Gordiano III, un principe troppo giovane

La crisi economica del III secolo non investì allo stesso modo tutte le regioni dell’Impero romano. A soffrirne maggiormente furono le province occidentali e in particolar modo le aree di confine, più esposte agli attacchi dei razziatori alamanni, franchi e burgundi. Spesso i coloni abbandonavano le proprie terre per trovare rifugio in città o all’interno delle fortezze e, di conseguenza, diminuivano drasticamente le eccedenze alimentari da importare a Roma. Nonostante i ripetuti tentativi da parte del governo centrale di creare nuovi insediamenti agricoli e di incentivare il reperimento di manodopera anche fra i prigionieri di guerra, vastissimi territori e non solo nelle zone di frontiera furono definitivamente abbandonati.

Due leoni sbranano un cinghiale. Mosaico, III sec. da Thysdrus (od. El-Jem).

Questo stato di cose non tardò a far sentire forti ripercussioni, con esiti ancor più drastici, anche nei comparti dell’artigianato e del commercio. Se, infatti, i contadini erano facilmente rimpiazzabili, trovare un buon fabbro o un esperto scalpellino divenne sempre più difficile. Nelle Galliae e nelle regioni lungo i grandi fiumi di confine a poco a poco scomparvero le secolari tradizioni artigianali e pare che i commerci abbiano subito un improvviso arresto: nessuno si arrischiava a percorrere grandi distanze se non in ambito strettamente locale.

La situazione si fece tanto seria che i funzionari imperiali per sopperire agli equipaggiamenti militari dovettero improvvisare dal nulla fabricae tessili e d’armi, obbligando talvolta con la forza gli artigiani locali a collaborare.

Diversamente, le province orientali e quelle africane, meno esposte agli attacchi delle popolazioni esterne, riuscirono a conservare ancora per un po’ un certo grado di prosperità. Ciononostante, nel 237, il terzo anno di principato di Massimino il Trace, proprio in Africa proconsularis si verificò un’importante sollevazione. Il procurator fisci inviato in quella provincia, un uomo rapace e di pochi scrupoli, conscio del fatto che il sistema delle confische avrebbe rimpinguato enormemente le casse imperiali, impose un’onerosa ammenda ad alcuni giovani esponenti dell’aristocrazia locale, privandoli di gran parte del loro patrimonio. Il provvedimento innescò una violenta reazione: nei tre giorni di dilazione concessi dal funzionario, i fautori della rivolta misero in piedi un piccolo esercito di servi e contadini, armati di scuri e bastoni, e, approfittando di un’udienza ufficiale, gli insorti eliminarono fisicamente il procuratore e occuparono Thysdrus (od. El-Jem), considerata la «capitale dell’olio» nel commercio mediterraneo (SHA Max. 14, 1).

M. Antonio Gordiano I Semproniano Africano. Sesterzio, Roma 238. Æ 18, 47 g. Recto: Imp(erator) Caes(ar) M. Ant(onius) Gordianus Afr(icanus) Aug(ustus). Busto laureato, drappeggiato e corazzato dell’imperatore, voltato a destra.

Come atto supremo della loro sollevazione i giovani ribelli acclamarono Augustus il loro governatore, Marco Antonio Sempronio Gordiano. Questi, che aveva da poco oltrepassato gli ottant’anni e si trovava al culmine di una brillante carriera politica, fu scosso dall’improvvisa ascesa alla porpora imperiale. Accettato l’incarico dopo un’iniziale riluttanza, come suo primo atto ufficiale Gordiano elevò il proprio figlio al suo stesso rango (SHA Gord. 5-9; Hdn. VII 5).

Il biografo Giulio Capitolino informa che i due neo-imperatori inviarono a Roma una legatio cum litteris per informare il Senato sui recenti sviluppi in Africa e sulle loro intenzioni di governo: la generosità, l’umanità e la limitata pressione fiscale furono opposte alla durezza di Massimino (SHA Gord. 9, 7). La risposta della plebe urbana alla diffusione della notizia fu immediata: l’uccisione dei fautori del Trace da parte della cittadinanza e il subito riconoscimento dei due Gordiani come veri imperatori Senatus consulto lascerebbero sospettare l’ipotesi di un complotto ben orchestrato, o comunque che nell’Urbe alcuni esponenti dell’aristocrazia abbiano seguito con particolare sollecitudine gli eventi africani.

Senonché, appena tre settimane dopo l’avvento dei due Gordiani, il governatore della Numidia, un certo Capelliano, forse per motivi personali fedele a Massimino, avanzò con le sue truppe e un contingente di Mauri contro Cartagine, sede provvisoria dei nuovi Augusti. Il giovane Gordiano morì in combattimento, mentre suo padre, alla notizia della caduta dell’amato figlio, si tolse la vita (Hdn. VII 9, 11; SHA Max. 19, 20, Gord. 15-16; Zon. 12, 17; ILS 8499).

M. Antonio Gordiano I Semproniano Africano. Denario, Roma 238. AR. 3,4 g. Obverso: Romae aeternae. Personificazione dell’Urbe, voltata a sinistra, assisa con scudo, elmo, lancia e palladio.

Nel marzo del 238 i senatori, preoccupati del vuoto di potere e soprattutto delle possibili reazioni delle forze armate, presso le quali da tempo serpeggiava un certo malcontento, e di Massimino, ormai dichiarato decaduto e hostis publicus, in maniera del tutto insospettata e con grande decisione assunsero la direzione del governo, attraverso la commissione speciale dei XXviri rei publicae curandae (Hdn. VII 7, 2-7; SHA Max. 15, 2; Gord. 9-11; Aur. Vict. Caes. 26; ILS 1186).

Il venerando consesso, riunito nel tempio di Giove Capitolino, dopo un confronto concitato, espresse i suoi candidati all’imperium nelle persone di Pupieno Massimo e Calvino Balbino, attribuendo loro i medesimi poteri e concedendo la stessa titolatura. Le fonti antiche e soprattutto l’Historia Augusta li presentano assai differenti fra loro per indole e attitudine: Balbino vantava nobili natali, era uno stimatissimo oratore e un consolare che con liberalità e rettitudine aveva governato diverse province; Pupieno, invece, era di estrazione sociale più bassa, un rude militare che si era guadagnato il rispetto e gli onori della nobiltà sui campi di battaglia contro Sarmati e Germani; di lui la plebe urbana apprezzava soprattutto la semplicità dei modi, che non aveva mai abbandonato nemmeno dopo aver raggiunto il rango senatorio. Insomma, si trattava di due uomini diversissimi, ma complementari, nei quali il Senato riconosceva l’importanza di coniugare la mitezza nella giurisdizione civile a una maggiore decisione nel potere militare.

Nel momento stesso in cui la Curia conferiva in Campidoglio la porpora ai due patres, una sedizione popolare turbò la cerimonia, costringendo a cooptare insieme a Pupieno e Balbino il tredicenne Gordiano, nipote dei due Africani, nominandolo Caesar (Hdn. VII 10; AE 1951, 48).

M. Antonio Gordiano III Pio. Busto, marmo, c. 238-242. Berlin, Altes Museum.

Raggiunto dalle notizie degli eventi, Massimino, che non si era mai degnato di visitare Roma, si mise alla testa del suo esercito e marciò alla volta della capitale. Rimase, tuttavia, invischiato nell’assedio di Aquileia, dove trovò la morte per mano dei suoi stessi soldati della legio II Parthica (Hdn. VII 8; 12, 8; VIII 1-5; SHA Max. 21-23; Balb. 11, 2; Zos. 1, 15). La morte del comune nemico, però, non sortì effetti benefici, ma peggiorò la situazione, aumentando i contrasti tra i due imperatori eletti dal Senato e seminando il malcontento nella guardia, i cui membri temevano di restare esclusi dai giochi. Così, assassinati i due contendenti, i pretoriani acclamarono imperatore Gordiano III (SHA Gord. 22, 5; Hdn. VIII 8).

L’ascesa al trono di Gordiano III fu salutata come l’inizio di una nuova era di pace, giustizia e stabilità, soprattutto dalle classi agiate, sia italiche sia provinciali, per le quali l’eliminazione di Massimino il Trace rappresentava la migliore garanzia di un ritorno alla normalità. Alle spalle del giovanissimo imperatore ci fu una folta schiera di eminenti personalità politiche, tra le quali spiccava l’energico praefectus praetorio (dal 241) C. Furio Sabinio Aquila Timesiteo: a suggellare l’intesa politica e i comuni intenti, Gordiano ne prese in sposa la figlia, Furia Sabina Tranquillina (CIL XIII 1807 = ILS 1330; SHA Gord. 23, 5; 6; 24, 2; 25, 1). Ma la tanto sospirata pace ebbe brevissima durata; all’orizzonte si profilavano oscure e minacciose nubi: sul fronte danubiano facevano la loro ricomparsa Daci, Carpi e Goti, mentre a Oriente i Sassanidi, guidati da Šāpūr I, premevano lungo la linea di confine, mettendo in serie crisi la stabilità dell’Impero.

Contro le popolazioni che premevano sulla frontiera danubiana Gordiano poté valersi del governatore della Moesia inferior, Tullio Menofilo, che con le armi e con la diplomazia riuscì a scacciare Carpi e Goti dalle province balcaniche (FGH IV, pp. 186-187).

M. Antonio Gordiano III Pio. Busto corazzato, marmo, c. 242, da Gabii. Paris, Musée du Louvre.

Ancora nel 241 l’imperatore, consigliato dal suocero, apprestò un’armata per avviare una campagna militare sul fronte orientale: a Roma fu solennemente riaperto il tempio di Giano, a indicare l’inizio delle ostilità (SHA Gord. 23, 6-7). L’anno seguente fu ripresa la Syria e, oltrepassato l’Eufrate, fu riconquistata Carrhae e liberata la provincia di Mesopotamia dai Persiani (SHA Gord. 26, 4-6; 27, 2-8). La spedizione si stava rivelando un vero successo e il giovane imperatore stava pianificando un’offensiva diretta al cuore del territorio nemico, quando Timesiteo, sulla via per Ctesifonte, cadde malato e morì in circostanze non chiare (SHA Gord. 28, 1).

Il vertice del praetorium passò a un suo stretto collaboratore Marco Giulio Filippo, originario della provincia d’Arabia. La campagna militare non subì battute d’arresto, ma proseguì secondo i piani prestabiliti: l’obiettivo ora era la conquista di Ctesifonte, ma l’esercito romano venne sbaragliato nella battaglia di Mesiche (od. Falluja, Iraq), dove trovò la morte lo stesso Gordiano III. Secondo certe fonti, l’imperatore sarebbe stato assassinato dallo stesso Filippo, che, non appena acclamato dalle truppe come successore, si sarebbe preoccupato di stipulare un frettoloso trattato di pace con i nemici (SHA Gord. 29; [Aur. Vict.] Epit. Caes. 27).

Sembra tuttavia più attendibile la versione che vuole Gordiano III morto in battaglia: la fine iniqua e poco dignitosa sarebbe una leggenda costruita a posteriori per screditare Filippo. Un dato certo è piuttosto lo sfruttamento da parte del nuovo Augustus della memoria del predecessore: infatti, responsabile o meno della sua scomparsa, Filippo fu molto attento a onorarne in modo consono la memoria, lasciandone intatte le immagini e impedendone la damnatio memoriae. Non solo: Filippo acconsentì che Gordiano ricevesse la massima onorificenza per un imperatore defunto, l’apoteosi.

Gordiano III (dettaglio). Rilievo, marmo, c. 238, dal Sarcofago di Acilia. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

Quanto ai soldati, essi celebrarono il loro giovane condottiero innalzandogli un cenotafio nel luogo stesso in cui cadde. Il testo dell’iscrizione è tramandato dalle fonti, ma sembra che sia stato inventato di sana pianta, ma non per questo meno arguto. Vi sarebbe infatti stato scritto: Divo Gordiano victori Persarum, victori Gothorum, victori Sarmatarum, depulsori Romanarum seditionum, victori Germanorum, sed non victori Philipporum («Al divo Gordiano, vincitore dei Persiani, dei Goti, dei Sarmati, di ogni sedizione romana, dei Germani, ma non dei Filippi», SHA Gord. 34, 2; cfr. Amm. Marc. XXIII 5, 7).

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Marco Aurelio

Marco Antonino, in omni vita philosophanti viro et qui sanctitate vitae omnibus principibus antecellit, pater Annius Verus, qui in praetura decessit (SHA IV 1, 1 «Marco Antonino, il filosofo, superiore a tutti per principi di santità di vita, nacque da Annio Vero, che morì mentre reggeva la pretura»). Così, nella Historia Augusta, si apre la biografia composta da Giulio Capitolino e dedicata a Marco Aurelio. In poche righe sono messe in evidenza le caratteristiche principali della personalità dell’uomo: l’interesse per la filosofia, la sanctitas vitae, l’appartenenza a una famiglia importante dell’epoca.

M. Aurelio Antonino. Busto, marmo, 161-180 d.C. ca. Roma, Musei Capitolini, Museo di P.zzo Nuovo.

Il giovane fu notato dall’imperatore Adriano, che lo impose come figlio adottivo al suo diretto successore, Antonino Pio, sperando che riuscisse ad arrivare all’impero. Antonino, fedele alle volontà di Adriano, seguì da vicino la carriera politica del ragazzo e lo considerò sempre come suo erede. Di conseguenza, l’ascesa di Marco fu rapida e senza particolari difficoltà: nel 139 a diciott’anni divenne Caesar, a diciannove consul e a venticinque ricevette la tribunicia potestas e l’imperium pro consule. Il principato di Antonino Pio non fu breve come ci si aspettava e Marco ebbe tutto il tempo per completare la propria formazione: quando giunse ai vertici dello Stato, infatti, egli aveva già quarant’anni e una personalità ben definita. I suoi principali interessi erano andati verso le dottrine stoiche e ai loro principi rimase fedele anche negli anni di governo, pur sapendo far fronte alle necessità amministrative dell’Impero e, soprattutto, agli impegni militari. Se gli anni di Antonino Pio erano stati relativamente tranquilli, non lo furono quelli che dovette affrontare Marco Aurelio, che si trovò a fronteggiare una nuova crisi diplomatica con il Regno dei Parti, gli sconfinamenti di Quadi e Marcomanni al di qua del Danubio e la ribellione di Avidio Cassio, suo legatus pro praetore per l’Oriente.

Nelle difficoltà della politica Marco cercò per tutta la vita di tenersi vicino i familiari: il fratello adottivo Lucio Vero, la moglie Faustina e suo figlio Commodo. Personaggi che solo nella tradizione letteraria sono presentati in una luce non del tutto positiva: Lucio Vero è spesso additato come un violento, un amante sfrenato del lusso e un pessimo generale, benché la campagna contro i Parti si fosse conclusa egregiamente. Faustina, invece, è accusata esplicitamente di essere un’adultera e di condurre una vita non in sintonia con quella del marito. In merito, nella Historia Augusta è ricordata una considerazione amara che sarebbe stata pronunciata dallo stesso imperatore, quando gli fu consigliato di ripudiare la Faustina: Si uxorem dimittimus, reddamus et dotem (SHA IV 19, 9 «Se rimando la sposa, devo pure restituire la dote»). E la dote era l’impero concessogli dal suocero e padre adottivo.

M. Aurelio Antonino. Busto giovanile barbato, marmo, metà II sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Anche Lucio Vero, associato al governo con un gesto senza precedenti, fu difeso a oltranza da Marco. Contrasti tra i due, o almeno una concezione diversa dell’esercizio del potere, non mancarono certamente, ma l’imperatore volle rispettare fino in fondo le volontà dei suoi predecessori.

In apertura della sua opera Τὰ εἰς ἑαυτόν (A sé stesso), scritta in greco negli ultimi dieci anni della sua vita, Marco ricorda alcuni familiari: il nonno, da cui tentò di apprendere la gentilezza; il padre naturale, che gli dette «la vita, il pudore e costumi virili»; la madre, dalla quale cercò di prendere la religiosità, la liberalità, la frugalità. Un elenco di influenze assai lungo è riconosciuto al padre adottivo, Antonino, che gli insegnò la mitezza, la fermezza nelle decisioni, l’indifferenza verso gli onori, l’amore per il lavoro, la capacità di saper ascoltare e di apprezzare i consigli giusti e di saper distinguere i casi dove fosse necessaria «la severità oppure l’indulgenza», la consapevolezza della necessità di bastare a sé stessi, una giusta cura del corpo. Ma da Antonino aveva ricevuto pure insegnamenti minori: non imporre agli amici di mangiare insieme, non andare ai bagni fuori orario, non indossare vesti di tessitura o di colori appariscenti.

Marco ricorda anche il proprio debito nei confronti di alcuni maestri e intellettuali del suo tempo: il filosofo e pittore Diogneta, dal quale apprese l’avversione a perseguire cose stupide e vuote e la diffidenza per le chiacchiere dei fattucchieri e dei ciarlatani; il filosofo Rustico, al quale dové l’incontro con Epitteto e l’abitudine a leggere con attenzione; Apollonio, per «il tono libero del carattere» e la virtù di non affidarsi al caso; il retore Frontone, che gli mostrò come «in genere, i cosiddetti patrizi, questa gente famosa, sono indubbiamente persone di ben scarsa considerazione»; Massimo, per il dominio di sé stessi e il senso di fiducia in ogni difficoltà della vita. L’omaggio conclusivo è rivolto agli dèi, che Marco ringrazia per avergli dato un fisico capace di sopportare le avversità dell’esistenza e di avergli fatto incontrare le persone che aveva incontrato.

M. Aurelio Antonino mostra la sua clementia verso i popoli sconfitti. Bassorilievo, marmo fine II sec. d.C. dall’Arco di M. Aurelio. Roma, Musei Capitolini.

L’interesse di queste pagine delle sue “memorie” va ben oltre la curiosità di conoscere le persone vicine a Marco. Esse offrono un’idea piuttosto esaustiva dei valori dell’imperatore e di come egli avrebbe voluto essere: un uomo di potere al servizio della comunità, senza illusioni sugli uomini ma al contempo impegnato a loro favore. Consapevole della propria fortuna, ma anche delle proprie responsabilità, religioso, parco nelle abitudini, moderato nell’esercizio delle sue prerogative di principe, ma allo stesso tempo risoluto nelle decisioni prese. Rispettoso della memoria di chi lo aveva beneficiato e del valore della continuità del comando. Colto, ma anche consapevole della vacuità di una cultura fine a sé stessa e perciò sempre pronto all’azione. Esempio di virtù per le persone che aveva al fianco e finanche per le classi dirigenti dello sterminato impero di Roma.

Marco Aurelio riuscì davvero a essere tutto ciò? Ai suoi contemporanei parve di sì, giudicando almeno dalle fonti letterarie ed epigrafiche a nostra disposizione. In esse, egli viene descritto come voleva essere e apparire: un filosofo, un uomo giusto in grado di reggere l’imperium e che, per la consapevolezza del proprio ruolo e per il senso di responsabilità verso cittadini e sudditi, sapeva trasformarsi in generale e affrontare prove impegnative e, se necessario, estreme.

La stessa sua scomparsa fu letta in quest’ottica: l’imperatore morì probabilmente dopo aver contratto la peste nel marzo del 180, in un accampamento militare di Vindobona (od. Vienna), fra le sue truppe, impegnate a fronteggiare l’avanzata delle tribù germaniche.

La pax Augusti: il consolidamento dell’Impero

I problemi che Augusto, giunto al potere, si trovò ad affrontare furono notevoli: l’Italia era indebolita da decenni di guerre civili; le province senza un governo stabile da altrettanto tempo; i confini dell’Impero di Roma erano insicuri. Pertanto, la politica del princeps si mosse abilmente su tre piani diversi tendenti a promuovere azioni militari per ampliare e rendere più sicuri i confini dello Stato, a mutarne l’assetto istituzionale e a dare forme amministrative differenti all’Urbe, all’Italia e alle province.

Apollo Barberini. Statua, marmo, probabile copia da Scopas, I-II sec. d.C. dal tempio di Apollo Palatino. München, Glyptothek.

Ottaviano Augusto non poté deporre subito le armi: dovette infatti impegnarsi in campagne militari nell’Hispania nordoccidentale (29-19 a.C.), dove le tribù dei Cantabri si opponevano strenuamente all’egemonia romana; lungo l’arco alpino per garantire la sicurezza dei passi montani (25-14 a.C.); in Oriente (22-19 a.C.), area strategica su cui gravava la minaccia dei Parti, e in Gallia (16-13 a.C.). Progressivamente la guida degli interventi militari passò dalle sue mani a quelle sicuramente più capaci – sotto questo profilo – dell’amico Marco Vipsanio Agrippa, e dei figli di Livia Drusilla, Tiberio e Druso Maggiore, nonché del figlio di quest’ultimo, Germanico.

Le mire espansionistiche di Augusto trovarono, però, un ostacolo inatteso proprio in Germania. Conquistate la Pannonia e la Moesia, rafforzando così i confini lungo il Danubio, il principe decise di intraprendere una rischiosa spedizione militare oltre il Reno per sottomettere una serie di popolazioni germaniche che, oltre a ribellarsi all’influenza romana o a minacciarne i confini, appoggiavano le rivolte delle tribù celtiche non ancora del tutto pacificate. Dopo i primi successi riportati da Druso, morto poi per un’accidentale caduta da cavallo nel 9 a.C., e da Tiberio, nel 9 d.C., Arminio, un giovane capo germanico della tribù dei Cherusci, organizzò una rivolta generale. Tra agosto e settembre di quello stesso anno, nella foresta di Teutoburgo, il principe germanico affrontò e sconfisse il generale romano Publio Quintilio Varo, sorprendendolo con un’imboscata; con lui travolse e annientò tre legioni e altri corpi ausiliari: in tutti i caduti furono all’incirca 20.000. Oltre alle perdite umane, che furono terribili (l’esercito romano contava allora 28 legioni effettive), la conseguenza diretta di quella memorabile disfatta fu il fatale abbandono delle posizioni conquistate fino al fiume Elba. Il confine dell’Impero si assestò lungo i corsi del Reno e del Danubio e da allora in poi buona parte dell’Europa orientale e centrale rimase divisa dal mondo mediterraneo e occidentale. Non a torto, quindi, quella di Teutoburgo è considerata una delle battaglie decisive della storia mondiale, dacché essa condizionò gli eventi successivi.

Suonatore di corno. Rilievo, pietra locale, I sec. d.C. da Urso (od. Osuna). Madrid, Museo Arqueológico Nacional.jpg

Quanto alle riforme istituzionali, invece, tanto quelle relative al vertice della res publica quanto quelle concernenti la sua organizzazione, le disposizioni assunte da Augusto furono coronate da successo e rimasero a lungo sostanzialmente inalterate. La scelta di accentrare il potere nelle mani di un unico individuo divenne irreversibile e anzi si andò via via accentuando, anche se sarebbero rimaste formalmente operanti le massime istituzioni del regime repubblicano.

Augusto si guadagnò l’appoggio del Senato pur rifondandone le basi: egli ridusse il numero dei patres conscripti da oltre 1.000 a 600 e innalzò a 1.000.000 di sesterzi il censo minimo per poter accedere alla dignità senatoria. Quindi, il principe legò a sé l’ordine equestre, affidando ai suoi esponenti la gestione di cariche istituite ad hoc per il nuovo assetto amministrativo (le praefecturae: annonae, Aegypti et Alexandriae, vigilum, classis, praetorio) e concedendo loro alti stipendi, che consentivano di aspirare all’accesso in Senato. La distribuzione di terre, la deduzione di colonie e il riconoscimento di premi in denaro assicurarono ad Augusto anche la fedeltà delle truppe, cui doveva moltissimo del proprio successo.

Province imperiali e province senatorie [RomAntica 2, 1999, 25].jpg

Per quanto riguarda l’organizzazione dello Stato romano, la divisione dell’Italia in undici Regiones Augustae e l’articolazione del dominio in province imperiali e province senatorie consentirono, nel primo caso, una più razionale raccolta fiscale per far fronte alle sempre più crescenti spese amministrative e, nel secondo, un equilibrio migliore tra i diversi poteri presenti in Roma. Infatti, le province imperiali, di più recente conquista o non del tutto pacificate o, ancora, più esposte a eventuali problemi interni ed esterni, facevano capo allo stesso principe, mentre quelle senatorie, ormai da lungo tempo romanizzate, erano governate dai promagistrati.

Regioni dell’Italia augustea [RomAntica 2, 1999, 23].

La costruzione e il consolidamento del potere augusteo non furono però soltanto il frutto di fortunate spedizioni militari e di oculate mosse politiche, ma anche quello di un sapiente lavoro di propaganda e creazione di immagine che sarebbe continuato fino alla morte del princeps. Non si trattava soltanto di assicurarsi il controllo territoriale di un dominio tanto immenso: un’entità politica quale era quella dell’Impero romano, che per secoli era stato retto da una repubblica, non si sarebbe adattato facilmente all’instaurazione di una vera e propria monarchia. La sfida consisteva nel riuscire a creare una base di consenso quanto più ampia possibile intorno alla figura di Augusto e, soprattutto, nel convincere Roma e le sue province che il potere da lui esercitato era assolutamente legittimo. Una simile opera doveva necessariamente investire ogni ambito della vita quotidiana, non solo nei suoi aspetti politici e istituzionali, ma anche sociali e culturali. Per conseguire tale risultato, Augusto scelse di avvalersi della collaborazione di personaggi di spicco, spesso di figure di eccezionale valore e dotate esse stesse di carisma personale. E l’uomo centrale della grande operazione di rinnovamento culturale nel segno del Principato fu un facoltoso di origini etrusche: Gaio Cilnio Mecenate, il cui cognomen sarebbe diventato in molte lingue moderne sinonimo di protettore e finanziatore di artisti.

Stefan Bakałowicz, L’atrio della casa di Mecenate. Olio su tela, 1890. Moskov, Galleria Tret’jakov.

Nato attorno al 70 a.C. ad Arretium e presto stabilitosi nell’Urbe, Mecenate era entrato sin da subito nella cerchia dei sostenitori del giovane Cesare. Il ricco signorotto etrusco non avrebbe mai rivestito alcun ruolo ufficiale o magistratura, ma la sua opera sarebbe stata davvero fondamentale per Ottaviano. Mecenate, infatti, accolse nella propria casa sull’Esquilino una ristretta cerchia di letterati e artisti, che divennero per suo tramite amici e stretti collaboratori del princeps, e li legò a sé con i solidi vincoli della protezione politica e anche della dipendenza economica. Tramite la formazione di questo circolo esclusivo, Mecenate seppe creare un potente e valido strumento propagandistico, destinato non soltanto a glorificare il potere di Augusto, ma anche a dimostrarne la fondatezza ideologica attraverso la creazione di miti che avevano lo scopo di fornire una base di legittimità sacrale al potere di un privatus.

Le opere letterarie erano allora infatti lette pubblicamente e avevano un’enorme diffusione, tanto da divenire potenti mezzi di comunicazione di massa. Il successo non tradì le aspettative: al termine del suo principato, la figura e le scelte di Augusto erano divenute esse stesse materia mitica. In ogni angolo dell’Impero ebbe inizio così un processo di divinizzazione della figura di Ottaviano, grazie al quale la continuazione del nuovo corso sarebbe stata accolta come una conseguenza del tutto normale.

Il superamento delle istituzioni repubblicane

La grandezza di Augusto fu, com’è noto, nella straordinaria capacità di bene amministrare un’eredità e una vittoria. L’eredità era il carisma, i beni e soprattutto le fedeli legioni del padre adottivo, Cesare: un’eredità all’inizio per forza di cose spartita, ma ritornata intera nelle mani del giovane Ottaviano dopo la definitiva vittoria su Antonio. All’indomani della battaglia di Azio, non c’era a Roma alcun avversario che potesse compromettere o minare il suo potere. Lepido era una figura ormai di secondo piano, che visse tuttavia tanto a lungo da irritare forse il princeps, che ambiva a sostituirlo nella dignità di pontifex maximus. La situazione non era dissimile da quella di Cesare vincitore su Pompeo, era anzi più favorevole, trovandosi Ottaviano di fronte a un Senato provato dalle guerre civili e dalle proscrizioni. Tuttavia, a differenza del prozio, il giovane Cesare si guardò bene dall’assumere la dittatura.

Gruppo familiare (dettaglio). Bassorilievo, marmo, 9 a.C., dall’Ara Pacis. Roma, Museo dell’Ara Pacis.

Nel corso del tempo fu anzi percepibile un graduale ma costante allontanamento dalla figura del padre adottivo, assunto in cielo. In questo atteggiamento è chiaramente da vedersi un distacco, già presente nei primi temi, dall’idea di regalità che Cesare, comunque, emanava. La storia delle soluzioni trovate per consolidare, sul piano istituzionale, il potere di Augusto è lunga e complessa. Quale sia stato, nel corso del tempo, il fondamento giuridico dei poteri del princeps è infatti questione che ha da sempre occupato storici e studiosi del diritto.

La constatazione che il potere di Augusto era, in ogni caso, fuori dall’ordinario e, di conseguenza, da ogni schema possibile nella struttura istituzionale repubblicana, dovrebbe in apparenza scoraggiare ogni ricerca riguardo all’esatto contenuto giuridico di questi poteri. Eppure, non si tratta di una questione formale o addirittura cavillosa. Ricostruire con certezza il complesso meccanismo messo a punto in diverse fasi, nel corso del tempo, è in realtà fondamentale per apprendere quale fosse il contenuto che Ottaviano stesso attribuiva al proprio ruolo politico o, in altre parole, come lo giustificasse: seguire le tappe di questo percorso significa quindi, in certo modo, fare luce su tutta un’epoca e, in particolare, sulle aspettative dei cittadini romani e italici, che ad Augusto avevano dato il proprio consenso (coniuratio totius Italiae).

Ottaviano Augusto. Statua equestre (frammento) con paludamentum e parazonium, bronzo, I sec. a.C. dalle acque egee fra Eubea e Agios Efstratios. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

I problemi posti sono in ogni caso di difficilissima soluzione: le opinioni degli studiosi si dividono tra il porre l’accento sulla base istituzionale dei poteri di Augusto, in sostanza la somma o l’iterazione – in sé comunque straordinaria – di una serie di prerogative “normali” e, viceversa, il considerare prevalente l’aspetto carismatico del potere di Augusto. Se, con diverse sfumature, ha prevalso l’una o l’altra delle interpretazioni, è certo tuttavia che i due diversi aspetti coesistono, almeno a partire dal 27 a.C.

Nel gennaio di quell’anno si svolse infatti una memorabile seduta del Senato, il cui risultato è efficacemente descritto dallo stesso Ottaviano nelle sue Res Gestae (XXXIV 1): In consulatu sexto et septimo, postquam bella civilia exstinxeram, per consensum universorum potitus rerum omnium, rem publicam ex mea potestate in Senatus populisque Romani arbitrium transtuli («Nel mio sesto e settimo consolato, dopo che ebbi estinto le guerre civili, assunto per universale consenso il controllo di tutti gli affari di Stato, trasmisi il governo della Repubblica dal mio potere alla libera volontà del Senato e del popolo romano»). Continua col riferire degli onori a lui decretati dal Senato e conclude (XXXIV 3): Post id tempus auctoritate omnibus praestiti, potestatis autem nihilo amplius habui quam ceteri qui mihi quoque in magistratu conlegae fuerunt («Da allora in poi fui superiore a tutti in autorità, sebbene non avessi maggior potere di tutti gli altri che furono miei colleghi in ciascuna magistratura»).

In quella seduta si è voluto vedere l’atto di ratifica dei poteri eccezionali di Augusto, una specie di sistemazione del suo stato effettivo di “monarca”. Console ormai per la settima volta consecutiva, nella stessa riunione egli si vide affidare un comando decennale per tutte le province imperiali (con il termine erano indicati i territori non ancora completamente sotto controllo, dove potevano essere necessari interventi militari): era l’imperium proconsulare maius, lo status che, aggiunto alle prerogative magistratuali, gli consentiva il pieno controllo della situazione. Di più: rispetto agli altri magistrati che esercitavano il loro potere, Augusto aveva in aggiunta l’auctoritas; questa, infatti, è una delle parole chiave del linguaggio politico augusteo: essa appartiene anche semanticamente alla radice (da augeo, “accresco”) del nomen Augusti. Non a caso questo titolo gli fu conferito pochi giorni dopo quella storica adunata in Senato. Si tratta di un termine difficile da rendere in lingua moderna, dal momento che le rese possibili, come, per esempio, “autorevolezza”, non sono sufficienti a rendere appieno la portata concettuale della parola latina auctoritas. Quello che evoca, comunque, è un potere carismatico, non sconosciuto o straordinario, ma, anzi, un potere legato alla storia più antica e gloriosa della repubblica.

C. Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Cammeo (Blacas Cameo), sardonica, c. 20-50 d.C., dal Tesoro dell’Esquilino. London, British Museum.

La seconda data memorabile è il 23 a.C., quando Ottaviano abbandonò il consolato: dopo molti anni rendeva possibile anche ad altri senatori l’accesso alla massima carica. Non si trattava, affatto, naturalmente, di un passo indietro: il suo imperium si estendeva contemporaneamente alle province non militari e, di conseguenza, acquisiva il completo controllo di tutto il territorio romano. Nella stessa occasione assumeva la tribunicia potestas: senza accedere alla gloriosa magistratura plebea del tribunato, Ottaviano godeva comunque di tutte le sue prerogative: la facoltà di convocare il Senato, di porre il veto alle leggi, di trasformare i plebisciti in leggi. Quanto questo potere, accresciuto ovviamente dall’auctoritas, fosse considerato fondamentale è prova nel fatto che tutti gli imperatori dopo di lui computassero gli anni del loro principato attraverso la tribunicia potestas.

Niente era, dunque, da un punto di vista formale, al di fuori della tradizione: non i poteri che, presi singolarmente, rientravano nelle prerogative di ciascuna magistratura. Dove non rivestiva un honos, Augusto conservava tuttavia la potestas della carica medesima, con in più – naturalmente – la sua auctoritas.

Importanza non secondaria ebbero le onorificenze a lui accordate da un Senato che, evidentemente, sapeva ben interpretare i desideri del principe. Egli le registrò scrupolosamente nelle sue Res Gestae, riconoscendone di fatto l’importanza politica (XXXIV 2): Quo pro merito meo senatus consulto Augustus appellatus sum et laureis postes aedium mearum vestiti publice coronaque civica super ianuam meam fixa est et clupeus aureus in curia Iulia positus, quem mihi senatum populumque Romanum dare virtutis clementiaeque et iustitiae et pietatis causa testatum est per eius clupei inscriptionem («Per questa mia benemerenza, con decreto del Senato ebbi l’appellativo di “Augusto”, la porta della mia casa fu pubblicamente ornata di alloro, e sull’entrata fu affissa una corona civica; nella Curia Giulia fu posto uno scudo d’oro con un’iscrizione attestante che esso mi veniva offerto dal Senato e dal popolo romano in riconoscimento del mio valore, della mia clemenza, della mia giustizia e della mia pietà»).

Clipeus virtutis, marmo di Carrara, 26 a.C. (AE 1952, 165 = AE 1954, 39 = AE 1955, 82 = AE 1994, 27), Arles, Musée de l’Arles antique

Rispetto al carattere straordinario degli onori riconosciuti agli imperatores della tarda repubblica, gli omaggi ad Augusto colpiscono per la loro apparenza dimessa, priva di ogni implicazione “regale”. Al contrario, tali onori rientravano nella tradizione romana più austera ed evocavano dunque un passato glorioso, anche se potevano, all’occasione, prestarsi a interpretazioni differenti. Si tratta dunque di una “povertà” solo apparente, dal momento che attraverso questi onori si propagandavano nel modo più ampio possibile i messaggi politici più importanti per Ottaviano. I ramoscelli d’alloro a ornare la casa del princeps indicavano naturalmente la Vittoria: pianta da tempi remoti utilizzata per ornare i vincitori, le corone e i rami d’alloro evocavano il dio Apollo e, posti in perpetuo a ornamento di un’abitazione “privata”, inevitabilmente richiamavano sull’edificio e sui suoi abitanti un alone di sacralità. La corona civica in foglie di quercia, pianta sacra a Giove, invece, era usualmente conferita a chi si distingueva in battaglia, salvando la vita dei propri concittadini: nel caso di Augusto veniva a lui offerta nella qualità di salvatore della patria.

Tra gli onori ricevuti particolare significato assunse quello del clupeus virtutis, lo scudo sul quale erano incise le virtù cardinali del principe: la virtus, la clementia, la iustitia e la pietas erano la ragione per la quale i cittadini consideravano Ottaviano Augusto un loro superiore e gli accordavano l’auctoritas. Con qualche minima variazione queste virtù saranno poi apprezzate da tutti i buoni principi, come attestano le monete circolanti per tutto l’Impero.

Nel 12 a.C. Augusto, morto Lepido, poté finalmente assumere il ruolo di pontifex maximus. Nella maturità e nella vecchiaia il ruolo del princeps andava assumendo una dimensione paterna: infatti, nel 2 a.C. il Senato e il popolo romano gli conferirono il titolo di pater patriae.

L’azione politica di Augusto fu geniale e ambigua al tempo stesso, ma ebbe la caratteristica principale di essere in grado di interpretare al meglio le esigenze dei suoi tempi. Era in atto da decenni un logoramento delle istituzioni tradizionali e, più in generale, una trasformazione profonda nella società romana: le antiche e gloriose soluzioni, che avevano reso grande Roma, non erano più all’altezza dei mutamenti intervenuti.

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La congiura di Catilina e la rivolta degli esclusi dal potere

da R. CRISTOFOLI, Storie e parabole del potere personale al tramonto dell’antica Repubblica romana: anni 107-44 a.C.,in ID., A. GALIMBERTI, F. ROHR VIO (eds.), Dalla Repubblica al Principato. Politica e potere in Roma antica, Roma 2014, 43-49 [con modifiche].

Se per la prima parte dei I secolo a.C. si parla del potere, delle sue basi e di coloro che, raggiungendolo e concependolo in maniera diversa, lo detennero effettivamente, ora con la figura di Catilina si apre invece una luce su quanti si trovarono, a un certo punto della propria carriera politica, a non essere più in grado di aspirarvi, e tentarono una rivolta uscendo prima dalle regole non scritte dell’ortodossia politica, poi dalla legalità. Non si trattò, appunto, di un povero o di un uomo di umili origini, ma di un aristocratico in declino, il quale, animato dal disegno di tornare a competere per il potere, guardò al popolo e agli indigenti non solo dell’Urbe, nonché ad altri aristocratici male in arnese, come a una base di sostegno e a un bacino di reclutamento militare: la sua coniuratio, che minacciava un rovesciamento violento, non fu che un tentativo estremo di imporre una svolta all’interno di un quadro in cui, con l’avvicinamento tra optimates ed equites e lo stemperarsi delle tensioni della guerra civile e degli anni Settanta, la sola preoccupazione per un sistema politico e istituzionale sempre più ristretto alla partecipazione di poche famiglie erano ormai i paventati tentativi autocratici dei signori della guerra.

L. Cassio Longino. Denario, Roma 63 a.C. Ar. 3,70 gr. Rovescio: Longin(us) IIIV(ir). Un cittadino in atto di votare, stante, verso sinistra, mentre ripone una tabella, riportante l’abbreviazione U(ti rogas), in una cista.

Lucio Catilina, della famiglia ormai in declino dei Sergii, nacque a Roma nel 108/7. Il matrimonio con Gratiana lo portò ad avvicinarsi a Mario (la donna era sua nipote), ma, dopo la militanza con Gneo Pompeo Strabone, nell’88 passò al seguito di Silla nella prima guerra mitridatica (87-85); al ritorno, fu un sostenitore così accanito di Silla da massacrare il cognato Mario Gratidiano. Il cursus honorum di Catilina prese avvio nel 78 con la questura e proseguì nel 71 con l’edilità, mentre più importanti cariche arrivarono all’inizio degli anni Sessanta: è del 68 la pretura, e del 67-66 il governatorato provinciale in Africa. Erano, quelli, gli anni in cui la competizione elettorale si restringeva ai facoltosi: la propaganda dei candidati e la possibilità di ben figurare una volta eletti in alcune cariche (soprattutto l’edilità) dipendevano strettamente dalle risorse economiche dei singoli, e così era frequente che i membri delle famiglie non più al culmine della prosperità si indebitassero in maniera anche molto rilevante. Tale era la situazione di Catilina, anche per una tendenza allo sperpero cominciata fin dagli anni giovanili, e in quell’epoca tipica di molti rampolli della gioventù capitolina di alto rango.

Tornato a Roma dall’Africa e pendendo su di lui un processo de repetundis (come capitava spesso ai governatori indebitati che si trovavano preposti a una provincia ricca), accusato di aver sfruttato indegnamente quel territorio, Lucio Catilina si candidò nel 66 al consolato per l’anno successivo: l’occasione era propizia, perché i consoli già eletti per il 65, Autronio Peto e Publio Cornelio Silla (nipote di Silla Felix), furono accusati de ambitu e deposti, cosicché Catilina, da poco tornato dall’Africa, poté partecipare alla gara elettorale supplementare, anche sperando di sfuggire così al processo (il diritto romano non consentiva di portare alla sbarra chi avesse cominciato una magistratura, fino allo scadere del mandato). Tuttavia, oltre alla causa incombente, proprio i suoi temuti trascorsi – che includevano uno scandalo con le Vestali! – minarono le sue possibilità e frustrarono il suo tentativo: si decise di non ammettere alla candidatura, pretestuosamente, quanti non fossero già stati candidati alle prime elezioni, e furono così eletti consoli Lucio Aurelio Cotta e Lucio Manlio Torquato.

Ritratto virile, detto ‘Cicerone’. Busto, marmo bianco, I sec. d.C. Firenze, Galleria degli Uffizi

A questo punto Sallustio (Cat. 18, 4 ss.; ma cfr., tra l’altro, DCass. XXXVI 44, 3 ss.) di una cosiddetta «prima congiura di Catilina», con Catilina e Autronio Peto che avrebbero coinvolto Gaio Pisone in una trama contro la vita dei nuovi consoli Cotta e Torquato, da attuarsi il 1° gennaio del 65 alla loro entrata in carica; compiuto l’assassinio, Pisone sarebbe poi dovuto andare con un esercito a occupare le due Hispaniae. La congiura fu posticipata al 5 febbraio perché trapelata, e in quell’occasione la strage avrebbe dovuto riguardare anche molti senatori: ma quel giorno lo scarso numero di adesioni e il segnale dato da Catilina troppo presto fecero fallire tutto. Pisone andò in Spagna lo stesso, come governatore e con l’appoggio del neocensore Crasso (Sall. Cat. 19, 1), ma lì venne assassinato. Nessuna indagine acclarò i fatti del 65, e la maggioranza degli studiosi moderni non accorda molta fiducia alla loro realtà; se fu Cicerone nel 64, con l’orazione per la sua candidatura, a dare origine alle illazioni su tale presunta trama, reiterandole in discorsi successivi, va detto che in effetti Sallustio, Livio (ma la Per. 101 non fa il nome di Catilina) e Cassio Dione le considerarono molto seriamente, andando oltre lo stesso oratore per quanto riguarda la costruzione di una vera e propria congiura. È con Svetonio che il quadro si arricchisce di un dato significativo, che la tradizione ostile a Cesare aveva conservato: al cap. 9 della sua biografia leggiamo infatti che Cesare, pochi giorni prima di assumere l’edilità del 65, venne sospettato di aver dato vita a una congiura insieme a Crasso e ai due consoli vincitori delle prime elezioni del 66, Silla e Autronio. La congiura – poi naufragata per pavidità o per un ripensamento di Crasso – sarebbe stata finalizzata all’uccisione degli avversari in Senato, dopodiché Crasso avrebbe dovuto assumere la dittatura con Cesare come magister equitum, e riattribuire il consolato a Silla e Autronio. Notevole però il fatto che, in questo ramo della tradizione confluito in Svetonio, non si facesse menzione di Catilina: di vero può esserci soprattutto l’avvicinamento di Crasso e Cesare, preoccupati dai successi di Pompeo in Oriente.

Catilina venne assolto dall’accusa di concussione (de repetundis) che pendeva su di lui, ma troppo tardi per poter presentare la candidatura al consolato del 64; tornò in lizza per quello del 63, questa volta con possibilità accresciute grazie al sostegno di importanti personaggi, tra i quali probabilmente Crasso e forse Cesare, entrambi annoverati da Asconio Pediano (nel commento all’orazione ciceroniana In toga candida 74, p. 83 Clark) come sostenitori di Catilina, e che è possibile presupporre interessati – in un’ottica di perseguimento del proprio utile, che nell’aristocrazia del tempo si faceva sempre più preponderante rispetto a qualsiasi coerente ideologia – a un programma parzialmente “popolare”, nell’intento di fronteggiare la paventata elezione del candidato pompeiano e conservatore Marco Tullio Cicerone.

M. Tullio Cicerone (?). Statua, marmo, II sec. d.C. Oxford, Ashmolean Museum.

Si può presumere che il programma di Catilina contenesse sì delle aperture riformiste e delle misure volte ad alleviare la crisi finanziaria che colpiva il popolino e la plebe rurale, ma non ancora i disegni di riforme ad alto impatto che avrebbero contraddistinto l’ultima parte della sua attività politica e che in questa fase sarebbero stati ancora prematuri, in quanto lo avrebbero privato dell’appoggio di Crasso, legato al ceto imprenditoriale-finanziario e quindi sordo a qualsiasi misura inerente a condoni di debiti e a trasformazioni sociali radicali: ha senz’altro ragione Syme (1968, 92-93) a rimarcare che Sallustio, in realtà, anticipa nella sua narrazione i piani rivoluzionari del personaggio.

Catilina e i suoi fautori dovettero mobilitarsi per questa competizione elettorale per il consolato del 63 e indulgere alla pratica, del resto diffusa, dell’ambitus («broglio»); ma le cose non andarono come essi si auguravano, e furono eletti Cicerone, appoggiato dalla maggioranza degli optimates (spaventati dalle manovre di Crasso e Cesare) e degli equites, e, tra coloro che facevano capo al sostegno elettorale di Crasso, il solo Gaio Antonio Hybrida, un sillano.

Non ancora disposto a rassegnarsi, Catilina tentò per la terza volta di raggiungere la suprema magistratura e si candidò per le elezioni del 63 per il consolato del 62, senza più l’appoggio di Crasso: Catilina, che almeno alle elezioni precedenti aveva goduto ancora del sostegno di potenti personaggi – i quali intendevano avvalersi di lui come di uno strumento per la loro politica – ed era stato a un passo dal coronamento della carriera dell’alta aristocrazia, da questo momento può invece essere considerato un escluso dal potere, che come tale cerca di ovviare alla propria situazione e alle difficoltà della sopravvenuta indigenza, cavalcando il malcontento di quanti non appartenevano da sempre, e di quanti non appartenevano più, alla ristretta élite dominante.

La sua è una rivolta che comincia fin dal programma: in sé legittimo, pur se questa volta radicale, e imperniato sulla remissione dei debiti pregressi (tabulae novae) come su una bandiera anche ideologica, in qualche modo mirata a far presa trasversalmente, in quanto teoricamente in grado di attrarre nel favore a essa la plebe e i piccoli proprietari terrieri italici, ma anche non pochi patrizi indebitati per lo stile di vita o per l’ambizione politica. La base di consenso di Catilina vantava infatti ancora degli optimates (ma per la maggiore in difficoltà), tra i quali Publio Cornelio Lentulo Sura (cos. 71), espulso dal Senato nel 70, e Lucio Cassio Longino (praet. 66), mentre la sua base sociale era composta in larga parte dalla plebe urbana, da giovanotti ambiziosi e pieni di debiti, da piccoli proprietari soprattutto dell’Etruria e da ex soldati di Silla. Nondimeno, Catilina andò incontro all’ennesima sconfitta elettorale.

Joseph-Marie Vien, La congiura di Catilina. Olio su tela, c. 1809.

La maggioranza dell’aristocrazia ottimate e la pressoché totalità dei cavalieri si erano infatti date molto da fare alla luce di quella che Catilina aveva configurato come la sua azione politica in caso di elezione consolare; l’immagine di Catilina fu dai suoi avversari propagandisticamente deformata e presentata come quella di un dissoluto ispirato da intenti sovversivi, che giungeva al punto di cibarsi delle viscere di bambini immolati a suggello di sacrifici (DCass. XXXVII 30, 3). Catilina, deciso allora a giocarsi il tutto per tutto uscendo dalla legalità, passò alla soluzione estrema (il «piano B»: Waters 1970, 198 ss.) di ordire un complotto a danno di Cicerone e di arruolare un esercito di veterani in Etruria, comprendente, oltre ai sostenitori della prima ora e ai braccianti, anche bande paramilitari e servi: Gaio Manlio agì per conto di Catilina proprio a tal scopo.

La nuova sconfitta nella competizione per il consolato era nata soprattutto dall’abbandono da parte di Crasso, nonché dal differimento – non si sa quanto lungo, forse fino all’autunno – dei comitia attuato da Cicerone, che impedì di votare alla plebe rurale (Plut. Cic. 14, 5); ma va rilevato che anche un’ampia percentuale della plebe urbana indipendente (soprattutto i tabernarii, secondo Yavetz 1969) dovette distaccarsi da lui, in piccola parte già prima e in parte maggiore dopo le elezioni, a mano a mano che Cicerone pronunciava i suoi discorsi contro Catilina, intrisi di rivelazioni circa i suoi progetti eversivi e l’inevitabile sconvolgimento dell’ordine pubblico, cui il temuto reclutamento di servi – mentre era ancor viva la memoria di Spartaco – offriva conferma. La plebs di Roma, non tutta indigente, che non si entusiasmò davanti alla lex agraria proposta da Rullo (appoggiata da Cesare e da Crasso, che volevano togliere a Pompeo il controllo delle assegnazioni di terreno, e per questo osteggiata da Cicerone), in quanto niente affatto sedotta dalla prospettiva di dover abbandonare l’Urbe per andare in colonie di nuova fondazione, dovette togliere il proprio favore a Catilina con buona probabilità per effetto della martellante propaganda, che oltre alle accuse di cui sopra arrivò ad attribuirgli anche quella di voler incendiare la città (Sall. Cat. 43, 2 ss., e altre fonti). Tutto ciò non era controbilanciato dall’attrattiva dell’abolizione dei debiti, che pur se realizzata non avrebbe comunque evitato ai disperati di contrarne di nuovi, in assenza di una reale e adeguata riforma economico-finanziaria (Yavetz 1969). Sallustio (Cat. 48) fa infatti notare come, dopo la scoperta della congiura, la plebe urbana avesse cambiato il suo modo di vedere le cose (mutata mente), maledicendo i progetti di Catilina e portando alle stelle Cicerone (Catilinae consilia exsecrari, Ciceronem ad caelum tollere), timorosa soprattutto della prospettiva che fossero appunto appiccati incendi (per facilitare l’invasione della città da parte dei catilinari), particolarmente temibili per chi possedeva solo utensili e vestiti. Faremmo inoltre rilevare che per una parte non piccola della platea dei poveri esisteva ormai anche la prospettiva dell’arruolamento militare professionale post-mariano, che certo aveva ridotto il numero degli uomini sui quali potesse far presa un progetto rivoluzionario e rischioso, basato su misure che in ultima analisi erano palliative.

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato. Affresco, 1882-88. Roma, Palazzo di Villa Madama.

Il 27 ottobre del 63 in Etruria avvenne l’insurrezione, mentre il 6 novembre a Roma i catilinari pianificarono l’assassinio del console Cicerone per la nottata. L’azione contro il magistrato fu però sventata, e la risposta del console non si fece attendere: l’8 e il 9 novembre egli tenne in Senato le prime due orationes in Catilinam, che poco più di una settimana dopo sortirono gli effetti della dichiarazione di Catilina come hostis publicus e dell’emanazione di un Senatus consultum ultimum. Catilina fu costretto a fuggire dall’Urbe e a cercare scampo presso i suoi in Etruria; nella disperata ricerca di nuove alleanze, era entrato in trattative perfino con gli Allobrogi, ma alcuni loro esponenti furono sorpresi a Roma con messaggi per Catilina e confessarono. La terza e la quarta delle Catilinariae, pronunciate rispettivamente il 3 e il 5 dicembre subito dopo la scoperta della corrispondenza segreta, se valsero a Cicerone il titolo di «salvatore della patria», costarono l’accusa di perduellio ai congiurati che erano ancora a Roma, e l’esecuzione in tutta fretta nel carcere Mamertino, senza che fosse loro concessa la provocatio ad populum.

Cesare aveva parlato in Senato contro l’opportunità di una condanna a morte almeno così immediata, e a favore invece della confisca dei beni e della prigionia per gli arrestati in attesa della sconfitta di Catilina e di un processo con tutti i crismi e le garanzie costituzionali; prevalsero però i pareri dell’ottimate emergente Marco Porcio Catone il Giovane e di Cicerone. Catilina, con eroismo eternato da Sallustio nel suo «ritratto paradossale» (La Penna 1976) del personaggio, morì nel gennaio del 62 a Pistoia, combattendo contro l’esercito condotto da Petreio.

Alcide Segoni, Il ritrovamento del corpo di Catilina dopo la battaglia di Pistoia. Olio su tela, 1871. Firenze, Galleria dell’Arte.

Anche fra gli studiosi moderni – una parte dei quali ritiene di ridimensionare l’importanza della vicenda – si trovano quanti danno credito alle fonti antiche e presentano quello di Catilina come il tentativo di destabilizzare lo Stato romano a opera di un dissoluto manovrato da politici potenti, e quanti, invece, hanno guardato a lui come a un leader con un’ambizione politica autonoma, che certamente trovò poi anche l’appoggio di personaggi influenti; ma non sono mancati neanche alcuni che, con buona dose di esagerazione, hanno annoverato il personaggio tra gli autentici riformatori sociali dell’antica Roma.

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