punto di vista stilistico, del Panegyricus con l’orazione ciceroniana Pro Marcello, in cui l’Arpinate aveva accennato alla proposta fatta a Cesare di un programma di riforme politiche nel rispetto delle istituzioni repubblicane.

Uomo togato. Statua, marmo, 125-250 d.C. ca., da Roma.

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La corruzione dell’eloquenza: un dibattito acceso

di G.B. CONTE – E. PIANEZZOLA, Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 3. L’età imperiale, Milano 2010, 402-403.

 

Le cause della “corruzione” della prosa. | Il dibattito sulla decadenza della retorica e dell’eloquenza coinvolse gli intellettuali nei primi due secoli dell’età imperiale, sia a Roma sia nel mondo ellenizzato. Il “nuovo” stile, lontano dalla concinnitas ciceroniana, e insieme le tendenze asiane, reinterpretate non più in maniera altisonante, ma caricate di un espressionismo che sfociava nella sententia acuminata e nella brevitas concettosa, provocarono una reazione dei letterati alla vecchia scuola, che vissero il cambiamento come una forma di decadenza. Nella loro etica il modello canonico era Cicerone: interrogandosi sulle cause di quella che a loro giudizio era una corruzione dello stile ideale, discutevano quelli che a parer loro erano i motivi della decadenza, sostenendo, attraverso analisi stilistiche ed etico-politiche, tesi talora contrastanti e presentando un quadro vario e problematico, non solo delle scuole di retorica, ma anche in generale della cultura del tempo.

Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Vat. lat. 1768 (XIII sec. c.), Seneca il Vecchio, Controversiae, con marginalia di Albertino Mussato, f. 73r.

Seneca: l’immoralità come causa della decadenza. | Nell’Epistola ad Lucilium 114 Seneca filosofo discute la questione con il suo destinatario, il quale gli ha chiesto come mai in determinati periodi si sviluppi un genere corrotto di eloquenza, a cui sono inclini gli uomini d’ingegno. Nel riferire la domanda dell’amico, il filosofo descrive lo stile di questa prosa “corrotta” con abbondanza di attributi (Ep. 114, 1): inflata explicatio, «modo di esprimersi gonfio»; infrancta et in morem cantici ducta, «spezzato e condotto alla maniera di una filastrocca»; sensus audaces et fidem egressi, «concetti arditi e incredibili»; abruptae sententiae et suspiciosae, «frasi spezzate ed enigmatiche». La sua risposta alla domanda di Lucilio potrebbe apparire ai moderni sorprendente o almeno incongrua: talis hominibus fuit oratio qualis vita, «tale è il modo di parlare di ognuno quale la sua vita». Quindi, la condotta morale esercita un’influenza sul linguaggio: se è ottima, lo stile sarà ottimo. E questo assioma non vale solo per gli individui, ma anche per interi popoli, se si sono abbandonati «ai piaceri» (in delicias). Un’eloquenza corrotta generalizzata è segno di una dissolutezza generale: lascivia orationis è prova di una luxuria publica.

Gli esempi negativi: Mecenate e Sallustio. | Seguono dimostrazioni ed esempi (fra cui quello di Mecenate) di pubblica immoralità e nel contempo di prosa «rilassata» e «snervata», «oscura, involuta come quella di un ubriaco, degenerata e corrotta». La prosperità eccessiva genera una diffusa dissolutezza e, quando l’anima comincia a provar noia del consueto, si rivolge all’insolito, al desueto o addirittura conia parole nuove e nuove metafore, come ultimo segno di eleganza, o lascia le frasi sospese o tronca i concetti. Così faceva Sallustio e con lui che apprezzava la sua eloquenza: Anputatae sententiae et verba ante expectatum cadentia et obscura brevitas, «frasi troncate e parole che arrivano inaspettate e un’oscura brevità».

Maestro di retorica con i suoi allievi. Rilievo, marmo, IV sec. d.C. da un sarcofago romano.

Il giudizio di Quintiliano: Seneca cattivo maestro”. | Seneca, il quale criticava aspramente Sallustio come l’esempio negativo che ha trascinato tanti seguaci, non si accorse che il proprio stile aveva tutti i difetti di quella prosa “corrotta” da lui tanto biasimata. Se ne sarebbe accorto, poi, Quintiliano (Inst. X 1, 125-131), che avrebbe attribuito al filosofo uno «stile corrotto e spezzato» (corruptum et […] fractum dicendi genus), rivolgendogli l’accusa di aver voluto intraprendere una via dell’eloquenza diversa dai classici, corrompendo i giovani che ne avrebbero saputo imitare solo i difetti.

Seneca il Vecchio e le nuove generazioni di rammolliti. | Anche il padre, Seneca il Vecchio, cui si deve una raccolta di controversiae e di suasoriae, esercitazioni fittizie, le une di carattere giudiziario, le altre di argomento mitologico, lontane comunque della vita come dai dibattiti forensi, aveva messo in evidenza (Contr. I, praef. 8-10) come ormai gli ingegni di una gioventù pigra fossero intorpiditi (torpent ecce ingenia desidiosae inventutis) e non fossero più dediti ad alcuna attività onesta. Ogni interesse per lo studio veniva meno in giovani rammolliti, effemminati, buoni a «ondularsi i capelli e a tener dietro a una sconcia eleganza» (capillum frangere et […] immundissimis se excolere munditiis). L’esempio della figura morale di Catone e i precetti al figlio Marco erano ancora posti come lezione di vita e di dottrina: Orator est, Marce fili, vir bonus dicendi peritus.

La responsabilità delle scuole di retorica. | Negli scritti dell’epoca ritorna con insistenza l’opposizione foro/scuola di declamazione, la contrapposizione fra vita sociale e politica e mondo artificiale dell’esercizio scolastico. Ancora Seneca il Vecchio (Contr. III praef. 12-14) affermava che, quando declamava, gli sembrava di lottare in un sogno e di menare colpi a vuoto; Quintiliano parlava di persone diventate vecchie sui banchi di scuola, che rimanevano stupefatte quando si trovavano per la prima volta nel foro. In Satyricon 1-2 Petronio, per bocca di Encolpio, afferma che «i giovani a scuola rincitrulliscono» (ego adulescentulos existimo in scholis stultissimos fieri), e descrive il tipo di insegnamento lontano dalla realtà a cui sono sottoposti gli scolari dei declamatori che, come in preda alle Furie, li esercitano su temi fittizi e vani: pirati in catene presso il lido, tiranni che scrivono editti feroci, responsi di oracoli in seguito a pestilenze. Il tutto con uno stile zuccheroso e quasi sparso di papavero e di sesamo (mellitos verborum globulos et omnia dicta factaque quasi papavere et sesamo sparsa). I grandi oratori e poeti greci (si citano Sofocle, Euripide, Pindaro, i lirici, Platone, Demostene, Tucidide, Iperide) hanno imparato a parlare e a scrivere bene perché non hanno frequentato le scuole di eloquenza: Nondum umbraticus doctor ingenia deleverat, «Non ancora un ammuffito maestro aveva distrutto gli ingegni»; mentre ora una «ventosa» e «sregolata» loquacitas è passata dall’Asia ad Atene, investendo come una cattiva stella i giovani al punto che l’eloquenza «si è arrestata e ammutolita» (stetit et obmutuit).

«Giovane oratore» o Hermes. Statua, marmo, copia romana da originale greco di II sec. a.C., I sec. d.C. c. Madrid, Museo del Prado.

Le colpe dei genitori. | A un altro personaggio del Satyricon, Agamennone, spetta il compito di ribattere a Encolpio e di sostenere (capp. 3-4) una tesi diversa: non le scuole, ma i genitori sono responsabili della corruzione dell’eloquenza, per l’educazione sbagliata che danno ai figli: smaniosi di immaturi progressi, li spingono nel foro quando ancora non si sono formati, non li lasciano seguire studi regolari, assorbire gradatamente le letture, formarsi attraverso la filosofia, correggere il loro stile e misurarsi con i modelli dei grandi oratori che vogliono imitare. Solo così facendo, la grande oratoria racquisterebbe il suo peso e il suo splendore.

Una guerra necessaria per evitare il “crac” economico

di G.B. CONTE – E. PIANEZZOLA, Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 1. L’età arcaica e repubblicana, Milano 2010, pp. 238

 

La Pro lege Manilia, successivamente pubblicata con il titolo De imperio Gnaei Pompei, è un’orazione, pronunciata nel 66 a.C., che ha spesso attirato a Cicerone l’accusa di opportunismo: l’oratore avrebbe mirato soltanto a conciliarsi la benevolenza di Pompeo Magno per ottenere il suo appoggio nella propria candidatura al consolato. In realtà, sostenere la proposta del tribuno Manilio significava soprattutto sostenere la necessità di una guerra da molti ritenuta indispensabile per difendere gli interessi dei ceti finanziari e della classe degli equites, che si vedevano minacciati dalle mire espansionistiche di re Mitridate VI Eupatore del Ponto.

Elencando i motivi per cui fosse giusto combattere una guerra contro Mitridate (parr. 17-19), infatti, Cicerone focalizzava l’attenzione degli uditori sugli interessi economici che i Romani avevano in Asia: il Senato doveva preoccuparsi di tutelare le rendite fiscali, che erano come i nervi della Res publica, e insieme i publicani e gli equites che si occupavano della loro riscossione, in modo da evitare un “crac” finanziario generalizzato. Questa netta presa di posizione a favore del ceto equestre fu, dunque, anche un invito alla collaborazione fra le due classi più alte per la gestione della cosa pubblica: si può qui vedere in nuce il progetto ciceroniano della concordia ordinum.

Banco dell’argentarius. Bassorilievo, I-II sec. d.C.

 

[17] Ac ne illud quidem uobis neglegendum est quod mihi ego extremum proposueram, cum essem de belli genere dicturus, quod ad multorum bona ciuium Romanorum pertinet; quorum uobis pro uestra sapientia, Quirites, habenda est ratio diligenter. Nam et publicani, homines honestissimi atque ornatissimi, suas rationes et copias in illam prouinciam contulerunt, quorum ipsorum per se res et fortunae uobis curae esse debent. Etenim, si uectigalia neruos esse rei publicae semper duximus, eum certe ordinem qui exercet illa firmamentum ceterorum ordinum recte esse dicemus. [18] Deinde ex ceteris ordinibus homines gnaui atque industrii partim ipsi in Asia negotiantur, quibus uos absentibus consulere debetis, partim eorum in ea prouincia pecunias magnas conlocatas habent. Est igitur humanitatis uestrae magnum numerum ciuium calamitate prohibere, sapientiae uidere multorum ciuium calamitatem a re publica seiunctam esse non posse. Etenim illud primum parui refert, uos publicanis amissa uectigalia postea uictoria reciperare; neque enim isdem redimendi facultas erit propter calamitatem neque aliis uoluntas propter timorem. [19] Deinde quod nos eadem Asia atque idem iste Mithridates initio belli Asiatici docuit, id quidem certe calamitate docti memoria retinere debemus. Nam tum, cum in Asia magnas permulti res amiserunt, scimus Romae solutione impedita fidem concidisse. Non enim possunt una in ciuitate multi rem ac fortunas amittere ut non pluris secum in eandem trahant calamitatem: a quo periculo prohibete rem publicam. Etenim – mihi credite id quod ipsi uidetis – haec fides atque haec ratio pecuniarum quae Romae, quae in foro uersatur, implicata est cum illis pecuniis Asiaticis et haeret; ruere illa non possunt ut haec non eodem labefacta motu concidant. Qua re uidete num dubitandum uobis sit omni studio ad id bellum incumbere in quo gloria nominis uestri, salus sociorum, uectigalia maxima, fortunae plurimorum ciuium coniunctae cum re publica defendantur.

[17] E c’è pure un’altra questione che non dovete trascurare, una questione che, accingendomi a parlare della particolare natura di questa guerra, che coinvolge gli averi di molti cittadini romani, mi ero proposto di esaminare per ultima: ebbene, Romani, voi, con quella saggezza che vi distingue, dovete tenerne particolarmente conto. Sono anzitutto i pubblicani – tutte persone assai rispettabili e facoltose – che hanno trasferito in quella provincia i loro interessi e i loro capitali, e proprio ai loro affari e ai loro patrimoni dovreste, anche prescindendo dall’interesse pubblico, rivolgere le vostre cure; se infatti abbiamo sempre considerato le entrate tributarie come il fulcro della Res publica, allora diremo senza timore di essere smentiti che quella classe che ne ha la gestione è il sostegno delle altre. [18] Vi sono poi cittadini appartenenti ad altri ceti che, pieni d’attività e di iniziativa, hanno i loro affari in Asia, parte dedicandosi a essi personalmente – e a voi corre l’obbligo di provvedere alla loro sicurezza, benché lontani –, parte investendo in quella provincia grossi capitali. Come dunque il vostro senso di umanità vi impone di impedire la rovina di un così gran numero di concittadini, così il vostro senno politico di capire che la rovina di molti dei nostri concittadini coinvolge inevitabilmente quella della Res publica. Ha infatti scarsissimo peso la considerazione che a noi, se lasciamo andare in rovina i pubblicani, è sempre possibile recuperare, in seguito a una nuova vittoria, il gettito fiscale; ché da una parte gli attuali appaltatori non avranno più i mezzi, a causa del tracollo subito, per assicurarsi l’appalto delle imposte, dall’altra non ci saranno altri a voler concorrere all’aggiudicazione per timore di fare la stessa fine. [19] Dobbiamo, inoltre, tenere ben fissa nella mente, se non altro perché la sventura ci è stata maestra, la lezione venutaci sempre dall’Asia e sempre da Mitridate all’inizio di questo conflitto: quando in Asia moltissimi uomini d’affari perdettero ingenti capitali, a Roma – lo sappiamo bene – la sospensione dei pagamenti alle relative scadenze determinò il crollo del credito, poiché, quando in una città sono in molti a rimetterci beni e liquidità, è inevitabile che si tirino dietro nella stessa sorte parecchi altri. Ecco il pericolo che dovete allontanare dalla Res publica, e credetemi pure – del resto, è una cosa che vedete con i vostri stessi occhi! –: il credito e il movimento di capitali, il cui centro è costituito dall’Urbe, e propriamente dal Foro, sono strettissimamente connessi con i fondi stanziati in Asia; non ci potrebbe essere un crollo senza il contemporaneo crollo, sotto la spinta di quella rovina, delle nostre finanze. Considerate, dunque, se si debba da parte vostra esitare un attimo a dedicare tutto l’impegno in una guerra che costituisce l’unica difesa della gloria del vostro imperium, della salvezza degli alleati, di un elevatissimo reddito fiscale, nonché del patrimonio di moltissimi concittadini, cui sono strettamente connessi gli interessi della nostra Res publica (trad. it. G. Bellardi).

 

Atticismo e Asianesimo

da A. BALESTRA et al., In partes tres. 3. L’età imperiale, Bologna 2016, 437-438.

Cicerone nell’Orator, una delle sue opere teoriche sulla retorica, usa la locuzione novi Attici («nuovi atticisti») con tono dispregiativo per riferirsi alla generazione di giovani oratori che muoveva critiche al suo stile retorico. La definizione richiama da vicino quella di poetae novi, che lo stesso Arpinate utilizzava per indicare i poeti della medesima generazione, come Catullo, e ugualmente in tono dispregiativo. Lo stile di quegli oratori, per quanto è possibile intendere in un contesto abbastanza povero di dati, cercava semplicità di espressione, rigore, ordine espositivo ed estrema chiarezza, avvalendosi di un lessico particolarmente sorvegliato e depurato da forme troppo vicine al sermo cotidianus. La definizione data da Cicerone si dovette al fatto che questi giovani retori si ispirarono agli oratori attici di V-IV secolo a.C., come Lisia e Iperide. Nel gruppo dei novi Attici si annoveravano personaggi assai vicini allo stesso Arpinate, come Celio Rufo (82-48 a.C., il giovane amante di Lesbia, rivale di Catullo, che la donna coinvolse in un processo politico), o Marco Giunio Bruto (85 c.-42 a.C.), il futuro cesaricida, al quale Cicerone avrebbe dedicato il trattato di oratoria che prende il titolo dal suo nome, Brutus.

Alla base delle scelte linguistiche compiute dai cosiddetti «atticisti» c’erano le dottrine analogiste, che raccomandavano l’uso di una lingua che non prevedesse neologismi o termini rari o di intonazione popolaresca. La critica che Cicerone mosse a costoro fu di essere poco incisivi e di risultare freddi all’uditorio. Forse, come oratore, anche Gaio Giulio Cesare appartenne alla linea atticista; tuttavia, bisogna considerare che la prosa dei Commentarii, pensati come rapporti al Senato, non è detto che fosse la medesima delle sue orazioni. D’altronde, tutte le testimonianze di Cesare retore, comprese quelle fornite dallo stesso Cicerone, affermano che il condottiero possedesse un’eloquenza tutt’altro che fredda, anzi addirittura travolgente!

Ritratto di togato. Statua, marmo, I sec. a.C. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

Anche il nomignolo di Asiatici («asiani») riferito ad alcuni retori comparve per la prima volta nelle opere teoriche di Cicerone (per esempio, in Brutus 51, 8), sempre con intonazione negativa: con tale epiteto, infatti, l’Arpinate designava gli oratori attivi nelle città d’Asia successivamente alla grande stagione dell’oratoria politica ateniese. A suo giudizio, una certa incompetenza nell’uso della lingua greca aveva determinato forme espressive poco controllate, che avevano prodotto il moltiplicarsi di perifrasi ridondanti. Sempre secondo Cicerone, l’Asianesimo si manifestava secondo due tendenze, una che prediligeva periodi brevi e un andamento sentenzioso, un’altra, viceversa, caratterizzata da espressione piena e vigorosa, un vero e proprio flumen orationis (Brutus 325). Inoltre, Cicerone, individuando un indirizzo che la moderna critica ha denominato “rodiese”, ricordava che i retori delle scuole di Rodi – pure «asiani» – mantenevano un’eloquenza più controllata, più vicina a quella degli oratori attici di età classica.

Dopo la morte di Cicerone, con l’instaurazione del Principato di Augusto, a Roma prevalse nettamente l’Atticismo: si ha testimonianza di ciò dagli scritti di retori successivi o dai passi inseriti nella raccolta antologica di Seneca il Vecchio. A questo fenomeno contribuirono due circostanze: in primo luogo, la presenza nell’Urbe di Cecilio di Calatte (vissuto nella seconda metà del I secolo a.C.) e di Dionigi di Alicarnasso (60-7 a.C.), due retori greci decisamente schierati a favore dell’Atticismo (in particolare, al primo risale la codificazione del canone degli oratori attici del V-IV secolo a.C.); in secondo luogo, la preferenza manifestata verso questa tendenza dallo stesso princeps, il cui gusto naturalmente influenzò l’epoca. Come sottolineato dai maggiori studiosi del fenomeno, l’importanza di questo fatto va individuata nel formarsi di quello che si può considerare il primo “classicismo” della letteratura latina, dove si intende per “classicismo” la tendenza a imitare i lineamenti estetici di un nucleo di autori considerati canonici, nei quali si riconoscevano movenze espressive equilibrate, ordinate e regolari.

Contro le declamazioni di scuola [Quint. V 12, 17-23]

da A. BALESTRA et al., In partes tres. 3. L’età imperiale, Bologna 2016, 441-444.

Dopo aver esposto gli accorgimenti necessari affinché un’argomentazione sia efficace (tema del V libro), con particolare attenzione al metodo per costruire le prove di ragionamento (i cosiddetti «sillogismi retorici»), Quintiliano specifica che tanta accuratezza sia dovuta al fatto che le orazioni preparate per le esercitazioni scolastiche (le declamationes) spesso sono infarcite di ragionamenti capziosi, che rendono il complesso del discorso debole, se non ridicolo. Con una metafora di forte impatto emotivo, l’autore paragona l’atteggiamento degli autori di arzigogolate declamazioni, gradevoli all’ascolto, ma prive di sostanza, a quello dei venditori di schiavi che evirano i fanciulli prima di metterli in vendita, nella convinzione che i giovani dai tratti effemminati riscuoteranno maggior favore presso i clienti. In questa parte del testo Quintiliano riprende il tema che caratterizzava la sua opera andata perduta, il De causis corruptae eloquentiae.

[17] […] Quod eo diligentius faciendum fuit quia declamationes, quibus ad pugnam forensem uelut praepilatis exerceri solebamus, olim iam ab illa uera imagine orandi recesserunt, atque ad solam compositae uoluptatem neruis carent, non alio medius fidius uitio dicentium quam quo mancipiorum negotiatores formae puerorum uirilitate excisa lenocinantur. [18] nam ut illi robur ac lacertos barbamque ante omnia et alia quae natura proprie maribus dedit parum existimant decora, quaeque fortia, si liceret, forent ut dura molliunt: ita nos habitum ipsum orationis uirilem et illam uim stricte robusteque dicendi tenera quadam elocutionis cute operimus et, dum leuia sint ac nitida, quantum ualeant nihil interesse arbitramur. [19] sed mihi naturam intuenti nemo non uir spadone formosior erit, nec tam auersa umquam uidebitur ab opere suo prouidentia ut debilitas inter optima inuenta sit, nec id ferro speciosum fieri putabo quod si nasceretur monstrum erat. libidinem iuuet ipsum effeminati sexus mendacium, numquam tamen hoc continget malis moribus regnum, ut si qua pretiosa fecit fecerit et bona. [20] quapropter eloquentiam, licet hanc (ut sentio enim, dicam) libidinosam resupina uoluptate auditoria probent, nullam esse existimabo quae ne minimum quidem in se indicium masculi et incorrupti, ne dicam grauis et sancti, uiri ostentet. [21] an uero statuarum artifices pictoresque clarissimi, cum corpora quam speciosissima fingendo pingendoue efficere cuperent, numquam in hunc ceciderunt errorem, ut Bagoam aut Megabuxum aliquem in exemplum operis sumerent sibi, sed doryphoron illum aptum uel militiae uel palaestrae, aliorum quoque iuuenum bellicorum et athletarum corpora decora uere existimarunt: nos qui oratorem studemus effingere non arma sed tympana eloquentiae demus? [22] igitur et ille quem instituimus adulescens quam maxime potest componat se ad imitationem ueritatis, initurusque frequenter forensium certaminum pugnam iam in schola uictoriam spectet, et ferire uitalia ac tueri sciat, et praeceptor id maxime exigat, inuentum praecipue probet. nam ut ad peiora iuuenes laude ducuntur, ita laudati in bonis manent. [23] nunc illud mali est, quod necessaria plerumque silentio transeunt, nec in dicendo uidetur inter bona utilitas. sed haec et in alio nobis tractata sunt opere et in hoc saepe repetenda: nunc ad ordinem inceptum.

[17] […] Ho dovuto spiegare questo in modo particolarmente attento in quanto le declamazioni, con le quali eravamo soliti prepararci alle battaglie forensi come si fa con le armi d’addestramento, si sono ormai allontanate dalla funzione originaria di arringhe simulate e, composte solo per diletto, mancano di nerbo, sebbene per chi parli in pubblico non ci sia difetto maggiore, a dire il vero, di quello che è in uso tra i venditori di schiavi che rendono più graziosi i fanciulli evirandoli. [18] Come infatti quelli ritengono poco eleganti in primo luogo il vigore dei muscoli e la barba e poi gli altri attributi che la natura propriamente ha assegnato al maschio, e ammorbidiscono in quanto duri tutti i caratteri che dovrebbero essere robusti, se fosse consentito, così noi copriamo con uno strato sdolcinato di bello stile la consistenza propriamente virile di un discorso e la capacità di parlare con rigore e veemenza e, purché tutte le frasi sono levigate e nitide, crediamo che non abbia alcuna importanza il loro effettivo valore. [19] Al contrario, per me, basandomi sulla natura, un uomo sarà più bello di un eunuco, né la saggezza sarà mai tanto contraria rispetto al suo naturale corso in modo da operare che la debolezza sia da collocare tra le virtù, né mai riterrò che diventi bello grazie a un bisturi ciò che, se fosse nato così, sarebbe stato ritenuto deformità. Un corpo artificialmente reso femminile gioverà forse ai piaceri dell’erotismo, ma alla depravazione non toccherà mai la facoltà di rendere anche onesto ciò che ha reso pregiato. [20] Perciò, per quanto gli spettatori con passivo compiacimento approvino questa eloquenza viziata (dirò infatti come penso), io riterrò che non ci sia nessuna eloquenza che non mostri in sé nemmeno il minimo indizio di provenire da un uomo di autentica mascolinità, per non dire austero e venerando. [21] Del resto, i più noti scultori e pittori, desiderando realizzare con la scultura o la pittura corpi i più belli possibile, mai sono caduti nell’errore di prendersi un Bagoa o un Megabizo come modello dell’opera, ma giudicarono il doriforo il soggetto adatto per raffigurare il mestiere del soldato o l’attività sportiva, e anche di altri giovani combattenti e atleti ritennero veramente bello il corpo: e noi, che pretendiamo di formare un oratore, daremo alla sua eloquenza non armi vere ma dei sonaglietti? [22] Perciò, il giovane che stiamo educando si ispiri il più possibile all’imitazione della realtà, e, pronto a intraprendere frequentemente la battaglia delle contese forensi, già a scuola miri alla vittoria, e sappia colpire e individuare le parti vitali, e l’insegnante esiga soprattutto quello e, una volta ottenutolo, dia senza riserve l’approvazione. Infatti, come i giovani con gli elogi sono allettati addirittura al male, così, se opportunamente gratificati, permangono nei buoni costumi. [23] Attualmente di male c’è questo, che per lo più si passa sotto silenzio il necessario e nell’oratoria l’utile non sembra compreso tra i pregi.

Giovane nobile con l’himation. Statua, bronzo, età augustea, da Rodi. New York, Metropolitan Museum of Art.

Quintiliano dunque spiega chiaramente che la declamazione è nata come esercizio di scuola. Da Seneca il Vecchio si apprende che l’abitudine di trattare di fronte al pubblico un argomento assegnato dal maestro è stata introdotta nelle scuole di retorica di Atene fin dal IV secolo a.C. A Roma l’usanza della declamatio si diffuse dal I secolo a.C. (declamare significa letteralmente «recitare ad alta voce»; in seguito, il termine declamatio prese il significato di «discorso fittizio»). Il pubblico, come in moderni saggi scolastici, era composto anche da persone esterne alla scuola, amici e parenti dei ragazzi. D’altra parte, anche oratori ormai in carriera potevano saltuariamente tornare a declamare per amici e conoscenti. Un significativo cambiamento intervenne verso la fine dell’età repubblicana – sempre secondo la testimonianza di Seneca il Vecchio – quando la declamazione divenne uno spettacolo indipendente dalla prassi scolastica. In vere e proprie conferenze, in cui non mancava una certa dose di mondanità, si esibivano gli oratori più famosi. Per ottenere l’applauso degli astanti furono adottati espedienti sempre più appariscenti e artificiali, perché la scelta degli argomenti astrusi dava modo ai relatori di mettere in luce la propria competenza argomentativa. Questo fenomeno era per Quintiliano una mostruosità! Il vero male dell’eloquenza del suo tempo era quello di aver perso il contatto con la realtà – concetto espresso anche con la similitudine fondata sull’esempio dei grandi scultori dell’antichità.

Boulanger Gustave Clarence Rudolphe, Il mercato degli schiavi.

Secondo Quintiliano, la causa della decadenza dell’oratoria era un fenomeno dipendente esclusivamente da un processo avvenuto all’interno delle scuole: aver trasformato un esercizio in una forma di spettacolo aveva condotto a cercare soggetti sempre meno collegati con l’effettiva pratica forense (nec in dicendo uidetur inter bona utilitas, 23), tanto che i maestri, pensando ormai di dover preparare declamatori più che effettivi avvocati, trascurarono nell’insegnamento quanto fosse davvero necessario (necessaria plerumque silentio transeunt). Lo stile di eloquenza che Quintiliano rigettava con forza, in quanto artificiale e vuoto, era quello da lui attribuito a Seneca, come spiegava nella parte del libro X in cui prendeva in considerazione lo stile del filosofo, franto e sentenzioso, ma di grande impatto psicologico sui giovani di quella generazione. È probabile che un parere di questo tipo fosse rimarcato da Quintiliano anche nel De causis corruptae eloquentiae.

L’autore sembrava però ottimista di fronte alla decadenza dell’oratoria, in quanto riteneva che si potesse porre rimedio cambiando il metodo d’insegnamento e sostituendo i modelli da indicare agli alunni come riferimento. La similitudine del paragrafo 21, con il riferimento all’arte di Policleto, è indicativa di una concezione “classicistica” della retorica, che non doveva cercare modelli al di fuori di quelli consacrati dalla tradizione e soprattutto ispirati a un criterio di chiarezza e di equilibrio formale. La posizione di Quintiliano è, quindi, diversa rispetto a quella di Seneca il Vecchio, che, pur lamentando il medesimo problema, presupponeva per la decadenza dell’oratoria cause riconducibili a un peggioramento morale del mondo romano: ciò aveva ridotto la disciplina a mero strumento per facili guadagni.

Giovane intento alla lettura. Affresco (dettaglio), I secolo, da Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Giovane intento alla lettura. Affresco (dettaglio), I secolo, da Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Anche Seneca filosofo, la cui eloquenza era additata da Quintiliano come scadente, aveva lamentato ai suoi tempi un forte peggioramento qualitativo nell’arte della parola. Seneca aveva dedicato all’argomento una delle lettere a Lucilio (ad Luc. CXIV), mostrandosi in accordo con le affermazioni del padre e individuando nello scadimento morale dei Romani una delle principali cause di quella decadenza. Entrambi i Seneca, pertanto, rispetto a Quintiliano manifestavano un netto pessimismo riguardo alle possibilità che l’oratoria potesse tornare agli antichi splendori.