Leggere Virgilio – oggi?

di M. von Albrecht, Virgilio, Bucoliche – Georgiche – Eneide. Un’introduzione, trad. A. Setaioli, Milano, Vita&Pensiero, 2012, pp. vii-x.

 

Non pochi si sono chiesti se, dopo gli orrori e le disumane atrocità del XX secolo, fosse ancora possibile scrivere poesie. Anche all’epoca di Virgilio – un secolo di guerre civili e proscrizioni – l’uomo aveva commesso le più feroci crudeltà contro l’uomo. Si anelava alla pace e al recupero della perduta solidarietà tra concittadini. Oggi (almeno nel campo dell’economia) si parla di “globalizzazione”; allora i popoli del Mediterraneo avevano raggiunto un’unità anche politica in un impero universale. Con una serie fulminea di vittorie i Romani avevano unificato il mondo d’allora, ma gli avevano offerto un cattivo esempio con le loro discordie intestine. Seguendo il modello alessandrino, la poesia si era spesso ripiegata verso il privato, il soggettivo, l’erudito. Anche il cammino di Virgilio iniziò sotto questi auspici. Da un’opera all’altra, tuttavia, il poeta si confrontò con temi e predecessori di rilievo sempre maggiore. L’Eneide fu accolta come un contributo essenziale alla formazione di una nuova identità romana. Fin da allora il pubblico dei suoi lettori abbraccia ogni fascia di età.

Il primo motivo per leggere Virgilio è il fatto che egli seppe cogliere con fine sensibilità il sentimento del suo tempo, un’epoca non meno lacerata della nostra. La poesia è l’espressione, esatta come un sismografo, delle ansie e delle speranze della sua epoca. Nella sua qualità di eminente testimone di un’epoca centrale nella storia dell’umanità, Virgilio è capace di riunire intorno a sé non solo rappresentanti di diverse discipline – storici, filologi, studiosi di religione e d’economia – ma in generale esseri umani di tutte le nazioni. Dopo decenni di guerre civili la quarta egloga di Virgilio conferisce forma compiuta alla nostalgia di pace di tutto il mondo. Le Georgiche additano al pubblico colto romano la via per la ricostruzione dell’Italia devastata, per la riconquista di un consapevole rapporto con l’ambiente e per una vita in cosciente armonia col ritmo naturale delle stagioni. La riscoperta, a livello più elevato, dei fondamenti agricoli dell’esistenza romana presuppone nel circolo responsabile uno sforzo scientifico rivolto alle conoscenze astronomiche e ad accurate osservazioni meteorologiche. Dopo che l’espansione militare è giunta per il momento alla conclusione, le Georgiche mostrano ai Romani una pacifica e avveduta alternativa alla realizzazione personale fondata sulla guerra. Non a caso, alla nostra epoca, Claude Simon cerca, nel suo romanzo Les Géorgiques, proprio sulla traccia delle Georgiche, una risposta spirituale ai problemi posti dalla più recente storia europea.

Un ulteriore motivo per il quale Virgilio è stato e continua a essere letto è la sua capacità di narrare una storia avvincente. Chi legge a dei bambini un episodio dell’Eneide sperimenta di persona che Virgilio è tra quei poeti che conquistano specialisti e profani, lettori dotti e inesperti.

Ma ciò che rende particolarmente gratificante la lettura è il modo con cui Virgilio maneggia la lingua. Mentre altri autori nascondono la loro povertà interiore sotto fronzoli stilistici, Virgilio è capace di esprimere con parole apparentemente consuete idee certamente non consuete. Sulle sue labbra ogni parola guadagna la più piena sonorità e una freschezza primordiale. Anche oggi tradurre dal linguaggio realmente vivente di Virgilio rappresenta un antidoto contro i linguaggi morti dei nostri giorni: i vuoti gusci di parole della politica e della pubblicità. Non manca perciò chi ricava vero e proprio benessere fisico dalla musicalità di qualche verso delle Bucoliche, anche se non è capace di comprendere ogni parola.

 

François P.S. Gérard, Iam que vale: feror ingenti circumdata nocte… (Georg. IV, 497). Illustrazione da P. Vergilii Maronis Opera, Parigi, P. Didot ed., 1798.

 

Un motivo importante per instaurare un nuovo dialogo con Virgilio è la concezione priva d’illusioni che il poeta ha dell’uomo. Già le Bucoliche non comunicano la fuga in un’Arcadia poetica, ma si confrontano con le dure realtà della politica. Il tentativo di Orfeo di richiamare Euridice dalla morte alla vita fallisce nelle Georgiche non per mancanza di vigore poetico, ma piuttosto per l’incontrollata passionalità di Orfeo. Lo stesso Enea, uomo fallibile, non eroe modello, non è capace di percorrere il suo cammino senza macchiarsi di colpe verso chi gli sta vicino: la sposa Creusa e l’amata Didone. Lungo è l’elenco dei giovani che si sacrificano per la propria terra: Niso, Eurialo, Lauso, Camilla, Pallante… Con Palinuro entra in gioco la problematica della morte al posto di altri. Il re Tarconte invoca un felice approdo per i suoi – al prezzo di sfracellarsi con la propria nave. Servitore del suo popolo, non di se stesso, Enea acquista con la propria rinuncia personale la sopravvivenza della tradizione troiana nei propri discendenti romani. Non eroe tipico in senso tradizionale né “anti-eroe”, non fallisce il suo scopo, ma non gli è dato realizzare le sue aspirazioni personali. È sempre in cammino e si ha il sospetto che la maledizione scagliatagli contro da Didone si realizzi. Il suo cammino non è vano, ma raramente per lui il successo diviene visibile o comprensibile. Tra incertezze e pericoli egli rappresenta un tipo umano nuovo, che ha forse più cose da dire a noi uomini d’oggi che alle precedenti generazioni.

Il motivo seguente per confrontarsi con Virgilio è la sua ricerca dei fattori che rendono possibile una convivenza degna dell’uomo. Come il rapporto con la natura, anche le relazioni umane erano in quel tempo contrassegnate dall’allentarsi dei vincoli tradizionali. La società e la famiglia cominciavano a perdere significato per gli individui. L’Eneide cerca di riannodare in una maniera nuova i fili disciolti, mostrando in che modo i Romani avrebbero potuto mostrarsi degni del compito che la storia del mondo aveva loro affidato. Dietro il legato certo più durevole lasciato dai Romani al mondo, il diritto, si celano principi che Virgilio ha saputo enucleare. La lingua latina è ricca di parole che designano rapporti di correlazione e perciò possono essere rese attraverso due concetti complementari: il patto generazionale è indicato da pietas, “amore paterno” e “amore filiale”. Tra i contraenti di un accordo regna la fides – allo stesso tempo “fiducia” e “affidabilità”. Enea tiene fede tenacemente ai patti – fino alla solidarietà con il nemico. Si interpone disarmato tra i combattenti – un comportamento che va ben oltre il codice d’onore degli eroi o anche di ciò che ci si attendeva da un romano dell’epoca dei gladiatori. Certo, Enea è un romano, non un santo, nell’ira e nella vendetta giustificata, ma l’esaltazione romantica della guerra è lontana da Virgilio. Infine il mito virgiliano della fusione di Troiani, Etruschi e Latini, come pure la piega positiva conferita dal poeta ai rapporti tra Greci e Romani, corrisponde alla reale apertura di Roma agli influssi stranieri.

Un motivo ulteriore per prendere in mano le opere di Virgilio è la forza d’animo con cui, contro ogni apparenza, si mantiene fedele all’idea che la storia si muove verso uno scopo positivo. Lontana com’è da ogni superficiale ottimismo, la fede di Virgilio nel futuro di Roma è comprensibile solo nel senso di un “nonostante tutto”: contrariamente all’Iliade di Omero, il cui fine ultimo è la distruzione di una polis, l’Eneide tende alla nascita di una città – una visione che (a differenza della concezione platonica della ciclicità della storia mondiale) prepara la successiva filosofia della storia, quale si svilupperà a partire da Agostino. Virgilio prende realmente sul serio il compito del poeta di essere maestro del suo popolo: un maestro che non monta mai in cattedra ed è responsabile solo verso la propria coscienza. Egli, certo non è un profeta, ma (come dice Dante) somiglia a un uomo che porta una fiaccola dietro di sé; resta al buio, ma illumina la strada per chi lo segue (“Facesti come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte”: Purg. 22, 67 ss.).

 

Virgilio in cattedra, rappresentato con la berretta dottorale e le braccia poggiate su un leggio che reca incisa l’iscrizione «Virgilius Mantuanus Poetarum Clarrisimus». Altorilievo, marmo bianco, 1227. Mantova, P.zza Broletto, edicola della facciata del P.zzo del Podestà. Sulla base, una lastra di marmo reca incisa l’iscrizione: «Millenis lapsis annis D(omi)niq(ue) ducentis / bisq(ue) decem iunctis septemq(ue) sequentibus illos / uir constans a(n)i(m)o fortis sapiensq(ue) benignus / Laudarengus honestis moribus undiq(ue) plenus / hanc fieri, lector, fecit qua(m) conspicis ede(m). / Tunc aderant secu(m) ciuili iure periti / Brixia quem genuit Bonacursius alter eorum, / Iacobus alter erat, Bononia quem tulit alta».

 

Un motivo che più di ogni altro ci rende Virgilio vicino è il suo pensiero lontano da ogni dottrinarismo e la sua dote speciale di saper trasformare il linguaggio in origine prettamente visivo dell’epica in una lingua dell’anima. Sa riconoscere archetipi primordiali, possibilità nascoste di sviluppo futuro. Riesce perciò a dar forma non a un’“epica in alambicco” ma a un mito capace di agire nel tempo, che – fatto sorprendente in un’età posteriore alla nascita della filosofia – fu accolto dalla comunità come espressione della propria vera identità – di una Roma come avrebbe dovuto essere.

Vale inoltre la pena di leggere Virgilio perché lui stesso è un maestro della lettura: legge in profondità nel libro della natura e della storia, ma anche in maniera creativa nei testi letterari. Il suo modo di rapportarsi a Omero e ad altri predecessori è un esempio di come un vero poeta riesce a far compiutamente proprio quello che legge: tante scene “omeriche” sono in ancor più intimo collegamento con l’Eneide nel suo complesso che con il loro contesto originale. Enea mostra bensì somiglianze con Ulisse, ma aggiunge al tipo odissiaco un nuovo legame con la comunità e una dimensione storica universale. D’altro canto Virgilio accoglie dagli autori ellenistici l’affinata consapevolezza artistica e l’eleganza del gusto, ma non la loro inclinazione al frivolo.

Chi cerca una risposta alla domanda posta all’inizio, se la poesia sia ancora possibile in un’epoca impoetica, scoprirà dunque in Virgilio un interlocutore di sorprendente modernità: un poeta che ragiona, ma che, nonostante il carattere riflessivo della sua poesia, conserva una visione totalizzante e una forza linguistica primigenia. Oggi – dopo il superamento dell’“estetica del genio” e dell’ideale dell’“arte per l’arte” – Virgilio costituisce un modello attuale di una nuova concezione del poeta rivolta verso il futuro.

Non ultimo incentivo a rivolgersi con rinnovato interesse all’opera di Virgilio può essere se non altro costituito dal desiderio di smentire la sciocca opinione secondo cui Virgilio, il poeta dell’Europa, sarebbe oggi largamente sconosciuto in Europa.

Sol tibi signa dabit

da F. PIAZZI, A. GIORDANO RAMPIONI, Multa per aequora: Letteratura, antologia e autori della lingua latina. Vol. 2, Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 43-44; 46.

Eclissi solare, 20 marzo 2015.

 

Virgilio, Georgiche I 463-471.

Dalla parte didascalica dedicata ai fenomeni naturali Virgilio passa al famoso finale dei presagi della morte di Cesare. Sono cupamente presenti i prodigi naturali che preannunciano tristi avvenimenti per i Romani. L’uccisione di Cesare è fatto tragico non solo in sé, ma soprattutto per le sventure che ne conseguono […]

Il passaggio fra la parte didascalica e il finale è fornito dalla convinzione degli antichi che fenomeni come le macchie solari presagiscono catastrofi sulla terra. Solem, l’astro premonitore, in posizione iniziale del secondo emistichio, costituito da un’interrogativa retorica quis audeat (con il verbo in rejet), sarà ripreso insistentemente dall’anaforico ille (vv. 464 e 466). Ed è l’ultima immagine di luce che scompare; seguono elementi di fosca oscurità: caecus tumultus (v. 464), operta bella (v. 465), obscura ferrugine (v. 467), fino alla totale scomparsa della luce, noctem (v. 468), per sempre, aeternam. Contribuiscono a determinare la cupezza del quadro il suono della u presente in questi versi e particolarmente insistente nel v. 467: cum caput obscura nitidum ferrugine texit in un gioco di parallitterazioni certo non casuale; il voluto accostamento obscura/nitidum rende più vivo il contrasto tra luce ed oscurità. Cadenza la premonizione la iunctura del signa dare al v. 471, riprende il sol tibi signa dabit del v. 463.

Tutti gli elementi della natura concorrono ad essa: la terra (tellus), il mare (aequora ponti), e anche gli animali, vivi rappresentanti della terra e del cielo, connotati da aggettivi dal significato magico-religioso, obscenaeque canes importunaeque volucres, personificazione del tristo messaggio soprannaturale, in un verso in cui il polisindeto e il prevalere degli spondei conferiscono solennità al dettato poetico […]

 

Sol tibi signa dabit[1]. Solem quis dicere falsum[2]

audeat? Ille etiam caecos[3] instare tumultus

saepe monet fraudemque et operta tumescere[4] bella;

ille etiam exstincto miseratus Caesare Romam,

cum caput obscura nitidum[5] ferrugine texit

impiaque aeternam timuerunt saecula noctem[6].

Tempore quamquam illo tellus quoque et aequora ponti

obscenaeque canes importunaeque volucres

signa dabant[7].

 

…il sole ti darà segni. Chi oserebbe dir falso

il sole? Spesso esso avverte persino il sopravvenire

del tumulto che rende ciechi, la preparazione di frodi e di guerre nascoste.

Quando Cesare fu assassinato, perfino esso ebbe pietà di Roma,

allorché coprì  di fosca caligine il volto luminoso

e le empie generazioni temettero una notte eterna.

Peraltro, in quell’occasione, davano segni anche la terra

e le distese del mare, le cagne in calore e gli uccelli

funesti.

 

***

Note:

 

[1] Spesso il sole preannuncia tumulti e guerre.

[2] Falsum ha la radice del verbo fallere, «ingannare, trarre in errore», quindi qui «falso» nel senso di «menzognero».

[3] Caecus in senso passivo, ma non è escluso anche il valore attivo «che rende ciechi», naturalmente a causa della passione, in questo caso, politica.

[4] Tumescere è incoativo di tumere ed ha la stessa radice di tumultus; l’immagine su cui Virgilio insiste è quella di un bubbone che si gonfia senza che nessuno se ne accorga (caecus tumultus; operta bella).

[5] L’oscuramento del sole, sottolineato dalla posizione delle parole in modo tale che i due termini contrastanti obscura e nitidum siano accostati, è dovuto al raccapriccio per quanto era accaduto. Così al sole vengono attribuiti sentimenti umani.

[6] Impius è un aggettivo spesso usato da Virgilio con riferimento alla guerra (impius miles; impius Mars); qui si allude alle guerre civili oltre che all’uccisione di Cesare; l’uso di saecula (plur. poetico) fa allusione, per opposizione, ai saecula aurea.

[7] Obscenus è recuperato qui con il significato originario magico-religioso «di cattivo augurio» (da cui deriverà quello nella lingua comune di «sudicio, laido» in senso materiale e morale); vengono così indicati tutti gli elementi della natura: il cielo, attraverso il sole, il mare, la terra, attraverso le obscenaeque canes, e l’aria, attraverso gli importunaeque volucres.