Le prodezze di Alessandro nella battaglia sul Granico, 334 a.C. (Plut. Alex. 16)

Plutarco. Vite Parallele, a cura di D. MAGNINO, Milano, BUR, 2007, pp. 68-73.

Alessandro varca il Granico (ill. di P. Connolly).

 

[16, 1] Ἐν δὲ τούτῳ τῶν Δαρείου στρατηγῶν μεγάλην δύναμιν ἡθροικότων καὶ παρατεταγμένων ἐπὶ τῇ διαβάσει τοῦ Γρανικοῦ, μάχεσθαι μὲν ἴσως ἀναγκαῖον ἦν, ὥσπερ ἐν πύλαις τῆς Ἀσίας, περὶ τῆς εἰσόδου καὶ ἀρχῆς· [2] τοῦ δὲ ποταμοῦ τὸ βάθος καὶ τὴν ἀνωμαλίαν καὶ τραχύτητα τῶν πέραν ὄχθων, πρὸς οὓς ἔδει γίνεσθαι τὴν ἀπόβασιν μετὰ μάχης, τῶν πλείστων δεδιότων, ἐνίων δὲ καὶ τὸ περὶ τὸν μῆνα νενομισμένον οἰομένων δεῖν φυλάξασθαι (Δαισίου γὰρ οὐκ εἰώθεισαν οἱ βασιλεῖς τῶν Μακεδόνων ἐξάγειν τὴν στρατιάν), τοῦτο μὲν ἐπηνωρθώσατο, [3] κελεύσας δεύτερον Ἀρτεμίσιον ἄγειν· τοῦ δὲ Παρμενίωνος, ὡς ὀψὲ τῆς ὥρας οὔσης, οὐκ ἐῶντος ἀποκινδυνεύειν, εἰπὼν αἰσχύνεσθαι τὸν Ἑλλήσποντον, εἰ φοβήσεται τὸν Γρανικὸν διαβεβηκὼς ἐκεῖνον, ἐμβάλλει τῷ ῥεύματι σὺν [4] ἴλαις ἱππέων τρισκαίδεκα· καὶ πρὸς ἐναντία βέλη καὶ τόπους ἀπορρῶγας ὅπλοις καταπεφραγμένους καὶ ἵπποις ἐλαύνων, καὶ διὰ ῥεύματος παραφέροντος καὶ περικλύζοντος, ἔδοξε μανικῶς καὶ πρὸς ἀπόνοιαν μᾶλλον ἢ γνώμῃ [5] στρατηγεῖν. οὐ μὴν ἀλλ’ ἐμφὺς τῇ διαβάσει καὶ κρατήσας τῶν τόπων χαλεπῶς καὶ μόλις, ὑγρῶν καὶ περισφαλῶν γενομένων διὰ τὸν πηλόν, εὐθὺς ἠναγκάζετο φύρδην μάχεσθαι καὶ κατ’ ἄνδρα συμπλέκεσθαι τοῖς ἐπιφερομένοις, [6] πρὶν εἰς τάξιν τινὰ καταστῆναι τοὺς διαβαίνοντας. ἐνέκειντο γὰρ κραυγῇ, καὶ τοὺς ἵππους παραβάλλοντες τοῖς ἵπποις ἐχρῶντο δόρασι καὶ ξίφεσι τῶν δοράτων συντριβέντων.

[7] ὠσαμένων δὲ πολλῶν ἐπ’ αὐτὸν (ἦν δὲ τῇ πέλτῃ καὶ τοῦ κράνους τῇ χαίτῃ διαπρεπής, ἧς ἑκατέρωθεν εἱστήκει πτερὸν λευκότητι καὶ μεγέθει θαυμαστόν), ἀκοντισθεὶς μὲν ὑπὸ τὴν ὑποπτυχίδα τοῦ θώρακος οὐκ ἐτρώθη, [8] Ῥοισάκου δὲ καὶ Σπιθριδάτου τῶν στρατηγῶν προσφερομένων ἅμα, τὸν μὲν ἐκκλίνας, Ῥοισάκῃ δὲ προεμβαλὼν τεθωρακισμένῳ τὸ δόρυ καὶ κατακλάσας, οὕτως [9] ἐπὶ τὸ ἐγχειρίδιον ὥρμησε. συμπεπτωκότων δ’ αὐτῶν, ὁ Σπιθριδάτης ὑποστήσας ἐκ πλαγίων τὸν ἵππον καὶ μετὰ [10] σπουδῆς συνεξαναστάς, κοπίδι βαρβαρικῇ κατήνεγκε, καὶ τὸν μὲν λόφον ἀπέρραξε μετὰ θατέρου πτεροῦ, τὸ δὲ κράνος πρὸς τὴν πληγὴν ἀκριβῶς καὶ μόλις ἀντέσχεν, ὥστε τῶν πρώτων ψαῦσαι τριχῶν τὴν πτέρυγα τῆς κοπίδος.

[11] ἑτέραν δὲ τὸν Σπιθριδάτην πάλιν ἐπαιρόμενον ἔφθασε Κλεῖτος ὁ μέλας τῷ ξυστῷ διελάσας μέσον· ὁμοῦ δὲ καὶ Ῥοισάκης ἔπεσεν, ὑπ’ Ἀλεξάνδρου ξίφει [12] πληγείς. ἐν τούτῳ δὲ κινδύνου καὶ ἀγῶνος οὔσης τῆς ἱππομαχίας, ἥ τε φάλαγξ διέβαινε τῶν Μακεδόνων, καὶ [13] συνῆγον αἱ πεζαὶ δυνάμεις. οὐ μὴν ὑπέστησαν εὐρώστως οὐδὲ πολὺν χρόνον, ἀλλ’ ἔφυγον τραπόμενοι πλὴν τῶν μισθοφόρων Ἑλλήνων· οὗτοι δὲ πρός τινι λόφῳ [14] συστάντες, ᾔτουν τὰ πιστὰ τὸν Ἀλέξανδρον. ὁ δὲ θυμῷ μᾶλλον ἢ λογισμῷ πρῶτος ἐμβαλών, τόν θ’ ἵππον ἀποβάλλει ξίφει πληγέντα διὰ τῶν πλευρῶν (ἦν δ’ ἕτερος, οὐχ ὁ Βουκεφάλας), καὶ τοὺς πλείστους τῶν ἀποθανόντων καὶ τραυματισθέντων ἐκεῖ συνέβη κινδυνεῦσαι καὶ πεσεῖν, πρὸς ἀνθρώπους ἀπεγνωκότας καὶ μαχίμους συμπλεκομένους.

[15] λέγονται δὲ πεζοὶ μὲν δισμύριοι τῶν βαρβάρων, ἱππεῖς δὲ δισχίλιοι πεντακόσιοι πεσεῖν. τῶν δὲ περὶ τὸν Ἀλέξανδρον Ἀριστόβουλός φησι (FGrH. 139 F 5) τέσσαρας καὶ τριάκοντα νεκροὺς γενέσθαι τοὺς πάντας, ὧν ἐννέα [16] πεζοὺς εἶναι. τούτων μὲν οὖν ἐκέλευσεν εἰκόνας ἀνασταθῆναι [17] χαλκᾶς, ἃς Λύσιππος εἰργάσατο. κοινούμενος δὲ τὴν νίκην τοῖς Ἕλλησιν, ἰδίᾳ μὲν τοῖς Ἀθηναίοις ἔπεμψε τῶν αἰχμαλώτων τριακοσίας ἀσπίδας, κοινῇ δὲ τοῖς ἄλλοις λαφύροις ἐκέλευσεν ἐπιγράψαι φιλοτιμοτάτην [18] ἐπιγραφήν· Ἀλέξανδρος [ὁ] Φιλίππου καὶ οἱ Ἕλληνες πλὴν Λακεδαιμονίων ἀπὸ τῶν βαρβάρων τῶν τὴν Ἀσίαν [19] κατοικούντων. ἐκπώματα δὲ καὶ πορφύρας καὶ ὅσα τοιαῦτα τῶν Περσικῶν ἔλαβε, πάντα τῇ μητρὶ πλὴν ὀλίγων ἔπεμψεν.

***

Alessandro nella zuffa contro i Persiani (ill. di R. Hook).

 

Intanto i generali di Dario avevano raccolto un grande esercito e lo avevano schierato al passaggio del fiume Granico: si era alle porte dell’Asia ed era quindi necessario lo scontro per potere entrare e affermare la supremazia. Ma la maggior parte degli ufficiali macedoni temevano per la profondità del fiume, l’irregolarità e l’asprezza della riva contrapposta, cui bisognava di necessità giungere combattendo, e alcuni che erano d’avviso che si dovesse rispettare quanto era nella tradizione per quel mese (infatti, nel mese di Daisio i re macedoni non erano soliti portare l’esercito fuori dalla patria); Alessandro ovviò a questa difficoltà ordinando di chiamare quel mese il secondo Artemisio, e quando poi Parmenione non volle che si attaccasse perché ormai era tardi, egli si buttò nella corrente con tredici squadroni di cavalieri, affermando che veniva disonorato l’Ellesponto se ora egli, dopo averlo attraversato, avesse avuto paura del Granico.

Davvero parve che egli agisse come un pazzo guidato da sconsideratezza più che da razionalità nel muovere contro i dardi avversari verso luoghi scoscesi, presidiati da fanti e cavalieri, in mezzo a una corrente che lo trascinava via sommergendolo. Persistette tuttavia nella volontà di attraversare e raggiunse a stento e con fatica quei luoghi che erano zeppi d’acqua e sdrucciolevoli per il fango; ma subito fu costretto a un confuso corpo a corpo con gli avversari prima di poter disporre i suoi, che attraversavano il fiume, in un certo ordine. I nemici, infatti, gli si buttavano addosso gridando e, accostando i cavalli ai cavalli, ricorrevano alle lance, e quando queste si fossero spezzate alle spade. Molti puntavano dritto su di lui (lo si riconosceva per lo scudo e il pennacchio dell’elmo ai lati del quale stava una penna di straordinaria grandezza e candore); raggiunto da un giavellotto al lembo inferiore della corazza, non fu però ferito, e quando Resace e Spitridate, comandanti persiani, gli si avventarono contro contemporaneamente, evitò uno dei due e, buttatosi su Resace, che era vestito di corazza, su di essa infranse la lancia e passò poi al pugnale. I due caddero a terra avvinghiati e Spitridate, di lato, con il cavallo ritto sulle zampe posteriori, egli steso ritto sul cavallo, menò giù un fendente con la scure barbarica: spezzò il cimiero con una delle penne, mentre l’elmo a stento resistette al colpo, tanto che il filo dell’ascia sfiorò i primi capelli. Mentre Spitridate levava l’arma per un secondo colpo, Clito il Nero lo prevenne e lo trapassò da parte a parte con la lancia. Nello stesso tempo cadde anche Resace, colpito dalla spada di Alessandro. Mentre la cavalleria era impegnata in questo violento scontro, la falange dei Macedoni attraversò il fiume e le fanterie vennero alle mani. I nemici, tuttavia, non resistettero a lungo né vigorosamente, ma disordinatamente fuggirono, eccetto i mercenari greci che si raccolsero su un colle e chiesero ad Alessandro di garantire loro la vita. Ma egli, procedendo per impulso più che con razionalità, caricò contro di loro e perse il cavallo trafitto da un colpo di spada al fianco (non era Bucefalo, ma un altro cavallo); e la maggior parte dei Macedoni, che caddero o furono feriti, proprio lì incontrò il proprio destino, perché lì venne a contatto con uomini che sapevano combattere e avevano perso le loro speranze.

Si dice che tra i barbari siano morti ventimila fanti e duemilacinquecento cavalieri; dei soldati di Alessandro, Aristobulo riferisce che ne caddero complessivamente trentaquattro, dei quali nove fanti, e per essi Alessandro ordinò che si erigessero statue di bronzo, realizzate da Lisippo. Volendo rendere partecipi della vittoria gli Elleni, mandò agli Ateniesi in particolare trecento scudi tolti ai prigionieri e, in generale, sul resto del bottino ordinò che si incidesse questa orgogliosissima epigrafe: «Alessandro, figlio di Filippo, e i Greci (tranne gli Spartani) le conquistarono ai barbari che abitano l’Asia». Alla madre, eccettuati pochi pezzi, mandò i vasi e la porpora e quanto di prezioso aveva sottratto ai Persiani.

Mitra, il “mediatore” (Plut., de Iside et Osiride 46 [ = Mor. 369d-e])

in P. SCARPI, B. ROSSIGNOLI (a cura di), Le religioni dei Misteri, vol. II., Samotracia, Andania, Iside, Cibele e Attisi, Mitraismo, Milano 2002, pp. 358-359; 551-552 [note].

Mitra. Frammento di bassorilievo, marmo, II sec. d.C., da Roma. Karlsruhe, Badisches Landesmuseum.

 

(369d) … 46. … Nομίζουσι γὰρ οἱ μὲν θεοὺς εἶναι δύο καθάπερ ἀντιτέχνους, τὸν μὲν ἀγαθῶν, τὸν δὲ φαύλων δημιουργόν. οἱ δὲ τὸν μὲν [γὰρ] ἀμείνονα θεόν, τὸν δὲ ἕτερον δαίμονα καλοῦσιν· ὥσπερ Ζωροάστρης ὁ μάγος, … (369e) οὗτος οὖν ἐκάλει τὸν μὲν Ὡρομάζην, τὸν δ᾽ Ἀρειμάνιον καὶ προσαπεφαίνετο τὸν μὲν ἐοικέναι φωτὶ μάλιστα τῶν αἰσθητῶν, τὸν δ᾽ ἔμπαλιν σκότῳ καὶ ἀγνοίᾳ, μέσον δ᾽ ἀμφοῖν τὸν Μίθρην εἶναι· διὸ καὶ Μίθρην Πέρσαι τὸν μεσίτην ὀνομάζουσιν· …

 

(369d) … 46. … E questi, infatti, riconoscono l’esistenza di due dèi che sono tra loro in competizione: l’uno produce il bene, l’altro il male. Vi sono quelli che chiamano dio il migliore tra i due, e l’altro, demone, come fa il mago Zoroastro[1], … (369e) E questo, allora, dava all’uno il nome di Horomazes, all’altro quello di Arimanios[2]; e, inoltre, dimostrava che l’uno, tra ciò che è percepibile con i sensi, si apparentava soprattutto alla luce e l’altro, al contrario, alle tenebre e all’ignoranza; tra i due in mezzo si collocava Mitra, che per questa ragione i Persiani chiamavano “mediatore”[3]

***

Note:

[1] Ζωροάστρης ὁ μάγος: Zoroastro, o Zarathuštra, è figura ben nota alla letteratura greca e il suo nome compare su un numero considerevole di testi greci e latini (A. de Jong, Traditions of the Magi. Zoroastrianism in Greek and Latin Literature, Leiden 1997, pp. 316-317) ed è colui che ha dato vita alla più antica delle religioni fondate, lo Zoroastrismo appunto. Il titolo di magos con cui lo individua Plutarco ne definisce il ruolo sacerdotale, sia perché i magi erano una casta sacerdotale iranica (Ps.-Dion., epist. 7, 2; Porph. abst. IV 16; CIMRM I 68), sia perché proprio Zoroastro doveva essere uno zaotar, un sacerdote esponente del clero che gestiva l’antica religione politeista iranica con cui egli, poi, entrò in rotta di collisione, quando avviò la sua rivoluzionaria riforma. Da questa riforma scaturì il suo sistema religioso fondato su un dualismo ontologico e metafisico radicale, per il quale il mondo divino è diviso tra spiriti buoni, guidati Ahura Mazdā, e spiriti cattivi, guidati da Angra Mainyu (cfr. nota a l. 5), ma la cui teologia resta un monoteismo. Si vd., in generale, G. Gnoli, Le religioni dell’Iran Antico e Zoroastro, e Id., La religione zoroastriana, in G. Filoramo (a cura di), Storia delle religioni, I. Le religioni antiche, Roma-Bari 1994, pp. 455-498 e 499-565; de Jong 1997, pp. 317-323.

[2] Ὡρομάζην… Ἀρειμάνιον: sono la trascrizione greca dei due principi del bene e del male in cui lo Zoroastrismo ripartiva il mondo divino, due principi in continuo conflitto tra di loro e incarnati rispettivamente da Ahura Mazdā, o Horomazes appunto, Ohrmazd, il «Signore Saggio», e Angra Mainyu, o Arimanios, Ahreman, lo «Spirito Malvagio» (cfr. de Jong 1997, pp. 251 sgg., 312 sgg.). Ahura Mazdā è il creatore del mondo e produttore della vita, che così appare come Bene, laddove il Male è un prodotto di Angra Mainyu, che si configura come «non vita», in quanto impossibilità di esistere.

[3] μεσίτην: in questo passo Plutarco assegna a Mitra l’epiteto di «mediatore», che può evocare il valore di «patto» del teonimo nel politeismo indo-iranico (si vd. R. Merkelbach, Mitra, Genova 1988, pp. 28-29; sopra, p. 351) come pure la posizione centrale assegnata al dio nell’antico calendario persiano: Merkelbach 1988, p. 39.

Plut. Alex. 3, 3-5 (20 luglio 356 a.C. – Nascita di Alessandro)

di PlutarcoVite parallele, Alessandro-Cesare-Pericle-Fabio Massimo, a cur. di AA.VV., Milano 2009, pp. 50-53.

 

[3] ἐγεννήθη δ᾽ οὖν Ἀλέξανδρος ἱσταμένου μηνὸς Ἑκατομβαιῶνος, ὃν Μακεδόνες Λῷον καλοῦσιν, ἕκτῃ, καθ᾽ ἣν ἡμέραν ὁ τῆς Ἐφεσίας Ἀρτέμιδος ἐνεπρήσθη νεώς ᾧ γ᾽ Ἡγησίας ὁ Μάγνης (FGrH. 142 F 3) ἐπιπεφώνηκεν ἐπιφώνημα κατασβέσαι τὴν πυρκαϊὰν ἐκείνην ὑπὸ ψυχρίας δυνάμενον εἰκότως γὰρ ἔφη καταφλεχθῆναι τὸν νεών τῆς Ἀρτέμιδος ἀσχολουμένης περὶ τὴν Ἀλεξάνδρου μαίωσιν. [4] ὅσοι δὲ τῶν μάγων ἐν Ἐφέσῳ διατρίβοντες ἔτυχον, τὸ περὶ τὸν νεών πάθος ἡγούμενοι πάθους ἑτέρου σημεῖον εἶναι, διέθεον τὰ πρόσωπα τυπτόμενοι καὶ βοῶντες ἄτην ἅμα καὶ συμφορὰν μεγάλην τῇ Ἀσίᾳ τὴν ἡμέραν ἐκείνην τετοκέναι. Φιλίππῳ δὲ ἄρτι Ποτείδαιαν ᾑρηκότι τρεῖς ἧκον [5] ἀγγελίαι κατὰ τὸν αὐτὸν χρόνον ἡ μὲν Ἰλλυριοὺς ἡττᾶσθαι μάχῃ μεγάλῃ διὰ Παρμενίωνος, ἡ δὲ Ὀλυμπίασιν ἵππῳ κέλητι νενικηκέναι, τρίτη δὲ περὶ τῆς Ἀλεξάνδρου γενέσεως, ἐφ᾽ οἷς ἡδόμενον, ὡς εἰκὸς, ἔτι μᾶλλον οἱ μάντεις ἐπῆραν ἀποφαινόμενοι τὸν παῖδα τρισὶ νίκαις συγγεγεννημένον ἀνίκητον ἔσεσθαι.

Alessandro caccia il leone. Mosaico pavimentale, III sec. a.C. Pella Museum.

Comunque sia, Alessandro nacque al principio del mese di Ecatombeone, che i Macedoni chiamano “Loo”, esattamente il sesto giorno[1], lo stesso nel quale bruciò il tempio di Artemis a Efeso[2]. Fu in questa occasione che Egesia di Magnesia[3] pronunciò quella battuta che poteva spegnare quell’incendio, fredda come era: disse, infatti, che era naturale che bruciasse il tempio di Artemis, perché la dea era impegnata a portare alla luce Alessandro. Ma i magi che si trovavano a Efeso, ritenendo che la distruzione del tempio fosse il segno di un altro disastro, correvano per la città colpendosi il volto e gridando che in quel giorno era stata generata un’altra grande sventura per l’Asia. A Filippo, che aveva appena presa Potidea, giunsero nello stesso tempo tre notizie[4]: che gli Illiri erano stati sconfitti in una grande battaglia da Parmenione; che aveva vinto a Olimpia nella corsa dei cavalli e che gli era nato Alessandro. Si compiacque delle notizie, come è naturale, ma ancor più lo esaltarono gli indovini, affermando che invincibile sarebbe stato il figlio che era nato accompagnato da tre vittorie.

Artemide. Statua, bronzo, II sec. a.C., da Efeso. London, British Museum.

 

***

Note:

[1] La determinazione cronologica è di estrema difficoltà: sembra si sia trattato del 20 luglio 356 a.C.

[2] A Efeso furono costruiti successivamente parecchi templi in onore di Artemis: quello cui qui si allude fu incendiato da un certo Erostrato, che intendeva in tal modo guadagnarsi fama perenne.

[3] Nativo di Magnesia sul Sipilo, fu autore di una storia di Alessandro ed esponente di rilievo di una scuola retorica definita “asiana”, che Cicerone critica severamente.

[4] Certamente questo sincronismo non è esistito, ed è ricordato per motivi adulatori; infatti, Filippo prese Potidea nella primavera del 356, mentre la vittoria di Parmenione sugli Illiri è dell’estate dello stesso anno; i giochi ebbero poi luogo nel luglio-agosto del medesimo.

Diana alla luce della luna

di MORISI L., Diana alla luce della luna (Catull. 34. 15 s. e le insidie dell’etimologia), Lexis 19 (2001), pp. 283-287.

 

 

Sis quocumque tibi placet / sancta nomine (Catull. 34. 21 s.): «sii onorata con qualunque nome di piaccia». La stilizzata movenza che avvia alla chiusa del catulliano inno a Diana, ove è il riflesso del canto (e consueto) pragmatismo con cui l’orante intende tutelarsi dal rischio di invocare la divinità con appellativi che non le competono, o peggio di ometterne le specifiche denominazioni cultuali[1], si presta con particolare opportunità a riferirsi a una dea (Hor. Carm. 3, 22, 4: diua triformis) che è, a un tempo, una e trina (34, 13-16):

 

tu Lucina dolentibus

Iuno dicta puerperis,

tu potens Triuia et notho es

dicta lumine Luna.

 

Allorché, infatti, l’antica divinità italica preposta a esercitare un proprio autonomo ruolo nella sfera relativa alla fecondità – in virtù, pare, di un’origine ctonia, che tuttavia le inibì la dotazione di alcune prerogative di carattere uranio[2] – finì per essere accostata, quando non sovrapposta, all’Artemide greca, di quest’ultima ereditò ben presto e senza conflitti, come fu spesso a Roma, le diverse competenze e investiture. Fatta oggetto di una confusa azione sincretistica, per altro ben lungi dal non essere, talora, ignorata, Diana assume così i tratti di Iuno Lucina, la dea che tutela il parto, quelli più sfumati di Ecate, la misteriosa entità demoniaca signora dei crocicchi, degli spiriti notturni e con imprecise implicazioni nel campo della magia, Triuia[3] appunto, nonché il ruolo di dea della luna, quasi un diritto “transitivo” (su scorta stoica) della sorella di Apollo. Gli effetti complessivi di una tale articolazione, caratterizzata da ininterrotte osmosi e contaminazioni[4] (il fatto che delle tre dee una si chiamasse «Trivia», dopotutto, non contribuiva a semplificare le cose) sono visibili nelle congestionate testimonianze di Varrone e Cicerone, non a caso percorse da un duplice denominatore, la luce e il tre. Se l’uno alza appena lo sguardo dalle strade al cielo (ling. Lat. 7, 16):

 

Triuia Diana est, ab eo dicta Triuia, quod in triuio ponitur fere in oppidis Graecis uel quod luna dicitur esse, quae in caelo tribus uiis mouetur, in altitudinem et latitudinem et longitudinem,

 

e troverà l’implicita approvazione di Plutarco (de fac. in orbe lun. 24, 937f), l’altro vede reificate quelle allegorie nella verità di un rapporto etimologico (nat. deor. 2 68, s.):

 

Dianam autem et lunam eandem esse putant, cum […] luna a lucendo nominata sit; eadem est enim Lucina, itaque ut apud Graecos Dianam eamque Luciferam sic apud nostros Iunonem Lucinam in pariendo inuocant. […] (69) Diana dicta quia noctu quasi diem efficeret. Adhibetur autem ad partus, quod i maturescunt aut septem non numquam aut ut plenumque nouem lunae cursibus[5].

Paul-Jacques-Aimé Baudry, Diana Reposing. Olio su tavola di mogano, 1859 c. Baltimora, Walters Art Museum.

 

Non sappiamo per chi e in quale contesto Catullo abbia composto il suo inno; può darsi che l’occasione fosse un omaggio ‘privato’ alla dea, calcato sulle forme di una celebrazione liturgica – come pare provato dal colorito romano dell’attacco (Dianae sumus in fide)  e dalla menzione in explicit, a chiudere anularmente la struttura, della «stirpe di Romolo» – ma verisimilmente escluso dalla pubblicità di una performance rituale: non importa verificarlo, se mai possibile, in questa sede. Più memorabile è il fatto che Catullo aspiri a impreziosire alessandrinamente il suo dettato operando una strategia tutta giocata sulla riduzione e sul rimosso: non solo opta per la versione meno nota della leggendaria nascita della dea (vv. 7 s.), trascurando poi di ricordarne l’immediata prerogativa, quella di essere signora delle fiere e protettrice della caccia, ovvia al lettore educato che si prospetta: tale processo di riduzione, cui risponde sul piano stilistico l’alleggerimento di una (troppo) intensa sequenza allitterante, egli pone in atto anche nella riscrittura allusiva di un modello lucreziano, chiarita da una riconoscibile spia lessicale. La memoria, secondo un modulo riscontrabile altrove in Catullo, non gravita qui sull’innovazione né sullo scarto, ma funziona piuttosto come scelta, comunque connotante, tra opzioni già occupate (a cauzione, per inciso, della possibilità stessa di orientare il rapporto imitativo), omaggio riconosciuto all’autorità di chi detiene le competenze del naturalista e del poeta («la luce della luna può essere “falsa”, lo dice anche Lucrezio») nondimeno congiunta al prestigio di una tradizione antica che affonda le sue radici nel pensiero presocratico[6] (Lucr. 5, 575 s.):

 

lunaque siue notho fertur loca lumine[7] lustrans

siue suam proprio iactat de corpore lucem.

 

Leocare, Diana cacciatrice. Copia romana di un originale greco del IV secolo a.C. Paris, Musée du Louvre.

 

È interessante notare come anche Lucrezio in un’anticipazione delle teorie prevalenti e approvate da Epicuro (cfr. epist. Pyth. 94) sull’origine della luce lunare (luce propria o riflessa), condensate in un distico risonante, sacrifichi senza difficoltà una terza ipotesi (una luna sempre nuova si rigenera quotidianamente), descritta insieme alle altre, poco più avanti. Pur incardinata su un modello argomentativo a base analogica, caro a Lucrezio[8], e anche trascurandosi quella censura preventiva, si capisce che quest’ultima ha minor peso delle prime due, indebolita dalla stessa movenza sintattica che la introduce (5, 731: denique cur nequeat…): la sua fondatezza, meno scientifica che dialettica, risiede piuttosto nell’impossibilità di dimostrarne il contrario.

A designare la non autoctonia del tenue chiarore lunare, nothus appare vocabolo ben scelto. Prestito originariamente della lingua del diritto, è risorsa di cui i Latini fruiscono, colmando una loro lacuna lessicale, vuoi per denotare una particolare casistica esclusa dalla disciplina giuridica romana[9], vuoi, soprattutto, per profittare di suggestioni più aperte e variamente negoziabili: tant’è vero che l’àmbito di tale riuso latino, come avvisa M. Zicari, è per lo più greco, quand’anche solo per ascendenza letteraria[10]. E un precisa tradizione dossografica (greca), nota ancora mezzo secolo dopo a Filone Alessandrino[11], Catullo avrà forse inteso alludere, ma con un’ulteriore, almeno così parrebbe, motivazione contestuale: convertendo cioè quell’atto imitativo, nel caricare notho[12] di una debole accezione concessiva («sei detta Luna a motivo della luce, che pure è riflessa»), in un invito a mediare su un paradosso etimologico. Paradosso acuito dall’opposizione, contestualmente rilevata da una simmetria chiastica, rispetto a Lucina…dicta, che non è soltanto un modo per sottolineare quanto l’etimo di Lucina sia invece ovvio ed evidente, ma piuttosto per coinvolgere del lettore, dopo la sfera ‘calda’ dell’emotività (evocando una figura cara alla tradizione popolare), quella più ‘fredda’ dell’intelletto. Che luna, infatti, debba il suo nome alla luce, malgrado questa non le sia attributo costante né tantomeno suo proprio, è un dato che può legittimamente incuriosire; più ancora, però, se il merito, involontario, di aver contribuito a svelare l’arcano debba essere riconosciuto non a un latino, ma a un greco.

 ***

[1] Esemplare, al riguardo, l’equilibrio tra completezza e vaghezza dell’invocazione con cui Lucio, esasperato dal perdurare della sua condizione asinina, rivolge una supplica alla Luna (Apul. Met. 11, 2): regina caeli, siue tu Ceres…, seu tu caelestis Venus…, seu Phoebi soror…, seu… horrenda Proserpina triformi facie…, quoquo nomine, quoquo ritu, quaqua facie te fas est inuocare (L. Pasetti, La morfologia della preghiera nelle Metamorfosi di Apuleio, Eikasmos 10, 1999, 247-71; sull’approccio formale e contrattuale nei confronti del divino, da parte dei Romani, oltre alle ormai classiche pagine di E. Norden, Agnostos Theos, Leipzig-Berlin 1913 [= Darmstad 1971], è utile il materiale raccolto da G.B. Pighi, La poesia religiosa romana. Testi e frammenti…, Bologna 1958, così come la messa a punto di C. De Meo, Lingue tecniche del latino, Bologna 19862, 133-66; un contributo recente, senza significative novità, è quello di Ch. Guittard, Invocations et structures théologiques dans la prière à Rome, REL 76, 1998, 71-92).

[2] Una discussione più impegnativa può rinvenirsi in N. Scivoletto, L’inno a Diana di Catullo, in AA.VV., Filologia e forme letterarie. Studi offerti a Francesco della Corte, II, Urbino 1987, 357-74 (a minima integrazione si consideri A.E. Gordon, On the Origin of Diana, TAPhA 63, 1932, 177-91, per quanto rielaborato nel successivo, e citato, The Cult of Aricia, Berkeley 1934); sull’ipotesi che vuole attribuito a Diana un complesso intreccio di caratteri ctoni e urani (nel nome stesso si avverte l’attivazione etimologica di dius / dies, preziosamente comprovata, ad es., dalla scansione virgiliana di Aen. 1, 499: Diana, più problematico è verificarla in Catullo, data la mobilità della base bisillabica del gliconeo), soprattutto le pp. 363 s. Su genere letterario, tematica e destinazione del carme, si veda anche la sintesi di B. Németh, Der Diana-Hymnus (c. 34) von Catull. Analyse und Schlußfolgerungen, ACUSD 12, 1976, 37-45.

[3] Noto ad Ennio (scen. 121 V.2 [= 363 J.]) e a Lucrezio (1. 84), è appellativo (quando si escluda per certo l’inverso) calcato su τριοδίτις, il cui conio parrebbe logico supporre in età più alta, verosimilmente alessandrina, rispetto a quelle di Plutarco (mor. 937e) e di Ateneo (325a).

[4] Di cui sia prova, a titolo di esempio, questo verso euripideo (Hel. 569): ὦ φωσφόρ᾽ Ἑκάτη, πέμπε φάσματ᾽ εὐμενῆ; parimenti con «Trivia» è indicata la luna in Catull. 66, 5, come sarà in Dante (Par. 23, 25 s.): «quale ne’ plenilunii sereni / Trivia ride tra le ninfe etterne…».

[5] Cfr. ancora Varro, ling. Lat. 5, 68: luna quod sola lucet noctu; [69]: quae ideo quoque uidetur ob Latinis Iuno Lucina dicta, quod est et terra, ut physici dicunt, et lucet; Isid. Orig. 3, 71, 2: luna dicta quasi Lucina, oblata media syllaba; […] sumpsit autem nomen per deriuationem a solis luce, eo quod ab eo lumen accipiat, acceptum reddat (R. Maltby, A Lexicon of Latin Etymologies, Leeds 1991, 351).

[6] Cfr. Parmen. fr. B 14 D.-K.7: νυκτιφαὲς περὶ γαῖαν ἀλώμενον ἀλλότριον φῶς tra i dubia il fr. B 21: ὅθεν ψευδοφανῆ τὸν ἀστέρα [scil. τὴν σελήνην] καλεῖ.

[7] L’argomento, al fine di un’attribuzione di paternità, si capisce, non è probante, però è notevole il fatto che Apuleio, recuperando alla memoria l’eco della iunctura, la riferisca senz’altro a Lucrezio (deo Socr. 1, contaminando i due versi): … ut uerbis utar Lucreti, notham iactat de corpore lucem [scil. Luna]. I contesti e la struttura dei movimenti argomentativi non sono lontani, ma sono opposte le prospettive, ed è chiaro che Apuleio, se non forse provocatoriamente in un’operetta che è solo un brillante esercizio di stile sulla demonologia medioplatonica, non voglia cercare accrediti in Lucrezio, semmai il piacere di una citazione poetica a scopo di ornato (come altrove, in quelle stesse pagine, richiamando Plauto, Ennio, Terenzio, Accio e Virgilio); e Catullo (senz’altro in auge, con i neoteroi, nel II sec. d.C.), tanto più il Catullo “religioso” e impegnato del c. 34, avrebbe ben soddisfatto a tale necessità. Non sarà dunque per scrupolo se subito dopo Apuelio si affretta a precisare che (ibidem 2) utracumque harum uera sententia est [se la luna brilli di luce propria o rifletta i raggi del sole], … tamen neque de luna neque de sole quisquam Graecus aut barbarus facile cunctauerit deos esse.

[8] D’obbligo il rinvio a A. Schiesaro, Simulacrum et imago. Gli argomenti analogici nel ‘De rerum natura’, Pisa 1990.

[9] Cfr. Quint. 3, 6, 96 s.: nothus ante legitimum natus legitimus filius sit… [97] Nothum, qui non sit legitimus, Graeci uocant; Latinum rei nomen, ut Cato quoque in oratione quadam testatus est, non habemus ideoque utimur peregrino.

[10] A partire dal problema dell’ibridazione latina di vocaboli greci, discusso da Varrone (ling. Lat. 10, 69-71), per non dire dei prodigiosi puledri che Circe ottenne da un destriero (rubato) dal cocchio paterno e una comune cavalla (Verg. Aen. 7, 282 s.), sino all’illegittimità della nascita del troiano Antifate, figlio di Sarpedonte e di madre tebana (Verg. Aen. 9, 696 s.) o di Ippolito, la cui madre non fu sposa, bensì preda di guerra di Teseo (Ov. Her. 4, 121 s.): M. Zicari, Nothus in Lucr. 5, 575 e in Catull. 34, 15, in AA.VV., Studia Florentina Alexandro Ronconi sexagenario oblata, Roma 1970, 526 s. [= Studi catulliani, Urbino 1978, 182 s.]. In parte diverso è il discorso su notha mulier di Catull. 63, 27, con cui si delegittima la pretesa sessualità femminile di Attis. Nell’epiteto, da un lato coerente all’atmosfera grecizzante del carme, va piuttosto riconosciuto, quale arricchimento connotativo, una spia del complesso rapporto di integrazione fra le Gallae (che Attis incita chiamandole Maenades) e il loro contraltare cultuale, le Baccanti (Eur. Bacch. 1060): οὐκ ἐξικνοῦμαι μαινάδων ὄσσοις νόθων, dove è evidente che di quelle, non dubitandosi della loro sessualità, si vuole sottolineata l’orrenda trasfigurazione, per effetto dell’invasamento del dio, in esseri furiosi, donne cioè non più donne, in belve assetate di sangue (Gaio Valerio Catullo, Attis [carmen LXIII]), a cura di L. Morisi, Bologna 1999, ad loc.).

[11] Philo Alex. de somn. 1, 23: τι δέ, σελήνη πότερον γνήσιον ή νόθον έπιφέρεται φέγγος ήλιακας έπιλαμπόμενον ακτίσιν; dilemma riproposto più avanti in 1, 53.

[12] Ne percepisce l’ambiguità semantica lo Zicari, Nothus, 184: «ma “falso” può o dire soltanto che l’irraggiamento della luce della luna è apparente, non “genuino”, in quanto l’astro non l’emana proprio de corpore; o descrivere piuttosto l’effetto di questo fenomeno, cioè la qualità della luce che ne risulta. Questa duplice possibilità espressiva a me sembra insita nella parola stessa», pur incline, in definitiva, a privilegiare la seconda opzione (185): «non importa qui la nozione che i raggi solari sono riflessi dall’astro, bensì rievocare alla fantasia il mite fulgore lunare». Németh e Scivoletto (più decisamente quest’ultimo), invece, vedono in notho un ablativo di qualità (artt. citt., rispettivamente pp. 368 e 42). Più facile concordare con D.F.S. Thomson (Catullus. Edited with a Textual and Interpretive Commentary, Toronto-Buffalo-London 1997, ad loc.): «the emphasis is on lumine, not on notho: “you are given the name Luna because of the light (lumen), which is ‹not your own but› reflected (notho)”».

***

 

Bibliografia ulteriore:

L. Fratantuono, Montium Domina: Catullus’ Diana, Rome, and the Moon’s Bastard Light, AC 58 (2015), pp. 27-46.

L. Kronenberg, Catullus 34 and Valerius Cato’s Diana, Paideia 73 (2018), pp. 157-173.

La battaglia di Tapso (6 aprile 46 a.C.)

da Plutarco, Vita di Cesare, 52-53 in D. Magnino, A. La Penna (eds.), Plutarco. Vite parallele: Alessandro – Cesare, testo greco a fronte, Milano, BUR, 2007, pp. 422-427.

 

La battaglia di Tapso. Illustrazione di Igor Dzis.

 

52. τῶν δὲ περὶ Κάτωνα καὶ Σκηπίωνα μετὰ τὴν ἐν Φαρσάλῳ μάχην εἰς Λιβύην φυγόντων κἀκεῖ, τοῦ βασιλέως Ἰόβα βοηθοῦντος αὐτοῖς, ἠθροικότων δυνάμεις ἀξιολόγους, ἔγνω στρατεύειν ὁ Καῖσαρ ἐπ᾽ αὐτούς· καὶ περὶ τροπὰς χειμερινὰς διαβὰς εἰς Σικελίαν, καὶ βουλόμενος εὐθὺς ἀποκόψαι Τῶν περὶ αὐτὸν ἡγεμόνων ἅπασαν ἐλπίδα μελλήσεως καὶ διατριβῆς, ἐπὶ τοῦ κλύσματος ἔπηξε τὴν ἑαυτοῦ σκηνήν καὶ γενομένου πνεύματος ἐμβὰς ἀνήχθη μετὰ τρισχιλίων πεζῶν καὶ ἱππέων ὀλίγων, ἀποβιβάσας δὲ τούτους λαθών ἀνήχθη πάλιν, ὑπὲρ τῆς μείζονος ὀρρωδῶν δυνάμεως· καὶ κατὰ θάλατταν οὖσιν ἤδη προστυχών κατήγαγεν ἅπαντας εἰς τὸ στρατόπεδον. πυνθανόμενος δὲ χρησμῷ τινι παλαιῷ θαρρεῖν τοὺς πολεμίους, ὡς προσῆκον ἀεὶ τῷ Σκηπιώνων γένει κρατεῖν ἐν Λιβύῃ, χαλεπὸν εἰπεῖν εἴτε φλαυρίζων ἐν παιδιᾷ τινι τὸν Σκηπίωνα στρατηγοῦντα Τῶν πολεμίων, εἴτε καὶ σπουδῇ τὸν οἰωνὸν οἰκειούμενος, ἦν γὰρ καὶ παρ᾽ αὐτῷ τις ἄνθρωπος ἄλλως μὲν εὐκαταφρόνητος καὶ παρημελημένος, οἰκίας δὲ τῆς ‘ Ἀφρικανῶν Σκηπίων ἐκαλεῖτο Σαλλουστίων, τοῦτον ἐν ταῖς μάχαις προέταττεν ὥσπερ ἡγεμόνα τῆς στρατιᾶς, ἀναγκαζόμενος πολλάκις ἐξάπτεσθαι Τῶν πολεμίων καὶ φιλομαχεῖν. ἦν γὰρ οὔτε σῖτος τοῖς ἀνδράσιν ἄφθονος οὔτε ὑποζυγίοις χιλός, ἀλλὰ βρύοις ἠναγκάζοντο θαλαττίοις, ἀποπλυθείσης τῆς ἁλμυρίδος, ὀλίγην ἄγρωστιν ὥσπερ ἥδυσμα παραμιγνύντες ἐπάγειν τοὺς ἵππους, οἱ γὰρ Νομάδες ἐπιφαινόμενοι πολλοὶ καὶ ταχεῖς ἑκάστοτε κατεῖχον τὴν χώραν καί ποτε Τῶν Καίσαρος ἱππέων σχολὴν ἀγόντων ἔτυχε γὰρ αὐτοῖς ἀνὴρ Λίβυς ἐπιδεικνύμενος ὄρχησιν ἅμα καὶ μοναυλῶν θαύματος ἀξίως, οἱ δὲ τερπόμενοι καθῆντο τοῖς παισὶ τοὺς ἵππους ἐπιτρέψαντες, ἐξαίφνης περιελθόντες ἐμβάλλουσιν οἱ πολέμιοι, καὶ τοὺς μὲν αὐτοῦ κτείνουσι, τοῖς δὲ εἰς τὸ στρατόπεδον προτροπάδην ἐλαυνομένοις συνεισέπεσον. εἰ δὲ μὴ Καῖσαρ αὐτός, ἅμα δὲ Καίσαρι Πολλίων Ἀσίννιος βοηθοῦντες ἐκ τοῦ χάρακος ἔσχον τὴν φυγήν, διεπέπρακτ᾽ ἂν ὁ πόλεμος, ἔστι δ᾽ ὅτε καὶ καθ᾽ ἑτέραν μάχην ἐπλεονέκτησαν οἱ πολέμιοι συμπλοκῆς γενομένης, ἐν ᾗ Καῖσαρ τὸν ἀετοφόρον φεύγοντα λέγεται κατασχὼν ἐκ τοῦ αὐχένος ἀναστρέψαι καὶ εἰπεῖν “ἐνταῦθα εἰσιν οἱ πολέμιοι”.

 

Elefante africano. Mosaico, II-III sec. d.C. Tunisi, Musée nationale du Bardo.

 

53. τούτοις μέντοι τοῖς προτερήμασιν ἐπήρθη Σκηπίων μάχῃ κριθῆναι καὶ καταλιπὼν χωρὶς μὲν Ἀφράνιον, χωρὶς δὲ Ἰόβαν δι᾽ ὀλίγου στρατοπεδεύοντας, αὐτὸς ἐτείχιζεν ὑπὲρ λίμνης ἔρυμα τῷ στρατοπέδῳ περὶ πόλιν Θάψον, ὡς εἴη πᾶσιν ἐπὶ τὴν μάχην ὁρμητήριον καὶ καταφυγή. πονουμένῳ δὲ αὐτῷ περὶ ταῦτα Καῖσαρ ὑλώδεις τόπους καὶ προσβολὰς ἀφράστους ἔχοντας ἀμηχάνῳ τάχει διελθὼν τοὺς μὲν ἐκυκλοῦτο, τοῖς δὲ προσέβαλλε κατὰ στόμα, τρεψάμενος δὲ τούτους ἐχρῆτο τῷ καιρῷ καὶ τῇ ῥύμῃ τῆς τύχης, ὑφ᾽ ἧς αὐτοβοεὶ μὲν ᾕρει τὸ Ἀφρανίου στρατόπεδον, αὐτοβοεὶ δὲ φεύγοντος Ἰόβα διεπόρθει τὸ τῶν Νομάδων ἡμέρας δὲ μιᾶς μέρει μικρῷ τριῶν στρατοπέδων ἐγκρατὴς γεγονὼς καὶ πεντακισμυρίους τῶν πολεμίων ἀνῃρηκώς οὐδὲ πεντήκοντα τῶν ἰδίων ἀπέβαλεν. οἱ μὲν ταῦτα περὶ τῆς μάχης ἐκείνης ἀναγγέλλουσιν· οἱ δὲ οὔ φασιν αὐτὸν ἐν τῷ ἔργῳ γενέσθαι, συντάττοντος δὲ τὴν στρατιὰν καὶ διακοσμοῦντος ἅψασθαι τὸ σύνηθες νόσημα· τὸν δὲ εὐθὺς αἰσθόμενον ἀρχομένου, πρὶν ἐκταράττεσθαι καὶ καταλαμβάνεσθαι παντάπασιν ὑπὸ τοῦ πάθους τὴν αἴσθησιν ἤδη σειομένην, εἴς τινα, τῶν πλησίον πύργων κομισθῆναι καὶ διαγαγεῖν ἐν ἡσυχίᾳ, τῶν δὲ πεφευγότων ἐκ τῆς μάχης ὑπατικῶν καὶ στρατηγικῶν ἀνδρῶν οἱ μὲν ἑαυτοὺς διέφθειραν ἁλισκόμενοι, συχνοὺς δὲ Καῖσαρ ἔκτεινεν ἁλόντας.

 

Q. Cecilio Metello Pio Scipione. Africa sett., 47-46 a.C. Denario, Ar. 3,75 gr. Recto: Scipio Imp(erator). Elefante africano.

 

52. Catone e Scipione[1] dopo la battaglia di Farsalo erano fuggiti con i loro seguaci in Africa, e lì con l’aiuto del re Giuba[2] avevano radunato forze consistenti; Cesare decise di muovere contro di loro e venuto in Sicilia verso il solstizio d’inverno, volendo subito troncare le speranze di rinvio o di indugio che i suoi ufficiali nutrivano, mise le sue tende proprio in riva al mare: quando si levò il vento si imbarcò con tremila fanti e pochi cavalieri. Fatti sbarcare questi, di nuovo si mise per mare, segretamente, temendo per il grosso dell’esercito che incontrò in navigazione e che portò con il resto al campo. Qui venne a sapere che i nemici fidavano in un antico oracolo secondo il quale sempre la schiatta degli Scipioni avrebbe prevalso in Africa: ed è difficile dire se volesse farsi gioco di Scipione, comandante avversario, oppure volesse sul serio conciliarsi il vaticinio, ma siccome aveva nel suo esercito uno della casata di Scipione (per altro un uomo oscuro e diseredato), di nome Scipione Salvitto[3], lo pose sempre nelle battaglie in prima fila come comandante dell’esercito, dato che spesso era costretto a venire a contatto con i nemici e combattere. Non c’era infatti cibo sufficiente per tutti gli uomini, né foraggio per gli animali; essi erano costretti a nutrire i cavalli con piante marine, dopo averne deterso la salsedine, mescolandovi poca erba per dare un po’ di sapore. I Numidi infatti presidiavano quella regione sbucando ogni volta celermente e in gran numero; una volta, mentre i cavalieri di Cesare erano a riposo e, affidati i cavalli ai garzoni, sedevano divertendosi (un Africano faceva per loro una dimostrazione di danza e intanto suonava il flauto in modo mirabile), all’improvviso i nemici li circondano, e gli si buttano addosso, e alcuni li uccidono all’istante, altri ne inseguono mentre fuggono verso il campo in rotta. E se lo stesso Cesare, e con lui Asinio Pollione, accorsi in aiuto dal vallo non avessero frenato la fuga, la guerra si sarebbe conclusa in quel momento. Anche un’altra volta si venne alle mani e i nemici ebbero il sopravvento: in quel caso si dice che Cesare, preso per il collo l’aquilifero che fuggiva, lo fece voltare e gli disse: “Là sono i nemici!”.

 

Giuba I, re di Numdia. Testa, marmo, II sec. d.C. da Cherchell. Paris, Musée du Louvre.

 

53. Scipione fu indotto da questi successi a venire a battaglia decisiva; e lasciati da un lato Afranio e dall’altro Giuba, accampati a breve distanza, si diede a fortificare un luogo per il campo al di là del lago, vicino alla città di Tapso, perché fosse il punto di partenza per la battaglia e il luogo di rifugio per tutti. E mentre egli era affaccendato in tutto ciò, Cesare, superati con incredibile velocità i luoghi selvosi che presentavano impensate uscite, circondò una parte dei nemici, altri ne assalì frontalmente. Dopo aver volto in fuga questi, sfruttò la favorevole opportunità che la sorte gli offriva, e così al primo assalto conquistò il campo di Afranio e ugualmente al primo impeto saccheggiò quello dei Numidi, mentre Giuba si diede alla fuga: così, in una piccola parte di un sol giorno, divenne padrone di tre accampamenti, tolse di mezzo cinquantamila nemici e dei suoi non ne perse nemmeno cinquanta. Così riferiscono alcune fonti su questa battaglia; ma altre dicono che Cesare non prese parte all’assalto, perché mentre schierava in ordine l’esercito fu colto da un attacco epilettico; egli si accorse di quanto gli stava succedendo prima di uscir di sé e di essere totalmente sopraffatto dal male, e quando ormai le sue facoltà vacillavano si fece portare in una delle torri vicine e se ne stette lì tranquillo. Tra gli ex-consoli e gli ex-pretori scampati alla battaglia alcuni si uccisero al momento della cattura, parecchi ne fece uccidere Cesare dopo che furono fatti prigionieri.

Prigionieri nordafricani. Mosaico, II-III sec. d.C. Musée archaéologique de Tipaza.

 

***

Note:

[1] Q. Cecilio Metello Scipione, suocero di Pompeo, comandava a Farsalo il centro dell’esercito pompeiano. Morirà suicida in Africa dopo la battaglia di Munda, avendo guidato quella guerra come generale supremo.

[2] Giuba I, figlio di Iempsale II, re di Numidia e Getulia, fu sempre ostile a Cesare; famoso per la sua arroganza e crudeltà, nella campagna d’Africa del 46 si uccise in Zama dopo la battaglia di Tapso, prima di essere raggiunto da Cesare vittorioso.

[3] Non si sa nulla di costui; c’è questione anche per quel che riguarda il nome.