Battaglia di Porta Collina (1-2 novembre 82 a.C.)

di Plutarco, Lisandro e Silla, intr. L. Canfora e A. Keaveney, trad. e note di F.M. Muccioli e L. Ghilli, Milano 2000, pp. 452-463; testo greco dell’ed. K. Ziegler, Plutarchi Vitae parallelae, III.2, Stuttgart-Leipzig 1973(2).

 

Plut. Sull. 2930, 5

 

Ufficiale romano di età repubblicana (II-I sec. a.C.). Illustrazione di P. Connolly.

 

[29, 1] Tὸν μέντοι τελευταῖον ἀγῶνα καθάπερ ἔφεδρος ἀθλητῇ καταπόνῳ προσενεχθεὶς ὁ Σαυνίτης Τελεσῖνος ἐγγὺς ἦλθε τοῦ σφῆλαι καὶ καταβαλεῖν ἐπὶ θύραις τῆς Ῥώμης. [2] ἔσπευδε μὲν γὰρ ἅμα Λαμπωνίῳ τῷ Λευκανῷ χεῖρα πολλὴν ἀθροίσας ἐπὶ Πραινεστὸν, ὡς ἐξαρπασόμενος τῆς πολιορκίας τὸν Μάριον· [3] ἐπεὶ δὲ ᾔσθετο Σύλλαν μὲν κατὰ στόμα, Πομπήϊον δὲ κατ᾽ οὐρὰν βοηδρομοῦντας ἐπ᾽ αὐτόν, εἰργόμενος τοῦ πρόσω καὶ ὀπίσω, πολεμιστὴς ἀνὴρ καὶ μεγάλων ἀγώνων ἔμπειρος, ἄρας νυκτὸς ἐπ᾽ αὐτὴν ἐχώρει παντὶ τῷ στρατοπέδῳ τὴν Ῥώμην. [4] καὶ μικροῦ μὲν ἐδέησεν ἐμπεσεῖν εἰς ἀφύλακτον· ἀποσχὼν δὲ τῆς Κολλίνης πύλης δέκα σταδίους ἐπηυλίσατο τῇ πόλει, μεγαλοφρονῶν καὶ ταῖς ἐλπίσιν ἐπηρμένος, ὡς τοσούτους ἡγεμόνας καὶ τηλικούτους κατεστρατηγηκώς. [5] ἅμα δ᾽ ἡμέρᾳ τῶν λαμπροτάτων νέων ἐξιππασαμένων ἐπ᾽ αὐτὸν, ἄλλους τε πολλοὺς καὶ Κλαύδιον Ἄππιον εὐγενῆ καὶ ἀγαθὸν ἄνδρα κατέβαλε. [6] θορύβου δ᾽ οἷον εἰκός ὄντος ἐν τῇ πόλει, καὶ βοῆς γυναικείας καὶ διαδρομῶν ὡς ἁλισκομένων κατὰ κράτος, πρῶτος ὤφθη Βάλβος ἀπὸ Σύλλα προσελαύνων ἀνὰ κράτος ἱππεῦσιν ἑπτακοσίοις. [7] διαλιπὼν δὲ ὅσον ἀναψῦξαι τὸν ἱδρῶτα τῶν ἵππων, εἴτ᾽ αὖθις ἐγχαλινώσας, διὰ ταχέων ἐξήπτετο τῶν πολεμίων· ἐν τούτῳ δὲ καὶ Σύλλας ἐφαίνετο, καὶ τοὺς πρώτους εὐθὺς ἀριστᾶν κελεύων εἰς τάξιν καθίστη. [8] πολλὰ δὲ Δολοβέλλα καὶ Τουρκουάτου δεομένων ἐπισχεῖν καὶ μὴ κατακόπους ἔχοντα τοὺς ἄνδρας ἀποκινδυνεῦσαι περὶ τῶν ἐσχάτων, (οὐ γὰρ Κάρβωνα καὶ Μάριον, ἀλλὰ Σαυνίτας καὶ Λευκανούς, τὰ ἔχθιστα τῇ Ῥώμῃ καὶ [τὰ] πολεμικώτατα φῦλα συμφέρεσθαι), παρωσάμενος αὐτοὺς ἐκέλευσε σημαίνειν τὰς σάλπιγγας ἀρχὴν ἐφόδου, σχεδὸν εἰς ὥραν δεκάτην ἤδη τῆς ἡμέρας καταστρεφούσης. [9] γενομένου δὲ ἀγῶνος οἷος οὐχ ἕτερος, τὸ μὲν δεξιόν ἐν ᾧ Κράσσος ἐτέτακτο λαμπρῶς ἐνίκα. τῷ δὲ εὐωνύμῳ πονοῦντι καὶ κακῶς ἔχοντι Σύλλας παρεβοήθει, λευκὸν ἵππον ἔχων θυμοειδῆ καὶ ποδωκέστατον. [10] ἀφ᾽ οὗ γνωρίσαντες αὐτὸν δύο τῶν πολεμίων διετείνοντο τὰς λόγχας ὡς ἀφήσοντες· αὐτὸς μὲν οὖν οὐ προενόησε, τοῦ δ᾽ ἱπποκόμου μαστίξαντος τὸν ἵππον, ἔφθη παρενεχθεὶς τοσοῦτον, ὅσον περὶ τὴν οὐρὰν τοῦ ἵππου τὰς αἰχμὰς συμπεσούσας εἰς τὴν γῆν παγῆναι. [11] λέγεται δὲ ἔχων τι χρυσοῦν Ἀπόλλωνος ἀγαλμάτιον ἐκ Δελφῶν, ἀεὶ μὲν αὐτὸ κατὰ τὰς μάχας περιφέρειν ἐν τῷ κόλπῳ, ἀλλὰ καὶ τότε τοῦτο καταφιλεῖν, οὕτω δὴ λέγων· [12] «ὦ Πύθιε Ἄπολλον, τὸν Eὐτυχῆ Σύλλαν Κορνήλιον ἐν τοσούτοις ἀγῶσιν ἄρας λαμπρὸν καὶ μέγαν, ἐνταῦθα ῥίψεις ἐπὶ θύραις τῆς πατρίδος ἀγαγών, αἴσχιστα τοῖς ἑαυτοῦ συναπολούμενον πολίταις;». [13] τοιαῦτά φασι τὸν Σύλλαν θεοκλυτοῦντα τοὺς μὲν ἀντιβολεῖν, τοῖς δὲ ἀπειλεῖν, τῶν δὲ ἐπιλαμβάνεσθαι· [14] τέλος δὲ τοῦ εὐωνύμου συντριβέντος, ἀναμιχθέντα τοῖς φεύγουσιν εἰς τὸ στρατόπεδον καταφυγεῖν, πολλοὺς ἀποβαλόντα τῶν ἑταίρων καὶ γνωρίμων. [15] οὐκ ὀλίγοι δὲ καὶ τῶν ἐκ τῆς πόλεως ἐπὶ θέαν προελθόντες ἀπώλοντο καὶ κατεπατήθησαν, ὥστε τὴν μὲν πόλιν οἴεσθαι διαπεπρᾶχθαι, παρ᾽ ὀλίγον δὲ καὶ τὴν Μαρίου πολιορκίαν λυθῆναι, πολλῶν ἐκ τῆς τροπῆς ὠσαμένων ἐκεῖ καὶ τὸν ἐπὶ τῇ πολιορκίᾳ τεταγμένον Ὀφέλλαν Λουκρήτιον ἀναζευγνύναι κατὰ τάχος κελευόντων, ὡς ἀπολωλότος τοῦ Σύλλα καὶ τῆς Ῥώμης ἐχομένης ὑπὸ τῶν πολεμίων.

[30, 1] Ἤδη δὲ νυκτὸς οὔσης βαθείας, ἧκον εἰς τὸ τοῦ Σύλλα στρατόπεδον παρὰ τοῦ Κράσσου, δεῖπνον αὐτῷ καὶ τοῖς στρατιώταις μετιόντες· ὡς γὰρ ἐνίκησε τοὺς πολεμίους, εἰς Ἄντεμναν καταδιώξαντες ἐκεῖ κατεστρατοπέδευσαν. [2] ταῦτ᾽ οὖν πυθόμενος ὁ Σύλλας καὶ ὅτι τῶν πολεμίων οἱ πλεῖστοι διολώλασιν, ἧκεν εἰς Ἄντεμναν ἅμ᾽ ἡμέρᾳ· καὶ τρισχιλίων ἐπικηρυκευσαμένων πρὸς αὐτὸν, ὑπέσχετο δώσειν τὴν ἀσφάλειαν, εἰ κακόν τι τοὺς ἄλλους ἐργασάμενοι πολεμίους ἔλθοιεν πρὸς αὐτόν. [3] οἱ δὲ πιστεύσαντες ἐπέθεντο τοῖς λοιποῖς, καὶ πολλοὶ κατεκόπησαν ὑπ᾽ ἀλλήλων· οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τούτους καὶ τῶν ἄλλων τοὺς περιγενομένους εἰς ἑξακισχιλίους ἀθροίσας παρὰ τὸν ἱππόδρομον, ἐκάλει τὴν σύγκλητον εἰς τὸ τῆς Ἐνυοῦς ἱερόν. [4] ἅμα δ᾽ αὐτός τε λέγειν ἐνήρχετο καὶ κατέκοπτον οἱ τεταγμένοι τοὺς ἑξακισχιλίους· κραυγῆς δέ, ὡς εἰκός, ἐν χωρίῳ μικρῷ τοσούτων σφαττομένων φερομένης καὶ τῶν συγκλητικῶν ἐκπλαγέντων, ὥσπερ ἐτύγχανε λέγων ἀτρέπτῳ καὶ καθεστηκότι τῷ προσώπῳ προσέχειν ἐκέλευσεν αὐτοὺς τῷ λόγῳ, τὰ δ᾽ ἔξω γινόμενα μὴ πολυπραγμονεῖν· νουθετεῖσθαι γὰρ αὐτοῦ κελεύσαντος ἐνίους τῶν πονηρῶν.

[5] Tοῦτο καὶ τῷ βραδυτάτῳ Ῥωμαίων νοῆσαι παρέστησεν, ὡς ἀλλαγὴ τὸ χρῆμα τυραννίδος, οὐκ ἀπαλλαγὴ γέγονε. […].

 

[29] Tuttavia, nell’ultima lotta il sannita Telesino, come un atleta di riserva messo a combattere con il lottatore stanco, per poco non lo atterrò e lo abbatté alle porte di Roma. Aveva raccolto una folta schiera e, insieme a Lamponio il Lucano, si dirigeva veloce verso Preneste per liberare Mario dall’assedio; ma quando venne a sapere che Silla e Pompeo gli correvano contro, uno di fronte e uno alle spalle, vedendosi bloccato davanti e di dietro, da uomo di guerra esperto di grandi battaglie, partì di notte e si mise in marcia verso Roma con tutto l’esercito. E poco mancò che piombasse sulla città mentre era incustodita; si fermò a dieci stadi dalla Porta Collina, accampandosi presso la città, pieno di orgoglio e di superbe speranze per aver gabbato generali tanto numerosi e abili. All’alba, quando i più illustri giovani uscirono a cavallo contro di lui, ne uccise molti, tra cui anche Appio Claudio, uomo nobile e valoroso. Com’è naturale, in città ci fu confusione, con grida di donne e fuggi-fuggi, come per un violento assalto; per primo videro arrivare Balbo, che, inviato da Silla, avanzava a briglia sciolta con settecento cavalieri. Si fermò quanto bastava per far asciugare il sudore dei cavalli, e di nuovo li fece imbrigliare, per poi lanciarsi rapidamente contro i nemici. Nel frattempo appariva anche Silla; fece subito mangiare i primi arrivati e li schierò in ordine di battaglia. Dolabella e Torquato lo pregavano con insistenza di aspettare e di non giocarsi il risultato finale, ora che i suoi uomini eran stanchi (sì, perché non si trattava più di combattere con Carbone o con Mario, ma con i Sanniti e i Lucani, i peggiori nemici di Roma, le genti più bellicose); egli li mandò via e ordinò che le trombe suonassero il segnale d’inizio dell’assalto, anche se il giorno volgeva ormai all’ora decima. Ci fu un combattimento quale non mai e l’ala destra di Crasso vinse brillantemente. All’ala sinistra, affaticata e nei guai, Silla corse in aiuto su un cavallo bianco impetuoso e velocissimo. E due nemici, che lo riconobbero da questo, si prepararono a scagliargli contro le loro lance; egli non se ne accorse, ma lo scudiero frustò il suo cavallo e li prevenne, facendolo passare più in là di quanto bastò perché le punte cadessero vicino alla coda del cavallo e si conficcassero al suolo. Si dice che avesse con sé una statuetta d’oro di Apollo presa a Delfi; la portava sul petto a ogni battaglia, ma questa volta la baciò addirittura e le disse così: «O Apollo Pizio, che in tante lotte hai innalzato a gloria e grandezza il Fortunato Cornelio Silla, lo abbandonerai proprio ora che lo hai fatto giungere alle porte della patria e lo farai morire con i suoi concittadini nel modo più turpe?». Si narra che, dopo aver così invocato il dio, si rivolse ai suoi soldati, in parte con suppliche e in parte con minacce, e ad alcuni mise le mani addosso; ma, alla fine, persa l’ala sinistra, cercò riparo nell’accampamento insieme ai fuggitivi. Era stato privato di molti compagni e molti conoscenti; morirono calpestati anche tanti di quelli che erano usciti dalla città per andare a vedere la battaglia. Così si pensava che la città fosse perduta e per poco Mario non fu liberato dall’assedio: molti, che dopo la ritirata si erano spinti fin là, chiedevano a Lucrezio Ofella, preposto all’assedio, di togliere il campo velocemente, perché Silla era morto e Roma era nelle mani dei nemici.

[30] Era ormai notte fonda quando all’accampamento di Silla giunsero dei messaggeri di Crasso e gli chiesero cibo per lui e per i suoi soldati; avevano vinto i nemici e li avevano inseguiti fino ad Antemne, dove si erano accampati. Con questo aveva saputo anche che i nemici erano stati uccisi quasi tutti; sul far del giorno era ad Antemne e, a tremila nemici, che gli mandarono dei legati, promise che, se fossero venuti da lui dopo aver compiuto qualche azione a danno degli altri suoi nemici, avrebbe loro concesso l’incolumità. Confidando nella sua parola, essi attaccarono gli altri e ci fu una grande strage da ambedue le parti. Nonostante ciò, Silla radunò nell’ippodromo loro e quanti degli altri erano sopravvissuti, circa seimila uomini, e convocò il Senato nel tempio di Bellona. Nel momento esatto in cui iniziava a parlare, i suoi incaricati uccidevano i seimila; come è naturale, tanti uomini massacrati in uno spazio stretto lanciarono un grido che sconvolse anche i senatori. Silla, con la stessa calma e la stessa espressione tranquilla con cui aveva iniziato a parlare, li pregò di stare attenti al discorso e non a quello che accadeva fuori, perché si trattava di qualche delinquente che veniva ammonito per suo stesso ordine.

Questo fece pensare anche al più tardo dei Romani che il fatto rappresentava un cambiamento di tirannide, non una liberazione.

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in Le Storie di C. Velleio Patercolo, L. Agnes (cur.) – Epitome e Frammenti di L. Anneo Floro, J. Giacone Deangeli (cur.), Torino 1977, pp. 124-127.

 

Vell. II 27

 

[27, 1] At Pontius Telesinus, dux Samnitium, vir domi bellique fortissimus penitusque Romano nomini infestissimus, contractis circiter quadraginta milibus fortissimae pertinacissimaeque in retinendis armis iuventutis, Carbone ac Mario consulibus abhinc annos centum et novem Kal. Novembribus ita ad portam Collinam cum Sulla dimicavit, ut ad summum discrimen et eum et rem publicam perduceret, [2] quae non maius periculum adiit Hannibalis intra tertium miliarium castra conspicata, quam eo die, quo circumvolans ordines exercitus sui Telesinus dictitansque adesse Romanis ultimum diem vociferabatur eruendam delendamque urbem, adiiciens numquam defuturos raptores Italicae libertatis lupos, nisi silva, in quam refugere solerent, esset excisa. [3] Post primam demum horam noctis et Romana acies respiravit et hostium cessit. Telesinus postera die semianimis repertus est, victoris magis quam morientis vultum praeferens, cuius abscisum caput ferro figi gestarigue circa Praeneste Sulla iussit.
[4] Tum demum desperatis rebus suis C. Marius adulescens per cuniculos, qui miro opere fabricati in diversas agrorum partis ferebant, conatus erumpere, cum foramine e terra emersisset, a dispositis in id ipsum interemptus est. [5] Sunt qui sua manu, sunt qui concurrentem mutuis ictibus cum minore fratre Telesini una, obsesso et erumpente occubuisse prodiderint. Utcumque cecidit, hodieque tanta patris imagine non obscuratur eius memoria. De quo iuvene quid existimaverit Sulla, in promptu est; occiso enim demum eo Felicis nomen adsumpsit, quod quidem usurpasset iustissime, si eundem et vincendi et vivendi finem habuisset.
[6] Oppugnationi autem Praenestis ac Marii praefuerat Ofella Lucretius, qui cum ante Marianarum fuisset partium praetor, ad Sullam transfugerat. Felicitatem diei, quo Samnitiurn Telesinique pulsus est exercitus, Sulla perpetua ludorum circensium honoravit memoria, qui sub eius nomine Sullanae Victoriae celebrantur.

 

Tomba di Nola. Il ritorno dei guerrieri sanniti dalla battaglia. Affresco, IV secolo a.C. ca. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

[27, 1] Ponzio Telesino capo dei Sanniti, valente in pace e in guerra e profondamente ostile a Roma, messi insieme circa quarantamila giovani valorosissimi e ostinati a non deporre le armi, circa centonove anni fa sotto il consolato di Carbone e Mario si scontrò con Silla presso la porta Collina, mettendo a rischio mortale e il generale e la Repubblica, [2] la quale quando aveva visto Annibale accampato a meno di tre miglia dalla città non aveva corso maggior pericolo di quel giorno in cui Telesino, trascorrendo da una all’altra schiera, andava dicendo che era giunto per i Romani l’ultimo giorno, e gridava a gran voce che la città doveva essere diroccata e distrutta. E aggiungeva che sarebbero sempre esistiti i lupi rapaci dell’italica libertà, se non si fosse abbattuta la selva loro abituale rifugio. [3] Solo dopo la prima ora di notte l’esercito romano poté riaversi, mentre il nemico indietreggiava. All’indomani Telesino fu trovato semivivo, con sul volto l’espressione da vincitore piuttosto che da morente; e Silla dispose che il suo capo mozzato fosse infisso su una lancia e portato intorno a Preneste.
[4] Allora finalmente il giovane Gaio Mario, disperando della situazione, mentre tentava di porsi in salvo passando per certe gallerie che, predisposte con ammirevole maestria, immettevano in diverse parti della campagna, proprio mentre riemergeva da uno sbocco fuori terra venne ucciso da soldati appostati per sorprenderlo. [5] Altri tramandano che si sia ucciso di sua mano, altri ancora che sia caduto duellando con il fratello minore di Telesino, suo compagno nell’assedio e nella fuga. Comunque sia caduto, la sua memoria non è stata ancora oscurata da quella pur grande del padre. È facile sapere, del resto, che concetto di questo giovane avesse Silla, che assunse il titolo di Felice solo dopo l’uccisione di quello: titolo che gli sarebbe spettato a buon diritto, se con la sua guerra vittoriosa fosse finita anche la sua vita.
[6] L’assedio contro Mario in Preneste era stato diretto da Lucrezio Ofella, passato agli ordini di Silla dopo essere stato pretore nel partito mariano. Volle Silla che il fausto giorno della cacciata dei Sanniti e di Telesino fosse ricordato da ininterrotta tradizione di ludi del circo, che infatti ancor oggi si celebrano sotto il nome di Vittoria Sillana.

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in Storie: libri XLIV-XLV e frammenti di Tito Livio, G. Pascucci (cur.), VII, Torino 1971, pp. 692-695; testo latino da W. Weissenborn – M. Müller (Hgr.), Titi Livi ab Urbe condita libri, Pars IV, libri XLI-CXLII, Fragmenta – Index, Leipzig 1911.

 

Liv. Per. LXXXVIII

 

Sylla Carbonem, eius exercitu ad Clusium ad Fauentiam Fidentiamque caeso, Italia expulit, cum Samnitibus, qui soli ex Italicis populis nondum arma posuerant, iuxta urbem Romanam ante portam Collinam debellauit, reciperataque re p. pulcherrimam uictoriam crudelitate quanta in nullo hominum fuit, inquinauit. VIII milia dediticiorum in uilla publica trucidauit, tabulam proscriptionis posuit, urbem ac totam Italiam caedibus repleuit inter quas omnes Praenestinos inermes concidi iussit, Marium, senatorii ordinis uirum, cruribus bracchiisque fractis, auribus praesectis et oculis effossis necauit. C. Marius Praeneste obsessus a Lucretio Ofella, Syllanarum partium uiro, cum per cuniculum captaret euadere saeptum exercitu, mortem consciuit. [Id est, in ipso cuniculo, cum sentiret se euadere non posse, cum Telesino, fugae comite, stricto utrimque gladio concurrit; quem cum occidisset, ipse saucius impetrauit a seruo ut se occideret].

 

L. Cornelio Silla e L. Manlio Torquato. Denario, Roma, 82 a.C. AR 3, 93 gr. Recto: L. Manli(us) pro q(uaestor). Testa elmata di Roma voltata a destra

 

Silla ricacciò dall’Italia Carbone, dopo averne sconfitto l’esercito presso Chiusi, Faenza e Fidenza; pose fine alla guerra con i Sanniti, che unici fra gli Italici non avevano deposto ancora le armi, attaccandoli nei pressi della città di Roma, dinanzi alla porta Collina e riconquistando la Repubblica macchiò la splendida vittoria con atti di crudeltà, quanti non si erano mai visti compiere da alcuno. Ottomila che si erano arresi massacrò nella villa pubblica, affisse la tavola della proscrizione, riempì di stragi la città e tutta l’Italia; fra l’altro ordinò di passar per le armi tutti gli inermi cittadini di Preneste, fece uccidere Mario, uomo di rango senatorio, dopo avergli fatto spezzare gambe e braccia, tagliare le orecchie e cavare gli occhi. C. Mario assediato a Preneste da Lucrezio Ofella, seguace di Silla, mentre tentava di uscire per un cunicolo sbarrato dall’esercito si dette la morte [cioè, proprio dentro il cunicolo, accortosi di non essere in grado di uscire, con uno di Telese, suo compagno di fuga, impugnata entrambi la spada, duellò; e avendolo ucciso, mentre egli era rimasto soltanto ferito, ottenne che uno schiavo gli vibrasse l’ultimo colpo].

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Bibliografia di approfondimento

BALDSON J.P.V.D., Sulla Felix, JRS 41 (1951), pp. 1-10.

BROUGHTON T.R.S., L. Manlius Torquatus and the Governors of Asia, AJPh 111, 1 (1990), 72-74.

CHRIST K., Sulla. Eine römische Karriere, München 2002.

ERICSSON H., Sulla Felix. Eine Wortstudie, Eranos 41 (1943), pp. 77-89.

FRIER B.W., Sulla’s Propaganda: The Collapse of the Cinnan Republic, AJPh 92, 4 (1972), 585-604.

HEREDIA CHIMENO C., La transgresión del mos maiorum a raíz del Bellum Sociale (91-81 a.C.), tesis doctoral, Barcelona 2017.

JAL P., La propagande religieuse à Rome au cours des guerres civiles de la fin de la République, AC 30, 2 (1961), 395-414.

LEWIS R.G., A Problem in the Siege of Praeneste, 82 B.C., PBSR 39 (1971), pp. 32-39.

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MARTIN T.R., Sulla ‘Imperator Iterum’. The Samnites and Roman Republican Coin Propaganda, SNR 68 (1989), 19-45.

WIRSZUBSKI CH., Libertas as a Political Idea at Rome during the Late Republic and Early Principate, Cambridge 1968.

 

I Marsi «apud finem Gallicum»

da A. La Regina, I sanniti, in AA.VV., Italia, omnium terrarum parens. La civiltà degli Enotri, Choni, Ausoni, Sanniti, Lucani, Brettii, Sicani, Siculi, Elimi, Milano 1989, pp. 399-401.

 

Alla guerra combattuta in Umbria e in Etruria negli anni 295 e 294 a.C. è da ricondurre il contenuto di un importante documento epigrafico proveniente dalla Marsica, dai pressi del grande santuario di Lucus Angitiae, ove esso era stato collocato in antico. Si tratta della dedica votiva di Caso Cantovios (CIL I2 5, vd. anche fasc. IV [1986], p. 859 = ILLRP 5 = Peruzzi 1961) incisa su una sottile lamina bronzea. Dell’iscrizione, ora non più reperibile presso la collezione Torlonia, sono noti due apografi: uno del Barnabei, pubblicato in NSA (1877), tav. xiii, e l’altro di Jordan, ripreso in CIL I2. La documentazione raccolta dal Barnabei è conservata, e consiste in due apografi quasi uguali, dipinti ad acquerello, che riproducono l’oggetto a grandezza naturale, e tre fotografie, più piccole, di cui due della parte anteriore della lamina, e una della parte opposta su cui le lettere appaiono rovesciate e a rilievo. È inoltre conservato un appunto del Barnabei, scritto a matita, con annotazioni prese durante l’autopsia dell’oggetto, da cui trascrivo alcuni passi:

«L’altezza si può segnare con precisione essendo intatti i due lati superiore e inferiore… 0, 11. Vi è un buco a metà di ciascun lato. I due laterali sono intatti, l’inferiore e il superiore restano per metà. Superiormente ed inferiormente sono praticati nella lamina di bronzo tanti forellini con congegno assai adatto, sicché ogni forellino risultava di esatta rotondità senza lasciare smussature sulla faccia sottoposta. Non così è avvenuto pei fori grandi che sembrano fatti dopo la scrittura e con congegno ordinario, sicché essi presentano di sotto l’aspetto stesso di un foro di grattugia. È anche da notare che i forellini sono stati fatti dalla faccia stessa della scritta. Non saprei per altro affermare con certezza se ai due lati mancassero assolutamente i fori. L’ossido della lamina vi si diffonde egualmente, e farebbe supporre che non ve ne fossero, tuttavia sul lato sinistro di chi guarda al rigo 8 accanto al P è un foro fatto col sistema stesso dei forellini, ma un poco più grande, il quale potrebbe aver trovato simmetria in altri lati o nelle parti mancanti. Nel lato superiore si contano 53 forellini, altri aperti, altri chiusi dall’ossido, ed altri frammentati».

Il testo è scritto in latino e, benché da molto sia stato considerato più antico per la direzione della scrittura imperfettamente bustrofedica, esso deve essere datato agli inizi del III secolo a.C., come è stato già osservato dal Peruzzi sulla base dei segni alfabetici. Un altro elemento di datazione, finora non rilevato, ma ben evidente dalla descrizione del Barnabei, è costituito dalla lamina bronzea, in cui dobbiamo riconoscere senza alcun dubbio un frammento di cinturone, del tipo a fascia rettangolare molto alta, delimitata lungo i bordi da forellini fittamente accostati tra loro, che servivano per la cucitura sul supporto di cuoio, databile tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C. (Papi 1988, pp. 152 ss.). Dalla descrizione del Bernabei si ricava che l’iscrizione è stata incisa sulla faccia interna del cinturone, poi fissata con quattro chiodi all’oggetto a cui si riferiva la dedica.

Nel suo complesso l’interpretazione del testo è ormai acquisita. Esso si riferisce a un oggetto che portarono, atolero, come dono votivo ad Angitia, Actia, a nome delle legioni marse i socii di Caso Cantouios Aprufclano, il quale si era impossessato dell’oggetto stesso, ceip(ed)= cepit, preda bellica, apur finem e/ṣalicom en ur/bid Casontoni/a/. Questa è la trascrizione comunemente accolta. Il Peruzzi, per primo, ha messo in dubbio la lettura e/ṣalicom, perché della s resta in effetti solo un breve tratto obliquo in alto, che non escluderebbe la possibilità di leggere e/talicom. Le operazioni di Caso Cantovios avrebbero avuto luogo, secondo il Peruzzi, in Lucania ove sarebbe da collocare il confine dell’Italia in quell’epoca. I Marsi avrebbero quindi partecipato, come alleati, alle imprese di Scipione Barbato. È però quanto mai improbabile che agli inizi del III secolo a.C. in ambiente latino si utilizzasse, per definire il confine italico, la nozione dell’Italia che avevano i Greci nel V secolo a.C.. Il testo può essere però interpretato diversamente, anche sulla base delle fotografie.

Dalla parola comunemente trascritta e/salicom la prima lettera si trova alla fine della terza riga ed è seguita da uno spazio non utilizzato per la scrittura. Per di più la riga seguente non mantiene la direzione bustrofedica, rispettata normalmente nel testo. La lettera e, infine, non appare ben marcata come le altre ma, nel disegno del Barnabei, risulta alquanto confusa e incompleta in basso; sulle tre fotografie essa non compare affatto ed è anzi possibile rilevare da esse che lo spazio dopo finem è occupato da una ribattitura eseguita proprio per cancellare una lettera. Questa operazione può per altro ben spiegare l’interruzione della progressione bustrofedica. Per cancellare un segno inciso su una lamina metallica così sottile è infatti necessario ribattere anche sulla superficie opposta. Se la lettera cancellata era effettivamente una e, di cui il Barnabei e Jordan hanno visto qualche traccia, l’incisore aveva omesso per errore la parola che doveva essere scritta dopo finem e aveva cominciato a scrivere la parola successiva en. Della lettera all’inizio della quarta riga resta solo l’estremità superiore obliqua, seguita da alicom. Essa non può essere una t, come ha pensato il Peruzzi, perché in tal caso il tratto superiore risulterebbe eccessivamente inclinato, e quindi anomalo rispetto a tutte le altre t che compaiono nella stessa iscrizione. D’altra parte la sua ricostruzione come s sembra essere stata suggerita più dal bordo della frattura che da altri elementi. Dalle fotografie risulta infatti che il tratto residuo della sommità della lettera è meno rettilineo di quanto compare sul disegno. Il suo andamento suggerisce piuttosto la ricostruzione di una c un po’ inclinata in avanti, come è incisa altre tre volte nella stessa iscrizione. Abbiamo dunque non e/salicom o e/talicom, bensì [[e]]/calicom = Gallicum.

 

Dedica votiva di Caso Cantovios, capo marso, alla dea Angitia. Bronzo, III sec. a.C. ca., dal Lucus Angitiae (Marsica); CIL I2, 4, p. 859 = ILLRP 5 = Peruzzi 1961.

Il testo può essere dunque così trascritto:

 

Caso Cantouio/s Aprufclano cei/p(ed) apur finem [[e]]/

C̣alicom en ur/bid Casontoni//socieque dono/m

atolero Ac̣tia/pro l[ecio]nibus Mar/tses.

 

Nella prima parte dell’iscrizione si può riconoscere la formula di consueto adottata nelle dediche consolari, o comunque di comandanti militari, per oggetti predati nel corso delle operazioni belliche e portati in patria per essere deposti in santuari o in luoghi pubblici (CIL I2 608, 615, 622, specialmente 613: L. Quinctius L. f. Leucado cepit eidemque consol dedit). Caso Cantovios era dunque un comandante marso. Il suo cognome etnico ne rivela l’origine da una località con il nome sabellico di Aproficulum, si veda il pagus Ficulanus dei Vestini (CIL IX 3578) e il pagus Capriculanus a Nola (CIL X 1279), da ricercare certamente nel territorio dei Marsi. Egli doveva aver partecipato a operazioni militari che lo avevano condotto apud finem Gallicum alla testa delle sue legioni marse. Il bottino prelevato in urbe Casontonia dimostra che egli espugnò la città.

Questa non è identificata, e si è anche dubitato della forma esatta del nome, perché il segno usato per la s è irregolare (Peruzzi, p. 185 s.), ma la lettera è semplicemente mal scritta, vedi CIE 4203 casuntinial e 3688 casntinial, ambedue da Perugia. L’urbs Casontonia può essere riconosciuta in quello che poi sarà il municipium Casuentinorum, menzionato in un’iscrizione del 240 d.C. (CIL XI 4209, Terni), il cui etnico compare in Plinio, Nat. Hist. III 113 nella forma Casuentillani. Il nome sopravvive ancora oggi nel “Casentino”, la regione che si estende nell’alta valle dell’Arno, a nord di Arezzo, abitata in antico da popolazioni umbre (Nissen I 304; Beloch RG 573; Thomsen IR 116). L’etnico Casuentini presuppone il nome di città Casuentum (Casentium, nel Lib. Col. 255 L). In urbe Casuentina è dunque reso nel latino dialettale della Marsica en urbid Casontonia, ove la forma aggettivale è interpretata come sostantivo del tipo “Milonia”, “Aquilonia”, ecc.

Tutti questi elementi conducono facilmente alla individuazione del contesto storico in cui si inseriscono le vicende di Caso Cantovios. Nell’anno 295 a.C. fu inviato da Roma sul fronte settentrionale, ove dovevano essere affrontate le forze congiunte di Galli, Etruschi, Umbri e Sanniti, un esercito costituito non solo dalle quattro legioni romane e dalla cavalleria, ma anche da mille cavalieri campani e da altri contingenti formati da socii e da Latini, superiori in numero alle forze romane (Liv. X 26, 14). Dopo la battaglia di Sentino, la guerra continuò in Etruria contro Perusia e Clusium, nello stesso anno (Liv. X 30, 2; 31, 3), e contro Rusellae, Volsinii, Perusia e Arretium nell’anno seguente (Liv. X 37, 3-4).

Caso Cantovios, con le sue legioni marse, deve dunque aver partecipato a queste operazioni; prima a Sentinum, ove furono impiegate tutte le forze disponibili, e poi nell’anno successivo nei territori umbri ed etruschi al seguito di Q. Fabio, spingendosi fino a Casuentum. Come ha giustamente arguito il Peruzzi, Caso Cantovios deve essere morto in guerra, e le persone al suo seguito devono aver sciolto per lui, a nome delle sue legioni, il voto fatto ad Angitia, portando nel santuario l’oggetto su cui era affissa la lamina bronzea iscritta, ricavata dal cinturone di un’armatura italica, e forse dal cinturone dello stesso Caso Cantovios. Casuentum, sopravvissuta come municipio fino alla tarda antichità, si doveva trovare nell’area che nel Medioevo portava il nome di “Casentino”, più ristretta di quella che tuttora lo mantiene.

Testa di guerriero con elmo, da Pagliaroli di Cortino. Museo archeologico di Teramo.

Gli studi dello Schneider (1914, pp. 75; 94 = 1975, pp. 82, 100) hanno dimostrato che, finché durò l’istituzione dei comitati, nessuna località a sud del confine aretino, ossia a partire dalle pievi di Buiano, Bibbiena, Pàrtina e Sòcana, è mai stata definita in Casentino. Il municipium Casuentinorum occupava la parte estrema settentrionale della valle superiore dell’Arno, delimitata a nord dal Monte Falterona. Questo aveva costituito il confine naturale tra le popolazioni umbre insediate sul versante meridionale e i Galli che occupavano i territori pedemontani immediatamente a nord. Un sepolcreto gallico, datato tra la fine del IV e la prima metà del III secolo a.C. ne documenta infatti la presenza a Rocca San Casciano (Prati 1979, pp. 133-136). Il territorio dei Casuentini poteva dunque a buon diritto dirsi, agli inizi del III secolo a.C., «apud finem Gallicum».

Diodoro e gli Etruschi

I. Bekker, L. Dindorf, F. Vogel (edd.), Diodori Bibliotheca Historica, voll. 1-2, Teubner, Leipzig 1888-90 (testo greco). Tr. it. D.P. Orsi (in Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libri I-V (a cura di L. Canfora), Palermo 1988, pp. 271 s.).

Coppia di danzatori (dettaglio di un affresco murale), dalla Tomba del Triclinium, Necropoli di Monterozzi (Tarquinia). 470 a.C. ca. Museo Nazionale Etrusco di Tarquinia.

Λείπεται δ᾽ ἡμῖν εἰπεῖν περὶ τῶν Τυρρηνῶν. οὗτοι γὰρ τὸ μὲν παλαιὸν ἀνδρείᾳ διενεγκόντες χώραν πολλὴν κατεκτήσαντο καὶ πόλεις ἀξιολόγους καὶ πολλὰς ἔκτισαν. ὁμοίως δὲ καὶ ναυτικαῖς δυνάμεσιν ἰσχύσαντες καὶ πολλοὺς χρόνους θαλαττοκρατήσαντες τὸ μὲν παρὰ τὴν Ἰταλίαν πέλαγος ἀφ᾽ ἑαυτῶν ἐποίησαν Τυρρηνικὸν προσαγορευθῆναι, τὰ δὲ κατὰ τὰς πεζὰς δυνάμεις ἐκπονήσαντες τήν τε σάλπιγγα λεγομένην ἐξεῦρον, εὐχρηστοτάτην μὲν εἰς τοὺς πολέμους, ἀπ᾽ ἐκείνων δ᾽ ὀνομασθεῖσαν Τυρρηνήν, τό τε περὶ τοὺς ἡγουμένους στρατηγοὺς ἀξίωμα κατεσκεύασαν, περιθέντες τοῖς ἡγουμένοις ῥαβδούχους καὶ δίφρον ἐλεφάντινον καὶ περιπόρφυρον τήβενναν, ἔν τε ταῖς οἰκίαις τὰ περίστῳα πρὸς τὰς τῶν θεραπευόντων ὄχλων ταραχὰς ἐξεῦρον εὐχρηστίαν· ὧν τὰ πλεῖστα Ῥωμαῖοι μιμησάμενοι καὶ πρὸς τὸ κάλλιον αὐξήσαντες μετήνεγκαν ἐπὶ τὴν ἰδίαν πολιτείαν. [2] γράμματα δὲ καὶ φυσιολογίαν καὶ θεολογίαν ἐξεπόνησαν ἐπὶ πλέον, καὶ τὰ περὶ τὴν κεραυνοσκοπίαν μάλιστα πάντων ἀνθρώπων ἐξειργάσαντο· διὸ καὶ μέχρι τῶν νῦν χρόνων οἱ τῆς οἰκουμένης σχεδὸν ὅλης ἡγούμενοι θαυμάζουσί τε τοὺς ἄνδρας καὶ κατὰ τὰς ἐν τοῖς κεραυνοῖς διοσημείας τούτοις ἐξηγηταῖς χρῶνται. [3] χώραν δὲ νεμόμενοι πάμφορον, καὶ ταύτην ἐξεργαζόμενοι, καρπῶν ἀφθονίαν ἔχουσιν οὐ μόνον πρὸς τὴν ἀρκοῦσαν διατροφήν, ἀλλὰ καὶ πρὸς ἀπόλαυσιν δαψιλῆ καὶ τρυφὴν ἀνήκουσαν. παρατίθενται γὰρ δὶς τῆς ἡμέρας τραπέζας πολυτελεῖς καὶ τἄλλα τὰ πρὸς τὴν ὑπερβάλλουσαν τρυφὴν οἰκεῖα, στρωμνὰς μὲν ἀνθεινὰς κατασκευάζοντες, ἐκπωμάτων δ᾽ ἀργυρῶν παντοδαπῶν πλῆθος καὶ τῶν διακονούντων οἰκετῶν οὐκ ὀλίγον ἀριθμὸν ἡτοιμακότες· καὶ τούτων οἱ μὲν εὐπρεπείᾳ διαφέροντές εἰσιν, οἱ δ᾽ ἐσθῆσι πολυτελεστέραις ἢ κατὰ δουλικὴν ἀξίαν κεκόσμηνται. [4] οἰκήσεις τε παντοδαπὰς ἰδιαζούσας ἔχουσι παρ᾽ αὐτοῖς οὐ μόνον οἱ θεράποντες, ἀλλὰ καὶ τῶν ἐλευθέρων οἱ πλείους. καθόλου δὲ τὴν μὲν ἐκ παλαιῶν χρόνων παρ᾽ αὐτοῖς ζηλουμένην ἀλκὴν ἀποβεβλήκασιν, ἐν πότοις δὲ καὶ ῥᾳθυμίαις ἀνάνδροις βιοῦντες οὐκ ἀλόγως τὴν τῶν πατέρων δόξαν ἐν τοῖς πολέμοις ἀποβεβλήκασι. [5] συνεβάλετο δ᾽ αὐτοῖς πρὸς τὴν τρυφὴν οὐκ ἐλάχιστον καὶ ἡ τῆς χώρας ἀρετή· πάμφορον γὰρ καὶ παντελῶς εὔγειον νεμόμενοι παντὸς καρποῦ πλῆθος ἀποθησαυρίζουσιν. καθόλου γὰρ ἡ Τυρρηνία παντελῶς εὔγειος οὖσα πεδίοις ἀναπεπταμένοις ἐγκάθηται καὶ βουνοειδέσιν ἀναστήμασι τόπων διείληπται γεωργησίμοις· ὑγρὰ δὲ μετρίως ἐστὶν οὐ μόνον κατὰ τὴν χειμερινὴν ὥραν, ἀλλὰ καὶ κατὰ τὸν τοῦ θέρους καιρόν.

Giudice e indovino (dettaglio sulla parete destra), dalla Tomba degli Auguri, Necropoli di Monterozzi (Tarquinia).

Ci rimane da parlare degli Etruschi. Costoro anticamente, distinguendosi per coraggio, conquistarono molte terre e fondarono molte e importanti città. Parimenti, possedendo una potente flotta ed esercitando il dominio sul mare per lungo tempo, ottennero che il mare che bagna l’Italia prendesse da loro il nome di Tirreno; perfezionarono l’armamento delle forze di terra e inventarono lo strumento che si chiama salpinx, utilissimo in guerra, che da loro prese il nome di “tromba tirrena”; crearono i simboli del potere per i condottieri insigniti del comando, assegnando loro littori, il seggio d’avorio e la toga orlata di porpora; nelle abitazioni inventarono il peristilio, una comodità contro gli schiamazzi delle turbe dei servi. I Romani adottarono la maggior parte di questi ritrovati e, dopo averli perfezionati, li introdussero nella loro società civile. [2] Gli Etruschi elaborarono ulteriormente le lettere, la scienza della natura e quella divina e, più di tutti gli altri uomini, praticarono l’osservazione del fulmine; perciò, anche ai nostri giorni, coloro che comando su quasi tutta la terra (= i Romani) ammirano questi uomini e se ne servono come interpreti dei segni forniti dai fulmini. [3] Gli Etruschi abitano una terra che produce tutto e la coltivano con cura: hanno, perciò, prodotti agricoli in abbondanza, non solo sufficienti per il sostentamento ma tanti da permettere un ricco godimento e una vita lussuosa. Imbandiscono infatti due volte al giorno mense sontuose e fornite di tutto quanto ben s’addica ad un lusso smodato; preparano letti ornati con coperte ricamate, tengono a loro disposizione coppe d’argento in grande quantità e di ogni tipo, nonché un numero non piccolo di schiavi addetti al servizio, dei quali gli uni spiccano per bellezza, gli altri sono adorni di vesti troppo preziose per essere adatte a chi sia di condizione servile. [4] Presso gli Etruschi non solo gli therapontes ma anche la maggior parte dei liberi possiede abitazioni private di ogni tipo. Per dirla in breve: gli Etruschi hanno rinunciato all’ardimento che era oggetto di emulazione presso di loro sin dai tempi antichi e, vivendo dediti al bere e ad un’oziosità indegna di uomini, hanno con giusta ragione perduto la fama che gli avi si erano acquistati in guerra. Soprattutto la fertilità della terra è responsabile della loro vita lussuosa: abitando una regione che produce tutto ed è fertilissima, essi accumulano grandi quantità di ciascun prodotto. In conclusione, l’Etruria, che è fertilissima, si estende su aperte pianure ed è disseminata di alture collinari coltivabili; è poi moderatamente umida non solo nella stagione invernale ma anche nel periodo estivo.

Antefissa in terracotta policroma raffigurante un sileno e una menade danzanti. Antefissa etrusca. Inizi del V secolo a.C. Jean Paul Getty Museum.

Il massacro nel foro di Tarquinia

di M. Di Fazio, Sacrifici umani e uccisioni rituali nel mondo etrusco, Rendiconti 21/3 (2001), pp. 445-448.

Lastra fittile di rivestimento raffigurante una coppia di cavalli alati, dallo spazio frontonale del Santuario dell'Ara della Regina (Tarquinia). IV secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia.
Coppia di cavalli alati. Lastra fittile di rivestimento, IV sec. a.C. ca., dallo spazio frontonale del Santuario dell’Ara della Regina (Tarquinia). Tarquinia, Museo Archeologico Nazionale.

 

Un episodio chiave […] è il noto massacro che nel 358 a.C. i Tarquiniesi compiono di trecentosette prigionieri romani catturati dopo una vittoria in uno dei primissimi scontri della guerra che opporrà le due città per alcuni anni. Il racconto liviano permette di stabilire pochi punti, ma interessanti[1]. Quattro anni dopo, sono i Romani ad aver la meglio e catturare molti prigionieri tarquiniesi; di questi, trecentocinquantotto (i più nobili) vengono trasferiti a Roma, il resto viene trucidato sul posto. Coloro che arrivano a Roma vengono fustigati e decapitati nel Foro, «pro immolatis in foro Tarquiniensium Romanis poenae hostibus redditum»[2]. In entrambe le occasioni è il Foro della città vittoriosa ad ospitare l’esecuzione. Ma i Tarquiniesi immolarunt i prigionieri, mentre a Roma il popolo decise che gli Etruschi venissero virgis caesi ac securi percussi. Questa differenza terminologica è stata considerata in vario modo. Per Pfiffig, il termine immolare usato da Livio non è particolarmente significativo: un semplice equivalente di occidere o obtruncare[3]. Per Briquel, invece, la scelta del termine ha un chiaro significato religioso[4]. Livio usa immolare sempre con connotazione religiosa, mentre, per descrivere le decisioni dei Romani quattro anni dopo, adotta i termini della procedura normale del delitto capitale (virgis caesi ac securi percussi), che è all’incirca l’espressione impiegata nel caso della messa a morte dei figli di Bruto (II 5, 8), esempio fondante del delitto capitale[5].

Le ricerche di Eva Cantarella hanno portato alla conclusione che, nel mondo romano, la decapitazione con la scure non ha un connotato religioso, come ritenuto invece da parecchi studiosi, Mommsen in testa[6]: non c’è affinità tra il sacrificio religioso e questa forma di esecuzione capitale che è la securi percussio. Prima del Principato la decapitazione è molto rara, e riservata ad insubordinati, ribelli, prigionieri di guerra[7]. Sembrano rimanere nelle fonti relative al mondo romano solo pochi casi di massacro di prigionieri ammantato di ritualità […].

 

Il grande affresco iliadico, che rappresenta Achille (Aχle) in atto di sgozzare un prigioniero troiano (truial), in onore dell’ombra di Patroclo (hinθial Patrucles), al cospetto di Xarun e Vanθ, assistito dagli eroi Agamennone (Aχmenrun), Aiace Telamonio (Aivas Tlamunus) e Aiace Oileo (Aivas Vilatas). Pannello della parete sinistra della Tomba François, Necropoli di Tarquinia. IV secolo a.C. ca.
Il grande affresco iliadico, che rappresenta Achille (Aχle) in atto di sgozzare un prigioniero troiano (truial), in onore dell’ombra di Patroclo (hinθial Patrucles), al cospetto di Xarun e Vanθ, assistito dagli eroi Agamennone (Aχmenrun), Aiace Telamonio (Aivas Tlamunus) e Aiace Oileo (Aivas Vilatas). Pannello della parete sinistra della Tomba François, Necropoli di Tarquinia. IV secolo a.C. ca.

 

Nella sua analisi dell’episodio, Briquel sottolinea come altri casi simili nell’annalistica romana compaiano solo per sottolineare la crudeltà etrusca[8]. Perciò molte indicazioni e molti dati possono essere stati falsati nelle fonti, per esempio in Livio, e di conseguenza alcune supposizioni rischiano di rivelarsi azzardate. Briquel, sostenendo l’eccezionalità dell’episodio, riprende la lettura dell’affresco della Tomba François come illustrazione della messa a morte dei Romani a Tarquinia: anche se lo sfondo del ciclo pittorico è Vulci, i temi rappresentati conserverebbero memoria di questo avvenimento. Se Torelli vedeva nella strage un atto espiatorio in onore di un defunto di rango[9], lo studioso francese avanza un’ipotesi. Dai pochi lacerti ricavabili dalle fonti riguardo all’Etrusca disciplina, sappiamo di un tipo di sacrificio etrusco particolare: quello delle hostiae animales, la cui immolazione con versamento di sangue permette all’anima del defunto di giungere alla condizione di dii animales, «immortali»[10]. Allora i fatti del 358 si spiegherebbero in funzione delle hostiae animales, come una grandiosa offerta di sangue umano ad una divinità, senza la normale ripartizione alimentare, che appunto in questi casi non era richiesta: si sarebbe trattato quindi di un vero sacrificio umano[11]. Date le circostanze belliche, e dato il clima di ostilità di cui abbiamo traccia nelle pitture della Tomba François, non si sarebbe esitato a sacrificare veramente uomini in sostituzione di animali. Il modello dell’Iliade[12], con l’episodio dei funerali di Patroclo ben presente nell’immaginario etrusco, sovrapposto al rito delle hostiae, avrebbe condotto a questa esecuzione di massa[13].

C’è da dire però che le hostiae non paiono sempre collegate a funerali[14]: forse potevano aver luogo anche presso i templi di alcune divinità. Quali? Il passo è troppo breve per permettere considerazioni più approfondite, ma va ancora considerato il luogo in cui dal testo si deduce siano stati effettuati questi massacri. La localizzazione nel foro di Tarquinia (o meglio in quello che il romano Livio indica come forum), quindi vicino il santuario dell’Ara della Regina, non può non far pensare alle testimonianze del culto di Artume/Artemide rinvenute nei pressi del santuario: quell’Artemide sorella di Apollo, assimilato ad una divinità indigena con caratteri oracolari e inferi, al quale bene si potrebbero riferire sacrifici umani[15]. Ma anche se tempio e “foro” sono prossimi, come nel caso di Tarquinia, dobbiamo ricordare che la fonte ambienta l’episodio nel “foro”, non vicino al tempio o in prossimità di altari e sacelli. Meglio, con Torelli, sottolineare proprio questo dato: il sacrificio […] dei prigionieri non avviene fuori città, presso il tumulo gentilizio, come nel caso dei Focei a Caere, ma all’interno della città, a ribadire una nuova dimensione del politico e del sociale[16].

Ricostruzione del Tempio del Santuario dell'Ara della Regina, dedicato al culto di Artume e Aplu, a Tarquinia.
Ricostruzione del Tempio del cosiddetto Santuario dell’Ara della Regina, dedicato al culto di Artume e Aplu, a Tarquinia.

Dobbiamo comunque ricordare come, a partire da Karl Julius Beloch, il passo sia stato tutt’altro che esente da critiche. In particolare, è stata sottolineata l’esatta e sospetta coincidenza di numero fra i Romani uccisi nel foro di Tarquinia e i Fabii sterminati al Cremera dai Veienti nel corso della loro guerra personale nel 477 a.C.[17]; inoltre, nella guerra con Tarquinia, lo sfortunato comandante era proprio un Fabio, Q. Fabio Ambusto: non è da escludere la volontà delle fonti di far ricadere queste colpe sulla gens Fabia. L’episodio ha la parvenza di una delle tante duplicazioni che troviamo in particolare nell’opera di Livio. Torelli, per dare credito all’episodio, si appoggia su due labili constatazioni: l’elogium degli Spurinna, da cui veniamo a sapere che in effetti le prime fasi del conflitto romano-tarquiniese furono a favore degli Etruschi, e le pitture della Tomba François che serberebbero memoria di questi fatti[18]. Ma, com’è stato osservato, se solo quattro anni dopo i Romani riuscivano a vendicarsi nella maniera che abbiamo visto, vi sarebbero stati ben pochi motivi di rievocare un episodio che aveva avuto tale seguito[19].

Va invece sottolineata l’esistenza di almeno un altro caso analogo, oltre a quello dei Fabii, che è narrato da Polibio: nel 271 a.C. i Romani cingono d’assedio Reggio, in cui un presidio romano chiesto dagli stessi Reggini si era ribellato. Alla fine, riconquistata la città, dei quattromila soldati del presidio alcuni vengono condotti a Roma e, nel foro, fustigati e decapitati «secondo il costume romano». Il numero di questi prigionieri, secondo Polibio, è più di trecento; ancora una volta abbiamo a che fare con analogie che suonano sospette[20].

Ma un piccolo “colpo di scena” lo troviamo in Svetonio: durante le guerre civili, Ottaviano assedia Perugia nell’inverno del 41/40 a.C. Espugnata la città, il futuro Augusto sacrifica un certo numero di notabili ai Mani degli Iulii, forse (è stato osservato) applicando ai nemici i loro stessi riti[21]. Anche in questo caso, è facile indovinare il numero: trecento. Non abbiamo sufficienti informazioni sull’avvenimento: ma è facile immaginare la difficoltà e l’imbarazzo degli storiografi vicini all’ambiente augusteo (Livio in particolare[22]) verso un episodio non certo lusinghiero per Augusto; e forse qui possiamo trovare una chiave interpretativa per gli episodi citati.

 

Bronzetto di oplita etrusco, da Siena. 600 a.C. Museo Archeologico di Siena.
Oplita etrusco. Statuetta, bronzo, 600 a.C. ca., da Siena. Siena, Museo Archeologico.

Note:

 

[1] Liv. VII 15, 10.

[2] Id. VII 19, 13.

[3] A.J. Pfiffig, Religio Etrusca, Graz 1975, p.110.

[4] D. Briquel, Sur un épisode sanglant des relations entre Rome et les cités étrusques: les massacres de prisonniers au cours de la guerre de 358/351, in R. Bloch (éd.), La Rome des Premiérs Siécles. Legende et Histoire, actes t.r. (Paris 1990), Firenze 1992, pp. 37-46. Già J. Gagé, De Tarquinies à Vulci, MEFRA 74 (1962), p. 95 aveva sostenuto che il termine immolare non era utilizzato a caso da Livio.

[5] Cfr. Liv. V 21, 8; VIII 9, 1; XXII 5, 19; XLII 30, 8.

[6] E. Cantarella, I supplizi in Grecia e a Roma, Milano 1991, p. 154.

[7] Ibid., p. 386, n. 28. Dobbiamo comunque eliminare dall’elenco dei prigionieri decapitati il povero Vitruvio Vacco, che, dopo essere stato imprigionato, verberatum necari (Liv. VIII 20, 7).

[8] D. Briquel, op. cit., p. 42.

[9] M. Torelli, Delitto religioso. Qualche indizio sulla situazione in Etruria, in Le délit relgieux dans la cité antique, atti conv. (Roma 1978), Roma 1981, p. 5.

[10] Libri Acheruntici (Nigidio Figulo, attraverso Cornelio Labeone). Cfr. A.J. Pfiffig, op. cit., pp.178-181; D. Briquel, Regards étrusques sur l’au-delà, in F. Hinard (éd.), La mort, les morts et l’au-delà, Actes coll. (Caen 1985), Caen 1987, pp. 263-277; Id., I riti di fondazione, in M. Bonghi Jovino – C. Chiaramonte Treré (a cura di), Tarquinia: ricerche, scavi e prospettive, atti conv. (Milano 1986), Milano-Roma 1987, pp. 171-190.

[11] D. Briquel, op. cit., Firenze 1992, pp. 44-46.

[12] Cfr. Il. XXIII, 175-176: «δώδεκα δὲ Τρώων μεγαθύμων υἱέας ἐσθλοὺς / χαλκῷ δηϊόων» («e dodici splendidi figli dei Troiani animosi / passandoli per le armi»). Cfr. Il. XXIII, 181-182: «δώδεκα μὲν Τρώων μεγαθύμων υἱέας ἐσθλοὺς / τοὺς ἅμα σοὶ πάντας πῦρ ἐσθίει» («Dodici splendidi figli dei Troiani animosi il fuoco / tutti con te li divora»).

[13] D. Briquel, op. cit., p. 46.

[14] Arnob. adv. nat. II 62.

[15] Cfr. G. Colonna, Apollon, les Etrusques et Lipara, MEFRA 96 (1984), pp. 571-572; Id., Divinitiés peu connues du panthéon étrusque, in P. Gaultier – D. Briquel (éd.), Les plus religieux des hommes, atti conv. (Paris 1992), Paris 1997, p. 167.

[16] M. Torelli, op. cit., p. 6.

[17] K.J. Beloch, in M. Torelli, op. cit., p. 3; cfr. G. De Sanctis, Storia dei Romani, II, Torino 1964, p. 255. Cfr. Liv. II 50, 11.

[18] M. Torelli, op. cit., pp. 3-4.

[19] F. Zevi, Prigionieri troiani, in Studi in memoria di L. Guerrini, Roma 1996, p. 123, n. 41: il massacro fu ampiamente vendicato quattro anni dopo (e non l’anno seguente come per Zevi), per cui non c’era motivo di rievocare l’episodio.

[20] Polyb. I 7, 12. Non è il caso qui di addentrarci in analisi testuali per cercare di stabilire eventuali priorità fra i testi; ma può essere interessante ricordare che il nome “Fabio”, presente nei Fasti nei sette anni fra il 485 e il 479, manca per i successivi undici anni (H.H. Scullard, A History of the Roman World, London 1983 [= tr.it. Storia del mondo romano, Milano 1992, vol. I, p. 146, n. 10]), e questa può essere una prova della preminenza del racconto relativo allo sterminio dei Fabii.

[21] Suet. Aug. XV 1. Cfr. J. Heurgon, La vie quotidienne chez les Étrusques, Paris 1962 (= tr.it. La vita quotidiana degli Etruschi, Milano 1992, p. 285). Perugia conservava ancora una sua identità etrusca; perugino era M. Perperna, uno dei capi mariani più in vista, che nel 78 a.C. è al fianco di Lepido con l’Etruria tutta per una rivolta non fortunata (Sall. Hist., I 67). Sull’assedio di Perugia, cfr. P. Wallmann, Untersuchungen zu militärische Problemen des Perusinischen Krieges, Talanta 6 (1974), pp. 58-91.

[22] Cfr. S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, II, 2, Bari 1966, pp. 40 sgg.

Diana e Virbio

di J.G. Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, a c. di A.M. Di Nola, Roma 2010 (4^ ed.), 20-28.

 

J. M. William Turner, The Golden Bough. Olio su tela, 1834. Cincinnati, Tate Collection, Museum of Art.
J. M. William Turner, The Golden Bough. Olio su tela, 1834. Cincinnati, Tate Collection, Museum of Art.

 

Chi non conosce il famoso quadro di Turner, Il Ramo d’oro? La scena, soffusa da quell’aura, sognante luminosità con cui il genio divino di Turner impregnava, trasfigurandolo, anche il più splendido paesaggio della natura, ci offre una visione onirica del minuscolo lago di Nemi, in mezzo ai boschi – Specchio di Diana, lo chiamavano gli antichi. Chi ha visto quelle acque tranquille, incastonate nella verde conca dei colli Albani, non potrà mai dimenticarle. I due tipici paesini italiani che sonnecchiano sulle sponde, e il palazzo, anch’esso tipicamente italiano, con i suoi giardini degradanti che scendono a picco fino al lago. non disturbano il fascino immoto, addirittura desolato, del panorama. la stessa Diana potrebbe ancora indugiare su quel lido deserto, e vagare ancora per quei boschi selvaggi.

In tempi remoti, questo paesaggio agreste era teatro di una misteriosa e ricorrente tragedia. Sulla sponda settentrionale del lago, proprio sotto i dirupi scoscesi ai quali si aggrappa la Nemi odierna, sorgevano il bosco sacro e il santuario della Diana Nemorensis, la Diana dei Boschi. Sia il lago che il boschetto erano talvolta chiamati lago e boschetto di Aricia. Ma la cittadina di Aricia (la moderna Ariccia) si trovava in realtà a circa tre miglia di distanza, ai piedi del Monte Albano, e uno scosceso pendio la separava dal lago adagiato sul fondo di un piccolo cratere, sul fianco della montagna. In quel sacro bosco cresceva un albero particolare intorno al quale, a tutte le ore del giorno e forse anche a notte inoltrata, era possibile vedere aggirarsi una truce figura. La spada sguainata nella mano destra, si guardava intorno sospettosa, come temendo che un nemico l’aggredisse da un momento all’altro. Quella figura era un sacerdote, e un omicida; destinato a cadere, prima o poi, sotto i colpi del nemico da cui si guardava e che gli sarebbe succeduto nell’autorità sacerdotale. Un candidato al sacerdozio poteva ottenere l’incarico solo uccidendo il suo predecessore e occupandone il posto fino a quando non fosse stato a sua volta ucciso da un altro aspirante, più forte o più astuto di lui.

Jules Joseph Lefebvre, Diana. Olio su tela, 1879. Dahesh Museum of Art
Jules Joseph Lefebvre, Diana. Olio su tela, 1879. Dahesh Museum of Art.

La carica affidatagli comportava il titolo di sovrano; ma certo mai testa coronata dovette, più della sua, sentirsi a disagio o venir visitata dai più funesti sogni. Anno dopo anno, d’estate e d’inverno, col sole o con la pioggia, mai poteva interrompere la sua solitaria vigilanza, e ogniqualvolta rubava un’ora di sonno agitato, lo faceva a rischio della vita. Un minimo allentamento nella sorveglianza, un minimo calo nella vigorìa delle sue membra o nella sua abilità di usar la spada, lo mettevano in pericolo; una chioma ingrigita poteva essere sufficiente a decretarne la morte. Agli occhi dei miti e devoti pellegrini che si recavano al santuario, la sua presenza poteva forse apparire come un’ombra che oscurasse quel limpido paesaggio ridente, come una nuvola che, in una chiara giornata, oscura d’improvviso il sole. L’azzurro evanescente del cielo italico, l’ombra variegata dei boschi in estate, lo scintillio delle acque sotto il sole, certo mal si accordavano con quell’austera e sinistra figura. Immaginiamoci piuttosto la scena quale poteva apparire al viandante sorpreso dalla notte – una di quelle sconsolate notti d’autunno, quando le foglie morte cadono fitte e il vento sembra intonare il lamento funebre per l’anno che muore. Un’immagine cupa, accompagnata da una musica triste – lo sfondo dei boschi neri e frastagliati contro un cielo incombente e tempestoso, il sospiro del vento fra i rami, il fruscio delle foglie appassite sotto i piedi, lo sciabordio dell’acqua gelida sulla riva e, in primo piano, ora illuminata dal crepuscolo ora inghiottita dall’ombra, una figura scura che cammina avanti e indietro, con un luccichio d’acciaio sulle spalle ogni volta che una pallida luna, sbucando da uno squarcio nelle nubi addensate, lo sbircia attraverso l’intrico dei rami.

La strana regola di quel sacerdozio non ha riscontro né spiegazione nell’antichità classica. Si deve risalire ben più lontano. Nessuno vorrà negare che tale costume abbia un sapore di “era barbarica” e che, sopravvissuto in epoca imperiale, esso costituisca un fenomeno isolato e discordante nella raffinata società italica di quel periodo, come una rupe primordiale in un prato ben rasato. […]

Oreste uccide Egisto e Clitemnestra. Bassorilievo, inizi I sec. d.C. c. da Ariccia. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek
Oreste uccide Egisto e Clitemnestra. Bassorilievo, inizi I sec. d.C. c. da Ariccia. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

Cominciamo con l’esporre fatti e leggende tramandatici sull’argomento. Si narra che il culto di Diana a Nemi fosse stato istituito da Oreste il quale, dopo aver ucciso Toante, re del Chersoneso Taurico (la Crimea), si rifugiò in Italia con sua sorella, portando con sé il simulacro della Diana Taurica nascosto in una fascina di legna. Quando Oreste morì, le sue ossa furono trasportate da Aricia a Roma e sepolte davanti al tempio di Saturno, sul colle Capitolino, accanto al tempio della Concordia. Il cruento rituale che la leggenda attribuiva alla Diana Taurica è ben noto a chiunque legga i classici; si dice che ogni straniero che approdasse a quelle sponde venisse immolato sull’altare della dea. Ma, trasportato in Italia, il rito assunse una forma meno sanguinaria. All’interno del santuario di Nemi cresceva un albero di cui era proibito spezzare i rami. Solo a uno schiavo fuggitivo era concesso di cogliere una delle sue fronde. Se riusciva nell’impresa, acquistava il diritto di battersi con il sacerdote e, se lo uccideva, di regnare in sua vece col titolo di “re del bosco” (Rex Nemorensis).

Stando a quanto dicevano gli antichi, la fronda fatale era quel “Ramo d’Oro” che, per ordine della Sibilla, Enea colse prima di affrontare il periglioso viaggio nel mondo dei morti. La fuga dello schiavo doveva rappresentare la fuga di Oreste; il suo combattimento con il sacerdote adombrava il ricordo dei sacrifici umani offerti alla Diana Taurica. La norma che prescriveva di ottenere la successione con la spada rimase in vigore fino all’età imperiale; fra le altre sue stramberie, infatti, Caligola, ritenendo che il sacerdote di Nemi fosse rimasto troppo a lungo in carica, assoldò uno sgherro gagliardo e risoluto per ucciderlo; e un viaggiatore greco che visitò l’Italia al tempo degli Antonini, riferisce che il sacerdozio veniva ancora come premio al vincitore di un duello.

 

Ifigenia in Aulide. Affresco pompeiano, dalla Casa dei Vettii
Ifigenia in Tauride. Affresco, ante 79 d.C. dal triclinium della Casa dei Vettii, Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

E’ ancora possibile ricostruire alcuni degli aspetti principali del culto della Diana Nemorense. Dalle offerte votive ritrovate in loco, è apparso chiaro che la dea era vista essenzialmente come cacciatrice ma anche come divinità che concedeva la prole agli esseri umani e un parto facile alle madri. Sembra anche che il fuoco fosse elemento preponderante del suo rito. Infatti, durante la festa annuale che si celebrava il 13 di agosto, nel periodo più caldo dell’anno, il boschetto era illuminato da una miriade di torce il cui bagliore si rifletteva nelle acque del lago; e in tutto il territorio italico ogni famiglia celebrava quel rito sacro. Statuette bronzee ritrovate nel recinto, raffigurano la dea che regge una torcia nella mano destra alzata; e le donne le cui preghiere erano state esaudite, si recavano inghirlandate, e con una torcia accesa, al santuario per sciogliere il voto. Uno sconosciuto dedicò una lampada perenne in un piccolo santuario di Nemi per la salute dell’imperatore Claudio e della sua famiglia. Le lampade di terracotta scoperte nel boschetto erano forse state offerte allo stesso scopo, per gente più umile. Se così fosse, sarebbe evidente l’analogia con l’usanza cattolica di accendere le candele benedette in chiesa. Inoltre, l’appellativo di “Vesta” conferito alla Diana di Nemi, indica chiaramente l’esistenza di un fuoco perennemente acceso nel santuario. All’angolo nord-orientale del tempio, un ampio basamento circolare appoggiato su tre gradini e recante ancora tracce di un pavimento a mosaico, probabilmente sorreggeva un tempio, anch’esso circolare, dedicato a Diana nella sua accezione di Vesta, del tutto simile al tempio circolare di Vesta nel Foro Romano. Sembra che anche qui il fuoco sacro fosse custodito da vergini vestali; sul luogo, infatti, è stata ritrovata la testa in terracotta di una vestale e pare che, dai tempi più antichi fino ai più recenti, il culto di un fuoco perenne accudito da fanciulle sacre fosse diffuso in tutto il Lazio. Inoltre, durante la festa annuale della dea,i cani da caccia venivano inghirlandati e non si molestavano gli animali selvatici; in suo onore, i giovani celebravano una cerimonia purificatrice; si recava il vino e il banchetto festivo consisteva in carne di capretto, dolciumi bollenti serviti su foglie di vite, e mele ancora attaccate in grappoli al loro ramo.

P. Accoleio Lariscolo. Roma, Denario, 41 a.C. AR. 3,95 gr. Verso - Statua cultuale della 'diva triformis', con cipressi, papavero e giglio
P. Accoleio Lariscolo. Roma, Denario, 41 a.C. AR. 3,95 gr. Verso: Statua cultuale di Diana Nemorensis; la dea è rappresentata da tre entità (perciò, detta diva triformis). Le tre figure sostengono una portantina sulla quale sono collocati dei cipressi; la figura a sinistra regge un papavero, mentre quella a destra regge un giglio.

 

Ma Diana non regnava da sola nel suo boschetto di Nemi. Il santuario era condiviso da altre due divinità minori. Una era Egeria, la ninfa della limpida acqua che, sgorgando spumeggiante dalla roccia basaltica, ricadeva nel lago in graziose cascate, in una località chiamata “Le Mole”, poiché qui vennero situati i mulini della Nemi moderna. Del mormorio del ruscello sui ciottoli parla Ovidio, il quale ci dice di aver bevuto spesso quell’acqua. Le donne incinte usavano sacrificare a Egeria perché si riteneva che, al pari di Diana, potesse concedere un parto facile. Narra la tradizione che la ninfa era stata la sposa, o l’amante, del saggio re Numa e che egli si congiungesse con lei nel segreto del bosco sacro; e che proprio la sua intimità con la dea gli avesse inspirato le leggi che diede a Roma. Plutarco confronta questa leggenda con altri racconti sugli amori di dee con uomini mortali, quali l’amore di Cibele e della Luna per i bellissimi Atti ed Endimione. Secondo alcuni, il luogo di convegno degli amanti non erano i boschi di Nemi, bensì un boschetto fuori dalla stillante Porta Capena, a Roma, dove un’altra fonte sacra a Egeria sgorgava da un’oscura grotta. Ogni giorno, le vergini vestali attingevano acqua a quella fonte per lavare il tempio di Vesta, trasportandola in brocche di terracotta tenute in bilico sul capo. Ai tempi di Giovenale, la roccia naturale era stata rivestita di marmo e il luogo sacro veniva profanato da frotte di poveri Ebrei che si tollerava bivaccassero nel bosco, come zingari. Possiamo supporre che la sorgente le cui acque ricadevano nel lago di Nemi fosse la vera Fons Egeria originale e che, quando i primi coloni scesero dai colli Albani sulle sponde del Tevere, essi portarono con sé la ninfa, trovandole una nuova collocazione in un boschetto fuori dalle mura della città. I ruderi di terme scoperti all’interno del recinto sacro e le numerose terrecotte riproducenti varie parti del corpo umano, suggeriscono che l’aqua Egeria servisse a guarire gli infermi i quali, a testimonianza delle loro speranze o per esprimere la propria gratitudine, dedicassero alla divinità raffigurazioni delle membra malate […].

Ulpiano Checa, La ninfa Egeria detta a Numa le leggi di Roma. Olio su tela, 1886.
Ulpiano Checa, La ninfa Egeria detta a Numa le leggi di Roma. Olio su tela, 1886.

 

L’altra divinità minore di Nemi era Virbio. Narra la leggenda che Virbio era Ippolito, il giovane eroe greco, casto e bello, il quale aveva appreso l’arte venatoria dal centauro Chirone e trascorreva la vita nei boschi a caccia di belve, avendo come unica compagna la vergine cacciatrice Artemide (l’equivalente greco di Diana). Fiero di quella divina compagna, egli disdegnava le donne e questa fu la sua rovina. Afrodite, offesa dalla sua indifferenza, fece innamorare di lui la matrigna Fedra; e quando Ippolito respinse le turpi offerte della donna, lei lo accusò falsamente presso suo padre Teseo, il quale credette alle menzogne di Fedra. Teseo si rivolse allora al proprio padre Poseidone perché vendicasse l’immaginario affronto. Mentre Ippolito guidava il suo carro lungo le rive del golfo Saronico, il dio del mare gli mandò contro un feroce toro scaturito dalle onde. I cavalli, terrorizzati, si impennarono scaraventando Ippolito giù dal carro, e lo trascinarono nel loro galoppo uccidendolo. Ma Diana, che amava Ippolito, convinse il medico Esculapio a riportare in vita con le sue erbe medicamentose il giovane cacciatore. Giove, sdegnato perché un mortale era tornato indietro dal regno dei morti, scaraventò l’incauto medico nell’Ade. Diana nascose però il suo amato in una densa nube sottraendolo all’ira del dio, ne camuffò i lineamenti facendolo apparire più vecchio, poi lo portò lontano, nelle valli di Nemi, affidandolo alla ninfa Egeria perché lì vivesse, sconosciuto e solitario, sotto il nome di Virbio, nel cuore della foresta italica. E colà egli regnò come sovrano e dedicò un sacro recinto a Diana. Ebbe un figlio leggiadro, anche lui chiamato Virbio, il quale, per nulla intimorito dalla sorte paterna, alla guida di un tiro di focosi destrieri combatté a fianco dei Latini nella guerra contro Enea e i Troiani. Virbio era venerato come un dio non solamente a Nemi; si hanno infatti notizie che in Campania esisteva un sacerdote speciale, dedicato al suo servizio. Dal bosco e dal santuario di Nemi vennero banditi i cavalli, poiché dei cavalli avevano ucciso Ippolito. Non era permesso toccare la sua immagine. Alcuni ritengono che egli fosse il Sole. “Ma in realtà – scrive Servio – egli è una divinità associata con Diana, come Atti è associato alla madre degli dèi, Ectonio lo è con Minerva, e Adone con Venere”. Fra poco, vedremo di quale associazione si trattasse. A questo punto, val la pena di sottolineare come, nella sua lunga e movimentata esistenza, questo mitico personaggio dimostrasse una notevole tenacia nel voler sopravvivere. Non vi è dubbio, infatti, che il S. Ippolito del calendario romano, trascinato a morte dai cavalli il 13 agosto, giorno dedicato a Diana, altri non sia che l’eroe greco suo omonimo che, morto due volte come peccatore pagano, fu felicemente resuscitato come santo cristiano.

 

Ippolito. Affresco, I sec. d.C. dalla Villa Arianna (Stabia). Castellamare di Stabia, Antiquarium
Ippolito. Affresco, I sec. d.C. dalla Villa Arianna (Stabia). Castellamare di Stabia, Antiquarium.

 

Non c’è bisogno di complicate prove per convincerci che le storie raccontate per spiegare il culto di Diana a Nemi siano prive di fondamento storico. Esse appartengono evidentemente a quella vasta categoria di miti elaborati per spiegare le origini di un rituale religioso e che altro fondamento non hanno se non le analogie, reali o immaginarie, che si possono trovare fra quel rituale e qualche altro rito straniero. L’incongruità di miti nemorensi è trasparente, dato che l’istituzione del culto è attribuita ora a Oreste ora a Ippolito, a seconda di quale particolare aspetto del rituale si voglia spiegare. Il valore effettivo di questi racconti è che essi servono ad illustrare la natura del culto, fornendo un modello con cui confrontarlo; e che, indirettamente, ci danno testimonianza della sua venerabile antichità, dimostrando che la vera origine si perde nella brumosa notte dei tempi. Sotto questo aspetto, sulle leggende di Nemi, si può forse fare più affidamento che non sulla tradizione, apparentemente storica, sostenuta da Catone il Vecchio, secondo cui il bosco sacro sarebbe stato dedicato a Diana da un certo Egerio Bebio o Levio, di Tuscolo, dittatore latino, per incarico degli abitanti di Tuscolo, Aricia, Lanuvio, Laurento, Corti, Tivoli, Pomezia e Ardea. Questa tradizione indica come il santuario sia antichissimo, poiché ne farebbe risalire la fondazione a una data anteriore al 495 a.C., anno in cui Pomezia fu messa a ferro e fuoco dai Romani e scomparve dalla storia. Ma è impossibile supporre che una norma così barbara come quella del sacerdozio di Aricia sia stata deliberatamente emanata da una lega di comunità civili, come senza dubbio erano le città latine. Doveva sicuramente trattarsi di una regola tramandata di generazione in generazione, da un’epoca anteriore alla memoria umana, quando l’Italia era ancora in uno stato ben più primitivo di qualsiasi altro da noi conosciuto in tempi storici. L’attendibilità di questa tradizione è inficiata, più che confermata, da un’altra storia che attribuisce la costruzione del santuario a un certo Manio Egerio – da qui il detto “Vi sono molti Manii ad Aricia“, che alcuni spiegano affermando che Manio Egerio fu progenitore di una lunga e illustre schiatta; mentre altri ritengono che il detto popolare si riferisse alla presenza in Aricia di molta gente brutta e deforme, facendo derivare il nome Manius da Mania, lo “spauracchio”, il “baubau” che spaventa i bambini. Un autore satirico romano chiama Manio il mendicante che sosta sulle pendici di Aricia in attesa dei pellegrini. Queste varie interpretazioni, che vengono ad aggiungersi alla discrepanza fra il Manio Egerio di Aricia e l’Egerio Levio di Tuscolo, nonché alla somiglianza dei due nomi con quello della mitica Egeria, suscitano sospetto. Comunque, la tradizione, riportata da Catone appare troppo circostanziata, e il suo sostenitore troppo rispettabile perché la si possa accantonare come pura e semplice invenzione. E’ più verosimile supporre che essa si riferisca ad un antico restauro, o a una ricostruzione, del santuario, eseguito dagli stati confederati. Ad ogni modo, essa attesta la credenza che, fin da tempi remoti, il bosco sia stato luogo di culto per molte delle città più antiche del territorio, se non per tutta la confederazione latina.