I 𝑃𝑒𝑟𝑠𝑖𝑎𝑛𝑖 di Eschilo

di F. Fᴇʀʀᴀʀɪ, R. Rᴏssɪ, L. Lᴀɴᴢɪ, Bibliotheke, II, Roma 2001, 85-87; 105-141. Testo da F. Fᴇʀʀᴀʀɪ (ed.), Eschilo, Persiani – Sette contro Tebe – Supplici, Milano 1987.

Nel 472, con la coregia di un giovanissimo Pericle, Eschilo vinse il concorso tragico con una trilogia costituita da 𝑃𝑒𝑟𝑠𝑖𝑎𝑛𝑖 (Πέρσαι), 𝐹𝑖𝑛𝑒𝑜 𝐺𝑙𝑎𝑢𝑐𝑜 𝑃𝑜𝑡𝑛𝑖𝑒𝑜, più il dramma satiresco 𝑃𝑟𝑜𝑚𝑒𝑡𝑒𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑛𝑑𝑒 𝑖𝑙 𝑓𝑢𝑜𝑐𝑜 (Προμηθεὺς πυρκαεύς). Poiché l’argomento del 𝐹𝑖𝑛𝑒𝑜 doveva consistere in un episodio della leggenda degli Argonauti in cui questo vecchio cieco viene liberato dalle Arpie, e nel 𝐺𝑙𝑎𝑢𝑐𝑜 𝑃𝑜𝑡𝑛𝑖𝑒𝑜 si doveva trattare della morte di questo personaggio divorato dai suoi stessi cavalli, parrebbe da escludere l’esistenza di un vincolo narrativo fra le singole tragedie della trilogia, o come deroga a una prassi già esistente o perché la trilogia «legata» non era stata ancora ideata dal poeta. Di questa tetralogia i 𝑃𝑒𝑟𝑠𝑖𝑎𝑛𝑖 sono l’unico dramma sopravvissuto.

Le notizie antiche ricordano che già quattro anni prima (nel 476) Frinico aveva riportato la vittoria alle Grandi Dionisie con un dramma storico imperniato sulla battaglia di Salamina, intitolato 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑖𝑒, dal coro delle donne giunte a Susa per avere notizie dei loro uomini, i marinai fenici degli equipaggi della flotta di Serse; mentre però in questa tragedia la sconfitta persiana era annunciata fin dal principio da un eunuco di corte, in Eschilo la notizia del disastro navale è rimandata alla parte centrale del dramma. Per il resto, dalle 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑖𝑒 Eschilo riprende la collocazione della scena a Susa e lo svolgimento dell’azione imperniato intorno alla notizia della disfatta.

In ogni caso, come testimoniato anche dagli antichi commentatori, proprio nell’esordio (πάροδος) dei 𝑃𝑒𝑟𝑠𝑖𝑎𝑛𝑖 si può riconoscere un’eco intenzionale al verso iniziale delle 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑖𝑒 (un trimetro giambico pronunciato dall’eunuco che dispone i seggi per una riunione imminente):

Τάδ᾽ ἐστὶ Περσῶν τῶν πάλαι βεβηκότων…

Questi sono dei Persiani da lungo tempo partiti…

risponde puntualmente in Eschilo (𝑃𝑒𝑟𝑠. 1-2) la dichiarazione in dimetri anapestici dei coreuti che fanno il loro ingresso nell’orchestra:

Τάδε μὲν Περσῶν τῶν οἰχομένων

Ἑλλάδ᾽ ἐς αἶαν πιστὰ καλεῖται…

Questi dei Persiani partiti

per l’ellenica terra sono detti i Fedeli…

Si tratta evidentemente di un voluto, chiaro tributo, da parte di Eschilo al proprio predecessore.

Pittore di Trittolemo. Combattimento fra un oplita e un persiano. Pittura vascolare da una 𝑘𝑦𝑙𝑖𝑥 attica a figure rosse, V sec. a.C. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Il luogo dell’azione scenica e la trama

In virtù delle parole stesse dei coreuti, che si identificano coi dignitari che Serse ha lasciato in patria per svolgere un ruolo di reggenti dell’impero durante la sua assenza, lo spazio dell’orchestra viene a configurarsi come l’interno di un «antico edificio» (cfr. v. 141 στέγος ἀρχαῖον) che funge da Camera di consiglio. L’azione si svolge a Susa, capitale dell’impero persiano, presso il palazzo reale e la tomba di Dario che, nella seconda parte della tragedia, verrà focalizzata come centro dell’azione scenica. Il coro esprime le sue ansie per le sorti di Serse e dell’infinito esercito di Persiani e di forze alleate non ancora tornati dalla spedizione intrapresa contro la Grecia.

Alla sezione anapestica segue la parte lirica della parodo, dove l’avventura voluta da Serse viene inserita nel quadro della storia persiana in quanto dominata da un irresistibile impulso bellicoso che ha sì origine divina, ma insieme suscita una reazione demonica attraverso l’intervento di Ate: di qui gli angosciosi presentimenti del coro (vv. 65-125), che nello scoppio delle interiezioni (ὀᾶ… ὀᾶ) prefigura il lamento che concluderà la tragedia.

Al termine del canto d’esordio sopraggiunge la regina madre di Serse (che sappiamo essere, nella storia, Atossa, ma che nella tragedia resta anonima), la quale racconta di un sogno avuto nella notte appena trascorsa: il cocchio del Gran Re si è ribaltato e infranto mentre Serse si sforzava di aggiogarvi due donne – una in abito persiano, l’altra in veste dorica – venute a lite fra loro; e mentre la donna persiana obbediva docilmente, quella greca recalcitrava fino a spezzare l’asse del carro. I coreuti tentano di confortare la regina, ma interviene sulla scena un messaggero che annuncia quella disfatta persiana di Salamina, determinata da cause che sembrano intrecciare la motivazione umana e l’intervento divino che sarà ribadito più oltre. Le operazioni strategiche che danno avvio alla battaglia hanno infatti avuto inizio allorché un «uomo ellenico» – secondo Erodoto (VIII 75), Sicinno di Tespie, che avrebbe agito per incarico di Temistocle –, fingendosi una spia, ha informato Serse che al calare dell’oscurità i Greci si sarebbero dati alla fuga. Il monarca gli ha creduto e ha disposto le sue forze di conseguenza, «non comprendendo – commenta il messaggero (vv. 361 s.) – né l’inganno dell’uomo ellenico né lo sfavore degli dèi» (οὐ ξυνεὶς δόλον / Ἕλληνος ἀνδρὸς οὐδὲ τὸν θεῶν φθόνον): uno φθόνος θεῶν che non è propriamente – come osserva F. Cassola – «l’invidia degli dèi», quasi che gli dèi fossero gelosi della felicità umana di per sé, ma, come sostanzialmente sarà anche per Erodoto, «un divieto, dettato da una legge non scritta che impone di non eccedere […] o anche l’ira suscitata dalla trasgressione al divieto» (e in effetti la trasgressione di Serse si è già consumata con l’«aggiogamento» del mare e anche con la profanazione dei templi e delle statue degli dèi).

Nel racconto del messo si succedono le immagini dello scontro, dei guerrieri caduti in acqua, della fuga per mare e per terra: ma Serse è vivo, sulla via del ritorno. Il coro, sbigottito, viene incitato da Atossa a evocare Dario, il suo sposo, e l’emozione arcana che accompagna l’evocazione dell’Ombra prepara una lezione di saggezza da parte dell’antico monarca. Dopo che la regina ha versato libagioni alla terra, i coreuti invocano il defunto sovrano perché emerga dagli abissi della terra: questa scena fitta di tratti ieratici non solo include un giudizio etico-politico nel sottolineare che Dario mai portò alla rovina il suo popolo, ma prepara una denuncia, da parte dello stesso monarca, dell’irresponsabilità di suo figlio Serse (vv. 739-752).

Il coro ribadisce, mentre l’Ombra del re scompare, che la catastrofe è stata causata dalla ὕβρις, la tracotante dismisura con cui Serse ha voluto regnare sull’Asia e sull’Europa incendiando i santuari e i simulacri degli dèi. Con il catalogo dei popoli sudditi del re, dall’Asia alla Tracia alle isole dell’Egeo, si enumera poi ciò che per i Persiani è ormai perduto. Tra la costernazione generale giunge, con le vesti lacere, lo stesso Serse, con il quale il coro intreccia una disperata lamentazione, nelle forme di un cordoglio rituale, sulla fine della potenza persiana.

Il cosiddetto «Persiano morente». Testa, marmo bianco docimio, inizi del II sec. d.C. da originale pergameno della seconda metà del III sec. a.C., dal fronte nord della Domus Tiberiana. Roma, Antiquarium del Palatino.

La πάροδος

La lunga πάροδος è divisa nettamente in due parti, metricamente distinte: ai cosiddetti «anapesti di marcia» (vv. 1-64) che accompagnano il coro mentre entra nell’orchestra, seguono i versi dell’ode lirica (vv. 65-139) in cinque copie strofiche (strofe-antistrofe) in cui si inserisce un μεσῳδός.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 1-64: L’angoscia dei dignitari persiani

Nella prima parte (gli anapesti) il coro, rappresentato dagli anziani a cui Serse ha affidato la cura del vasto impero, esprime la sua preoccupazione per la sorte del gran re e dell’esercito, di cui ancora non è giunta notizia.

Segue la compiaciuta enumerazione di alcuni dei comandanti dell’armata, i riferimenti alla provenienza dei vari contingenti persiani, inserto che consente la citazione di nomi e località «esotiche», tali da attrarre l’affascinata attenzione degli spettatori ateniesi. Nella parte finale degli anapesti ritorna il tono preoccupato con l’accenno all’incessante pianto di genitori e donne che attendono il ritorno dei loro uomini.

Cᴏʀᴏ Noi dei Persiani partiti

per l’ellenica terra siamo detti i Fedeli,

e dei sontuosi degli aurati

palazzi[1] i custodi, noi che in omaggio alla nostra dignità

di propria scelta il sovrano, il re Serse

figlio di Dario

elesse a vegliare[2] su questo paese.

Ma pensando al ritorno del re

e della splendida armata già

fin troppo indovino di mali sussulta

dal profondo l’animo mio

(ché tutta è andata la forza nata dall’Asia)

e sui giovani assenti guaisce.

Non fante non cavaliere

arriva alla città dei Persiani,

che partirono lasciando e Susa e Agbatana[3]

e l’antico baluardo di Cissia,

gli uni a cavallo altri su nave

altri ancora a piedi, marciando,

per esibire compatta torma di guerra.

E cosi Amistre e Artafrene

e Megabate e Astaspe,

condottieri di Persiani,

re soggetti al Gran Re,

si slanciano, guide d’immenso stuolo,

maestri dell’arco e cavalieri,

minacciosi alla vista, minacciosi nella lotta

per audace confidenza dell’indole.

E dico di Artembare che ama i destrieri

e di Masistre e del valoroso Imeo

maestro dell’arco e di Farandace

e di Sostane sferzatore di cavalli.

Altri ne mandava il grande il fecondo

Nilo: Susiscane,

Pegastagone figlio dell’Egitto

e colui che della sacra Menti è signore,

il grande Arsame, e Ariomardo

che regge l’antica Tebe,

e i rematori intrepidi delle paludi[4],

moltitudine immensa.

Segue la turba dei Lidi

che sa le dolcezze del vivere

e signoreggia tutte le genti

nate sul continente. Metrogate

e Arcteo valoroso, che sono i loro sovrani,

e Sardi[5] opulenta li sospingono innanzi

in colonne di carri

a doppio a triplo timone,

terrificante visione.

E gli abitanti del sacro Tmolo

promettono di gettare sull’Ellade

giogo di schiavitù:

sono Mardone e Taribi, incudini contro la lancia,

e gli arcieri di Misia. E Babilonia

opulenta spedisce in lunga fila

una massa confusa: marinai

e arcieri fidenti

nell’impulso che tende la corda dell’arco.

E segue dall’Asia intera

la gente armata di spada

sotto la guida imperiosa del re.

Tal fiore della terra persiana

è andato lontano

e tutta l’asiatica terra nutrice

lo piange con nostalgia veemente.

Genitori e spose contano i giorni dell’assenza

e si spaurano al tempo che si allunga.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 65-137: Le seduzioni di Ate

Le tre prime copie strofiche dell’ode – che sviluppa i due motivi della celebrazione della grandezza persiana e della preoccupazione per la sorte di tanti guerrieri – rappresentano dinamicamente l’idea della progressiva spinta di conquista dei Persiani, che sotto la guida di Serse attraversano l’Ellesponto sul ponte di zattere.

L’esercito persiano è un’onda inarrestabile, a fermare la quale non valgono dighe, così come il suo re ha lo sguardo che annienta di un drago assetato di sangue. La storia persiana testimonia la primitiva vocazione, voluta dal dio, a essere potenza «di terra»; ma in un secondo tempo essa acquisì esperienza anche del mare. In questo quadro trionfante di una potenza a cui niente e nessuno si può opporre, si annidano tuttavia le insidie che sempre minacciano la grande fortuna e la grande potenza: l’uomo può incorrere nella ὕβρις – e il giogo gettato sul collo del mare ne è già una avvisaglia – che produce accecamento o infatuazione (ἄτη) e così il dio attira nell’inganno e avvolge in reti inestricabili chi ha troppo presunto della sua forza. Quanto viene detto nel μεσῳδός ben illumina il meccanismo per cui all’ὕβρις si associa un’infrazione etico-religiosa, cui il dio ha per così dire spinto l’uomo, destinandolo alla rovina. Le due ultime coppie strofiche si caratterizzano per il brusco rovesciamento rispetto al trionfalismo iniziale: vi predominano i sentimenti di angoscia dei Persiani che attendono e il lamento presago delle donne.

Cᴏʀᴏ L’armata del re,

l’armata che devasta ogni città

già è passata sulle opposte rive.

Sopra zattere connesse con funi di lino

ha varcato lo stretto di Elle Atamantide[6]

stringendo sul collo del mare

il giogo di un sentiero chiodato[7].

L’irruente signore delle asiatiche turbe

contro ogni suolo sospinge un gregge infinito

per duplice via, fidando nei saldi,

nei rudi reggitori e di fanti e di navi,

lui, l’eroe pari agli dei,

progenie discesa dall’oro[8].

Ha negli occhi lo sguardo fosco di sanguinoso drago.

Molte mani molti nauti incalzando

sospinge un carro d’Assiria

e contro guerrieri illustri per l’asta

conduce un Ares maestro dell’arco.

Non c’è prode

che possa arginare la grande fiumana d’eroi

e bloccare con solide dighe l’invincibile onda del mare.

Irresistibile è l’armata dei Persiani,

pugnace la sua gente.

Ma l’inganno astuto di un dio

quale mortale fuggire potrà?

Chi un balzo veloce balzare saprà

con l’agile piede?

Da principio Ate[9] seduce l’uomo

con amiche sembianze

ma poi lo trascina in reti

donde speranza non c’è

che mortale fugga e si salvi.

Per decreto degli dèi Moira[10] imperò

nel tempo antico e ingiunse ai Persiani

di menar guerre devastatrici di rocche

e zuffe equestri e distruzioni di città.

Poi appresero[11] a contemplare

l’umido recinto del vasto mare

che incanutisce al soffio aspro dei venti

e confidarono in funi sottili e in macchine

che traghettano genti.

E per questo il manto scuro del mio cuore

soffre i graffi dell’angoscia,

oà, per l’esercito persiano,

e teme che gli abitanti questa voce intendano:

«Deserta d’uomini è la grande città di Susa».

E la rocca di Cissia rinnoverà questo grido,

oà, nell’eco delle turbe femminee.

E allora ho paura che sui pepli di bisso

calerà lo strazio delle unghie.

Tutta l’equestre gente e la massa dei fanti

come uno sciame d’api è volato via

dietro il condottiero di eserciti,

ha varcato lo sprone marino

all’una e all’altra terra aggiogato.

L’ansia per i mariti impregna i talami di pianto

e le persiane spose,

già per natura inclini a morbido cordoglio,

ognuna è rimasta sola sotto il giogo

nel desiderio del compagno assente,

dell’impetuoso del bellicoso sposo

a cui ha detto addio.

Eschilo propone un’intelaiatura ideologica che permette di recuperare motivi, immagini, espressioni della tradizione poetica per costruire un blocco poetico in cui coesistono volontà didattica e tensione patetica: in particolare, in 𝐼𝑙. XII 326-327 si legge delle infinite forme di morte (κῆρες) che incombono sull’uomo e a cui egli non può sfuggire: νῦν δ᾽ ἔμπης γὰρ κῆρες ἐφεστᾶσιν θανάτοιο/ ἃς οὐκ ἔστι φυγεῖν βροτὸν οὐδ᾽ ὑπαλύξαι («ma di continuo ci stanno intorno destini di morte/ innumerevoli, che il mortale non può sfuggire o scansare»), ed è evidente che Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 100, τόθεν οὐκ ἔστιν ὑπὲρ θνατὸν ἀλύξαντα φυγεῖν («[reti] donde speranza non c’è che un mortale scappando sfugga») si modella quasi alla lettera su questo luogo omerico; senonché alle generiche e indiscriminate κῆρες omeriche si sostituisce un demone ingannevole, Ἄτη, e l’intercettamento della fuga prende la figura di una rete non dissimile da quella di cui, in Aᴇsᴄʜʟ. 𝐴𝑔. 355 ss., si dirà che è stata gettata dalla Notte sulle torri di Troia in modo che né adulto né giovane potesse sfuggire al

laccio di schiavitù. Ma qui non tanto la schiavitù incombe quanto lo scenario di una città dove non tornano reduci dalla guerra: un pensiero che con ricercata risonanza tra metafora e realtà si puntualizza da un lato nell’immagine del cuore «dal cupo mantello» graffiato dalla paura (con una «sostituzione» espressionistica del cuore alle guance che ritualmente venivano graffiate nelle scene di cordoglio), dall’altro nell’evocazione dello strappo che le donne di Cissia infliggeranno ai pepli di bisso all’udire l’eco del grido di desolazione (ὀᾶ) che proviene da Susa.

Qui il coro suggerisce che l’imperialismo (guerre devastatrici di città, zuffe equestri, ecc.) non è un male, bensì fa parte di un «destino» persiano, più precisamente della μοῖρα («porzione») assegnata dagli dèi a questo popolo: si tratta anzi di una sorta di «ordine» imperioso dettato dai numi in un remoto passato (τὸ παλαιόν, 102). Ma a questo momento originario, che rappresenta come la nota saliente della φύσις persiana, succede la fase dell’apprendimento (ἔμαθον, 106) di tecniche relative alla navigazione e al traghettamento per nave di intere armate: è di questo precisamente (ταῦτα, 115) che gli anziani consiglieri hanno paura. L’inizio della rovina coincide con l’acme della potenza, ora che il dominio sull’altopiano anatolico ha sospinto i Persiani verso quel mare su cui Serse, col suo ponte di barche gettato fra le rive dell’Ellesponto, ha posto come un giogo di schiavitù: un tale asservimento degli spazi marini e oltremarini non rientra più nel «destino» dei Persiani, ed è così che si profila all’orizzonte un accecamento/inganno/rovina (ἄτη) ugualmente di origine divina (θεοῦ del v. 94 è sulla linea di θεόθεν del v. 101).

Dignitari persiani. Bassorilievo, pietra grigia, V sec. a.C. dalla scalinata del Tripylon, Persepolis. Tehran, Museo Nazionale dell’Iran.

Gli episodi primo e secondo (?)

Convenzionalmente si definisce “primo episodio” la parte che sta tra la πάροδος e il primo στάσιμος (lett. «canto a piè fermo»), ma la denominazione non è molto appropriata per i 𝑃𝑒𝑟𝑠𝑖𝑎𝑛𝑖, che costituiscono in questo senso un dramma atipico del quale non si hanno veri e propri episodi. Tenendo infatti conto della divisione tradizionale, si dovrebbe chiamare “secondo episodio”, a rigor di termini, la scena compresa tra il primo e il secondo stasimo, che è quanto dire tra i vv. 598-632, che contengono la descrizione da parte di Atossa delle offerte per i morti: ne risulterebbe una struttura decisamente sproporzionata, rispetto alla durata del “primo episodio”. Per questo motivo è opportuno dividere la tragedia in sequenze che tengono conto degli sviluppi della vicenda.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 140-154: La regina madre

Dopo che il corifeo ha invitato il coro degli anziani a consigliarsi sulla sorte di Serse (ma tale consiglio in un non meglio precisato στέγος ἀρχαῖον non avrà luogo), si annuncia l’arrivo della regina madre, che nel corso del dramma rimane anonima, ma che nella realtà è Atossa, figlia di Ciro (cfr. Hᴅᴛ. VII 2) e seconda moglie di Dario. L’entrata in scena della regina è solenne ed ella compare con tipico sfarzo orientale.

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Orsù, Persiani, sediamoci qui

all’interno di questo antico edificio

e meditiamo un saggio un profondo pensiero.

Necessità ci preme.

Qual è dunque la sorte di Serse sovrano,

di Serse nato da Dario?

È vincente chi tira con l’arco

o ha prevalso la forza della punta

che sta in cima all’asta?

𝐸𝑛𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑅𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎, 𝑣𝑒𝑠𝑡𝑖𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑢𝑠𝑠𝑜 𝑟𝑎𝑓𝑓𝑖𝑛𝑎𝑡𝑜, 𝑒 𝑠𝑢𝑙 𝑐𝑎𝑟𝑟𝑜. 𝐸̀ 𝑠𝑒𝑔𝑢𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑖 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖.

Ecco: luce pari a quella che s’irradia

dagli occhi degli dei,

rapida si avanza la madre del re,

la mia regina. E io mi prostro.

È nostro dovere salutarla

con parole devote.

Salve a te, eccelsa sovrana delle snelle donne di Persia, anziana madre di Serse e sposa di Dario. Del dio dei Persiani tu fosti compagna e madre di un dio ora tu sei, purché adesso l’antica fortuna non abbandoni l’armata.

Si ha a questo punto una lunga sezione (vv. 155-531) che si presta a essere divisa in due parti: nella prima Atossa riferisce i suoi sogni inquietanti; nella seconda il messo annuncia e descrive l’avvenuta disfatta. La scena che ha come protagonista Atossa si apre con il saluto del corifeo, che si rivolge a lei come alla sposa di un dio e madre di un dio, esprimendo subito dopo il timore che il dio che ha prima favorito la potenza dei Persiani, possa ora averli abbandonati. Se nella πάροδος si alternavano confidente consapevolezza della potenza persiana e timori, in questa scena si vedono intensificarsi le ombre di infausti presagi.

Il sogno narrato dalla regina è certo espressione delle preoccupazioni che la tormentano (è consueto presso gli antichi il rapporto tra il sogno e le ansie e timori che lo determinano) e, come spesso avviene nella tragedia, è anticipazione del disastro che incombe.

Dignitario persiano (dettaglio). Bassorilievo, pietra, V sec. a.C. da Persepolis. Tehran, Museo Nazionale dell’Iran.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 155-225: Gli incubi della regina

Aᴛᴏssᴀ Proprio per questo ho lasciato le stanze dorate della mia reggia e il talamo che fu comune a Dario e a me. E sono venuta qui. Un’ansia mi graffia il cuore. E a voi parlerò, o miei cari, non senza esser presaga del timore che la grande ricchezza accumulata atterri con un calcio e sparga come polvere al suolo la prosperità che Dario innalzò con l’aiuto degli dèi. E pertanto si agita nel mio petto un doppio inesprimibile affanno: timore di dover contemplare una ricchezza deserta d’uomini; coscienza che a uomini deserti di ricchezza non rifulge luce di gloria pari alla forza. Sì, di tesori non sento proprio la mancanza, ma ho paura per il mio occhio: occhio della casa io considero la presenza del suo padrone. E dunque, se così stanno le cose, offritemi il vostro consiglio, o antichi Fedeli. Per me, ogni speranza di un saggio parere è riposta in voi.

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Stanne certa, o sovrana di questa terra: mai tu dovrai dire due volte parola o atto ove stia in noi di farti da guida.

Aᴛᴏssᴀ Sempre mi fanno compagnia tante notturne visioni da quando mio figlio allestì l’armata e partì per devastare la terra degli Ioni[12], ma nessuna mai fu così nitida come nella trascorsa notte. Mi apparvero due donne in vesti adorne, una fasciata di pepli persiani, l’altra in doriche fogge[13]; ed erano, per statura, assai più insigni di ogni donna vivente, e di bellezza impareggiabile, e sorelle nate dagli stessi genitori. All’una era toccato in sorte di abitare il suolo ellenico, all’altra la terra persiana. Ed ecco che fra loro, a quanto mi parve di vedere, sorse una lite, ma il figlio mio, non appena se ne accorse, cercò di trattenerle, di calmarle, e le aggiogò al proprio carro applicando le cinghie sotto il collo. E una si gonfiò d’orgoglio per questa bardatura, e offriva docile la bocca al morso; l’altra invece recalcitrava, finché lacerò con le mani i finimenti del carro, strappò via con forza il morso e spezzò a mezzo il giogo. Mio figlio cade giù dal carro e Dario, suo padre, gli si avvicina e lo compiange. Allora Serse, come lo vede, si lacera le vesti. Questa, precisamente, è la visione che ho avuto questa notte.

Come è costume antico, dopo un sogno che suscita infausti presagi, Atossa si lava le mani in pura acqua corrente e, mentre offre le libagioni agli dèi per allontanare la sua apprensione, un segno la riempie di nuova paura: un falco dilania un’aquila che si era rifugiata sull’altare di Apollo. Atossa ne rimane sconvolta, perché il segno sembra essere rivolto contro Serse, in quanto l’aquila, fra gli uccelli favorito da Zeus, è simbolo del potere regale e altresì emblema dei despoti persiani (cfr. Xᴇɴ. 𝐶𝑦𝑟. VII 1, 4). L’idea però che il figlio possa essere travolto con disastrose conseguenze viene dalla regina immediatamente stornata dalla consapevolezza di non dover renderne conto ai propri sudditi.

Aᴛᴏssᴀ Appena mi sono levata ho immerso le mani in limpida fonte e mi sono accostata all’altare con braccio offerente per porgere una libagione ai numi che stornano i mali e a cui spettano consimili riti. Allora vedo un’aquila rifugiarsi sull’ara di Febo e sùbito ammutolisco per lo spavento, miei cari. Poi scorgo un falco avventarsi in volo sull’aquila e spiumarle il capo con gli artigli. E quella si acquattava spaurita offrendo il corpo all’aggressore. Certo questo sogno non può che far paura: a me, per averlo sognato; a voi, per udirne il racconto. Voi sapete bene che mio figlio, se avrà successo, sarà ammirato da tutti, ma se cadrà … eppure, lui non ha da render conto ai cittadini. Basta che si salvi, e resterà come prima a capo di questa terra.

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Con le nostre parole, madre, noi non vorremmo spaventarti troppo né troppo rassicurarti: ma tu volgiti a supplicare gli dèi, se hai avuto una triste visione, e chiedi che stornino il maleficio e avverino i voti tuoi e del figlio tuo e della città e degli amici tutti. Poi devi offrire libagioni alla terra e ai defunti. Chiedi che il tuo sposo Dario, che dici di aver veduto nel corso della notte, mandi propizio ogni bene a te e al figlio vostro su dal fondo verso la luce, e offuschi giù nel buio sotterraneo ciò che al bene è opposto. Questo consiglio io rendo a te benevolmente, con animo presago: perché, a nostro giudizio, questi segni volgeranno al meglio per te, in tutto.

Principessa achemenide. Testa, lapislazzulo, V sec. a.C. da Persepolis. Tehran, Museo Nazionale dell’Iran.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 226-248: Dove sorge Atene?

Prima di rientrare nella reggia per supplicare gli dèi come suggeritole dal coro, la regina indugia per informarsi sulla collocazione geografica di Atene, sulle sue risorse e i suoi armamenti e più in generale sulla sua organizzazione. In un rapido scambio di battute che avviene nella forma della στιχομυθία (un verso per ciascuna battuta), è sottolineata dal coro l’importanza che la città ha per la difesa dei Greci: di Atene vengono evidenziate le capacità militari, le risorse economiche provenienti dalle miniere d’argento del Laurion («hanno una fonte d’argento, un tesoro sotterraneo») e la fierezza nel combattimento. Non manca un accenno al senso della libertà degli Ateniesi, che contrasta con l’organizzazione persiana imperniata sul rapporto padrone-servo: con tale struttura, conclude il coro, Atene inflisse una memorabile disfatta al temibile esercito di Dario.

Aᴛᴏssᴀ Con vero affetto per me e per la mia casa tu, primo interprete di questa visione, hai pronunciato la tua valida parola. Che il bene si avveri, dunque! Questi riti che tu mi raccomandi io li eseguirò con ogni scrupolo, per gli dèi e per i congiunti che riposano sotterra, non appena sarò rientrata nella reggia. Prima però vorrei sapere, o miei cari, in che parte del mondo dicono che sorga Atene?

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Lontano, verso occidente, là dove tramonta il sole divino.

Aᴛᴏssᴀ E, nonostante questo, mio figlio voleva andare in caccia di quella città?

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Perché così l’Ellade intera sarebbe diventata suddita del Re.

Aᴛᴏssᴀ Hanno tal copia d’uomini in armi?

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ ‹…›

Aᴛᴏssᴀ ‹…›

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ E tale è il loro esercito, che tanti mali ha inflitto ai Medi.

Aᴛᴏssᴀ Brilla fra le loro mani la punta che tende il nervo dell’arco?

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ No, bensì aste per il corpo a corpo e corredo di validi scudi.

Aᴛᴏssᴀ E che altro? La ricchezza abbonda nelle loro case?

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Hanno una fonte d’argento, un tesoro sotterraneo!

Aᴛᴏssᴀ E qual pastore sorveglia e signoreggia l’armata?

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Di nessun uomo si dichiarano servi, di nessun uomo sudditi.

Aᴛᴏssᴀ E allora come fanno a sostenere l’assalto dei nemici?

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Tanto da fare a pezzi quella grande, quella splendida armata di Dario.

Aᴛᴏssᴀ Motivo d’ansia e di paura, non c’è dubbio, per i genitori di chi è partito.

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Ecco: fra poco, credo, saprai tutto in modo chiaro e certo. Ben riconosco il passo di questo persiano messaggero. Egli reca senz’altro un fatto sicuro, buono o cattivo che sia.

𝐸𝑛𝑡𝑟𝑎 𝑖𝑙 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑟𝑜.

Si è ritenuto che questa sticomitia, non necessaria allo sviluppo drammatico, sia stata inserita solo per glorificare Atene e deprezzare i Persiani: in effetti, l’ignoranza su Atene da parte di Atossa, che più avanti mostrerà di conoscerne la fauna, pare un po’ forzata, così come è indubbio che l’affermazione della libertà greca avrà solleticato l’orgogliosa fierezza degli spettatori ateniesi. Va però riconosciuto che questa scena costituisce una sospensione dell’azione che produce un effetto ritardante fra l’appena recuperata serenità della regina e il brutale rovesciamento che si ha con il racconto della catastrofe da parte del messaggero. Il ricordo di Maratona, alla fine della sticomitia, costituisce la cesura drammatica che incrina la fiducia faticosamente recuperata da Atossa.

La battaglia di Salamina. Illustrazione di R. Hook.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 249-349: L’annuncio del disastro

Ha inizio la sezione del messaggero (vv. 249-531), che si articola in tre discorsi (così come avverrà per la parte riservata a Dario). L’attacco è stato giustamente definito in «fortissimo»: la felicità dell’Asia è distrutta, annientata è la sua gioventù, l’esercito persiano è stato cancellato. Al denso, breve annuncio il coro risponde con lamenti, dando vita ad una struttura epirrematica in cui si alternano i trimetri giambici del messaggero e il breve lamento lirico del coro (con la tragica sintesi della sciagura, che costituisce l’inizio delle parole del messaggero, si è giustamente raffrontato, a suggerirne il contrasto, l’annuncio entusiastico della vittoria che Eschilo quattordici anni dopo metterà in bocca al messaggero dell’𝐴𝑔𝑎𝑚𝑒𝑛𝑛𝑜𝑛𝑒). Le parole del messaggero accumulano disgrazia su disgrazia: lui stesso si è salvato a fatica; i cadaveri dei Persiani sono sparsi sulla spiaggia di Salamina; impotenti furono gli archi contro gli assalti navali; maledetto sia il nome di Salamina e quello di Atene. Il coro non può che lamentare di avere troppo vissuto, sino a udire questa disgrazia e immagina con dolore e raccapriccio l’infelice sorte di cadaveri sbattuti dalle onde contro le opposte scogliere; e si unisce al sentimento di odio contro Atene, che tolse a tante donne persiane i loro cari.

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Voi, o città di tutta l’asiatica terra, e tu, suolo persiano, immenso porto di ricchezza, come in un colpo solo è crollata tanta fortuna, come se n’è andato, come è caduto il fiore dei Persiani! Ahimè, è ben triste essere il primo ad annunciare sciagure, eppure è necessario disvelare intera la disgrazia, o Persiani. Ebbene, è distrutta l’armata dei barbari, completamente.

Cᴏʀᴏ Tremendi, mali nuovi e tremendi, mali

che annientano. Ah, bagnatevi di pianto,

o Persiani, a udire questa angoscia.

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Sì, perché tutto è compiuto. Io stesso contro ogni speranza vedo la luce del ritorno!

Cᴏʀᴏ Troppo, troppo longeva età

arrise a questi vecchi,

se ora dobbiamo udire questo imprevisto danno.

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Per essere stato presente, e non per aver udito da altri, o Persiani, posso narrarvi quanto soffrimmo.

Cᴏʀᴏ Otototoì! Invano

quegl’infiniti frammisti strali

dall’ Asia giunsero, ahi ahi,

alla nemica terra degli Elleni!

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Le rive di Salamina e ogni luogo intorno rigurgitano di poveri corpi tristemente disfatti.

Cᴏʀᴏ Otototoì! Sì, tu vuoi dire

che dei nostri cari molti corpi

intrisi di salsedine son trasportati defunti

dentro i mantelli erranti.

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ A nulla valsero gli archi. Tutta l’armata è stata distrutta, fiaccata dagli urti navali.

Cᴏʀᴏ Leva un lugubre urlo straziato

ché tutto in tutto volsero al peggio

gli dei per i Persiani, ahi ahi

per l’armata disfatta!

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ O nome di Salamina supremamente odioso! Ah, come piango al ricordo di Atene!

Cᴏʀᴏ Sì, Atene è odiosa ai suoi nemici:

sì, ben puoi ricordare

quante persiane donne immeritamente

Atene orbò di figli e di mariti.

È a questo punto che la regina rompe il silenzio. Tanto si è scritto su questo silenzio, da alcuni attribuito al fatto che Eschilo, in omaggio alla tradizione arcaica della tragedia, fa dialogare il messaggero con il coro, anziché con Atossa, riducendo a lungo la regina ad una sorta di personaggio muto; ma forse il muto dolore della regina, come quello famoso di un’altra donna del teatro di Eschilo, Niobe, è più confacente alla dignità della sua figura di quanto non sarebbe il lamento ripetuto. Il dolore, ella dice, l’ha paralizzata, ma ora ella chiede al messo, dopo averlo incoraggiato a parlare, dato che bisogna sopportare quello che è mandato dagli dèi, chi ancora è vivo e chi è morto tra i capi persiani. Il messaggero capisce la sua preoccupazione inespressa e la rassicura che Serse è vivo: un lampo di luce nelle tenebre del dolore per Atossa. Segue una sorta di catalogo di grandi persiani periti nella battaglia, leale tributo di un greco al valore del nemico: si susseguono i nomi che danno l’immagine dell’enorme sciagura. E spicca il finale, più lungo tributo, al valore di Siennesi. Alla domanda di Atossa sulla consistenza delle rispettive flotte, il messaggero indica le cifre di una netta superiorità persiana: solo l’ostilità di un demone ha impedito ai Persiani la vittoria.

Aᴛᴏssᴀ A lungo ho taciuto nel dolore, stravolta dal male. Questa sciagura è così smisurata che non riesco neppure a parlare, a far domande. Eppure, è necessario che i mortali sopportino i colpi inflitti dagli dèi. Parla con animo fermo, per quanto tu sia affranto per il dolore, e dispiega tutto il disastro. Chi è sopravvissuto? Chi piangeremo fra i condottieri? Chi fregiato del bastone del comando, lasciò deserto con la sua morte il posto assegnato?

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Lui, Serse, è vivo: vede la luce del sole.

Aᴛᴏssᴀ Annunci alla mia casa bagliore grande, limpido giorno emerso da notte fosca.

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Artembare, che era al comando di diecimila cavalieri, fu colpito presso le dure coste di Silenie, e il chiliarco Dadace trafitto da una lancia spiccò giù dalla nave un agile balzo, e Tenagone, il migliore fra i nativi di Battriana, si aggira intorno all’isola di Aiace battuta dai flutti[14], Lileo, Arsame e per terzo Argeste, costoro sopraffatti intorno all’isola nutrice di colombe[15] davan di cozzo contro la dura terra, e così Farnuco, che proveniva dalla terra attigua alle sorgenti del Nilo egizio, e parimenti coloro che dalla stessa nave precipitarono: Arcteo, Adeue e per terzo Feresseue. E il criseo Matallo, capo di diecimila uomini, in punto di morte irrorò la fulva e densa barba ombrosa intingendo in un bagno di porpora il colorito della sua carnagione. E uno dei Magi[16], Arabo, e Artabe di Battriana, condottiero di tre miriadi di cavalieri mori, è laggiù annientato, ospite di ben duro suolo. E son caduti Amistri e Anfistreo, che brandiva un’asta memore di lotte, e il prode Ariomardo, che offre lutto a Sardi, e Seisame di Misia, e Taribi, che guidava cinque volte cinquanta navi, lirneo di nascita, immagine di bellezza: ora è là disteso. La fortuna non gli ha voluto bene. E Siennesi, il primo per coraggio, il capo dei Cilici, morì di gloriosa morte offrendo da solo pena immensa ai nemici. Tanto dei capi ho rammentato, ma ben pochi mali annuncio dei molti che ci sono.

Aᴛᴏssᴀ Ahi ahi, son questi che ascolto i supremi fra i lutti, onta e lacerante singhiozzo per i Persiani! Ma torna un poco indietro e dimmi: la massa delle navi elleniche era tanto grande da osar cozzi di prue contro la persiana flotta?

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Se al numero si guarda, sta’ pur certa che avrebbero prevalso le nostre navi. La massa dei vascelli ellenici non arrivava che a dieci trentine, oltre a una decina di scelte imbarcazioni. Serse invece, lo so con certezza, ne guidava un migliaio, oltre a due volte cento e sette insigni per velocità. Così è. Puoi mai credere che quanto al numero noi fossimo da meno? No, fu un demone che distrusse la nostra armata caricando i piatti della bilancia con pesi di fortuna non certo equipollente. Sono gli dei che hanno salvato la città di Pallade.

Aᴛᴏssᴀ Dunque Atene non fu devastata?[17]

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Finché ci sono uomini, là c’è un baluardo che non crolla.

Donna achemenide. Monile, oro, V sec. a.C. London, British Museum.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 350-446: La battaglia di Salamina

La narrazione procede attraverso le domande di Atossa, il cui ruolo formale pare quello di consentire al racconto del messaggero di articolarsi in episodi distinti, evitando la pesantezza di un discorso ininterrotto. Arriviamo quindi al 𝑐𝑙𝑜𝑢 della tragedia, con il racconto della battaglia di Salamina, che un grande filosofo ha definito «il più bel monumento mai innalzato alle ore cruciali dell’esistenza di un popolo». Eschilo ha saputo porsi dal punto di vista persiano, senza cedere a una troppo facile esaltazione della forza e del coraggio dei Greci, come pure il patriottismo avrebbe potuto indurlo a fare: il messaggero insiste fin da subito sull’idea che fu «uno spirito della vendetta, un demone maligno» (ἀλάστωρ ἢ κακὸς δαίμων) a procurare la sconfitta e che l’occhio invidioso dei numi (lo φθόνος θεῶν) fece cadere Serse nell’inganno. In contrasto con il precedente lungo elenco di nomi persiani, non un greco è chiamato per nome (eppure tutti gli spettatori sapevano, per esempio, che Temistocle era stato l’autore dello stratagemma che ingannò i Persiani!); la battaglia in sé non occupa che una ventina di versi, senza episodi di esaltazione del valore greco: solo nel grido di battaglia «o figli degli Elleni, ecc.» si esprime l’orgoglio di un popolo che ha saputo rispondere con valore e fermezza, nel momento in cui la libertà e tutto ciò che vi era di più caro è stato messo a repentaglio. Iniziato l’assalto da parte di una nave greca – si sapeva che era la nave di Aminia di Pallene come attesta Erodoto, ma ancora una volta Eschilo tace il nome – i Persiani si trovarono costretti a urtarsi scafo contro scafo e nella carneficina «spiagge e scogliere rigurgitavano di morti»: le parole del messaggero restituiscono l’immagine di un immane disastro, dolentemente osservato e narrato, senza compiacimenti sciovinistici da parti di Eschilo: anche nell’immagine dei persiani battuti e infilzati come tonni c’è più il dolore di chi vede una scena orribile di morte, che la celebrazione dei vincitori.

Aᴛᴏssᴀ Dimmi: come ebbe inizio il navale attacco? Chi prese l’iniziativa dello scontro: gli Elleni o mio figlio? Confidò nel numero delle navi?

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Fu all’origine di tutto il disastro, o mia signora, uno spirito della vendetta, un demone maligno apparso chissà da dove: ché un uomo ellenico[18], venuto dal contingente degli Ateniesi, disse a tuo figlio Serse che non appena fosse calata l’oscurità della notte gli Elleni non sarebbero rimasti dov’erano, ma che, balzati sui banchi delle navi, avrebbero vogato chi per una rotta e chi per un’altra cercando scampo con una fuga occulta. Non appena udì, sùbito Serse, poiché non intese l’inganno dell’uomo ellenico né lo sfavore degli dèi, ingiunge a tutti i navarchi questo comando: quando il sole desistesse dall’avvampare coi suoi raggi la terra, e il buio conquistasse il recinto dell’etere, disporre in tre file la massa dei vascelli; ad altre navi il compito di presidiare gli stretti e le vie risonanti del mare tutto intorno all’isola di Aiace. E se gli Elleni fossero scampati a mala morte riuscendo a sfuggire con movimento occulto, per tutti i suoi era prevista la decapitazione. Tanto egli disse con animo fidente: non conosceva l’avvenire voluto dagli dèi. Allora, i suoi apprestarono la cena in bell’ordine e con disciplinata mente, e il marinaio legava il remo al ben commesso stroppo. Allorché dileguò la luce del sole e la notte calava, ogni uomo maestro del remo prendeva posto sulla sua nave, e del pari ogni uomo sapiente nell’armi. E da un banco all’altro della lunga nave correva la parola d’incitamento. Navigarono così nell’ordine fissato, e per tutta la notte i signori delle navi fecero manovrare l’intera flotta. La notte avanzava, ma l’armata degli Elleni era ben lungi dall’approntare una segreta fuga. Ebbene, quando i candidi destrieri del giorno invasero di splendore tutta la terra, dapprima si levò sul fronte ellenico un pio clamore, un’eco di canzone, e alto lo ripercosse il rimbombo della rupe isolana, e il panico si assise accanto a tutti i barbari, ormai disillusi nella propria attesa: perché non con intento di fuga gli Elleni inneggiavano allora il peana sacro[19], ma slanciandosi allo scontro con intrepida fiducia. La tromba infiammava del suo squillo tutti quei luoghi; e sùbito, a un comando, colpirono la salsedine profonda al simultaneo battito del remo risonante. In un momento furono tutti in vista. In testa avanzava con ordinata disposizione il corno destro, e dietro veniva tutto lo stuolo, e si udiva alto il concorde grido: «O figli degli Elleni, avanti! Liberate la patria, liberate i figli e le spose e i templi degli dèi aviti e le tombe degli antenati! Ora per tutto si combatte!». Ed ecco che sul nostro fronte si opponeva un frastuono di lingua persiana, e non era più tempo di indugiare. Sùbito una nave urtò nave nemica col rostro di bronzo. Dette inizio all’attacco un vascello ellenico, fracassando gli aplustri di una nave fenicia; poi diressero i legni in mischia confusa. Eppure, per un certo tempo, la marea della flotta persiana riuscì a resistere: quando però la massa dei vascelli finì stipata nello stretto[20], e non potevano prestarsi vicendevole soccorso, e anzi venivano a colpirsi con le bocche bronzee dei loro stessi rostri, ecco che le navi elleniche frantumarono tutta la fila all’intorno con previdenti attacchi, e allora cominciarono a rovesciarsi gli scafi e il mare sparì alla vista tanto si coprì di rottami e di cadaveri; e scogliere e spiagge rigurgitarono di corpi. Ogni nave persiana remigò in fuga scomposta. E gli Elleni colpivano duro, spezzavano ai Persiani la spina dorsale, come fossero tonni o una retata di pesci, brandendo frammenti di remi o tavole infrante. Urla, gemiti, singhiozzi invasero la marina salsedine, finché a tutto pose fine l’occhio fosco della notte. Non potrei esaurire il cumulo delle sciagure neanche se per dieci giorni le raccontassi in lunga fila. Questo è certo: mai in un sol giorno morì una così sterminata caterva d’uomini.

Aᴛᴏssᴀ Ahi, ahi, è sgorgato un pelago immenso di mali per i Persiani e per tutte le barbare genti.

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Devi sapere che questa non è ancora la meta dei mali: perché in aggiunta a essi si è accumulata una tal massa di guai da controbilanciare i primi con un fin doppio carico.

Aᴛᴏssᴀ E qual mai sorte può essere ancora più odiosa di questa? Avanti, parla: di qual massa di mali tu dici che schiacciò l’armata per accrescere il peso delle nostre sciagure?

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Tutti coloro fra i Persiani che erano nel pieno vigore del corpo, che erano i migliori per coraggio e i più insigni per nobiltà, e che in ogni cimento spiccavano per fedeltà verso il loro sovrano, tutti costoro sono morti senza onore e senza gloria.

Aᴛᴏssᴀ Ahi, me misera per questa disgrazia nera, o miei cari. Ma tu precisa: come sono morti?

La battaglia di Salamina. Illustrazione di R. Rizzato.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 447-531: L’episodio di Psittalea

Un’ulteriore sventura si aggiunge al massacro di Salamina e il messaggero, nel suo secondo discorso, espone il disastro patito dal fior fiore dell’esercito nell’isoletta di Psittalea (anche in questo caso si tace di Aristide, l’artefice del successo). Il massacro avviene sotto gli occhi di Serse che osserva lo sviluppo della battaglia dall’alto di un colle, che da Erodoto sappiamo essere l’Egialeo. L’immagine disperata di Serse che fugge dopo essersi lacerato il manto regale induce Atossa a inveire contro l’odioso demone che ha spinto i Persiani – e Serse in particolare – a cercare una vendetta su Atene, non paghi della lezione di Maratona. L’accorata domanda sulla sorte delle navi scampate al disastro innesca il terzo e ultimo racconto del messaggero sulle indicibili traversie patite dai sopravvissuti, che attraversano la Beozia sfiniti dalla fatica, dalla fame e dalla sete: ancora una volta un dio ostile si accanisce contro i superstiti, facendo gelare fuori stagione le acque dello Strimone e travolgendo poi gran parte dell’esercito nella corrente del fiume, scioltasi improvvisamente al calore del sole. Così solo a pochi fu concesso di raggiungere il suolo patrio attraverso la Tracia. Di fronte ai mali che i sogni notturni pure le avevano preannunciato Atossa aggiunge il suo lamento, con un lieve rimprovero nei confronti del coro, per la benevola interpretazione che degli eventi i vecchi avevano dato, rassicurandola sul buon esito finale. Nel rientrare a palazzo, l’ultimo suo pensiero è per il figlio Serse, che il coro dovrà confortare per impedirgli di compiere un gesto disperato (la regina allude, con formulazione eufemistica, al possibile suicidio).

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ C’è un’isola davanti a Salamina: minuscola, ostica agli approdi, frequentata sulla spiaggia da Pan che ama le danze. Proprio qui li spedisce il re, di modo che, quando i nemici naufragati avessero cercato scampo su quest’isola, li potessero massacrare agevolmente e a un tempo riuscissero a trarre in salvo i compagni. Ma stoltamente investigò il futuro: perché non appena un dio concesse agli Elleni il vanto del successo, immediatamente questi cinsero il corpo con armature di solido bronzo e balzarono giù dalle navi e accerchiarono l’intera isola onde i nemici non sapessero più da quale parte volgersi. E alcuni perirono colpiti da fitte sassaiole, altri li uccise una pioggia di dardi scagliati dal nervo dell’arco. Alla fine, gli Elleni, avventatisi con impeto concorde, battono, tagliano a pezzi le carni di quei miseri, finché li sterminano tutti. Serse, scorgendo l’abisso della sciagura, scoppiò in singhiozzi (egli occupava una posizione che gli consentiva una nitida osservazione di tutto l’esercito, un poggio aereo non lungi dal mare). Poi si stracciò la veste, ruppe in un urlo di dolore e all’istante comunicò alla fanteria l’ordine di fuggire. Infine, si lanciò a scomposta rotta. Questa è la sciagura che ti è dato piangere in aggiunta all’altra.

Aᴛᴏssᴀ O demone odioso, come hai deluso la mente dei Persiani! Che amara vendetta ha tratto mio figlio su Atene gloriosa! Dunque, non gli eran bastati quei barbari che già Maratona aveva annientato! Fantasticando una rivalsa, mio figlio si è invece tirato addosso questa marea sterminata di guai. Ma dimmi ancora: le navi scampate al disastro, dove le hai lasciate? Puoi darmi ragguagli precisi?

Mᴇssᴀɢɢᴇʀᴏ Quanto ai capi delle navi superstiti, questi si danno col vento in poppa a una fuga tumultuosa e confusa. Invece, la fanteria sopravvissuta ha trovato la fine sul suolo dei Beoti, chi spasimando per la sete in cerca di linfa sorgiva e chi sfiancato dall’affanno della marcia. Quanto a noi, avanzammo fino alla terra dei Focesi e alla doride contrada e al Golfo Maliaco, là dove lo Spercheo irriga la pianura di propizia bevanda. E di qui ci accolsero, ormai privi di viveri, la piana dell’Acaia e le città dei Tessali, dove moltissimi morirono sfiniti dalla sete e dalla fame. Poi giungemmo alla terra di Magnesia e al suolo dei Macedoni, al guado dell’Assio e ai palustri canneti di Bolbe e al monte Pangeo nella contrada degli Edoni; e nel corso di quella notte un dio provocò una gelata fuori stagione, consolidando la corrente tutta dello Strimone[21]; e chi in passato aveva spregiato gli dèi allora si profuse in suppliche e preghiere, genuflettendosi davanti alla terra e al cielo[22]; e quando i soldati ebbero cessato di invocare più e più volte gli dèi, varcarono il congelato guado. Chi di noi passò prima che si spandessero i raggi del dio solare si ritrovò sano e salvo sull’altra sponda. Ma il disco splendente del sole ardendo coi suoi raggi disciolse col calore della vampa il centro del passaggio. Caddero gli uni sugli altri e fortuna arrise a chi in un baleno spirò l’estremo fiato. E quanti, sopravvissuti, attinsero salvezza ecco che, attraversata a fatica la Tracia, fin qui sono scampati dopo tante sofferenze e ritornano ai focolari aviti in cosi pochi che la città dei Persiani ben può piangere la perdita della sua amata gioventù. Tutto questo è verità, eppure tralascio ancora molti dei mali che un dio inflisse alle persiane genti.

𝐸𝑠𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑟𝑜.

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ O demone che imponi ardue sofferenze, troppo grave coi piedi balzasti[23] su tutto il popolo persiano!

Aᴛᴏssᴀ Ah, me infelice! Ah, disfatta armata! O nitida visione dei sogni notturni, con che violenta certezza mi presagisti il male! Ma voi quei sogni con troppa leggerezza interpretaste. E tuttavia, dal momento che in tal guisa dispose la vostra voce amica, voglio in primo luogo pregare gli dèi e poi andrò a prelevare dalla mia casa il dono libagione per la terra e per i defunti. Ormai tutto è compiuto, lo so fin troppo bene, ma forse il futuro sarà meno infausto. Quanto a voi, dopo quel che è successo dovete dare il contributo di nuovi fidati consigli; e se mio figlio arrivasse qua prima di me, voi confortatelo e accompagnatelo verso la reggia, che non abbia ad aggiungersi una sciagura alle tante che già ci opprimono.

𝐸𝑠𝑐𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎.

Nobildonna persiana. Altorilievo, calcare, inizi V sec. a.C. dall’Egitto.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 532-597: Il primo stasimo

Il canto del coro occupa lo spazio di tempo che intercorre tra l’uscita della regina e il suo ritorno per eseguire le offerte preannunciate. Secondo uno schema tipico della tragedia arcaica, il canto, costituito qui di tre coppie di strofi e antistrofi, è preceduto da anapesti di lamento, in cui si ritrae soprattutto il dolore delle donne e in particolare delle giovani spose che rimpiangono la loro fresca unione spezzata.

Nella prima coppia strofica si ha una sorta di compianto litanico, per il dolore in cui sono state gettate le città dell’Asia dalla follia di Serse, così diversa dalla saggezza dell’amato padre suo Dario. E il pensiero corre alle navi, tombe di prodi guerrieri. La seconda coppia strofica ricorda il triste destino di cadaveri straziati dalle onde e dai pesci, mentre i vecchi genitori conoscono l’abisso più buio del dolore. Nell’ultima coppia i vecchi esprimono il loro timore che l’assenza del re, o anche solo una sua umiliazione, possa far nascere una ribellione di popolo e che si scateni una irrefrenabile libertà di parola in chi prima era tenuto dal giogo dell’oppressione.

Cᴏʀᴏ O Zeus sovrano, ora sì che veramente

hai distrutto l’armata

immensa dei Persiani alteri

e hai coperto di cupo cordoglio

e Susa e Agbatana.

E quante donne hanno squarciato il velo

con le dita delicate

e di pianto intridono le sinuose vesti

partecipando al lutto!

E in morbida tristezza le persiane spose,

che sognavano di rivedere

il giogo recente del loro connubio,

hanno lasciato le tenere coltri del talamo,

la calda voluttà di giovanili abbracci

e ora gridano insaziabili lamenti.

E per chi non è più

io levo un canto di sincero lutto.

Ora sì che veramente

tutta singhiozza la terra d’Asia desolata.

Serse li guidò, popoì,

Serse li finì, totoì,

Serse dissennatamente diresse

le navi[24] dei Persiani.

Come mai in quel tempo passato

così innocuo Dario regnava,

capo dei cittadini arcieri,

sovrano amato delle terre di Susa?

Le navi ali di lino,

le navi occhiazzurre guidarono

fanti e marinai, popoì,

le navi li finirono, totoì,

in urti di cieca rovina.

E perfino lui, il nostro sovrano,

udiamo che appena d’un soffio ha schivato

le mani degli Ioni

via per le piane della Tracia

via per impervi sentieri.

E quanti morirono prima

oh

quanti Necessità carpì

eh

attorno alle spiagge cicree[25]

vagano spenti. Piangi

dilàniati e grave grido grida

di pene che toccano il cielo

tendi un guaito

schiudi urlo dolente.

Scardassàti dalla salsedine crudele

oh

altri li scorticano i muti

eh

figli dell’Incorruttibile[26]

e la casa defraudata piange il suo padrone,

e vegliardi orbati dei figli

gemono pene mandate dagli dei

e veramente intendono dolore assoluto.

E i sudditi delle asiatiche contrade

non più a lungo obbediranno

alle leggi dei Persiani

né più verseranno l’imposto tributo

né prostrandosi al suolo

si piegheranno docili ai comandi.

È finita la potenza del re.

Né più ai mortali

il morso bloccherà la lingua.

Il popolo si libera e parla senza freni

quando si spezza il giogo del potere.

I campi insanguinati,

i campi cinti dalle onde

dell’isola di Aiace sono la tomba del persiano impero.

Di fatto inizia qui la seconda parte del dramma, che si protrarrà sino al v. 851.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 598-622: Il secondo episodio (?)

Atossa ritorna dalla reggia in abiti dimessi, per recare le libagioni promesse alla terra e ai morti: la regina invita i vecchi dignitari a evocare lo spirito di Dario, mentre la terra beve le libagioni. Il coro ubbidisce all’invito, sicuro che solo l’antico sovrano potrà indicare un rimedio dei mali e quando essi avranno termine.

𝑅𝑖𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎, 𝑎 𝑝𝑖𝑒𝑑𝑖 𝑒 𝑣𝑒𝑠𝑡𝑖𝑡𝑎 𝑎 𝑙𝑢𝑡𝑡𝑜, 𝑠𝑐𝑜𝑟𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑒 𝑎𝑛𝑐𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑒𝑐𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑒 𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑒 𝑙𝑖𝑏𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑒 𝑎𝑖 𝑑𝑒𝑓𝑢𝑛𝑡𝑖.

Aᴛᴏssᴀ Chiunque non sia inesperto di sciagure sa bene, o miei cari, che nel momento in cui ci assale il flutto dei mali gli uomini finiscono con l’aver paura di tutto, mentre invece, quando il demone della fortuna soffia propizio, abbiamo fiducia che lo stesso vento continuerà a spirare per sempre. Anche ai miei occhi ormai, per volere degli dèi, ogni cosa appare ostile e piena di paura, e nelle mie orecchie odo come un urlo di malefici suoni, tale è la costernazione che spaura il mio cuore. Ecco perché ho fatto a ritroso il cammino che conduce dalla reggia a questo luogo, ma senza il carro e il lusso di prima, per offrire al padre di mio figlio libagioni propizie, di quelle che placano i morti: dolce candido latte di sacra giovenca, e la stilla dell’operaia dei fiori, il miele scintillante, unitamente alle gocce di verginale sorgente, e poi la pretta bevanda che è figlia di madre selvaggia, questo liquore di antica vite, e ancora il frutto odoroso del biondo olivo, che nelle sue foglie rigermina vita perenne, e ghirlande di fiori, figli della terra feconda. Avanti, miei cari, levate inni devoti su queste libagioni ai morti ed evocate Dario divino. Attraverso la terra io voglio mandare questi sacri doni agli dèi sotterranei.

Scena di udienza di una regina persiana. Sigillo cilindrico (PFS 77), VI sec. a.C. New York, Metropolitan Museum of Art.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 623-680: Il secondo stasimo

I versi anapestici della risposta del corifeo introducono al canto lirico: sono tre brevi coppie strofiche chiuse dall’epodo per evocare l’ombra di Dario. Dapprima il coro si chiede se Dario possa sentire i suoi lamenti. Si prega quindi il re dei morti perché gli consenta di salire: egli è il sovrano amato dal suo popolo, che mai ha spinto a sanguinosi disastri, perché era un re pari un dio. Nell’ultima coppia strofica il coro si rivolge direttamente a Dario, invitandolo ad ascoltare la sua invocazione e a rispondere: tutta la gioventù persiana è stata annientata, come ha potuto prodursi un tale disastro?

Cᴏʀᴏ Sposa regina, onore dei Persiani,

tu manda questi libami sotto i talami della terra

e noi con inni devoti chiederemo

agli dei che guidano i morti

di essere a noi propizi laggiù sotto la terra.

Suvvia, augusti numi di sotterra,

Terra, Ermes e tu, re dei defunti,

su dal fondo alla luce mandate quell’anima:

ché se conosce valido rimedio,

lui solo fra tutti i mortali

può additarci la fine dei mali.

𝐿𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑒 𝑙𝑒 𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑡𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑜𝑚𝑏𝑎 𝑑𝑖 𝐷𝑎𝑟𝑖𝑜.

Il fortunato sovrano pari agli dèi

ode la mia limpida voce persiana

che modula variegati dissonanti accenti di dolore?

Voglio gridare totalità di duolo.

Mi ascolta lui,

mi ascolta dal profondo abisso?

E tu a me, Terra, e voi,

che siete reggitori dei sotterranei,

concedete che esca dalle vostre case

il demone glorioso,

il dio dei Persiani, il nativo di Susa.

In alto mandate

un essere quale non ancora

terra persiana avvolse.

A noi diletto è l’uomo,

a noi diletto è questo rialzo,

ché diletta virtù racchiude.

Tu, Aidoneo[27], tu che accompagni in alto, Aidoneo,

tu manda su

Dario divino sovrano.

Eh!

Né mai distrusse i suoi uomini

in cieche imprese annientatrici[28]

e tra i Persiani aveva nome «divino consigliere»

e divino consigliere veramente fu

quando reggeva il timone dell’armata.

Eh!

Sovrano, antico sovrano, su, vieni,

ascendi il sommo vertice di questo rialzo,

solleva il calzare tinto di croco,

mostra l’apice della tiara regale.

Vieni, padre Dario,

vieni, tu che il male non sai. Oh!

Devi ascoltare dolori impreveduti,

pene comuni a tutta questa terra.

Mòstrati, o sovrano dei sovrani.

Caligine di Stige è librata in alto.

Già si è spenta tutta la nostra gioventù.

Vieni, padre Dario,

vieni, tu che il male non sai. Oh!

Ahi ahi!

Tu che morendo molto pianto lasciasti,

perché, o mio sovrano, mio sovrano,

in causa di questi errori

a danno di questa terra tutta

furono distrutte le nostre infauste navi,

le nostre triremi?

La sconfitta di Maratona e la fallimentare spedizione contro gli Sciti, entrambe volute da Dario, sono messe fra parentesi: Dario è il sovrano illuminato dagli dèi che non conosce l’ἄτη, ma che ha saputo guadagnarsi la gratitudine del suo popolo e che ora è venerato come un demone benigno o addirittura come un dio. La costruzione, probabilmente improvvisata, che rappresenta la tomba del sovrano viene messa a fuoco solo gradualmente: la regina aveva fatto il suo ingresso in scena accennando genericamente alla propria intenzione di offrire libagioni per i defunti (vv. 607 ss. e 621 s.); poi, ai vv. 629 s., il corifeo aveva pregato i demoni sotterranei, la Terra ed Ermes di mandare dagli inferi alla luce l’anima di Dario, ma è solo al v. 647 («a noi diletto è questo rialzo»), che l’invocazione al re defunto prende a definirsi e a localizzarsi come emersione di una figura al di sopra di un tumulo fino all’incalzante appello – con tre imperativi in asindeto: «su vieni, ascendi» (ἴθι ἱκοῦ / ἔλθ᾽) – dei vv. 658 s., accompagnato dalle indicazioni di regia dei calzari color di croco e del copricapo persiano a punta detto “tiara”. Infine, il termine specifico τάφος («tomba») sarà pronunciato per la prima volta dall’Ombra stessa di Dario al v. 684. La rifocalizzazione del campo visivo degli spettatori, che nella parte precedente del dramma prevedeva l’identificazione dell’area teatrale con una Camera di consiglio dove si riuniscono i vecchi coreuti/dignitari ed escludeva la messa a fuoco del rialzo/ tomba, si realizza pertanto quasi impercettibilmente durante il canto del coro, e viene a prospettarsi come un effetto della parola complementare al potere che essa manifesta nel sollevare l’ombra del defunto su dai «talami della terra».

Il terzo episodio

L’apparizione di Dario, che ha ascoltato le invocazioni del coro, ci pone di fronte a una figura imponente, di statura eroica, l’idealizzato simbolo del buon monarca. La sua parola assumerà la dimensione indiscutibile delle verità rivelate da un dio; così come perentoria risulta la sua interpretazione degli eventi. I suoi tre discorsi, che sottolineano la responsabilità e l’irriflessiva ambizione di Serse, la sua ὕβρις, la sua deviazione dalla linea di condotta che dovrebbe sempre tener conto della continuità padre-figlio, corrispondono inevitabilmente ai principi dell’etica greca. Aver collegato la sconfitta persiana alla punizione con cui gli dèi colpiscono la tracotanza umana, solleva la vicenda bellica al di sopra dei comuni eventi umani e ne fa un paradigma della giustizia divina: nessuna esaltazione nazionalistica può trovarvi posto, perché non tanto i Greci, quanto le sue colpe hanno travolto Serse.

George Romney, L’ombra di Dario appare ad Atossa. Carboncino su cartone, 1778. Liverpool, National Museum.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 681-738: L’εἴδωλον dell’antico monarca

Nelle sue prime battute, Dario assicura di aver accettato le libagioni e, dopo aver ricordato quanto sia difficile per chi è morto ottenere di riemergere, invita il coro a parlare sulle cause di tanta disperazione. Ma la reverenza religiosa di fronte al suo antico monarca impedisce ai vecchi di levare la parola e lo sguardo a Dario. Sarà allora Atossa a parlare, invitata con parole che lasciano intravedere l’antico affetto coniugale. La risposta della regina è condensata in un solo verso, che comunica in modo chiaro e irrevocabile la completa estinzione dell’esercito. La sticomitia successiva arricchisce di particolari la notizia del disastro, che viene imputato a un δαίμων che ha ispirato Serse.

𝐴𝑙 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑡𝑢𝑚𝑢𝑙𝑜 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑒 𝑙’𝑜𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝐷𝑎𝑟𝑖𝑜.

Oᴍʙʀᴀ O Fedeli tra i fedeli, coetanei della mia giovinezza, vegliardi persiani, qual sofferenza soffre la città? Il suolo geme, sente colpi e lacerazioni. Ho veduto la mia consorte accanto al tumulo: ne ho provato un tremito e propizio ho accolto l’offerta di queste libagioni. Ma levate canti di lutto qui fermi vicino alla mia tomba intonate lamentazioni acute, evocatrici dei defunti; su, chiamatemi con la forza dei vostri gemiti. Arduo è risalire alla luce anche perché gli dei di sotterra sono più inclini a prendere che a lasciare. E tuttavia, poiché io sono sovrano anche fra loro, eccomi giunto. Ma tu affrèttati, che non mi sia rimproverato un troppo lungo indugio. Qual è questa nuova sciagura che opprime i Persiani?[29]

Cᴏʀᴏ Ho scrupolo a guardarti,

ho scrupolo a parlare davanti a te,

per l’antico rispetto.

Oᴍʙʀᴀ Ma poiché ormai sono salito su dagli abissi dando ascolto alle tue lamentazioni, tu parla facendo un discorso nient’affatto prolisso quanto invece conciso, e raccontami tutto, dimenticando la reverenza che provi al mio cospetto.

Cᴏʀᴏ Temo di accondiscendere,

temo di parlare davanti a te,

temo il dire cose che agli amici

è duro il dire.

Oᴍʙʀᴀ E allora, visto che un timore antico si insedia sui tuoi precordi, tocca a te, compagna di un giorno, nobilissima sposa, sedare questi pianti, questi lamenti, e dirmi chiare parole. Le disgrazie che colpiscono i mortali fanno parte della condizione umana. Molti sono i mali che vengono dal mare, molti quelli che arrivano dalla terra, se solo la nostra vita si prolunga oltre un certo limite.

Aᴛᴏssᴀ O tu che con fortunato destino superasti in felicità e potenza tutti gli uomini; ah, finché ti arrise la luce del sole, tu vivesti la vita beata di un dio, invidiato dai tuoi sudditi, e così ora ti invidio per essere morto prima di vedere l’abisso dei mali. Perché il succo del discorso, o Dario, lo puoi udire in un istante. A dirla in breve, la potenza persiana è stata annientata.

Oᴍʙʀᴀ In che modo? Il flagello di una pestilenza? Una guerra civile?

Aᴛᴏssᴀ No, assolutamente. Il fatto è che ad Atene l’esercito è stato completamente distrutto.

Oᴍʙʀᴀ Dimmi: quale dei miei figli guidò l’armata fin laggiù?

Aᴛᴏssᴀ Serse, l’impetuoso Serse, svuotando di gente ogni nostra contrada.

Oᴍʙʀᴀ Su terra o per mare tentò lo sciagurato questa folle prova?

Aᴛᴏssᴀ Per terra e per mare: doppio fronte, doppio esercito.

Oᴍʙʀᴀ E come riuscì a varcare le acque una fanteria così numerosa?

Aᴛᴏssᴀ Con macchine creò un passaggio, aggiogando lo stretto di Elle.

Oᴍʙʀᴀ Dunque, osò bloccare il grande Bosforo?

Aᴛᴏssᴀ Sì, è così, ma certo un dio entrò nella sua mente.

Oᴍʙʀᴀ Ahimè, proprio un dio grande, che l’intelletto gli traviò.

Aᴛᴏssᴀ Al punto che non ci è dato vedere il termine del male che compì.

Oᴍʙʀᴀ E che fine hanno fatto? Perché a tal segno li compiangete?

Aᴛᴏssᴀ La distruzione della flotta rovinò la stessa fanteria.

Oᴍʙʀᴀ Così totalmente la nostra gente è stata annientata dall’asta nemica?

Aᴛᴏssᴀ Tanto che tutta la città di Susa piange il vuoto dei suoi guerrieri.

Oᴍʙʀᴀ Oh, la valida difesa! Oh, il forte presidio dell’armata!

Aᴛᴏssᴀ È perduto, perduto completamente, il popolo dei Battri. Nessuno è sopravvissuto.

Oᴍʙʀᴀ Disgraziato! Che gioventù alleata ha perduto!

Aᴛᴏssᴀ Pare che lui, Serse, solo e abbandonato ora insieme a pochi…

Oᴍʙʀᴀ Com’è finito? Dov’è? C’è ancora una speranza?

Aᴛᴏssᴀ Dicono sia giunto in salvo a un ponte, unico giogo dei due continenti.

Oᴍʙʀᴀ E, dunque, è vero che ha trovato scampo in Asia?

Aᴛᴏssᴀ Sì, lo danno come un fatto certo.

Iscrizione DNa, pietra calcarea, c. 490 a.C. dalla Tomba di Dario I di Persia. Naqsh-e Rostam, Fars, Iran.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 739-752: Il primo discorso di Dario

Alla sticomitia segue il primo dei tre discorsi di Dario, di lunghezza crescente, in cui il re dapprima osserva come tutto si realizzi come l’oracolo aveva predetto: egli si aspettava che questo si sarebbe avverato di là a lungo tempo; ma la ὕβρις di Serse che ha unito la terra al mare e ha incatenato il Bosforo ha affrettato il compimento. La considerazione che anche il dio collabora con chi si affretta follemente a fare il male (che equivale all’idea che, pur essendo la rovina persiana predestinata, fu la follia di Serse, con la sua piena responsabilità, a causarla) richiama “l’inganno” della divinità evocato nella πάροδος, e appartiene 𝑖𝑛 𝑡𝑜𝑡𝑜 alla teologia di Eschilo. Atossa cerca di giustificare l’impresa di Serse come opera dei suoi cattivi consiglieri, che ne solleticavano l’orgoglio, proponendogli un confronto con il padre per lui umiliante (seguendo Erodoto, si possono individuare questi cattivi consiglieri in Mardonio, nei Pisistratidi, negli Aleuadi e in Onomacrito).

Oᴍʙʀᴀ Ah, com’è giunto veloce l’inveramento degli oracoli! Sì, Zeus ha scagliato su mio figlio il termine dei responsi anche se io pensavo che solo dopo un lungo tempo gli dèi li avrebbero portati al prefissato fine. E certamente, quando un uomo smania di agire, anche il dio coopera; così ora si è scoperta, a quel che pare, la sorgente dei mali per tutti i miei cari. Dunque, mio figlio, ignaro dei presagi, li avverò con giovanile audacia, lui che sperò di incatenare, quasi fosse uno schiavo, il sacro Ellesponto, la bosforica corrente del dio, e trasformò il guado in terra e avvintolo in martellanti ceppi larga via a largo esercito approntò, e lui mortale si illuse nella sua stolidità di dominare Poseidone e i numi tutti. Come non credere che un morbo della mente soggiogasse il figlio mio? Ho paura che la grande ricchezza che faticosamente avevo accumulato finisca nelle mani del primo venuto.

Aᴛᴏssᴀ Proprio questo è l’insegnamento che ha tratto l’impetuoso Serse dalla frequentazione di sciagurati amici. Gli andavano dicendo che tu acquistasti con opere di guerra ricchezza ingente per i tuoi figli, mentre lui per mancanza di coraggio le sue guerre se le faceva in camera senza accrescere di un’inezia la potenza del padre. E alla fine, a furia d’essere rimproverato da questa gente infame, decise la grande spedizione contro la terra ellenica.

Già nella parodo la costruzione del ponte di barche sull’Ellesponto si era precisata nell’immagine, ripetuta, dell’aggiogamento del mare, del ζυγὸν ἀμφιβαλεῖν (vv. 50 e 72), ma ora, con un’autorità che i suoi dignitari non potevano possedere, Dario reduce dall’oltretomba associa questo motivo dell’aggiogamento degli elementi naturali (esso appare come la messa in catene di uno schiavo) a una visione sacrale della natura (l’Ellesponto è «sacro», quella del Bosforo è la corrente «del dio») che permette a Eschilo di prospettare l’atto di Serse come una violazione della frontiera che separa uomini e dèi: perfino l’ordine delle parole viene lievemente turbato, collocando δέ in quarta anziché in seconda posizione, a principio del v. 749, per accostare più strettamente θνητὸς ὤν («pur essendo mortale») a θεῶν quali poli di un’antitesi nel cui raggio Serse non ha saputo orientarsi.

Sulla scia di Solone e della sapienza arcaica, si realizza anche per Serse quel fenomeno per cui il movimento dell’uomo oltre il confine che circoscrive l’ambito della sua condizione provoca un movimento inverso di invasione del divino entro il campo dell’umano nella forma di forze normalmente qualificate come “demoniche” oppure con un generico θεός (senza specificazione di quale divinità si tratti): «quando un uomo smania di agire, anche un dio coopera» (v. 742) dice Dario confermando quanto poco prima aveva intuito la regina madre (v. 724: «Certo un dio si attaccò alla sua mente»). Come anche altrove in Eschilo, l’uomo – in particolare il potente che agisce violando limiti e leggi – non è trascinato fatalmente da una follia irresistibile, ma neppure è pienamente libero delle proprie azioni. Ciò che a Eschilo preme di sottolineare è l’intreccio fra la pulsione umana verso e al di là del limite e la “collaborazione” di un dio o di un demone da cui l’azione umana appare condizionata attraverso l’interno (le φρένες) dell’individuo fino allo smarrimento, al traviamento, alla follia. Serse «si affrettava» (questo il senso specifico di σπεύδειν al v. 742) verso l’azione, e un dio «si è attaccato» (συνάπτεται) a questo impulso: alla fine, la spedizione in Grecia e l’asservimento della natura appaiono nello stesso tempo come una scelta di Serse e come l’avveramento di oracoli, come una decisione e come un esito prefissato.

Dario il Grande (dettaglio). Bassorilievo, pietra, V sec. a.C. da Persepolis. Tehran, Museo Nazionale dell’Iran.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 753-786: Il secondo discorso di Dario

La gravità della sciagura, che non ha pari nella storia persiana, induce Dario a una rapida caratterizzazione dei precedenti re persiani, da Medo in poi sino a lui stesso, il cui potere e la cui saggezza sempre godettero del favore divino e realizzarono un continuo ampliamento dell’impero. In questo 𝑒𝑥𝑐𝑢𝑟𝑠𝑢𝑠 di storia persiana, molti hanno accusato Eschilo di scarsa accuratezza (non si sa, per esempio, se vedere in Medo un nome etnico, che alluderebbe comunque al fatto che l’impero fu detenuto prima dai Medi, o un’allusione a Ciassare, il cui figlio verrebbe a essere Astiage). Quello che in ogni caso interessa a Eschilo è mostrare quanto Serse abbia deviato dalla tradizione degli antenati e dal padre in particolare. Dario idealizza la storia passata, così come fa con se stesso quando non ricorda i rovesci da lui subiti in Scizia e a Maratona.

Oᴍʙʀᴀ Ecco perché hanno perpetrato un misfatto enorme, indimenticabile, quale mai prima aveva desolato questa città e la piana di Susa, da quando Zeus sovrano sancì il principio che un solo uomo impugni lo scettro del monarca e imperi su tutta l’Asia nutrice di bestiame. Ebbene, un medo fu il primo reggitore del popolo, e il figlio di lui portò a termine l’opera cominciata dal padre; e per terzo Ciro, ben fortunato eroe, ebbe l’impero e a tutti i suoi garantì pace: ché la mente dirigeva la barra del suo cuore. Aggiunse ai suoi domini il popolo dei Lidi e quello dei Frigi e soggiogò con la forza la Ionia tutta: la sua saggezza gli valse il favore degli dèi. E come quarto governò il figlio di Ciro[30], e come quinto regnò Mardo[31], che svergognò la patria e il trono antico; ma in un agguato di palazzo lo uccise il prode Artaferne[32] con un pugno di congiurati fra cui ero anch’io. Così ottenni la sorte a cui aspiravo. E intrapresi molte spedizioni con immense armate, ma non feci mai tanto male a questa città. Mio figlio Serse, invece, è giovane e ha pensieri giovanili e non serba ricordo dei miei precetti. Perché dovete sapere con assoluta certezza, o miei coetanei antichi, che tutti insieme noi altri, quanti abbiamo detenuto un tempo il potere assoluto, mai fummo autori di altrettanti danni.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 787-851: Il terzo discorso di Dario

Alla domanda del corifeo su come potranno i Persiani recuperare l’antico splendore, Dario non ha dubbi: condizione irrinunciabile è evitare di muovere contro i Greci, la cui terra annienta gli invasori con la fame. Si ha a questo punto il terzo più lungo discorso di Dario, con la profezia che riguarda l’esercito ancora accampato in Grecia agli ordini di Mardonio: nella piana dell’Asopo, le truppe scelte persiane patiranno i peggiori mali, come punizione dell’ὕβρις che le ha indotte a distruggere i santuari ellenici. Il principio è quello, altre volte affermato da Eschilo, per cui chi ha operato il male, poi lo subisce: la lancia dei Dori annienterà nel sangue l’armata persiana. I mucchi di cadaveri sono il muto ammonimento che l’uomo non deve mirare a cose per lui troppo alte: frutto della ὕβρις è la sventura, ribadisce il poeta in versi giustamente memorabili, con immagini che sembrano risalire a Solone. Zeus è implacabile nell’esigere il rendiconto. Di qui l’invito al coro a dare saggi ammonimenti a Serse perché cessi un comportamento che offende i numi. Atossa poi è invitata ad andare incontro al figlio con una veste regale, togliendo a Serse gli abiti laceri che umiliano la sua autorità regia: solo lei saprà consolarlo e rasserenarlo.

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ E ora, o Dario sovrano? Qual è la mèta delle tue parole? Qual è la via più giusta da seguire, nel presente, per il popolo di Persia?

Oᴍʙʀᴀ Non dovete più intraprendere spedizioni verso il suolo dell’Ellade, neppure se disponete di forze superiori. La stessa terra è loro alleata.

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Che dici mai? In che senso è alleata?

Oᴍʙʀᴀ Perché stermina con la fame i nemici troppo numerosi.

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Ma possiamo arruolare truppe scelte, e ben equipaggiate.

Oᴍʙʀᴀ Eppure, nemmeno i soldati che ora sono rimasti sul suolo dell’Ellade[33] raggiungeranno la luce del ritorno.

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Veramente? Dunque, non tutto l’esercito superstite lascerà l’Europa riattraversando lo stretto di Elle?

Oᴍʙʀᴀ No: solo pochi fra i molti se, tanto più guardando a quanto è accaduto, si deve prestar fede agli oracoli degli dèi. Perché non una sì, e l’altra no, ma ogni profezia si avvera infine. E se così è, Serse lascia dietro di sé una massa scelta di uomini cullato da vuote speranze. Essi restano là dove l’Asopo irriga la piana con le sue correnti, agognato nutrimento per il suolo dei Beoti; e proprio là è destino che soffrano le pene più alte a contraccambio di dismisura e di empie aspirazioni: essi che giunti all’Ellade non ebbero scrupolo di rapire i simulacri, di incendiare i templi degli dèi[34]. Abbattuti gli altari, scalzate dai piedistalli e rovesciate furiosamente a terra le statue dei numi! Ecco perché la pena non è inferiore alla colpa, e altri mali li attendono, e non è maturo il basamento delle sciagure, anzi è tuttora nella sua infanzia. Tanto copioso libame di sangue sarà versato nella terra di Platea dalla dorica lancia: e mucchi di cadaveri diranno con muta testimonianza agli occhi dei mortali fino alla terza generazione che creatura votata alla morte non deve pensare pensieri al di là della propria natura, ché Dismisura se appieno fiorisce fruttifica in spiga di rovina, donde miete messe di pianto. Con gli occhi fissi a questa dura lezione ricordatevi di Atene e dell’Ellade e nessuno per dispregio del destino presente si innamori di beni lontani versando a terra la grande potenza che ha. Zeus punitore, Zeus esattore severo invigila sui troppo superbi ardimenti. E dunque praticate saggezza e con avveduti consigli ammonitelo a desistere dal delirare con tracotante audacia. E tu, antica compagna, madre amata di Serse, nella reggia e preso un manto adorno fatti incontro al figlio: ché da tutto il suo corpo pendono squarciati, per il dolore, gli stracci dei variegati vestimenti. Ma tu confortalo con amiche parole: vorrà ascoltare solo te, ne sono certo. Io tornerò giù, nel buio sotterraneo. E a voi, o vegliardi, addio: pure in mezzo alle sventure date gioia al vostro cuore, giorno dopo giorno. Ricchezza non giova ai morti.

𝐿’𝑜𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖𝑒𝑡𝑟𝑜 𝑖𝑙 𝑡𝑢𝑚𝑢𝑙𝑜.

Cᴏʀɪꜰᴇᴏ Ah, quanti mali per i Persiani devo soffrire di udire, e presenti e futuri!

Aᴛᴏssᴀ O demone, quanti acerbi dolori mi assillano! E ancor più mi dilania questa iattura, ora che ho udito quale strazio di vestimenti[35] avvolge il corpo di mio figlio. E dunque andrò, e preso dalla casa un manto adorno cercherò di farmi incontro a mio figlio: non abbandonerò in mezzo ai mali chi mi è più caro al mondo.

𝐿𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎 𝑒𝑠𝑐𝑒.

Pittore di Dario. Dario I di Persia riceve i suoi dignitari. Pittura vascolare da un 𝑘𝑟𝑎𝑡𝑒𝑟 apulo a figure rosse, IV sec. a.C. da Canosa di Puglia. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 852-907: Il terzo stasimo

In tre coppie strofiche chiuse da un epodo il coro evoca la potenza e la saggezza di Dario, la cui fortuna e prosperità offrono un netto contrasto con l’apparizione di Serse, che seguirà immediatamente, rendendone più impressionante l’umiliazione. Il canto ricorda sinteticamente le condizioni splendide della Persia del tempo passato, con le sue città opulente e serene, gli eserciti potenti, i saggi ordinamenti. Segue un’enumerazione delle città e delle isole elleniche, lontane dalla Persia, che Dario era riuscito ad annettere al suo impero. L’epodo chiude il canto con la dolente constatazione che ora la volontà divina ha operato un rovesciamento della passata felicità, facendo incappare l’esercito in un disastro sul mare.

Cᴏʀᴏ Oh, popoì, di veramente grande

di veramente giusta vita civile

fruimmo un giorno, quando l’antico

il provvido il perfetto

l’invincibile Dario sovrano pari agli dei

su questa terra regnava.

E dapprima ricordiamo gloriose spedizioni,

che aggredivano ogni turrita rocca

(e il ritorno dalle guerre

riconduceva a case fortunate

soldati salvi e illesi)

e poi le città che conquistò

senza mai varcare il guado del fiume Alis[36]

né mai spingendosi lontano dal focolare avito,

quali dei Traci sono le umide sedi

limitrofe al pelago strimonio[37].

E al di fuori del golfo

rendevano obbedienza al nostro sovrano

le turrite città di terraferma

e le città distese attorno al vasto guado d’Elle

e l’ansa della Propontide

e la bocca del Ponto

e le isole che lungo gli sproni costieri

dell’Asia il mare bagna e circonda,

come Lesbo e Samo feconda di ulivi e Chio e Paro

e Nasso e Micono e Andro che a Teno si attacca.

E dominava le marine città

fra l’una e l’altra sponda, Lemno e Icaro

e Rodi e Cnido e le ciprie Pafo e Soli

e quella Salamina[38] di cui la città madre

è fonte amara di questi gemiti profondi[39].

E dominava con la propria mente

le ricche elleniche città del lotto ionio,

ed era con lui possanza infaticabile di armati

e di ausiliari misti.

Ma ora portiamo il peso

di non ambigua divina mutazione,

noi fiaccati a viva forza dai marini assalti.

Suddito persiano. Bassorilievo, calcare, 490-470 a.C. da Persepolis.

L’esodo

La scena finale ha come protagonista Serse. Il re sconfitto entra con vesti lacere, lamentando di essere vittima di un demone crudele e rimpiangendo di non essere morto insieme ai suoi guerrieri. Il coro risponde senza porgere il reverente saluto di rito al sovrano, limitandosi a manifestare il lamento per i tanti valorosi guerrieri che il re ha mandato a rovina.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 908-930: L’entrata di Serse

Colpisce certamente l’assenza, nelle parole del coro, di ogni conforto a Serse, anzi una certa risolutezza nel sottolineare la sua responsabilità ed una insistente richiesta sul destino dei singoli guerrieri, a cui Serse non può che rispondere sconsolatamente, sentendosi peraltro rigirare il coltello nella piaga. C’è forse più della παρρησία ateniese che quella ossequiosa deferenza persiana; ma il tono del coro dovrà ottenere, secondo quanto Dario aveva raccomandato, che Serse abbandoni ogni propensione alla ὕβρις.

𝐸𝑛𝑡𝑟𝑎 𝑆𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑒 𝑣𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑙𝑎𝑐𝑒𝑟𝑒, 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑒 𝑎 𝑝𝑖𝑒𝑑𝑖.

Sᴇʀsᴇ Oh

me sciagurato!

Oh, me incappato in questa sorte

abominevole imprevedibile!

Con che selvaggia mente un demone

balzò sulla schiatta dei Persiani!

Che sarà di me infelice?

Si discioglie a me la vigoria delle ginocchia

al mirar questi vecchi concittadini.

Ah, Zeus, se fato di morte

anche me avesse coperto

insieme ai guerrieri estinti!

Cᴏʀᴏ Ototoì, mio sovrano,

per la valente armata

per l’onore del grande impero

per lo splendore di questi uomini

che ora un demone ha falciato!

Il suolo grida “ahi, ahi” sull’indigena

gioventù uccisa da Serse, che infarcisce

l’Ade di Persiani.

Molti uomini, fiore di questa contrada,

maestri dell’arco, folta miriade

di guerrieri, sono scomparsi.

Ahi, ahi, per la temprata vigoria!

E l’asiatica terra, o sovrano,

amaramente, amaramente,

è piegata sulle ginocchia.

Serse I di Persia. Bassorilievo, pietra grigia, V sec. a.C. dal Palazzo di Hadish. Persepolis, Sito archeologico.

Aᴇsᴄʜʟ. 𝑃𝑒𝑟𝑠. 931-1077: Il θρῆνος finale

Dopo i precedenti anapesti, comincia il grande θρῆνος finale con le sue sette coppie strofiche concluse dall’epodo. Notevole è il fatto che dal punto di vista formale la conclusione consista in una serie di brevi lamenti alternati a costituire una sticomitia lirica fra Serse e coro. È stato giustamente sottolineato come il dolore e la disperazione trovino in questo finale la loro più completa descrizione, sia nelle espressioni vocali che nei gesti e negli atteggiamenti.

Sᴇʀsᴇ Oh, me sventurato, me di compianto degno,

dunque fui sciagura

alla mia stirpe ed alla terra patria!

Cᴏʀᴏ Intonato al tuo ritorno

manderò al cielo questa voce

che grida sciagure

questa nenia infausta

questo flebile corrotto

di Mariandino[40] lamentatore.

Sᴇʀsᴇ Sì, mischiate al pianto accenti duri

dissonanti. Adesso questo demone

su me si è rovesciato.

Cᴏʀᴏ Sì, leverò accenti mischiati a pianto

per onorare i lutti di questa gente

e i colpi inferti dal mare

alla città alla tua stirpe,

e stridulo lacrimante griderò

compianto di lamentatore.

Sᴇʀsᴇ Degli Ioni l’Ares munito di navi,

degli Ioni l’Ares che inverte le sorti

ci strappò i nostri uomini

falciando la plaga notturna

e il lido sventurato.

Cᴏʀᴏ Ohi, ohi, grida, domanda!

Dov’è la schiera degli altri amici?

Dove sono i tuoi luogotenenti,

Farandace e Susa e Pelagone e Agabate

e Dotame e Psammi e Susiscane

che da Agbatana partì?

Sᴇʀsᴇ Ormai perduti li lasciai

erranti lungi dalla tiria nave

sulle spiagge di Salamina

cozzanti contro duro suolo.

Cᴏʀᴏ Ohi, ohi! E dov’è Farnuco

e Ariomardo valente?

E dov’ è il sire Seualce

e il nobile Lileo?

E Menfi, Taribi, Masistre,

Artembare, Istecme?

Te lo chiedo di nuovo.

Sᴇʀsᴇ Ahimè, ahimè!

Hanno veduto l’antica l’odiosa Atene

e in un sol colpo,

eh, eh, ansimano perduti al suolo.

Cᴏʀᴏ Dunque, anche il fiore dei Persiani,

il tuo fidato occhio,

il numeratore d’infinite schiere,

il figlio di Batanoco, Alpisto,

…………………………………

figlio di Sesame figlio di Megabate,

e Parto e il gigantesco Ebare

li hai lasciati? Oh miseri!

Tu dici ai Persiani illustri

sventure più che sventurate.

Sᴇʀsᴇ E tu a me rinnovi

memore incantamento d’intrepidi compagni

dicendo sventure più che sventurate

e odiose e senza oblio senza oblio per sempre.

Dentro il petto urla, urla il mio cuore.

Cᴏʀᴏ E un altro piangiamo,

Xante, capo d’infiniti guerrieri

mardi[41], e poi Ancare ario[42]

e Diexi e Arsace

cavalieri egregi

ed Egdadate e Litimna

e Tolmo insaziabile di pugna.

Stupisco, stupisco che non seguano

dietro la tenda che avanzava su ruote.

Sᴇʀsᴇ Andati, andati, quei capi dell’armata!

Cᴏʀᴏ Sì, andati, e senza nome.

Sᴇʀsᴇ Iè iè, iò iò!

Cᴏʀᴏ Iò iò! Gli dèi

vollero impreveduto male

che rifulge come l’occhio di Rovina.

Sᴇʀsᴇ Eccoci colpiti (……..)

Cᴏʀᴏ Sì, colpiti, è manifesto.

Sᴇʀsᴇ… da nuova nuova calamità calamità.

Cᴏʀᴏ …perché con sorte ostile

cozzammo in naviganti ellenici.

Ora, sì, che sventurata in guerra

dirai la gente dei Persiani.

Sᴇʀsᴇ E come no? Eccomi colpito, misero me,

in tanta armata.

Cᴏʀᴏ E che cosa non è perduto,

o rovina somma dei Persiani?

Sᴇʀsᴇ Vedi questo brandello della mia veste?

Cᴏʀᴏ Vedo, vedo.

Sᴇʀsᴇ E questo ricettacolo di frecce?

Cᴏʀᴏ Che cosa dici che si è salvato?

Sᴇʀsᴇ Sì, questo forziere di strali.

Cᴏʀᴏ Pochi, di tanti che erano!

Sᴇʀsᴇ Siamo rimasti senza difesa.

Cᴏʀᴏ Il popolo degli Ioni non fugge.

Sᴇʀsᴇ Sì, è troppo combattivo.

Danno io vidi inaspettato.

Cᴏʀᴏ Vuoi dire del nostro stuolo,

delle nostre navi volte in rotta?

Sᴇʀsᴇ Mi squarciai la veste per il dolore.

Cᴏʀᴏ Papaì papaì!

Sᴇʀsᴇ E ancor più di papaì.

Cᴏʀᴏ I mali sono doppi e tripli.

Sᴇʀsᴇ A noi disperazione ed ai nemici gioia.

Cᴏʀᴏ Fu mozzata la nostra forza!

Sᴇʀsᴇ Sono ignudo di scorta.

Cᴏʀᴏ Per la rovina dei tuoi, in mare.

Sᴇʀsᴇ Piangi piangi il disastro

e incammìnati verso la casa.

Cᴏʀᴏ Ahi ahi, sciagura!

Sᴇʀsᴇ Grida, sì, fammi eco.

Cᴏʀᴏ Dono amaro di pene.

Sᴇʀsᴇ Gemi un canto all’unisono con me.

Cᴏʀᴏ Ototototoì!

Duro è questo danno!

E grande il dolore!

Sᴇʀsᴇ Batti, battiti il capo e piangi per me!

Cᴏʀᴏ Piango, mi bagno di lacrime.

Sᴇʀsᴇ Grida, sì, fammi eco.

Cᴏʀᴏ Ne ho ben ragione, mio signore.

Sᴇʀsᴇ E, dunque, leva in alto il lamento.

Cᴏʀᴏ Ototototoì!

E ai lamenti si mischierà,

oh, querulo colpo.

Sᴇʀsᴇ Battiti il petto e grida al modo dei Misi.

Cᴏʀᴏ Dolore, dolore!

Sᴇʀsᴇ E per me saccheggia

il candido pelo del mento.

Cᴏʀᴏ A pugni stretti, a pugni stretti,

fra singhiozzi cupi.

Sᴇʀsᴇ Grida acuto strazio.

Cᴏʀᴏ Così farò.

Sᴇʀsᴇ Sul petto squarcia la veste con l’unghia.

Cᴏʀᴏ Dolore, dolore!

Sᴇʀsᴇ Stràppati il crine, piangi l’armata!

Cᴏʀᴏ A pugni stretti, a pugni stretti,

fra singhiozzi cupi.

Sᴇʀsᴇ E bagna gli occhi!

Cᴏʀᴏ Ecco, li bagno.

Sᴇʀsᴇ Grida, sì, fammi eco.

Cᴏʀᴏ Ohi, ohi!

Sᴇʀsᴇ Urla “ahi, ahi” e incammìnati verso la casa.

Cᴏʀᴏ Iò, iò, terra persiana!

Terra degna di cupo latrato!

Sᴇʀsᴇ Gemito invade la città.

Cᴏʀᴏ Gemito, certo, sì, sì.

Sᴇʀsᴇ Piangete in molle cadenza di passi!

Cᴏʀᴏ Iò, iò, terra persiana!

Terra degna di cupo latrato!

Sᴇʀsᴇ Eh, eh! morti su navi,

eh, eh, morti su navi a tre file di remi!

Cᴏʀᴏ Ti scorterò con lugubri lamenti.

𝐸𝑠𝑐𝑜𝑛𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖.


[1] La reggia della città di Susa, capitale della Susiana e sede centrale dell’impero achemenide.

[2] In realtà, come testimonia Hᴅᴛ. VII 52, Serse affidò ad Artabano la reggenza durante la propria assenza.

[3] Capitale della Media.

[4] Gli abitanti della regione del Delta nilotico.

[5] Capitale della Lidia.

[6] L’Ellesponto (il «mare di Elle»), cioè lo stretto dei Dardanelli. Elle era figlia del re beota Atamante e di Nefele, la quale, per salvarla dall’odio della matrigna Ino, seconda moglie di Atamante, la fece fuggire in volo col fratello Frisso verso la Colchide su un montone dal vello d’oro. Durante il viaggio Elle precipitò nello stretto di mare che da lei prese il nome.

[7] Allusione al ponte di barche fatto costruire da Serse e descritto da Hᴅᴛ. VII 36.

[8] Allusione alla saga di Perseo, nato da Danae, che era stata fecondata da Zeus disceso dal cielo in forma di pioggia d’oro. La famiglia reale persiana degli Achemenidi faceva risalire le proprie origini a Perseo in quanto questi aveva avuto da Andromeda un figlio di nome Perse.

[9] Personificazione dello stesso «inganno del dio» poc’anzi menzionato.

[10] La divinità che presiede alla distribuzione a ciascuno della sua «parte».

[11] «Con queste parole viene sottolineato il momento decisivo nella storia dei Persiani: distruggere città, condurre guerre sulla terraferma, questo era loro lecito; ma varcare il mare e pertanto trasgredire sconsideratamente i limiti posti loro dagli dèi, a ciò li ha indotti Ate» (P. Groeneboom).

[12] Così erano denominati dai Persiani tutti gli Elleni in generale.

[13] «In quanto opposte a “persiane” = greche. Secondo Erodoto (V 88) il chitone dorico (corto e senza maniche) era l’abito universalmente indossato dalle donne elleniche del tempo antico. In Atene, d’altra parte, il chitone ionico (lungo fino ai piedi e con maniche) fu introdotto nel sesto secolo e diventò sempre più popolare. Al tempo della rappresentazione dei 𝑃𝑒𝑟𝑠𝑖𝑎𝑛𝑖 le donne ateniesi indossavano sia l’uno che l’altro […]. Perché dunque Eschilo preferì menzionare l’abito dorico? Perché le donne greche d’Asia ma anche persiane […] indossavano il chitone ionico, che era pertanto inadatto a differenziare l’abito delle donne greche rispetto a quello delle donne persiane» (H.D. Broadhead).

[14] Salamina.

[15] Un isolotto roccioso vicino a Salamina.

[16] Erano una tribù della Media (cfr. Hᴅᴛ. I 101).

[17] Che Atossa ignori il sacco di Atene attuato da Serse è un falso storico, ma Eschilo può così fare in modo che la risposta del messo suoni come un elogio alla reale forza di Atene, cioè ai suoi uomini.

[18] Probabilmente si tratta di Sicinno di Tespie, che agì su incarico di Temistocle (cfr. Hᴅᴛ. VIII 75).

[19] Inno in onore di Apollo. La stessa sequenza peana/squillo di tromba/grido di battaglia si trova

in Xᴇɴ. 𝐴𝑛𝑎𝑏. V 2, 14; VI 5, 27.

[20] La flotta persiana si trova schiacciata fra l’isola di Salamina e la terraferma attica, senza libertà di manovra.

[21] Fiume che separa la Macedonia orientale dalla Tracia.

[22] Hᴅᴛ. I 131 ricorda che i Persiani facevano sacrifici al sole, alla luna, alla terra, al fuoco, all’acqua, ai venti. D’altra parte, un simile tipo di preghiera non manca di riscontri in Grecia.

[23] L’immagine del demone (o della sorte) che «salta» addosso alla vittima è ricorrente in tragedia: cfr. Aᴇsᴄʜʟ. 𝐴𝑔. 1175; 𝐸𝑢𝑚. 372 ss.; Sᴏᴘʜ. 𝑂𝑇 263; 𝐴𝑛𝑡. 1345-1346.

[24] Nel testo è βαρίδεσσι, un termine d’origine egiziana («bari» in copto), che non a caso Eschilo fa pronunciare anche all’araldo egiziano in 𝑆𝑢𝑝𝑝𝑙. 836-837; 873. Denota chiatte nilotiche in Hᴅᴛ. II 41.

[25] Cioè di Salamina. Da Cicreo, eroe indigeno, che sarebbe apparso agli Ateniesi in figura di serpente nel corso della battaglia (cfr. Pᴀᴜs. I 36).

[26] Perifrasi per indicare i pesci. L’espressione ricalca il modulo arcaico della 𝑘𝑒𝑛𝑛𝑖𝑛𝑔 (indovinello): un altro esempio si ha al v. 612 (l’«operaia dei fiori» per designare l’ape).

[27] Altro nome di Ade (cfr. 𝐼𝑙. V 190).

[28] «Qui si tace della spedizione contro gli Sciti e di Maratona: la luce deve cadere su Dario, l’ombra su Serse» (P. Groeneboom).

[29] Come i dannati danteschi (cfr. 𝐼𝑓. X 100-104: «Noi veggiam come quei c’ha mala luce/ le cose – disse – che ne son lontano;/ cotanto ancor ne splende il sommo duce./ Quando s’appressano o son, tutto è vano/ nostro intelletto… »), Dario conosce il futuro, ma non il presente.

[30] Cambise, su cui Hᴅᴛ. III 80 dà un giudizio decisamente negativo.

[31] Corrisponde al falso Smerdis di Hᴅᴛ. III 61 ss. Il suo vero nome, come si apprende dall’iscrizione di Behistùn, era Gautama.

[32] Corrisponde all’Intaferne di Hᴅᴛ. III 70.

[33] L’ombra di Dario allude alle truppe di terra persiane che, sotto il comando di Mardonio, sverneranno nella Grecia centrale e saranno sconfitte l’estate successiva (479) a Platea dalle falangi oplitiche comandate da Pausania. Il nucleo della profezia di Dario costituisce un tributo leale dell’ateniese Eschilo alla vittoria spartana: se Salamina è ateniese, Platea è spartana. Certo la profezia, è stato notato, appare di una precisione, anche nei particolari, contrastante con l’iniziale ignoranza dei fatti recenti da parte di Dario, ma non bisogna dimenticare che qui opera la conoscenza divina.

[34] Un punto di vista persiano (vendetta contro l’incendio dei templi di Sardi, perpetrato dagli Ioni d’Asia) viene espresso in Hᴅᴛ. VI 101: «Nel settimo giorno Euforbo, figlio di Alcimaco, e Filagro, figlio di Cinea, cittadini eminenti, consegnarono la città [di Eretria] ai Persiani. E quelli, entrati in città, dopo aver saccheggiato i santuari, li dettero alle fiamme vendicando i santuari incendiati a Sardi, mentre fecero schiavi gli uomini secondo gli ordini di Dario» (cfr. anche Hᴅᴛ. V 102).

[35] Può apparire sorprendente questa attenzione per il decoro delle vesti, di fronte a un disastro di tale portata: non c’è in Eschilo intenzione satirica, ma lo scrupolo di riprodurre la mentalità persiana, per quanto estranea al costume e alla sensibilità ellenica.

[36] Costituiva il confine naturale fra Medi e Lidi (cfr. Hᴅᴛ. I 72). Eschilo, peraltro, omette intenzionalmente di ricordare la fallimentare spedizione di Dario contro gli Sciti.

[37] Golfo in cui sfocia il fiume Strimone che scende lungo il territorio dei Traci, oggi Golfo di Orfani.

[38] Si tratta di Salamina di Cipro, che Teucro fondò dopo essere stato cacciato via da Salamina attica dal padre Telamone (che lo accusava di non aver saputo evitare il suicidio del fratellastro Aiace).

[39] L’enumerazione geografica è stata da alcuni criticata come pedante e prolissa, indegna della genuina maniera eschilea; ma, a parte il fatto che sia il 𝑃𝑟𝑜𝑚𝑒𝑡𝑒𝑜 𝑖𝑛𝑐𝑎𝑡𝑒𝑛𝑎𝑡𝑜 sia l’𝐴𝑔𝑎𝑚𝑒𝑛𝑛𝑜𝑛𝑒 contengono passi che mostrano l’interesse del poeta per tali precisazioni geografiche, non va trascurato l’effetto che doveva avere, sul pubblico ateniese e su quello delle città alleate, il ricordo delle tante isole e città che Dario aveva incorporato nel suo impero, e che Atene aveva liberato dall’umiliante condizione di tributarie del re.

[40] I Mariandini erano una tribù della Bitinia, forse già nota per i riti di lamentazione in onore di un giovane eroe di nome Bormo o Mariandino.

[41] Tribù persiana nomade.

[42] Gli Arii erano una popolazione stanziata nella zona di Samarcanda (nell’od. Uzbekistan).

L’epitafio per i morti alle Termopili (Simonid. fr. 531 PMG)

di F. FERRARI, La porta dei canti. Storia e antologia della lirica greca, Bologna 2000, pp. 318-320; cfr. ID. et al., Bibliothèke. Storia della letteratura, antologia e autori della lingua greca. Per il Liceo classico. Con espansione online – vol.1. Ionia ed età arcaica, Bologna 2012, pp. 725-726.

 

Gli ultimi giorni alle Termopili. Illustrazione di P. Connolly.

 

 

Del celeberrimo carme, imitato anche dal giovane Leopardi nella Canzone all’Italia, tutto si discute: dall’autenticità all’occasione, dal genere poetico all’ideologia. Difficilmente esso sarà stato cantato sul luogo del glorioso evento: lo esclude lo stesso ἐν Θερμοπύλαις iniziale in luogo di un ἐνθάδε, «qui», o simili. Ma neppure trova serio appoggio nel testo la fortunata ipotesi di Wilamowitz (1913, 140 n. 3), che, facendo pausa dopo ἀνδρῶν ἀγαθῶν (v. 6), anziché dopo χρόνος in fine di v. 5 (così da connettere il genitivo ἀνδρῶν a ἐντάφιον del v. 4), interpretava il brano come parte di un lamento funebre (θρῆνος) dedicato ad altri morti, nel quale pertanto il valore dei caduti alle Termopili, e in particolare di Leonida, sarebbe stato introdotto come motivo consolatorio. Più coerente con l’articolazione sintattica del brano sembra piuttosto l’ipotesi di C.M. Bowra (CPh 28, 1933, 277-281), che lo riferiva ai morti delle Termopili, celebrati tuttavia presso un recinto sacro situato altrove, verisimilmente a Sparta, in occasione di pubbliche onoranze commemorative. Entro tale contesto di esecuzione ben si comprenderebbe l’accento posto sul ricordo (μνᾶστις) e sul carattere di «encomio» anziché di «cordoglio funebre» (γόος) assunto dalla celebrazione. E l’insistenza sulla sacralità dei caduti (la tomba assume funzione di altare; la gloria dell’Ellade attende al culto del loro recinto) sembra sottintendere un processo di eroizzazione, altrimenti ben attestato in relazione ai caduti delle guerre persiane.

Non poco ha sconcertato anche lo stile, in cui sono state ravvisate anticipazioni della retorica sofistica: non altro anzi che «una esercitazione retorica (lo stile “gorgiano” vi trionfa goffamente)» sarebbe il brano per B. Marzullo; ma pur se sconcertano varie singolarità, la studiata serie di antitesi ai vv. 2 s., piuttosto che presupporre le isocolie e i paradossi gorgiani, sembra rispecchiare la predilezione della poesia arcaica per cola nominali paratatticamente allineati. E quanto alla dimensione effettivamente stereotipa assunta dall’ἀρετή nell’elogio di Leonida, di per sé sorprendente in un poeta teso altrove alla conquista di un’etica relativistica basata proprio sulla ridefinizione del concetto di ἀρετή (cfr. frr. 522; 541; 542; 579 PMG), anche tale tratto andrà correlato alla specifica occasione e alle istanze dei committenti.

Con tutto ciò, sembra difficile negare che la fama del carme è largamente sproporzionata ai suoi pregi: il disegno nitido e fermo delle opposizioni iniziali si stempera nell’enfasi di maniera del susseguente elogio.

 

Τῶν ἐν Θερμοπύλαις θανόντων

εὐκλεὴς μὲν ἁ τύχα, καλὸς δ’ ὁ πότμος,

βωμὸς δ’ ὁ τάφος, πρὸ γόων δὲ μνᾶστις, ὁ δ’ οἶκτος ἔπαινος·

ἐντάφιον δὲ τοιοῦτον οὔτ’ εὐρὼς

5 οὔθ’ ὁ πανδαμάτωρ ἀμαυρώσει χρόνος.

ἀνδρῶν ἀγαθῶν ὅδε σηκὸς οἰκέταν εὐδοξίαν

Ἑλλάδος εἵλετο· μαρτυρεῖ δὲ καὶ Λεωνίδας,

Σπάρτας βασιλεύς, ἀρετᾶς μέγαν λελοιπὼς

κόσμον ἀέναόν τε κλέος.

 

Oplita con elmo (forse Leonida I). Statua, marmo, V secolo a.C. ca. Museo Archeologico di Sparta.

 

vv. 1-3: Τῶν ἐν Θερμοπύλαις θανόντων… ἔπαινος: «Dei morti alle Termopili gloriosa (è) quella sorte (ἁ τύχα = ἡ τύχη), bello (καλός, sulla linea di Tirteo 10, 1) quel destino e altare quella tomba e piuttosto che lamenti (vi è) ricordo (μνᾶστις = μνῆστις) e il compianto (si è fatto) elogio». – Θερμοπύλαις: le Termopili, il passo tra il monte Callidromo e il golfo Maliaco, attraverso il quale si entrava nella Grecia centrale. – πότμος: il «destino di morte», come talora in Omero, cfr. ad es. Iliade XVI 857 = XXII 363, Odissea XIV 274. – βωμὸς δ’ ὁ τάφος: Leopardi, nella canzone All’Italia riprende l’espressione parafrasando: «la vostra tomba è un’ara». La tomba sarà venerata come un altare in seguito alla eroizzazione dei morti: cfr. Eschilo, Coefore 106 αἰδουμένη σοι βωμὸν ὣς τύμβον πατρός [sono parole del coro delle vergini portatrici di libagioni] «onorando come un altare la tomba di tuo padre». – πρὸ γόων: è correzione di Eichstädt [1797] per il tràdito προγόνων; in questo caso πρό indica preferenza. – ὁ δ᾽ οἶκτος ἔπαινος: «il compianto (è) un elogio»; il concetto diventerà un topos dei λόγοι ἐπιτάφιοι: cfr. Platone, Menesseno 246a-248d, Iperide, Epitafio 42 οὐ γὰρ θρήνων ἄξια πεπόνθασι, ἀλλ᾽ ἐπαίνων μεγάλων πεποιήκασι «infatti non hanno subito una sorte degna di lamenti, quanto piuttosto hanno compiuto imprese degne di grandi elogi».

vv. 4-5: ἐντάφιον δέ … χρόνος: «Infatti, (δέ, con funzione esplicativa) tale sudario (ἐντάφιον, agg. neutro sostantivato) né la muffa né il tempo che tutto doma (lo) oscureranno». – τοιοῦτον: cioè intessuto di gloria, ricordo, elogio. – εὐρώς: l’uso metaforico, come segno di disfacimento e usura, anche in Teognide 452 s. «né mai si attacca alla mia pelle scuro verderame né muffa (εὐρώς), ma serba inalterata la purezza del suo fiore». – πανδαμάτωρ: epiteto omerico del sonno, cfr. Iliade XXIV 5 e Odissea IX 373: qualifica il tempo anche in Bacchilide 13, 205 s. ὅ τε πανδαμάτωρ χρόνος.

vv. 6-9: ἀνδρῶν ἀγαθῶν … ἀέναόν τε κλέος: «Questo recinto sacro di uomini valorosi ha scelto come custode (οἰκέταν [= -την], propr. lo schiavo addetto alla cura della casa) la gloria dell’Ellade, e ne è testimone anche Leonida, re di Sparta, che ha lasciato grande fregio di virtù e fama perenne». – ὅδε σηκός: l’ὅδε deittico segnala la concreta presenza del σηκός nel momento dell’esecuzione: si deve trattare di un santuario edificato non alle Termopili, ma altrove; Pausania III 14, 1 ricorda un tempietto spartano dedicato a Leonida. – μαρτυρεῖ δὲ καὶ Λεωνίδας: «che cosa testimoni Leonida in particolare – osserva Marzullo – non sapremmo dire: il richiamo, con ogni sua articolazione, appare generico e convenzionale»: forse l’accento batte sul contrasto Ellade/Sparta, nel senso che il valore di Leonida si pone come vanto non solo di Sparta ma di tutta la Grecia.

La spedizione di Serse e Mardonio contro la Grecia

di D. MUSTI, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 287-293; bibl. pp. 318-319.

Nel 485 Dario era stato colto dalla morte nel corso dei preparativi per una nuova spedizione punitiva, che doveva essere ormai rivolta contro la Grecia interna, e fare tesoro delle deficienze messe in luce dalla spedizione del 490. Serse ne ereditava il disegno: si trattava in primo luogo di far valere la specifica qualità militare di una grande potenza territoriale come l’impero persiano, doveva perciò essere una grande spedizione di terra, affiancata e sostenuta dalla flotta. Nell’autunno del 481 le truppe di terra sono raccolte in Asia Minore, e vi tengono i quartieri d’inverno; nel giugno del 480 Serse fa loro varcare l’Ellesponto su due ponti di barche e, procedendo lungo la costa, raggiunge Terme in Macedonia.

Da parte greca, nello stesso lasso di tempo, si era tenuto un congresso all’Istmo degli Stati greci decisi a resistere ai Persiani. Si proclamò una pace generale fra i Greci; si richiamarono in patria gli esuli politici (così, tra l’altro, Aristide rientrò ad Atene): gli inviati di Serse, che chiedevano sottomissione ai Greci, riservando la punizione agli Ateniesi e agli stessi Spartani, furono rimandati indietro (e a Sparta addirittura messi a morte). Tuttavia, nel Peloponneso il re poteva contare sulla solidarietà della nemica di Sparta, Argo; Corcira promise un aiuto navale, che inviò solo con ritardo; Gelone di Siracusa rifiutò di associarsi alla resistenza greca, senza il conferimento di una posizione di comando almeno parziale, che i Greci tuttavia gli negarono[1].

La storia della spedizione di Serse, dal versante greco, è innanzitutto nella sequenza delle diverse linee di difesa successivamente adottate. Prima ancora del passaggio dell’Ellesponto da parte persiana, Peloponnesiaci, Ateniesi e Beoti sperimentarono lo sbarramento dei passi dell’Olimpo alla valle di Tempe, ma verificarono l’impossibilità della difesa e l’aggirabilità dell’Olimpo. La rinuncia a quel primo sbarramento comportava l’arretramento alla prossima strozzatura della strada verso la Grecia centro-meridionale, ma perciò anche l’abbandono della Tessaglia; ai Tessali, fra cui primeggiavano i signori di Larissa (i nobili Alevadi), non restò che sottomettersi al re persiano, con cui resero definitive le intese già per tempo avviate segretamente.

Le Termopile costituivano uno stretto varco tra il mare (che certo doveva essere presidiato da una flotta greca) e le pendici dell’Eta, i cui passaggi potevano permettere un aggiramento della posizione sulla sinistra, solo se mal sorvegliati. A difendere il passo furono inviati 4000 opliti peloponnesiaci al comando di Leonida, cui si congiunsero le forze dei popoli della Grecia centrale, Focesi, Locresi e Beoti; la flotta greca si attestò presso il tempio di Artemide sulla costa settentrionale dell’Eubea. Intanto la flotta persiana, mentre Serse giungeva (fine luglio del 480) alle Termopile, muoveva da Terme, per raggiungere dal mare la medesima posizione: al capo Sepia un’improvvisa e violenta tempesta provocò l’affondamento di molte navi. Qualche giorno dopo le navi persiane potevano ancorarsi ad Afete, proprio di fronte all’Artemisio; in due scontri, un discreto numero di navi nemiche finirono nelle mani dei Greci; l’attacco successivo, da parte persiana, si scontrò con una durissima resistenza e si concluse con gravi perdite.

Le Termopile e il passo (o sentiero) Anopaia (Anopea) (da P.W. Wallace, «AJA» 84, 1980, p. 18).

Molto più fortunata fu invece l’avanzata dei barbari per via di terra; essi tentarono l’aggiramento del passo sulla sinistra e vi riuscirono grazie alla negligente difesa da parte focese di un sentiero, una via (la famigerata Anopea), la cui presenza era stata del resto segnalata ai barbari da un disertore greco. Fra i Greci che erano a difesa del passo si diffuse il panico; la fuga fu generale: i 300 opliti spartani, lì presenti al comando del re Leonida, sacrificarono la loro vita «per obbedire agli ordini della città»; con loro si sacrificarono 700 Tespiesi, ma in totale perirono circa 4000 Greci. Ormai per la flotta la posizione dell’Artemisio diventava indifendibile, e ne seguiva l’abbandono dell’Eubea e il rientro dei diversi contingenti navali greci.

Allo sfondamento della posizione delle Termopile faceva seguito il dileguarsi dei Focesi, e la resa dei Beoti e dei Locresi Opunzi; è incerto se Delfi, che prima dell’arrivo persiano aveva tenuto un atteggiamento di prudenza e di sostanziale cedimento nei confronti delle richieste del re, sia stata saccheggiata[2]. È certo invece, e illuminante ai fini dell’intero problema della qualità della coscienza nazionale greca, che la spedizione persiana mette in luce diversità di comportamenti nell’àmbito del mondo greco e il formarsi di una solidarietà forte piuttosto fra i Greci delle regioni meridionali della penisola, che sono anche quelle in cui la forma cittadina ha avuto maggiore sviluppo. È insomma vero che si forma una solidarietà nazionale greca, ma è anche vero (ed è un dato fermo nel tempo) che questa solidarietà nazionale è assai lontana dall’identificarsi con l’intera area della grecità culturale e politica, ha invece l’asse portante in Atene e, per il momento, in Sparta: una situazione, questa, che prelude all’altra, in cui Atene diventerà la punta avanzata di tale coscienza, senza che vi si accompagnino reali progetti di unificazione politica della Grecia intera[3].

Ad Atene viene presa la decisione di abbandonare la città, di trasferire donne, bambini e suppellettili o animali a Salamina, ad Egina e soprattutto a Trezene, nel Peloponneso, una decisione di cui ci conserva una formulazione, rielaborata in età più tarda, una recente scoperta epigrafica (1959), il “decreto di Temistocle”, rinvenuto appunto a Trezene. Torna utile a Temistocle un oracolo che consiglia di affidarsi alla difesa di uno xylinon teichos, un «muro di legno», che egli interpreta come metaforica allusione alle navi[4]. Atene è abbandonata (circa agosto 480) alle devastazioni dei Persiani.

La flotta greca si concentra a Salamina, al comando dello spartano Euribiade; quella nemica, dalle acque dell’Eubea, raggiunge il Falero. Ateniesi, Egineti e Megaresi ottengono che i Greci affrontino i Persiani nel canale tra Salamina e l’Attica, e non all’altezza dell’Istmo, che avrebbe garantito la sicurezza del solo Peloponneso. Una sera di settembre del 480 la flotta persiana, che contava contingenti fenici e ionici, forza il canale, mentre truppe persiane sbarcano a terra, nell’Attica, e nell’isoletta di Psittalia (H. Gheorghios? O Lipsokoutala?), sita nel canale. Lo scontro avvenne al mattino, sotto gli occhi del re, che aveva fatto installare il suo trono sulla costa ateniese: agilità, capacità di manovra, esperienza dei luoghi giocarono a favore della flotta greca, che riuscì a sospingere quella persiana verso la costa attica, producendo in essa gravissime perdite; un corpo di opliti ateniesi, che si trovava a Salamina, sbarcava ora a Psittalia, facendo strage della guarnigione persiana.

La battaglia di Salamina (da N.G.L. Hammond, «JHS» 76, 1956, p. 33).

La tradizione ateniese presenta la battaglia di Salamina come una vittoria decisiva; non tutti gli storici moderni sono dello stesso parere. Per Beloch, la perdita di qualche centinaio di navi, all’Artemisio prima e a Salamina poi, poco avrebbe tolto per sé ai grandiosi successi ottenuti da Serse con la sua spedizione[5]. Questa considerazione è vera solo in parte: nella guerra di mare, certamente, la sconfitta subita a Salamina era di rilevantissime dimensioni e l’umiliazione per i Persiani cocente. Ma è anche vero che l’impero persiano era una potenza territoriale, la sua forza militare nazionale quella di terra e, non avendo subito per terra una qualunque sconfitta da parte greca, Serse poteva pensare di avere da giocare ancora la sua migliore carta e di dover ancora sperimentare la fortuna delle armi sul terreno più favorevole e congeniali ai Persiani. Prova ne è il fatto che la flotta rientra in Asia pochi giorni dopo la battaglia, mentre l’esercito è ricondotto dal re negli accampamenti invernali in Tessaglia, quindi affidato al comando di Mardonio, in previsione di un nuovo attacco, questa volta per via di terra, contro i Greci: Serse stesso si trasferisce a Sardi, in attesa degli eventi. I Greci, dal canto loro, recuperano posizioni nelle Cicladi e in Tracia; ma solo all’anno successivo (479) è riservata la ripresa dello scontro militare diretto. Mardonio, dopo aver invano sollecitato gli Ateniesi alla resa, anche servendosi degli equivoci uffici del re di Macedonia (Alessandro I), invade la Beozia e poi devasta nuovamente Atene (giugno 479), mentre la città è evacuata per la seconda volta.

Le forze peloponnesiache si riuniscono intanto all’Istmo, al comando dei reggenti Eurianatte e Pausania; un’avanguardia riesce a mettere Megara in salvo dalla minaccia dei Persiani che, passando per Decelea, si ritirano in Beozia, sulla sinistra (cioè a nord) del fiume Asopo, poco oltre le pendici settentrionali del monte Citerone; alle sue pendici vengono invece ad attestarsi i circa 50.000 Greci raccolti ormai a Megara, e procedenti vero la Beozia (12.000 opliti dal Peloponneso, 8000 da Atene, Megara e Platea e, per il resto, truppe leggere), contro un nemico di forze doppie. La dinamica della battaglia di Platea presenta due fasi ben distinte. Dapprima le forze si fronteggiano; più in alto sono i Greci, i quali poi, senza rinunciare alla posizione dominante, eseguono una manovra di accostamento al nemico, trasferendosi sui colli che delimitano verso sud la valle dell’Asopo, e occupando così lo spazio che va da Platea fino ad una altura che si erge al di sopra della fonte Gargafia. In una seconda fase, Pausania fa arretrare il suo centro e trasferisce l’ala destra allo sbocco di un passo del Citerone (Dryoskephalai), lasciando gli Ateniesi all’altezza di Platea; nel corso di questa manovra si sviluppa l’attacco persiano contro uno schieramento ormai disarticolato. Pausania riesce però a tener fronte all’attacco, fino alla ricostruzione di un solido fronte, costituito col sopraggiungere di Corinzi e di altri, e nel contrattacco travolge i Persiani, soprattutto dopo che lo stesso Mardonio è caduto sul campo. Nelle mani dei Greci finisce ora l’accampamento persiano, ma il luogotenente di Mardonio, Artabazo, riesce a portare in salvo circa 40.000 soldati sopravvissuti allo scontro[6].

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[1] Erodoto, VII 1 sgg.; sull’episodio della richiesta di aiuto a Gelone, 153-171 (e per la sua interpretazione, per il rapporto Sicilia-Sparta, v. quanto scrivo in «Kokalos» 30-31, 1984-85, pp. 343-345). Sulle forze persiane d’invasione, cfr. VII 184 sgg., 228, e anche 60, 87 (ca. 2.640.000 armati e altrettanti inservienti, secondo i calcoli erodotei, largamente congetturali e da ridurre drasticamente).

[2] Sulla spedizione di Serse, della διάβασις dell’Ellesponto fino alle Termopile, Erodoto, VII 54-239.

[3] In favore dell’idea del formarsi di una coscienza nazionale greca nel corso e per effetto delle guerre persiane, alquanto sfumato il giudizio di Beloch, GG2 II 1, pp. 65 e 75 sg.

[4] Sul “decreto di Temistocle” da Trezene, cfr. W.H. Jameson, in «Hesperia» 29, 1960, pp. 198-223; Id., ibid., 32, 1963, pp. 385 sgg.; L. Moretti, in «RFIC» 92, 1964, pp. 117-124; L. Braccesi, Il problema del decreto di Temistocle, Bologna 1968; M. Sordi e altri autori, in «RSA» 1, 1971, pp. 197-217. La flotta greca conta 310 navi per Eschilo, 370 per Erodoto.

[5] Dalla battaglia dell’Artemisio fino alla battaglia di Salamina e alla ritirata di Serse, Erodoto, VIII 1-120 (sull’Artemisio già VII 175-177; 183; 192-196); Eschilo, Persiani 290-510. Beloch, GG2 II 1, p. 51, considera di poco conto le perdite persiane, solo perché le navi erano fornite «da sudditi»; ma proprio in esse risiedeva la forza di attacco per mare dell’impero achemenide! Per Erodoto, VII 89-99, le triremi persiane erano 1207, le altre navi dei barbari 3000.

[6] Erodoto, VIII 121-144; IX 1-85, dall’indomani di Salamina fino alla battaglia di Platea. Sotto Mardonio combattono anche (va ricordato) Beoti, Locresi, Tessali, Macedoni e Focesi medizzanti.

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Bibliografia:

La spedizione di Serse e Mardonio: H. Delbrück, Die Perserkriege und die Burgunderkriege, Berlin 1887; G. Giannelli, La spedizione di Serse da Terme a Salamina, Milano 1924; C. Hignett, Xerxes’ Invasion of Greece, Oxford 1963; T. Cuyler Young, 480-479 B.C. A Persian Perspective, «IA» 15, 1980, pp. 123 sgg.

Sugli schieramenti greci (pro e contro la Persia): J. Wolski, «Historia» 22, 1973, pp. 3 sg. (sul significato di medismós): J. Holladay, Medism in Athens, 508-480 B.C., «G&R» 25, 1978, pp. 174 sgg.; D. Gillis, Collaboration with the Persians, Wiesbaden 1979; D.E. Graf, Medism: the Origin and Significance of the Term, «JHS» 104, 1984, pp. 15 sgg. (sulla continuità del nome Medi dai primi Achemenidi fino a Dario, quando si va affermando l’idea del dominio e il nome dei Persiani).

Temi collegati: Ph. Gauthier, Le parallèle Himère-Salamine au Ve et au IVe siècle av. J.Ch., «REA» 1966, pp. 5 sgg.; K. Meister, Das persisch-karthagische Bündnis von 481 v. Chr., «Historia» 19, 1970, pp. 607 sgg. (contro la storicità dei tentativi di alleanza persiano-cartaginese, affermati da Eforo, Diodoro, Giustino).

Termopile, Artemisio, Salamina: Y. Béquignon, La vallée du Spercheios, des origines au IVe siècle, Paris 1937 ; P.A. Brunt, The Hellenic League against Persia, «Historia» 2, 1953, pp. 125 sgg. ; A. Daskalakis, Problèmes historiques autour de la battaille des Thermopyles, Paris 1962 ; J.F. Lazenby, The Strategy of the Greeks in the Opening Campaign of the Persian War, «Hermes» 92, 1964, pp. 264 sgg. (ferma rivalutazione del ruolo dell’Artemisio); A.R. Burn, Thermopylai Revisited; and Some Topographical Notes on Marathon and Plataiai, in Festschr. F. Schachermeyr, Berlin 1977, pp. 89 sgg.; P.W. Wallace, The Anopaia Path at Thermopylai, «AJA» 84, 1980, pp. 15 sgg.; Id., Aphetai and the Battle of Artemision, in Studies Dow, Durham, N.C. 1984, pp. 305 sgg.

Sul “decreto di Temistocle”, altra bibliografia, oltre quella indicata nelle note di testo: N. Robertson, False Documents at Athens. Fifth Century History and Fourth Century Publicists, «Historical Reflections» 2, 1976, pp. 3 sgg.; M.M. Henderson, The Decree of Themistocles, «AClass» 20, 1977, pp. 85 sgg.; F.J. Frost, Troizen and the Persian War. Some New Data, «AJA» 82, 1978, pp. 105 sgg.; H.B. Mattingly, The Themistokles Decree from Troizen: Transmission and Status, in Classical Contributions. Studies in hon. of M.F. McGregor, Locust Valley, N.Y. 1981, pp. 79 sgg.; per l’autenticità: N.G.L. Hammond, The Narrative of Herodotus VII and the Decree of Themistocles at Troezen, «JHS» 102, 1982, pp. 75 sgg.

Salamina: N.G.L. Hammond, The Battle of Salamis, «JHS» 76, 1965, pp. 32 sgg.; A. Masaracchia, «Helikon» 9-10, 1969-70, pp. 68 sgg.; sull’identificazione di Psyttaleia: E. Bayer, «Historia» 18, 1969, p. 640 (Lipsokoutala); P.W. Wallace, «AJA» 73, 1969, pp. 293 sgg. (idem); sullo svolgimento della battaglia in part.: G. Roux, Eschyle, Hérodote, Diodore, Plutarque racontent la bataille de Salamine, «BCH» 98, 1974, pp. 51 sgg.; J. Delorme, Deux notes sur la bataille de Salamine, ibid. 102, 1978, pp. 87 sgg. (la linea dei Greci non si contrappone a quella persiana longitudinalmente, tra l’isola e l’Attica, ma trasversalmente, tra Kynosoura = Kap Varvári, e Keratópyrgos).

Battaglie di Platea, Micale, e altri eventi: E. Kirsten, Athener und Spartaner in der Schlacht bei Plataiai, «RhM» 86, 1937, pp. 50 sgg.; sul “giuramento di Platea”, cfr. P. Siewert, Der Eid von Plataiai, München 1972 (per l’autenticità); L. Prandi, Un falso documento del IV sec. a.C. Il giuramento di Platea, «RIL» 112, 1978, pp. 39 sgg.; W.K. Pritchett, Plataiai, «AJPh» 100, 1979, pp. 145 sgg.; P.W. Wallace, The Final Battle at Plataiai, in Studies pres. to E. Vanderpool, Princeton, N.J. 1982, pp. 183 sgg.; L. Boffo, Gli Ioni a Micale, «RIL» 111, 1977, pp. 83 sgg.; E. Luppino Manes, Il decreto ateniese di atimia contro Artemio di Zeleia, prosseno degli Ateniesi, «RSA» 12, 1982, pp. 241 sgg.; L. Prandi, Platea. Momenti e problemi della storia di una polis, Padova 1988.

Salamina – 23 settembre 480 a.C.

di P. DE SOUZA, The Greek and Persian Wars 499-386 BC, Osprey Pub. 2002, pp. 58-66.

Sul mare i Greci avevano acquisito sicurezza, visti i loro successi e la loro buona sorte, ma il terzo giorno le cose cambiarono. I nemici erano di nuovo riusciti a circondarli e nel successivo scontro entrambe le parti subirono numerose perdite, che i Greci non si potevano permettere.
Dopo aver ricevuto la cattiva notizia delle Termopili, la flotta greca si diresse verso l’isola di Salamina, al largo di Atene. Erano stati gli stessi abitanti di Atene a sollecitare la flotta. La popolazione della città doveva essere evacuata a Trezene, nel Peloponneso orientale, e nelle isole di Salamina ed Egina, per metterla in salvo dai Persiani. La decisione di abbandonare Atene e l’Attica ai Persiani ed evacuare la popolazione via mare fu coraggiosa e venne votata dall’Assemblea cittadina (ekklēsía), e rappresenta un autentico esempio del funzionamento della democrazia ateniese. L’opinione della maggioranza prevalse dopo un lungo dibattito, condotto sotto la minaccia dell’invasione persiana.

Equipaggio di trireme greca, V sec. a.C. Illustrazione di A. Hook.

Mentre i Persiani avanzavano nel Nord della Grecia, gli Ateniesi mandarono una delegazione all’Oracolo di Delfi per chiedere un consiglio divino. Quando si consultava l’Oracolo, la normale procedura prevedeva che la sacerdotessa di Apollo, chiamata Pizia, proferisse le parole del dio – di solito una serie di frasi incomprensibili – rivolgendosi ai suoi sacerdoti, che dovevano poi interpretarle per i consultanti. Ma in questa occasione, gli inviati avevano fatto appena in tempo a prendere posto nella camera sacra della Pizia che le gridò rivolta direttamente a loro:

«Sciagurati! Perché vi sedete? Lasciate le vostre case e la vostra cittadella rocciosa e scappate ai confini della terra!».

Quest’ordine fu seguito da terribili avvertimenti sull’imminente rovina non solo di Atene, ma di molte altre città nelle mani dei Persiani. Anche se vi furono colti di sorpresa da questo sfogo, i due inviati ateniesi dovevano concludere la loro missione: quindi ascoltarono il consiglio di uno dei principali funzionari delfici e fecero un’altra più umile supplica per avere il consiglio di Apollo.
Il loro secondo tentativo ottenne una risposta più incoraggiante. Come al solito, l’Oracolo fu proferito agli Ateniesi in forma poetica:

«Non è nei poteri di Pallade Atena placare Zeus Olimpio,
anche se ve lo supplica con molte parole e sagace astuzia,
ma vi darò una seconda risposta, inflessibile come acciaio:
quando saranno tutte le terre di Cecrope e boschi segreti
del Citerone, divino, conquistate, allora
Zeus celeste concederà ai figli di Tritone un ligneo muro,
unico inespugnabile baluardo,
che sarà salvezza per voi e i vostri figli.
Non aspettate l’arrivo della cavalleria e della fanteria
dal continente, ma ritiratevi, volgetegli le spalle.
Li affronterete un’altra volta. Ah, divina Salamina!
Tu distruggerai i frutti delle donne,
quando Demetra si sparge o quando si raccoglie!».

Come spesso accadeva quando le póleis ricevevano un responso dall’Oracolo di Delfi, ad Atene si aprì un dibattito sul significato di queste parole. I riferimenti ad Atena incapace di placare Zeus, alla conquista delle terre dentro i confini di Cecrope (uno dei mitici re di Atene) e ai boschi del monte Citerone (al confine della Beozia) indicavano che l’intera Attica sarebbe stata invasa dai Persiani. Secondo qualcuno, il riferimento al muro di legno che sarebbe rimasto intatto significava che era necessario difendere una zona, che logicamente doveva essere l’Acropoli, con una palizzata di legno, ma Temistocle e i suoi sostenitori propendevano per un’altra interpretazione. Essi sottolineavano l’accenno a Salamina, un’isola del golfo Saronico a ovest di Atene, e a un esercito in arrivo dal continente, interpretando l’oracolo come un ordine di abbandonare il territorio invaso dell’Attica e ritirarsi a Salamina. Nella loro ipotesi il muro di legno era una metafora e si riferiva agli scafi della nuova flotta da guerra ateniese. Il riferimento a Demetra, dea delle messi, indicava addirittura il periodo dell’anno in cui sarebbe avvenuta la vittoria promessa. Alla fine prevalse la loro interpretazione, e l’Assemblea ordinò con un decreto di evacuare la città e allestire una flotta.

Temistocle di Atene. Busto, marmo. Museo Archeologico di Ostia.

Una versione rivista del decreto fu conservata a Trezene. Da lì è preso il seguente frammento:

«La boulḗ e l’ekklēsía hanno deciso. Temistocle di Neocle, del demo di Freari propose: si affidi la città di Atena, patrona della città, e a tutti gli altri dèi perché la proteggano e tengano lontani i barbari. Tutti gli Ateniesi e gli stranieri che risiedono in città mettano in salvo i figli e le donne a Trezene… i vecchi e i beni mobili, poi, li portino al sicuro a Salamina… tutti gli altri, Ateniesi e stranieri nel vigore degli anni, si imbarchino nella flotta e combattano i barbari in difesa della loro libertà e di quella degli altri Greci…».

Il decreto fu approvato nell’estate del 480 a.C., prima della battaglia di Salamina. Gli Ateniesi avevano deciso di resistere ai Persiani, riponendo fiducia nella cooperazione degli altri Greci. Un decreto precedente aveva richiamato tutti i cittadini ateniesi che erano stati ostracizzati, tra cui molti avversari politici di Temistocle, a cui venne ordinato di recarsi a Salamina.
Alla fine poche persone rimasero in città, in particolare i tesorieri dei templi e le sacerdotesse dei culti dell’Acropoli, che non potevano essere completamente abbandonati al nemico. Alcuni degli Ateniesi più poveri erano ancora convinti che un vero muro di legno avrebbe fermato i barbari e si barricarono all’interno dell’Acropoli dietro una palizzata di legno. I Persiani occuparono l’attica all’inizio del settembre dello stesso anno e saccheggiarono Atene. Presero posizione sulla collina dell’Areopago, di fronte all’ingresso dell’Acropoli e scagliarono frecce incendiarie all’interno della palizzata. Alcuni Ateniesi discendenti dalla famiglia di Pisistrato, che erano dalla parte dei Persiani, cercarono di convincere i difensori alla resa, ma alla fine i Persiani dovettero prendere d’assalto la cittadella. Uccisero tutti quelli che erano rimasti e saccheggiarono e dettero alle fiamme i templi.
Inoltre, Serse spedì un parte della sua armata a Focea, per devastare le campagne e depredare la città. I Focesi scapparono verso ovest, seguiti anche da molti cittadini di Delfi, ma il santuario di Apollo scampò al saccheggio. Il resoconto di Erodoto narra che quanto scrive a proposito gli fu riferito dai sacerdoti del tempio: mentre un distaccamento dell’esercito del Grande Re si stava avvicinando, i sacerdoti rimasti chiesero al dio che cosa dovessero fare ed egli rispose che li avrebbe protetti; quando i soldati persiani s’incamminarono sullo stretto pendio dei monti in direzione del tempio, ci fu un tremendo tuono e due fulmini colpirono una parete rocciosa sopra le loro teste; caddero due enormi macigni che uccisero alcuni, mettendo gli altri in fuga. Una spiegazione alternativa è che Serse era ben disposto nei confronti dei sacerdoti delfici, che avevano fatto del loro meglio per convincere i Greci dell’inutilità di resistergli, e quindi avrebbe deciso di non mettere al sacco il santuario. Nelle satrapie dell’Impero non era insolito riservare un trattamento di riguardo ai principali centri religiosi.

I soldati di Serse. Illustrazione di S. Chew.

Le flotte si preparano alla battaglia.

Dopo aver coperto l’evacuazione degli Ateniesi a Salamina, la flotta greca restò in attesa in una baia della costa orientale dell’isola, mentre i comandanti discutevano se ritirarsi nell’Istmo di Corinto, dove c’erano maggiori possibilità di difesa. Molti stati del Peloponneso avevano già deciso che su quella stretta striscia di terra sarebbe stato più facile resistere all’avanzata persiana. Quando la notizia della sconfitta delle Termopili li raggiunse, gli Spartani e gli altri abitanti del Peloponneso, che avevano appena finito di celebrare le festività delle Carnee, si riunirono immediatamente nell’Istmo e cominciarono a costruire un muro fortificato nel suo punto più stretto.
Quando i Persiani entrarono in Attica, i comandanti della flotta cominciarono a discutere sul da farsi. Dopo un giorno di litigi inconcludenti, si interruppero per la notte. Il giorno seguente la flotta persiana arrivò e si posizionò nelle acque oltre la baia del Falero, a est di Salamina. Le navi erano state decimate dalle tempeste e dalla battaglia ma se ne erano aggiunte altre perché alcuni Greci erano stati costretti a combattere dalla loro parte, quindi la forza complessiva probabilmente superava le 700 navi. La lega delle póleis, che avevano solo poco più di 300 navi, non si mossero, ma continuarono le loro discussioni fino a quando non vennero interrotti dalla notizia che i barbari avevano preso l’Acropoli. Inoltre, un grosso contingente dell’esercito persiano cominciò ad avanzare verso l’Istmo di Corinto. Queste manovre convinsero la maggior parte dei comandanti ad abbandonare Salamina prima che la flotta persiana li circondasse. Temistocle e gli Ateniesi supplicarono Euribiade, lo spartano che era ancora a capo della flotta, ma egli era convinto che l’opzione dell’Istmo fosse la migliore. Ordinò ai trierarchi di prepararsi alla partenza con il favore dell’oscurità. Ma nel corso della notte Euribiade cambiò idea e il mattino seguente la flotta greca era tutta ancora a Salamina, pronta ad affrontare il nemico. […]
Le due flotte erano a conoscenza delle rispettive posizioni, anche se nessuna delle due poteva vedere direttamente i propri avversari ed entrambe avrebbero potuto condurre molte manovre senza essere scoperte. I comandanti dovevano ottenere delle informazioni sul nemico per decidere la mossa successiva. Per i Persiani la cosa più importante da sapere era se i Greci sarebbero stati fermi a Salamina, o se invece si sarebbero ritirati verso ovest attraverso lo stretto di Megara. In parte avrebbero potuto prevederlo, osservando la posizione dei nemici dalla terraferma di fronte all’isola, sebbene una piccola isola (oggi chiamata Agios Georgios) li impedisse la visuale completa; pertanto, era naturale che i Greci avrebbero potuto allontanarsi durante la notte. Per quanto riguarda i Greci, la questione era capire se ci fosse una via di fuga praticabile. L’esercito nemico stava muovendo lungo la costa della baia di Eleusi e presto avrebbe occupato la zona immediatamente a nord di Salamina, nei pressi dello stretto di Megara. Se un’unità della flotta persiana avesse navigato a sud dell’isola e avesse attraversato lo stretto da ovest, mentre la flotta principale rimaneva a est, avrebbero completamente tagliato fuori i Greci dal resto del Peloponneso. Una simile manovra era già stata tentata dai comandanti persiani quando i Greci avevano fatto base all’Artemision. Se non fosse stato per la tempesta sarebbero riusciti a intrappolarli in quell’occasione.
Erodoto narra che fu esattamente ciò che fecero i Persiani: Temistocle li spinse all’iniziativa, inviando a Serse stesso un servo fidato, di nome Sicino, con un messaggio segreto, che annunciava l’imminente partenza dei Greci e gli consigliava di non perdere l’ultima occasione di attaccarli prima che fuggissero. Il messaggio riferiva che, se avesse attaccato, il Re li avrebbe colti impreparati e disuniti e avrebbe ottenuto facilmente la vittoria. Ma è vero che Temistocle mandò un messaggio al nemico e che i Persiani lo abbiano preso sul serio? Un motivo per dubitare di questo aneddoto è che in seguito lo stesso ammiraglio venne esiliato dagli Ateniesi e chiese asilo ai Persiani stessi. È probabile che i suoi avversari politici abbiano inventato l’episodio del messaggio per rovinarne la reputazione. Comunque siano andate le cose, non si sa se il messaggio avrebbe cambiato il corso degli eventi. Quello che è certo è che quella sera i Persiani cominciarono a schierare le navi in posizione da battaglia, ma è ancora tutto da chiarire se lo abbiano fatto dopo aver ricevuto il fantomatico messaggio o perché il sovrano avesse deciso indipendentemente di prendere l’iniziativa proprio quella notte. Serse ordinò che una squadra composta da duecento navi egiziane si dirigesse verso la costa orientale di Salamina per bloccare la strada che portava all’Istmo passando per l’angusto stretto di Megara. Un’altra squadriglia venne inviata con l’ordine di presidiare gli ingressi meridionale e orientale all’isola, mentre il resto della flotta si spinse nello stretto tra Salamina stessa e la terraferma, verso la flotta greca. Una piccola forza d’élite della fanteria persiana era intanto sbarcata nella piccola isola di Psitallia per occuparla in previsione del fatto che durante il combattimento alcune navi vi si sarebbero potute arenare. Le navi persiane avrebbero impiegato parecchio tempo a spostarsi dal Falero all’imbocco dello stretto, nonostante cominciassero a muoversi al crepuscolo; verso la mezzanotte alcune di esse dovevano ancora prendere posizione. Molti comandanti non conoscevano le acque intorno all’isola e Erodoto aggiunge che queste manovre che venivano eseguite «in silenzio», affinché i Greci non se ne accorgessero. È ragionevole supporre che i Persiani sperassero di stanare il nemico dagli stretti canali attorno alla costa orientale dell’isola nelle acque più aperte della baia di Eleusi. Non si aspettavano che i Greci potessero tentare di sconfiggere la grande potenza navale di Serse, ma credevano che sarebbero scappati verso ovest per cercare di aprirsi la strada oltre il più piccolo distaccamento egizio. I comandanti persiani posizionarono le loro navi in mare sul far dell’alba, a prescindere dal messaggio di Temistocle, perché la trappola doveva scattare prima che scendesse l’oscurità e i Greci potessero scappare più facilmente. Quindi, non è detto che sia stato il messaggio di Sicino a spingere Serse ad agire. I Persiani avrebbero seguito il piano prestabilito anche senza quel messaggio, perché né gli osservatori sulla terraferma, né le navi da esplorazione sul mare potevano vedere i Greci, qualora avessero deciso di scappare nascosti dall’oscurità, o persino al crepuscolo. Bloccando l’unica via di fuga possibile al calar della notte, i barbari avrebbero evitato la fuga dei nemici.
I Greci ricevettero due rapporti delle manovre dei Persiani: il primo lo fece l’equipaggio di un’altra nave greca proveniente dall’isola di Tinos che aveva abbandonato i Persiani per passare dall’altra parte; essi rivelarono il piano persiano a Euribiade e ai suoi comandanti, ma l’attendibilità dell’informazione fu posta in dubbio; più tardi, quella sera stessa, Aristide, uno degli Ateniesi richiamati dall’esilio, tornò da un giro di ricognizione con la notizia che i Persiani stavano circondando la postazione greca e non era più possibile ritirarsi verso l’Istmo senza combattere. Temistocle continuava a sottolineare la necessità di affrontare la flotta persiana, affermando che era meglio condurre la battaglia sugli stretti nella parte orientale di Salamina che nella baia di Eleusi o nelle acque più aperte intorno all’Istmo. La situazione cambiò quando Temistocle e i suoi concittadini minacciarono di abbandonare completamente il resto dei Greci e di andarsene in Italia con le loro famiglie. Le navi ateniesi costituivano il contingente maggiore della flotta greca lì radunata, e di conseguenza la loro presenza in uno scontro navale era più che essenziale. In queste circostanze non c’è da meravigliarsi che Euribiade cambiasse idea e guidasse la flotta greca in battaglia. ogni speranza di sgattaiolare via nascosti dall’oscurità era stata vanificata dal dispiegamento delle navi persiane. L’unica possibilità rimasta era uscire allo scoperto e dar battaglia, con la speranza che combattendo in acque relativamente strette la flotta nemica non sarebbe stata in grado di sfruttare la propria superiorità numerica.

Ricostruzione grafica di una tipica trireme ateniese (da A. Frediani, 2005, pp. 70-71).

La battaglia.

Ansioso di assistere a una schiacciante vittoria, Serse si era fatto costruire un punto d’osservazione dal quale poteva guardare la battaglia. Si trovava di fronte alla città di Salamina, con una buona vista su Psitallia, l’isola su cui durante la notte erano scese le sue truppe d’élite. Ma invece di assistere al trionfo definitivo della sua flotta sui Greci, egli vide svolgersi davanti ai propri occhi una tremenda disfatta navale.
I vari contingenti della flotta persiana divisi per etnia erano allineati su diverse file, poste l’una dietro all’altra lungo lo stretto canale. I Fenici erano posizionati sull’ala destra, vicino al punto in cui si trovava Serse, mentre gli Ioni erano a sinistra, più vicini a Salamina. Man mano che avanzavano all’interno del canale, le navi persiane cominciarono a premere le une sulle altre a causa della ristrettezza degli spazi e non riuscirono più a mantenere la formazione. Gli equipaggi non avevano riposato durante la notte ed erano spossati. A peggiorare la situazione, il mare cominciò ad agitarsi, rendendo ancor più difficile l’avanzata dei vascelli. Temistocle, che conosceva bene le condizioni del mare locali, aveva previsto l’arrivo delle onde e aveva convinto gli altri comandanti greci ad aspettare che le navi avversarie rompessero le fila prima di attaccarle. Questo spiegherebbe l’apparente ritirata greca che, secondo Erodoto, precedette il primo scontro, e che può essere interpretata come il passaggio da una formazione passiva ad una più attiva.
Le navi ateniesi ed eginetiche si posizionarono sulle due ali e guidarono la carica per sfondare le linee nemiche, speronando le singole navi che cercavano di fare manovra. Ai Persiani sembrò che le navi greche si stessero girando dall’altra parte e ovviamente pensarono che intendessero ritirarsi.
Eschilo, nella tragedia I Persiani, parla di un segnale di tromba rivolto alla flotta greca, che poteva essere stato predisposto per avvisare i capitani del momento giusto per farsi avanti ed attaccare. Segnali di questo tipo erano stati utilizzati per coordinare le azioni della flotta greca all’Artemision. Sembra dunque che entrambe le parti avessero in una certa misura stabilito in anticipo lo svolgimento della battaglia. Ma, come in tutti gli scontri, una volta cominciata l’azione, era impossibile attenersi a un piano specifico, anche se ce n’era uno, e spettava ai comandanti delle singole navi prendere decisioni al momento. Di fronte all’attacco greco, la prima decisione di molti comandanti delle prime linee della flotta persiana fu quella di girarsi, aumentando ancor di più la confusione, perché si scontrarono con le linee successive.
I trierarchi greci approfittarono di quel caos e spronarono i propri equipaggi – più freschi e riposati – a incalzare i nemici, con un grande successo.
Nel suo resoconto della battaglia, Erodoto si concentra soprattutto su una serie di aneddoti delle imprese di vari individui o gruppi. Questi aneddoti, come molte delle storie riportate nella sua opera, sono versioni degli eventi raccontati da gruppi o individui particolari e quindi sono spesso parziali e non danno il quadro completo della battaglia.
Erodoto, VIII 94, 1: «Gli Ateniesi racconto che Adimanto, comandante corinzio, subito, al primo inizio, non appena le flotte presero contatto fra loro, sbigottito e oltremodo spaventato, issate le vele si diede alla fuga e i Corinzi, al veder ritirarsi la nave ammiraglia, fecero altrettanto». È probabile però che questa ritirata verso nord, che Erodoto presenta come un atto di codardia, sia stata in realtà una manovra deliberata per affrontare l’unità egizia e impedirle di attaccare i Greci alle spalle. Infatti, lo storico stesso prosegue: «Tuttavia, i Corinzi, essi almeno, non accettano questa versione dei fatti; anzi, ritengono di essersi distinti fra i primi durante il combattimento, e a loro favore c’è anche la testimonianza del resto della Grecia».
Uno degli aneddoti più coloriti riguarda Artemisia, regina di Alicarnasso, la città natale di Erodoto, che era sotto il dominio persiano. Ella si trovava al comando della propria nave in prima linea; quando una trireme ateniese si avventò sulla su di essa, ella cercò la fuga, ma il passaggio era bloccato dalle altre navi; «si decise in una mossa tattica che, quando l’ebbe compiuta, fu coronata da successo: poiché, incalzata dalla nave ateniese, si slanciò d’impeto sulla trireme licia, guidata da Damasitimo, re di Calinda […]. Non appena l’ebbe speronata e affondata, favorita dalla fortuna, ne ricavò due vantaggi: infatti, il comandante attico, come la vide dar di sprone contro una nave persiana, pensando che la nave di Artemisia […] avesse disertato dal Grande Re, cambiata direzione, si mise a inseguire delle altre […]; oltre a ciò, la fortuna volle che, pur avendo combinato un danno, si guadagnasse per questo stesso fatto la massima stima da parte di Serse. Si racconta, infatti, che il re – che stava osservando la battaglia – notò quella nave che ne speronava un’altra e fu allora che uno dei presenti esclamò: “Vedi, maestà, con quale valore combatte Artemisia, la quale ha da poco affondato una nave avversaria?”; egli chiese se quell’impresa era proprio della regina e gli fu risposto di sì, perché riconoscevano distintamente l’insegna sulla nave e credevano che quella affondata appartenesse ai nemici. In effetti, tra le altre fortune che, come s’è detto, le toccarono, le andò bene anche questo: che dell’equipaggio di quella nave di Calinda, nessuno si salvò e nessuno poté, di conseguenza, accusarla. Si vuole che Serse, a quanto gli riferirono, abbia esclamato: “Al mio servizio gli uomini sono diventati donne, e le donne uomini!” […]» (Erodoto, VIII 87-88).
Un’altra storia riguarda i soldati persiani sull’isola di Psitallia. Essi dovevano presidiare l’isola in previsione che il grosso della flotta greca sarebbe stato condotto lontano, verso nord-ovest. Invece, si trovarono isolati rispetto alle loro navi ed esposti agli attacchi dalla vicina costa di Salamina. Aristide, che dopo essere tornato dall’esilio era stato nominato stratego, comandava alcune piccole unità e guidò un gruppo di opliti attici sull’isola. Le truppe persiane d’élite vennero massacrate sotto gli occhi del Re. Tra loro si trovavano anche suoi tre nipoti. Lungo le coste di Salamina vennero catturati o uccisi altri Persiani mentre cercavano un approdo di fortuna dalle navi che stavano naufragando.
Alcune delle navi fenicie, che si trovavano più vicine alla posizione del Re, incontrarono meno problemi e riuscirono ad avanzare verso i Greci e a entrare in battaglia prima degli Ioni che si trovavano sull’altra ala. I loro avversari diretti erano gli Ateniesi, che li sbaragliarono e costrinsero molti membri degli equipaggi fenici a sbarcare, proprio nel punto in cui Serse stava osservano la battaglia. i Fenici si presentarono dal Re e cercarono di giustificare il proprio fallimento accusando gli Ioni di tradimento e di aver precipitato la flotta nel caos. Sfortunatamente per loro, mentre si trovavano al cospetto del sovrano, una delle navi ionie, proveniente da Samotracia, speronò una nave ateniese e venne a sua volta speronata da una eginetica. I marinai della nave ionica assaltarono immediatamente quella nemica, e se ne impossessarono, dimostrando a Serse la loro fedeltà e il loro valore. Il Re era così furioso per l’andamento della battaglia che ordinò che i Fenici fossero decapitati.
Verso sera la flotta persiana si ritirò caoticamente verso la baia del Falero, dopo aver perso più di duecento navi e senza essere riuscita a cacciare i Greci da Salamina. I Greci persero solo una quarantina di vascelli e riuscirono a rispedire il nemico alla base. Molti interpretarono questa come una vittoria inaspettata come un atto di potere divino, un segno che l’oracolo delfico annunciato agli Ateniesi un anno prima si era avverato. Presto cominciarono a circolare delle storie di apparizioni divine durante la battaglia, di un misterioso lampo di luce proveniente dal santuario di Demetra a Eleusi e del suono di un coro celestiale che cantava inni. Queste storie sostenevano anche che Serse avesse immediatamente abbandonato il suo esercito e fosse scappato in Asia.
[…]

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Fonti e bibliografia:

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Brosius M., I Persiani. L’impero mondiale del Medio Oriente (a cura di E. Rovida), Genova 2009.
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Erodoto, Le Storie, VIII 59-100, 1 (ed. L. Valla), Milano 1956.
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Plutarco, Vita di Temistocle (a cura di C. Carena, M. Manfredini e L. Piccirilli), Milano 1996.
Podlecki A.J., The Life of Themistocles, Montreal-London 1975.
Strauss B., La forza e l’astuzia. I Greci, i Persiani, la battaglia di Salamina, Roma-Bari 2005.

Al servizio del Re dei Re

di A. FREDIANI, Le grandi battaglie dell’antica Grecia. Dalle guerre persiane alla conquista macedone, da Maratona a Cheronea, i più significativi scontri terrestri e navali di un impero mancato, Roma 2005, pp. 54-82.

I Greci hanno avuto un altro grande nemico, oltre che loro stessi, nell’età arcaica dell’Ellade, in Asia, e segnatamente in Iran, c’erano alcune tribù nomadi di Parsumaš che si barcamenavano, senza grandi risultati, per rimanere fuori dalla sfera di controllo dell’Impero assiro. Tutte le loro tribù finirono conquistate nel corso del IX secolo a.C. dal re assiro Salmanassar II, mentre nel secolo seguente una parte di esse finì sotto i Medi.
Per sfuggire alla morsa, alcuni gruppi di Parsumaš emigrarono verso il lago d’Aral o alla volta del Meridione, dove presero accordi con il Regno dell’Elam e, come avrebbero fatto i popoli barbari con l’Impero romano oltre un millennio dopo, fornirono la loro temibile cavalleria in cambio di terre entro cui stanziarsi. Scelsero la valle del Choaspes, l’attuale Karkheh, dove uno dei loro capi, Achemene, in breve tempo si ricavò un piccolo regno, con capitale Pasargade.

Mappa dell’Impero persiano achemenide (500 a.C. ca.).

L’espansione del modesto dominio proseguì per gran parte del VII secolo a.C., durante il quale perfino una parte dell’Elam finì sotto il controllo dei Parsumaš, divisi in più regni gravitanti nella zona dell’Aršan, prima che gli Assiri di Assurbanipal ne frenassero le ambizioni annettendo l’Elam. Il resto della regione se la prese Ciassare, il fondatore dell’Impero dei Medi e il responsabile della scomparsa di quello assiro.
Con l’avvento al trono di Ciro II, detto il Grande, nato nel 580 a.C., i Persiani – a questo punto della vicenda possiamo chiamarli così – erano pronti per un salto di qualità che li avrebbe portati, in pochi decenni, a costituire un impero più grande di quelli che si erano spartiti l’Asia nei secoli precedenti. Alla metà del VI secolo Ciro sconfisse il re Astiage e, in un triennio, si impadronì dell’intera Media, per poi rivolgere le proprie attenzioni alla Lidia di Creso, che a quel tempo inglobava nei propri domini le città costiere di matrice greca nell’Asia Minore. Il re divenuto famoso per la propria ricchezza dovette subire prima la sconfitta in battaglia, poi l’assedio e la caduta della sua capitale, Sardi, prima di trascorrere il resto della propria esistenza come consigliere del conquistatore (anche se qualcuno afferma che morì sul rogo).

Bassorilievo di Ciro II il Grande.

Di fronte alla minacciosa ascesa di Ciro, che con la caduta della Lidia si era impossessato dell’intera Asia Minore, si formò una coalizione anti-persiana, di cui entrò a far parte perfino Sparta, che il re non aveva mai neanche sentito nominare. Il membro più a portata di mano, il regno di Babilonia, non fu però in grado di opporre alcuna resistenza all’invasione del nuovo astro asiatico, che si impossessò anche dei contigui territori siriaci. La sua morte in battaglia nel 528 a.C. contro gli Sciti del nord-est – anche se Senofonte afferma che morì nel proprio letto – gli impedì di procedere anche all’annessione dell’Egitto; ma era stato in grado di costituire un impero nell’arco di soli dodici anni.
Ci pensò il figlio Cambise, che fece in tempo ad annettere il paese dei faraoni prima di morire, sette anni dopo la sua ascesa al trono, secondo una delle tante versioni trafitto dalla sua stessa spada fuoriuscita dal fodero rotto, mentre montava a cavallo. Il suo contributo, tuttavia, aveva permesso all’Impero persiano di portare a quattro i regni di grande rilievo nella storia dell’Antichità inglobati dai Persiani (Babilonia, Lidia, Media ed Egitto), legittimando l’aspirazione dei sovrani persiani a chiamarsi «Re dei re» o «Grande Re»: il loro Impero si estendeva ormai dall’Indo all’Egeo, e al Nilo inferiore, ed era necessario che il successore di Cambise rallentasse il ritmo delle conquiste per dare un’organizzazione a quella spaventosa estensione territoriale.

Bassorilievo raffigurante due soldati persiani. Palazzo di Apadana, Persepoli.

Il titanico compito se lo assunse Dario I, il figlio del satrapo di Ircania e Partia, un altro che si fece soprannominare “il Grande”; questi pervenne sul trono in forza della sua decisione più che per legittimità dinastica, dopo un paio di guerre intestine durante le quali, secondo le cronache, uccise un usurpatore che si proclamava figlio di Ciro, combatté diciannove battaglie e sconfisse nove re ribelli. Dario completò la conquista delle estremi propaggini orientali dell’Impero, annettendo i territori oltre l’Indo e le tribù dei Saka nell’Asia centrale, entrambe regioni che gli offrirono ampie possibilità di ingaggiare mercenari per il suo esercito; poi si concentrò a conferire una solida struttura amministrativa al regno. Lo divise in venti distretti con a capo i rispettivi satrapi (xšaθrapāvā, letteralmente «protettori del regno»), governatori provenienti dalle famiglie di più alto lignaggio, soprattutto persiane, nominati dal re pressoché a vita, con funzioni sia civili sia militari, e i cui territori erano tenuti a pagare un tributo e a fornire una leva per il servizio in guerra.
Con questa divisione in governatorati dotati di ampia autonomia, Dario prendeva atto del carattere prettamente feudale della società che governava: una società tripartita in azata, i “nobili”, bandaka, i “sudditi”, e mariaka, ovvero gli “schiavi”. Tutti, a parte questi ultimi, erano obbligati a compiere il servizio militare e a rimanere a disposizione dell’armata nazionale persiana anche dopo il congedo, perlomeno fino al cinquantesimo anno di età. I Persiani, ma anche i Medi, monopolizzavano i quadri ufficiali a tutti i livelli, perfino nei contingenti non iranici.

Dario, re dei Persiani, concede udienza a un dignitario (in atto di proskýnesis). Rilievo, granito, inizi V sec. a.C. dalla Scalinata settentrionale di Apadana. Tehran, Museo Nazionale.

Un bambino non incontrava il padre fino all’età di cinque anni – fino ad allora veniva allevato in un gineceo – a partire dai quali, e fino ai venti, era addestrato a cavalcare e a tirare con l’arco; dopodiché, entrava a far parte di compagnie da 50 uomini al comando di un giovane esponente della nobiltà.
Il sistema di inquadramento degli effettivi era rigidamente decimale, almeno sulla carta. Le divisioni, dette baivarabam, erano di 10.000 uomini, al comando di un baivarapatiš; i reggimenti, detti hazarabam, di mille effettivi, al comando di un hazarapatiš e suddivisi in unità da 100, definite sabatam, a loro volte suddivise in reparti da dieci, i dathabam. I comandanti delle successive unità disponevano di due vice ciascuno, che guidava la metà del reparto. Il baivarabam più celebre era quello personale del re, gli Amrtaka, ovvero gli “Immortali“, cosiddetti, secondo Erodoto, perché si trattava di un corpo mantenuto invariabilmente con gli effettivi al completo.
Erano gli arcieri il punto di forza delle armate persiane: nugoli di frecce tirate con maestria e perizia per mezzo dei magnifici archi compositi di derivazione scitica, ricavati dall’accostamento di due pezzi ondulati di legno o corno, uniti al centro, scompaginavano le falangi avversarie prima che la cavalleria caricasse. Gli sparabara, come venivano chiamati i componenti delle unità di fanteria dotate di arco, agivano al riparo di grossi scudi – gli spara, appunto, costituiti da cuoio indurito, nel quale erano innestate cannucce di vimini poste verticalmente quando era ancora flessibile –, sostenuti da un altro combattente, e si schieravano in fila, nell’ordine di nove ogni dathapatiš.

Gli sparabara persiani in azione, secondo la ricostruzione grafica di G. Rava.

Nel loro equipaggiamento, oltre all’arco, naturalmente, risaltava il caratteristico gorytós, una sorta di rinforzo lungo la coscia sinistra, quella portata in avanti per il caricamento, mentre i portatori di scudo disponevano di una scimitarra. In progresso di tempo, gli stessi arcieri vennero dotati di un piccolo scudo di legno o di cuoio con bordo di metallo, detto taka, più o meno della grandezza di un pélta, ma con il bordo superiore tagliato a mezzaluna, allo scopo di difendersi nel corpo a corpo una volta che l’avanzata della falange era riuscita a penetrare la cortina di spara. Il loro abbigliamento consisteva in una corta tunica stretta alla vita da una fascia annodata, pantaloni, e un cappello quasi “a bombetta” senza bordi.
Ve n’erano tuttavia anche montati, di arcieri, secondo la tradizione iranica: indossavano solo una tunica e delle brache imbottite. L’arco, peraltro, era appannaggio anche dei portastendardo, che si contraddistinguevano per una pelle di lupo posta sulla testa e sulle spalle, una tunica estremamente intarsiata per renderli distinguibili, una corta gonna e dei pantaloni aderenti e stretti alle caviglie.

Arcieri erano anche, ai tempi di Dario il Grande, gli stessi Immortali, così come vengono raffigurati nei fregi residui dei palazzi imperiali, nei quali notiamo, tra le altre cose, la barba e i capelli accuratamente lavorati a trecce, costume diffuso fra i Persiani. Si rileva nelle figure una fascia arrotolata di color giallo, avvolta intorno alla fronte, tempie e nuca, lasciando scoperta la sommità del capo; ma è probabile che in guerra i guerrieri usassero il classico copricapo iranico, un modello con lunghi lembi laterali piuttosto diffuso tra i popoli asiatici, e in particolare tra i contingenti di arcieri nonché tra i cavalieri, denominato tiara, o kyribasia; pare che si ricavasse tagliando su misura la pelle di qualche piccolo animale, e spuntandone le gambe; i risvolti potevano essere utilizzati a mo’ di sciarpa durante le marce per difendersi dal vento e dalla polvere, o in combattimento come protezione. Un’ampia tunica di colore cremisi, blu, giallo o bianco nascondevano un corsaletto a scaglie metalliche.

Bassorilievo di due Immortali reali, dal Palazzo di Dario I, a Susa. Paris, Musée du Louvre.

L’altra arma che vediamo raffigurata è la lancia, di cui erano dotati tutti i corpi d’élite persiani (lo stesso Dario era stato un lanciere reale di Cambise), contraddistinta da un pomo argentato – dorato per gli ufficiali – nella parte opposta alla punta. L’arma secondaria era costituita da una corta daga contrassegnata da un’elsa decorata con due teste di leone divergenti.
Possiamo affermare, con ragionevole sicurezza, che l’esercito persiano fu il primo della Storia ad adottare una certa uniformità nelle divise, dai più alti gradi ai corpi speciali, alla truppa; pare anzi che gli stessi satrapi provvedessero ad equipaggiare i soldati alle loro dipendenze, e quelli che dimostravano maggior gusto e solerzia venivano premiati dal Gran Re in persona il quale, dal canto suo, conservava in magazzini centralizzati tutto ciò che distribuiva ai corpi speciali. Le figure degli Immortali indossano ampie toghe intarsiate con i simboli e i colori dei rispettivi reggimenti, lunghe fino alla caviglia, lasciano intravedere dei pantaloni e delle scarpe chiuse gialle, collane e braccialetti dorati.
Probabilmente il reggimento d’élite degli Immortali, costituito dai lancieri reali, procedeva e seguiva il carro del sovrano durante la marcia, poggiando la lancia sulla spalla destra con la punta rivolta verso il basso, e costituiva la sua guardia del corpo in ogni occasione. Sul mezzo possiamo figurarci il Gran Re vestito di una corta tunica intarsiata, di pantaloni, scarpe, un copricapo cilindrico di color giallo e con uno scettro dorato con pomello. Accanto a lui, si trovava il suo gran ciambellano, un eunuco che curava il cerimoniale e gli affari di corte.
I lancieri reali erano reclutati tra la nobiltà, mentre gli altri reggimenti degli Immortali pescavano anche altrove, sebbene sempre tra Persiani e Medi; probabilmente, erano gli unici autorizzati a vestire indumenti con i colori del sovrano. Il tipico lanciere reale raffigurato nei rilevi di Persepoli, sulla tomba di Artaserse III, indossa una lunga tunica di porpora con una banda bianca al centro, e dei pantaloni dello stesso colore. Il copricapo, cilindrico, è blu, e dispone del caratteristico scudo ovale denominato dagli archeologi “dypilon” – dal sito di Atene nel quale vennero rintracciati vasi sui quale era raffigurato – , con due cerchi ritagliati lateralmente; probabilmente, l’attrezzo era rivestito di pelle seccata di gazzella.
Anche i satrapi avevano un reggimento a loro disposizione come guardia del corpo, denominato arštibara, al comando di un hazarapatiš, cui veniva affidata la sicurezza della satrapia, di concerto con le truppe mercenarie. Le roccaforti erano sotto il comando dei didapatiš, che dipendevano invece direttamente dal re, il quale si garantiva in questo modo una divisione dei poteri militari che limitava la concentrazione degli stessi nelle mani di un governatore.

Corpi della fanteria persiana (da sinistra a destra: un thanvabara, uno sparabara, un arštibara e un takabara). Illustrazione di R. Scollins.

Sulla fanteria persiana, alla quale veniva data scarsa rilevanza, in generale non si sa molto. Possiamo basarci principalmente su un frammento di un vaso attico conservato al Louvre, nel quale vediamo raffigurato un soldato con uno scudo a mezzaluna crescente, decisamente più grande del pélta, e un’ascia. il copricapo sembra di cuoio o di pelle ed evidenzia un accentuato paraorecchie, mentre una corta tunica senza maniche ricopre un camiciotto a maniche lunghe e sovrasta i pantaloni. In progresso di tempo le influenze greche si fecero sentire, soprattutto nello scudo, che divenne sempre più simile all’hóplon, e nella lancia, che accentuò la sua lunghezza. Per quanto riguarda gli ufficiali, possiamo dire che avevano un turbante in testa e che erano dotati, almeno loro, di una corazza di lino trapuntato, con tunica stretta in vita da una fascia annodata, e pantaloni.
Tuttavia, tra le leve del grande impero se ne vedevano di tutti i colori. I Persiani utilizzarono per le loro invasioni della Grecia anche gli Etiopi della Nubia, principalmente come marinai insieme ai Saka dell’Amu Darya, sebbene, dopo la disfatta di Salamina, li abbiano smobilitati per impiegarli come fanteria leggera sul fronte terrestre. Nei vasi greci li vediamo raffigurati con ciò che sembra una corazza di tessuto inspessito da più strati, forse lino, senza maniche, sotto la quale compare una casacca a maniche lunghe; dal bordo inferiore dell’armatura pendono pterugi, cui seguono i pantaloni, ma il tratto distintivo è un mantello che tengono avvolto lungo il braccio a mo’ di scudo. Di Nubiani, ve n’erano però di armati più alla leggera, vestiti di sola pelle di leopardo, con un lungo arco di legno di palma e frecce di canna battuta, con corta lancia di corno di antilope e una clava; in battaglia, solevano dipingersi metà del corpo in rosso vermiglio e passare del gesso sull’altra.

Pittore di Trittolemo. Combattimento fra un oplita e un persiano. Pittura vascolare da una kylix attica a figure rosse, V sec. a.C. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Non meno caratteristici erano i combattenti dell’Asia Minore, provenienti da Frigia e Paflagonia, vestiti solo di una corta tunica a canottiera, di stivaletti di cuoio e di un copricapo in vimini rinforzato da scaglie di metallo; il loro equipaggiamento consisteva in uno scudo simile al pélta per forma e dimensioni, una lancia e un paio di giavellotti.
In progresso di tempo, e con il costante deterioramento del sistema di leva interno dell’Impero, l’aliquota dei contingenti mercenari andò aumentando. I re attinsero sia all’interno delle stesse satrapie – come in quelle caucasiche o, più a est, in Ircania e in Battriana – , sia in quei territori ancora liberi ritenuti istituzionalmente una fucina di combattenti di professione. Tali erano, per esempio, la stessa Grecia oppure, in estremo oriente, le regioni del Punjab e del Sind. Molti territori, invece, venivano tenuti in uno stato di blanda soggezione, senza procedere a un’annessione vera e propria, proprio per poterne ricavare contingenti mercenari, come tra i Curdi, i Pisidi, i Misii; in tal modo si evitava l’uniformità con l’esercito nazionale, poiché costoro risultavano più efficaci combattendo con il loro armamento tradizionale.

Combattimento fra Greci e Persiani. Bassorilievo, marmo, fine V secolo a.C. Dal fregio meridionale del Tempio di Atena Nike.

I Greci vedevano questi soldati come peltasti, perché la maggior parte di essi si difendeva con il taka, tanto da essere definiti takabara, “portatori di scudi”, oltre a disporre di una lancia; privi di armatura, essi indossavano un camiciotto, una tunica intarsiata fin sopra il ginocchio e priva di maniche, una calzamaglia e la tiara. Tuttavia i loro compiti erano molto più vicini a quelli di una vera e propria fanteria di linea, e le loro armi più robuste e pesanti. Tra costoro si distinguevano i Licii, menzionati da Erodoto e raffigurati in un rilievo trovato a Konya, armati tutt’altro che alla leggera, con una corazza anatomica dotata di pterugi in vita e spallacci, un elmo con paranaso, paraorecchie e paranuca, alla cui sommità spiccava una cresta rigida, e gambali; il loro peculiare armamento si caratterizzava per uno scudo perfettamente rotondo, più ampio del pélta, per un falcetto in luogo della spada, e per una lancia a due punte, che si potrebbe definire un “bidente”.
Nel complesso, i fanti persiani non valevano granché, e nel IV secolo a.C. si preferì sempre più spesso ingaggiare opliti greci; Ificrate, distintosi per la prima volta in battaglia a soli 18 anni mentre militava nella flotta persiana a Cnido, fu uno dei maggiori comandanti mercenari utilizzati dai Persiani. Ma con il crollo delle sorti spartane dopo Leuttra ci fu un riflusso di combattenti peloponnesiaci, e i Persiani optarono per la creazione di una vera e propria fanteria pesante autoctona; pertanto, equipaggiarono e addestrarono alle tecniche oplitiche 120.000 asiatici, i quali andarono a costituire il corpo dei cardaci che, in verità, non diede gran prova di efficacia durante le guerre macedoni.
Le sempre più frequenti rivolte che contrassegnarono gli ultimi decenni di vita dell’Impero persiano, comunque, resero costante la domanda di soldati da parte dei ricchi satrapi, disposti a spendere grandi cifre per sostenere le proprie ambizioni; dall’altra parte dell’Egeo, d’altronde, le confederazioni che ruotavano intorno alle principali città-stato non sapevano come pagare i loro epílektoi, ovvero le loro truppe permanenti. Per la legge della domanda e dell’offerta, i Greci furono ben lieti, nei pur rari periodi di pace, di prestare i loro contingenti permanenti, costituiti per lo più da peltasti, ai governatori persiani, affinché fossero loro a retribuirli e a tenerli in allenamento.
La cavalleria mercenaria proveniva dalle estreme regioni orientali dell’Impero, tra quei nomadi sciti celebri per la loro efficacia sia come cavalieri leggeri che corazzati. Tra la cavalleria priva di armatura, Erodoto ci segnala i Sagartiani, che combattevano con il lazo, una daga e un’ascia da battaglia, indossavano una corta tunica con i lembi sovrapposti sul davanti e tenuti fermi da una cintura in vita.
Refrattari al dominio persiano, ma fior di combattenti quando erano ingaggiati come mercenari, erano i cavalieri sciti provenienti dalle steppe del Mar Nero. La loro abilità nell’uso dell’arco era leggendaria, anche se nel loro armamento troviamo giavellotti, spade anch’esse piuttosto lunghe, accette. Per quanto concerne l’equipaggiamento difensivo, gli Sciti potevano avere lo scudo o meno, l’elmo o un copricapo di cuoio o di pelle di animale, un’armatura a scaglie o una casacca di cuoio. Nelle raffigurazioni compaiono anche i soli pantaloni con un’armatura a scaglie. Particolarmente temibili erano i Saka dell’Asia orientale, provenienti dall’Indostan settentrionale. Si trattava di cavalieri corazzati in modo assai accentuato, con un’armatura a piastre di metallo sia per l’uomo che per l’animale; bracciali di acciaio ricoprivano il lato esterno dell’avambraccio del combattente, le cui gambe era difese da schinieri divisi in due parti, stinco e coscia, unite insieme sul ginocchio da lacci di cuoio. Il cavaliere utilizzava la lancia per la carica, ma disponeva anche di spada, nonché di arco che, insieme alle frecce, conservava nel classico gorytós.

Cavalleria leggera persiana del IV secolo a.C. Illustrazione di J. Shumate.

Ciascun proprietario terriero al quale il Gran Re aveva affidato i vasti territori che non facevano parte delle circoscrizioni delle città, manteneva una riserva di cavalieri, che metteva a disposizione del sovrano in caso di guerra; gli animali facevano parte dei tributi che i vari territori dell’Impero versavano annualmente al sovrano. Abbiamo una raffigurazione di un nobile anatolico a cavallo, in un dipinto murale in Turchia, vicino Elmali, che mostra una tunica porporata e dei pantaloni, oltre alla tiara e a una lancia. Il cavallo si distingue per un ciuffo ottenuto stringendo la parte sommitale della criniera con un nastrino, alle volte con l’aggiunta di capelli umani. Compare anche una parvenza di sella corazzata, a copertura parziale della coscia.
Non meno di quella mercenaria, anche la cavalleria nazionale persiana costituiva una forza di ragguardevole efficacia. Almeno inizialmente, veniva utilizzata non per lo sfondamento, ma per il tiro da lontano. All’inizio del V secolo a.C. i cavalieri persiani disponevano di un paio di giavellotti e semmai di un arco, di una kopís o di un’ascia. il capo era avvolto in una tiara, il torace da un corsaletto trapuntato rosso sopra una corta tunica marrone e bianca a maniche lunghe, che terminava all’inguine, sopra i pantaloni. La sella era di ottone e i finimenti del cavallo di cuoio, mentre la coda e la criniera erano tenuti insieme da un nastro rosso. col tempo, tuttavia, quella persiana andò sempre più caratterizzandosi come cavalleria pesante, soprattutto nel corso delle endemiche lotte civili del V secolo a.C.; al termine di tale evoluzione, un cavaliere corazzato annoverava nel proprio armamento una lancia, una daga, una mazza, un corsaletto di lino trapuntato forse con borchie di metallo lungo le spalle, forse uno scudo sovente a mezzaluna lavorata, e un arco con almeno 30 frecce nella faretra. Un rilievo rinvenuto in Turchia mostra perfino una protezione per il collo, una sorta di collare rigido, ed esistono anche raffigurazioni su monete di braccia e gambe rivestite di scaglie di ferro. Si conoscono anche selle corazzate, con un pezzo di armatura che partiva dalla sella e proteggeva la gamba, dal bacino al piede. Il capo era ricoperto da un elmo, di cui sono stati ritrovati esemplari in forma conica con sommità appuntita, da una calotta con una cresta in stile greco sulla sommità, o dalla tiara; la cresta era costituita da crine di cavallo disposto a spazzola e da una coda lungo la nuca.

Cavaliere corazzato persiano, epoca achemenide. Illustrazione di J. Burn.

Tra i reparti di cavalleria d’élite, si distinguevano i «congiunti del Re», gli , esponenti della nobiltà che non avevano una vera e propria parentela col sovrano, ma costituivano l’entourage reale e rappresentavano gli amici personali del monarca. Erano pertanto gli unici ad avere il privilegio di scambiare baci con quest’ultimo e di far parte della tavolata del sovrano durante i suoi pasti; a sua volta, il Re testimoniava il suo attaccamento ai propri congiunti onorifici colmandoli di regali, a cominciare dal loro equipaggiamento: una tunica di porpora (kantuš), collana e bracciali, un cavallo dell’allevamento reale, una sella dorata e una daga dorata, detta akinaka, lunga pressappoco quaranta centimetri.
I cavalieri corazzati che costituivano la guardia del corpo di Ciro il Giovane, al cui servizio si pose Senofonte, erano equipaggiati secondo uno stile che tradiva evidenti influenze greche. Due pettorali di lino rivestiti con scaglie di bronzo, sul dorso e sul petto, erano tenuti insieme dagli spallacci e terminavano alla vita con gli pterugi; l’avambraccio sinistro, privo di scudo, era avvolto in una protezione di cuoio. L’elmo aveva solo i paragnatidi, oltre alla calotta, ma alla sommità si dipartiva un piumacchio con crine di cavallo. Le gambe erano protette da gambali a scaglie di bronzo, che le rivestivano fino all’inguine, mentre il piede non disponeva di alcuna protezione se non di una calzatura in cuoio. Le armi offensive consistevano in due giavellotti, detti pálta, e in una kopís. Anche il cavallo disponeva di almeno una piastra metallica appesa al collo e d una sul muso, e la stessa sella era corazzata con dischi di bronzo. Attaccavano solitamente in colonna, con una forza di penetrazione straordinaria, e si possono prefigurare davvero come i primi esempi di cavalleria catafratta, quei “carri armati” dell’Antichità che tanto avrebbero messo in difficoltà i Romani al tempo dei Persiani Sassanidi.