Tito Livio

di CONTE G.B., PIANEZZOLA E., Livio, in Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 2. L’età augustea, Milano 2010, 483-489.

 

 

1. Una storia magistra vitae

Livio è sicuramente uno degli storici romani che ha goduto di maggior fortuna presso la posterità. Nella sua monumentale opera, conosciuta sotto il nome di Ab Urbe condita libri, ripercorre le vicende romane dalle origini troiane fino al Principato di Augusto, fornendo una descrizione artisticamente elevata del glorioso passato di Roma in un momento in cui la città ha raggiunto l’apice della grandezza e della potenza. Livio era consapevole della crisi che Roma aveva attraversato nell’età delle guerre civili e sapeva che il Principato di Ottaviano non avrebbe rappresentato la panacea a tutti i mali che attraversavano la società romana. A differenza di Sallustio, tuttavia, egli non volle indagare le cause profonde della degenerazione morale dei Quiriti, ma preferì concentrarsi sulle glorie del passato che, con il loro valore esemplare, avrebbero potuto esercitare un’influenza in senso pedagogico e morale sulla coscienza dei contemporanei. In lui prevalse dunque l’interesse per una descrizione dei fatti drammatica ed efficace dal punto di vista letterario, funzionale al proprio intento moralistico, piuttosto che per una ricostruzione storica del passato basata su una rigorosa disamina delle fonti.

 

Antonio Lafreri, Tito Livio. Incisione, 1572. Wien, Österreichischen Nationalbibliothek.

 

2. La vita e le opere

Tito Livio (il cognomen è ignoto) nacque a Patavium nel 59 a.C. Venuto a Roma, non partecipò alla vita pubblica, ma entrò in contatto con Ottaviano. I suoi interessi si rivolsero dapprima alla filosofia ma ben presto, cioè tra il 27 e il 25 a.C., Livio dovette concentrarsi interamente sulla sua grande opera storica, gli Ab Urbe condita libri. Si guadagnò notevole prestigio e ammirazione e, tra l’altro, si occupò di guidare gli interessi storiografici del futuro imperatore Claudio. Alternò la vita a Roma con lunghi soggiorni nella città natia, dove morì nel 17.

Ab Urbe condita libri è il titolo dato dai codici più autorevoli e da altre testimonianze antiche all’opera di Livio: questi, infatti, si riferisce a essa una sola volta con il nome di annales, mentre altrove, genericamente, con libri. Si tratta di una grande storia di Roma dalla sua fondazione fino all’epoca a lui contemporanea, in 142 libri. Di questi se ne sono conservati i libri I-X e XXI-XLV (quest’ultimo è tuttavia mutilo dell’ultima parte) e scarsi frammenti degli altri, fra cui sono celebri quelli relativi alla morte di Cicerone e al giudizio di Livio sulla sua figura, tramandati da Seneca il Vecchio.

La narrazione liviana, dunque, cominciava dalle origini remote dell’Urbe, cioè con la fuga di Enea da Troia, e arrivava, con il libro CXLII, alla scomparsa di Druso, figliastro di Augusto, avvenuta in Germania nel 9 a.C., o forse anche fino alla disfatta di Varo nella selva di Teutoburgo, nel 9 d.C. Non si esclude che, secondo il progetto di Livio, interrotto dalla sua morte, l’opera dovesse comprendere 150 libri e giungere fino alla scomparsa di Augusto, cioè al 14.

Il naufragio di vaste porzioni del testo è probabilmente da imputare alla sua suddivisione in gruppi separati di libri, che andarono incontro a diverse vicende. Alla divisione in “decadi” si fa cenno per la prima volta verso la fine del V secolo, ma è probabile che essa risalga parecchio addietro. Anzi, secondo alcuni studiosi, potrebbe essere dovuta addirittura allo stesso Livio: quest’ultimo, infatti, pubblicò la propria opera per gruppi di libri comprendenti periodi distinti, premettendo dichiarazioni introduttive ad alcuni dei libri, con in quali, ogni volta, apriva un ciclo. Una delle più celebri, difatti, è il proemio con il quale si apre la terza “decade”, che contiene la narrazione della Seconda guerra punica: la presenza di un proemio in apertura di una “decade” ha fatto pensare, perciò, che questo tipo di suddivisione rispecchiasse sostanzialmente le fasi della pubblicazione dell’opera da parte dell’autore stesso.

 

Arras, Bibliothèque Municipale. Ms. 944, 2 (Jacques Le Boucq, c. 1570), Recueil d’Arras, f. 285. Ritratto di Tito Livio.

 

3. Il metodo storiografico e il rapporto con le fonti

Negli Ab Urbe condita libri Livio rifiuta implicitamente l’impianto monografico delle prime opere di Sallustio, ritornando alla struttura annalistica che aveva caratterizzato fin dall’inizio la storiografia latina: la narrazione di ogni impresa, per esempio, delle campagne militari, si estende per l’arco di un anno, al compiersi del quale viene sospesa, mentre ha inizio il racconto di altri avvenimenti contemporanei; quindi, viene adottato lo stesso metodo narrativo nei confronti dei fatti dell’anno seguente, riprendendo la narrazione di quanto lasciato in sospeso allo spirare dell’anno precedente, e così via.

Come buona parte degli storici latini venuti prima di lui, a cominciare da Catone, Livio dilatava l’ampiezza della propria narrazione man mano che si avvicinava al proprio presente: su 142 libri, 85 contenevano la storia di Roma a partire dall’età graccana, cioè meno di un secolo e mezzo. La dilatazione corrispondeva alle aspettative dei lettori, che mostravano maggiore interesse per le vicende più recenti, soprattutto per la narrazione della tremenda crisi politico-sociale dalla quale era emerso il Principato augusteo: di questa impazienza del pubblico, del resto, informa lo stesso Livio nella Praefatio generale all’opera.

Le fonti utilizzate dall’autore furono ovviamente numerose; per la prima decade, contenente la storia più antica di Roma, c’erano a disposizione quasi esclusivamente gli annalisti, fra i quali Livio mostra una preferenza per i più recenti: l’utilizzazione di Valerio Anziate, di Licinio Macro (un annalista di tendenze mariane, che scrisse dopo i conflitti civili degli anni Ottanta del I secolo a.C.) e di Claudio Quadrigario sembra molto più vasta di quella di Fabio Pittore. Nelle decadi successive, in cui veniva narrata l’espansione di Roma in Oriente, agli annalisti romani veniva ad affiancarsi il grande storico greco Polibio (II secolo a.C.), dal quale Livio attinse soprattutto la visione unitaria del mondo mediterraneo e dei legami fra Roma e i regni ellenistici; sporadica pare invece essere stata l’utilizzazione delle Origines di Catone.

È stato spesso sottolineato il fatto che Livio non sembra procedere a un attento vaglio critico delle proprie fonti: in certi casi, la facilità di accesso e di reperibilità sembra essere stata il criterio di scelta determinante. È inoltre notevole che Livio non abbia cercato di colmare le lacune della tradizione storiografica con il ricorso a documentazione di altro genere, che pure sarebbe stata facilmente accessibile: Livio fa un uso estremamente scarso dei documenti contenuta in manoscritti e antiche iscrizioni, come pure dei risultati delle ricerche scrupolose degli antiquari della precedente generazione, come Attico e Varrone.

Di conseguenza, si è visto in lui abbastanza spesso soprattutto un exornator rerum, principalmente preoccupato di amplificare e adornare la traccia che trovava nella propria fonte per mezzo di una drammatizzazione piena di varietà e di movimento. Su questa strada, si è arrivati al tentativo di escludere Livio dallo sviluppo della maggiore storiografia latina da Sallustio a Tacito, cioè dalla grande storiografia senatoria: si è visto, insomma, in Livio non lo storico senatore e uomo politico, che l’esperienza spesso amara e deludente della vita pubblica contemporanea metteva in grado di formarsi un giudizio personale e approfondito anche sugli eventi del passato, e al quale la posizione ricoperta facilitava l’accesso a fonti riservate di documentazione come gli acta Senatus, ecc., ma lo storico-letterato che lavora soprattutto di seconda mano sulla narrazione di storici precedenti. È una tesi che contiene vari elementi di verità, ma che non va spinta fino al punto di contrapporre frontalmente una storiografia senatoria fatta da chi sapeva come la storia fosse fatta, e destinata a fornire una guida all’uomo politico, a una storiografia come esercitazione letteraria di uomini incapaci di fare storia e, di conseguenza, viziata da insipido moralismo.

 

Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Vat. lat. 10696 (sec. IV-V), Fragmenta Liviana, T. Livius, Ab Urbe condita IV, 39, 10; 4, 36, 6-37, 7.

 

4. L’atteggiamento nei confronti del regime augusteo

A quanto pare, il Principato augusteo non operò, nei confronti della storiografia, un tentativo di egemonia paragonabile a quello attuato nei confronti della poesia. Livio non si collocava certamente all’opposizione, ma neppure svolgeva una propaganda di sostegno acritico. È noto da una testimonianza di Tacito (Ann. IV 34) che Augusto avrebbe affibbiato all’amico storico l’epiteto scherzoso di «Pompeiano», per la nostalgica simpatia verso gli ideali repubblicani che probabilmente si rifletteva anche nella sua opera. Il naufragio della sezione di quest’ultima relativa alle recenti guerre civili rende impossibile farsi un’idea adeguata del modo in cui Livio narrò la crisi della res publica e soprattutto degli umori che dal racconto trasparivano; ciononostante, si sa sempre da Tacito che Livio avesse coperto di lodi Pompeo e ostentasse rispetto verso gli altri avversari di Cesare, fra i quali i suoi stessi uccisori, Bruto e Cassio.

Un atteggiamento del genere non destava, in età augustea, particolari fastidi: Ottaviano, soprattutto dopo la riforma costituzionale del 27, era più desideroso di presentarsi come il restitutor rei publicae che come l’erede di Cesare; di conseguenza, tollerava, ed egli stesso in qualche misura utilizzava, il culto dei martiri della res publica. Su alcuni temi si poteva perciò registrare un accordo sostanziale fra il nuovo regime e lo storico patavino, senza che su quest’ultimo venisse esercitata la minima pressione: il principale fra questi temi era probabilmente la condanna del disordine politico-sociale degli ultimi decenni dell’età repubblicana, dei conflitti fra factiones, dell’avidità degli optimates ma ancor di più delle rivendicazioni dissennate dei ceti più umili. Il nuovo regime proclamava di aver ristabilito la concordia nel corpo civico, eliminando la faziosità: c’erano tutte le condizioni per l’incontro con uno storico che spesso si trova impegnato nell’esecrazione dei mali della demagogia. Per cogliere questa tematica, data la perdita delle sezioni relative alla storia più recente, occorre rifarsi alla narrazione liviana dei conflitti interni dei primi secoli della res publica, sui quali lo storico sembra tuttavia aver proiettato abbastanza frequentemente problematiche e moduli interpretativi legati a conflitti ben più recenti. Un altro importante fattore  di convergenza ideale con il princeps era costituito dalla politica augustea di restaurazione degli antichi valori morali e religiosi, una tematica comprensibilmente cara allo storico di Patavium.

Si è già detto, tuttavia, che il consenso liviano verso il regime non si traduceva in un’esaltazione incondizionata; questo aspetto apparirebbe in tutta chiarezza se si possedesse la narrazione degli eventi delle guerre civili e del Principato augusteo, ma alcune tendenze di fondo si lasciano ugualmente indovinare dalla Praefatio generale che Livio ha premesso alla propria opera. Dall’introduzione, infatti, traspare una consapevolezza acuta della crisi che Roma aveva di recente attraversato e che lo storico non sembra considerare come risolta del tutto felicemente.

In realtà, Livio rimase estraneo a tutta quella parte dell’ideologia augustea che insisteva sul valore “carismatico” del principatus, che lo presentava come la realizzazione di una nuova età dell’oro. Se Virgilio, pur fra molte contraddizioni, finiva per giustificare un disegno provvidenziale il quale aveva sancito che alla pienezza dei tempi si potesse giungere solo attraverso il molto sangue versato nelle guerre civili, Livio probabilmente non riusciva a scorgere nella vittoria finale di Ottaviano il rimedio miracoloso che aveva estinto una volta per tutte i germi della corruzione che avevano provocato il declino di S.P.Q.R.

 

Jacques-Louis David, I littori riportano a Lucio Giunio Bruto i corpi dei suoi figli. Olio su tela, 1789. Paris, Musée du Louvre.

 

5. Le caratteristiche della storiografia liviana

Nella Praefatio, che racchiude il suo manifesto programmatico, Livio dichiara l’intento fortemente moralistico e pedagogico della sua storia: attraverso la rassegna degli uomini e delle virtù che costruirono la potenza romana egli vuole fornire ai lettori un repertorio di exempla morali da seguire, di modelli cui guardare in un periodo di crisi come quella vissuta da Roma. Per raggiungere il suo obiettivo Livio si affida a una narrazione avvincente che mira non tanto a fornire un’analisi oggettiva dei fatti quanto a coinvolgere il lettore e a farlo identificare nei personaggi.

 

Leggenda del Lago Curzio. Bassorilievo, marmo, II sec. a.C. ca. Roma, Musei Capitolini.

 

5.1. Le tematiche

Più volte, sia nella Praefatio sia altrove, l’autore accenna al fatto che la narrazione del glorioso passato di Roma è per lui un rifugio rispetto alla cura che gli apporta il racconto degli eventi più recenti e contemporanei: un atteggiamento implicitamente polemico nei confronti della storiografia sallustiana, che aveva posto la crisi di Roma al centro della propria indagine. Il pessimismo liviano, che pure esiste, non è altrettanto lucido quanto quello di Sallustio; pur riconoscendo il carattere “epocale” e non episodico della crisi, Livio rifiuta di concentrare l’interesse su di essa, sforzandosi invece di non considerarla separatamente dal quadro generale della storia di Roma. Egli riconosce che la corruzione e la decadenza dei costumi si sono fatte strada anche nell’Urbe, ma più tardi che in qualunque altra realtà politica: complessivamente, nessun altro popolo può offrire esempio più insigni di grandezza morale e di integrità di costumi.

Dalle parti conservatesi dell’opera liviana emerge con prepotenza la giustificazione dell’imperium e della sua conquista, alla cui edificazione hanno validamente cooperato una fortuna sostanzialmente non diversa dalla providentia divina e la virtus propria del popolo romano. A quest’ultimo nessun’altra civiltà o condottiero sono stati in grado di opporsi validamente, perché nessuno è stato capace di esprimere una forza paragonabile a quella su cui fonda la res publica Romana. Una volta Livio giunge addirittura a porsi il problema di come sarebbero andate le cose se Alessandro Magno, il più grande conquistatore dell’antichità, anziché andare contro l’Oriente persiano si fosse rivolto a Occidente e contro la stessa Roma: ma non ha alcun dubbio ad affermare che nemmeno il Macedone sarebbe riuscito a sopraffare i Quirites. Ipotesi del genere probabilmente avranno contribuito a consolare lo storico dall’amarezza che gli ispiravano i tempi presenti. Molto più impregnata di pessimismo, appunto, doveva essere la narrazione delle epoche più vicine a lui. Forse ciò che in Livio appare come continuo orgoglio “nazionale”, costante e tenace esaltazione e abbellimento di tutte le gesta dei Romani – per esempio, il resoconto della Seconda guerra punica – potrebbe solo essere dovuto alla sua generale tendenza a idealizzare il passato: probabilmente egli oscurava in adeguata proporzione il quadro dell’ultimo secolo di storia romana.

Quando Livio rivolge il proprio sguardo a quel percorso di oltre settecento anni che ha portato una piccola città del Lazio all’egemonia sul mondo, mostra reverenza, quasi sgomento, davanti a tanto spazio di tempo e di fatti. Nella rievocazione dell’imponente cammino, Livio sente la pressione della storia, percepisce il peso e il condizionamento che le immagini del passato esercitano sulla coscienza del tempo presente. Quelle immagini agiscono come modelli di comportamento sociale e individuale, sia positivi sia negativi, sono inviti alla virtù o avvertimenti contro le atrocità. Il grandioso passato indica la via della salvezza a chi dovrà rinnovarne nel presente il prezioso esempio. La mitologia del passato, insomma, non solo ha senso per gli uomini del presente, ma anche dà senso al loro agire, in quanto sa illustrare esemplarmente i loro bisogni ideologici.

La concezione liviana della storia è dunque caratterizzata da una passione moralistica: non è uno studio politico che spieghi atteggiamenti ed eventi, che tenga conto di strategie di parti o di fazioni, di ideologie e di interessi materiali, bensì una narrazione da condurre in termini di personalità umane e di singoli individui rappresentativi, che fungono da exempla da imitare o da rifuggire per i futuri uomini di Stato.

 

Generale romano. Statua, marmo, 75-50 a.C. ca. dal Santuario di Ercole (Tivoli).

 

5.2. La drammatizzazione della storia

Per dare vividezza alla narrazione e suscitare così una maggiore presa sui lettori, Livio, ereditando una tendenza presente già da lungo tempo nella storiografia latina, ma che era stata fortemente ridotta da Sallustio, lascia largo spazio alla drammatizzazione del racconto, senza tuttavia permettere che essa soffochi l’impostazione pragmatica. Sono famosi i drammi, in cui si susseguono scene ricche di pathos, di Lucrezia, leggendaria eroina della Roma arcaica, e di Sofonisba, la nobildonna cartaginese figlia di Asdrubale e sposa di Massinissa, che preferì bere coraggiosamente il veleno piuttosto che cadere preda dei Romani.

La drammatizzazione è una tendenza praticamente onnipresente nella narrazione liviana: la si ritrova nella descrizione delle battaglie (spesso rappresentate secondo lo schema della peripezia, cioè del repentino rovesciamento in vittoria di una situazione inizialmente sfavorevole ai Romani), delle sommosse popolari, nei resoconti dei dibattiti in Senato.

 

Mattia Preti, La morte di Sofonisba. Olio su tela, 1660-1670 c. Lyon, Musée des Beaux-Arts.

 

Nella sua maniera di narrare la storia, ricca di pathos e intensità drammatica, Livio risente molto della tradizione storiografica ellenistica, in particolare quello stile che si usa chiamare «tragico». Nella concezione di autori come Eforo, Duride e Filarco, esponenti della cosiddetta «storiografia tragica», le cui opere sono purtroppo andate perdute, l’utilità della storia non consiste nella precisione ricostruttiva degli eventi e nell’analisi oggettiva dell’accaduto, quanto piuttosto nella capacità di descrivere efficacemente i fatti, in modo da suscitare emozioni nel lettore. Così la historia, più che “ricerca” della verità, poteva diventare attività retorica, rientrare nella categoria del letterario (per taluni teorici era cosa vicina all’oratoria, per altri alla poesia).

Per sua esplicita ammissione, Livio fa passare avanti alla ricerca della verità per se stessa la concezione (e l’esposizione) drammatica della storia. Il suo scopo diventa quello di mostrare che qualità mentali e morali hanno un impatto decisivo sugli eventi: l’atmosfera di una città agitata, i sentimenti di un popolo o di una folla, i pensieri e i desideri di un personaggio, le sue incertezze psicologiche e i suoi calcoli, tutto questo non è “obiettività”, non è il distacco impersonale che ogni teorico (antico e moderno) pretenderebbe da uno storico fededegno. Livio si immerge nelle cose e vuole dare, con tutta una serie di notazioni parziali, di cui sarebbe difficile garantire l’esattezza, l’impressione di un testimone che ha vissuto dentro il dramma che sta raccontando. Così commenta, per esempio, a conclusione del resoconto della Seconda guerra punica (XXXI 1, 1):

 

Anche per me è un ristoro essere giunto alla fine della guerra punica, come se ne avessi condiviso i travagli e i pericoli.

 

Scrivere la storia è per Livio anzitutto far vivere gli uomini che l’hanno fatta: se l’autore giudica i suoi personaggi, essi si giudicano anche l’un l’altro. E in questo, le sue doti letterarie – sicuramente non comuni – ottengono risultati di grande effetto. Si possono ammirare il senso della gradazione e della composizione, l’arte della frase costruita, e soprattutto le qualità “impressionistiche” di chi con le parole sa raffigurare grandi scene di massa.

I frequenti discorsi indiretti diventano la forma espressiva capace di evocare gli stadi d’animo segreti di folle e gruppi di persone. Spesso abili discorsi diretti sono composti, con efficace arte oratoria, per delineare i pensieri di singoli individui; e la loro foga impetuosa sbocca – quasi se ne volessero rappresentare gli effetti – nei commenti e nelle considerazioni degli spettatori-ascoltatori. Capita anzi spesso che il punto estremo e più altamente “patetico” di un episodio sia reso con un discorso diretto o indiretto, che ben caratterizza l’animo dei protagonisti.

Ma la “pateticità” di Livio non ha nulla che sia paragonabile al pathos acceso di Sallustio, alla forte passionalità di uno stile di scrittura che aveva scandito la narrazione sul ritmo di giudizi acri e l’aveva serrata in un pensiero sempre vigile e denso, severo. Quello di Livio è piuttosto un modo arioso di rappresentare e di narrare: un modo, si potrebbe dire, “sentimentale” (c’è più ethos che pathos), il quale sa associare, al piacere suscitato dal racconto, una certa grandezza delle raffigurazioni. E questo non di rado ottiene l’effetto di aggiungere al testo una suggestione di maestà epica: i personaggi acquistano spesso un carattere monumentale, mai tuttavia accademicamente manierato o eccessivamente enfatico.

 

Nicolas Poussin, Coriolano riceve le suppliche della sua famiglia. Olio su tela, 1652-53. Les Andelys, Musée Nicolas-Poussin.

 

6. Lo stile della narrazione liviana

Nel gusto stilistico, Livio si oppone nettamente alla tendenza di Sallustio, di cui, secondo una testimonianza di Seneca il Vecchio (I secolo), egli criticava apertamente il senso dell’espressione oltremodo concisa e la ricerca di brevitas che spesso lo faceva cadere nell’oscurità. Livio si avvicinò piuttosto allo stile che Cicerone aveva vagheggiato per la storiografia romana: nel II libro del De oratore questi aveva teorizzato uno stile che doveva avere «varietà di toni», ma soprattutto doveva distinguersi per il «corso dolce e regolare dell’espressione» (54); più chiaramente ancora, Cicerone aveva auspicato «uno stile scorrevole e largo, che si riversi con dolcezza, seguendo un corso piano e regolare» (64, genus orationis fusum atque tractum et cum lenitate quadam aequabiliter profluens; vd. anche Orat. 66). Questi precetti ciceroniani Livio dovette sentire buoni per sé e vi si adeguò con facile disponibilità.

Ma è pur vero che il periodare liviano, confrontato con quello del modello ciceroniano, risulta spesso carico, affollato, quasi lo impacci il desiderio di accumulare troppi particolari importanti in un unico lungo movimento discorsivo: se il periodo dell’Arpinate è fatto per essere ascoltato, quello del Patavino si attende invece di essere letto.

Quintiliano, che riconosceva la superiore grandezza di Sallustio come storico, contrapponeva alla sua brevitas austera e sentenziosa la lactea ubertas (l’«abbondanza dolce come il latte») di Livio (Inst. or. X 1, 32): uno stile ampio, fluido e luminoso, senza artifici e senza restrizioni, che evita ogni asperitas, e dove i periodi scorrono con facilità. Sempre Quintiliano accennava al candor, la limpida chiarezza dello stile liviano.

Ma lo storico patavino sapeva conferire al proprio stile anche un’ammirevole duttilità e varietà: la prima “decade”, infatti, è caratterizzata da un gusto arcaizzante, volto a sottolineare la remota solennità degli eventi narrati; nelle parti successive, invece, si fanno predominanti i tratti classicistici. Spesso, inoltre, il testo appare caratterizzato da una forte coloritura poetica.

 

Cairo, Egyptian Museum. PSI XII 1291 (Ossirinco, III-IV sec.), Epitome di Livio, libri XLVII-XLVIII.

 

Bibliografia:

 

Ahlheid F., De tyrannen zijn slachtoffer, Livius 3.44-49, Lampas 28 (1995), 331-348.

Aili H., Livy’s Language. A Critical Survey of Research, ANRW II 30, 2 (1982), 1122-1147.

Albrecht M. v., Meister römischer Prosa. Interpretationen, Heidelberg 1971, 111-126.

Alfonsi L., Sul passo liviano relativo ad Alessandro Magno, Hermes 90 (1962), 505-.

–        , La figura di Romolo all’inizio delle Storie di Livio, in Lefèvre, Olshausen (1983), 99-106.

Alpers K., Livius-Rezeption in Bildwerken des Lüneburger Rathauses, in BWG, Jahrbuch 1999, 87-90.

Aly W., Livius und Ennius. Von römischer Art, Leipzig 1963.

Amundsen L., Notes to the Preface of Livy, SO 25 (1947), 31-35.

Barié P., Mythisierte Geschichte im Dienst einer politischen Idee, AU 19 (1976), 35-42.

Basanoff V., Deuotio de M. Curtius eques, Latomus 8 (1949), 31-36.

Bauman R.A., The Rape of Lucretia. Quod metus causa and the Criminal Law, Latomus 52 (1993), 550-566.

Bayer K., Römer kritisieren Römer. Zu Livius 38, 44, 9-50, 3, Anregung 30 (1984), 15-17.

Bayet J., Tite-Live: Histoire Romaine, Tome 1, Paris 1947.

Beck H., Walter U., Die frühen römischen Historiker, Band I: von Fabius Pictor bis Cn. Gellius, Darmstadt 2001.

Bernard J.E., Le portrait chez Tite-Live : essai sur une écriture de l’histoire romaine, Bruxelles 2000.

Berschin W., Livius und Eugippius. Ein Vergleich zweier Schilderungen des Alpenüberganges, AU 31 (1988), 37-46.

Bloch R., Tite-Live et les premiers siècles de Rome, Paris 1965.

–          , Guitard C. (eds.), Tite-Live, Histoire Romaine. Tome VIII: Livre VIII, Paris 1987.

Boer W. den, Das Rombild in der älteren römischen Literatur, in: Historiographia antiqua. Commentationes Lovanienses in honorem W. Peremans septuagenarii editae, Leuven 1977, 195-229.

Bolchazy L.J., Hospitality in Early Rome: Livy’s Concept of Its Humanizing Force, Chicago 1977.

Borneque H., Tite-Live, Paris 1933.

Breitenbach H.R., Der Alexanderexkurs bei Livius, MH 26 (1969), 146-157.

Briquel D., À propos de Tite-Live, I: l’apport de la comparaison indo-européenne et ses limites, REL 76 (1998), 41-70.

Briscoe J., A Commentary on Livy, Books XXXI-XXXVI, Oxford 1973-1981.

–          , A Commentary on Livy, Books XXXIV-XXXVII, Oxford 1981.

–          , Titi Livi ab Urbe condita libri XLI-XLV, Stuttgart 1986.

–          , A Commentary on Livy. Books 38-40, Oxford 2008.

Bruckmann H., Die römischen Niederlagen im Geschichtswerk des T. Livius, Diss. Münster 1936.

Büchner K., Römische Literaturgeschichte. Ihre Grundzüge in interpretierender Darstellung, Stuttgart 19623.

–          , Hofmann J.B., Lateinische Literatur und Sprache in der Forschung seit 1937, Bern 1951.

Burck E., Die Erzählungskunst des T. Livius, Berlin 1934.

–          , Livius als Augusteischer Historiker, Die Welt als Geschichte 1 (1935), 446-487.

–          , Altrömische Werte in der augusteischen Literatur, in Probleme der augusteischen Erneuerung, Frankfurt-a.-M. 1938, 28-60.

–          , Ab urbe condita condita libri XXI-XXX (Hannibalischer Krieg), Textauswahl und erklärendes Namensverzeichnis, Heidelberg 1948.

–        , Römische Politik im Spiegel der römischen Geschichtsschreibung, AU 1 (1951), 36-63.

–          , Zum Rombild des Livius. Interpretationen zur zweiten Pentade, AU 3 (1957), 34-75.

–          , Einführung in die dritte Dekade des Livius, Heidelberg 19633.

–          , Aktuelle Probleme der Livius-Interpretation, in Interpretationen, Heidelberg 1964, 21-46.

–          , Das Bild der Revolution bei römischen Historikern, Gymnasium 73 (1966), 86-109.

–          , Einzelinterpretation von Reden, in Burck (1967), 430-463.

–          , T. Livius, Ab urbe condita libri I-X. Textauswahl, Einleitung und erklärendes Namensverzeichnis, Heidelberg 19675.

–          , Wege zu Livius, Darmstadt 1967.

–          , Die Frühgeschichte Roms bei Livius im Lichte der Denkmäler, Gymnasium 75 (1968), 74-110.

–          , Pleminius und Scipio bei Livius (Livius 29, 6-9 und 29, 16,4-22,12), in Steinmetz P. (ed.), Politik und Res Publica. Beiträge zum Verständnis von Politik, Recht und Staat in der Antike, dem Andenken Rudolf Sterks gewidmet, Wiesbaden 1969, 301-314.

–          , Vom Menschenbild in der römischen Literatur. Ausgewählte Schriften Zweiter Teil, Heidelberg 1981.

–          , Die römische Expansion im Urteil des Livius, ANRW II, 30, 2 (1982), 1148-1189.

–          , Livius und Augustus, ICS 16 (1991), 269-281.

–          , Das Geschichtswerk des Titus Livius, Heidelberg 1992.

Burton P.J., The Last Republican Historian: A New Date for the Composition of Livy’s First Pentad, Historia 49 (2000), 429-446.

Canfora L., Studi di storia della storiografia romana, Bari 1993.

Carawan E.M., The Tragic History of Marcellus and Livy’s Characterization, CJ 80 (1985), 131-141.

–          , Graecia liberata and the Role of Flamininus in Livy’s Fourth Decade, TAPhA 118 (1988), 209-252.

Chaplin J.D., Livy’s Exemplary History, Oxford-New York 2000.

Chassignet M., Historiographie et écriture épique, Euphrosyne 26 (1998), 155-163.

Chausserie-Laprée J.-P., L’expression narrative chez les Historiens Latins, Paris 1969.

Cichorius C., Römische Studien, Leipzig 1922, 261-269.

Conway R.S., Walters C.F., Johnson S.K., Walsh P.G. (eds.), T. Livi ab Urbe condita, 6 voll., Oxford 1914-1999.

Cornell T.J., The Beginnings of Rome, London 1985.

Dangel J., La phrase oratoire chez Tite-Live, Paris 1982.

Davies M., Some Neglected Aspects of Cacus, Eranos 102 (2004), 30-37.

–          , Appendix: Cacus in Livy 1.7.7, Eranos 102 (2004), 38-39.

Deininger J., Livius und der Prinzipat, Klio 67 (1985), 265-272.

Dittrich H., T. Livius, Römische Geschichte seit Gründung der Stadt. Aus dem Lateinischen übertragen v. H. Dittrich. 2 voll., Berlin 1978.

Dorey T.A. (ed.), Latin Historians, London 1966.

–          , Livy, London 1971.

–          , Titi Livi ab Urbe condita libri XXI-XXV, 2 voll., Leipzig 1971-1976.

Ducos M., Les passions, les hommes et l’histoire dans l’œuvre de Tite-Live, REL 65 (1987), 132-147.

Dunsch B., “Exemplo aliis esse debetis”: Cincinnatus in der antiken Literatur, in Niggemann U., Ruffing K. (eds.), Antike als Modell in Nordamerika?, München 2011, 219-247.

Edgeworth R.J., Saguntum: A Livian Ouverture, Eranos 87 (1989), 139-145.

Edlund I., Before Zama: A Comparison Between Polybios’ and Livy’s Descriptions of the Meeting between Hannibal and Scipio, Eranos 65 (1967), 146-168.

Eigler U., Gotter U., Luraghi N., Walter U. (eds.), Formen römischer Geschichtsschreibung von den Anfängen bis Livius. Gattungen – Autoren – Kontexte, Darmstadt 2003.

Engel J.-M. (ed.), Tite-Live, Histoire Romaine. Tome XXVII: Livre XXXVII, Paris 1981.

Erasmus S., Livius und Polybios. Ein Unterrichtsthema zum vertieften Verständnis des Livius, AU 7 (1964), 49-58.

Erb N., Kriegsursachen und Kriegsschuld in der ersten Pentade des T. Livius, Diss. Zürich 1963.

Erdt W, Neues aus der Schulstube: Kreatives und Produktives zu Livius V 47, Anregung 42 (1996), 385-392.

Erren M., „Lesen mit dem Ohr: Syntax und Wortstellung als Lesehilfe bei Caesar und Livius“, in Vogt-Spira G. (ed.), Strukturen der Mündlichkeit in der römischen Literatur, Tübingen 1990, 117-128.

Feger R., Giebel M., Fladerer L., Blank-Sangmeister U. (eds.), T. Livius, Römische Geschichte, Buch I-V, XXI-XXVII, 12 voll., Stuttgart 1981.

Feichtinger B., Ad maiorem gloriam Romae. Ideologie und Fiktion in der Historiographie des Livius, Latomus 51 (1992), 3-33.

Feix J., Hillen H.J., Römische Geschichte, 11 voll., Düsseldorf-Zürich 1974-2001.

Feldherr A., Spectacle and Society in Livy’s History, Berkeley 1998.

Ferrero L., Attualità e tradizione nella praefatio liviana, RFC 77 (1949), 1-47.

Finken A., Ein Beispiel für die packende Darstellungskunst des Livius (XXII 50-54,6), AU 7 (1965), 50-60.

Flach D., Einführung in die römische Geschichtsschreibung, Darmstadt 1985.

Fladerer L. (ed.), Titus Livius: Ab Urbe condita Liber IV, Stuttgart 1991.

Forsythe G., Livy and Early Rome: a Study in Historical Method and Judgement, Stuttgart 1999.

Foucher A., Nature et formes de l’ « histoire tragique » à Rome, Latomus 59 (2000), 773-801.

Fox M., Roman Historical Myths: The Regal Period in Augustan Literature, Oxford 1996.

Fries J., Der Zweikampf. Historische und literarische Aspekte seiner Darstellung bei T. Livius, Königstein 1985.

Fuhrmann M., s.v. T. Livius, DKP 3 (1969), 695-698

Funaioli G., Studi di Letteratura antica. Spiriti e forme, figure e problemi delle letterature classiche II 2, Bologna 1949, 47-69.

Gabba E., Considerazioni sulla tradizione letteraria sulle origini della Repubblica, in Les Origines de la République Romaine, Genève 1966, 135-169.

Gährken B., Die Liviuslektüre bei fünfjährigem Lateinunterricht. Didaktische und methodische Überlegungen, AU 7 (1965), 50-65.

–          , Livus, in Interpretationen lateinischer Schulautoren, Frankfurt a.M. 1968, 196-217.

Gärtner H.A., Beobachtungen zu Bauelementen in der antiken Historiographie, besonders bei Liviuund Caesar, Wiesbaden 1975.

–   , Plebejer wollen Consuln werden, HB 18 (1994), 7-20.

–   , Politische Moral bei Sallust, Livius und Tacitus, AAntHung 40 (2000), 101-112.

Gaertner J.F., Livy’s Camillus and the Political discourse of the Late Republic, JRS 98 (2008), 27-52.

Gast K., Die zensorischen Bauberichte bei Livius und die römischen Bauinschriften. Versuch eines Zugangs zu livianischen Quellen über Formen der Inschriftensprache, Diss. Göttingen 1965.

Giarratano C., Tito Livio, Roma 1943.

Giebel M. (ed.), Titus Livius: Ab urbe condita Liber II. Römische Geschichte 2. Buch, Stuttgart 1987.

Giua M.A., La valutazione della monarchia a Roma in età repubblicana, SCO 16 (1967), 308-329.

Gleixner H., Verginia. Ein Prozeßskandal als Einführung in das römische Zivilprozeßrecht (Livius III 44-48), Anregung 31 (1985), 174-179.

Gouillart G. (ed.), Tite-Live, Histoire Romaine. Tome XXX: Livre XL, Paris 1986.

Grant M., Livius, in Klassiker der antiken Geschichtsschreibung, München 1973, 182-204.

Gries K., The Personality of T. Livius, in Hommages à M. Renard I, Bruxelles 1969, 383-393.

Gruber J., Plädoyer für Livius, in: Neukam P. (ed.), Die Antike als Begleiterin, München 1990, 26-41.

–   , Liviusinterpretationen, Bamberg 1995.

Günther L.-M., Hannibal im Exil: Seine altrömische Agitation und die römische Gegnerwahrnehmung, in Devijver D., Lipinsky E. (eds.), Punic Wars, Leuven 1989, 241-250.

Gutberlet D., Die erste Dekade des Livius als Quelle zur gracchischen und sullanischen Zeit, Hildesheim-Zürich-New York 1985.

Haehling R.v., Zeitbezüge des T. Livius in der ersten Dekade seines Geschichtswerkes: nec vita nostra nec remedia pati possumus, Stuttgart 1989.

Händl-Sagawe U., Der Beginn des 2. Punischen Krieges. Ein historisch-kritischer Kommentar zu Livius Buch 21, München 1995

Haffter H., Rom und die römische Ideologie bei Livius, Gymnasium 71 (1964), 236-250.

Heilmann W., Coniuratio impia. Die Unterdrückung der Bakchanalien als ein Beispiel für römische Religionspolitik und Religiosität, AU 28 (1985), 22-41.

Heinze R., Die augusteische Kultur, Stuttgart 19603.

Heldmann K., Livius über Monarchie und Freiheit und der römische Lebensaltervergleich, WJA 13 (1987), 209-230.

Hellmann F., Livius-Interpretationen, Berlin 1939.

Hemker J., Rape and the Founding of Rome, Helios 12 (1985), 41-470.

Hengst D. den, Het Prooemium van Livius’ Ab Urbe condita, Lampas 28 (1995), 314-330.

Heurgon J. (ed.), T. Livi ab urbe condita liber primus, Paris 1963.

Hillen H.J. (ed.), Titus Livius, Der Untergang des makedonischen Reiches. Römische Geschichte, Buch 39-45, Zürich-München 1972.

Hoch H., Die Darstellung der politischen Sendung Roms bei Livius, Frankfurt a. M. 1951.

Hölk H., Livius-Interpretationen in Untersekunda, AU 7 (1964), 59-80.

Hölkeskamp K.-J., Das plebiscitum Ogulnium de sacerdotibus. Überlegungen zu Authentizität und Interpretation der livianischen Überlieferung, RhM 131 (1988), 51-67.

Hoffmann W., Livius und die römische Geschichtsschreibung, A&A 4 (1954), 170-186.

–          , s.v. Livius, in Lexikon der Alten Welt, Zürich 1965, 1753-1756.

Hollemann A.W.J., The Rape of the Sabine Women, LCM 11 (1986), 13-14.

Holzberg N., Einleitung, in Erb J., Hopp J. (eds.), T. Livius, Ab urbe condita. Auswahl aus der 1. Dekade mit Auszügen aus den übrigen Teilen des Werks, Bamberg 1995, 6-16.

–        , Titus Livius. Erzähltechnik und Zeitbezüge in Texten der ersten Pentade von Ab Urbe condita, in Städele A. et alii (eds.), Die großen römischen Historiker: Livius – Sallust – Tacitus, Bamberg 1996.

–        , Warum Rom in Rom bleiben muss. Zwei augusteische Plädoyers gegen die Verlegung der Hauptstadt, in Rolf Kussl R. (ed.), Themen und Texte. Anregungen für den Lateinunterricht, Speyer 2010, 155-167.

Homeyer H., Zum Keltenexkurs in Livius’ 5. Buch (33,4-35,3), Historia 9 (1960), 345-361.

Howald E., Vom Geist antiker Geschichtsschreibung. Sieben Monographien, München-Berlin 1944.

Howard A.A., Valerius Antias and Livy, HSCPh 17 (1906), 161-187.

Hülsen C., s.v. Curtius lacus, RE IV 2 (1901), 1892-1893.

Huppert W., Horaz über die Scaenicae origines der Römer (epist. 2,1,139ff.), Diss. Köln-Düsseldorf 1961.

Jaeger M., Livy’s Written Rome, Ann Arbor 1997.

Jäkel W., Satzbau und Stilmittel bei Livius. Eine Untersuchung an XXI 1,1-2,2, Gymnasium 66 (1959), 302-317.

Jal P. (ed.), Tite-Live, Histoire Romaine. Tome XI: Livre XXI, Paris 1988.

–          , Tite-Live, Histoire Romaine. Tome XVI: Livre XXVI, Paris 1991.

Janssen L.F., Die livianische Darstellung der ira in der Geschichte von Coriolan, Mnemosyne 25 (1972), 413-434.

–          , Die Bedeutung der Coriolan-Episode in Livius’ Geschichtswerk, in Actes de la XIIe Conférence internationale d’Etudes classiques Eirene, Bukarest-Amsterdam 1975, 355-361.

Joplin P.K., Ritual Work on Human Flesh: Livy’s Lucretia and the Rape of the Body Politic, Helios 17 (1990), 51-70.

Joshel S.R., The Body Female and the Body Politic: Livy’s Lucretia and Verginia, in Richlin A. (ed.), Pornography and Representation in Greece and Rome, New York-Oxford 1992, 112-130.

Jumeau R., Remarques sur la structure de l’exposé livien, RPh (1939), 21-43.

Kajanto I, God and Fate in Livy, Turku 1957.

–          , Notes on Livy’s Conception of History, Arctos 2 (1958), 55-63.

Kaliwoda-Bauer U., Die persönliche Religiosität des Titus Livius, Graz 1998.

Kemper J.A.R., Quo usque tandem? Livius de redenaar, Lampas 28 (1995), 349-365.

–        , ‘I shall tell you a pretty tale’: Menenius Agrippa schept orde in de chaos (Livius, A.U.C. 2.31.7-32.12), Lampas 29 (1996), 503-527.

Kissel W., Livius 1933-1978: Eine Gesamtbibliographie, ANRW II 30, 2 (1982), 899-977.

Klingner F., Römisches Geisteswelt, München 19614

Kloiber H., Zur Livius-Lektüre im Leistungskurs Latein – Probleme und Lösungsansätze. Projektskizze zur Auseinandersetzung mit Porsenna, Livius II, 9-15, Pegasus 3 (2002), 31-60.

Klotz A., s.v. T. Livius, RE 13, 1 (1926), 816-852.

–          , Zu den Periochae des Livius, Philologus 91 (1936), 67-88.

–          , Livius und seine Vorgänger, Hefte 1-3, Leipzig-Berlin 19652.

Knoche U., Roms älteste Geschichtsschreibung, NJADB 2 (1939), 193-207.

–          , Das historische Geschehen in der Auffassung der älteren römischen Geschichtsschreiber, ibid., 289-299.

Köves-Zulauf T., Der Zweikampf des Valerius Corvus und die Alternativen römischen Heldentums, A&A 31 (1985), 66-75.

Kowalewski B., Frauengestalten im Geschichtswerk des T. Livius, München-Leipzig 2002.

Kraus C.S., Livy, Ab Urbe condita. Book VI, Cambridge 1994.

–          , ‘No Second Troy’: Topoi and Refoundation in Livy, Book V, TAPhA 124 (1994), 267-89.

Kroll W., Studien zum Verständnis der römischen Literatur, Darmstadt 1973.

Kroymann J., Römische Kriegführung im Geschichtswerk des Livius, Gymnasium 56 (1949), 121-134.

Krüger W., Ein Beitrag zur Darstellungskunst des T. Livius (II,21,5 – II,33), Diss. Jena-Borna-Leipzig 1938.

Lambert A., Die indirekte Rede als künstlerisches Stilmittel des Livius, Diss. Zürich 1946.

La Penna A., Sallustio e la rivoluzione romana, Torino 1968.

–          , Aspetti del pensiero storico latino, Torino 1978.

Latte K., Livy’s Patavinitas, in Kleine Schriften, München 1968, 896-899.

Leeman A.D., Are We Fair to Livy? Some Thoughts on Livy’s Prologue, Helikon 1 (1961), 28-39.

Lefèvre E., Olshausen E. (eds.), Livius. Werk und Rezeption, München 1983.

Leggewie O., Die Geisteshaltung Geschichtsschreiber Sallust und Livius (Nachgewiesen an den Vorreden ihrer Werke), Gymnasium 60 (1953), 343-355.

Levene D.S., Religion in Livy, Leiden 1993.

Levi M.A., Roma arcaica in Tito Livio, RAL 9 (1998), 1-22.

Liebschütz W., The Religious Position of Livy’s History, JRS 57 (1967), 45-55.

Liou-Gille B., Une lecture « religieuse » de Tite-Live I : cultes, rites, croyances de la Rome archaïque, Paris 1998.

Löfstedt E., Syntactica, II, Lund 1933, 294 ss.

Luce T.J., A Note on Livy 9, 9, 2 Intercalatae poenae usuram, Hermes 95 (1967), 383-384.

–          , Design and Structure in Livy: V, 32-55, TAPhA 102 (1971), 265-302.

–          , Livy. The Composition of his History, Princeton 1977.

Mantel N., Der Bündnisvertrag Hannibals mit Philipp V von Makedonien. Anmerkungen zur Verknüpfung des Zweiten Makedonischen Krieges mit dem Zweiten Punischen Krieg bei Livius, in Schubert G., Brodersen K., Huttner M (eds.), Rom und der Griechische Osten, Stuttgart 1995, 175-186.

Mazza M., Storia e ideologia in Livio. Per un’analisi storiografica della prefatio ai Libri ab Urbe condita, Catania 1966.

Mazzarino S., Il pensiero storico classico, III, Bari 1966, 33-56.

McDonald A.H., The Style of Livy, JRS 47 (1957), 155-172.

Mensching E., Livius, Cossus und Augustus, MH 24 (1967), 12-32.

–          , Zur Entstehung und Beurteilung von ab Urbe condita, Latomus 45 (1986), 572-589.

Merten M., Fides Romana bei Livius, Diss. Frankfurt 1965.

Mette H.J., Livius und Augustus, Gymnasium 68 (1961), 269-285.

Meusel H., Horatier und Curiatier. Ein Livius-Motiv und seine Rezeption, AU 31 (1988), 66-90.

Meyer E., Hannibals Alpenübergang, MH 15 (1958), 227-241.

Miles G.B., The Cycle of Roman History in Livy’s First Pentad, AJPh 107 (1986), 1-33.

–          , Maiores, Conditores, and Livy’s Perspective on the Past, TAPhA 118 (1988), 185-208.

–          , Livy: Reconstructing Early Rome, Ithaca NY 1995.

Mitchell R.E., Historical Development in Livy, in Bright D.F., Ramage E.S. (eds.), Classical Texts and Their Traditions. Studies in Honour of C.R. Trahman, Chico 1984, 179-199.

Moles J., Livy’s Preface, PCPS 39 (1993), 141-68.

Momigliano A., La questione delle origini di Roma, in Terzo Contributo alla Storia degli studi classici, Roma 1966, 599-608.

–          , Osservazioni sulla distinzione tra patrizi e plebei, in Quarto Contributo alla Storia degli studi classici, Roma 1969, 419-436.

–          , L’ascesa della plebe nella storia arcaica di Roma, ibid., 437-454.

–          , The Origin of the Roman Republic, in Quinto Contributo alla Storia degli studi classici, Roma 1975, 293-321.

Moore T.J., Roman Virtues in Livy, Chapel Hill 1986.

–          , Artistry and Ideology: Livy’s Vocabulary of Virtue, Frankfurt a.M. 1989.

Morello R., Livy’s Alexander Digression (9.17-19): Counterfactuals and Apologetics, JRS 92 (2002), 62-85.

Müller S., Untätig in der Mitte? Die Rolle des Senats in der Fabel vom ‚Magen und den Gliedern’ (Livius 2,31,7-32,12), Gymnasium 111 (2004), 449-475.

Münzer F., s.v. M. Curtius, n.7, RE IV 2 (1901), 1864-1865.

Musti D., Tendenze nella storiografia romana e greca su Roma arcaica. Studi su Livio e Dionigi di Alicarnasso, Roma 1970.

Nestle W., Die Fabel des Menenius Agrippa, Klio 21 (1927), 350-360 = Griechische Studien, Stuttgart 1948, 502-516.

Nicolet-Croizat F. (ed.), Tite-Live, Histoire romaine. Tome XV: Livre XXV, Paris 1992.

Oakley S.P., Notes on Livy, CQ 44 (1994), 71-184.

–          , A Commentary on Livy Books VI-X, 4 voll., Oxford 1997-2005.

Ogilvie R.M., Livy, Licinius Macer and the Libri Lintei, JRS 48 (1958), 40-46.

–          , A Commentary on Livy. Books 1-5, Oxford 1965.

–          (ed.). Titi Livi ab Urbe condita I: Libri I-V, Oxford 1974.

–          , Titi Livi Lib. XCI, PCPhS 30 (1984), 116-125.

Oppermann H., Die Einleitung zum Geschichtswerk des Livius, AU 7 (1955), 87-98.

Pabst W., Quellenkritische Studien zur inneren römischen Geschichte der älteren Zeit bei T. Livius und Dionys von Halikarnass, Diss. Innsbruck 1969.

–          , Die Ständekämpfe in Rom als Beispiel für einen politisch-sozialen Konflikt, AU 16 (1973), 5-28.

–          , Cn. Marcius Coriolanus – Einzelkämpfer oder Gruppenrepräsentant? Ein Beitrag zur quellenkritischen Liviuslektüre, AU 20 (1977), 73-81.

Pausch D., Der aitiologische Romulus : Historisches Interesse und literarische Form in Livius‘ Darstellung der Königszeit, Hermes 136 (2008), 38-60.

Petzold K.-E., Die Eröffnung des zweiten Römisch–Makedonischen Krieges. Untersuchungen zur spätannalistischen Topik bei Livius, Berlin 1940.

Phillipides S.N., Narrative Strategies and Ideology in Livy’s Rape of Lucretia, Helios 10 (1983), 113-119.

Phillips J.E., Form and Language in Livy’s Triumph Notices, CPh 69 (1974), 265-273.

–          , Current Research in Livy’s First Decade: 1959-1979, ANRW II 30, 2 (1982), 998-1057.

Pianezzola E., Traduzione e ideologia. Livio interprete di Polibio, Bologna 1969.

–          , Livio e la coscienza storica di Roma, in Boschetti F. (ed.), Percorsi di studio dalla filologia alla storia, Amsterdam 2007, 221-228.

Plathner H.G., Die Schlachtschilderungen bei Livius, Diss. Breslau 1934

Plöger H., Studien zum literarischen Feldherrenportrait römischer Autoren des 1. Jahrhunderts v. Chr., Diss. Kiel 1975.

Pötscher W., Zu Livius IV, 65, 13 (Textkritik), Emerita 50 (1982), 261-262.

–          , Zu Livius X. 24, 3, Emerita 52 (1984), 317-318.

Poucet J., Recherches sur la légende sabine des origins de Rome, Louvain 1967.

Radke G., Grenzen der Information und des Interesses bei Livius (Beispiele aus dem 4. Jh. v. Chr.), in Hörmann F. (ed.), Werke der Antike, München 1975, 72-99.

Reichenberger A., Studien zum Erzählstil des Titus Livius, Diss. Heidelberg 1931.

Rossi A., Parallel Lives: Hannibal and Scipio in Livy’s Third Decade, TAPhA 134 (2004), 359-381.

Rostagni A., Da Livio a Virgilio e da Virgilio a Livio, Padova 1942.

Rostagni A., Roma e la Grecia in Tito Livio, in Scritti minori, Torino 1956, II, 2, 222-248.

Rumpf L., Scipio und Hannibal vor Zama: Beobachtungen zur Struktur historischer Urteile und Vergleiche bei Livius und Polybios, Hermes 134 (2006), 159-80.

Rümple J., Livius, Priesternamen und die annales maximi, Klio 75 (1993), 155-179.

Sailor D., Dirty Linen, Fabrication, and the Authorities of Livy and Augustus, TAPhA 136 (2006), 329-88.

–          , A Commentary on Livy, Books 38-40, Oxford 2008.

Schibel W., Sprachbehandlung und Darstellungsweise in römischer Prosa, Amsterdam 1971.

Schindler P., Der Lehrer der alten Sprachen, Stuttgart 1950.

Schleußner B., M. Centenius Paenula und C. Centenius, WJA 4 (1978), 215-222.

Schmidt P.L., Zum Text livianischer Prodigienberichte, Hermes 96 (1968), 725-732.

Schönberger O., Zur Coriolan-Episode bei Livius, Hermes 83 (1985), 245-248.

–          , Motivierung und Quellenbenützung in der Deciusepisode des Livius (10, 24-30), Hermes 88 (1960), 217-230.

Schubert W., Herodot, Livius und die Gestalt des Collatinus in der Lucretia-Geschichte, RhM 134 (1991), 80-96.

Schuller W. (ed.), Livius. Aspekte seines Werkes, Konstanz 1993.

Schwarz F.F., Von der Verwertbarkeit der Geschichte, AU 36 (1993), 53-67.

Schwenn F., Das Menschenopfer bei den Griechen und Römern, Giessen 1915.

Seel O., Der Raub der Sabinerinnen, A&A 9 (1960), 7-17.

Shackleton Bailey D.R., Liviana, RFIC 114 (1986), 320-332.

Shuttleworth Kraus C., Verba tene. Form and Style in Livy, Ab Urbe condita, Cambridge Mass. 1988.

Stadter P.A., The Structure of Livy’s History, Historia 21 (1972), 287-307.

Städele A., Wie viele Schanzpfähle trug ein römischer Soldat? Überlegungen zur Cincinnatus-Erzählung des Livius, Gymnasium 109 (2002), 103-122.

Steinmetz P., Eine Darstellungsform des Livius, Gymnasium 79 (1972), 191-208.

Stübler G., Die Religiosität des Livius, Stuttgart 1941.

Suerbaum W., Kann ein Bürgerkrieg unblutig beendet werden? Zu Tac. hist. 2,37/38 und Liv. 7, 39-42, DASIU 41 (1994), 8-12; 17-18.

–          , Sex and Crime im alten Rom: Von der humanistischen Zensur zu Cato dem Censor. Das Verbrechen des L. Flaminius als Spektakel und Exempel bei Cato, Valerius Antias, Livius, Cicero, Seneca Pater, Valerius Maximus, Plutarch und Petrarca, WJA 19 (1993), 85-109.

Syme R., Livy and Augustus, HSPh 64 (1959), 27-87.

–          , La rivoluzione romana, trad. it. M. Manfredi, Torino 1962.

Thomas M.D., Sunt lacrimae rerum: an Analysis of the Tragic Elements of Livy’s Ab Urbe condita, Seattle 1991.

Thraede K., Livius im Spiegel der neueren Forschung, in Neue Einsichten. Beiträge zum altsprachlichen Unterricht, München 1970, 61-81.

–          , Kontroversen der Liviusinterpretation, in Actes de XIIe Conf. Eirene, Bukarest-Amsterdam 1975, 349-353.

–          , Außerwissenschaftliche Faktoren im Liviusbild der neueren Forschung, in Binder G. (ed.), Saeculum Augustum Bd. II: Religion und Literatur, Darmstadt 1988, 394-425.

Tränkle H., Der Anfang des römischen Freistaats in der Darstellung des Livius, Hermes 93 (1965), 311-337.

–          , Beobachtungen und Erwägungen zum Wandel der livianischen Sprache, WS 81 (1968), 103-152.

–          , Cato’s Origines im Geschichtwerk des Livius, in Festschrift K. Büchner, Wiesbaden 1970, 274-285.

–          , Livius und Polybios, Basel-Stuttgart 1977.

–          , Gebet und Schimmeltriumph des Camillus. Einige Überlegungen zum fünften Buch des Livius, WS 111 (1998), 145-65.

Treu M., Das Camillusgebet bei Livius (5,21,14ff.). Ein Beitrag zur Darstellungskunst des Livius, WJA 2 (1947), 63-74.

Trümpner H., Die Ereignisse nach der Schlacht bei Cannae (Liv. XXII 50,4–61,15). Zur Kompositionskunst des Livius, AU 8 (1965), 17-49.

Ullmann R., Étude sur le style des discours de Tite Live, Oslo 1929.

Ungern-Sternberg J.v., Capua im zweiten Punischen Krieg. Untersuchungen zur römischen Annalistik, München 1975.

–          , Die Einführung spezieller Sitze für die Senatoren bei den Spielen (194 v. Chr.), Chiron 5 (1975), 157-163.

–          , Das Ende des Ständekampfes, in Eck W., Galsterer H., Wolff H. (eds.), Studien zur antiken Sozialgeschichte, Köln-Wien 1980, 101-119.

–          , The End of the Conflict of the Orders, in Raaflaub K.A. (ed.), Social Structure in Archaic Rome. New Perspectives on the Conflict of the Orders, Berkeley-Los Angeles-London 1986, 353-377.

–          , The Formation of the „Annalistic Tradition“: the Example of the Decemvirate, ibid., 77-104.

–          , Die Wahrnehmung des “Ständekampfes” in der römischen Geschichtsschreibung, in Eder W. (ed.), Staat und Staatlichkeit in der frühen römischen Republik, Stuttgart 1990, 92-102.

–          , Romulus-Bilder: Die Begründung der Republik im Mythos, CollRaur 3 (1993), 88-323.

–          , Die Legitimitätskrise in der römischen Republik, HZ 266 (1998), 607-624.

–          , Eine Katastrophe wird verarbeitet: Die Gallier in Rom, in Bruun C. (ed.), The Roman Middle Republic. Politics, Religion, and Historiography c. 400-133 B.C., Rome 2000, 207-222.

–          , M. Furius Camillus – ein zweiter Romulus?, in Coudry M., Späth T. (eds.), L’invention des grands hommes de la Rome antique. Die Konstruktion der großen Männer Altroms, Paris 2001, 289-297.

Untermann J., Die klassischen Autoren und das Altlatein, in Binder G. (ed.), Saeculum Augustum II: Religion und Literatur, Darmstadt 1988, 426-445.

Vasaly A., Personality and Power, Livy’s Depiction of the Appii Claudii in the First Pentade, TAPhA 117 (1987), 203-226.

Versnel H.S., Self-sacrifice, Compensation and the Anonymous Gods, in Rudhardt J., Reverdin O. (eds.), Le sacrifice dans l’antiquité, Vandœuvres-Genève 1981, 135-194.

Vidale N., Città di Sicilia e Magna Grecia nell’opera di Tito Livio, in Avezzù G., Pianezzola E. (eds.), Sicilia e Magna Grecia. Spazio reale e spazio immaginario nella letteratura greca e latina, Padova  1999, 59-92.

Viljamaa T., Infinitive of Narration in Livy. A Study in Narrative Technique, Turku 1983.

Vretska K., Die Geisteshaltung der Geschichtsschreiber Sallust und Livius. Zu Gymnasium 60, 1953, 343-355, Gymnasium 61 (1954), 191-203.

Walsh P.G., Livy’s Preface and the Distortion of History, AJPh 76 (1955), 369-383.

–          , Livy. His Historical Aims and Methods, Cambridge 1961.

–          , T. Livi Ab urbe condita liber XXI, London 1973.

–          , Livy, Oxford 1974.

–          , Livy and the Aims of “historia”: An Analysis of the Third Decade, ANRW II 30, 2 (1982), 1058-1074.

–          , Titi Livi Ab urbe condita libri XXVI-XXX, 2 voll., Leipzig 1982-1986.

–          (ed.), Livy, Book XXXVI-XL, 5 voll., Warminster 1990-1994.

–          , Titi Livi Ab Urbe Condita. VI Libri XXXVI-XL, Oxford 1999.

Weeber K.-W., Abi, nuntia Romanis…: ein Dokument augusteischer Geschichtsauffassung in Livius I, 16?, RhM 127 (1984), 326-343.

Weissenborn W, Titi Livi ab urbe condita libri. Pars VI: Fragmenta et Index, Leipzig 1905.

–          , Müller H.J., Roßbach O. (eds.), T. Livi Ab urbe condita libri, 10 voll., Berlin 1880-1924.

Werner R., Der Beginn der römischen Republik. Historisch-chronologische Untersuchungen über die Anfangszeit der libera res publica, München-Wien 1963.

–          , Die Auseinandersetzung der frührömischen Republik mit ihren Nachbarn in quellenkritischer Sicht, Gymnasium 75 (1968), 45-73.

Wiehemeyer W., Proben historischer Kritik aus Livius XXI-XLV, Diss. München 1938.

Will W., Mirabilior adversis quam secundis rebus. Zum Bild Hannibals in der 3. Dekade des Livius, WJA 9 (1983), 157-171.

Wille G., Der Aufbau des livianischen Geschichtswerks, Amsterdam 1973.

Winkler K., Stuiber A., Devotio, RAC 3 (1957), 849-862.

Wiseman T.P., Roman Republic: Year One, G&R 45 (1998), 19-26.

Wissowa G., s.v. Devotio, RE V 1 (1903), 278-280.

Witte K., Über die Form der Darstellung in Livius’ Geschichtswerk, RhM 65 (1910), 270-305; 359-419.

Yardley J.C., Heckel W. (eds.), Livy: The Dawn of the Roman Empire (Books 31-40), Oxford 2000.

Zancan P., Tito Livio. Saggio storico, Milano 1946.

Zelzer K., Iam primum omnium satis constatZum Hintergrund der Erwähnung des Antenor bei Livius 1,1, WS 100 (1987), 117-124.

Zimmerman M., Livius de romancier, Lampas 28 (1995), 366-381.

La civiltà micenea

di BEARZOT C., Manuale di storia greca, Bologna 20112, pp. 15-19.

 

Diversamente che a Creta, in Grecia il passaggio dal Bronzo Antico al Bronzo Medio, intorno al 2000 a.C., reca tracce di profondi sconvolgimenti: molti villaggi sono distrutti, altri vengono abbandonati; scompaiono le fortificazioni; la casa ad abside semicircolare sostituisce gli edifici di struttura più complessa; scompaiono i magazzini; si generalizza la tomba individuale del tipo «a cista» (sepoltura individuale o collettiva costituita da una cassa, generalmente rettangolare, di lastre di pietra infisse nel terreno) e i corredi, già modesti, quasi scompaiono; compare una ceramica lavorata al tornio di colore grigio uniforme e a superficie liscia, detta «minia»; viene introdotto il cavallo domestico.

Questi cambiamenti sono stati attribuiti all’arrivo di popolazioni parlanti lingue indoeuropee, tra cui un proto-greco; tuttavia, rivolgimenti interni ed evoluzione locale possono spiegare altrettanto bene alcuni mutamenti, tanto più che, come è stato sottolineato, è difficile collegare elementi della cultura materiale con un preciso gruppo linguistico ed etnico. L’interpretazione dei pur significativi cambiamenti intervenuti al passaggio epocale al Bronzo Medio tende quindi a privilegiare (in questo caso come in quello del transito all’Età del Ferro, con la frattura del secolo XI e della cosiddetta «invasione dorica») processi evolutivi di lunga durata rispetto all’idea di un’invasione violenta e massiccia. Il carattere graduale della transizione induce a pensare più probabilmente a infiltrazioni, più che a vere e proprie invasioni, di genti parlanti una lingua greca, che si sovrapposero a un sostrato etnico e linguistico precedente in un momento e con modalità difficili da stabilire per noi: ciò sembra trovare conferma nella tradizione storiografica antica, che mostra coscienza che la civiltà greca era nata da una mescolanza di elementi autoctoni (come i Pelasgi di cui parla Erodoto I, 56-58) e di elementi sopraggiunti in seguito attraverso migrazioni.

Micene, la «porta dei Leoni» (dettaglio) nelle mura, Tardo Elladico III, XIII sec. a.C.

In ogni caso, anche la Grecia del Bronzo Medio, afflitta da gravi turbolenze, non sembra regredire a forme di completo isolamento: sono attestate relazioni con Creta e con l’ambiente insulare, con l’Anatolia, il Levante e addirittura con alcune aree dell’Europa continentale. Anche se della civiltà micenea sono oggi particolarmente valorizzate, senza escludere apporti esterni, le radici continentali, queste relazioni non furono prive di influenza sulle trasformazioni che, nella seconda metà del XVIII secolo (1750-1700 a.C.), si verificarono in Grecia portando alla nascita della civiltà micenea.

Lo sviluppo di quest’ultima mosse dall’Argolide e dalla Messenia, per investire poi altre aree regionali come la Laconia, l’Attica e la Beozia. In Argolide, in particolare, sorsero nel corso del XVIII secolo (1800-1700 a.C.) diversi centri nuovi, come Argo, Tirinto, Midea, Micene. E a partire dalla prima metà del secolo successivo (1700-1650 a.C.), quest’ultima assunse un’eccezionale importanza, come risulta dai ricchissimi corredi delle tombe cosiddette «a pozzo» (sepoltura a cui si accede attraverso un’imboccatura a pozzo, appunto, verticale o orizzontale), proprie di una élite aristocratica di guerrieri che sembrava volersi distinguere dal resto della popolazione, cui erano riservate tombe più povere, del tipo «a fossa» (scavate direttamente nel terreno e di forma generalmente quadrangolare) o «a cista». Particolarmente importanti sono, a Micene, le tombe «a pozzo» dei cosiddetti circoli A e B: il primo, scoperto da Heinrich Schliemann nel 1876 e comprendente sei grandi tombe databili tra il 1570 e il 1500 a.C., giustifica pienamente, con i suoi corredi comprendenti fra l’altro la «maschera di Agamennone», la definizione omerica di Micene come «ricca d’oro»; il secondo, venuto alla luce nel 1952 e più antico, comprende ventiquattro tombe «a fossa», su un arco di tempo che va dal 1650 al 1550 a.C.

I ritrovamenti sono di varia provenienza: materie preziose come oro, argento, elettro (una lega di oro e argento), ambra vengono importate dall’Egitto, dall’Asia Minore, dai Carpazi (soprattutto l’oro), dall’Inghilterra sud-occidentale (ambra lavorata); l’influenza cretese nei manufatti di oreficeria (le maschere d’oro di Micene, le tazze d’oro di Vaphiò in Laconia) risulta preponderante, anche perché Creta fungeva da ponte per il commercio con l’Egitto e l’Oriente; ma una funzione importante era svolta anche dagli empori occidentali (Isole Eolie, golfo di Napoli) e del Mar Nero fino alla Georgia, l’antica Colchide famosa per i suoi giacimenti aurei.

Protome di leone. Rhyton, oro martellato, Periodo Elladico recente I (XVI secolo a.C.), dalla tomba IV del Circolo A (Micene). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

L’eccezionale importanza dei reperti di Micene giustifica l’uso del nome di «micenea» per la civiltà che fiorì a partire dall’Argolide in tutta la Grecia continentale; ma sviluppi del tutto analoghi troviamo anche nel resto del Peloponneso, in Messenia (Tirinto e Pilo), in Attica (Atene ed Eleusi) e in Beozia (Orcomeno). L’ascesa improvvisa dei primi Micenei, con la loro grande ricchezza, si colloca in un periodo che corrisponde alla seconda fase palaziale cretese. Per spiegare le origini di tale ascesa, molto discussa, sono state formulate diverse ipotesi. Le ricche sepolture del tumulo A di Micene sarebbero, secondo alcuni, l’esito di incursioni a Creta, da dove sarebbero stati portati materie prime e artigiani, oppure dalla massiccia invasione di genti indoeuropee; ma altri tendono a privilegiare l’idea di uno sviluppo interno, come nel caso della civiltà minoica (introduzione della «triade mediterranea» e, di conseguenza, aumento della popolazione e sviluppo della metallurgia, dell’artigianato e delle forme di comunicazione). Eventuali apporti esterni potrebbero essere legati al ruolo di intermediazione della Grecia continentale tra il commercio marittimo gestito dai palazzi cretesi e il commercio terrestre verso l’Europa continentale (probabilmente i Micenei rifornivano l’Egeo di stagno e oro).

Tra il XVI e la prima metà del XV secolo (1600-1450 a.C.) si sviluppò l’organizzazione di comunità micenee in vaste aree della Grecia meridionale e centrale. I reperti più significativi sono costituiti da tombe, di tipo a tholos (camera circolare preceduta da un corridoio d’accesso) e con ricchi corredi, come la tomba dei Leoni e la cosiddetta «tomba di Egisto», che nel XVI secolo (1600-1500 a.C.) presero il posto, a Micene, delle tombe «a pozzo» del circolo A; si è discusso se si trattasse di comunità a conduzione monarchica oppure oligarchica, come sembra piuttosto far pensare l’alto numero di tombe monumentali. Il ritrovamento di sigilli suggerisce, anche in assenza di tavolette, lo sviluppo di procedure amministrative di tipo palaziale. In questo periodo l’influenza minoica appare sempre notevole, soprattutto in ambito religioso: tanto che, prima della decifrazione della Lineare B, che ha fornito le prove dell’autonomia della religione micenea, si tendeva a parlare di una religione minoico-micenea. In realtà, molte divinità del futuro Olimpo greco, come Zeus, Era, Atena, Artemide, Ares, Dioniso, erano già note presso i Micenei; fra esse, un ruolo particolare avevano le divinità femminili (le Potniai) e Poseidone; ora la pubblicazione delle tavolette di Tebe ha mostrato l’importanza, nella Beozia micenea, del culto di Demetra e Core.

Piet de Jong, Ricostruzione dell’interno della sala del trono del Palazzo di Nestore a Pilo.

Nel corso del XV secolo (1500-1400 a.C.) iniziò l’espansione micenea nell’Egeo. Allo sviluppo di centri come Micene, Pilo e Tebe faceva riscontro l’inserimento a Rodi e a Creta, dove l’arrivo dei Micenei è testimoniato dall’archivio di tavolette scritte in Lineare B di Cnosso e dalla ricostruzione del palazzetto di Haghia Triada secondo modelli continentali (l’epoca della conquista micenea corrisponde al periodo neopalaziale della civiltà minoica, che va dal 1450 al 1380 a.C.). A Cipro, in Asia Minore e in Egitto i Micenei sostituirono la loro presenza a quella cretese: accanto ai Keftiu, nei testi egiziani comparvero, dunque, i Tanaja (= Danai?), poi la menzione dei Keftiu venne sostituita da quella degli uomini provenienti dalle «isole in mezzo al mare». In Occidente, ceramica micenea è stata trovata nel Basso Tirreno (isole Eolie, isole del Golfo di Napoli) e nel mar Ionio, dove probabilmente i Micenei cercavano risorse metallifere; i ritrovamenti di ambra baltica a Micene attestano rapporti, almeno mediati, con le zone di origine della materia prima; tuttavia, i ritrovamenti di manufatti di tipo miceneo in Europa sono troppo sporadici per giungere a conclusioni sicure. Nel XIV-XIII secolo (1400-1200 a.C.) la cultura micenea, con lo sviluppo dell’architettura palaziale, giunse ormai al suo apogeo a Micene, Tirinto, Pilo, Atene, Tebe, Orcomeno. Con la conquista di Creta, la cui civiltà declinò dopo la distruzione, nel 1380 a.C. circa, del palazzo di Cnosso, i Micenei subentrarono nella gestione delle rotte commerciali del Mediterraneo orientale. Fu questo il momento della massima espansione della ceramica micenea in Oriente, che preludeva alla sua diffusione anche nel Mediterraneo occidentale.

Sillabario con i segni della Lineare B.

I palazzi micenei, come quelli minoici, del resto, costituivano il centro del potere, della vita religiosa, dell’amministrazione, dell’economia e delle forze militari. Le nostre informazioni sulle strutture della società micenea derivano dalle tavolette, soprattutto quelle di Pilo e di Cnosso. La documentazione che esse offrono è limitata, perché i documenti che ci sono stati conservati (quelle cotte nell’incendio dei palazzi) rappresentano solo una piccola parte degli archivi e riguardano una documentazione mensile o al massimo annuale. Si tratta di registrazioni amministrative, relative a persone legate al palazzo, a razioni di grano o di olio, ad affitti di terreni, alla riscossione dei tributi, alle offerte votive per i santuari, a oggetti e materiali vari (lana, lino, metalli, ecc.). La scrittura, la già ricordata Lineare B, proveniva certamente da Creta, in quanto rappresentava l’adattamento della Lineare A a un dialetto greco; essa fu decifrata nel 1952 da Michael Ventris e John Chadwick.

Caccia al cinghiale. Frammento di affresco parietale, periodo miceneo tardo, XIV-XIII sec. a.C., da Tirinto. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Rispetto ai modelli minoici, si nota la tendenza a collocare gli insediamenti in luoghi ben difendibili, sopraelevati, e a fortificarli: il timore di attacchi esterni era dunque ben presente ai Micenei rispetto ai Cretesi. Il cuore del palazzo, il megaron, in cui si trovava il focolare, era la struttura di rappresentanza del signore, il wanax (wa-na-ka); una struttura analoga, ma secondaria, era riservata al lawagetas (ra-wa-ke-ta), un capo militare il cui nome è collegato con quello del popolo in armi, lawos / laos (ra-wo). Sia il wanax che il lawagetas erano assegnatari di una porzione di terra, il temenos (te-me-no); sotto di loro vi erano altri funzionari assegnatari di terreni, i telestaí (te-ra-ta); sembra che fosse presente anche una aristocrazia di capi militari, «compagni» del re, gli hepetai (e-qe-ta). La base produttiva era garantita da personale dipendente, che comprendeva il damos (da-mo: popolazione residente nelle singole unità territoriali e nei villaggi, che pagava le tasse ed era dotata di una certa autonomia) e i servi o douloi(do-e-ro), ampiamente attestati. La produzione agricola (grano, olio e vino, soprattutto) e l’allevamento (con produzione di lana e di miele) erano controllati rigidamente dal palazzo, così come l’industria tessile (che produceva in abbondanza anche lino) e metallurgica.

Il palazzo fungeva da centro di un sistema economico di tipo ridistributivo, che amministrava un territorio statale ampio, in cui erano integrati principati e regni più piccoli. Le nostre informazioni migliori riguardano Pilo, caso in cui tavolette e reperti archeologici forniscono una serie di dati: il regno di Pilo doveva essere suddiviso in due province, a loro volta divise in otto distretti guidati da un koreter (ko-re-te), che rappresentava il potere centrale. In altri casi le fonti sono lacunose o assenti, ma è comunque possibile tracciare una specie di carta politica della Grecia micenea, comprendente l’Argolide, divisa in due regni – Micene e Tirinto; la Messenia (Pilo); l’Attica (Atene); la Beozia, anch’essa suddivisa in due potentati (Tebe e Orcomeno); la Tessaglia (Iolco). Il controllo del territorio appare più ampio che nel caso dei palazzi minoici: è stato sottolineato che ci troviamo di fronte al primo esempio di una politica a vasto raggio in Grecia, come del resto anche Tucidide mostra di sapere quando, nella cosiddetta «archeologia» (la breve storia della Grecia arcaica tracciata all’inizio delle sue Storie, in I 2-29), parla di un accrescimento della potenza greca sotto il dominio di Agamennone, segnalato dalla capacità di operare interventi comuni fuori dalla Grecia vera e propria, come la guerra di Troia (I 8, 3 ss.).

La «Panoplia di Dendra». Bronzo e avorio, Tardo Elladico IIA-B (XV secolo a.C. ca.), da Dendra (Argolide). Nafplion, Museo Archeologico.

Nel XIV-XIII secolo (che, come si è detto, fu l’epoca di massimo sviluppo della civiltà micenea) i Micenei si proiettarono verso l’esterno, creando progressivamente relazioni complesse e articolate, in modo sempre più sistematico, fino a raggiungere un’area geografica vastissima. Tali relazioni variavano dai contatti occasionali agli scambi sistematici di materie prime e manufatti (documentati nei due sensi sul piano archeologico), fino a forme di interscambio culturale più o meno incidenti sulle comunità locali.

In Asia Minore, dove si giunse, sulla costa, alla totale sovrapposizione della presenza micenea a quella minoica, rari appaiono invece i ritrovamenti nell’interno, in area ittita. In ogni caso, l’ipotesi dell’identificazione degli abitanti della terra denominata Akhiyawa nei testi ittiti fra il tardo XV e la fine del XIII secolo (1400-1200 a.C. ca.) con gli «Achei», quindi probabilmente con gli Achei della Grecia continentale o con gruppi di Micenei stanziati nell’Egeo orientale, pur non potendo essere rigorosamente provata, va ritenuta molto probabile. I testi in questione identificano con Akhiyawa un’entità geografica occidentale rispetto agli Ittiti, politicamente indipendente e dedita ad attività marinare; inoltre, le citazioni ittite sono concentrate in un’epoca che corrisponde alla massima potenza micenea, caratterizzata da intense relazioni con il Mediterraneo orientale.

Ben testimoniate sul piano archeologico sono le relazioni con Cipro (che offre una documentazione micenea ricchissima, dovuta ad attività intense di scambio) e l’area siro-palestinese, l’Egitto e la Libia; contatti con l’Occidente risultano a proposito della Sicilia e dell’Italia meridionale (Puglia, Basilicata, Calabria); vi sono indizi per includere nelle aree di navigazione micenea la Sardegna e la stessa penisola iberica. La complessità delle vie commerciali battute dai Micenei è attestata da relitti di navi contenenti lingotti di rame e di stagno e materiali provenienti da regioni diverse (Mesopotamia, Siria, Cipro, Africa), nonché ambra, spezie e derrate varie.

Testa di figura femminile. Stucco dipinto, Periodo Elladico recente IIIB (1250 a.C. ca.), da Micene. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

L’esigenza principale che spinse i Micenei sulle vie del mare è, ancora una volta, la necessità di reperire metalli, materiali preziosi come avorio e ambra, tessuti pregiati, legname per le navi, in cambio dei quali la produzione micenea offriva olio, vino, manufatti di bronzo e di ceramica, tessuti di lana e di lino. Se l’idea di un vero e proprio «impero coloniale» miceneo è stata ridimensionata dalle più recenti ricerche, che hanno rilevato l’assenza di abitati di fondazione e cultura esclusivamente micenee, certo l’estensione delle rotte commerciali e la costituzione di una rete di empori resta indicativa di una grande capacità, da parte della civiltà micenea, di espandere la propria influenza e di interagire con altri soggetti nell’ambito del bacino del Mediterraneo, costruendo una significativa unità culturale.

***

Bibliografia

 

Maddoli G. (a cura di), La civiltà micenea. Guida storica e critica, Roma-Bari 1992.

Niemeyer W.-D., Nascita e sviluppo del mondo miceneo, in I Greci. Storia cultura arte società, 2.I, Torino 1996, 77-102.

Uchitel A., Preistoria del greco e archivi di palazzo, ibidem, 103-132.

Vagnetti L., Espansione e diffusione dei Micenei, ibidem, 133-172.

Hertel D., Troia, Bologna 2003.

Cultraro M., I Micenei. Archeologia, storia, società dei Greci prima di Omero, Roma 2006.

Il castigo dei traditori: Silla e le città d’Asia

di F. Cerato, su ClassiCult.it, 10 ottobre 2018 (ribloggato).

 

Nell’anno 85 a.C. il proconsole romano, L. Cornelio Silla, dopo aver distrutto le poderose armate pontiche di Mitridate VI Eupatore per ben due volte (a Cheronea e ad Orcomeno, in Beozia), costrinse l’irriducibile nemico ad accettare delle condizioni di pace durissime.

 

Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, ritratto come Eracle. Marmo, I secolo d. C., dal Musée du Louvre. Foto Wikipedia User:Sting, CC BY-SA 2.5

 

Il trattato prevedeva la cessione da parte del sovrano pontico di 70 navi da guerra, un corpo di 500 arcieri e 2.000 talenti d’argento di indennizzo, nonché l’abbandono immediato di tutti i territori occupati dopo l’invasione dell’Anatolia occidentale nell’88 a.C. (primo anno di guerra). L’incontro personale tra Silla e Mitridate, descritto principalmente da Plutarco (Sull. 24; Luc. 4, 1) e da Appiano (Mith. 56-57), avvenne a Dardano, nella Troade, dopo la metà di settembre, e, durante il breve colloquio, malgrado le iniziali riserve del sovrano, l’imperator fece intendere perfettamente di avere in pugno la situazione: la conclusione del trattato fu rapida, tanto quanto il rientro delle forze mitridatiche entro i confini patri. Secondo Sherwin-White (1984: 145-148), Silla avrebbe sollecitato il raggiungimento dell’accordo poiché era impaziente di dedicarsi totalmente alla lotta contro i propri avversari politici in Italia; al contrario, Kallet-Marx (1996: 264 n. 13) si è detto non convinto da tale interpretazione.

 

Asia Minore. Opera di Caliniuc, CC BY-SA 4.0

 

Qualsiasi siano state le reali motivazioni del generale vittorioso, il trattato di Dardano permise a Silla di dedicarsi ad una riorganizzazione dell’assetto politico, amministrativo e fiscale di una regione gravemente danneggiata dalla guerra mitridatica e vessata dall’occupazione delle numerose armate pontiche. Innanzitutto, Silla restituì i territori della Bitinia e della Paflagonia a re Nicomede IV e la Cappadocia ad Ariobarzane I, entrambi sovrani legittimati e riconosciuti dal Senato romano[1]; quindi, restaurò la provincia di Asia, suddividendola in 44 distretti amministrativi; abolì il sistema fiscale delle decime sui raccolti, ma introdusse l’imposizione di un tributo a canone fisso a tutte le città della provincia; infine, assegnò l’onere di eseguire il prelievo esattoriale ad alcuni uomini di fiducia, dal momento che i publicani, che normalmente svolgevano tale compito, erano stati letteralmente eliminati dalla popolazione greca nel corso dell’eccidio dell’88 a.C.[2] Il generale romano, inoltre, nella distribuzione di premi e di indennizzi tenne conto della fedeltà alla causa mostrata da alcune comunità della regione (quali Ilio, Rodi, Chio, Magnesia, Smirne) e, in virtù del valore dei loro abitanti, garantì ad esse l’immunitas (una sorta di esenzione fiscale) e lo status di liberae civitates[3].

 

Teatro Efeso
Teatro di Efeso. Foto di Luigi Rosa, CC BY-SA 2.0

 

Diversamente, nei confronti di quelle città che, per loro stessa delibera, si erano colluse con il re nemico («avevano mitridatizzato»), partecipando al massacro degli Italici dell’88, Silla si mostrò particolarmente severo e spietato: emblematico è il caso di Efeso, tra i cui abitanti furono individuati i maggiori responsabili del terribile eccidio contro i mercatores. Un frammento dell’epitome di Granio Liciniano (35. 82, 22), riferibile a quegli eventi, ricorda che i princeps belli (così furono chiamati i mandanti) furono tutti condannati alla pena capitale. Interessante, a questo proposito, è un passo tratto dai Mithridatikà di Appiano, nel quale lo storico, dopo aver spiegato il trattamento riservato ai «fautori dei Cappadoci» (un altro modo per indicare i rei di “mitridatismo”), Silla fece diffondere per tutta la provincia un’ordinanza con la quale convocava a Efeso tutti i maggiorenti delle città. Nel luogo e nella data convenuti, l’imperator tenne il seguente discorso:

 

«Noi giungemmo in Asia con un esercito, per la prima volta, dopo che Antioco, re dei Siriani, ebbe devastato il vostro territorio. Cacciatolo e avendogli imposto quali confini il fiume Halys e la catena del Tauro, noi non diventammo vostri padroni, benché foste passati da lui a noi, ma vi abbiamo lasciato in totale autonomia – tranne quelli di voi che affidammo ai nostri alleati, re Eumene e i Rodii, non perché ne fossero tributari, bensì perché fossero posti sotto la loro protezione. Ne è la prova il fatto che, quando i Licii vennero a lamentarsi per la condotta dei Rodii, noi glieli togliemmo. Così ci siamo comportati nei vostri confronti: voi, invece, quando Attalo Filometore per testamento ci lasciò il proprio regno, per quattro anni voi avete combattuto contro di noi al fianco di Aristonico, finché anche Aristonico fu catturato e la maggior parte di voi si arrese o per costrizione o per paura. Malgrado questa vostra condotta, ugualmente per ventiquattro anni avete raggiunto un alto livello di prosperità e di benessere, sia a livello privato sia a livello pubblico. Ma poi, a causa della pace e del lusso, voi siete diventati di nuovo tracotanti e, approfittando del nostro impegno in Italia, alcuni di voi hanno invocato Mitridate, altri sono passati dalla sua parte dopo il suo arrivo. Ma quello che è più infame è stato il fatto di avergli ubbidito, massacrando in uno stesso giorno tutti gli Italici, con i figli e le madri, e non avete risparmiato nemmeno, grazie ai vostri dèi, quelli che si erano rifugiati nei santuari. Di queste azioni avete pagato il fio allo stesso Mitridate, che si rivelò infido persino nei vostri confronti, seminando presso di voi eccidi e confische, perpetrando ridistribuzioni di terre, cancellazioni di debiti e liberazioni di schiavi, imponendo governi tirannici ad alcune città e compiendo numerosi atti di brigantaggio per terra e per mare, di modo che, immediatamente, voi poteste avere la prova e il confronto di quali patroni vi siete scelti al posti di quali altri. I fautori di tutto questo hanno ricevuto un ben meritato castigo, ma occorre che lo abbiate pure voi che avete commesso simili azioni, e bisognerebbe aspettarsi che tale punizione sia proporzionata al male che avete compiuto. I Romani, tuttavia, non concepirebbero neppure empie stragi o confische sconsiderate o insurrezioni di schiavi o altre amenità degne dei barbari. Ancora per riguardo della vostra stirpe, della vostra grecità e della sua fama in Asia e per il buon nome che è molto caro ai Romani, vi condanno soltanto a pagare immediatamente cinque anni di tributi, nonché tutte le spese di guerra che io stesso ho già sostenuto e quelle che dovrò sobbarcarmi per sistemare le restanti questioni. Dividerò io stesso queste contribuzioni per città e ordinerò le scadenze dei versamenti; a coloro che disubbidiranno impartirò un castigo degno di nemici!»[4].

 

Efeso Biblioteca di Celso
Efeso, la Biblioteca di Celso, realizzata in età traianea. Foto di Paul, CC BY-SA 2.0

 

La risolutezza e la severità di Silla calarono sulle città d’Asia come un fulmine a ciel sereno. Per potersi ingraziare le ricchissime città della regione, infatti, Mitridate le aveva esentate dalla corresponsione di tutti i tributi per almeno un lustro; la vittoria dei Romani, invece, significò un ritorno all’ordine. Stando alla testimonianza di Plutarco (Sull. 25, 4; Luc. 4, 1), l’ammenda imposta da Silla ammontava a 20.000 talenti d’argento (equivalenti a circa 480.000.000 di sesterzi romani). Mastrocinque (1999a: 88-89), sulla base delle fonti epigrafiche, ha mostrato che diverse comunità asiatiche raccolsero una serie di documenti da impugnare di fronte ai vincitori per potersi scagionare dall’accusa di “mitridatismo” e salvarsi dalle dure punizioni[5]. Arrayás-Morales (2013: 517-533) ha messo in luce quanto fosse stato difficile per l’aristocrazia ellenica microasiatica ricucire i vecchi rapporti di mutua stima e fiducia nei confronti di Roma, soprattutto a seguito del terribile massacro dell’88 a.C.

 

Silla moneta
L. Cornelio Silla. Denario, Asia o Grecia, 84-83 a.C. Ar. 3, 55 gr. Recto: un capis e un lituus, paramenti sacri, posti tra due trofei; nella legenda: imper(ator) / iterum. Foto Classical Numismatic Group, Inc., CC BY-SA 3.0

 

D’altra parte, l’imposizione di un forte indennizzo ai traditori serviva, almeno sulla carta, a ripristinare il gettito ordinario delle entrate nella provincia, interrotto, appunto, da cinque anni di “pax Pontica”. La riscossione delle ammende, tuttavia, si svolse in maniera irregolare, poiché – a quanto pare – Silla fu costretto ad affidarla ad emissari senza scrupoli, che espletarono il proprio incarico con metodi estremamente rudi e impietosi. Fra l’altro, da Appiano (Mith. 63, 261) si apprende che quasi tutte le città sottoposte al pagamento dell’indennizzo furono costrette a ipotecare persino gli edifici pubblici (teatri, ginnasi, templi, ecc.), infrastrutture di vario genere (porti, fortificazioni, ecc.) e proprietà fondiarie demaniali per poter sostenere una cifra esorbitante nel più breve tempo possibile; Plutarco (Luc. 20, 4) parla addirittura della crescita esponenziale del debito pubblico per la maggior parte delle comunità. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la scelta del generale di affidare l’esazione ai suoi fosse principalmente dettata da ragioni politiche: i publicani, che avrebbero potuto raggiungere la provincia, essendo per lo più esponenti del ceto equestre, simpatizzavano per gli avversari mariani[6]. Brunt (1956: 17-25), al contrario, ha ritenuto che fosse più logico che Silla impartisse la riscossione del tributo ai propri fiduciari, dal momento che si trovava a corto di liquidità e – tra le altre spese di guerra – doveva pur pagare gli arretrati ai suoi soldati[7].

.

 

Silla
L. Cornelio Silla. Busto, marmo, I sec. d.C. Monaco di Baviera, Glyptothek

 

Note:

[1] Si vd. App. Mith. 60, 249; Gran. Lic. 35. 83, 22 Crin.

[2] Si vd. App. Mith. 61, 250.

[3] Cfr. Kallet-Marx (1996: 264-273, 275-278); Campanile (1996: 158-159), Santangelo (2007: 122), Ñaco del Hoyo et al. (2009: 40), (2011: 298-302).

[4] App. Mith. 62, 253-260. Cfr. Campanile (2003: 271-275).

[5] Cfr. Mastrocinque (1999b: 55 n. 175).

[6] Si vd. Broughton (1938: 518-519, 544-545), Magie (1950: I 250-252, II 1116-1117 n. 46), Hill (1952: 69).

[7] Cfr. anche Nicolet (1966: I, 352-353), Mastrocinque (1999b: 91-94).

 

 

Bibliografia:

Arrayás-Morales (2013) = I. Arrayás-Morales, Élites en conflicto. El impacto de las guerras mitridàticas, Athenaeum 101 (2013), 517-533.

Broughton (1938) = T.R.S. Broughton, Roman Asia Minor, in T. Frank et al. (eds.), An Economic Survey of Ancient Rome, Baltimore 1938, IV, 499-918.

Brunt (1956) = P.A. Brunt, Sulla and the Asian Publicans, Latomus 15 (1956), 17-25.

Campanile (1996) = M.D. Campanile, Città d’Asia Minore tra Mitridate e Roma, in B. Virgilio (ed.), Studi ellenistici VIII, Pisa-Roma 1996, 145-173.

Campanile (2003) = M.D. Campanile, L’infanzia della provincia d’Asia: l’origine dei ‘conventus iuridici’ nella provincia, in C. Bearzot, F. Landucci, G. Zecchini (eds.), Gli stati territoriali nel mondo antico, Milano 2003, 271-288.

Hill (1952) = H. Hill, The Roman Middle Class in the Republican Period, Oxford 1952.

Magie (1950) = D. Magie, Roman rule in Asia Minor to the end of the third century after Christ, I-II, Princeton 1950.

Mastrocinque (1999a) = A. Mastrocinque, Comperare l’immunitas, MedAnt 2 (1999), 88-89.

Mastrocinque (1999b) = A. Mastrocinque, Studi sulle guerre Mitridatiche, Stuttgart 1999.

Ñaco del Hoyo et al. (2009) = T. Ñaco del Hoyo, B. Antela-Bernárdez, I. Arrayás-Morales, S. Busquets-Artigas, The impact of the Roman Intervention in Greece and Asia Minor upon Civilians (88-63 BC), in B. Antela-Bernárdez, T. Ñaco del Hoyo (eds.), Trasforming Historical Landscapes in the Ancient Empires, Oxford 2009, 33-51.

Ñaco del Hoyo et al. (2011) = T. Ñaco del Hoyo, B. Antela-Bernárdez, I. Arrayás-Morales, S. Busquets-Artigas, The Ultimate Frontier between Rome and Mithridates: War, Terror and the Greek Poleis (88-63 BC), in O. Hekster, T. Kaizet (eds.), The Frontiers of the Roman World, Leiden-Boston 2011, 291-304.

Nicolet (1966) = C. Nicolet, L’ordre équestre à l’époque républicaine (312-43 a.C.), I, Paris 1966.

Santangelo (2007) = F. Santangelo, Sulla, the Elites and the Empire. A Study of Roman Policies in Italy and the Greek East, Leiden-Boston 2007.

Sherwin-White (1984) = A.N. Sherwin-White, Roman foreign policy in the East: 168 B.C. to A.D. 1, London 1984.

Le fonti numismatiche

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 106-115.

 

L’importanza delle monete come fonte storica riguarda non solo il campo economico, ma anche quello politico. Ciò è particolarmente vero per le monete antiche, nelle quali si teneva conto di altri elementi e scopi oltre a quello puramente economico di garantire con un marchio ufficiale il valore del mezzo di scambio. La monetazione dell’impero romano, con la sua grande abbondanza e varietà di emissioni, è un chiaro esempio di questa duplice quantità di testimonianza. Dalle monete antiche ricaviamo dunque, oltre che l’informazione tecnica e artistica connessa col lato formale di questo tipo di monumento (sistemi di fusione o di coniazione; metalli e leghe; qualità artistica dell’esecuzione; ritrattistica ecc.) una testimonianza economico-finanziaria, ed una politica.

 

Tesoretto di Bredon Hill. Radiati, argento, 244-282 d.C. ca. da Bredon Hill (Worcestershire). Worcester City Art Gallery & Museum.

 

Vedendo nella moneta il mezzo di scambio, lo storico trarrà da essa tutto quanto è possibile sapere in tale campo economico-finanziario: qualità e modalità di emissione, vari piedi monetari e rapporti fra essi, diffusione in estensione geografica e in volume delle varie monete ecc. E si potranno notare da questo punto di vista, limitandoci alla monetazione romana, il ritardo dei Romani nell’accogliere la moneta; lo strano dualismo monetario del IV-III sec. a.C., con le rozze monete di bronzo fuse (l’as del peso di 273 gr.), a Roma, accanto alla monetazione argentea emessa da Capua per conto di Roma; l’adeguamento alla monetazione greca (denarius = drachma); la monetazione aurea cominciata pure in Campania su piccola scala e rimasta sempre secondaria sotto la repubblica; le successive modificazioni nelle unità e nelle leghe; la varietà di emissioni provinciali specialmente in Oriente; la pluralità delle zecche; l’inflazione del III secolo; la restaurazione costantiniana col solidus d’oro, e molti altri fenomeni; mentre i depositi di monete trovati nei più lontani paesi, anche fuori del territorio dell’antico impero, testimoniano della diffusione del commercio e dell’autorità sui mercati della moneta romana.

 

S.P.Q.R., Asse, Roma, 225-217 a.C. ca. Æ 228, 05 gr. Recto: Testa di Giano barbata.

La testimonianza politica comincia col fatto stesso che la coniazione è espressione di sovranità o almeno di autonomia. Solo un’autorità statale può decretare che si batta moneta; se l’autorità è monarchica, oltre che preferire l’oro per una coniazione, in certo senso, di prestigio, di monete largamente diffuse e accettate (ad es. i darici persiani e i filippici macedoni), pone la propria effigie sul recto della moneta; così fecero i sovrani ellenistici e a Roma, per primo, Cesare dittatore. Durante la guerra sociale del 90-89 a.C. gli alleati italici ribellatisi a Roma manifestarono la loro indipendenza e sovranità anche con larghe emissioni di monete. Gli stessi magistrati romani investiti di comando militare, specialmente a partire dall’epoca di Silla, si ritennero autorizzati in virtù del loro imperium a battere moneta per le necessità dell’esercito, specialmente d’oro: abbiamo così emissioni di Silla, di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano ecc., documenti diretti di storia politica, d’inestimabile valore. Da questa monetazione militare dei generali, derivò la moneta imperiale; infatti durante l’impero l’imperatore coniò l’oro e l’argento, e il senato coniò il bronzo, mentre i governatori delle province senatorie continuarono pure a battere moneta: sempre, naturalmente, con l’effigie dell’imperatore. Le emissioni erano frequenti, e sulle monete figurava la titolatura imperiale, compresi i consolari, le salutazioni imperatorie e le tribuniciae potestates (nella zecca di Alessandria anche gli anni secondo il calendario egiziano), mentre sul verso figuravano simboli e leggende connessi con fatti storici o provvedimenti presi: indizi preziosi per la storia e per la cronologia, anche se bisogna fare attenzione al motivo propagandistico largamente sfruttato nelle monete (un’analogia si potrebbe trovare con i moderni francobolli).

 

M. Nonio Sufena. Denario, Roma, 57 a.C. AR 3, 75 gr. Verso: Roma su spolia opima, incoronata da Vittoria (Pr.[L] – VP.F; Sex. Noni, in exergo).
 

Q. Cecilio Metello Pio. Denario, Italia settentrionale, 81 a.C. AR 3, 54 gr. Verso: Brocca e lituo con leggenda imper(atori) iscritti in una corona d’alloro

 

La moneta antica era in realtà un formidabile mezzo di propaganda. Già nel periodo repubblicano i magistrati addetti alla zecca ponevano sulle monete, col proprio nome, figurazioni tratte dalle tradizioni della propria famiglia. Per l’impero basterebbe scorrere un elenco di leggende, per trovare nelle personificazioni divine di concetti astratti e nelle espressioni simboleggianti una realtà vera o da imporre come vera le tracce di una pertinace linea propagandistica. Spigolando, a titolo di esempio, dalle emissioni di Caro, Carino e Numeriano raccolte in appendice al libro di P. Meloni su questi imperatori (Cagliari 1948, p. 202 sgg.) troviamo: ABVNDANTIA AVG., AEQVITAS AVG., CLEMENTIA TEMPORVM, FELICITAS PVBLICA, FORTVNA REDVX, INDVLGENTIA AVG., PAX AETERNA, PIETAS AVG., PROVIDENTIA AVG., PVDICITIA AVG., SAECVLI FELICITAS, SALVS PVBLICA, SECVRITAS PVBLICA, VNDIQVE VICTORES, VICTORIA AVG., VIRTVS AVG. ecc., cioè un litaniare di proclamazioni di felicità, probabilmente «felicità per decreto» (cfr. l’episodio di Plut. Caes. 59, 6).

 

M. Aurelio Caro. Antoniniano, Ticinum, 282-283 d.C. AR 4, 25 gr. Verso: Virtus stante verso destra, con lancia e scudo; in leggenda: Virtu-s Aug(usti).

M. Aurelio Carino. Antoniniano, Roma 283-285 d.C. AR-Æ 3, 59 gr. Verso: Fides stante verso sinistra con due labari; in leggenda: Fides militum; in exergo, la sigla KAE.

 

 

Tuttavia queste leggende, anche se amplificate, sono certamente occasionate da fatti che noi possiamo ritenere come più o meno acquisiti alla storia a seconda dell’esistenza o meno, per essi, di fonti parallele. Quando leggiamo su una moneta la leggenda CONCORDIA EXERCITVVM attorno al simbolo di due mani che s’intrecciano, possiamo pensare a malumori rientrati di gruppi di legioni; la leggenda di una moneta di Nerva FISCI IVDAICI CALVMNIA SVBLATA allude alla abolizione da parte di Nerva di un’odiosa imposta sugli Ebrei stabilita da Domiziano, e conferma quello che sappiamo d’altra parte sulla larghezza d’idee e di propositi del vecchio imperatore; e le cure dello stesso per gli Italici sono confermate da un’altra leggenda, VEHICVLATIONE ITALIAE REMISSA, alludente all’esenzione concessa a coloro che abitavano lungo le grandi vie consolari dell’obbligo di fornire il necessario al cursus publicus, cioè al servizio dei corrieri di stato; rifornimento che venne assunto direttamente dall’amministrazione statale.

 

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 96 d.C. AR 3, 28 gr. Verso: Coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria issata sulla prora di una nave. L’immagine è iscritta in una leggenda, che recita: Concordia exercituum.

 

M. Cocceio Nerva. Sesterzio, Roma 96 d.C. Æ 27, 19 gr. Verso: La palma, simbolo della Provincia di Syria-Palaestina; intorno corre la leggenda Fisci Iudaici – calumnia sublata; nel campo sinistro S(enatus) e in quello destro C(onsulto).

 

Vi sono poi monete esplicitamente commemorative, i cosiddetti medaglioni, come quelli coniati da Antonino Pio per il IX centenario della fondazione di Roma: vere monete aventi corso normale, come multiple di tipi correnti; talvolta, sempre per speciali motivi propagandistici, alcuni imperatori ritennero di «restaurare» monete dei loro predecessori. Fra i pezzi di propaganda rientrerebbero, secondo la spiegazione di Andreas Alföldi (Die Kontorniaten, Budapest 1943), anche i cosiddetti contorniati, monete con un bordo e varie figurazioni, apparse nella seconda metà del IV sec. e al principio del V, ma non come mezzi di scambio. Essi sarebbero gettoni per spettacoli, che l’aristocrazia ancora pagana di Roma (siamo ai tempi di Simmaco e della contesa per l’ara della Vittoria nella curia) distribuiva come mezzo di propaganda, per richiamare con le raffigurazioni delle divinità e dei personaggi della storia di Roma, al culto della vecchia religione e delle antiche glorie. Si danno anche altre spiegazioni (S. Mazzarino, in «Enc. Arte Class.», II, 1959, pp. 784-791).

 

Antonino Pio. Aureo, Roma, 147 d.C. AV 7, 13 gr. Verso: Enea in fuga con Anchise sulle spalle, tenendo il piccolo Ascanio per mano. Intorno, la leggenda: Tr(ibunicia) Pot(estas) – Co(n)s(ul) III.

 

Del resto le monete sono preziose per la storia della religione, specialmente come la più sicura fonte ufficiale per i culti sanzionati dallo Stato. Le monete imperiali diffusero la conoscenza delle personificazioni caratteristiche della mentalità religiosa romana, quali la Fides, l’Aequitas, la Spes, l’Honos e la Virtus (personificazioni di cui si meravigliava il greco Plutarco, Quaest. Rom. 13), e viceversa ci danno testimonianza dell’atteggiamento degli imperatori di fronte ai culti non romani, specialmente orientali, dal culto isiaco che appare sulle monete di Vespasiano, il quale appunto in Egitto aveva avuto la prima acclamazione imperatoria, a quello del Sol Invictus di Aureliano, e alla apparizione del monogramma di Cristo sulle monete di Costantino. Si tratta insomma di una documentazione che ha in tutto il suo complesso il carattere dell’ufficialità, e a ragione la critica storica più recente rivolte ad essa particolare attenzione. Vedasi ciò che dice H. Mattingly, uno dei maggiori specialisti, in Cambridge Ancient History (CAH), XII, 1939, pp. 713-720.

T. Flavio Vespasiano. Diobolo, Alessandria, 74-75 d.C. Æ 11, 40 gr. Verso: Busto drappeggiato di Iside, voltato a destra, con basileion sulla testa.

 

L. Domizio Aureliano. Antoniniano, Serdica, inizi 274 d.C. Æ-AR 3, 31 gr. Verso: Sol, radiato, stante, verso sinistra; regge nella mano sinistra un globo e la destra è alzata sopra un prigioniero ai suoi piedi; in leggenda: Oriens Aug(usti).

 

Anche per le monete, come per i papiri, non esiste un corpus. Ne fu iniziato uno dietro suggerimento del Mommsen (Corpus nummorum) e sotto il patronato dell’Accademia di Prussia, ma esso si limitò a raccogliere le monete del Nord della Grecia (Die antiken Münzen Nord-Griechenlands, 1898-1935, a cura di Pick, Regling, Münzer, Strack, Gaebler ; nel 1965 si è aggiunto il volume delle monete di Perinto a cura di E. Schönert), e quelle della Misia (Die antiken Münzen Mysien, 1913, a cura di Fritze). Praticamente fermo, questo corpus è sostituito dal 1931 dalla Sylloge nummorum Graecorum iniziata dalla British Academy, e pubblicata con volumi per singole collezioni. Del resto suppliscono alla mancanza di grandi corpora i cataloghi dei musei, in primo luogo del British Museum di Londra, e per le monete romane in particolare non mancano in verità opere eccellenti, sia per classificazione che per commento. Anzitutto conserva ancora valore la grande trattazione di J. Eckhel, Doctrina numorum veterum (8 volumi, Vienna 1792-98; un 9° vol. postumo nel 1826), con la quale comincia la moderna scienza numismatica; per la moneta romana in particolare v’è la trattazione di T. Mommsen, Geschichte der römischen Münzwesens, Berlin 1860, con la traduzione francese (ampliata, e quindi la sola da adoperare) in 4 volumi di Blacas e de Witte (Paris 1865-75, Histoire de la monnaie romaine). Per le monete repubblicane le raccolte fondamentali sono: E. Babelon, Description historique et chronologique des monnaies de la République romaine (2 volumi, Paris 1885-86, con Nachträge, cioè aggiunte, di Bahrfeldt del 1897 e 1900), e il catalogo del British Museum, cioè H.A. Grüber, Coins of the Roman Republic in the British Museum (3 voll., Londra 1909); più recente M.H. Crawford, Roman Republican Coinage (RRC), Cambridge 1975, seguito ad opera dello stesso autore dall’importante trattato Coinage and Money under the Roman Republic. Italy and the Mediterranean Economy, London 1985. Per le monete imperiali: H. Cohen, Description historique des monnaies frappés sous l’empire romain (8 volumi, 2a ed., Paris 1884-1892, riprodotta anastaticamente a Lipsia nel 1930 e a Graz fra il 1955 e il 1957); inoltre il catalogo del British Museum: H. Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum (6 voll., da Augusto a Balbino e Pupieno, 1923-1930-1936-1940-1950-1962) e, fondamentale anche per il suo carattere di sistematicità e completezza, la grande opera di Mattingly – Sydenham – Sutherland – Carson, The Roman Imperial Coinage (RIC), ora completa nei suoi dieci volumi: I (1923 rist. 1984), da Augusto a Vitellio; II (1926), da Vespasiano ad Adriano; III (1930), da Antonino a Commodo; IV 1 (1936), IV 2 (1938), da Pertinace a Pupieno; IV 3 (1949), da Gordiano III a Uranius Antoninus (uno dei numerosi usurpatori, verso il 248); V 1 (1927), V 2 (1933), da Valeriano a Diocleziano; VI (1967), da Diocleziano alla morte di Massimino; VII (1966), Costantino e Licinio; VIII (1981), la famiglia di Costantino (337-364); IX (1951), da Valentiniano I a Teodosio I; X (1994) da Arcadio e Onorio al 491. È stata pure iniziata a cura del British Museum e della Bibliothèque Nationale di Parigi una serie dedicata alla monetazione provinciale, Roman Provincial Coinage (RPC), di cui è uscita la prima parte in due volumi: A. Burnett – M. Amandry – P.P. Ripollès, RPC, I. From the Death of Caesar to the Death of Vitellius (44 B.C. – A.D. 69), London-Paris 1992. In Italia è stato iniziato nel 1972 a Firenze da A. Banti – L. Simonetti un Corpus Nummorum Romanorum, di cui sono usciti alcuni volumi riguardanti la monetazione repubblicana del I sec. a.C. (in ordine alfabetico delle gentes dei monetales) e la monetazione triumvirale e augustea.

Accanto a queste raccolte complete, anche per le monete vi sono delle scelte, ove sono raccolti i tipi più significativi per la storia. Tra queste: G.F. Hill, Historical Roman Coins (Londra 1909), e H. Mattingly, Roman Coins from the Earliest Times to the Fall of the Roman Empire (Londra 1927, 2a ed. 1960).

Per l’orientamento generale ci si rivolgerà ai trattati, ove sono studiati con particolare accentuazione o l’aspetto propriamente numismatico, o l’artistico, o il metrologico, o lo storico di questa categoria di materiale archeologico: tali E. Babelon, nella prima parte del I volume (Théorie et doctrine) del suo Traité des monnais grecques et romaines (4 voll., Paris 1901-1932); Head., Historia numorum (2a ed., Oxford 1911), un indispensabile repertorio di monete storiche; il nostro A. Segré, Metrologia e circolazione monetaria degli antichi (Bologna 1928), che considera soprattutto il fenomeno monetario in sé riprendendo il classico Essai sur l’organisation politique et économique de la monnaie dans l’antiquité di F. Lenormant (Paris 1863, rist. anast. Amsterdam 1970); inoltre, con carattere più pratico, Hill., A Handbook of Greek and Roman Coins (Londra 1899); gli ancora utili «Manuali Hoepli» di F. Gnecchi, Monete romane, Milano 1935 (rist. anast. 1977) e il più generale di S. Ambrosoli – F. Gnecchi, Manuale elementare di numismatica, 6a ed. Milano 1922 (rist. anast. 1975); L. Breglia, Numismatica antica. Storia e metodologia, Milano, Feltrinelli, 1964; K. Christ, Antike Numismatik. Einführung und Bibliographie, Darmstadt 1967; Ph. Grierson, Numismatics, Oxford 1975 (trad. it. di N. De Domenico, Roma 1984, nelle «Guide», 15); la sintesi di M.H. Crawford, La moneta in Grecia e a Roma, Universale Laterza 615, Bari 1982. M. Grant, Roman Imperial Money, London 1954, è importante per le deduzioni storiche circa l’impero romano. Sul particolare carattere della testimonianza storica delle monete, si vedano Th. Reinach, L’histoire par les monnaies (Paris 1902), una raccolta di saggi di numismatica applicata alla storia; L. Breglia, Possibilità e limiti del contributo numismatico alla ricerca storica, in «Annali Ist. Ital. Numism.», IV, 1957, pp. 219-223; G.G. Belloni, Significati storico-politici delle figurazioni e delle scritte delle monete da Augusto a Traiano, in ANRW, II 1, 1974, pp. 997-1144 ed ivi (II, 12, 3, 1985, pp. 89-115), del medesimo, Monete romane (repubblica e impero) in quanto opera d’artigianato e arte. Osservazioni o impostazione di problemi. L’aggiornamento è tenuto dalle riviste: la francese Revue numismatique, lo Zeitschrift für Numismatik di Berlino, la nostra Rivista Italiana di Numismatica, Milano 1888 sgg., l’inglese Numismatic Chronicle ecc.

Infine non è da dimenticare la metrologia, la scienza delle misure, che ha molti punti di contatto con la numismatica. Il manuale classico è sempre quello di F. Hultsch, Griechische und römische Metrologie, 2a ed., Berlin 1882 (rist. anast. Graz 1971).

 

 

Esempio di contributo della testimonianza numismatica alla soluzione di un problema storico

 

Soprattutto le questioni cronologiche possono essere illuminate e talora risolte dalla testimonianza delle monete.

Nell’anno 73 Domiziano ebbe da Domizia Longina un figlio. Tutto fa pensare che il piccolo non superasse l’infanzia, ma si vorrebbe determinare l’epoca della sua morte, fissando almeno un terminus ante quem. Il termine più alto di fonte letteraria è l’anno 88 (Martial. IV 3, 8). Le monete ci permettono di innalzarlo ancora.

Vediamo, dal Catalogo del Museo Britannico (Coins of the Roman Empire in the British Museum, II, 1930, a cura di H. Mattingly), le leggende di alcune monete di Domizia:

  • 311 nr. 62 (tav. 61, 6), Aureo:

r.: DOMITIA AVGVSTA IMP(eratoris) DOMIT(iani)

v.: DIVVS CAESAR IMP(eratoris) DOMITIANI F(ilius)

  • 311 nr. 63 (tav. 61, 7), Denario:

r: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda

  • 413 nr. 501 (tav. 82, 3), Sesterzio:

r.: DOMITIAE AVG(ustae) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESAR(is) MATRI S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 502, altro Sesterzio:

r.: Stessa leggenda

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 503 (tav. 82, 4), Dupondio:

r.: DOMITIA AVG(usta) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 414, Asse:

r.: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda.

 

Domizia Longina. Sesterzio, Roma 82 d.C. Æ 26, 85 gr. Verso: L’Augusta Domizia è raffigurata al centro, assisa in trono, con lo scettro nella sinistra; tiene la destra levata ad indicare un fanciullo dinanzi a lei, a sinistra; la leggenda: Divi Caesar(is) Mater.

 

Domizia Longina. Denario, Roma 82-83 d.C. AR 3, 51 gr. Verso: Un bambino seduto su globo, volto a sinistra, con braccia aperte e sette stelle intorno; la leggenda: Divus Caesar imp(eratoris) Domitiani f(ilius).

 

È posto l’accento sul fatto che Domizia è la madre del piccolo Cesare divinizzato (quindi morto). Come madre del piccolo dio Domizia stessa appare in foggia divina, con gli attributi di Cerere, della Concordia Augusta, della Pietas Augusta. Ma a noi importa specialmente che queste monete siano databili. Purtroppo non lo sono con assoluta precisione, perché manca per Domiziano l’indicazione della tribunicia potestas o del consolato o delle salutazioni imperatorie. Ma sono databili con precisione relativa, sì da permettere di fissare il terminus ante quem cercato. In nessuna di queste monete appare l’epiteto Germanicus che Domiziano assunse alla fine dell’83 o al più tardi ai primi dell’84, dopo la spedizione contro i Catti. Le monete sono perciò da collocare cronologicamente fra il 14 settembre 81 (dies imperii di Domiziano, che diede subito a Domizia il titolo di Augusta, cfr. Atti degli Arvali, CIL VI 2060) e la fine dell’83 o i primi dell’84. Ne consegue che il piccolo Cesare morì prima della fine dell’83 o dei primi dell’84, al massimo decenne. Del resto dove egli è rappresentato sulle monete, appare come piccolo bambino (Coins, II, tav. 61, nrr. 6 e 7; tav. 82, nr. 3). Altro non è dato di stabilire con precisione. Si può continuare con la congettura. Si danno due possibilità: o che egli fosse morto prima dell’accesso al trono di Domiziano, e che Domiziano nel suo sentimento di rivincita nei confronti della posizione di secondo piano nella quale era stato tenuto dal padre e dal fratello, e di revisione polemica dei loro principi di governo, appena giunto al trono esaltasse tutto quanto si riferiva alla sua propria famiglia, specialmente in vista dell’idea monarchico-divina da lui vagheggiata; oppure può darsi che il piccolo fosse morto nel corso di questi poco più che due anni: lo farebbe pensare anche la relativa unicità di emissione. Più tardi non abbiamo più infatti monete di Domizia (che sopravvisse per oltre quarant’anni a Domiziano): esse sono tutte concentrate in questo periodo, ed hanno tutte più o meno relazione con quella maternità divina, sì da far pensare ad un’occasione particolare. È vero che noi non siamo sicuri di conoscere tutta la monetazione (è il limite caratteristico delle testimonianze di questo genere, valevole anche per le iscrizioni), ma pare difficile che non si sia conservato almeno un pezzo di altro periodo, se ci fosse stato. Se così è, cioè se il piccolo Cesare morì dopo l’accesso al trono del padre, anche la successione di Domiziano, che taluno suppose difficile e contrastata, dovrebbe essere confermata nella sua spontaneità e naturalezza, del resto già nota, perché Domiziano che aveva un figlio, mentre Tito era morto senza prole maschile, rappresentava oltre a tutto la speranza di continuazione dinastica.

Atti degli Arvali (CIL VI 2060). Tabula, marmo, 81 d.C. ca. dal Lucus deae Diae, La Magliana. Roma, Museo Nazionale Romano.

Tabula Clesiana

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 195-200.

 

Tabula Clesiana. Bronzo, 46 d.C., da Cles (località Campi Neri). Trento, Museo del Castello del Buonconsiglio.

 

Editto dell’imperatore. CIL V 5050 = ILS 206 = Bruns, Fontes7, p. 253 = Riccobono, Leges2, p. 417. Edictum Claudii de civitate Anaunorum, comunemente detto Tabula Clesiana.

 

M. Iunio Silano Q. Sulpicio Camerino co(n)s(ulibus),

idibus Martis, Bais in praetorio, edictum

Ti. Claudi Caesaris Augusti Germanici propositum fuit id

quod infra scriptum est.

Ti. Claudius Caesar Augustus Germanicus, pont(ifex)

maxim(us), trib(unicia) potest(ate) VI, imp(erator) XI, p(ater) p(a-

                                           triae), co(n)s(ul) designatus IIII, dicit:

Cum ex veteribus controversis pe[nd]entibus aliquandiu etiam

temporibus Ti. Caesaris patrui mei, ad quas ordinandas

Pinarium Apollinarem miserat, quae tantum modo

inter Comenses essent, quantum memoria refero, et

Bergaleos, isque primum apsentia pertinaci patrui mei,

deinde etiam Gai principatu, quod ab eo non exigebatur

referre, non stulte quidem, neglexserit; et posteac

detulerit Camurius Statutus ad me, agros plerosque

et saltus mei iuris esse: in rem praesentem misi

Plantam Iulium amicum et comitem meum, qui

cum, adhibitis procuratoribus meis qu[i]que in alia

regione quique in vicinia errant, summa cura inqui-

sierit et cognoverit, cetera quidem, ut mihi demons-

trata commentario facto ab ipso sunt, statuat pronun-

tietque ipsi permitto.

Quod ad condicionem Anaunorum et Tulliassium et Sinduno-

rum pertinent, quorum partem delator adtributam Triden-

tinis, partem ne adtributam quidem arguisse dicitur,

tametsi animadverto non nimium firmam id genus homi-

num habere civitatis Romanae originem, tamen cum longa

usurpatione in possessionem eius fuisse dicatur et ita permix-

tum cum Tridentinis, ut diduci ab is sine gravi splendi[di] municipi

iniuria non possit, patior eos in eo iure, in quo esse se existima-

verunt, permanere beneficio meo, eo quidem libentius, quod

pler[i]que ex eo genere hominum etiam militare in praetorio

meo dicuntur, quidam vero ordines quoque duxisse,

nonnulli [a

]llecti in decurias Romae res iudicare.

Quod beneficium is ita tribuo, ut quaecumque tanquam

cives Romani gesserunt egeruntque aut inter se aut cum

Tridentinis alisve, rat[a

] esse iubea[m], nominaque ea,

quae habuerunt antea tanquam cives Romani, ita habere is permit-

                                                                                                    tam.

 

«Sotto il consolato di M. Giunio Silano e di Q. Sulpicio Camerino (46 d.C.), il 15 marzo, a Baia nella villa imperiale, fu esposto il sotto riferito editto di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico. Ti. Claudio Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, nell’anno VI della tribunizia potestà, all’undicesima salutazione imperatoria, padre della patria, console designato per la quarta volta, dice: circa le vecchie controversie a lungo pendenti già ai tempi di Ti. Cesare, mio zio, che aveva mandato per regolarle, quelle soltanto che v’erano, per quanto me ne ricordo, fra i Comensi e i Bergalei, Pinario Apollinare, poiché costui, dapprima per l’ostinata lontananza da Roma di mio zio, e poi anche sotto l’impero di Caligola, dato che questi non gliene chiedeva conto, trascurò di riferire, non senza accortezza del resto, e poiché in seguito Camurio Statuto mi denunziò che la maggior parte del territorio coltivabile e dell’incolto sono di mio diritto: io ho mandato a compiere un sopralluogo Giulio Planta, mio amico e compagno, il quale, coadiuvato dai miei procuratori di altra regione e delle vicinanze ha compiuto una diligente inchiesta e cognizione; pertanto le altre questioni, come mi sono state esposte nella relazione da lui stesso fatta, do incarico a lui di definirle e dirimerle. Per quanto si riferisce alla condizione degli Anauni, dei Tulliassi e dei Sinduni, una parte dei quali viene riferito che colui che fece la denunzia provò che era attribuita ai Tridentini, e parte non era nemmeno attribuita, sebbene io veda che quella stirpe di uomini non ha una troppo salda radice della sua cittadinanza romana, tuttavia, poiché si dice ch’essa per lungo uso ne sia stata in possesso, e poiché essa è così mescolata con i Tridentini, da non poter essere staccata da loro senza grave danno di quello splendido municipio, permetto ch’essi permangano per mio beneficio in quella condizione giuridica nella quale hanno creduto di essere, e tanto più volentieri, in quanto si dice che molti di quella stirpe militano persino nella mia guardia pretoria, certuni anche come graduati, e alcuni poi, assunti nelle decurie, ricoprono l’ufficio di giurati in Roma. Questo beneficio io lo concedo loro in modo che tutti gli atti che furono da loro compiuti come se fossero cittadini romani, o tra di loro, o con i Tridentini, o con altri, io ordino che siano ratificati, e permetto che conservino, così come sono, quei nomi che ebbero prima come se fossero cittadini romani».

 

La tavola di bronzo, trovata a Cles in Val di Non nel 1869, ebbe nello stesso anno l’onore di un esauriente commento del Mommsen, («Hermes», IV, 1869, pp. 99-131 = Ges. Schr. IV, pp. 291-322), e venne poi studiata e pubblicata varie volte come documento del più alto interesse storico. Il contenuto è abbastanza chiaro, anche se il testo è poco corretto (stranamente, perché i caratteri sono bellissimi, e la copia non venne certo fatta dai montanari dell’Anaunia, ma a Roma o in Campania) e lo stile è nella prima parte alquanto contorto, riflesso senza dubbio delle velleità letterarie di Claudio, il cui spirito si rivela del resto in tutto il documento (aperta critica alla pigrizia dei predecessori, rilevazione fatta con humour del poco saldo fondamento della cittadinanza di quel «genus hominum», ragioni umane della sua benevolenza per gli Anauni).

Si tratta di un episodio sulle contestazioni di possesso di territorio fra lo stato e i comuni, o fra lo stato e i privati, o fra i comuni e i privati, che dovevano essere abbastanza frequenti nei territori alpini ai quali non era ancora stata assegnata una condizione giuridica precisa. In genere le valli alpine, e in particolare delle Alpi centrali (le Alpi occidentali ebbero da Augusto la costituzione provinciale) erano adtributae ai municipi o alle colonie più vicine, ma senza parteciparne il diritto: cioè quando le città della Gallia Cisalpina ebbero con la lex Pompeia dell’89 a.C. il diritto latino, i montanari adtributi rimasero peregrini, e quando con Cesare, nel 49, le stesse città ebbero la piena cittadinanza romana, gli attributi non ebbero nulla, entrando tutt’al più col tempo nella condizione della cittadinanza latina. Ma è chiaro che la consuetudine di rapporti con la città alla quale queste popolazioni erano attribuite, deve averle indotte a poco a poco a credersi nella stessa condizione giuridica, e a compiere quegli atti compiuti anche dagli Anauni nella buona fede di essere cittadini, e ratificati da Claudio, il quale approva anche i nomi di foggia romana (cioè con nome e gentilizio) che quelli abusivamente si erano dati. Questo per l’inquadramento generale, seguendo specialmente la teoria mommseniana dell’adtributio (Röm. Staatsr. III, pp. 765-772; da vedere ora U. Laffi, Adtributio e Contributio, Pisa 1966). Quanto al caso particolare, già sotto Tiberio e Caligola erano giunte al fisco imperiale denunce circa usurpazioni del diritto dello stato in territori di sua competenza e Tiberio aveva mandato un commissario (se Claudio, cioè i suoi segretari, ricordano bene, la controversia era fra i Comensi e i Bergalei, che nulla si oppone a ritenere, nonostante le riserve del Mommsen, le popolazioni della Val Bregaglia, ora divisa fra la provincia di Sondrio e il Canton Grigioni). Ma né Tiberio né Caligola si erano poi più interessati della cosa, sicché il commissario, Pinario Apollinare, non fece mai la sua relazione. Un certo Camurius Statutus fece però presenti a Claudio (di passaggio al suo ritorno dalla Britannia nel 44?), come delator (che non ha il significato deteriore dei nostri tempi), le medesime cose, probabilmente a proposito di un’altra zona però, cioè di quella di Trento, e allora Claudio mandò un commissario di alto rango, probabilmente di ordine senatorio, come appartenente alla cohors amicorum e comes dell’imperatore. Questi, valendosi dei procuratori della zona, cioè ai funzionari finanziari, fece la sua inchiesta e ne riferì all’imperatore, il quale gli diede anche l’incarico di «statuere et pronuntiare» in seguito alle risultanze. Per questo l’iscrizione non ci ragguaglia sulla vera e propria essenza della questione territoriale particolare, in quanto agli interessati premeva solo l’aggiunta riguardante la cittadinanza, sulla quale solo l’imperatore del resto poteva pronunciarsi, e non Giulio Planta.

Quanto alle persone nominate, cioè il «delator» Camurius Statutus, e i due commissari imperiali Pinarius Apollinaris e Iulius Planta, sono altrimenti sconosciuti. Un Pompeius Planta fu prefetto d’Egitto sotto Traiano, ma come tale apparteneva all’ordine equestre (PIR III, p. 70 nr. 483). Quanto alle notizie geografiche che si possono ricavare, la più importante è che, essendo indubitabile l’identificazione del territorio degli Anauni con l’attuale Val di Non (i Tulliasses e i Sinduni non sono collocabili con certezza, ma saranno state popolazioni finitime), ed essendo pure indubitabile e confermata da questa stessa esposizione l’appartenenza di Tridentum alla regione X, cioè all’Italia, il confine settentrionale d’Italia in questo tratto rimane fissato con certezza pressoché assoluta, ciò che non avviene per tante altre zone. Quello che Claudio dice verso la fine, di Anauni pretoriani e addirittura graduati (ordinem ducere = condurre un reparto; ordines sono i gradi inferiori) e «allecti in decurias» (le decurie dei giudici o giurati, che erano 5 al tempo di Claudio: quelle dei senatori, dei cavalieri, degli ex-centurioni, dei ducenarii, e l’ultima aggiunta da Caligola; esse formavano l’albo dei giudici, al quale si era ascritti dall’imperatore; condizione l’essere cittadini romani, e, per buona parte del I sec., italici, v. Diz. Epigr. IV, p. 161 sg.), prova ulteriormente che Tridentum faceva parte dell’Italia, e il grado della confusione di cittadinanza col municipio di queste popolazioni attribuite, che in pratica si ritenevano Tridentinae.