Bellum iustum ac pium

di M. Sordi in ead. (a cura di), Guerra e diritto nel mondo greco e romano. CISA 28, Milano 2002, pp. 3-11.

Accanto alla formula più diffusa e certamente nota del bellum iustum la tradizione romana conosce quella del bellum iustum ac pium, ricorrente in Cicerone, in Livio, in Svetonio, in Floro e da loro sempre riferita alla guerre condotte dai Romani[1], ma presente anche in Curzio Rufo (V 8, 15), in un passo che non riguarda i Romani, ma che, proprio perché inserito in un ragionamento per assurdo (sed si iusta ac pia bella di aversantur, fortibus tamen viris licebit honeste mori) rende esplicito il significato religioso e valido per tutti della formula stessa: sono iusta ac pia solo i bella che la divinità può approvare. In altre parole: la giustizia di una guerra non può essere sancita solo dal diritto umano, e non può prescindere dalla conformità alla legge divina: la giustizia implica non solo lo ius ma anche e soprattutto il fas. Il carattere religioso della formula fa pensare che essa sia più antica di quella più nota del bellum iustum e che affondi le sue radici nella mentalità sacrale caratteristica dell’età arcaica. È pienamente comprensibile, pertanto, che si colleghi la sua origine allo ius fetiale e che si ritenga questo molto antico[2]. Ma quanto erano antichi lo ius fetiale e il collegium dei fetiales? È stato osservato[3] che i riferimenti più antichi relativi ai feziali non risalgono al di là del II secolo a.C.: Polibio III 25, 6-9 dice, a proposito del III trattato fra Roma e Cartagine, che i Romani avevano giurato nel I per Iuppiter lapis, ma non nomina esplicitamente i feziali, anche se la pratica sembra effettivamente risalire allo ius fetiale[4]; gli autori successivi ne attribuiscono l’istituzione all’epoca regia, ma a re diversi, tutti anteriori ai Tarquinii: Cicerone (Rep. II 17, 31) la attribuisce a Tullo Ostilio (constituitque ius quo bella indicerentur, quod per se iustissime inventum sanxit fetiali religione ut omne bellum quod denuntiatum indictumque non esset, id iniustum esse atque impium iudicaretur); Varrone (L.L. V 86), che rappresenta la vulgata che troveremo poi in Dionigi di Alicarnasso (A.R. II 72, 2) e in Plutarco (Numa 12, 4-8), fa risalire l’istituzione a Numa; per Livio (I 24, 4) un fetialis assiste già Tullio Ostilio nella conclusione di un foedus, ma in I 32, 5 ss. è Anco Marzio che prende degli Equicoli lo ius quod nunc fetiales habent per il rito della dichiarazione di guerra.

La derivazione dagli Equicoli si trova anche in Dionigi (loc. cit.) e in una iscrizione (forse dell’età di Claudio: Degrassi, ILLR, 447) che attribuisce l’istituzione al re degli Equicoli Ferter Resius[5]; Cn. Gellio, citato dallo stesso Dionigi, la attribuiva però agli Ardeati, Servio (Ad Aen. VII 695) ai Falisci. Credo che la Saulnier (art. cit. pp. 174-175) abbia ragione nel ritenere che la collocazione sotto l’uno o l’altro dei re di Roma dell’istituzione dei feziali fosse una ricostruzione a posteriori dell’età cesariano-augustea, quando l’istituzione tornò “di moda” e che i Romani sapessero di tale istituzione solo che essa era molto antica ed era nata presso un altro popolo.

Romani e Sanniti sanciscono la pace con cerimonia solenne. Illustrazione di R. Hook.

Ma il fatto che i Romani non sapessero, nel I secolo a.C., quale re avesse istituito i fetiales e lo ius fetiale e da quale popolo tale ius derivasse, non significa evidentemente che esso non fosse antico e che non fosse antica la formula bellum iustum ac pium da cui siamo partiti.

Livio ci conserva due formule molto simili, l’una per il foedus con gli Albani al tempo di Tullo Ostilio (I 24), l’altra per la dichiarazione di guerra ai Prisci Latini al tempo di Anco Marzio (I 32): ambedue cominciano con Audi Iuppiter e chiamano Giove a testimone e vendicatore di eventuali violazioni; nel secondo caso, trattandosi di una dichiarazione di guerra, il legatus afferma: iuste pieque… venio verbisque meis fides sit ed aggiunge: si ego iniuste impieque illos homines illasque res dedier exposco, tum patriae compotem me numquam siris esse (I 32, 6-7).

La seconda parte della formula è particolarmente interessante, perché commina al trasgressore la pena dell’esilio e richiama da vicino la pena che lo ius terrae Etruriae citato da Servio Danielino (ad Aen. I 2) comminava agli spergiuri: eum qui genus a periuriis duceret fato extorrem et profugum esse debere (Serv. loc. cit.)[6]. Il formulario di Livio continua con l’intervallo di 33 giorni fissato per la restituzione di ciò che è richiesto e con la dichiarazione di guerra (bellum indicit), che, però, non viene effettivamente iniziata se non dopo una delibera dei patres (ibi 10 ss.), che, consultati dal rex, rispondono (ibi 12): puro pioque duello quaerendas res censeo; itaque consentio consciscoque.

La variante con la sostituzione di duellum a bellum e di purum a iustum nella risposta del primo dei patres a cui la sententia è richiesta, mi sembra di grande interesse: è come un frammento di remota antichità rimasto nel formulario che i Romani usavano ancora in età storica[7]. Purum invece di iustum sembra rivelare uno stadio anteriore alla nascita dello ius: la puritas è strettamente collegata con i riti dei fetiales (Liv. I 24, 5 herbam puram) e riguarda la sfera del sacro. Macrobio (Sat. I 16, 24) ci conserva, con la citazione di due annalisti del II secolo a.C., Gellio (fr. 25 Peter) e Cassio Emina (fr. 20 Peter), una decisione risalente al IV secolo del collegio dei pontefici sui dies atri che non sono neque proeliares neque puri neque comitiales. I dies puri sono dunque i dies fasti. La formula conservata da Livio ci porta dunque ad un’epoca e ad una mentalità per cui ciò che conta è il fas non lo ius.

Se, come sembra, il giuramento per Iuppiter Lapis attestato da Polibio III 25, 7 ss. per il primo trattato fra Roma e Cartagine, presupponeva lo ius fetiale, si può concludere che nel 509 a.C., al tempo dell’ultima monarchia etrusca, i riti e le formule previsti per la conclusione dei foedera e per le dichiarazioni di guerra esistevano già.

Col tempo, varianti fondamentali furono inserite nel rito – prima fra tutte quella risalente alla guerra di Pirro e ripresa da Ottaviano (Dio 50, 4, 5) che poneva il lancio dell’hasta, non in territorio nemico, ma in prossimità del tempio di Bellona (Ovid. Fasti VI 205 ss.) – e tali varianti mirarono sempre ad eliminare quei rallentamenti che la pratica rituale imponeva e che rientravano invece nella sostanza dell’atto religioso, destinato a rendere possibile fino all’ultimo un ripensamento che impedisse la guerra e a far sì che si giungesse alle armi solo quando si erano espletate tutte le vie della pace. Lo stesso significato avevano i diabateria spartani, i sacrifici imposti prima del superamento del confine per un’azione di guerra[8]: è interessante notare come popoli ritenuti fondamentalmente guerrieri, come i Romani e gli Spartani, si preoccupassero invece, soprattutto per motivi religiosi, di porre ostacoli rituali all’effettivo inizio delle ostilità[9]. Vorrei osservare – e la cosa mi sembra degna di attenzione – che la stessa preoccupazione religiosa si nota in Senofonte, che per le sue scelte personali, sembra il prototipo del militare professionista[10].

Al di là del significato pratico di certe varianti (il lancio simbolico dell’hasta nei pressi del tempio di Bellona diveniva necessario quando il nemico non era più alla distanza di pochi chilometri, ma molto lontano o, addirittura, al di là del mare) appare significativo il cambio di mentalità. Quando possiamo datare questo cambiamento?

Rembrandt van Rijn, Bellona. Olio su tela, 1633. New York, Metropolitan Museum of Art.

J. Heurgon[11], che crede alla storicità della sponsio Caudina, che ancora al tempo di Cicerone (De inv. II 91) era tema di controversie, ritiene che nel 321 varr., data tradizionale delle Forche Caudine, ci sia stato effettivamente a Roma un dibattito rivelatore del rigore giuridico con cui i Romani perseguivano il concetto di guerra giusta e del significato religioso che essi attribuivano alla fides. Io, diversamente dallo Heurgon, ritengo che la pax Caudina sia stata un foedus e non una sponsio (come scriveva giustamente Claudio Quadrigario apud. Liv. ix 5, 2) e che la sponsio sia un’invenzione della storiografia antigraccana, modellata sulla sponsio Numantina del 137, ma credo anche, d’accordo con lo Heurgon, che i Romani abbiano rispettato il foedus concluso dopo Caudio, fino alla ripresa delle operazioni in Apulia[12], posteriore alla pax Caudina di alcuni anni.

Lo stesso Heurgon (art. cit., p. 29) rileva che ancora Polibio, verso la metà del II secolo, notava che presso i Romani restava ancora una piccola traccia (Pol. XIII 3, 7 βραχὺ τι ἴχνος) dell’antico rispetto dello ius fetiale. Io credo che le osservazioni di Polibio, relative al 205 a.C., e le notizie di Livio XXXVI 3, 7 ss., relative al 191, e XLII 47, relative al 172, siano particolarmente significative per valutare l’evoluzione e la laicizzazione della mentalità dei Romani fra gli ultimi anni del III secolo e i primi decenni del II.

Polibio sta parlando della scorrettezza (XIII 3, 1 ss. κακοπραγμοσύνη) di Filippo V di Macedonia, indegna di un re, ma necessaria, secondo alcuni, nella pratica, a causa della scorrettezza «oggi prevalente» (διὰ τὴν νῦν ἐπιπολάζουσαν κακοπραγμοσύνην) ed osserva che «questi metodi erano estranei agli antichi, che erano tanto lontani dal macchinare il male nei riguardi degli amici per ingrandire il loro potere, che neppure i nemici volevano vincere con l’inganno, ritenendo che la vittoria non fosse gloriosa e sicura, se uno, combattendo apertamente, non fosse riuscito a vincere nell’anima gli avversari: per questo essi stabilirono concordemente che non si dovessero usare proiettili nascosti né armi da lancio gettate da lontano e che solo la battaglia corpo a corpo (ἐκ χειρὸς) fosse veramente decisiva. Per questo si avvertivano prima delle guerre e delle battaglie che intendevano combattere e stabilivano anche i luoghi nei quali si sarebbero schierati in campo. Ora (νῦν) invece – egli conclude – ritengono che sia proprio di uno stratego stupido agire in modo palese nelle azioni belliche». Fin qui Polibio sta parlando del mondo greco e, nominando gli archaioi, si riferisce a momenti molto antichi della tradizione militare greca: l’impegno a non usare armi da getto si riferisce alla stele di Artemide Amarinzia e alla convenzione stipulata fra Calcide ed Eretria al tempo della guerra lelantea[13]; la scelta concordata dei tempi e dei luoghi in cui combattere si riferisce a convenzioni come quella vigente fra Argo e Sparta per la Cinuria (Thuc. V 41, 2), ancora in atto nel v secolo, ma risalenti a tradizioni militari arcaiche[14]. L’uno e l’altro esempio si riferiscono alla fase iniziale della riforma oplitica e ne riflettono lo spirito, di cui troviamo un’eco, in piena età storica, nel giuramento degli efebi ateniesi. Il νῦν di Polibio si riferisce, invece, non solo al suo tempo o a quello di Filippo V, ma alla prassi militare in tutto il mondo greco nell’età classica: stratagemmi, imboscate, capacità di trarre in inganno il nemico facevano parte dell’esperienza di ogni buon generale e τὸ προφανῶς τι πράττειν nei riguardi del nemico poteva veramente essere considerato segno di inesperienza da parte di uno stratego. Il modello del generale esperto era fornito da personaggi come Temistocle e Lisandro, che erano stati maestri nell’ingannare il nemico.

T. Veturio. Denario, Roma 137 a.C. AR 3,93 gr. Obverso: Scena di giuramento, con due guerrieri che toccano una figura accovacciata con in braccio un maialino.

A questo punto Polibio passa a parlare dei Romani ed osserva che qualche «piccola traccia» dell’antico comportamento riguardo alla guerra sopravvive presso di essi (XIII 3, 7 τῆς ἀρχαίας αἱρέσεως περὶ τὰ πολεμικά): essi infatti dichiarano le guerre, raramente si servono delle imboscate e combattono la battaglia corpo a corpo (τὴν μάχην ἐκ χειρὸς ποιοῦνται). Il βραχὺ… ἴχνος dell’antico comportamento si riduce ormai alla dichiarazione preventiva della guerra e al raro ricorso alle imboscate: ma è già abbastanza, secondo Polibio, rispetto alla fin troppo diffusa scorrettezza (κακοπραγμοσύνη) ormai vigente.

Polibio riferisce le sue considerazioni al 205; qualche anno più tardi, alla vigilia della guerra siriaca, Livio (XXXVI 3, 7 ss.) riferisce l’interrogazione posta dal console M’. Acilio al collegio dei feziali, se si dovesse consegnare la dichiarazione di guerra allo stesso re Antioco o se fosse sufficiente (an satis esset) consegnarla ad uno qualsiasi dei suoi presidi e se si dovesse dichiarare guerra separatamente anche agli Etoli o se fosse necessario denunziare prima l’amicizia e l’alleanza con loro. I feziali dissero che già prima, quando si era trattato di dichiarare guerra a Filippo, essi avevano risposto (XXXI 8, 3)[15] che non c’era nessuna differenza se la dichiarazione veniva fatta a lui o a un presidio; quanto all’amicizia con gli Etoli, essa era stata già denunziata, quando gli Etoli avevano deciso di non dare soddisfazione alle richieste dei legati totiens repetentibus res; gli Etoli si erano dichiarati la guerra da soli, quando avevano occupato Demetriade, avevano assalito Calcide, avevano fatto passare Antioco in Europa contro i Romani.

Al console non resta che convocare a Brindisi per le idi di maggio le truppe per passare sull’altra sponda.

Il passo è interessante, perché rivela che, se al console restano degli scrupoli religiosi, sono proprio i feziali a dissiparli, consigliando l’azione più pratica e più rapida, senza sottostare a pastoie rituali. Certi atti divengono addirittura impliciti, come la denunzia dell’amicizia degli Etoli e la dichiarazione di guerra ad un popolo che alcuni anni prima era stato alleato dei Romani: Aetolos ultro sibi bellum indixisse.

Ancora più interessante è il secondo passo, che riguarda il 172, alla vigilia della terza guerra macedonica: Livio (XLII 47, 1 ss.) dice che tornarono a Roma dalla Macedonia gli ambasciatori, gloriandosi di aver ingannato il re con una tregua e con la speranza della pace (decepto per indutias et spem pacis rege): infatti egli era ben preparato per la guerra, mentre i Romani non avevano preparato nulla, cosicché il re avrebbe potuto occupare tutte le posizioni favorevoli, prima che l’esercito romano sbarcasse in Grecia. Grazie al tempo acquisito con la tregua, la guerra sarebbe stata più equilibrata: il re non si sarebbe preparato meglio e i Romani avrebbero iniziato le operazioni più organizzati. Inoltre avevano fatto in modo con sottile abilità (arte), che i Beoti non potessero unirsi alla Macedonia. La maggioranza del Senato approvò questo comportamento; solo i veteres et moris antiqui memores dichiararono di non riconoscere in quella ambasceria Romanas artes. E qui Livio oppone (47, 5-7) il vecchio modello di comportamento al nuovo: non per insidias et nocturna proelia, nec simulatam fugam improvisosque ad incautum hostem reditus, nec ut astu magis quam vera virtute gloriarentur, bella maiores gesisse: indicere prius quam gerere solitos bella, denuntiare etiam interdum pugnam et locum finire, in quo dimicaturi essent.

Dopo il ricordo della denunzia del medico di Pirro e del maestro falisco, Livio continua: ibi 7-8, religionis haec Romanae esse, non versutiarum Punicarum neque calliditatis Graecae, apud quos fallere hostem quam vi superare gloriosius fuerit. Interdum in praesens tempus plus profici dolo quam virtute; sed cuius demum animum in perpetuum vinci, cuius confessio expressa sit se neque arte neque casu, sed collatis comminus viribus iusto ac pio esse bello superatum.

Livio conclude dicendo che vinse quella parte del Senato cui potior utilis quam honesti cura erat e che si mandarono in Grecia delle quinqueremi per fare tutto quello che fosse sembrato e re publica.

Battaglia tra Romani e Germani. Bassorilievo, marmo proconnesio, 251-252 d.C., dal sarcofago «Grande Ludovisi». Roma, Museo di P.zzo Altemps.

Il passo di Livio è molto significativo: alcuni punti del dibattito dipendono certamente dalla rielaborazione che Livio stesso o la sua fonte annalistica dettero della vicenda: tali sono il tipico confronto fra la religio romana e la ingannevole astuzia dei Punici e dei Greci; tali sono soprattutto gli exempla del medico di Pirro e del maestro di Faleri; ma la scelta per il luogo per la battaglia, la nobiltà del combattere comminus, la vittoria che si riporta nell’animo dei nemici (animum vinci), vincendo neque arte neque casu, ma in una battaglia campale collatis viribus, sembrano la traduzione del passo che abbiamo già letto in Polibio e potrebbero riflettere il modo con cui Polibio (da cui Livio spesso dipende) riferiva il dibattito. Ma ciò che mi pare più importante è che questo modello di comportamento è ispirato dalla religio Romana ed è l’unico che può rendere il bellum iustum ac pium. Ciò che i moris antiqui memores esigevano erano il rispetto di norme religiose, che ormai, anche a Roma, non venivano più rispettate, non di norme puramente formali[16].

Gli anni in cui Polibio scrive sono di poco posteriori a quelli a cui il dibattito si riferisce e lo scontro fra la nova ac nimis callida sapientia (Liv. XLII 47, 9)[17] e i moris antiqui memores si verifica sotto i suoi occhi: egli è il testimone di quella ‘piccola traccia’ di rigore giuridico e di profonda attenzione al fatto religioso che coglie ancora viva nel 205. L’eco polibiana in Livio diventa in questo caso la preziosa testimonianza di una fonte contemporanea agli avvenimenti, la testimonianza di una mentalità che verso la metà del II secolo a.C., sopravviveva ancora in una minoranza a Roma.

Dalle osservazioni di Polibio sulle vicende del 205, relative al periodo della prima guerra macedonica, all’approvazione dell’ambasceria del 172, lodata per aver ingannato con una tregua Perseo, attraverso la disinvolta risposta dei feziali agli scrupoli del console, cogliamo l’evoluzione del costume romano di fronte alla guerra nel periodo che va dagli anni finali della ii guerra punica allo scontro vittorioso con le grandi potenze ellenistiche: in questi anni, a contatto con il mondo punico e col mondo greco, l’atteggiamento romano di fronte alla guerra si laicizza e il richiamo al fattore religioso si riduce sempre più ad un rispetto formale, al mantenimento di certi riti e di certe formule, che hanno perduto ormai il loro senso originario.

L’utile vale più dell’honestum e la suprema moralità diventa fare tutto «secondo gli interessi dello Stato» (e republica). Il ricordo di un bellum iustum ac pium resta fissato nelle formule che Augusto cercherà di restaurare, ma per la coscienza pubblica e per la propaganda è più che sufficiente che il bellum sia (o almeno appaia) iustum.

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[1] Cic. Inv. II 23, 70; Rep. II 31; Liv. III 25, 3; XXXIII 29, 8-9; XLII 47, 8; Suet. Galb. 10, 4; Flor. Ep. I 84.

[2] Sui Feziali, v. E. Samter, s.v. Fetiales, in RE, VI (1909) col. 2259 ss.; P. Catalano, Linee del sistema sovranazionale romano, I, Roma 1965, pp. 43 ss. Sull’antichità dello ius fetiale, v. J. Heurgon, La guerre romaine aux IV-III siècles, in J.P. Brisson, Problèmes de la guerre à Rome, Paris 1969, p. 28 ; G. Luraschi, s.v. foedus, in Enc. Virgiliana, II (1985), p. 546, secondo cui lo ius fetiale affonda le sue radici nella preistoria italica. Sul bellum iustum, v. ora E.S. Ramage, The bellum iustum in Caesar’s de bello gallico, «Athenaeum», 89 (2001), pp. 145 ss., che studia l’importanza del concetto nella propaganda cesariana.

[3] Ch. Saulnier, Le rôle des prêtes fetiaux et l’application du ius fetiale à Rome, «Revue historique de droit français et étranger», 58 (1980), pp. 171 ss.

[4] A. Magdelain, Essai sur les origines de la sponsio, Paris 1943, pp. 24 ss. ; Sauliner, La rôle des prêtes fetiaux, pp. 172-173 ; sul giuramento per Iuppiter Lapis, v. A. Valvo, Fides, foedus, Iovem lapidem iurare, in CISA 18, Milano 1992, pp. 115 ss.

[5] Sulla tradizione relativa a Ferter Resius, v. ora L. Cappelletti, Il giuramento degli italici, ZPE, 127 (1999), pp. 89 ss. (con bibliografia).

[6] Per l’accostamento, caratteristico del giuramento per Iuppiter Lapis, alla sanzione che la dottrina etrusca di Tages prevedeva per gli spergiuri, v. Valvo, Fides, foedus, Iovem e Id., Modalità del giuramento romano, in Federazioni e federalismo nell’Europa antica, Milano 1994, p. 381.

[7] La formula pronunziata per la dichiarazione di guerra dopo il lancio dell’hasta nel territorio nemico è pressoché identica in Liv. I 32, 13 per la dichiarazione ai Prisci Latini e nel De re militari di Cincio, citato da Gellio, Noct. Att. XVI 4, 1, per la guerra agli Hermunduli.

[8] Per i diabateria spartani v. P.F. Butti de Lima, Sui sacrifici spartani ai confini, CISA 13, Milano 1987, pp. 102 ss.

[9] Sull’impostazione fondamentalmente pacifica dell’uomo romano, rivelata dall’iniziazione alla legge e non alle armi nel raggiungimento della maggiore età, simboleggiata dall’assunzione della toga, v. G. Amiotti, Religione e politica nell’iniziazione romana, CISA 7, Milano 1981, pp. 131 ss. e Ead., Romani, gens togata, CISA 13, Milano 1992, pp. 127 ss.

[10] Sull’importanza del rispetto dei giuramenti in Senofonte e sulla condanna della guerra non difensiva v. M. Sordi, Religione e guerra nel pensiero di Senofonte, CISA 27, Milano 2001, pp. 37 ss.

[11] Heurgon, La guerre romaine, pp. 30 s.

[12] M. Sordi, Roma e i Sanniti nel IV sec. a.C., Bologna 1969, pp. 34 ss. Io credo che la sconfitta romana spetti al 330 a.C. e la ripresa delle ostilità al 323 a.C. Sul problema v. ora G. Urso, La lex Poetelia Papiria de nexis e la data della battaglia di Caudio, RIL, CXXX, 1996, pp. 113 ss.; Id., Le Forche Caudine, CISA 23, Milano 1997, pp. 236 ss.

[13] Per la guerra lelantea e la stele nel tempio di Artemide Amarinzia, v. M. Sordi, La lega tessala, Roma 1958, p. 44. Sul problema, v. ora L. Antonelli, Κερκυραικά, Roma 2000, p. 25.

[14] Per questo tipo di combattimenti, v. G. Daverio Rocchi, Promachoi ed epilektoi, CISA 16, Milano 1990, pp. 13 ss. (in part. p. 30).

[15] Liv. XXXI 8, 3, Fetiales decreverunt utrum eorum fecisset, recte facturum. Il Senato preferì mandare la dichiarazione di guerra al re.

[16] Come pensa, ma riferendosi a Cicerone, L. Loreto, Il bellum iustum e i suoi equivoci, Napoli 2001, pp. 2-3.

[17] Su questo passo, v. G. Zecchini, Polybios zwischen metus hostilis und nova sapientia, «Tyche», 10 (1995), pp. 223 ss.

Le magistrature romane

in M. Kaser, Storia del diritto romano, I. L’età contadina. § 8 Le cariche statali, Milano 1967, pp. 30-39.

I magistrati (da magis) sono organi mediante i quali lo Stato romano (populus Romanus)[1] compie atti giuridici. La parola magistratus  esprime la posizione superiore ed indica sia la carica come istituzione, sia colui che personalmente la ricopre. Il nome honor caratterizza la carica come onore per colui che è stato prescelto.

Angus McBride, Il console
Un console (consul) in tenuta da campagna, con il suo seguito di scribae e lictores. Illustrazione di A. McBride.

 

Dalle magistrature romane noi dobbiamo tener lontana ogni rappresentazione del nostro moderno stato burocratico. La carica statale romana non costituisce un impiego, per il quale si viene preparati in maniera professionale e dal quale si ricava il proprio sostentamento, ma rappresenta una sfera di attività politica, nella quale si è chiamati dalla fiducia della classe dominante, per la propria capacità di uomini di Stato. I magistrati non sono perciò da confrontare con i nostri funzionari, bensì piuttosto con i ministri, che vengono parimenti nominati per considerazioni di ordine politico. Non è richiesta la prova di una particolare istruzione professionale o di una conoscenza professionale acquisita nella pratica. Per la conoscenza professionale provvede il consilium, la cerchia di consiglieri esperti, liberamente scelti, che vengono consultati per l’adempimento dei doveri della carica. Come gli attuali ministri, anche i magistrati romani sono di norma confermati con delibera popolare, più tardi eletti, e badano alla sfera dei loro compiti con potere decisionale autonomo. Per la loro attività ricevono sì, un rimborso delle spese, ma non uno stipendio; in più di un caso, anzi, essi debbono utilizzare il loro patrimonio privato per sopportare gli oneri economici della carica, talora rilevanti.

Ciò che distingue inoltre le magistrature dalle istituzioni del moderno stato burocratico è la mancanza di una procedura per gradi gerarchici, il che si spiega con l’ordine di grandezza dello Stato-città. Il magistrato decide sempre in maniera definitiva; la sua competenza all’interno della sfera dei suoi compiti non è limitata né per territorio né per materia. Ai magistrati repubblicani manca anche il dicastero, l’apparato di impiegati subalterni. Ci sono, sì, degli impiegati di sottordine (apparitores) come dipendenti statali retribuiti, che eseguono gli ordini dei magistrati: innanzitutto scrivani (scribae), i quali, svolgendo il loro compito per molti anni, si appropriano della tecnica della prassi amministrativa e contribuiscono perciò all’uniformità nella gestione degli affari, poi lictores, identificabili con una specie di polizia amministrativa e giudiziaria, araldi (praecones), messaggeri (viatores) ed altri. Ma essi non hanno alcun potere decisionale e, in quanto meri organi esecutivi, non godono di un’elevata considerazione sociale. L’organizzazione dello Stato moderno, per cui gli impiegati più elevati in grado debbono, con maggiore o minore autonomia, trattare gli affari di loro competenza secondo le direttive del ministro o di altri funzionari più elevati è sconosciuta. Il magistrato decide sempre da solo. Al maggior peso che l’ampliamento dei compiti d’ufficio porta con sé, si sopperisce o aumentando i posti di pari grado, oppure ricorrendo a cariche speciali.

Magistrato intento al census (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall_Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Musée du Louvre
Scena del census (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.

 

Il contenuto del potere magistratuale (potestas) fu all’origine della Repubblica più vasto che in seguito, poiché dalla carica suprema (ricoperta con più di una persona) vennero tolte gradualmente alcune sfere di competenza, affidate a speciali magistrati di rango minore. […] Solo dal 367 a.C., con la legislazione licinia-sestia, l’organizzazione della magistratura più elevata assunse una struttura stabile. Dopo questa data il potere supremo, qualificato come imperium, appartenne ai due consoli – uno dei quali poteva d’ora innanzi essere eletto fra i plebei – ed inoltre, come terzo magistrato di rango inferiore, al pretore. In momenti di necessità poteva tuttavia essere nominato un dittatore come magistrato straordinario, con ampia pienezza di poteri.

L’imperium comprende accanto al supremo comando militare, da cui deriva il concetto, un potere disciplinare di polizia (coercitio), cioè la capacità di emanare ordine e divieti, con la minaccia di mezzi di coazione per coloro che non obbediscono. Come mezzi disciplinari, stanno a disposizione dei titolari dell’imperium non solo il pignoramento (pignoris capio) e la multa in denaro (multa), ma anche il carcere (vincula) e la flagellazione (verbera), e perfino il supplizio capitale. Come simbolo di questo potere disciplinare, davanti ai titolari di imperium vengono portati dai littori i fasci di verghe (fasces), nei quali, nei luoghi in cui i magistrati hanno il potere di vita e di morte, sono inserite le scuri (secures).

Statua di personaggio loricato. Marmo pario, II sec. d.C. dalla Basilica Iulia. Corinto, Museo Archeologico Nazionale
Statua di personaggio loricato. Marmo pario, II sec. d.C. dalla Basilica Iulia. Corinto, Museo Archeologico Nazionale.

Con l’imperium è poi collegata la giurisdizione (iurisdictio). I magistratus cum imperio potevano altresì presentare proposte (specialmente per leggi ed elezioni), davanti all’assemblea popolare (ius agendi cum populo); portare oggetti per la trattazione davanti al senato (ius referendi ad senatum); pubblicare notificazioni generali o particolari (ius edicendi). Essi (con il consenso del senato) potevano nominare determinati magistrati, come, all’inizio, il successore o un collega nella carica. Spettavano infine loro determinati diritti onorifici.

La potestas dei magistrati inferiori (senza imperium) conferisce ad essi anche un potere di coercizione, il quale, però, comprende solo la multa ed il pignoramento. Degli altri diritti sopra elencati, ad alcuni di costoro spettava uno ius edicendi.

Una caratteristica limitazione del potere coercitivo, per quanto riguarda il corpo e la vita, si è formata con il diritto di provocatio. Se un magistrato fornito d’imperio, senza che vi fosse stata in precedenza una sentenza giudiziale di morte, avesse ordinato l’esecuzione di un cittadino romano maschio, all’interno del territorio statale, questi poteva provocare ad populum, “appellarsi al popolo”. Ciò viene attestato già per l’epoca monarchica nei confronti della decisione dei duoviri perduellionis per un crimine che offendesse lo Stato: è tuttavia più verosimile che la provocatio risalga solo alla lotta patrizio-plebea, allorché un plebeo, il quale era stato minacciato di morte da un magistrato patrizio, poteva chiamare in soccorso la massa della plebe. Se questa aderiva in maniera dimostrativa all’invocazione d’aiuto, il magistrato non si sarà arrischiato facilmente a non tenerne conto. A questo stadio perciò la provocatio era ancora un atto politico, non giuridico.

Koson di Tracia. Statere, Au 8, 37 gr., Skythia. D - KOΣΩN, un console romano accompagnato da due littori in cammino verso sinistra
Koson di Tracia. Statere, Au 8, 37 gr., Skythia. Recto: KOΣΩN; un console romano accompagnato da due littori.

 

Con il tempo, la provocatio fu istituzionalizzata come meccanismo stabile di un appello al popolo, contro la minaccia di una pena da parte di un magistrato. Ne testimonia espressamente la lex Valeria de provocatione del 300 a.C. (le leggi antecedenti dallo stesso nome, del 504 e 445, non sono credibili). Che non ci sia pervenuta nemmeno una decisione dei comizi su un caso del genere, si potrà spiegare con la circostanza che la lex Valeria biasimava come improbe factum l’esecuzione del cittadino senza previa condanna giudiziale. Da ciò si trasse verosimilmente la conseguenza che un magistrato, il quale avesse ordinato l’esecuzione di uno che non era stato condannato, poteva essere accusato davanti ai comizi per violazione del suo dovere di ufficio e, per effetto di questa minaccia, i magistrati avranno eseguito, d’ora in poi, le pene più gravi, solo quando l’autore fosse stato dichiarato colpevole di un procedimento giudiziario.

Il diritto di provocatio vale solo domi (nel territorio della città), non militiae (sul campo di guerra – cioè fuori dai confini della città – dove il magistrato compare come generale); esso è inoltre negato alle donne, agli stranieri ed agli schiavi. Ma anche nel territorio della città la provocatio è esclusa quando viene istituito un dittatore, poiché allora esiste una sorta di stato d’assedio. Le leges Porciae del 198-195 vietarono anche la fustigazione di cittadini ed estesero inoltre la provocatio al terreno di guerra. Più tardi ancora fu concesso tale diritto persino agli stranieri.

Dalle limitazioni delle magistrature attraverso l’annualità e la collegialità si è già fatto cenno[2]. La durata della carica corrisponde normalmente all’anno civile; in seguito fu accordato in via eccezionale un prolungamento (prorogatio), specialmente ai generali in caso di guerra […].

M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 54 a.C. Roma. V - BRVTVS in ex, il console fra due littori preceduti da un accensus, in processione verso sinistra
M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 54 a.C. Roma. Verso: Brutus. Un magistrato scortato da due littori e preceduto da un accensus.

 

La collegialità, per quanto riguarda i due consoli e, spesso, anche in altri casi, è una collegialità di pari rango (ossia perfetta) e si fonda sull’idea che ogni titolare della carica è parificato all’altro per tutta la sfera dei compiti, senza cioè una delimitazione oggettiva. Ogni magistrato ha il pieno potere connesso con la sua carica, il quale viene tuttavia limitato dal potere contenutisticamente eguale dell’altro (un rapporto analogo si ha nell’antica comunione romana ercto non cito del diritto privato).

In caso di conflitto, interviene il diritto d’intercessio: l’ordine non ancora eseguito di un magistrato può essere paralizzato da ogni altro magistrato, di grado pari o superiore, per mezzo della sua frapposizione (intercedere), ossia per mezzo del suo divieto (veto). Praticamente si giunse con ciò al risultato che i colleghi nella carica doveva accordarsi sullo svolgimento dei loro doveri d’ufficio, per lo più dividendosi i compiti d’accordo, oppure mediante sorteggio. Per il consolato, si è d’abitudine cambiata la guida suprema negli affari civili ogni mese ed il comando supremo negli affari militari persino ogni giorno, a meno che ogni console non avesse da condurre un proprio esercito. I seri conflitti che potevano derivare da questo sistema sono però evidenti.

I magistrati ordinari sono insediati, inizialmente, mediante nomina (creatio) da parte del predecessore, ma già dal V secolo mediante elezione popolare nei comizi;  questa è tuttavia fortemente limitata, fino al III secolo, dal fatto che il popolo può solo votare sui candidati presentati dal proponente. Grazie a questa precedente elezione, la connessa attribuzione dell’imperium con la lex de imperio diviene una mera formalità.

Angus McBride, Catone il Censore.
Personaggio togato. Illustrazione di A. McBride.

L’ammissione alle cariche statali non richiede in genere giuridicamente nient’altro che pieno diritto di cittadinanza, età maggiore, sesso maschile e integrità. La limitazione ai patrizi e, più tardi, alla nobiltà patrizio-plebea dipende da una pura situazione di forza. Nella prassi si è affermato poi un determinato ordine di successione nelle cariche (cursus honorum), nonché il rispetto di un intervallo di tempo fra le cariche stesse, onde poter sottoporre chi era stato magistrato al rendiconto. L’iterazione di una carica veniva resa difficile. Una lex Villia annalis del 180 a.C. previde il seguente ordine di successione: questura, edilità (o tribunato della plebe), pretura e consolato. Nella prima metà del I secolo a.C. si diveniva edile al più preso a 37 anni, pretore a 40, console a 43.

Diamo ora uno sguardo alle magistrature della Repubblica avanzata, individualmente[3].

I consoli sono, almeno dopo il 367, i supremi magistrati ordinari; essi hanno un imperium maius nei confronti di tutti i magistrati ordinari, ai quali possono quindi opporre l’intercessio. Il loro numero di due è sempre stato tenuto fermo. La loro potestà, che abbraccia ogni campo, viene alleggerita con la creazione di nuove cariche; rimane tuttavia in ogni tempo ai consoli la condotta della politica estera e interna, e con ciò un elevato potere di polizia, oltreché il supremo comando militare. Al pretore essi cedono invece l’esercizio della giurisdizione, conservando solo una giurisdizione straordinaria, nonché una giurisdizione “volontaria” nelle cause civili.

Il pretore, il cui nome risale ai più antichi titolari del supremo potere repubblicano[4], è istituito nel 367 per la giurisdizione ordinaria, tanto nelle cause penali che civili. Rispetto ai consoli, egli ha un imperium minus; è però costituzionalmente competente come loro rappresentante, specie quando essi sono assenti dalla città, che egli, per conto suo, non può lasciare più a lungo di 10 giorni. Nel 242 il pretore riceve un collega nella carica, ma i compiti vengono ora divisi, essendo il praetor urbanus destinato ai processi fra cittadini ed il praetor peregrinus a quelli fra cittadini e stranieri o fra questi ultimi […].

Due personaggi togati (forse magistrati). Statuetta, bronzo, I sec. d.C. Getty Museum
Coppia di personaggi togati (forse magistrati). Statuetta, bronzo, I sec. d.C. Getty Museum.

Con la magistratura straordinaria del dittatore o magister populi (come comandante della fanteria), anche la costituzione consolare ritorna eccezionalmente, in tempi di necessità, all’autorità di uno solo. In caso di pericolo esterno o interno per lo Stato, un console (o un tribuno consolare), d’accordo con il senato, ma senza bisogno di interrogare il popolo, può nominare un dictator, il quale è anteposto a tutte le magistrature ordinarie e, anche nel territorio della città, ha le competenze del comandante dell’esercito in zona di guerra; contro le sue decisioni ed ordinanze non c’è provocatio ad populumintercessio. L’istituzione del dittatore in caso di torbidi interni significa lo stato d’assedio per ristabilire l’ordine. Affinché la dittatura non si trasformi in monarchia, essa è doppiamente limitata: temporalmente, a sei mesi, in corrispondenza alle necessità della campagna estiva, e, funzionalmente, attraverso l’obbligo del dittatore di nominare come collega minor un comandante della cavalleria (magister equitum).

Una magistratura ordinaria, ma non ricoperta in modo permanente, è quella del censore, che, secondo la tradizione, fu distaccata nel 443, ma forse in realtà solo nel 366, dalla carica suprema. Certamente già nella più antica Repubblica fu introdotto, per la divisione della cittadinanza nelle classi della popolazione e nelle tribù, il census, un’assemblea di cittadini tenuta ogni cinque anni (ogni lustrum), al fine di controllare la persona di ogni pater familias romano, la sua famiglia, i suoi clienti e i suoi schiavi, le sue armi e il suo patrimonio. Scopo di questo controllo era quello di constatare la sua capacità militare e di stabilire, in conseguenza, il suo inquadramento nelle strutture dello Stato e il suo onere tributario. In occasione di questa rassegna dell’esercito e delle armi, i cittadini che nel lustrum trascorso avessero mancato contro le buone usanze degli avi (il mos maiorum) potevano essere rimossi dal senato o dal ceto equestre, essere trasferiti in una tribù meno ragguardevole (tribu movere), od anche essere sanzionati pubblicamente, mediante una semplice annotazione nella lista dei cittadini (nota censoria). Da qui si sviluppò una sorta di potere punitivo censorio, che peraltro, distinguendosi a questo riguardo fra diritto (ius) e costume (mos), non fu configurato come giurisdizionale. Le misure censorie hanno comunque influenzato anche lo sviluppo del diritto e hanno in particolare contribuito notevolmente alla lotta contro il comportamento antisociale, rappresentato dall’abuso del potere familiare e della proprietà privata.

Ai censori, all’incirca dal 312 (lex Ovinia), appartenne anche la  nomina dei senatori (lectio senatus). Insieme alla stima delle imposte, spettavano inoltre ad essi la formazione del bilancio statale, la conclusione dei contratti dello Stato con singole persone per l’esecuzione di lavori pubblici, la concessione in appalto della riscossione delle imposte, nonché l’affitto delle terre demaniali.

Il cosiddetto «Arringatore». Statua, bronzo, fine II-inizi I sec. a.C., da Perugia. Firenze, Museo Archeologico Nazionale.
Il cosiddetto «Arringatore». Statua, bronzo, fine II-inizi I sec. a.C., da Perugia. Firenze, Museo Archeologico Nazionale.

I due censori non avevano imperium, ma erano di regola sottratti all’intercessio e perciò alle intromissioni dei supremi magistrati ordinari. La loro carica, che incideva profondamente nella vita pubblica e privata, veniva considerata come la più onorifica, e, dopo il III secolo, fu ricoperta quasi esclusivamente con ex-consoli. I censori erano eletti dal popolo, ogni cinque anni, per il periodo massimo di diciotto mesi. Quando la carica non era coperta, i loro compiti ricadevano sui consoli.

Al modello di organi plebei rimontano gli aediles curules, che, dal 367, sono insediati in numero di due per la sorveglianza sui mercati (i quali si tengono nel recinto dei templi). Oltre ad un potere di polizia, essi hanno anche una limitata giurisdizione e siedono perciò sulla sella curulis.

I questori, come amministratori della cassa statale, erano forse, all’origine, degli ausiliari nominati dai consoli. Dal 447 sono eletti dal popolo, dapprima in numero di due, poi di quattro e, dopo il 267, di otto. Essi non hanno manifestamente nulla a che fare con i quaestores parricidii dell’epoca antica[5].

[…]

I tribuni della plebe, tribuni plebi(s), così denominati probabilmente in contrapposizione ai tribuni militum, sono gli organi di guida  e di protezione dei plebei; dapprima due, vengono in seguito aumentati e dal 449 sono stabilmente dieci. Essi sono eletti dall’assemblea della plebe, la convocano e la presiedono.

Accanto a compiti di amministrazione interna, per la quale spettava ad essi un potere penale e di polizia sui plebei, il loro compito più antico fu il diritto di soccorso (ius auxilii), ossia la protezione dei singoli plebei contro i provvedimenti dei magistrati. I tribuni lo esercitarono dapprima mediante semplice rimostranza, ma ben presto mediante il diritto di intercessio (ius interdicendi), con il “frapporsi” cioè fra il littore che eseguiva l’ordine e il plebeo minacciato. Con questo diritto d’opposizione – un singolare corpo estraneo nella costituzione romana, altrimenti così rigidamente fondata sul principio dell’autorità magistratuale – essi potevano mandare a vuoto gli ordini di tutti i magistrati e perfino dei consoli, tranne che del dittatore. Quest’arma dette loro il potere, non solo di prevenire gli atti di arbitrio contro i singoli plebei, ma, a poco a poco, d’intervenire con efficacia paralizzante in tutta quanta la politica dei magistrati, e, dopo il IV secolo, d’impedire perfino le proposte di delibera popolare.

I tribuni erano intangibili (sacrosancti): ogni turbativa all’esercizio dei loro doveri, anche una semplice interruzione durante un pubblico discorso, era passibile di morte. Ciò discendeva da un giuramento collettivo (una lex sacrata), vincolante anche per gli eredi, con cui i plebei avevano giurato di uccidere chiunque avesse disatteso il divieto.

[…].

 

Iscrizione riportante i 'Fasti triumphales' (CIL I2, p. 47 = Inscr. It., XIII, 1), dettaglio con i trionfi della I Guerra punica
Dettaglio dei Fasti triumphales (CIL I2, p. 47 = Inscr. It., XIII, 1) con i trionfi della Prima guerra punica.

 

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[1] Nei primi tempi della sua storia, Roma era soltanto una di quelle piccole formazioni statali, che si trovano in gran numero in Italia, così come in Grecia. I Romani la chiamavano civitas, il che indica una comunità sovrana (indipendente verso l’esterno) ed autonoma (che si regge da sola) di cittadini liberi su di un territorio delimitato, confrontabile – nonostante la diversa atmosfera – con la πόλις greca; ovvero anche populus, intendendo per popolo la comunità dei cittadini atti alle armi o, ciò che vi coincide, il comune politico dello Stato popolare. Da qui si sviluppa in seguito il concetto di res publica (= poplica), la “cosa del popolo” (cfr. Cic., Rep. I 25: est igitur… res publica res populi), l’unità statale in contrapposizione all’unità familiare (familia), alla quale ultima viene aggiunto l’attributo di privatus (da privus = “singolo”; cfr. res privata, res familiaris = “patrimonio familiare”). Lo Stato romano è, in tal modo, individuato principalmente in maniera personale: esso viene pensato come una cosa sola con il legittimo popolo dello Stato (la sua denominazione ufficiale è, tuttavia, senatus populusque Romanus = S.P.Q.R., dove accanto al popolo è menzionato anche il senato). Per queste antiche comunità noi possiamo parlare di uno “Stato comunale”, poiché l’insieme dei cittadini di diritto determina sostanzialmente da se stesso il proprio destino politico [ibid. pp. 20 -21].

[2] Per impedire una troppo grossa concentrazione di ampio potere politico e militare in una sola mano, si circoscrive tuttavia questo potere in tre modi: esso viene limitato nel tempo, per lo più ad un anno (annualità); della carica vengono investiti più titolari che possono essere l’un l’altro su un piano di parità oppure di subordinazione (collegialità perfetta o imperfetta); ogni titolare della carica può essere reso responsabile, a causa della sua condotta nella medesima, in un processo civile o penale, ciò che avviene di solito dopo il termine, ma può avvenire anche, dinanzi ad un magistrato di rango più elevato, durante il periodo di carica [ibid. p. 28].

[3] Nel corso del tempo si sono istituite una serie di cariche speciali per specifici ambiti di competenze (censura, questura, ecc.), al fine di alleggerire la carica suprema, dato il costante aumento degli affari dello Stato [ibid. p. 28]

[4] Chi avesse all’origine della Repubblica la guida dello Stato è pertanto discutibile: forse due o eventualmente tre magistrati che erano qualificati praetores o iudices, e dai quali era tratto uno come praetor maximus, come cioè il più potente o, forse, anche soltanto come il più vecchio. Nel nome praetor (da praeire = “camminare davanti”) si esprime il comando militare; in iudex (qui nel senso di organo giusdicente, qui ius dicit, come in seguito, di giudice che emana sentenza) l’attività giurisdizionale [ibid. pp. 29-30].

[5] Il delitto concernente l’uccisione di un libero (parricidium), era all’inizio lasciato alla vendetta di sangue dei più vicini parenti. In proposito già una supposta legge regia ha limitato l’assassinio al fatto intenzionale (si qui hominem liberum dolo sciens morti duit, paricidas esto, Fest. p. 247 Lindsay). Per il caso contrario, che “l’arma sia più uscita di mano che scagliata” (si telum manu fugit magis quam iecit), una norma attribuita alle XII tavole, ma forse più antica, consente la liberazione dell’autore con la consegna, al suo posto, di un montone al gruppo familiare dell’offeso (“capro espiatorio”). Oltre a ciò, per la vendetta di sangue, si giunge già al punto che il fatto deve prima essere accertato giudizialmente (con la cooperazione dei quaestores parricidii): chi uccide uno che non è stato condannato è trattato egli stesso come assassino [ibid. p. 66]. È dubbio se i quaestores parricidii avessero da “investigare” (quaerere), come magistrati o come giurati, sugli assassinii e, nel caso, da decidere in proposito. Fino ad oggi, per i reati capitali si pensava o ad una giurisdizione dei ricordati questori (delegati dai consoli), in cui la sentenza, su appello del condannato per mezzo della provocatio ad popolum, veniva riesaminata dall’assemblea popolare (così Th. Mommsen, Römisches Staatsrecht III 2, Leipzig 18883), o ad un’autonoma giurisdizione comiziale su semplice accusa di tali questori (così C.H. Brecht, Perduellio, Müncher Beitr. Zur Papyrusforschung 29, 1938). In contrasto a ciò, è stata da ultimo propugnata la tesi che la persecuzione sia rimasta, anche in seguito, privata, introducendo gli agnati il processo presso il pretore, come in caso di processo civile, e insediando costui una corte di giurati, che decideva sulla questione della colpevolezza (così W. Kunkel, Untersuchungen zur Entwicklung des römischen Kriminalverfahrens in vorsullanischer Zeit, München 1962) [ibid. pp. 126 s.].

Il caso dei libelli deciani

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 101-106.

Alla metà del III secolo i rapporti fra l’Impero romano e il Cristianesimo subirono un improvviso peggioramento a causa dell’opera dell’imperatore Decio, sotto il quale si ebbe la prima persecuzione generale e sistematica. Appena giunto al trono alla fine del 249, d’accordo col Senato, e forse con la collaborazione di P. Licinio Valeriano, il futuro imperatore, Decio emanò un editto, nel quale si chiedeva una dimostrazione di lealismo a tutti i singoli membri del corpo cittadino romano, enormemente dilatato dalla costituzione antoniniana de civitate (212). Questa dimostrazione di lealismo doveva consistere in una prova di rispetto del culto tradizionale e del culto imperiale, che ciascuno doveva fornire prestando un atto rituale (incenso, libagione, gustazione della sacra vivanda dei sacrifici) davanti ad una commissione locale appositamente costituita a questo scopo in tutte le parti dell’Impero. Chi prestava l’atto di ossequio era munito di un libellus attestante il compimento dell’atto, e risultava così in regola con l’editto imperiale.
Il giudizio sul gesto di Decio è ora più realistico e benevolo che nei tempi passati, volendosi vedere in esso un tentativo di ricostituzione dell’unità spirituale dell’Impero, quale base dell’unità materiale e garanzia dell’efficacia nella difesa contro i nemici esterni. L’iniziativa era, in fondo, sulla linea tradizionale degli interventi a salvaguardia della sicurezza. Solo che con l’aumento dell’assolutismo imperiale e con il perfezionamento dell’amministrazione, risultò assai maggiore che in passato la capacità di raggiungere capillarmente i singoli attraverso appunto gli organi amministrativi, e l’efficacia dell’editto imperiale fu estesa e pronta, sì che questa persecuzione, pur breve (durò pochi mesi del 250), apparve subito ai contemporanei sia cristiani (Origene, S. Dionigi di Alessandria, S. Cipriano) che pagani (Porfirio) come la prima grande persecuzione del nome cristiano.
Che fosse una persecuzione specifica contro i Cristiani, parve pacifico ai contemporanei. Ciò perché in pratica i cristiani soli dovettero soffrire persecuzione, in quanto la richiesta di lealismo pagano poteva presentarsi come drammatico dilemma soltanto alla coscienza dei cristiani, posti nella necessità di scegliere fra l’apostasia e la rappresaglia. Si credette così a lungo che l’editto di Decio fosse un editto promulgato esplicitamente e nominatamente contro i cristiani. L’antichità non ci ha trasmesso, d’altra parte, il testo dell’editto. Un dotto francese del sec. XVII, il Médon, finse di averlo trovato, e lo pubblicò a Tolosa nel 1664 (Decii imp. edictum adversus Christianos). Era una falsificazione su elementi tratti da fonti antiche, specialmente dagli atti dei martiri. Eppure già prima scrittori ecclesiastici di grande valore, fra i quali il cardinale Cesare Baronio (fine ‘500), avevano cominciato a sospettare, in base a quello che le fonti antiche dicevano circa i libelli, che l’editto di Decio non poteva essere stato emanato specificamente ed esclusivamente contro i Cristiani, ma che doveva essere un editto generale e generico, per tutti i cives Romani. Praticamente si sarà proceduto, è stato supposto, in base alle liste del censo.
Si trattò dunque di un’enorme setacciatura di tutti i cittadini dell’Impero. Molti cristiani non apostatarono e confessarono la fede; si ebbero gloriosi casi di martirio specialmente fra i vescovi, i più colpiti a causa della lotta particolarmente violenta contro il proselitismo: S. Fabiano, il vescovo di Roma, martirizzato il 20 gennaio 250, S. Dionigi di Parigi, S. Saturnino di Tolosa furono tra le vittime più illustri. Ma la grande massa non trovò difficoltà a fare quello che l’imperatore voleva, e non solo i pagani, ma anche i cristiani si adattarono. S. Cipriano parla del lassismo che tanti anni di pace avevano introdotto nella comunità cristiana. Questi cristiani apostati si chiamarono lapsi, distinti in categorie secondo la gravità dell’atto di apostasia (i thurificati, i sacrificati, i semplici libellatici), e il loro trattamento provocò controversie tali da condurre allo scisma di Novaziano. È noto che molti si erano procurati il libellus anche senza far il sacrificio richiesto, per via di favore e di raccomandazione, o con denaro. Certe commissioni addette al controllo dell’atto di culto dovettero fare affari d’oro.

Ritratto di Decio. Marmo, 249 d.C. ca. Roma, Musei capitolini.

Ci si chiede se documenti contemporanei confermano la genericità ed universalità dell’editto di Decio. La risposta è affermativa. Fino al 1893 non si conoscevano esemplari di libelli, ma da tale anno ne sono divenuti noti ben 43, conservati in papiri: in parte sono stati pubblicati dal Leclercq in Cabrol-Leclercq, Dictionnaire d’Archéologie Chrétienne et de Liturgie, IV cc. 317-330 (1916), IX cc. 80-85 (1929) e XIII cc. 1402-1405 (1937), cfr. V cc. 1067-1080 (1922), sui lapsi, e altri sono sparsi nelle pubblicazioni papirologiche (da segnalare i due bellissimi per conservazione in «Michigan Papyri», III, 1936, nr. 157 e 158). Naturalmente questi documenti papiracei riguardano l’Egitto, ma la testimonianza in questo caso serve per il resto dell’Impero. I libelli noti si raccolgono tutti fra le date 12 giugno-14 luglio 250, ma con una caratteristica concentrazione della quasi totalità in una decina di giorni del giugno. Questo conferma che si trattò di un’operazione ufficiale sistematica, sul tipo di censo, proprio com’era stato supposto. Gli interessati, chiamati, si presentavano alla commissione, villaggio per villaggio, già muniti di due copie del libellus, fatte fare da uno scrivano, nella forma di una petizione e dichiarazione, con data. Era lasciato in bianco lo spazio per la dichiarazione di testimonianza della commissione, e per una firma di vidimazione. Infatti questi libelli di solito mostrano traccia, nella scrittura, di tre mani diverse. Compiuto l’atto di omaggio religioso (o non compiuto, ma attestato lo stesso per effetto di favore o di corruzione, come s’è visto sopra), una copia rimaneva agli interessati, e l’altra passava agli atti dell’ufficio della commissione, come è stato dimostrato dal ritrovamento di due libelli identici, di cui uno con le tracce sul margine superiore della colla con la quale era stato posto in blocco con altri.
Nei libelli non c’è alcuna menzione del Cristianesimo, ed è completamente assente la forma di abiura. Si riporta a titolo di esempio il libello nr. 13 del Leclercq (Dictionn. d’Arch. Chrét., IX c. 82), proveniente da Theadelphia, nel demo arsenoitico, e datato 20 giugno 250. È contenuto in un papiro della John Rylands Library di Manchester ed è pubblicato anche in Catalogue of the Greek Papyri in the John Rylands Library, II, 1915, p. 94, nr. 112a (oltre che dal Wessely, in «Patrologia Orientalis», XVIII, fasc. 3, 1924, p. 365, nr. 13).

1. mano: Τοῖς ἐπὶ τῶν θυσιῶν ᾑρημένοις
παρὰ Αὐρηλίας Σου̣ήλεως μητρὸς
Ταήσεως ἀπὸ κώμης Θεαδελφείας.
καὶ ἀεὶ μὲν θύουσα καὶ εὐσεβοῦσα
τοῖς θεοῖς διετέλεσα καὶ νῦν ἐπὶ παρόν-
των ὑμῶν κατὰ τὰ προσταχθέν-
τα [ἔ]θυσα καὶ ἔσπεισα καὶ τῶν ἱε-
ρείων ἐγευσάμην, καὶ [ἀ]ξιῶ ὑμᾶς
ὑποσημειώσασθαι διευτυχεῖτε.
2. mano: Αὐρήλιοι Σερῆνος καὶ Ἑρμᾶς εἴδαμέν σε θυσι-
άζουσαν.
3. mano: Ἑρμᾶς σ(εσ)η(μείωμαι).
1. mano: (ἔτους) α Αὐτοκράτορος Καίσαρος Γαίου
Μεσσίου Κυίντου Τραϊανοῦ Δεκίου
Εὐσεβοῦς Εὐτυχοῦς Σεβαστοῦ Παῦνι κϛ.

1. mano: «Alla commissione nominata per sorvegliare i sacrifici, da parte di Aurelia Suelis,
figlia di Taesis, del villaggio di Theadelphia. Sono sempre stata devota ai sacrifici e
alle pratiche pie verso gli dèi,
ed anche ora in vostra presenza, secondo l’editto, ho bruciato l’incenso, ho fatto la libagione,
ho mangiato della sacra vivanda, e vi prego di mettere sotto la vostra firma. Salute a voi.
2. mano: Noi, Aurelio Sereno ed Aurelio Erma, ti abbiamo vista sacrificare.
3. mano: Io, Erma, ho controfirmato.
1. mano: Anno I dell’imperatore Cesare C. Messio Q. Traiano Decio Pio Felice Augusto, il 26 del mese
Payni (= 20 giugno 250)».

Non è affatto detto che Aurelia Suelis fosse cristiana, sebbene lo potesse essere. Un altro libello si riferisce a persona sicuramente non cristiana, e dimostra che la professione del lealismo religioso fu chiesta a tutti. È il libello di una sacerdotessa di Petesuchos, il dio-coccodrillo egiziano. È mutilo alla fine, ma c’è quanto basta per decidere la questione. Si trova presso Leclercq, nel Dictionn. d’Arch. Chrét., IV, c. 320, nr. 3, ed anche in Mitteis-Wilcken, Grundzüge u. Chrestomantie, I 2, Leipzig 1912, p. 152, nr. 125.

2. mano: υλγ
1. mano: τοῖς ἐπὶ τῶν θυσιῶν
ᾑρημένοις
παρὰ Αὐρηλίας Ἀμμω-
νοῦτος Μ̣ύ̣στου ἱε〚ρε〛-
ρείας Πετεσούχου θεοῦ
μεγάλου μεγάλου ἀειζῴου
καὶ τῶν ἐ[ν Μ]οήρει θεῶν
[ἀ]πὸ ἀμ[φόδο]υ Μοήρεως. ἀεὶ
[μ]ὲν θύ<ο>υσ[α] τοῖς θεοῖς δι-
[ε]τέλεσα τὸν βίον, επιδε (sic)
[κ]αὶ νῦν κατὰ τὰ κελευσθέ-
[ντ]α καὶ ἐπὶ παρόντων
[ὑμ]ῶν ἔθυσα καὶ ἔσπεισα
[κ]αὶ τῶν ϊερ[ε]ίων ἐγευσά-
[μη]ν καὶ [ἀξι]ῶ ὑποση-
[μειώ]σασθα[ι].

2. mano: «(probabilmente è un numero – 433 –, il numero d’ordine del certificato, che era forse la
copia d’archivio: infatti ha tracce di colla, cfr. supra).
1. mano: Alla commissione nominata per sorvegliare i sacrifici, da parte di Aurelia Ammonute,
figlia di Miste, sacerdotessa di Petesuchos, il grandissimo dio eterno, e degli dèi di
Moeri, del quartiere di Moeri (nel Fayum). Per tutto il tempo della mia vita ho
sacrificato agli dèi, e anche ora in vostra presenza, secondo l’editto, ho fatto sacrificio
e libagioni, e ho mangiato la sacra vivanda, e chiedo di darmene atto…».

Se lo stato della comunità cristiana in Egitto a metà del III secolo era tale che una cristiana poteva essere insieme sacerdotessa del dio-coccodrillo, allora la testimonianza potrebbe essere non convincente. Ma le cose non erano certo a questo punto. Aurelia Ammonute era sicuramente pagana. Quindi tutti furono chiamati a prestare l’atto di lealismo. L’editto di Decio fu generale, non specifico contro i cristiani.

La Tabula Banasitana: esempio di integrazione nella cittadinanza

di G. Purpura,  Tabula Banasitana de viritana civitate (180/181 d.C.), in Revisione ed integrazione dei Fontes Iuris Romani Anteiustiniani (FIRA). Studi preparatori I. Leges, a c.d. G. Purpura, Torino 2012, pp. 625-641.

La tavola bronzea di Banasa, realizzata tra il 180 ed il 181 d.C. e ancora esposta in pubblico dopo il 185[1], fu rinvenuta, nel giugno[2] 1957, abbattuta al suolo in un settore non scavato, nelle vicinanze delle terme, nel foro della colonia della Mauretania Tingitana, in prossimità di un edificio ad abside, che non è certo sia stato la sede della curia cittadina.

Mappa dell'Africa Tingitana.
Mappa dell’Africa Tingitana.

Fu esposta forse in pubblico, non ufficialmente, in un monumento in onore dell’imperatore Marco Aurelio[3], in ringraziamento delle concessioni individuali di cittadinanza, come frequentemente accadeva[4].
Si esibivano infatti in ogni località per ostentazione i provvedimenti imperiali, in questo caso in favore di alcuni maggiorenti della gens degli Zegrensi (l. 32: gentis; l. 16: gentium), stanziata sulle pendici centromeridionali del Rif; benefici che, pur non intaccando gli oneri tributari dei singoli verso l’amministrazione romana (ll. 37/38: sine diminutione tributorum et vectigalium populi et fisci), non esimevano dagli obblighi nei confronti della propria gente e pare consentissero il mantenimento delle consuetudini locali (ll. 13 e 37: salvo iure gentis), per non rendere i nuovi cittadini immuni dalle responsabilità locali ed emarginati dalle pratiche correntemente utilizzate in provincia, prima dell’ampia concessione da parte di Caracalla. E dunque si è ritenuto che la Tabula possa contribuire a chiarire la lettura delle controverse ll. 7-9 del P. Giess. 40, 1 e la questione dei rapporti tra diritto romano e consuetudini locali prima e dopo la Constitutio Antoniniana de civitate.
Il testo documenta inoltre l’esistenza a Roma (l. 31), da Augusto in poi (ll. 23-29), del registro ufficiale delle concessioni di cittadinanza, finora noto solo in base a cenni in Plinio[5], fornendoci al contempo l’unica copia di originali provenienti da tale considerevole archivio ufficiale[6].
Nel testo epigrafico, inciso sul recto, sono trascritti tre documenti:

  • Copia di una epistula (ll. 1-13) degli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero a Coiedio Massimo, governatore della Mauretania Tingitana tra il 161 e il 168/9 d.C.[7], in risposta a un libello allegato a una epistula, sollecitante la cittadinanza in favore di Giuliano, lo Zegrense, concessa con la clausola salvo iure gentis, al medesimo, alla moglie Ziddina e ai quattro figli (Giuliano, Massimo, Massimino e Diogeniano), indicati con le rispettive età.
  • Copia di un’altra epistula (ll. 14-21), collegata alla prima, degli imperatori Marco Aurelio e Commodo a Vallio Massimiano, governatore della medesima provincia nel 177 d.C. in risposta a un libello del figlio del primo Giuliano, anche lui di nome Giuliano, segnalato per i suoi meriti dal precedente governatore, Epidio Quadrato, sollecitante la concessione della cittadinanza per la moglie Faggura e i figli. Anche tale beneficio è concesso con la clausola salvo iure gentis, previa indicazione dell’età di ciascuno per l’inserimento nel registro ufficiale a Roma.
  • Estratto dal registro ufficiale (ll. 22-53) dei nuovi cittadini romani (descriptum et recognitum ex commentario civitate romana donatorum) con i nomi di dodici autorevoli signatores, funzionari e giuristi componenti del consilium principis, datato il 6 luglio 177 (ll. 30-31), che consente di retrodatare la seconda epistula alla prima metà dell’anno. Nella copia del registro tenuto a Roma da Augusto in poi, rilasciata su richiesta (per libellum) di Aurelio Giuliano, avallata con lettera (suffragante … per epistulam) da Vallio Massimiano, e autenticata il medesimo giorno, nel medesimo luogo, dal funzionario dell’ufficio competente, il liberto Asclepiodoto (ll. 29 e 40)[8], sono menzionati i nomi e le rispettive età della moglie e dei quattro figli (Giuliana, Massima, Giuliano e Diogeniano), precisando con burocratica pignoleria che la concessione è stata effettuata, salvo iure gentis, ma sine diminutione tributorum et vectigalium populi et fisci.

Sul verso furono incise per prova settantasei lettere, senza alcun ordine costante. La Tabula conservata nel Museo delle Antichità di Rabat in Marocco, dunque, non solo consente di seguire passo a passo tutta la procedura utilizzata nel II sec. d.C. per concedere la cittadinanza romana a singoli individui[9], ma offre l’indicazione dell’esatto significato da attribuire alle due clausole di salvaguardia inserite nella concessione per evitare due possibili conseguenze dell’acquisto della cittadinanza che sembrano riecheggiare nelle danneggiate ll. 7-9 del P. Giess. 40, 1[10]: l’assorbimento del ius gentis dell’aspirante civis nel diritto di Roma e la cessazione degli obblighi fiscali in quanto peregrino[11].
In riferimento alla prima (salvo iure gentis), contestando l’identificazione del ius gentis come “diritto della tribù” proposta dagli editori[12] e manifestando la difficoltà di connettere l’idea del ius a entità politiche di riferimento, come i popoli nomadi o semi-nomadi della Mauretania, o di tradurre pedissequamente gens con tribù, è stata pure avanzata l’ipotesi dell’esistenza di un foedus tra Roma e gli Zegrenses, che avrebbe reso costoro di fatto estranei alla giurisdizione del governatore provinciale[13]. L’opinione prevalente comunque non esita a valutare il riferimento come relativo alle consuetudini ancestrali, giustificandone l’insistenza alla luce della peculiare condizione giuridica dei gentiles della Tingitana, privi di uno specifico status civitatis, ma non di un proprio ius gentis[14]. Per non rendere “stranieri nella propria terra” i beneficati che senza la suddetta clausola di salvaguardia avrebbero dovuto utilizzare solo il diritto romano, si consentiva anche l’impiego sussidiario delle consuetudini locali.
In rapporto all’inserzione da parte del burocrate della cancelleria a Roma della seconda clausola di salvaguardia (sine diminutione tributorum et vectigalium populi et fisci), che tutelava questa volta soprattutto gli interessi dell’amministrazione romana e locale, poiché assicurava la persistenza ‘fiscale’ del rapporto tra Roma e l’ex-peregrino, si è osservato che in tal modo si evitava il pericolo del formarsi di una sorta di élite, dotata di immunità rispetto ai vincoli giuridico-politici della comunità locale di appartenenza, che avrebbe potuto incidere negativamente sulla stabilità delle province, necessaria soprattutto nei territori di confine[15].
Ancora una volta veniva assicurata così la “conservazione dell’affidabilità giuridica e della responsabilità nei rapporti tra privati dell’ex-peregrino, dal punto di vista della sua comunità di provenienza e cioè, nel caso della Tabula Banasitana, la tribù degli Zegrenses”[16].
La ricostruzione di tale situazione in Mauretania, pochi anni prima della Constitutio Antoniniana de civitate, non può che riflettersi sulla controversa valutazione della portata di essa, delle sue conseguenze, del dibattuto problema della cd. doppia cittadinanza, quella d’origine e la romana, che J. Mélèze-Modrzejewski per primo ha correttamente valutato, non in termini di un improponibile contrasto, ma di inclusione l’una nell’altra[17].
Alla luce del testo della Tabula Banasitana, si è dunque proposto di integrare la lacunosa espressione della l. 9 del P. Giess. 40, 1 (… χωρ[…] τῶν [..]δειτικίων), non riferendola alla celebre esclusione dei dediticii (… χωρ[ὶς] τῶν [δε]δειτικίων), bensì come (… χωρ[ὶς] τῶν [αδ]-δειτικίων)[18].
L’acuta proposta di Oliver, che non è comunque l’unica possibile[19], potrebbe essere interpretata come riferentesi ai vantaggi fiscali che normalmente si aggiungevano alla concessione della cittadinanza (additicia beneficia), in tutto equivalendo all’espressione “sine diminutione tributorum et vectigalium populi et fisci” della Tabula Banasitana, o potrebbe essere intesa, come propone Marotta, salvaguardante “quei regolamenti addizionali o supplementari che concedevano specifiche esenzioni dai iura (dikaia) ricordati (se accettiamo quest’ipotesi ricostruttiva) alla l. 9” dello stesso P. Giess. 40, 1[20]. In tal modo, nel 212 d.C., nessuno sarebbe stato escluso dalla concessione della cittadinanza, come dichiara lo stesso papiro, ma sarebbero stati mantenuti gli obblighi delle civitates e delle altre comunità dell’Impero (i politeúmata della l. 8), così come sarebbero stati salvaguardati privilegi e immunità concessi, ad esempio, ai veterani e alle loro famiglie[21].

Tabula Banasitana. Bronzo, 180-181 d.C. da Banasa (Marocco), Musée archéologique de Rabat.
Tabula Banasitana. Bronzo, 180-181 d.C. da Banasa (Marocco), Musée archéologique de Rabat.

Testo:
Exemplum epistulae Imperatorum nostrorum An[toni-]
ni et Veri Augustorum ad Coi((i))edium[22] Maximum:
li((i))bellum Iuliani Zegrensis litteris tuis iunctum legimus, et
quamquam civitas romana non nisi maximis meritis pro-
5  vocata in<dul>gentia principali gentilibus istis dari solita sit,
tamen cum eum adfirmes et de primoribus esse popularium
suorum, et nostris rebus prom<p>to obsequio fidissimum, nec
multas familias arbitraremur aput Zegrenses paria poss((
i))[e] de offic<i>is suis praedicare quamquam plurimos
cupiamus ho-
10 nore a nobis in istam domum conlato ad aemulationem Iuliani
excitari, non cunctamur et ipsi Ziddinae uxori, item
liberis Iuliano, Maximo, Maximino, Diogeniano, civitatem
romanam salvo iure gentis, dare.
Exemplum epistulae Imperatorum Antonini et Commodi
Augg(ustorum)[23]
15 ad Vallium Maximianum:
legimus libellum principis gentium Zegrensium animadvertimusq(
ue) quali favore Epidi Quadrati praedecessoris tui iuvetur; proinde
et illius testimonio et ipsius meritis et exemplis[24] quae
allegat permoti, uxori filiisq(ue) eius civitatem romanam, sal-
20 vo iure gentis, dedimus. Quod in commentarios nostros referri
possit, explora quae cui((i))usq(ue) aeta((ti))s sit, et scribe nobis.
Descriptum et recognitum ex commentario civitate romana
donatorum divi Aug(usti) et Ti(beri) Caesaris Aug(usti), et C(aii)
Caesaris, et divi Claudii,
et Neronis, et Galbae, et divorum Aug(ustorum) Vespasiani et Titi
et Caesaris
25 Domitiani, et divorum Aug(ustorum) Ner<v>ae et Trai((i))ani
Parthici, et Trai((i))ani
Hadriani, et Hadriani Antonini Pii, et Veri Germanici Medici
Parthici Maximi et Imp(eratoris) Caesaris M(arci) Aurelii
Antonini Aug(usti) Germanici
Sarmatici, et Imp(eratoris) Caesaris L(ucii) Aureli Commodi
Aug(usti) Germanici Sarmatici,
quem protulit Asclepiodotus lib(ertus), id quod i(nfra)
s(criptum) est.
30 Imp(eratore) Caesare L(ucio) Aurelio Commodo Aug(usto) et
M(arco) Plautio Quintilio co(n)s(ulibus),
p(ridie) non(as) Iul(ias), Romae.
Faggura uxor Iuliani principis gentis Zegrensium ann(orum) ς[25]
XXII,
Iuliana ann(orum) ς VIII, Maxima ann(orum) ς IV, Iulianus
ann(orum) ς III, Diogenianus
ann(orum) ς II, liberi Iuliani s(upra) s(cripti).
35 Rog(atu) Aureli Iuliani principis Zegrensium per libellum suffragante
Vallio Maximiano per epistulam, his civitatem romanam dedimus,
salvo iure gentis, sine diminutione tributorum et vect <i>galium
populi et fisci.
Actum eodem die, ibi, isdem co(n)s(ulibus)
40 Asclepiodotus lib(ertus), recognovi.
Signaverunt:
M(arcus) Gavius M(arci) f(ilius) Pob(lilia tribu) Squilla Gallicanus[26]
M(arcus) Acilius M(arci) f(ilius) Gal(eria tribu) Glabrio
T(itus) Sextius T(iti) f(ilius) Vot(uria tribu) Lateranus
45 C(aius) Septimius C(aii) f(ilius) Qui(rina tribu) Severus
P(ublius) Iulius C(aii) f(ilius) Ser(gia tribu) Scapula Tertullus[27]
T(itus) Varius T(iti) f(ilius) Cla(udia tribu) Clemens
M(arcus) Bassaeus M(arci) f(ilius) Stel(latina tribu) Rufus
P(ublius) Taruttienus P(ubli) f(ilius) Pob(lilia tribu) Paternus
50 [………. Tigidius …………………………………………. Perennis]
Q(uintus) Cervidius Q(uinti) f(ilius) Arn(ensi tribu) Scaevola
Q(uintus) Larcius Q(uinti) f(ilius) Qui(rina tribu) Euripianus
T(itus) Fl(avius) T(iti) f(ilius) Pal(atina tribu) Piso.

Sesterzio di Bronzo. Roma 192 d.C. (Verso) L’Africa personificata, stante verso destra, porta un’elaborata acconciatura guarnita con pelle di elefante; un leone è prostrato ai suoi piedi. Essa impugna un sistro e un covone di grano che porge ad Ercole (Commodo?), rivolto verso di lei. Sul bordo l’iscrizione: PROVID.ENTIAE.AVG. E in exergo: S.C.
Sesterzio di Bronzo. Roma 192 d.C. (Verso) L’Africa personificata, stante verso destra, porta un’elaborata acconciatura guarnita con pelle di elefante; un leone è prostrato ai suoi piedi. Essa impugna un sistro e un covone di grano che porge ad Ercole (Commodo?), rivolto verso di lei. Sul bordo l’iscrizione: PROVID.ENTIAE.AVG. E in exergo: S.C.

Traduzione (da Migliario, Gentes foederatae, cit., 457 ss.):
Copia della lettera dei nostri imperatori, gli Augusti
Antonino e Vero, a Coedio Massimo:
abbiamo letto la petizione di Giuliano Zagrense allegata alla tua lettera e,
benché non rientri nel costume abituale donare la cittadinanza romana
a tali uomini delle tribù, a meno che dei meriti eccezionali non suscitino
la benevolenza imperiale, tuttavia, dal momento che tu attesti che
il richiedente è uno dei più eminenti del suo popolo, e che, uomo
di assoluta fedeltà, aderisce alla nostra causa senza esitazioni, e giacché
siamo del parere che non molti gruppi famigliari degli Zegrensi possono
vantare meriti comparabili con i suoi – per quanto noi desideriamo che,
visto l’onore concesso alla casata di Giuliano, parecchi siano incitati
a imitarlo – non esitiamo a donare a lui, a sua moglie Ziddina, nonché
ai loro figli Giuliano, Massimo, Massimino e Diogeniano, la cittadinanza
romana, senza che ciò pregiudichi il diritto vigente per il suo popolo.
Copia della lettera degli imperatori Antonino e Commodo Augusti
a Vallio Massimiano: abbiamo letto la petizione del capo della tribù
degli Zegrensi e abbiamo preso atto di quale favore egli goda da parte
del tuo predecessore Epidio Quadrato; pertanto, mossi sia dalle attestazioni
di stima di costui, sia dalle azioni meritevoli di quello, qui
documentate dagli allegati, concediamo a sua moglie e ai suoi figli la
cittadinanza romana, fatto salvo il diritto vigente per il suo popolo,
ma affinché tale provvedimento possa essere inserito nei nostri registri,
informati di quale sia l’età di ciascuno di loro, e scrivicelo.
Estratto, descritto e collazionato dal registro elencante coloro che
hanno ottenuto la cittadinanza romana – dal divino Augusto, da Tiberio
Cesare Augusto, da Gaio Cesare, dal divino Claudio, da Nerone,
da Galba, dai divini Augusti Vespasiano e Tito, da Domiziano Cesare,
dai divini Augusti Nerva, Traiano Partico, Traiano Adriano, Adriano
Antonino Pio e Vero Germanico Medico Partico Massimo, dall’imperatore
Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto Germanico Sarmatico
e dall’imperatore Cesare Lucio Aurelio Commodo Augusto Germanico
Samtatico – che il liberto Asclepiodoto ha prodotto, e che viene trascritto
qui di seguito.
Sotto il consolato dell’imperatore Cesare Lucio Aurelio Commodo
Augusto e di Marco Plauzio Quintillo, alla vigilia delle none di luglio,
a Roma.
Faggura, moglie di Giuliano, capo della tribù degli Zegrensi, di anni
ventidue; Giuliana, di anni otto, Massima, di anni quattro, Giuliano, di
anni tre, Diogeniano, di anni due, figli del suddetto Giuliano.
Dietro richiesta di Aurelio Giuliano, capo degli Zegrensi, avanzata
tramite domanda scritta, con l’appoggio espresso per lettera di Vallio
Massimiano, noi concediamo loro la cittadinanza romana, fatto salvo il
diritto vigente per il loro popolo, e senza sgravio delle tasse e dei tributi
dovuti al popolo romano e al fisco imperiale.
Fatto il giorno medesimo, ivi, sotto gli stessi consoli.
Io, Asclepiodoto liberto, l’ho collazionato.
Hanno sottoscritto:
Marco Gavio Squilla Gallicano, figlio di Marco, della tribù Popillia;
Marco Acilio Glabrio, figlio di Marco, della tribù Galeria;
Tito Sestio Laterano, figlio di Tito, della tribù Voturia;
Gaio Settimio Severo, figlio di Gaio, della tribù Quirina;
Publio Giulio Scapula Tertullo, figlio di Gaio, della tribù Sergia;
Tito Vario Clemente, figlio di Tito, della tribù Claudia;
Marco Basseo Rufo, figlio di Marco, della tribù Stellatina;
Publio Taruttieno Paterno, figlio di Publio, della tribù Publilia;
[Sesto Tigidio Perenne, figlio di ?, della tribù ?];
Quinto Cervidio Scevola, figlio di Quinto, della tribù Amensis;
Quinto Larzio Euripiano, figlio di Quinto, della tribù Quirina;
Tito Flavio Pisone, figlio di Tito, della tribù Palatina.

Tabula Banasitana. Apografo realizzato da S. Giannobile
Tabula Banasitana. Apografo realizzato da S. Giannobile

[1] Pubblio Taruttieno (o Tarrutenio) Paterno e Sesto Tigidio Perenne, menzionati insieme nella Tabula (ll. 49-50), furono membri del consilium principis in qualità di prefetti del pretorio correggenti tra il 180 ed il 181, ma il primo fu coinvolto nella congiura di Lucilla tra la fine del 181 e la metà del 182, e dunque dopo questa data non avrebbe potuto più essere menzionato, il secondo travolto e dannato nel 185 (cfr. G. Firpo, La congiura di Lucilla: alle origini dell’opposizione senatoria a Commodo, Fazioni e Congiure nel mondo antico (a cura di M. Sordi), Contributi dell’Istituto di Storia Antica dell’Università Cattolica di Milano, 25, Milano 1999, 237-262), è stato dalla Tabula intenzionalmente eraso (cfr. W. Seston, M. Euzennat, Un dossier de la Cancellerie romaine: La Tabula Banasitana, Ètude de diplomatique, Comptes Rendus de l’Académie des Inscriptions et Belles Lettres (CRAI), 1971, 486 = W. Seston, Scripta varia, Roma 1980, 103) e ciò non può essere avvenuto che dopo il 185 d.C.

[3] H. Wolff, Die Constitutio Antoniniana und Papyrus Gissensis 40, 1, I-II, (Diss. 1972), Köln 1976, 87-8.

[4] Come nel caso dell’iscrizione di Ombos, posta l’8 novembre del 212 d.C. da Marco Aurelio Mela, in ringraziamento a Caracalla.

[5] Plinio, Epistole 10, 5-7; 10-11; E. Volterra, La Tabula Banasitana (a proposito di una recente pubblicazione), BIDR, 77, 1974, 414 e s.; E. Migliario, Nota in margine alla Tabula Banasitana, AA.VV., Miscillo Flamine. Studi in onore di C. Rapisarda, Trento 1997, 226 ss.; A.N. Sherwin-White, The Tabula of Banasa and the Constitutio Antoniniana, JRS, 63, 1973, 89 ss.; C. Giachi, La Tabula Banasitana: cittadini e cittadinanza ai confini dell’impero, Atti del Seminario Internazionale “Civis/civitas. Cittadinanza politico – istituzionale e identità socio-culturale da Roma alla prima età moderna”, Siena – Montepulciano (10–13 luglio 2008), 2008, 75.

[6] F. Millar, Epigrafia, Le basi documentarie della storia antica, Bologna 1984, 110-111, il quale sottolinea il fatto che molti interrogativi suscitati dal documento sono al momento senza risposta: l’esatta storia e natura, l’organizzazione e la funzionalità, la collocazione e la mobilità di un archivio di tale importanza e mole.

[7] H. Wolff, Die Constitutio Antoniniana und Papyrus Gissensis 40, 1, II, cit., 381 nt. 222.

[8] Diversamente E. Volterra, op. cit., 410 ritiene l’estratto “presentato” da un liberto. Sul significato tecnico dell’espressione “recognovi” cfr. A.N. Sherwin-White, The Tabula of Banasa and the Constitutio Antoniniana, JRS, 63, 1973, 90; N. Palazzolo, Le modalità di trasmissione dei provvedimenti imperiali nelle province (II-III sec. d.C.), Iura, 28, 1977 (pubbl. 1980), 40-94 = Ius e Techne. Scritti Palazzolo, I, Torino 2008, 193 e s.

[9] E. Volterra, op. cit., 412 ss. In realtà, nel dossier epigrafico locale figurano solo le copie delle risposte imperiali e dell’estratto del registro ufficiale, ma non delle richieste e delle relative lettere di accompagnamento con suffragationes dei governatori, che avrebbero potuto completare il dossier ed essere conservate nell’archivio centrale a Roma.

[10] Il “…μένοντος…” potrebbe corrispondere a “…salvo…”, il “…χωρὶς…” a “…sine…”.

[11] C. Giachi, La Tabula Banasitana: cittadini e cittadinanza ai confini dell’impero, Atti del Seminario Internazionale “Civis/civitas. Cittadinanza politico – istituzionale e identità socio-culturale da Roma alla prima età moderna”, Siena – Montepulciano, 10–13 luglio 2008, 2008, 80.

[12] W. Seston, M. Euzennat, Un dossier de la cancellerie romaine, cit., 479 = W. Seston, Scripta varia, cit., 96; diversamente E. Volterra, op. cit., 436 ss.

[13] E. Migliario, Gentes foederatae. Per una riconsiderazione dei rapporti romano-berberi in Mauretania Tingitana, Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, 396, ser. IX, vol. X, fasc. 3, Roma 1999, 450 ss.

[14] V. Marotta, La cittadinanza romana in età imperiale (secoli I-III). Una sintesi, Torino 2009, 73.

[15] C. Giachi, La Tabula Banasitana, cit., 83; V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 92.

[16] C. Giachi, l.c.; V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 112 ss.

[17] J. Mélèze-Modrzejewski, La regle du droit dans l’Égypte romaine, Proceedings of the twelfth Intern. Congress of Papyrology (Ann Arbor, 1968), Toronto 1970, 317 – 377. Cfr. infra la Constitutio Antoniniana de civitate.

[18] J.H. Oliver, Text of the Tabula Banasitana, A.D. 177, AJPh, 93, 1972, 336-340; P.A. Kuhlmann, Die Giessener literarischen Papyri und die Caracalla-Erlasse. Edition, Übersetzung und Kommentar, Berichte und Arbeiten aus der Universitätsbibliotek und Universitätsarchiv Giessen, 46, Giessen 1994, 234 ss.; V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 114 e 120; contra K. Buraselis, Theía Doreá, Das göttlichkaiserliche Geschenk. Studien zur Politik der Severer und zur Contitutio Antoniniana, Verlag der österreichischen Akademie der Wissenschaften, Wien 2007, 6 nt 15

[19] Ad es. ghenteilikín, facendo riferimento al problema dei tria nomina dei novi Aurelii (P. Jouguet, La vie municipale l’Égypte romaine, Parigi 1911, 354 ss.) o apoleitikín, escludendo coloro che erano privi di ogni cittadinanza prima della concessione (R. Böhm, Studien zur Civitas Romana II: eine falsche Lesart bei Aelius Aristides, in Roman 65, Aegyptus, 43, 1963, 54 ss.; contra E. Kalbfleisch, v. Heichelheim, JEA 26, 1940, 16 nt. 2). Cfr. V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 113 e 120.

[20] V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 114.

[21] Cfr. ad es. le Epistulae Octaviani Caesaris de Seleuco navarcha; l’Edictum Octaviani triumviri de privilegiis veteranorum; o l’Edictum Domitiani de privilegiis veteranorum.

[22] Questa, ed altre caratteristiche ortografiche, come la diplé delle ll. 32-34, si ritiene che rivelino che la Tabula Banasitana è copia di un originale emanato dalla cancelleria imperiale. Cfr. W. Seston, M. Euzennat, Un dossier de la cancellerie romaine, cit., 478 = W. Seston, Scripta varia, Roma 1980, 95; H. Wolff, Die Constitutio Antoniniana und Papyrus Gissensis 40, 1, cit., II, 380 nt. 219.

[23] L’interruzione della linea a tal punto non è registrata nell’editio princeps e la svista è stata seguita da molti, ma non in ILMaroc 94; edizione seguita da E. Migliario, Gentes foederatae, cit., 454 e da V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 80.

[24] Anche in tal punto l’editio princeps registra una interruzione della linea che invece nella Tabula si constata solo dopo la successiva parola “quae”. Dalla ripetizione dell’errore si discosta ILMaroc 94; edizione correttamente seguita da E. Migliario, l.c. e V. Marotta, l.c.

[25] Segno della diplé, indicante una semplice abbreviazione, e non più o meno (circiter); cfr. R. Marichal, De l’usagé de la “diplè” dans les inscriptions et les manuscrits latins, Paleographica diplomatica et archivistica. Studi in onore di G. Battelli, I, Roma 1979, 63-69.

[26] M(arcus) Gau[i]us M(arci) f(ilius) Pob(lilia tribu) Squilla Ga[l]licanus (Seston, Euzennat); M(arcus) Gav[i]us M(arci) f(ilius) Pob(lilia) Squilla Ga[l]licanus (Marotta). Ma, sia la “i” di “Gavius”, che la “l” di “Gallicanus” sono nella Tabula evidenti. Gallicano fu console nel 150 d.C.; Glabrione nel 152; Laterano nel 154; Severo nel 160; Scapula Tertullo nel 160/6; Vario Clemente ex-ab epistulis; Basseo Rufo ex-prefetto del pretorio; Taruttieno Paterno prefetto del pretorio prima del 179, sino al 182; Tigidio Perenne prefetto del pretorio dal 180/1, sino al 185, Q. Cervidio Scevola giurista e prefetto dei vigili nel 175, di Q. Larcio Euripiano non si conosce la carica e Fl. Pisone fu prefetto dell’annona nel 179.

[27] Anche in questo caso la seconda “l” di Tertullus, data per integrata (Tertul[l]us), appare invece chiaramente tracciata nella Tabula.

Le secessioni della plebe

di G. POMA, Le secessioni della plebe (in particolare quella del 494-493 a.C.) nella storiografia, in Diritto@Storia: Rivista Internazionale di Scienze giuridiche e Tradizione romana, N. 7 – 2008 – Memorie.

1. Considerazioni preliminari

Una premessa è d’obbligo, perché il tema è troppo vasto per poter essere racchiuso in una comunicazione, per cui toccherò solo alcuni dei tanti aspetti del problema “secessioni della plebe”, con particolare riferimento alla storiografia più recente, preferibilmente storica più che giuridica. Se tentiamo un bilancio critico della riflessione moderna su quel grumo di questioni che si addensano attorno alle secessioni, dobbiamo fronteggiare una serie impressionante di ipotesi, che spesso variamente si incrociano, e di questioni ancora aperte, come è ben noto a tutti. E in tutto questo, storici e giuristi colloquiano poco, con reciproco danno, io credo. Nella storiografia moderna, con le dovute eccezioni che vedremo, si sono venuti attenuando i dubbi sulla realtà storica di una o più secessioni della plebe, a partire da quella del 494 a.C.
Si è dissolta l’ipercritica di un Beloch[1] e di un Pais[2], e gli studiosi hanno assunto una posizione di relativa “confidenza” nei dati offerti dalla tradizione annalistica, ma certamente permangono intatte le difficoltà di uno studio di storia romana arcaica, terreno affascinante ma infido, che rende estremamente cauto il passo dello studioso moderno e che prevede scelte metodologiche precise.
Ad esemplificare, cito J.-Cl. Richard[3], che nella sua recensione al volume curato dal Serrao, Legge e società nella repubblica romana del 1981, scriveva: «La vulgata relativa alle lotte della plebe quale l’hanno fissata Tito Livio e Dionigi d’Alicarnasso, a partire dai dati dell’annalistica, è per il V e IV secolo degna di fede» e questa fiducia nella tradizione è alla base anche dei tanti contributi di Tim Cornell[4] o dei lavori del Tondo[5], dell’Amirante[6] o del Serrao stesso[7]. Ma negli stessi anni ‘80 (1985) D. Gutherlet[8] esprimeva già nel titolo di un suo saggio una tesi opposta: la prima decade di Livio è fonte essenziale per l’analisi dell’età graccana e sillana, riaffermando la totale anti-storicità della narrazione dei primi secoli della repubblica, costruiti per così dire a calco anticipatorio dei decenni graccani e sillani. È una tesi estrema, nella sua negatività, così come è estrema la tesi di chi accetta in toto il dato della tradizione.
Sappiamo bene che le nostre fonti su questi problemi sono storici romani e greci che scrivono in momenti e contesti molto diversi da quelli in cui si sono svolti gli avvenimenti e che aprono un colloquio con lettori contemporanei che misurano quanto leggono in rapporto ai tempi in cui si trovano a vivere, e questo, a maggior ragione, vale per il lettore moderno, che porta con sé il bagaglio delle proprie idee, dei propri interessi e anche, talora, delle proprie ferite. E però una cosa, a mio parere, va pur detta. Vanno bene tutte le cautele e tutte le consapevolezze della distanza tra l’annalistica e i tempi della prima repubblica e dei suoi forti legami con impostazioni ora ideologiche ora gentilizie, ma pensare che, in ogni modo, un romano colto dell’età graccana o sillana o della fine della repubblica, che viveva in una città e in un ambiente familiare ricco di tradizioni e di segni – i Romani, si sa, sono formidabili allestitori della memoria – non fosse in grado di orientarsi, come noi, tra plebe del V secolo a.C. e plebe della sportula, mi pare, quanto meno, un po’ presuntuoso. La memoria, si sa, può essere truccata, ma non è detto che non possano restare intatti i fatti strutturali.
E allora, considerato che, in linea generale, i tentativi di interpretazione della tradizione sulle secessioni, come del resto su ogni altra vicenda arcaica, tendono a salvare questo o quell’altro aspetto, in un difficile gioco d’equilibrio tra elementi ritenuti anacronistici ed elementi ritenuti autentici, è evidente che il risultato, nel tempo, è stato tutto un intrecciarsi di ipotesi dentro cui è facile smarrirsi.
La prima impressione che si ricava, scorrendo i lavori più o meno recenti, è una certa qual “marginalità” dell’interesse per le secessioni. Mi spiego. Nella intensa secolare riflessione sulla Roma della prima età repubblicana, la secessione non è assente, ma ha una scarsa evidenza in sé e per sé. Ciò che soprattutto interessa chiarire sono i suoi esiti (il tribunato, la caduta del decemvirato e le leges Valeriae e Horatiae, il conubium, la parificazione tra plebisciti e leggi), e, oltre a ciò, necessariamente, la fisionomia della plebe, la natura della sua lotta, lo spazio che si conquista dentro la civitas[9].
Tant’è che, pur nell’ampia bibliografia su questo periodo storico, non mi pare ci sia uno studio monografico dedicato alle secessioni, pochi sono i saggi che ne toccano qualche aspetto, e rarefatti gli accenni, soprattutto nelle più recenti Storie di Roma, per non dire che la monumentale opera del Richard[10] sull’origine del dualismo patrizio e plebeo termina là dove iniziano le secessioni, che appena sono sfiorate.

 

B. Barloccini, La secessio plebis al Mons Sacer (494-93 a.C.). Incisione, 1849.
B. Barloccini, La secessio plebis al Mons Sacer (494-93 a.C.). Incisione, 1849.

 

 

2. La tradizione annalistica

La tradizione antica ricorda alcune secessioni attuate (quattro nel quadro complessivo offerto da Floro e da Ampelio), altre minacciate, accanto ad un evento, quello del 342 a.C., che ondeggia tra seditio e secessio (paene secessio fuit, scrive Livio, VII 42, 4; 7)[11]. Ma anche sulla terza, del 445 a.C., (che sarebbe avvenuta in connessione coi contrasti provocati dalla richiesta del tribuno Canuleio di eliminazione del divieto di conubium) e sulla quarta, del 367 a.C., (a sostegno delle rogationes Liciniae-Sextiae) secessioni testimoniate unicamente da Floro (Epitome I 23, 26) e da Ampelio (Liber memorialis XL 25, 1) gravano le medesime incertezze. La tradizione liviana parla per questi anni solo di accesi contrasti (per il 445 a.C., di una indignatio plebis e di finis contentionumAb Urbe condita IV 6, 3-4 – per il 337 a.C., più esplicitamente Livio accenna ad una domi seditio e, più avanti, ad una prope secessionem plebis, Ab Urbe condita VI 42, 9-10).
La secessione del 287 a.C. appartiene ad un periodo di più sicura storicità (e non a caso per il Beloch è l’unica degna di fede[12]), viene registrata dalla Periocha liviana[13] come conclusione di gravi e lunghe sedizioni motivate dal risorgente problema dei debiti, e alla stessa tradizione si rifà anche Plinio (Naturalis Historia XVI 15, 37).
È l’ultimo atto di lotta della plebe e come tale è assunto anche dalla storiografia moderna, con le debite eccezioni: di un Mitchell[14], ad esempio, che affermando l’invenzione tutta moderna della lotta degli ordini, denuncia l’artificiosità anche di questa data finale.
Ma c’è subito da sottolineare che gli autori antichi, anche se più di una volta la plebe sembra aver fatto ricorso alle secessioni, fanno riferimento, quando richiamano le lotte plebee, solo alla prima o, più raramente, alle prime due, che, quindi assumono il valore di secessioni per eccellenza. È illuminante Sallustio: maiores vestri … bis per secessionem armati Aventinum occupavere (Bellum Iugurthinum, 31), e così pure autori tra loro assai lontani, come Cicerone (De re publica, II 58, 63) Plinio (Naturalis Historia XIX 19, 56) e Orosio (II 5, 5), ricordano come essenziali solo le prime. La storiografia moderna non ha avuto problemi ad individuarne la ragione nel fatto che entrambe si collegano al tribunato della plebe, avvertito, specie in età graccana e sillana, come il momento più significativo e gravido di conseguenze delle vittorie plebee.
Quanto alla storicità delle secessioni, se andiamo ad esaminare gli orientamenti storiografici, vediamo emergere due tendenze, più o meno articolate al loro interno, quella che fa capo al Beloch e ancor prima al Meyer[15], che considera le prime due come reduplicazioni di quella unica storica del 287 a.C., in forza della convinzione che l’esercito del V secolo a.C. altro non fosse che la cavalleria patrizia, per cui mai la plebe avrebbe potuto osare una rivolta, e la seconda, maggioritaria, che accetta la data del 494 a.C. per la prima secessione e nel 449 a.C. per la seconda (in cui pone la restaurazione del tribunato, Mommsen[16], Binder[17], Niccolini[18] ed altri).
Tutto nasce, secondo il solito, da una tradizione annalistica che accoglie diverse memorie, al punto che non ci indica neppure con chiarezza i luoghi della secessione[19], e che non colloquia con la tradizione erudito-antiquaria, in questo caso, di Varrone.
Tra le varie opzioni presentate dalle fonti, Monte Sacro-Aventino-Crustumerio, i moderni o non hanno scelto (come il Ridley[20]), o hanno scelto l’una o l’altra, preferibilmente il Monte Sacro per la liviana frequentior fama, ma anche l’Aventino per la sua vocazione plebea (Guarino[21]) o hanno supposto due concomitanti secessioni (Fabbrini)[22].

3. La secessione: un problema di definizione

Che cosa è una secessione? Livio e Dionigi, come è naturale, descrivono, raccontando tutta una serie di avvenimenti messi in rapporto con vari esiti; non definiscono, e del resto non c’è bisogno di definizione, il significato è perspicuo: una separazione (se-cedo).
Il Fluss[23], nella voce della Pauly Wissowa, la definisce Abtrenung (“separazione”) e subito la storicizza: «si intende con questo la triplice sovversiva partenza della plebe da Roma»; l’Oxford Latin Dictionary[24] segnala un primo valore, diciamo cesariano, di «appartarsi» e un secondo che qui ci interessa di ritiro (with drawal) in una posizione separata, «che implica una non partecipazione alla comunità», per cui “secessione”.
Nella sua Storia di Roma, il Mommsen interpreta la secessione come un abbandono della città da parte dell’esercito in rivolta e un’occupazione di un colle nella contrada di Crustumerio, dove – egli scrive – si accinse a fondare una nuova città di plebei[25]. E questa valutazione dei fini della secessione ritorna in De Martino[26], per cui la lotta scelta dalla plebe sembra essere stata quella della rottura dell’unità cittadina e della minaccia di costituire una nuova città autonoma, la «città impossibile» di Giulia Piccaluga[27].
Non mi pare sia questa la prospettiva in cui si colloca in genere la storiografia moderna. I moderni si innamorano subito, ed è un innamoramento che risale alla rivoluzione francese, dell’idea di secessione come sciopero[28], ed è un’assimilazione che, il Catalano insegna[29], molto è servita nella discussione sulla configurazione giuridica dello sciopero generale. In questa assimilazione senz’altro ha pesato l’apologo di Menenio Agrippa, col suo richiamo al ritorno alla collaborazione, dopo il rifiuto delle membra di portare cibo allo stomaco, e la successiva e ripetuta opposizione dei tribuni alla leva militare, presentata dalle fonti come strumento abituale e forte della lotta plebea.
Quest’immagine, che ritorna anche nei più recenti saggi (Mitchell[30], Eder[31], Cornell,[32] ecc.) rischia di ridurre lo spettro contenutistico di quest’antico concetto, mettendo in ombra l’elemento anche etimologicamente caratterizzante, che è quello della separazione, dell’allontanamento. In altre parole, se il valutare il fenomeno della secessione attraverso la categoria contemporanea dello sciopero valorizza il momento dinamico delle mobilitazioni, rischia però di attenuare il senso forte della secessione. Andiamo alle fonti.
Nella tradizione liviana sulla prima secessione[33], l’accento cade sul timore patrizio che questa moltitudine possa muoversi ostilmente contro la città. Nella elaborazione più ampia di Dionigi, invece, affiora il progetto di una apóstasis apò tōn patrikíōn e della ricerca di una nuova patria, quale che sia, nella quale poter godere della libertà. A ciò vien fatto corrispondere, da parte patrizia, il disegno di colmare i vuoti con altri apporti di popolazione straniera, una migrazione, che di per sé, per Roma e il Lazio, non è fatto insolito (Dionigi ha buon gioco a richiamare Enea, Romolo; ed era appena giunto Attus Clausus con i suoi, Ab Urbe condita VI 73, 2; 79, 1; VI 80, 1). C’è enfasi retorica, senza dubbio, nella pagina di Dionigi, ma forse c’è anche un frammento di verità, nel momento in cui indica come la sua fonte interpretasse l’azione della plebe.
Una secessione, che può tradursi in un migrare che rende definitiva la separazione, è l’alternativa che Dionigi ci presenta, ma poiché è la via che non viene imboccata, in nessuno dei momenti in cui si fece ricorso alla secessione, il valore di separazione si attenua e sparisce. Ma resta nella memoria (annalistica), se è vero che anche dopo la conquista di Veio la plebe minaccia un trasferimento in massa nella città conquistata (Ab Urbe condita V 24, 5).
La secessione è un’innovazione nel quadro politico romano della prima repubblica, è un esito della seditio che insistente lacera la città dopo la morte di Tarquinio, e da quel primo episodio permane, attiva o latente, fino al 287 a.C.
Nell’interpretazione storiografica contemporanea, non mancano gli accenni a questa capacità innovativa della plebe, soprattutto sulla scia del Momigliano[34] che vede le secessioni, al pari delle creazioni dei tribuni e delle assemblee proprie, come i tratti caratterizzanti un’organizzazione estremamente efficiente di una plebe che guarderebbe ai modelli greci (e su questo punto riflettono soprattutto i giuristi, in riferimento alle leggi delle XII Tabulae, e gli storici delle religioni per il culto di Cerere). In genere, però, si opera una sorta di presa d’atto del ricorso alla secessione, al più, sociologicamente, ci si chiede che cosa essa rappresenti e, con l’Ellul[35], si può rispondere che una secessione è in sé un segno di debolezza, un ripiegarsi su se stessi. Che è una bella debolezza, visti gli esiti sempre positivi.
Stupisce che l’elemento della continuità nel ricorso ad una forma di lotta tanto forte che spesso basta che venga minacciata perché si ottenga un risultato favorevole, non abbia ottenuto una sufficiente attenzione in chi è convinto della storicità delle secessioni; fa eccezione il Lobrano[36], che vede nella capacità della plebe «di continuare a prospettare una scissione duratura di sé stessa» dal resto delle strutture organizzative del populus romanus, la prova del perdurare di una «autonoma struttura sociale» della plebe, di una sua omogeneità interna, cui corrisponderebbe una formale condizione “giuridica” di plebità.
A parte la tesi di fondo, che si può condividere o non condividere, la posizione del Lobrano è significativa, nel momento in cui individua nel ricorso alle secessioni il segno della peculiarità della plebe arcaica, ben diversa dalla plebe degli ultimi secoli della repubblica. A raffronto, colpisce come il Raaflaub[37], in una visione del conflitto tra gli ordini che si spezza in più fasi, di diverso carattere e complessità, sia totalmente indifferente di fronte al ripetersi delle secessioni come strumento di lotta, sia che esse vadano considerate o no un fatto autentico.
Al Raaflaub poco interessa lo strumento, interessa che, o con una massiccia rivolta o dopo una graduale evoluzione, i plebei siano emersi con la loro separata organizzazione e coi loro leader. Al contrario, il problema non è minimale, poiché non si può scindere la specificità del metodo politico della secessione dall’altrettanta specificità del tribunato della plebe, istituto che dalla secessione nasce. Lo ha ben chiaro Livio, quando ripetutamente pone sui colli della secessione l’inizio della libertà per la plebe e nella potestas sacrosancta del tribunato l’auxilium libertatis (Ab Urbe condita III 54, 8; III 61, 5; IV 44, 5).

Il cosiddetto «Arringatore». Statua, bronzo, fine II-inizi I sec. a.C., da Perugia. Firenze, Museo Archeologico Nazionale.

 

4. I protagonisti della prima secessione

La riflessione moderna non ha dedicato molto interesse ai protagonisti di parte plebea e di parte patrizia, salvo che per Menenio Agrippa in virtù del suo apologo. Sul liviano Sicinio quodam auctore, l’anonimo Caio di Dione Cassio, il comandante del campo e presidente dell’assemblea della plebe secessionista in Dionigi, poco è stato detto e forse poco si può dire[38], eppure si tratta per la tradizione liviana dell’autore della secessione, colui che esce dalla massa e si pone alla testa del movimento collettivo.
È figura fantastica per il Pais[39], che vi vede l’anticipazione forse del tribuno del 76 a.C., C. Sicinio che aveva reclamato ed ottenuto la «restituzione al tribunato della pienezza della sua potestà imminuta da Silla» (e forse anche uno pseudo-antenato di quel tribuno T. Sicinio che al tempo di Camillo nel 395 con la sua proposta di migrazione di una parte dei cives a Veio (Ab Urbe condita V 24,7; Plutarco, Vita di Camillo, 7) aveva non poco agitato le acque in Roma).
Altri hanno supposto una confusione con la figura di Siccio Dentato, l’Achille romano, che divenuto tribuno citò in giudizio il console Romilio, storia minutamente raccontata da Dionigi (Antichità romane X 36-50) e mancante in Livio, ipotesi decisamente debole.
E il Richard[40], che riprende queste posizioni, ha pochi dubbi: Sicinio promotore della prima secessione e primo tribuno è figura priva di storicità, in quanto è il frutto di una manipolazione dei fasti tribunizi più antichi, favorita dal ricordo di più di un tribuno Sicinio storico. Che poi, se anche fosse al limite esistito, per il Richard resta irrecuperabile nella sua identità storica. E così Sicinio è spazzato via[41].
Sicinio muto in Livio, di poche parole in Dionigi, fa fatica, però, ad entrare anche nei fasti del primo tribunato, e questo è stato messo bene in luce già dalle ricerche del Niccolini[42] e in tempi più recenti ancora dal Richard[43]. Come sappiamo, la tradizione è tutt’altro che univoca sul numero dei primi tribuni, due o cinque. I nomi, per dirla con l’Ogilvie[44], sono fluidi e quello di Sicinio compare solo tra i cooptati in Livio; in Dionigi, invece, affianca Bruto, ai primi due posti[45].
Il testo di Dionigi presenta aspetti altrettanto problematici[46], quando, appunto, pone a fianco di Sicinio come capo della rivolta un L. Giunio Bruto, omonimo, specifica Dionigi, del Bruto liberatore del popolo dai Tarquini.
Su questa figura i moderni hanno assunto le più varie posizioni: Bruto è un patrizio in forza della gens Iunia patrizia (Mommsen[47], Ménager[48]), Bruto è plebeo[49], non è personaggio storico, ma “apocrifo”[50]. Per Mastrocinque[51], che ha dedicato notevoli sforzi a mettere ordine in tale controversa questione, Bruto è una sorta di doppio, il Bruto che in Dionigi guida i plebei alla prima secessione e tiene infuocati discorsi è la faccia plebea del Bruto fondatore della libertas repubblicana, patrizio[52].
La maggior parte degli studiosi moderni, quelli almeno che ne affermano la storicità, respinge invece la plebità di Bruto, che Mastrocinque salva, rimproverando ai moderni di essere caduti nella trappola delle falsificazioni annalistiche di fine II e inizi I secolo a.C., che avrebbe prodotto una sorta di epurazione delle presenze plebee. Una coincidenza di primo consolato e di primo tribunato nella stessa figura lascia però perplessi: salviamo il console e cancelliamo il tribuno?
A me pare che il problema dal piano storico vada passato al piano storiografico antico e possa essere letto in riferimento al tema ideologico della libertas: quella del popolo recuperata con la cacciata dei re, quella della plebe conquistata con la prima secessione. In entrambe le situazioni, per certi filoni di tradizione, che Dionigi accoglie, Bruto è presente.
Gli attori di parte patrizia occupano gran parte del campo nella vicenda della prima secessione, perché la tradizione sulle secessioni è stata gestita da chi plebeo non era.
E quindi giganteggia la figura di Menenio Agrippa[53], come risolutore della crisi, il vero eroe della secessione, il perpetuo exemplum della capacità di conciliazione, mentre un altro filone di tradizione, epigrafica e letteraria, pone in quel ruolo M. Valerio, il dittatore e l’augure. Gli studiosi moderni hanno dedicato il maggiore interesse alla figura di Menenio, intrigante per il suo essere oriundus dalla plebe, e, soprattutto, autore dell’apologo[54].
Gli studi del Ranouil[55] ripresi dal Richard[56] hanno cercato di chiarire l’appartenenza dei Menenii: per il Ranouil, sono una gens patrizia di origine etrusca, e i tribuni plebei potrebbero essere loro antichi clienti; per il Richard, Menenio Agrippa è un patrizio moderato, interpretato e sentito in quanto tale, da una certa parte della tradizione, come plebeo.
La storiografia antica ci presenta due chiavi interpretative delle secessioni, fides e concordia, e l’aver chiarito questo è uno dei risultati più interessanti, e direi anche più utili, della ricerca moderna. La fides, osserva il Bayet[57], indica una reciprocità totale e da essa dipendevano l’ordine e la stabilità della città. È il valore cardine dello Stato.

Ritratto virile di patrizio romano. Testa, marmo, metà I sec. a.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani

Tutto il racconto della prima secessione e della sua ricomposizione ruota attorno ad un rompersi e rinsaldarsi dei rapporti di fides. La colpa dei plebei, è una giusta osservazione della Piccaluga[58], è una colpa di perfidia: l’insolvenza dei plebei è un’infrazione della fides negoziale, cui corrisponde l’inadempiuta promessa dei patrizi dello scioglimento dei debiti. La rottura dell’equilibrio della fides spezza la comunità «in due metà ugualmente inservibili». Il superamento può avvenire solo attraverso il recupero della concordia.
Lo hanno messo bene in luce, in particolare, coloro (Nestle[59], Momigliano[60], Bertelli[61], Peppe[62]) che, analizzando l’apologo di Menenio Agrippa, hanno ricercato la genesi del criterio storiografico della concordia, individuando le ragioni del rimodellamento della narrazione della prima secessione, il Momigliano nell’esigenza di affermare l’ideale aristocratico in cui le diverse parti dello Stato sono subordinate ad un ordine superiore che garantisce l’equilibrio, il Bertelli, nelle tensioni ideologiche dell’età graccana che portano allo slogan politico della concordia ordinum, il Peppe nel formarsi di una più ampia concezione dello Stato e della convivenza civile. In Livio, la riscrittura in termini di concordia della prima secessione, coerentemente dalle battute iniziali con l’abdicazione del dittatore Valerio (Non placeo … concordiae auctor,  II 31, 9) alla conclusione (agi de concordia coeptum II 33, 1), porta ad edulcorare il fatto in sé, cancellando quegli aspetti di violenza[63] che poi trapelano sporadicamente (ad es. i campi saccheggiati di contro al rispetto per i raccolti[64]), al punto che Livio, recuperando dall’antica memoria degli annali il rito dittatoriale dell’infissione del chiodo, definisce le secessioni frutto di menti alienate dall’ira, che possono essere riportate a saggezza da un rito piaculatorio[65].
Nelle pagine di Dionigi[66] lo spazio di mediazione è condiviso da Manio Valerio, figura presente anche in Livio[67], ma limitatamente ai fatti che precedono la secessione, come dittatore filoplebeo, che abdica per protesta contro il rifiuto del Senato di deliberare de nexis. Da questo momento nelle pagine di Tito Livio sparisce; permane invece in quelle di Dionigi, come uno dei dieci ambasciatori inviati a mediare, anzi il più anziano e il più popolare, colui che torna a Roma a sancire l’accordo.
L’Elogium aretino di età augustea[68] (Inscr. Ital. 13, 78) lo indica come dittatore ed augure e lo celebra come colui che plebem de sacro monte deduxit / gratiam cum patribus reconciliavit / faenore gravi populum … liberavit.
Pesa su Manio Valerio una posizione molto diffusa nella storiografia contemporanea, quella di leggere i dati relativi ai Valerii nella tradizione annalistica come frutto di un intervento di rielaborazione operato da Valerio Anziate[69], così come la tradizione claudia, che ad essa si oppone, sarebbe debitrice a Claudio Quadrigario[70]. E nel caso di questo dittatore del V secolo a.C., nel suo ruolo di conciliatore, più di uno ha richiamato la preoccupante somiglianza con l’identico ruolo del dittatore Valerio per la sedizione/secessione del 342 a.C. Le quiete acque di un sostanziale disinteresse per questa figura sono state con buoni argomenti agitate da Vallocchia[71].
Ora il Vallocchia si rende conto benissimo della difficoltà che presenta questa associazione dittatura-augure (anche perché esiste un omonimo augure, ma le fonti lo pongono ben lontano dal tempo della secessione, nel 463 a.C.), ma ha senz’altro ragione di richiamare l’importanza degli atti che la plebe compie nel campo religioso (la consecratio del mons, l’erezione dell’ara a Iuppiter) e nell’insistere sulla figura di Valerio come garante della legalità e della regolarità delle procedure. Nella sua funzione di augure, egli avrebbe consentito «di porre le condizioni giuridico-religiose necessarie perché la plebe non violi la religio» e «possa lasciare il mons della secessione senza aver turbato la pax deorum»[72].

5. Le procedure di conciliazione. Aspetti giuridici rituali religiosi

Fin dall’inizio della riflessione storiografica moderna, si è posto il problema della verisimiglianza storica e giuridica del foedus che, a stare a Dionigi[73], e più velatamente a Livio[74], avrebbe sancito, per mezzo dei feziali, l’accordo finale della prima secessione.
E la questione è stata molto dibattuta[75] tra storici e giuristi, con varie argomentazioni ed anche con una ricerca di ipotesi conciliatorie tra le opposte posizioni[76] (poiché il problema che ne è al centro, ossia se uno strumento come il foedus che opera nei rapporti di carattere internazionale potesse essere stato legittimamente impiegato a regolare i rapporti tra patrizi e plebei, è problema che investe la natura della collettività plebea e il fondamento del tribunato della plebe[77]). Se la plebe costituiva una parte della cittadinanza e non una comunità autonoma[78], argomenta il De Martino[79], questo basta per impedire la conclusione del foedus e ancor di più l’ipotesi del foedus diventa insostenibile se si considera il carattere delle leggi sacrate, tipiche di un ordinamento in cui non vi erano sanzioni giuridiche riconosciute da una comunità come obbligatorie per tutti. Il trattato e le leggi sacrate costituirebbero categorie giuridiche incompatibili. La questione, direi, potrebbe dichiararsi chiarita dopo le ricerche del Catalano[80] sul cosiddetto “sistema sovrannazionale” romano, che hanno lucidamente mostrato come non sia corretto utilizzare le categorie moderne di diritto internazionale e diritto statuale rispetto alla nozione di foedus. Meglio ricondursi allo ius fetiale, uno ius percepito dai Romani come universale, che individua come suoi potenziali soggetti comunità che non corrispondono all’idea moderna di Stato. E su questa linea il Tondo[81] ritiene che l’accordo reso solenne dall’intervento dei feziali dovette consentire l’utilizzo, con qualche adattamento, del tipo di ius iurandum in uso per i trattati, quale strumento particolarmente idoneo a vincolare, nella maniera più efficace, l’intera comunità civica. Del tutto diversa la conclusione della secessione del 449 a.C. Piuttosto strano, così lo definisce il Bayet[82], lo schema che Livio propone del ritorno alla libera res publica dopo l’abdicazione dei decemviri, nient’altro avviene che la decisione senatoria di creare nuovi tribuni sotto la presidenza del pontefice massimo e di concedere l’amnistia per la secessione dei soldati e della plebe. Non c’è traccia di foedus, tutto avviene in comitiis e col recupero di quelle cerimonie sacrificali, di sapore magico per il Piganiol[83], che già avevano chiuso la prima secessione e che erano mirate a restituire ai tribuni quella sacrosanctitas il cui ricordo ormai era quasi svanito. Questo diverso andamento indica con chiarezza come già il movimento secessionistico del 449 a.C. avvenga in un contesto politico tanto mutato da portare ad una conclusione giuridicamente diversa, col riconoscimento del tribunato. Le secessioni, uguali nella dinamica, non possono essere considerate unitariamente quanto a motivazioni e conclusioni. Nella storiografia contemporanea, non trova molto spazio l’analisi degli aspetti rituali delle secessioni e delle ripercussioni che dovettero avere sul piano sacrale[84], anche se tutti sono consapevoli che, in una società come quella romana, politica e religione sono indissociabili, sono due facce della stessa realtà[85]. L’interesse si è facilmente focalizzato sull’istituzione del culto di Cerere, sia per quanto può testimoniare sulla situazione agraria del tempo, sia per il suo ruolo come centro degli tesori e degli archivi plebei, sia per l’incertezza della sua derivazione (greca per il Momigliano[86]) e, in particolare, per il suo supposto rappresentare, con la triade aventinese, un contraltare alla triade capitolina.
Sono restati in ombra quei risvolti religiosi della secessione, che ora in parte il Vallocchia recupera, cercando di chiarire la fondatezza o meno della qualificazione di augure che l’elogio epigrafico associa (ed è un unicum) alla dittatura di Manio Valerio. Dando il giusto rilievo agli atti rituali della plebe, giunge alla conclusione che la secessione non determina alcuna rottura sul piano religioso, anzi i plebei si pongono esplicitamente sotto la protezione degli dei della città e non affermano proprie scelte religiose. È anche la tesi del de Cazanove[87], che rilegge il modo con cui l’esercito si organizza al campo al tempo della prima secessione. I soldati, egli osserva, portano con sé le insegne militari, il cui valore sul piano religioso è ben colto da Dionigi, che le definisce statue divine, ídrymata theōn (VI 45, 2). Non praticano alcuna rottura in materia religiosa, anzi richiedono la presenza fisica degli dei di Roma; e soprattutto si pongono sotto la protezione di Iuppiter, facendo dell’altare votato sul Monte Sacro una replica di quello capitolino, solo che si tratta di Iuppiter Territor, a rammentare a tutti quale tremenda minaccia significhi una secessione.
Coerentemente con questa impostazione, il de Cazanove vede nel culto di Cerere non culto plebeo che si contrappone al culto capitolino, ma un culto integrato nel quadro dei culti civici. Solo attraverso un processo complesso il tempio di Cerere sarebbe divenuto il luogo privilegiato in cui si cristallizzano le istituzioni plebee, una sorta di contraltare rispetto al polo capitolino, non nel senso di una opposizione alla triade, ma piuttosto come complemento ad essa, poiché Iuppiter è garante della fides che regge il contratto sociale, ma quando la fides non basta più, ci vogliono anche gli archivi per conservare gli scritti che non mentono. Che cosa rappresenta la secessione nella storia della plebe del V secolo? Una suggestiva risposta è quella del Richard[88]: «Con la secessione la plebe entra nella storia», risposta che è giustificata dalla tesi che solo con le secessioni la plebe uscì da una condizione virtuale, divenendo forza politica.
Per la scuola che si rifà al Mommsen[89], la plebe entra con la secessione in uno stato di rivoluzione permanente. Di fronte allo stato di diritto, ossia alla res publica patrizia, la plebe incarna la forza illegale, che per due secoli resta ai margini della città, finché il tribunato e i concilia plebis furono assimilati al populus. Al Mommsen si ricollega espressamente il De Martino[90], che qualifica la plebe società rivoluzionaria dentro il comune. Ancora più deciso il Guarino[91], che intitola il suo saggio del 1975 alla rivoluzione della plebe, definita «grandiosa e fin oggi per più versi misteriosa, forse misconosciuta, l’unica sola vera rivoluzione registrata nella storia di Roma» (il saggio del Syme era già uscito da decenni). In realtà, nella storiografia moderna, la valutazione di rivoluzione/rivoluzionario ricorre frequentemente, ed è principalmente diretta a qualificare la natura del tribunato della plebe, spesso definito come tale, almeno nella sua genesi, e/o l’intero processo di formazione dello Stato patrizio-plebeo. Che sia dubbia la correttezza, per comprendere la realtà romana, dell’uso di concetti che appartengono ad esperienze moderne, ed anche ad ideologie ben precise, lo dimostrò quella riflessione importante condotta, da storici e giuristi, nell’incontro preparatorio del seminario cagliaritano del 1971, su “Stato e istituzioni rivoluzionarie in Roma antica”, in cui si fronteggiarono visioni opposte[92]. Le conclusioni di tale dibattito sono quelle enunciate, in particolare, dal Catalano[93]: «L’uso del concetto rivoluzione… è probabilmente utile per commisurarsi sul dato storico… ma non è certo sufficiente per afferrarlo nella sua interezza, …l’importante è cercare nell’esperienza e nei concetti antichi ciò che può essere utile al rinnovamento del pensiero e della società contemporanei», e su questo si può concordare.

 

 


[1] J. Beloch, Römische Geschichte bis zum Beginn der punischen Krieg, Berlin 1926, 283.

[2] E. Pais, Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli, 1, Roma 1913, 492 ss.

[3] J.-Cl. Richard, rec. a F. Serrao (ed.), Legge e società nella repubblica romana, I, Napoli 1981, REL, 60, 1982, 438.

[4] T.J. Cornell, The Failure of the Plebs, in Tria Corda. Scritti in onore di A. Momigliano, Como 1983, 101-120; The Value of the Literary Tradition concerning Early Rome, in Social Struggles in Archaic Rome, Berkeley 1986, 52-76; The Beginnings of Rome, Italy and Rome from the Bronze Age to the Punic Wars (c. 1000-264 BC), London 1995.

[5] S. Tondo, Profilo di storia costituzionale romana, Milano 1981.

[6] L. Amirante, Una storia giuridica di Roma, I, Napoli 1985.

[7] F. Serrao (ed.), Legge e società nella repubblica romana, I, Napoli 1981.

[8] D. Gutberlet, Die erste Dekade des Livius als Quelle zur gracchischen und sullanischen Zeit, Hildesheim-Zürich 1985.

[9] Ancora aperto e dibattuto il tema dell’origine della distinzione tra patriziato e plebe. Rilevava il Momigliano, in un ben noto articolo del 1967 dedicato all’Ascesa della plebe nella storia arcaica di Roma (in RSI, 79, 1967, 297-312, ora in Quarto Contributo, 437-454), quel che definisce una stranezza, ossia il disinteresse che aveva colpito, negli ultimi 30 anni, uno dei temi classici, fin dall’800, della storiografia su Roma arcaica, quello delle lotte tra patrizi e plebei. Il Momigliano scriveva nel 1967 e l’unico lavoro originale che cita del trentennio è la Lex sacrata di F. Altheim (Amsterdam 1940). Ne attribuisce la causa non tanto e non solo al prevalente interesse per la ricerca archeologica che aveva visto la ripresa degli scavi a Roma Lavinio a Pyrgi a Veio e alle scoperte clamorose conseguenti, quanto soprattutto all’ingessatura che aveva subito la visione dei rapporti sociali arcaici, indotta dagli studi del Dumézil (ad es. Métiers et classes fonctionnelles chez diverses peuples indo-européennes, in AESC, 13, 1958, 716-724) sulla società indoeuropea (per cui Roma è erede del sistema tripartito delle caste indo-europee) e di Andreas Alföldi, con i suoi richiami alla comunanza tra Iranici e Latini o Latini Turchi (Der frührömische Reiteradel und seine Ehrenabzeichen, Baden-Baden 1952, Early Rome and the Latins, Ann Arbor s.d. (1965). In realtà l’insieme del lavori dedicati, tra le due guerre mondiali, alla plebe romana aveva visto il progressivo attenuarsi dell’interesse sul problema dell’origine (che tanto aveva appassionato dalla fine dell’800 e gli inizi del ‘900) e il prevalente concentrarsi dell’attenzione di storici e di giuristi sull’organizzazione che la plebe si era data dopo la prima secessione. Il lavoro dell’Altheim viene quasi a conclusione di un decennio assai fertile: basti pensare alle ricerche del Momigliano stesso sull’origine delle magistrature romane (il tribunato, 1932; l’edilità, 1933) e sugli ordinamenti centuriati (1938) o, sugli stessi temi, di G. De Sanctis sull’edilità plebea del 1932; sulle origini dell’ordinamento centuriato del 1933), del Niccolini (Il tribunato della plebe, 1932) del Siber (sulle magistrature plebee fino alla legge Ortensia del 1936), dell’Hoffman (sulla plebe, 1938), del Cornelius (sulla storia romana arcaica, 1940). In altre parole, non si ricerca più ciò che differenzia la plebe dai patrizi a partire da un passato più o meno lontano e quasi mitico, ma il problema della genesi della plebe diventa il problema della genesi degli istituti in cui si è venuta esprimendo la differenza tra patrizi e plebei. A questa svolta metodologica, alla metà degli anni ‘40 si aggiunge col lavoro del Last sulla riforma serviana (The Servian Reforms, in JRS, 35, 1945, 30-48) una forte svolta anche nei contenuti, con la decisa affermazione che la distinzione tra patrizi e plebei si sviluppò dopo la fine della monarchia, per effetto della sopraffazione politica di un gruppo di potenti famiglie che si chiusero in casta, tesi che sviluppava precedenti osservazioni del Soltau, Jordan, Meyer, Hulsen e che spazzava via (o tentava di farlo) il postulato niebhuriano praticato a lungo del privilegio patrizio di appartenenza alla cittadinanza (cfr. su ciò J.-Cl. Richard, Les origines cit., 76 s.).

Si riaccende un dibattito che è tuttora lontano dall’essersi concluso su quando e come si siano formati i privilegi patrizi (con le teorie sull’origine repubblicana del Last (op. cit.), del Magdelain (Auspicia ad patres redeunt, in Hommages à J. Bayet, Bruxelles 1964, 427-473), del Ranouil (Recherches sur le patriciat (509-366 avant J.-C.), Paris 1975), del Palmer (The archaic community of the Romans, Cambridge 1970), sul rapporto tra plebe e organizzazione centuriata (che vede contrapporsi la tesi del Momigliano – Osservazioni sulla distinzione fra patrizi e plebei, in Les origines de la République romaine, Gèneve 1966, 199-221, ripubblicato nel Quarto contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, 419-436 – di un’esclusione della plebe dalla classis, alle opinioni di chi vede proprio nella presenza della plebe nell’ordinamento oplitico la ragione della forza delle secessioni e accetta il dato della tradizione che ci presenta il rifiuto delle leve come uno degli strumenti della lotta plebea), sui contenuti delle tante opposizioni patres/conscripti, adsidui/proletari, maiores/minores gentes (dibattito sollecitato dal Momigliano, e che investe in pieno la problematica relativa alla fisionomia sociale del V secolo a.C.), sulla proprietà delle terre e la attendibilità della tradizione quando pone una questione agraria in tali tempi (attendibilità fortemente negata dal Gabba – ad es. in Problemi di metodo per la storia di Roma antica, in Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica, Atti dei Convegni Licei, Roma 1993, 12-24 –, ma da altri sostenuta). Una forte esigenza fu espressa dal Richard alla fine degli anni ‘70 (Les origines cit.), quella di mettersi decisamente alle spalle il problema più o meno inafferrabile dei primordia del dualismo patrizio-plebeo, sostituendo, sulla scia del Pallottino, il concetto di formazione, anzi di creazione continua, a quello di origine. Seguendo l’indicazione della tradizione annalistica, che colloca l’inizio del conflitto all’indomani della morte di Tarquinio, il Richard va a verificare le condizioni politiche e sociali che portano la plebe a diventare gruppo di pressione e forza politica. È evidente che se l’origine del conflitto si sposta all’inizio dell’età repubblicana, la prima secessione viene ad assumere un rilievo fondamentale, rappresentando il momento di genesi di un’organizzazione binaria, al punto che in abbastanza fresco manuale (Storia di Roma, Milano 2000) di Adam Ziolkowski si legge che «in realtà questo dualismo fu il risultato di un’espansione di un’organizzazione nata nel 494 a.C., di carattere affine ad un sindacato o a un partito moderno», visione attualizzante che si giustifica con l’enfasi che lo Ziolkowski pone sulla solidarietà di gruppo dei plebei. In questi ultimi decenni, un’altra svolta si è avuta nella ricerca di nuove prospettive per analizzare e comprendere la lotta tra gli ordini, con i contributi del Raaflaub (Politics and Society in Fifth Century Rome, in Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica, Atti dei Convegni Lincei, Roma 1993, 129-157) e di Eder (The Political Significance of the Codification of Law in Archaic Societies: an unconventional hypothesis, in K. Raaflaub (ed.), Social Struggles in Archaic Rome: new perspectives on the Conflict of the Orders, Berkeley 1986, 262-300), che hanno portato al centro del dibattito l’utilità di un’analisi comparativa tra le póleis greche arcaiche e Roma. Il Raaflaub cerca nel mondo greco modelli interpretativi utili e applicabili alla realtà economica e sociale romana, così come l’Eder propone interessanti analisi comparative sulle codificazioni aristocratiche, che portano alla non di poco innovativa ipotesi di vedere in esse l’esito di propositi auto-regolamentatori dei gruppi aristocratici. Tante ricerche, tante ipotesi, tanti diversi modelli interpretativi del conflitto, che lungi dall’aver trovato un ubi consistam abbastanza concorde, mi pare però abbiano portato a significative conclusioni: la conferma della centralità del ruolo delle secessioni come punto di genesi dell’organizzazione plebea, e una concezione meno rigida, più duttile, sia della fisionomia della plebe, intesa non più come corpo omogeneo e monolitico di tutti poveri, ma come un gruppo che presenta al proprio interno differenziazioni economiche e sociali, e quindi aspirazioni diverse, sia della natura e dell’articolazione del conflitto, che non resta immutato per quasi due secoli, ma si snoda in più momenti, di diverso carattere e complessità (cfr. i contributi in due importanti volumi, W. Eder (ed.), Staat und Staatlichkeit in der frühen römischen Republik, Stuttgart 1990; K. Raaflaub (ed.), Social Struggles, cit.; nonché Crise et transformation des sociétés archaïques de l’Italie antique au Ve siècle av. J.C., Rome 1990; Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica, Atti dei Convegni Lincei, Roma 1993).

[10] J.-Cl. Richard, Les origines cit., 541 ss.

[11] Vedi G. Poma, Considerazioni sul processo di formazione della tradizione annalistica: Il caso della sedizione militare del 342 a.C., in W. Eder (ed.), Staat und Staatlichkeit cit., 139 ss.

[12] J. Beloch, Römische Geschichte cit., 283.

[13] Vd. n. 11.

[14] R.E. Mitchell, Patricians and Plebeians. The Origin of the Roman State, Ithaca 1990, 131 ss.

[15] Ed. Meyer, Der Ursprung des Tribunats und die Gemeinde der vier Tribus -Anhang: Die Secessionen von 494 und 449, in Hermes, XXX, 1895, 1-24, ora in Kleine Schriften, Halle 1924, 331-379.

[16] Th. Mommsen, Römische Staatsrecht, 2, 3a ed., 273-374, cfr. anche Storia di Roma antica, I, 1, Torino 1925 (a cura di E. Pais), 253 s.

[17] J. Binder, Die Plebs. Studien zur römischen Rechtsgeschichte, Leipzig 1909, 378.

[18] G. Niccolini, Il tribunato della plebe, Milano 1934, 30-31.

[19] Per la prima secessione, la descrizione liviana (II 32, 2) ci presenta una seditio che matura entro l’esercito reduce e vittorioso che, chiamato artatamente ad un nuovo impegno militare, prima medita l’uccisione dei consoli per sciogliersi dal giuramento; poi su iniziativa di un tal Sicinio iniussu consulum si ritira, e qui sta pacificamente, in un campo munito sul Monte Sacro o sull’Aventino (che è versione più antica, risalendo a Pisone fr. 22 (Peter 1, 129), mentre quella relativa al Monte Sacro per l’Ogilvie (A commentary on Livy, books 1-5, Oxford 1965, 311) sembrerebbe risalire a Sempronio Tuditano). Per Cicerone, invece, va sul Monte Sacro e sull’Aventino (De re publica II 58 e 63), per Dionigi (Antichità romane VI 45, 2; X 35, 1) sul solo Monte Sacro, mentre Dione Cassio parla genericamente e prudentemente solo di un colle (fr. 17. 9). Più complessa è la dinamica della seconda secessione, che si collega alla caduta dei decemviri. Per Livio (Ab Urbe condita III 50-54), che si abbandona ad un ampio racconto, lo sviluppo è complesso: due sono gli eserciti negli accampamenti, uno era in monte Vecilio e spinto da Virginio occupa in armi l’Aventino, l’altro in Sabinis, da dove per iniziativa di Icilio e Numitore si ricongiunge ad esso; a questo movimento degli armati verso Roma si aggiunge la plebs urbana, mogli e figli insieme si spostano sul Monte Sacro, abbandonando la città, poi di nuovo, fatto l’accordo, sull’Aventino. Per Cicerone gli armati vanno (De re publica II 63) prima sul Monte Sacro e poi sull’Aventino, parlano del solo Aventino Sallustio (Bellum Iugurthinum XXXI 17), Dionigi (IX 43), Diodoro (Antichità romane XII 24, 5) e altri ancora. Intanto, queste complicate manovre sono, per l’Ogilvie (op. cit., loc. cit.), il frutto dell’incrocio di due tradizioni che collocano la secessione su due colli diversi (en passant, la mancanza di chiarezza è in Livio stesso che a distanza di poche righe definisce l’Aventino come il locus felix dove ebbe inizio la libertà della plebe (Ab Urbe condita III 54, 9) e il Monte Sacro come il colle in cui fu eletto il primo tribuno della plebe). Resta isolata la testimonianza di Varrone (De lingua latina V 81, 52 Collart): in secessione Crustumerina, che però non può essere trascurata, data la bontà del suo lavoro antiquario. E poiché la citazione di Varrone è relativa alla derivazione del nome dei tribuni dai tribuni militum, può essere intesa in più modi, riferita alla prima secessione (in tal caso potrebbe indicare un terzo luogo o identificare in altro modo ancora il Monte Sacro, così il Niccolini e i più) o riferita alla seconda, e collocante la prima elezione dei tribuni nel 449 a.C. Il Mazzarino (Note sul tribunato della plebe nella storiografia romana, in Index, 3, 1972, 174-191) tra questi, che dà grande rilievo al fatto che per Varrone i tribuni della plebe sono ex tribunis militum primum … facti, per cui vi vede una conferma, non solo della natura originaria militare e rivoluzionaria del tribunato, ma anche del fatto che si tratti della seconda secessione scoppiata nell’esercito arroccato a difesa inter Fidenas Crustumeriamque, e poi passato in agrum sabinum (Ab Urbe condita III 43) – e non nella Sabina o sull’Algido, come è più diffusa tradizione – e che da questa secessione abbia avuto inizio il tribunato.

[20] R.T. Ridley, Notes on the Establishment of the Tribunate of the Plebs, in Latomus, 27, 1968, 535-554.

[21] A. Guarino, La rivoluzione della plebe, Napoli 1975.

[22] F. Fabbrini, v. Tribuni plebis, in NNDI, 1969, 778-822.

[23] Fluss, v. secessio, in PWRE, 2, A, 1, 1921, coll. 974-976.

[24] Oxford Latin Dictionary, v. secessio 2, ed. P.G.W. Glare, 1982, 17161; A. Forcellini, Lexicon totius latinitatis, t. IV, 1965 (ed. an.), 2711.

[25] Th. Mommsen, Storia di Roma antica cit., 242.

[26] F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, Napoli 1972 (2a ed.), 260 ss.

[27] G. Piccaluga, La colpa di ‘perfidia’ sullo sfondo della prima secessione della plebe, in Le délit religieux dans la cité antique, Rome 1981, 21-25.

[28] Vedi P. Catalano, Tribunato e resistenza, Torino 1971, 21 ss. Si deve a G. Grosso la proposizione del rapporto tra il moderno diritto di sciopero e l’azione della plebe (Il diritto di sciopero e l’intercessio dei tribuni della plebe, in RISG, 89, 1952-1953, 397-401).

[29] P. Catalano, Tribunato e resistenza cit., 25.

[30] R.E. Mitchell, Patricians and Plebeians cit., 13.

[31] W. Eder, Zwischen Monarchie und Republik: das Volkstribunat in der Frühen Römischen Republik, in Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica, Atti dei Convegni Lincei, Roma 1993, 97 s.

[32] T. Cornell, The Beginnings of Rome cit., 256 s.

[33] Ab Urbe condita II 32, 5.

[34] A. Momigliano, L’ascesa della plebe cit., 297 ss.

[35] J. Ellul, Réflexions sur la révolution, la plèbe et le tribunat de la plèbe, in Index, 3, 1972, 155-167.

[36] G. Lobrano, Il potere dei tribuni della plebe, Milano 1983, 199.

[37] K. Raaflaub, Politics and Society in Fifth Century Rome, in Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica, Atti dei Convegni Lincei, Roma 1993, 129-157, 151.

[38] F. Münzer, v. Sicinius (4), in PWRE 2, A, 2, coll. 2195-2199. Nel 487 a.C. un T. Sicinio (o Siccio, per Dionigi), che forse ha il cognomen Sabinus, infatti, parrebbe essere console nel 487 a.C., trionfatore sui Volsci (Ab Urbe condita II 40,14). In realtà i Sicinii, insieme con i Cassii, i Cominii, i Tullii, i Minucii rappresentano uno dei problemi più ostici da affrontare, quello annoso dei nomi plebei nelle liste consolari in età anteriore all’istituzione del tribunato consolare. La storiografia moderna ha tentato varie vie d’uscita, a cui è sottesa l’accettazione o meno dell’assunto liviano (Ab Urbe condita IV 4, 1) che il consolato dalla sua nascita sia stato ricoperto solo da patrizi: nomi frutto di tarde interpolazioni plebee, nomi in età arcaica portati da patrizi poi decaduti, nomi di coscripti, nomi autenticamente plebei che attestano come in età arcaica il consolato non fosse monopolio patrizio, coesistenza in una medesima gens di due stirpes, una patrizia, una plebea. Per un punto su tale dibattito, cfr. J.-Cl. Richard, Les origines cit., 529; A. Mastrocinque, Lucio Giunio Bruto. Ricerche di storia, religione e diritto sulle origini della repubblica romana, Trento 1988, 96 ss.

[39] E. Pais, Storia critica di Roma cit., 126.

[40] J.-Cl. Richard, Les origines cit., 527.

[41] L. Sicinius Vellutus o Bellutus, destinato a diventare tribuno nel 493, edile della plebe nel 492 e forse ancora tribuno nel 491 a.C. dà l’avvio ad una serie di Sicinii presenti nei fasti dei tribuni e degli edili, che si intrecciano e confondono con i Siccii, e che si interrompono dopo il 387, quando un L. Sicinius è autore di una rogatio de agro Pomptino (Ab Urbe condita VI 6, 1), lasciano il passo ai Licinii e ai Sestii, per poi ricomparire appunto nel 76 a.C. con un Cn. Sicinius. Una gens debolissima, non presente in incarichi di rilievo dopo il IV secolo a.C., in cui, a quanto pare, ebbe a cuore la questione agraria. Cfr. G. Niccolini, I Fasti cit., 1 ss. Difficile pensare che questo ruolo di capofila di una dinastia di tribuni non sia una diretta conseguenza dell’altro ruolo di promotore della secessione che almeno Livio gli riconosce e altrettanto difficile pensare che non sia un plebeo. Semmai si potrebbe riflettere sul cognomen Sabinus che la tarda tradizione sembra attribuirgli e considerare che è appena avvenuta in Roma la migrazione di Attus Clausus con i suoi dalla Sabina.

[42] G. Niccolini, Il tribunato della plebe cit., 40.

[43] J.-Cl. Richard, Les origines cit., 563 ss.

[44] R.M. Ogilvie, A commentary cit., 311.

[45] Tutti i ragionamenti fatti hanno portato alla conclusione che si intrecciano e fiancheggiano due filoni di tradizione: una rappresentata da Pisone, Attico, Cicerone, Asconio, che Livio conosce, e una seconda rappresentata da Dionigi di un collegio a 5, che Livio accoglie attraverso l’escamotage della cooptazione. Vedi per le fonti in merito, G. Niccolini, I Fasti cit., 1 ss. C’è un certo accordo sulle posizioni dell’Ogilvie, che raccoglie gli esiti di una ricerca che parte dal Mommsen (Römische Staatsrecht cit., 2, 272-330) e dal Meyer (Der Ursprung cit., 353-373), nel ritenere che in origine i tribuni dovessero essere due, che la lista sia ristretta sia allargata sia stato campo di bene identificabili irruzioni gentilizie o politiche a favore dei Licinii, degli Icilii e forse degli Iunii (A Commentary cit., 311 ss.). C’è una certa probabilità che la coppia originaria possa essere stata costituita in effetti da Sicinius e da L. Albinus o Albinius, illustri ignoti, per il Richard, invece, accanto a L. Albinus o Albinius va collocato uno dei cinque di Dionigi, il C. Visellus o Viscellius Ruga (Les origines cit., 568 ss.).

[46] Tra l’altro, il fatto che sottolinea, per il tribunato della plebe del 456 a.C., che L. Icilius era figlio di quell’Icilius che era stato il primo tribuno della plebe, quando gli Icilii i loro titoli di nobiltà se li acquistano all’epoca della seconda secessione.

[47] Th. Mommsen, Römische Forschungen cit., I, 111.

[48] L.R. Ménager, Nature et mobiles de l’opposition entre la plèbe et le patriciat, in RIDA, ser. 3, 19, 1972, 367-97.

[49] Per il Niebhur, Römische Geschichte cit., I, 552, Bruto era il simbolo dell’accesso della plebe al potere.

[50] E. Pais, Storia di Roma, I, Torino 1988, 364, ampiamente seguito.

[51] A. Mastrocinque, Lucio Giunio Bruto cit., 107 ss., 142 ss.

[52] A. Mastrocinque, Lucio Giunio Bruto cit., 107 ss.

[53] Ab Urbe condita II 32, 8-12; Antichità Romane, VI 83-86; Cassio Dione fr. 17, 10; Zonaras 7, 14.

[54] Sul processo di formazione della tradizione su Menenio Agrippa, cfr. J.-Cl. Richard, Les origines cit., 542, nt. 344.

[55] P.C. Ranouil, Recherches cit., 209.

[56]  J.-CL. Richard, Les origines cit., 522 ss. e nt. 279.

[57]  J. Bayet, L’organisation plébéienne cit., 145 s.

[58] Piccaluga, La colpa di “perfidia” cit., 21-25.

[59] W. Nestle, Die Fabel des Menenius Agrippa, in Klio, 21, 1927, 350-360.

[60] A. Momigliano, Camillus and Concord, in CQ, 36, 1942, 111-120 (ripubblicato nel Secondo contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Roma 1960, 99-104).

[61] L. Bertelli, L’apologo di Menenio Agrippa: incunabolo della “Homonoia” a Roma?, in Index, 3, 1972, 224-234. A suo parere, l’episodio potrebbe appartenere allo strato più antico delle secessioni della plebe, che poneva al centro il problema del nexum, conservata dalla tradizione gentilizia dei Menenii, sempre legati ai temi economici. Tradizione poi rimaneggiata alla fine del IV secolo a.C., con l’inserimento del motivo della concordia civium, quando al problema originario della soggezione economica della plebe si sarebbe sostituito il motivo ideologico. Nel liviano interpreti arbitroque concordiae civium/ legato patruum ad plebem reductori plebis romanae in urbem il Bertelli vede la spia di questo processo: i primi due termini sarebbero il frutto dell’attualizzazione, gli altri due si dovrebbero rifare al nucleo originario.

[62] L. Peppe, Studi sull’esecuzione personale. I. Debiti e debitori nei primi due secoli della repubblica romana, Milano 1981.

[63] Livio sottolinea il diverso comportamento della plebe di Ardea rispetto a quella romana: pulsa plebs, nihil Romanae plebi similis, …in agros optumatium cum ferro ignique excusiones facit (Ab Urbe condita IV 9, 8).

[64] Ab Urbe condita II 4, 1.

[65] Ab Urbe condita VII 3, 8. Mai, in ogni modo, i secessionisti subirono rappresaglie. Sul tema dell’amnistia, richiesta dai plebei, vedi da ultimo, M. Raimondi, L’amnistia tra patrizi e plebei nelle Antichità Romane di Dionigi di Alicarnasso, in Amnistia, perdono e vendetta nel mondo antico (a cura di M. Sordi), Milano 1997, 99-111.

[66] Antichità romane VI 69, 3.

[67] Ab Urbe condita II 31, 9-10.

[68] Sull’iscrizione aretina, vedi da ultimo, F. Vallocchia, Manio Valerio Massimo, dittatore e augure, in Index, 35, 2007, 27-39 (che riporta anche le altre fonti sul ruolo del dittatore).

[69] Cf. H. Volkmann, v. Valerius Antias, in PWRE, 8, A, 2, 1948, coll. 2312 ss.

[70]  S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 2, Roma-Bari 1983, 281 ss.

[71] F. Vallocchia, Manio Valerio Massimo cit.

[72] F. Vallocchia, Manio Valerio Massimo cit., 36. Giustamente l’autore richiama il ruolo che, al termine della seconda secessione, avrà il pontefice massimo.

[73] Antichità romane VI 89, 1; 84, 3.

[74] Ab Urbe condita II 33, 1: agi deinde de concordia coeptum, concessumque in condiciones…, un accenno incidentale in IV 6, 7: foedere icto cum plebe.

[75] L’ipotesi del foedus è proposta dal Niebhur (Römische Geschichte, I, Berlin 1811), ma fortemente combattuta dal Mommsen (Römisches Staatsrecht cit.).

[76] Sulle varie posizioni su questa tradizione, cf. J.-Cl. Richard, Les origines cit., 551, nt. 370.

[77] Vedi, a proposito, G. Lobrano, Il potere dei tribuni cit., 27 ss.; e dello stesso, Fondamento e natura del potere tribunizio nella storiografia giuridica contemporanea, in Index, 3, 1972, 235-262.

[78] L’argomentazione in tal senso è sviluppata da G. De Sanctis, Storia dei Romani, 2, cit., 28 ss.

[79] F. De Martino, Storia della costituzione I, cit., 340 s., con riferimenti al dibattito in merito a ntt. 25 e 26.

[80] Sulla possibilità tecnica di un foedus tra i due ordini, P. Catalano, Linee del sistema sovrannazionale romano, Torino 1965, 189, nt. 99, 195 ss.

[81] S. Tondo, Storia costituzionale cit., 166.

[82] J. Bayet, L’organisation plébéienne cit., 145-153.

[83] A. Piganiol, Les attributions militaires et les attributions religieuses du tribunat de la plèbe, in JS, 1919, 237-248 (= Scripta varia, 2, Bruxelles 1973, 261-271).

[84] Considerazioni interessanti in D. Sabbatucci, Patrizi e plebei nello sviluppo della religione romana, in SMSR, 24-25, 1953-54, 76-92.

[85] J. Scheid, Religion et piétè à Rome, Paris 1985.

[86] A. Momigliano, L’ascesa della plebe cit., 239-256; sul culto in generale, H. Le Bonniec, Le culte de Cérès à Rome, Paris 1958.

[87] O. de Cazenove, Le sanctuaire de Cérès jusqu’à la deuxième sécession de la plèbe, in Crise et transformation, Roma 1980, 373-399.

[88] J.-Cl. Richard, Les origines cit., 541.

[89] Conosciamo tutti la posizione del Mommsen, se il populus ist der Staat ci fu forzatamente un’epoca in cui la plebe non era altra cosa che la rivoluzione in permanenza, posizione come è noto, che era debitrice ad una concezione statualistica del diritto; per il Mommsen, la plebe è «Gemeinde in der Gemeinde». Sul concetto di stato in Mommsen, e il dibattito successivo, vedi, tra gli altri, G. Lobrano, Fondamento e natura cit., 240 ss.

[90] F. De Martino, Storia della costituzione, I, cit., 338 s.

[91] A. Guarino, La rivoluzione della plebe cit., 15.

[92] I cui interventi sono in Index, 3, 1972. Si fronteggiarono visioni, almeno in apparenza, opposte: il Sabattucci (La censura: istituzione rivoluzionaria dell’antica Roma, 192 s.) che affermava che l’invenzione dei romani, rivoluzionaria rispetto all’ordinamento gentilizio, fu lo Stato, inteso quindi come il prodotto di una rivoluzione culturale, l’Ellul (Rèflexions sur la révolution cit., 55 ss.) per cui il movimento plebeo tendeva a trovare e affermare un proprio ruolo autonomo dentro una civitas dualistica in via di costruzione, in cui il tribunato non agiva in forma rivoluzionaria perché restava nel quadro della civitas («la creazione di uno Stato di tensione bipolare tra due gruppi della comunità»), il Sereni (Considerazioni di metodo su Stato, rivoluzione e schiavitù in Roma antica, 203 ss.), tutt’altro che propenso ad usare, anzi abusare del termine rivoluzione «più giornalistico che storiografico», e per il quale, in ogni modo, la rivoluzione è da intendersi fondamentalmente sul piano sociale; in sintonia con l’Ellul, il Sereni è disposto ad accettare un processo rivoluzionario, ma mai delle istituzioni rivoluzionarie. Gli storici, in tale dibattito, mi pare siano restati abbastanza defilati; basti pensare al Mazzarino, che nel 1966, in Pensiero storico classico, II, 2, 183, aveva a ragione sostenuta la non appartenenza del concetto di rivoluzione (revolutio) al mondo classico: «A indicare la nostra idea di rivoluzione Greci e Romani non scomodarono mai grandi concetti cosmici», e aveva precisato che per essi l’idea di rivoluzione non si allontanò mai dal campo strettamente politico: «…nel pensiero antico un fatto rivoluzionario ha sempre rapporto con una determinata situazione concreta contro la quale si è posto». Ricorda inoltre come i Romani definissero un fatto di tal genere: seditio,tumultus etc., non secessio. Per cui il Mazzarino (Note sul tribunato della plebe, cit., 174 ss.), in questo seminario, indaga sul momento graccano come momento in cui il tribunato riacquista «quel carattere rivoluzionario che il trapasso del tribunato a magistratura dello Stato aveva almeno per certi aspetti, attenuato» e sulla rielaborazione storiografica della tarda repubblica sul V secolo a.C.; in particolare per le secessioni, tende a rivalutare la posizione varroniana che afferma l’origine militare e rivoluzionaria del tribunato. Ne consegue che la secessione è un fatto rivoluzionario, ma non quella dei reduci del 494 a.C., quanto piuttosto quella varroniana, dei tribuni che derivano ex tribunis militum, e che il Mazzarino colloca nel 449 a.C. Sul tema, vedi anche Inchiesta: La rivoluzione romana, in Labeo, 26, 1980, 192-247; Stato e istituzioni rivoluzionarie in Roma antica, in Index, 7, 1977, 3-224.

[93] P. Catalano, A proposito dei concetti di ‘rivoluzione’ nella dottrina romanistica contemporanea (tra rivoluzione della plebe e dittature rivoluzionarie), in SDHJ, 43, 1977, 440-445.