M. Anneo Lucano

da CONTE G.B., PIANEZZOLA E., Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 3. L’età imperiale, Milano 2010, 150-158.

Nel processo che, durante l’età tardo repubblicana e augustea, realizzò l’ambizione di elaborare una letteratura nazionale paragonabile al corpus della letteratura greca classica ed ellenistica, l’Eneide rappresentò il momento conclusivo: con il poema virgiliano la cultura romana si dotò finalmente di un capolavoro capace di sostituire Omero, entrando subito nella scuola e diventando il testo base dell’educazione letteraria latina; l’Eneide costituì il canone indiscusso e imprescindibile del genere epico. Dopo Virgilio, il poeta epico latino non poteva più sottrarsi al confronto con il grande modello, anche quando l’esperienza del potere imperiale rese difficile, se non impossibile, continuare a credere negli ideali etico-politici che l’epos virgiliano aveva contribuito a creare, anche quando le illusioni dei miti augustei erano definitivamente crollate.

Fu il caso di Lucano, giovane poeta di talento morto suicida a ventisei anni, nella repressione della congiura pisoniana: della sua produzione, sorprendentemente vasta e varia, ci resta il poema epico Pharsalia, un’appassionata, coraggiosa denuncia della guerra fratricida che aveva prodotto la fine della libertas romana e l’avvento della tirannide. Non potendo mettersi nel solco di Virgilio, Lucano scrisse “contro” di lui, adottando una puntuale tecnica di «contestazione» del modello, basata su un nuovo tipo di arte allusiva, che è stata definita «allusività antifrastica»: in altre parole, attraverso la ripresa “a rovescio” del modello, Lucano si propose di smascherare l’inganno con cui Virgilio aveva coperto la trasformazione dell’antica res publica in dominato.

Nerone Claudio Augusto. Asse, Lugdunum, 66 d.C. Recto: testa nuda del princeps. Legenda: Imp(erator) Nero Caesar Aug(ustus) P(ontifex) M(aximus) Tr(ibunicia) Pot(estas) P(ater) P(atriae).

Un poeta alla corte del princeps

Marco Anneo Lucano nacque a Cordŭba (od. Cordova), in Hispania Tarraconensis, il 3 novembre del 39; figlio di Marco Anneo Mela, fratello di Seneca, era dunque nipote del filosofo. Nel 40 la famiglia si trasferì a Roma, dove negli anni successivi Lucano avrebbe atteso alla propria formazione: ebbe come maestro lo stoico Lucio Anneo Cornuto, alla cui scuola conobbe Aulo Persio Flacco, con il quale strinse amicizia. Intellettuale brillante, Lucano entrò alla corte di Nerone, che per un certo periodo lo ebbe fra i suoi più intimi amici. Per concessione del princeps, il giovane poeta ricoprì la quaestura prima dell’età minima prevista, ed entrò a far parte del collegio degli augures. Alle feste indette dall’imperatore nel 60, i Neronia, Lucano recitò delle laudes per il Cesare, composte per l’occasione. Secondo alcune fonti antiche, nello stesso periodo pubblicò i primi tre libri della Pharsalia, il poema cui da qualche tempo andava dedicandosi.

Subentrò una brusca rottura con il princeps, per ragioni non del tutto chiare: le fonti antiche accennano a una gelosia letteraria da parte dello stesso Nerone, ma è anche possibile che quest’ultimo non vedesse di buon occhio le idee troppo marcatamente improntate alla nostalgia per l’età repubblicana che Lucano andava esprimendo nel proprio poema. Caduto, dunque, in disgrazia presso il princeps e allontanato dalla corte, Lucano aderì alla congiura di Pisone; una volta scoperto il complotto, ricevette, come molti altri, l’ordine di darsi la morte. Si tolse la vita il 30 aprile del 65, a meno di ventisei anni.

Si è conservata l’opera principale di Lucano, il poema epico Bellum civile o Pharsalia: quest’ultimo (da Pharsalus, luogo della storica sconfitta di Gneo Pompeo Magno), d’altronde, fu il titolo con cui l’autore stesso chiama la propria opera; l’altro titolo, Bellum civile, si ricava invece dalle biografie di Lucano (quella composta da Svetonio, nel De poetis, e un’altra attribuita a un certo Vacca). Il poema, in dieci libri (per un totale di 8.060 esametri), alla cui elaborazione l’autore attese probabilmente dal 60, è rimasto incompiuto a causa della sua prematura morte; il libro X, infatti, molto più breve di tutti gli altri, mostra una brusca interruzione. Ci restano, inoltre, i titoli (e in qualche caso scarsissimi frammenti) di opere tutte quasi certamente anteriori alla Pharsalia: un Ilìacon (componimento in versi sulla guerra di Troia); un Catachthònion (carme sulla discesa agli Inferi, da alcuni identificato con un epillio su Orfeo); un De incendio Urbis; una tragedia incompiuta, Medea; i Saturnalia; dieci libri di Silvae (raccolta di poesie di vario genere); le già ricordate Laudes Neronis; sappiamo inoltre di epigrammi, libretti per pantomime, declamazioni.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l’assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

Il ritorno all’epica storica

Il poema Pharsalia, sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo, segnò un forte stacco rispetto alla precedente produzione del poeta. Dai titoli delle opere perdute sembra infatti di poter cogliere una totale adesione ai gusti e alle direttive neroniane: l’Ilìacon veniva incontro alla passione del princeps per le antichità troiane; Silvae e libretti per pantomime ben si inserivano nel quadro di quella poesia di intrattenimento, ricca di spunti occasionali e raffinata nella fattura, che l’imperatore pareva prediligere. Anche se la Pharsalia non era fin dall’inizio in contrasto marcato con le tendenze culturali di Nerone – che personalmente andava progettando un poema epico sulla storia romana –, il modo in cui Lucano scelse di trattare l’argomento si risolse in un’esaltazione dell’antica libertas repubblicana e in un’esplicita condanna del regime imperiale.

Nikolaos Gyzis, Historia. Olio su tela, 1892.

La Pharsalia e il genere epico

La novità del poema lucaneo consiste non tanto nella scelta di un argomento storico (tale era stata l’epica latina prima di Virgilio), quanto nel completo abbandono dell’apparato mitologico: nella Pharsalia non si assiste più all’intervento di divinità che prendono parte all’azione al fianco degli uomini. Per questo il poema fu aspramente criticato nell’antichità, come testimonia la tradizione scoliastica e i giudizi dei grammatici (Servio) e dei retori (Quintiliano, Frontone): la rinuncia agli interventi delle divinità, l’ordine della narrazione quasi “cronachistico” o “annalistico”, tipico più delle opere storiografiche che di quelle poetiche, e l’uso e l’abuso di sententiae concettistiche sono tra le censure più spesso mosse alla Pharsalia.

I motivi che spinsero Lucano su questa via sono legati all’atteggiamento dell’autore nei confronti della tradizione epica romana e dei suoi modelli: in particolare l’Eneide di Virgilio rappresentava un inevitabile termine di confronto sia per il poeta sia per i suoi lettori. Del resto, difficoltà oggettive impediscono di valutare con precisione l’attendibilità di queste critiche.

La perdita del materiale storiografico a cui con ogni probabilità Lucano si rifaceva (i libri di Livio sulle guerre civili e le Storie di Seneca il Vecchio) non permette infatti di verificare se il poeta abbia seguito le proprie fonti in modo sostanzialmente pedissequo. Di certo, nel poema lucaneo la fedeltà scrupolosa alla fonte storica viene sacrificata alle “deformazioni” della verità a fini ideologici, soprattutto per quel che riguarda Pompeo, Cesare e i rispettivi sostenitori; in tal caso, l’alterazione riguarda il modo di presentare o di colorire alcuni degli avvenimenti tramandati dalle fonti; ma altre volte essa si spinge fino al punto di inserire episodi estranei alla realtà dei fatti, come la scena di negromanzia nel libro VI o l’intervento di Cicerone a Farsalo nel libro VII.

È possibile, inoltre, che il criticato modulo cronachistico fosse un “difetto” tradizionale di tutta l’epica storica, ad argomento monografico, dell’ultima età repubblicana e del primo periodo imperiale; ed è probabile che alla conservazione di tale impianto narrativo spingesse anche l’autorità degli Annales di Ennio. D’altronde, è noto che già in età augustea vari poeti avevano scelto come soggetto epico le guerre civili (Cornelio Severo e Rabirio, autore del Bellum Actiacum), anche se gli scarsi frammenti di questa produzione non consentono di stabilire legami precisi con la Pharsalia. Sta di fatto che, insieme con le critiche, l’opera “innovatrice” di Lucano conobbe subito vasto favore, come si ricava dalle affermazioni di Marziale e di Stazio, oltre che dai numerosi richiami contenuti nella poesia epica posteriore.

Il contenuto della Pharsalia
Libro IDopo la presentazione dell’argomento del poema e un lungo elogio a Nerone, Lucano passa a esporre le cause della guerra civile. Segue la narrazione del passaggio del Rubicone da parte di Cesare e del terrore che si diffonde a Roma alla notizia del suo avvicinamento. Una serie di presagi annuncia la catastrofe incombente.
Libro IILamenti dei Romani che ricordano il precedente conflitto tra Mario e Silla e giungono alla consapevolezza che quello fra Cesare e Pompeo sarà ben più tremendo. Discussione notturna tra Bruto e Catone: è giusto astenersi da un conflitto che comunque si risolverà con il dominio assoluto del vincitore o, invece, è consigliabile schierarsi dalla parte di Pompeo, nella speranza di condizionarlo? Catone persuade il giovane interlocutore a scegliere la seconda alternativa. Sotto la pressione delle legioni cesariane, Pompeo abbandona l’Italia.
Libro IIIAppare in sogno a Pompeo il fantasma di Giulia, figlia dell’avversario e sua prima sposa, per minacciargli terribili sciagure. Cesare entra nell’Urbe e si impadronisce dell’aerarium. Pompeo raduna i suoi alleati, soprattutto tra i reguli orientali, dei quali Lucano fornisce un lungo elenco (alla maniera del “catalogo delle navi” dell’Iliade. Il teatro della guerra si sposta quindi a Massilia, assediata da Cesare; ha luogo una battaglia navale tra gli abitanti della città e le forze assedianti.
Libro IVCesare trasferisce, poi, le operazioni in Hispania. In battaglia si distingue un pompeiano, Vulteio, che, a capo di una esigua coorte, sostiene l’attacco in massa dei nemici. Curione, giovane partigiano di Cesare, muore in Africa, sconfitto dalle truppe numidiche.
Libro VIl Senato in esilio si riunisce in Epiro. Un pompeiano, Appio, si reca a consultare l’oracolo di Delfi, ma il responso resta ambiguo. Dopo aver domato un tentativo di ribellione, Cesare porta le proprie legioni in Epiro; irritato per gli indugi di Antonio, che tarda a seguirlo con la restante parte dell’esercito, cerca di raggiungerlo passando di nuovo il mare in incognito, su una barchetta; ma una furiosa tempesta lo respinge a terra. Pompeo, intanto, mette al sicuro la moglie Cornelia sull’isola di Lesbo.
Libro VIA Durazzo Pompeo viene rinchiuso e assediato. Il cesariano Sceva compie azioni eroiche. Gli eserciti avversari raggiungono la Tessaglia, teatro dello scontro definitivo. Sesto, uno dei figli di Pompeo, si reca a consultare la negromante Erittone, che, grazie alle sue arti, richiama in vita un soldato morto in battaglia, il quale rivela a Sesto Pompeo la futura rovina che incombe su di lui, sulla sua famiglia e su tutto l’ordinamento della Repubblica.
Libro VIIPompeo rivede in sogno i trionfi del proprio passato. Si tiene il consiglio di guerra, in cui il comandante cerca di dissuadere i collaboratori dal combattimento, ma è sopraffatto dalla volontà dei suoi. Si tengono, allora, i preparativi per la battaglia, a Farsalo. L’indomani si scatena lo scontro furibondo. La giornata campale viene vinta da Cesare; in combattimento cade Domizio Enobarbo, pompeiano e antenato di Nerone. Pompeo fugge. Il vincitore rifiuta gli onori funebri ai caduti nemici e, durante la notte, visioni funeste gli turbano il sonno.
Libro VIIIRipresa con sé Cornelia, Pompeo suggerisce ai suoi di proseguire la lotta con il sostegno dei Parti, ma la proposta viene respinta dopo un energico discorso di Lentulo. Pompeo fa dunque rotta verso l’Egitto, dove spera di trovare asilo e alleati. Ma re Tolemeo, dietro consiglio dei suoi potenti cortigiani, lo fa uccidere al suo arrivo. Il corpo decapitato di Pompeo è abbandonato sulla spiaggia: un certo Cordo gli dà umile sepoltura.
Libro IXDopo la morte del generale, Catone assume il comando dei resti dell’esercito repubblicano e attraversa il deserto libico, affrontando pericoli di ogni sorta; rifiuta di consultare l’oracolo di Ammone: la conoscenza del futuro non può modificare le decisioni del saggio. Intanto, Cesare, dopo aver visitato le rovine di Troia, attraversato l’Oriente, giunge in Egitto, dove gli viene offerta in dono la testa del nemico; finge un cavalleresco sdegno per la proditoria uccisione del rivale.
Libro XAd Alessandria Cesare fa visita alla tomba di Alessandro Magno, quasi un suo “maestro” di tirannide. Si tiene un fastoso banchetto alla presenza di Cleopatra e il generale vittorioso intrattiene una lunga discussione sulle sorgenti del Nilo con il sacerdote Acoreo. Gli Alessandrini tentano una sollevazione contro Cesare. A questo punto la narrazione si interrompe bruscamente.
José Garnelo y Alda, Studio per la morte di Lucano. Tempera su tela, 1887.

La Pharsalia e l’Eneide: la distruzione dei miti augustei

Nella tradizione romana, a partire dal Bellum Poenicum di Nevio e dagli Annales di Ennio, il poema epico era stato un monumentum, celebrazione solenne delle glorie della res publica e dei suoi eserciti. E monumentum era stata anche l’epica “omerica” di Virgilio, canto di fatiche e di lutti che avrebbero, comunque, fondato l’impero e la pax Romana. Nelle mani di Lucano, il poema epico divenne, invece, uno strumento di denuncia della guerra fratricida, del sovvertimento di tutti i valori condivisi, dell’avvento di un’era di ingiustizia.

L’inversione di prospettiva rispetto all’Eneide è netta e al confronto con Virgilio spinge volontariamente la stessa Pharsalia: a ragione si è potuto parlare del poema come di una sorta di «anti-Eneide» e del suo autore come di un «anti-Virgilio». Il poeta mantovano era per Lucano il modello da rovesciare e confutare, perché, per Lucano, egli aveva coperto con un velo di mistificazioni la trasformazione dell’antica res publica in tirannide, esaltando l’avvento di Ottaviano Augusto come una missione fatale.

La via che Lucano scelse per sconfessare Virgilio è stato, in primo luogo, il mutamento dell’oggetto: non si trattò, cioè, di rielaborare racconti mitici, ma di esporre, con sostanziale fedeltà, un passato recente e ben documentato, soprattutto universalmente conosciuto. Questa scelta programmatica di fedeltà al “vero” storico spiega, in larga parte, la rinuncia agli interventi delle divinità che tanto faceva scandalizzare la critica antica.

La polemica antivirgiliana infatti incomincia a delinearsi fin dai versi immediatamente successivi al proemio, dove le allusioni al modello sembrano atteggiate secondo un gesto di opposizione: nell’epos di Virgilio il tema storico delle guerre civili si affacciava qua e là nel testo, ma, proiettato in un passato mitico – era per così dire solo adombrato nel remoto conflitto fra Troiani e Latini (destinati poi a fondersi in un unico popolo); Lucano vuole invece riproporlo in tutta la sua ineludibile realtà storica, presentandone le nefaste conseguenze sulla storia successiva.

Lucano sembra, inoltre, proporsi di confutare e quasi rovesciare puntualmente personaggi, scene, addirittura singole espressioni del modello virgiliano. Molti esempi potrebbero essere citati: particolarmente significativo è il modo in cui Lucano rilegge il brano sulla profezia di Anchise nel libro VI dell’Eneide. Come l’Eneide, infatti, la Pharsalia si articola intorno a una serie di profezie, ma esse rivelano non le future glorie di Roma, bensì la rovina che l’attende. La più importante è costituita appunto dalla nekyomantèia («negromanzia») del libro VI.

Introducendo il mondo dell’oltretomba, Lucano mostra l’evidente volontà di creare un pezzo che possa fare da pendant alla catabasi («discesa agli Inferi») di Enea. La collocazione dell’episodio nel libro VI, come nel poema virgiliano, costituisce un probabile indizio della posizione di centralità che il poeta intendeva accordargli nell’architettura della Pharsalia e, quindi, della progettata estensione del poema su un arco di dodici libri, al pari dell’opera-modello.

Lucano rovescia, però, il paradigma fin nei minimi particolari. Mentre l’Anchise virgiliano profetizzava a Enea la futura gloria della sua stirpe, destinata a dominare le genti, e mostrava al figlio le anime dei suoi discendenti più famosi, l’ombra del soldato richiamato in vita dalla maga tessala racconta di aver visto gli Inferi in grande agitazione; in lacrime le anime degli antichi eroi della tradizione, i quali deplorano l’infelice sorte che attende la loro patria; esultanti gli spiriti dei populares (fra i quali Catilina), gli antenati politici di Cesare, gli eterni nemici della res publica.

Sarebbe tuttavia unilaterale vedere in Lucano solo l’acceso oppositore di Virgilio; il suo rapporto con il modello è molto più complesso, probabilmente perché lo stesso Virgilio presentava aspetti ambigui e contraddittori. Quel Virgilio che al giovane poeta poteva apparire come il cantore, compromesso e convinto, dell’utopia augustea, era lo stesso che in certi passi delle Georgiche aveva lamentato l’orrore delle guerre civili; nella stessa Eneide, del resto, il credito fatto alla provvidenzialità della Storia si accompagnava alla commiserazione per le vittime innocenti del fato. Nei momenti di più forte compartecipazione ai casi di certi sventurati personaggi il dubbio sulla “bontà” del destino affiorava anche nei versi di Virgilio. Ma l’amarezza del dubbio non bastava a Lucano: fin dai primi versi della Pharsalia ogni illusione appare irrimediabilmente crollata.

John Hamilton Mortimer, Sesto Pompeo consulta la maga Erittone prima della battaglia di Farsalo. Olio su tela, 1771. Collezione privata

Un poema senza eroe: i personaggi della Pharsalia

A differenza dell’Eneide, la Pharsalia non ha un personaggio principale, un vero e proprio “eroe”; l’azione del poema – se si eccettuano diverse figure minori – ruota soprattutto intorno alle personalità di Cesare, di Pompeo e (in particolare, nell’ultima parte) di Catone. Cesare domina a lungo la scena con la sua malefica grandezza: spesso guidato dall’ispirazione momentanea o addirittura dalla temerarietà, egli assurge a incarnazione del furor che un’entità ostile, la Fortuna, scatena contro l’antica potenza di Roma. Nell’incessante attivismo dispiegato da Cesare, l’”eroe nero” del poema, si è voluto intravedere talvolta quasi il segno dell’ammirazione di Lucano, ed è indubbio che il poeta sembra qua e là soccombere al fascino sinistro del suo personaggio.

In fondo Cesare rappresenta il trionfo di quelle forze irrazionali che nell’Eneide venivano domate e sconfitte: il furor, l’ira, l’impatientia e una colpevole volontà di farsi superiore alla res publica sono le passioni che maggiormente agitano l’animo del condottiero. Sono, questi, tratti tipici della rappresentazione del tiranno, presenti già nella tragedia latina arcaica e riproposti nel teatro senecano. In questa tipologia rientrano anche la ferocia e la crudeltà: nella Pharsalia Lucano spoglia Cesare del suo attributo principale – la clementia verso i vinti – a costo di stravolgere la verità storica (come quando gli fa decidere di lasciare insepolti i caduti di Farsalo).

Alla frenetica energia di Cesare si contrappone, fin dall’inizio del poema, una relativa passività da parte di Pompeo: un personaggio in declino, affetto da una sorta di senilità politica e militare. Questo tipo di caratterizzazione serve tuttavia, in modo abbastanza paradossale, a limitare le responsabilità di Pompeo: la forsennata brama di potere del rivale è la principale responsabile della catastrofe che porterà Roma al tracollo. L’intento di Lucano è quello di fare di Pompeo una sorta di Enea, il cui destino, però, si mostra completamente avverso: in tal senso, egli diviene una figura “tragica”, l’unica che, nello svolgimento del poema, subisca un’evoluzione psicologica. La Pharsalia rappresenta infatti il precipitare di Pompeo dai vertici più alti, mentre la Fortuna, un tempo così arridente, gli si rivolge contro con un’ostile determinazione.

Alla progressiva perdita di autorevolezza in campo politico fa riscontro, in Pompeo, un ripiegamento nella sfera del privato, degli affetti familiari (in aperto contrasto con l’atteggiamento egocentrico di Cesare): Lucano insiste nel mostrare l’attaccamento di Pompeo ai propri figli e soprattutto verso la moglie, come nel libro V, quando, di fronte all’incalzare dei nemici, il generale la mette al sicuro nell’isola di Lesbo, e all’addio dei due sposi sono dedicati versi dominati dal pathos degli affetti familiari (vv. 727-733). Alla fine, abbandonato dalla Fortuna, Pompeo va incontro a una sorta di “purificazione”: diviene consapevole della malvagità dei fati, comprende che la morte in nome di una causa giusta costituisce l’unica via di riscatto morale.

Questa consapevolezza, che per Pompeo è frutto di una lunga e dolorosa conquista, costituisce invece per Catone un solido possesso fin dalla sua prima apparizione nell’opera. Un verso lapidario, giustamente celebre, definisce l’ideologia di questo personaggio, che riflette in larga misura quella dello stesso Lucano (I v. 128): uictrix causa deis placuit, sed uicta Catoni («la causa vittoriosa ebbe il divino sostegno, ma quella sconfitta ebbe quello di Catone»).

Lo sfondo filosofico della Pharsalia è indubbiamente di tipo stoico: ma nel personaggio di Catone si consuma la crisi dello Stoicismo di stampo tradizionale, che garantiva il dominio della ragione sul cosmo e, quindi, della Provvidenza divina nella Storia. Di fronte alla consapevolezza della malvagità di un fato che cerca unicamente la distruzione di Roma, diviene impossibile, per Catone, l’adesione volontaria alla volontà del destino (o degli dèi) che lo Stoicismo pretendeva dal saggio. Matura così la convinzione che il criterio della giustizia sia ormai da ricercarsi altrove che nel volere del cielo: esso d’ora in poi risiede esclusivamente nella coscienza del sapiens. Nella sua ribellione “titanistica”, Catone si fa pari agli dèi: non ha più bisogno del loro consiglio per cogliere il discrimine fra giusto e l’ingiusto. Come non si sottomette più alla volontà del destino, così il saggio non può nemmeno mantenere la propria tradizionale imperturbabilità di fronte al suo realizzarsi: Catone si impegna nel conflitto civile, con piena consapevolezza della sconfitta alla quale va incontro e alla conseguente necessità di darsi la morte, l’unico modo che gli resta per continuare ad affermare il diritto e la libertà.

Intorno ai tre protagonisti si muove una serie di personaggi minori, la cui caratterizzazione è condizionata dall’appartenenza all’una o all’altra factio in lotta. Così, molti dei pompeiani e dei catoniani sono presentati come combattenti valorosi anche se sfortunati. Spicca fra le altre la figura di Domizio Enobarbo, che Lucano rappresenta come un eroe, in contrasto con la realtà storica a noi nota: si discute tuttora se questa deformazione corrisponda o meno alla volontà di adulare Nerone, che era un discendente di Enobarbo. L’esercito di Cesare è, al contrario, costituito per lo più da “mostri” assetati di sangue, legati al loro comandante da una sudditanza psicologica e dall’avidità di prede. Anche quando ne presenta singoli atti di eroismo, come nel caso di Sceva, il poeta non manca di sottolineare l’ingiustizia della causa per cui essi combattono. Tra le figure femminili si distingue Cornelia, la sposa di Pompeo, la quale incarna il ritratto dell’assoluta fedeltà e devozione al marito, con cui condivide fino in fondo le avversità della sorte.

Johann Heinrich Füssli, Il fantasma di Giulia appare in sogno a Pompeo. Disegno, 1770 c.

Il poeta e il princeps: l’evoluzione della poetica lucanea

La Pharsalia presenta al lettore una visione della Storia a tinte fosche, che non lascia intravedere alcuna possibilità di redenzione. È abbastanza probabile che il pessimismo lucaneo sia andato maturando progressivamente nel corso della stesura dell’opera: in una fase iniziale, l’autore avrà condiviso le speranze di palingenesi politico-sociale suscitate dall’avvento al potere del giovane Nerone. Nel proemio, infatti, sembra ancora possibile interpretare la comparsa del princeps come una sorta di compensazione per le sciagure provocate dal conflitto civile che si sta per narrare (vv. 33-38):

quod si non aliam uenturo fata Neroni              

inuenere uiam magnoque aeterna parantur    

regna deis caelumque suo seruire Tonanti      

non nisi saeuorum potuit post bella gigantum,             

iam nihil, o superi, querimur; scelera ipsa nefasque   

hac mercede placent…

Ma se i fati non trovarono altra via all’avvento di Nerone

e a un tale prezzo si preparano i regni eterni

ai numi e il cielo ha potuto servire il suo sovrano

il Tonante, solo dopo le guerre dei crudeli Giganti,

non ci lamentiamo più, o Celesti; questi crimini e misfatti

accogliamo volentieri per simile ricompensa…

(trad. di L. Canali)

L’elogio di Nerone riprende da Virgilio tutta una serie di motivi rivolti alla glorificazione del princeps: è evidente il ricordo delle parole con le quali, nel libro I dell’Eneide (vv. 291 ss.), Giove aveva profetizzato a Venere l’avvento di una nuova età dell’oro, dopo che Augusto avesse posto fine alle contese civili. L’attribuzione a Nerone di tratti augustei era diffusa nella letteratura del tempo: così, per esempio, nel poeta pastorale Calpurnio Siculo. Agli occhi di Lucano, tuttavia, il nuovo Augusto è di gran lunga migliore del primo e tesserne l’elogio implica entrare in velata polemica con Virgilio: Nerone, e non Augusto – sembra voler dire il poeta – è la vera realizzazione delle promesse del Giove virgiliano.

Questa interpretazione presuppone la “sincerità” dell’elogio del princeps, non univocamente condivisa dagli studiosi moderni. Già alcuni scolii antichi avevano visto, negli esuberanti tumores dell’elogio, nelle tensioni espressive di uno stile studiatamente turgido, barocco, il segno di una sorta di ironia “cifrata” nei confronti dell’imperatore: quest’interpretazione è stata più volte richiamata in vita, anche dai moderni, ma, a nostro avviso, non può essere accettata.

Maggiori elementi di plausibilità ha una seconda linea interpretativa, che presuppone in Lucano un’evoluzione sotto certi aspetti non dissimile da quella di Seneca. L’impostazione dei primi tre libri del poema (i soli che, a quanto riferisce la biografia cosiddetta di Vacca, furono pubblicati dall’autore) presenterebbe analogie con quella del De clementia e della Apokolokyntosis di Seneca, dove la conciliazione del principato e della libertà è ancora considerata possibile con un ritorno alla politica filosenatoria di Augusto.

Ciò non significa che si debba marcare una cesura troppo netta fra un “primo” e un “secondo” Lucano; su questa via, c’è chi si è spinto ad affermare che, nel corso della composizione, il poema muterebbe anche il proprio giudizio su Cesare e su Pompeo: partito da un’obiettiva “equidistanza”, dopo il libro III incomincerebbe a parteggiare apertamente per il secondo, scaricando invece su Cesare il proprio velenoso astio. In realtà, un relativo mutamento di giudizio su Pompeo era implicito nella stessa struttura della Pharsalia, in cui il personaggio si muove verso la conquista progressiva della saggezza; quanto a Cesare, l’avversione nei suoi confronti è costante fin dall’inizio del poema.

Resta il fatto che, all’interno della Pharsalia, l’elogio di Nerone suona come una nota stridente: nello stesso progetto del poema era insita la contraddizione fra la visione radicalmente pessimistica dell’ultimo secolo di storia romana, che Lucano era venuto maturando, e le aspettative suscitate dal nuovo principe. L’incrinatura con la quale la Pharsalia nasceva non attendeva che di essere approfondita – e a ciò avrebbero pensato gli eventi – perché Lucano si liberasse anche degli ultimi residui di una già traballante concezione provvidenziale. Nel seguito del poema il pessimismo lucaneo si fa molto più radicale, e approda a una concezione coerentemente priva di luci: un vero e proprio “antimito” di Roma, il mito del suo tracollo, della sua inarrestabile decadenza.

Jean-Paul Laurens, La morte di Catone a Utica. Olio su tela, 1863.

Lo stile della Pharsalia

La tradizione epica aveva costruito tutto un linguaggio complesso, capace di dare l’attraente forma di narrazione ai grandi modelli culturali e ai valori cui si ispirava la società romana. Lo stile grande e solenne di questi poemi, che significativamente si servivano di una lingua dalle coloriture arcaiche, era quello che, nella gerarchia dei generi letterari, faceva dell’epos la più alta forma di espressione poetica. Ma a questo compito di positiva commemorazione dei grandi modelli eroici, l’epica non poteva più far fronte, ora che lo sviluppo degli eventi aveva tradito quel mondo ideale e aveva tolto credito alle forme letterarie che lo raccontavano; e, insieme, aveva generato nuove aspettative nel pubblico.

Lucano, insomma, non ebbe la forza di sbarazzarsi di una forma letteraria che pure sentiva insufficiente ai propri bisogni. Più che tentare di rifondare il linguaggio epico, cercò un rimedio di compenso nell’ardore ideologico con cui ne denunciò la crisi. Così la presenza di un’ideologia politico-moralistica si fece in lui ossessiva, invase il suo linguaggio, divenne anzi tutta e solo linguaggio, perché fu gridata, ostentata: propugnata linguisticamente (in sententiae costruite a effetto o in antitesi freddamente intellettualistiche), si ridusse a retorica. Ma la retorica che anima questo linguaggio non appare segno di vana artificiosità ornamentale, bensì il gesto di uno stile che, paradossalmente, per ritrovare la propria autenticità, per essere sicuro di non tradire con le parole il messaggio di un’ideologia disperata, non poteva più affidarsi a un’espressione semplice e diretta, ma di necessità avrebbe parlato (e parla) ricorrendo agli schematismi enfatici del discorso retorico. Spettò così alla retorica, ai suoi costrutti laboriosi e calcolati, di compensare la perdita di credibilità in cui erano cadute le forme semplici del linguaggio epico.

Per la spinta continua al pathos e al sublime, lo stile di Lucano ha molti punti di contatto con quello delle grandi tragedie di Seneca: si è potuto parlare di «barocco» e di «manierismo» (di quest’ultimo soprattutto a proposito del gusto per i paradossi e per la concettosità, che nello stile di Lucano non ha meno peso di quello per i tumores). Ardens et concitatus: così Quintiliano (Inst. X 1, 90) ebbe a definire Lucano e volle probabilmente riferirsi anche all’incalzante ritmo narrativo dei periodi, che si susseguono senza freno e lasciano debordare parti della frase oltre i confini dell’esametro: così l’urgenza “concitata” dei pensieri si rispecchia nel continuo enjambement, e la sintassi delle parole aspira a uscire dai vincoli dello schema metrico, imprimendo un’eccezionale tensione espressiva al verso. L’io del poeta è praticamente onnipresente per giudicare e, spesso, per condannare in tono indignato. Di qui la straordinaria frequenza, nella Pharsalia, delle apostrofi e, in generale, degli interventi personali dell’autore a commento degli eventi narrati.

È, indubbiamente, uno stile che di rado conosce dominio e misura: per questo, esso può rapidamente saziare il lettore. Ma è, altrettanto indubbiamente, uno stile che non è solo frutto dell’adesione alle mode letterarie del tempo né intende solo compiacere il gusto delle sale di declamazione; la tensione espressiva dell’epica lucanea si alimenta dell’impegno e della passione con le quali il giovane poeta ha vissuto la crisi della sua cultura. La rappresentazione di una catastrofe come la guerra civile (Romani contro Romani) non poteva – ora che il mondo intero non avrebbe potuto più essere quello che era stato prima – continuare a nutrirsi di una forma tradizionale qual era quella che il genero epico offriva.

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Bibliografia – studi:

Cᴏɴᴛᴇ G.B., Saggio di commento a Lucano. Pharsalia VI 118-260: l’Aristia di Sceva, Pisa 1974.

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P. Virgilio Marone

di G.B. CONTE, E. PIANEZZOLA, Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 2. L’età augustea, Milano 2010, 16-33.

L’autore classico per eccellenza

Virgilio ha lasciato alla cultura europea un’eredità incommensurabile. Dalle Bucoliche, in cui prende forma il mondo idillico della pastorale, alla poesia di impegno civile delle Georgiche, al grande poema epico, l’Eneide, Virgilio ha rivoluzionato i generi poetici che ha frequentato fissandoli nelle loro forme classiche. Poesia di grande raffinatezza e perfezione formale, le Georgiche si fanno anche rispecchiamento della crisi contemporanea, offrendo una visione complessa, problematizzata del mondo e della storia; l’Eneide, il capolavoro dell’epica classica, non rinuncia a mostrare accanto alla gloria del vincitore le ragioni e i sentimenti dei vinti. Virgilio, il grande classico di Roma, si rivela così un autore di inaspettata, straordinaria modernità.

Virgilio tra le Muse Clioe e Melpomene. Mosaico, III sec. d.C. Tunis, Museo del Bardo.

Una vita per la poesia

La vita di Virgilio che si conosce è straordinariamente povera di eventi esterni e tutta raccolta su un tenace lavoro poetico. Publio Virgilio Marone nacque presso Mantova (il sito preciso è controverso) il 15 ottobre del 70 a.C. da piccoli proprietari terrieri. I luoghi della sua educazione devono essere stati Roma e Napoli, dove probabilmente frequentò la scuola del filosofo epicureo Sirone. La cronologia del periodo giovanile è discussa. Un’informazione di particolare interesse si ricava da una poesiola attribuita a Virgilio, la quinta della raccolta Catalepton (compresa nella cosiddetta Appendix Vergiliana); vi si allude a una scuola che il giovane poeta avrebbe frequentato, a Napoli, presso il maestro Sirone. Il valore della testimonianza è discusso, perché la poesia potrebbe anche essere, da un punto di vista qualitativo, opera di un Virgilio giovane, ma il contenuto autobiografico potrebbe altrettanto bene derivare dall’opera di un falsario, ansioso di riempire un vuoto nella carriera del giovane poeta. D’altra parte, il primo testo che Virgilio ha sicuramente composto, le Bucoliche, denuncia chiaramente frequentazioni epicuree.

La datazione delle Bucoliche è, nelle sue linee generali, accertata, ma si collega a un episodio non del tutto chiaro: Virgilio allude più volte nell’opera ai gravi avvenimenti del 41 a.C., quando nelle campagne del Mantovano ci furono confische di terreni, destinate a ricompensare i veterani della battaglia di Filippi. Il periodo fu segnato da gravi disordini e il poeta riecheggia il dramma dei contadini espropriati. Una notizia, formatasi già in età classica e largamente sviluppata dai commentatori antichi di Virgilio, vuole che il poeta stesso avesse perso nelle confische il suo podere di famiglia e l’avesse poi riacquistato. Per intervento di chi?

Le notizie antiche non sono chiare in proposito; si è pensato a Ottaviano in persona o ad alcuni personaggi citati direttamente nelle Bucoliche: Asinio Pollione, Cornelio Gallo, Alfeno Varo, tutti, in qualche modo, coinvolti nell’amministrazione provinciale traspadana (i primi due erano, tra l’altro, ben noti uomini di cultura. Sul nucleo originario della notizia si formò poi un romanzo biografico, che coinvolgeva l’interpretazione allegorica di numerosi passi dell’opera; e oggi è molto difficile intravedere un fondo di verità.

È certo invece che le Bucoliche non recano alcuna traccia di quello che sarebbe stato il grande amico e protettore di Virgilio, Mecenate, mentre vi ha notevole rilievo la figura protettiva di Pollione, che poi sarebbe scomparso del tutto dall’opera virgiliana. Subito dopo la pubblicazione delle Bucoliche, il poeta entrò nella cerchia degli intimi di Mecenate e quindi anche di Ottaviano; poco dopo, anche Orazio vi si inserì. Nei lunghi anni di incertezza e di lotta politica che vanno fino alla battaglia di Azio (31 a.C.), Virgilio lavorò al poema georgico, in piena sintonia con l’ambiente di Mecenate. Non sembra però che amasse Roma; la chiusa delle Georgiche infatti parla di Napoli come prescelto luogo di ritiro e di impegno letterario.

Nel 29 Ottaviano che tornava vincitore dall’Oriente si fermò ad Atella, in Campania, e lì si fece leggere da Virgilio le Georgiche appena terminate (esistono però indizi, piuttosto controversi, che spostano poco più avanti la vera e propria pubblicazione del poema). Da qui in avanti, il poeta fu tutto assorbito dalla composizione dell’Eneide: sembra che Ottaviano seguisse con grande partecipazione lo sviluppo del lavoro, come è noto da un frammento di lettera. Virgilio visse abbastanza da leggere al princeps alcune parti del poema, ma non abbastanza da poter dire chiusa l’opera. L’Eneide fu pubblicata per volere di Augusto e per cura di Vario Rufo: il poeta era morto il 21 settembre 19 a.C. a Brindisi, di ritorno da un viaggio in Grecia. Virgilio fu sepolto a Napoli. La fortuna dell’opera, che già negli anni precedenti al 19 era attesa e preannunciata negli ambienti letterari, fu immediata e consacrante.

Oltre alle testimonianze ricavabili dai testi autentici, si possiede una serie di Vitae, tardoantiche e medievali, in cui è presente un nucleo risalente all’attività biografica di Svetonio, che è naturalmente degno della massima considerazione: la più famosa di queste biografia si deve a Elio Donato, il grande grammatico del IV secolo. Tutte le opere autentiche sono ampiamente commentate sin dal I secolo: fra i testi conservati, di particolare importanza il commentario di Servio (IV-V secolo), che contiene anche informazioni storiche, di valore oscillante.

Città del Vaticano, BAV. Codex Vaticanus lat. 3867 (o Vergilius Romanus) del V sec., f. 1r. L‘Ecloga I 1, vv. 1-5, con la miniatura che ritrae Titiro e Melibeo.

Le Bucoliche

Bucoliche (Bucolica, sottinteso carmina, è parola di origine greca; al singolare si usa il termine egloga, «poemetto scelto») significa «canti dei bovari» e il titolo racchiude il tratto fondamentale di questo genere letterario, che rievoca uno sfondo rustico in cui i pastori stessi sono messi in scena come attori e creatori di poesia.

Il piano dell’opera è il seguente. Egloga I: è un dialogo fra due pastori, Titiro e Melibeo; quest’ultimo è costretto a partire, ad abbandonare i suoi campi che le confische gli hanno sottratto; l’altro, invece, può restare, grazie anche all’aiuto di un giovane di natura divina. Egloga II: costituisce il lamento d’amore del pastore Coridone, che si strugge per il giovinetto Alessi. Egloga III: contiene la tenzone poetica tra due pastori, svolta in canti alternati detti «amebei», “a botta e risposta”. Egloga IV: è il canto profetico per la nascita di un fanciullo che vedrà l’avvento di una nuova età dell’oro. Egloga V: è il lamento funebre per la morte di Dafni, eroe pastorale che viene assunto tra gli dèi, dopo che si è lasciato morire per amore. Egloga VI: il vecchio Sileno, catturato da due giovani, canta l’origine del mondo e una serie di miti. Il componimento è preceduto da una dichiarazione di poetica che serve a introdurre la seconda metà del libro. Egloga VII: Melibeo racconta la gara di canto tra due pastori arcadi, Tirsi e Coridone. Egloga VIII: dedicata ad Asinio Pollione, riguarda un’altra competizione canora. Egloga IX: è simile alla prima, con richiami alla realtà della campagna mantovana e alle espropriazioni seguite alle guerre civili. Egloga X: l’autore cerca di confortare le pene d’amore dell’amico Cornelio Gallo, poeta elegiaco.

Nelle Bucoliche Virgilio si ispira agli Idilli del poeta greco Teocrito di Siracusa (III secolo a.C.), siracusano ma vissuto a lungo alla corte di Alessandria d’Egitto, presso i Tolemei. Prima di Virgilio, Teocrito non era stato frequentato dai poeti latini, neppure dai fortemente ellenizzanti poetae novi dell’età di Catullo, che dovevano considerarlo troppo semplice, delicato e insieme artificioso. Virgilio era ben conscio della novità del proprio operato, garantita anche semplicemente dal fatto, senza precedenti a Roma, di aver dedicato a questo genere un libro intero: il manifesto poetico che, posto all’inizio dell’Egloga VI, non a caso è al centro del libro, rivendica l’originalità delle Bucoliche, in contrapposizione alle grandi imprese poetiche dell’epopea, ripetendo quindi un atteggiamento tipicamente callimacheo: Prima Syracosio dignata est ludere uersu / nostra neque erubuit siluas habitare Thalea («La mia Musa fu la prima a non disdegnare il verso siracusano e accettò di abitare nei boschi», Ecl. VI 1-2).

L’incontro di Virgilio con il genere praticato da Teocrito fu straordinariamente felice: il giovane poeta, dotato di grande sensibilità, rileggeva attraverso l’autore siracusano il mondo rurale in cui era cresciuto. Virgilio non si limitò a studiare Teocrito, i suoi imitatori greci del II-I secolo e persino i suoi commentatori: si trasferì, per così dire, all’interno del genere bucolico, imparandone i codici come si farebbe con una lingua straniera. Il risultato non si può ridurre a un semplice processo imitativo; non esiste, in pratica, una singola egloga virgiliana che stia in rapporto “uno a uno” con un singolo idillio teocriteo. La presenza del poeta greco è stata risolta in una trama di rapporti talmente complessa che la nuova opera, realmente, sta alla pari con il modello. In questo senso, le Bucoliche – ancora vicine al gusto dei poetae novi per dottrina, stilizzazione, culto della poesia – sono davvero il primo testo della letteratura augustea: già ne interpretano l’esigenza di fondo, cioè “rifare” i testi greci trattandoli come classici.

Firenze, Biblioteca Riccardiana. Ms. Ricc. 492 (XV sec.), f. 1r. La miniatura ritrae Titiro, Melibeo e altri pastori.

In omaggio al principio alessandrino della «varietà» (ποικιλία), la raccolta di Teocrito si allargava a un repertorio relativamente ampio di temi, ambienti e situazioni. Virgilio sfruttò poco queste aperture: le Bucoliche sono molto più monocordi, molto più concentrate sullo stilizzato mondo pastorale. Con esse, anzi, prende un senso più specifico la stessa parola «idillio», che solo dopo la riduzione tematica operata da Virgilio denota uno scenario ben preciso e tutta un’atmosfera sentimentale malinconico-contemplativa. Appunto, Virgilio trasforma Teocrito accentuando gli elementi di stilizzazione e idealizzazione: i toni dei paesaggi sono meno intensi e gli stessi pastori sono per lo più figure delicate, quasi tenere. Se non è Virgilio l’inventore, è con le Bucoliche che prende diffusione il mito dell’Arcadia, la terra beata dei pastori.

Virgilio riduce sensibilmente i confini del genere idillico, i temi che possono essere affrontati da questa poesia “tenue”. Per esempio, come abbiamo visto, rinunciando alle ambientazioni cittadine teocritee. Ha scritto il grande umanista Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) che «il genere bucolico richiama a sé e riformula ogni elemento della realtà», volendo dire che tutto quanto del reale entra nel mondo bucolico viene travestito nel linguaggio e nell’immaginazione dei pastori. Appare come se fosse visto da loro, “ingenui” primitivi della campagna. La città, per esempio, e gli eventi della storia appaiono solo sull’orizzonte, ma sono fatti grandissimi, spaventosi, incomprensibili (come in Ecl. I 19-25, in cui il pastore Titiro rievoca Roma come uno spazio sterminato). E, anche, c’è un’intensa atmosfera malinconica, triste, nel canto di questi pastori: alcuni di loro devono andarsene, perché sono stati cacciati da altri, prepotenti nuovi venuti, soldati (è il caso di Melibeo, in Ecl. I). Sta qui, nel libero riuso di spunti autobiografici, un altro sostanzioso contributo di Virgilio alla tradizione bucolica.

Il dramma dei pastori esuli nelle egloghe I e IX contiene certamente un nucleo di esperienza personale: la tradizione antica voleva che quegli episodi fossero un riflesso delle espropriazioni avvenute in Italia settentrionale negli anni delle guerre civili, nelle quali era rimasto coinvolto anche Virgilio (in particolare negli anni 42-41 a.C.). Ma, al di là delle sfumature autobiografiche, importa cogliere l’originalità di ispirazione con cui Virgilio “rilegge” attraverso il linguaggio bucolico l’epoca delle guerre civili: questo avviene appunto soprattutto nelle Ecl. I e IX, ma anche nella celebre Ecl. IV. Come annuncia l’esordio (paulo maiora canamus, «cantiamo temi più grandi») il poeta si solleva oltre la sfera pastorale (ancora avvertibile nello stile e nella scelta di alcune immagini) per cantare un grande evento.

Per una beffarda congiuntura storica questo componimento, in sé estremamente chiaro, ha dato origine a un enigma. Chi è il puer che con il suo avvento riporta l’età dell’oro in un mondo in crisi? L’identificazione tardoantica del puer con Cristo è solo la più coraggiosa delle tante congetture avanzate. L’egloga si inserisce nelle aspettative di rigenerazione tipiche dell’età di crisi fra Filippi e Azio e ha un chiaro parallelo nell’epodo 16 di Orazio. Possiamo distinguere bene i filoni culturali che nutrono questa poesia visionaria: le poesie in onore di nozze e nascite avevano una loro tradizione retorica; inoltre, Virgilio ha attinto anche a fonti non poetiche, dove si mescolano influssi filosofici e presenza di dottrine messianiche, aspettative di un salvatore. Secondo la maggioranza degli interpreti, però, la figura di questo giovane salvatore del mondo deve pur avere un referente prossimo e concreto.

L’egloga è datata chiaramente al consolato di Asinio Pollione, nel 40 a.C. L’ipotesi migliore (perché fra l’altro spiega l’oscurità del riferimento, chiaro per i lettori del momento e misterioso già qualche anno dopo) è che il bambino dell’egloga fosse atteso in quell’anno ma non sia mai nato. In quell’anno molte speranze seguivano un patto di potere – che doveva rivelarsi effimero – fra Ottaviano e Antonio; quest’ultimo, di gran lunga l’uomo più potente del momento, prendeva in moglie la sorella di Ottaviano. Il matrimonio durò poco e non vi furono figli maschi. Ma l’egloga, proprio per il suo linguaggio sfumato e oracolare, non perse di valore ed ebbe grande fortuna come documento di un’aspettativa e di un clima morale. Senza saperlo, Virgilio apriva così la strada all’interpretazione cristiana della sua poesia, così importante nel Medioevo.

Scena bucolica con villa rurale. Affresco, III sec. d.C. ca. da Augusta Treverorum (Trier).

Le Georgiche

Il titolo Georgica (dal greco, «canti sulla vita campestre») rimanda alla tradizione della poesia didascalica ellenistica: sappiamo, per esempio, che un’opera dallo stesso titolo era stata composta dal greco Nicandro di Colofone (II secolo a.C.). Le Georgiche di Virgilio  per l’appunto un poema didascalico sulla vita agreste in quattro libri, ognuno dedicato a un particolare aspetto del lavoro agricolo: la coltivazione dei campi (I), l’arboricoltura (II), l’allevamento del bestiame (III), l’apicoltura (IV).

L’ordine in cui queste operazioni sono collocate nel testo descrive una curva, per cui l’apporto della fatica umana diviene sempre meno accentuato, e la natura (vista, comunque, in funzione dell’uomo) è sempre più protagonista. Allo sforzo incessante dell’aratore, nel libro I, risponde, nel libro IV, la terribile operosità delle api, animali che, per le loro caratteristiche, si fanno quasi sostituti dell’impegno umano. La struttura del poema sembra orientata dal grande al piccolo, dalle leggi cosmiche del lavoro agricolo sino al microcosmo degli alveari: ma proprio il piccolo mondo delle api è quello che più riavvicina la natura alla cultura dell’uomo.

L’opera è dunque impostata su una serie di libri dotati di chiara autonomia tematica e collegati da un piano complessivo, ciascuno introdotto da un proemio e dotato di sezioni digressive. Ogni libro delle Georgiche presenta un excursus conclusivo, di estensione piuttosto regolare: le guerre civili (I 463-514); la lode della vita rurale (II 458-540); la peste degli animali nel Noricum (III 478-566); la storia di Aristeo e delle sue api (IV 315-558). Hanno chiaro valore di cerniera i proemi: due volte lunghi ed esorbitanti rispetto al tema georgico dei singoli libri (I, III); due volte brevi e strettamente introduttivi (II, IV). Queste somiglianze formali hanno anche una funzione più profonda: il I e il III libro risultano così accoppiati e lo sono anche nelle grandi digressioni finali: guerre civili e pestilenza animale (le cui sofferenze sono esposte con profonda partecipazione) si richiamano quasi a specchio, cosicché gli orrori della storia corrispondano ai disastri della natura. Rispetto a questi finali “oscuri”, rasserenante è l’effetto delle altre digressioni: l’elogio della vita campestre si oppone alla minaccia della guerra e la rinascita delle api replica allo sterminio della pestilenza. Queste grandi polarità fra temi di morte e temi di vita danno un senso all’architettura formale, la tramutano in un chiaroscuro di pensieri che suscita riflessione nel lettore.

Scena di combattimento. Bassorilievo, marmo, II-I sec. a.C. dall’Abruzzo.

Nella cura rigorosa della struttura formale è evidente la lezione di Lucrezio (anche l’architettura del poema filosofico di quest’ultimo è scandita dal succedersi di proemi e di finali), ma con due importanti differenze: da un lato, Virgilio tende a indebolire le costrizioni logiche del pensiero, i forti nessi argomentativi, i collegamenti fra un tema e l’altro; al contrario, l’architettura formale del poema si fa più regolata e simmetrica. Nasce così una nuova struttura poetica; il discorso fluisce naturale e talora capriccioso, nascondendo i passaggi logici, muovendo per associazioni di idee o contrapposizioni; nello stesso tempo, il suo dinamismo finisce per trovare equilibrio in una studiatissima architettura d’insieme, nelle ricercate simmetrie tra libro e libro.

Le Georgiche, oggetto di culto nelle epoche di classicismo, sono anche un’opera di contrasti e di incertezze. Lo splendido equilibrio dello stile e la simmetria della struttura non nascondono l’irrompere di inquietudini e conflitti. La fatica dell’uomo è inviata dalla provvidenza divina per una sorta di necessità cosmica (I 118 ss.); ma l’ideale del contadino si richiama al mito dell’età dell’oro, quando il lavoro non era necessario perché la Natura rispondeva da sola ai bisogni. La vita semplice e laboriosa del contadino italico ha portato alla grandezza di Roma; ma Roma è anche la città, vista come luogo di degenerazioni e di conflitti, polo opposto all’ideale georgico. Il paziente eroe contadino Aristeo, nel vinale del IV libro, seguendo i consigli divini perviene a rigenerare il suo sciame; ma da un suo gesto poco avveduto, intanto, è nata l’irrimediabile infelicità del disobbediente poeta Orfeo. Per colpa di Aristeo, quest’ultimo, il mitico cantore, ha perso la sposa Euridice; vinti dalla magia del canto gli dèi inferi concedono a Orfeo di ricondurla sulla terra, ma il poeta innamorato infrange il patto che le divinità gli hanno imposto – non volgere lo sguardo indietro, verso l’amata, prima di essere uscito dall’Ade – e perde definitivamente Euridice.

La figura di Orfeo fonde insieme le grandi possibilità dell’uomo, che col suo canto arriva persino a dominare la natura e il suo scacco, l’impossibilità di vincere la legge naturale della morte. L’altro eroe civilizzatore, Aristeo, indica una diversa strada: la paziente lotta contro la natura (già nella tradizione mitica Aristeo “inventa” la caccia, il caglio del latte, la raccolta del miele, ecc.) è sostenuta da una tenace obbedienza ai precetti divini e conduce fino alla rigenerazione delle api. Così la digressione narrativa illumina – secondo i modi allusivi e cangianti del mito – la sostanza del messaggio didascalico e, a sua volta, ne viene illuminata. Senza offrire una soluzione precettistica, Virgilio lascia che il suo racconto sia attraversato dal contrasto fra differenti modelli di vita.

Orfeo musico. Mosaico, II sec. d.C. Vienne, Musée de St. Romain-en-Gal.

A giudicare dal titolo, le Georgiche si presentavano come uno dei molti poemi didascalici della tradizione ellenistica: le opere di Arato di Soli (autore di Fenomeni, un poema sulle costellazioni e sui segni metereologici di grande successo a Roma) o di Nicandro di Colofone (con i suoi poemi su Il veleno dei serpenti e su Gli antidoti oltre alle perdute Georgiche) nascevano da una scelta paradossale, dal gesto di un letterato brillante che affrontava una materia poco appetibile, perché umile o tecnica, nell’intento di renderla interessante anche all’esigente pubblico “colto” del mondo ellenistico. La sfida di questi poeti era trasformare scienza e tecnica in poesia: un’occasione di sfoggiare il loro virtuosismo di uomini dotti.

Confezionati con queste premesse, i poemi ellenistici erano sbilanciati: curatissimi sul versante formale, ma poco interessati a insegnare davvero. La passione del descrivere minuzioso si era ormai sostituita allo sforzo di argomentare e persuadere che in origine caratterizzava il genere didascalico: l’insegnamento era stato un interesse primario in Esiodo (VII secolo a.C.), riconosciuto dagli stessi poeti alessandrini come il fondatore del genere didascalico, e si era arricchito di toni profetici, di frequenti esortazioni e appelli al destinatario nei poemi filosofici di Empedocle e di Parmenide, che miravano alla “conversione” dei proseliti. Ma nell’età ellenistica la poesia di questo tipo non si rivolgeva più a un pubblico bisognoso di ammaestramenti: chi avesse avuto interesse specifico per la materia (la caccia, il veleno, le fasi lunari, ecc.) poteva rivolgersi a uno dei molti trattati in prosa (che era ormai il veicolo ufficiale dell’informazione pratico-manualistica specializzata).

I poeti ellenistici non pretendevano, insomma, di insegnare al loro pubblico, più o meno ideale, mettendo al servizio di grandi contenuti la propria arte: la stessa figura del destinatario, nei loro carmi, era più che altro una sopravvivenza di genere. Per esempio, Arato, cantore dei fenomeni celesti, aveva informazioni poco approfondite sull’astronomia; ma adoperava con rara sottigliezza le convenzioni della lingua poetica. Il suo stile era intriso di manierati richiami omerici. L’unità dell’opera era garantita dall’uniforme controllo dello stile e dalla specializzazione “monografica” dell’argomento, più che dalla sincerità di un’impostazione didattica. Il rigore formale dell’opera costituì per Virgilio una lezione da meditare. L’alternanza di cataloghi, descrizioni, digressioni narrative nelle Georgiche è di una ben studiata varietà: eppure, il testo virgiliano sarebbe risultato ben altro che la “messa in poesia epica” di trattazioni tecniche.

Virgilio in cattedra, rappresentato con la berretta dottorale e le braccia poggiate su un leggio che reca incisa l’iscrizione «Virgilius Mantuanus Poetarum Clarrisimus». Altorilievo, marmo bianco, 1227. Mantova, P.zza Broletto, edicola della facciata del P.zzo del Podestà. Sulla base, una lastra di marmo reca incisa l’iscrizione: «Millenis lapsis annis D(omi)niq(ue) ducentis / bisq(ue) decem iunctis septemq(ue) sequentibus illos / uir constans a(n)i(m)o fortis sapiensq(ue) benignus / Laudarengus honestis moribus undiq(ue) plenus / hanc fieri, lector, fecit qua(m) conspicis ede(m). / Tunc aderant secu(m) ciuili iure periti / Brixia quem genuit Bonacursius alter eorum, / Iacobus alter erat, Bononia quem tulit alta».

La tradizione didascalica si era spezzata e nuovamente rivoluzionata, in ambito latino, sotto il forte impulso di Lucrezio, patrimonio del quale erano ricerca formale e gusto letterario. Nella sua stessa epoca, la tradizione didascalica “aratea” aveva trovato interpreti nel giovane Cicerone e più tardi nel neoterico Varrone Atacino (che approntarono traduzioni latine dell’opera tanto ammirata). Ma Lucrezio se ne era distaccato decisamente, ritrovando per altra via, spinto dal suo personale indirizzo di pensiero, il filone della grande poesia didascalica: la poesia di Esiodo, di Parmenide, di Empedocle, veicolo di espressione per un messaggio individuale rivolto a una larga comunità, orientato a ben precisi scopi di trasformazione della vita, di liberazione, di rifondazione della saggezza: messaggi di salvazione attraverso la conoscenza.

Investita da questo slancio missionario, la poesia lucreziana superava le esigenze del gioco letterario: descrizioni, digressioni e similitudini si volevano strettamente funzionali alla struttura dell’opera e alla sua ideologia; la bellezza della forma era miele, accessorio alla severità della medicina filosofica. L’impegno del poeta verso i contenuti del proprio messaggio di salvezza si faceva responsabilità formale: era l’istanza a controllare tutta la costruzione del discorso poetico.

Più alessandrino (e neoterico) di Lucrezio, Virgilio si sentiva comunque più vicino a lui che agli alessandrini stessi. Certamente, non gli era estraneo il gusto delle cose tenui, lo sforzo per trasformare in poesia dettagli fisici e realtà minute, in apparenza refrattarie alla dizione poetica: forse è questo l’aspetto in cui Lucrezio e gli alessandrini si lasciavano meglio conciliare. Le Georgiche, non a caso, dovettero parte del loro fascino a immagini come queste: le incrostazioni dell’olio in una lucerna (I 391 ss.), la consistenza della terra sbriciolata fra le dita del contadino (II 248), il comportamento delle api ammalate (IV 254-259):

continuo est aegris alius color; horrida uultum

deformat macies; tum corpora luce carentum

exportant tectis et tristia funera ducunt;

aut illae pedibus conexae ad limina pendent

aut intus clausis cunctantur in aedibus omnes

ignauaeque fame et contracto frigore pigrae.

Immediatamente le malate assumono un diverso colore; un’orribile magrezza le sfigura; allora, portano fuori i corpi delle trapassate e menano il triste corteo; o restano appese davanti alle soglie le zampe intrecciate, oppure si trattengono dentro, nella casa sbarrata, tutte quante, rese inattive dalla fame e pigre e contratte per i brividi.

(trad. di A. Barchiesi)

London, British Library. Stowe MS 17 (primo quarto del XIV sec.), The Maastricht Hours, f. 148r. Un uomo cerca di catturare le api con un sacco.

È il contributo di Virgilio per allargare gli orizzonti della letteratura aguzzando la percezione e rielaborando in poesia realtà in apparenza trascurabili. In tenui labor («è esile il tema della mia fatica», Georg. IV 6) è un programma poetico che deve molto alla ricerca formale alessandrina e alla poesia di Callimaco (labor allude infatti al concetto della poesia come travaglio formale; tenue, come il greco λεπτόν, indica un genere poetico «sottile» che rifugge dai temi elevati e ricerca la massima perfezione della forma). Molti brani del poema rivelano addirittura emulazione diretta di poeti come Arato, Eratostene, Nicandro, Varrone Atacino. Fonti tecniche in prosa (Varrone Reatino, ma non solo) sono ampiamente saccheggiate là dove il discorso si fa pratico e la trattazione sistematica.

Tuttavia, l’impulso di fondo delle Georgiche è partito da un “dialogo” con Lucrezio (II 490-502):

felix qui potuit rerum cognoscere causas

atque metus omnis et inexorabile fatum

subiecit pedibus strepitumque Acherontis auari:

fortunatus et ille deos qui nouit agrestis

Panaque Siluanumque senem Nymphasque sorores.

illum non populi fasces, non purpura regum

flexit et infidos agitans discordia fratres,

aut coniurato descendens Dacus ab Histro,

non res Romanae perituraque regna; neque ille

aut doluit miserans inopem aut inuidit habenti.

quos rami fructus, quos ipsa uolentia rura

sponte tulere sua, carpsit, nec ferrea iura

insanumque forum aut populi tabularia uidit.

Felice chi ha potuto investigare le cause delle cose e mettere sotto i piedi le paure tutte, il fato inesorabile, il risuonare dell’avido Acheronte. Fortunato anche colui che conosce gli dèi agricoli, Pan e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle. Quell’uomo non lo possono piegare né i fasci popolari né la porpora dei re, la discordia che inquieta i fratelli sleali o i Daci che calano dal Danubio, non le vicende di Roma e i regni condannati alla distruzione; e non soffre mai pietà per il povero o invidia per il ricco. I frutti portati dai rami, prodotti volentieri e spontaneamente dalle sue campagne, se li raccoglie: nulla sa delle leggi di ferro, dei deliri del foro, dei pubblici archivi.

Scena di vita quotidiana nel foro. Affresco, ante 79 d.C. dalla Casa di Giulia Felice (Pompei). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Un nuovo messaggio di salvazione e di saggezza: non coincide con la dottrina di Lucrezio né le si oppone direttamente, ma si misura con essa, andando a occupare uno spazio più ritirato e modesto.

Vi sono chiare analogie con l’ideale proposto da Lucrezio: la saggezza del contadino, che media la fatica del lavoro e la spontanea generosità della terra, conduce a una forma di autosufficienza, materiale e spirituale. Questa autarchia risponde all’incombere della crisi sociale e culturale della res publica romana: così, il saggio lucreziano si liberava insieme dalle paure superstiziose e dalla pressione della storia. Vi sono anche nette differenza. Lo spazio georgico di Virgilio accoglie più largamente la generosità tradizionale; anzi, fa corpo con essa; e la ricerca intellettuale dei meccanismi cosmici, tesa a liberare dall’angoscia di vivere, cede il passo a un sapere più debole, ancorato al ritmo della vita quotidiana. Si ha l’impressione che Lucrezio guardi alle cause naturali come retroscena della cultura umana; Virgilio invece sembra appigliarsi pazientemente a tutto ciò che incivilisce e umanizza la natura, e da qui nasce in gran parte la poesia delle Georgiche.

L’appartato mondo agricolo del poema ha una sua cintura protettiva. Il giovane Ottaviano si profila come l’unico che può salvare il mondo civilizzato dalla decadenza e dalla guerra civile (I 500 ss.): si è nell’età di crisi prima di Azio, nell’incertezza che nasce dalla morte di Cesare e da Filippi. Altrove, Ottaviano appare già come trionfatore e portatore di pace: il suo trionfo nel 29 (III 22 ss.); la figura divina che vigila sul mondo e protegge la vita dei campi (I 40 ss.); Cesare Augusto che respinge i popoli orientali (II 170 ss.; IV 560 ss., il sigillo dell’opera):

[…] Caesar dum magnus ad altum

fulminat Euphraten bello uictorque uolentis

per populos dat iura uiamque adfectas Olympo.

[…] mentre il grande Cesare all’Eufrate profondo fulmina in guerra e vincitore governa sui popoli consenzienti, e si apre la strada all’Olimpo.

Il princeps garantisce le condizioni di sicurezza e di prosperità entro cui il mondo dei contadini possa ritrovare la sua continuità di vita. Per questo tipo di cornice ideologica, le Georgiche si possono considerare il primo vero documento della letteratura latina dell’età augustea. Il primo proemio ne è un chiaro esempio: vi compare – con netta frattura verso la tradizione politica romana – la figura del princeps come monarca divinizzato, sviluppo esplicito di una tradizione ellenistica che tanto aveva faticato per affermarsi a Roma. Il principe Augusto, e accanto a lui il suo consigliere Mecenate, sono accolti nell’opera non solo come illustri dedicatari (il Memmio di Lucrezio), ma anche come veri e propri “ispiratori”. Il ruolo del destinatario della comunicazione didattica è assegnato invece alla figura collettiva dell’agricola. Ma dietro a questo destinatario, assorbito nel testo come orientamento didascalico, si profila invece il destinatario “reale” dell’opera: un pubblico che conosce la vita delle città e le sue crisi. Rivolto formalmente alla vita campestre, il poema finisce per affrontare di scorcio anche i problemi della vita urbana e quelli del vivere.

Ottaviano Augusto. Statua equestre (frammento) con paludamentum e parazonium, bronzo, I sec. a.C. dalle acque egee fra Eubea e Agios Efstratios. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

È abbastanza difficile credere che le Georgiche siano direttamente ispirate da un “programma augusteo” di risanamento del mondo rurale. Se mai un tale proposito fu concepito in quegli anni, non ha lasciato impronta di sé nella storia economica; per di più, l’immagine dell’economia rurale che traspare dal poema è un’idealizzata costruzione regressiva, inadeguata alla realtà del tempo. L’eroe del poema, se così si può dire, è il piccolo proprietario terriero, il coltivatore diretto; Virgilio dà al massimo pallidi accenni per le grandi trasformazioni in corso: l’estensione del latifondo, lo spopolamento delle campagne, le assegnazione di terre ai veterani, il trasferimento di certe produzioni dall’Italia alle province. Più notevole ancora è la mancanza di qualsiasi accenno al lavoro servile, vero cardine dell’economia contadina antica. L’idealizzazione del colonus che si incarna, per esempio, nella figura del senex Corycius (un vecchio giardiniere che con sapienza e tenacia ha fatto del proprio orticello un paradiso di produttività e bellezza, realizzando un ideale di perfetta autosufficienza) ha, evidentemente, un puro significato morale.

Più facile è da cogliere, a questo livello, precise convergenze tra Virgilio e la propaganda ideologica augustea. Per esempio, l’esaltazione delle tradizioni dell’Italia contadina e guerriera, sentita come mondo unitario, ha come fondo il clima della guerra contro Antonio; la factio di Ottaviano la presentava come uno scontro fra Occidente e Oriente, sostenuto dalla spontanea concordia dell’Italia che riconosceva in Ottaviano il proprio capo carismatico. Queste coordinate ideologiche producono un’esaltazione specificamente “georgica” della Penisola, di cui vengono incensate, oltre alle qualità morali dei suoi abitanti, anche la fecondità, la salubrità climatica, la perfezione ambientale per la vita umana: si tratta della formulazione più memorabile della topica della Laus Italiae. Tuttavia, non va trascurata l’autonomia con cui Virgilio rielabora questo patrimonio di idee. Il contributo personale di Virgilio al “mito nazionale” dell’unità italica dev’essere stato molto sensibile. La cosiddetta ideologia augustea non è solo un apparato preformato, che il poeta si limita a rispecchiare, ma è anche, in certa misura, il risultato di singoli apporti intellettuali.

Caserma con soldati e processione. Mosaico, I sec. a.C. ca. dal «Mosaico con scena nilotica». Palestrina, Museo Archeologico Nazionale.

L’Eneide

Nella cultura augustea era forte l’aspettativa di un nuovo epos e probabilmente ciò che i contemporanei si attendevano da Virgilio era una nuova Cesareide, dedicata alle imprese di Augusto. Del resto, il poeta stesso, nel «proemio al mezzo» delle Georgiche (il proemio, cioè, collocato alla metà esatta dell’opera, in questo caso all’inizio del III libro), si dice intenzionato «a cantare le battaglie infiammate di Cesare e a trasmetterne il nome, con l’aiuto della fama, per tanti anni quanti ne dista da Titonoo, sua più lontana origine, Cesare» (mox tamen ardentis accingar dicere pugnas / Caesaris et nomen fama tot ferre per annos, / Tithoni prima quot abest ab origine Caesar, Georg. III 46-48). Comporre un poema epico di argomento storico significava porsi nel solco degli Annales di Ennio, richiamarsi a una tradizione che, per quanto avversata dai poetae novi, non si era mai estinta del tutto. Invece, il nuovo poema epico di Virgilio, l’Eneide, offrì al pubblico romano qualcosa di completamente inatteso.

In realtà, la nuova epica virgiliana non si proponeva di continuare Ennio, ma di “sostituirlo”, ed era perciò inevitabile un confronto diretto con Omero. Secondo i grammatici antichi, l’intenzione dell’Eneide sarebbe stata duplice: imitare Omero e lodare il principe ab origine. Un primo sguardo all’opera mostra che si tratta di una semplificazione ragionevole.

I dodici libri virgiliani sono anzitutto concepiti come una risposta ai quarantotto libri dei due poemi omerici. I primi sei dell’Eneide raccontano il travagliato viaggio di Enea da Cartagine alle sponde del Lazio, con una retrospettiva sulle vicende che avevano portato l’eroe da Troia all’Africa. Con l’inizio del VII libro i Teucri sono ormai giunti alla foce del Tevere, luogo assegnato dal Fato, e comincia la narrazione di una guerra (VII 42: dicam acies) che si concluderà solo con la morte di Turno all’ultimo verso del libro XII. Perciò, si usa parlare di una metà “odissiaca” dell’Eneide (libri I-VI) e di una metà “iliadica” (libri VII-XII). Si vuole allude con questo a una grande partizione strutturale, senza dubbio voluta dall’autore: non per questo mancheranno singoli influssi dell’Odissea sulla parte conclusiva del poema, o dell’Iliade in quella iniziale, ma, se si guarda alle grandi linee del progetto virgiliano, la scelta di fondo è chiara.

L’Iliade narra le vicende che portano alla distruzione di una città; l’Odissea racconta, facendo seguito a questa guerra, il ritorno a casa di uno dei distruttori. Queste storie epiche, queste fabulae, si ripresentano in Virgilio in sequenza rovesciata: prima i viaggi, poi la guerra; ma questo comporta anche un’inversione dei contenuti. Il viaggio di Enea non è un ritorno a casa come quello di Odisseo, bensì un viaggio verso l’ignoto. La guerra che Enea conduce non serve a distruggere una città, ma a costruirne una nuova. Questa complessa trasformazione dei modelli omerici non ha precedenti nella poesia antica. Già Apollonio Rodio, in certa misura, aveva “contaminato” sequenze narrative tratte da ambedue i poemi omerici, e sembra di capire che il Bellum Poenicum di Nevio si ispirasse all’Odissea per il viaggio di Enea e all’Iliade per le narrazioni belliche: ma si tratta solo di spunti lontani.

Si potrebbe distinguere, per comodità, diversi livelli nel rapporto di trasformazione. L’Eneide è anzitutto, come si è visto, una particolare contaminazione dei due poemi omerici. In secondo luogo, vi è anche una continuazione di Omero. Infatti, le imprese di Enea fanno seguito all’Iliade (il II libro virgiliano racconta l’ultima notte di Troia, che nell’Iliade era soltanto profeticamente intravista) e si riallacciano all’Odissea (nel III libro Enea segue in parte la traccia delle avventure di Odisseo, affrontando pericoli che l’eroe greco ha già attraversato). In questo senso, Virgilio riprende l’esperienza dell’epos ciclico: la catena di narrazioni epiche che “integravano” la poesia di Omero in una sorta di continuum.

C. Giulio Cesare. Africa, Denario 47-46 a.C. Ar. 3, 84 g. Recto: Caesar. Enea stante, verso sinistra, recante il palladium e il padre Anchise sulle spalle.

In terzo luogo, l’Eneide racchiude in sé una sorta di ripetizione dell’epica arcaica. Per esempio, la guerra nel Lazio è spesso vista come una ripetizione della guerra troiana, ma non si tratta certamente di un rispecchiamento passivo: all’inizio, infatti, i Troiani si trovano assediati, e vicini alla sconfitta, come se fossero condannati al loro destino. Alla fine, però, sono vincitori ed Enea uccide il capo avversario, Turno, come Achille elimina Ettore: nella nuova Iliade i Troiani sono i vincitori. Ma si vede bene che la ripetizione è anche un superamento del modello: la guerra, pur attraverso lutti e sofferenze, porterà non alla distruzione, bensì alla fondazione di una nuova unità. Alla fine, Enea riassume in sé l’immagine di Achille vincitore e, soprattutto, quella di Odisseo, che dopo tante prove conquista la patria restaurando la pace.

Questo, dunque, riporta all’altra intenzione di Virgilio: lodare Augusto ab origine. Il poema si distacca dal presente augusteo per una distanza quasi siderale: gli antichi ponevano un intervallo di circa quattro secoli fra la distruzione di Troia e la fondazione dell’Urbe. Gli eventi dell’Eneide sono intesi come “storici”, ma non si tratta, tecnicamente parlando, neppure di storia romana: i lettori contemporanei di Virgilio si trovano immersi in un mondo “omerico”, a una distanza leggendaria di più di un millennio dal presente tanto familiare.

Questo spostamento consentiva a Virgilio di guardare il tempo di Augusto da lontano: un po’ come nelle Georgiche lo spostamento verso il mondo senza storia della campagna permetteva al poeta una prospettiva più ampia e distaccata; inoltre, l’Eneide è attraversata da scorci profetici che conferiscono alla storia un orientamento “augusteo”, ma non per questo cessa di essere omerica. Sono tali le tecniche narrative che permettono all’autore di guardare da lontano la Roma contemporanea. Nell’Iliade Zeus profetizzava il destino degli eroi e la distruzione di Troia; nell’Eneide (I 257-296) Giove traguarda non solo il destino del protagonista ma anche la futura grandezza di Augusto che riporterà finalmente l’età dell’oro; nell’Odissea l’eroe scendeva nell’Ade e otteneva così un’anticipazione del proprio destino; nell’Eneide il protagonista apprende dal regno infernale non solo il suo personale futuro, ma anche i grandi momenti della storia di Roma (VI 756-886). Nell’Iliade, poema della forza guerriera, la descrizione dello scudo di Achille introduce una sorta di visione cosmica (scene naturali, immagini di città); nell’Eneide la descrizione dello scudo di Enea (VIII 626-728) è finalizzata all’immagine della città di Roma, colta nei momenti critici del suo sviluppo storico. Si sperimenta così un difficile equilibrio fra la tradizione dell’epos eroico e il bisogno di un’epica storico-celebrativa.

Enea fugge da Troia. Rilievo, marmo locale, I sec. d.C., dal Sebasteion di Afrodisia.

Il momento di sintesi fra dimensione omerica e dimensione augustea, dunque, fu offerto a Virgilio da una vecchia leggenda: l’Italia antica conosceva una serie di «leggende di fondazione» collegate alla guerra di Troia, in cui eroi di parte greca e di parte troiana, sbandati o esuli, sarebbero stati i fondatori (o i colonizzatori) di località italiche. Fra queste storie, in un lungo processo esteso fra il IV e il II secolo a.C., acquistò particolare prestigio la leggenda di Enea. Questi era in Omero un importante, ma non centrale, eroe teucro: la sua casata sembra destinata a regnare su Ilio dopo l’estinzione dei Priamidi (Il. XX 307 ss.). In seguito, invece, divenne popolare, anche nell’arte figurativa, la fuga di Enea da Troia in fiamme, con il padre Anchise sulle spalle. Si stabilì ben presto un collegamento con il Lazio antico: da un lato, lavorava in questo senso una tradizione letteraria greca, dall’altro (come hanno rivelato recenti scoperte archeologiche) il culto di Enea come eroe ecista è attestato a Lavinium, a sud di Roma, sin dal IV secolo.

Non sembra che Enea sia mai stato considerato il fondatore di Roma, né che avesse un particolare culto in età arcaica. Tra il II e il I secolo a.C., però, la sua figura acquistò crescente fortuna fra i Romani. Le motivazioni sono politiche e non facili da districare: anzitutto, il mito dell’origine troiana dei Romani ne traeva sostegno, dato che il più nobile eroe scampato alla catastrofe sarebbe stato connesso, per via genealogica, a Romolo, il fondatore dell’Urbe. Questo permetteva alla cultura quiritaria di rivendicare una sorta di autonoma parità con quella ellenica, proprio nel periodo in cui la città acquistava l’egemonia sul Mediterraneo. I Troiani erano consacrati dal mito omerico come grandi antagonisti dei Greci; da Roma sarebbe nata la loro rivincita (anche la terza grande potenza mediterranea, Cartagine, venne opportunamente ricollegata alla leggenda eneadica tramite la regina Didone): così Roma legittimava il proprio potere attraverso uno sfondo storico-leggendario profondissimo.

Un secondo fattore di popolarità di Enea dipende da una circostanza politica interna. Attraverso la figura del figlio Iulo Ascanio, una nobile casata romana, la gens Iulia, rivendicava per sé nobilissime origini: un esponente di questo clan, Gaio Giulio Cesare, e più tardi il suo figlio adottivo, Gaio Ottaviano, si trovarono successivamente a governare l’Impero mondiale di Roma. Ed è qui che venne a saldarsi il cerchio tra Virgilio, Augusto e l’epica eroica.

Ottaviano Augusto in nudità eroica. Statua, marmo, I sec. d.C. ca. Arlés, Musée Departemental Arles Antique.

Da ciò che è noto sulle fonti storico-antiquarie usate da Virgilio, risulta chiaro che il poeta avesse profondamente ristrutturato i dati tradizionali sull’arrivo di Enea nel Lazio; le variabili notizie su un conflitto con gli abitanti autoctoni o con parte di essi, seguita poi da un foedus, sono state rifuse in un’unica sequenza di guerra, chiusa da una storica riconciliazione. Il conflitto è stato rappresentato dal poeta come scontro fra Troiani e Latini: questi ultimi coalizzati con diverse tribù limitrofe (che vantavano significativamente ascendenze grecaniche); i primi, invece, con gli Etruschi e con una piccola popolazione greca stanziata sul suolo della futura Roma.

Nello sforzo di creare una vera epica nazionale romana, Virgilio muove nello spazio delle origini tutte le grandi forze da cui sarebbe nata l’Italia del suo tempo. Nessun popolo è radicalmente escluso da un contributo positivo alla genesi dell’Urbe: gli stessi Latini, dopo molti sacrifici, si sarebbero riconciliati, formando il nerbo di un nuovo popolo; la grande potenza etrusca, estesa dalla Mantova di Virgilio sino al Tevere, si vede riconoscere un ruolo costruttivo; persino i Greci, tradizionali avversari dei Teucri, forniscono un decisivo alleato, l’arcade Pallante, e soprattutto si presentano come la più nobile “preistoria” di Roma.

L’Eneide è perciò un’opera di denso significato storico e politico, ma non è un poema storico: il taglio dei contenuti è dettato da una selezione “drammaturgica” del materiale, che ricorda più Omero che Ennio. Nonostante le aspettative create dal titolo, l’opera non traccia nemmeno un quadro completo della biografia del suo protagonista: lo si lascia ancor prima che possa aver assaporato il suo trionfo e non è neppure dato sapere se fosse vissuto ancora a lungo; ciononostante il suo destino di eroe divinizzato si intravede solo di scorcio.

Lo scudo di Enea (Verg. Aen. VIII). Illustrazione di I. Andrew.

L’Eneide è la storia di una missione voluta dal Fato, che renderà possibile la fondazione di Roma e la sua salvazione per mano di Augusto. Il poeta si fa garante e portavoce di questo progetto e focalizza il suo racconto su Enea, il portatore di questa missione fatale. In questo senso, Virgilio si assume in pieno l’eredità dell’epos storico romano: il suo poema è un’epica “nazionale”, in cui una collettività deve rispecchiarsi e sentirsi unita. Eppure, l’Eneide non si esaurisce in questi intenti.

Sotto la linea “oggettiva” voluta dal Fato si muovono personaggi in contrasto fra loro; la narrazione si adatta a contemplarne le ragioni in conflitto. I loro sentimenti (non solo di quelli “positivi”, come Enea) sono costantemente in primo piano. Si consideri, per esempio, il caso di Didone. La cultura romana nell’età delle conquiste rappresentava le guerre puniche come uno scontro fra diversi: l’identità romana si fondava sulla grande opposizione a Cartagine, un nemico infido, crudele, amante del lusso, dedito a riti perversi. Per Virgilio, invece, la guerra con Cartagine non sarebbe nata da una differenza: riportata al tempo delle origini, la guerra sarebbe sorta da un eccessivo e tragico amore fra simili. Didone è vinta dal desiderio (come lo sarà Cartagine), ma il testo accoglie in sé le sue ragioni e le tramanda. Simile è anche il caso di Turno: la guerra che Enea conduce nel Lazio non è vista come un sacrificio necessario; i popoli divisi dai contrasti sono fin dall’inizio sostanzialmente simili e vicini fra loro (per sottolineare questo punto, l’autore arriva a sostenere che i Troiani, attraverso il progenitore Dardano, avrebbero lontane origini italiche!). Il conflitto è un tragico errore voluto da potenze demoniache, in sostanza (ed è questo un tema martellante nell’Eneide prima ancora della poesia neroniana e flavia) una guerra fratricida. L’uccisione di Turno, preparata dalla caduta di Pallante, appare necessaria, ma il poeta non fa nulla per rendere facile questa scelta. Turno è disarmato, ferito e chiede pietà. Enea ha imparato da suo padre (libro VI) a battere i superbi e a risparmiare chi si assoggetta: Turno è un guerriero superbo, ma ora è anche subiectus. La scelta è difficile: Enea uccide solo perché, in quell’istante cruciale, la vista del balteo di Pallante lo travolge in uno slancio d’ira funesta. Così, nell’ultima scena del racconto, il pio Enea assomiglia al terribile Achille che compie vendetta su Ettore, laddove l’Iliade terminava invece, come tutti sanno, con un Pelide pietoso, che si ritrova uguale al nemico Priamo.

È chiaro che Virgilio chiede molto ai suoi lettori: essi devono insieme apprezzare la necessità fatale della vittoria e ricordare le ragioni degli sconfitti; guardare il mondo da una prospettiva superiore (Giove, il Fato, il narratore onnisciente) e partecipare alle sofferenze degli individui; accettare insieme l’oggettività epica, che contempla dall’alto il grande ciclo provvidenziale della storia, e la soggettività tragica, che è conflitto di ragioni individuali e di verità relative (in questo Virgilio mostra di avere intimamente assimilato la lezione dei grandi tragici greci: il suo poema trae da questo influsso un grado di “apertura” problematica molto forte, che lo rende diverso da un tipico epos nazionale). Lo sviluppo della soggettività (che si può contrapporre, schematizzando molto, all’oggettività omerica) che interessa la struttura profonda, ideologica del poema virgiliano, caratterizza anche la superficie del testo, lo stile epico e la tecnica del narrare.

Francesco Solimena, Enea alla corte di Didone. Olio su tela, 1739-41 c. Napoli, Museo di Capodimonte.

La più nuova e grande qualità dello stile epico di Virgilio sta nel conciliare (com’era uso dire lo studioso tedesco Friedrich Klingner) il massimo di libertà con il massimo di ordine. Il poeta ha lavorato sul verso epico, l’esametro, portandolo insieme al massimo grado di regolarità e di flessibilità.

La ricerca neoterica aveva imposto dure restrizioni nell’uso delle cesure, nell’alternanza di dattili e di spondei, nel rapporto fra sintassi e metro. Il carme 64 di Catullo rappresenta, in questo senso, un caso eclatante: reazione estrema all’“anarchia” ritmico-verbale della poesia arcaica, reazione naturalmente innescata dalla disciplina formale degli alessandrini. Tale disciplina comportava anche degli effetti di monotonia, che diventano tanto più sensibili quanto più lungo è il testo narrativo: la collocazione delle parole è non solo artificiale ma soprattutto irrigidita (tipici gli esametri formati da due coppie attributo + sostantivo in posizione simmetrica); l’unità ritmica del verso rifiuta al suo interno nette pause di senso, con un effetto complessivo di rigidità.

Virgilio plasma il suo esametro come strumento di una narrazione lunga e continua, articolata e variata. La struttura ritmica del verso si basa su un ristretto numero di cesure principali, in configurazioni privilegiate. Si ha così quella regolarità di fondo che è indispensabile allo stile epico. Nello stesso tempo, la combinazione di cesure principali e di cesure accessorie permette una notevole varietà di sequenze. E la frase si libera da qualsiasi schiavitù nei confronti del metro.

Il periodare può essere ampio o breve, scavalcare o rispettare la coincidenza con le unità metriche. L’esametro si adatta così a una varietà di situazioni espressive: ampie e pacate descrizioni, battute concitate e patetiche. Il ritmo della narrazione è scandito dalla diversa proporzione di dattili e spondei. Dell’allitterazione, procedimento formale tipico della poesia latina arcaica, Virgilio fa uso regolato e motivato: essa sottolinea momenti patetici, collega fra loro parole-chiave, produce effetti di fonosimbolismo, richiama fra loro diversi momenti della narrazione.

Le tradizioni del genere epico richiedevano un linguaggio elevato, staccato dalla lingua d’uso. È naturale quindi che l’Eneide sia l’opera virgiliana più ricca di arcaismi e di poetismi (due categorie spesso, ma non sempre, coincidenti fra loro: poetismi non arcaici sono, per esempio, i calchi dal greco e i neologismi). Alcuni degli arcaismi sono omaggi alla maniera di Ennio, o alla forte espressività della tragedia arcaica, altri fanno parte del linguaggio letterario istituzionalizzato. Nel complesso, però, non è questo il più significativo tratto dello stile virgiliano.

Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Codex Vaticanus lat. 3225 (o Vergilius Vaticanus, V sec.), f. 58r. Le navi di Enea doppiano l’isola di Circe.

Un contemporaneo (citato dalla vita donatiana di Virgilio, par. 44) disse che il poeta aveva inventato una nuova κακοζηλία, un nuovo «manierismo»: «un manierismo sfuggente, né gonfio, né sottile, ma fatto di parole normali». Parole normali: una forte percentuale del lessico virgiliano consta di termini non marcatamente poetici, ma impiegati nella prosa e nella lingua d’uso quotidiana (cioè il latino parlato a Roma dalle classi colte). La novità sta nei collegamenti inediti fra le parole. Recentem caede locum, «un luogo fresco di strage»; tela exit, «esce dai (= schiva) i dardi»; frontem rugis arat, «ara la fronte di rughe»; caeso sanguine, «sangue di un ucciso»; flumen, «fiume (di lacrime, che scorrono)»; uentis dare uela, «dare le vele al vento»; lux aena, «luce di bronzo». Alcuni di questi nessi sono familiari, anche per il forte influsso di Virgilio sulla tradizione letteraria occidentale, ma dovevano colpire il lettore romano del tempo, come la rivelazione di nuove possibilità del linguaggio. Altri nessi sono più difficile da tradurre, perché forzano il senso e la sintassi: rumpit uocem (non «spezza la voce», ma «il silenzio»); eripe fugam («strappa la fuga» sul normale se eripere, «sottrarsi»). Questo tipo di elaborazione del linguaggio quotidiano non ha precedenti nella poesia latina: il pensiero corre piuttosto a Sofocle o a Euripide. La sperimentazione sintattica lavora su un lessico che sa mantenersi semplice e diretto; esso risulta, però, quasi rinnovato nei suoi effetti; le parole subiscono un processo di “straniamento” che dà rilievo e nuova percettività al loro senso contestuale.

Il nuovo stile epico sa anche piegarsi a una serie di requisiti tradizionali. La narrazione – sin da Omero – dev’essere graduale, senza vuoti intermedi, per così dire “piena”. Azioni ricorrenti e ripetute si prestano a ripetizioni verbali: epiteti stabili, “naturali”, accompagnano oggetti e personaggi quasi a fissarne il posto nel mondo. Il numero dei guerrieri e delle navi, il nome degli eroi, l’origine delle cose sono tutti elementi da catalogare con precisione. Virgilio accetta questa tradizione: l’Eneide – a differenza degli altri suoi testi – dà largo spazio a procedimenti «formulari».

La tendenza di Virgilio è conservare questi moduli e insieme caricarli di nuova sensibilità. Gli epiteti, per esempio, tendono a coinvolgere il lettore nella situazione e spesso anche nella psicologia dei personaggi che sono sulla scena. La narrazione suggerisce più di quello che dice esplicitamente. Così in Aen. I 469-471 Enea sta guardando le pitture che gli ricordano la tragica guerra di Troia e fra le scene ecco comparire il greco Diomede che compie un massacro notturno:

…niueis tentoria uelis

agnoscit lacrimans, primo quae prodita somno

Tydides multa uastabat caede cruentus.

Enea riconosce, piangendo, i nivei veli delle tende, tradite dal primo sonno, e il Tidide che molte ne devastava, insanguinato di strage.

 

Il lettore percepisce il bianco intenso delle tende solo per vederle macchiate di sangue: ma il rosso della carneficina non è detto apertamente dal testo, sta tutto nell’epiteto cruentus. E la percezione di questi dettagli accentua la partecipazione allo stato d’animo dell’eroe: tanto più intensamente quanto più il lettore deve collaborare, esplicitare gli accenni, integrare gli spazi vuoti.

Caratteristica fondamentale dello stile epico virgiliano è, dunque, l’aumento di soggettività: maggiore iniziativa viene data al lettore (che deve rispondere agli stimoli), ai personaggi (il cui punto di vista colora a tratti l’azione narrata), al narratore (che è presente a più livelli nel racconto). Questo aumento di soggettività rischierebbe di disgregare la struttura epica della narrazione se non venisse in più modi controllato. La funzione oggettivante è garantita dall’intervento dell’autore, che lascia emergere nel testo i singoli punti di vista soggettivi, ma si incarica sempre di ricomporli in un progetto unitario. Riconoscere e studiare la complessità dello stile significa, quindi, toccare la complessità stessa del discorso ideologico che prende forma nell’Eneide.

Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Codex Vaticanus lat. 3867 (o Vergilius Romanus, V sec.), f. 14r. Ritratto di Virgilio.

Per una bibliografia aggiornata sull’autore, si vd. il sito della Vergilian Society.

Arato di Soli

di I. BIONDI, Storia e antologia della letteratura greca. III. L’Ellenismo e la tarda grecità, Firenze 2004, 41-42.

Sulla biografia di Arato non si hanno molte notizie, nonostante circolassero in antico ben quattro vitae, derivate dal commentatore Boeto di Sidone. Nativo di Soli in Cilicia, si trasferì da giovane ad Atene, dove frequentò l’ambiente degli Stoici, che lasciò nella sua formazione una significativa impronta. Nel 276 da Atene si trasferì a Pella, in Macedonia, alla corte di Antigono II Gonata (276-239 a.C.), sovrano di notevole cultura e simpatizzante con il pensiero stoico, filosofo e letterato egli stesso. A Pella si trovavano altri intellettuali di prestigio, come il poeta tragico ed elegiaco Alessandro Etolo, attivo anche presso la Biblioteca di Alessandria intorno al 280 a.C.; il filosofo e poeta satirico Timone di Fliunte (320-230 a.C.); il filosofo Menedemo di Eretria, fondatore della scuola di pensiero che portava il nome della sua città natale. Molta della produzione letteraria di Arato nacque proprio in questo contesto culturale, e, però, buona parte di essa è andata perduta: come la raccolta Κατὰ λεπτόν («Argomenti leggeri»), che conteneva anche delle trenodie per defunti importanti (Ἐπικήδεια), degli epigrammi (dei quali almeno due si sono conservati in Anth. Pal. XI 437 e XII 129) e vari inni. In occasione della vittoria di Antigono sui Galati a Lisimachia (277 a.C.) o delle nozze del sovrano con Fila, figlia di Seleuco, avvenute l’anno precedente, Arato compose un Inno a Pan (un frammento del quale va forse identificato con SH 958: vd. Barigazzi 1974), andato perduto. Inoltre, il poeta scrisse delle ἠθοποιίαι ἐπιστολαί (SH 106), «lettere sulla formazione del carattere»; i suoi scritti didascalici furono significativi per la storia della letteratura antica: restano cinque titoli di opere astronomiche, che almeno parzialmente citano sezioni dei Φαινόμενα (Fenomeni), a cui si aggiunge un Κανών, in cui, fra l’altro, si descrivono le orbite dei pianeti attraverso calcoli matematici (cfr. Leonida di Taranto, Anth. Pal. IX 25, 3). Di Arato si conoscono anche sette titoli di testi che trattano di anatomia e farmacopea: si conserva un frammento sulle suture craniche. Di questi libri, tuttavia, la Ὀστολογία (SH 97) non era un’opera sull’anatomia ossea, ma più probabilmente un trattatello sulla negromanzia tramite gli scheletri.

Antigono II Gonata e Fila. Affresco, ante 79 d.C. dalla domus di Fannio Sinistore a Boscoreale.

 

Secondo le vitae I e III, Arato lasciò poi la Macedonia per soggiornare qualche tempo in Siria, presso Antioco I Sotere, fratello di Fila, dove attese alla revisione critica dell’Odissea e, probabilmente, anche dell’Iliade. Tornato in Macedonia vi rimase fino alla morte, avvenuta forse poco prima di quella del suo protettore Antigono Gonata, scomparso nel 240/239.

 

Antigono II Gonata. Dramma, zecca macedone ignota 277-239 a.C. ca. AE 6,26 g. Obverso: Pan innalza un trofeo militare (monogramma A – B).

 

L’opera maggiore di Arato, quella per cui i contemporanei lo considerarono un novello Esiodo, fu un poema in esametri, i Fenomeni, giunto fino a noi con i commenti di vari grammatici. L’opera, che forse fu commissionata da Antigono Gonata, è un trattato di astronomia; il suo autore ebbe come modello gli scritti del matematico Eudosso di Cnido (408-355 a.C.), discepolo di Platone e di Archita, filosofo pitagorico e matematico di Taranto (400 ca. a.C.).

 

London, British Library. Ms. Harley 647 (IX sec.), Arato di Soli, Phaenomena, ff. 10v-11r. Le costellazioni dei Pesci e di Perseo.

 

Il poema di Arato si apre con un’invocazione a Zeus e descrive poi la volta stellata del cielo, distinguendo le costellazioni dei due emisferi. Successivamente, il poeta espone la teoria dei circoli che dividono la sfera celeste, e il sorgere e il tramontare delle costellazioni. L’ultima parte dell’opera è dedicata alla descrizione dei segni premonitori delle variazioni meteorologiche, attraverso l’osservazione del mondo naturale e del comportamento degli animali. Per il suo contenuto, in alcuni manoscritti questa sezione del poema, che fu poi tradotta in esametri da Cicerone, porta il titolo di Pronostici attraverso i segni naturali. I contemporanei di Arato espressero giudizi molto lusinghieri sulla sua opera che, pur avendo il suo archetipo in Esiodo, si riallacciava anche al più tardo filone didascalico di Xenofane, Parmenide ed Empedocle. In particolare, ne fu molto ammirata la λεπτότης, la «sottigliezza»; un apprezzamento che rientra perfettamente nel gusto dell’epoca e che aveva la sua massima espressione in Callimaco, autore di un epigramma altamente laudativo nei confronti del poeta (Anth. Pal. IX 507; cfr. anche Leonida, Anth. Pal. IX 25). Tra l’altro, come si è ricordato, Arato stesso aveva intitolato Κατὰ λεπτόν una delle sue antologie poetiche, nome che sembra alludere proprio a questa qualità, quasi come se fosse la sua personale σφραγίς; a conferma di ciò pare essere anche l’acrostico λεπτή in Arat. 783-787. Gli antichi celebravano di Arato anche la dedizione al lavoro e le notti insonni, la sua profonda dottrina, la ripresa stilistica di Esiodo, le competenze didascaliche, ma anche la δύναμις di filosofo naturale (frutto, cioè, della sua visione stoica del mondo), che a dispetto di altri poeti-astronomi doveva essere una sua caratteristica esclusiva (cfr. Boeto di Sidone, Scholia in Aratum vetera, p. 12 f. Martin).

 

«Atlante Farnese» che regge il globo celeste. Statua, marmo, copia romana di III sec. d.C. da originale ellenistico. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

Già prima di lui, un allievo di Eudosso, Cleostrato di Tenedo, era stato il primo a mettere in versi le proprie conoscenze astronomiche. Altri Fenomeni – in prosa o in poesia – furono composti anche dal già menzionato Alessandro Etolo, ma anche da Ermippo di Smirne (III secolo), da Egesianatte di Alessandria (II secolo) e da Alessandro di Efeso (I secolo a.C.). Rispetto a questa tradizione, comunque, il poema di Arato riscosse un subito successo, al punto che, a scapito delle opere omonime e dell’astronomia matematica (sic), divenne ben presto un elemento fondamentale della ratio studiorum successiva: in effetti, il papiro più antico che conserva i vv. 480-494, P. Hamb. 121, risalente alla prima metà del II secolo d.C., rivela proprio il suo impiego come testo scolastico (cosa che contribuì al fiorire di un’intensa attività di commento).

 

Paris, Bibliothèque nationale de France. Ms. lat. 8878. Beatus de Liebana, Commentaria in Apocalypsin (ante 1072), f. 139v. Cielo stellato.

 

Per il lettore moderno, tuttavia, risulta difficile condividere tanto entusiasmo; però è innegabile che nel mondo antico Arato ebbe una straordinaria fortuna, come dimostra il gran numero di scienziati e di grammatici che lo lo studiarono: il più celebre di tutti fu probabilmente Ipparco di Nicea, uno dei più grandi astronomi greci, vissuto nel II secolo a.C. e autore di un dotto commento in tre libri sui Fenomeni. Inoltre, dal I secolo a.C. al IV d.C., da Varrone Atacino a Cicerone, da Germanico a Manilio e a Festo Avieno, anche la cultura romana si impegnò, con esiti diversi, nella traduzione dell’opera, mentre illustri poeti come Virgilio (Buc. III 60, Georg. I) e Ovidio (Fas. III 105-110) attinsero al testo arateo, com’è dimostrato da evidenti reminiscenze di esso. Perfino l’apostolo Paolo, nel discorso Areopagitico (Act. 17, 28-29) citò il v. 5 del proemio, senza precisare il nome del poeta (ὡς καί τινες τῶν καθ’ ὑμᾶς ποιητῶν εἰρήκασιν, «come hanno detto alcuni dei vostri poeti»), per dimostrare che non è necessario cercare Dio lontano da noi, dal momento che tutti «viviamo, ci muoviamo e siamo in Lui, come hanno detto alcuni dei vostri poeti: infatti, noi siamo sua stirpe (τοῦ γὰρ καὶ γένος ἐσμέν)».

 

Andreas Cellarius, Planisphaerium Arateum. Illustrazione, 1661, da Harmonia macrocosmica.

 

Una così vasta fortuna dell’opera di Arato, che si protrasse, attraverso le traduzioni latine, durante il Medioevo e il primo Rinascimento, fu probabilmente dovuta al fatto che il poema vide la luce in un’epoca in cui non esisteva quella distinzione fra arte e scienza per noi rigorosa e irrinunciabile; in conseguenza di ciò, esso poté essere apprezzato dal pubblico di età ellenistica come un’illustre testimonianza della poesia erudita che, riallacciandosi all’antica tradizione esiodea, si arricchiva del gusto della ricerca rara e minuziosa, tipico dei tempi nuovi, ed esponeva, con abbondanza e varietà di informazioni e con limpida eleganza di stile, il tema dell’astronomia, da sempre carico di grande attrattiva.

 

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La fortuna di Plutarco

di B. SCARDIGLI, Introduzione alle Vite parallele di Plutarco (Agesilao-Pompeo), ed. E. LUPPINO MANES, Milano 1996, 5-14.

Plutarco nacque attorno al 45 d.C. nella cittadina di Cheronea in Beozia. Della famiglia parla con calore e rispetto, tanto del padre Autobulo, del nonno Lampria e dei fratelli Lampria e Timone, quanto della moglie Timossena e dei figli. Studiò ad Atene, seguendo soprattutto le lezioni di Ammonio, filosofo platonico[1]. A Cheronea rivestì cariche pubbliche e fondò una scuola. Dal 95 fu sacerdote del santuario di Delfi. Ricevette la cittadinanza romana (portò il nome gentilizio di Mestrio) e tra il 98 e il 117 gli ornamenta consularia, cioè le insegne proprie di un console. La condizione economica agiata gli permise di fare molti viaggi in Asia, in Egitto, nell’Italia settentrionale e a Roma[2], dove tenne conferenze e strinse amicizia con personaggi autorevoli, tanto che dedicò le Vite parallele, le Quaestiones conviviales e il De profectibus in virtute a Q. Sosio Senecione, consolare di alto rango[3].

Plutarco. Busto, marmo pario, II-III sec. d.C. Delfi, Museo Archeologico.

È significativo che dopo la prima decade delle Vite Plutarco (Aem. I 1) dichiari di voler continuare, per suo personale piacere, l’opera concepita su sollecitazione di altri; è altrettanto significativo che proprio la prima copia della nuova decade (Emilio Paolo – Timoleonte) sia la più idealizzata di tutte[4].

Plutarco è uno degli scrittori più fertili dell’antichità e uno dei più letti in tutte le epoche. La maggior parte delle sue opere, composte a Cheronea, nacque da occasioni ben precise ed era anche destinata a mantenere le relazioni con gli amici vicini e lontani e con i vecchi scolari.

L’opera si divide in due corpora: da un lato i Moralia, dall’altro le biografie. I Moralia sono saggi che trattano questioni di etica, antiquaria, filosofia, religione, retorica, di critica letteraria e di politica: questi ultimi sono in genere i più vicini all’altro corpus, quello delle biografie, consistente in ventidue coppie greco-romane (di cui una perduta[5] e una eccezionalmente composta di quattro Vite: Agide e Cleomene – i due Gracchi); vi erano anche biografie singole, di cui alcune perdute, altre rimaste allo stadio di progetto[6], come l’Eracle, il Leonida (De Her. Malignitate 32, 866b), il Metello Numidico (Mar. 29), il Cratete e forse la Vita di Scipione Emiliano, se il partner dell’Epaminonda era l’Africano[7]; due superstiti (l’Arato e l’Artaserse). Plutarco scrisse inoltre le Vite degli Imperatori fino ai Flavi (sono conservate quelle di Galba e di Otone), redatte diverso tempo prima delle Vite parallele.

Anche se i due grandi ambiti tematici a prima vista sembrano distanziarsi l’uno dall’altro, essi hanno in realtà non pochi elementi in comune: gli stessi temi infatti si ripropongono spesso in opere da diversi punti di vista[8].

Plutarco. Stele, marmo, 126 d.C. con iscrizione onorifica (Syll.³ 843A, Δελφοὶ Χαιρωνεῦσιν ὑμοῦ Πλούταρχον ἔθηκαν τοῖς Ἀμφικτυόνων δόγματι πειθόμενοι). Delfi, Museo Archeologico.

Obiettivo delle Vite parallele era ricordare ai Romani, ormai dominatori dell’intero mondo mediterraneo (della Grecia da due secoli e mezzo), il glorioso passato del popolo greco e invitare i Greci a un atteggiamento conciliante nei confronti di Roma[9], così da prevenire malintesi e litigi[10]. A questo scopo le biografie comparate si prestavano assai meglio di un testo storico[11], poiché la lettura della Vita di un Grande coinvolge un pubblico più largo e offre un ampio materiale di confronto.

Il pubblico al quale Plutarco si rivolge è greco e romano[12], ma il destinatario privilegiato è certamente quello greco, al quale vengono illustrati istituzioni, costumi e termini romani[13]. Non conosciamo le reazioni dei contemporanei, non sappiamo se i Greci si sentissero, per esempio, onorati o piuttosto umiliati dal confronto con gli eroi del passato romano, se i Romani riconoscessero i Greci come popolazione alla pari in virtù della loro superiorità culturale, o se li guardassero dall’alto in basso, a causa della loro ormai scarsa rilevanza politica[14].

Combattimento fra Ateniesi e altri Greci. Bassorilievo, marmo, fine V sec. a.C., dal fregio occidentale del tempio di Atena Nike.

In Plutarco, che era convinto del valore assoluto della cultura greca, il Greco è spesso colui che gode della migliore e più eletta educazione, che manifesta un gusto più raffinato di fronte all’arte, che s’intende di filosofia[15], e che vive in modo speciale la quotidianità, anche se nella vita pubblica è un noto statista o comandante militare.

Personaggi come Coriolano, Mario e Catone Censore, invece, sono uomini rudi, anche se ottimi generali. I Romani più colti e più abili a controllare i πάθη e lo θυμός hanno avuto un’educazione greca: in alcuni essa rimane alla superficie (come in Antonio, e per certi aspetti anche in Marcello), mentre in altri ancora penetra in profondità (in Emilio Paolo, Lucullo, Catone Uticense, Cicerone, Bruto e nei Gracchi[16]: e questi – pur con qualche elemento di riserva – costituiscono il gruppo di eroi romani preferito da Plutarco!).

Vittoria. Testa, marmo, copia romana del II secolo d.C. dell’originale di Peonio. Stoà di Attalo, Museo dell’Antica Agorà, Atene.

Gli studi moderni riguardanti il corpus delle Vite concentrano l’attenzione prevalentemente sui seguenti temi:

  1. il periodo in cui Plutarco vive e i suoi governanti; questioni di programma, di metodo e di redazione (l’ordine cronologico della composizione, i rinvii interni, l’eventuale redazione contemporanea di più biografie, l’utilizzo per la preparazione di riassunti di letture fatte, di aiuto per parte di terzi, ecc.);
  2. la scelta dei personaggi e delle fonti e il loro reciproco rapporto[17]. Spesso Plutarco rivela una mano felice in ambedue i settori (su alcuni personaggi soprattutto sapremmo molto poco, se non disponessimo delle biografie); nel caso di non pochi autori antichi dobbiamo solo a lui, se abbiamo un’idea della loro opera (o di parte di essa), spesso di qualità eccellente, come le Storie di Posidonio o di Asinio Pollione o come, in altro campo, le relazioni scritte di testimoni oculari, per esempio di ufficiali che parteciparono alle guerre partiche di Crasso e poi di Antonio;
  3. le tecniche usate da Plutarco, che hanno reso accessibile un modo di procedere assai frequente negli autori antichi (manipolazioni, semplificazioni, contaminazioni, spostamenti, connessioni di avvenimenti non collegati nella fonte o non collegabili, aggiunte, puntigliose spiegazioni dei fatti);
  4. il ruolo particolare dei paragrafi finali (synkriseis) e i criteri di accoppiamento. I contributi riguardano perciò l’esame dei fattori che differenziano due eroi e di ciò che li unisce, le coppie a cui manca la synkrisis, quelle in cui il partner romano precede quello greco, il livello letterario delle synkriseis, giudicato modesto e prevalentemente moralistico[18]; inoltre le discrepanze tra il materiale della synkrisis e quello delle Vite;
  5. la fortuna di Plutarco, sia nei Moralia, sia nelle biografie, nelle diverse epoche.

I contributi sui primi quattro punti sono di solito elaborati nelle varie introduzioni e nelle note alle singole biografie pubblicate in questa collana; qualche informazione in più diamo sull’ultimo.

Timoleonte si appresta a salpare per la Sicilia. Illustrazione da W.H. WESTON – W. RAINEY (eds.), Plutarch’s Lives for Boys and Girls, New York 1900, 102.

Pochi autori hanno conosciuto, nel corso della tradizione storica, periodi di fama incontrastata e quasi mitica come il Plutarco delle Vite parallele, l’unico forse, fra i classici, che in certe età abbia eguagliato la fortuna di Orazio o di Virgilio.

Plutarco fu conosciuto e ammirato dai contemporanei (vir doctissimus ac prudentissimus lo qualificava, a trent’anni dalla morte, Aulo Gellio nelle sue Notti Attiche I 26, 4) e il suo culto continuò in età bizantina, sia fra i pagani sia fra i cristiani, che nei suoi scritti trovavano consonanza di principi etici e umanitari.

Nel Medioevo di lui si predilesse la raccolta dei Moralia, un insieme di opuscoli di vera erudizione, in cui il gusto della curiosità enciclopedica si unisce all’interesse per problematiche filosofiche e morali, esteso alle sfere più intime e quotidiane della vita (l’educazione dei figli, i rapporti coniugali, la gestione del patrimonio).

Con l’Umanesimo e il Rinascimento, l’insorgere di un nuovo senso dell’individualità, volto a cercare nei classici il proprio modello, riportò l’attenzione sulle biografie, che i dotti greci, affluiti in Italia dopo la caduta di Costantinopoli, contribuirono a divulgare, e di cui furono fatte traduzioni in latino[19], epitomi[20], imitazioni[21]. I grandi personaggi di Plutarco cominciarono ad alimentare l’immaginario poetico, offrendo materiale d’ispirazione in campo letterario, teatrale e anche figurativo[22]. «Al ritratto degli altri – scrive H. Barrow – Plutarco aggiunse il proprio autoritratto, inconsciamente disegnato nelle Vite e nei Moralia: il ritratto dell’uomo buono, che viveva umilmente in accordo con i più alti modelli della classicità, sereno con se stesso, di aiuto per gli amici; l’ideale di un “veramente perfetto” gentiluomo, che la nuova Europa stava cercando. Forse nessun esplicito programma di scrittore raggiunse mai una più alta misura di successo»[23].

Fra i secoli XVI e XVIII la fama di Plutarco tocca il suo apogeo, come attesta il moltiplicarsi di edizioni e traduzioni. Escono in Francia l’edizione completa dello Stephanus (Paris 1572) e la famosissima traduzione di J. Amyot (Les Vies des Hommes Illustres, Paris 1559; Les Oeuvres Morales, Paris 1572)[24]; in Inghilterra la traduzione di Th. North (1579, con dedica alla regina Elisabetta) cui attinse Shakespeare, e più tardi quella intrapresa da quarantun studiosi sotto la guida di J. Dryden (1683-1686). Sono inoltre da ricordare l’edizione tedesca delle Vite curata da J.J. Reiske (1716-1774), che procedette a una nuova collazione dei manoscritti, e l’edizione olandese dei Moralia pubblicata da D. Wyttenbach (Oxford 1795-1830), al quale si deve anche il lessico plutarcheo (Leipzig 1830, rist. 1962) tuttora indispensabile. Personaggi prediletti delle Vite furono, di volta in volta, gli eroi della guerra, come Alessandro e Cesare, o gli eroi del dovere, come Coriolano, o quelli delle virtù repubblicane, come Catone Uticense e Bruto, idoleggiati nell’età della Rivoluzione francese. In Francia, dove la traduzione di Amyot divenne patrimonio diffuso, ne furono entusiasti estimatori Montaigne («è un filosofo che ci insegna la virtù», Essais, II, p. XXXII), Corneille, che dalle Vite trasse materia per i drammi Sertorio e Agesilao, Racine, che se ne ispirò per il Mitridate, Pascal, Molière[25]; in Inghilterra Shakespeare, cui la lettura di Plutarco offrì la traccia per le tragedie Coriolano, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra[26]; in Italia D’Azeglio, Leopardi, Alfieri, che allo spirito plutarcheo informò la sua stessa autobiografia[27]; in Germania Goethe, Schiller, Lichtenberg, Jean Paul[28] e molti altri[29]. Alla suggestione di Plutarco non si sottrassero neppure gli uomini di potere, principi assoluti come Enrico IV di Francia e Giacomo I d’Inghilterra, e «illuminati» come Federico II di Prussia; rivoluzionari e repubblicani come Franklin e Washington fino a Robespierre e a Napoleone[30]; del suo influsso risentirono anche gli antesignani del moderno pensiero educativo, Rousseau e Pestalozzi.

London, British Library. The Lives of the Noble Greeks and Romans. Traduzione inglese di T. North. London 1579 [link].
Nella seconda metà dell’Ottocento tuttavia la scena cambia: il lavoro erudito si restringe nell’ambito degli specialisti (anche se molti artisti, come Wagner e D’Annunzio, continueranno ad amare Plutarco). Vengono allora alla luce edizioni critiche di scritti singoli, sia dei Moralia sia delle Vite, talora provvisti di commento minuzioso. Si interviene drasticamente sul corpus dei Moralia, negando l’autenticità di alcuni opuscoli tramandati nel cosiddetto catalogo di Lamprias (III-IV sec. d.C.).

Dopo i moltissimi contributi dell’inizio del Novecento, spesso intesi a illustrare aspetti particolari delle Vite[31] o a studiare le fonti plutarchee o lo schema biografico; dopo le ricerche volte a individuare la provenienza di questo tipo di biografie (peripatetica, alessandrina, di ispirazione stoica), o a far distinzione tra categorie moralistiche e narrazione storica, corrispondente all’alternativa tra passi «eidologici» e passi «cronografici» (secondo la terminologia di Weizsäcker), oggi si sta dando, sembra con frutto, nuovo impulso all’interpretazione delle biografie per opera non tanto di studiosi tedeschi (il cui interesse attuale è senz’altro diminuito rispetto ai lavori delle generazioni di un Wilamowitz, di Weizsäcker e Ziegler), quanto soprattutto di anglo-americani (Stadter, Jones, Wardman, Russel, Pelling, Swain e altri), di un grande studioso francese (R. Flacelière) e della scuola, di italiani (Valgiglio, Piccirilli, Manfredini, Desideri, Guerrini e altri), ma anche di studiosi di altri Paesi.

 

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ZIEGLER = Ziegler K., s.v. Plutarchos von Chaironeia, RE XXI (1951), 895-896.

***

Note:

[1] Cfr. Russell (1968), 132 ss.; Donini (1986), 97 ss.

[2] Si vd. per es., Barrow (1967), cap. V: “Plutarch Abroad”; Jones (1971), cap. 6 ss. con Geiger (1974), 141.

[3] Wardman (1974), 37 s. Su Romani importanti con i quali Plutarco fece conoscenza si vd., per es., Philipps (1957), 102 ss.; Jones (1971), 48 ss.; Simms (1974), cap. I; Geiger (1988), 245 ss.; e Swain (1990), 128 ss.

[4] Cfr. Ingenkamp H.G., Plutarch’s Two Aims in His Lives of Aemilius Paulus and Timoleon, Convegno Oxford cit.

[5] Epaminondas-Scipio (Africanus maior?): cfr. Herbert (1957), 83 ss. Forse conteneva un’introduzione generale al corpus, cfr. Gossage (1967), 48; e Geiger (1981), 87. Scettico Desideri (1992), 4472 s. Sull’Epaminonda adesso, si vd. Tuplin (1984), 346 ss.

[6] Si vd., per es., Wilamowitz (1967), 258 n. 1.

[7] Secondo Wilamowitz (1967), 260, era l’Emiliano; e così per Herbert (1957), 83 ss. Secondo Ziegler (1951), 895-896 si trattava, invece, di Scipione Africano.

[8] Wardman (1974), 37. Si vd. per es. il Pelopida e diversi passi analoghi in scritti etici; cfr. Buckler (1978), 36 ss.; corrispondenze tra passi delle Vite di Romolo, Publicola e Alessandro col De mul. virt., l’Amatorius e altri in Stadter (1965), 30 ss.; 80 ss.; 103 ss.; 112 ss.; su passi nelle Vite di Licurgo, Numa, Solone, Dione e Bruto e nei Moralia: Goessler (1962) passim; l’importanza della retorica sia per le Vite sia per i Moralia in Russell (1972), 21 ss.; Harrison (1987), 271 ss.; Stadter (1987), 251 ss. e Stadter (1989), XXXVIII ss. In generale, si vd. Valgiglio (1987), 1738, 1740 ss.

[9] Cfr. il programma simile di Dionigi di Alicarnasso (vd. però n. 11). Su Plutarco, per es., Wilamowitz (1967), 259 s.; Weber (1959), 78; Gomme (1945), 55; Jones (1971), 103 s.; Barrow (1967), 56 ss.; Simms (1974), 238 ss; Boulogne (1990), 473 ss.

[10] Diversa la situazione per gli storici di formazione greca nell’Impero romano dopo Plutarco (Appiano, Arriano, Dione Cassio), poiché essi partecipavano attivamente alla vita politica di Roma (cfr. Pelling [1988a], 9).

[11] Un compito simile, in qualità di storico, si assumeva Dionigi «per mostrare ai Greci che i Romani non erano barbari, bensì ben disposti verso la cultura greca e, di fatto, di origine greca essi stessi». Il programma di Dionigi – a differenza di quello di Plutarco – era ben precisato fin dall’inizio e perseguiva precisi intenti propagandistici: cfr. Babut (1975), 208 ss.

[12] Wilamowitz (1967), 258 ss.

[13] Pelling (1988a), 8; Wardman (1974), 37 ss.; naturalmente contava anche su un pubblico romano: cfr. Wilamowitz (1967), 258.

[14] Cfr. Russell (1972), 31.

[15] Cfr. Pelling (1989), 200 ss. e (1988b), 266 ss.; Desideri (1992), 4486, che opportunamente parla di una «sorta di divisione funzionale delle rispettive competenze nell’ambito di una complementarietà globale: alla Grecia l’elaborazione e la diffusione dei valori culturali, a Roma la realizzazione dei grandi progetti politici».

[16] Cfr. Swain (1990b), 192 ss. e (1990a), 131 ss. Su Cicerone, si vd. però Pelling (1989), 218 ss.

[17] Cfr. Wardman (1974), 234 ss.; Geiger (1981), 104; Pelling (1986), 83 ss.

[18] Cfr. anche van der Valk (1982), 301 ss. e Latmour (1988), 374 ss. e (1992), 4157 ss.

[19] Cfr. Weiss (1953), 339 ss.; Giustiniani (1961), 3 ss. e (1979), 45 ss.; Criniti (1979), 190 ss.; Aulotte (1968), 549 ss. Un breve sommario di traduzioni latine in Garzetti (1954), LXI ss. Cfr. anche Gabba (1961).

[20] Cfr. Resta (1926).

[21] Per es., Donato Acciaiuoli scrisse una Vita di Annibale e una di Scipione Africano, precedute da una prefazione in cui ringrazia Pietro dei Medici dei benefici ricevuti da lui e suo padre Cosimo e spiega di aver inserito fra le biografie plutarchee quelle di Annibale e Scipione, quae ex varis auctoribus tum graecis, tum latinis collegeram… La coppia è conservata in tutte le ristampe e nelle prime traduzioni, dove però, soppressa la prefazione, spesso viene attribuita allo stesso Plutarco.

[22] Per es., Guerrini (1985a), 87 ss. (1985b), 83 ss. e (1985c), 179 ss.

[23] Barrow (1967), 176.

[24] Cfr. Aulotte (1971). Cfr. anche Gerhard (1977).

[25] Cfr., per es., Lamotte (1980).

[26] Per es., Altkamp (1933); Hale Shackford (1974); Green (1979).

[27] Hirzel (1912), 179; Momigliano (1949), 560.

[28] Hirzel (1912), 170 ss.

[29] Si vd. anche Howard (1970) e Meyer (1975).

[30] Cfr. Frost (1980), 41: «Le sue censure contro la disumanità e l’abuso del privilegio hanno infiammato spiriti liberali a un grado sensibilmente inferiore al punto di combustione, mentre la sua evidente predilezione per un potere illuminato gli ha procurato una favorevole collocazione nelle biblioteche dei più illuminati despoti».

[31] Russell (1966), 139: «La fama e l’influenza di cui Plutarco godette nei giorni della riscoperta dell’antichità non poteva sopravvivere alla rivoluzione negli orientamenti storici e accademici che segnarono il XIX secolo. Invece di essere considerato come uno specchio dell’antichità e della natura umana egli divenne “un’autorità secondaria”, da usarsi là dove le “fonti primarie” venivano a mancare, ed egli stesso finì per essere lapidato dagli studiosi della Quellenforschung (ricerca delle fonti) e abbandonato come un rudere. Conseguenza di ciò è l’abbandono delle Vite nei programmi dell’educazione. Dovrebbe inoltre essere evidente che, proprio in considerazione degli obiettivi storici per i quali l’opera viene prevalentemente studiata, è del tutto ingannevole e pericoloso considerare quello che è proprio uno dei più sofisticati prodotti dell’antica storiografia senza una costante attenzione ai piani e agli scopi del suo autore. Fortunatamente molto è stato scritto, soprattutto negli ultimi vent’anni, per ristabilire l’equilibrio».

Titiro e Melibeo: il destino di due pastori

di A. Romano, Virgilio tra poesia e ideologia (tesi di dottorato), Napoli 2008-2011, pp. 28-41.

 

codex vaticanus lat. 3867 – vergilius romanus, f. 1r (400 ca.). eclog., i 1, vv. 1-5. titiro e melibeo.
Città del Vaticano, BAV. Codex Vaticanus lat. 3867 (o Vergilius Romanus) del V sec., f. 1r. L’Ecloga, I 1, vv. 1-5, con la miniatura che ritrae Titiro e Melibeo.

 

È un paesaggio malinconico immerso in un clima di profonda tristezza a fare da sfondo al dialogo dei due protagonisti della prima ecloga virgiliana, e, come nella migliore tradizione della poesia pastorale[1], assistiamo, almeno in questo caso, ad un dialogo tra due pastori; nel paragrafo precedente si è fatto riferimento a come a volte sia assolutamente facile l’identificazione dei personaggi virgiliani con persone storicamente esistite, e nel caso delle Bucoliche è facile intravedere lo stesso Virgilio parlare per bocca di alcuni pastori come Titiro nella I ecloga e Menalca nella IX[2]. Due sezioni con caratteristiche assai diverse sono riconoscibili all’interno dell’ecloga, la prima comprendente i versi 1-45 e la seconda i versi 46-82, e, se nella prima parte troviamo un vero e proprio dialogo tra i due pastori basato sulla curiosità di Melibeo di sapere chi o che cosa abbia consentito a Titiro di restare nei suoi possedimenti, e sulle risposte evasive di quest’ultimo, nella seconda parte troviamo due lunghi monologhi di Melibeo intervallati dall’unico intervento di Titiro (vv. 59-63) che però non è sufficiente ad interrompere le riflessioni dell’amico, che riprende (v. 64) a parlare completamente ignorando le parole del pastore “felice”; saranno le parole di Titiro a chiudere il canto (vv. 79-82), ma il suo invito rivolto all’amico esule[3] resterà senza risposta. Melibeo ha chiuso il suo canto al v. 78 e non può più rispondere all’amico poiché i due non appartengono più allo stesso mondo, ciò che Titiro offre all’amico, un’ultima notte nel mondo bucolico, non può essere accettato da Melibeo, il suo destino è quello di andare, e dopo le dolorose riflessioni sulla triste sorte degli esuli si congeda da un mondo che per lui non esiste più.

Melibeo non rappresenta solo se stesso ma parla a nome di un intero gruppo sociale, cioè coloro che sono stati depauperati dei loro beni e che a malincuore lasciano le proprie terre. Non a caso il pastore, nel suo canto, parla sempre al plurale[4], sin dalla prima strofe:

 

Tytyre, tu patulae recubans sub tegmine fagi

silvestrem tenui Musam meditaris avena;

nos patriae finis et dulcia linquimus arva,

nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra

formosam resonare doces Amaryllida silvas. 5

 

Un deus[5], si affretta a rispondere Titiro, in modo evasivo, con la sua intercessione gli ha permesso di conservare i propri beni, ma circa l’identità del personaggio, che Melibeo si mostra interessato a conoscere, Titiro non concede troppe informazioni e si limita a riferire che il deus risiede a Roma e che per la sua intercessione si è guadagnato eterna riconoscenza da parte del pastore; Titiro farà nuovamente riferimento a questo suo benefattore ai vv. 40-45:

 

Quid facerem? Neque servitio me exire licebat, 40

nec tam praesentis alibi cognoscere divos.

Hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quotannis

bis senos cui nostra dies altaria fumant;

hic mihi responsum primum dedit ille petenti:

«Pascite ut ante boves, pueri; summittite tauros». 45

 

L’identificazione con Ottaviano del misterioso personaggio che ha aiutato Titiro è accettata, si potrebbe dire senza troppe riserve, da tutti i commentatori[6], e ha alimentato nel corso dei secoli diverse polemiche in merito ai motivi che avessero spinto il poeta ad inserire nell’ ecloga che apre l’intera raccolta un omaggio ad

Ottaviano; coloro che vedono nel poeta, e già prima si è fatto riferimento all’esistenza di diverse scuole esegetiche, una sorta di spirito cortigiano, una sorta di servilismo culturale piegato ai dettami della propaganda, trovano in questo esempio e in molti altri luoghi virgiliani conferma delle loro teorie; tuttavia è necessaria una precisazione poiché in alcuni casi, come questo della prima ecloga, il riferimento ad Ottaviano appare chiaro, ed anche altrove, sia nelle Georgiche sia nell’Eneide, seppur con una incidenza minore di quella che molti studiosi sembrano riscontrare, appaiono riferimenti chiari ad Ottaviano/Augusto o a personaggi storicamente esistiti e vicini al poeta per età, formazione o “professione”, se così si può definire il dedicarsi alla poesia, ma il problema maggiore non si riscontra nell’esegesi di questi luoghi bensì di quelli nei quali si ravviserebbero “allusioni” a personaggi e/o avvenimenti, poiché in questo caso i criteri interpretativi scelti dagli studiosi si diversificano assumendo spesso caratteristiche attribuibili più al gusto personale e all’opinione maturata sul poeta in virtù di ciò che quest’ultimo avrebbe o non avrebbe voluto dire, che non piuttosto su ciò che il testo davvero dice. Con questo non si vuole assolutamente affermare che la critica virgiliana nel corso dei secoli non abbia raggiunto risultati assai rilevanti, poiché è ovvio che gli attuali studi virgiliani si nutrono anche di ciò che la critica ha espresso in passato, ma soltanto che Virgilio ha attirato, spesso più di altri poeti, a tal punto l’attenzione dei critici, e a tal punto i suoi scritti sono stati “rifunzionalizzati” in epoche storiche a noi più vicine, che capita spesso di imbattersi in interpretazioni che sono vicine all’esegeta ma lontane dal poeta.

F. della Corte[7] fornisce significativamente un ventaglio delle interpretazioni, più o meno fantasiose, cui sono stati sottoposti i personaggi virgiliani: “c’è chi arriva a vedere in Titiro, che acquista la libertas, il simbolo della Gallia Transpadana che rivendica il diritto di cittadinanza; c’è chi scorge nella libertas o la liberazione epicurea dalla passioni o la nuova ispirazione poetica che la Roma di Ottaviano suscita in Virgilio”[8], e lo studioso ammette di essere poco propenso ad accettare interpretazioni eccessivamente allegoriche del testo poiché Virgilio stesso si era formato in un periodo nel quale autori come Cicerone e Lucrezio sconsigliavano l’utilizzo di questa figura retorica, e si dice sostenitore di un’interpretazione tipologica che vede nei pastori delle Bucoliche, negli allevatori delle Georgiche e nei guerrieri dell’Eneide personaggi immersi nella storia che vivono una vita reale e immersa nella cultura romana[9].

 

Firenze, Biblioteca Riccardiana. Ms. Ricc. 492 (XV sec.), f. 1r. La miniatura ritrae Titiro, Melibeo e altri pastori.
Firenze, Biblioteca Riccardiana. Ms. Ricc. 492 (XV sec.), f. 1r. La miniatura ritrae Titiro, Melibeo e altri pastori.

A. La Penna[10] aveva già insistito sulla necessità di distinguere l’allegoria dal simbolo, e lo stesso fa il della Corte[11], entrambi propendendo per un criterio interpretativo che consenta all’esegeta una certa libertà e non gli imponga di applicare sempre, quindi alle tre opere e a tutti i personaggi, uno stesso criterio di lettura con la conseguenza di sottrarre qualcosa alla creatività del poeta. Gli esegeti, nell’occuparsi della prima ecloga, opportunamente posta dal poeta come ouverture dell’intera raccolta, si sono soffermati, come già è stato detto, sui riferimenti più o meno velati ad Ottaviano e, a questo proposito, M. Gigante[12] ritiene che la presenza dei personaggi politici dell’età augustea all’interno dell’opera del Mantovano fu sicuramente di grande importanza, ma spiega che “Virgilio è poeta pudico e l’autobiografismo è discreto, lieve: solo stolti lettori, antichi e moderni, hanno potuto parlare di adulazione e di encomio: Virgilio fa un rendimento di grazie che però non ha nulla di ufficiale e non è neppure individuale […]; il ruolo di Melibeo è stato molto sommariamente e brutalmente definito di protesta e contraddizione del rendimento di grazie di Titiro, e alcuni critici, trovando difficile conciliare i due atteggiamenti nello stesso Virgilio, hanno esaltato come brillante e fascinosa la parte di Melibeo e cortigianesca e eulogetica la parte di Titiro. Virgilio si sarebbe sdoppiato e sarebbe riuscito solo nel ruolo di Melibeo che non fu propriamente suo. Frutto di un esasperato psicologismo e di una razionalizzazione del dato poetico, tale critica, specialmente francese, non è riuscita a decifrare il messaggio del poeta: la voce del poeta è in tutta l’ecloga, non in una parte di essa soltanto”. Il pensiero dello studioso può in realtà essere esteso a tutta la raccolta e in generale a tutta l’opera del poeta senza pensare che egli si identificasse principalmente in alcuni personaggi e senza dover sempre tentare di identificare i protagonisti dei suoi componimenti con personaggi del mondo politico a lui contemporaneo, o meglio evitando che queste identificazioni siano finalizzate a letture del testo assolutamente faziose.

La quarta ecloga è probabilmente la più conosciuta dell’intera raccolta, ed è quella che maggiormente nel corso dei secoli ha subìto, è il caso di dirlo, a causa delle innegabili difficoltà esegetiche di alcuni luoghi, le interpretazioni più “fantasiose”, ed in particolar modo si fa riferimento ai versi 4-10:

 

Ultima Cymaei venit iam carminis aetas,

magnus ab integro saeclorum nascitur ordo; 5

iam redit et Virgo redeunt Saturnia regna,

iam nova progenies caelo demittitur alto.

Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum

desinet ac toto surget gens aurea mundo,

casta fave Lucina; tuus iam regnat Apollo. 10

 

Samuel Palmer, Eclogue IV: Thy Very Cradle Quickens. Disegno a matita, 1876.
Samuel Palmer, Eclogue IV: Thy Very Cradle Quickens. Disegno a matita, 1876.

 

Pochi decenni dopo la morte del poeta l’identità del puer destinato a ripristinare una nuova età dell’oro risultava sconosciuta, ed era materia di indagine già per i commentatori antichi, sino ad arrivare a Lattanzio[13] il quale testimonia la diffusione sempre crescente, e a lungo accreditata, dell’interpretazione messianica dell’ecloga, attenuatasi, ma mai definitivamente scomparsa, soltanto con l’Umanesimo; esula dal discorso che si sta svolgendo un ulteriore tentativo di identificazione del pargolo in questione, anche perché è molto più importante, ai fini della nostra tematica, comprendere ciò che egli rappresenta, cioè una rinascita globale, un’età dell’oro la cui realizzazione ancora non si è concretizzata e del cui avvento si è ancora in attesa; il puer rappresenta la speranza di una nuova epoca, e probabilmente scoprire l’identità dello stesso non aggiungerebbe niente al significato del testo, poiché Virgilio potrebbe aver preso spunto dalla nascita di un qualsiasi fanciullo, ovviamente nell’ambito dell’allora gruppo politico regnante, per auspicare la venuta di tempi migliori.

L’unico dato certo in nostro possesso riguardante la IV ecloga è la data di composizione, il 40 a. C., ai tempi del consolato di Pollione, dedicatario del componimento, dopo la pace di Brindisi stipulata tra Ottaviano ed Antonio, avvenimento che giustificherebbe il clima di serenità ma soprattutto di speranzoso ottimismo che avvolge l’intero componimento e che interpreta egregiamente le aspettative nutrite non solo dal poeta ma dall’intera comunità di una distensione del clima politico da anni vessato da lotte intestine.

La dedica ad Asinio Pollione ha determinato l’identificazione del misterioso puer con il figlio del console stesso, tesi sostenuta da molti studiosi antichi e moderni tra cui A. La Penna, il quale ipotizza, seppur con qualche riserva, che il fanciullo in questione potesse essere un figlio di Pollione[14], ma il Clausen nel suo Commento alle Bucoliche, a differenza degli altri studiosi, ritiene che i lettori antichi non potevano certo nutrire dubbi sull’identità del bimbo e che il luogo fosse divenuto di incerta interpretazione solo a causa di un’errata comprensione di quanto scritto dal poeta[15].

È opinione di chi scrive, come già accennato, che l’accanimento esegetico su questo singolare luogo non debba essere considerato terapeutico, se così si può dire, per una retta comprensione del testo, anzi forse non sarebbe errato prendere maggiormente in considerazione l’ipotesi secondo la quale lo stesso poeta volesse creare un’aura di mistero intorno al puer, e forse egli stesso non aveva intenzione di attribuire al fanciullo un’identità definita[16]; infatti, benché la lettura simbolista applicata in modo eccessivo al testo abbia spesso portato a travisamenti, è lecito pensare che in alcuni casi non sia completamente da rifiutare, quindi a prescindere da chi fosse il puer, e forse sarebbe più opportuno soffermarsi sul senso globale dell’ecloga, sull’esigenza di rinascita e sui Saturnia regna (vv. 24-25), che prefigurano la Saturnia tellus del II libro delle Georgiche (v. 173), testimonianza della stretta interconnessione tra le opere virgiliane, e di come nel poeta ci fosse una sentita e realistica partecipazione al desiderio, comunemente sentito, di un generale miglioramento della condizione politica e sociale.

Nella quarta ecloga, è opinione comunemente diffusa ed accettata, è forte il desiderio di palingenesi universale; il poeta esprime quel desiderio di rinnovamento fortemente sentito da tutti e marca con i suoi versi l’inizio di una nuova era, una nuova fase della storia di Roma che trova il suo principio nella battaglia di Azio, e a questo proposito in tempi recenti una giovane studiosa, L. Passavanti[17], ha sostenuto che “in età augustea il realizzarsi della palingenesi si traduce nell’encomio del principe, nell’esaltazione e, almeno in parte, nel ‘mascheramento’ dell’effettiva realtà politica e sociale contemporanea”, affermazioni che soltanto in parte possono essere condivise e soprattutto solo parzialmente possono essere applicate a Virgilio, poiché il poeta realizza le sue opere proprio in modo tale da non dover mai formulare davvero, sino in fondo, un encomio di Ottaviano e del princeps. Nelle Bucoliche riscontriamo un clima ancora cupo e di incertezze: basti pensare all’ecloga che il poeta ha scelto per aprire la raccolta, nella quale il riferimento ad Ottaviano, lungi dall’essere “encomiastico”, si traduce essenzialmente in un atteggiamento di personale riconoscenza, e dove non c’è esaltazione dei meriti di Ottaviano né servilismo nelle parole del poeta ma solo gratitudine, sottolineata dalle parole stesse di Titiro, il quale afferma che il benefattore in questione sarà per lui sempre un deus (cf. ecl. 1, 7), ma non dice che il suo giovane benefattore debba essere equiparato a divinità.

giorgione, concerto pastorale. olio su tela, 1509. paris, musée du louvre
Giorgione, Concerto pastorale. Olio su tela, 1509. Paris, Musée du Louvre.

 

Il poeta anzi si fa interprete di un sentimento assolutamente intimo e privato preferendo delegare al personaggio di Melibeo l’espressione di sentimenti corali. In questo senso si può davvero dire che la voce del poeta è presente in tutti i personaggi che agiscono nei suoi componimenti, mentre risulta più difficile accettare l’idea che egli preferisca parlare soltanto attraverso alcuni di essi. Il clima di attesa e di speranza trova conferma nella IV ecloga e poi anche nella IX e nella X che chiude la raccolta; addirittura si ravvisa anche nella VI, famosa per la recusatio con la quale il poeta si giustifica (vv. 3-9) per la sua reticenza a cantare le battaglie e le vittorie di Ottaviano, non è ancora giunto il momento.

È come se il poeta attendesse, nell’intera raccolta, il realizzarsi di un evento che per il momento è solo in preparazione; di qui anche il senso della palingenesi che domina nella IV ecloga e che, come dicevamo, non ha valore encomiastico. Ovviamente le speranze non saranno disilluse; sono le Georgiche l’opera virgiliana nella quale tutte le aspettative e le speranze trovano finalmente realizzazione, l’opera che gli studiosi di tutti i secoli hanno sempre considerato “perfetta” e che, incastrata tra l’esordio arcadico e l’affascinante e “misteriosa” Eneide, non sempre è stata valutata in modo appropriato; con questo non si vuol certo dire che non siano stati tributati all’opera i dovuti meriti e prestate le dovute attenzioni, tutt’altro: le tre opere hanno sempre attirato le attenzioni degli studiosi di ogni tempo, ma, come si avrà modo di dire nelle sezioni del presente lavoro dedicate alle Georgiche, se di encomio si può parlare a proposito della poesia virgiliana sarebbe forse più corretto parlarne a proposito delle Georgiche (basti pensare alle laudes Italiae contenute nel II libro), e non piuttosto relativamente all’Eneide, poiché alla poesia epica Virgilio è approdato lentamente e solo nella fase finale della sua vita. Il poema epico ha richiesto al poeta un lungo periodo di preparazione, ma ciò non comporta necessariamente l’obbligo di pensare che tutta l’opera del poeta tenda alla sola Eneide. Quando il poeta finalmente “cedette”, come si sente spesso dire, alle pressanti richieste di Ottaviano e si accinse a scrivere la sua opera più famosa, la sua non fu una sottomissione al volere del futuro princeps, perché anche in quel caso egli non realizzò l’opera che Ottaviano avrebbe voluto, bensì quella che più si addiceva alle sue caratteristiche poetiche e meglio rispondeva alle sue esigenze interiori, tralasciando la menzione della storia attuale e preferendo parlare della fondazione di Roma e del mito di Enea.

Per questo motivo è lecito supporre che il poeta abbia sempre operato, sin dalle prime opere, in un clima di libertà artistica che gli consentiva di scegliere, di volta in volta, la materia del suo canto.

 

Il ritratto di Virgilio. Mosaico, I-II sec. d.C. Trier, Landesmuseum.
Il ritratto di Virgilio. Mosaico, I-II sec. d.C. Trier, Landesmuseum.

 

I riferimenti all’intera opera di Virgilio, inseriti all’interno della trattazione riservata alle Bucoliche, hanno lo scopo di chiarire il modo in cui l’intera produzione del poeta è stata spesso interpretata, e a questo proposito di seguito si cita ciò che scrive A. La Penna[18] in riferimento alla IV ecloga: “essa dà espressione a speranze di palingenesi molto diffuse nell’impero, specialmente fra i popoli orientali, che da tempo subivano il dominio rapace di Roma; nelle sofferenze delle guerre civili le attese e le speranze della nuova era miracolosa di pace si erano fatte più vive. La connessione dell’ecloga 4, attraverso un oracolo sibillino, con profezie messianiche orientali (anche se è difficile precisare quali) si può ritenere sicura; in questo senso anche l’interpretazione cristiana contiene qualche cosa di vero. In massima parte quelle profezie vedevano la palingenesi come una liberazione dell’impero romano. Naturalmente nell’ecloga 4 la palingenesi si opera dentro e sotto l’impero. Tuttavia neppure l’ecloga 4 è poesia «romana»: Roma e l’impero non vi hanno nessuna importanza centrale, la palingenesi vi ha un significato umano e religioso, ma non particolarmente romano”. La Penna ritiene che le speranze di palingenesi[19] presenti nell’ecloga sono di matrice chiaramente orientale e nascono dal desiderio di pace diffusosi a causa dei lunghi anni di guerre civili, e questo è facilmente comprensibile, ma riesce più difficile credere che nell’interpretazione cristiana ci sia qualcosa di vero, e questo per ovvi motivi ideologici. Quando lo studioso afferma che l’ecloga IV non è poesia romana, perché in essa la palingenesi ha un significato umano e religioso e non meramente politico, appare difficile collegare questa affermazione ai versi del poeta perché tutta la poesia virgiliana è poesia romana, calata cioè nella realtà degli anni nei quali si assiste all’affermazione del potere di Ottaviano, e nessuna opera virgiliana è “romana” nel senso in cui intende lo studioso, poiché Virgilio non ha mai scritto nulla che avesse lo scopo esclusivo di esaltare Ottaviano e il Principato, ed è in questo senso che ammettere una qualsiasi lettura messianica[20] dei testi potrebbe risultare fuorviante, dal momento che ciò che il poeta mette al centro dell’opera è proprio la romanità tout court.

 

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Note:

 

[1] La bibliografia riguardante i rapporti tra Teocrito è Virgilio è a dir poco sterminata, poiché nel corso dei secoli si è tentato di capire in che modo il modello greco avesse influenzato il poeta romano nell’approcciarsi ad un medesimo genere letterario che per necessità di cose doveva essere adattato alla sensibilità culturale di un pubblico certamente diverso da quello al quale si rivolgeva il poeta siracusano. A questo proposito pare opportuno, tra i tanti studi pubblicati, far riferimento a quanto scrive B. SNELL, L’Arcadia: scoperta di un paesaggio spirituale, in La cultura greca e le origini del pensiero europeo, trad. it., Torino 1963, pp. 387-418: “La poesia di Virgilio è dunque vicina all’arte classica perché i suoi componimenti non sono appunto semplici imitazioni di idilli ellenistici, ma vere e proprie opere d’arte compiute formalmente. A sua volta questo fatto dimostra che l’arte virgiliana si avvia già a diventare qualcosa di indipendente, di non legato ad alcuna circostanza determinata: insomma a un fatto di pura letteratura. La poesia, come componimento in sé perfetto, diviene per la prima volta un “oggetto di bellezza”. A Virgilio dunque interessa rappresentare nelle Egloghe le situazioni comuni della vita quotidiana, senza però realismo, bensì con una sistematica idealizzazione, e presentandole avviluppate, e quindi profondamente trasformate, dal suo sentimento”. La citazione, abbastanza estesa, di alcuni luoghi del testo di Snell sono essenziali perché anche in seguito si farà riferimento a ciò che lo studioso scrive per quanto riguarda il simbolismo e l’allegoria della poesia virgiliana, fornendoci un’autorevole testimonianza di una lunga e diffusa tradizione esegetica virgiliana; per il momento ci si limita a far notare che la distinzione tra i due poeti, calati in una diversa temperie culturale, è ben tracciata dallo studioso, per quanto alcune definizioni applicate al poeta latino, visto come emblema del classicismo, sono frutto dell’epoca in cui il filologo visse e come tali devono essere recepite con la dovuta cautela.

[2] W. CLAUSEN, A Commentary on Vergil Eclogues, Oxford 1994, p. 32, ipotizza, però, che sia più giusto identificare Virgilio nei personaggi vinti e sconfitti: “ Virgil’s sympathies are usually engaged on the side of defeca and loss; and here, in a poem praising Octavian, it is rather the dispossessed Meliboeus than the complacent Tityrus who more nearly represents Virgil”, una notazione sicuramente interessante quella del commentatore che però può essere accettata solo parzialmente poiché il “soggettivismo virgiliano”, quella fusione di empathy e sympathy (cf. B. OTIS, Virgil. A study in civilized Poetry, Oxford 1963, e l’ottima recensione al volume di Otis pubblicata da A. LA PENNA, Sul cosiddetto stile soggettivo e sul cosiddetto simbolismo di Virgilio, “DArch”, I, 1967, 220-244) gli consentirebbe un’immedesimazione in personaggi tra loro dissimili e con destini differenti, senza dover ipotizzare che il poeta si schierasse, obbligatoriamente, per una tipologia umana anziché per un’altra; inoltre il confronto con la IX ecloga ci permette di identificare, con maggiore tranquillità, il Titiro della prima riuscendo ad accontentare, si potrebbe dire, anche il Clausen, poiché nella I ecloga il poeta si immedesima in un personaggio “fortunato” nella IX in uno sconfitto, riuscendo a dare credibilità letteraria ad entrambi.

[3] buc. 1, 79-82: “Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem/ fronde super viridi: sunt nobis mitia poma,/castaneae molle set pressi copia lactis,/ et iam summa procul villa rum culmina fumant/ maioresque cadunt altis de monti bus umbras”.

[4] Della stessa opinione F. DELLA CORTE, Le Bucoliche di Virgilio, Genova 1985, p. 22, il quale ritiene che il plurale adottato da Melibeo non abbia valore enfatico ma sia un vero e proprio plurale determinato dall’esigenza di rappresentare più persone accomunate da una sorte comune. Importante il confronto anche con le ultime parole pronunciate da Melibeo poiché prima di congedarsi definitivamente il sentimento corale di cui si era fatto portatore lascia il posto ad una riflessione assolutamente personale, il senso di abbandono e di sconfitta condiviso con altri pastori si trasforma nella disperazione di un uomo nel suo sentito addio alla vita pastorale, e il fatto che il personaggio parli adesso soltanto per se stesso è sottolineato dal fatto che addirittura svolge una sorta di monologo pronunciando il suo stesso nome (vv.73-78): Insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vitis!/ Ite meae quondam felix pecus, ite capellae./ Non ego vos posta viridi proiectus in antro/ dumosa pendere procul de rupe videbo;/ carmina nulla canam; non me pascente,capellae,/ fiorente cytisum et salice carpetis amaras.

[5] Il termine è ripetuto enfaticamente due volte ai vv. 6-7; al v. 7 troviamo un ulteriore riferimento al deus (cf. illius) e poi ancora al v. 9 (ille); il poeta utilizza il termine dues senza alcuna accezione religiosa, né per riferirsi alla divinizzazione di Ottaviano, ma per esaltare il potere di quest’ultimo che per le sue prerogative può essere paragonato ad un dio.

[6] Di questa opinione sono il Clausen, nel suo già citato commento, ma già F. ARNALDI, Virgilio, Bucoliche, Milano-Messina 1966³ e successive ristampe; interessante ciò che F. DELLA CORTE, op. cit., p. 23, scrive a proposito dell’utilizzo del termine da parte di Virgilio sottolineando che ai tempi in cui il poeta scriveva le Bucoliche Ottaviano non era ancora stato deificato, ma la riflessione del commentatore, storicamente fondata, può essere modificata tenendo conto del fatto che nel 42 a.C era stato divinizzato il defunto Cesare e Ottaviano, in quanto suo erede, diventava figlio del Divus, non a caso a v. 42 si parla di uno iuvenis.

[7] F. DELLA CORTE, Genesi e palingenesi dell’allegoria virgiliana, «Maia» 36, 1984, pp. 111-122.

[8] Ibid. p. 112.

[9] Ibid. p. 121: “con l’interpretazione figurale o tipologica arriviamo a cogliere quale sia la funzione non tanto del personaggio, quanto dell’azione compiuta dal personaggio […] tale concezione non impedisce la concretezza delle immagini, né la presa di coscienza del mondo oggettivo; ma al tempo stesso consente di dare un carattere di astrazione fantastica al mondo poetico.

[10] A. LA PENNA, Sul cosiddetto…, cit., pp. 229 ss.

[11] Il della Corte nell’articolo citato più volte relativo all’allegoria virgiliana parla del “meccanicismo” tipico dell’allegoria e della “fluidità interpretativa” che caratterizza il simbolismo.

[12] M. GIGANTE, “Lettura della prima Bucolica”, in Lecturae Vergilianae, vol. I, Le Bucoliche, a cura di M. GIGANTE, Napoli 1981, pp. 31 ss.

[13] LACT. Inst. VII 24.

[14] A. LA PENNA, Bucoliche (introduzione), Milano 1978 (e successive ristampe), pp. XLIX ss.

[15] W. CLAUSEN, A Commentary on Vergil Eclogues, Oxford 1994, p. 121-122: “They [i lettori antichi] knew well enough who was meant, the expected son of Antony and Octavia and heir to Antony’s greatness – the son that never was; a daughter was born instead. Antony claimed descent from Hercules as proudly as Julius Caesar (and Octavian, his adepte son) claimed descent from Venus; thus the boy would have been descended on his father’s side from Hercules, on his mother’s from Venus, a symbol incarnate of unity and peace. Like the deified Hercules (Virgil implies) he will be exalted to heaven and there see gods mingling with heroes”.

[16] Di questa stessa opinione è anche G. PASCUCCI, “Lettura della quarta bucolica”, in Lect. Verg., vol. I, cit., p. 177, il quale sostiene che già i lettori antichi non potevano essere certi dell’identità del puer, e che lo stesso Virgilio forse non aveva in mente un bimbo “vero”: “Chi sia il puer, noi non sappiamo, né sapevano gli antichi, stando alla molteciplità e contradditorietà delle designazioni proposte, può darsi che Virgilio stesso non fosse disposto a rivelarne il segreto – ogni poesia contiene un fondo d’inviolabile mistero – o che anche non avesse in mente alcun bambino determinato”; sostenitore della medesima teoria è anche W. KRAUS, Vergils vierte Ekloge, ANRW 2, 31, 1, 1980, pp. 604 ss.

[17] L. PASSAVANTI, Laudes Italiae, l’idealizzazione dell’Italia nella letteratura latina di età augustea, Trento 2009, p. 20.

[18] A. LA PENNA, Bucoliche (introduzione), cit., p.L.

[19] Si legga a questo proposito anche ciò che scrive R. SYME, La rivoluzione romana, trad. it. Torino 1962, pp. 205-13.

[20] Si veda al riguardo L. NICASTRI, Per un’iniziazione… cit., pp. 392-403, dove lo studioso opta per un’interpretazione pre-cristiana.