Gaio Svetonio Tranquillo

Nella prima età imperiale si avvertì l’esigenza di rinnovare i modelli storiografici tradizionali. Grande fortuna sembra avere avuto il genere biografico, il cui rappresentante principale fu senza dubbio Gaio Svetonio Tranquillo, passato alla storia per le sue biografie degli imperatori romani da Ottaviano fino a Domiziano: ricche di particolari scandalistici, aneddoti piccanti e segreti sulla vita di corte, queste opere dovevano mostrare il “vero” volto dei Caesares.

La cosiddetta «Ara degli scribi». Altare decorato a rilievi, marmo, c. 20-50, dalla Vigna Casali, presso Porta S. Sebastiano. Roma, Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano.

La vita di Svetonio si ricostruisce dalle scarse indicazioni autobiografiche che fornisce lo stesso scrittore e da altre notizie ricavabili dall’epistolario di Plinio il Giovane, dall’Historia Augusta e da un’iscrizione, che ne illustra la carriera, scoperta alla metà del XX secolo. Di Gaio Svetonio Tranquillo non sono noti esattamente né l’anno di nascita né quello di morte: si può soltanto supporre che egli sia nato poco dopo il 70 da una famiglia di rango equestre di modesta condizione, ma alcunché di certo si sa neppure sul luogo di nascita. Da quanto l’autore stesso riferisce, si apprende che suo padre, Svetonio Laeto, fu tribunus angusticlavius della legio XIII Gemina, al servizio di Otone nella prima battaglia di Bedriacum contro Vitellio (Suet. Otho 10, 1). Nonostante le origini familiari, Tranquillo non solo studiò grammatica e letteratura, ma fu avviato anche a una formazione giuridica e retorica, tanto da diventare retore (Suet. Gram. 4, 9). All’epoca di Traiano, egli iniziò a dedicarsi a studi eruditi, grazie all’amicizia e alla protezione di Plinio il Giovane, che accompagnò in Bithynia (Plin. Ep. I 18; III 8; 24; V 10; X 94) e con i buoni uffici del quale ottenne dall’imperatore anche lo ius trium liberorum (X 95). L’iscrizione onorifica di Hippo Regius (AE 1953, 75), in Africa Proconsularis, riferisce che, ammesso a corte, Svetonio Tranquillo fu investito da Traiano dell’incarico di preposto alla cura delle biblioteche (a studiis a bibliothecis) e conseguì la dignità vitalizia di flamen e di pontifex Volcani. La stesso documento tramanda che lo scrittore, in seguito, sotto Adriano, fu addetto all’archivio imperiale e alla corrispondenza del principe (ab epistulis), un incarico che sarebbe stato determinante per le sue ricerche. La sua brillante carriera burocratica, tuttavia, si interruppe bruscamente nel 122, quando cadde in disgrazia insieme a Setticio Claro, prefetto del pretorio e suo protettore, dopo la morte di Plinio. Elio Sparziano, biografo di Adriano, racconta che allora l’imperatore Septicio Claro praefecto praetorii et Suetonio Tranquillo epistularum magistro multisque aliis, quo‹d› apud Sabinam uxorem ‹i›n[i]us[s]u eius familiarius se tunc egerant, quam reverentia domus aulicae postulabat, successores dedit (SHA I 11, 3, «depose dai loro incarichi Setticio Claro, prefetto del pretorio, e Svetonio Tranquillo, segretario, e molti altri, perché, a quei tempi, senza il suo permesso, con sua moglie Sabina essi si erano comportati familiarmente più di quanto la serietà della corte di un principe lo ammettesse»). Caduto ormai in disgrazia, dopo la destituzione e l’allontanamento dalla domus Augusti si perdono le tracce di Svetonio e non si sa quanto tempo dopo sia scomparso.

Di una copiosa produzione di opere erudite, in greco e in latino, si ha notizia, più che dai miseri frammenti, soprattutto dal lessico di X secolo della Suda (Τράγκυλλος 4, p. 581 Adler), che ne elenca diversi titoli, lasciando intendere che gli argomenti affrontati fossero davvero molto vari: dai costumi romani al calendario, dai segni diacritici dei filologi alle cortigiane famose, dai difetti fisici agli scritti politici di Cicerone, ecc. Il Pratum de rebus variis sarebbe stata un’opera di carattere enciclopedico, suddivisa in diverse sezioni in base alle materie trattate; secondo alcuni interpreti, il titolo designerebbe invece l’intera produzione antiquaria ed erudita dello scrittore, strutturata sul modello e sulle nozioni delle Antiquitates e del De gente populi Romani di Marco Terenzio Varrone Reatino, del De significatu verborum di Verrio Flacco e del Dubius sermo di Plinio.

Librarius. Rilievo funerario, c. II-III secolo, da Virunum (Noricum).

Il titolo di De viris illustribus era riferito a una raccolta di biografie di letterati, catalogata per generi (poesia, retorica, storia, filosofia, grammatica). Di essa ne resta un’unica sezione, De grammaticis et rhetoribus, mutila nella parte finale: ai grammatici (cioè filologi, studiosi di testi letterari e maestri) sono dedicati i primi ventiquattro capitoli (da Cratete di Mallo, che introdusse lo studio della grammatica a Roma, a Valerio Probo), ai retori sono riservati solo i restanti sei capitoli superstiti.  Delle altre sezioni si ha unicamente materiale sparso, pervenuto per tradizione indiretta: dal De poetis, soprattutto, derivano – non si sa se e quanto rielaborate dagli autori che le compilarono, come Donato e Girolamo – le Vitae di certi poeti, come Terenzio, Virgilio, Orazio e Lucano.

Il De vita Caesarum, una raccolta di dodici biografie degli imperatori, da Giulio Cesare a Domiziano, in otto libri, resta invece completo, fatta eccezione per i capitoli introduttivi della prima biografia e la dedica dell’opera a Setticio Claro, come riferisce Giovanni Lidio nel suo De magistratibus (Lydus Mag. 2, 6, Τράγκυλλος τοίνυν τοὺς τῶν Καισάρων βίους ἐν γράμμασιν ἀποτείνων Σεπτικίῳ…). Il manoscritto più antico delle Vite svetoniane, su cui si basano tutte le edizioni critiche moderne, è il Cod. lat. 6115 della Bibliothèque Nationale de France, realizzato a Tour tra VIII e IX secolo. Gli studiosi ritengono che esso, come tutte le altre copie manoscritte successive, discenda dall’esemplare che il monastero di San Bonifacio a Fulda nell’anno 884 inviò a Servato Lupo, abate di Ferrières (Ep. 91, 4): l’opera era già mutila delle sue parti.

Berlin, Staatsbibliothek. Ms. lat. fol. 28 (c. 1477). C. Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum, f. 73v. Pagina iniziale della biografia di Tiberio.

Quello biografico era un genere letterario di tradizione greca che, nel mondo romano, era stato coltivato e collaudato soprattutto da Varrone e da Cornelio Nepote. Più o meno negli stessi anni, infatti, Varrone (che fu autore anche di biografie di poeti, perdute) nelle Imagines e Nepote nel De viris illustribus avevano tracciato i profili di personaggi famosi del passato, distinti per categorie (statisti, comandanti militari, artisti, scrittori, ecc.), sulla base dello stesso schema che avrebbe ispirato il De viris illustribus svetoniano. Brevi informazioni sulle origini e il luogo di nascita, sulla formazione ricevuta e sull’insegnamento esercitato, sugli interessi principali e le opere composte, sui tratti del carattere, spesso illustrati mediante aneddoti o particolari curiosi della vita privata): questo, grosso modo, era il modello su cui sono stati impostati i succinti ritratti di grammatici e retori delineati da Svetonio. D’altra parte, una struttura non dissimile – tranne, naturalmente, le diverse attività svolte – sembra essere alla base anche dell’altra opera biografica svetoniana, il De vita Caesarum. Le Vite iniziano infatti con notizie relative a famiglia, luogo, data e circostanze della nascita del principe, per seguire poi, in uno sviluppo cronologico che ne accompagna l’adolescenza, l’avvento al potere. Dopo di che l’ordinamento cronologico si interrompe per lasciare spazio a una descrizione sincronica dei vari aspetti della personalità dell’imperatore suddivisi per singole rubriche, a loro volta attraversate da partizioni ulteriori. Il ritorno alla scansione temporale, con il resoconto della morte e delle onoranze funebri tributate al principe, segna la conclusione delle singole vite.

L’aspetto più rilevante nell’organizzazione del materiale biografico è quindi la rinuncia a una disposizione cronologica che accompagni lo sviluppo della personalità analizzata: è lo stesso Svetonio, in un passo della Vita Augusti (9, 1), a rendere conto di tale criterio espositivo, che procede non per tempora ma per species, secondo una serie cioè di categorie, di rubriche, che trattano separatamente i vari aspetti della personalità del princeps. Anziché, quindi, illustrare le vicende nella complessità degli elementi che possono darne conto, e seguendo un percorso lineare e unitario, l’autore ha preferito comporre per frammenti episodici, privilegiando un’analisi incentrata sul personaggio e sulla sua vita privata, sul suo carattere, e inquadrando in apposite rubriche le sue virtutes e i suoi vitia, con l’ovvia conseguenza di orientare il giudizio in senso decisamente moralistico.

Scriba. Rilievo su lapide tombale, marmo, c. III secolo da Flavia Solva (Noricum).

Alla tesi che attribuiva alla familiarità dell’erudito Svetonio con l’indirizzo biografico peripatetico-alessandrino il carattere astorico e frammentario delle biografie imperiali, si è venuta sostituendo in tempi più recenti una valutazione diversa, più attenta alle ragioni intrinseche delle scelte dello scrittore. Anzitutto, nell’adozione del genere biografico si ravvisa la prova della consapevolezza che tale è la forma storiografica più idonea a dar conto del nuovo volto che il potere ha assunto – quella individualistica, personale, del principato – e che la biografia dei singoli imperatori è la più adatta a fungere da criterio di periodizzazione per la storia dell’Impero. Nella rinuncia alla modalità annalistica (cioè alla narrazione degli eventi anno per anno), che la mentalità senatoria aveva ancorato al regolare succedersi delle magistrature tradizionali, si vede quindi la realistica presa di coscienza che quelle magistrature, pur se formalmente ancora vigenti, erano ormai una parvenza fittizia e che solo la durata del principato di ogni singolo Caesar poteva segnare il succedersi di un periodo all’altro.

Al tempo stesso, prevaleva ormai la tendenza a ravvisare tratti specificamente romani proprio laddove prima si supponeva più forte l’influenza dell’eredità ellenistica: la tradizione degli elogia e delle laudationes funebres, che elencavano le res gestae civili e militari di una personalità in vista, le benemerenze e gli onori del defunto, sembra rivelare la sua influenza sul modo in cui Svetonio ha selezionato e disposto il materiale raccolto. Le res gestae di Augusto, con la rassegna delle cariche e delle dignità conferite al principe, dei provvedimenti assunti per la res publica, dei donativi fatti ai soldati e delle elargizioni al popolo, dei monumenti eretti, insomma delle svariate benemerenze acquisite, danno un esempio significativo della spinta che tale tradizione, eminentemente latina, poteva esercitare sull’esposizione per species scelta dall’autore per le sue Vite.

Scriba. Rilievo, pietra calcarea, II-III secolo. Paris, Musée du Louvre.

E nella tendenza, tanto deplorata come deteriore gusto del pettegolezzo, a insistere sulla vita privata degli imperatori descrivendone eccessi e intemperanze, sui particolari futili o scandalistici, che ha alimentato la fortuna dell’opera – letta come un vero e proprio manuale di perversioni! –, si è ormai inclini a vedere anche la manifestazione di una volontà obiettiva e demistificante, dell’intenzione di fornire un ritratto integrale del personaggio, illustrandone tutti gli aspetti della vita sia pubblica sia privata, senza atteggiamenti encomiastici e senza rinunciare alla messe di notizie concrete che gli archivi imperiali potevano mettere a disposizione.

Ne risulta un tipo di “storiografia minore” (rispetto, per esempio, a quella tacitiana, rispondente ai canoni della cultura storiografica aristocratica e senatoria), che attinge alle fonti più varie (dai documenti archivistici alla tradizione orale, dalla libellistica satirica alla storiografia precedente – Cluvio Rufo, Plinio il Vecchio, ecc. – , soprattutto quella di tradizione anticesarea) e che delinea anche, in qualche modo, i tratti del suo destinatario, da identificare nell’ordine equestre al quale lo stesso Svetonio apparteneva e che costituisce il punto di vista attraverso cui le singole vicende sono osservate e valutate. Un pubblico di funzionari e burocrati che avrà apprezzato il senso di concretezza della pagina svetoniana, la registrazione – con scrupoloso spirito cancellieresco – del particolare curioso, la divulgazione del documento inedito, l’esposizione del materiale piana e ordinata per rubriche ben distinte.

A questo tipo di gusto letterario sarà piaciuto, di Svetonio, anche il linguaggio sobrio e asciutto, alieno dalle ricercatezze arcaizzanti e dai preziosismi moderni, aperto ai modi colloquiali, ma senza rinunciare al decoro: una scrittura agile e spedita, la cui vivacità narrativa è il pregio che maggiormente compensa i limiti più vistosi di quest’opera, primo fra tutti la superficialità dell’analisi storica e psicologica. La forma biografica sviluppata da Svetonio, in seguito, divenne il modello per altri autori, come gli Scriptores Historiae Augustae, Mario Massimo (c. 160-230), e persino Eginardo (c. 775-840), che compose la Vita Karoli Magni. Senza assurgere al livello della grande storiografia, il De vita Caesarum costituisce tuttavia un documento eccezionalmente ricco di notizie e informazioni per la ricostruzione storica del primo periodo imperiale.

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Severo Alessandro: la fine di una dinastia

Elagabalo, che, divenuto imperatore nel 218, si era autoproclamato figlio naturale di Caracalla, di cui aveva assunto i nomi, si era rivelato un vero fallimento: il giovane imperatore scandalizzava Roma e gli ambienti più conservatori del Senato comportandosi da bardassa anche in pubblico; avevano suscitato maggiore ripulsa e sdegno le grottesche cerimonie religiose che Elagabalo voleva imporre a tutto l’Impero, approfittando della sua posizione al vertice dello Stato per estendere a tutti i popoli l’unico culto del dio Sole di Emesa. Sua nonna, Giulia Mesa, aveva cercato invano di intercedere per lui presso il Senato e il popolo di Roma, ma il giovane, eludendo la linea seguita dall’augusta parente, si era perfino macchiato di blasfemia, prendendo in sposa una vestale (DCass. LXXIX 5, 1 ss.; Herodian. V 6, 1). Alla fine, l’anziana matrona convinse Elagabalo ad adottare come legittimo erede e a nominarlo Caesar l’altro nipote, figlio della figlia Giulia Mamea e del procuratore Gessio Marciano, Gessio Giulio Bassiano Alessiano (Herodian. V 7, 1-3; 8, 3-4; DCass. LXXIX 19, 1-4): la scusa era che una spartizione del fardello imperiale avrebbe consentito a Elagabalo di avere più tempo per dedicarsi al culto solare (SHA Alex. Sev. 1, 2; DCass. LXXVIII 30, 3).

M. Aurelio Antonino Augusto Elagabalo. Busto, marmo, inizi III sec. d.C. ca. Roma, Musei Capitolini.

Alessiano era nato ad Arca Caesarea in Phoenicia (CIL I 255; 274; Herodian. V 7, 4; Aur. Vict. Caes. 24, 1; SHA Alex. Sev. 1, 2) e a Emesa, come suo cugino, aveva esercitato la dignità di sacerdote del dio Sole (El-Gabal). L’adozione e la sua associazione al trono imperiale avvenne nel giugno del 211: Alessiano assunse il nome di Marco Aurelio Alessandro Severo (DCass. LXXIX 17-18). Elagabalo comprese in ritardo il raggiro della nonna e stava per ordinare l’esecuzione del cugino, quando Giulia Mesa e Giulia Mamea pagarono lautamente ai pretoriani l’assassinio di lui e della madre Soemia, il 13 marzo 222 (DCass. LXXIX 19-21; SHA Heliogab. 16, 5-17, 2; SHA Alex. Sev. 1, 1-3).

Giulia Mamea. Dupondio, Roma 228. Æ 10,04 g. Recto: Iulia Mamaea Augusta, busto diademato e drappeggiato dell’imperatrice, voltato a destra.

L’indomani dell’uccisione di Elagabalo, Alessiano ricevette dal Senato i titoli di Augustus, pater patriae e pontifex maximus e assunse ufficialmente il nome di Severo Alessandro, figlio del Divus Magnus Antoninus. Siccome, però, aveva solo tredici anni e un’indole insicura, egli divenne docile strumento di mamma e nonna, la cui politica congiunta consentì loro di tenere insieme Senato ed esercito e a consolidare il potere della dinastia severiana. Per assistere l’augusto figlio negli affari di Stato fu istituito un consilium, di cui si ignora l’effettiva composizione quanto al numero dei membri e alla loro estrazione sociale, ma il potere fu effettivamente esercitato dalle due donne (Herodian. VI 1, 2).

Ad Alessandro è attribuito un gran numero di riforme di tipo istituzionale, amministrativo, economico e tributario. La fonte principale di queste informazioni è la biografia dell’imperatore contenuta nell’Historia Augusta, ma è scarsamente attendibile: se non inventa, l’autore Elio Lampridio distorce e travisa le questioni in modo da rendere davvero difficile comprendere la natura o la portata di tali provvedimenti.

Giulia Mamea. Busto, marmo, III sec. d.C. Roma, Musei Capitolini.

In ogni caso, di sicuro resta che il primissimo periodo di governo di Severo Alessandro è dominato dalla figura del grande giurista Domizio Ulpiano, al quale erano stati delegati diversi incarichi pubblici in precedenza. Stimatissimo dal giovane imperatore, a questo giureconsulto spetta l’indubbio merito di aver compilato, divulgato e pubblicato opere di insigni predecessori; di lui, in particolare, restano due imponenti compilazioni: gli oltre ottanta libri sugli editti pretori e i cinquanta libri di commentarii ad Sabinum. Divenuto praefectus praetorio nel 222 per volontà di Giulia Mesa (Cod. Iust. IV 65, 4, 1), Ulpiano non ebbe però il sostegno dei militari, che lo assassinarono l’anno successivo (DCass. LXXX 1, 1-2,2; P. Oxy. 2565). In seguito, nel 226, sarebbe venuta a mancare anche Giulia Mesa, la figura più importante per la stabilità dinastica: la figlia Giulia Mamea, madre dell’imperatore, ne ereditò in parte la funzione, non certo le capacità (cfr. Herodian. V 8, 10; VI 1, 1-10; SHA Alex. Sev. 14, 7; 26, 9; 60, 2).

Nel frattempo, problemi esterni di ordine geopolitico contribuivano ad accelerare la crisi in cui da tempo allignava l’Impero romano: in Oriente, nel cuore del Regno dei Parti, negli stessi anni (224-228), la casata degli Arsacidi veniva rovesciata dalla ribellione di un feudatario iranico, Ardašīr. Costui si proclamò “Re dei Re” e, assunto il potere, diede inizio alla dinastia dei Sassanidi. Il nuovo sovrano impresse al dominio persiano un’impronta fortemente accentratrice ed espansionistica.

Ardaxšīr I. Dracma, Hamadan 224-238. AR 4,23 g. Recto: busto del sovrano voltato a destra, diademato e indossante il korymbos.

Si trattò di un cambiamento epocale: la frantumata compagine orientale si andava consolidando sotto un potere centrale forte e aggressivo. Forse, in un periodo meno caotico e convulso, il mondo romano avrebbe potuto comprendere il pericolo e correre ai ripari. Nel 230, consolidato il suo potere, Ardašīr mosse alla testa dei suoi eserciti e attaccò prima il Regno d’Armenia, quindi invase le province romane di Mesopotamia e Syria, superando la frontiera sull’Eufrate. Le autorità imperiali furono colte del tutto impreparate: ci volle quasi un anno intero per organizzare una controffensiva e recuperare i territori occupati dai Persiani.

Severo Alessandro e sua madre mossero contro il nemico nel 231 (Herodian. VI 4): una battaglia sull’Eufrate agli inizi dell’anno seguente consentì ai Romani di ricacciare i Sassanidi entro i loro confini (Herodian. VI 5-7). L’esito della spedizione orientale fu, però, piuttosto modesto: l’imperatore, in realtà, aveva trascorso gran parte della campagna nel quartiere generale di Antiochia; come generale, del resto, non fu granché apprezzato dai quadri dell’esercito, perché si era rivelato troppo giovane e indeciso, troppo debole. Ciononostante, l’intervento militare aveva riportato le province occupate sotto il controllo romano e il giovane imperatore si era potuto fregiare del titolo di Persicus Maximus.

Legionario degli eserciti di epoca severiana. Illustrazione in Mattesini (2006).

Mentre era impegnato in Oriente, Severo Alessandro fu raggiunto da notizie ancora più inquietanti dall’altro confine vulnerabile dell’Impero: gli Alamanni, i Marcomanni e i Franchi stavano rinnovando la loro pressione sulla frontiera renano-danubiana. Ancora una volta Alessandro diede prova di tentennamenti e scarsa iniziativa, ancora una volta i tempi per organizzare una spedizione furono lenti e macchinosi. La propaganda ufficiale trasmette notizie di ingenti preparativi militari, ma è possibile che i ritardi fossero in realtà volti a cercare una via d’uscita diplomatica. Tra le legioni, comunque, serpeggiava il malumore: la politica filo-senatoria perseguita anche da Giulia Mamea aveva destato non poche inquietudini presso i militari, mentre lo stesso Alessandro aveva bruciato in poco tempo l’immenso patrimonio di consenso e fiducia dell’esercito, legato a una dinastia che aveva fondato il suo potere proprio sulla fedeltà e la dedizione dei soldati. Nella crisi generale le forze armate romane si strinsero attorno a un “uomo forte”, Giulio Vero Massimino, un ufficiale di origine tracia.

Il 19 marzo 235 un ammutinamento delle legioni sul Regno, a Mogontiacum (od. Mainz), depose Severo Alessandro e innalzò alla porpora Massimino Trace. Il giovane imperatore e sua madre poco dopo furono eliminati (Herodian. VI 9, 7; SHA Alex. Sev. 59, 6).

M. Aurelio Antonino Augusto Severo Alessandro. Busto, bronzo, 222-235 d.C. Dion, Αρχαιολογικό Μουσείο.

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Tito Manlio in duello con un Gallo (Liv. VII 9, 8-10)

Tum eximia corporis magnitudine in uacuum pontem Gallus processit et quantum maxima uoce potuit «Quem nunc» inquit «Roma uirum fortissimum habet, procedat agedum ad pugnam, ut noster duorum euentus ostendat utra gens bello sit melior».

Diu inter primores iuuenum Romanorum silentium fuit, cum et abnuere certamen uererentur et praecipuam sortem periculi petere nollent; tum T. Manlius L. filius, qui patrem a uexatione tribunicia uindicauerat, ex statione ad dictatorem pergit; «Iniussu tuo» inquit, «imperator, extra ordinem nunquam pugnauerim, non si certam uictoriam ui deam: si tu permittis, uolo ego illi beluae ostendere, quando adeo ferox praesultat hostium signis, me ex ea familia ortum quae Gallorum agmen ex rupe Tarpeia deiecit». Tum dictator «Macte uirtute» inquit «ac pietate in patrem patriamque, T. Manli, esto. Perge et nomen Romanum inuictum iuuantibus dis praesta». Armant inde iuuenem aequales; pedestre scutum capit, Hispano cingitur gladio ad propiorem habili pugnam. Armatum adornatumque aduersus Gallum stolide laetum et – quoniam id quoque memoria dignum antiquis uisum est – linguam etiam ab inrisu exserentem producunt. Recipiunt inde se ad stationem; et duo in medio armati spectaculi magis more quam lege belli destituuntur, nequaquam uisu ac specie aestimantibus pares. Corpus alteri magnitudine eximium, uersicolori ueste pictisque et auro caelatis refulgens armis; media in altero militaris statura modicaque in armis habilibus magis quam decoris species; non cantus, non exsultatio armorumque agitatio uana sed pectus animorum iraeque tacitae plenum; omnem ferociam in discrimen ipsum certaminis distulerat. Ubi constitere inter duas acies tot circa mortalium animis spe metuque pendentibus, Gallus uelut moles superne imminens proiecto laeua scuto in aduenientis arma hostis uanum caesim cum ingenti sonitu ensem deiecit; Romanus mucrone subrecto, cum scuto scutum imum perculisset totoque corpore interior periculo uolneris factus insinuasset se inter corpus armaque, uno alteroque subinde ictu uentrem atque inguina hausit et in spatium ingens ruentem porrexit hostem. Iacentis inde corpus ab omni alia uexatione intactum uno torque spoliauit, quem respersum cruore collo circumdedit suo. Defixerat pauor cum admiratione Gallos: Romani alacres ab statione obuiam militi suo progressi, gratulantes laudantesque ad dictatorem perducunt. Inter carminum prope modo incondita quaedam militariter ioculantes Torquati cognomen auditum; celebratum deinde posteris etiam familiae honori fuit. Dictator coronam auream addidit donum mirisque pro contione eam pugnam laudibus tulit.

Divinità con torques e pugnale. Statua, pietra locale, I secolo a.C. da Bozouls. Rodez, Musée Fenaille.

Allora un Gallo di statura gigantesca s’avanzò sul ponte deserto e urlò con quanta voce aveva in gola: «Si faccia avanti a combattere il guerriero più forte che c’è adesso a Roma, così che l’esito del nostro duello stabilisca quale dei due popoli è superiore in guerra!».

Tra i giovani romani più ragguardevoli ci fu un lungo silenzio, poiché da un lato si vergognavano di rifiutare il combattimento, dall’altro non volevano affrontare una sorte particolarmente rischiosa: allora Tito Manlio, figlio di Lucio, quegli che aveva liberato il padre dalle accuse del tribuno, lasciò la sua posizione e si avviò dal dittatore: «Senza un tuo ordine, comandante», disse «non combatterei mai fuori dai ranghi, neppure se vedessi certa la vittoria: ma se tu lo permetti, a quella bestiaccia che ora fa tanto lo spavaldo davanti alle insegne nemiche io vorrei dare la prova di discendere da quella stirpe che precipitò già dalla rupe Tarpea le schiere dei Galli». Allora il dittatore gli rispose: «Onore e gloria al tuo coraggio e alla tua devozione per il padre e la patria, o Tito Manlio! Va’ e con l’aiuto degli dèi da’ prova che il nome di Roma è invincibile!». Poi i compagni lo aiutarono ad armarsi: egli prese uno scudo da fante e si cinse in vita con una spada ispanica, più adatta per lo sconto corpo a corpo. Dopo averlo armato di tutto punto, lo accompagnarono verso il guerriero gallico che stava stolidamente esultando e che (particolare anche questo ritenuto degno di menzione da parte degli antichi) in segno di scherno tirava fuori la lingua. Quindi rientrarono al loro posto, mentre i due uomini armati restarono soli in mezzo al ponte, più come si usa negli spettacoli che secondo le norme di guerra, punto pari di forze a giudicarli dall’aspetto esteriore: l’uno aveva un fisico di straordinaria corporatura, sgargiante nelle vesti variopinte e per le armi dipinte e cesellate in oro; l’altro nella statura media di un soldato e d’aspetto modesto le sue armi, più maneggevoli che appariscenti; non canti, non esultanza né vana esibizione delle proprie armi, ma un petto fremente di palpiti di coraggio e tacita ira; tutta la sua fierezza egli aveva riservata per il momento decisivo del duello. Quand’ebbero preso posizione tra i due eserciti, con tanti uomini intorno dagli animi sospesi tra la speranza e la paura, il Gallo, come una rupe che sovrasta dall’alto, preteso con la sinistra lo scudo, calò con grande fragore sulle armi dell’avversario che si avvicinava un fendente che andò a vuoto. Il Romano, sollevata la spada, colpì con il proprio scudo la parte inferiore di quello del nemico; poi, insinuatosi tra il corpo e le armi di quest’ultimo in modo tale da evitare di essere ferito, con due colpi sferrati uno dopo l’altro gli trapassò il ventre e l’inguine, facendolo stramazzare a terra, disteso in tutta la sua mole. Quindi, risparmiando ogni altro scempio al corpo del caduto, si limitò a spogliarlo del solo torque, che egli si mise al collo intriso di sangue com’era. La paura insieme con lo stupore aveva agghiacciato il sangue ai Galli: i Romani, usciti prontamente dagli avamposti incontro al loro commilitone, rivolgendogli congratulazioni e lodi, lo condussero dal dittatore. Fra le rozze battute che i soldati quasi con ritmica cadenza si scambiavano nei loro cori, fu udito il soprannome di Torquatus; esso, in seguito, fu usato spesso anche dai suoi discendenti e tornò d’onore alla sua famiglia. Il dittatore aggiunse in dono una corona d’oro e di fronte alle truppe adunate celebrò con le lodi più alte quel combattimento.

Un soldato romano preda il torques a un guerriero gallico abbattuto. Illustrazione di R. Oltean.

Durante la guerra gallica del 361 a.C., della cui conduzione era stato incaricato il dittatore Tito Quinzio Penno Capitolino, un armato celta, presentato da Livio in tutta la sua possanza, sfida i Romani e invita «il guerriero più forte» tra i Romani a farsi avanti e ad affrontarlo in duello. Mentre gli altri giovani sono paralizzati dal terrore, Tito Manlio lascia il proprio posto, si presenta davanti al dittatore e gli chiede il permesso di offrirsi volontario per combattere contro il Gallo. Livio drammatizza l’episodio con dialoghi in discorso diretto fra il Celta e la schiera dei Romani e fra Tito Manlio e il suo comandante, conferendo alla narrazione un pathos e un’intensità che sembrano sfiorare toni prettamente epici, funzionali alla sua concezione altamente idealizzata della Storia esemplare di Roma.

La descrizione della vestizione del guerriero e del duello che segue riprendono moduli tipicamente epici. Livio dipinge la scena dello scontro in maniera così vivida che i due antagonisti, armati di tutto punto, sembrano quasi materializzarsi di fronte al lettore: l’uno, il Celta, tracotante nella sua possanza e nel suo sfoggio di armi cesellate d’oro, l’altro, Manlio, di corporatura più ordinaria e armato alla leggera, ma dotato di straordinario ardore, coraggio e voglia di sconfiggere l’avversario. I due si affrontano come i famosi eroi dell’epica, Enea e Turno, Ettore e Achille; grazie alla sua superiore tecnica militare il Romano ha la meglio, abbatte l’avversario e prende come trofeo della vittoria la collana del nemico (torques), dalla quale gli deriverà il cognomen di Torquato.

Tito Manlio e il Gallo.

Il duello fra Manlio e il Gallo è uno dei pochi episodi per i quali è possibile stabilire un confronto fra l’opera di Livio e la fonte annalistica da lui utilizzata, Claudio Quadrigario, un autore di età sillana: questo confronto è possibile grazie ad Aulo Gellio, che nelle Noctes Atticae (IX 13) ha conservato per intero il corrispondente passo di Quadrigario. È lo stesso Livio a dichiarare in qualche modo l’impiego della fonte, nell’accenno un po’ polemico nell’inciso in VII 10, 5 (quoniam id quoque memoria dignum antiquis uisum est): il particolare incriminato, del gesto del Gallo con la lingua, trova infatti un parallelo esattissimo in Quadrigario (Gallus inridere coepit atque linguam exertare). Le differenze fra i due racconti una lettura in parallelo dei due testi di Livio e Quadrigario può mostrare la distanza che separa le due narrazioni: distanza non tanto nella trama generale del racconto, che in linea di massima resta la stessa, quanto nella sua impostazione e interpretazione, oltre che nella resa stilistica.

Un frammento di Quadrigario (fr. 10b Peter) conserva due brani relativi alla presentazione del Celta e – dopo la sfida da lui lanciata ai Romani e accolta da Manlio – allo svolgimento del duello: «Intanto si fece avanti un Gallo, senza armatura, solo con uno scudo e due spade, ornato di collana e braccialetti, un Gallo che superava tutti per la forza e la statura e insieme per la giovane età e per il valore. […] Il duello si svolse proprio sul ponte, sotto gli occhi dei due eserciti, in un clima di grande paura. Così, come ho detto, si piantarono l’uno di fronte all’altro: il Gallo, secondo la sua tecnica, con lo scudo in avanti, teso nella guardia; Manlio, fidando più nel coraggio che nella tecnica, colpì con lo scudo lo scudo del Gallo e gli fece perdere l’equilibrio. Mentre il Gallo cercava di riprendere la posizione iniziale, Manlio di nuovo colpì con lo scudo lo scudo dell’avversario, e di nuovo lo fece spostare dal suo assetto. In tal modo, riuscì a infilarsi sotto la spada del Gallo e con la propria spada gli trafisse il petto; poi, di seguito, con un secondo identico assalto, lo ferì alla spalla destra e non si ritrasse finché non l’ebbe fatto cadere, in modo che il Gallo non avesse la forza di colpire a sua volta. Quando l’ebbe abbattuto, gli troncò la testa, gli strappò la collana e se la mise al collo, ancora sanguinolenta».

Il «Galata morente»: dettaglio della testa. Statua, marmo, copia romana da originale di bronzo dello scultore Epigono di Pergamo, 230-220 a.C. ca., dal Donario di Attalo I. Roma, Musei Capitolini.

Da Quadrigario il guerriero celta è presentato nelle sue caratteristiche barbariche: l’abbigliamento, la forza impressionante, la statura (poco oltre egli parla della sua «taglia enorme» e del suo «spaventoso aspetto»), la volgarità degli atteggiamenti e dei gesti; ma ha anche tratti che lo qualificano come un forte e valoroso avversario (Quadrigario sottolinea, fra l’altro la sua virtus, un termine che Livio riserva esclusivamente ai Romani). Al barbaro l’annalista non nega nemmeno il possesso di una certa tecnica militare; è piuttosto Manlio che confida più nel coraggio che nella tecnica, e che poi, una volta vincitore, esercita una barbarica violenza, mozzando il capo al vinto per togliergli la collana. L’opposta caratterizzazione dei duellanti in Livio. Tra il modello annalistico e il testo liviano è avvenuto come uno scambio nella caratterizzazione dei duellanti: la tecnica militare del Gallo di Quadrigario è, nella rielaborazione di Livio, solo in Manlio, mentre la ferocia di Manlio viene trasferita nel Gallo e trasformata in stolida tracotanza (10, 5, Gallum stolide laetum) e in rozza brutalità (illa belua, «quella bestiaccia» dice di lui Manlio in 10, 3).

Livio libera anche Manlio dalla macchia della truculenta azione conclusiva, negando esplicitamente, in palese polemica con l’annalista, che il Romano abbia infierito sul cadavere dell’avversario (10,11). La riscrittura di Livio tende soprattutto a modificare ideologicamente il senso dell’intero episodio; se analogo è nei due autori l’orgoglioso spirito della superiorità romana, Livio vuole da parte sua sottolineare la distanza di civiltà fra il Gallo e il Romano. È questo uno dei tanti esempi, in cui Livio manipola i dati della tradizione per non oscurare l’immagine di una Roma portatrice di civiltà e di moderazione.

Le fonti sulle guerre sannitiche

di E.T. SALMON, Il Sannio e i Sanniti, trad. it. B. McLEOD, Torino 1995, 5-12.

Di tutte le tribù e i popoli con cui i Romani si trovarono a dover contendere la supremazia sull’Italia nessuno fu più minaccioso dei Sanniti del Sannio. Forti e valenti, essi possedevano un territorio più ampio e un temperamento più risoluto di qualunque altra popolazione della Penisola. Erano abbastanza numerosi e abbastanza coraggiosi da rifiutare di sottomettersi docilmente a Roma, e la resistenza militare e politica che le opposero fu delle più strenue[1]. È un luogo comune dire che essi, ed essi soli, rivaleggiarono in modo veramente temibile con Roma per assicurarsi l’egemonia sull’Italia peninsulare, avvicinandosi considerevolmente al successo. Per mezzo secolo e più, dal 343 al 290, impegnarono i Romani nei tre successivi conflitti noti come “guerre sannitiche”, e riaccesero la lotta contro di essi ogni volta che se ne offrì l’occasione nel corso dei due secoli seguenti: la guerra che prese nome da Pirro, re dell’Epiro, potrebbe altrettanto a buon diritto essere chiamata “quarta guerra sannitica”, come infatti Livio suggerisce e Orosio afferma esplicitamente[2]. Anche Annibale trovò aiuto e appoggio fra le tribù sannitiche e, nel I secolo, in occasione dell’ultima grande insurrezione degli Italici contro il dispotismo romano, i Sanniti presero ancora una volta le armi, mostrando secondo il solito maggiore tenacia e più risoluta volontà di resistenza di tutti gli altri insorti.

L’Italia centrale nei secoli IV-I [Salmon 1995].

Se si considera l’importanza del ruolo svolto da questo popolo, è sorprendente che esso abbia suscitato un così scarso interesse. Nessuna versione della storia romana può fare a meno di dedicare loro abbondante spazio, ma ciò avviene invariabilmente nel quadro delle vicende di Roma e non facendone l’oggetto di una ricerca indipendente, benché essi meritino certamente attenzione di per se stessi. La stessa esiguità del confine fra vittoria e sconfitta è nel loro caso uno stimolante argomento d’indagine. Eppure, raramente è stata prestata loro un’accurata e approfondita attenzione. Nessuna monografia estesa ed esauriente è mai stata dedicata ai Sanniti[3], e ciò è particolarmente notevole poiché essi, per quanto remoti, non furono esseri puramente leggendari, ma uomini vivi, attivi in un’epoca intensamente studiata. È una vicenda densa e compatta, che ha inizio con la loro improvvisa apparizione come alleati di Roma nel 354 e termina con il massacro di Porta Collina nell’82, e per quanto non sia pienamente nella luce della storia, le sue linee principali sono nette e molti dei particolari sicuri[4]. Vi furono scrittori greci del IV secolo bene informati riguardo ai Sanniti e che probabilmente scrissero parecchio su di loro, ma di tali scritti non restano che frammenti sparsi[5]. Le narrazioni della storia dell’Italia del IV secolo pervenuteci, quando non trattano degli stessi Greci italioti, parlano per lo più dei Romani. I popoli sconfitti da Roma sono solo incidentalmente oggetto d’interesse: essi vengono menzionati solo quando li si considera importanti ai fini della storia di Roma. Münzer ha richiamato l’attenzione sulla limitatezza di tali esposizioni: «Le cose vengono viste esclusivamente sotto un determinato aspetto. Sul problema dei rapporti fra Roma e il mondo esterno tutte le prospettive eccetto quella romana vengono soppresse…»[6].

Dionigi di Alicarnasso, è vero, è scrittore dalla visione ampia, ed egli inserisce nella sua narrazione dissertazioni erudite sui vari popoli italici che vennero a contatto con i Romani[7], ma della parte delle Antichità romane a proposito del periodo in cui l’Urbe e i Sanniti ebbero contatti (libri XV-XX) non restano che scarsi frammenti[8].

La storia stessa della Roma arcaica veniva narrata nella forma di una tradizione stabile e inalterata, parte della quale era già nota a scrittori greci del IV secolo o anteriori[9], e la cui struttura fissa fu eretta a canone da Fabio Pittore nel III secolo. Derivava originariamente dalle nude e disadorne cronache dei pontefici romani (tabulae pontificum)[10] che vennero raccolte e ampliate nel II secolo fino a formare la collezione nota con il nome di Annales maximi, e i singoli storici si sentirono in dovere di non distaccarsi da questo percorso già tracciato, quanto piuttosto di dar vita al suo interno a una creazione letteraria[11], senza impegnarsi nel compito di una laboriosa ricerca tesa a confermare o modificare radicalmente la versione accettata[12]. Uno dei risultati di tale atteggiamento è che le apparizioni dei Sanniti sono, nella letteratura antica, casuali e sporadiche. L’unico caso in cui essi vengono fatti oggetto almeno di una parvenza di trattazione sistematica è in occasione delle loro guerre contro Roma, ma anche queste sono descritte esclusivamente del punto di vista dei vincitori. E ciò non è accidentale. Fabio Pittore si pose esplicitamente il compito di giustificare il comportamento dei Romani verso le altre genti, sforzandosi di sostituire a ogni e qualsivoglia visione della storia d’Italia diffusa dagli scrittori greci una versione decisamente favorevole a Roma[13]. Fra questi, Duride di Samo, Geronimo di Cardia, Filisto e Callia di Siracusa, Lico di Reggio e Timeo di Tauromenio avrebbero potuto dire non poco, e non tutto a sfavore, sui Sanniti, al tempo stesso lasciando per lo più in disparte i Romani[14]. Fabio Pittore rimediò fin troppo bene a questo stato di cose.

Sarebbe esagerato dire che ciò abbia significato la completa scomparsa di quanto i Greci scrissero allora sulle montuose zone interne dell’Italia meridionale e sui loro vigorosi abitanti, che in effetti gli Italioti avevano tutti i motivi di conoscere, con poco piacere, fin troppo bene: qualche informazione sui popoli sabellici è filtrata attraverso i pregiudizi e l’indifferenza dei Romani ed è sopravvissuta. Ma ciò è avvenuto attraverso una sorta di “filtro romano”, e la nostra immagine dei Sanniti è essenzialmente determinata dalla prospettiva e dalla selettività di Fabio Pittore e dai suoi successori.

I libri VII-X di Livio sono la fonte principale sulle tre guerre sannitiche ed è opinione comune che la descrizione che contengono riposi su una solida base fattuale. Il fulcro della sua narrazione, certo derivata originariamente da archivi sacerdotali[15], è costituito dagli elenchi dei consoli romani che sembrano ragionevolmente attendibili.

Guerriero sannita. Illustrazione di P. Connolly.

Va detto che gli annalisti anteriori a Livio erano fin troppo inclini a dar credito a quelle descrizioni e documentazioni di carriere di cui, secondo Plinio, erano pieni gli archivi delle grandi casate romane e che, secondo Cicerone, Livio e Plutarco, traboccavano di esagerazioni e distorsioni, quando non addirittura di sfacciate menzogne[16]. I generali che avevano partecipato alle battaglie scrivevano talvolta le loro memorie, e non c’è ragione per credere che nel farlo essi fossero modesti o scrupolosi[17]. Né si dimentichi che statisti e generali romani avevano talvolta i propri poeti e panegiristi personali che cantavano le loro imprese[18]. Ancora più numerosi, eloquenti e convincenti erano poi i discendenti di una gens decisi a vantarne le glorie. I Flavii avevano evidentemente degli archivi propri, i Carvilii avevano uno storico. Se i Postumii ebbero Aulo Postumio Albino che ne esaltò il nome, i Valerii ebbero Valerio Anziate[19]. I Cornelii, da cui provenivano non meno di sei dei ventitré pontefices maximi repubblicani di cui siamo a conoscenza[20], erano nella posizione ideale per alterare i documenti sacerdotali, così come i Papirii, che furono evidentemente fra i primi redattori degli Annales maximi[21].

Ne nacque così un accavallarsi di rivendicazioni contrastanti, mentre le varie gentes si davano a fabbricare imprese totalmente immaginarie e cercavano di attribuirsi il merito di gesta non loro o di sminuire le affermazioni altrui. Ben nota è la rivalità fra Fabii e Cornelii Scipiones: inoltre, i Fabii erano anche invidiosi nei confronti dei Carvilii e i Cornelii Scipiones dei Fulvii[22]. I Claudii e i Postumii erano chiaramente il bersaglio della denigrazione di altre casate aristocratiche e, stando a ciò che sostiene Livio, anche i Volumnii avevano il favore di alcuni annalisti e lo sfavore di altri[23]. Era sempre possibile per uno storico tentare di dar lustro al proprio clan gentilizio semplicemente inventando una promagistratura o qualche altro ufficio speciale in cui si potesse sostenere che un membro della famiglia si era particolarmente distinto[24].

Fortunatamente, sembra fosse molto meno facile inventare dei consolati e, quindi, le liste dei consoli e quelle dei trionfi non sembrano aver subito contraffazioni altrettanto estese[25]. È vero che esse spesso non rivelano quale dei due consoli avesse compiuto una determinata azione ed era quindi facile per un annalista tendenzioso inventare o sfruttare la malattia di un console per attribuire onori all’altro[26]. In tali circostanze, si può capire perché Catone si rifiutasse di menzionare alcun condottiero per nome[27], come pure è comprensibile l’onesta incertezza di Livio su quale comandante dovesse ricevere il merito di una data vittoria[28]. Ciononostante, i Fasti consulares e triumphales sono una fonte relativamente pura e incontaminata e si può attribuire loro ampia credibilità[29].

Un’altra fonte d’informazioni ragionevolmente degna di fede è costituita dalla documentazione riguardante la fondazione di coloniae e la consacrazione di templa da parte dei Romani. In generale, tali documenti appaiono accurati e ciò riveste una certa importanza, poiché viene così fornito un metro per misurare i progressi militari di Roma, in quanto spesso venivano consacrati templi e fondate colonie in conseguenza di vittorie romane.

È quindi evidente che Livio ha tramandato numerosi dati storicamente certi. Al tempo stesso, però, vi ha anche mescolato una certa quantità di invenzioni. A parte la sua inclinazione a ricamare sulla vicenda, trasformando ciò che avrebbe potuto essere un racconto sobrio in una saga eroica[30], egli ha ripetuto molti sfrenati voli di fantasia dei suoi predecessori. Gli storici romani non seppero mai resistere alla tentazione di magnificare le imprese della loro nazione o della loro famiglia, o di entrambe, e ciò vale per i più antichi come per i più tardi, per Fabio Pittore come per Valerio Anziate[31].

L’umiliazione delle Forche Caudine. Illustrazione di S. Ó Brógáin.

C’erano però delle differenze di grado. Più antico era lo scrittore, più è probabile che si mantenesse entro certi limiti e ponesse qualche freno all’immaginazione “patriottica”. Fabio Pittore e altri a lui vicini nel tempo, pur essendo tutt’altro che fedeli ai fatti, sembrano aver descritto episodi definiti ed essersi mossi in un ambito relativamente ristretto, che non lasciava loro molto spazio per invenzioni su vasta scala: erano non exornatores sed tantummodo narratores[32]. È chiaro che il grado di alterazione nei loro testi doveva essere inferiore a quello dei resoconti annuali dei cosiddetti “Vecchi Annalisti”, come Calpurnio Pisone e Cassio Emina, dell’età dei Gracchi[33]. Eppure, anche questi furono modelli di sobrietà in confronto agli scrittori dell’età di Silla, una o due generazioni più tardi, quei famigerati “Nuovi Annalisti”, come Valerio Anziate e Claudio Quadrigario[34]. Alcuni di essi scrissero così copiosamente da avere spazio illimitato per esagerare o inventare quasi a piacimento singoli episodi da attribuire ai loro personaggi favoriti (ma va detto che, al tempo di Cicerone, le eccessive esagerazioni non erano più di moda!). Quanto Livio si sia servito dei “Nuovi Annalisti” e quanto da essi dipendesse sono dati così universalmente noti da non aver bisogno di dimostrazione[35] ed è opportuno esaminare le conseguenze per ciò che riguarda la sua narrazione delle guerre sannitiche.

Gli scrittori dell’età di Silla scrivevano al tempo della guerra sociale e di quella civile, a essa immediatamente successiva, ed erano così vicini a tali cruciali conflitti che le loro posizioni non possono non essere state influenzate. Fu proprio in quegli anni che i Sanniti imposero la pace alle loro condizioni nella guerra sociale e arrivarono a un passo dalla vittoria nella guerra civile, a Porta Collina. Era quindi inevitabile che essi vedessero le guerre sannitiche di più di due secoli prima alla luce di tali importanti eventi e che fossero certi che tanto i Romani quanto i Sanniti si fossero resi conto fin dal momento del loro primo scontro dal fatto che la posta in palio era il dominio sull’Italia e che, dunque, la lotta in cui erano coinvolti fosse di titaniche dimensioni[36]. Viste le circostanze, era inevitabile che i “Nuovi Annalisti” descrivessero le guerre sannitiche come una grande epica romana, per la quale non mancavano certo i modelli, sia greci sia latini: Nec id tamen ex illa erudita Graecorum copia sed ex librariolis Latinis[37]. Se non sentirono la necessità di alterare la struttura tradizionale, poterono però, all’interno di essa, dar libero corso al loro genio inventivo o alla loro inclinazione imitativa riguardo ai singoli dettagli[38]. Inventare o moltiplicare le vittorie dei Romani[39] e sopprimere o attenuare le sconfitte era per loro pratica sistematica, automaticamente applicata. Essi ravvivavano i loro racconti arricchendo la maggior parte degli avvenimenti, veri o inventati, di particolari pittoreschi, prolissi o assurdi. Il fatto che il periodo che descrivevano fosse remoto e il tenace conservativismo della nomenclatura dell’aristocrazia romana aiutavano e incoraggiavano ampiamente tali sconfinamenti nel mondo della fantasia.

I “Nuovi Annalisti” non si limitavano a dar libero corso all’immaginazione riguardo ai loro connazionali: erano anche inclini ad applicare la stessa tecnica, per così dire all’inverso, ai loro fortuiti e superficiali commenti sui popoli che Roma andava ininterrottamente sconfiggendo.

Se l’uso dello stesso nome ripetuto per generazioni in una famiglia romana rendeva possibile far risalire a uno dei suoi antichi membri imprese che più esattamente si sarebbero dovute attribuire a uno dei suoi discendenti, poteva sembrare del tutto giustificato adottare lo stesso procedimento riguardo ai Sanniti. Se le imprese sannitiche nella guerra sociale e in quella civile hanno influenzato l’interpretazione delle prime guerre sannitiche data dai “Nuovi Annalisti”, viene da chiedersi se anche la loro descrizione di particolari di queste ultime non sia stata adornata con episodi e personaggi tratti dalle prime. Per esempio, è stato spesso sottolineato che importanti figure sannitiche del IV secolo e degli inizi del III avevano nomi notevolmente simili a quelli dei condottieri del I secolo e alcuni studiosi sostengono addirittura che il primo gruppo altro non sia che un’anticipazione fantastica del secondo[40]. Simili metodi possono certamente venire spinti all’eccesso: per esempio, negare l’esistenza di Gavio Ponzio nel 321 solo perché un Ponzio Telesino fu al comando delle forze sannitiche nell’82[41] significa spingere lo scetticismo troppo lontano[42]. Il Churchill del XVIII secolo non è meno reale perché un Churchill governò l’Inghilterra nel XX[43].

Romani e Sanniti sanciscono la pace con cerimonia solenne. Illustrazione di R. Hook.

Comunque, è fin troppo probabile che i “Nuovi Annalisti”, quando parlavano sia dei Romani sia dei Sanniti del IV e III secolo, non fossero attendibili e sfortunatamente molto di ciò che essi scrissero è echeggiato nelle pagine di Livio. Benché cosciente della loro inattendibilità, egli attinse abbondantemente dai loro scritti, forse perché convinto, al pari di Plinio il Vecchio, che nessun libro sia così cattivo da non valere nulla[44]. Su alcuni punti, egli stesso apporta le necessarie modifiche, come nel caso della pace caudina del 321-316 o della sconfitta romana a Lautulae nel 315. In effetti, un’accurata lettura di Livio è tutt’altro che infruttuosa: spesso, dalle informazioni che egli fornisce è possibile ricostruire un racconto convincente e coerente.

Oltre a lui, vi sono alcuni scrittori che forniscono informazioni sulle tre guerre sannitiche, ma per servirsene è necessario impiegare la stessa cautela e prudenza da usarsi con Livio. In effetti, alcuni di essi, come Eutropio e Orosio, si limitano a riassumerne l’opera, mentre almeno uno, Floro, ne rappresenta un abbellimento, in quanto la sua narrazione, pur se essenzialmente liviana, si avvale di vari espedienti retorici per raggiungere risultati ancor più sensazionali[45]. I magri frammenti di informazioni sparsi nelle pagine di Dionigi di Alicarnasso, Cassio Dione e Appiano, gli isolati episodi menzionati da Plinio il Vecchio, Frontino e l’autore del De viris illustribus, e il materiale occasionalmente rintracciabile in alcune delle Vite di Plutarco, hanno caratteristiche simili a ciò che si può trovare in Livio ed è fin troppo probabile che abbiano avuto origine dalle opere dei “Nuovi Annalisti”.

E ciò vale probabilmente anche nel caso delle scarne notizie contenute in Diodoro, malgrado la diffusa opinione che esse proverrebbero da una fonte più antica. Diodoro ignora completamente la prima guerra sannitica e i primi otto anni della seconda, ma ciò non prova che egli non sapesse nulla in proposito[46]: nella sua scelta degli argomenti da menzionare egli è sempre piuttosto volubile, anche quando narra la storia della sua terra natale, la Sicilia[47]. Inoltre, la parte relativa alla terza guerra sannitica non ci è pervenuta, quindi possiamo realmente servirci di lui solo per ciò che concerne gli ultimi quattordici anni della seconda guerra sannitica. Riguardo a dodici di essi, egli fornisce succinte notizie sulle operazioni belliche, spesso diverse o complementari rispetto a quelle riportate da Livio, e vario è il grado d’importanza che è stato loro attribuito. L’estrema concisione della cronaca di Diodoro ha spinto molti studiosi a ritenere che egli si sia rifatto a una versione degli Annalisti di epoca graccana o dei saltuari storici di rango senatorio che li precedettero[48]: Niebuhr e Mommsen sostengono addirittura che la sua fonte fu lo stesso Fabio Pittore[49]. Perciò, Diodoro è spesso considerato più attendibile di tutti gli altri scrittori antichi per ciò che riguarda le guerre sannitiche.

Il fondamento di questa opinione non è evidente né convincente. Il fatto che il sistema cronologico di Diodoro fosse diverso da quello di Livio (sistema che, a sua volta, non era lo stesso di Varrone) non dimostra che esso fosse migliore o più antico[50], e il fatto che le sue affermazioni sul conto dei Romani fossero così trite non garantisce che derivassero da una fonte unica o particolarmente antica[51]. In effetti, Diodoro stesso rivela di essersi servito di una varietà di autorità antiche, e latine per giunta[52]. Sembra certo che fra esse ci sia stato almeno uno dei “Vecchi Annalisti” (Calpurnio Pisone)[53], ma è lecito ritenere che vi fossero anche alcuni “Nuovi Annalisti”[54].

Guerrieri sanniti. Affresco, IV secolo a.C. da una tomba a Nola. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Sulle sporadiche apparizioni dei Sanniti dopo le tre guerre sannitiche, possediamo frammenti d’informazioni provenienti da varie fonti. Il ruolo da essi svolto nella guerra contro Pirro può venir ricostruito mettendo insieme le rare notizie che troviamo in varie epitomi di Livio o Dione, o le allusioni disseminate nelle pagine di Plutarco, che costituiscono una fonte preziosa poiché egli ricalca originariamente Timeo, personaggio contemporaneo e interessato a quegli eventi. Qualche accenno al comportamento dei Sanniti durante la seconda guerra punica si può trarre dalle pagine di Polibio e di Livio: ma Polibio, come sempre, non sembra disposto a sprecare simpatia per un popolo non romano e i riferimenti di Livio sono nella migliore delle ipotesi incidentali rispetto al filone principale del suo racconto. Egli è confuso e approssimativo quando accenna al contributo dato dai Sanniti alla sconfitta di Annibale, prevenuto e impreciso quando parla dell’aiuto e sostegno dato da costoro al nemico punico. Silio Italico è, almeno fino a Canne, molto più generoso nei loro confronti, ma sarebbe azzardato considerare le sue invenzioni poetiche come vera storia.

Dopo il 200 le vicende dei Sanniti vengono praticamente ignorate per più di un secolo. Essi riappaiono poi improvvisamente e svolgono un ruolo di primaria importanza nella guerra sociale e in quella civile, all’inizio del I secolo. Sfortunatamente, su queste due fondamentali lotte le fonti antiche sono frammentarie e scarse. La cronaca della guerra marsica, composta in greco da Lucullo, che vi aveva preso parte attivamente, non ci è pervenuta; stessa sorte è toccata all’opera del suo molto apprezzato contemporaneo, Sisenna. Il più esteso resoconto pervenutoci è in Appiano, ma è molto diseguale. Malgrado ciò, è importante e lo sarebbe ancor di più se si potesse provare che esso si basa su di un autore italico. Un recente tentativo in questo senso non ha però incontrato consensi[55], e la maggior parte degli studiosi ammette che neanche da Appiano si possano ricavare informazioni attendibili sui Sanniti, proporzionate all’importanza del ruolo da essi svolto nella seconda decade del I secolo. Probabilmente ciò dipende dal fatto che la tradizione riguardante tale periodo si basa in buona sostanza sulle menzognere memorie di Silla, che non era certo uomo da rendere giustizia ai Sanniti.

Dopo l’82 i Sanniti spariscono totalmente dalla scena della storia e la loro uscita è tanto improvvisa quanto lo era stata la loro apparizione quasi tre secoli prima.


[1] Anche dopo che i Romani ebbero celebrato ventiquattro trionfi su di essi (Floro I 11, 8), i Sanniti erano ancora pronti a rinnovare la loro resistenza ogni volta che ne avessero l’occasione.

[2] Livio XXIII 42, 2; Orosio III 8, 1; III 22, 12.

[3] Le Untersuchungen zur Geschichte der Samniten di B. Kaiser (Pforta 1907) non sono andate oltre il vol. I.

[4] Proprio nel periodo delle guerre sannitiche la storia romana acquista un aspetto di vitale realtà. Certamente Roma deve aver avuto una qualche forma di documentazione fin dal IV secolo: gli scrittori greci del tempo non avrebbero definito «città ellenica» una società illetterata (Eraclide Pontico in Plutarco, Vita di Camillo 22, 2; Demetrio Poliorcete in Strabone V 3, 5, p. 232).

[5] Per esempio, Filisto in Stefano di Bisanzio, s.v. Mystia, Tyrseta; Pseudo-Scilace, Periplo 15.

[6] Römische Adelsfamilien, p. 46; cfr. p. 66; si vedano anche passi come Livio XXXIII 20, 13; XLI 25, 8.

[7] Anche Strabone si sofferma più di una volta sui popoli non romani, ma principalmente come geografo. Si vedano, inoltre, le osservazioni di E. Bickerman sulle origines gentium, in CPh 67 (1952), pp. 65-81.

[8] Egli era verboso e retorico e ci si chiede quanto attendibili sarebbero state le sue informazioni, se ne fossero rimaste in maggior quantità. La cifra da lui menzionata di 15.000 Romani caduti a Eraclea non ispira certo fiducia: egli doveva sapere che, secondo Geronimo di Cardia, vivente al tempo della battaglia, i morti erano stati 7000 (Plutarco, Vita di Pirro 17, 4).

[9] Antioco di Siracusa, contemporaneo di Tucidide, faceva riferimento a Roma (Dionigi di Alicarnasso I 73, 4); Aristotele alludeva al sacco della città da parte dei Celti (Plutarco, Vita di Camillo 22, 3); e Teopompo se non altro menzionava Roma (fr. 317 Jacoby). Cfr. inoltre Dionigi di Alicarnasso I 72 ed E. Wikén, Die Kunde der Hellenen, passim.

[10] Sembra che ogni collegio sacerdotale conservasse i suoi fasti (CIL I 1976-2010). Quelli dei pontefici erano molto antichi (Dionigi di Alicarnasso III 36; cfr. V 1) e alcuni sopravvissero al sacco dei Galli, come si desume da Livio (VI 1, 10, VI 1, 2). Una famosa emendazione del De legibus I 2, 6, vorrebbe che Cicerone definisse «scarne» queste cronache dei pontefici; egli, tuttavia, si riferisce allo stile più che al contenuto. In realtà, le tabulae contenevano una grande quantità di informazioni: menzionavano carestie di grano ed eclissi di sole e di luna, secondo Catone (Aulo Gellio II 28, 6; cfr. Dionigi di Alicarnasso I 74) e probabilmente molto di più, se la lunghezza degli Annales maximi è significativa. Gli Annales erano in 80 libri: in altre parole, più estesi dell’opera di Livio (si veda Cicerone, De oratore II 52; Festo, p. 113 Lindsay; Macrobio III 2, 17; Servio, Ad Aeneidem I 373; cfr. Livio I 31, 32, 60, e, in particolare, Sempronio Asellione, fr. 2 Peter). Presumibilmente, le tabulae pontificum compilate durante le guerre sannitiche (vale a dire, dopo il sacco di Roma da parte dei Galli) si conservarono intatte fino ai tempi in cui si cominciò a scrivere storia e almeno dalla guerra di Pirro in poi furono redatte secondo un preciso ordine cronologico (Plinio il Vecchio, Naturalis historia XI 186). Il materiale contenuto nelle cronache dei sacerdoti poteva essere integrato con quello fornito da ballate popolari ed elementi di folclore, cui fanno allusione numerosi scrittori antichi (Varrone in Nonio, p. 77; Livio II 61, 9; Orazio, Carmina IV 15, 29-32; Dionigi di Alicarnasso I 79, 10; VIII 62, 3; Valerio Massimo II 1, 10; Plutarco, Vita di Numa 5, 3).

[11] Gli Annales maximi erano tutt’altro che succinti (si veda la nota precedente). Dovevano essere infarciti di abbondante materiale inventato. Dei due particolari che si sa per certo che vi erano riferiti, uno è un’evidente falsificazione (è un verso di poesia presentato come un verso popolare latino, ma, in realtà, semplicemente una traduzione da Esiodo: Aulo Gellio IV 5, 6). L’altro è probabilmente autentico: si tratta di un’eclissi di sole (5 giugno, circa 350 A.U.C.) menzionata da Ennio, che l’aveva trovata nelle cronache dei pontefici (Cicerone, De re publica I 25). Ennio, tuttavia, al pari di Catone (fr. 77 Peter) si servì delle cronache dei pontefici prima che venissero rielaborate, e contaminate, come Annales maximi. Non è facile identificare le aggiunte fittizie degli Annales maximi, ma la saga di Camillo, certamente più tarda di Fabio Pittore, è quasi di sicuro una di esse (M. Sordi, I rapporti romano-ceriti, p. 46).

[12] La versione tradizionale sembra confermata dagli scarsi frammenti di scrittori greci che ci sono pervenuti.

[13] Cfr. in particolare M. Gelzer in Hermes 68 (1933), pp. 129-166.

[14] Non avrebbero certo potuto passare sotto silenzio i Sanniti quando descrivevano le attività dei vari condottieri mercenari di Taranto (Plinio il Vecchio, Naturalis historia III 98; Plutarco, Agesilao 3; Lico, fr. 1, 2, in Müller, FHG II, p. 371). Sappiamo che Teopompo mostrò scarso interesse per i Romani (Plinio il Vecchio, Naturalis historia III 57). Geronimo, invece, non li trascurava (Dionigi di Alicarnasso I 6, 1).

[15] È per lo più impossibile, tuttavia, stabilire quali elementi risalgano alle tabulae pontificum e quali siano raccolti da archivi familiari o da altre fonti. Tiberio Corucanio, console nel 280, era certamente uno degli eroi che comparivano nelle cronache sacerdotali (Cicerone, Brutus 14, 55). Non abbiamo notizie precise sui Libri magistratuum di Gaio Tuditano (Macrobio I 13, 21) né sui Libri lintei a cui attinse Licinio Macro (Livio IV 1, 2; IV 20, 8; IV 23, 2; cfr. Dionigi di Alicarnasso XI 62, 3; R.M. Ogilvie in JRS 48 [1958], pp. 40-56).

[16] Plinio il Vecchio, Naturalis historia XXXV 7; Cicerone, Brutus 16, 62; Livio VIII 40; Plutarco, Vita di Numa 1 (dove cita un certo Clodio). Viene da chiedersi se le grandi famiglie plebee, una volta ottenuta l’uguaglianza politica, non si siano date a fabbricare archivi per gareggiare con i loro rivali patrizi.

[17] Appio Claudio Cieco, il famoso censore del 312, era, secondo Cicerone (Tusculanae disputationes IV 1, 4), un uomo di lettere ed evidentemente narrò i suoi successi nella guerra sannitica: in quella circostanza egli dedicò un tempio a Bellona (Livio X 19, 17), che sappiamo era adornato da scudi che esaltavano le imprese dei Claudii (Plinio il Vecchio, Naturalis historia XXXV 12; deve riferirsi all’anno 312 e non al 495). Generali di epoche successive che descrissero le proprie operazioni (in lettere, dobbiamo riconoscere) furono Scipione Africano (a Nova Carthago: Polibio X 9, 3) e Scipione Nasica (a Pydna: Plutarco, Vita di Emilio Paolo 15, 3).

[18] Viene subito in mente il caso di Fulvio Nobiliore e di Ennio.

[19] Livio VIII 22, 2; VIII 37, 8; Valerio Massimo VIII 1, 7; Plutarco, Quaestiones Romanae 54, 59; Polibio XXXIX 1, 4; Plinio il Vecchio, Naturalis historia XI 186; R.M. Ogilvie, Commentary on Livy, Books I-V, Oxford 1965, pp. 12-16.

[20] Cfr. T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, New York 1951, per gli anni 431, 332, 304, 221, 150, 141.

[21] Cfr. Dionigi di Alicarnasso III 36, 4; A. Schwegler, Römische Geschichte, I, pp. 24 s.; F. Münzer, RE XVIII (1949), s.v. Papirius, nn. 1-5, coll. 1005-1006.

[22] Livio X 17, 11-12 (= 296); X 22, 1-2 (= 295); XXIII 22, 8 (= 216); XXVIII 45, 2 (= 205). Tre Fabii furono consecutivamente pontifices maximi, coprendo un arco di tempo pari quasi all’intero periodo delle guerre sannitiche: essi furono quindi in una posizione ideale per falsificare la documentazione.

[23] Cfr., per esempio, Livio IX 42, 3; X 15, 2; X 18, 7; X 19, 2-3; X 23, 4; X 30, 7; e cfr. CIL I², Elogia X, p. 192. Il fatto che i Postumii fossero sfortunatamente coinvolti più tardi, durante l’età repubblicana, in alcune disfatte romane, per esempio nella silva Litana (Polibio III 118, 6; Livio XXIII 24, 6; Frontino I 6, 4), nella guerra giugurtina (Sallustio, De bello Iugurthino 38) e nella guerra sociale (Livio, Periochae 72, 75), rafforzò l’immagine negativa creata dal disastro delle Forche Caudine.

[24] Per il periodo della prima e della seconda guerra sannitica, nei Fasti triumphali sono registrate solo tre dittature, mentre Livio ne menziona quasi trenta (F. Cornelius, Untersuchungen, p. 36).

[25] Nel periodo delle guerre sannitiche, per esempio, i consolati ripetuti di solito sono divisi da un intervallo di tempo ragionevole, e sembrano plausibili (prima del 343 si succedevano spesso a intervalli molto brevi: il che, però, era forse inevitabile, quando i consoli provenivano soltanto dalle poche famiglie patrizie).

[26] Fra i consoli che si ammalarono, citiamo Lucio Furio Camillo nel 325 (Livio VIII 29, 8), Publio Decio Mure nel 312 (Livio IX 29, 3), Tito Manlio Torquato nel 299 (egli morì: Livio X 11, 1) e Lucio Postumio Megello nel 294 (Livio X 32, 3).

[27] Plinio il Vecchio, Naturalis historia VIII 11. Viene però da chiedersi se Catone non sia stato il principale autore di molte delle leggende che si andarono creando attorno a grandi eroi plebei, quali Manio Curio Dentato e Gaio Fabrizio Luscino, che egli ammirava molto (Cicerone, Cato maior 15, 15; De re publica III 28, 40; Plutarco, Vita di Catone il Vecchio 2).

[28] Talvolta il dilemma di Livio riflette probabilmente, più che le rivalità fra famiglie, la lotta fra gli ordini: secondo le preferenze dell’annalista, la stessa vittoria veniva attribuita al console patrizio o a quello plebeo.

[29] I “Nuovi Annalisti” non conoscevano i Fasti nella loro forma attuale, che sembra in buona parte il frutto delle ricerche di Varrone. La loro narrazione sarebbe stata probabilmente più sobria, se fossero stati a conoscenza della sua ricostruzione.

[30] L’atteggiamento di Livio si può dedurre dalle sue stesse parole (X 31, 15): Quinam sit ille quem pigeat longinquitatis bellorum scribendo legendoque quae gerentes non fatigaverint? Per alleviare la noia si poteva ricorrere all’aggiunta di particolari pittoreschi, tanto più che quello delle guerre sannitiche fu comunque il vero periodo di grandezza della storia romana: Illa aetate quae nulla virtutum feracior fuit (IX 16, 19).

[31] Si vedano le osservazioni di A. Alföldi, Early Rome and the Latins, pp. 123-175.

[32] Si veda Cicerone, De oratore II 54. Livio menziona Fabio Pittore (VIII 30, 9; X 37, 14), ma ciò non prova che egli se ne sia servito direttamente.

[33] Fabio Pittore non viene di solito incluso fra i “Vecchi Annalisti”, benché non sia certo che egli non abbia impiegato il metodo annalistico. Livio non fa menzione di Cassio Emina, ma cita Calpurnio Pisone (IX 44, 3; X 9, 12). Di quest’ultimo si servì anche Diodoro, a giudicare dal fatto che egli non registra nessun evento per l’anno 307 della cronologia varroniana (tale anno fu omesso da Pisone: Livio IX 44, 3). Almeno uno dei “Vecchi Annalisti”, Gneo Gellio, sembra aver scritto in modo trascurato e prolisso (Dionigi di Alicarnasso VI 11, 2; VII 1, 4).

[34] Gli Annales di Calpurnio Pisone erano «scritti in stile arido» (exiliter scriptos): Cicerone, Brutus 27, 106.

[35] Non che egli li nomini di frequente nella sua narrazione delle guerre sannitiche: Elio Tuberone (X 9, 10), Claudio Quadrigario (VIII 19, 3; IX 5, 2; X 37, 13), Licinio Macro (VII 9, 4; IX 38, 16; IX 46, 4; X 9, 10); ma cita spesso quidam auctores, espressione con cui si ritiene venga indicato di solito Valerio Anziate. E, inoltre, sembra che anche Tuberone si sia servito di quest’ultimo. Cfr. A. Klotz, Livius und seine Vorgänger, pp. 201-297; R.M. Ogilvie, Commentary on Livy, p. 5.

[36] Le guerre sannitiche sono viste in questa luce da Cicerone (De officiis I 38), Livio (VIII 23, 9; X 16, 7), Diodoro (XIX 101, 7; XX 80, 3), Dionigi di Alicarnasso (XVII-XVIII 3) e Appiano (Storia sannitica IV 1, 5).

[37] Cicerone, De legibus I 2, 7 (a proposito di Licinio Macro).

[38] Concessum est rhetoribus ementiri in historiciis ut aliquid dicere possint argutius (Cicerone, Brutus 11, 42, forse, però, detto ironicamente). Gli storici ellenistici potevano fornire il materiale con cui gli scrittori romani del tardo I secolo abbellirono le loro narrazioni delle guerre sannitiche: per esempio, il paragone tra Fabrizio e Aristide (Cicerone, De officiis III 87), la morte di Aulio Cerretano (Livio IX 22, 7-10; cfr. Diodoro XVII 20, 21, 34), la dissertazione sui Romani che potevano rivaleggiare con Alessandro Magno (Livio IX 17-18).

[39] Si noti l’allusione a falsi triumphi in Cicerone, Brutus 16, 62.

[40] Il Papio Brutulo del 323 (VIII 39, 12) deve senz’altro essere stato inventato sul modello del Papio Mutilo, famoso durante la guerra sociale.

[41] Ponzio Telesino, generale della guerra civile nell’82, si vantava di discendere dall’eroe della seconda guerra sannitica, Gavio Ponzio (Scholia Bernensia a Lucano II 137, p. 59). I Pontii vivevano certamente a Telesia (ILS 6510) e alcuni scrittori antichi attribuiscono effettivamente a Gavio Ponzio il cognomen Telesino (Eutropio X 17, 2; Ampelio 20, 10; 28, 2; De viris illustribus 30, 1).

[42] La disfatta romana alle Forche Caudine non era un’invenzione. A parte il fatto che è molto improbabile che gli storici romani inventassero una tale storia (o la diffondessero), la rovina politica che travolse le famiglie dei consoli implicati basta a garantire l’autenticità dell’evento (dopo il 321 i plebei Veturi Calvini non ricompaiono più nei Fasti consulares, mentre bisogna arrivare al 242 per vedervi riapparire un Postumio Albino). Naturalmente questo non prova che Ponzio fosse il generale sannita vittorioso, ma è significativo che egli fosse un Sannita delle cui personalità i Romani avevano un concetto molto chiaro (cfr., per esempio, Cicerone, De officiis II 75).

[43] Sulle genealogie familiari, cfr. Cicerone, Orator 34, 120; Cornelio Nepote, Vita di Attico 19, 1-2.

[44] Plinio il Giovane, Epistulae III 5, 10.

[45] Cfr. P. Zancan, Floro e Livio, passim.

[46] Egli doveva ovviamente essere a conoscenza degli eventi occorsi nei primi otto anni della seconda guerra sannitica, che includevano il non certo trascurabile episodio delle Forche Caudine (XIX 10, 1).

[47] Presumibilmente egli scelse degli avvenimenti che riteneva potessero interessare di più i lettori greci.

[48] Cfr., per esempio, A. Schwegler, Römische Geschichte, II, pp. 22-23.

[49] B.G. Niebuhr, Römische Geschichte, II, p. 192; T. Mommsen, Römische Chronologie, Berlin 1859², pp. 125-126, e Römische Forschungen, II, pp. 221-296; la fonte di Diodoro avrebbe compreso i cosiddetti “anni dittatoriali”: A. Klotz in RhM 86 (1937), p. 207.

[50] Cfr. G. Costa in A&R 12 (1909), pp. 185-189, e, più recente e più sobrio, G. Perl, Diodors römische Jahrzählung, p. 161.

[51] Può darsi, ovviamente, che egli si sia servito di materiale tratto dai primi storici romani, ma, del resto, Livio fece altrettanto.

[52] Diodoro I 4, 4; cfr. anche XI 53, 6. È senz’altro possibile che la sua abitudine di chiamare l’Italia sudorientale Apulia (XIX 65, 7) oltre che Iapygia (XIV 117, 1; XX 35, 2; XX 80, 1) derivi dal fatto che egli si serviva di più di una fonte. Il nome che egli utilizza per i Sanniti, Σαμνίτες (XVI 45, 8; XIX 10, 1; XIX 65, 7, ecc.), rimanda anch’esso a una fonte latina.

[53] Calpurnio Pisone tralasciava l’anno 307 della cronologia varroniana (Livio IX 44, 3); Diodoro (XX 45, 1) non registra nessun evento della storia romana per quell’anno.

[54] La sua errata descrizione del comportamento di Fregellae durante la seconda guerra sannitica (XIX 101, 15) si spiega con gli eventi verificatisi in quella città nel 125.

[55] E. Gabba, Appiano e la Storia delle guerre civili, Firenze 1956. Ma non c’è dubbio che la fonte di Appiano si interessasse della questione italica e fosse ben informata in proposito.

Il teatro della guerra gallica (Cᴀᴇs. 𝐵𝐺 I 1)

Nel raccontare le vicende propriamente militari, Cesare non manca mai di fornire indicazioni – anche piuttosto dettagliate – sui suoi nemici e sui territori da loro abitati. Il De bello Gallico rappresenta pertanto una preziosa finestra sulla Gallia del I secolo a.C.; le parole di Cesare permettono infatti di ricostruire un quadro molto articolato in cui la Gallia, lungi dall’essere un’unità granitica e indistinta, costituisce, peraltro insieme ai territori al di là del fiume Reno, lo scenario composito di una guerra che vede attive numerose e differenti popolazioni. Elvezi, Germani, Veneti, Edui, Usipeti, Tencteri e altri ancora si muovono su questo scacchiere ora in modo indipendente ora alleandosi fra loro o con gli stessi Romani, a seconda delle convenienze e delle necessità.

Le notazioni geografiche ed etnografiche aprono il De bello Gallico per marcare da subito, con l’assenza del tradizionale proemio, la specificità del genere memorialistico rispetto al genere storiografico. Le informazioni geografiche sono precise e necessarie alla comprensione delle complesse operazioni di guerra che saranno raccontate e descritte nel corso dell’opera; le osservazioni etnologiche, sobrie ed essenziali, fanno già intravedere le difficoltà dell’impresa che Cesare sta per affrontare e, ponendo fin dall’inizio la bellicosità di certe popolazioni in diretto rapporto con la loro lontananza dalla civiltà greco-romana, anticipano l’atteggiamento di rispetto morale che, alcune generazioni dopo, anche Tacito, nella Germania, manifesterà verso i barbari incorrotti.

C. Giulio Cesare. Statua loricata (dettaglio del busto), marmo, II sec. d.C. (età traianea). Roma, Musei Capitolini.

[1, 1] Gallia[1] est omnis diuisa[2] in partes tres, quarum[3] unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur[4]. [2] Hi omnes lingua, institutis, legibus[5] inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flumen, a Belgis Matrona et Sequana diuidit[6]. [3] Horum[7] omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod[8] a cultu atque humanitate prouinciae[9] longissime absunt, minimeque ad eos mercatores saepe commeant[10] atque ea quae ad effeminandos animos[11] pertinent important, proximique sunt Germanis, qui trans Rhenum incolunt[12], quibuscum continenter bellum gerunt[13]. [4] Qua de causa[14] Heluetii[15] quoque reliquos Gallos uirtute praecedunt, quod fere cotidianis proeliis[16] cum Germanis contendunt, cum[17] aut suis finibus eos prohibent, aut ipsi in eorum finibus bellum gerunt. [5] Eorum una pars, quam Gallos optinere dictum est, initium capit a flumine Rhodano, continentur Garumna flumine, Oceano, finibus Belgarum, attingit etiam ab Sequanis[18] et Heluetiis flumen Rhenum, uergit ad septentriones[19]. [6] Belgae ab extremis Galliae finibus oriuntur, pertinent ad inferiorem partem fluminis Rheni, spectant in septentrionem et orientem solem. [7] Aquitania Garumna flumen ad Pyrenaeos montes et eam partem Oceani quae est ad Hispaniam[20] pertinet; spectat inter occasum solis et septentriones.

La Gallia è, nel suo insieme, divisa in tre parti, delle quali una abitano i Belgi, un’altra gli Aquitani, la terza quelli che nella loro lingua sono chiamati Celti, nella nostra Galli. Tutti questi (popoli) differiscono fra loro per lingua, istituzioni e leggi. Il fiume Garonna separa i Galli dagli Aquitani, la Marna e la Senna dai Belgi. Di tutti questi (popoli) i più forti sono i Belgi, per il fatto che sono lontanissimi dalla cultura e dalla civiltà della (nostra) provincia, e molto di rado giungono fino a loro i mercanti e portano quei prodotti che hanno l’effetto di indebolire gli animi, e (per il fatto che) sono vicinissimi ai Germani che abitano oltre il Reno, con i quali fanno continuamente guerra. E per questo motivo anche gli Elvezi superano in valore anche tutti gli altri Galli, per il fatto che si scontrano con i Germani in combattimenti quasi quotidiani, quando li tengono lontani dai loro confini o quando portano guerra essi stessi nei loro territori. Di questi quella parte che si è detto che occupano stabilmente i Galli, ha inizio dal fiume Rodano, è delimitata dal fiume Garonna, dall’Oceano, dal territorio dei Belgi, dalla parte dei Sequani e degli Elvezi tocca anche il fiume Reno ed è orientata verso settentrione. Il paese dei Belgi dalle più lontane regioni della Gallia si estende fino al corso inferiore del fiume Reno ed è rivolto a nord-est. L’Aquitania si estende dal fiume Garonna ai monti Pirenei e a quella parte dell’Oceano che è volta verso la Spagna; guarda verso nord-ovest.

Le prime informazioni che Cesare offre riguardano il teatro in cui si sono svolte le operazioni militari oggetto dell’opera (in seguito queste sommarie indicazioni saranno sviluppate in excursus etnografici di più ampio respiro sulle varie popolazioni galliche).

Viene subito chiarita in questo modo la mappa geo-etnografica della Gallia Transalpina (a esclusione della provincia, romanizzata dal 121 a.C.) con la menzione delle popolazioni che si dividono il territorio gallico e la descrizione piuttosto dettagliata della loro collocazione.

I primi tre paragrafi si concentrano rapidamente sui tre principali raggruppamenti tribali: i Belgae, gli Aquitani e i Celti. A proposito del termine «Celti» va precisato che Cesare fa un uso estensivo di questa etichetta, con cui indica i popoli della Gallia Transalpina, della Britannia e della Gallia Cisalpina. Oggi, più che un’entità etnica unitaria con questo nome s’intende una famiglia linguistica costituita da popolazioni diverse, originariamente stanziate nell’Europa centrale e da lì poi migrate in Gallia, Britannia, Hispania, Italia e Asia Minor. Il cuore del passo, invece, è dedicato ai Germani: Cesare, in realtà, ne parla solo in modo indiretto, in quanto si trattava di una popolazione stanziata a rigore fuori dalla Gallia propriamente detta, cioè al di là del fiume Reno. Ne sottolinea la presenza minacciosa, che paradossalmente serve a temprare gli animi di Belgae ed Heluetii, costretti a una costante guerra di confine e, dunque, a tenersi lontano dall’effeminatezze della civiltà mediterranea.

Cesare prosegue la sua rassegna con gli Heluetii, un’antica popolazione celtica che abitava fin dal II secolo a.C. l’odierna Svizzera e la cui migrazione verso la Gallia occidentale fu il casus belli per scatenare l’intervento romano. Gli ultimi tre paragrafi sono dedicati a una descrizione di tipo più specificamente geografico, che mira a informare di alcuni dettagli che saranno utili al lettore nel seguito dell’opera. Il passo dà comunque l’occasione di menzionare ancora un altro popolo con cui i Romani verranno a contatto: i Sequani.

Il primo capitolo del libro I costituisce il proemio del De bello Gallico: come è evidente, però, si tratta di un incipit atipico, in quanto è assente la tradizionale forma di indirizzo al lettore o di giustificazione dell’opera. Al posto della solita struttura proemiale, dunque, si trova questa premessa informativa che, pur nella sua essenzialità, mostra una grande capacità di accumulare significati e di comunicare messaggi piuttosto precisi al lettore. Ma non si tratta semplicemente di informazioni di tipo geo-etnografico: la parte centrale del brano è infatti carica di riflessioni sulla forza delle popolazioni che Cesare sta per affrontare e, dunque, implicitamente, sul pericolo che esse, fiere e non toccate dalle mollezze della civiltà mediterranea, rappresentano per le province romane e per Roma stessa, senza un intervento preventivo. Sottolineando l’isolamento e il “protezionismo” economico dei Belgae, Cesare, da un lato, mette in luce la loro virtù incorrotta (frutto appunto di quella condizione speciale imposta dalla presenza di un metus hostilis), dall’altro, additando la mancanza di civiltà delle popolazioni galliche, legittima indirettamente la conquista romana (che voleva presentarsi anche come opera di acculturazione, di apertura ai commerci e agli scambi).

C. Giulio Cesare. 𝐷𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑢𝑠, emesso in 𝐻𝑖𝑠𝑝𝑎𝑛𝑖𝑎 46-45 a.C. 𝐴𝑅. 3,77 g. 𝑂𝑏𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜: 𝐶𝑎𝑒𝑠𝑎𝑟; trofeo posto fra due prigionieri gallici.

È possibile ricavare anche un ulteriore messaggio dalle parole apparentemente descrittive del proemio: la fierezza e l’attitudine alla guerra, rilevata con insistenza a proposito di Belgae, Heluetii e Germani, implicitamente preannunciano al lettore anche le difficoltà di uno scontro impegnativo, che metterà a dura prova l’esercito romano. Ma in questo modo si finisce inevitabilmente anche con il sottolineare il valore di Cesare e dei suoi soldati, capaci di superare una situazione così difficile e di sconfiggere nemici tanto agguerriti.

Fin da questo primo capitolo del De bello Gallico, la campagna di Gallia è presentata al pubblico romano come una guerra preventiva. Basta una notazione etnologica sui costumi incorrotti dei Belgae, isolati dai commerci e dal benessere (Horum… important, par. 3), a orientare il lettore con un duplice messaggio: da una parte, si annuncia la minaccia che quei popoli fieri e bellicosi possono rappresentare per la res publica Romana, dall’altra si fornisce già una legittimazione all’espansionismo militare come opera di civilizzazione. Eppure, la tendenziosità della narrazione cesariana non si fa mai aperta propaganda, agisce discretamente, selezionando e ordinando i fatti in gerarchie significative, con (quasi) perfetta dissimulazione.


[1] Gallia: Cesare intende con questo toponimo la regione non ancora conquistata dai Romani, e cioè la Gallia Belgica, la Gallia Celtica e la Gallia Aquitanica. La Gallia Cisalpina (o Citerior), corrispondente all’odierna Pianura Padana e a parte della Romagna (fino al Rubicone) era infatti provincia romana dal 191 a.C., mentre la Gallia Transalpina, che abbracciava il territorio compreso tra i Pirenei e le Alpi e confinava a nord con il territorio di Tolosa, era stata provincializzata dal 121 a.C. con il nome di Gallia Narbonensis.

[2] La forma composta estdiuisa indica uno stato di fatto, e cioè che la Gallia «è divisa» in tre regioni distinte (in partes tres); l’aggettivo omnis («nel suo insieme») è aggettivo indica una totalità che al suo interno è distinta in parti, a differenza di totus che rappresenta una totalità indivisibile.

[3] quarum è genitivo partitivo.

[4] I Belgi occupavano il territorio che si estendeva nel Nord della Gallia, comprendente una parte dell’attuale Francia settentrionale, del Belgio, dell’Olanda, del Lussemburgo e della Germania, fino al basso corso del Reno; gli Aquitani erano stanziati nel territorio compreso tra i Pirenei, l’Oceano Atlantico e il fiume Loira; i Celti propriamente detti abitavano fra l’Aquitania e la Gallia Belgica in un territorio delimitato a nord dal corso della Senna e a sud da quello della Garonna. Si noti l’enumerazione unamaliamteriam; ipsorum lingua, «nella loro lingua» («chiamati localmente»), dove lingua può essere inteso come ablativo di mezzo o di limitazione; il verbo appellantur, «sono denominati», regge i complementi predicativi dei soggetti Celtae e Galli.

[5] lingua, institutis, legibus sono tre ablativi di limitazione coordinati per asindeto. Institutum indica una consolidata consuetudine di vita, mentre lex regola dal punto di vista giuridico i rapporti tra le persone con l’autorità.

[6] Il fiume Matrona (od. Marna) è affluente di destra della Sequana (od. Senna); i due corsi segnavano un confine naturale tra la Gallia Belgica e la Celtica.

[7] Horum, sottinteso populorum, si tratta di un genitivo partitivo dipendente dal superlativo assoluto fortissimi.

[8] propterea quod, «per il fatto che», la congiunzione introduce una serie di proposizioni dichiarative-causali tra loro coordinate (absunt, commeant, important, sunt).

[9] Cioè la Gallia Narbonensis.

[10] Il verbo commeare indica propriamente l’attività dell’«andare e venire» propria dei mercatores che dall’antica colonia focese di Marsilia (Massalia) penetravano nell’interno gallico.

[11] Ovvero «beni di lusso»; ad effeminandos animos è proposizione finale implicita espressa con il gerundivo.

[12] quiincolunt, proposizione relativa. I Germani occupavano un territorio assai vasti, oltre la riva orientale del Reno, compreso fra il Danubio, la Vistola, il Mare del Nord e il Mar Baltico.

[13] Il termine bellum, derivato probabilmente da una forma arcaica duellum (da cui l’italiano «duello», indica la «guerra» in senso lato. L’uso è molto frequente negli autori latini e si trova spesso, in unione con verbi, in espressioni come questa: bellum gerere cum aliquo, «far guerra contro qualcuno».

[14] Qua de causa, «E per questo motivo», equivale a Et hac causa ed è un nesso relativo.

[15] Gli Heluetii abitavano dal II secolo a.C. un territorio corrispondente all’odierna Svizzera.

[16] Il termine proelium vale «combattimento», «battaglia», nel senso di scontro fra schiere armate. Non presenta significative differenze rispetto a pugna: indica infatti la «battaglia» intesa come scontro all’interno di un conflitto.

[17] Qui cum introduce due proposizioni temporali coordinate dalla disgiuntiva aut e caratterizzate da parallelismo strutturale.

[18] I Sequani erano una popolazione della Gallia Celtica, stanziata tra l’Arar, il Rodano e la catena del Giura.

[19] septentriones, da septem triones («i sette buoi da lavoro»), indica propriamente le sette stelle che compongono la costellazione del Grande Carro (o Orsa Maggiore).

[20] L’Hispania comprendeva l’intera Penisola iberica, cioè l’attuale Spagna e il Portogallo; il fiume Ebro faceva da confine tra l’Hispania citerior e l’Hispania ulterior, denominazioni che rispettivamente volevano dire «al di qua del fiume» e «al di là del fiume».