Gaio Sallustio Crispo

di G.B. CONTE, E. PIANEZZOLA, Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 1. L’età arcaica e repubblicana, Milano 2010, 448-457

Il primo grande storico

Sallustio è il primo grande storico della letteratura latina di cui si possono leggere per intero le opere principali, essendo andate perdute le Origines di Catone. La sua novità consiste nell’aver scelto di narrare non un lungo periodo della storia romana, ma singoli avvenimenti (la congiura di Catilina e la guerra di Giugurta) che, pur essendo stati di breve durata, gli sembrarono decisivi per le conseguenze che avrebbero avuto sugli sviluppi successivi. Sallustio scelse dunque il genere della monografia, ovvero della «trattazione isolata».

In realtà, la monografia (dal greco μόνος, «singolo, isolato», e γράφειν, «scrivere») non è un vero e proprio genere letterario, ma un sottogenere della storiografia, che corrisponde alla scelta di trattare non una lunga epoca, ma un periodo circoscritto, un evento o un luogo isolato, che sembrano di particolare interesse per l’autore. Il modello ispiratore della scelta, in questo come in altri ambiti, fu Omero, che nell’Iliade narrò la guerra di Troia, per di più concentrandosi sugli eventi accaduti in cinquantuno giorni dell’ultimo anno di conflitto. Questa abilità di selezione fu lodata già da Aristotele, anche riguardo all’Odissea, in diversi passi della Poetica (p. es., 59a 30-37).

Venendo alla storiografia vera e propria, l’iniziatore della monografia fu l’ateniese Tucidide (c. 460-400 a.C.). Contrapponendosi al suo grande predecessore Erodoto, che aveva narrato la storia e le usanze di più popolazioni dalle origini fino alle guerre persiane, Tucidide decise di raccontare soltanto la guerra del Peloponneso (431-404), affermando nel proemio di aver capito (e a ragione) fin dall’inizio che si trattava di un fatto senza precedenti (I 1). Per sottolineare la novità di questo conflitto rispetto ai precedenti, dopo il proemio Tucidide inserì un lungo excursus sulla storia più antica – chiamato «archeologia» –, una scelta che sarebbe stata imitata da Sallustio nei capp. 6-13 del De Catilinae coniuratione.

Altri storici contemporanei di Tucidide scelsero la forma monografica in base non tanto all’evento, quanto al luogo: così Ellanico di Lesbo e Damaste di Sigeo scrissero opere su singoli Paesi e popoli ricche di notazioni etnografiche o su singole genealogie di eroi, mentre Ippia di Reggio e Antioco di Siracusa si concentrarono sull’Italia meridionale. Nel IV secolo il genere monografico continuò a fiorire (in particolare, i numerosi autori di storie dell’Attica presero il nome di attidografi); alla fine del III secolo vi si affiancarono le monografie dedicate alle straordinarie imprese di Alessandro il Grande (tra gli autori si ricordano Tolemeo, Nearco e Callistene), che però scaddero ben presto nel romanzesco.

Com’è noto, la prima storiografia romana fu di tipo annalistico, ovvero di ampio respiro e scandita anno per anno, fosse essa scritta in poesia (gli Annales di Ennio) o in prosa (le Origines di Catone). Il primo scrittore romano che optò per l’impianto monografico fu Celio Antipatro (II secolo a.C.), autore di un’opera – andata perduta – sulla seconda guerra punica.

La scelta di Celio Antipatro rimase alquanto isolata, finché non fu ripresa da Sallustio, che dedicò le sue due più importanti opere alla congiura di Catilina (63) e alla guerra contro Giugurta (111-105), affermando esplicitamente di voler scrivere «su argomenti scelti» (carptim… perscribere, Cat. 4, 2). Dopo queste due monografie, l’autore praticò anche l’annalistica componendo le Historiae, che narravano i fatti avvenuti dal 78 a.C. in poi.

Anche il più grande storico di età imperiale, Tacito, che ebbe Sallustio come modello di composizione, etica e stile, praticò entrambi i generi: oltre agli Annales e alle Historiae, che raccontano gli accadimenti dalla morte di Augusto, Tacito compose anche una monografia etnografica sui Germani (De origine et situ Germanorum) e un breve De vita Iulii Agricolae, che, pur essendo di per sé un elogio funebre, è in realtà un quadro monografico sul principato di Domiziano.

Insomma, ad avvenimenti brevi Sallustio dedicò opere brevi; malgrado questa caratteristica, le monografie contengono riflessioni che mostrano una lucidità e un’intelligenza proprie di chi ha partecipato attivamente alla vita politica per un lungo tratto della sua vita. il cupo pessimismo dell’autore e la sua tragica visione della Storia si riflettono in uno stile personalissimo, che rifugge dall’eleganza esornativa ciceroniana e fa largo uso di forme poetiche e arcaiche.

Maestro di Marradi. L’espulsione di Tarquinio il Superbo e di suo figlio Sesto da Roma. Tempera e oro su tavola, XV secolo. Collezione privata.

La vita: dalla politica attiva all’otium letterario

Gaio Sallustio Crispo nacque ad Amiternum, in Sabina (oggi vicino a L’Aquila), il 1 ottobre 86, da una famiglia facoltosa che però non aveva mai dato magistrati alla res publica; egli era perciò un homo novus, come il suo conterraneo Marco Porcio Catone il Censore, che fu per lui importante esempio ideologico e letterario. Sallustio compì probabilmente gli studi a Roma, dove i suoi interessi cominciarono a gravitare verso la politica, in un’epoca abbastanza convulsa per lo Stato romano. Una notizia non troppo certa lo vuole questore nel 55 o nel 54. Si legò inizialmente ai populares: tribuno della plebe nel 52, condusse una campagna accanita contro l’uccisore di Clodio, Milone, e contro Cicerone che lo appoggiava. Poco dopo dovette subire la vendetta degli optimates: nel 50 fu espulso dal Senato per indegnità morale.

Dopo lo scoppio della guerra civile, Sallustio combatté per la causa di Cesare e fu riammesso nel venerando consesso dopo la vittoria di quest’ultimo: la sua carriera politica riprese rapida, tanto che nel 46 era già arrivato a essere pretore. Una volta sconfitti i pompeiani anche in Africa a Tapso, Cesare nominò Sallustio governatore della nuova provincia, costituita in gran parte dalle annessioni dal regno di Numidia, tolto a Giuba che aveva appoggiato il nemico. Sallustio dette tuttavia prova di malgoverno e di rapacità, e al suo rientro a Roma, a fine mandato, fu colpito dall’accusa de repetundis. Per evitargli una sicura condanna e una nuova espulsione dal Senato, probabilmente Cesare gli consigliò di ritirarsi una volta per tutte dalla vita politica. Fu da quel momento in poi che, presumibilmente, Sallustio si dedicò alla storiografia. La morte lo colse nel 35 o nel 34, nella sua lussuosa residenza con grande parco tra il Quirinale e il Pincio (i cosiddetti Horti Sallustiani), facendo sì che restasse incompiuta la sua opera maggiore, le Historiae.

Strumenti da scrittura (tabulae ceratae, stilus, volumen). Affresco, ante 79 d.C. da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Le opere

Sallustio, dunque, si dedicò alla storiografia quando le circostanze gli impedirono di partecipare ancora alla vita politica. Questo dato biografico è il punto di partenza della riflessione sulla Storia e sul ruolo dello storico che egli svolge nei proemi delle due monografie, il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum, composte e pubblicate forse fra il 43 e il 40. Egli segue una prassi propria della storiografia classica, consistente nell’esordire svolgendo alcuni temi di carattere generale e affermando, prima di tutto, l’utilità della Storia: essa è per lo storico latino tanto più importante, rispetto ai suoi predecessori greci, in quanto la mentalità romana considerava assolutamente primaria la partecipazione alla vita pubblica e guardava con sospetto alle attività intellettuali che comportassero il distacco dalla res publica e il prevalere degli interessi privati.

Appunto contro le resistenze di questo sistema di valori tradizionali Sallustio vuole rivendicare l’importanza dell’opera dello storico. Per tale processo di legittimazione egli parte da premesse filosofiche e precisamente dal tema platonico del dualismo dell’essere umano, composto da animus e corpus: il primo è di origine divina ed è chiamato a funzioni di guida, mentre il secondo, che è mortale e che l’uomo ha in comune con gli altri animali, deve obbedire al primo. È dunque solennemente proclamata la superiorità della parte spirituale dell’uomo su quella fisica: all’animus, appunto, l’autore riconduce tutte le occupazioni nobili ed elevate, quelle apportatrici di fama, che consentono di trascendere i limiti mortali della vita umana.

Un’opera di più vasto respiro, le Historiae, iniziata intorno al 39 e rimasta incompiuta al libro V, copriva il periodo fra il 78 e il 67, cioè dalla morte di Silla alla conclusione della guerra piratica di Pompeo, riallacciandosi alla narrazione di Cornelio Sisenna (c. 120-67 a.C.); ne restano numerosi frammenti, fra i quali alcuni di vaste dimensioni ( parte del proemio, quattro discorsi e due lettere). Opere spurie sono considerate le due Epistulae ad Caesarem senem de re publica e l’Invectiva in Ciceronem.

Come si è visto, dopo un’iniziale, intensa partecipazione attiva alla vita pubblica, ovvero al negotium, Sallustio si ritirò a vita privata e si dedicò all’attività letteraria, ovvero all’otium. Poiché i Romani concepivano l’otium in maniera potenzialmente negativa, cioè come tempo sottratto alla cura degli affari e della politica, Sallustio sentì il bisogno di giustificarsi per il passaggio dal negotium all’otium, e lo fece nei due lunghi proemi che antepose alle sue monografie. Sebbene si nutrano di luoghi comuni della filosofia divulgativa, questi proemi rispondono all’esigenza profonda di dare conto della propria attività intellettuale di fronte a un pubblico come quello romano, fedele alla tradizione per cui fare storia era compito più importante che scriverne. Giustificazioni analoghe aveva più volte dovuto fornire Cicerone – anch’egli in testi proemiali – a proposito delle sue opere filosofiche; ma in Cicerone la rivalutazione dell’attività intellettuale è compiuta con un orgoglio senz’altro superiore a quello di Sallustio, che alla storiografia attribuisce un valore di gran lunga inferiore a quello della politica, e comunque non le conferisce un significato “autonomo”. Per Sallustio la storiografia resta infatti strettamente legata alla prassi politica, e la sua maggiore funzione è individuata nel contributo alla formazione dell’uomo politico. Tuttavia, l’attività politica non è più praticabile, a detta di Sallustio, perché a Roma trionfa ormai la corruzione.

I pochi cenni autobiografici contenuti nei proemi di Sallustio sono volti a spiegare l’abbandono della vita politica con la crisi che ha irrimediabilmente corrotto le istituzioni e la società. Sallustio denuncia l’avidità di ricchezza e di potere come i mali che avvelenano la vita pubblica dei cittadini, e in ciò si fa evidente il contrasto fra la pagina scritta e quanto si sa della sua carriera disonesta di amministratore. Ma la cosa più importante è che la stessa storiografia sallustiana tende a configurarsi come indagine sulla crisi. Questo approccio serve a dare conto dell’impianto monografico delle due prime opere storiche, che costituiva una novità quasi totale nella storiografia latina. Proprio l’impostazione monografica serviva in maniera eccellente a delimitare e a mettere a fuoco un singolo problema storico sullo sfondo di una visione organica della storia di Roma. Così il De Catilinae coniuratione illumina il punto più acuto della crisi, il delinearsi di un pericolo sovversivo di qualità fino ad allora ignota alla res publica; il Bellum Iugurthinum, invece, affronta direttamente, attraverso una vicenda paradigmatica, il nodo costituito dall’incapacità della nobilitas ormai corrotta a difendere lo Stato, e insiste sulla prima resistenza vittoriosa dei populares. Contemporaneamente, l’impianto monografico risentiva dell’esigenza di opere brevi di raffinata fattura stilistica, acuitasi dopo l’esperienza neoterica della poesia e la scelta della monografia portò Sallustio a elaborare un nuovo stile storiografico.

Jan Bruegel il Giovane, Allegoria della guerra. Olio su tela, c. 1640. Collezione privata.

Il De Catilinae coniuratione

Sallustio sceglie come argomento della sua prima monografia la congiura di Lucio Sergio Catilina, repressa da Cicerone console nel 63, perché vi scorge una pericolosa novità: il tentativo di coalizzare contro lo strapotere del Senato una sorta di “blocco sociale” costituito dalle masse di diseredati del proletariato urbano, dei poveri delle campagne, dai membri decaduti del patriziato, forse persino da frotte di servi. Il fenomeno catilinario aveva suscitato nei gruppi dirigenti dell’Urbe timori che possono apparire eccessivi, ma senza la paura dei ceti possidenti nei confronti degli strati inferiori della società non si comprende l’importanza che fu attribuita alla congiura.

Sallustio, come molti suoi contemporanei, vedeva nel sovversivismo catilinario uno dei sintomi della ben più grave malattia di cui soffriva la società romana. A essa lo storico, interrompendo la narrazione, dedica un ampio excursus, quasi all’inizio dell’opera (capp. 6-13): si tratta della cosiddetta «archeologia», che, sul modello tucidideo, traccia una rapida storia dell’ascesa e della decadenza di Roma. Anche se con il senno di poi la congiura di Catilina può sembrare un evento di modesta portata, ingigantito da Cicerone per aumentare i propri meriti e da Sallustio per finalità storiografiche, resta il fatto che fece una grande impressione presso i contemporanei. A partire dall’epoca di Gracchi (133-120 a.C.), passando per i tumulti di Saturnino (100) e Druso (91) e per lo scontro tra Mario e Silla (88-82), la violenza civile a Roma era aumentata a dismisura e in modo incontrollato, finché Catilina non fece il grande passo: per la prima volta qualcuno tramava segretamente contro la res publica. Catilina era pronto a massacrare in un attimo i membri di quel Senato che frequentava abitualmente e i magistrati con cui si intratteneva ogni giorno come se nulla fosse. Sallustio, dunque, si è chiesto come sia stato possibile giungere a tanto. Mentre uno storico moderno spiegherebbe i fatti attraverso motivazioni economiche, politiche e sociali, Sallustio – storico moralista e “tragico” – addita una causa di natura collettiva, cioè la decadenza morale di tutta Roma e una di natura individuale, cioè la malvagità d’animo del protagonista e di tutti coloro che avevano scelto di seguirlo.

I capitoli 9-11, che espongono la prima delle due ragioni, sono estratti dalla cosiddetta «archeologia», l’excursus che presenta l’ascesa di Roma dal periodo della fondazione al presente dell’autore. La tesi di Sallustio è che fino alla distruzione di Cartagine (146) i Romani, valorosi in guerra e giusti e miti in tempo di pace, abbiano mantenuto boni mores; ma, una volta scomparso il grande rivale, l’Urbe è precipitata in un baratro di corruzione e violenza, culminato nella dittatura di Lucio Cornelio Silla.

[9.1] Igitur domi militiaeque boni mores colebantur, concordia maxuma, minuma avaritia erat; ius bonumque apud eos non legibus magis quam natura valebat. [2] iurgia discordias simultates cum hostibus exercebant, cives cum civibus de virtute certabant. in suppliciis deorum magnifici, domi parci, in amicos fideles erant. [3] duabus his artibus, audacia in bello, ubi pax evenerat aequitate, seque remque publicam curabant. [4] quarum rerum ego maxuma documenta haec habeo, quod in bello saepius vindicatum est in eos, qui contra imperium in hostem pugnaverant quique tardius revocati proelio excesserant, quam qui signa relinquere aut pulsi loco cedere ausi erant; [5] in pace vero quod beneficiis magis quam metu imperium agitabant et accepta iniuria ignoscere quam persequi malebant.

[10.1] Sed ubi labore atque iustitia res publica crevit, reges magni bello domiti, nationes ferae et populi ingentes vi subacti, Carthago aemula imperi Romani ab stirpe interiit, cuncta maria terraeque patebant, saevire fortuna ac miscere omnia coepit. [2] qui labores, pericula, dubias atque asperas res facile toleraverant, iis otium divitiaeque, optanda alias, oneri miseriaeque fuere. [3] igitur primo pecuniae, deinde imperi cupido crevit: ea quasi materies omnium malorum fuere. [4] namque avaritia fidem probitatem ceterasque artis bonas subvortit; pro his superbiam, crudelitatem, deos neglegere, omnia venalia habere edocuit. [5] ambitio multos mortalis falsos fieri subegit, aliud clausum in pectore, aliud in lingua promptum habere, amicitias inimicitiasque non ex re, sed ex commodo aestumare, magisque voltum quam ingenium bonum habere. [6] haec primo paulatim crescere,interdum vindicari; post ubi contagio quasi pestilentia invasit, civitas inmutata, imperium ex iustissumo atque optumo crudele intolerandumque factum.

[11.1] Sed primo magis ambitio quam avaritia animos hominum exercebat, quod tamen vitium propius virtutem erat. [2] nam gloriam honorem imperium bonus et ignavos aeque sibi exoptant; sed ille vera via nititur, huic quia bonae artes desunt, dolis atque fallaciis contendit. [3] avaritia pecuniae studium habet, quam nemo sapiens concupivit: ea quasi venenis malis inbuta corpus animumque virilem effeminat, semper infinita ‹et› insatiabilis est, neque copia neque inopia minuitur. [4] sed postquam L. Sulla armis recepta re publica bonis initiis malos eventus habuit, rapere omnes, trahere, domum alius, alius agros cupere, neque modum neque modestiam victores habere, foeda crudeliaque in civis facinora facere. [5] huc adcedebat, quod L. Sulla exercitum, quem in Asia ductaverat, quo sibi fidum faceret, contra morem maiorum luxuriose nimisque liberaliter habuerat. Loca amoena, voluptaria facile in otio ferocis militum animos molliverant: [6] ibi primum insuevit exercitus populi Romani amare potare, signa tabulas pictas vasa caelata mirari, ea privatim et publice rapere, delubra spoliare, sacra profanaque omnia polluere. [7] igitur ei milites, postquam victoriam adepti sunt, nihil relicui victis fecere. [8] quippe secundae res sapientium animos fatigant: ne illi conruptis moribus victoriae temperarent.

Scena di vendita e trasporto delle merci. Rilievo, calcare, III sec. Arlon, Musée Luxembourgeois.

[9.1] In pace e in guerra, dunque, era onorata la buona condotta; regnava la concordia, non si conosceva brama di arricchire. Il diritto e l’onestà erano osservati non in forza di leggi ma per impulso naturale. [2] Alterchi, discordie, contese se ne avevano solo con i nemici esterni: tra concittadini si gareggiava soltanto per il valore. Erano splendidi nel culto reso agli dèi, parsimoniosi nella loro vita privata e leali agli amici. [3

]Sia nella vita privata sia in quella pubblica, si attendevano a due principi, spietati in guerra, erano equi quando era tornata la pace. [4] Sono cose di cui potrei addurre documenti irrefutabili, perché in guerra è accaduto di dover punire soldati per essersi lanciati sul nemico contro gli ordini o attardati a combattere dopo il segnale della ritirata, più spesso che per aver disertato o ceduto terreno sotto la pressione degli avversari. [5] In tempo di pace, d’altro canto, esercitavano il loro dominio più con la benevolenza che con il terrore e preferivano perdonare alle offese ricevute anziché punirne i responsabili.

[10.1] Ma come la res publica, con la tenacia e la giustizia, si espanse e i re più potenti furono soggiogati e le genti barbare e le grandi nazioni sottomesse con la forza, e la rivale dell’impero romano, Cartagine, fu rasa al suolo dalle fondamenta e si erano aperti tutti quanti i mari e le terre, la sorte cominciò a infierire e a sovvertire ogni cosa. [2] Per quelle stesse persone che avevano sopportato senza un lamento fatiche, pericoli, sorti incerte e avverse, la tranquillità e il benessere, beni d’altro canto desiderabili, si trasformarono in travagli e sciagure. [3] La brama di ricchezza e di potere aumentò e con essa, si può dire, divamparono tutti i mali. [4] Fu la cupidigia a spazzar via la buona fede, la rettitudine e tutte le norme del vivere onesto, indusse la gente all’arroganza, alla crudeltà, alla noncuranza verso gli dèi, alla convinzione che non ci fosse cosa che non fosse in vendita. [5] L’ambizione indusse molti a fingere, a tener chiuso in cuore un pensiero e ad averne un altro pronto sulla lingua, a considerare amici e nemici non per i loro reali meriti, ma secondo il proprio tornaconto, a sembrare onesti più che a esserlo davvero. [6]

 Sulle prime, questi vizi aumentarono lentamente; a volte, furono anche puniti. Ma più il contagio si diffuse come una pestilenza, la città mutò volto e quel governo che era il più giusto, il migliore, divenne crudele e intollerabile.

[11.1] Nei primi tempi, peraltro, più della cupidigia tormentava gli animi l’ambizione, un difetto sì ma non molto lontano dal pregio. [2] Infatti, alla gloria, agli onori, al potere aspirano tutti allo stesso modo, l’uomo di valore e l’incapace; ma i primi vi tendono percorrendo la retta via, i secondi, privi di qualità, cercano di raggiungere la meta con la frode e il raggiro. [3] L’avidità contiene in sé la brama di denaro, che nessun sapiente ha mai desiderato e desidera. Essa, quasi fosse intrisa di veleni mortali, infiacchisce il corpo e l’anima più virile; non conosce limiti né sazietà, non si attenua né per abbondanza né per difetto. [4] Ma, dopo che Lucio Silla, preso il potere con le armi, fece seguire fatti atroci nonostante i fausti inizi, tutti si diedero a commettere stupri e rapine, chi bramava una casa, chi i poderi, i vincitori non conoscevano freno né misura, compivano atrocità e crudeltà contro i concittadini. [5] A ciò si aggiungeva il fatto che Lucio Silla aveva lasciato vivere nel lusso e trattato con eccessiva liberalità, contrariamente al costume degli avi nostri, l’esercito che aveva condotto con sé in Asia per renderselo leale. L’amenità e la molle piacevolezza dei luoghi avevano rapidamente fiaccato nell’ozio lo spirito fiero di quei soldati. [6] Laggiù per la pima volta un esercito del popolo romano sperimentò piaceri che non conosceva, ad amoreggiare, a bere smodatamente, ad apprezzare opere d’arte, statue, quadri e vasellame cesellato, e incominciò a rubarli dalle case private e dai luoghi pubblici, a spogliare i templi, a profanare ciò che apparteneva agli dèi e agli uomini. [7] Quei soldati, dopo la vittoria, non lasciarono niente ai vinti. [8] La prosperità corrompe perfino l’animo del saggio: figuriamoci se quei degenerati avrebbero saputo moderarsi nella vittoria!

L. Cornelio Silla. Aureo, campagna orientale, 84-83 a.C. AV 10, 76. Recto: L(ucius) Sulla. Testa diademata di Venere voltata a destra con Cupido stante, reggente una foglia di palma.

Nella visione pessimistica di Sallustio, la società romana del suo tempo era ormai minata da un processo irreversibile di degenerazione morale, che aveva rovesciato i boni mores che un tempo avevano fatto la grandezza di Roma. In quest’ottica, un episodio come la congiura di Catilina rappresenta il culmine di una “malattia” che ha progressivamente corroso il tessuto sociale, e per capirne le implicazioni è necessario rileggere lo sviluppo storico che ha portato dagli antichi fasti all’attuale decadenza della res publica. È questa, come più volte si è detto, la funzione della cosiddetta «archeologia», in cui, sul modello dell’analoga digressione di Tucidide, Sallustio interrompe la linea narrativa della monografia per tracciare una sorta di “storia morale” di Roma, dall’età mitica fino al suo presente, una storia di progressiva, inesorabile decadenza.

Mentre i primi quattro capitoli dell’excursus sono dedicati all’elogio della moralità arcaica, gli ultimi quattro, in perfetta simmetria, descrivono la china “discendente” di questa parabola. Il punto di svolta, per l’autore, è la distruzione di Cartagine (10, 1), e da qui in poi si apre l’elenco delle “tappe della rovina”. Sallustio è attento alla scansione temporale dei fenomeni, come mostra l’abbondanza di indicatori cronologici. L’autore cita questo evento come coronamento delle vittorie ottenute da Roma, fra III e II secolo a.C., contro reges magni (Pirro d’Epiro, Perseo di Macedonia e Antioco di Siria), nationes ferae e populi ingentes. L’idea che a partire da questo fatto fosse iniziata la decadenza dell’Urbe circolava già da qualche tempo: nel II secolo, infatti, lo storico Polibio di Megalopoli aveva notato come la paura per il nemico stimolasse la concordia fra i concittadini, mentre il benessere che segue alla sconfitta del nemico e alla conquista di nuovi territori avviasse un processo di decadenza (è la cosiddetta “teoria del metus hostilis”). In quest’ottica, però, è interessante notare come Sallustio attribuisca all’azione della fortuna l’inizio del rovinoso processo, o meglio al fatto che la virtus, indebolendosi, lasciò spazio al gioco della fortuna. Inoltre, i primi segni della decadenza sono l’insorgere della cupido pecuniae e poi della cupido imperii (10, 3), ai cui effetti, avaritia e ambitio, sono dedicati i successivi paragrafi. Si inserisce, a questo punto, il secondo evento cruciale, cioè la dittatura di Silla (11, 4-7), che, nella visione di Sallustio, diede modo all’avaritia di scatenarsi senza più ritegno, tra proscrizioni, permissività nei confronti di militari corrotti, e crudeltà crescente fra concittadini. In chiusura, una frase sentenziosa denuncia il carattere inevitabile di tale processo e l’inconciliabilità delle secundae res con la conservazione dei boni mores (11, 8).

L’immagine della Roma antica che emerge da questa pagina sallustiana è fortemente idealizzata: l’autore evita di fare qualsiasi cenno alle lotte fra patrizi e plebei, che ebbero luogo nei primi secoli della storia repubblicana, per aumentare il contrasto fra questa età e la successiva decadenza, macchiata da ben più cruente stragi fra i cives. Di quel periodo Sallustio ricorda solo gli episodi più edificanti, per quanto sconcertanti, come si scorge in 9, 4: l’immagine del soldato romano che rischia di essere punito più per un eccesso di ardimento che per essere fuggito allude all’episodio di Tito Manlio Torquato, console nel 340, che condannò all’esecuzione capitale il proprio figlio per aver combattuto contravvenendo ai suoi ordini. Il paragrafo 9, 5, invece, celebra l’imperialismo romano come un dominio basato sulla benevolenza e la mitezza, piuttosto che su un regime di terrore nei confronti delle popolazioni sottomesse.

Anche l’idea che i boni mores vigessero più per istinto naturale che per la forza delle leggi è un elemento fortemente idealizzante, che si ritrova nell’immagine “aurea” del virgiliano regno di Saturno (Verg. Aen. VII 203) e diventa ben presto luogo comune (per es., Hor. Carm. III 24, 35-36). Un altro tratto elogiativo è il contrasto fra la parsimonia privata e la magnificenza del culto divino, per cui Sallustio trae probabilmente spunto da un’orazione di Demostene (Dem. 3, 25), che opponeva il fasto dei templi all’umiltà delle abitazioni private nell’antica Atene.

Catilina incarna in sé, portandoli al massimo grado, i vizi della società contemporanea: le sue colpe sono le stesse della civitas, come Sallustio riconosce verso la fine del ritratto del protagonista (5). Perciò, al termine dell’excursus “archeologico”, ecco di nuovo e subito Catilina, che questa degenerazione ricapitola e impersona (14).

[14.1] In tanta tamque conrupta civitate Catilina, id quod factu facillumum erat, omnium flagitiorum atque facinorum circum se tamquam stipatorum catervas habebat. [2] Nam quicumque inpudicus adulter, ganeo manu ventre pene bona patria laceraverat, quique alienum aes grande conflaverat, quo flagitium aut facinus redimeret, [3] praeterea omnes undique parricidae sacrilegi convicti iudiciis aut pro factis iudicium timentes, ad hoc quos manus atque lingua periurio aut sanguine civili alebat, postremo omnes quos flagitium, egestas, conscius animus exagitabat, ii Catilinae proxumi familiaresque erant. [4] Quod si quis etiam a culpa vacuos in amicitiam eius inciderat, cotidiano usu atque inlecebris facile par similisque ceteris efficiebatur. [5] Sed maxume adulescentium familiaritates adpetebat: eorum animi molles et aetate fluxi dolis haud difficulter capiebantur. [6] Nam ut cuiusque studium ex aetate flagrabat, aliis scorta praebere, aliis canis atque equos mercari; postremo neque sumptui neque modestiae suae parcere, dum illos obnoxios fidosque sibi faceret. [7] Scio fuisse nonnullos, qui ita existumarent iuventutem, quae domum Catilinae frequentabat, parum honeste pudicitiam habuisse; sed ex aliis rebus magis quam quod cuiquam id compertum foret haec fama valebat.

Scena di vita quotidiana nel foro. Affresco, ante 79 d.C. da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

[14.1] In una città così grande e così corrotta, non era stato difficile a Catilina raccogliersi attorno tutti i dissipati e i criminali e farne, si può dire, la sua guardia del corpo. [2] Non c’era, infatti, degenerato, adultero, puttaniere, scialacquatore del patrimonio al gioco, al bordello, a tavola, non c’era uno indebitato fino al collo per riscattarsi dall’infamia o dal delitto, [3] non c’era un parricida o un sacrilego d’ogni paese, condannato o in attesa di sentenza, non uno di quei sicari e spergiuri che prosperano sul sangue dei cittadini, non c’era infine coscienza inquieta per il disonore, il bisogno, i rimorsi che non fosse tra i suoi. [4] E se capitava a qualcuno, ancora immune da colpe, di entrare nel giro, i rapporti quotidiani, le tentazioni, ben presto lo facevano diventare come gli altri. [5] Cercava, soprattutto, di attirare i giovani: le loro menti ancora informi e malleabili cadevano facilmente nella pania. [6] Infatti egli li assecondava nelle loro passioni, a uno procurava donne, a un altro comperava cani e cavalli, insomma non lesinava denaro né badava alla dignità pur di farsene amici fidati. [7] So che alcuni hanno sospettato di costumi disonesti i giovani che frequentavano la casa di Catilina; ma erano voci, congetture basate su tutto il contorno, non su fatti accertati.

In questo breve capitolo Sallustio mostra come un Catilina si trovasse perfettamente a suo agio in mezzo alla corruzione di Roma, essendone alimentato e alimentandola a sua volta con i suoi misfatti. In particolare, qui l’autore allude all’immoralità sessuale dei suoi seguaci, sulla quale Catilina poteva fare leva per attirarli: con lui c’era ogni inpudicus, adulter e quicumque… pene bona patria laceraverat, perciò a Catilina bastava scorta praebere («procurare prostitute»). Queste accuse erano sicuramente gravi per la rigida morale sessuale dei Romani, ma ancora tollerabili: la prostituzione era accettata, purché non mettesse in discussione la famiglia e restasse nell’ambito eterosessuale.

L’accusa più grave è quella di pederastia contenuta in 14, 7, espressa per litote con parum honeste pudicitiam habuisse. Sallustio, però, ne prende onestamente le distanze, definendola basata genericamente ex aliis rebus, ben sapendo che nella lotta politica il pettegolezzo sessuale contro gli avversari (soprattutto su forme di sessualità eterodossa) era un’arma diffusissima. Cicerone nell’orazione pro Caelio (56 a.C.) avrebbe riportato le voci sull’amore incestuoso di Clodia (la catulliana Lesbia) con il fratello Clodio, il tribuno che lo aveva mandato in esilio; a sua volta, Cicerone fu accusato di intrattenere rapporti incestuosi con l’amatissima figlia Tullia. E già un secolo prima, il grande commediografo Terenzio era stato accusato di essere l’amasio di Scipione Emiliano e di Gaio Lelio, e di farsi comporre le commedie proprio da loro.

Un secondo excursus, collocato al centro dell’opera (capp. 37-39), denuncia la degenerazione della vita politica romana nel periodo che va dalla dittatura sillana alla guerra civile fra Cesare e Pompeo. La condanna coinvolge in pari modo le due parti in lotta, i populares e gli optimates: da un lato i demagoghi, che con elargizioni e promesse alla plebe ne aizzano l’emotività per farne il piedistallo delle proprie ambizioni; dall’altro i nobiles e gli equites, che si fanno paladini della dignità del Senato, ma combattono in realtà solo per consolidare e ampliare i propri privilegi. Sallustio scorge un legame organico fra la faziosità delle parti contrapposte e il pericolo di sovversione sociale; abolire la “conflittualità” diffusa è necessario per mettere i ceti possidenti definitivamente al riparo da quel pericolo.

La condanna del «regime delle factiones» è in questo senso coerente con le aspettative che Sallustio ripone in Cesare. Da parte di quest’ultimo, lo storico auspicava probabilmente l’attuazione di una politica per certi aspetti non diversa da quella che Cicerone si riprometteva dal suo princeps: un regime autoritario che sapesse porre fine alla crisi della res publica, ristabilendo l’ordine, rinsaldando la concordia fra i ceti possidenti, restituendo prestigio e dignità a un Senato ampliato con uomini nuovi provenienti dall’élite di tutta Italia. La divergenza principale fra l’ideale di Sallustio e la politica effettivamente perseguita da Cesare riguardava probabilmente la funzione che questi aveva attribuito all’esercito: Sallustio – anche qui non troppo diversamente da Cicerone – doveva sentirsi disgustato dall’inquinamento del Senato con l’immissione di personaggi provenienti dai ranghi militari. Questa impostazione generale spiega la parziale deformazione che nel De coniuratione Sallustio ha compiuto del personaggio di Cesare, purificandolo, per così dire, da ogni contatto e legame con i catilinari ed evitando la condanna esplicita della sua politica come capo dei populares.

Nel riferire la seduta del Senato del 5 dicembre 63 a.C., in cui fu decisa la condanna a morte dei complici del complotto (Cat. 51), Sallustio fa pronunciare a Cesare un lungo discorso che, per sconsigliare l’estremo supplizio, fa largo appello a considerazioni legalitarie. Il discorso “rifatto” da Sallustio non è, a quanto pare, una sostanziale falsificazione; ma l’insistenza sulle tematiche legalitarie, se anche trovava qualche appiglio nell’intervento effettivamente pronunciato da Cesare in quell’occasione, è soprattutto coerente con la propaganda cesariana degli ultimi anni, quale mostrano i Commentarii, e con l’ideale politico sallustiano. La preoccupazione per l’ordine e la legalità conteneva, agli occhi dello storico, un valore perenne: mostrandola operante nel pensiero di Cesare fin dal 63, Sallustio implicitamente suggeriva la coerenza e la continuità della sua linea politica.

Immediatamente dopo la narrazione della seduta del Senato, l’autore delinea i ritratti di Marco Porcio Catone e di Cesare, che in quell’occasione avevano espresso pareri opposti (Cat. 54). L’idea del confronto fra i due personaggi non è senza rapporti con la polemica su Catone che si era sviluppata dopo il suo suicidio in Utica, e alla quale aveva preso parte lo stesso Cesare con l’Anticato. Sallustio sembra essere stato il primo a tentare una riflessione pacata, che approda a una sorta di ideale “conciliazione” fra i due personaggi. Il ritratto di Cesare si sofferma da un lato sulla sua liberalità, munificentia, misericordia, e dall’altro sull’infaticabile energia che sorregge la sua brama di gloria; le virtù tipiche di Catone sono invece quelle, radicate nella tradizione, di integritas, severitas, innocentia. Malgrado ciò, «pari era in loro la grandezza d’animo, pari era la fama» (magnitudo animi par, item gloria). Differenziando i mores dei due personaggi, Sallustio voleva affermare che entrambi erano positivi per lo Stato romano, anzi nelle loro virtù individuava aspetti complementari; in particolare, nei principi etico-politici affermati da Catone, Sallustio – al di là dei dissensi sul ruolo del ceto nobiliare cui Catone dava voce – riconosceva un fondamento irrinunciabile per la res publica.

Indicando in Cesare e in Catone i più grandi Romani dell’epoca, Sallustio non perseguiva certo l’intento di denigrare Cicerone; ma è un fatto che, dalla narrazione dei fatti, la figura del console, che si era trovato a reprimere il complotto, appare alquanto ridimensionata a chi abbia presenti i vanti che lo stesso Arpinate si era largamente prodigato. Il Cicerone di Sallustio non è il politico che domina gli eventi grazie alla lucidità della propria mente, ma un magistrato che fa il suo dovere, pur non essendo un eroe, superando inquietudini e incertezze.

Attinge, invece, una sua grandezza, sia pure malefica, il personaggio di Catilina stesso, del quale l’autore delinea un ritratto a tinte forti e contrastanti (Cat. 5), sottolineandone da un lato l’energia indomabile, dall’altro la facile consuetudine con ogni forma di depravazione. Ne emerge il tipo dell’«eroe nero», che con la sua tensione verso il male mette in moto nella Storia le dinamiche più rovinose.

[5.1] L. Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. [2] Huic ab adulescentia bella intestina, caedes, rapinae, discordia civilis grata fuere, ibique iuventutem suam exercuit. [3] Corpus patiens inediae, algoris, vigiliae supra quam cuiquam credibile est. [4] Animus audax, subdolus, varius, cuius rei lubet simulator ac dissimulator, alieni adpetens sui profusus, ardens in cupiditatibus; satis eloquentiae, sapientiae parum. [5] Vastus animus inmoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat. [6] Hunc post dominationem L. Sullae lubido maxuma invaserat rei publicae capiundae; neque id quibus modis adsequeretur, dum sibi regnum pararet, quicquam pensi habebat.[7] Agitabatur magis magisque in dies animus ferox inopia rei familiaris et conscientia scelerum, quae utraque iis artibus auxerat, quas supra memoravi. [8] Incitabant praeterea corrupti civitatis mores, quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia, vexabant.

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato (dettaglio). Affresco, 1882-88. Roma, Palazzo di Villa Madama.

[5.1] Lucio Catilina, di nobile stirpe, fu d’ingegno vivace e di corpo vigoroso, ma d’animo perverso e depravato. [2] Sin da giovane era portato ai disordini, alle violenze, alle rapine, alla discordia civile; in tali esercizi trascorse i suoi anni giovanili. [3] Aveva un fisico incredibilmente resistente al digiuno, al freddo, alla veglia; [4] uno spirito intrepido, subdolo, incostante, abile a simulare e a dissimulare. Avido dell’altrui, prodigo del proprio; ardente nelle passioni, non privo d’eloquenza, ma di poco giudizio; [5] un animo sfrenato, sempre teso a cose smisurate, incredibili, estreme. [6] Finito il dispotismo di Lucio Silla, egli fu preso dalla smania di impadronirsi del potere; pur di raggiungerlo, non aveva scrupoli. [7] Quell’animo impavido era turbato ogni giorno di più dalla penuria di denaro e da cattiva coscienza, rese più gravi dalle male abitudini cui ho accennato. [8] Lo spingeva inoltre su quella china la corruzione della città, nella quale imperavano ormai due vizi diversi ma parimenti funesti, il lusso e la cupidigia.

I ritratti sono dedicati a personalità illustri ed eccezionali, nel bene e nel male; ciò corrisponde a una visione della Storia che è fatta soprattutto dal confronto e dallo scontro di grandi uomini, più che da fattori socio-economici e politici, ai quali uno storico moderno darebbe maggiore importanza. Sicuramente in queste scelta giocano un ruolo notevole anche le esigenze della storiografia antica, comunemente concepita più come operazione letteraria e artistica che come attività divulgativa di tipo scientifico. I ritratti dei grandi personaggi del passato costituiscono un elemento di comune impiego nelle opere storiografiche antiche, dove fornivano esempi illustri ai quali i lettori avrebbero potuto conformarsi. Ebbene, tale funzione paradigmatica in Sallustio viene per lo più a cadere: ciò che egli vuole imprimere nel suo pubblico è l’ammirazione per le potenti manifestazioni di grandi personalità, tanto che anche un personaggio del tutto negativo come Catilina non manca di suscitare una certa forma di rispetto per la sua grandezza perversa e per la sua virtus, benché rivolta al male. Il giudizio morale è netto e senza appello: Catilina, patrizio decaduto, ex sillano, divenuto un popularis estremista in cerca di appoggi presso i diseredati e addirittura fra gli schiavi, non trova benevolenza presso un moderato come Sallustio.

L’introspezione prende la forma dell’antitesi: lo stile raffigura con evidenza il conflitto interiore di aspetti contrari compresenti in una stessa personalità. Per rendere questa opposizione interiore l’autore si serve di una prosa concitata, in cui la variatio riflette la frantumazione della personalità. Infatti, man mano che il ritratto prende forma, anche il soggetto grammaticale non è più il personaggio, ma i singoli elementi che lo compongono (corpo, animo, passioni, ecc.): dopo aver scomposto Catilina in corpus e animus, nella parte conclusiva del ritratto, dove il periodare si fa più disteso, sono le passioni a divenire il soggetto: lubido, inopia e conscientia scelerum “invadono” il personaggio e dilagano sulla pagina.

Il Bellum Iugurthinum

All’inizio della sua seconda monografia, Sallustio spiega che la guerra contro Giugurta (svoltasi tra il 111 e il 105 a.C.) fu la prima occasione in cui «si osò andare contro l’insolenza della nobiltà». In effetti, il Bellum Iugurthinum è largamente indirizzato a mettere in luce le responsabilità della classe dirigente romana nella crisi della res publica.

Giugurta, infatti, dopo essersi impadronito con il crimine del regno di Numidia, aveva corrotto con il denaro gli esponenti dell’aristocrazia capitolina inviati a combatterlo in Africa, riuscendo così a concludere una pace vantaggiosa. Quinto Cecilio Metello, inviato in Africa, aveva ottenuto successi notevoli, ma non decisivi; Gaio Mario, suo luogotenente, dopo lunghe insistenze ottenne da lui il permesso di recarsi a Roma per presentare la candidatura al consolato. Eletto sommo magistrato per il 107, Mario riceve l’incarico di portare a termine la guerra in Africa e modifica la composizione dell’esercito, arruolando i capite censi. Il conflitto riprese con alterne vicende e si concluse solo quando il re di Mauritania, Bocco, tradì Giugurta, suo potente alleato e suocero, e lo consegnò ai Romani.

Nella narrazione sallustiana, la guerra contro l’usurpatore numida acquista rilievo sullo sfondo della rappresentazione della degenerazione della vita politica romana: l’opposizione antinobiliare, cui Sallustio si riallaccia, rivendicava contro le classi superiori corrotte il merito della politica di espansione, della difesa del prestigio di Roma. Come nella monografia precedente, lo storico inserisce al centro dell’opera un excursus (Iug. 41-42), che indica nel «regime delle fazioni» (mos partium et factionum) la causa prima della lacerazione e nella rovina della res publica; ma la condanna è probabilmente più sfumata e, per così dire, meno equanime che nel De coniuratio. Nella seconda monografia, il bersaglio polemico è la nobilitas e nell’excursus traspare, per esempio, la preoccupazione di non condannare la politica graccana in maniera globale, ma solo nei suoi eccessi.

Per certi aspetti, il quadro che emerge dal Bellum Iugurthinum è piuttosto deformante: al fine di rappresentare la nobilitas come un blocco unico guidato da un gruppo corrotto, Sallustio trascura di parlare dell’ala dell’aristocrazia favorevole a un impegno attivo nella guerra, la frangia più legata al mondo degli affari e più incline alla politica di imperialismo espansionistico.

Le linee direttive della politica dei populares sono esemplificate nei discorsi che Sallustio fa tenere dal tribuno Gaio Memmio (Iug. 31) per protestare contro l’operato inconcludente di certa parte del Senato, e successiva da Gaio Mario (Iug. 85), quando quest’ultimo convince la plebe ad arruolarsi in massa. Per Sallustio, ambedue gli interventi rappresentano i migliori valori etico-politici espressi dalla causa mariana nella lotta contro lo strapotere della nobilitas. Memmio invita il popolo alla riscossa contro l’arroganza dei pauci ed enumera i mali del loro regime: il tradimento degli interessi della cosa pubblica, la dilapidazione del denaro pubblico, il monopolio sulle ricchezze, sulle risorse e sulle cariche politiche.

Nel discorso di Mario, d’altra parte, il motivo centrale è fornito dall’affermazione di una nuova aristocrazia, l’aristocrazia della virtus, che si fonda non sulla nascita, ma sui talenti naturali, sulle qualità e le competenze di ciascuno e sul tenace impegno a svilupparli (Iug. 85, 18-30). Mario si richiama ai valori antichi che avevano fatto la grandezza di Roma, quei valori che in un’epoca remota avevano permesso di emergere agli stessi capostipiti delle gentes patrizie, ormai tralignanti e caratterizzate solo da inettitudine.

Presunto ritratto di Gaio Mario. Testa, marmo, I secolo a.C. München, Glyptothek.

[85.18] Invident honori meo: ergo invideant labori, innocentiae, periculis etiam meis, quoniam per haec illum cepi. [19] Verum homines conrupti superbia ita aetatem agunt, quasi vostros honores contemnant; ita hos petunt, quasi honeste vixerint. [20] Ne illi falsi sunt, qui divorsissumas res pariter exspectant, ignaviae voluptatem et praemia virtutis. [21] Atque etiam, cum apud vos aut in senatu verba faciunt, pleraque oratione maiores suos extollunt: eorum fortia facta memorando clariores sese putant. [22] Quod contra est: nam quanto vita illorum praeclarior, tanto horum socordia flagitiosior. [23] Et profecto ita se res habet: maiorum gloria posteris quasi lumen est, neque bona neque mala eorum in occulto patitur. [24] Huiusce rei ego inopiam fateor, Quirites; verum, id quod multo praeclarius est, meamet facta mihi dicere licet. Nunc videte quam iniqui sint. [25] Quod ex aliena virtute sibi adrogant, id mihi ex mea non concedunt, scilicet quia imagines non habeo, et quia mihi nova nobilitas est, quam certe peperisse melius est quam acceptam corrupisse. [26] Equidem ego non ignoro, si iam mihi respondere velint, abunde illis facundam et compositam orationem fore. Sed in vostro maxumo beneficio cum omnibus locis me vosque maledictis lacerent, non placuit reticere, nequis modestiam in conscientiam duceret. [27] Nam me quidem ex animi mei sententia nulla oratio laedere potest: quippe vera necesse est bene praedicet, falsam vita moresque mei superant. [28] Sed quoniam vostra consilia accusantur, qui mihi summum honorem et maxumum negotium inposuistis, etiam atque etiam reputate, num eorum paenitendum sit. [29] Non possum fidei causa imagines neque triumphos aut consulatus maiorum meorum ostentare; at, si res postulet, hastas vexillum phaleras, alia militaria dona, praeterea cicatrices advorso corpore. [30] Hae sunt meae imagines, haec nobilitas, non hereditate relicta, ut illa illis, sed quae egomet meis plurumis laboribus et periculis quaesivi.

[85.18] Sono invidiosi della mia posizione: e che lo siano dunque anche della fatica, dell’integrità che me l’hanno procurata! [19] Invece, uomini bacati dall’ambizione, vivono come se avessero a disdegno le cariche che voi conferite e le brigano come se vivessero onestamente. [20] Quanto s’ingannano nel pretendere di conseguire insieme due cose incompatibili, il piacere dell’ozio e i premi della virtù! [21]Aggiungo che, quando si alzano a parlare davanti a voi o in Senato, riempiono i loro interventi delle lodi degli antenati, convinti di accrescere il proprio lustro con il ricordo delle gesta di quelli. [22] Accade invece l’esatto contrario: quanto più è illustre la gloria degli avi, tanto più è infame la viltà dei posteri! [23] Giacché questa è la verità: la gloria degli antenati, per i discendenti, è una specie di fiaccola che non lascia nell’ombra virtù né vizi. [24] Confesso, o Quiriti, che questa fiaccola mi manca: eppure, cosa molto più onorifica, io sono in grado di elencare le mie proprie gesta! [25] Constatate, ora, l’iniquità del loro atteggiamento: quel che si arrogano in nome del merito altrui non vogliono concedermelo in nome del mio! [26] E il motivo? Io non possiedo stemmi nobiliari ed è di fresco conio la mia nobiltà: ma resta pur vero che è meglio acquistarsela di persona che disonorarla dopo averla ricevuta in eredità! [27] Che con tutto questo riconosco che, se volessero controbattere, avrebbero larga scelta fra discorsi eloquenti e ben elaborati: tuttavia, poiché offendono me e voi a proposito di una carica da voi generosamente conferita, non ho voluto tacere, temendo che il mio silenzio potesse essere interpretato come un’ammissione di colpevolezza! [28] Del resto, sono profondamente convinto che nessun discorso potrebbe nuocermi: giacché, se veritiero, dovrebbe dir bene di me, se falso, sarebbe senz’altro smentito dalla condotta della mia vita. ma, dacché si è messa sotto accusa la vostra decisione di conferirmi la più alta magistratura e il più difficile degli incarichi, esaminate a fondo se dobbiate pentirvene. [29] È vero: non sono in grado di offrirvi in garanzia ritratti, trionfi o consolati di antenati illustri; bensì, se sarà il caso, lance, stendardi, piastrine e altre decorazioni militari, per non parlare delle ferite ricevute in pieno petto! [30] Questi sono i miei stemmi, questa la mia nobiltà: sono titoli che non ho ereditato, come è stato per i miei detrattori, ma che ho acquistato di persona fra sacrifici e rischi innumerevoli!».

Gaio Mario. Busto, marmo, c. I secolo a.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

L’oratore si rivolge ai convenuti chiamandoli con l’appellativo che li indicava nella loro totalità: Quirites, che i Romani derivavano da Quirinus, nome con cui Romolo fu assunto tra gli dèi, ma che deriva, in realtà, da *co-viri, «uomini riuniti». Mario non intende fare come gli altri politici, che, quando cercano voti e consensi, sono pronti a mille promesse e, una volta eletti, se ne dimenticano, diventando da affabili boriosi. Piuttosto, egli vuole presentarsi come l’esatto opposto: per lui la vera fatica non è la campagna elettorale, ma comincia dopo, quando si entra in carica; dovrà dimostrarsi all’altezza dell’incarico affidatogli, perché i suoi rivali aspetteranno solo un suo passo falso, e non potrà difendersi dietro alla gloria della sua stirpe. Ma egli ammette di sentirsi tranquillo da questo punto di vista, perché ha dalla sua l’esperienza pratica. Egli è un homo novus, che non può vantare tra i propri avi nessun console o pretore o edile curule. Il suo discorso ruota attorno all’antitesi fra la presunta nobiltà degli aristocratici, fatta solo di teoria e vuote parole, e la virtus di chi, come Mario, si è fatto da sé. Anzi, a ogni supposta gloria degli avversari egli contrappone, con gesto plateale e quasi patetico, ben altri tipi di trionfo: medaglie, cicatrici e forza fisica. E, siccome Mario tiene questo discorso per convincere il popolo ad arruolarsi, sottolinea con forza che questo è ciò che saprà insegnare a chi vorrà seguirlo.

Nel complesso, l’intervento di Mario esprime soprattutto le aspirazioni dell’élite italica a una maggiore partecipazione al potere; tuttavia, il giudizio complessivo di Sallustio su di lui rimane segnato da ambivalenze e sfumature spesso difficili da cogliere nella loro reale portata. L’ammirazione per l’uomo che ha saputo opporsi all’arroganza dei pauci è in qualche modo limitata dalla consapevolezza delle responsabilità che in futuro Mario si sarebbe assunto nelle guerre civili; ma già l’arruolamento dei capite censi getta ombre inquietanti sulla sua figura. Sallustio non sembra approvare il provvedimento – in cui si individuava comunemente l’origine degli eserciti personali e professionali che avrebbero distrutto la res publica – e pare anzi che egli veda come inquinata dall’affermarsi del proletariato militare quell’aristocrazia della virtus che Mario (con piena coscienza di homo novus) esalta nel proprio discorso. Il fondamentale moderatismo fa sì che Sallustio non possa accantonare importanti riserve sull’uomo che, nella lotta antinobiliare, non aveva esitato ad agitare la feccia plebea e a porre quasi le sorti dello Stato nelle mani del popolino.

Non si può abbandonare la trattazione del Bellum Iugurthinum senza accennare al ritratto di Giugurta (Iug. 6-8): come già nei confronti di Catilina, Sallustio non nasconde la propria perplessa ammirazione per l’energia indomabile che è sicuro segno di virtus, anche se di una virtus depravata. Una differenza importante rispetto al ritratto di Catilina è che la personalità del re numida è rappresentata, per così dire, in evoluzione: la sua natura non è corrotta fin dall’inizio, ma lo diventa progressivamente. Il seme della degenerazione è gettato in lui durante l’assedio di Numantia, da nobili e da homines novi romani. Per il suo personaggio, Sallustio non ha comunque scusanti o attenuanti, né si sforza mai di illuminare la situazione dal punto di vista di Giugurta: quest’ultimo, una volta che la sua indole si è ormai irrimediabilmente traviata, è solo un piccolo e perfido tiranno, ambizioso e privo di scrupoli. Non è certo l’eroe dell’indipendenza numidica che alcuni interpreti hanno creduto di ravvisare in lui: agli occhi dello storico romano le ragioni dell’imperialismo erano tanto evidenti da apparire indiscutibili.

Regno di Numidia. Dramma, Cirta c. 118-106 a.C., AR 3,14 g. Recto: Testa laureata di Giugurta voltata a sinistra.

Le Historiae

La maggiore opera storica di Sallustio rimase incompiuta per la morte dell’autore: le Historiae iniziavano con il 78 a.C., riallacciandosi alla narrazione di Sisenna, ma non è chiaro fino a che punto Sallustio si ripromettesse di condurre il racconto (i frammenti che restano non vanno comunque oltre il 67). Dopo gli esperimenti monografici, l’autore si cimentava ora in un’impresa di vasto respiro: si imponeva il ritorno alla forma annalistica, che del resto anche in seguito avrebbe dato prova di tenace vitalità nella storiografia latina. L’opera (per i moderni perduta, ma nota almeno fino al V secolo) influenzò molto la cultura dell’età augustea. Alcuni frammenti superstiti sono particolarmente ampi. Si tratta di quattro discorsi – per esempio, quello del tribuno Gaio Licinio Macro per la restaurazione della tribunicia potestas, nel 73; quello di Marco Emilio Lepido contro il sistema di governo dei sillani; quello di Lucio Marcio Filippo, una violenta reazione al demagogismo dell’intervento di Lepido – e di un paio di lettere, una di Gneo Pompeo Magno e una di re Mitridate VI Dionisio Eupatore del Ponto. Di queste lettere ha particolare importanza quella che l’autore immagina scritta proprio dal sovrano orientale (Hist. IV F 69 Maurenbrecher): dalle sue parole, infatti, affiorano chiaramente i motivi delle lagnanze dei popoli soggiogati e dominati da Roma e la sola ragione che i Romani hanno di portare guerra a tutte le nazioni è la loro inestinguibile sete di ricchezze e di potere (cupido profunda imperii et divitiarum). Le Historiae dipingono un quadro in cui dominano le tinte cupe: la corruzione dei costumi dilaga senza rimedio; a parte poche nobili eccezioni (come Sertorio, campione di libertas, che, ribelle a Silla e al prepotente potere degli optimates, aveva fondato nella Penisola iberica una nuova res publica), sulla scena politica si affacciano soprattutto avventurieri, demagoghi e nobili corrotti. In generale, il pessimismo sallustiano sembra acuirsi nell’ultima opera: dopo l’uccisione di Cesare e la frustrazione delle aspettative riposte nel dittatore, lo storico non ha più una parte dalla quale schierarsi né aspetta più alcun salvatore.

Mitridate VI del Ponto, con leontea. Busto, copia romana del I sec. d.C. da originale greco di sec. a.C. Paris, Musée du Louvre.

Lo stile

L’epoca che aveva portato alla massima elaborazione formale sia la prosa artistica sia la poesia si aspettava anche la nascita di un nuovo stile storico. A questo riguardo, Cicerone pensava a uno stile armonioso e fluido e considerava la storiografia opus oratorium maxime («un genere che dev’essere più di tutto oratorio»): un’idea che risaliva al retore Isocrate, maestro di alcuni storici molto apprezzati dai Romani e che appare tanto più comprensibile se si pensa che a Roma l’oratoria aveva raggiunto la sua maturità almeno una generazione prima della storiografia.

E, invece, fu proprio Sallustio a fissare lo stile della futura storiografia (anche se non in modo esclusivo): nutrendosi della lezione di Tucidide e di Catone il Censore, egli elaborò uno stile fondato sull’inconcinnitas (il contrario della ricerca ciceroniana della simmetria, il rifiuto di un discorso ampio e regolare, proporzionato), sull’uso frequente di antitesi, asimmetrie, e variationes. Il difficile equilibrio fra questo dinamismo inquieto da una parte e un vigoroso controllo che sapesse frenarlo dall’altra produceva un effetto di gravitas austera e maestosa, un’immagine di meditata essenzialità di pensiero.

A tale gravitas contribuisce parecchio la ricca patina arcaizzante. L’arcaismo, però, non è solo nella scelta di parole desuete, ma anche nella ricerca di una concatenazione delle frasi di tipo paratattico. I pensieri così si giustappongono l’uno all’altro come blocchi autonomi di una costruzione; è evitato il periodare per subordinazione sintattica, in cui un pensiero dipende da un altro come un’espansione ordinata gerarchicamente; sono evitate le strutture bilanciate e le clausole ritmiche care al discorso oratorio elaborato. Estrema è l’economia dell’espressione (asindeti e, in genere, omissione di legami sintattici, ellissi di verbi ausiliari); ma alla condensazione del discorso reagisce il gusto per l’accumulo asindetico di parole quasi ridondanti (con effetto intensivo). L’allitterazione frequente dà colore arcaico, ma potenzia anche il senso delle parole. Uno stile arcaizzante, insomma, ma al contempo innovatore, perché il suo andamento spezzato è del tutto anticonvenzionale e perché lessico e sintassi contrastano di fatto quel processo di standardizzazione che si stava verificando nel linguaggio letterario. Sul piano della tecnica narrativa, l’esigenza di sobrietà e di austerità imponeva la rinuncia a tutta una serie di effetti drammatici tipici della storiografia “tragica”, incline a suscitare emozioni e, perciò, ispirata a uno stile di narrazione vivace e, per così dire, “realistico”. Ma la limitazione approda a una drammaticità più intensa proprio perché più controllata, meno effusa. I protagonisti delle due monografie, Catilina e Giugurta, sono personaggi “tragici”; e gli argomenti delle due opere, oltre che per il loro interesse come sintomi rivelatori della crisi, sono scelti anche in funzione della varietà e della drammaticità dei casi che lo storico può mettere in scena. Lo stile elaborato nelle due monografie doveva acquisire più piena maturità artistica nelle Historiae, tanto da costituire uno dei modello

Gordiano III, un principe troppo giovane

La crisi economica del III secolo non investì allo stesso modo tutte le regioni dell’Impero romano. A soffrirne maggiormente furono le province occidentali e in particolar modo le aree di confine, più esposte agli attacchi dei razziatori alamanni, franchi e burgundi. Spesso i coloni abbandonavano le proprie terre per trovare rifugio in città o all’interno delle fortezze e, di conseguenza, diminuivano drasticamente le eccedenze alimentari da importare a Roma. Nonostante i ripetuti tentativi da parte del governo centrale di creare nuovi insediamenti agricoli e di incentivare il reperimento di manodopera anche fra i prigionieri di guerra, vastissimi territori e non solo nelle zone di frontiera furono definitivamente abbandonati.

Due leoni sbranano un cinghiale. Mosaico, III sec. da Thysdrus (od. El-Jem).

Questo stato di cose non tardò a far sentire forti ripercussioni, con esiti ancor più drastici, anche nei comparti dell’artigianato e del commercio. Se, infatti, i contadini erano facilmente rimpiazzabili, trovare un buon fabbro o un esperto scalpellino divenne sempre più difficile. Nelle Galliae e nelle regioni lungo i grandi fiumi di confine a poco a poco scomparvero le secolari tradizioni artigianali e pare che i commerci abbiano subito un improvviso arresto: nessuno si arrischiava a percorrere grandi distanze se non in ambito strettamente locale.

La situazione si fece tanto seria che i funzionari imperiali per sopperire agli equipaggiamenti militari dovettero improvvisare dal nulla fabricae tessili e d’armi, obbligando talvolta con la forza gli artigiani locali a collaborare.

Diversamente, le province orientali e quelle africane, meno esposte agli attacchi delle popolazioni esterne, riuscirono a conservare ancora per un po’ un certo grado di prosperità. Ciononostante, nel 237, il terzo anno di principato di Massimino il Trace, proprio in Africa proconsularis si verificò un’importante sollevazione. Il procurator fisci inviato in quella provincia, un uomo rapace e di pochi scrupoli, conscio del fatto che il sistema delle confische avrebbe rimpinguato enormemente le casse imperiali, impose un’onerosa ammenda ad alcuni giovani esponenti dell’aristocrazia locale, privandoli di gran parte del loro patrimonio. Il provvedimento innescò una violenta reazione: nei tre giorni di dilazione concessi dal funzionario, i fautori della rivolta misero in piedi un piccolo esercito di servi e contadini, armati di scuri e bastoni, e, approfittando di un’udienza ufficiale, gli insorti eliminarono fisicamente il procuratore e occuparono Thysdrus (od. El-Jem), considerata la «capitale dell’olio» nel commercio mediterraneo (SHA Max. 14, 1).

M. Antonio Gordiano I Semproniano Africano. Sesterzio, Roma 238. Æ 18, 47 g. Recto: Imp(erator) Caes(ar) M. Ant(onius) Gordianus Afr(icanus) Aug(ustus). Busto laureato, drappeggiato e corazzato dell’imperatore, voltato a destra.

Come atto supremo della loro sollevazione i giovani ribelli acclamarono Augustus il loro governatore, Marco Antonio Sempronio Gordiano. Questi, che aveva da poco oltrepassato gli ottant’anni e si trovava al culmine di una brillante carriera politica, fu scosso dall’improvvisa ascesa alla porpora imperiale. Accettato l’incarico dopo un’iniziale riluttanza, come suo primo atto ufficiale Gordiano elevò il proprio figlio al suo stesso rango (SHA Gord. 5-9; Hdn. VII 5).

Il biografo Giulio Capitolino informa che i due neo-imperatori inviarono a Roma una legatio cum litteris per informare il Senato sui recenti sviluppi in Africa e sulle loro intenzioni di governo: la generosità, l’umanità e la limitata pressione fiscale furono opposte alla durezza di Massimino (SHA Gord. 9, 7). La risposta della plebe urbana alla diffusione della notizia fu immediata: l’uccisione dei fautori del Trace da parte della cittadinanza e il subito riconoscimento dei due Gordiani come veri imperatori Senatus consulto lascerebbero sospettare l’ipotesi di un complotto ben orchestrato, o comunque che nell’Urbe alcuni esponenti dell’aristocrazia abbiano seguito con particolare sollecitudine gli eventi africani.

Senonché, appena tre settimane dopo l’avvento dei due Gordiani, il governatore della Numidia, un certo Capelliano, forse per motivi personali fedele a Massimino, avanzò con le sue truppe e un contingente di Mauri contro Cartagine, sede provvisoria dei nuovi Augusti. Il giovane Gordiano morì in combattimento, mentre suo padre, alla notizia della caduta dell’amato figlio, si tolse la vita (Hdn. VII 9, 11; SHA Max. 19, 20, Gord. 15-16; Zon. 12, 17; ILS 8499).

M. Antonio Gordiano I Semproniano Africano. Denario, Roma 238. AR. 3,4 g. Obverso: Romae aeternae. Personificazione dell’Urbe, voltata a sinistra, assisa con scudo, elmo, lancia e palladio.

Nel marzo del 238 i senatori, preoccupati del vuoto di potere e soprattutto delle possibili reazioni delle forze armate, presso le quali da tempo serpeggiava un certo malcontento, e di Massimino, ormai dichiarato decaduto e hostis publicus, in maniera del tutto insospettata e con grande decisione assunsero la direzione del governo, attraverso la commissione speciale dei XXviri rei publicae curandae (Hdn. VII 7, 2-7; SHA Max. 15, 2; Gord. 9-11; Aur. Vict. Caes. 26; ILS 1186).

Il venerando consesso, riunito nel tempio di Giove Capitolino, dopo un confronto concitato, espresse i suoi candidati all’imperium nelle persone di Pupieno Massimo e Calvino Balbino, attribuendo loro i medesimi poteri e concedendo la stessa titolatura. Le fonti antiche e soprattutto l’Historia Augusta li presentano assai differenti fra loro per indole e attitudine: Balbino vantava nobili natali, era uno stimatissimo oratore e un consolare che con liberalità e rettitudine aveva governato diverse province; Pupieno, invece, era di estrazione sociale più bassa, un rude militare che si era guadagnato il rispetto e gli onori della nobiltà sui campi di battaglia contro Sarmati e Germani; di lui la plebe urbana apprezzava soprattutto la semplicità dei modi, che non aveva mai abbandonato nemmeno dopo aver raggiunto il rango senatorio. Insomma, si trattava di due uomini diversissimi, ma complementari, nei quali il Senato riconosceva l’importanza di coniugare la mitezza nella giurisdizione civile a una maggiore decisione nel potere militare.

Nel momento stesso in cui la Curia conferiva in Campidoglio la porpora ai due patres, una sedizione popolare turbò la cerimonia, costringendo a cooptare insieme a Pupieno e Balbino il tredicenne Gordiano, nipote dei due Africani, nominandolo Caesar (Hdn. VII 10; AE 1951, 48).

M. Antonio Gordiano III Pio. Busto, marmo, c. 238-242. Berlin, Altes Museum.

Raggiunto dalle notizie degli eventi, Massimino, che non si era mai degnato di visitare Roma, si mise alla testa del suo esercito e marciò alla volta della capitale. Rimase, tuttavia, invischiato nell’assedio di Aquileia, dove trovò la morte per mano dei suoi stessi soldati della legio II Parthica (Hdn. VII 8; 12, 8; VIII 1-5; SHA Max. 21-23; Balb. 11, 2; Zos. 1, 15). La morte del comune nemico, però, non sortì effetti benefici, ma peggiorò la situazione, aumentando i contrasti tra i due imperatori eletti dal Senato e seminando il malcontento nella guardia, i cui membri temevano di restare esclusi dai giochi. Così, assassinati i due contendenti, i pretoriani acclamarono imperatore Gordiano III (SHA Gord. 22, 5; Hdn. VIII 8).

L’ascesa al trono di Gordiano III fu salutata come l’inizio di una nuova era di pace, giustizia e stabilità, soprattutto dalle classi agiate, sia italiche sia provinciali, per le quali l’eliminazione di Massimino il Trace rappresentava la migliore garanzia di un ritorno alla normalità. Alle spalle del giovanissimo imperatore ci fu una folta schiera di eminenti personalità politiche, tra le quali spiccava l’energico praefectus praetorio (dal 241) C. Furio Sabinio Aquila Timesiteo: a suggellare l’intesa politica e i comuni intenti, Gordiano ne prese in sposa la figlia, Furia Sabina Tranquillina (CIL XIII 1807 = ILS 1330; SHA Gord. 23, 5; 6; 24, 2; 25, 1). Ma la tanto sospirata pace ebbe brevissima durata; all’orizzonte si profilavano oscure e minacciose nubi: sul fronte danubiano facevano la loro ricomparsa Daci, Carpi e Goti, mentre a Oriente i Sassanidi, guidati da Šāpūr I, premevano lungo la linea di confine, mettendo in serie crisi la stabilità dell’Impero.

Contro le popolazioni che premevano sulla frontiera danubiana Gordiano poté valersi del governatore della Moesia inferior, Tullio Menofilo, che con le armi e con la diplomazia riuscì a scacciare Carpi e Goti dalle province balcaniche (FGH IV, pp. 186-187).

M. Antonio Gordiano III Pio. Busto corazzato, marmo, c. 242, da Gabii. Paris, Musée du Louvre.

Ancora nel 241 l’imperatore, consigliato dal suocero, apprestò un’armata per avviare una campagna militare sul fronte orientale: a Roma fu solennemente riaperto il tempio di Giano, a indicare l’inizio delle ostilità (SHA Gord. 23, 6-7). L’anno seguente fu ripresa la Syria e, oltrepassato l’Eufrate, fu riconquistata Carrhae e liberata la provincia di Mesopotamia dai Persiani (SHA Gord. 26, 4-6; 27, 2-8). La spedizione si stava rivelando un vero successo e il giovane imperatore stava pianificando un’offensiva diretta al cuore del territorio nemico, quando Timesiteo, sulla via per Ctesifonte, cadde malato e morì in circostanze non chiare (SHA Gord. 28, 1).

Il vertice del praetorium passò a un suo stretto collaboratore Marco Giulio Filippo, originario della provincia d’Arabia. La campagna militare non subì battute d’arresto, ma proseguì secondo i piani prestabiliti: l’obiettivo ora era la conquista di Ctesifonte, ma l’esercito romano venne sbaragliato nella battaglia di Mesiche (od. Falluja, Iraq), dove trovò la morte lo stesso Gordiano III. Secondo certe fonti, l’imperatore sarebbe stato assassinato dallo stesso Filippo, che, non appena acclamato dalle truppe come successore, si sarebbe preoccupato di stipulare un frettoloso trattato di pace con i nemici (SHA Gord. 29; [Aur. Vict.] Epit. Caes. 27).

Sembra tuttavia più attendibile la versione che vuole Gordiano III morto in battaglia: la fine iniqua e poco dignitosa sarebbe una leggenda costruita a posteriori per screditare Filippo. Un dato certo è piuttosto lo sfruttamento da parte del nuovo Augustus della memoria del predecessore: infatti, responsabile o meno della sua scomparsa, Filippo fu molto attento a onorarne in modo consono la memoria, lasciandone intatte le immagini e impedendone la damnatio memoriae. Non solo: Filippo acconsentì che Gordiano ricevesse la massima onorificenza per un imperatore defunto, l’apoteosi.

Gordiano III (dettaglio). Rilievo, marmo, c. 238, dal Sarcofago di Acilia. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

Quanto ai soldati, essi celebrarono il loro giovane condottiero innalzandogli un cenotafio nel luogo stesso in cui cadde. Il testo dell’iscrizione è tramandato dalle fonti, ma sembra che sia stato inventato di sana pianta, ma non per questo meno arguto. Vi sarebbe infatti stato scritto: Divo Gordiano victori Persarum, victori Gothorum, victori Sarmatarum, depulsori Romanarum seditionum, victori Germanorum, sed non victori Philipporum («Al divo Gordiano, vincitore dei Persiani, dei Goti, dei Sarmati, di ogni sedizione romana, dei Germani, ma non dei Filippi», SHA Gord. 34, 2; cfr. Amm. Marc. XXIII 5, 7).

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Il superamento delle istituzioni repubblicane

La grandezza di Augusto fu, com’è noto, nella straordinaria capacità di bene amministrare un’eredità e una vittoria. L’eredità era il carisma, i beni e soprattutto le fedeli legioni del padre adottivo, Cesare: un’eredità all’inizio per forza di cose spartita, ma ritornata intera nelle mani del giovane Ottaviano dopo la definitiva vittoria su Antonio. All’indomani della battaglia di Azio, non c’era a Roma alcun avversario che potesse compromettere o minare il suo potere. Lepido era una figura ormai di secondo piano, che visse tuttavia tanto a lungo da irritare forse il princeps, che ambiva a sostituirlo nella dignità di pontifex maximus. La situazione non era dissimile da quella di Cesare vincitore su Pompeo, era anzi più favorevole, trovandosi Ottaviano di fronte a un Senato provato dalle guerre civili e dalle proscrizioni. Tuttavia, a differenza del prozio, il giovane Cesare si guardò bene dall’assumere la dittatura.

Gruppo familiare (dettaglio). Bassorilievo, marmo, 9 a.C., dall’Ara Pacis. Roma, Museo dell’Ara Pacis.

Nel corso del tempo fu anzi percepibile un graduale ma costante allontanamento dalla figura del padre adottivo, assunto in cielo. In questo atteggiamento è chiaramente da vedersi un distacco, già presente nei primi temi, dall’idea di regalità che Cesare, comunque, emanava. La storia delle soluzioni trovate per consolidare, sul piano istituzionale, il potere di Augusto è lunga e complessa. Quale sia stato, nel corso del tempo, il fondamento giuridico dei poteri del princeps è infatti questione che ha da sempre occupato storici e studiosi del diritto.

La constatazione che il potere di Augusto era, in ogni caso, fuori dall’ordinario e, di conseguenza, da ogni schema possibile nella struttura istituzionale repubblicana, dovrebbe in apparenza scoraggiare ogni ricerca riguardo all’esatto contenuto giuridico di questi poteri. Eppure, non si tratta di una questione formale o addirittura cavillosa. Ricostruire con certezza il complesso meccanismo messo a punto in diverse fasi, nel corso del tempo, è in realtà fondamentale per apprendere quale fosse il contenuto che Ottaviano stesso attribuiva al proprio ruolo politico o, in altre parole, come lo giustificasse: seguire le tappe di questo percorso significa quindi, in certo modo, fare luce su tutta un’epoca e, in particolare, sulle aspettative dei cittadini romani e italici, che ad Augusto avevano dato il proprio consenso (coniuratio totius Italiae).

Ottaviano Augusto. Statua equestre (frammento) con paludamentum e parazonium, bronzo, I sec. a.C. dalle acque egee fra Eubea e Agios Efstratios. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

I problemi posti sono in ogni caso di difficilissima soluzione: le opinioni degli studiosi si dividono tra il porre l’accento sulla base istituzionale dei poteri di Augusto, in sostanza la somma o l’iterazione – in sé comunque straordinaria – di una serie di prerogative “normali” e, viceversa, il considerare prevalente l’aspetto carismatico del potere di Augusto. Se, con diverse sfumature, ha prevalso l’una o l’altra delle interpretazioni, è certo tuttavia che i due diversi aspetti coesistono, almeno a partire dal 27 a.C.

Nel gennaio di quell’anno si svolse infatti una memorabile seduta del Senato, il cui risultato è efficacemente descritto dallo stesso Ottaviano nelle sue Res Gestae (XXXIV 1): In consulatu sexto et septimo, postquam bella civilia exstinxeram, per consensum universorum potitus rerum omnium, rem publicam ex mea potestate in Senatus populisque Romani arbitrium transtuli («Nel mio sesto e settimo consolato, dopo che ebbi estinto le guerre civili, assunto per universale consenso il controllo di tutti gli affari di Stato, trasmisi il governo della Repubblica dal mio potere alla libera volontà del Senato e del popolo romano»). Continua col riferire degli onori a lui decretati dal Senato e conclude (XXXIV 3): Post id tempus auctoritate omnibus praestiti, potestatis autem nihilo amplius habui quam ceteri qui mihi quoque in magistratu conlegae fuerunt («Da allora in poi fui superiore a tutti in autorità, sebbene non avessi maggior potere di tutti gli altri che furono miei colleghi in ciascuna magistratura»).

In quella seduta si è voluto vedere l’atto di ratifica dei poteri eccezionali di Augusto, una specie di sistemazione del suo stato effettivo di “monarca”. Console ormai per la settima volta consecutiva, nella stessa riunione egli si vide affidare un comando decennale per tutte le province imperiali (con il termine erano indicati i territori non ancora completamente sotto controllo, dove potevano essere necessari interventi militari): era l’imperium proconsulare maius, lo status che, aggiunto alle prerogative magistratuali, gli consentiva il pieno controllo della situazione. Di più: rispetto agli altri magistrati che esercitavano il loro potere, Augusto aveva in aggiunta l’auctoritas; questa, infatti, è una delle parole chiave del linguaggio politico augusteo: essa appartiene anche semanticamente alla radice (da augeo, “accresco”) del nomen Augusti. Non a caso questo titolo gli fu conferito pochi giorni dopo quella storica adunata in Senato. Si tratta di un termine difficile da rendere in lingua moderna, dal momento che le rese possibili, come, per esempio, “autorevolezza”, non sono sufficienti a rendere appieno la portata concettuale della parola latina auctoritas. Quello che evoca, comunque, è un potere carismatico, non sconosciuto o straordinario, ma, anzi, un potere legato alla storia più antica e gloriosa della repubblica.

C. Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Cammeo (Blacas Cameo), sardonica, c. 20-50 d.C., dal Tesoro dell’Esquilino. London, British Museum.

La seconda data memorabile è il 23 a.C., quando Ottaviano abbandonò il consolato: dopo molti anni rendeva possibile anche ad altri senatori l’accesso alla massima carica. Non si trattava, affatto, naturalmente, di un passo indietro: il suo imperium si estendeva contemporaneamente alle province non militari e, di conseguenza, acquisiva il completo controllo di tutto il territorio romano. Nella stessa occasione assumeva la tribunicia potestas: senza accedere alla gloriosa magistratura plebea del tribunato, Ottaviano godeva comunque di tutte le sue prerogative: la facoltà di convocare il Senato, di porre il veto alle leggi, di trasformare i plebisciti in leggi. Quanto questo potere, accresciuto ovviamente dall’auctoritas, fosse considerato fondamentale è prova nel fatto che tutti gli imperatori dopo di lui computassero gli anni del loro principato attraverso la tribunicia potestas.

Niente era, dunque, da un punto di vista formale, al di fuori della tradizione: non i poteri che, presi singolarmente, rientravano nelle prerogative di ciascuna magistratura. Dove non rivestiva un honos, Augusto conservava tuttavia la potestas della carica medesima, con in più – naturalmente – la sua auctoritas.

Importanza non secondaria ebbero le onorificenze a lui accordate da un Senato che, evidentemente, sapeva ben interpretare i desideri del principe. Egli le registrò scrupolosamente nelle sue Res Gestae, riconoscendone di fatto l’importanza politica (XXXIV 2): Quo pro merito meo senatus consulto Augustus appellatus sum et laureis postes aedium mearum vestiti publice coronaque civica super ianuam meam fixa est et clupeus aureus in curia Iulia positus, quem mihi senatum populumque Romanum dare virtutis clementiaeque et iustitiae et pietatis causa testatum est per eius clupei inscriptionem («Per questa mia benemerenza, con decreto del Senato ebbi l’appellativo di “Augusto”, la porta della mia casa fu pubblicamente ornata di alloro, e sull’entrata fu affissa una corona civica; nella Curia Giulia fu posto uno scudo d’oro con un’iscrizione attestante che esso mi veniva offerto dal Senato e dal popolo romano in riconoscimento del mio valore, della mia clemenza, della mia giustizia e della mia pietà»).

Clipeus virtutis, marmo di Carrara, 26 a.C. (AE 1952, 165 = AE 1954, 39 = AE 1955, 82 = AE 1994, 27), Arles, Musée de l’Arles antique

Rispetto al carattere straordinario degli onori riconosciuti agli imperatores della tarda repubblica, gli omaggi ad Augusto colpiscono per la loro apparenza dimessa, priva di ogni implicazione “regale”. Al contrario, tali onori rientravano nella tradizione romana più austera ed evocavano dunque un passato glorioso, anche se potevano, all’occasione, prestarsi a interpretazioni differenti. Si tratta dunque di una “povertà” solo apparente, dal momento che attraverso questi onori si propagandavano nel modo più ampio possibile i messaggi politici più importanti per Ottaviano. I ramoscelli d’alloro a ornare la casa del princeps indicavano naturalmente la Vittoria: pianta da tempi remoti utilizzata per ornare i vincitori, le corone e i rami d’alloro evocavano il dio Apollo e, posti in perpetuo a ornamento di un’abitazione “privata”, inevitabilmente richiamavano sull’edificio e sui suoi abitanti un alone di sacralità. La corona civica in foglie di quercia, pianta sacra a Giove, invece, era usualmente conferita a chi si distingueva in battaglia, salvando la vita dei propri concittadini: nel caso di Augusto veniva a lui offerta nella qualità di salvatore della patria.

Tra gli onori ricevuti particolare significato assunse quello del clupeus virtutis, lo scudo sul quale erano incise le virtù cardinali del principe: la virtus, la clementia, la iustitia e la pietas erano la ragione per la quale i cittadini consideravano Ottaviano Augusto un loro superiore e gli accordavano l’auctoritas. Con qualche minima variazione queste virtù saranno poi apprezzate da tutti i buoni principi, come attestano le monete circolanti per tutto l’Impero.

Nel 12 a.C. Augusto, morto Lepido, poté finalmente assumere il ruolo di pontifex maximus. Nella maturità e nella vecchiaia il ruolo del princeps andava assumendo una dimensione paterna: infatti, nel 2 a.C. il Senato e il popolo romano gli conferirono il titolo di pater patriae.

L’azione politica di Augusto fu geniale e ambigua al tempo stesso, ma ebbe la caratteristica principale di essere in grado di interpretare al meglio le esigenze dei suoi tempi. Era in atto da decenni un logoramento delle istituzioni tradizionali e, più in generale, una trasformazione profonda nella società romana: le antiche e gloriose soluzioni, che avevano reso grande Roma, non erano più all’altezza dei mutamenti intervenuti.

Bibliografia:

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Il ritorno alla storia: Principato e libertà (Tac. Agr. 1-3)

di A. BALESTRA et al., In partes tres. 3. L’età imperiale, Bologna 2016, 333-339.

 

I primi tre capitoli del De vita et moribus Iulii Agricolae rappresentano il proemio dell’opera, dal quale traspare immediatamente l’intenzione di Tacito di proiettare la vicenda biografica del suocero (al quale sente doveroso rivolgere un elogio in nome della pietas) nel più ampio contesto dei problemi del Principato durante il periodo della dinastia dei Flavi e in particolare nell’ultimo periodo di Domiziano, connotato da un’oscura tirannide. Tacito presenta al lettore la propria opera come frutto dei tempi nuovi, inaugurati da Nerva, nei quali ai senatori era di nuovo consentito professare le proprie idee senza temere persecuzioni, e lascia trapelare anche il progetto di dedicare un’opera di più vasta portata dedicata alla rievocazione del passato recente.

Statua di personaggio loricato. Marmo pentelico, inizi II sec. d.C.

[1, 1] Clarorum uirorum facta moresque posteris tradere, antiquitus usitatum, ne nostris quidem temporibus quamquam incuriosa suorum aetas omisit, quotiens magna aliqua ac nobilis uirtus uicit ac supergressa est uitium paruis magnisque ciuitatibus commune, ignorantiam recti et inuidiam. [2] sed apud priores ut agere digna memoratu pronum magisque in aperto erat, ita celeberrimus quisque ingenio ad prodendam uirtutis memoriam, sine gratia aut ambitione, bonae tantum conscientiae pretio ducebatur. [3] ac plerique suam ipsi uitam narrare fiduciam potius morum quam adrogantiam arbitrati sunt, nec id Rutilio et Scauro citra fidem aut obtrectationi fuit: adeo uirtutes iisdem temporibus optime aestimantur, quibus facillime gignuntur. [4] at nunc narraturo mihi uitam defuncti hominis uenia opus fuit, quam non petissem incusaturus. Tam saeua et infesta uirtutibus tempora.

[2, 1] Legimus, cum Aruleno Rustico Paetus Thrasea, Herennio Senecioni Priscus Heluidius laudati essent, capitale fuisse, neque in ipsos modo auctores, sed in libros quoque eorum saeuitum, delegato triumuiris ministerio ut monumenta clarissimorum ingeniorum in comitio ac foro urerentur. [2] scilicet illo igne uocem populi Romani et libertatem senatus et conscientiam generis humani aboleri arbitrabantur, expulsis insuper sapientiae professoribus atque omni bona arte in exsilium acta, ne quid usquam honestum occurreret. [3] dedimus profecto grande patientiae documentum; et sicut uetus aetas uidit quid ultimum in libertate esset, ita nos quid in seruitute, adempto per inquisitores etiam loquendi audiendique commercio. memoriam quoque ipsam cum uoce perdidissemus, si tam in nostra potestate esset obliuisci quam tacere.

[3, 1] Nunc demum redit animus; et quamquam primo statim beatissimi saeculi ortu Nerua Caesar res olim dissociabiles miscuerit, principatum ac libertatem, augeatque cotidie felicitatem temporum Nerua Traianus, nec spem modo ac uotum securitas publica, sed ipsius uoti fiduciam ac robur adsumpserit, natura tamen infirmitatis humanae tardiora sunt remedia quam mala; et ut corpora nostra lente augescunt, cito extinguuntur, sic ingenia studiaque oppresseris facilius quam reuocaueris: subit quippe etiam ipsius inertiae dulcedo, et inuisa primo desidia postremo amatur. [2] quid, si per quindecim annos, grande mortalis aeui spatium, multi fortuitis casibus, promptissimus quisque saeuitia principis interciderunt? pauci, ut ita dixerim non modo aliorum sed etiam nostri superstites sumus, exemptis e media uita tot annis, quibus iuuenes ad senectutem, senes prope ad ipsos exactae aetatis terminos per silentium uenimus. [3] non tamen pigebit uel incondita ac rudi uoce memoriam prioris seruitutis ac testimonium praesentium bonorum composuisse. hic interim liber, honori Agricolae soceri mei destinatus, professione pietatis aut laudatus erit aut excusatus.

Uomo togato. Statua, marmo, 100-250 d.C. ca. da Roma.

Il tramandare ai posteri le imprese e i costumi degli uomini illustri[1], una volta prassi abituale, non lo ha tralasciato neppure la generazione dei tempi nostri[2], sebbene disinteressata ai suoi uomini migliori, tutte le volte che una grande e nobile virtù ha vinto e superato il vizio comune alle piccole e grandi nazioni, l’ignoranza del giusto e l’odio. [2] Presso gli antichi[3] tuttavia come compiere imprese degne di ricordo era agevole e più immediato, così tutte le persone che brillavano per il loro ingegno venivano condotte a tramandare a memoria della virtù solamente dal premio dell’onestà di coscienza, senza interesse o secondo fine. [3] E molti ritennero che narrare di persona la propria vita fosse segno di sincerità di costumi piuttosto che di arroganza, e ciò né nel caso di Rutilio né nel caso di Scauro[4] risultò inadeguato alla loro lealtà o motivo di astio: a tal punto le virtù godono di ottima stima nei medesimi tempi nei quali facilmente fioriscono. [4] Ora[5], al contrario, a me, che mi accingo a narrare la vita di una persona defunta, è stata necessaria una benevola indulgenza, che non avrei chiesto se mi fossi accinto ad accusarlo: tanto violenti e nemici della virtù sono i nostri tempi.

[2, 1] Abbiano letto[6] che, dopo che Peto Trasea era stato lodato da Aruleno Rustico e Prisco Elvidio da Erennio Senecione[7], era stata emessa una condanna a morte, e non si è infierito solo contro gli stessi autori, ma anche contro i loro libri, dopo aver affidato ai triumviri[8] il compito di bruciare nel comizio e nel foro[9] le testimonianze di illustrissime personalità. [2] Chiaramente in quel rogo credevano anche andasse distrutta la voce del popolo romano e la libertà del Senato[10] e lo spirito critico del genere umano, dopo che, inoltre, i filosofi erano stati espulsi e ogni condotta virtuosa era stata mandata in esilio[11], perché mai capitasse qualcosa di onesto. [3] Abbiamo indubbiamente dato una grande dimostrazione di pazienza; e come l’età antica è giunta a vedere quale fosse nella libertà il limite estremo[12], così noi quale fosse quello nella servitù, una volta toltaci anche la facoltà di parlare e di ascoltare grazie a indagini poliziesche[13]. Insieme alla voce avremmo perso anche la memoria, se fosse nella nostra facoltà tanto il dimenticare quanto il tacere.

[3, 1] Ora finalmente si torna a respirare; e sebbene per prima cosa Nerva Cesare[14], subito sul nascere di una felicissima era, abbia unito cose un tempo tenute separate, il Principato e la libertà, e sebbene ogni giorno Nerva Traiano[15] accresca la gloria dei tempi, e la sicurezza pubblica abbia accolto non solo la speranza e il desiderio, ma anche il forte impegno di realizzazione di tale desiderio, per la natura dell’umana debolezza i rimedi sono tuttavia più lenti dei mali[16]; e come il nostro fisico si sviluppa con lentezza, mentre rapidamente muore, così le facoltà dello spirito si stroncano con più facilità di quanto si richiamino alla vita: infatti si insinua una dolcezza anche della stessa inerzia, e il disimpegno, prima fastidioso, infine viene apprezzato. [2] Come rimanere sorpresi, se per quindici anni, uno spazio considerevole della vita umana, molti sono scomparsi per motivi legati al destino, ma tutti i più risoluti per crudeltà del principe, e in pochi siamo sopravvissuti[17], per così dire, non solo agli altri ma anche a noi stessi, dopo che dalla parte centrale della vita sono stati tolti tanti anni, durante i quali, rimanendo zitti, siamo giunti, se adulti, all’età anziana, se anziani, quasi al termine estremo della vita? [3] Non è quindi motivo di rincrescimento aver scritto, pur con voce disadorna e aspra, memoria della passata servitù e testimonianza della felicità presente[18]. Nel frattempo, questo libro, destinato alla commemorazione di mio suocero Agricola, sarà lodato o scusato come un’attestazione di devozione filiale[19].

 

 

Nei primi tre capitoli dell’Agricola Tacito chiarisce il proprio punto di vista sulla situazione politica che Roma stava vivendo, dopo l’elezione di Nerva a princeps e la fine della tirannide domizianea. In questo senso l’espressione nunc demum redit animus (3, 1) riassume il concetto centrale, in quanto sottolinea l’entusiasmo per il nuovo corso, caratterizzato dalla capacità di Nerva di far convivere due cose, la libertà e il Principato (miscuerit… princpatum ac libertatem, ibid.), che per molto tempo erano parse inconciliabili. Anche nelle opere successive infatti, soprattutto nelle Historiae e negli Annales, Tacito avrebbe studiato a fondo come fosse potuto accadere che, durante il primo secolo del Principato, dopo le innovazioni apportate alla gestione della res publica da Ottaviano Augusto, i senatori, anziché scegliere tra di loro un princeps a cui delegare solo alcune funzioni (soprattutto militari), fossero stati invece schiacciati dalla tirannide di imperatori che avevano considerato Roma come il proprio patrimonio personale, ricevuto in eredità. Con il termine libertas infatti lo storico intende la libertà di parola e di pensiero dei senatori (libertatem senatus, 2, 2: un concetto quindi non sovrapponibile a quello odierno), riguadagnata dopo quindici anni (l’epoca di Domiziano) passati nel silenzio (per silentium venimus, 3, 2). Per Tacito il ritorno alla parola si concretizzò nel progetto di una prima opera di vasto respiro (probabile annuncio delle Historiae) volta a narrare la passata oppressione (prioris seruitutis, 3, 3) e di una successiva relativa al presente (testimonium praesentium bonorum, 3, 3, opera che non sarebbe mai stata scritta), oltre al libro – appunto l’Agricola – dedicato al suocero (honori Agricolae soceri mei destinatus, 3, 3).

T. Flavio Domiziano. Busto, marmo, fine I sec. d.C. Roma, Musei Capitolini.

Ciascuno dei tre capitoli ha un tema centrale. Il primo è dedicato al confronto tra il passato, l’epoca repubblicana, quando era attività comune per i più brillanti ingegni dedicarsi alla scrittura delle gestae e dei mores degli uomini illustri, e il presente che, pur non avendo abbandonato del tutto tale pratica, richiede allo storico quasi di doversi scusare per aver ricordato la benemerenza di un grande generale. In un’epoca di delazioni erano diventati infatti comuni solo i discorsi di accusa. Il secondo capitolo tratteggia l’oppressione esercitata dal tiranno nei confronti della cultura, con il riferimento a due esempi di persecuzione non solo contro senatori virtuosi, ma anche contro gli storici che ne avevano tramandato le imprese e addirittura contro le loro opere: entrambi i casi riproducono da vicino la situazione di Tacito, dato che anche lui, come Aruleno Rustico ed Erennio Senecione, ora si trovava a redigere la biografia di un autorevole senatore scomparso. Il terzo capitolo, infine, richiama le novità del presente e annuncia la volontà di dedicarsi alla storia da parte di Tacito.

L’esordio dell’Agricola manifesta sia a livello tematico sia stilistico caratteristiche che sarebbero rimaste presenti anche nelle opere successive. L’elemento più in evidenza è certamente il forte impegno morale: a partire dalle parole d’esordio (facta moresque) è chiaro che all’autore interessasse una narrazione che mantenesse il ricordo delle virtù morali sullo stesso piano della gloria militare. Nel primo capitolo uno dei termini più ricorrenti è infatti proprio virtus.

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 96 d.C. AR 3, 28 gr. R – Coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria su prora navale (concordia exercituum).

Il lettore è dunque indotto a percepire una marcata tendenza a estremizzare, cioè a procedere nel ragionamento per opposizioni nette: per quanto riguarda la dimensione del tempo, viene contrapposto il passato (antiquitus, priores) al presente (at nunc, nunc demum). La frattura è però complessa, perché c’è un passato lontano (quello dei priores), che coincide con la libera Repubblica, e un presente che è rappresentato dalla benefica azione di Nerva e di Traiano (3, 1), ma sul presente si riverbera anche il nefasto influsso del passato recente, caratterizzato dall’oppressione della libertà senatoria e della voce popolare (2, 2), nonché da provvedimenti, come l’espulsione dei filosofi da Roma, volti a impedire ogni attività onesta (ne quid usquam honestum occurreret, 2, 2). Quindi sull’oggi continua a proiettarsi un’ombra negativa che si materializza nell’antitesi tra il tempo in cui agere digna memoratu (1, 2) era agevole e tramandare memoria della gloria era considerata attività onesta (non motivata da interesse e cortigianeria: sine gratia aut ambitione), e il tempo presente, in cui bisogna scusarsi con il pubblico se non si rivolge un discorso di accusa, ma se ne tesse uno di lode (mihi uenia opus fuit). Anche la libertas unita al Principato (3, 1), che appare in netta opposizione rispetto alla seruitute (2, 3) del recente passato, durante il quale il regime poliziesco aveva impedito di parlare e di ascoltare (loquendi audiendique, 2, 3), sembra quindi parzialmente macchiata, a causa della lentezza con cui si effettua la guarigione da un male, in cui invece si cade rapidamente.

Si nota in questo passaggio un altro elemento dominante dell’opera tacitiana, ossia il pessimismo, che è dovuto anzitutto a una radicale sfiducia nei confronti della natura umana (natura infirmitatis humanae, 3, 1). Per questa ragione anche il gruppo formato da scrittore e lettori (i “noi” ai quali allude il diffuso uso della 1^ persona plurale nei capitoli 2-3), i sopravvissuti alla tirannide operata da “loro” (il soggetto sottinteso del verbo arbitrabantur di 2, 2, cioè quelli che credevano di opprimere le coscienze) resta parzialmente oscurato da una sorta di «disimpegno» (desidia, 3, 1) che lascia intuire quanto sarà difficile tornare alla passata virtù, ammesso che vi si riesca.

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 97 d.C. AR. 3, 26 g. Recto. Imp(erator) Nerva Caes(ar) Aug(ustus) P(ontifex) M(aximus) tr(ibunicia) pot(estate). Testa laureata dell’imperatore voltata a destra.

La profondità dei temi e il significato complessivo dell’Agricola sono sottolineati da una scelta assai accorta delle parole, che si ispira all’inconcinnitas e alla brevitas di Sallustio: si notino, per esempio, la tendenza alla variatio, già in 1, 2 (le proposizioni correlate da ut e ita hanno come soggetto la prima un infinito sostantivato, agere, e la seconda celeberrimus quisque) e la tendenza a sottintendere il predicato. Il tono sallustiano, che a livello connotativo conferisce al testo un austero vigore, carico di ammirazione per il passato, è poi ulteriormente amplificato da un’espressione alta, che pare innalzarsi verso il sublime, anche grazie alla tendenza a estremizzare gli opposti. L’elaborazione retorica è visibile nell’uso del procedimento bimembre (per esempio, in comitio ac foro, 2, 1; o fiduciam ac robur, 3, 1), nell’uso di chiasmi (expulsis… professoribus… bona arte… acta, 2, 2) e allitterazioni (uirtus uicit… uitium, 1, 1). Ma la tendenza verso uno stile assai alto è connessa soprattutto all’uso di sintetiche e icastiche sententiae a suggello degli snodi del discorso, per esempio tam saeua et infesta uirtutibus tempora, in 1, 4.

Particolari significati risultano connessi all’esordio dell’Agricola, se si considera che Tacito, pur pensando certamente anche alla posterità nel momento in cui scriveva l’opera, nel presente si rivolgeva a un pubblico di lettori e soprattutto di ascoltatori che in buona parte conosceva di persona, dato che una laudatio era di solito pronunciata in una recitatio (sorta di conferenza alla quale partecipavano, oltre a un pubblico eterogeneo, soprattutto congiunti e familiari del defunto). L’autore era allora all’apice del suo cursus honorum sia come politico sia come oratore, ma ovviamente non ancora come storico. Lo studioso Dylan Sailor, riflettendo sulla composizione dell’opera di esordio, che risale all’anno del consolato (il 97, durante il quale Tacito si era particolarmente distinto per aver pronunciato l’elogio funebre dell’anziano e stimatissimo consolare Virginio Rufo) in un recente lavoro ha ipotizzato che l’autore abbia predisposto il proemio dell’opera quasi per sondare il terreno del pubblico romano e vedere se come storico (di impronta decisamente conservatrice) avrebbe mantenuto il favore di cui godeva come politico e retore[20]. In un certo senso, Tacito ha utilizzato una strategia retorica che, in caso di insuccesso, non gli avrebbe arrecato particolare danno, mentre, in caso di successo, lo avrebbe consacrato come storico. Da un lato, infatti, egli si presenta come il portavoce di un’intera generazione, quella di coloro che avevano subito la tirannide domizianea e sono a essa sopravvissuti. A tal proposito, riveste particolare importanza l’uso costante della prima persona plurale, per esempio in nostris temporibus (1, 1), Legimus (2, 1), dedimus grande patientiae documentum e memoriam perdidissemus (2, 3), per silentium uenimus (3, 2). L’uso della prima persona ha un effetto coinvolgente sull’ascoltatore, che vede la propria esperienza riflessa nelle parole dell’oratore: è difficile ipotizzare l’interpretazione del nos come plurale maiestatis, perché ciò tenderebbe a presentare l’autore come un isolato, mentre è sottinteso che anche tutto il suo pubblico abbia subito le angherie di Domiziano e dunque voglia prenderne le distanze (non viene toccata la spinosa questione connessa con il fatto che autore e pubblico hanno cominciato o proseguito le loro carriere proprio durante l’impero di Domiziano).

A questo punto, l’altro elemento chiave considerato dal Sailor è l’evidente matrice sallustiana dell’esordio, che risultava subito percepibile al pubblico colto, e comunque dichiarata attraverso l’espressione incondita ac rudi uoce (3, 3), che allude allo stile del predecessore. La matrice sallustiana qualifica la voce di Tacito come quella di un austero ammiratore degli antiqui mores: l’esordio con richiamo a un’espressione di Catone Censore orienta ancora di più l’ascoltatore verso quella direzione. Tuttavia, per al cultura dell’epoca scrivere «alla maniera di Sallustio» (come pure alla maniera di altri classici) non era assolutamente un fenomeno raro, anzi era uno degli esercizi insegnati nelle scuole di retorica, dove si erano formate tutte le persone colte. In altre parole, una recitatio nello stile di Sallustio, pur di argomento serio e pronunciata da un autorevole senatore, avrebbe potuto rappresentare anche una sorta di ludus: quasi un diversivo per un uomo impegnato nell’amministrazione della res publica.

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 97 d.C. AR. 3, 17 g. Verso. Publica Libertas. Personificazione di Libertas, stante, voltata a sinistra, con pileo e scettro.

Tacito, sempre secondo Sailor, chiude il proemio ricordando che l’opera che si accinge a scrivere è una sorta di laudatio funebris verso un caro defunto (3, 3), proprio contando sul fatto che l’opera sarebbe potuta passare per un piccolo esercizio di stile, un omaggio pietoso, stilisticamente elaborato, se non avesse destato particolare attenzione nel pubblico l’approccio alla storia da lui operato: l’annuncio delle Historiae, in fondo non del tutto esplicito, sarebbe stato dimenticato. Se invece l’Agricola avesse avuto successo, l’autore avrebbe potuto cominciare a presentarsi al pubblico, oltre che come oratore e uomo politico, anche come voce rappresentativa dei sentimenti della propria generazione. E ciò infatti avvenne.

***

[1] L’esordio riprendere la formula clarorum virorum utilizzata in apertura delle Origines da Catone Censore, secondo una testimonianza di Cicerone (Planc. 66).

[2] Si intende coloro che sono vissuti durante l’epoca degli imperatori Flavi.

[3] I priores dal punto di vista di Tacito sono i Romani vissuti al tempo della res publica.

[4] P. Rutilio Rufo partecipò attivamente alla vita politica e militare di Roma tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C., divenendo console nel 105: condannato per concussione nel 92, scrisse in esilio le sue memorie, di cui restano pochi frammenti. M. Emilio Scauro, contemporaneo di Rufo, fu console nel 115 ed è ricordato per aver dato il via alla costruzione della Via Aemilia e per aver partecipato alle vicende che sfociarono nella guerra contro Giugurta, rimanendo coinvolto negli scandali che la accompagnarono. Anch’egli scrisse le proprie memorie.

[5] Il presente è rappresentato dall’imperium di Nerva e, sebbene coincida con l’inizio di una nuova era, come verrà spiegato più sotto, molto dei vizi antichi è ancora presente, per la lentezza con cui gli uomini riprendono a vivere secondo usanze oneste dopo la tirannide.

[6] Si pensa che Tacito faccia riferimento agli acta diurna, ossia una sorta di gazzetta ufficiale, conservata negli archivi del Senato, su cui venivano pubblicati i provvedimenti legislativi e i processi; nell’ultima parte del suo imperium, tuttavia, Domiziano proibì che fossero pubblicate le condanne a morte.

[7] Sono tutti senatori che in vario modo erano stati vittime degli imperatori più sanguinari, Nerone e Domiziano. Trasea Peto, nostalgico dell’ordinamento repubblicano, ispirandosi ai dettami della dottrina stoica si era fieramente opposto agli eccessi di Nerone; venne coinvolto nella congiura di Pisone nel 65 e, a seguito di ciò, si tolse la vita l’anno successivo. Aruleno Rustico, tribuno della plebe proprio quell’anno, fece invano opposizione e cadde poi vittima di Domiziano proprio per aver composto una biografia di Trasea Peto. Elvidio Prisco, genero di Trasea, anch’egli del ceto senatorio, a seguito della congiura di Pisone fu esiliato da Nerone e poi condannato a morte da Vespasiano nel 73 o 74. Fannia, la sua vedova, chiese di scriverne un elogio a Erennio Senecione, senatore di origini ispaniche, noto per la sua rettitudine: per questo motivo Senecione fu messo a morte da Domiziano.

[8] Cioè i triumviri capitale: magistrati con compiti di polizia e con l’incarico di far eseguire le condanne a morte.

[9] Il comitium, luogo dove si teneva parte delle assemblee popolari e delle riunioni popolari, e il forum erano il simbolo della passata libertas repubblicana, calpestata dalla tirannide degli imperatori; roghi di opere storiche non allineate alla volontà del princeps erano avvenuti anche sotto Ottaviano Augusto (che fece bruciare le storie scritte dal pompeiano Tito Labieno) e sotto Tiberio (che fece bruciare gli scritti di Cremuzio Cordo). I roghi di libri comunque non furono caratteristici solo dell’età imperiale, in quanto nel 181 a.C. furono dati alle fiamme per ordine del Senato libri che illustravano la filosofia pitagorica (attribuiti a Numa Pompilio). I primi roghi di libri di cui si hanno notizia erano avvenuti però nell’Atene del V secolo a.C., quando furono bruciati sul rogo i testi dei filosofi Anassagora e Protagora.

[10] Tacito, conformemente alla visione aristocratica tradizionale, con il termine libertas esprime qui soprattutto la facoltà dei senatori di partecipare pienamente alla vita politica. Se la piena libertas appartiene solo ai senatori, il popolo non è suddito, ma può far sentire la propria vox attraverso alcuni canali istituzionali, come le assemblee popolari e i tribuni della plebe (ma il suo peso resta comunque assai meno determinante nella gestione della res publica, rispetto alla pienezza dei diritti dei senatori). Il punto di vista di Tacito, tutt’altro che eccentrico, giustifica la nota espressione Senatus popolusque Romanus abitualmente utilizzata per indicare la cittadinanza nelle sue fondamentali (e diverse) componenti.

[11] Domiziano fece espellere i filosofi da Roma attorno al 93: anche questo provvedimento non era nuovo per l’Urbe, a partire dalla cacciata dei tre filosofi greci giunti a Roma per un’ambasceria nel 155 a.C. Tacito lascia intendere che, con la partenza dalla città della filosofia, in essa non rimase altro che il vizio.

[12] Tacito intende dire che il periodo repubblicano aveva assistito al tracollo delle libere istituzioni (fondate su una partecipazione collegiale alla vita politica) a causa della faziosità dei tribuni e dei politici estremisti che, abusando della libertà concessa loro dalle leggi vigenti, avevano trasformato la libertà stessa in licenza, ponendo le premesse per le guerre civili e la successiva affermazione del Principato.

[13] Domiziano, come molti dei suoi predecessori, poteva contare su una fitta rete di spie e di delatori, che, in cambio di una ricompensa, riferivano anche in assenza di prove concrete comportamenti o discorsi che potevano costituire una minaccia per il monarca.

[14] M. Cocceio Nerva, nato nel 30, apparteneva a una famiglia di rango senatorio di antica nobiltà; seguì il proprio cursus honorum all’epoca dei Flavi e, dopo la congiura che eliminò Domiziano nel 96, fu scelto dal Senato come princeps, in quanto ritenuto in grado (come effettivamente avvenne) di impedire l’innescarsi di una guerra tra fazioni. Rimase imperatore (e per questo è qui detto Caesar) fino alla morte avvenuta due anni dopo.

[15] M. Ulpio Traiano, proveniente da una famiglia di rango senatorio di origine ispanica, dopo una brillante carriera militare, fu associato all’imperium da Nerva nel 97, secondo il principio della “scelta del migliore”; per via dell’adozione Tacito lo nomina come Nerva Traianus.

[16] Il pessimismo sulla natura umana è una costante del pensiero tacitiano.

[17] Tacito si riferisce alla cerchia di senatori che si riconoscono nel nuovo corso rappresentato da Nerva e che, pur avendo fatto carriera sotto i Flavi e in particolare Domiziano, non si sono particolarmente compromessi con il sistema delle delazioni che aveva portato all’eliminazione di molti degli appartenenti alla loro stessa classe.

[18] Questo passaggio è ritenuto un’allusione alle Historiae, che trattano del periodo compreso fra il 69 e il 96, e il preannuncio di una successiva opera relativa al periodo iniziato con Nerva. Lo storico tuttavia cambierà il progetto e, anziché dedicarsi al presente, preferirà rivolgere la propria attenzione al periodo della dinastia giulio-claudia con gli Annales.

[19] L’autore presenta l’opera come un elogio funebre, secondo la tradizione romana che prevedeva che al funerale di una persona di rilievo il parente più autorevole pronunciasse pubblicamente un discorso commemorativo.

[20] D. Sailor, Becoming Tacitus: Significance and Inconsequentiality in the Prologue of Agricola, ClassAnt 23 (2004), 139-177 [link].

Cornelio Tacito

di CONTE G.B., PIANEZZOLA E., Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 3. L’età imperiale, Milano 2010, 400-413.

Tacito è giustamente considerato uno dei più importanti storici dell’antichità. Nelle sue opere egli si fa interprete dello stato d’animo dei suoi contemporanei nei confronti dell’Impero, raccontando, con toni tragici e insieme solenni, le pagine più cupe della dittatura imperiale, sotto Nerone e Domiziano. Nostalgico della libertas repubblicana, Tacito è tuttavia convinto della necessità dell’Impero e plaude l’operato di quei principes che, come Nerva e Traiano, sono riusciti a conciliare principato e libertà. La storia di Tacito non è però solamente cronaca o analisi oggettiva degli avvenimenti, ma è una storia viva e pulsante di passioni, una storia animata da personaggi tragici che si muovono su un palcoscenico fatto di intrighi, tradimenti, paura ed emozioni violente.

Frammento di iscrizione sepolcrale di Cornelio Tacito (CIL VI 41106). Tabula, marmo, 117 d.C. c. da Villa Patrizi, sulla Via Nomentana. Roma, Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano.

La vita

Publio (o Gaio?) Cornelio Tacito nacque intorno al 55, secondo alcune fonti a Interamna (od. Terni), ma più probabilmente nella Gallia Narbonensis, da una famiglia forse di condizione equestre. Studiò a Roma e nel 78 sposò la figlia di Gneo Giulio Agricola, autorevole statista e comandante militare; anche grazie all’aiuto di quest’ultimo, Tacito iniziò la carriera politica sotto Vespasiano e la proseguì sotto Tito e Domiziano.

Dopo essere stato praetor nell’88 (nello stesso anno è attestata la sua presenza nel collegio dei quindecemviri sacris faciundis, uno dei maggiori collegi sacerdotali), Tacito fu per qualche anno allontanato da Roma, probabilmente per un incarico in Gallia o in Germania. Nel 97, sotto Nerva, fu consul suffectus: oratore già famoso, pronunciò l’elogio funebre di Virginio Rufo, il console morto durante l’anno di carica, al quale era subentrato. Uno o due anni dopo, sotto il principato di Traiano, sostenne insieme a Plinio il Giovane – al quale lo legava una salda amicizia – l’accusa di corruzione mossa dai provinciali d’Africa contro l’ex governatore Mario Prisco: dopo qualche indugio, il processo ebbe termine nel 100, con la condanna dell’accusato all’esilio. In seguito, Tacito fu proconsole in Asia nel 112 o 113. Morì probabilmente intorno al 117.

Karl Sterrer, Tacito. Statua, marmo 1900. Wien, Parlamentsgebäude.

Le opere

Le opere conosciute di Tacito sono il De vita Iulii Agricolae, pubblicato nel 98; il De origine et situ Germanorum (più comunemente noto come Germania), probabilmente dello stesso anno; il Dialogus de oratoribus, di poco successivo al 100 (è dedicato a Fabio Giusto, console nel 102); le Historiae, in dodici o quattordici libri, composte fra il 100 e il 110; gli Annales (o Ab excessu divi Augusti), in sedici o diciotto libri, composti successivamente alle Historiae e forse rimasti incompleti per la scomparsa dell’autore.

Delle Historiae ci sono pervenuti solo i libri I-IV, parte del libro V e alcuni frammenti; degli Annales i libri I-IV, un’esigua porzione del libro V, il libro VI, parte del libro XI, i libri XII-XV e parte del libro XVI. È molto discusso il problema del numero rispettivo dei libri che componevano le Historiae e gli Annales: alcuni pensano a dodici e diciotto libri, altri a quattordici e sedici. Questa seconda ipotesi ha il conforto della numerazione del manoscritto cosiddetto “Mediceo II”; ma il problema è complicato dal fatto che le due opere, per quanto pubblicate separatamente, cominciarono ben presto a circolare in un’edizione congiunta di trenta libri, in cui gli Annales (con inversione della cronologia della composizione) precedevano le Historiae, formando una narrazione continua della storia romana dalla morte di Ottaviano a quella di Domiziano.

Dalle Historiae, come dall’Agricola e dal Dialogus (nonché da varie epistole di Plinio il Giovane) è possibile ricavare alcune notizie fondamentali sulla vita e sulla carriera pubblica di Tacito.

 

Il cosiddetto «Arringatore». Statua, bronzo, fine II-inizi I sec. a.C., da Perugia. Firenze, Museo Archeologico Nazionale.

 

Il Dialogus de oratoribus: qual è la causa della decadenza dell’oratoria?

Per alcune caratteristiche intrinseche dell’opera, è tradizione iniziare ogni trattazione di Tacito con il Dialogus de oratoribus, nonostante non si conosca con precisione la data di composizione. È noto, tuttavia, che il testo è ambientato negli anni 75-77 (dall’opera si ricavano in proposito indicazioni parzialmente contraddittorie). Riallacciandosi alla tradizione dei dialogi ciceroniani su argomenti filosofici e retorici, Tacito riferisce qui una discussione che si immagina avvenuta in casa di Curiazio Materno, retore e tragediografo, fra lo stesso Curiazio, Marco Apro, Vipstano Messalla e Giulio Secondo, e alla quale Tacito dice di aver assistito di persona in gioventù. Perché all’inizio della conversazione Apro ha rimproverato Materno di trascurare l’eloquenza in favore della poesia drammatica, in un primo momento si contrappongono i discorsi di Apro e Materno, in difesa rispettivamente dell’eloquenza e della poesia. L’andamento del dibattito subisce una svolta con l’arrivo di Messalla, spostandosi sul tema della decadenza dell’oratoria.

Messalla indica le cause di questo fenomeno nel deterioramento dell’educazione, sia familiare sia scolastica, del futuro oratore, non più accurata come nei tempi antichi: i maestri sono impreparati, e una vacua retorica si sostituisce spesso alla cultura generale. Dopo una sezione parzialmente lacunosa, il dialogo si conclude con un discorso di Materno, evidentemente portavoce di Tacito, il quale sostiene che una grande oratoria forse era possibile solo con la libertà, o piuttosto con l’anarchia, che regnava al tempo della repubblica, nel fervore dei tumulti e dei conflitti civili; diviene anacronistica, e sostanzialmente non più praticabile, in una società tranquilla e ordinata come quella conseguente all’instaurazione dell’Impero. La pace che esso garantisce deve essere accettata senza eccessivi rimpianti per un passato che pure forniva un terreno più favorevole al rigoglio delle lettere e alla fioritura delle grandi personalità.

L’opinione attribuita a Materno rappresenta una costante del pensiero di Tacito: alla base di tutta la sua opera sta infatti l’accettazione dell’indiscutibile necessità dell’Impero come unica forza in grado di salvare la res publica dal caos delle guerre civili.

Il principato restringe lo spazio per l’oratore e l’uomo politico, ma a esso non esistono alternative. Questo non significa che Tacito accetti gioiosamente il regime imperiale, né che all’interno di questo spazio ristretto egli non indichi la residua possibilità di effettuare scelte più o meno dignitose, più o meno utili alla res publica. Era il tema da lui già affrontato nella biografia di Agricola, cronologicamente anteriore).

Si è già accennato ai dubbi sulla reale datazione del Dialogus, che si suole considerare la prima delle opere di Tacito: varie caratteristica del testo, infatti, ne fanno un caso isolato rispetto al corpus dello storico. Questo “isolamento” è tale che l’autenticità del Dialogus medesimo – tramandato nella tradizione manoscritta insieme all’Agricola e alla Germania – è stata contestata fin dal XVI secolo, soprattutto per ragioni di stile, da filologi anche di altissima levatura; mentre autorevoli perplessità sulla paternità tacitiana permangono anche fra gli studiosi moderni.

In effetti, il periodare del Dialogus ricorda molto più da vicino il modello neociceroniano, forbito ma non prolisso, cui si ispirava l’insegnamento della scuola di Quintiliano, piuttosto che la severa e asimmetrica inconcinnitas tipica delle maggiori opere storiografiche di Tacito. Anche fra i sostenitori dell’autenticità ha perciò riscosso credito notevole la tesi di chi suppone che il Dialogus sia il prodotto giovanile di un Tacito ancora legato alle predilezioni classicheggianti della scuola quintilianea, da collocarsi negli anni fra il 75 e l’80: secondo questa ipotesi, anche se composto sotto il principato di Tito, il Dialogus sarebbe stato pubblicato solo molto più tardi, dopo la morte di Domiziano, e la dedica a Fabio Giusto si riferirebbe ovviamente all’epoca della pubblicazione. Ma è più probabile che l’insolita “classicità” dello stile sia da spiegarsi con l’appartenenza del Dialogus al genere retorico, per il quale la struttura, la lingua e lo stile delle opere retoriche di Cicerone costituivano ormai un modello canonico.

Due personaggi togati (forse magistrati). Statuetta, bronzo, I sec. d.C. Getty Museum.

 

Agricola, un esempio di resistenza al regime

Verso gli inizi del principato di Traiano, Tacito approfittò del ripristino dell’atmosfera di libertà dopo la tirannide domizianea per pubblicare il suo primo opuscolo storico, che tramanda ai posteri la memoria del suocero Giulio Agricola, leale funzionario imperiale e principale artefice della conquista di gran parte della Britannia sotto Domiziano. Per il tono qua e là apertamente encomiastico l’Agricola si richiama in parte allo stile delle laudationes funebri; dopo un rapido riepilogo della carriera del protagonista prima dell’incarico in Britannia, l’opera si incentra principalmente sul tema della conquista dell’isola, lasciando un certo spazio a digressioni geografiche ed etnografiche, che derivano da appunti e ricordi del suocero, ma in parte anche dalle notizie sui luoghi contenuti nei Commentarii di Cesare. Proprio a causa di queste digressioni, l’argomento dell’Agricola è sembrato talora eccedere i limiti di una semplice biografia. In realtà, l’autore non perde mai il contatto con il proprio personaggio principale: la Britannia è soprattutto il campo in cui si dispiegano la virtus di Agricola, il teatro delle sue brillanti imprese.

Nell’elogiare il carattere del suocero, Tacito mette in rilievo come egli, governatore della Britannia e capo di un esercito in guerra, avesse saputo servire la res publica con fedeltà, onestà e competenza anche sotto un pessimo princeps come Domiziano (le critiche a quest’ultimo e al suo crudele regime di spionaggio e repressione sono più di una volta esplicite da parte dell’autore). Così, per esempio, Tacito afferma (Agr. 42, 6): Sciant, quibus moris est inlicita mirari, posse etiam sub malis principibus magnos viros esse, obsequiumque ac modestiam, si industria ac vigor adsint, eo laudis excedere, quo plerique per abrupta, sed in nullum rei publicae usum ‹nisi› ambitiosa morte inclaruerunt [«Sappiano, quanti hanno per abitudine di ammirare i gesti di ribellione, che si può essere grandi uomini anche sotto cattivi principi, e che l’obbedienza e la moderazione, se in presenza di operosità e vigore, si elevano a quella gloria della quale i più si fregiarono attraverso vie pericolose, ma senza alcuna utilità per lo Stato, con una morte ambiziosa»].

Roma, Biblioteca Nazionale Centrale. Codex Aesinas Latinus 8 = Codex Vittorio Emanuele 1631 (IX sec.), f. 106 r, contenente l’incipit del De vita Iulii Agricolae.

Alla fine, anche Agricola, che non aveva il gusto dell’opposizione fine a se stessa, ma non per questo era disposto a macchiarsi di servilismo, era caduto in disgrazia presso Domiziano; ma questo avvenne non senza che egli avesse dato prova di quanto si potesse operare fecondamente in favore della comunità, prima che lo scontro non fosse più evitabile. Attraversando incorrotto la corruzione altrui, Agricola aveva saputo morire silenziosamente – e sulle reali cause della sua scomparsa, naturale o voluta dall’imperatore, Tacito stende un velo d’ombra –, senza andare in cerca della gloria di un martirio ostentato, la ambitiosa mors (come il suicidio degli stoici) che Tacito condanna in quanto di nessuna utilità alla res publica.

Gneo Giulio Agricola. Statua, marmo, 1894. Bath (Aquae Sulis), Terme Romane.

L’esempio luminoso di Agricola indica come, senza obbligatoriamente correre gravi pericoli, anche sotto la tirannide sia possibile seguire la via mediana fra quelle che un passo famoso dell’opera (Agr. 4, 20, 7) definisce deforme obsequium e abrupta contumacia. L’elogio di un personaggio emblematico come Agricola si traduce in un’apologia della parte “sana” della classe dirigente romana, formata da uomini che, privi del gusto del martirio, avevano collaborato con i principi della gens Flavia, contribuendo validamente all’elaborazione delle leggi, all’amministrazione delle province, all’ampliamento dei confini e alla difesa delle frontiere; uomini che, una volta recuperata la “libertà”, non avrebbero ritenuto giustificata un’indiscriminata condanna del proprio operato e del servizio da essi prestato allo Stato.

L’Agricola si situa, come si è accennato, al punto di intersezioni tra diversi generi letterari: si tratta di un panegirico sviluppato in biografia, di una laudatio funebris inframmezzata, ampliata e integrata con materiali storici ed etnografici. L’opuscolo risente quindi di modi stilistici diversi, che contribuiscono al suo carattere composito. Nell’esordio, nei discorsi, e soprattutto nell’eloquente “perorazione” finale è notevolissima l’influenza di Cicerone (può darsi che queste sezioni diano anche un’immagine di quella che dovette essere l’eloquenza tacitiana); nelle parti narrative ed etnografiche si avverte, invece, la presenza di due diversi modelli di stile storiografico, quello di impronta sallustiana e quello di stampo liviano.

La partenza di Domiziano per la guerra sarmatica. Rilievo della Cancelleria, marmo, 92 d.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

 

L’idealizzazione dei barbari: la Germania

Gli interessi etnografici, già largamente presenti nell’Agricola, sono al centro della Germania, un’opera dedicata interamente alla descrizione del territorio omonimo e dei suoi abitanti, che rappresentavano una costante minaccia per l’Impero. Quest’opera costituisce per i moderni praticamente l’unica testimonianza (a parte gli excursus più o meno ampi contenuti in altre opere storiche) di una letteratura specificamente etnografica, che a Roma doveva godere di una certa fortuna: sono note, per esempio, delle monografie di Seneca sull’India e sull’Egitto. Ma gli interessi di questo genere erano già stati forti nella cultura ellenistica (basti pensare a Posidonio di Apamea); a Roma, si possono far risalire al De bello Gallico di Cesare, che aveva tratteggiato anche il sistema di vita dei Germani. Successivamente, storici come Sallustio e Livio erano probabilmente ricorsi, in sezioni perdute delle loro opere, ad ampie digressioni etnografiche, che introducevano un elemento di variazione nelle lunghe esposizioni di avvenimenti, e contemporaneamente permettevano di fare mostra di dottrina e versatilità: un excursus sulla Germania doveva trovarsi nel III libro delle Historiae sallustiane, mentre Livio può averne trattato verso la fine del suo lavoro, occupandosi delle campagne di Druso oltre il Reno.

Ritratto virile di un germanico con il caratteristico Suebenknoten (‘nodo suebo’). Testa, marmo, I-II sec. d.C. da Somzée (Belgio). Bruxelles, Musées royaux des Beaux-Arts de Belgique.

È stato sottolineato come le notizie etnografiche contenute nella Germania non derivino da osservazione diretta, ma quasi esclusivamente da fonti scritte: per quanto Tacito mostri di averne consultate diverse, si è suggerito che egli possa aver tratto la maggior parte della documentazione dai Bella Germaniae di Plinio il Vecchio, che aveva prestato servizio nelle armate del Reno e aveva preso parte a spedizioni oltre il fiume, nelle terre dei Germani non ancora sottomessi a Roma. Tacito sembra aver seguito la sua fonte con fedeltà, accontentandosi di migliorarne e impreziosirne lo stile (il colorito sallustiano è frequente nella Germania, e piuttosto numerose sono le punte “epigrammatiche”) e di aggiungere pochi particolari per ammodernare l’opera (le notizie di Plinio risalivano a circa quarant’anni addietro); ciononostante, rimangono alcune discrepanze, poiché la Germania sembra descrivere abbastanza spesso la situazione come si presentava prima che gli imperatori flavi avanzassero oltre il Reno e oltre il Danubio.

Gli intenti di Tacito nella Germania sono stati a lungo oggetto di discussione fra gli studiosi: risale molto addietro l’ipotesi – ben fondata, certo, ma bisognosa di alcune precisazioni – che vede nell’opuscolo l’esaltazione di una civiltà ingenua e primordiale, non ancora corrotta dai vizi raffinati di una società decadente. In filigrana, l’opera sembra percorsa da una vena di implicita contrapposizione dei barbari, ricchi di energie ancora sane e fresche, ai Romani.

Un germanico in atto di supplica. Statuetta, bronzo, I-II sec. Paris, Bibliothèque nationale de France.

Non si dovrà, comunque, insistere eccessivamente sull’idealizzazione delle popolazioni selvagge, un tema pure consueto alla letteratura etnografica, che risentiva dell’insoddisfazione per il decadimento e la corruzione della vita urbana: ponendo l’accento sull’indomita forza e sul valore guerriero dei Germani, più che tesserne un elogio Tacito ha probabilmente inteso sottolineare la loro pericolosità per l’Impero. La debolezza e la frivolezza della società romana del tempo dovevano allarmare lo storico senatore che allora muoveva i suoi primi passi: i Germani forti, liberi e numerosi, potevano rappresentare una seria minaccia per un sistema politico basato sul servilismo e sulla corruzione. Non stupisce tuttavia che l’autore si addentri anche in una lunga enumerazione dei difetti di un popolo che gli appare come essenzialmente barbarico: l’indolenza, la passione per il gioco, la tendenza all’ubriachezza e alle risse, l’innata crudeltà.

Roma, Biblioteca Nazionale Centrale. Codex Aesinas Latinus 8 = Codex Vittorio Emanuele 1631 (IX sec.), f. 134 r, contenente l’incipit del De origine et moribus [situ] Germanorum (facsimile).
Fermo restando che la Germania è fondamentalmente un breve trattato etno-geografico e non un libello di intervento politico, è possibile metterne in connessione alcune caratteristiche con un evento all’incirca contemporaneo alla composizione: la presenza sul Reno di Traiano con un forte esercito, a quanto pare determinato alla guerra e alla conquista. Nel seguito della sua opera storica, Tacito continuerà comunque a guardare con particolare interesse alla frontiera con i Germani (più che a quella con i Parti), dimostrando, per esempio, ammirazione, negli Annales, per la politica aggressiva di Germanico. In questo interesse la convinzione della pericolosità delle popolazioni settentrionali si intreccia con l’altra, complementare, che in quella direzione sono aperte le maggiori possibilità di ulteriore espansione dell’Impero: la permanenza dell’interesse è conferma del carattere non episodico delle riflessioni e delle preoccupazioni da cui è scaturito il trattatello etnografico.

 

Le Historiae: gli anni cupi del principato

Il progetto di una vasta opera storica era presente già nell’Agricola, in cui, in uno dei capitoli iniziali, Tacito esternava l’intenzione di narrare gli anni della tirannide domizianea, e poi la libertà recuperata sotto i governi di Nerva e di Traiano. Nelle Historiae il progetto appare modificato: mentre la parte che è pervenuta contiene il racconto degli eventi degli anni 69-70, dal principato di Galba fino alla rivolta giudaica, l’opera nel suo complesso doveva estendersi fino al 96, l’anno della morte di Domiziano; nel proemio, Tacito afferma espressamente di riservare invece per la vecchiaia la trattazione dei principati di Nerva e di Traiano, «materia più ricca e meno rischiosa». Le Historiae affrontavano perciò un periodo cupo, sconvolto da varie guerre civili e concluso da una lunga tirannide.

Servio Sulpicio Galba. Busto, marmo. Stockholm – Antikengalerie.

Il libro I, in ossequio alla tradizione annalistica romana, si occupa degli avvenimenti a partire dal 1° gennaio 69. Il libro si apre con la narrazione del breve governo di Galba; seguono l’uccisione di quest’ultimo e l’elezione all’imperium di Otone. In Germania, intanto, le legioni renane acclamano imperator Vitellio. I libri II e III raccontano della lotta fra Otone e Vitellio, conclusasi con la sconfitta e il suicidio del primo, e quella successiva fra Vitellio e Vespasiano. Acclamato imperator dalle legioni di varie province, Vespasiano lascia in Oriente il figlio Tito ad affrontare i Giudei, e, spostatosi in Aegyptus, fa dirigere le sue truppe su Roma, dove si è rifugiato Vitellio, che viene catturato e ucciso. Il libro IV tratta del sacco di Roma a opera dei soldati flaviani, e dei tumulti contro Vespasiano scoppiati in Gallia e in Germania. Il libro V, che è pervenuto mutilo, arrestandosi al capitolo 26, dopo un excursus sulla Iudaea e delle imprese di Tito, passa a raccontare gli avvenimenti di Germania e i primi segni di cedimento dei ribelli.

L’anno con il quale si apre la narrazione delle Historiae, dunque, aveva visto succedersi ben quattro imperatori (Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano). Era anche stato divulgato, come sottolinea Tacito, un arcanum imperii: il princeps poteva essere eletto altrove che a Roma, poiché la sua forza si basava principalmente sull’appoggio delle legioni di stanza in luoghi più o meno remoti. Vitellio era stato portato al potere dalle armate di Germania, Vespasiano da quelle orientali soprattutto. Otone, fatto princeps a Roma, contava sul sostegno militare dei pretoriani. L’autore scriveva le Historiae a oltre trent’anni dal 69, ma la ricostruzione degli avvenimenti avveniva, con ogni probabilità, nel vivo del dibattito politico che aveva accompagnato l’ascesa al potere di Traiano.

Au. Vitellio Germanico Augusto. Busto, marmo, 100-150. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

È stato notato un certo parallelismo fra questa e gli eventi del 69; il predecessore di Traiano, Nerva, si era trovato come Galba ad affrontare una rivolta di pretoriani che aveva fatto traballare le fondamenta del suo potere; come Galba, aveva designato per adozione un successore. L’analogia si ferma a questo punto: Galba – che Tacito descrive come un vecchio senza energie, rovinato da consiglieri sciagurati, inutilmente e anacronisticamente atteggiato nelle pose della gravitas repubblicana – si era scelto come successore Pisone, un nobile di antico stampo, dai costumi severi, poco adatto, per il suo rigorismo “arcaizzante”, a conciliarsi la benevolenza della truppa: sostanzialmente un fantoccio, vittima dei suoi illustri natali, dell’inettitudine di Galba, e delle criminali ambizioni di Otone; Nerva aveva invece consolidato il proprio potere associandosi nel governo Traiano, un capo militare autorevole, comandante dell’armata della Germania superior. Non si può pertanto condividere l’interpretazione secondo la quale Tacito avrebbe visto in Galba uno sfortunato precursore della conciliazione del principato con la libertà, poi realizzata da Nerva e Traiano. Probabilmente l’autore aveva preso parte al consilium imperiale nel quale fu decisa l’adozione di Traiano: in lui sarebbero riemerse, da parte di membri tradizionalisti dell’aristocrazia senatoria, posizioni di un anacronismo non dissimile da quello di Galba, ma il consilium seppe evidentemente respingerle.

Con il discorso fatto pronunciare a Galba nel I libro delle Historiae, in occasione dell’adozione di Pisone, lo storico ha inteso chiarire, quasi per contrasto, attraverso le stesse parole dell’imperatore, aspetti significativi della sua posizione ideologico-politica. Tacito ha voluto mostrare in Galba il divorzio ormai consumato fra il modello di comportamento rigorosamente ispirato al mos maiorum – un modello ormai votato al vuoto ossequio delle forme, e noncurante di ogni realismo politico – e la reale capacità di dominare e controllare gli eventi. Ispirandosi a quel modello, Galba non poteva fare una scelta in grado di garantire davvero la stabilità della res publica: ne seguì, perciò, un periodo di sanguinosi conflitti civili.

M. Ulpio Traiano. Busto, marmo, inizi II sec. da Olbia. Cagliari, Museo Archeologico Nazionale.

L’adozione di Traiano – peraltro un comandante di vecchio stampo, che sapeva rendersi cari i propri uomini senza rinunciare alla severità e al decoro della propria carica – placò invece i tumulti fra le legioni, e pose fine a ogni rivalità. Traiano si rivelò capace di mantenere l’unità degli eserciti, e di controllarli senza farne gli arbitri dell’Impero. Può darsi che Tacito, con il pessimistico realismo che lo contraddistingueva, non condividesse in toto l’entusiastica soddisfazione dimostrata da Plinio il Giovane nel Panegyricus a proposito della soluzione che scelta di Traiano aveva assicurato alla crisi; ma certamente avvertiva come improrogabile la necessità di sanare la frattura, drammaticamente verificatasi nel 69, fra le virtutes del modello etico antico e la capacità di instaurare un reale rapporto con le masse militari.

Come si è detto, dunque, Tacito era convinto che solo il principato avrebbe potuto garantire la pace, la fedeltà degli eserciti e la coesione dell’Impero; già il proemio delle Historiae, accennando all’ascesa di Ottaviano, sottolinea come dopo la battaglia di Azio la concentrazione del potere nelle mani di una sola persona si fosse rivelata indispensabile per il mantenimento della pace. Naturalmente il princeps non avrebbe dovuto essere uno scellerato tiranno come Domiziano né un completo inetto come Galba. È famoso, a questo proposito, il sarcastico epigramma in cui lo storico “riepiloga” quest’ultimo personaggio: Et omnium consensu capax imperii nisi imperasset («E, a giudizio di tutti, degno dell’imperium, se non lo avesse rivestito», Hist. I 49). Al contrario, l’imperatore perfetto avrebbe dovuto assommare in sé le qualità necessarie per reggere la compagine imperiale e contemporaneamente garantire i residui del prestigio e della dignità del ceto dirigente senatorio. Tacito additava, perciò, l’unica soluzione praticabile nel principato “moderato” degli imperatori d’adozione.

Lo stile narrativo delle Historiae, coerentemente con il repentino susseguirsi degli avvenimenti, ha un ritmo vario e veloce, che non concede all’azione di affievolirsi o di ristagnare. Questo ha implicato, da parte di Tacito, un lavoro di condensazione rispetto ai dati forniti dalle fonti: a volte qualcosa è omesso, ma più spesso Tacito sa conferire efficacia drammatica alla propria narrazione, suddividendo il racconto in singole scene. I tre tentativi di abdicazione di Vitellio, noti attraverso Svetonio, sono condensati in un solo episodio, drammatico e pittoresco, nel quale Tacito ha saputo profondere tutte le risorse del colore e della suggestione.

Scena di sacrificio (suovetaurilia). Affresco, ante 79 d.C. dall’agro pompeiano, loc. Moregine, edificio B.

Tacito è maestro nella descrizione delle masse, spesso incalzante e spaventosa: sa essere altrettanto efficace nel dipingere la folla tranquilla, il suo insorgere minaccioso o il suo disperdersi in preda al panico; dalla descrizione della folla traspare, in genere, il timore misto a disprezzo del senatore per le turbolenze dei soldati e della feccia della capitale. Ma un disprezzo quasi analogo lo storico aristocratico ostenta per i suoi pari, i componenti del Senato, il cui comportamento è descritto con malizia sottile che insiste sul contrasto tra “facciata” e realtà inconfessabile dei sentimenti: l’adulazione manifesta verso il princeps cela l’odio segretamente covato nei suoi confronti, la sollecitudine per il bene pubblico occulta gli intrighi e l’ambizione.

Le Historiae raccontano per la maggior parte fatti di violenza, di prevaricazione e di ingiustizia: di conseguenza, la natura umana è dipinta in toni costantemente cupi. Ciò non toglie che Tacito sappia tratteggiare in modo abile e vario i caratteri dei propri personaggi, alternando notazioni brevi e incisive a ritratti compiuti, come quello di Muciano, il governatore della Syria, che giocò un ruolo importante nell’ascesa di Vespasiano: Muciano è descritto secondo la tipologia del personaggio “paradossale”, cioè come un miscuglio di lussuria e operosità, di cordialità e arroganza; eccellente nelle attività pubbliche, ma con una reputazione ripugnante nella vita privata.

Statua di personaggio loricato. Marmo pario, II sec. d.C. dalla Basilica Iulia. Corinto, Museo Archeologico Nazionale.

Una cura particolare Tacito pare aver dedicato alla costruzione del personaggio di Otone: lo storico insiste sulla consapevolezza della sua subalternità nei confronti degli strati inferiori urbani e militari, condensata in una fase epigrammatica: Omnia serviliter pro dominatione («Si comportava in ogni cosa servilmente per conquistare il potere», Hist. I 36).

D’altra parte, Tacito mostra come proprio questo cosciente servilismo di Otone nei confronti della massa sia condizione della sua energia demagogica, della sua perversa capacità di incidere nelle cose, che lo situano su un piano diverso, anche se moralmente non più pregevole rispetto a quello di un Galba o di un Pisone. Come certi personaggi sallustiani (in primo luogo, Catilina), Otone è dominato da una virtus inquieta, che all’inizio della sua vicenda politica lo spinge a deliberare, in un monologo quasi da eroe tragico, una scalata al potere decisa a non arrestarsi di fronte al crimine o all’infamia. Ma Otone è, sotto certi aspetti, anche un personaggio “in evoluzione”: nella sua figura sembra intervenire uno scarto quando, ormai certo della disfatta definitiva da parte dei vitelliani, decide di darsi una morte gloriosa per risparmiare a Roma un nuovo spargimento di sangue.

La tecnica tacitiana del ritratto mostra numerose affinità con Sallustio: Tacito affida alla inconcinnitas, alla sintassi disarticolata, alle strutture stilistiche slegate per incidere nel profondo dei personaggi. Ma lo stile “abrupto” di Sallustio esercita il suo influsso su tutta la narrazione tacitiana, che tuttavia ha saputo di svilupparlo fino a determinare un vero e proprio salto di qualità, accentuando la tensione fra gravitas arcaizzante e pathos drammatico, arricchendo il colorito poetico, moltiplicando le iuncturae inattese. Tacito ama le ellissi di verbi e di congiunzioni; ricorre a costrutti irregolari e a frequenti cambi di soggetto per conferire varietà e movimento alla narrazione. Quando una frase sembra terminata, spesso la prolunga con una “coda” a sorpresa, la quale aggiunge un commento “epigrammatico” o comunque modifica, di preferenza per via allusiva o indiretta, quanto affermato subito prima.

 

Gli Annales: alle radici del principato

Nemmeno nell’ultima fase della sua attività Tacito mantenne il proposito di narrare la storia dei principati di Nerva e di Traiano. Terminate le Historiae, la sua indagine si rivolse ancora più addietro ed egli, negli Annales, intraprese il racconto della più antica storia del principato, dalla morte di Augusto a quella di Nerone. La data scelta dall’autore per l’inizio dell’opera ha fatto supporre che intendesse farne una prosecuzione di quella liviana (probabilmente il progetto iniziale di Livio, interrotto dalla morte, prevedeva 150 libri, i quali dovevano arrivare a trattare l’intero principato augusteo: nulla vieta di supporre che, nella prefazione a qualche libro andato perduto, ma noto a Tacito, il Patavino affermasse esplicitamente tale sua intenzione). In effetti, il titolo presente nei manoscritti tacitiani (Ab excessu divi Augusti) sembra richiamare quello liviano Ab Urbe condita.

Nerva nei panni di Giove. Statua, marmo, I sec. d.C. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

Degli Annales si sono conservati i libri I-IV, un frammento del V e parte del VI, comprendenti il racconto degli avvenimenti dalla scomparsa di Ottaviano (14 d.C.) a quella di Tiberio (37 d.C.), con una lacuna di un paio d’anni fra il 29 e il 31; e i libri XI-XVI, con il racconto dei principati di Claudio (a partire dall’anno 47) e di Nerone (il libro XI è lacunoso e il XVI è mutilo, arrestandosi agli eventi del 66).

I libri I-V seguono in parallelo le vicende interne ed esterne di Roma: nella capitale il progressivo manifestarsi del carattere chiuso, sospettoso e ombroso di Tiberio, il dilagare dei processi per lesa maestà, l’ascesa e poi la caduta della sinistra figura di Seiano (ma manca la parte in cui ne era narrata la fine), il dilagare del regime nella crudeltà e nella dissolutezza, fino alla morte di Tiberio. All’esterno, i successi di Germanico in Germania, i suoi contrasti con Pisone, la morte in Oriente, per la quale Pisone è sospettato di averlo avvelenato; e avvenimenti minori, come la vittoriosa guerra in Africa contro il numida Tacfarinate, e il soffocamento della rivolta della popolazione germanica dei Frisi.

I libri XI-XII narrano gli eventi degli anni 47-54, la seconda metà del principato di Claudio, il quale è rappresentato come un imbelle che, dopo la scomparsa della prima moglie, Messalina, cade nelle mani del potente liberto Narcisso e della seconda moglie, Agrippina, che, alla fine, fa avvelenare il marito e mette sul trono Nerone, il figlio avuto da un precedente matrimonio.

Agrippina Minore. Statua, marmo, 14-54, dal foro di Veleia.

Nei libri XIII-XVI è narrato il regime di Nerone: dapprima sul princeps si alternano le diverse influenze della madre, del filosofo Seneca e del praefectus praetorio Burro (questi due operano congiuntamente in vista di un’improbabile conciliazione del principato con la libertà). Successivamente l’imperatore acquista indipendenza, ma cade sempre più preda dei propri istinti depravati. Mentre i comandanti romani (primo fra tutti Corbulone) riportano notevoli successi nelle regioni di confine, Nerone instaura un regime da monarca ellenistico, e si dedica soprattutto ai giochi e agli spettacoli, perseverando tuttavia nel disegno di sbarazzarsi di tutti coloro che potrebbero porre un freno alle sue bizzarrie e stravaganze. Dopo un primo tentativo fallito, riesce a far uccidere la madre Agrippina: tre anni dopo, nel 62, Tigellino, un personaggio detestabile, succede a Burro al comando della guardia pretoriana, in seguito alla misteriosa morte di quest’ultimo. Contemporaneamente, Seneca si ritira a vita privata. Da questo momento in poi Nerone si abbandona a eccessi di ogni sorta; il malcontento dilaga e intorno a Gaio Pisone si coagula un gruppo di congiurati che si propone di sbarazzarsi del principe. Scoppia il famoso incendio di Roma: Tacito sembra dare credito alle voci che lo vogliono appiccato per ordine di Nerone stesso; come incendiari vengono tuttavia perseguitati i cristiani. La congiura di Pisone viene scoperta e repressa duramente; molti fra i personaggi di primo piano ricevono l’ordine di darsi la morte: periscono così Seneca, Lucano, Petronio e infine Trasea Peto, durante il racconto della cui fine si interrompe la parte conservata degli Annales.

Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana. Codex Mediceus 68 II (XI sec.) f. 38r, contenente Tacito, Annales XV 44, sull’incendio di Roma.

Anche in quest’opera, Tacito mantiene la tesi della necessità del principato, ma il suo orizzonte sembra essersi ulteriormente incupito: in un passo famoso (III 28), mentre ribadisce che Augusto aveva garantito la pace all’Impero dopo lunghi anni di guerre civili, lo storico sottolinea anche come da allora i vincoli si fossero fatti «più duri». Sexto demum consulatu Caesar Augustus, potentiae securus, quae triumviratu iusserat abolevit deditque iura, quis pace et principe uteremur. acriora ex eo vincla («Alla fine Cesare Augusto, nel suo sesto consolato, sicuro del proprio potere, abolì quanto aveva decretato da tribuno e diede le leggi delle quali ci potessimo valere in pace e sotto la guida di un principe. Pertanto, i vincoli si fecero più duri»).

Tacito conferisce un colore uniforme e tetro all’intero quadro della vita umana sotto i Caesares. La storia del principato è anche la storia del tramonto della libertà politica dell’aristocrazia senatoria, essa stessa – del resto – coinvolta in un processo di decadenza morale e di corruzione che la rende vogliosa di un servile consenso (quella che Tacito definisce libido adsentandi) nei confronti del princeps. Scarsa simpatia lo storico dimostra anche, come si è già sottolineato a proposito dell’Agricola, verso coloro che scelgono l’opposta via del martirio, sostanzialmente inutile allo Stato, e continuano a mettere in scena suicidi filosofici. Prosperava, a partire dall’età neroniana, una lettura di exitus illustrium virorum: non a caso, descrivendo il suicidio di Petronio, Tacito insiste sul capovolgimento ironico di questo modello filosofico da parte del personaggio.

Raccontando le vicende di Roma, Tacito conduce il lettore attraverso un territorio umano desolato, senza luce o speranza. La parte sana dell’élite politica – si ritrova qui una certa continuità con l’Agricola – seguita tuttavia a dare il meglio di sé nel governo provinciale e nei comandi militari: l’opera bellica di Germanico risulta grandiosa rispetto alla meschina politica urbana di Tiberio, e anche l’azione militare di Corbulone è, agli occhi dello storico, più utile e forse più importante delle torbide passioni che si agitano nella Roma di Nerone.

«Corbulone» (in realtà, un personaggio sconosciuto). Testa, marmo pario, I sec. Roma, Musei Capitolini.

Si è detto che Tacito è soprattutto un grande artista drammatico, sottovalutando probabilmente le sue specifiche doti di storico. Ma è vero che la storiografia tragica gioca negli Annales un ruolo di primo piano. I drammi di anime che Tacito mette in scena non sono tuttavia tanto stimolati dal desiderio di suscitare vive emozioni, quanto nutriti dalla riflessione pessimistica che ha radici importanti nella tradizione storiografica latina, soprattutto in Sallustio.

Alla forte componente tragica della propria storiografia Tacito assegna soprattutto la funzione di scavare nelle pieghe degli uomini per sondarli in profondità e portarne alla luce, oltre alle passioni che li tendono, le ambiguità e i chiaroscuri. Le passioni dominanti nei personaggi tacitiani (con l’eccezione solo parziale di Nerone, figura sotto certi aspetti “patologica”) sono quelle politiche: la brama di potere scatena le lotte più feroci (emblematico è il personaggio di Seiano). Il conflitto più aspro si svolge, com’è ovvio, dentro il palatium imperiale, ma lo storico si rivolge anche altrove per mettere in risalto l’ambizione e la tensione alla scalata sociale, cui spesso si accompagnano invidia, ipocrisia o presunzione: sono difetti da cui nessuna classe sociale o persona vanno esenti. Rispetto all’ambizione, alla vanità e alla cupidigia di potere, le altre passioni – per esempio, il desiderio erotico o anche l’invidia di ricchezze – giocano un ruolo di importanza del tutto secondaria. Tacito presta tuttavia la debita attenzione a gelosie e delitti di origine sessuale, e rivela una vista acuta nelle questioni di denaro.

Negli Annales si perfeziona ulteriormente l’arte del ritratto, già sapientemente messa a frutto nelle Historiae. Il vertice è stato individuato da alcuni nel ritratto di Tiberio, del tipo cosiddetto «indiretto»: lo storico non dà cioè il ritratto una volta per tutte, ma fa sì che esso si delinei progressivamente attraverso una narrazione sottolineata qua e là da osservazioni e commenti. Nel ritratto Tiberio è dipinto in tutta la gamma delle sue gradazioni: gli piaceva mostrarsi torvo, era innamorato dell’austerità; oppresso da tristitia, improntava la propria condotta a crudeltà e inclementia; perennemente sospettoso, taciturno per l’abitudine a tenere celati i propri pensieri, spesso accigliato, talora con impresso sul volto un falso sorriso, aveva fatto della dissimulazione la prima fra le sue virtù. Tacito ama, in genere, il ritratto “morale” più di quello fisico, ma in passo dallo stile molto ricercato indugia nella descrizione della ripugnante vecchiaia di Tiberio: alto, ma curo ed emaciato, col volto segnato da cicatrici e ricoperto di pustole, completamente calvo.

Tib. Giulio Cesare Augusto. Testa, marmo, I sec.

Un certo spazio, come già nelle Historiae, ha anche il ritratto di tipo «paradossale»: l’esempio più notevole è Petronio (Ann. XVI 18), al quale si è accennato. Il fascino del personaggio sta proprio nei suoi aspetti contraddittori: Petronio si è assicurato con l’ignavia la fama che altri conquista con infaticabile operosità, ma la mollezza della sua vita contrasta con l’energia e la competenza dimostrate quando ha ricoperto importanti cariche pubbliche.

Su tutta la sua esistenza spira un’aria di sovrana nonchalace, una negligentia che ne esalta la raffinatezza. Petronio affronta la morte quasi come un’ultima voluttà, dando contemporaneamente prova di autocontrollo, di coraggio e di fermezza: in voluta polemica con la tradizione del suicidio teatrale degli stoici, si intrattiene con gli amici su argomenti diversi da quelli che serviranno a crearsi un’aureola di constantia. Non si fa leggere dissertazioni sull’immortalità dell’anima o sentenze di filosofi, ma poesiole leggere e versi facili (Ann. XVI 19). Senza fare del personaggio un modello – Tacito aveva gusti più austeri –, lo storico sembra implicitamente sottolineare che la virtus di Petronio è in fondo più salda di quella spesso ostentata nella morte dai martiri stoici.

La morte di Petronio. Fotogramma dal film Quo vadis (di M. LeRoy, USA 1951).

Lo stile degli Annales è per certi aspetti mutato rispetto a quello delle Historiae: almeno nei libri precedenti il XIII, si registra una linea di evoluzione che va in direzione del crescente allontanamento dalla norma e dalla convenzione: una ricerca di “straniamento” che si esprime nella predilezione per forme inusitate, per un lessico arcaico e solenne, ricco di potenza. Rispetto alle Historiae, gli Annales risultano meno eloquenti e scorrevoli, più concisi e austeri. Perdura e si accentua il gusto per l’inconcinnitas, ottenuta soprattutto attraverso la variatio, cioè allineando a un’espressione un’altra che ci si attenderebbe parallela, e invece è diversamente strutturata. Si prendano due esempi tratti dalla narrazione del celebre incendio di Roma, in Annales XV 38: pars mora, pars festinans, cuncta inpediebant e [incendium] in edita adsurgens et rursus inferiora populando anteiit remedia.

Le disarmonie verbali riflettono la disarmonia degli eventi e le ambiguità nei comportamenti umani. Abbondano le metafore violente (le immagini sono quelle della luce e delle tenebre, della distruzione e dell’incendio) e l’uso audace delle personificazioni. È frequente la coloritura poetica, soprattutto virgiliana, ma notevoli sono anche le tracce di Lucano nella prosa di Tacito. All’interno dell’opera, tuttavia, si registra una certa modificazione dello stile, in cui alcuni hanno visto un’involuzione. A partire dal XIII libro l’autore sembra ripiegare su moduli più tradizionali, meno lontani dai dettami del classicismo. Lo stile si fa più ricco ed elevato, meno serrato, acre e insinuante; nella scelta dei sinonimi, lo storico passa dalle espressioni scelte e decorative a quelle più sobrie e normali. La differenza è stata attribuita al diverso argomento: il principato di Nerone, abbastanza vicino nel tempo, richiedeva di essere trattato con minore distanziamento solenne di quello ormai remoto di Tiberio, che sembrava ancora radicato nell’antica Repubblica. Qualche trascuratezza notata soprattutto nei libri XV e XVI ha fatto anche pensare che gli Annales non abbiano ricevuto l’ultima revisione.

 

Distribuzione dei libri dei debitori. Rilievo, marmo, 117-120, da uno dei plutei traianei. Roma, Foro romano.

 

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