La civiltà micenea

di BEARZOT C., Manuale di storia greca, Bologna 20112, pp. 15-19.

 

Diversamente che a Creta, in Grecia il passaggio dal Bronzo Antico al Bronzo Medio, intorno al 2000 a.C., reca tracce di profondi sconvolgimenti: molti villaggi sono distrutti, altri vengono abbandonati; scompaiono le fortificazioni; la casa ad abside semicircolare sostituisce gli edifici di struttura più complessa; scompaiono i magazzini; si generalizza la tomba individuale del tipo «a cista» (sepoltura individuale o collettiva costituita da una cassa, generalmente rettangolare, di lastre di pietra infisse nel terreno) e i corredi, già modesti, quasi scompaiono; compare una ceramica lavorata al tornio di colore grigio uniforme e a superficie liscia, detta «minia»; viene introdotto il cavallo domestico.

Questi cambiamenti sono stati attribuiti all’arrivo di popolazioni parlanti lingue indoeuropee, tra cui un proto-greco; tuttavia, rivolgimenti interni ed evoluzione locale possono spiegare altrettanto bene alcuni mutamenti, tanto più che, come è stato sottolineato, è difficile collegare elementi della cultura materiale con un preciso gruppo linguistico ed etnico. L’interpretazione dei pur significativi cambiamenti intervenuti al passaggio epocale al Bronzo Medio tende quindi a privilegiare (in questo caso come in quello del transito all’Età del Ferro, con la frattura del secolo XI e della cosiddetta «invasione dorica») processi evolutivi di lunga durata rispetto all’idea di un’invasione violenta e massiccia. Il carattere graduale della transizione induce a pensare più probabilmente a infiltrazioni, più che a vere e proprie invasioni, di genti parlanti una lingua greca, che si sovrapposero a un sostrato etnico e linguistico precedente in un momento e con modalità difficili da stabilire per noi: ciò sembra trovare conferma nella tradizione storiografica antica, che mostra coscienza che la civiltà greca era nata da una mescolanza di elementi autoctoni (come i Pelasgi di cui parla Erodoto I, 56-58) e di elementi sopraggiunti in seguito attraverso migrazioni.

Micene, la «porta dei Leoni» (dettaglio) nelle mura, Tardo Elladico III, XIII sec. a.C.

In ogni caso, anche la Grecia del Bronzo Medio, afflitta da gravi turbolenze, non sembra regredire a forme di completo isolamento: sono attestate relazioni con Creta e con l’ambiente insulare, con l’Anatolia, il Levante e addirittura con alcune aree dell’Europa continentale. Anche se della civiltà micenea sono oggi particolarmente valorizzate, senza escludere apporti esterni, le radici continentali, queste relazioni non furono prive di influenza sulle trasformazioni che, nella seconda metà del XVIII secolo (1750-1700 a.C.), si verificarono in Grecia portando alla nascita della civiltà micenea.

Lo sviluppo di quest’ultima mosse dall’Argolide e dalla Messenia, per investire poi altre aree regionali come la Laconia, l’Attica e la Beozia. In Argolide, in particolare, sorsero nel corso del XVIII secolo (1800-1700 a.C.) diversi centri nuovi, come Argo, Tirinto, Midea, Micene. E a partire dalla prima metà del secolo successivo (1700-1650 a.C.), quest’ultima assunse un’eccezionale importanza, come risulta dai ricchissimi corredi delle tombe cosiddette «a pozzo» (sepoltura a cui si accede attraverso un’imboccatura a pozzo, appunto, verticale o orizzontale), proprie di una élite aristocratica di guerrieri che sembrava volersi distinguere dal resto della popolazione, cui erano riservate tombe più povere, del tipo «a fossa» (scavate direttamente nel terreno e di forma generalmente quadrangolare) o «a cista». Particolarmente importanti sono, a Micene, le tombe «a pozzo» dei cosiddetti circoli A e B: il primo, scoperto da Heinrich Schliemann nel 1876 e comprendente sei grandi tombe databili tra il 1570 e il 1500 a.C., giustifica pienamente, con i suoi corredi comprendenti fra l’altro la «maschera di Agamennone», la definizione omerica di Micene come «ricca d’oro»; il secondo, venuto alla luce nel 1952 e più antico, comprende ventiquattro tombe «a fossa», su un arco di tempo che va dal 1650 al 1550 a.C.

I ritrovamenti sono di varia provenienza: materie preziose come oro, argento, elettro (una lega di oro e argento), ambra vengono importate dall’Egitto, dall’Asia Minore, dai Carpazi (soprattutto l’oro), dall’Inghilterra sud-occidentale (ambra lavorata); l’influenza cretese nei manufatti di oreficeria (le maschere d’oro di Micene, le tazze d’oro di Vaphiò in Laconia) risulta preponderante, anche perché Creta fungeva da ponte per il commercio con l’Egitto e l’Oriente; ma una funzione importante era svolta anche dagli empori occidentali (Isole Eolie, golfo di Napoli) e del Mar Nero fino alla Georgia, l’antica Colchide famosa per i suoi giacimenti aurei.

Protome di leone. Rhyton, oro martellato, Periodo Elladico recente I (XVI secolo a.C.), dalla tomba IV del Circolo A (Micene). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

L’eccezionale importanza dei reperti di Micene giustifica l’uso del nome di «micenea» per la civiltà che fiorì a partire dall’Argolide in tutta la Grecia continentale; ma sviluppi del tutto analoghi troviamo anche nel resto del Peloponneso, in Messenia (Tirinto e Pilo), in Attica (Atene ed Eleusi) e in Beozia (Orcomeno). L’ascesa improvvisa dei primi Micenei, con la loro grande ricchezza, si colloca in un periodo che corrisponde alla seconda fase palaziale cretese. Per spiegare le origini di tale ascesa, molto discussa, sono state formulate diverse ipotesi. Le ricche sepolture del tumulo A di Micene sarebbero, secondo alcuni, l’esito di incursioni a Creta, da dove sarebbero stati portati materie prime e artigiani, oppure dalla massiccia invasione di genti indoeuropee; ma altri tendono a privilegiare l’idea di uno sviluppo interno, come nel caso della civiltà minoica (introduzione della «triade mediterranea» e, di conseguenza, aumento della popolazione e sviluppo della metallurgia, dell’artigianato e delle forme di comunicazione). Eventuali apporti esterni potrebbero essere legati al ruolo di intermediazione della Grecia continentale tra il commercio marittimo gestito dai palazzi cretesi e il commercio terrestre verso l’Europa continentale (probabilmente i Micenei rifornivano l’Egeo di stagno e oro).

Tra il XVI e la prima metà del XV secolo (1600-1450 a.C.) si sviluppò l’organizzazione di comunità micenee in vaste aree della Grecia meridionale e centrale. I reperti più significativi sono costituiti da tombe, di tipo a tholos (camera circolare preceduta da un corridoio d’accesso) e con ricchi corredi, come la tomba dei Leoni e la cosiddetta «tomba di Egisto», che nel XVI secolo (1600-1500 a.C.) presero il posto, a Micene, delle tombe «a pozzo» del circolo A; si è discusso se si trattasse di comunità a conduzione monarchica oppure oligarchica, come sembra piuttosto far pensare l’alto numero di tombe monumentali. Il ritrovamento di sigilli suggerisce, anche in assenza di tavolette, lo sviluppo di procedure amministrative di tipo palaziale. In questo periodo l’influenza minoica appare sempre notevole, soprattutto in ambito religioso: tanto che, prima della decifrazione della Lineare B, che ha fornito le prove dell’autonomia della religione micenea, si tendeva a parlare di una religione minoico-micenea. In realtà, molte divinità del futuro Olimpo greco, come Zeus, Era, Atena, Artemide, Ares, Dioniso, erano già note presso i Micenei; fra esse, un ruolo particolare avevano le divinità femminili (le Potniai) e Poseidone; ora la pubblicazione delle tavolette di Tebe ha mostrato l’importanza, nella Beozia micenea, del culto di Demetra e Core.

Piet de Jong, Ricostruzione dell’interno della sala del trono del Palazzo di Nestore a Pilo.

Nel corso del XV secolo (1500-1400 a.C.) iniziò l’espansione micenea nell’Egeo. Allo sviluppo di centri come Micene, Pilo e Tebe faceva riscontro l’inserimento a Rodi e a Creta, dove l’arrivo dei Micenei è testimoniato dall’archivio di tavolette scritte in Lineare B di Cnosso e dalla ricostruzione del palazzetto di Haghia Triada secondo modelli continentali (l’epoca della conquista micenea corrisponde al periodo neopalaziale della civiltà minoica, che va dal 1450 al 1380 a.C.). A Cipro, in Asia Minore e in Egitto i Micenei sostituirono la loro presenza a quella cretese: accanto ai Keftiu, nei testi egiziani comparvero, dunque, i Tanaja (= Danai?), poi la menzione dei Keftiu venne sostituita da quella degli uomini provenienti dalle «isole in mezzo al mare». In Occidente, ceramica micenea è stata trovata nel Basso Tirreno (isole Eolie, isole del Golfo di Napoli) e nel mar Ionio, dove probabilmente i Micenei cercavano risorse metallifere; i ritrovamenti di ambra baltica a Micene attestano rapporti, almeno mediati, con le zone di origine della materia prima; tuttavia, i ritrovamenti di manufatti di tipo miceneo in Europa sono troppo sporadici per giungere a conclusioni sicure. Nel XIV-XIII secolo (1400-1200 a.C.) la cultura micenea, con lo sviluppo dell’architettura palaziale, giunse ormai al suo apogeo a Micene, Tirinto, Pilo, Atene, Tebe, Orcomeno. Con la conquista di Creta, la cui civiltà declinò dopo la distruzione, nel 1380 a.C. circa, del palazzo di Cnosso, i Micenei subentrarono nella gestione delle rotte commerciali del Mediterraneo orientale. Fu questo il momento della massima espansione della ceramica micenea in Oriente, che preludeva alla sua diffusione anche nel Mediterraneo occidentale.

Sillabario con i segni della Lineare B.

I palazzi micenei, come quelli minoici, del resto, costituivano il centro del potere, della vita religiosa, dell’amministrazione, dell’economia e delle forze militari. Le nostre informazioni sulle strutture della società micenea derivano dalle tavolette, soprattutto quelle di Pilo e di Cnosso. La documentazione che esse offrono è limitata, perché i documenti che ci sono stati conservati (quelle cotte nell’incendio dei palazzi) rappresentano solo una piccola parte degli archivi e riguardano una documentazione mensile o al massimo annuale. Si tratta di registrazioni amministrative, relative a persone legate al palazzo, a razioni di grano o di olio, ad affitti di terreni, alla riscossione dei tributi, alle offerte votive per i santuari, a oggetti e materiali vari (lana, lino, metalli, ecc.). La scrittura, la già ricordata Lineare B, proveniva certamente da Creta, in quanto rappresentava l’adattamento della Lineare A a un dialetto greco; essa fu decifrata nel 1952 da Michael Ventris e John Chadwick.

Caccia al cinghiale. Frammento di affresco parietale, periodo miceneo tardo, XIV-XIII sec. a.C., da Tirinto. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Rispetto ai modelli minoici, si nota la tendenza a collocare gli insediamenti in luoghi ben difendibili, sopraelevati, e a fortificarli: il timore di attacchi esterni era dunque ben presente ai Micenei rispetto ai Cretesi. Il cuore del palazzo, il megaron, in cui si trovava il focolare, era la struttura di rappresentanza del signore, il wanax (wa-na-ka); una struttura analoga, ma secondaria, era riservata al lawagetas (ra-wa-ke-ta), un capo militare il cui nome è collegato con quello del popolo in armi, lawos / laos (ra-wo). Sia il wanax che il lawagetas erano assegnatari di una porzione di terra, il temenos (te-me-no); sotto di loro vi erano altri funzionari assegnatari di terreni, i telestaí (te-ra-ta); sembra che fosse presente anche una aristocrazia di capi militari, «compagni» del re, gli hepetai (e-qe-ta). La base produttiva era garantita da personale dipendente, che comprendeva il damos (da-mo: popolazione residente nelle singole unità territoriali e nei villaggi, che pagava le tasse ed era dotata di una certa autonomia) e i servi o douloi(do-e-ro), ampiamente attestati. La produzione agricola (grano, olio e vino, soprattutto) e l’allevamento (con produzione di lana e di miele) erano controllati rigidamente dal palazzo, così come l’industria tessile (che produceva in abbondanza anche lino) e metallurgica.

Il palazzo fungeva da centro di un sistema economico di tipo ridistributivo, che amministrava un territorio statale ampio, in cui erano integrati principati e regni più piccoli. Le nostre informazioni migliori riguardano Pilo, caso in cui tavolette e reperti archeologici forniscono una serie di dati: il regno di Pilo doveva essere suddiviso in due province, a loro volta divise in otto distretti guidati da un koreter (ko-re-te), che rappresentava il potere centrale. In altri casi le fonti sono lacunose o assenti, ma è comunque possibile tracciare una specie di carta politica della Grecia micenea, comprendente l’Argolide, divisa in due regni – Micene e Tirinto; la Messenia (Pilo); l’Attica (Atene); la Beozia, anch’essa suddivisa in due potentati (Tebe e Orcomeno); la Tessaglia (Iolco). Il controllo del territorio appare più ampio che nel caso dei palazzi minoici: è stato sottolineato che ci troviamo di fronte al primo esempio di una politica a vasto raggio in Grecia, come del resto anche Tucidide mostra di sapere quando, nella cosiddetta «archeologia» (la breve storia della Grecia arcaica tracciata all’inizio delle sue Storie, in I 2-29), parla di un accrescimento della potenza greca sotto il dominio di Agamennone, segnalato dalla capacità di operare interventi comuni fuori dalla Grecia vera e propria, come la guerra di Troia (I 8, 3 ss.).

La «Panoplia di Dendra». Bronzo e avorio, Tardo Elladico IIA-B (XV secolo a.C. ca.), da Dendra (Argolide). Nafplion, Museo Archeologico.

Nel XIV-XIII secolo (che, come si è detto, fu l’epoca di massimo sviluppo della civiltà micenea) i Micenei si proiettarono verso l’esterno, creando progressivamente relazioni complesse e articolate, in modo sempre più sistematico, fino a raggiungere un’area geografica vastissima. Tali relazioni variavano dai contatti occasionali agli scambi sistematici di materie prime e manufatti (documentati nei due sensi sul piano archeologico), fino a forme di interscambio culturale più o meno incidenti sulle comunità locali.

In Asia Minore, dove si giunse, sulla costa, alla totale sovrapposizione della presenza micenea a quella minoica, rari appaiono invece i ritrovamenti nell’interno, in area ittita. In ogni caso, l’ipotesi dell’identificazione degli abitanti della terra denominata Akhiyawa nei testi ittiti fra il tardo XV e la fine del XIII secolo (1400-1200 a.C. ca.) con gli «Achei», quindi probabilmente con gli Achei della Grecia continentale o con gruppi di Micenei stanziati nell’Egeo orientale, pur non potendo essere rigorosamente provata, va ritenuta molto probabile. I testi in questione identificano con Akhiyawa un’entità geografica occidentale rispetto agli Ittiti, politicamente indipendente e dedita ad attività marinare; inoltre, le citazioni ittite sono concentrate in un’epoca che corrisponde alla massima potenza micenea, caratterizzata da intense relazioni con il Mediterraneo orientale.

Ben testimoniate sul piano archeologico sono le relazioni con Cipro (che offre una documentazione micenea ricchissima, dovuta ad attività intense di scambio) e l’area siro-palestinese, l’Egitto e la Libia; contatti con l’Occidente risultano a proposito della Sicilia e dell’Italia meridionale (Puglia, Basilicata, Calabria); vi sono indizi per includere nelle aree di navigazione micenea la Sardegna e la stessa penisola iberica. La complessità delle vie commerciali battute dai Micenei è attestata da relitti di navi contenenti lingotti di rame e di stagno e materiali provenienti da regioni diverse (Mesopotamia, Siria, Cipro, Africa), nonché ambra, spezie e derrate varie.

Testa di figura femminile. Stucco dipinto, Periodo Elladico recente IIIB (1250 a.C. ca.), da Micene. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

L’esigenza principale che spinse i Micenei sulle vie del mare è, ancora una volta, la necessità di reperire metalli, materiali preziosi come avorio e ambra, tessuti pregiati, legname per le navi, in cambio dei quali la produzione micenea offriva olio, vino, manufatti di bronzo e di ceramica, tessuti di lana e di lino. Se l’idea di un vero e proprio «impero coloniale» miceneo è stata ridimensionata dalle più recenti ricerche, che hanno rilevato l’assenza di abitati di fondazione e cultura esclusivamente micenee, certo l’estensione delle rotte commerciali e la costituzione di una rete di empori resta indicativa di una grande capacità, da parte della civiltà micenea, di espandere la propria influenza e di interagire con altri soggetti nell’ambito del bacino del Mediterraneo, costruendo una significativa unità culturale.

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Bibliografia

 

Maddoli G. (a cura di), La civiltà micenea. Guida storica e critica, Roma-Bari 1992.

Niemeyer W.-D., Nascita e sviluppo del mondo miceneo, in I Greci. Storia cultura arte società, 2.I, Torino 1996, 77-102.

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Cultraro M., I Micenei. Archeologia, storia, società dei Greci prima di Omero, Roma 2006.

Letteratura e filologia ellenistica

di L.D. Reynolds – N.G. Wilson, Copisti e filologi. La tradizione dei classici dall’antichità ai tempi moderni, Padova 19873, pp. 1-18.

 

  1. I libri antichi.

 

Per illustrare le vie lungo le quali la letteratura classica è pervenuta dal mondo antico ad oggi conviene cominciare dalla storia del commercio librario, come è nato e come si è sviluppato. Nella Grecia antichissima la letteratura precedette la scrittura. Il nucleo dei poemi omerici fu tramandato oralmente per parecchi secoli, quando ancora non si usava la scrittura; e quando l’alfabeto fenicio venne adattato al greco, nella seconda metà dell’VIII secolo, la consuetudine del componimento letterario recitato era ancora viva, con la conseguenza che non si ritenne subito necessario affidare Omero alla scrittura. Secondo una tradizione spesso ripetuta nell’Antichità, il primo testo scritto delle due epopee fu preparato ad Atene per ordine di Pisistrato: la notizia è plausibile, anche se non esente da sospetto; ma non ne consegue che cominciassero a diffondersi in numero considerevole volumi di Omero, dato che con tutta probabilità lo scopo di Pisistrato era di assicurare l’esistenza di una copia ufficiale dei poemi da recitarsi nelle feste Panatenaiche. L’abitudine di leggere la poesia epica invece di ascoltarla declamare non nacque da un giorno all’altro, e i libri rimasero press’a poco una rarità fino al quinto secolo avanzato. D’altra parte lo sviluppo di forme letterarie non dipendenti dalla recitazione creò per gli autori, dall’VIII secolo in poi, la necessità di mettere per iscritto le loro opere, anche se ne veniva apprestato un solo esemplare a scopo di consultazione: così si dice che Eraclito abbia depositato il suo famoso trattato in un tempio, e forse per questa ragione esso sopravviveva a metà del IV secolo quando lo lesse Aristotele (Diog. Laert. 9, 6). Le copie si moltiplicarono e si diffusero probabilmente in modo molto limitato: si può congetturare che le prime opere a raggiungere un pubblico sia pure modesto siano state quelle dei filosofi e degli storiografi ionici o quelle dei sofisti; una certa richiesta di copie si estendeva pure ai poeti che erano alla base dell’istruzione scolastica. Tuttavia solo dalla metà del V secolo o poco dopo si può dire che in Grecia sia esistito un commercio di libri, poiché si trovano riferimenti a una parte del mercato di Atene dove se ne potevano acquistare (Eupolis fr. 304K), e Platone fa dire a Socrate nella sua Apologia (26) che chiunque può comperare per una dramma nell’orchestra le opere di Anassagora. Però i particolari in proposito restano sconosciuti.

Sull’aspetto dei libri che venivano prodotti nella Grecia classica non si può dire molto con certezza, perché, interi o frammentari, del IV secolo sono rimasti in numero così esiguo che non sarebbe ragionevole considerarli come un campione rappresentativo: le affermazioni generali che seguono si basano perciò soprattutto su materiale ellenistico, ma si può arguire con una certa attendibilità che valgano anche per il periodo classico. Si cercherà di mostrare come le materiali differenze tra libri antichi e moderni abbiano influenzato il lettore nella sua relazione con i testi letterari.

p. oxy. 5 843 (150 - 199 d.c. ca.),col. xxxi; platone, simposio, 223c-d. cairo, egyptian museum
. Oxy. 5 843 (150 – 199 d.C. ca.),col. xxxi; Platone, Simposio, 223c-d. Cairo, Egyptian Museum.

La forma normale era quella di rotolo, che recava su una faccia la scrittura in una serie di colonne. Chi leggeva lo doveva svolgere gradualmente, usando una mano per tenere la parte che aveva già visto, la quale veniva arrotolata; alla fine però la spirale risultava capovolta, cosicché andava srotolata di nuovo prima che il successivo lettore potesse servirsene. La scomodità di questa forma è evidente, specialmente quando si ricordi che alcuni rotoli erano di lunghezza considerevole: uno dei più lunghi fra quelli sopravvissuti (P. Oxy. 843) conteneva, quando era completo, l’intero Simposio di Platone e doveva misurare circa sei metri e settanta centimetri. Un altro inconveniente era rappresentato dal materiale poco resistente e dai guasti che facilmente ne seguivano. Non è difficile immaginare che un antico lettore, di fronte alla necessità di verificare una citazione o di controllare un riferimento, si sarebbe affidato il più possibile alla memoria piuttosto che sobbarcarsi la fatica di svolgere il rotolo e quindi forse di accelerare il processo di logoramento. Questo spiega perché, quando un antico autore ne cita un altro, c’è tanto spesso una differenza notevole tra le due versioni.

Il materiale scrittorio abituale era il papiro, preparato tagliando sottili strisce dal midollo fibroso di una canna che cresceva spontaneamente nel delta del Nilo: nel I secolo d.C. c’erano anche centri minori di produzione in Siria e vicino a Babilonia; due strati di queste strisce, l’uno sovrapposto all’altro ad angolo retto, venivano compressi insieme per formare i fogli (Plin., N. H. 13, 68 ss.), che potevano poi essere incollati insieme in una lunga fila per formare un rotolo. Si facevano fogli di diverse misure, ma in media un libro accoglieva una colonna di testo alta fra i venti e i venticinque centimetri, con un numero di linee di scrittura variabile tra venticinque e quarantacinque. Poiché esisteva una sola ampia sorgente di rifornimento, si può supporre che il commercio dei libri fosse esposto alle oscillazioni generate dalla guerra o dal desiderio dei produttori di sfruttare il loro effettivo monopolio. Difficoltà di questo genere si deducono da Erodoto (5, 58), il quale dice che, quando il materiale scrittorio scarseggiò, gli Ioni avevano adoperato per sostituirlo pelle di pecora e di capra: nel ricorrere a questo espediente sembra che abbiano seguito l’uso dei loro vicini orientali. Il cuoio, però, come materiale scrittorio non poteva reggere il confronto con il papiro e senza dubbio era usato solo in caso di emergenza. Nel periodo ellenistico, se si può prestar fede a Varrone (cfr. Plin., N. H. 13, 70), il governo egiziano pose un divieto all’esportazione del papiro, e sembra che questo abbia stimolato la ricerca di un’alternativa accettabile. A Pergamo fu inventato un trattamento per le pelli d’animale allo scopo di dare una superficie per la scrittura migliore di quella del cuoio: e ne risultò ciò che oggi è chiamata appunto pergamena. Ma anche se questa tradizione è vera, l’esperimento ebbe da principio vita breve e si deve ritenere che il divieto egiziano sia stato presto abolito, perché fino ai primi secoli dell’era cristiana la pergamena non diventò di uso comune per i libri; i primi esempi sono frammenti dei Cretesi di Euripide (P. Berol. 13217) e Sulla falsa ambasceria di Demostene (British Museum, Add. 34473 = P. Lit. Lond. 127).

È impossibile dire entro quali limiti il rifornimento e il prezzo del papiro ne abbia ostacolato o incoraggiato l’uso in Grecia: ma, quando era impiegato per un libro, quasi invariabilmente veniva coperto di scrittura su un lato soltanto, come la forma stessa rendeva necessario, poiché un testo scritto sul retro di un rotolo si sarebbe cancellato molto facilmente; forse anche la superficie del papiro contribuì a formare questa regola, dato che gli amanuensi preferirono sempre usare per prima la faccia sulla quale le fibre correvano orizzontalmente. In rare occasioni abbiamo notizia di volumina scritti su tutti e due i lati (Iuven 1, 6; Plin., Epist. 3, 5, 17), ma simili casi erano eccezionali, anche se la carenza di materiale scrittorio talvolta fece utilizzare per un testo letterario il rovescio, trasversalmente alle fibre: un esempio famoso è il manoscritto dell’Hypsipyle di Euripide (P. Oxy. 852). A questo proposito occorre ricordare che la lunghezza del testo contenuto da un libro antico era modesta: la copia del Simposio di Platone menzionata sopra, benché superasse di molto le misure allora normali, accoglieva l’equivalente di non più di una settantina di pagine a stampa.

P. Oxy. 6 852 (fine II-inizi III sec. d.C. ca.). Frammento dell’Hypsipyle di Euripide. Cairo, Egyptian Museum.

Infine bisogna notare che il testo, com’era sistemato sul papiro, era per il lettore molto più difficile da interpretare che in qualunque libro moderno: infatti la punteggiatura non era mai più che rudimentale, mancava la divisione delle parole, e fino al medioevo nessuno sforzo fu fatto per cambiare tale consuetudine, sia in greco che in latino. Il sistema di accentazione, che in greco avrebbe potuto compensare questa difficoltà, non fu inventato fino al periodo ellenistico, e anche in seguito per molto tempo non divenne di uso comune, anzi fino all’inizio del medioevo gli accenti non furono abitualmente apposti. Durante tutta l’antichità l’alternarsi degli interlocutori nei testi drammatici non era indicato con la precisione ora ritenuta necessaria, ma si riteneva sufficiente segnare una lineetta orizzontale all’inizio di un verso, o due punti uno sopra l’altro, come i moderni due punti, per cambi anche all’interno di esso; inoltre i nomi dei personaggi spesso erano omessi. L’inesattezza di questo metodo, e lo stato di confusione al quale presto ridusse i testi, si può vedere dalle condizioni dei papiri che contengono il Dyscolus e il Sicyonius di Menandro. Anche nei dialoghi in prosa non venivano indicati i nomi degli interlocutori. Un’altra e forse anche più strana caratteristica dei libri nel periodo pre-ellenistico è che i versi lirici erano scritti come se si fosse trattato di prosa: ne è esempio il papiro di Timoteo del IV secolo (P. Berol. 9875), ma anche senza questo prezioso documento il fatto si sarebbe potuto dedurre dalla notizia che fu Aristofane di Bisanzio (ca. 257-180 a.C.) ad inventare la tradizionale colometria, a quale rende chiare le unità metriche della poesia (Dion. Halic., De comp. verb. 156, 221). Le stesse difficoltà che si opponevano al lettore di un libro antico si presentavano, bisogna notarlo, ugualmente spinose a chi desiderasse trascrivere una propria copia; non va sottovalutato il rischio, a quest’epoca, di interpretare erroneamente il testo e quindi di corromperlo: certo ad allora risalgono in buona parte le gravi corruttele nei classici già largamente diffuse nei testi che infine entrarono nella biblioteca del Museo di Alessandria.

 

P. Berol. 9875 col. v; Timoteo, Persae. Segno di coronide.

 

  1. La biblioteca del Museo e la filologia ellenistica.

 

Lo sviluppo del commercio librario permise pure ai privati di formarsi una biblioteca. Anche se non merita credito la tradizione che tiranni come Pisistrato e Policrate di Samo nel sesto secolo abbiano posseduto ampie collezioni di libri (Athen. 1, 3a), è certo invece che alla fine del V secolo esistevano biblioteche private; Aristofane mette in ridicolo Euripide perché nel comporre le sue tragedie attinge pesantemente a fonti letterarie (Ranae 943), ma la sua stessa opera, piena com’è di parodie e di allusioni, entro certi limiti deve essere dipesa da una raccolta personale di manoscritti.

Non c’è traccia ad Atene di biblioteche generali mantenute a pubbliche spese, ma è verosimile che copie ufficiali delle opere messe in scena nelle feste più importanti, come le Dionisie, fossero conservate negli archivi di stato. Lo pseudo-Plutarco (Vitae decem oratorum 841f) attribuisce all’oratore Licurgo la proposta di conservare in questo modo copie ufficiali, ma probabilmente la necessità era sentita già prima. Sappiamo che di tanto in tanto dei drammi venivano riesumati anche dopo la rappresentazione originale e gli attori avevano naturalmente bisogno di nuove copie: se fossero stati costretti a procurarsele trascrivendole da quelle private, sarebbe straordinaria la sopravvivenza in età ellenistica di una così completa serie di opere.

Talia, musa del teatro (dettaglio). Rilievo, marmo, II sec. d.C. ca. da un sarcofago romano con le Muse. Paris, Musée du Louvre.

 

Con il progresso della cultura e della scienza nel quarto secolo la fondazione di istituti accademici con proprie biblioteche divenne questione di tempo. Non sorprende trovare in Strabone (13, 1, 54) la notizia che Aristotele radunò un gran numero di libri, i quali senza dubbio rappresentavano la vastità di interessi del Liceo. Questa collezione e quella dell’Accademia furono i modelli imitati poco dopo dal re d’Egitto, quando fondò la famosa biblioteca di Alessandria (Diog. Laert. 4, 1; 5, 51). Le principali materie di studio nel Liceo erano scientifiche e filosofiche, ma non si trascuravano quelle letterarie: così lo stesso Aristotele scrisse su problemi di interpretazione di Omero, accanto alle sue ben note Poetica e Retorica; in relazione con la seconda esistono alcune prove che egli e i suoi successori si occuparono delle orazioni di Demostene.

 

Alessandria. La Biblioteca, ricostruzione grafica del complesso.

 

Di importanza molto maggiore furono gli studi intrapresi al Museo di Alessandria: formalmente, come dice il nome, era un tempio in onore delle Muse, presieduto da un sacerdote. In realtà si trattava del centro di una comunità letteraria e scientifica, ed è essenziale non sottovalutarne quest’ultimo aspetto: il bibliotecario Eratostene (ca. 295-ca. 214 a.C.), benché letterato, era anche un uomo di scienza, divenuto famoso per i suoi tentativi di misurare la circonferenza della terra, ed è probabile che altri illustri scienziati alessandrini ne facessero parte. Il Museo era mantenuto a spese del re; i membri avevano stanze di studio e una sala ove pranzavano insieme, inoltre ricevevano uno stipendio dal tesoro reale. È stata osservata una superficiale rassomiglianza fra questa istituzione e i collegi di Oxford o di Cambridge, ma l’analogia è falsa in un aspetto importante: non c’è nessuna prova che gli studiosi del Museo tenessero regolari corsi per gli studenti. La comunità fu fondata probabilmente da Tolemeo Filadelfo circa il 280 a.C., e guadagnò presto fama, forse generando gelosie per la prodigalità dei suoi ordinamenti: infatti troviamo il poeta satirico Timone di Fliunte che scrisse di essa circa nel 230 a.C.: «Nel popoloso Egitto pascolano molti pedanti chiusi tra i libri che litigano continuamente nella gabbia delle Muse» (Athen. 1, 22d).

Una parte essenziale di questa fondazione, situata nello stesso complesso di edifici o nelle immediate vicinanze, era la famosa biblioteca. Sembra che qualche passo verso la sua creazione fosse già stato compiuto nel regno precedente del primo Tolemeo, che invitò appositamente ad Alessandria Demetrio di Falero, l’eminente allievo di Teofrasto, circa nel 295 a.C. La biblioteca crebbe rapidamente: il numero dei manoscritti è valutato in modo vario dalle fonti antiche, e, data l’inesattezza con cui sono state trasmesse tutte le grosse cifre date dagli autori classici, è difficile calcolare quella reale. Se accettiamo per vera la tradizione che nel terzo secolo v’erano contenuti 200.000 o 490.000 volumi (Euseb., Prep. Evang. 350b; Tzetzes, Prologomena de comoedia), bisogna tener conto del fatto che un singolo rotolo non conteneva più di un dialogo platonico di moderata lunghezza o di un dramma attico; inoltre non abbiamo modo di sapere fino a che punto i bibliotecari seguissero il sistema di procurarsi copie doppie. Nonostante queste incertezze è fuori dubbio che si compirono grandi sforzi per radunare una collezione completa della letteratura greca, e ci sono aneddoti che gettano luce sullo spirito con cui erano condotti gli affari della biblioteca. Si dice che il re avesse deciso di ottenere un testo preciso delle tragedie attiche e avesse persuaso gli Ateniesi a prestargli la copia ufficiale degli archivi di stato, per la quale venne chiesto un deposito di quindici talenti come garanzia; ma, dopo averla ottenuta, le autorità egiziane decisero di trattenerla e di perdere il loro deposito (Galen. 17 (1), 607). Sappiamo pure da Galeno che nella loro ansia di completare la propria raccolta i bibliotecari si facevano spesso ingannare comperando falsificazioni di opere rare (15, 105).

Il lavoro occorrente ad ordinare la massa di libri che confluiva nel Museo era enorme. Non sono note le norme secondo cui fu sistemata, anche se sappiamo che per altri scopi Callimaco e Zenodoto si servivano dell’ordine alfabetico: ma un’indicazione delle grosse fatiche che comportava è data da Callimaco, il quale, pur non essendo capo bibliotecario, compilò una sorta di guida bibliografica a tutti i rami della letteratura greca, che occupava centoventi libri (i Pinakes, fragm. 429-53). Dato il sistema di produzione dei libri antichi, i bibliotecari si trovavano di fronte a problemi che non turbano i loro moderni successori. I testi copiati a mano sono facilmente soggetti a corruttele, perché eseguire una copia esatta di un’opera anche breve è più difficile di quanto in genere pensi chi non ha mai dovuto farlo; inoltre i libri pre-ellenistici non aiutavano il lettore in nessuna difficoltà: di conseguenza in molti passi non si riusciva più a discernere il senso voluto dall’autore, mentre in molti altri le varie copie che raggiungevano il Museo mostravano serie divergenze. L’incentivo che ne derivava a sistemare il testo condusse ad un grande progresso nella cultura e nei metodi filologici. Non per coincidenza cinque dei primi sei bibliotecari (Zenodoto, Apollonio Rodio, Eratostene, Aristofane ed Aristarco) furono tra i più famosi letterati del loro tempo: in non piccola misura dipende dal successo dei loro metodi se i classici greci ci sono giunti in uno stato abbastanza libero da corruttele.

 

P. Oxy. XI, 1362 – Una pagina degli Aitia di Callimaco (fr.178 Pf.) – II sec. d.C.

 

In un caso possiamo vedere con chiarezza l’influenza che gli studiosi del Museo esercitarono sulla forma dei testi abitualmente circolanti. Fra i molti frammenti di antiche copie di Omero, una modesta porzione risale al III secolo a.C. In questi papiri il testo è alquanto diverso da quello ora normalmente stampato e molti versi sono aggiunti o omessi: ma in un breve lasso di tempo tali recensioni scomparvero dalla circolazione. Ciò fa pensare che gli studiosi non solo abbiano determinato come doveva essere il testo di Omero, ma siano riusciti ad imporlo come norma, sia permettendo di copiarlo da un esemplare lasciato a disposizione del pubblico, sia impiegando un certo numero di amanuensi di professione per apprestare copie da mettere in commercio. Probabilmente meno gravi erano le discrepanze negli altri autori, ma non ci sono rimasti papiri antichi in quantità sufficiente per dare un giudizio; è ragionevole supporre che gli Alessandrini abbiano fatto quanto occorreva per preparare un testo modello di tutti gli altri autori comunemente letti dal pubblico colto.

Oltre a questo, un altro aspetto della filologia alessandrina che merita attenzione è aver promosso un sistema per aiutare i lettori. Il primo passo fu quello di assicurare i libri del V secolo provenienti dall’Attica, alcuni dei quali dovevano essere scritti nell’antico alfabeto, venissero tutti traslitterati nella normale ortografia ionica. Fino al 403 a.C. Atene aveva ufficialmente usato la vecchia scrittura nella quale la lettera ε rappresentava le vocali ε, ει ed η; ugualmente ο era impiegato per ο, ου e ω. Non occorre indicare gli inconvenienti di questo sistema; già prima della fine del V secolo le forme ioniche, più precise, venivano impiegate per alcune iscrizioni ateniesi su pietra; e probabilmente lo stesso accadeva per i libri. Tuttavia alcuni dei testi che raggiungevano la biblioteca di Alessandria erano in antica scrittura, poiché troviamo che Aristarco spiega una difficoltà in Pindaro come dovuta a una mala interpretazione proprio di quella: dice infatti che nelle Nemee 1, 24 un aggettivo, che appare al nominativo singolare (ἐσλός), è scorretto per ragioni metriche e va inteso come accusativo plurale (ἐσλούς) (cfr. schol. ad loc.). Un altro punto ove i critici mostrano consapevolezza di questo fatto fu Aristofane, Uccelli 66. È importante notare che l’alfabeto ionico per gli antichi testi attici fu adottato di norma fin dal periodo alessandrino: in contrasto con il sistema usato per le edizioni in tutte le altre lingue, non si tentò mai di restaurare integralmente l’ortografia originale degli autori.

Pure un sussidio per i lettori fu il miglioramento nel metodo di punteggiatura e l’invenzione del sistema degli accenti, che di solito vengono attribuiti ad Aristofane di Bisanzio. In un testo privo di divisione delle parole, alcuni accenti davano al lettore un aiuto sensibile, ed è anzi piuttosto strano che non siano stati subito considerati indispensabili. Benché fossero talvolta segnati su parole altrimenti difficili o ambigue, in genere è arduo capire quale principio determini la loro presenza nei libri antichi; fino all’inizio del X secolo non furono apposti regolarmente.

Questi miglioramenti nell’aspetto esterno dei testi letterari diedero risultati significativi e duraturi, eppure ebbero molto meno importanza dei progressi compiuti dai membri del Museo nel metodo filologico. La necessità di stabilire il testo di Omero e degli altri autori classici spinse gli studiosi a definire e ad applicare i principi della filologia letteraria in modo sistematico, superando i precedenti tentativi. La discussione dei passi spinosi non portò semplicemente a preparare testi attendibili, ma a formare commenti nei quali si affrontavano le difficoltà e si offrivano interpretazioni. C’erano già state alcune opere isolate dedicate ad Omero; Aristotele aveva scritto su problemi testuali, e molto prima Teagene di Reggio (ca. 525 a.C.), forse spronato dagli attacchi di Senofane all’immoralità degli dèi omerici, aveva tentato di togliere dai poemi questa imbarazzante debolezza ricorrendo all’allegoria. Però ora per la prima volta si produceva una quantità di letteratura critica, una parte della quale altamente specializzata: per esempio Zenodoto sembra abbia scritto una vita di Omero e un trattato sullo spazio di tempo necessario allo svolgersi dei fatti narrati nell’Iliade; Aristofane scrisse sulla regolarità della grammatica (περὶ ἀναλογίας) e compilò correzioni e supplementi della guida bibliografica alla letteratura greca composta da Callimaco. Opere di questo tipo non erano limitate ad Omero; sappiamo di monografie sui personaggi della commedia di Ipsicrate e sui miti della tragedia di Tersagora (P. Oxy. 2192). Tali lavori esegetici costituivano sempre libri a sé, indipendenti dall’opera che illustravano; eccetto note brevi e rudimentali, a quell’epoca i commentari su di un autore non venivano aggiunti in margine al testo, ma occupavano un altro volume. Per Omero in particolare, e meno di frequente nella poesia lirica, drammatica, in Demostene e Platone si apponevano marginalmente dei segni convenzionali ad indicare che il passo era in qualche modo interessante, per esempio corrotto o spurio, e che il lettore avrebbe trovato una nota in proposito nella monografia esplicativa. Di questo genere letterario sopravvive molto poco in forma originale, ma ne esiste un esempio famoso nel papiro con un brano di un’opera riguardante Demostene (P. Berol. 9780) del tardo studioso Didimo (sec. I a.C.). In generale però la nostra conoscenza di questi lavori viene dai frammenti di essi che sono stati incorporati nella posteriore forma di commento, nota come scolii, di norma trasmessi nei margini dei manoscritti medievali: della storia di questi si parlerà più avanti (§).

P. Oxy. 18 2192 (II sec. d.C.). Ipsicrate, FGrHist 190 F 12 (Add. p. 743).

 

Veniamo ora a un breve discorso sui segni critici e sui commenti. Il primo e più importante era l’obelos (ὀβελός), una lineetta orizzontale posta in margine sulla sinistra di un verso ( – ): usato già da Zenodoto, indicava che il verso era spurio. Sembra che Aristofane abbia inventato alcuni altri segni di minore importanza e frequenza. L’assetto finale del sistema, come fu applicato ad Omero, è opera di Aristarco, che curò un’edizione completa tanto dell’Iliade quanto dell’Odissea. Usò sei segni: oltre l’obelos troviamo la diplé (διπλῆ) >, che indicava un passo notevole per lingua o per contenuto; la diplé puntata (περιεστιγμένη) ⸖ notava un verso in cui Aristarco differiva nel suo testo da Zenodoto; l’asteriskos (ἀστερίσκος) ※ contrassegnava un verso erroneamente ripetuto in un altro luogo; l’asteriskos unito all’obelos (※−) segnava versi interpolati da un altro passo; l’infine l’antisigma ⸧ segnava punti nei quali l’ordine delle righe era stato disturbato.

Naturalmente un sistema così complicato, con l’inconveniente di dover consultare un altro libro, se si volevano scoprire i motivi per cui uno studioso aveva posto un segno in un dato luogo, poteva incontrare il favore solo di lettori eruditi. E infatti appena una piccola percentuale dei papiri sopravvissuti, una quindicina su più di seicento, è corredata di segni, mentre nei manoscritti medievali del secolo X e successivi di solito sono omessi: c’è però una famosa ed importante eccezione a questa regola, il codice veneto dell’Iliade, del X secolo (Marc. gr. 454), che conserva una vasta raccolta di scolii marginali. Poiché a quest’epoca il commento ad un autore si scriveva nei margini e non in un libro separato, ne risultava forse un minore incentivo a trascrivere i segni; fortunatamente però l’amanuense del codice di Venezia si propose di copiare senza omissioni ciò che trovava nel suo esemplare: vi compaiono quindi moltissimi segni convenzionali, che lo rendono così la fonte di gran lunga più completa ed attendibile per le nostre conoscenze di questo particolare lavoro compiuto dagli Alessandrini. Tuttavia, nei punti dove può essere confrontato con i papiri, non sempre si accorda con essi nell’uso dei segni, i quali alcune volte non sono poi collegati ad una corrispondente nota negli scolii.

 

Biblioteca Marciana di Venezia, Cod. Marc. gr. 454, f 27 r (X sec.). Iliade II, 136-142 con scolii a margine.

I saggi ed i commenti ad Omero di Aristarco e dei suoi colleghi sono andati perduti, ma dagli scolii che rimangono, più copiosi che per ogni altro autore greco, possiamo ricostruirli a sufficienza per formarci un giudizio esatto sui metodi di studio del tempo. Risulta che molte copie del testo omerico raggiunsero il Museo da fonti quanto mai disparate: gli scolii alludono a libri, provenienti da luoghi come Marsiglia, Sinope ed Argo, che venivano poi vagliati e valutati dagli studiosi, ma non è chiaro quale testo si scegliesse come più autorevole, se pur uno veniva scelto. La caratteristica, per cui gli Alessandrini erano famosi, era la loro prontezza a rigettare versi come spuri (ἀθετεῖν, ἀθέτησις). Le ragioni di questo loro comportamento, benché dotate di una certa logica speciosa, in genere non riescono a convincere il lettore moderno. Un argomento spesso addotto era il linguaggio o il comportamento indecoroso (ἀπρέπεια): il primo passo dell’Iliade così condannato potrà servire d’esempio. All’inizio del libro I (29-31) Agamennone, rifiutando di rilasciare Criseide, dice al padre di lei, il sacerdote: «Io non la manderò libera; prima la vecchiaia la raggiungerà nel mio palazzo di Argo, lontana dalla sua casa, dove lavorerà al telaio e servirà al mio letto». I versi sono segnati con l’obelo nel codice di Venezia e nell’antico commento si legge così: «I versi sono espunti perché indeboliscono la forza del significato e il tono minaccioso …; inoltre è sconveniente per Agamennone fare simili osservazioni». Un altro tipico esempio ricorre nell’Iliade III 423-26, dove Zenodoto rigetta i versi basandosi sul fatto che è disdicevole per la dea Afrodite portare una sedia ad Elena. Naturalmente tutti i passi, che tendevano a mostrare gli dèi in una luce poco lusinghiera, erano facile bersaglio di critici con simile disposizione d’animo: per questo alcuni espunsero le relazioni fra Ares e Afrodite nell’Odissea VIII.

Studiosi capaci di trattare le opere letterarie in modo così drastico, specialmente nel loro desiderio di condannare dei versi come spuri per ragioni inadeguate, avrebbero potuto danneggiarle in modo grave. Ma, fortunatamente per le successive generazioni di lettori, gli Alessandrini non caddero nella tentazione di incorporare nel testo tutti i cambiamenti che suggerivano, accontentandosi invece di annotarli nei loro commenti; se non fosse esistito questo ritegno, Omero ci sarebbe pervenuto profondamente sfigurato. È interessante rilevare che la maggior parte delle loro ipotesi non riscossero l’approvazione dei lettori dell’epoca tanto da entrare nel testo corrente, anche se questo non va di certo preso come una prova di alta capacità di discernimento nel pubblico dei lettori antichi, che possono a stento aver dedicato qualche attenzione a simili cose. Un calcolo degli emendamenti fatti dagli Alessandrini ha mostrato che di 413 alterazioni proposte da Zenodoto solo 6 si trovano come lezione in tutti i nostri papiri e manoscritti, solo altre 34 nella maggioranza di essi, mentre 240 non ricorrono mai. Degli 83 emendamenti che si possono ascrivere ad Aristofane solo uno incontrò approvazione universale, altri 6 compaiono nella maggior parte delle testimonianze, mentre 42 non sono mai accolti. Aristarco esercitò un’influenza più sentita, ma anche i suoi suggerimenti non furono facilmente accettati: su 874 lezioni 80 si trovano dappertutto, 160 ricorrono il più delle volte e 132 solo negli scolii.

 

Oxford, Bodleian Library, gr. class. a. I (P). Sec. II d.C. Iliade Hawara.

 

Sarebbe ingiusto terminare questo resoconto sulla critica degli Alessandrini senza menzionarne qualche saggio più positivo. Taluni lati di essa erano ad un livello abbastanza alto da conquistare validità permanente, ed anche i tentativi di identificare versi o passi di dubbia autenticità non sempre erano basati su ragioni deboli. Sospettavano dell’Iliade X, la storia di Dolone, di cui avevano senza dubbio avvertito lo stile diverso del resto dell’Iliade e la scarsa connessione con il filo del racconto. Nella discesa di Odisseo agli Inferi, nell’Odissea XI, Aristarco rilevò che i vv. 568-626 non appartenevano al filo principale della storia. L’osservazione di Aristarco e di Aristofane che l’Odissea doveva terminare al v. XXIII 296 è forse la più interessante: gli studiosi moderni preferiscono evitare una condanna di questi passi come spuri e li considerano invece prodotti di uno stadio di composizione più tardo rispetto alla parte principale del testo, ma questo non toglie niente al valore delle osservazioni.

Un altro motivo per cui gli antichi, specialmente Aristarco, meritano ancora lode è lo sviluppo del principio critico che la miglior guida all’uso di un autore è il corpus dei suoi stessi scritti e perciò, dov’è possibile, le difficoltà si dovrebbero spiegare con riferimenti ad altri passi dello stesso autore (Ὅμηρον ἐξ Ὁμήρου σαφηνίζειν). Questa nozione è alla base di molte note negli scolii, dove si afferma che una data parola o espressione è più tipicamente omerica di ogni altra possibile lezione alternativa. Come troppo spesso accadde, nelle mani di un critico di mediocre intelligenza il principio era soggetto all’abuso; infatti se ne può ricavare che, se un testo letterario contiene un’espressione insieme unica e difficile, deve venire modificato per accordarlo alla consuetudine dell’autore. Una simile estrema interpretazione della regola avrebbe potuto condurre a risultati disastrosi: perciò bisogna rendere merito ad Aristarco per avere formulato un principio complementare, cioè che molte parole in Omero ricorrono una volta sola, ma debbono essere accettate come genuine e mantenute nel testo (cfr. schol. A all’Il. III 54). Problemi che richiedono la corretta applicazione di queste norme causano ancora gravi difficoltà ai filologi moderni.

Infine va sottolineato che, benché i critici si interessassero soprattutto a note di carattere linguistico ed antiquario, non erano ciechi ai pregi letterari della poesia, e talvolta offrirono un commento adeguato ad un bel passo. Si può prendere un esempio dal famoso episodio dell’Iliade VI, dove Ettore si congeda da Andromaca e Astianatte ed il poeta descrive come il fanciullo sia spaventato alla vista del pennacchio sul cimiero del padre. I critici commentarono: «Questi versi sono così pieni di potere descrittivo che il lettore non solo ne sente il suono, ma vede il quadro davanti a sé; il poeta ha preso questa scena dalla vita di tutti i giorni e l’ha copiata con supremo successo». Poco dopo viene il commento: «Pur rappresentando la vita quotidiana con tanto successo, il poeta non distrugge minimamente il tono maestoso che si addice all’epica» (cfr. schol. T all’Il. VI, 467, 474, dal British Museum, Burn. 86).

La maggior parte di questo profilo della filologia alessandrina riguarda Omero per l’abbondanza del materiale disponibile, ma senza dubbio il lavoro degli Alessandrini su altri autori fu pure di grande importanza. Alcuni fatti si possono brevemente enumerare: si stabilì il testo della tragedia, probabilmente rifacendosi alla copia ufficiale di Atene, come s’è detto sopra. Aristofane di Bisanzio inventò la colometria dei brani lirici, in modo che non si scrissero più a guisa di prosa. Fiorì la produzione di trattati sui vari aspetti del teatro; e ad Aristofane sono attribuiti gli ‘argomenti’ con il sunto della trama messi all’inizio delle opere, anche se concordemente si ritiene che quelli che rimangono ora o non siano suoi, oppure siano stati molto alterati col passare del tempo. I segni marginali per guidare il lettore furono usati con molto più risparmio che nelle edizioni di Omero: forse il più comune, per indicare un punto interessante, press’a poco come la diplé nel testo omerico, era la lettera χ, che è ricordata negli scolii e talvolta si trova nei manoscritti medievali. Una caratteristica in particolar modo interessante dell’attività esercitata dagli Alessandrini sulla tragedia è la scoperta dei versi mutati o aggiunti dagli autori, in genere nelle opere di Euripide, che era più popolare degli altri poeti drammatici. Queste interpolazioni sono probabilmente piuttosto numerose, ma non è facile essere del tutto sicuri che il verso o i versi in questione nei singoli casi non siano originali; e quando sono con certezza aggiunti è dubbio se vadano attribuiti ad autori ellenistici, più precisamente ad impresari, o a tardi interpolatori: però gli scolii, che dipendono in definitiva da lavori alessandrini, designano alcuni versi come interpolazioni degli attori. Nella Medea 85-88 lo scoliasta accusa costoro di non aver capito l’esatta interpunzione del v. 85 e di avere di conseguenza alterato il testo; aggiunge poi giustamente che il v. 87 è superfluo, e infatti la sua origine non è da cercare lontano. Tuttavia talvolta gli scoliasti, come gli studiosi moderni, sono troppo ansiosi di usare le loro armi. Un esempio divertente ricorre nell’Oreste 1366-68: il coro annuncia che uno dei Frigi sta per arrivare sulla scena attraverso la porta principale del palazzo, mentre ai vv. 1369-71 il Frigio dice di essere saltato giù dal tetto. Secondo lo scolio, la sceneggiatura originale richiedeva che l’attore saltasse giù, ma la cosa fu ritenuta pericolosa, cosicché in realtà scendeva sul retro del palcoscenico ed entrava per la porta principale; i vv. 1366-68 sarebbero stati composti nello sforzo di mascherare questo cambiamento, ma il fatto è che occorrono per introdurre il nuovo personaggio, e sono inoltre linguisticamente irreprensibili.

Biblioteca Marciana di Venezia, Cod. Marc. gr. 454, f 41 r (X sec.). Iliade.

 

Altre opere degli Alessandrini, che non si possono passare sotto silenzio, sono le edizioni della commedia, di Pindaro e dei poeti lirici. Anche qui si doveva determinare la colometria: in un punto vediamo come Aristofane se ne serva rettamente per dimostrare come una frase, che non corrispondeva metricamente con l’antistrofa, doveva essere cancellata dal testo (schol. ad Pind., Olymp. 2, 48). Il compito di preparare l’edizione della commedia fu intrapreso allo stesso modo della tragedia: non sappiamo su quali copie del testo questa edizione venne basata, ma l’ampio e ricco materiale contenuto nei superstiti scolii ad Aristofane dimostra che le sue opere furono studiate con energia ed entusiasmo.

 

  1. Altre forme di cultura nel periodo ellenistico.

 

L’attività alessandrina fiorì nel III e nel II secolo; dapprima il Museo non ebbe rivali, invece dopo qualche tempo i re di Pergamo decisero di sfidarne la posizione fondando una loro biblioteca, il cui progetto è associato all’origine con il nome del re Eumene II (197-159 a.C.); vennero costruiti vasti edifici, parzialmente riportati alla luce da scavi archeologici tedeschi nello scorso secolo, ma della biblioteca di Pergamo si conosce molto meno che di quella di Alessandria. I bibliotecari evidentemente intrapresero studi bibliografici su larga scala e gli eruditi trovarono utile consultare le loro opere accanto a quelle degli Alessandrini (Athen. 8, 336d; Dion. Halic., De Dinarcho I). Agli studiosi di Pergamo però non spetta la paternità di edizioni di classici, ma sembrano essersi limitati a brevi monografie su punti specifici, certe volte direttamente in polemica con gli Alessandrini. I loro interessi non erano soltanto letterari: Polemone (ca. 220-160 a.C.), benché abbia raccolto esempi di parodia, fu in primo luogo un eminente studioso di topografia e di iscrizioni; entrambi questi importanti argomenti di filologia storica erano rimasti al di fuori della gamma usuale di studi condotta nel Museo. Il nome più famoso legato a Pergamo è quello di Cratete (ca. 200 – ca. 140 a.C.), del quale sappiamo che lavorò su Omero, ed alcuni suoi emendamenti sono conservati negli scolii; si occupò in particolare della geografia omerica, cercando di conciliarla con la dottrina stoica; inoltre fu il primo greco che tenne pubbliche lezioni a Roma.

 

Busto di dinasta ellenistico (forse Eumene II di Pergamo). Bronzo, II-I secolo a.C. dalla Villa dei Papiri, Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

Gli stoici si interessarono molto di letteratura. Per loro un aspetto importante dell’interpretazione di Omero consisteva nell’adattarvi significati allegorici: ci resta uno di questi trattati, di un certo Eraclito. Accanto agli studi omerici si occuparono intensamente di grammatica e linguistica, elaborando una terminologia più completa di quella in uso, anche se la prima grammatica greca, nel vero senso della parola, fu di Dionisio Trace (ca. 170 – ca. 90 a.C.): questi avrebbe potuto essere allievo di Aristarco quanto ad età, ma non si può annoverare del tutto fra gli Alessandrini, perché il suo lavoro di insegnante si svolse in buona parte a Rodi. La sua grammatica comincia con una definizione dei singoli argomenti, l’ultimo dei quali, indicato dall’autore come il più nobile, è la critica poetica; indi tratta delle parti del discorso, declinazioni e coniugazioni, ma non discute problemi di sintassi e di stile. Questa breve guida godette di durevole diffusione, com’è attestato dal volume di commenti ad essa, composti da grammatici posteriori; rimase a fondamento delle grammatiche greche fino a tempi relativamente moderni e nella tarda antichità ebbe l’onore di traduzioni in siriaco e in armeno.

Biblioteca Marciana di Venezia, Cod. Marc. gr. 622. Esichio di Alessandria, Lexicon. Inizio della lettera π (dettaglio).

 

Con questo libro si chiudeva il periodo migliore dell’attività alessandrina; il declino della scuola fu causato da Tolomeo Evergete II, che decretò una persecuzione contro gli studiosi di letteratura greca (ca. 145 – 144 a.C.): fra gli altri Dionisio Trace, che aveva cominciato la sua carriera ad Alessandria, andò in esilio. Didimo (sec. I a.C.) è l’unica figura di rilievo nella rimanente età ellenistica; conseguì fama nel mondo antico per la gran quantità dei suoi scritti, ma la notizia che dalla sua penna uscirono 4.000 libri deve essere esagerata, anche se si suppone che molti non fossero più lunghi di un moderno articoletto; il suo nome è spesso menzionato negli scolii e si vede che la sua opera copriva l’intera gamma della poesia classica. Per quanto si può giudicare dalla natura frammentaria del materiale, la sua attività non consistette tanto nella composizione di commenti originali, quanto in una compilazione tratta dalla massa già enorme di lavori critici, ed è importante perché costituì evidentemente una delle principali fonti usate dai successivi studiosi, che ridussero gli scolii alla forma attuale. Della sua raccolta di parole rare e difficili della tragedia (τραγικαὶ λέξεις) si può rintracciare l’influenza in opere sopravvissute, poiché ne derivano molte voci in dizionari più tardi, come quello di Esichio. Didimo va ricordato anche per i suoi lavori su prosatori: commentò Tucidide e gli oratori e il solo passo abbastanza esteso dei suoi scritti che sia stato conservato è un brano di una monografia su Demostene (P. Berol. 9780), che, integra, conteneva note ai discorsi IX-XI e XIII e dalla quale viene confermato il giudizio su Didimo come compilatore privo di vera originalità e indipendenza di vedute; egli qui offre molte citazioni da fonti altrimenti perdute, come Filocoro e Teopompo, mentre il suo contributo personale è molto scarso: arriva al punto di riportare senza commento la notizia che il discorso XI sarebbe un centone di Demostene messo insieme da Anassimene di Lampsaco, cosa che, vera o no, esige d’essere discussa da qualunque commentatore. Non tutti i passi vengono esaminati, ma monografie di questo tipo furono spesso più limitate nello scopo di quanto si richiederebbe ad una analoga opera moderna. Invece è una gradita sorpresa trovare che il commento non si restringe ad argomenti di interesse linguistico o utili solo ad un maestro di retorica, ma affronta problemi cronologici e di interpretazione storica.

 

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La civiltà micenea e la sua espansione nel Mediterraneo

di MUSTI D., Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, 49-63.

 

Nel rapporto di Creta col mondo miceneo, il 1450 a.C. circa, la data di passaggio dal Tardo Minoico I al Tardo Minoico II, è un momento cruciale. Prima di esso il mondo miceneo ha senz’altro subito influenze culturali dalla Creta minoica. L’età micenea si distingue archeologicamente in tre sottoperiodi che, in riferimento alla regione in questione, si considerano come l’ultimo periodo dell’Elladico. Si distingue dunque tra un Tardo Elladico I (1600/1580-1500 a.C.); II (1500-1425 a.C.); III (1425-1100 a.C.). All’interno di ciascuna di queste ripartizioni se ne usano altre, indicate con lettere.

Palazzi micenei scavati in Grecia sono: Micene e Tirinto nell’Argolide, Pilo in Messenia, Tebe e Gla in Beozia, Iolco in Tessaglia; resti di strutture di epoca micenea si colgono anche ad Atene e, in Beozia, ad Orcomeno. Già alla I fase del Tardo Elladico sembra risalire il Circolo A delle tombe a fossa (regali o aristocratiche) di Micene. La II e la III fase furono certo di grande espansione per i regni micenei. Tra il 1450 e il 1400 (o, secondo la cronologia più recente, di Popham, fino al 1370) si data un regno miceneo a Cnosso; e tra XIV e XIII secolo si data la maggiore espansione della ceramica micenea in Oriente, a cui si accompagna, ma soprattutto succede, un’espansione in Occidente[1].

Micene, «Tesoro di Atreo» (o «Tomba di Agamennone»). Tomba a tholos, Tardo Elladico II, 1500-1400 a.C. ca. Veduta dell’accesso

È dunque già la seconda fase dalla presenza greca nella penisola greca e nelle isole e regioni adiacenti che così avvertiamo nel Tardo Elladico. Se in Grecia, in corrispondenza con il Medio Elladico, si coglie, sulle tracce della ceramica minia, un’avanzata di popolazione indoeuropea (definibile di “Protogreci”) fino al Peloponneso, con l’età dei palazzi, il cui formarsi e svilupparsi si disloca all’incirca tra il XVI e il XIII secolo, assistiamo invece a profonde trasformazioni delle forme dell’organizzazione sociale ed economica e delle stesse forme del potere. Quelle trasformazioni che si intuiscono tra il periodo prepalaziale e il periodo proto- e neopalaziale nella Creta minoica si verificano, mutatis mutandis, nel continente: sia per sviluppi interni (passaggio dal nomadismo alla sedentarietà e alla pratica di corrispondenti attività produttive), sia per influenze cretesi. Queste si colgono invero molto di meno nell’architettura dei palazzi e nell’edilizia abitativa. Sul continente spicca in primo luogo l’utilizzazione di luoghi forti, come sedi dei palazzi, in continuità con la tradizione elladica (comune al Neolitico greco) dell’insediamento su acropoli di rispettabile altezza (anche 200 o 300 metri). Inoltre è meno individuabile nei palazzi del continente la presenza di ambienti per rappresentazioni di tipo teatrale. I corredi funerari suggeriscono tuttavia l’influenza del modello cretese: le maschere d’oro di Micene o le tazze d’oro di Vaphiò in Laconia (dove non si sono ancora trovati resti di un palazzo di Menelao) non sono concepibili senza l’esperienza dell’oreficeria e della ceramica minoiche. E soprattutto nella scrittura i Micenei di Pilo, come di Micene o di Tirinto, di Tebe e di Orcomeno, si rivelano debitori dei Minoici: la Lineare A, che era stata usata per una lingua non greca, finora non identificata, viene (originalmente, sembra) adattata (Lineare B) all’esigenza di rappresentare graficamente parole greche, di un tipo dialettale di cui in epoca arcaica appare, come più diretto erede, il dialetto arcado-cipriota[2].

Cattura di tori. Tazza d’oro, periodo miceneo antico, c. 1600-1500 a.C., da Vaphiò. Atene, Museo Nazionale.

Ma il 1450 è una data, alla lettera, cruciale nella storia dei rapporti tra Creta minoica e il mondo greco, ché dopo di essa si ha l’insediamento di un dominio miceneo a Cnosso e probabilmente, nella Creta occidentale, a Chanià. L’eredità minoica sopravvive forse a una catastrofe naturale e certo anche a una sovrapposizione di dominio da parte di Micenei (che taluno concepisce come vera invasione, altri come una sorta di rilevamento del sommo potere); ma essa sopravvive oramai come un patrimonio gestito dai Micenei.

Lo straordinario materiale di testi in Lineare B, che ammontano ad alcune migliaia, presenta due punti di addensamento: Cnosso e Pilo. Per i testi di Pilo si adotta una data, 1200 circa, cioè, in termini archeologici, Tardo Elladico IIIB (alla vigilia della catastrofe, questa volta, dei palazzi micenei del continente, che costituisce la cesura appunto tra Tardo Elladico IIIB e IIIC). Per i resti di Cnosso sembra ancora aperta la controversia tra coloro che, sulla scorta di Evans, li datano alla fine del XV (o ormai anche agli inizi del XIV) secolo, cioè alla fase finale del periodo miceneo di Cnosso, e coloro che invece, dopo le contestazioni di Palmer, ritengono di non poter ammettere uno iato di ben due secoli tra le tavolette in Lineare B di Cnosso e quelle di Pilo. Si tratterebbe perciò, anche per Cnosso, di un materiale prodotto alla vigilia di una nuova distruzione storica, non molto distante nel tempo, né determinata da cause molto diverse, dalla distruzione del palazzo miceneo di Pilo (va rilevata l’adesione di massima alla cronologia del Palmer di un conoscitore della realtà cretese come l’archeologo Doro Levi). Il problema è squisitamente archeologico: gli argomenti che possono aiutare a fornire una risposta sono di natura stratigrafica. Certo, appare comunque singolare la profonda affinità nel contenuto dei testi in Lineare B di Cnosso e di Pilo; ma non è detto si debba pensare a una coincidenza cronologica, bastando con ogni probabilità, a spiegare le analogie, la profonda somiglianza, o addirittura l’identità, delle strutture politiche e sociali da cui questi testi emanano[3].

Nell’insieme, sono le tavolette di Pilo (meno numerose delle tavolette di Cnosso, ma contenenti iscrizioni di maggiore lunghezza) quelle che ci forniscono un maggior numero di dati, e perfino di termini, interessanti la struttura della società palaziale di epoca micenea[4].

Elsa in oro di una daga bronzea. Heraklion, Museo Archeologico.

Le tavolette micenee provenienti da Pilo e da Cnosso sono registrazioni relative a un breve arco di tempo (qualche mese, forse, rispettivamente), fra le quali è difficile operare una rigida classificazione e distinzione. In generale, però, sulla scorta di Ventris e Chadwick, si possono distinguere: 1) liste di persone (donne, ragazze, ragazzi), in qualche attinenza col palazzo e forma di subordinazione rispetto ad esso; 2) liste di uomini addetti a servizi di guardia; 3) razioni di grano e di olio distribuite a singoli; 4) registrazioni di obblighi, riguardanti il possesso terriero e coinvolgenti evidentemente il palazzo; 5) affitti di terre, spesso del da-mo (dâmos); 6) liste di tributi vari; 7) liste di oggetti (vasi, armi, mobili); 8) liste di quantità di materiali (tessili, metalli, rispettivamente lana, lino e bronzo in particolare), che il palazzo sembra mettere a disposizione dei soggetti, i quali li restituiscono sotto forma di prodotto lavorato; e così via di seguito. Non tutte le categorie sono ugualmente rappresentate a Pilo e a Cnosso.

Nel quadro di un’economia a fondamento agrario, la struttura politica e sociale si presenta fortemente centralizzata, sottoposta al dominio di un wa-na-ka (wánax, “signore”), affiancato da un comandante militare, ra-wa-ke-ta (lawaghḗtas); al “signore” pare nettamente sottoposta un’aristocrazia di capi militari ma anche, forse, di detentori del possesso di ampie porzioni di terra, spesso con funzioni sacrali; la base produttiva è poi rappresentata da strati di dipendenza, che non è facile definire nella loro interezza, ma che certamente (ad esprimersi con la massima cautela possibile) contengono in sé la possibilità dello sbocco ultimo in forme di vera e propria servitù. Nelle tavolette micenee appaiono inequivocabilmente dei do-e-ro (doûloi) (la parola greca che significa “servi” o “schiavi”); frequenti i te-o-jo do-e-ro (ieroduli, o più propriamente teoduli), uomini e donne. Si obietterà, a limitare il valore della definizione dell’economia micenea come palaziale, che la centralità del palazzo è innanzitutto il portato del dato di fatto che la documentazione stessa è palaziale, trattandosi di testi costituenti gli archivi del potere centrale; ma non è forse un caso che la documentazione abbia questa specifica provenienza.

Guerrieri in marcia (dettaglio). Pittura vascolare da un cratere miceneo, Tardo Elladico IIIC (XII secolo a.C.), dalla ‘Casa del cratere dei guerrieri’ (Micene). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Nell’insieme, appare abbastanza chiara la struttura di una produzione, in cui la forza-lavoro consiste in larga misura di personale “dipendente”, ed esistono strutture di villaggio, inserite in un’economia verticistica, palaziale. I principali prodotti, che vi s’individuano, attengono all’agricoltura (grano, olio, vino) e all’allevamento (la cui organizzazione sembra rigorosamente controllata dal palazzo): figurano perciò fra i prodotti la lana, e anche il miele; tra i tessili, rilevante anche la produzione di lino. L’artigianato (tessitura, metallurgia, ecc.) assolve una funzione notevole, ed elevato appare il ruolo sociale di almeno alcuni di coloro che sono con esso collegati, in particolare di quei ka-ke-we (chalkḗwes, “bronzieri”), che sembrano lavorare il bronzo per conto del palazzo (cioè, in primo luogo, per le esigenze militari dello Stato); particolarmente forte appare il controllo del palazzo medesimo sull’industria tessile. L’interesse alla navigazione si evince, se non altro, dalla cura della difesa costiera, così ben documentata a Pilo[5].

Questa rappresentazione tuttavia è ben lungi dall’essere in qualche modo esauriente; ché se queste sono le linee generali della struttura sociale, essa appare poi complicata da elementi che ne costituiscono un’articolazione, di cui è difficile stabilire le interne connessioni. L’esistenza di un lawaghḗtas rinvia ai ra-wo (lawoí, mai però nominati come tali nelle tavolette conservate) sottostanti alla sua guida; ma un altro termine, quello di dâmos (e sarebbe più opportuno parlare di dâmoi, al plurale), sopraggiunge subito a complicare il quadro. Negli studi che distinguono nettamente tra lawoí e dâmoi, i primi rappresentano un’aristocrazia militare e fondiaria strettamente collegata al centro del potere, cioè al wánax e al lawaghḗtas, mentre i dâmoi consistono di popolazione residente nel territorio. Ma se l’agricoltura è la base di vita dei lawoí come dei dâmoi, qual è il rapporto (il rapporto geografico, ma anche quello di “proprietà”) tra le proprietà dei lawoí e le proprietà dei dâmoi? Sono più centrali quelle dei lawoí e più periferiche quelle dei dâmoi, o sono frammiste le une alle altre? E, se è vera la seconda ipotesi, è possibile che non vi sia interferenza alcuna fra la proprietà degli uni (lawoí) e la terra lavorata dagli altri? Ma è dubbia la distinzione stessa.

Tavoletta inscritta con segni in Lineare B. Argilla, Tardo Elladico IIIA (1450-1375 a.C.) da Cnosso. London, British Museum.

Una fondamentale tavoletta di Pilo (Er 312) indica in quantità di semenza di grano l’entità del te-me-no (témenos) rispettivamente del wánax e del lawaghḗtas: il rapporto è di 3:1. Una singola tavoletta non può certo rivelarci il rapporto gerarchico fra le due posizioni: ma già questo documento dovrebbe mettere in guardia dal pensare questo rapporto in termini di una sorta di diarchia, che distingua tra una funzione “politica” del wánax e una separata funzione militare del lawaghḗtas; tanto più che nello stesso testo seguono tre te-re-ta (telestaí), che hanno ciascuno tanta semenza di grano quanto il lawaghḗtas. I telestaí sono forse funzionari o dignitari, meno probabilmente dei “baroni”: certo, da questo e da altri testi, essi appaiono come proprietari o comunque possessori di terreni, in rapporto sia con forme di proprietà che sembra privata, sia con concessioni di terre “comunali”. Eppure molto spesso al lawaghḗtas, solo perché detentore di un témenos, gli studiosi attribuiscono un controllo supremo ed esclusivo delle forze armate, una netta superiorità sugli stessi telestaí, mentre a questi ultimi si tende a riservare l’appartenenza o una connessione esclusiva al dâmos. Sembra piuttosto che il lawaghḗtas sia sì un’autorità rilevante, ma di un livello che può essere condiviso almeno da alcuni telestaí: un “generale”, il quale avrà avuto il comando sui lawoí, cioè su persone che possono ben essere non distinguibili dal dâmos (il che spiega tra l’altro l’assenza della menzione esplicita dei lawoí medesimi), ma, come è frequente in Omero, siano persone del dâmos viste come soldati. Il “capo” dei lawoí è un generale che resta probabilmente del tutto subordinato al generalissimo che è il wánax, il quale d’altronde controlla l’amministrazione attraverso i vari ko-re-te-re, da-mo-ko-ro, ecc. I telestaí sembrano, almeno in parte, appartenere ai livelli più alti della società micenea e non paiono essere in una relazione, almeno esclusiva, col dâmos. Gli e-qe-ta (hépetai?), interpretati come “compagni” del sovrano, svolgono funzioni militari o sacrali, ma essenzialmente di supporto e di raccordo.

Sillabario con i segni della Lineare B.

Termini che sembrano rinviare per il loro significato al lessico omerico e classico sono quelli di qa-si-re-u (basileús) e ke-ro-si-ja (gherousía?). Ma il significato di basiléwes nei testi micenei non è chiaro, al di là di un generico significato di “capi”: si tratta di capi o di personaggi notabili di dâmoi, o capi di corporazioni di artigiani (in alcuni casi li troviamo associati con la menzione di “bronzieri”, e apparentemente investiti di una qualche funzione di controllo delle assegnazioni di bronzo che vengono fatte ai chalkḗwes, in altri associati con la lavorazione di mobili). E se la ke-ro-si-ja è un gruppo di anziani, non è chiaro se sia un vero “consiglio”, e se sia costituito intorno a qualche basileús: certo non è il consiglio del wánax.

Non è facile determinare l’esatto ruolo del dâmos nei confronti del wánax. È il dâmos veramente l’altro polo della società micenea, o è solo un elemento di una struttura piramidale, il quale funge da filtro dell’autorità e sovranità del wánax? Il terreno su cui si dovrebbe poter meglio misurare la struttura della società micenea è naturalmente quella della proprietà terriera. Ma le situazioni non sono del tutto chiare. Qui compare una prima grande distinzione tra due tipi di ko-to-na (ktoînai): le ko-to-na ki-ti-me-na e le ke-ke-me-na ko-to-na: le prime, proprietà coltivate o piuttosto “private”; le seconde, proprietà non coltivate, o piuttosto “lasciate” (in concessione), e perciò proprietà comunali, dei dâmoi (o forse solo gestite dai dâmoi per conto del sovrano). Frequente è del resto la menzione di kekeménai ktoînai, che sono oggetto di o-na-to (cioè di beneficio o usufrutto) pa-ro da-mo (cioè da parte del [o presso il] dâmos). Spesso persone con funzioni sacrali ricorrono in questa assai vasta categoria di onatēres, che intravediamo nella società micenea. Non è dimostrabile, ma comunque neanche da escludere, che sia proprio il wánax il detentore della proprietà formale eminente sui diversi tipi di proprietà e di possesso[6].

Incertezze sussistono, per altro, sempre nell’ambito della terminologia dei rapporti di proprietà e di possesso o usufrutto terriero, anche per ciò che riguarda il significato di ka-ma (una particolare forma di possesso?) o e-to-ni-jo (forse un possesso più stabile?). Si pone anche per questa via il problema dell’esistenza di forme di possesso privato; così come si è ammessa, anche di recente, l’esistenza di forme di proprietà sacra, nel senso di terre appartenenti a santuari di divinità. In realtà, sono tutt’altro che chiariti l’entità, le forme e il quadro di riferimento di queste “proprietà sacre”; ed occorre evitare di proiettare in età micenea quel quadro di rapporti tra “statale”, sacro e privato, che vale per l’epoca classica della storia greca. In un ambito così ipotetico, è più prudente pensare ad un possesso terriero, privato o sacro, fortemente subordinato all’autorità del wánax, in un rapporto “gerarchico” coerente con la struttura generale della società micenea e le caratteristiche dell’epoca.

Guerrieri. Frammento di affresco parietale, periodo medio-cicladico (1700-1600 a.C.), da Akrotiri. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

In definitiva, la complessità della società micenea, che si coglie meglio a Pilo che non a Cnosso o altrove, può riassumersi in questi termini: 1) presenza di un vertice, rappresentato dal wánax e dalla struttura palaziale; 2) presenza del dâmos, o meglio dei dâmoi, cioè delle singole unità territoriali («unità amministrative locali a vocazione agricola», secondo la definizione di M. Lejeune), e di una forza-lavoro dipendente o di tipo servile, sul piano della produzione (ma anche il rapporto fra questi due termini va, a sua volta, chiarito); 3) presenza di elementi che complicano e articolano questa apparente ma non chiara dicotomia, e che sono: il lawaghḗtas, titolare di un suo témenos, e quella fascia sociale intermedia, di titolari di benefici e di posizioni varie, che costituisce l’embrionale “aristocrazia” di cui si è già detto, e a cui vanno aggiunti i beneficiari effettivi di do-so-mo (dosmoí), concessioni, per esempio, a divinità, santuari e rispettivo personale; gli stessi te-o-jo do-e-ro appaiono in una condizione in qualche modo privilegiata, rispetto ai semplici do-e-ro (doûloi); di tutti questi va poi definito il rapporto rispettivamente col palazzo e con il dâmos.

Ma al centro è pur sempre la struttura palaziale: con un vertice “politico”, il principe; con un habitat specifico, rappresentato dal palazzo, cioè dai suoi ambienti (per l’esercizio del governo e l’amministrazione, per la vita quotidiana, per le funzioni sacre, per le riunioni, per il divertimento), dalle sue difese, dai suoi magazzini, dai suoi depositi; con un territorio, occupato da villaggi, in cui dei contadini lavorano la terra per il principe e sono in una posizione di dipendenza, che almeno in parte si configura come vera e propria servitù. Attorno s’individuano forme di proprietà, o di possesso, che in piccolo riproducono probabilmente questi stessi rapporti produttivi. Il problema più arduo è forse proprio quello di definire il rapporto che intercorre tra la struttura palaziale e l’aristocrazia che s’intravede. Se questa ha infatti un ruolo meramente satellite, sul piano politico e sociale, e costituisce solo una variante, rispetto alla fondamentale polarità tra despota e dipendenza, allora si fanno preminenti le affinità con almeno alcune società dell’Oriente antico, per le quali si può invocare una qualche forma di produzione asiatica. Più articolato e sfumato dovrà invece essere il giudizio generale sulla società micenea, se altro peso e altra funzione si assegnano all’aristocrazia, al suo ruolo economico, politico, militare, alle sue tradizioni e alla sua stessa capacità di emergere con effetti dirompenti per la struttura generale di cui s’è parlato.

Guerriero. Testina, avorio, periodo miceneo tardo, XIV-XIII sec. a.C., da una tomba a camera dell’Acropoli di Atene.

Occorre comunque evitare una troppo rigida assimilazione alle “regalità idrauliche” della Mesopotamia. Naturalmente, il limite dell’assimilazione deriva innanzitutto dall’assenza in Grecia di condizioni e costrizioni ambientali quali incombono sul mondo mesopotamico. Il problema non è comunque quello di applicare meccanicamente modelli asiatici. L’idea che le monarchie micenee abbiano sviluppato un’amministrazione complessa sull’esempio delle regalità orientali e, più direttamente, di quelle minoiche appare diffusa. Sono stati però anche sottolineati: i limiti numerici del personale del palazzo, rispetto alla quantità presumibile degli abitanti dei regni micenei; la problematicità di un monopolio palaziale nell’importazione del bronzo, a differenza del forte ruolo che si deve attribuire al palazzo nel campo della tessitura e della costituzione del relativo personale (soprattutto femminile); le dimensioni ridotte del témenos del wánax (wa-na-ka-te-ro te-me-no).

D’altra parte un’assoluta equiparazione della monarchia micenea alle regalità omeriche e arcaiche è scongiurata da diverse considerazioni: 1) il carattere ristretto, e assai puntuale, dell’evidenza documentaria disponibile per le monarchie micenee, con la conseguente difficoltà di definire gli esatti rapporti quantitativi sussistenti tra le disponibilità del wánax e quelle degli altri protagonisti della scena micenea, nonché lo stesso grado di controllo del signore su quelle risorse che apparentemente appartengono ad altri; 2) la potenza dell’amministrazione palaziale, con la gestione di quell’importante strumento di controllo che è la scrittura; 3) la presenza di santuari tanto ricchi quanto, apparentemente, soggetti al palazzo, e in particolare l’assenza di un vero consiglio e di un’assemblea[7].

Delfini. Frammento di affresco parietale, dalla cittadella di Gla. Tebe, Museo Archeologico.

Quei centri politici ed economici, che sono i palazzi di età micenea, non vivono isolati dal resto del mondo greco, né da più lontane regioni dell’Oriente mediterraneo. Non mancano produzioni atte allo scambio di merci, anche se si tratta di scambio tra merce e merce, e non esistono ancora forme di economia monetaria (ma, semmai, espressioni di un’economia premonetale, come i famosi lingotti di rame, genericamente definibili “di tipo egeo”, che sembrano assolvere a una fondamentale funzione di tesaurizzazione e, al tempo stesso, costituire una qualche misura di valore).

È stato osservato che gli oggetti d’oro, d’argento, d’avorio provenienti da Cnosso come da Micene, da Tebe come da Tirinto, oltre ad attestare l’alto livello dell’artigianato miceneo, dimostrano l’esistenza di scambi commerciali tra quel mondo ed altre civiltà mediterranee, se non altro perché i Micenei dovevano in qualche modo procurarsi presso altri popoli quei materiali di cui essi non disponevano o disponevano solo in scarsa misura (Godart). L’archeologia documenta, d’altra parte, sempre più ampiamente (e solo in parte per un’epoca posteriore a quella delle tavolette) l’espansione (anche, e significativamente, nelle regioni del Mediterraneo occidentale, dall’Italia, alla Sicilia, alla Spagna) di ceramica micenea[8]. Certo, non è facile definire il preciso rapporto tra questo innegabile e cospicuo dato della ricerca archeologica e l’insieme delle strutture economiche e sociali che trovano la loro più visibile espressione nei palazzi di età micenea. Il fenomeno del commercio è comunque ampiamente documentato; esso fornisce il naturale orizzonte dei dati delle tavolette in Lineare B, dati che accennano: all’esistenza di forme di scambio; all’acquisto di prodotti dall’ambito di forme e strutture economiche extrapalaziali, o marginali rispetto al palazzo, e alla loro introduzione nell’ambito dell’economia palaziale; alla ricerca, forse in primo luogo, di metalli, di cui s’avverte l’esigenza e insieme la scarsità.

Mappa dei reami micenei intorno al 1300 a.C.

Sarebbe, d’altra parte, ingenuo credere che tutto ciò che attiene al commercio e agli scambi si svolga entro l’ambito miceneo, o sia solo attivamente mediato dai Micenei stessi. Altri fattori di scambio sussistono; basti pensare alla funzione di mediazione che può avere avuto la Creta minoica (Creta cioè prima dell’assoggettamento da parte degli Achei, circa il 1450 a.C.)[9], come autentico ponte tra la Grecia e le regioni del Vicino Oriente, dall’Egitto alla Siria; ai contatti che i Micenei si procurano a Oriente, in Asia Minore, come in Siria, o in Occidente; e non va dimenticato quel fattore presente, si può dire, negli interstizi del mondo antico, che sono i popoli mercanti, quali soprattutto i Fenici, che, almeno dalle fasi più tarde dell’età micenea, operano (e nella tradizione greca sono sentiti come attivi e presenti) nelle regioni dell’Egeo e della Grecia stessa, e i Ciprioti, così spesso evidenti nella documentazione archeologica: nello stesso Mediterraneo occidentale (senza affrontare spinose e irrisolvibili questioni di priorità) le loro rotte si intrecciano e fondono con quelle micenee. Con eccessiva disinvoltura ci siamo ormai abituati, per l’autorevole suggestione di Karl O. Müller, di Karl Julius Beloch, o di Martin P. Nilsson, a mettere nell’ombra tutto quello che la tradizione greca ci dice sui Fenici nelle isole dell’Egeo (Rodi, Samotracia, Tera) o nel continente greco (basti pensare alla saga di Cadmo a Tebe).

È proprio durante e dopo il dominio miceneo a Cnosso, forse finito circa il 1370, che si colloca, in base ai dati dell’archeologia, cioè essenzialmente in base ai ritrovamenti di ceramica del Tardo Elladico III A e B, il periodo di massima espansione micenea. Se i dati cronologici sopra indicati sono attendibili, ciò ha una conseguenza storica di interesse sia per la storia dei Micenei a Creta, sia per il problema più generale dell’espansione micenea. Le fonti egiziane non sembrano registrare i Micenei di Creta dopo il 1370; riferimenti a località micenee di Creta stessa come del continente ricorrono nella tavoletta egiziana di Kom el-Heitan, che si data appunto alla prima metà del XIV secolo a.C.[10] Ma la massima diffusione di ceramica, in Egitto, in Siria-Palestina (in moltissimi centri palestinesi, ma soprattutto a Ugarit-Ras Shamra, in Siria), a Cipro (in particolare a Enkomi), sulle coste dell’Asia Minore (dalla Cilicia alla Ionia), e naturalmente nelle isole (a Rodi, a Lesbo), si verifica proprio nel Tardo Elladico III A e B, cioè nel secolo e mezzo contemporaneo e posteriore alla crisi. Sembra dunque verificarsi, quanto meno, un rafforzamento dei processi d’espansione commerciale dopo la crisi del potere politico a Creta; ed allora è legittimo chiedersi quale sia (o quale sia divenuto nel corso del tempo) il rapporto tra l’artigianato e il commercio, da un lato, e il potere centrale (o piuttosto i diversi poteri centrali collegati con i palazzi) dall’altro.

Lista dei toponimi cretesi dal basamento di una statua a Kom el-Heitan. XIV secolo a.C. ca.

È evidente, almeno per l’orizzonte cretese del problema, che il dominio miceneo non si presenta come una talassocrazia: innanzitutto, l’espansione commerciale per i Greci non è di per sé una talassocrazia, e quindi da sola la ceramica non dimostra un dominio sul mare, e poi, nei fatti, sembra esserci un certo scompenso tra il momento della potenza politica e quello della diffusione della ceramica micenea. Il problema diventa ancora più urgente, se si considera la diffusione di ceramica, o persino di forme architettoniche micenee, in Occidente. Punti di addensamento  sono le isole Eolie (Lipari), la Sicilia orientale (Tapso), l’Italia ionia (dallo Scoglio del Tonno a Taranto, a Termitito tra Metaponto ed Eraclea), in definitiva l’Italia del Mar Ionio e del basso Tirreno: la presenza di ceramica micenea in punti più settentrionali è sporadica, e in parte può corrispondere a fatti di irradiazione e diffusione indiretta, mediata da altri vettori. Già le quantità di ritrovamenti micenei in Occidente, persino nei luoghi di maggiore addensamento, non sono comparabili con quelli dei siti del Mediterraneo orientale che documentano presenze, attività commerciali e artigianali, persino insediamenti micenei[11]. E poi, se la tradizione letteraria può suggerire qualcosa in proposito, si tratta di indicazioni che singolarmente concordano con la situazione di décalage tra il momento e il ruolo del potere politico e quello del commercio miceneo, per altra via evidenziato. La tradizione infatti, quando evoca mitici fondatori di epoca micenea per località occidentali, li riferisce, o li immagina, come esuli, fuggiaschi, o reduci sbandati della guerra di Troia. Siamo, in termini archeologici, ai periodi Tardo Elladico III B e III C, o addirittura a ceramica submicenea[12].

Statua colossale del faraone Amenhotep III, uno dei due «Colossi di Memnone». Pietra calcarea, 1350 a.C. ca. (XVIII dinastia). Necropoli di Tebe.

Se così stanno le cose, è ragionevole, per i problemi dell’espansione di questa prima fase della storia greca che è l’epoca micenea, delineare uno sviluppo di questo tipo: 1) dopo l’invasione del continente e l’assestamento, che si svolge nei secoli del Medio Elladico, si raggiungono assetti nuove forme di organizzazione sociale, economica e politica, che corrispondono alla fioritura dei palazzi nell’Elladico recente; 2) a metà del XV secolo a.C. questo assestamento, politico, economico e anche demografico, ha portato all’espansione anche nell’Egeo, a cui corrisponde l’insediamento di un principato miceneo a Cnosso (durato forse meno di un secolo) e forse anche a Rodi (se gli Ahhija-wa dei testi ittiti fossero da identificare con dominatori Achaioí dell’isola); 3) in parte in coincidenza con questo momento di sviluppo politico, ma (se valgono le cronologie sopra indicate per la storia di Cnosso) anche indipendentemente e successivamente, si verifica un poderoso fenomeno d’espansione commerciale, che segue vie proprie. È un fenomeno determinato da una crescita di popolazione greca che continua, anzi perfeziona, la grecizzazione della penisola, fino a delineare i contorni di quella immensa diaspora greca, che noi chiamiamo “mondo greco”, “grecità”, e che è un vivaio di espressioni analoghe e diverse fra loro. Sono le vie suggerite dallo scompenso tra le risorse e i bisogni; vi si mette in luce la capacità dei Greci di portare proprie conoscenze tecniche ed espressioni artistiche, di contrarre relazioni di ogni tipo, da quelle di amicizia e di ospitalità a quelle proprie di più stabili scambi (legami matrimoniali, intese commerciali, ecc.); e, in generale, va tenuto presente il ruolo del commercio ambulante. Vi si esprime la grande mobilità greca, cioè la straordinaria capacità di spostarsi, adattarsi a situazioni nuove, inserirsi in quadri sociali ed economici diversi. Se si guarda insomma al fenomeno dell’espansione micenea nel suo complesso, la sua matrice di appare il bisogno, più che la potenza; la potenza era stata invece la matrice dell’espansione minoica. Proprio per questa ragione, quest’ultima è più circoscritta e più definita nel tempo, cioè è una vera talassocrazia; l’espansione micenea è invece solo una realtà diffusa, che poi, alla periferia della vasta area che investe, è soltanto soffusa.

Ricostruzione ipotetica di un armata Ahhijawa guidata da Tawagalawa con il suo mercenario Piyamaradu durante i negoziati con il signore di Wilusa-Ilio (Alaksandu?) e un ambasciatore ittita. Tavola ideata da A. Salimbeti e R. D’Amato e realizzata da G. Rava per Osprey Publishing n. 153 (Bronze Age Greek Warrior, 1600-1100 BC).

La controprova di questo aspetto di risposta a un bisogno che i poteri politici micenei non sono in grado di soddisfare, è proprio nella diversa entità e qualità dell’espansione greca, rispettivamente in età micenea e in età arcaica, nonché in Oriente e in Occidente. Si può dire che nel II millennio (che è anche quello dell’esistenza dei principati micenei) i Greci cerchino soprattutto interlocutori validi, società in grado di accoglierli e di fare uso dei prodotti o delle tecniche o dei servizi e delle funzioni di cui essi sono portatori; essi si appoggiano a società evolute insediate sulle coste del Mediterraneo. Ecco perché l’espansione micenea in Oriente ha valori così cospicui. In Occidente i Greci cercano qualcosa di analogo, e lo trovano, certo, ma necessariamente di meno. L’espansione di epoca arcaica (che sembra in gran parte riassorbita nell’orizzonte cittadino, cioè nella capacità delle póleis di programmare una propria espansione, in un momento di nuovo sviluppo demografico del mondo greco), anche per il suo carattere più sistematico, e la sua finalità di creazione di vere e proprie nuove póleis, cerca spazi vuoti: non vuole tanto inserirsi in società organizzate preesistenti, quanto contrastarle e sostituirle; cerca spazi vuoti per sé, non spazi occupati, regolati, civilizzati dagli altri.

Frammenti di vaso ittita raffiguranti un guerriero, presumibilmente acheo/miceneo. Periodo Tardo Elladico IIIA (1350 a.C. ca.).

La certezza dell’espansione commerciale micenea nel Mediterraneo non rende dunque superflua la ricerca di altri vettori delle merci che segnalano, con la loro presenza, scambi all’interno di quel mondo. Si potrebbe, per economia di ipotesi, immaginare che gli oggetti siriani, anatolici, egiziani, ciprioti, fenici (?), che si trovano sul continente o a Creta o in altre isole in età micenea siano stati portati dai Micenei nei loro viaggi di ritorno; e molte volte sarà stato anche così. Eppure questa tesi è economica solo nel senso del risparmio di ipotesi che permette; ma è un dato di fatto che, nella storia del commercio, almeno quanto questa diventa per noi evidente, i vettori delle merci di esportazione e d’importazione di una determinata regione non sono sempre gli stessi; un commercio di andata e di ritorno che si incarichi di svolgere tutte le operazioni relative non è mai verificabile, quando si disponga di un minimo di documentazione; ci potrà essere prevalenza di una sola delle due correnti, ma esse non si riducono mai ad una sola, che si svolga in due movimenti contrari[13].

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Bibliografia

 

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Note

[1] Cfr. Popham M.R., The Destruction of the Palace at Knossos. Pottery of the Late Minoan III A Period, Göteborg 1970; Godart L., La caduta dei regni micenei a Creta e l’invasione dorica, in Musti D. (a cura di), Le origini dei Greci. Dori e mondo Egeo, Bari 1985, 173-200. Vd. ulteriormente la bibliografia.

[2] Sulle influenze cretesi nello sviluppo della Lineare B nel continente, cfr. Godart L., op. cit., 174-175. Per una nuova testimonianza di scrittura sillabica greco-cipriota (su un obelós di bronzo), rinvenuta a Skales (Palaepaphos) e risalente addirittura al sec. XI a.C., cfr. Karageorghis V., Palaepaphos-Skales. An Iron Age Cemetery in Cyprus, Konstanz 1983.

[3] Circa 1200 sono le tavolette in Lineare B di Pilo, circa 4000 quelle di Cnosso. Sul problema della cronologia delle tavolette cretesi, Godart L., op. cit., 177-178; L.R. Palmer, in vari studi (p. es. Mycenaeans and Minoans, London 19652), ha preso posizione contro il divario di circa 200 anni che si ammette tra le tavolette di Cnosso e quelle di Pilo; Levi D., Festòs e la civiltà minoica, II, 1, Roma 1981, 79-80, ne condivide i dubbi. Mentre da Micene e Tirinto le tavolette si contano solo a decine, da Tebe ne possediamo circa 300, caratterizzate da una cospicua presenza di toponimi beotici (con cui sono congrui gli sviluppi territoriali di età classica in Beozia) nonché da interessanti dati culturali.

[4] Per i testi: Ventris M., Chadwick J., Docuements in Mycenaean Greek (2a ed., a c. di Chadwick J.), Cambridge 1973; Morpurgo A., Mycenaeae Graecitatis Lexicon¸ Romae 1963; Sacconi A., Corpus delle iscrizioni in Lineare B di Micene, Roma 1974; Ead., Corpus delle iscrizioni vascolari in Lineare B, Roma 1974; Godart L., Sacconi A., Les tablettes en Linéaire B de Thèbes, Rome 1978; Bennett E.L., Olivier J.P., The Pylos Tablets Transcribed I-II, Rome 1973-1976; Chadwick J., Godart L., Killen J.T., Olivier J.P., Sacconi A., Sakellarakis I.A., Corpus of Mycenaean Inscriptions from Knossos I, Cambridge-Rome 1986; Olivier J.P., Godart L., Seydel C., Sourvinou C., Index généraux du Linéaire B, Rome 1973.

[5] Godart L., L’economia dei Palazzi, in Maddoli G. (a cura di), La civiltà micenea. Guida storica e critica, Roma-Bari 1977, 97-114.

[6] Sul problema, sempre valida l’impostazione di Ventris M., Chadwick J., op. cit., 232-233; 443-444; utile anche De Fidio P., I «dosmoi» pilii a Poseidon. Una terra sacra di età micenea, Roma 1977 [in part., 132-175] (con la tesi, da verificare, dell’identificazione di una rilevantissima proprietà del sacerdote di Poseidone, e delle offerte intese come tributi al detentore della proprietà eminente).

[7] Sui poteri del wánax miceneo (che concepisce fondamentalmente come semplici privilegi), Carlier P., La royauté en Grèce avant Alexandre, Strasbourg 1984, in part. 44-134 (vd. anche Musti D., Recenti studi sulla regalità greca: prospettive sull’origine della città [vd. Carlier P., La royauté en Grèce avant Alexandre; Drews R., Basileus. The Evidence for Kingship in Geometric Greece], RFIC 116 [1988], 99-121). Sui due distretti del regno miceneo di Pilo (la provincia citeriore e la provincia ulteriore), Chadwick J., The Two Provinces of Pylos, Minos 7 (1961), 123-141.

[8] Stubbings F.H., Mycenaean Pottery from the Levant, Cambridge 1951; Taylour W., Mycenaean Pottery in Italy and Adjacent Areas, Cambridge 1958; Id., I Micenei, Milano 1966; Vagnetti L. (a cura di)., Magna Grecia e mondo miceneo. Nuovi documenti, Taranto 1982; e altre indicazioni in bibliografia.

[9] A Cnosso si verifica una continuità di impronta micenea, dal 1450 al 1370 circa (cioè sino alla fine del Tardo Minoico III A 2); in questo periodo Cnosso sembra dominare sull’intera isola; alla caduta di Cnosso micenea pare sopravvivere per qualche tempo un regno autonomo di Chanià. Cfr. Godart L., op. cit., 176-177; in generale, Milani C., I palazzi di Creta, Milano 1981. Per le iscrizioni cretesi in Lineare A, cfr. Godart L., Olivier J.P., Recueil des Inscriptions en Linéaire A, 5 voll., Paris 1976-1985.

[10] Per la possibile identificazione, nel testo egiziano di Kom el-Heitan dell’inizio del XIV secolo a.C., di centri micenei (Messene, Micene, Nauplia, Citera, Tebe, Pisa, Helos), cfr. Sergent B., La liste de Kom El-Hetan et le Péloponnèse, Minos 16 (1977), 126-173; Edel E., Die Ortsnamenlisten aus dem Totentempel Amenophis III, Bonn 1966. Ci sono anche nomi di località cretesi e forse di Ilio.

[11] Cfr. Taylour W., opp. citt. n. 8.

[12] La diffusione della ceramica in Occidente è soprattutto del periodo Tardo Elladico (Miceneo) III B e C (1300-1075 a.C. circa).

[13] Cfr. Bass G.R., A Bronze Age Shipwreck at Ulu Burun (Kaş): 1984 Campaign, AJA 90 (19869, 269- (ruolo mediatore di Cipro).